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Tenda e castello

CASCINA E CASTELLO. (continued 2)

Reading edition

— Eh!

— Sì davvero.

— Sì! non v’è angheria e malignità che i suoi non abbiano fatta a quella povera famiglia; cose che gridano vendetta. Non parlo delle antiche, tutti le sanno; ma solo di quelle che ho viste io in questi ultimi dieci anni: appena occupato il castello l’hanno affittato a della canaglia: al ferraio che picchiava tutta la notte sull’incudine mentre la contessa era malata; ad Ambrogio che le faceva il letamaio sotto le finestre e glielo rivoltava tutti i giorni a mezzodì nell’ora del pranzo. Poi hanno cominciato a demolire con tanta buona grazia, che un muro comune rovinò e fu miracolo se la contessa non rimase sotterrata; poi le hanno lasciato rubare le tegole, intorbidar l’acqua del pozzo, saccheggiare il giardino, e l’hanno fatta schernire e ingiuriare da Maurizio ogni giorno... E ora lei mi dice che ha della stima! bell’avanzo per la contessina che non ha più casa, non ha più nulla, che ha il danno e le beffe di tutto il paese...

Pasquale s’è venuto a poco a poco scaldando e continua senza lasciar mezzo al dottore di aprir bocca.

— La cacciano di casa sui due piedi, senza carità, senza compassione, mentre è ancora mezza malata: questa è la stima. Le fanno una triste pubblicità, le fanno un’intimazione per mezzo d’usciere! E dopo questo lei vuol saper cosa penso io? io penso che lei dovrebbe lasciarla stare quella povera creatura; che dovrebbe lasciarle almeno quel po’ di buon nome che le resta. Il mio parere è questo; se le spiace, non so che farci; non doveva chiedermelo.

— Pasquale, voi avete ragione; ma sentite: di quello che hanno fatto... gli altri io non ho colpa... mi rincresce e, ve lo dico fermamente, qui a quattr’occhi, me ne vergogno per loro. Non ho saputo che oggi quest’ultimo affronto; se avessi potuto impedirlo l’avrei fatto. Vi giuro, Pasquale, che se potessi dire alla contessina: — Stia dov’è, faccia conto d’essere in casa sua; — darei non so cosa. Ma, voi lo sapete, il castello e tutte le antiche proprietà dei conti d’Ormeto appartengono a mio nonno, e con lui non si può parlare di nulla... io non posso per adesso far contro le sue volontà.

— Nessuno le chiede nulla a lei...

— Eppure io vorrei fare qualcosa: vorrei avere il mezzo di rimediare al male che si è fatto: son venuto qui per questo... perchè mi aiutiate a cercare questo mezzo...

Pasquale si volta allora per la prima volta, si alza dal tavolo su cui stava appoggiato colle gomita, viene a piantarsi in faccia al dottore e lo guarda con grande curiosità.

— Dunque, cosa mi dite?... — riprende Giulio.

— Ma!

— ... Se la contessina volesse... se si contentasse... vorrei farle una proposta... volete incaricarvene voi?

Il dottore s’appressa a Pasquale e gli sussurra nell’orecchio una sola parola che ha la virtù di mozzargli il fiato e fargli rifluire il sangue al viso.

— Come!... davvero? — esclama Pasquale non appena riesce a snodare la lingua.

— Vi do parola d’onore... Volete voi aiutarmi, Pasquale?

Pasquale leva un bicchiere dalla scansia, lo pone sopra un piatto di maiolica a fiorami turchini: lo riempie di vino e lo presenta al dottore.

Egli non aveva ancora offerto da bere al compagno, e questa mancanza, che colà non può essere involontaria, è uno dei più gravi insulti che un contadino dell’Astigiano vi possa fare.

Colma anche il suo bicchiere, e, sporgendolo per toccare col dottore, risponde alla domanda che questi gli ha fatta:

— Se lei parla da galantuomo, sì, con tutta l’anima.

Versa quindi nuovo vino al dottore e poi domanda:

— Dica un po’, quando?

— Ma... se la contessina... acconsente... io non chiedo altro... subito...

— Alla buon’ora!...

Il dottore vuole andarsene e Pasquale vuole accompagnarlo per discorrere. Ma per istrada nessuno apre bocca.

Sulla porta della cascina Pasquale dice sottovoce:

— Dunque, ho proprio da parlare alla signorina?

— Ma sì, ricordatevi che avete promesso d’aiutarmi... di far tutto quello che potete.

— E lo farò: ma guardi di far l’uomo, che poi non ci manchi!

— Non temete;... quando le parlerete?...

— Domattina.

— Bene, verrò io da voi a mezzodì a prendere la risposta... Mi raccomando!

Pasquale ritorna verso casa, e a poco a poco rallenta il passo come fosse sopraccolto da gravi e moleste riflessioni. Sull’uscio si ferma perplesso. Poi dà volta ancora e adagio adagio rifa la strada innanzi alla cascina, sale al castello; trova la moglie che sta per porsi a letto nella stanza attigua a quella della contessina e le chiede:

— Che fa la signorina?

— Dorme.

Egli esce, passeggia per qualche mezz’ora sulla spianata benchè soffi un rovaio indiavolato, poi scende, passeggia ancora a lungo innanzi e indietro con precauzione avanti la porta dei Bellardi, e finalmente si decide, di malavoglia, a ritirarsi. Egli ha un sospetto. Perchè la contessina ha voluto rimanere quella sera? Aveva parlato col dottore... Se fosse un tranello...

All’indomani per tempissimo egli è in piedi, ritorna al castello e quivi chiede di nuovo alla moglie:

— La contessina dorme?

— Certo che dorme; che volete che faccia a quest’ora? — risponde la donna stupita.

Egli allora ridiscende a girellare intorno alla cascina finchè, verso le nove, vede uscirne il medichino.

Questi gli corre incontro e gli domanda:

— Ebbene, le avete parlato?

— Non ancora... lei è ancora dello stesso sentimento?

— Certo... voi dubitate ancora di me...

— Che vuole, mi scusi, non mi posso ancora persuadere che lei sia un onest’uomo.

Il dottore sorride tristamente: il suo viso smorto dimostra ch’egli non ha fatto nottata troppo quieta.

— Vado adesso... Venga ad aspettarmi sulla spianata.

— Sì... Sentite, ditele per bene le cose: ditele che voglio renderle in bene tutto il male che... gli altri le han fatto.

E continua così le sue raccomandazioni fin che sono in cima. Quivi si separano, Pasquale si allontana, egli lo richiama indietro e gli dice ancora:

— Ah! ditele... che... le voglio un gran bene.

— Eh!... questo s’intende, — risponde Pasquale.

XIII.

Maria s’è levata di buon’ora, come nei giorni di grandi faccende; ma da due ore non sa che fare; è diventata nervosa: le pare debba venir qualcuno che ritarda.

Entra Pasquale come una bomba, trafelato, col volto acceso, e non dice nulla; si siede senza aprir bocca.

Maria gli domanda cos’è stato.

— Ah!... dica un po’... se avesse da maritarsi... le spiacerebbe?

— Cosa?

— Se avesse da maritarsi...

Maria lo guarda sorpresa e si mette a ridere.

— Hai uno sposo pronto?

— Certo che l’ho...

— Bello?

Pasquale fa una smorfia.

— Non è bello, — esclama Maria. — È alto come me? Sai che io detesto gli uomini piccolini.

— Ma senta...

— Dunque è piccolo. Ha spirito almeno?

— Che so io? — risponde Pasquale un po’ infastidito.

— Non ha nemmeno spirito, ma mio povero Pasquale, a chi mi vuoi dar tu?

— Mi lasci parlare...

— Aspetta, indovino io chi è: il figlio dello speziale: è un pezzo che mi vuole. Non è lui?

— Signorina, non fo mica da burla io, — dice Pasquale in tono di rimprovero.

— Ah già, tu non burli mai! Ebbene, eccomi qua seria anch’io ad ascoltarti. Cos’è questo tuo pretendente?

La Maria si fa contegnosa davvero.

— È, secondo me... un buon partito... un partito conveniente... è molto ricco...

— Ah sì? — dice la contessina distratta.

— Insomma, è questo qua, lì da basso... alla cascina...

— Chi? — domanda Maria agitatissima.

— Il medichino...

— Oh!

— Me l’ha detto lui.

Maria spalanca gli occhi e diventa bianca come cera; vacilla, cade su d’una poltrona e rompe in un violento scoppio di pianto.

Pasquale la contempla meravigliato: non sa che dirsi.

— Non si affanni, per carità; se le spiace si dice di no, e tutto è finito... Egli è di quella razza maledetta... lo so, una volta la sua domanda sarebbe stata un affronto... Guai se l’avesse fatta alla contessa!...

Intanto s’è accostato a Maria, che singhiozza sempre e non può parlare.

— Però adesso, — continua Pasquale dopo una pausa, — adesso le cose sono cambiate... lei è sola, e alla sua età, nella sua condizione, una donna... non sta bene... Lei, certo, poteva desiderare di meglio assai... un nobile, un par suo... ma dove trovarlo adesso? a me mi pareva che lei potesse dir di sì... non fosse altro che per farla tenere a quell’orso di Giacomo. Eppoi almeno avrebbe finito tutti i fastidi... non avrebbe da pensar ad altro che a far la signora... Ma se non le va... non ci pensi più... faccia conto ch’io non abbia parlato... vado a mandarlo a spasso subito...

Egli si muove infatti per andare, ma la contessina si scuote ad un tratto, lo afferra per un braccio, lo tira a sè, gli lancia le braccia al collo, nella furia gli fa cadere la berretta, gli scompiglia i capegli grigi e grida:

— No, aspetta.

Pasquale è sbalordito. Essa fa inutili sforzi per parlare.

— Ma cos’ha? — dice Pasquale che comincia ad inquietarsi. — Non lo vuole? lo so.

Maria scuote il capo.

— Glielo dirò, ho capito.

— No, — esclama Maria.

— No cosa? non ho da dirglielo? E perchè? Bisogna che gli faccia una risposta... è fuori che aspetta.

— Ma sì...

— Dunque cosa dirgli?

— Sì...

— Dunque lo vuole?...

— Non hai capito ancora?... tu non capisci nulla...

— Ma lei le dice in un certo modo le cose...

— Ma va... va...

Pasquale la guarda temendo ch’ella sia impazzita, e ripete:

— Vado a dirgli di sì?

— Sei ancora lì?

— Eh non tema, non iscappa.

Quando è alla porta essa lo richiama indietro.

— Cosa t’ha detto, dimmi, bravo Pasqualone; parla... ci vuol poco a dire quello che t’ha detto... egli parla tanto bene! chissà che belle parole ti ha detto... e tu non me le ripeti... parla...

— Ma devo andare sì o no? Egli aspetta...

— Ah sì, va... me lo dirai dopo.

Pasquale è sempre stupito: egli stupisce di tutto... Esce in cerca di Giulio, senza troppo affrettarsi, mulinando e brontolando fra sè sulle stranezze della scena fattagli dalla contessina.

Giulio, che lo vede venire a quel modo, impallidisce e non ha coraggio di dare un passo per farsegli incontro.

— Ebbene?... — domanda con voce soffocata e tremante.

— Ebbene la contessina accetta.

— Davvero?

Anch’egli abbraccia Pasquale, che va di meraviglia in meraviglia.

— Davvero? — ripete il dottore, — e come ha detto?

Pasquale pensa fra sè: — anche questo qua vuol sapere come ha detto, — e poi con comodo risponde:

— Ha detto di sì, cosa doveva dire? E adesso vuol venir su con me per cominciar a discorrere?

— Adesso? io vo al castello...

— Vuol parlare a lei?

— Ma sicuro che voglio parlare a lei! — esclama Giulio con la ciera la più bella, la più raggiante del mondo.

E in furia, quasi di corsa s’avvia al castello. Pasquale gli vien dietro come può. Giulio sale a rotta di collo la scala, arriva all’uscio della camera dove sta la contessina e là si ferma come impietrito col bottone del battente fra le dita.

— Cosa fa adesso? — esclama Pasquale, entrando nella camera.

— Ecco qua il sor medichino, vuol parlare a lei.

Giulio si fa innanzi; Maria rimane seduta sulla poltrona e china il capo; egli la guarda intenerito. Pasquale si siede come al solito in un canto; ma vedendo che non parlano, crede abbiano soggezione di lui, ed esce dicendosi che al punto dove stanno le cose egli può senza pericolo ritirarsi.

Si ferma a piè della scala ad aspettare il dottore ch’egli si propone di non abbandonare finchè tutto non sia stabilito. Ma Giulio non si fa aspettar troppo; arriva dopo due minuti correndo con l’aria stravolta da una gioia ineffabile.

— To’, — pensa Pasquale, — avevano da parlarsi ed è già qui! non hanno avuto il tempo di dir nulla di nulla.

E la sua meraviglia è al colmo.

XIV.

La sera è venuta; Giacomo e Maurizio discorrono soli nel tinello, mentre Martina è in cucina ad allestire la cena. Cioè Maurizio parla sempre lui.

Egli è in vena d’umorismo; ha trovato un argomento di scherzi e di motteggi che pare inesauribile. Parla della contessina e nomina qualche volta anche il dottore.

Il vecchio domanda:

— Anche... oggi... mio nipote... è stato... lassù?

— Credo di sì... a farle il ben servito... Eh eh!... era allegro quando è tornato, proprio come un litigante che ha ottenuto sentenza in favore.

— Che non... si lasciasse... abbindolare... da quella... nobiluzza, — brontola Giacomo.

— Ah!...

— Anche sua madre... ti ricordi... aveva... dei pregiudizi... per quei del castello...

— Sì, ma il medichino... quello lì, l’ho allevato io!

E dopo una pausa, soggiunge ammiccando maliziosamente:

— Volete che ve la dica? noi abbiamo pensato a metter le mani sul pollaio, ed egli il medichino, sapete il galuppo...

— Eh!

— Ha voluto beccarsi la pollastrina... Ah! ah!

Il vecchio fa una smorfia schifosa e colla bocca aperta ride oscenamente di un riso secco, asmatico, stridulo.

— Ah! ah!... sghignazza Maurizio... ci lascerà qualche penna.

— Eh! Eh! Eh!

— E la cresta... la contessina...

Giulio arriva in quel punto, sente l’ultima parola. Manda fuori Maurizio con un qualche pretesto; chiude l’uscio a chiave e viene a sedersi presso il nonno.

— Maurizio vi discorreva della contessina?

— L’hai guarita... Eh! — Eh! Eh!

— Anch’io voglio parlarvi di lei.

— A me?...

— Maurizio l’ha diffidata a vostro nome di lasciare la casa entro tre giorni che scadono domani... lo sapete?

— Sicuro...

— Non sarebbe meglio nonno, che... ritiraste quell’ordine?

— Come?...

— Che ritiraste quell’ordine...

— Per... chè?...

— Perchè, mio caro nonno, vi fa del torto...

— Ah!

— Sì, vi fa del torto, e se voleste pensarci un pò con calma, sareste d’accordo con me.

— Per di... ana... io non fo che il mio diritto...

— Non sempre ciò che la legge tollera è ben fatto. Mi pare, nonno, sia sconveniente il trattare a questo modo quella giovinetta... che non ha più nessuno... che è sola, senza appoggio...

— Oh!... cosa... t’importa... a te?... Eh! la mia casa... non è un ricovero...

— Voi che bisogno avete adesso di quelle due povere stanze?...

— Vo... glio... trar... ne partito... voglio...

— La contessina non ci starebbe che poco tempo; non è proprio il caso, per qualche settimana, di farle scortesia...

— Ho... da... affittarle... io... le stanze...

— No, non dite così, non è per quel meschino interesse che voi... vi ostinate... ma per un altro motivo, è per puntiglio... per rancore... contro la famiglia della contessina...

— E... non avrei... ragione?... di rifarmi... contro... quei prepotenti?

— Quei prepotenti, come voi li chiamate, da gran tempo non sono più prepotenti... sono poveri morti... che non possono più far del male e neppure patirne... le nostre rappresaglie essi non le saprebbero mai; chi invece ne soffrirebbe, e certamente molto a torto, è una povera fanciulla... innocente, che non v’ha fatto mai nulla, che quasi non vi conosce.

Il vecchio col capo chino sul petto, aggrotta le ciglia canute in segno di malumore.

— Il vostro sdegno, — continua Giulio, — pesa già pur troppo su di lei; tutte le disgrazie che da sessant’anni sono venute a colpire la sua famiglia, si accumulano sul capo di quella buona creatura... Credetemi, non ci può essere gusto ad accrescere le sue umiliazioni, e invece ce n’è uno immenso a far una buona azione... Datemi retta, nonno, lasciatela tranquilla! Ritirate quell’ordine.

Giacomo scuote la testa con impazienza.

— Fatelo per compiacermi...

— No... no...

— Sentite, i suoi vecchi avranno certo avuto dei torti...

— Oh!...

— Sì, ve lo credo... ma lei, io la conosco, è degna di tutti i riguardi, è... buona... è...

— Sai... che... mi... secchi?...

— Vi domando così poco... contentatemi...

— No... no... no... oh!

Giulio si frena a stento.

— No? ma ditemi almeno il perchè... in nome di Dio...

— Perchè... voglio... così... basta!...

— Ebbene io vi dico che voi avete torto, che la vostra collera è ingiusta... esclama vivamente Giulio alzandosi dalla sedia e passeggiando a passi concitati per la stanza. — Voi volete ostinarvi a tormentare una povera creatura senza motivi o per motivi indegni di uno della vostra condizione... E sapete cosa si dirà?... si dirà che tutte le vostre collere passate furono come questa, ingiuste, crudeli senza ragione... che la causa della vostra famosa guerra contro il castello non è già stato un risentimento scusabile, ma bensì una sordida avarizia, una cupidigia sfrenata... Si dirà, e si dice già, sappiatelo, me lo si butta in faccia a me, vostro nipote che voglio potervi difendere, si dice che i signori del castello, voi non volevate che spogliarli con angherie, cavilli e peggio... e si dice che la nostra ricchezza non è pulita... e...

Giacomo allo scoppiare di questa sfuriata ha levato il capo, ha spinto fuori i suoi piccoli occhietti sull’orlo delle palpebre sanguigne: a questo punto frenetico di rabbia, poggiando le mani sui bracciali grida con voce rauca:

— Impertinente! birbo!...

Le sue membra irrigidite dallo sforzo, tremano convulse.

Giulio lo guarda spaurito; — si pente di essere andato troppo in là con parole, e non osa fiatare.

— Birbo! ripetè il vecchio, io ho lavorato novant’anni per metter insieme quello che ho... me lo sono guadagnato... capisci?

— Nonno, — dice sommessamente Giulio, — non ho detto per offendervi...

— Me lo sono guadagnato!...

— Non volevo che persuadervi a non fare una cosa che...

— Una cosa che voglio fare... Sono ancor io... il padrone qui... tu non sai ancora dov’hai i piedi... te lo dico io... e giusto perchè me ne vuoi imporre... se quella... stracciona... domani... non... esce... la... faccio... cacciare colla forza... vedrai!

Queste parole mettono nuovamente fuori dei gangheri la pazienza di Giulio, che dice a bassa voce con amarezza profonda:

— Debbo dirvi che quella che voi volete cacciare... è... la mia sposa!

— Ah!... lo... sapevo!... dice Giacomo ricadendo accasciato sul seggiolone.

Egli è stremato di forze, le sue labbra si agitano come per parlare; ma per lunga pezza non riescono a modulare alcun suono.

Un silenzio sinistro succede al diverbio tempestoso. Finalmente il vecchio si risolleva sulla persona e voltosi a Giulio gli dice con voce fioca e tremante di sdegno:

— Tieni... a mente... che... colei... là... la figlia della ciarlatana non entrerà... qui dentro...

— Sta bene; non entrerà...

— Guai! se viene...

Giulio rivolge uno sguardo di dolorosa compassione al vecchio ed esce precipitosamente.

— Non vada fuori che la cena è pronta, gli grida dietro la Martina.

XV.

Quella stessa notte Maria usciva dal castello accompagnata da Giulio e da Pasquale, e veniva ad abitare in casa di quest’ultimo.

Nei tre giorni successivi Pasquale, d’accordo col pievano, allestisce ogni cosa per le nozze con quella segretezza tutta propria dei contadini, che non ammette confidenti inutili.

Giulio ha intenzione di far presto e quetamente, e si fanno perciò venire alla curia tutte le dispense necessarie.

La sera del terzo giorno mentre Pasquale è alla parrocchia per le ultime disposizioni, la moglie imbandisce ai due fidanzati, che devono partir subito dopo la cerimonia, un boccone di cena.

Ma Giulio e Maria non hanno voglia di nulla; seduti uno in faccia all’altro aspettano trepidanti il momento solenne.

La sposa ha per tutta gala il suo modesto abito di lana grigia, il suo unico abito di tutti i giorni; non ha alcun ornamento fuorchè un leggero rossore che avviva il pallore del suo caro visino e un timido sorriso che non sa decidersi a venir fuori, e socchiude peritoso le labbra.

Finalmente sul tardi, verso le dieci, Pasquale ritorna ad annunziare che tutto è pronto.

S’avviano tutti e tre attraversando in silenzio il villaggio ed entrano in chiesa per la porticina del coro dove sta aspettandoli il sacrestano. La cerimonia deve celebrarsi nella prima cappella a destra dell’altare; quivi sta il banco privato della famiglia di lei che per quell’occasione hanno parato di un ricco drappo di seta a frange d’oro.

Giulio vi conduce Maria. Ella s’inginocchia al posto dove per dieci anni è venuta tutte le feste colla nonna a sentir la messa. Mentre s’attende il pievano, che è in sacrestia a vestirsi, essa china il capo fra le palme e in un baleno le passano attraverso lo spirito tutti i pensieri di quegli anni tristi e dolorosi; e parle risentire accanto a lei la tosse secca della povera nonna. Alza vivamente la testa e vede al suo fianco Giulio che la guarda amorosamente.

Il pievano arriva in quel mentre e comincia la celebrazione; non assistono altri testimoni fuorchè Pasquale ed il sagrestano.

Dopo le preghiere, il sacerdote fa le domande sacramentali. Giulio risponde colla fronte alta e con accento breve e fermo; la sposa pronunzia il suo sì più col cuore che colle labbra, con un sospiro, arrossendo e chinando gli occhi.

Quanta diversità fra quelle due teste! — Quella di Giulio bruna, barbuta, dai lineamenti un po’ duri, coi capelli corti, neri, indocili, ricorda l’origine umile della famiglia, mostra la perseveranza, la forza di proposito della gente nuova. Quella di Maria, bionda, pallida, delicata, ha tutte le grazie, le finezze, il languore dell’aristocrazia, si china verso lo sposo come in cerca di un sostegno.

Lo sposo mette l’anello, le due destre si impalmano: quella di Giulio stringe la manina breve e morbida della sposa e la tiene salda, sollevata sopra il davanzale dell’inginocchiatoio.

È lui, il discendente dei servi della gleba, che porge la mano alla figlia dei signori, dei padroni!...

Il pievano benedicendo dice a chiara voce:

— Conjungo vos... — parole semplici e solenni che congiungono davvero, in nome di Dio, quelle due esistenze che gli umani rancori volevano separare, che proclamano l’eguaglianza di quelle due creature, celebrano la pace fra due razze divise da così profondo abisso di odio e di disprezzo, da tante ingiurie ed offese e vendette, e cancellano ad un tratto un passato doloroso e colpevole. Generazioni infinite hanno lavorato per accumulare del male su quelle due teste, hanno elevato fra esse, a forza d’ingegno e di livore, degli ostacoli che parevano insormontabili, eppure una sola parola annichila quella triste eredità di avversione, disperde le finzioni, i pregiudizi, le superbie di tanti secoli!

Dopo la cerimonia gli sposi si fermano un momento alla casa di Pasquale, e subito poi ne escono per partire. Una vettura li attende nella valle per condurli ad Asti. Pasquale li accompagna.

Passando innanzi alla cascina, Giulio volge uno sguardo di rammarico alla sua porta, dove non è entrato da tre giorni, e dice a Pasquale indicandogliela:

— Ricordatevi di scrivermi tutto ciò che accade lì dentro.

XVI.

Pasquale obbedì, ma a modo suo, con tutte le restrizioni possibili, a questo desiderio del dottore.

Gli scriveva immancabilmente tutte le settimane, al mercoledì, per mezzo del cavallaro; riassumeva ciò che poteva interessare gli sposi in paese in poche frasi laconiche, infilate l’una dopo l’altra senza scrupolo di punteggiatura, e terminava sempre: del resto nulla di nuovo. Quando Giulio, non pago di questa frase troppo generica, gli chiedeva espressamente notizie della cascina e del nonno, egli rispondeva ancora: nulla di nuovo — senz’altro. E non se ne poteva cavare di più.

Giulio s’era provato di scrivere al nonno egli stesso: nessuna risposta.

Dopo sei mesi Maurizio venne a Torino; cercò di lui; con quella sua famigliarità protettrice gli disse che egli aveva fatto di tutto per piegare il vecchio Giacomo a suo favore e promise di rinnovare gli sforzi. Poi gli scrisse di quando in quando, ma tutte le sue lettere, attese con ansietà sempre maggiore, recavano a Giulio la stessa delusione. Il vecchio era inflessibile.

Passarono tre anni. Il cuore decrepito del Bellardi custodì la sua collera come per mezzo secolo aveva custodito l’odio contro gli Ormeto.

Un giorno Pasquale scrisse al dottore: «Se vuol venire, venga, laggiù non si sta bene.»

Giulio accorse ad Ormeto con Maria, che volle seguirlo.

Alla cascina nessuno li aspettava.

Entrano nel tinello. È di sera, — l’ora della cena, — ma non c’è che Maurizio, il quale nel vederli mette un’esclamazione.

— Mio nonno?... — chiede Giulio con voce soffocata.

— Eh! è un benedetto uomo, non vuol intendere la ragione.

Colui non può parlare senza quella smorfia beffarda, quel ghigno maledetto.

— Non rider così, perdio! — grida Giulio. — Mio nonno... dov’è?... è... malato?

— Non lo sa?

Giulio corre alla stanza del vecchio, ch’è lì accanto, al pianterreno.

Giacomo è a letto, ha gli occhi chiusi, pare assopito, il suo volto ha una rigidità sinistra... Martina è in piedi al capezzale.

Essa vede Giulio e gli fa cenno di tacere. Giulio cade sopra una sedia e resta immobile, atterrito.

Dopo un quarto d’ora il vecchio apre gli occhi; Giulio gli viene accanto, gli prende senza parlare il polso.

Il vecchio non sembra riconoscerlo.

— Guardate, è Giulio.

— Ah!... — brontola Giacomo.

— Nonno! — dice sommessamente Giulio.

Il vecchio non risponde.

— È Giulio, — ripete Martina, — è vostro nipote, non vedete?...

— No...

Poi Giacomo scuote leggermente il capo e mormora:

— No... mio... nipote... è... con quella stracciona, la figlia... della ciarlatana...

E resta a bocca aperta.

Un gemito fa voltar Giulio dalla parte della porta. Maria è là tremante contro lo stipite; essa l’ha seguito, ha udito tutto. Pasquale è dietro di lei nel vano dell’uscio.

Giulio accorre e gli dice:

— Menatela via, menatela via!

Pasquale obbedisce e porta la contessina, quasi di peso, nel tinello e l’adagia sopra una ricca poltrona. È la poltrona del salotto ottagonale, che Giacomo tre anni prima ha fatta recare per sè dal castello.

La povera Maria è mezzo svenuta e mormora:

— Mio Dio, che brutte cose!... — E singhiozza ed abbrividisce.

Dopo mezz’ora entra Giulio barcollante, col viso disfatto: le corre vicino, l’abbraccia stretto e rimane un po’ angosciato senza parlare, poi dice sottovoce:

— Perdonagli, il povero nonno non è più...

XVII.

Sono corsi parecchi anni, nei quali il castello è rimasto chiuso; l’erba è cresciuta folta intorno, fra le screpolature dei muri, fin sulla soglia della porta e sul davanzale delle finestre.

Ma un bel mattino di settembre quella porta e quelle finestre si aprono, e un torrente d’aria e di luce invade le stanze malinconiche.

Sul verone del salotto ottagonale un signore ed una dama, appoggiati alla ringhiera, discorrono tranquillamente e contemplano commossi il paesaggio. Le ondulazioni delle colline, l’orizzonte sono pieni di splendore, di colore e di trasparenze; di fronte a destra è un poggetto verde con una piccola cappella nel mezzo. È il cimitero del villaggio. Sotto la gronda della chiesuola contro il muro, due croci vicine segnano due fosse scavate nello stesso anno.

La dama guarda con amore quelle due croci lungamente, poi dice al compagno:

— È curioso, sai, stanotte mi sono addormentata coll’animo pieno del viaggio di stamane, ed ho fatto un sogno: mi pareva d’essere qui, e c’eri anche tu seduto accanto a me, e là sul canapè stava la nonna, e... poi nella poltrona c’era un altro, indovina? tuo nonno!

— Ah!

— Sì, e sembravamo tutti tranquilli, lieti, e si discorreva noi due insieme, e i nonni fra loro.

— Era proprio un bel sogno! — dice mestamente il signore.

La dama china la testa contro quella di lui, lo bacia e dice:

— No... almeno una parte è vera... e il resto... chissà!... io credo ai sogni.

Due bambini saltano per il salotto giocando e mandando giulivi gridolini di festa; e s’arrampicano sulle sedie e si specchiano colle testoline curiose l’una accanto all’altra. Poi il più piccolino mostra all’altro uno dei ghiribizzi che sta sopra una porta, una specie di drago che ha perduta la doratura ed è diventato nero come fuligine, — e dice con sbigottimento mezzo finto e mezzo vero:

— Guarda là, cos’è?

E il più grandicello, alzando il dito in atto di ammonimento, risponde:

— Zitto, è la befana.

Il povero drago ha la bocca spalancata come ad una risata enorme che lo spacca pel mezzo; egli pare tutto contento d’esser stato, una volta almeno, terribile.

Pasquale è là sull’uscio e non osa entrare; finalmente Giulio e Maria lo vedono e gli saltano al collo e gliene fanno di tutti i colori.

— E, senti, — gli dice alla fine Giulio, — se non vuoi che il tuo arboscello faccia pere-cotogne, innestalo.

FINE.

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