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Tenda e castello

Front matter (continued 2)

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Scoccava dal viso, dai modi di Luscià una provocazione al disordine strana, involontaria.

Ella poteva dire colla frase evangelica: — sento che una certa virtù è uscita dalla mia persona. — Però gli effetti erano tutt’altro che salutari.

Tutte le domeniche il cappellano diceva la messa nell’oratorio del castello; ma Luscià preferiva lo svago della messa grande alla parrochia del paese.

L’arciprete, decrepito e acciaccoso lasciava quella massima fatica al suo vicecurato, un giovine venuto da poco, smilzo, trasparente come una candela, timido, che balbutiva un poco.

Quando si voltava a dire il Dominus vobiscum, arrossiva e non guardava in faccia a nessuno.

Ma la prima volta che Luscià venne alla messa, una forza prepotente lo costrinse a levar gli occhi... e... Do... vi... Dobi..., restò in asso colle braccia aperte.

Luscià lo fissava seria seria e contegnosa; solo una fine ironia, un’aria quasi impercettibile di beffa trapelava dal suo volto.

Una risata repressa serpeggiò, singhiozzò per la chiesa; il vicecurato non salutò quel giorno i fedeli...

XVI.

Il conte cominciava a soffrire uno strano malessere, non sapeva bene che cosa, un sentimento di vuoto, di morale solitudine.

Luscià non mostrava alcuna confidenza per lui.

Aveva tutte le docilità servili, le compiacenze supine, le tenerezze convenzionali della schiava favorita. Ubbidiva alla sua volontà, subiva i suoi desideri, non li preveniva.

Chiamata, accorreva pronta e premurosa, rimaneva passiva al suo fianco, senza impazienza, con una sommessione perfetta, irreprensibile.

Ma, egli l’aveva notato con dolore, non veniva mai, spontaneamente, a cercarlo. Se qualche volta gli si avvicinava, era per chiedergli qualche cosa; le sue carezze non erano allora che la diplomazia dei suoi capricci; questi soddisfatti, cessavano.

Spesse volte, dopo una scena di suppliche, di preghiere, quando egli cominciava ad illudersi, a vedere in quel fuoco artifiziale di moine una scintilla di affetto vero, Luscià, allontanandosi improvvisamente, fredda, impassibile, lo lasciava profondamente mortificato. La sua arrendevolezza di gentiluomo rendeva anche meno frequenti queste illusioni; nè egli era uomo da valersene consciamente.

Accordava sempre tutto; l’idea di esigere un compenso lo avrebbe stomacato.

Fra loro non c’era stato punto vero di contatto che il sollazzo dei primi giorni a cui ella aveva, senza saperlo, trascinato il marito inconscio; scomparso questo, il loro allontanamento si approfondiva.

Il fatto è che quella baraonda, quello sfogo tutto fisico, rumoroso, chiassoso, non poteva bastare ad Emanuele. E nella severa casa de’ suoi avi non poteva neppure piacergli.

Ristabilito l’equilibrio nel suo animo, le facoltà più nobili avevano ripreso il sopravvento. Svaporata la foga tardiva di un’adolescenza repressa, sedato l’orgasmo dei sensi, svanito il fascino femminile, il cuore cercò la donna.

E la donna restò un mistero.

Come l’antico scultore, egli si sforzava di ravvivare un’immagine, ma invano.

Quando si trovavano soli a passeggiare nei boschi, nella solitudine del parco; quando, alzandosi da mensa, nel silenzio grave, voluttuoso dell’ore meridiane, Luscià veniva, con la grazia di un cagnolino domesticato, ad accoccolarsi, pigra e sonnolente, sulle sue ginocchia, egli aveva ancora degli slanci di vivacità, delle smanie; la copriva qualche volta di baci furiosi, le scompigliava i capelli, vi tuffava la fronte riarsa, s’inebbriava del suo sorriso, del suo profumo. Ma non era più la gaia spensieratezza facile e poco esigente d’una volta; i suoi trasporti avevano qualcosa di più violento, di più profondo, di più tormentoso. Erano i dubbi, le inquietudini, le curiosità dolorose, gli sgomenti delle sue riflessioni solitarie, delle sue veglie, era tutto il suo cuore straziato, che irrompevano in quelle carezze, che picchiavano con queste smanie, per farsi strada nel cuore di lei, e che pur rimaneva fredda, impenetrabile.

Perchè egli l’amava perdutamente, infinitamente.

L’ideale della prima simpatia, passando per il fascino de’ sensi, gli era penetrato nelle carni, nel cuore, nello spirito, e vi aveva suscitata una di quelle passioni terribili, violenti come le tempeste, che commovono i laghi profondi e dormenti delle montagne. Una passione che aveva tutto l’impeto del desiderio, tutta la forza del sentimento, tutte le pretese infinite dell’ideale, che avrebbe voluto sollevare la donna amata fino all’adorazione, e, non potendo, discendeva con lei fino nel fango dei sensi, cercandovi oblìo di sè stesso e trovando tormento, umiliazione.

Certe volte egli, esasperato, stringeva Luscià fra le sue braccia, metteva il suo labbro ardente sovra quelle di lei fresche e profumate, la sua fronte corrugata e accesa su quella di lei bianca, marmorea, figgeva gli occhi allucinati nei suoi; il suo petto ansante batteva contro quello di lei. Diceva: — Se il sospiro di un sentimento, se la scintilla di un pensiero scatterà dal suo cuore, — io lo sentirò, sarà mio.

Ella di solito s’addormentava.

Allora lo prendeva un acuto dolore, poi un grave sconforto, una nausea profonda; — le braccia gli cadevano penzoloni; sentiva un peso molesto, una ripugnanza per quel corpo inerte. Talvolta la tortura era tanto insopportabile, ch’egli era costretto a svegliarla. Luscià si alzava, fregandosi le palpebre; non si lagnava, scivolava a terra leggera e s’allontanava.

Emanuele la richiamava, — ella ubbidiva, tornava presso di lui, gli chiedeva quetamente:

— Che vuoi?

— Non comprendi? le rispondeva con voce tremante.

Ella lo guardava muta, riflessiva.

Dopo alcuni minuti di silenzio:

— Vado, diceva, — e se ne andava.

Egli la lasciava andare — e si ritirava nella sua camera coi nervi in sussulto.

La sua mente si perdeva, avea degli accessi di superstizione. Si chiedeva per qual sortilegio fatale i loro spiriti non riuscivano a intendersi, ad affiatarsi nella stretta intimità della loro vita. — Ella m’appartiene, sclamava, con tutta la sua persona, con tutta la sua volontà; non un suo sguardo mi sfugge, non un respiro; ella ride, dorme fra le mie braccia, posso contare tutte le sue pulsazioni; ella è veramente ossa delle mie ossa, carne della mia carne, — eppure ella non è mia: si è mai visto, si può spiegare l’accordo di un così completo abbandono e di una così completa indipendenza? La sua persona non ha segreti per me, eppure io non vedo nel suo spirito più di quello che veda nel cuore il mio cavallo.

Ma era molto peggio. Si poteva dubitare che il cavallo avesse una coscienza propria, indipendente dalle sensazioni esteriori.

Invece in Luscià c’era, senza dubbio alcuno, un mondo morale ignoto a lui, incomprensibile, senza punto d’incontro col suo.

Guardando negli occhi di Luscià, in quei suoi sguardi fissi, quando era queta e immobile, si sentiva davanti a un abisso tenebroso, che gli dava delle vertigini.

Egli aveva allora quasi paura di quell’essere ignoto che non lo capiva e ch’egli non riusciva a capire.

Quando si recava da lei, appressandosi alla camera, la sentiva parlare con Nad nel proprio dialetto, — non pareva più quella: — si fermava alla porta ad ascoltarla, — tratteneva il fiato, — non capiva nulla; — ma sentiva nel suo cicalio degli accenti teneri, profondi, affettuosi, ora soavi, ora impetuosi, quasi violenti; era la sua anima che parlava allora, — era il suo cuore che tripudiava, — che soffriva. — Perchè? — chissà!

Appena egli entrava, il miraggio spariva: la sua fronte s’appianava, i suoi lineamenti si quetavano, la commozione si celava rapidamente, il sentimento dileguava in un baleno, l’ultima lagrima cadeva, gli occhi rimanevano asciutti, e sulle sue labbra, sulla sua fronte, sul suo volto tutto quanto si atteggiava prontamente il sorriso freddo, servile, odioso, che non diceva nulla e nascondeva tutto: una maschera.

Ella aveva dunque delle gioie, dei dolori che a lui non era dato conoscere.

Ma quali? Ci pensava e ci si smarriva.

Quando era con lui ed egli cercava scrutarla, ella non mostrava tema e neppur diffidenza, — ma solo una ingenuità illimitata.

Un giorno che l’aveva intesa piangere angosciosamente, egli la prese in disparte, — uscirono insieme per la campagna: egli si trovava più ad agio con Luscià fuori che non fra le mura del castello, dove pareva i ricordi, le abitudini, le convenienze si frapponessero fra loro due. — Presero il sentiero della fontana e discesero nella valle.

Camminavano sopra un tappeto fitto di foglie di pioppo. Luscià coglieva nei prati dei gigli freddolini d’un violetto vivace: ma appena li aveva messi in seno avvizzivano, ed ella li buttava.

L’autunno spargeva per la campagna le sue tinte calde, tutti i toni dalla porpora intensa delle lacche al rancio vermiglio del carmino, al giallo, all’oro lucente.

Emanuele guardava quella falsa pompa di vita nella natura morente; credeva leggervi la condanna della sua gioventù in ritardo. Era triste, rimpiangeva la malinconica severità della vita solitaria di una volta.

Luscià era del solito umore, senza la minima traccia di una commozione. Ad intervalli si accostava al marito e gli parlava dei suoi gusti di fanciulla viziata, della veste ch’ella voleva farsi, chiedendogli il suo consiglio sopra una quantità di particolari nuovi che ella aveva pensato.

Repentinamente egli le disse:

— Luscià, tu non hai confidenza in me.

E soggiunse prendendole il braccio:

— Tu non mi dici mai il tuo pensiero: hai dei dispiaceri e me li nascondi...

— Io... no...

— Stamattina tu hai pianto, io t’ho sentita, — perchè?

Ella tacque.

— Dimmelo, — perchè piangevi?

— Non ricordo...

— Qualcuno ti ha offesa, afflitta...

— No, no, rispose Luscià crollando vivamente il capo.

— Dunque?... ti sentivi forse male...

— Sì, mi sentivo male.

— E non mi dici nulla! — e cosa ti sentivi?

— Non so, — ora è passato...

— Vedi, ripetè Emanuele, l’ho detto, tu non hai confidenza in me che ti voglio tanto bene, in me che penso continuamente a te, che non ho segreto per te, che farei non so cosa per vederti contenta! — Ma tu non sai ch’io ti voglio bene, non te ne importa nulla, perchè sei cattiva, perchè non hai cuore.

Luscià camminava a testa china al suo fianco.

— Senti; — Emanuele si fermò; — senti, puoi tu lagnarti di me, lo puoi?

— No...

— Dunque, perchè mi neghi ciò ch’io ti domando? è così poco... parla... dimmi...

— Che cosa?

— Orbene, farò anch’io così, non ti parlerò più, non ti dirò più nulla... non mi vedrai più, sclamò il conte amaramente.

Ma la minaccia non fu più efficace delle suppliche: Luscià rimase silenziosa.

Più tardi, il conte interrogò Nad. Ella gli disse che Luscià le aveva mancato di rispetto; che, per questo, ella l’aveva sgridata e fatta piangere.

Emanuele fece un umiliante confronto: egli con tutte le sue parole, i suoi scongiuri non era riuscito neppur a commuoverla. Appena l’aveva lasciato, Luscià era salita tranquillamente nella sua camera, aveva tirato fuori un mucchio di nastri e aveva fabbricato un visibilio di nodi per guarnirne una tunica che l’era arrivata da Torino quella stessa mattina.

Fra le mille ipotesi che la stranezza del suo caso gl’ispirava, il conte pensò che causa della freddezza di Luscià fosse la diversità del suo linguaggio nazionale: s’ella potesse parlare con lui la lingua nella quale il suo cuore s’era dischiuso ai primi affetti della vita, la lingua che parlava con Nad in quei momenti di abbandono di cui egli era stato tanto geloso, forse sarebbe più espansiva, più confidente anche con lui.

E pregò la sua sposa d’insegnargli il suo gergo indostanico; si fece a sua volta discepolo di lei, un discepolo attento, zelante, docilissimo, instancabile; il suo cuore aiutò nello sforzo la sua mente. Per alcune settimane non ebbe altro pensiero; la sua intelligenza non cessava un minuto dal frugare nelle strane parole zingaresche per scoprirvi il pensiero, il sentimento, l’anima tanto desiderata della sua Luscià.

Ma ad un tratto s’imbattè in una desolante conclusione.

Luscià aveva acconsentito di buon grado ad accontentarlo; ma non gl’insegnava che parole di cose comuni, tutte materiali: quando egli le chiedeva l’equivalente di un’espressione di affetto o di pensiero, si fermava interdetta, non comprendeva, non sapeva cosa rispondere.

Un dì gl’insegnò che l’amore si chiamava koba gamaben, e per commento gli mise le braccia al collo baciandolo sulle labbra freddamente. Poi gli chiese se egli voleva kelen, divertirsi!

Questa parola fu un lampo sinistro per Emanuele. Gli parve intravedere un abisso spaventevole di corruzione...

Il conte si persuase che anche questo mezzo non giovava a nulla; il discorso di Luscià non diventava punto più elevato, e invece, per la scarsità e materialità delle parole, si abbassava infinitamente il suo.

Gli nascondeva ella la parte migliore del suo linguaggio, come gli celava il suo cuore? Egli non lo seppe mai, — nulla poteva fargli supporre in lei un proposito, un rifiuto deliberato; — quando alle sue insistenze per avere una versione ella rispondeva: — non so, — il suo volto pigliava l’aria della più sincera, della più candida ignoranza.

Ma il conte non poteva persuadersi che lo spirito fosse così scarso, così rudimentale sotto quella bella fronte pensosa, in quegli occhi profondi. Egli si paragonava a Faust, e si crucciava di non potersi far comprendere da quella Margherita viva e vera.

Sentiva talvolta per lei quella ripugnanza di stanchezza che si sente per la materia ribelle di un lavoro sfortunato. L’evitava allora, la sfuggiva; un vero scoramento gli rabbuiava lo spirito. Poi colla riflessione tornava il suo buon naturale, un raggio di serenità squarciava la caligine della disperazione; l’indulgenza lo ravvicinava a lei, gliela mostrava buona, innocente, ingenua. E per due o tre giorni egli ridiventava fiducioso, tenero, per ricadere daccapo nell’accasciamento. Ma gli impeti erano sempre più lunghi e gli intervalli sempre più radi.

XVII.

Verso il fine di ottobre Emanuele si ammalò di una specie di tifoidea, che altra volta l’aveva preso in seguito a soverchia tensione di spirito.

Una sonnolenza febbrile lo teneva per parecchi giorni immobile, in uno sbalordimento pesante; le immagini, le percezioni passavano confuse sul suo cervello come una visione sbiadita.

Una fantasia lo tormentava: era una principessa rinchiusa in una torre dalla gelosia di un castellano. Egli ne udiva i lamenti, le malinconiche canzoni: — riconosceva la voce di Luscià. E poi s’immaginava d’essere il tiranno; sognava misteriosi tentativi di fuga, minaccie, pericoli: sognava di perderla, gliel’avevano tolta. E soffriva volta a volta del dolore di lei e delle gelosie dell’inumano carceriere.

Dopo una crisi violenta la febbre cessò; svegliandosi un mattino vide Aurelia che dormiva in una poltrona al capezzale. L’alba trapelava dalle commessure delle imposte.

La vecchia governante, appena saputo del suo male, era salita al castello a farvi valere i propri diritti, — che nessuno si curò di contestarle. Trovato vuoto il suo antico posto d’infermiera, ci si era installata e non l’aveva abbandonato un minuto.

Il giorno saliva; il conte si guardava intorno come per cercare qualcuno. Chiudeva gli occhi, li riapriva, si voltava.

Tra le imposte il filo scialbo del crepuscolo si mutava in lucido nastro d’argento, poi d’oro, poi rancio, poi color di rosa, poi di rubino.

L’impazienza del conte cresceva. Guardava alla porta.

Una larga lista di fuoco scendeva contro al muro sul letto. Il sole doveva essere alto, poichè aveva superate le quercie del parco.

Aurelia si riscosse, lo guardò, e fe’ un’esclamazione di gioia:

— Oh benedetta la Madonna! lei sta meglio.

Il conte fe’ cenno distrattamente di sì.

— Mi perdoni, sor contino, soggiunse Aurelia, la libertà che mi ho presa; ma l’altre volte ero qui, e lo curavo, — non ho potuto resistere.

Il conte la guardò, parve ricordarsi di qualche cosa, — trasse la mano e gliela porse.

Aurelia, riconoscente, commossa, si profuse in ringraziamenti, in ricordi, in paragoni col tempo d’una volta.

Il conte l’interruppe:

— Che ore sono?

Aurelia guardò l’orologio.

— Come! sono le nove: ho dunque dormito ed anche lei; — le ho dato la medicina che erano appena le tre. Oh pigraccia che sono!

— Hai passata qui la notte?

— Sì.

— Sola? aggiunse il conte a mezza voce.

— Sola...

Il conte parve riaddormentarsi.

Capitò il medico, s’accostò al letto in punta di piedi, lo guardò, — parlò ad Aurelia.

— Lasciamolo dormire.

Poi sulla porta:

— Ha chiesto di...

E fe’ un cenno col pollice sopra la spalla.

— No, rispose la governante.

— Meglio, meglio...

Il conte domandò poco dopo:

— Che ore sono?

— Le dieci.

Rinchiudeva gli occhi; poco dopo li apriva per ripetere la stessa domanda.

Il tempo andava lento.

Venne il mezzodì, la una, le due.

Una viva ansietà cominciava a trapelargli dal viso.

— La contessa? chiese finalmente.

— Non so, — sarà nel suo appartamento.

— È malata?

— Non credo, perchè esce tutti i giorni in carrozza colla vecchia, disse Aurelia, che un resto di rancore rendeva imprudente.

Il conte non disse nulla, — si voltò verso il il muro.

Dopo mezz’ora, senza volgersi, domandò quanti giorni erano ch’egli stava in letto.

— Dalla domenica, rispose Aurelia, — sette giorni!

Il conte non disse più nulla fino a sera.

Quando Aurelia al cader della notte accese la lampada da veglia, si volse, e con affettuosa premura le disse di recarsi a riposare.

Ella non voleva, — ma il conte tenne fermo, insistette, usò della sua autorità, — bisognò obbedirgli.

Uscita che fu, egli chiamò la cameriera, e la mandò a pregare la contessa di passare da lui.

Luscià fu pronta a venire; entrò franca senza l’ombra di un rammarico o di un rincrescimento: era tranquillissima. S’appressò al letto; rimase là ritta ad attender che parlasse.

Il conte le fe’ cenno di sedere.

— Perchè non sei mai venuta?

La sua voce era velata per la commozione.

— Non mi hai chiamata, ripose ingenuamente.

Il conte riprese ironico:

— Così io poteva anche morire che tu non ti saresti incomodata...

Luscià parve riflettere a questa strana possibilità che per la prima volta le si presentava alla mente: una nube leggiera di pensiero attraversò fugace la sua fronte: i suoi lineamenti si tesero come per trattenerla, poi, come spossati dallo sforzo, si allentarono in una dolce stanchezza.

Giocherellava colle ciocche de’ suoi capelli sciolti, li annodava sotto il mento, li passava sulla fronte, li architettava in cento foggie diverse.

Dopo un lungo silenzio Emanuele le dimandò:

— Dunque non hai nulla da dirmi?

Luscià si raccolse, — fe’ cenno di no.

— T’annoi? puoi andartene.

Ella s’alzò, e, serena, calma com’era venuta, si avviò verso l’uscio.

Emanuele non potè trattenere un’esclamazione dolorosa:

— Luscià!

Ella si volse, tornò al suo fianco.

— Non te ne importa dunque nulla di me, egli disse fra il severo e il lamentevole; proprio nulla... te ne vai così!...

— Tu mi mandi via...

— Oh Dio, non comprendi dunque, non comprendi...?

Emanuele le scoteva con forza le mani.

— Vuoi ch’io resti? disse ella placidamente.

— Non voglio io, non voglio mai nulla, lo sai; — ma se tu volessi... se tu volessi, capisci...

Il medico sopraggiunse in quel punto.

— L’abbiamo passata; ella sta meglio, signor conte, un po’ meglio, disse, ma ci vuol calma, una gran calma.

E voltosi a Luscià, come allora la vedesse, le fe’ un inchino frettoloso.

Trasse un piccolo pacco da tasca.

— Le ho portato questo, che le procurerà una buona nottata. Dov’è Aurelia, che le dia le istruzioni?

— Dia qui, resto io, stanotte, disse Luscià.

Il medico la guardò meravigliato.

— Bene, signora contessa, ogni ora e mezza una di queste cartine in un cucchiaio d’acqua; del resto la solita limonata — e calma!

Luscià ammanì la prima pozione, la diede al marito e riprese il suo posto; trasse le gambe sulla poltrona, vi si raggomitolò dentro.

Le tranquille opere dei servi cessavano a poco a poco: un lieve rumore di pedate riguardose, un sommesso bisbiglio saliva le scale, si perdeva nei meandri dei piani superiori, qualche lieve cigolare di vecchie porte sugli arpioni arrugginiti, qualche eco indistinta e morente, — poi il castello si addormentava nel silenzio vasto della campagna.

Luscià socchiudeva le palpebre, si crogiolava fra il sonno e la veglia, in quel sopore conscio, volontario della pigrizia che ci si sente e ci si gode: il sopore dei servi, degl’infermieri, delle sentinelle; nel quale il corpo dorme, e lo spirito, raccogliendovisi, lascia una leggera percezione, un piccolo lume d’intelletto a guardia del suo riposo.

Luscià restava immobile finchè al pendolo del caminetto batteva l’ora della pozione d’Emanuele. Allora si moveva, svolgeva lentamente le molli curve della sua persona, si strofinava gli occhi, il viso, stendeva le gambette sottili, le lisciava con felina delizia passando le manine sopra la seta delle calze, le calava a terra l’una e poi l’altra, cercava colla punta del piede breve, arcuato, la pianellina di raso bianco. Si rizzava, si accostava al letto con un dondolio pieno di grazia. Compiuto il suo ufficio, tornava prontamente a rifugiarsi nella sua nicchia morbida e tepida di velluto turchino, nel cui abbracciamento la sua personcina pareva un gioiello nella busta.

Ricuperava la sua posa, la testa leggermente ripiegata, la persona curva sopra un fianco, le mani intrecciate sopra un ginocchio; la veste di casimiro bianco a palme si apriva un po’ sul petto, e lasciava scorgere le trine candide della camiciuola e il principio del seno.

Il lume della lucerna velata la circondava di penombre rosee, di trasparenze alabastrine tremolanti come un’onda diafana e sottile.

Sotto il candore brunito delle gote era soffuso un leggero incarnatino.

Emanuele non ne staccava l’occhio un minuto. Sul suo volto, acceso dalla febbre, guizzavano baleni di passione, di tenerezza, di affanno, di dispetto, di collera.

Una volta egli la trattenne.

Ella non fe’ resistenza; abbandonò sul suo petto la flessuosa persona. Socchiuse gli occhi, — riposava nell’aria densa della camera, fra le braccia convulse di lui, fresca fresca come sopra un tappeto di fiori. Sorrideva.

Egli singhiozzava, rabbrividiva.

Ad un tratto ebbe un sussulto sì forte, che ella si riscosse bruscamente.

Emanuele levò le mani verso di lei:

— Oh Luscià!...

Ella si curvò con un po’ di diffidenza e gli baciucchiò le labbra ardenti.

Egli la respinse.

Luscià si alzò tranquilla e si scostò.

Allora Emanuele si lanciò verso di lei, l’avvinghiò colle braccia, se la tirò contro il seno.

— Non sono i tuoi baci ch’io voglio, quei tuoi baci freddi, forzati, — è il tuo cuore, sono i tuoi pensieri, bisogna ch’io sappia se tu mi ami o mi disprezzi...

E la scoteva fortemente.

— Tu sei tranquilla mentre io soffro, tu stai otto giorni senza chiedere di me, tu sorridi quando piango — e poi mi baci — perchè mi baci?... dimmelo, perchè mi baci?... le carezze si danno quando si vuol bene — ora io ti sono increscioso. Guarda, meglio che tu Io dica, già io lo veggo... che ti sono increscioso...

Ella taceva.

Emanuele attendeva ansioso una risposta, desiderava di essere contraddetto, — di potersi illudere.

Le gridava con voce soffocata:

— Parla, parla...

Le stringeva convulsivamente le braccia, la premeva delirante sul petto. Le faceva male.

Ella non si lagnava, non si schermiva — lasciava fare silenziosa, impassibile.

Era l’alba; la lucerna impallidiva: l’aria si faceva più pesante; una subitanea stanchezza sottentrava al parossismo. Emanuele ricadeva spossato sui guanciali. Un freddo sudore gli gocciolava dalla fronte.

Lagrimava, gemeva, si assopiva domandandole perdono, con la profonda codardia dell’innamorato.

Quando si risvegliò egli credette d’aver sognato: Luscià era queta, calma al suo posto. Un fil di sole le carezzava le crespe dei capelli.

La chiamò a sè, le sorrise, le baciò le mani, le fe’ un mondo di tenerezze, le disse che si sentiva meglio, ch’ella lo aveva guarito...

Per parecchi giorni, finchè Emanuele non cominciò ad alzarsi, ella non uscì dalla camera.

Ogni donna, specialmente nelle razze primitive, è naturalmente infermiera.

Emanuele era commosso: le si mostrava riconoscentissimo di questi riguardi, che egli scambiava per devozione, per qualcosa di più profondo ancora.

La ricambiava con ogni maniera di premure, di gentilezze: le mandava a prendere tutte le leccornie possibili. Erano tornati gli abbandoni dei primi giorni dopo le nozze; la prostrazione fisica lo risospingeva alle debolezze d’una volta. I sensi, fiaccati dal male, irritati dalla inerzia, rimanevano sotto l’ascendente dei vezzi di Luscià.

XVIII.

Però Emanuele, causa la cattiva stagione, ebbe una convalescenza lunga e penosa.

Le forze stentavano a ritornare.

La pioggia quasi incessante lo costringeva ad una prigionia rigorosa fra le mura del castello, dove dal cielo nebbioso, rannuvolato, scendeva un barlume crepuscolare, una grigia caligine, una cupa mortificazione della mente e del cuore.

Anche Luscià pativa di quella vita rinchiusa. Insensibile alla austera poesia del focolare domestico, di un affetto solitario, rimaneva sopraffatta da un grave torpore. Il castello le pareva un carcere che la vastità rendeva più triste. Non si arrischiava ad attraversare gli androni oscuri; gli echi profondi le facevano paura.

Il più del tempo se ne stava nella sua camera, raggomitolata, avviluppata, di panni d’ogni sorta, intirizzita, rattrappita, immobile come un filugello nel proprio bozzolo.

Due volte al giorno, all’ora del desinare e della cena, il marito veniva a cercarla per condurla in sala; si facevano servire dinanzi al vasto camino, dove ardevano grossi ceppi di quercia: ascoltavano la triste conversazione dei tizzi che cigolavano coll’acqua che grondava di fuori.

Spesso, allo sparecchiar della mensa, ella si addormentava. Emanuele osservava allora il suo viso smorto, languente, cui il tedio dava l’apparenza di un subitaneo deperimento. Egli ripensava alla visione persistente della sua malattia: alla giovinetta prigioniera, e degli strani sgomenti lo prendevano: se fosse stato il presentimento di una sciagura...

Il suo sguardo ansioso la vedeva talvolta peggio di quel che fosse: sparuta, disfatta.

Ella però soffriva veramente.

Un singolare malessere si rivelava in lei: l’assaliva spesso uno sbadiglio ostinato, morboso, opprimente. Pareva una dissoluzione della gioventù, della vitalità soffocata.

Invano Emanuele cercava di rianimarla: si stillava il cervello per trovarle distrazioni, senza riuscire ad altro che a deplorare la povertà della propria inventiva.

La vita del castello diventava sempre più triste e monotona: le giornate sempre più brevi e buie: la solitudine cresceva intorno a loro e fra loro, una solitudine uggiosa, piena di molestie.

Nella tetra solennità di quella stagione e di quel luogo per discorrere bisognava avere delle cose molto serie da dirsi. La conversazione si riduceva sempre alle solite frasi, ai saluti d’uso.

La sera il conte riconduceva la sposa assonnata nel suo appartamento; le diceva: — buon riposo, cara, vuoi nulla?

Ella faceva cenno di no.

Egli ripeteva: — buona notte, a domani.

Ma una volta entrò con lei e aggiunse:

— Sai, ho pensato di condurti fuori di qui, andremo a Parigi, sei contenta?

XIX.

Presa la risoluzione, Emanuele, al suo solito, ne affrettò con furia i preparativi.

Una settimana dopo, lo stretto necessario per mettere in sesto le faccende più pressanti, Emanuele e Luscià partivano.

Sarebbe stato molto più facile rimanere a Torino, dove egli possedeva una palazzina; ma la sua disgrazia a Corte e lo screzio colla nobiltà gli avrebbero fatto colà una posizione intollerabile, avrebbero tracciato intorno a lui una specie di quarantena d’appestato.

A Parigi, dove era stato parecchi anni, aveva lasciato degli amici, dei compagni di studi, di aspirazioni.

Appena arrivati, i due sposi vi trovarono accoglienze affettuose, compagnia, inviti, cortesia pronta e premurosa.

Luscià, per la stranezza stessa della sua avventura, che sarebbe stata nella chiusa società torinese d’allora, un peccato originale indelebile, incontrò rapidamente in quella capitale cosmopolita, avida della novità, della singolarità.

La baronessa di Cortrans, dama savoiarda, congiunta di Emanuele, si affrettò a presentarla nel mondo elegante, ne fece l’attrattiva della sua sala, ritrovo rinomatissimo in quel tempo dell’alta emigrazione italiana.

Molti degli uomini, che comparirono poi nella grande epopea della nostra rivoluzione, venivano da lei quasi tutte le sere, confortando l’esiglio con le memorie e le speranze; mettendo in comune il loro patrimonio di alti propositi, di generose utopie, che con diversa fortuna svanirono o prosperarono alle prove della realtà.

Si radunavano col barone nella biblioteca.

Intanto la signora, ancora giovane e oltremodo gentile benchè non bella, faceva gli onori delle sale dove traevano in folla i lions della migliore società parigina, artisti in voga, i quali cercavano svago alla conversazione brillante, alle civetterie nervose dei crocchi del paese, nella contemplazione delle superbe e scultorie beltà italiane.

Luscià ebbe colà il suo momento di successo: diventò per tutto un inverno la bellezza alla moda.

Ella non ci si trovava neppure troppo a disagio per le qualità morali, perchè poche di quelle donne allevate colle rigide massime dei rusteghi, erano realmente più côlte di lei.

Quanto agli uomini, anche intelligenti, essi perdonano sempre con grande indulgenza l’ignoranza ad una bella donna; anzi se ne compiacciono come di un vezzo, di una piacevolezza.

Luscià si lanciò dunque avidamente incontro al successo che le si presentava. I suoi muscoli giovanili, irritati dall’ozio sonnolento di Peveragno, tripudiavano di quel moto continuo.

Divideva le sue giornate in due parti: quella in cui si divertiva, quella in cui si preparava a divertirsi.

Un’ansia, un sussulto nervoso, quasi un brivido foriero di febbre la prendeva quando s’appressava l’ora del festino. Ell’era sempre vestita parecchie ore prima; si agitava nella sua stanza, fra lo scompiglio ed i salti di Nad, come un corsiero robusto impaziente di lanciarsi alla corsa.

Poi ella correva da Emanuele: lo costringeva ad uscire: la loro carrozza era sempre la prima ad arrivare e così presto che erano costretti qualche volta a fare un lungo giro prima di entrare. Allora ella si rovesciava sui cuscini; si copriva il volto colle mani, cercando di reprimere con uno sforzo di calma il fremito che l’agitava.

Il primo tocco d’archetto, la sera di ballo, la trovava sempre al suo posto, accanto alla padrona nel piccolo crocchio di damigelle premurose di non perdere una battuta; silenziosa, sorda a quel che le dicevano; già lanciata col desiderio nel vortice del valzer o della galoppe.

Appena il direttore delle danze aveva gridato il Messieurs à la queue, tutti i suoi nervi scattavano ad un tratto come galvanizzati da una scarica prepotente d’elettricità. Ella era sicura di non rimanere indietro: si buttava fra le braccia del primo cavaliere che le passava innanzi, senza guardarlo in viso e partiva, trascinandolo attraverso la sala, inebbriata, frenetica.

Tutta assorta nello sfogo meccanico delle membra, ella non aveva preferenze, non faceva distinzioni, dimenticava tutto e tutti — anche il marito, che se la vedeva passar innanzi cogli occhi accesi, fissi nelle fiammelle agitate delle lumiere: il suo viso prendeva in quei momenti il pallore brunito fosforescente della passione delle donne del Murillo. Egli, seduto in un angolo, ritto contro lo stipite di una porta, l’aspettava dell’ore intere, la contemplava senza ottenere da lei uno sguardo. Del resto il marito non poteva essere geloso; quando ella ballava con lui mostrava lo stesso piacere o almeno la stessa indifferenza. Ella non pensava all’uomo, ma solo si valeva delle braccia del ballerino.

I sentimenti di Emanuele, usciti dall’ambiente morboso della solitudine di Peveragno, s’erano un po’ alla volta tranquillati. L’atmosfera vivace della società aveva ristabilito un po’ di equilibrio fra i suoi sensi e il suo spirito. La serietà del suo carattere riprendeva, a sua insaputa, stimolata dal pudore, dal decoro del mondo, il sopravvento. Il pensiero ritornava a lumeggiare quella fronte, cui un principio di calvizie precoce rendeva più vasta e più solenne.

L’incontro degli antichi compagni, il riannodarsi di antiche amicizie, lo aveva ricondotto agli studi, alle aspirazioni d’una volta.

Egli era rientrato nel crocchio di quella generosa aristocrazia italiana che, a scapito della propria ricchezza, ad onta dei propri privilegi, preparava le future grandezze del proprio popolo: che rinunziava volonterosa alla patria per darne una a tutti gl’italiani.

I nuovi pensieri, il ritorno di un più alto ideale, dovevano necessariamente smorzare la sua passione — che, d’altra parte, nulla veniva allora a riaccendere.

Veramente, i primi giorni, il trionfo di Luscià l’aveva un po’ inquietato; il vederla passare, la sera di ballo, fra le braccia di tanta gioventù, il vederla sempre circuita da un codazzo di ammiratori lo mortificava. Ma poi s’era calmato: il contegno di Luscià era irreprensibile. Ella attirava tutti, non tratteneva nessuno.

Dopo tre mesi era impossibile avvertire intorno a lei quel diradamento di adoratori, quella progressiva solitudine che segnala la fortuna di un solo: impossibile scoprire nei suoi modi quell’apparente sazietà, quella rinunzia al dominio leggero delle feste, onde si tradisce in una donna la scelta, il concentramento di una preferenza. Non la si vedeva mai seduta negli angoli; invano la si voleva staccare dalla gran sala; fuori di là non c’era per le attrattiva di sorta; non ne usciva che per partire al braccio del marito.

Ella non aveva mai cercato di ricevere, non aveva mostrato alcuna ambizione di prendere un appartamento elegante: la sua stanza non aveva per lei altra importanza che quella d’un camerino d’attrice, in cui ella indossava le sue preziose toelette, di cui era passionatissima.

Tutta la sua vita era fuori, allo sbarbaglio dei lumi, nelle feste, nei teatri, agli occhi di centinaia di persone.

In casa non veniva che qualcheduno dei più fidati amici di Emanuele: uomini seri, innamorati di un’idea, assorti in un grande obbiettivo, i quali non osservavano Luscià più che se fosse un mobile dell’appartamento.

Tranquillato così, Emanuele si era lasciato andare alla sicurezza tranquilla del possesso maritale, e poi insensibilmente a quell’indifferente abitudine di convivenza che era l’ideale dell’alta società parigina d’allora, — in cui molti mariti si contentavano di peggio.

Egli non era uomo da darsi mezzo: altrettanto violenta era stata la sua passione, altrettanto profonda fu la sua rassegnazione all’insensibilità morale di Luscià a suo riguardo.

Cominciò a far vita a parte: — il giorno non la vedeva più che all’ora della tavola, passando il resto chiuso nella sua camera o nelle biblioteche. La sera l’accompagnava in qualche casa, e quivi lasciandola, usciva con un amico a carezzar con esso i comuni progetti.

Poco alla volta anche Luscià parve sfreddarsi, stancarsi della società, frequentarla meno, e poi abbandonarla affatto.

Emanuele continuò tuttavia per molto tempo a venir tutte le sere a chiederle se voleva escire, — ma al suo diniego non insistette che le prime volte, poi si lasciò dolcemente tentar dalla nuova libertà e non gli parve vero di trarsi in disparte da quel faticoso turbinío di feste. Ne fu anzi gratissimo alla moglie. La sera, ritirandosi di buon’ora nel suo studio, sentiva una viva soddisfazione di veder già tutto buio nelle stanze di Luscià.

Le cose andavano per lui alla meglio, lisce come olio.

XX.

Però verso il fine di aprile un grave incidente venne a turbare la serenità di quella sua pace.

Un giorno che egli aveva dimenticato un libro nel salotto della moglie, venne a ricercarlo.

Intese, appressandosi all’uscio, un sussurro sommesso, ma concitato, nelle stanze di Luscià. — Non comprendeva le parole, ma distingueva le cadenze del gergo.

Pareva che Luscià si lagnasse e supplicasse.

Credette che ella si bisticciasse con Nad, e stava già per andarsene, quando lo colpì una voce virile, meno prudente, che diceva:

— Balischi! — una sozza ingiuria.

Riconobbe Nick.

Allora l’antica indignazione contro il vagabondo lo prese; non potè contenersi: entrò nel salotto.

Trovò lo zingaro in una gran collera, che smaniava col suo fare da gradasso per la stanza, balbettando minaccie, rampogne contro Luscià, la quale, seduta sopra uno sgabellino, piagnucolava. Egli aveva levato il suo giubbetto magiaro e mostrava la libertà di un uomo in casa propria.

Il conte lo interruppe a mezzo della sua invettiva con un terribile:

— E poi? — che lo fe’ voltare di balzo.

Lo zingaro balbettò qualche cosa.

— Uscite! disse il conte.

L’altro obbedì, prese il suo abito, lo buttò sulle spalle e varcò la soglia senza far motto, guardandosi intorno col fare confidente e soppiattone di animale malefico che cede alla minaccia di una forza superiore.

Il conte prese la candela e lo seguì verso la porta.

Nell’androne, Nick si volse e disse sfrontatamente:

— Che ho fatto?

— Uscite, vi dico! — Vi par poco minacciare la contessa, mascalzone che siete?

— Voi credete ch’io l’abbia afflitta? vi sbagliate. Voi non conoscete le nostre donne, aggiunse con ironia.

— Qui non ci sono più donne della vostra razza.

Nick tentennò il capo:

— Ebbene, disse, volete vedere che Luscià non è in collera con me? — fate la prova, — chiedetele se voi dovete scacciarmi, e se ella lo vuole, mettetemi pure fuori a calci, io sono contento.

Il conte era sconcertato da tanta impudenza.

Nick, rinfrancandosi, continuò indossando la sua giacca:

— Vi ricordate: chi ve l’ha condotta quella sera a Peveragno? Io sono vostro amico; se avessi voluto portarla via, ella mi avrebbe seguito in capo al mondo. Non conoscete le romni voi. Guardate, scommetto che con tutte le vostre bontà, — perchè dicono che voi siete buono, — ebbene, scommetto che io so ancora adesso farmi rispettare da lei più di voi. — Io credo che fareste bene a lasciarmi venir qui qualche volta: io darei alla mia parente dei buoni consigli; le donne hanno mente corta, non vedono oltre la loro bocca, — e per far loro comprendere il bene che ad esse si fa bisogna saper parlare sul serio. Davvero che fareste bene a tener di conto Nick. Andiamo, io non sarò troppo esigente, — mi contenterò di pranzar qui in cucina qualche volta, finchè resto a Parigi. Va bene?

Il conte lo guardava sbalordito: nel suo cuore la collera lottava colla sua solita temperanza di gentiluomo.

Lo zingaro riprese:

— Vi va? Anzi, se mi lasciaste dormir qui in un bugigattolo qualunque — eh? in un corridoio, nel cantuccio della legna, un buco purchessia, eh?

Finalmente il conte non ne potè più. Con un gesto impetuoso gli indicò la porta, e lo guardò tanto minaccioso che l’altro non attese altro e sgattoiolò in istrada.

Alla fine dell’anno il conte si dovette accorgere d’aver scompigliato seriamente i suoi affari. I prodotti agricoli valevano poco; e le rendite che ne ricavava, bastevoli a dargli in Piemonte una certa opulenza, erano scarse per vivere in Parigi con larghezza signorile. Egli invece s’era abbandonato ad una grande prodigalità: le sole toelette di Luscià gli costavano qualche centinaio di mille lire. Fu costretto, per mantenere gli impegni, a scantonare il suo patrimonio. Ma in quel tempo, anche il vendere i fondi era cosa malagevole. Si trovò in gravi angustie, e pensò di ridurre le sue spese.

Rinunziò alla carrozza e a metà della servitù; cambiò l’appartamento in un modesto quartierino, e a malincuore cercò di far capire alla moglie la necessità di una più sobria regola di vita. Ella al solito si mostrò rassegnatissima; appena fu se una piccola contrazione si disegnò agli angoli delle sue labbra.

Il conte non se ne avvide neppure.

La maggior intimità delle abitudini avrebbe potuto riavvicinarli: e difatti il conte, grato a Luscià della sua docile sommessione, fu verso lei più premuroso. Ma ella non si mostrava più sensibile di prima: s’era fatta pigra, indolente, dormigliona; si ritirava poco dopo l’imbrunire, e spesso all’ora della colazione era in letto ancora; poi, alzata, rimaneva assonnita le poche ore che mancavano a far notte. Questa vita, del resto, le conferiva moltissimo; la sua persona si arrotondiva mollemente, e pareva che la materia soffocasse in lei anche la esigua fiammella dell’anima.

L’unione loro, come tutte quelle a cui mancano affinità originarie, era rimasta infeconda.

Emanuele, poco alla volta, si rituffò nelle sue abitudini, nei fidati colloqui de’ suoi compagni di studii. Egli arrivò a non veder più Luscià neppur una volta al giorno.

L’inverno era incominciato con le sue feste e i suoi numerosi divertimenti; — Emanuele non se ne accorgeva punto: il quartiere dove dimoravano era tranquillo e silenzioso. Quanto a Luscià, colla distrazione del dotto, egli non pensava punto a scandagliarne i desideri. La vedeva sempre calma, sonnolenta, gli pareva contenta, — non chiedeva di meglio.

XXI.

Era allora ministro di Baviera a Parigi un marchese Tornielli, oriundo del Piemonte, congiunto di Emanuele, a cui voleva un gran bene, e non mancava di mostrarglielo coi rabbuffi di un tutore stizzoso e bonario. Egli era uomo sulla cinquantina; ottimo carattere, che le traversie di una carriera stentata avevano ravvolto di una corteccia un po’ ruvida.

Emanuele andava di quando in quando a trovarlo, — e pigliava con un sorriso tra il distratto e il tollerante le sue ramanzine.

Egli biasimava i suoi studi, il suo genere di vita, tutto, ma poi si entusiasmava di tutte le sue idee, e, scapolo, era orgoglioso di lui come di un figlio pieno d’avvenire.

Un dì Emanuele entrò nello studio della legazione. Il marchese era occupato; un usciere aspettava certi premurosi dispacci. Emanuele voleva uscire; ma egli serio serio gli disse di trattenersi che doveva parlargli. Era accigliato più del solito, e di sotto il suo cipiglio trapelava una vera e profonda afflizione.

Finito che ebbe, spedito il corriere, si levò e cominciò a misurare a passi ineguali la camera. Ad un tratto si piantò davanti al cugino: le parole gli scattavano dagli occhi, dalle rughe della fronte scarna. Ma subitamente si voltava e continuava a passeggiare più concitato di prima.

Finalmente Emanuele gli domandò:

— Cosa c’è?...

La collera del marchese non aspettava che questo per traboccare.

— C’è, disse, che, caro il mio savio, mentre tu guardi alle nuvole capitomboli nella fossa... c’è questo.

Emanuele, avvezzo alle esagerazioni del cugino, sorrise...

— Questo al figurato, — ma in termini più positivi?

— Oh! non c’è punto da ridere.

Sbuffò; camminò a più riprese.

— Al fatto; te l’ho detto io che bisognava occuparsi un poco della casa... e della moglie?

— Della moglie? di quale moglie?

— Eh per bacco, della mia no sicuro...

— Ma che c’è?

— C’è che mentre il marito svapora da una parte, la signora dall’altra... si diverte...

— Ah!...

— E fa bene, per bacco, fa benissimo...

Il conte impallidì spaventosamente.

— Sì... si sa... Insomma, cosa volete dire?

— Sicuro, la contessa fu vista ad un ballo pubblico...

Il marchese nominò una sala da ballo notissima di una delle strade peggio riputate dei sobborghi.

— Non può essere! sclamò il conte con voce soffocata.

— È pur troppo, — per Dio, se è! — l’ha veduta un mio dipendente!

— Ed è venuto a contartelo? disse Emanuele indignato.

— No, io ho sorpreso le sue confidenze...

— Ê qui quest’uomo? voglio parlargli...

— Ti pare? Vuoi ch’io ti metta al suo confronto? — Son cose che si fanno?

— È vero, mormorò Emanuele, — e si lasciò cadere sulla sedia.

Dopo una pausa dolorosa egli disse esitando, come temesse di vedersi spezzato un ultimo filo di speranza:

— Sarà qualcuna che le assomiglia...

Il marchese fu crudele: lo sdegno non gli permetteva lume di riguardo.

— Sì, le assomiglia tanto che sta in casa tua.

— L’hanno seguita?...

— Già!

— Era sola?

— No, con uno straccione qualunque, un vagabondo che... so io... Ma non ha mica torto, — la colpa è tua...

Egli si voltò.

Emanuele s’era alzato, e se n’andava barcollando.

Il marchese gli fu sopra, — lo prese fra le braccia...

— No... sono una bestia io... tu sei stato troppo buono, ecco tutto... Ah bisogna farsi coraggio, che diamine, essere uomo; ci vorrebbe altro! perder la testa per una cosa di quel genere! Si fa così...

E crollava le spalle.

Come tutti gli imprudenti, gettata la sua rivelazione, si pentì, volle attenuarla, dimezzarla, rimetterla in dubbio.

Il conte non l’udiva più.

XXII.

Per due notti consecutive Emanuele stette in ascolto al buio nella propria camera: nulla si mosse nella casa.

La terza sera, sfinito, si buttò sul letto e s’addormentò. La sua naturale confidenza cominciava a rinascere in lui.

Ma le parole del marchese tornarono vive immagini a turbargli il sonno.

Si svegliò con grande sgomento. Invano si sforzò di riprender sonno.

Dopo un lungo battagliar fra il timore, la curiosità, il sospetto, la ripugnanza, non potendo quetare, si levò, accese un lume e mosse dritto alle stanze della moglie.

Nello spingere la porta del salottino urtò nel corpo di Nad, che s’era buttata a dormire attraverso la soglia.

— Dov’è Luscià? le domandò il conte.

— Dorme.

Il conte tirò innanzi verso la camera della moglie.

— Ella si sente poco bene, non la svegliate, soggiunse la vecchia con forzata naturalezza.

Il conte si fermò un minuto colla mano sulla gruccetta.

Poi con atto violento spinse l’uscio, entrò.

Luscià non c’era...

Emanuele balenò come se la scoperta gli venisse improvvisa.

Quando uscì, la vecchia era scomparsa, lasciando aperta la porta di strada.

Emanuele corse alla piazzetta vicina, chiamò un fiacre, — si fe’ condurre all’indirizzo indicatogli dal marchese.

Quando vi giunse gli orologi battevano la mezzanotte.

Si trovò in una fangosa via del sobborgo, fiancheggiata inegualmente da meschine casupole ed alti muri di officine.

Una plebe cenciosa si riversava nella strada dalle bettole, da certe porticine di losco aspetto, su cui penzolavano delle lanterne a grosse scritte. Gli esercenti spingevano fuori a malincuore, per rispetto della moralità ad orario fisso dei regolamenti di polizia, lo stravizzo che avevano sfruttato.

Frotte di ragazzacci e di donne avvinazzate venivano innanzi schiamazzando, e due guardie civiche si adoperavano alla buona di farle tacere; — ubbidivano, ma poco più in là le donne ricominciavano a strillare più forte e a beffare le guardie.

Alcune giovinette saltellavano in punta dei loro scarpini attraverso la belletta che correva in mezzo alla strada, tirandosi a bisdosso, sulle spalle nude, sulla testa irta di fiori finti, certi scialletti logori, luridi, inzaccherati, — e delle donne più attempate correvano loro dietro bestemmiando sconciamente e chiamandole con stranomi di carnovale.

Un fanale gettava su quel brulicame e su quel fango i suoi riflessi tristi, smorti, quasi compassionevoli.

Il fiaccheraio si fermò innanzi ad una di quelle porticine, su cui un largo trasparente recava scritto a lettere cubitali: Sala da ballo, — e disse:

— È qui.

La vista della carrozza diè pretesto alla folla che usciva dall’andito ad una quantità di lazzi:

— L’equipaggio di Suson, gridava uno.

— Lolotta, il tuo banchiere ti aspetta.

Qualcuno più impertinente cacciava la testa fra lo sportello e gittava in faccia al conte, che stava rannicchiato nell’ombra, una sciocchezza, una sconcezza, una nota di canzonaccia, con una ributtante vampa di ubbriachezza.

— Esmeralda, strillava un ragazzo, — il mio cuore in un fiacre!

Due voci, una di uomo, l’altra di donna, che fecero trasalire il conte, risponderono insieme:

— Alla paglia...

— Marmocchio!...

Il conte aspettò che la gente diradasse un poco, poi scese, licenziò la carrozza e tornò indietro a piedi...

Non tardò a raggiungere Luscià e Nick.

Camminavano l’uno a fianco dell’altro; egli fumava la pipa, ella morsicava tratto tratto una sigaretta; lo scialle, — uno stupendo casimira, — le cadeva dalle spalle, — spazzava il marciapiede lubrico. Egli vestiva un sucido abito borghese, ma portava il suo tondo muchdi in testa.

Il conte li seguiva dalla parte opposta della strada.

Dopo un centinaio di passi entrarono da un acquavitaio che stava chiudendo la bottega, e si fecero servire un bicchierino. Uscirono cantarellando.

Emanuele pensava alle follie che avevano fatto insieme nel loro viaggio di nozze.

Poco più in là svoltarono in una viuzza quasi buia a dritta.

Il conte tenne loro dietro in un labirinto di sucide ed ignote straducole deserte, dove non si udiva più che il rumore dei loro passi.

Luscià si volse due o tre volte, e parve accorgersi d’essere seguita. Rallentò il passo.

Ella e Nick si bisticciavano a mezza voce. Pareva ch’egli volesse qualcosa e ch’ella se ne schermisse.

Sulla porta di un piccolo caffè si fermarono.

Nick prese il braccio della donna e lo strinse forte: ella mandò un piccolo strido lamentevole e allargò la mano: un oggetto cadde, e Nick si chinò a raccoglierlo.

Poi entrò borbottando nel caffè.

Luscià tornò indietro lentamente, fumando la sua sigaretta.

Il conte si nascose nell’andito buio di una porticina che stava socchiusa.

Ma la donna spingeva poco dopo la testa fra i battenti, entrava, li raccostava, e passando al buio accanto a Emanuele, gli disse:

— Vieni.

Il conte la seguì trasognato.

Fatti alcuni passi, ella si fermò.

Il conte sentì la mano di lei che cercava la sua: la prese.

Ella lo tirò su per una angusta scaletta a chiocciola.

Un piccolo sportellino si aperse e un viso scialbo di donna si affacciò un minuto, scambiò con Luscià un bisbiglio e disparve.

Sul pianerottolo una vecchia fante assonnita comparve con un doppiere di bronzo argentato, li precedette in una stanza, depose il lume sopra una tavola tonda nel mezzo e prima di uscire domandò:

— Champagne o Portos?

— Champagne, rispose distrattamente Luscià — vero?

La fante uscì passando accanto ad Emanuele che era rimasto sulla porta; lo fissò con qualche po’ di attenzione.

Egli si guardava attorno sbalordito; la stanza era qualcosa tra la camera mobigliata e il camerino di restaurant; una toeletta di legno verniciata in verde, una larga ottomana, un armadio a specchio e alcune sedie sfilacciate; alcune orribili litografie colorate con cornici nere spiccavano sopra la tappezzeria scura dei muri: Europa col toro, Dafne ed Apollo, Giuseppe e la moglie di Putifarre, Susanna al bagno; profanazioni di mitologia sacra e profana.

Rientrò la fantesca col vino: trovò ancora il conte al suo posto e lo guardò di nuovo.

Egli pareva impietrito.

Luscià non s’era voltata ancora, s’era levato lentamente il cappellino, lo scialle, li aveva buttati sulla tavola; s’era lasciata cadere sopra una sedia e aspettava.

Il conte la trovava bella come non l’aveva mai vista. Tutto quel non so di triviale, di plebeo, di lurido che l’attorniava, non scemava, ma faceva risaltare i suoi vezzi. La sua bella testa greca, il suo collo flessuoso, avevano un fascino maggiore in quel fondo equivoco. Ella era al suo posto. Pareva più seducente, più viva, più altera.

Egli la contemplava e dimenticava nel guardarla ogni cosa.

Ad un tratto ella s’alzò e accostandosi allo specchio disse con impazienza:

— Dunque?... hai paura?

Poi levò gli occhi; il viso pallido, esterrefatto del marito apparve nel cristallo dietro il suo.

Si volse di repente.

Il conte si fe’ innanzi col pugno chiuso; un’onda di sangue gli passò innanzi agli occhi smarriti.

Ella chinò il capo sul petto nudo, ma gli teneva gli occhi in viso, e lo guardava fisso più meravigliata che atterrita.

Emanuele si arrestò:

— Che fai qui? le disse con voce rauca.

— Nulla, dobbiamo uscire? rispose Luscià senza turbarsi...

Il conte arretrò allibito; un singhiozzo gli eruppe dal petto.

Un grande ribrezzo lo prese, una ripugnanza, una compassione profonda a quella creatura abbietta e ignorante; a cui egli aveva donato il suo nome e il suo cuore perch’ella li trascinasse inconsciamente nel fango.

— Non capisce, mormorò, non capisce...

E fuggì a tentoni giù per la scala.

Mentre scendeva lo sportellino si apriva e una voce disse:

— Esmeralda è sola.

Qualcuno saliva dietro di lui.

Uscì in istrada.

Il caffè era aperto ancora. Nick giocava a un tavolino in fondo...

L’indomani, per tempissimo, il marchese Tornielli si vide capitare in camera il cugino, che pareva un uomo disfatto. Non ebbe cuore d’interrogarlo.

Il conte sedette accanto al fuoco, stette per oltre mezz’ora senza far parola: si passava la mano sul viso, si lisciava la barba.

— Sai? parto, disse finalmente.

— Parti?

— Ritorno a Peveragno e son venuto a salutarti.

Si abbracciarono, si baciarono, — il conte uscì.

Poco dopo rientrò.

— Volevo dirti che di tutto l’appartamento lascio padrona... lei...

— Non sarebbe meglio licenziare la casa... e consegnarle i mobili? non conviene ch’ella rimanga là... ti pare?

— Bene, come vuoi... addio, disse il conte.

— Arrivederci, rispose il marchese.

Poco prima che varcasse il limitare gli gridò ad alta voce:

— E coraggio, neh! davvero!

XXIII.

Cinque giorni dopo il conte di Peveragno scendeva colla posta dalla Gran Croce. Nella carrozza un prete savoiardo ed una donna attempata avevano riappiccato i loro sonni mattinali, nutriente ristoro dei vecchi.

I cavalli andavano lenti e faticosi giù per la china ghiacciata.

Un raggio di sole smorto, languido, si posava sopra la campagna coperta dalla neve come una fiacca gioia sulla canizie di un ottuagenario.

Il conte seguiva coll’occhio stanco, affaticato, con un’istintiva invidia, alcuni augelletti che svolazzavano fra i cespugli scotendone la brina densa e polverosa, pigolando il loro tripudio minuscolo in mezzo a tanta vastità di gelo, di solitudine, di desolazione.

Sul sedile davanti il vetturale discorreva con un montanaro che gli sedeva al fianco:

— Perchè ho lasciata la corriera di Annecy, voi dite? Oh l’è una storia curiosa. Il signor Molleton, il concessionario, non ve l’ha detto? Lo credo, non ha di che vantarsi. (Uh, uh, una schioccata.) Il signor Molleton ha l’abitudine di non consultar mai i suoi uomini sulla scelta delle bestie. Io glielo andavo ricantando. — Guardate, gli dicevo, voi non sapete cosa sia per noi vetturali un cavallo: l’ha da essere all’incirca come fra marito e moglie, — una intesa a fondo, limpida come l’acqua. — Non la voleva capire — e non se n’intendeva una maledetta. Fatto sta che un giorno che era tornato da Montpellier, mi ferma in istalla e mi mostra una bestiaccia d’inferno, — bella cavalla d’apparenza, nera come una mora, con un pennacchietto bianco sulla testa. Lui l’aveva tolta da un ufficiale francese, veniva dall’Africa o da casa del diavolo, che so io. — Io ho subito capito che l’era una malora — lui badava a dir — è bella, eh? — bella da imbalsamare, ho risposto. — Difatti me le avvicino, la piglio alla cavezza, la guardo, le apro la bocca, le caccio in gola il morso — pareva docile come un cagnolino. Mi volto — paf — il morso era caduto nella greppia. — Le mettevo la sella, colle zampe rompeva le cinghie e la buttava. — Ho cominciato ad attaccarla al biroccio una domenica, e ho fatto un giro, andava dritta finchè le tenevo le redini strette, rigide e la frusta sulla groppa; — guai a rallentarle un minuto; si buttava traverso la strada. Bastava che scendessi e la lasciassi, che pigliava il galoppo legno e tutto. Insomma io gli dissi, al signor Molleton: — la venda che non è affar mio — la bestia non m’intende, io non l’intendo; non siamo compatriotti — se stiamo insieme, uno dei due ammazza l’altro. Per fortuna sono stato io. L’attaccava da circa una o due settimane e la tenevo d’occhio e stavo all’erta. La diavolessa aveva un occhio che mi faceva paura — pareva sommesso, ma a fissarlo in fondo aveva certi guizzi pieni di perfidia. — Non passava dì che non me ne facesse una — o mi storpiava uno stalliere, o azzoppava un compagno, o mangiava i finimenti — insomma era stregata. Un mattino esco d’Annecy; l’oste della Scopa mi chiama per darmi una commissione. Scendo. Non ero entrato nell’osteria, che sento un gridìo in istrada. Mi son subito immaginato. — La diligenza partiva a precipizio. Dopo alcune rapide svolte si fiaccava contro una ripa. Nessuno si fece male — ma fu un brutto rischio. — Io addosso alla cavalla... era la causa di tutto, non si chiede manco; la mettevo nel mezzo — essa aveva preso a calci e a morsi le altre due bestie. — Ero fuori di me; non so come mi trovassi un coltello in mano, e l’ho scannata come un maiale. Poi piantai lì tutto: la diligenza e il posto. E nessuno venne a cercarmi — non sono mica fuggito; anzi passai sull’uscio di Molleton un’ora dopo. E non ebbe il coraggio di dirmi verbo. —

XXIV.

Il conte rientrò nel suo castello sull’imbrunire, quietamente, soprappensieri, come se tornasse dalle sue solitarie passeggiate di un tempo.

Chiese tosto d’Aurelia.

Dopo cena, non vedendo comparire la governante, ridomandò di lei — e allora soltanto intese la risposta del servo: Aurelia era morta.

Ripigliò un po’ più tristamente ancora le sue antiche consuetudini; con qualche restrizione però. Egli evitò nelle passeggiate qualche strada, condannò le finestre che guardavano verso San Nazario. Durante la sua assenza egli aveva venduto quel podere, la parte migliore dei suoi fondi, le antiche quercie erano state abbattute e di là un aratro non suo si spinse per la prima volta fin contro le mura del castello.

Questo era il marchio obbrobrioso che la manina sottile della piccola zingara aveva impresso sul vecchio dominio feudale, votandolo alla rovina.

Ma v’erano altri segni più dolorosi, che l’erede di Peveragno voleva dissimulare; e che la sua fronte calva innanzi tempo e il suo occhio incavato rivelava.

I giorni tornarono a scendere nel suo spirito lenti, monotoni, tristi come cade la goccia nell’acqua morta di una cisterna abbandonata in mezzo nel deserto.

Passò l’inverno, sbocciarono e caddero volta a volta i fiori dei pruni, dei meli, delle siringhe, delle gaggie, delle madriselve.

La verzura dei prati si fè oscura, ingiallì quella dei campi. Scoppiò fra i solchi lo strido della cicala e lo squittir delle quaglie raminghe.

Il viale dei tigli gettava l’ultimo tributo di profumi al sole di primavera.

XXV.

Fu una tempestosa mattina di giugno, aveva fatto temporale la notte, che Emanuele si trovò Luscià svenuta sulla gradinata del giardino; alcune pedate d’uomo che si perdevano nel parco indicavano che qualcuno l’aveva colà abbandonata alla sua misericordia.

Senza esitare un momento, senza perdersi in meraviglie, come l’aspettasse da un pezzo, la portò nella sua camera.

Ella aveva le vesti di seta a brandelli, gli stivaletti impastricciati di fango; il viso deformato da un morbo orribile; era disfatta, poco più d’un cadavere.

Il medico fu sbalordito di vederla in quello stato, — non diè alcuna speranza.

Emanuele le si pose d’attorno, lottò contro il male con l’energia disperata della sua indole soldatesca, non pensò alla incertezza della vittoria — l’ottenne.

Dopo molte settimane ella tornò in sè stessa.

Aperse gli occhi, lo guardò, accettò le sue cure senza ombra di rimorso e di riconoscenza, — pacata, serena, come non fosse mai uscita dal castello.

La malattia tirò in lungo quasi tutta l’estate.

Emanuele non lasciò mai ad altri il suo posto del capezzale. Non le lasciò accostare nessuno. Non riposò che ad ore spezzato sul divano — la notte ella stava peggio del giorno. — Egli la vegliava attento, nel cupo silenzio della campagna non interrotto che dal canto triste dei risaiuoli, che andavano a scambiare la fame colla febbre.

Raccolse tutti i suoi lamenti, tutte le sue parole, tutti i suoi sguardi — non ebbe da lei nè una lagrima di rammarico, nè un ringraziamento. Non glielo chiese. Forse non ci pensava.

Alla fine d’agosto cessò il pericolo.

Poi ella si riebbe rapidamente. Il suo viso rifiorì, rivestì una nuova grazia, una nuova purezza.

Quando il medico le annunciò la guarigione — battè le mani con gioia infantile, non pensò neppure a guardare il marito che l’aveva salvata.

Emanuele non le ricordò il passato.

Egli però qualche volta pensava con isgomento all’avvenire: ma finchè durò il male diceva fra sè: quando starà meglio; — e quando essa fu convalescente: lasciamo che guarisca; — poi si contentò di crollare le spalle e qualche volta aggiungeva: vedremo che farà lei.

Ma ella non fece assolutamente nulla: — s’alzò, ricominciò la sua vita di due anni prima; tornò a cantare, ad annoiarsi, a girellare un po’ nei dintorni, — tutto come prima.

Emanuele non aspettava quasi più di «vedere.»

Il presente l’opprimeva — ma aveva paura dell’avvenire. Non era una paura infondata.

Una notte, dopo la vendemmia — sentì un leggero rumore nel suo studio.

Da qualche settimana si lamentavano dei furti nei paesi vicini: accese un lume, prese una vecchia pistola che teneva carica nel comodino, e andò a vedere.

Trovò lo scrigno aperto e vuoto. Qualcuno si allontanava pel corridoio. L’inseguì.

Un’ombra fuggente spiccava nel vano della porta aperta, rischiarata dalla luna. Gli parve riconoscere Nick.

Appuntò la pistola... sparò.

Il ladro si chinò rapidamente, una figura bianca apparve e cadde.

Un cachinno di scherno si dileguò nel giardino.

Emanuele tornò pel lume; accorse — vide Luscià distesa a terra.

La recò nella vicina stanza di sua madre.

Era ferita, il sangue le usciva a fiotti dal petto: spirava al posto dove l’aveva incontrata la prima volta, senza mostrargli rancore d’averla uccisa, come non gli aveva mostrato riconoscenza del suo amore — lo fissava con quello sguardo impassibile, impenetrabile nella gioia, come nel dolore, — uguale nello stravizzo e nell’agonia.

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