RICORDI D'INFANZIA E DI SCUOLA.
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I primi anni.
La traccia più remota ch'io trovi in me della mia coscienza è quella d'un giorno che stavo giocando sopra un mucchio di sabbia con un mio fratellino, maggiore di me di due anni, il quale morì quand'io n'avevo quattro, non lasciandomi neppure una vaga reminiscenza del suo viso. In che maniera mi sia rimasta l'immagine di lui in quel punto, e non l'ombra d'un ricordo di quanto avvenne in casa mia alla sua morte, che avrebbe dovuto lasciarmi un'impressione profonda, è uno di quei tanti misteri della memoria, che tenta invano il nostro pensiero. E non è meno misteriosa per me la certezza assoluta che ebbi sempre, che quella larva con cui giocavo quel giorno era mio fratello, quantunque non abbia nessuna ragione d'esserne certo. A me pare che la mia esistenza sia incominciata in quel momento. Ma dopo di questo ricomincian le tenebre, e non ritrovo più il lume d'una ricordanza che molto tempo di poi: quello d'avere una volta, scendendo la scala di casa, contato i miei anni, che eran cinque, sulla punta delle dita, e d'aver pensato che mi sarei potuto chiamar grande quando per contar la mia età mi fossi dovuto servire anche dell'altra mano. D'allora in poi gli avvenimenti di cui mi rammento, benchè separati ancora da molti spazi oscuri, come i fuochi notturni dei pastori sui monti, sono chiari nella mia memoria come quelli dei periodi più recenti della mia vita.
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Mio padre, genovese, era banchiere regio dei sali e tabacchi in una piccola città del Piemonte, che è per il sito e per i dintorni una delle più belle d'Italia: posta sull'ultimo lembo d'un altipiano, che si protende a punta e sovrasta al confluente d'un fiume e d'un torrente, i quali la cingono come d'un abbraccio; e di là dalle rive si stende, ascendendo ad anfiteatro, una campagna floridissima, tutta macchie e vigneti, coronata dalle Alpi imminenti. Tutti i ricordi dell'infanzia mi si disegnano alla mente sul verde vivo di quella campagna, sull'azzurro chiaro di quelle acque, sulla neve luminosa di quelle alte montagne. Abitavamo in una casa spaziosa, che guardava da una parte sul fiume, e aveva a terreno l'ufficio e i magazzini, e davanti un giardino, un orto, due grandi pergolati, e un vasto cortile; il quale si riempiva due volte la settimana dei carri dei rivenditori, discesi a far le provviste fin dai villaggi più lontani del circondario; e quei giorni era un moto, un traffico, un rumorìo di mercato, nel quale io mi tuffavo con gran piacere, correndo qua e là fra le bestie e la gente e su per i sacchi e le casse, curioso e eccitato, e un poco anche inorgoglito dal pensiero che tutto quell'affaccendamento mettesse capo a mio padre, che mi pareva un personaggio più potente d'un ministro. Ma le impressioni più belle e più forti di quei primi anni furono quelle che ebbi dalla natura: tanto belle che, ripensando a quel tempo, mi pare che non ci siano più stati al mondo splendori di sole così sfolgoranti, lumi di luna così limpidi, primavere così fresche e così odorose; tanto forti che anche ora il piacere che mi dànno l'aurora, il tramonto, la pioggia, la neve, l'odor della terra e il profumo delle rose e delle viole, deriva in gran parte dal ricordo delle sensazioni che tutte quelle cose mi destavano allora. Per il luogo e per le circostanze in cui trascorsi la mia infanzia, non avrei potuto esser più fortunato. Mi è sempre stato un conforto dolcissimo il pensiero d'esser cresciuto in cospetto di quella vasta bellezza alpina, in quella casa grande e sonora, inondata di luce e scossa dai venti, tra il verde di quel giardino che mi pareva immenso, in mezzo a quel trambusto di arrivi e di partenze, di lavoro e di grida, che metteva in moto ogni momento la mia immaginazione e le mie gambe, e mi faceva vivere una vita intensa e varia, tra cittadina e campestre, un po' da figliuol di signore e un po' da ragazzo d'officina, libera e vigorosa come l'aria purissima che respiravo.
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Un ricordo vivo di quegli anni, che mi fa ancora sorridere, è la condizione singolare in cui mi trovavo davanti a mia madre e a mio padre in riguardo del linguaggio. Portato via, che non avevo ancor due anni, da Oneglia, dov'ero nato e cominciavo a balbettare il genovese, e trapiantato in una città dove si parlava un dialetto diversissimo, avevo scordato quello affatto, e imparato questo dalle persone di servizio e dai miei nuovi concittadini coetanei avanti che i miei parenti ci si cominciassero a raccapezzare; perchè ai bambini il linguaggio che intendono dai compagni di gioco e dagli inferiori ossequiosi si attacca più prontamente di quello che sentono in casa. Ne seguì che per un bel pezzo mia madre ed io ci capimmo poco o punto; ed eran scene comiche, che facevan ridere tutti i presenti, quando essa mi dava una lavatina di testa in genovese ed io mi giustificavo e protestavo in piemontese, e la disputa andava per le lunghe, essendo grammatica tedesca per ciascuna parte le argomentazioni dell'altra; tanto che molte volte, per finirla, bisognava chiamare per interprete uno dei miei fratelli. E così a tavola due volte il giorno, essendo io il solo che parlasse il nuovo dialetto e non capisse l'altro, feci per molto tempo la figura d'un forestiero intruso, d'un trovatello raccolto nella città nuova, impacciato a chieder molte cose e costretto spesso al silenzio, come quei viaggiatori che si trovano solitari a una tavola rotonda d'albergo in mezzo a commensali di un'altra nazione. Non fu che anni dopo che cominciai a parlare in casa il mio dialetto d'origine, che ora posseggo quanto l'altro; ma la pianta aveva già preso il colore del concio piemontese, e però son sempre rimasto il più piemontese della famiglia; benchè, passata la prima gioventù, mi sia nato e andato crescendo sempre con gli anni, per la virtù crescente delle memorie familiari, un affetto dolce e profondo per la mia regione nativa.
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Fra le memorie della mia infanzia tiene un posto di principessa, accanto a mia madre regina, una vecchia serva, uno dei cuori più buoni e più dolci ch'io abbia conosciuto al mondo; della quale ho davanti agli occhi, lucidissimo, il piccolo viso sorridente, vero specchio dell'anima, e sento ancora la voce amorosa e tremola, di cui si diceva in casa che pareva la voce d'un'anima del purgatorio. Si chiamava Maddalena. Era come una seconda madre per me: nascondeva le mie piccole malefatte, si rallegrava come una bambina d'ogni mia gioia, s'affannava d'ogni mia sbucciatura come d'una grande disgrazia, e mi dava dei santi consigli dalla mattina alla sera; ed io le volevo bene come un figliuolo, le stavo appiccicato alle sottane ore intere, a farmi raccontar cento volte le stesse storielle, che mi parevan portenti di fantasia, e volevo addormentarmi tutte le sere al suono del suo canto lamentevole, che somigliava alle nenie degli Arabi. Posso dire che le ho serbato gratitudine per tutta la vita, e giurare che, se c'è un mondo di là, dove dobbiamo rivedere le persone care, sarà lei una delle prime che cercherò nello sciame bianco, e di quelle a cui volerò incontro con un remeggio d'ali più vigoroso. Strani giochi della memoria! Perchè essa mi condusse una sera con altri ragazzi a fare i rotoloni giù per una china, verso il fiume, dov'erano moltissime lucciole, la sua immagine mi si presenta quasi sempre coronata di lucciole, come la Madonna di stelle; e perchè fu lei che m'insegnò a intrecciar coroncine coi fiori rossi e azzurri che fanno tra il grano, oggi ancora mi balena davanti il suo viso ogni volta che vedo accoppiati, o in natura o in pittura, quei due colori. E m'è rimasta impressa così addentro nel cuore quella buona donna, che anche al presente, quando sogno qualche mio grande dolore, vedo qualche volta lei, con la rocca infilata nella cintura del grembiale, che mi guarda con viso ansioso, come faceva nel rialzarmi da una caduta, e sento la sua voce dolce che mi dice parole confuse di compassione e di conforto. Ah! se la rivedessi viva, quando mi risveglio da quei sogni, come darei ancora il capo bianco alle sue braccia, con che dolcezza piangerei ancora sulle ginocchia della mia vecchia Maddalena!
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Non per altro che per ignoranza, con l'intento di ricrearmi, fu lei che fece di me per un certo tempo una delle vittime più compassionevoli, che siano state mai, del terrore dei fantasmi; e questo con un solo racconto, che essa disse sbadatamente, filando — me ne ricordo bene — e dando ogni tanto un'occhiata alla pentola, dove bolliva la minestra per la cena. Era la storia della Morte, che, beffata da un ragazzo, gli annunzia che verrà a pigliarlo nel letto la notte; e il ragazzo, la notte, sente prima il passo di lei per la strada, poi all'uscio della camera, poi dentro; e infine la Morte se lo porta via. Questa storia mi diede una vera malattia di paura. D'immaginazione viva com'ero, io sentivo veramente, da letto, il passo della Morte, e rabbrividivo, sudavo freddo, tremavo da battere i denti; saltai più d'una volta giù dal letto e corsi nella camera di mia madre, gridando aiuto. E da quello mi nacquero cento altri terrori. Per molti giorni mi atterrì la solitudine anche di giorno; tremai alla vista improvvisa d'un lenzuolo steso, che mi pareva il mantello dello spettro; ebbi paura d'un vecchio allampanato, che da una finestra d'un ospizio di cronici, che prospettava la mia casa, mi guardava lungamente, quando giocavo nel cortile; e credo che mi sarei ammalato davvero, se non fossi stato di fibra molto robusta. È ancora così forte in me il ricordo di quei tormenti che quando in una casa o in un giardino pubblico vedo una governante nell'atto di raccontare una favola a dei bambini, provo un senso d'inquietudine, e son tentato d'avvicinarmele, per assicurarmi che non racconti loro nulla di terribile, e per pregarla di smettere, quando ciò fosse. Povera Maddalena! Essa rimase più spaventata di me degli effetti della sua imprudenza, e fece punto fermo coi suoi racconti, inesorabilmente; ciò che le alleggerì di molto le fatiche del servizio, perchè la mia curiosità insaziabile metteva alla tortura il suo povero cervello, che non era quello del Dumas padre, sebbene io le concedessi un uso larghissimo della ripetizione. — Mai più! mai più! — rispondeva alle mie preghiere. — Che nostro Signore mi perdoni, povera testa voida che sono stata!
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I miei primi compagni furono i figliuoli d'uno dei nostri facchini, il quale abitava in una casetta accanto al portone del cortile, e faceva anche da portinaio. Erano una tribù di ciabattoni, che facevano scala, come le canne degli organi, da un anno ai dodici, e ogni anno ne saltava fuori dalla casetta uno nuovo. Per me, figliuolo del padrone, avevano un certo ossequio di servitorelli, e mi ricordo che inclinavo ad abusarne. Ma su questo punto mio padre e mia madre erano severi, non me ne lasciavano passar una, ed è una delle cose di cui son loro più grato. Non si lasciavano sfuggire un'occasione di rintuzzare in me l'orgoglio signorile, d'inculcarmi il sentimento dell'uguaglianza e il rispetto della povertà. In ogni litigio che nascesse fra me e i piccoli mangiatori di polenta, se io non avevo proprio della ragione da buttar via, mi davano torto. E quando commettevo qualche grossa prepotenza, mia madre aveva un modo particolare di farmi ravvedere e chieder scusa: coglieva quel momento per fare alla famiglia uno dei regali soliti di biancheria o d'abiti smessi, che per quella povera gente era tanta manna, e voleva che portassi io stesso la roba, non accompagnato. Con la soddisfazione del compiere l'atto benefico m'entrava nel cuore il pentimento del sopruso, e con questo la vergogna; la quale alle volte mi teneva un pezzo titubante e mi faceva fare molti zig zag nel cortile, prima di presentarmi; e provavo poi un grande piacere quando, nel porger l'involto alla mamma, vedevo il piccolo offeso sorridermi, facendo capolino di dietro all'uscio, dove s'era rimpiattato al mio apparire. Il mio prediletto era Franceschino, un trippettino biondo, d'un par d'anni più di me, gran cacciatore di lumache al cospetto di Dio; che n'avrebbe scovate fin nelle crepe dei muri, e le faceva arrostire a modo suo, per semplice formalità, con un fiammifero. Un giorno, nel cortile, fui colpito nella fronte da un sasso ch'egli aveva lanciato in aria alla cieca: m'uscì il sangue, strillai, accorse mia madre, e un momento dopo la portinaia, che s'avventò sul ragazzo come una furia per pestargli le ossa. Questi, scappando in giro come una rondine, atterrito, passò accanto a noi, mia madre l'arrestò, e mentre m'aspettavo che facesse lei le mie vendette, gli mise le mani sul capo e se lo strinse al petto, per difenderlo, dicendo alla donna: — Non l'ha fatto apposta, non lo picchi, è perdonato. — Quell'atto mi cacciò dall'animo come per incanto ogni risentimento, e quasi non sentii più il dolore. Questo si chiama educare.
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Fra le mie memorie di quel tempo v'è un angelo dipinto a fresco sulla vôlta d'una cappella del duomo, dove andavo la domenica a sentir la messa con la famiglia: un'alta figura alata, ravvolta in un camicione bianco, di viso soavissimo, che pareva mi guardasse coi suoi grandi occhi azzurri. Fu quella figura che mi destò il primo sentimento religioso, facendomi pensare quanto fosse dolce il vivere dopo la morte in mezzo a migliaia di creature così belle, buone e bianche, seduto sopra le nuvole, dentro una gran luce rosata, in un'aria odorosa d'incenso, al suono dell'organo. Ricordo che pensavo a quell'angiolo ogni sera, mentre dicevo il Paternoster e l'Avemaria, prima di andare a letto, e che davo con l'immaginazione la sua forma all'angelo custode che credetti fermamente, per un pezzo, mi venisse accanto dalla mattina alla sera, invisibile. Tanto ci credevo che sovente, nei miei giochi, m'interrompevo, per domandarmi dov'egli stesse in quel momento, se davanti a me o alle spalle o dai lati, se vicinissimo o un po' discosto, se con l'ali aperte o ripiegate, e anche mi guardavo attorno, qualche volta, con la vaga idea, se non di veder lui in persona, almeno qualche indizio della sua presenza, alcun che di bianco, una forma vaporosa, un bagliore fuggente. Avevo la fede, se così può chiamarsi quello che allora sentivo; ma non rammento d'aver mai avuto paura dell'inferno, al quale quasi neppur pensavo, come a una cosa che non riguardasse i ragazzi. La religione era per me come la visione confusa d'una grande bellezza e un sentimento indeterminato di tenerezza e di bontà per tutti e per tutto, fin per i più piccoli insetti, che nei giorni di zelo più vivo badavo a scansare coi piedi. Dal che seguì che quando ebbi in chiesa le prime lezioni di catechismo dal parroco, che non ci metteva nè miele nè fiori, mi parve che m'avessero mutata la materia, e, senza rendermene chiara ragione, rimasi male, come uno che, aprendo un libro con l'idea di leggere un poema, si ritrovi sotto gli occhi un trattato scolastico. M'urtò in special modo, senza però turbarmi, quel nodoso dito sacerdotale sempre eretto e agitato in atto di minacciare le pene eterne. Quando facevo a mia madre qualche domanda relativa alla religione, non la interrogavo mai che sul paradiso, che era per me l'oggetto d'una curiosità vivissima, e intorno al quale pensavo che i grandi avessero delle cognizioni molto più precise che i bambini. E quando udivo dire d'una persona morta: — È andata in paradiso, — credevo che si dicesse per aver visto veramente qualche cosa di quella persona, come un'ombra o una fiamma, volare in alto e perdersi nell'azzurro. Quel pensiero del paradiso fu così forte allora nella mia mente, che mi attrassero poi sempre, anche nell'età matura, e mi dilettarono vivamente l'immaginazione tutte quelle scene di teatro, anche rappresentate alla peggio, nelle quali per uno squarcio delle nuvole, a traverso a un velo bianco trasparente, si vedono in un fondo luminoso delle vaghe figure celesti, sedute in vari ordini di seggi, come nell'ultima visione di Dante. Anche a vedere il paradiso in una baracca di burattini ci ho altrettanto piacere che il più piccolo degli spettatori.
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L'angelo custode non mi guardò dal crup, al quale scampai per miracolo, dopo che il medico m'aveva dato per perso. Non ho memoria alcuna dei patimenti provati, che furono atroci, come seppi poi da mia madre, poichè, già soffocato a mezzo, durai per ore a rantolare e ad annaspar con le mani, come un naufrago, rimovendo da me chiunque mi s'accostasse, come se mi rubassero l'aria, e supplicando coi cenni che si spalancasse la finestra. Ricordo soltanto che stavo spesso con l'orecchio teso per sentire se cantasse il corvo di fuori, perchè m'aveva detto Franceschino che il giorno prima della morte di mio fratello s'era sentito cantare un corvo sul tetto della casa. Ricordo d'aver visto per un momento ritta accanto al mio letto la forma nera del parroco. E un'altra cosa m'è rimasta in mente, che ancora mi fa fremere. Uscendo una mattina il medico dalla mia camera, mio padre e mia madre l'accompagnarono nella stanza accanto; donde mi venne all'orecchio un suono di voci sommesse, e poi un'esclamazione terribile di mio padre: — Anche questo! —; terribile al mio cuore in appresso, quando seppi che significava: — Anche questo figliuolo mi è tolto, — poichè il medico gli aveva levata in quel punto ogni speranza; ma non già allora, perchè non compresi. E così non compresi perchè mio padre, poco dopo, si sedesse a un piccolo tavolino accosto al letto, e menasse la matita sopra un foglio di carta, guardandomi spesso attentamente. Mi fu detto poi che, compiendo uno sforzo eroico, egli m'aveva fatto il ritratto a matita, per avere almeno quella memoria del mio viso, non ci essendo ancora in città, a quel tempo, nessun fotografo. Povero padre mio! Conservo ancora quel ritratto che mi fu lasciato da mia madre, e mi prende una pietà infinita, quando lo guardo, a pensare con quale strazio nell'animo furono fatti da lui tutti quei tratti minutissimi, che paiono l'opera d'un artista tranquillo, e specialmente quell'arruffio di riccioli bruni, sui quali egli era già preparato a darmi l'ultimo bacio. La crisi che mi salvò, la gioia dei miei parenti, la convalescenza, tutto è svanito dalla mia mente. Non mi rammento che la prima volta che fui riportato nel giardino, con un cuffietto in capo e un fazzoletto al collo, accompagnato a festa da tutti i miei, seguiti dalla povera Maddalena che piangeva dalla consolazione; rammento che era una mattina di primavera, e che provai un piacere delizioso, come se m'apparisse per la prima volta ogni cosa, al riveder la luce del sole, gli alberi fioriti, e il gatto, che si arrestò a guardarmi, stupito.
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Fra quella e la prima impressione della scuola ne ricordo un'altra, che ebbi dalla prima cognizione d'un grande dolore umano, e che vorrei poter cancellare dalla mia memoria, in cui è incisa come una ferita nella carne. C'era accanto alla nostra casa l'ospedale militare, e davanti a questo una casetta, dove abitava l'amministratore, tenente di fanteria, con sua moglie: una coppia simpatica alla città intera, che parevano fratello e sorella, e che io vedevo spesso dalla finestra passare sul viale dei bastioni, con due bambini bellissimi, fra i quattro e i sei anni, che tutti ammiravano. Una mattina, tornando con Maddalena da una passeggiata, vedemmo molta gente che s'affollava davanti all'ospedale, trattenuta a stento dai bersaglieri di guardia, tutti col viso alzato verso le finestre della piccola casa, dalle quali, tra varie voci concitate e confuse, usciva un singhiozzo di donna violento, strozzato, disperato, più somigliante all'urlo che al pianto, e che a molti della folla strappava le lacrime. Maddalena interrogò qualcuno. La risposta gelò il sangue a me pure, benchè bambino. Era accaduto questo: che il farmacista dell'ospedale, dovendo mandare della santonina per i due bimbi malati, aveva mandato invece della stricnina, e le due povere creature, prese le polveri a un tempo, erano morte quasi nello stesso punto fra le braccia del padre e della madre. La buona Maddalena si cacciò le mani nei capelli e si diede a esclamare senza fine, piangendo dirotto: — Ah povera gente! Ah povera gente! Ah povera gente! — Poi, quando fummo sull'uscio di casa, che era l'ora di desinare, mi raccomandò in fretta di non dir nulla alla mamma, chè se no, avrebbe digiunato. Ma appena entrata, al veder mia madre seduta, che piangeva, con la fronte nelle mani, comprendendo che già sapeva, proruppe in un'esclamazione d'angoscia quasi collerica, che mi scosse il cuore, benchè io non capissi ancora che era un'eco del grido eterno dell'umanità flagellata: — Signore Iddio misericordioso, come possono accadere di queste cose!
La prima scuola.
Prima dei sei anni fui mandato a imparar l'alfabeto da un maestro che teneva scuola in un ospizio di ragazzi poveri, nella quale erano ammessi a pago anche alunni esterni di famiglie agiate. V'andai volentieri; m'hanno sempre attratto fortemente tutte le cose nuove: se la natura m'avesse dato la virtù del persistere pari all'ardore dell'incominciare, sarei forse diventato un pezzo grosso. Il maestro era un uomo sui cinquanta, zoppo, senza barba, imparruccato, una figura di vecchio barbiere; ma di umor vivace, tanto che covava in quel tempo l'idea d'un matrimonio, che compì poi, con una ragazza ventenne; la quale era cagione di certe sue giornate radiose, in cui stava ritto sulla gamba sana con una certa grazia di cicogna, come in atto di farsi beffa dell'altra. Non aveva cultura; ma mente aperta e lucida, sapeva insegnare, che è una virtù assai rara fra gl'insegnanti, e render la scuola piacevole. Per insegnar la nomenclatura aveva fatto egli stesso un gran numero di cartelloni, nei quali erano disegnati e dipinti con colori chiassosi, e con cert'arte ingenua, e precisa, efficacissima sui ragazzi, campi e piazze, interni di case e d'officine, con scene relative a tutti i mestieri, animate da molte figure d'uomini e d'animali; e quei cartelloni, che mi parvero capolavori, e che ricordo con una chiarezza maravigliosa, mi fecero un'impressione così viva e piacevole, che in tutta la vita non ebbi mai più dalla pittura (Raffaello, perdonami) un diletto più delizioso.
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Nella scuola, lunga e nuda come un camerone di caserma, v'erano due file di rozzi tavoloni congiunti: una fila per gli alunni esterni, l'altra per quelli dell'ospizio, i quali eran tutti vestiti di panno grigio. La distinzione non era soltanto nel posto e nel vestire; ma anche nel trattamento che usava il maestro, il quale faceva ancora una seconda distinzione fra gli esterni di famiglia cospicua e quelli della piccola borghesia. Egli aveva la voce dolce per i signori, agrodolce per i borghesucci, agra per i poveri: questi castigava a ceffoni, scrollava gli altri per le braccia, non toccava i primi. Io appartenevo all'ordine degli scrollati. C'era tra i primi (come lo rivedo!) il figliuolo d'un banchiere, guardato con rispetto profondo da tutti; intorno al quale correva la leggenda favolosa che giocasse alla guerra in casa sua, facendo delle fortezze con gli scudi, e rappresentando assediati e assedianti con lire d'argento, fra cui gli ufficiali eran marenghi e i generali doppie di Genova, e i proiettili fiammiferi accesi, dei più fini. C'era il figliuolo d'una bella signora, che compariva alla scuola a quando a quando, vestita con gran lusso; sulla quale i ragazzi più grandi dell'ospizio facevano a bassa voce dei commenti, ch'io non capii che anni dopo, quando seppi che essa non era in regola con lo stato civile; il che mi spiegò pure perchè quel povero ragazzo piangesse qualche volta di certi scherzi, di cui mi pareva allora che avrebbe dovuto ridere. C'era anche il figliuolo d'un giudice di tribunale, che ci minacciava spesso di farci agguantare dai carabinieri, e mi ricordo d'un fatterello che lo riguarda: che un giorno, avendolo ingiurato un ragazzo dell'ospizio, il maestro, infuriato, afferrò il colpevole per un orecchio, e scotendogli il capo violentemente, gli urlò sul viso: — Ma non sai, ma non sai, di-sgra-zia-to, che quello è il figliuolo d'un giudice? — Che cose! Che tempi! Il vecchietto zoppo, adesso, farebbe ancora la tirata d'orecchi, forse anche più forte; ma non direbbe più la frase.
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Non ricordo in quanto tempo io abbia imparato a leggere. Credo non meno presto di quello che si faccia ora dopo cinquant'anni di progressi didattici. Ma ho ben presente alla memoria che una mattina di domenica, in casa, avendomi un mio fratello messo sotto gli occhi un libro di lettura per vedere a che punto fossi, rimase maravigliato che io leggessi già quasi corrente, e ne diede la notizia a mio padre e a mia madre, i quali se ne rallegrarono come di cosa inaspettata. Mi rallegrai anch'io di quel riconoscimento ufficiale della mia uscita dalla classe illetterata; ma per una mia ragione particolare, da cui mi derivò un disinganno spiacevole. Io m'ero immaginato che bastasse saper leggere le parole per divertirsi alla lettura di qualunque libro, come vedevo che facevano i grandi. Con questa illusione, quel giorno medesimo, tirai giù un volume a caso dalla libreria di mio padre, e mi misi a leggere. Era il libro Della tirannide di Vittorio Alfieri. Lessi una mezza pagina, la rilessi, e restai lì stupito e scontento: non ci capivo un'acca, come se fosse stato ebraico. E non me ne potevo capacitare. — O come va questo? — mi domandai. — È scritto in italiano, so leggere, e non intendo nulla! — Pensai d'esser cascato sopra un libro difficile: ne presi un altro. Era il Primato del Gioberti. Rifeci la prova. Peggio che peggio. Cominciai a capire allora che mi rimaneva molt'altra strada da fare prima di entrar nel regno della letteratura, e, scoraggiato, lasciai i libri e corsi a giocare, non confessando ad alcuno la mia delusione, di cui sentivo vagamente il ridicolo. Ma pochi giorni dopo ebbi un conforto. Il facchino portinaio, salito in casa per pigliare un mobile, vedendo un libro sopra un tavolino, ne compitò il titolo, a voce alta, per farmi sentire che sapeva leggere; ma lesse: — Opere schelte. — Io lo corressi, si persuase, e mi ringraziò. Fu per me una viva soddisfazione d'amor proprio che mi fece rialzare la fronte e ritornare fiducioso agli “studi„.
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Furono interrotti i miei studi da un grande viaggio, del quale serbo il ricordo come d'un sogno stupendo: un viaggio che feci con mia madre a Valenza, dove una sorella m'aveva innalzato alla dignità prematura di zio: una visione confusa di paesi ignoti, inquadrati in finestrini di vagoni e di diligenze; nella quale sono grandi lacune nere di spazio e di tempo, che mi paiono corrispondere a lunghi sopori misteriosi; e fra l'una e l'altra, in una luce vivissima, particolari di nessun conto, come un gatto visto sopra un tetto o un cencio rosso appeso a una finestra, e dei via vai d'ombre umane senza viso, e suoni vaghi di campane sconosciute, il cui ricordo mi ridesta il sentimento provato allora, d'una lontananza immensa della mia casa e della mia scuola. Uno dei ricordi più netti è la curiosità ardente con cui mi guardai attorno quando scesi alla stazione d'Alessandria, con l'idea di vedere all'orizzonte una specie di gran muraglia della China, un ammasso enorme e intricato di bastioni e di torri merlate, che si disegnassero nel cielo come una cresta alpina, mostrando le bocche di mille cannoni e le baionette di un esercito di sentinelle. Credo che la mia passione di girare il mondo sia nata dalle commozioni straordinarie che ebbi in quel viaggio; durante il quale mi rammento che mia madre doveva frenare di continuo le mie impazienze, ritenermi per un braccio quando mi lanciavo allo sportello, e farmi cenno di parlare più basso quando esprimevo i miei sentimenti con esclamazioni a voce alta, che facevano ridere tutti i viaggiatori. E non solo per il diletto che provai ho sempre creduto che i denari meglio impiegati dai parenti per l'educazione dei fanciulli siano quelli spesi a farli viaggiare; ma anche, e più, perchè ricordo bene (e me l'affermarono i miei) che quel breve viaggio fece fare quasi un salto alla mia intelligenza; tanto che, tornato a scuola, feci più profitto in un mese che non ne avessi fatto prima in parecchi. E così sempre, in appresso, risentii dopo ogni viaggio un rinvigorimento di tutte le facoltà dello spirito, mi ritrovai in uno stato di coscienza intellettuale somigliante a quello che ci è frequente nell'adolescenza, quando, voltandoci indietro a considerare ciò che eravamo poco tempo avanti, ne sentiamo quasi pietà, come dello stato d'un essere inferiore, che ci sia rimasto di sotto, a una grande distanza.
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Il giorno che tornai a scuola mi lasciò nell'animo un ricordo incancellabile. Prima che entrasse il maestro, i ragazzi dell'ospizio mi diedero la notizia che era morto il giorno avanti un loro e mio condiscepolo, del quale ricordo il nome: Giacinto, e mi domandarono se lo volevo vedere. Risposi di sì, spensieratamente, e condotto da uno di essi, m'andai a affacciare all'uscio d'una cameretta a terreno, dov'era disteso in letto il cadavere, col capo scoperto. Quel viso immobile e bianco, con gli occhi vitrei spalancati in un'espressione di stupore sovrumano, mi fece un senso così profondo di terrore e di ribrezzo, che per quanto durò la scuola non intesi nulla, e arrivato a casa, mandai giù a stento due bocconi per non farmi scorgere, e non dissi una parola; assorto sempre nell'immagine di quel viso, che mi stava davanti, solenne, misterioso, terribile, come il viso d'uno spettro che sorgesse da terra dovunque io volgessi lo sguardo. Non sfuggì il mio stato d'animo agli occhi di mia madre, che m'interrogò, e mi indusse, insistendo, a dirle il vero. Mi fece rimprovero della curiosità che m'aveva spinto a vedere; ma subito sviò da questo il discorso, impietosendosi per quel povero ragazzo morto in un ospizio di poveri, senza padre nè madre, che forse non aveva mai conosciuti, senz'alcuna assistenza amorosa, non pianto da alcuno, e che sarebbe stato sepolto senza un fiore sul feretro, e non ricordato da anima viva. Quelle parole mi destarono in cuore un senso di compassione e di tenerezza, che non ne scacciò al tutto, ma vi scemò assai, e quasi coperse d'un velo il terrore, volgendo a un altro corso i miei pensieri; a traverso ai quali quel viso bianco mi apparve sotto un nuovo aspetto, più doloroso che spaurevole, come ingentilito dall'aureola ideale della sventura. Ma per tutto quel giorno scansai sempre di trovarmi solo dove si fosse, e la sera volli che mia madre mi stesse al capezzale fin che fossi addormentato, a ripetermi le parole d'amore e di pietà, che velavano di bianco ai miei occhi il fantasma della morte.
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Stetti quasi due anni a quella scuola, che non mi riuscì punto faticosa, grazie al buon senso del maestro, e anche all'uso didattico di quel tempo, nel quale si misurava forse meglio d'adesso la capacità cerebrale dei fanciulli. E fu sul finire del second'anno che incominciai a leggere qualche libro, e a comprendere. La prima commozione profonda che ebbi dalla lettura me la diede un capitolo del Giannetto dov'è raccontata una scappata di casa del piccolo protagonista, il quale, dopo varie corse e avventure, ritrovandosi solo in campagna al calar della notte, preso dalla paura e dal pentimento, mentre sta per darsi alla disperazione, è ritrovato e ricondotto fra i suoi. Tremai e piansi a quella lettura, mi ricordo, e, chiuso il libro, m'andai a avviticchiare al collo di mia madre, giurando in cuor mio che mai, mai al mondo mi sarei arrischiato a una così tremenda avventura. Ma che è mai l'animo dei ragazzi, che può ricevere l'una sull'altra, egualmente profonde, due impressioni di natura opposta, e che potenza maravigliosa ha sulla fantasia fanciullesca ogni finzione! La mia seconda lettura fu la Vita d'un bandito: un vecchio libro ch'io scovai per caso nei fondi della biblioteca di casa, e che poi andò perduto; con mio grande rammarico, poichè ebbi più tardi cento volte il desiderio di rileggerlo, appunto per la forte scossa che n'avevo avuto da bambino. Non ricordo di qual paese nè di che tempo fosse quel soggetto da galera che correva i monti e le foreste rubando e accoppando, e uscendo sempre vittorioso, con stratagemmi sbalorditoi, dalle sue lotte temerarie con “l'arma benemerita.„ Ricordo solo che mi appassionai per lui come per un eroe, che la sua vita errante e tempestosa mi parve così bella e desiderabile da farmi vagheggiare in segreto il disegno di darmi alla macchia non appena l'età me lo consentisse, e che m'infervorai a tal punto in questo sogno che già dalle finestre di casa mia cercavo con lo sguardo per la campagna quale via avrei preso per la fuga, e su quale delle alture lontane avrei fatto il mio primo bivacco brigantesco, e forse affrontato per la prima volta la forza pubblica. Ah, come sarebbe rimasto male, se m'avesse potuto veder nell'animo, il povero autore del Giannetto!
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Ma proprio nel più caldo dei miei entusiasmi criminali mi seguì un'avventura che mi fece rinunziare di punto in bianco alla nobile carriera che vagheggiavo. Avevamo in casa un vecchio gatto rosso, al quale volevo un gran bene, e che soleva dormire ogni sera sulle mie ginocchia. Mi prese un giorno il ghiribizzo di condurlo a spasso come un cagnolino, e gli legai al collo una corda, con un nodo largo e fermo, che non gli desse noia, e non si potesse stringere. Ma, fatto appena il nodo, egli mi scappò, e non mi riuscì di raggiungerlo; nè lo rividi più per quel giorno. La mattina dopo, giocando nel giardino, lo vidi per di dietro fra i rami d'un albero, come appostato, nell'atto d'avventarsi sopra un uccello. Lo chiamai: non si mosse. Mi feci sotto l'albero, per guardarlo nel muso. Rabbrividii. Era morto. Impigliandosi fra i rami, la corda gli s'era avvolta e serrata intorno al collo come un serpente, e l'aveva soffocato. Pien di spavento e di dolore, corsi a confessare il mio delitto a mia madre, piangendo e supplicandola di non dir nulla a mio padre, al quale il gatto era carissimo. Mia madre mi perdonò e promise il silenzio, il gatto fu sepolto di nascosto, nessuno tradì il segreto. Ma fu un momento terribile quando mio padre, a tavola, uscì a dire tutt'a un tratto: — O dov'è andato il gatto rosso, che non si vede più? — Non debbono esser sonate più terribili al primo fratricida le parole divine: — Caino, che cos'hai fatto di tuo fratello? — Mi sentii la coscienza d'un assassino. Non potei reggere allo sguardo di mio padre, che pareva mi leggesse nel cuore. Finsi di sentirmi poco bene per scappar da tavola, e m'andai a chiudere nella mia camera, dove mi buttai sul letto, col cuore oppresso dalla paura e dal rimorso. C'era sul tavolino da notte la Vita d'un bandito. Al veder quel libro mi balenò un pensiero salutare; il dubbio di aver mai l'animo così forte da potermi dare con fortuna alla poetica professione che avevo scelta. Meditai alquanto su quel problema. E venni a questa conclusione: — No. Tu che sei ridotto in questo stato per la morte d'un gatto, che pure non morì di tua mano, no, tu non avrai mai l'animo di ammazzare dei carabinieri. — Il pensiero era espresso in parole più riguardose per il mio amor proprio; ma, insomma, era quello. E rinunziai da quel momento alla vita del brigante, e ridivenni Giannetto.
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Fu una sera di quell'anno stesso che il mio buon padre, sempre inconsapevole della corda, mi condusse la prima volta al teatro, dove una povera compagnia drammatica rappresentava il Tartufo del Molière. Prevengo la disapprovazione degli scrupolosi: la commedia non appannò nemmeno la mia purità infantile, perchè non ne capii il bellissimo nulla. Una sola frase richiamò la mia attenzione. Quando Tartufo, torcendo il collo e giungendo le mani, disse alla signora: — Voi avete certe armi! — tutto il teatro diede in una risata, della quale non compresi il perchè, non vedendo indosso all'attrice nè pugnali nè pistole. E domandai a mio padre: — Quali sono queste armi? — Egli sorrise, passandosi una mano sui baffi, e dopo una breve esitazione rispose: — Per armi, in questo caso, s'intende la bellezza, la grazia.... i modi gentili.... — Ne capii poco più di prima. Ma per me furono uno spettacolo incantevole la sala, il triplice ordine dei palchi, il lampadario, i lumi della ribalta, e soprattutto il telone dipinto, che rappresentava una rivolta di popolo contro un feudatario del medioevo: la commedia non mi parve che un accessorio di quelle maraviglie. E all'uscita feci rider mio padre esclamando con entusiasmo: — Ah, quanto mi son divertito! — Buon padre mio! Anche privando sè di molte cose, egli ci procurava ogni specie di divertimenti, e quando mia madre gli faceva qualche osservazione sulla spesa, le soleva rispondere: — Eh, poveri figliuoli; abbelliamo loro la vita quanto ci è possibile; chi sa mai quale sarà il loro avvenire? Avranno almeno un caro ricordo dei loro primi anni.
Ma per tutto quell'anno ogni piacere che dovetti a mio padre mi fu sempre turbato dall'immagine di quel povero gatto, il quale mi aveva distolto, morendo, dalla via della violenza e del sangue.
Qui, quae, quod.
Non avevo ancora otto anni quando fui messo al latino, nelle scuole pubbliche, in Prima Grammatica, come si chiamava allora il primo corso di Ginnasio. Troppo presto. Vengano a discorrere con me i padri che hanno la smania di far correre le scuole ai figliuoli come si corre il palio, come se la loro buona riuscita nel mondo non dipendesse da una infinità di casi intimi ed esteriori, tutti imprevedibili; appetto ai quali il dubbio vantaggio di finire i primi studi un anno o due avanti gli altri non conta il minimo che. Questa smania non aveva già mio padre, che volle far soltanto un esperimento; ma l'esperimento, benchè non subito, fallì; e non senza mio danno, perchè quel “troppo presto„ mi fece un martirio inutile di quei tre primi anni di latinità, che pure erano allora meno difficili d'adesso.
Mi fece l'effetto d'una caserma, quando c'entrai la prima volta, quella grande scuola affollata di ragazzi, molti dei quali avevano tre o quattro anni più di me, e mi parevano uomini, e mi destò un senso di reverenza paurosa quella cattedra enorme, della forma d'un pulpito, che torreggiava sopra i banchi come un castello feudale sopra le casipole d'un villaggio. Il professore, un uomo sulla quarantina, di viso aristocratico e grave, sempre insaccato in una gran palandrana oscura, che pareva un prete spretato, ci faceva dire le preghiere in coro al principio e alla fine d'ogni lezione, e benchè vigesse da sei anni lo Statuto, fra una declinazione e l'altra, picchiava spesso e sodo; ma egli pure, come il mio primo maestro, più volentieri sui panni rozzi che sui panni fini. Salvo questa parzialità delle mani, era un buon diavolo, e insegnava con buon metodo; ma non era in suo potere di far digerire il latino a uno stomaco di sette anni e mezzo. Di tutto quell'anno m'è rimasta una memoria confusa di fatiche ingrate, di sogni affannosi e di pianti. Il solo ricordo lieto è quello del giorno onomastico del professore, che si soleva festeggiare allora, in tutte le scuole inferiori, con un regalo collettivo, per il quale la scolaresca si dava moto quindici giorni avanti. Il regalo fu fatto quell'anno in un modo comicissimo, che mette conto d'accennare, per dare un'idea degli usi scolareschi del tempo. Si mise trenta soldi ciascuno, e si comprò un pan di Spagna, non so quante bottiglie di vin di Barolo, e un gran mazzo di fiori. Nell'ultima adunanza che si tenne per la strada, il collettore generale, figliuolo d'un oste, ci annunziò che avanzavano della somma otto soldi. Che cosa farne? I pareri furon diversi, si discusse: fu infine accolta a unanimità l'idea luminosa d'un piccolo droghiere, sempre carico di pensi, il quale, rammentandosi che il professore aveva da quindici giorni la tosse, propose di coronare il regalo con otto soldi di gomma arabica. E come fu portata la roba! Coram populo, di pieno giorno, come il Santo Sacramento, da tutta la compagnia: il pan di Spagna, scoperto, alla testa, portato dal più alto della classe; poi uno col mazzo, tenuto su come un flabello papale; poi altri otto o dieci, ciascuno con una bottiglia in mano; infine, il latore della gomma, e dietro di lui una processione rumorosa, che percorse le vie principali, in mezzo alla gente che si soffermava a guardare e diceva a voce alta: — Sono gli scolari di Prima Grammatica che portano la festa al professore tal dei tali. — Un ludibrio! Ora si fanno le cose con più discrezione, individualmente, e da certuni soltanto, e dai padri invece che dai figliuoli, e invece di gomma arabica si dà dell'unto nazionale. Ma il meglio l'ho ancor da dire: la scena della presentazione fu assai più amena. Era presente la signora. Tutto era già stato offerto, il professore aveva già fatto il suo discorsetto, esortandoci a dimostrargli il nostro amore con lo studio invece che col vin di Barolo, e stavamo per andarcene, quando il “gommifero„ che s'era dimenticato di fare il suo presente, si fece innanzi, e porgendo il pacco come avrebbe porto le chiavi d'una città, disse solennemente: — Signor professore, c'è ancora questo! — e poichè quegli non capiva, soggiunse con tutta serietà: — Per la sua tosse, signor professore! — Giornata felice! Dopo la quale ricordo che per alcuni giorni suonò più mite il latino e fu sospesa la distribuzione delle pacche. Ma ci vuol altro che pan di Spagna. La settimana dopo il qui quae quod riprese tutta l'asprezza dell'antico impero, ricominciarono a grandinare i pensi e le briscole, e anche il piccolo droghiere dovette riconoscere che non serve la gomma arabica a mutar l'andamento delle cose umane.
I bersaglieri.
Dalla grammatica latina mi distrasse violentemente una passione, che ebbe un effetto notevole nella mia vita, poichè si effuse quattordici anni dopo in un libro, il quale fu la prima mossa del viaggio che finisce forse con queste pagine: la passione per i soldati. O a dir meglio: per i bersaglieri, che erano il solo presidio della città; chè se ci fosse stata invece fanteria di linea, son certo che quella passione sarebbe stata assai men forte, avendo principalmente giovato a farla nascere, insieme con lo spirito guerresco del tempo e con la mia natura disposta all'affetto, la bellezza della divisa, la sveltezza degli esercizi e la prestanza personale dei “figliuoli di Alessandro La Marmora„. Fu una passione quale credo non sia stata mai più ardente in alcun ragazzo di quegli anni, neanche in quelli che erano per indole assai più fortemente inclinati di me alla vita militare: una vera frenesia, che non valsero a frenare nè esortazioni, nè rimproveri, nè danni. In tutti i giorni di vacanza, e anche negli altri, avanti e dopo le lezioni, io scappavo di casa a tutte le ore per correr dietro ai pennacchi in piazza d'armi, al bersaglio, alla ginnastica, e fin nelle marcie in campagna, allontanandomi di parecchie miglia, anche sotto la pioggia, dalla città, dove ritornavo in uno stato da impietosire i sassi. Quando sentivo suonare quelle maledette trombe sotto casa mia, non c'era più forza che mi tenesse; mi sarei calato con una fune dalle finestre, se m'avessero chiuso la porta; e tiravo via come mi trovavo, lasciando lì merenda e latino, senza cappello e senza cravatta, qualche volta in maniche di camicia, come un ladruncolo inseguito. Imparai presto a quel modo, e perfettamente, il maneggio teorico delle armi, i segnali delle trombe, l'orario, tutti i particolari della vita di quartiere, e conobbi la maggior parte dei sergenti e dei caporali della guarnigione, molti dei quali mi conoscevano e mi salutavano, chiamandomi per nome, come un cagnolino familiare. E non ero un semplice dilettante, che si contentasse di guardare: negli intervalli di riposo, in piazza d'armi e al tiro a segno, mi ficcavo tra i crocchi per sentire i discorsi e rendere dei piccoli servizi: andavo ad attinger acqua nelle gamelle o a comprar per l'uno o per l'altro un soldo d'uva o di castagne, porgevo i cappelli e gli zaini e aiutavo a spolverar le mantelline, e m'era un gran compenso il permesso che mi davano di lisciar con le mani i pennacchi o di piantar le carabine in terra per lo sperone che avevano allora infisso nel calcio. Ripensando a quel tempo, non ho che a chiuder gli occhi e a raccogliermi, e sento veramente, come se lo aspirassi, l'odor di cuoio dei centurini e delle uose, e quello delle cartucce rotte e del fumo delle schioppettate, e fino i vapori caldi della zuppa che venivano su dalle cucine della caserma. A vedermi vestito com'ero spesso, tutto impolverato e col capo nudo, molti bersaglieri mi pigliavano per un cialtroncello scappato dall'officina o dalla bottega, e quando dicevo chi era mio padre, ridevano della celia, dicendosi fra loro che per la mia età avevo già una bella disinvoltura a piantar carote. Ma io ero tanto infatuato dell'“arma„ che non m'avevo per male neppur delle beffe; e poi dalla più parte, dai soldati in special modo, non avevo che dimostrazioni di simpatia, che m'intenerivano. Di quanti ricordo ancora il viso, la voce, le diverse pronuncie dialettali, e gl'intercalari del discorso, e persino l'andatura! E ricordo pure che in quelle mie corse al suon delle trombe e davanti allo spettacolo degli esercizi di battaglione la mia immaginazione era in continuo lavorio febbrile, tutto visioni di accampamenti e di battaglie e d'avventure guerresche d'ogni specie, nelle quali mettevo in azione, sempre vincitori ed eroici, i miei soldati prediletti. Fu così viva quella passione che oggi ancora la campagna circostante alla città e le rive dei due corsi d'acqua che la fiancheggiano e tutte le strade che vi fanno capo mi si presentano sempre alla mente picchiettate di nero dalle divise e d'argento dalle baionette dei bersaglieri.
Anche una gran parte degli ufficiali conoscevo di viso e di nome, e ho ancora presente l'immagine giovanile di molti di essi, allora subalterni, che raggiunsero poi i più alti gradi, o morirono in Crimea, a San Martino, a Custoza, o combattendo contro i briganti. Ricordo un grande aiutante maggiore, dal viso fiero, che io guardavo sempre con timida curiosità, perchè si diceva che mettesse i ferri a sua moglie, per punizione, ed era vero; il famoso tenente negro, Amatore; il figliuolo di Sebastiano Tecchio, allora sottotenente, ancora imberbe, che pareva un ragazzo, e faceva girar molte teste infiorate; il tenente Franchini che, quando fu maggiore, nel 1861, arrestò e fece fucilare il famigerato Borjes; il capitano Pallavicini, quello che poi, colonnello, arrestò Garibaldi a Aspromonte, e che io vidi una mattina, andando a scuola, mentre lo portavano in carrozza, gravemente ferito al ventre in un duello, all'ospedale militare; dove riseppi dai soldati il giorno dopo che, nell'atto che gli cucivano la ferita, aveva detto sorridendo: — Oh diavolo! Non avrei mai pensato di dover vedere il colore delle mie budella! —; e molti altri. Ma fino a questi personaggi non s'alzarono le mie relazioni, nè sognavo neppure tanto onore; poichè un ufficiale dei bersaglieri mi pareva un nume. Il mio affetto era tutto per la bassa forza, come allora si diceva, ed era così pieno di poesia e di rispetto, e così ingenuo, che quando i giorni di festa, passando davanti a certi vicoli, in cui non entravano le donne oneste, vedevo qualcuno dei miei amici piumati in cattiva compagnia, ne provavo un senso penoso, un misto d'accoramento e di vergogna, che mi lasciava poi per un pezzo scontento, come per la perdita d'una cara illusione.
Il caporale Martinotti.
Fra le molte simpatie trovai un'amicizia, che è rimasta uno dei più cari ricordi della mia fanciullezza. Era un caporale trombettiere, nativo di Mortara, se non sbaglio; un giovanotto di statura media, robusto e svelto, un vero tipo di bersagliere, di viso fermo e serio; ma pieno di bontà, e di modi semplici e amabili; che si chiamava Martinotti. Prese simpatia per me a forza di vedermi galoppare, con la lingua fuori, davanti alla sua tromba. Stringemmo relazione in piazza d'armi. Poi cominciammo a passeggiare insieme nelle ore ch'egli era libero, intorno a casa mia. Egli mi trattava come un uomo; il che m'inorgogliva, e rincalzava il mio affetto di gratitudine. Mi parlava della sua famiglia, del servizio e dei superiori, mi raccontava la cronaca del quartiere, con molti particolari e con grande gravità, e io lo stavo a sentire con un raccoglimento di divoto. In casa non discorrevo più che del caporale Martinotti, che i miei fratelli chiamavano “il generale„ per canzonarmi. Egli voleva che gli dessi del tu; ma non ebbi mai tanto ardimento. Farmi veder per la strada accanto a lui era un trionfo per me, e quando mi conduceva al caffè a bere la gazosa, andavo in gloria: non mi sarei insuperbito di più se mi ci avesse condotto il conte di Cavour. Mi chiamava col nome di battesimo, ma scorciato, perchè gli pareva, così com'è, troppo lungo, e di pronuncia difficile: mi diceva Mondo o Mondino. Un giorno mi regalò un paio dei suoi galloni smessi, di lana gialla: io li portai a casa come un tesoro, me li cucii da me alle maniche della giacchetta, e con quei galloni feci per molto tempo i miei lavori di latino, che era un latino da caporale, veramente. Arrivò a tal punto la mia adorazione per lui che imitavo la sua andatura e la sua pronuncia, e fischiavo dalla mattina alla sera le “marcie„ ch'egli faceva suonare più spesso ai suoi trombettieri. Non ricordo bene quanti mesi sia durata quella felicità. So che mi pareva che non avesse mai da finire, come se il Martinotti dovesse invecchiar caporale in quella città, per gl'interessi del mio cuore. Finì invece bruscamente.
Una sera, sull'imbrunire, all'ora della ritirata, incontrandomi sui bastioni, egli mi disse:
— Sai, Mondino, parto domani sera col battaglione. — E come io non capivo, soggiunse: — Vado in Crimea.
Da un pezzo sentivo parlare della guerra di Crimea; ma, non so come, non m'era mai passato per la mente che ci potesse andare anche lui. Non mi riuscì di pronunciar parola. Egli sorrise della mia commozione, guardandomi in aria compassionevole. E credette di consolarmi dicendomi: — Spero bene di scampare ai Russi. Non ci vorranno mica ammazzar tutti. E se scampo, è facile che ritorni qui. Su, Mondino, coraggio. Ci rivedremo.
Non potei trattener le lacrime. Egli mi guardò un poco, serio serio, e poi scappò di corsa, come se l'avesse chiamato all'improvviso la voce d'un superiore. Io tornai a casa col cuore stretto, e appena entrato, diedi a mia madre la gran notizia, rotta a mezzo da un singhiozzo: — Il caporale Martinotti.... va alla guerra!
— Povero giovane! — esclamò essa, e soggiunse subito, per confortarmi, che avrei fatto bene a andarlo a salutare alla stazione.
La sera del giorno dopo corsi alla stazione: non c'era nessuno. Il battaglione era partito la mattina.
E io rimasi là un pezzo a guardar con gli occhi pieni di lacrime le rotaie luccicanti sulle quali era fuggito il mio amico, inseguendolo con la fantasia fino al paese lontanissimo, pieno di terrori e di mistero, donde pensavo che non sarebbe tornato mai più.
La guerra di Crimea e i miei amici poveri.
La guerra di Crimea è il primo avvenimento pubblico di cui trovi qualche traccia nella mia memoria; ma son tracce così rare e sparse, che ne stupisco, considerando che avevo già allora quasi nove anni, e che le grandi cose delle quali sentivo parlare ogni giorno avrebbero dovuto lasciarmi impressioni assai più fitte e più vive. Di tutto quello che precedette la spedizione non ricordo altro che una frase: — Stiamo a vedere come si dispone l'Austria — detta in casa mia, a mio padre, dal direttore delle Poste, che rivedo seduto, com'era in quel punto, in un angolo della sala da desinare, con una gamba sull'altra, e un braccio ciondoloni dietro la spalliera della seggiola. Della partenza delle truppe, dopo quella del battaglione del caporale, non rammento che un episodio, che si riduce nell'immagine d'una giovine contadina; la quale, dall'alto dei bastioni, singhiozzando, col busto spinto innanzi e con le braccia tese in uno slancio disperato di dolore, gridava gli ultimi: — Ciao! Ciao! — al treno fuggente sul ponte lontano, dove si vedevano ancora ondeggiare fuor dei vagoni i pennacchi dei bersaglieri. Poi ricordo mia madre che, con la Gazzetta del Popolo fra le mani, interrompe a mezzo, soffocata dalla commozione, la lettura della descrizione dell'incendio del Croesus, salpato pochi dì avanti da Genova coi nostri soldati. Di tutto il tempo che durò la guerra non ho più altro nella memoria che una nebbia, in mezzo alla quale vedo una dozzina di ragazzi scamiciati, raggruppati in fondo al mio cortile, che cantano in coro una canzone guerresca: vedo la bocca squarciata e torta di uno di essi, che si chiamava Clemente, e che pronunciava Crinea in vece di Crimea, e ho ancora in mente una strofetta di quella canzone, da cui si può argomentare che non ci fosse allora in una parte del popolino un'idea molto chiara delle nostre alleanze, poichè diceva:
La caserma degl'Inglesi È situata in mezzo al mar, Napoleone coi suoi cannoni La faranno sprofondar.
Ciò che ricordo bene è che pensavo spesso al mio caporale lontano, e che dopo la sua partenza cessai di bazzicare coi pochi bersaglieri rimasti, come se egli avesse portato via con sè tutta la poesia del suo Corpo e tutti gli entusiasmi del mio cuore.
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Vivissimi mi son rimasti i ricordi dei miei compagni di gioco di quel tempo, fra i quali ritorno spesso e mi trattengo lungamente col pensiero, poichè trovo in loro il primo perchè di molte idee, tendenze e simpatie, che ho conservate per tutta la vita. Essendo sempre aperto il grande cortile della casa, era il luogo di convegno e il campo di gioco di tutta la ragazzaglia del vicinato; onde mi trovai mescolato fin da bambino con ragazzi d'ogni condizione, la più parte figliuoli d'operai e di rivenduglioli; alcuni dei quali poverissimi, che perdevano i panni a brandelli e andavano scalzi sei mesi dell'anno. Con questi ebbi per anni una famigliarità fraterna, cementata da scappate comuni in campagna, da scambi di busse e di regali, da rotture e rimpaciamenti, e da migliaia di partite di palla e di pila e croce e di piccole monellerie d'ogni colore. Potrà osservare qualcuno che mi si lasciava troppa libertà, che quella compagnia non mi poteva riuscir che perniciosa. Ebbene, io son grato invece a mio padre e a mia madre d'avermi lasciato così la briglia sul collo, d'aver permesso che mi tuffassi così liberamente in quello stracciume (dal quale, del resto, date le condizioni della casa, non avrebbero potuto separarmi che segregandomi), poichè ho capito allora della vita e dell'animo della gente povera tante cose, che non capirà mai chi non è stato da ragazzo in mezzo a coetanei di quella classe sociale, chi non ha osservato in germe, per così dire, il popolo minuto, da cui ci separano più tardi troppi preconcetti e troppe diffidenze reciproche; perchè fu quella promiscuità coi piccoli scamiciati che mi fece nascere per la poveraglia una simpatia affettuosa e pietosa, la quale mi ricondusse poi sempre in mezzo agli umili, con sentimento d'amico, negli anni posteriori; poichè furono quelle amicizie che non lasciarono crescere nel mio cuore certe vanità e superbiole di “giovin signore„ le quali, svolgendosi col tempo, chiudono in molti le porte dell'animo a certi sentimenti d'umanità e di giustizia, che picchiano per entrare, troppo tardi. E quanto all'infezione morale, come dicono ora gli educatori, l'idea mi fa sorridere, veramente; poichè ho a questo riguardo dei ricordi molto chiari: ricordo che fra i ragazzi del mio ceto, che conoscevo alle scuole, e i brindelloni che m'avrebbero dovuto infettare nel cortile, non c'era alcuna differenza nè in materia di cognizioni, nè in materia di linguaggio, nè in altro che si riferisse a cose proibite; che, anzi, se una differenza c'era, stava in questo: che i ben vestiti, ai quali l'agiatezza dava maggior libertà di spirito, e il buon nutrimento più vivacità d'immaginazione, lavoravano con questa intorno agli argomenti interdetti assai più continuamente e più volentieri che i poveri, distratti molto spesso dall'appetito insaziato, dalle fatiche, dai litigi domestici, e dalle busse paterne, materne e fraterne.
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Poveri ragazzi! Non ho più saputo nulla d'alcun di loro dopo che lasciai la città; ma essi vivono, parlano ancora nella mia memoria, dopo più di quarant'anni, come se li avessi lasciati ieri: vedo ancora, oltre che i visi, i vestiti di tutti, con quelle toppe e quegli sbrani, i rammendi delle camicie rozze, gli scarponi girati loro dai fratelli, e le capigliature inesplorate dal pettine, e le crepature dei geloni alle mani, e quasi sento ancora l'odore che portava ciascuno con sè del mestiere di suo padre. Ho conosciuto poi nella vita centinaia di uomini d'altre classi sociali, che corrispondevano mirabilmente nell'indole ai tipi diversi ch'eran tra di essi; posso dire anzi d'aver incontrato ben poche persone così originali di carattere, che non mi paresse d'averle già conosciute in embrione in qualcuno di quei piccoli “mal nutriti„; poichè noi possiamo cambiare quanto vogliamo e il tenor di vita e il cerchio degli amici e dei conoscenti, ma ci ritroviamo sempre presso a poco in mezzo alla stessa compagnia drammatica, con quei certi personaggi e maschere inevitabili, che la natura ripete senza fine. Ricordo Tonino, figliuolo d'un carrettiere, che portava due cerchietti d'ottone agli orecchi, uno spirito satirico, che metteva tutti in canzonella, ma di cuor buono e d'un buon senso precoce, e dotato di molte piccole abilità meccaniche, che invidiavo e ammiravo; col quale m'era un piacere indicibile, un vero tripudio, nei giorni di pioggia, il far cuocere le castagne in un pentolino di terracotta, sotto una tettoia in fondo al giardino; dove fantasticavo d'esser stato colto dal temporale in un bosco, e d'essermi rifugiato in un antro, senza saper quando mai avrei potuto tornare a casa. Ricordo Nuccio, un viso d'arabo, figliuolo d'un pescatore, invitto giocatore a castellina, che non lasciava una noce in tasca a nessuno, una lingua d'inferno, con cui nessuno la poteva nella lotta delle ingiurie, e che insolentiva qualche volta a pagamento: capace di durarla una mezza giornata per quattro fichi secchi; Tommasino, figliuolo del pollivendolo, un pallidino con un fil di voce, di animo mite, che piangeva per nulla, e che tutti si divertivano a tormentare; Giacometto, figliuolo della lattaia, piccolo e tarchiato, buon diavolaccio, e un po' melenso, ma che quando lo mettevano a un puntaccio dava in vere furie di torello, che facevano scappare tutti quanti. E il povero Andrea, che fine avrà fatta? Un disgraziato trovatello, fasservizi d'un panattiere, che tutti picchiavano nella panatteria, così per spasso; un vero sacco da botte, e pure fresco sempre e pien d'allegria, come se i manrovesci e le pedate gli facessero l'effetto di docce igieniche: insuperabile a far saltare i soldi con la trottola e a saltare sui muriccioli a piedi giunti. E dove sarà il frate, figliuolo del cenciaio, a cui s'era dato quel soprannome perchè da bambino, per un voto fatto, era andato un pezzo vestito da fraticello; quel piccolo frate che aveva un così bel testone di filosofo piantato per traverso sopra due spalle gibbose, e che ci portava nel cortile tutti i pettegolezzi del vicinato, il più astuto e più ciarliero della compagnia, e tanto buffo da farci scoppiar dal ridere al solo suo apparire? E Gigetto, il ciabattino, gran rapinatore di nidi d'uccelli, il mio Sancio Pancia, che m'accompagnava in tutte le corse avventurose per la campagna, e che era regolarmente scapaccionato da sua madre ad ogni ritorno, perchè ritornava sempre mostrando una natica per un grande squarcio dei calzoni? E il piccolo Savoiardo, quel bel ragazzo biondo, sempre serio, orfano d'un oste, che i ragazzi più grandi tormentavano con certe allusioni misteriose a una sua sorella, sulle quali poi io meditavo lungamente.... Mi ricordo sempre d'una volta che essa venne a cercarlo nel cortile, tutta ben vestita, coi capelli corti e ricciuti, e una cintura di cuoio alla vita: mi ricordo che mandava un odore acuto d'essenza di violetta, e che per molto tempo dopo rividi sempre con l'immaginazione quei riccioli ogni volta che sentii quell'odore.
Ma il personaggio che m'è rimasto più impresso è un ragazzo sotto i dieci, che si chiamava Clemente, quello della Crinea, figliuolo d'un'erbivendola, un tipo di monello compiuto, nel quale era il germe del delinquente. È il ricordo di costui che, prima ch'io leggessi alcun libro di Cesare Lombroso, mi persuase che ci sono dei delinquenti di nascita. Era un piccolo Don Chisciotte del delitto. Il suo ideale supremo era di diventare un farabutto famoso, e si gloriava d'esser già tale, con una impudenza da pestargli la faccia. Portava sempre in tasca un coltelluccio spuntato, per impaurirci, minacciando ogni momento di servirsene. Menava vanto d'esser tenuto d'occhio dalla polizia, di non aver paura dei carabinieri, di essere anzi già sfuggito più d'una volta dalle loro mani, e diceva che per arrestar lui due non bastavano. A sentirlo, andava in giro tutta la notte, e ogni notte compiva qualche prodezza, alla quale faceva dei vaghi accenni, strizzando un occhio e appuntandosi con due dita uno dei baffi che non aveva. Ebbe un giorno la faccia tosta di condurmi in un vicolo e di indicarmi sul ciottolato certe macchie che egli diceva di sangue, sparso là da un uomo, da un prepotente, al quale egli aveva data una lezione; e un'altra volta, accennandomi la porta d'una stanza a terreno dell'ospedale civico, dove si esponevano i cadaveri degli assassinati, mi mormorò all'orecchio: — Sai? Ce n'ho già mandati un bel numero lì dentro! — Io sospettavo la smargiassata; ma che qualche cosa di vero ci fosse non dubitavo. E avevo di lui un gran terrore, che cercavo di nascondere, e me lo propiziavo regalandogli quasi ogni giorno le frutta di cui mi privavo a tavola, e anche roba che non mi spettava. Per questo egli s'atteggiava a mio protettore, e per buscar dell'altro mi dava a bere che avevo dei nemici, delle canaglie che mi volevan fare la pelle, e si vantava ogni tanto d'aver sventato una loro trama, d'averli sorpresi e cacciati in fuga col suo coltello, mentre s'aggiravano in atto sinistro intorno a casa mia. E io facevo nuovi vuoti nella dispensa domestica per ricompensare i suoi finti servigi di brigante amico.
Costui, nondimeno, non aveva ancor sulla coscienza nulla di grave; non era ancora che uno spaccone della mariuoleria. Ce n'era un altro che aveva già incominciato la carriera. Non veniva che di rado nel cortile, perchè abitava lontano; di chi fosse figliuolo non sapevo; forse di nessuno. Era sempre in giro; passava più notti al lume della luna che sotto i travicelli, se pure aveva un tetto. Era un ladruncolo di mestiere, specialista delle frutta. Passando accanto a un banco di fruttaiuolo, di pieno giorno, in presenza di chi si fosse, agguantava una pesca o un grappolo d'uva, e spulezzava con una tal velocità che non c'erano gambe che lo potessero raggiungere: era un ladro alato. Aveva una faccia trista. E come l'avrebbe potuta aver buona, povero ragazzo, cresciuto come una fiera in un bosco? Ma io non potevo allora sentirne la pietà che ne sento adesso. Temevo assai più lui di quell'altro, e per questo l'accoglievo con particolar cortesia quando onorava i miei poderi d'una sua visita. Un giorno, dopo avermi guadagnato un soldo al gioco delle bocce (lo lasciavo sempre guadagnare), egli infilò la strada per andarsene, ed io stavo osservandolo dalla soglia del portone. Passò in quel punto davanti a me un brigadiere della polizia, — un perticone alto due metri, con una durlindana che non finiva più; — il quale, vedendo il ragazzo alle spalle a un tiro di pistola, esclamò: — Ah! Ce l'ho finalmente! — e slanciatosi di corsa in punta di piedi, a passi corti e rapidissimi, lo raggiunse e lo ghermì per un braccio. Quegli si mise a urlare come un disperato, chiedendo pietà e misericordia; ma il brigadiere tenne duro, e lo tirò via. Io rimasi agghiacciato dalla paura, con la coscienza d'un complice, a cui dovesse toccare la stessa sorte fra poco; e rientrato in casa pallido e tremante, stetti rintanato tutto il giorno, spiando tratto tratto dalla finestra, col tremacuore di veder comparire da un momento all'altro il brigadiere lungo, in aria di dire: — All'altro, adesso! — Non vidi più quel ragazzo dopo quel giorno.
Fuori di questo e dell'accoltellatore putativo, tutti gli altri erano in fondo buoni figliuoli, incapaci d'una birbonata vera, alcuni affezionatissimi e già utili alle loro famiglie; e mi volevan tutti bene, nonostante i battibecchi frequenti, perchè, non tanto per proposito quanto per affetto, io non facevo sentir loro in alcun modo la mia superiorità di condizione. Il che non toglieva che facessi qualche volta il prepotente, per impulso d'istinto; ma ricordo che quando mi dicevano (e lo dicevano sempre in quei casi) ch'io facevo così perchè ero un signore, queste parole mi ferivano al cuore, e ne rimanevo umiliato e confuso, e m'affrettavo a farmi perdonare con ogni specie di cortesie, e anche d'adulazioni.
Sul campo dell'onore.
La mia passione per i soldati trovò un grande sfogo in questa banda di mocciosi, coi quali potevo fare il generale. Li armavo di randelli, li ammaestravo agli esercizi, e li conducevo fuori a far delle marcie militari con trombette di latta e con bandiere di carta, discorrendo sempre con loro d'un nemico immaginario, col quale un giorno o l'altro ci saremmo dovuti misurare, e contro il quale essi s'andavano accendendo di giorno in giorno di generosa ira guerriera: tanto è facile montar la testa alle moltitudini coi fantasmi dell'onore e della gloria, anche contro un nemico che non esiste. E veramente io vivevo nell'aspettazione continua di qualche grande prova, senza saper da che parte nè come se ne potesse presentar l'occasione. L'occasione si presentò. V'era in un altro quartiere della città un altro piccolo Bonaparte, che fu poi mio compagno nella Scuola di Modena ed è ora colonnello dei bersaglieri, il quale addestrava pure un piccolo esercito contro un nemico creato dalla sua fantasia. Apprender l'esistenza l'un dell'altro, ed esser nemici, e considerar necessario il cozzo delle due schiere, fu una cosa sola. S'era bene italiani da una parte e dall'altra, e cittadini della stessa città, e in un tempo in cui la patria comune era impegnata in una guerra contro la Russia; ma si apparteneva a due parrocchie diverse, e questo bastava ad aprire un abisso fra di noi. Noi dicevamo con disprezzo: — Quelli di Sant'Ambrogio —;questi dicevano con disdegno: — Quelli di Santa Maria —; come accade fra gli uomini, tale e quale, e anche fra i popoli, presso a poco. Si procedette con tutte le regole della diplomazia. Ci fu una formale dichiarazione di guerra portata per iscritto da due commissari in ciabatte. I due eserciti, composti d'una ventina di cazzabubboli, partirono una mattina, a un'ora convenuta, dai loro accampamenti, movendo l'un verso l'altro per vie designate. Io m'ero messo a tracolla una sciarpa azzurra rigata di bianco, avanzo d'una vecchia tenda di finestra, e brandivo una daga di legno, fasciata di carta d'argento, che m'aveva fatta un mio fratello: mi credevo formidabile. Ma quando vidi apparire in fondo alla strada, alla testa dei suoi, il generale nemico, riconobbi con umiliazione ch'egli era assai più fieramente armato di me, poichè aveva in capo un vero e proprio cappello di bersagliere, con tanto di sottogola, un vero zaino sulle spalle, e un simulacro di carabina fra le mani. A un segnale dato da un dei miei con un imbuto, le due osti si corsero incontro. Non saprei ridire l'andamento della battaglia, che dev'esser stata, come le battaglie antiche, una serie di conflitti disgiunti, i quali non avrebbero data ad alcuna parte la vittoria, se questa non fosse stata decisa dal duello dei capitani. Il mio avversario era ardito; ma fu vittima d'una illusione: scambiò con una lama vera il mio brando di legno inargentato, mi credette risoluto al sangue, die' indietro ai primi colpi, mi voltò lo zaino e riprese a gambe la via della sua parrocchia. Ma era una fuga da Orazio davanti ai Curiazi. Io gli detti dietro; corremmo un pezzo in mezzo alla gente che s'arrestava a guardarci, in atto di dire: — Santi scapaccioni! — A un certo punto, il generale fuggente, visto in terra un mattone, lo raccolse con una mossa fulminea, e mi fece fronte: io torsi il busto per scansare il proiettile, e me lo presi in un fianco. Vidi le due Orse! Accecato dall'ira, mi lanciai avanti; il generale Ambrosiano, più lesto di me, sparì come un razzo. Insomma, il vero “battuto„ ero io, e come! Ma con la scomparsa del fromboliere, il suo esercito s'era dileguato; eravamo rimasti noi padroni del terreno, noi i vincitori. Tornai a casa piegato in due; a ogni mossa, ricacciavo dentro un gemito; dissi a mia madre che era un colpo d'aria. Ma la galloria, ma il vampo che menammo di quel trionfo ipotetico fu una cosa da non immaginare. Per tutto quel giorno, e per qualche giorno appresso, non parlammo d'altro; tutti raccontavano episodi, tutti avevano fatto prodezze da Orlando; tale e quale come i “reduci„ ai banchetti. E m'era già cessato da un pezzo il dolore al fianco, ch'io lo simulavo ancora, camminando inflesso come un arco, per far durare la gloria della ferita. Quante volte, molti anni dopo, alla Scuola militare, il mio buon amico ed io ricordammo quella famosa giornata, e la nostra “singolar tenzone!„ E chi sa che il bravo colonnello non se ne ricordi ancora qualche volta, quando lavorano i muratori nella sua caserma, e gli cade lo sguardo sopra un mucchio di mattoni!
Primi palpiti....
Trovo a questo punto il ricordo di quel primo sentimento confuso e soavissimo, che si può chiamare il crepuscolo dell'amore, e che la parola non può render che malamente, come il pennello il primo barlume dell'alba. Una sera, tornando da una passeggiata col portinaio, ci fermammo in una piazzetta dove dava spettacolo una famiglia di poveri saltimbanchi, e danzava in quel punto sopra una corda, con le sottanine corte e il bilanciere in mano, una ragazzina della mia età, di forme graziose e di viso dolce e triste, accompagnata da un organetto che suonava un'aria lamentevole. Le batteva in viso la luce d'un lampione; vidi che aveva gli occhi pieni di lacrime: era forse stata battuta, o era digiuna o malata, e la facevano ballare per forza. Non so ben dire, ma ricordo bene quello che provai: un sentimento nuovo per me, una simpatia viva, dolcissima, piena di tenerezza e di pietà, diversa affatto da quanto avessi mai sentito fino allora in presenza dell'altro sesso; una commozione gentile e grave ad un tempo, della quale sentivo non so quale alterezza, e che mi lasciò pensieroso per tutta la sera, come d'un mistero, e compreso di quella malinconia che ci viene dalla solitudine della campagna all'ora del tramonto; ma non turbato neppure dall'ombra d'un pensiero sensuale, benchè fra i compagni di scuola e di gioco mi fosse già passata per gli orecchi molta parte dello scibile; anzi rifuggente con ribrezzo da ogni immagine impura che mi balenasse appena alla mente. Ciò che prova per me che non è quella peste incurabile che si crede la cognizione precoce (d'altra parte inevitabile, che che si faccia) di certe cose, poichè l'amore è più forte di lei, e quando si leva spazza via dall'anima, come un colpo di vento, ogni pensiero immondo. Disparve presto quella immagine; ma non rimase più vuoto il posto che ella aveva occupato: nel quale sottentrarono via via le piccole signorine più belle e più note della città, che usavano ballar tra di loro ogni domenica in una piazzetta del passeggio pubblico, mentre suonava la banda municipale; e tutti quegli amori furon della natura del primo, affettuosi e puri, tutti del cuore e della fantasia, accompagnati da ambizioni vaghe di gloria, da immaginazioni poetiche di nozze premature, di fughe avventurose, d'incontri romanzeschi in foreste e in deserti, di colloqui appassionati e sommessi nel silenzio delle notti stellate. Che sciocco errore è di far colpa ai ragazzi, come d'un delitto, o di deriderli di quei primi moti della passione, che sono invece la sola forza intima che possa preservarli dalla corruzione! Io ricordo che tutte quelle ragazzine m'apparivano come ravvolte in una infinità di veli, di cui il mio pensiero non raggiungeva mai l'ultimo; che le tenevo come creature sovrumane, le quali non avessero di fanciullesco che l'aspetto, così che restavo stupito, quasi deluso, quando nel passare accanto a loro, mentre discorrevano con le governanti o coi fratelli piccoli, le udivo dire qualche sciocchezza, come ne dicevano tutti i ragazzi della mia età. E avrei sentito una vergogna mortale se esse avessero potuto udire certi discorsi che facevamo fra di noi, e ogni allusione volgare che si fosse fatta a quella che per il momento stava sull'altare, m'avrebbe offeso nell'anima. Ma da quei discorsi, per quanto stava in me, esse rimanevano sempre fuori, come esseri inaccessibili alle volgarità di questa terra. Le nostre immaginazioni e i nostri discorsi licenziosi avevan per oggetto persone d'altra età e d'altra condizione, nelle quali non si guardava nè a bellezza nè a bruttezza, e neppur ci aveva che vedere la simpatia; e anche correva un lungo tratto tra l'audacia impudente delle parole e la vera capacità morale di peccare. Benchè il mio sentimento religioso fosse molto vago, e andasse soggetto a molte intermittenze, quello di cui si parlava così allegramente m'appariva pur sempre un peccato enorme, di conseguenze grandi e terribili nell'altra vita ed in questa; la prima delle quali pensavo che fosse un'immediata e profonda trasformazione morale, un'entrata violenta e pericolosa di tutto l'essere nella virilità, lo scoprimento istantaneo di molti misteri solenni della vita, una sazietà improvvisa di tutti i giochi e di tutti i piaceri della fanciullezza, e la morte d'ogni amore allo studio. Tanto è vero che, essendosi vantato con me quel tal Clemente, d'aver conosciuto l'albero del bene e del male, e avendomi raccontato che la sera della sua prima colpa era stato accompagnato fino a casa da una voce cupa e continua che veniva di sottoterra, io la bevetti come me la diede, e ne serbai per molto tempo un senso segreto di terrore.
Il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea.
Ero passato intanto al secondo anno di Grammatica; del quale non conservo altro ricordo netto che quello d'uno sproposito enorme ch'io feci in una traduzione dal latino a un esame mensile, il più sformato farfallone, il più buffo e scandaloso quiproquo che sia mai stato preso, credo, nelle scuole d'Italia, da che vi s'insegna la lingua di Cicerone, e che rimase meritamente celebre tra la scolaresca per tutta la durata del corso. Era.... Ma no, non lo dico, perchè non sarebbe creduto, perchè si penserebbe certamente ch'io l'avessi inventato per rallegrar la materia e per vantarmi d'aver superato in qualche cosa i confini dell'immaginazione umana: la memoria d'una tale scelleratezza deve scender con me nel sepolcro. Fuor della scuola, il mio ricordo più vivo di quell'anno fu il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea. Già, quand'era venuta la notizia del primo sbarco delle truppe a Genova, avevo pensato subito al mio caporale Martinotti. Era egli scampato alle battaglie e al colera, o era una delle tante vittime che aveva lasciato il nostro piccolo esercito sulla via dolorosa dal porto di Balaclava alle trincee di Sebastopoli? E se era vivo, sarebbe ritornato nella piccola città dove l'avevo conosciuto? Il giorno che si sparse la voce: — Arrivano due battaglioni domattina — fui fuor di me dal piacere e dall'impazienza. Ma mia madre, prudente, credette di dovermi preparare a una delusione. — Bada — mi disse — ne son morti tanti! E poi, chi ti dice che non sia rimasto a Genova, o che non debba rimanere a Torino? — Quest'avvertimento mi rese pensieroso. Mi svegliai non di meno la mattina dopo con l'allegra certezza di rivederlo. Accorse ad aspettare i soldati una gran folla, per modo che dovetti restare assai lontano dalla stazione, sul margine d'un largo viale che saliva dalla strada ferrata ai bastioni; ma lì, a forza di gomiti, conquistai un posto fra i primi spettatori.
Che cavallone mi fece il sangue quando sentii i primi squilli di tromba, e vidi schierarsi in colonna giù sul piazzale i primi plotoni! Ma che soldati eran quelli? Non riconoscevo più i miei bersaglieri. Eran tutti neri come beduini, vestiti di lunghi cappotti grigi, con certe miserie di pennacchi scemi e stinti, cascanti come cenci dai cappelli logori: più fieri all'aspetto, senza dubbio, più belli cento volte di com'eran partiti; ma mi parevan soldati d'un esercito straniero, che dovessero parlare un'altra lingua, e di cui nessuno m'avesse più a riconoscere. La colonna si mosse, fra gli applausi della moltitudine. La precedeva un grosso stuolo di trombettieri, che mi dovevano passare proprio sui piedi. Ci doveva essere tra quelli il mio caporale; a ogni passo che facevano avanti, mi batteva il cuore più forte. Ah! eccolo, ecco Martinotti.... Ahimè, fu l'illusione d'un momento. Il caporale era un altro. Martinotti non c'era. I trombettieri passarono. Rimasi col cuore oppresso. Guardai tutti i gallonati della colonna: non lo vidi. Ah! è morto — pensai — il mio buon caporale è morto! O è forse rimasto a Torino o a Genova, come mi disse mia madre, e non lo rivedrò mai più, come se fosse morto. — Non restava più da passare che una compagnia, e io stavo osservando un vecchio capitano che aveva una grande cicatrice a una guancia, quando udii a due passi da me una voce allegra: — O Mondino! — Mi voltai, come a una scossa elettrica: era lui! lui, coi galloni di sergente, in serrafile, col cappotto grigio e tre penne sul cappello, col viso abbronzato, dimagrito, un po' invecchiato, mi parve, ma diritto e svelto come avanti la guerra, lui che mi salutava con la mano nera e con quel buon sorriso d'una volta, che non avevo mai dimenticato. Gli risposi con un: — Ah! — che fu come uno squillo di trombetta, e per poco non mi cacciai tra le file ad abbracciarlo. — Come sei cresciuto! — mi gridò, e non ebbe tempo di dir altro; gli ultimi due plotoni passarono fra gli applausi e gli evviva, e io fui travolto dalla folla che irruppe dietro alla colonna per accompagnarla al quartiere. Lo rividi il giorno dopo, con che festa si può pensare, e la nostra amicizia si riannodò più salda di prima. Ma, cosa strana, non ricordo assolutamente nulla delle molte cose della guerra ch'egli mi deve aver raccontate quel giorno e i seguenti, nè m'è rimasto in mente alcun particolare delle nostre relazioni dopo il suo ritorno. La sola cosa che ricordo, dopo quell'avvenimento, è un gran banchetto che fu dato a tutti i soldati nella piazza d'armi, dove eran disposte a raggiera molte lunghissime tavole, sotto un vasto padiglione imbandierato. Ma anche di questo non conservo che un'immagine confusa, come d'uno spettacolo visto di sfuggita, e a traverso un velo di vapori.
Il furore della pittura.
La guerra d'Oriente ebbe una conseguenza triste in casa mia, poichè, indirettamente, fu la causa che mi s'attaccasse la passione d'imbrattar carta coi colori; la quale diventò e fu per un certo tempo un vero furore di maniaco. Non mi pare inutile di farne un cenno poiché si tratta d'una piccola malattia per cui passano quasi tutti i ragazzi. Me l'attaccò un grande quadro, non ancor finito, rappresentante la battaglia della Cernaia, che mio padre mi condusse a vedere nello studio d'un bravo pittore lombardo (il Borgocarati, un eroe delle Cinque giornate) che era stabilito da anni nella nostra città. Fra gli altri particolari, mi colpì così vivamente lo sfolgorìo purpureo d'uno squadrone di cavalleria inglese galoppante sul davanti della tela, che non gridai: — Son pittore anch'io! — come quel tale artista famoso, ma sentii il fremito delle facoltà occulte che esprimeva quel grido. Era questa un'illusione che covavo fin dai sei anni, per aver fatto uno scarabocchio di battaglia, il quale era parso una maraviglia al mio buon padre, che l'aveva messo in un quadro, come una manifestazione non dubbia di genio. Ah, gli occhi dell'amor paterno! Faceva tanto più onore al suo cuor di padre quell'errore perchè, senza aver fatto studi regolari, egli era intendentissimo d'arte, e disegnava, miniava e modellava con gusto squisito. Vadano pur cauti i padri amorosi a profetar Raffaelli in casa propria, chè non avranno mai cautela soverchia. In realtà, avevo un sentimento vivissimo dei colori, che mi davano piaceri acuti, somiglianti a quelli che dà la musica, tanto da tenermi in contemplazione per delle mezz'ore davanti a una stoffa, a un'aiuola, a una nuvola, fantasticando come davanti a un quadro che rappresentasse una scena umana. Ma era un sentimento che non si doveva estrinsecare per mezzo dei pennelli. Avvenne a me quello che avviene a molti nati alla pittura, i quali cominciano invece col menar la penna: sbagli di porta, che fa chi ha furia d'entrar nell'arte. Ma questo dubbio non poteva neppur lampeggiare alla mia mente. Sciupai dozzine di scatole di colori a tingere risme di carta, tentando tutti i generi, dal paesaggio da confettiera al quadro storico da cartellon dei burattini, ma più che altro la pittura militare; alla quale mi incitava, senza volerlo, mio padre, col parlar sovente di Orazio Vernet, di cui era caldo ammiratore. Non si son combattute tante battaglie nel secolo sopra la faccia della terra quante io ne scombiccherai in sei mesi col mio granatino della malora. Ne buttavo giù fin quattro in un giorno. Era un vera fabbrica di carnificine dipinte. Non si possono immaginare gli orrori che ho messi in acquarello. E siccome regalavo i miei lavori, come Massimo d'Azeglio, a tutti i miei amici e conoscenti, venne un tempo in cui ne fu invasa la città, e se ne vedevano appiccicati ai muri per la strada, nelle botteghe del vicinato, e perfino agli usci delle stalle. Il caso aggravante era che avevo la faccia di firmarli, perchè non mi potessero rubare la gloria degli artisti senza coscienza. Quante volte il mio povero padre, vedendoli, deve aver detto tra sè: — Ah! di quanto mal fu matre quella benedetta inquadratura! — Perchè l'opera si moltiplicava senza migliorarsi; il decimillesimo soldato uscito dal mio pennello non aveva men diritto d'esser “riformato„ dai medici che il primo; non figliavo che mostricini tutti improntati dello stesso conio di famiglia; tutti quanti i battaglioni, tutti gli squadroni, che lanciavo all'assalto sulla carta di protocollo, gridavano in coro contro il piccolo assassino dell'arte. E intesi quel grido, finalmente, e mi sdiedi a poco a poco dalla strage. Ma non son mica malcontento, ripensandoci, d'esser passato per quel periodo di criminalità pittorica, poichè fu forse quella sfuriata, dalla quale uscii sazio e deluso, che mi distolse dal mettermi più tardi ad altre prove inutili, fu quella rosolìa artistica, patita nella fanciullezza, che mi salvò da qualche altro malanno nell'adolescenza, il quale avrebbe potuto avere effetti più gravi che lo sciupio dei colori e l'imbratto delle mura cittadine.
Il regno del terrore.
Entrai nella Terza Grammatica, sotto un professore terribile, che mi rese quell'anno memorando. Era un uomo tarchiato, con una gran faccia sbarbata e pallida da Padre Inquisitore, nella quale luccicavano due occhi chiari e freddi, che parevano due pallottole di cristallo. Non picchiava; ma era peggio che se picchiasse, perchè si serviva del latino come d'una frusta metallica, con cui ci faceva frullare come i mezzani di Malebolge sotto le scuriade dei diavoli. Ci caricava di lavoro, ci oberava di pensi, non ci lasciava girar gli occhi, nè allungar le gambe, faceva somigliar la scuola a una funzione funebre. Aveva il furore dei quaderni di bella copia: ne dovevamo tener dodici: per le frasi italiane e per le latine, per le regole delle due grammatiche, per le sentenze morali, per le similitudini, per la mitologia, e via discorrendo: una vera amministrazione letteraria, che non ci dava respiro. Non montava mai in collera, era pacatamente spietato. E il linguaggio feroce che usava così a sangue freddo! A ogni errore di grammatica: — Ah, vile malfattore — Ma lei disonora la sua famiglia — Lei tradisce la patria — Lei andrà a finire in galera — Questo è uno sproposito ignominioso — Questa è una sintassi da farla cacciare in prigione.... — Dopo due mesi di questo regime eravamo tutti ridotti un branco di schiavi tremanti. C'eran dei veri martiri del nuovo metodo, imbecilliti dai verbi difettivi, che impallidivano al suono del comando: — Mi coniughi — e non dormivano più dallo spavento delle dieci lezioni quotidiane che dovevamo mandare a memoria. Oh quel gran crocifisso appeso al muro, sopra la cattedra, come simboleggiava lo stato di tutti! Quell'Ezzelino della Grammatica s'ammalò una volta nel cuor dell'inverno: tirammo tutti un respiro di mantice; ma un respiro solo, perchè egli ci spirava terrore anche da letto. Venne a sostituirlo un suo collega, professore in aspettativa, che comparve il primo giorno in divisa di guardia nazionale, e appoggiò il fucile alla parete, accanto alla cattedra. Credendolo della stoffa dell'altro, di cui era amico intimo, pensammo che fosse venuto armato per far fuoco sugli sgrammaticanti. Era invece un buon diavolo, che ci restituì alla vita umana. Ma quel paradiso non durò che otto giorni; dopo i quali il tiranno ritornò, più truce di prima, e noi ricurvammo la fronte, con raddoppiato terrore, sotto il giogo nefando.
Tre personaggi straordinari di quella mandra atterrita mi sono ancora stampati nella memoria. Uno era un certo Gatti, il solo che non temesse Ezzelino, e che noi ammiravamo per questo come un'anima eroica, che rappresentava in faccia alla tirannia il nostro spirito secreto di ribellione. Egli faceva audacemente le nostre vendette, non con risposte o atti insolenti, ma con l'ostentazione costante d'un freddo disprezzo, con una pertinacia invitta nella volontà di non studiare; e non c'era rimprovero nè minaccia che gli facesse mutare aspetto nè piegar sua costa. Egli affrontava i fulmini fissando negli occhi al professore uno sguardo da Capaneo, che ci faceva fremere d'entusiasmo. Il professore castigava i rei facendoli stare in ginocchio sull'impiantito accanto alla cattedra, e quel “magnanimo„ stava inginocchiato per mattinate intere, col busto eretto e con la fronte alta, in un atteggiamento superbo di angelo ribelle alla Grammatica, nel quale grandeggiava ai nostri occhi come una statua di Michelangelo. Il tiranno si rodeva; ma egli non chiedeva mai grazia. Credo che alla scuola egli abbia passato più tempo in ginocchio che seduto, e che, se è tuttora in vita, debba avere ancora i calli alle giunture, come quei maomettani fanatici che hanno fatto il viaggio alla Mecca carponi. O anima altera e disdegnosa! Dovunque tu sia, possa raggiungerti questo tardo saluto d'ammirazione dell'antico compagno di schiavitù e d'inginocchiatura.
L'altro era il più attempato della classe, un ragazzotto robusto, di viso precocemente grave, poco familiare coi compagni: venuto da Saluzzo, mi pare, e tenuto a dozzina da una zia di manica larga, che gli allentava la briglia e non gli contava gli spiccioli. Lo guardavamo tutti con certa ammirazione perchè si diceva che abusasse virilmente della sua libertà; ci appariva quasi circonfuso d'una gloria satanica, come un eroe del Byron, e poichè, diffidando di noi, non accennava che velatamente, e di rado, alle sue scappate, noi davamo alle sue poche parole oscure cento interpretazioni fantastiche, assai più ardite e profonde del suo pensiero. Risento ancora la commozione della scena solenne che seguì una mattina, quando il professore, informato non so da chi delle sue sregolatezze, lo chiamò in presenza della scolaresca davanti alla cattedra, e con viso e voce d'un presidente di Tribunale statario, gli disse: — Nefande cose ho saputo sul conto suo, signor.... tal dei tali!
E dopo una pausa funerea: — Ella va attorno di notte!
E dopo un'altra pausa più lunga: — Ella bazzica con la feccia del consorzio civile!
E dopo un silenzio lunghissimo, con voce soffocata: — Ella beve!
E finalmente, con un colpo di cannone: — Sciagurato!
Corse un brivido per tutti i banchi; pareva che nessuno respirasse; durò per un minuto un silenzio di morte. Fu una scena tragica, veramente. Il piccolo accusato, immobile e muto, ci apparve come l'immagine incarnata di tutte le corruttele e di tutti i delitti della decadenza di Roma.
Non saprei ridire il discorso che sfoderò poi il professore: ricordo solo che c'entrarono la giustizia divina e la umana, e l'infamia eterna, e l'ergastolo, e altre dolcezze consimili, messe fuori con voce cavernosa e roteando gli occhi in modo da dar la terzana, e che, finita la lezione, non per ribrezzo di lui, ma per terrore del tiranno, sfuggimmo tutti lo sventurato peccatore come un maledetto da Dio.
Il terzo era un tipo amenissimo, mingherlino, con un viso di vecchio notaio, figliuolo d'una bustaia vedova: uno sgobbone indefesso, che aveva grandi pretensioni di latinista, e faceva i componimenti a musaico, a furia di frasi raccattate qua e là con una pazienza di santo, e messe insieme con gli artifici più grossolani, congiunte proprio con la forza, a marcio dispetto della logica e del senso comune, che per lui non contavan nulla, purchè la lingua e lo stile, come egli diceva, fossero “oro di coppella„. Me lo vedo ancora davanti, un giorno che leggeva al professore uno dei suoi periodi intricatissimi, al quale diceva d'aver lavorato tutta la notte.
Il professore gli disse: — Ma io non capisco.
— Lo credo bene — rispose — qui ci son delle frasi peregrine.
— Ma che frasi sono, che io non le intendo?
— Ma è tutto, tutto un tessuto di frasi. Io ho condensato. Si sa. Capire alla prima è impossibile!
E il tira tira durò un pezzo, fin che egli si rimise a sedere scoraggiato, facendo un atto del capo come per dire: — È tempo perso: il vero latino non è più inteso.
Dei fatti miei rammento una composizione italiana a tema libero, che fu il primo mio parto letterario, di cui serbi memoria. Descrissi Una lotta fra il leone e la tigre: argomento in armonia con la mia natura, si capisce. Ricordo che incominciava con la frase: Sul rosseggiar del cielo, ed era tutto uno stridío di parole terribili, scelte tra le più ricche di erre e di esse, una musica infernale di ruggiti e di rantoli, una lacerazione furiosa di carni e di regole di sintassi, che finiva in un lago di sangue. Mi aspettavo un trionfo, quando fui chiamato a leggere: fu un fiasco enorme; fu l'unica volta, credo, che risero insieme il professore e la scolaresca, e forse l'ombra invisibile del Padre Corticelli, che era il nostro grammatico ufficiale. E questo fiasco, che m'avvilì allora profondamente, è adesso per me un caro ricordo, poichè fu l'avvenimento che fruttò ai miei compagni di servaggio e di terrore il solo quarto d'ora d'ilarità collettiva ch'essi abbiano avuto in quella scuola dolorosa.
Dolorosa per me in ispecial modo perchè non ero ancora in età da poter reggere a quelle fatiche, e tra per lo strapazzo intellettuale e per l'affanno continuo, che qualche volta mi faceva sobbalzare la notte e farneticare come un allucinato, la mia salute se ne risentiva. Appena se n'accorsero mio padre e mia madre, decisero d'accordo di levarmi dalla scuola e di non rimandarmici per quell'anno, perchè mi rifacessi l'animo e le forze. Prima che finisse l'inverno mi fu fatta la grazia e uscii dai lavori forzati.
Il maestro prete.
Perchè non frollassi nell'ozio, mi fecero far ripetizione di latino da un prete, un'ora il giorno, a casa sua, dov'egli stava con sua madre e una zia; le quali m'aprivano l'uscio pian piano, e scomparivano senza dir nulla, come due larve. Era un bel pretino biondo, fresco come una rosa, con due occhi azzurri vivissimi; i quali potevano far presagire agli accorti che presto o tardi egli avrebbe gettato il collare sur un fico; come lo gettò infatti pochi anni dopo per mettersi al collo una collana vivente. Ma, ahimè! il giovine maestro non aveva più voglia d'insegnarmi il latino di quello che n'avessi io d'impararlo. Il ricordo di quell'esperienza m'ha fatto poi avversario risoluto dell'insegnamento a quattr'occhi (fuor che nel caso che insegnante e alunno siano due miracoli di buon volere), poichè quasi sempre manca all'uno e all'altro ogni stimolo; quando nella scuola collettiva, invece, lasciando anche da parte l'emulazione, s'avvivano e s'acuiscono le facoltà intellettuali del ragazzo come quelle dell'uomo in teatro, per effetto della comunione che si stabilisce fra le menti, le quali quasi operano insieme, illuminandosi a vicenda. Sotto il tiranno Ezzelino ero ammazzato dalla fatica; col prete morivo dall'uggia. Per un po' di giorni simulammo tutti e due: egli lo zelo, io l'attenzione. Poscia più che il dover potè la noia. Era un ipnotizzamento reciproco. Ci guardavamo alle volte l'un l'altro con due grand'occhi fissi, che a poco a poco s'ammammolavano, come gli occhi di chi cade in deliquio; poi aprivamo la bocca insieme e ci tiravamo in faccia uno sbadiglio sgangherato, enorme, interminabile, in cui pareva che esalassimo fino agli ultimi cuius tutto il latino che avevamo in corpo.... e non c'era molto di più nel suo che nel mio.
Ma un giorno egli fece un'uscita che mise come un soffio di vita fra di noi, e infuse in me una passione nuova, la quale lasciò una traccia profonda nella mia memoria. Era allora attivissima l'opera ecclesiastica per il riscatto dell'infanzia chinese abbandonata. Ex abrupto, il giovine prete mi ragguagliò della cosa: poi mi domandò se avrei accettato l'ufficio di raccoglier fra i ragazzi di mia conoscenza sottoscrizioni di dodici soldi l'anno, allo scopo di salvar dalla morte e dalla perdizione migliaia di poveri bambini del Celeste Impero, ch'eran buttati via come cenci o venduti come bestie; e aggiunse ch'io avrei assunto il titolo, ambito da molti, di collettore, che tutti i collettori sarebbero stati presentati al vescovo, e che quattro di essi, due ragazzi e due ragazze, scelti fra i più avvenenti, avrebbero avuto l'onore di far la questua in una funzione solenne che si doveva celebrare in una chiesa della parrocchia; per la quale egli aveva composto i versi e la musica d'un inno, da cantarsi dalle voci migliori, fra cui poteva esser la mia. Fu come avvicinare una fiammella ad un razzo. L'idea del salvamento dei bambini, l'ambizione dell'ufficio, la patente d'avvenenza e l'immagine del vescovo m'accesero improvvisamente d'uno zelo, non dirò santo, perchè era misto di troppi sentimenti profani, ma benefico per me, perchè mi risvegliò l'animo e la mente, che s'erano addormentati nel latino. E a proposito, non sarebbe una buona cosa quella di dare all'educazione intellettuale, troppo astratta, della fanciullezza, il rincalzo di qualche azione di utilità pubblica, che, avendo uno scopo diretto ed effetti sensibili, stimolerebbe altre facoltà ed altri affetti, e insegnerebbe con la dottrina la vita? Non mi pare un'idea da buttar via. Ma tiriamo innanzi.
Il sentimento religioso, che non s'era spento in me, ma era solo stato compresso, come ogni altro affetto, dall'incubo scolastico, mi si ridestò in quel periodo di riavvicinamento alla chiesa; ricominciai a dire le preghiere la sera e la mattina, andai alla benedizione, ripresi amore alle cerimonie del culto, mi venne il desiderio d'imparar a servir la messa, e per questo mi diedi a frequentare una chiesa vicina a casa mia, dove strinsi amicizia con altri piccoli topi di sacrestia, e entrai in grazia di qualche vecchio prete, che mi regalava delle immagini. Ogni volta che mi raccolgo nei ricordi di quei giorni, vedo arder ceri e scintillar pianete, sento le note dell'organo, mi par di respirare nell'aria un odor d'incenso, e risento, se così può dirsi, il sapore d'un certo stato di coscienza, non più esperimentato di poi, una dolcezza quieta del cuore e quasi una chiarezza dell'animo, che svaniscono se v'insisto troppo col pensiero, come quei motivi di musica che ci suonano alla mente, ma che ci sfuggono se vogliamo tradurli in note vocali. Vagheggiai in quei giorni l'idea di farmi prete.