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Ricordi d'infanzia e di scuola

ADOLESCENTI

Reading edition

SUI BANCHI DEL GINNASIO (Frammento).

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Eran le otto e venti. Su nel grande corridoio, tutto tappezzato di carte geografiche e d'orari, non passeggiava più che il bidello, solo in mezzo a due lunghissime file di cappotti appesi alle pareti, che davano al ginnasio l'aspetto d'un'enorme rigatteria: solo e tronfio secondo il suo solito, come se portasse in corpo tutta la scienza che s'era insegnata da vent'anni nelle stanze affidate alla sua scopa.

A un tratto, udendo un passo risoluto dietro di sè, si voltò in tronco, e fece un saluto dignitoso al professore Carati che andava alla sua classe.

Arrivato all'uscio, il professore aperse con uno spintone i battenti, e in quattro passi impetuosi, come se pigliasse la rincorsa per un salto, salì sulla cattedra.

La scuola, — un'ampia stanza rischiarata da due finestroni, tutta bianca e nuda, fuorchè dalla parte della cattedra, dove pendevano alla parete un crocifisso e il ritratto del re, tra una grande lavagna e un planisferio, — era occupata da dieci banchi neri, divisi da una corsia, tutti pieni di alunni. In un banco a sinistra del professore c'erano quattro ragazze. Nei due penultimi spiccavano le uniformi orlate di rosso e luccicanti di bottoni metallici di dieci convittori del Vittorio Emanuele. Erano in tutto una cinquantina di scolari, cento occhi vivi, ridenti, petulanti, curiosi, paurosi, fissi negli occhi d'un solo.

Ma il professor Carati aveva dietro agli occhiali un par di pupille piccolissime e nerissime, che, quando le fissava in faccia a qualcuno, gli faceva sentir dentro lo sguardo acuminato e freddo come un succhiello. Quella mattina aveva l'occhio sinistro ammaccato da un librone cadutogli sul viso da uno scaffale alto della sua libreria. Era un ometto di media statura, con un naso ardito, con una bocca a taglio di rasoio, con certe mandibole rilevate come se ci avesse due noci tra pelle e pelle; piantato su due gambe d'acciaio sempre tese, che, quando era ritto, presentavan di profilo la forma di due archi rientranti inflessibili. Egli era venuto su fin da ragazzo per forza d'una volontà indomata, conquistando tutti i posti gratuiti dal Convitto Vittorio Emanuele al Collegio delle Province, ed era allora, oltre che professore al Ginnasio, libero docente all'Università e ufficiale di complemento degli Alpini: un vero Alpino delle lettere, fatto per le lunghe marce in salita, e per la lotta con le bufere. Come non aveva mai avuto indulgenza per sè, non ne aveva per gli altri. Trattava gli scolari come soldati d'una compagnia di disciplina; giusto, risoluto, e dopo che aveva deciso, inesorabile. Le sue punizioni erano fulmini senza tuoni e senza lampi. E in tutto agiva così a scatto di molla. Moveva delle domande improvvise che facean l'effetto di stoccate in pieno petto; diceva dei no, dei mai, dei via, che facevan trasaltare la scolaresca come lo scoppio d'un petardo. Per far sentire la forza del latino pronunziava certe frasi, una di Livio specialmente: exercitum fundit, fugatque; regem obtruncat et spoliat; duce ostium occiso urbem primo impetu capit, in modo che pareva di sentir scalpitare dei branchi di cavalli e cozzar delle spade. Diceva bocciare e bocciato con tante ci che ai paurosi degli esami metteva un brivido per le ossa. Vedeva tutto, indovinava ogni cosa; aveva un occhio di lince e un udito di gatto; si spiegava con grande chiarezza, senza una parola superflua; e, terminata la lezione con un taglio netto, andava via di volo, cacciando da sè interrogatori, adulatori, parenti, e in special modo le mamme appiccichine, come uno sciame di mosche. Aveva — come dicevano — il latino nero, — e trentadue anni.

Girato uno sguardo rapido sulla classe, sedette, fece raccogliere i lavori dai caposquadra, e, aperto il registro dei punti, chiamò a voce alta: — Votini! —

Alberto Votini, un bel ragazzo dal viso aristocratico, figliuolo d'un banchiere, s'alzò stentatamente, coi muscoli ancora indolenziti da una lunga corsa sul velocipede, e rimase piegato a mezzo, con le mani appoggiate al banco, come per iscomodarsi il meno possibile.

— La lezione, — disse il professore.

Eran quattro regole sull'uso dei casi.

Il Votini cominciò, si corresse, s'ingarbugliò, rimase in asso.

— Segga, — disse il professore. — Zero. Recidivo. Mi scriverà quaranta volte queste regole per posdomani.

Il ragazzo sedette, sorridendo da un angolo della bocca al suo vicino, per mostrare che s'infischiava del latino e dei suoi ministri.

— Annina Rosetti, — disse il professore.

Tutti gli alunni si voltarono con curiosità verso il banco delle ragazze per vedere se il professore avrebbe usato delle preferenze. E d'in fondo al banco s'alzò una ragazzina di undici anni, vestita a lutto, piccolina, con un viso gentile e timido, che si coprì di rossore. Capiron tutti che non era sicura del fatto suo.

La ragazza, infatti, espose con voce tremante, poco bene, le due prime regole, — tartagliò la terza, — storpiò la quarta.

Il professore disse con voce squillante, notando: — Tre. — Tutti i ragazzi si guardarono, scambiando un sorriso di approvazione: riconoscevan la giustizia. La ragazza sedette, con le lacrime agli occhi.

Interrogò altri tre: tutti risposero male: s'eran tutti fondati sull'esame bimensile, che non avrebbe lasciato al professore il tempo d'interrogare.

Il professore chiuse il registro con un colpo secco; poi, con un accento che faceva d'ogni parola una frustata, disse: — Poltroni: non avete vergogna a mangiare il pane dei vostri parenti? Voi, per le vostre famiglie, non siete che animali domestici; e ancora.... questi servono a qualche cosa. Vi dovreste coprir la faccia con le mani quando incontrate per la strada i ragazzi del popolo che lavorano dieci ore il giorno nelle officine. Voi dite: Gli uni lavorano, gli altri studiano. Ma voi non studiate. Che sacrifici fate voi da mettere in confronto con le loro fatiche? Voi convertite in una ingiustizia odiosa la superiorità di condizione sociale in cui vi ha messi la fortuna. La vostra poltroneria è un insulto alla fanciullezza povera che stenta e lavora. E osate parlar di patria nei vostri componimenti! La patria ha bisogno d'intelligenze colte e utili, e voi le preparate dei parassiti ignoranti. Non avete in corpo che un'ambizione miserabile. Ma, badate: cadrete nella mota a mezza via, e i valorosi vi passeranno sul ventre. Intanto, non sperate compassione in fin d'anno, nei giorni in cui i codardi piangono. Io vi schiaccierò. Scrivete.

E in mezzo a un silenzio profondo, dettò il tema d'esame: un passo di Cornelio da voltare in italiano e due periodi italiani da tradurre in latino.

Quasi tutti, secondo l'uso, invece di legger prima attentamente il passo da tradurre per veder di coglierne il senso generale, si buttaron subito sui vocabolari a cercar le parole della prima frase, anche quelle che sapevano. E per un pezzo non si sentì più nella scuola che il fruscìo dei libroni scartabellati.

La più tranquilla di tutti era Maria Bianchi, coi suoi lineamenti regolari di santina di frate Angelico, sui quali non si vedeva mai l'espressione d'uno sforzo intellettuale. Quando intoppava in una difficoltà, posava la penna, e, fissati gli occhi chiarissimi sulla finestra, cominciava a riflettere, a girare lentamente col pensiero intorno al punto difficile, come un ufficiale con lo sguardo attorno a una fortezza nemica; e se qualche rumore la scoteva, si voltava a guardare, stupita quasi che ci fossero altri che lei nella scuola. Vico Nelli, suo vicino di banco ed amico, la guardava tratto tratto, dal secondo banco di destra, pensando con invidia a quella mente pacata in cui tutte le idee si posavano pronte e nette come le immagini sur uno specchio; mentre lui, come gli diceva sua madre, capiva, è vero, e ricordava, ma tutto a mezzo, e aveva la testa piena di nozioni indeterminate e ondeggianti, come il linguaggio della musica, che studiava da due anni; e passandosi sulla fronte la mano larga e pallida, cercava di mettere in atto il consiglio di sua madre, la quale imparava il latino con lui: “non passar mai alla traduzione d'una proposizione secondaria senza esser certo d'aver tradotto bene la principale, per non correr pericolo di frantenderle tutte.„ E ripeteva tra sè: — vediamo; vediamo; — ma il motivo della fantasia dell'Alard, che il maestro di violino gli aveva data per lezione, non gli lasciava raccogliere le idee. Ma il più agitato di tutti era un certo Morelli, seduto all'altra estremità dello stesso banco, — figliuolo d'un impiegato del Registro, — timido per natura, e affetto per giunta d'una malattia particolare, tutta scolastica, che i medici hanno ancora da definire, — un terrore degli esami, degli studi, dei professori, di tutto quanto avesse relazione con la scuola, — terrore che gl'ingigantiva il concetto di tutte le difficoltà, che gli scompigliava in capo davanti alla cattedra la lezione saputa perfettamente fino a un minuto innanzi, che gli ottenebrava, gli sbarrava l'intelligenza, nel momento della prova, alla idea più semplice, alla domanda più chiara. Passato a stento dalla 1ª alla 2ª, era rimasto con lo spavento addosso del pericolo corso, come uno scampato a un eccidio, e a otto mesi di distanza gli opprimeva già l'anima il pensiero dei nuovi esami. Arrestato da una difficoltà fin dalla prima frase del tema, egli cominciava ad affannarsi, come sempre, sfogliando con mano concitata dizionari, Esercizi e grammatica, e lanciando da ogni parte delle occhiate di naufrago che invoca soccorso.

I due veri principi della classe, superbamente sicuri del fatto proprio, erano il Derossi e il Carpini, seduti alle estremità di due banchi vicini, in modo che la corsia soltanto li separava. Erano differentissimi fra di loro, sotto ogni aspetto. Il Derossi, figliuolo d'un ricco fabbricante di seta, biondo, bello e riboccante di vita, aveva un'intelligenza larga e brillante, riscaldata da un cuore d'artista, generoso e palpitante d'ambizione. Il Carpini, per contro, — figliuolo d'un ingegnere, — una figura secca, che mostrava più anni di quelli che aveva, con una testa piccola e fatta a punta, coperta di capelli neri appiccicati come se si fosse tuffato nell'acqua, con due occhi grigi e freddi, un po' loschi, nei quali non passava che a momenti un vivo balenìo, aveva un ingegno meno pronto e meno vasto, ma più fermo e più esatto di quello del Derossi. Ragazzo com'era, non aveva già altro in mente che la sua carriera d'ingegnere: contava già sulle dita ogni giorno gli anni del ginnasio, del liceo, dell'Università e del Valentino, meditando dei salti e delle scorciatoie; e non gli premeva tanto di levarsi in alto quanto d'arrivar lontano, e il più presto che avesse potuto. Trattava già i suoi compagni come concorrenti; non aiutava nessuno; non amava nessuno; avrebbe, potendo, rubato le frasi latine e le regole al cervello dei suoi colleghi, non tanto per arricchir sè quanto per spogliar loro; combatteva già, senza scrupoli, la lotta per la vita, con un intuito precoce delle durezze del mondo, e con la coscienza sicura che nella società egli sarebbe stato coi lupi e non fra gli agnelli. Fin dai primi giorni la scolaresca aveva messo lui e il Derossi l'uno di fronte all'altro, come due campioni che si sarebbero disputati la primazia; ed essi, indovinatisi a vicenda, non s'erano ancora scambiati una parola in due mesi, benchè due volte la settimana si trovassero insieme a tirar di scherma nella sala del maestro Gandolfi, dove andava pure il Votini. Ma il Carpini, che all'ammirazione dei compagni non teneva gran fatto, non si appassionava punto in quella specie di rivalità pubblica; mentre l'altro, caldo di natura, abituato a primeggiare e un po' gonfiato da sua madre, era gelosissimo, e si preparava a combattere con tutte le forze. Questo si vedeva benissimo dal loro contegno, quella mattina. Il Carpini lavorava quieto e raccolto; il Derossi era eccitato e, scrivendo, sbirciava a ogni poco il vicino, con un sorriso nel quale già si riconosceva il difetto che gli andava crescendo nell'anima da un anno: la vanagloria.

Accanto al Carpini c'era un povero ragazzo di nome Pitto, passato dalla 1ª alla 2ª per un miracolo di cui era ancora stupefatto, — piccolo, — lo zimbello della scuola, — una di quelle povere creature assolutamente inette agli studi, — le quali dicono e scrivono gli spropositi enormi che passano in tradizione — che imparan la lezione senza intenderla e traducono a caso — vittime innocenti della scuola, instupidite e schiacciate ogni giorno di più dalle difficoltà che s'accumulano, e come perduti in un caos tenebroso di idee e di parole, in cui vanno brancolando alla cieca fin che un professore abbia l'onesto coraggio di consigliare i loro parenti a liberarli da quel supplizio inumano. Il povero ragazzo, che s'era impuntato alla prima parola, domandava tratto tratto una spiegazione al Carpini, il quale gli rispondeva in fretta, senza curarsi d'essere inteso; e quegli, rimasto al buio come prima, guardava per aria, con l'espressione rassegnata e indifferente d'uno assuefatto a quegli impicci, e che non spera nè teme più nulla. Ogni tanto, mosso a compassione, gli suggeriva una parola o una frase un convittore, che stava nel banco dietro al suo.

Costui, di nome Borzini, era il bello spirito della classe, uno dei diavoli più indiavolati del Vittorio Emanuele, che aveva sempre qualche ammaccatura, o lividura, o gonfio, o graffio, o una mano o la testa fasciata, in conseguenza di pugilati o di cadute che gli fruttava la ginnastica temeraria e matta a cui s'abbandonava durante le ricreazioni. Il suo ideale era di diventare ufficiale d'artiglieria. Caricaturista, imitatore di voci e di gesti, motteggiatore terribile, — studiava poco; ma con certe sue furberie e industrie, che gli giovavano molto; e aveva una grande immaginazione sregolata, che gli faceva tirar giù dei componimenti interminabili, pieni di scorrezioni e di idee e frasi originali, per lo più comiche; e una memoria maravigliosa, ma non sorretta dalla riflessione; nella quale, come in un magazzino di strada ferrata, entrava affollatamente una gran quantità di roba da una porta per uscir quasi subito dall'altra. Un'ora dopo la dettatura del tema, egli non aveva ancora tradotto che una frase: stava facendo la caricatura d'un certo Pantone, suo compagno, il quale ripeteva la 2ª dopo aver ripetuta la 1ª ginnasio e la 4ª elementare: e lo rappresentava vecchio come l'alleluia, ancora alunno della 5ª ginnasiale, che accompagnava a scuola i suoi figliuoli, già liceisti.

Questo Pantone, seduto nell'ultimo banco in mezzo agli altri ripetenti, era il più attempato della classe: un ragazzone sonnolento e molle, che incretiniva lentamente e dolcemente, rattrappito dentro a una scorza d'indifferenza così spessa, che nessun rimprovero di professore o di parente arrivava neppur più a passargli la prima pelle. Vorace come un bufalo, egli si consolava di qualunque più clamorosa “topica„ con la idea d'una data pietanza o minestra che avrebbe mangiato la sera, o con la gioia infantile di poter aggiungere un oggetto nuovo a una sua strana collezione, composta di pelli di topo, di bottelli di scatole di Liebig, di caratteri tipografici, di calamite, di prismi di vetro, di carte asciuganti di tutti i colori, che non usava, e che serbava pulitissime. Egli se ne stava lì inerte, con la schiena arrotondata, come un grosso gatto infingardo, intento alla sua ricreazione prediletta di sforacchiarsi con la punta d'una penna la pelle della mano, che s'era ridotta come la mano d'un crocifisso; e aspettava le dieci per risolversi a copiare il lavoro da un altro.

Un altro bel personaggio era un ragazzo di nome Fossotto, seduto in fondo al primo banco di sinistra, vicino all'uscio; un tipo rozzo e sano di montanaro, ruzzolato giù da un villaggio di Val Vermenagna, dove stava suo padre, capomastro, che aveva rammucchiato qualche migliaio di lire e voleva far del figliuolo “un uomo di scienza„ mentre questi, invece, aveva per aspirazione suprema di essere un giorno impiegato postale del “servizio mobile„ e ciò per aver visto una volta, durante una fermata di treni, l'interno d'un vagone-posta, con l'impiegato dentro, che scriveva e fumava. Era un testone ben costrutto, un piccolo studente posato, che rivoltava adagio adagio e per tutti i versi le frasi latine, e le metteva le une sulle altre con gran riguardo, come già aveva fatto coi pietroni da bimbo, nella sua valle nativa, quando giuocava coi suoi compagni in zoccoli a fabbricar muriccioli, mostrando ch'eran mirabilmente risurte per li rami le virtù manuali del padre. Questi l'aveva messo a una magra dozzina da una vedova sua conoscente; pretendeva che, per esercizio, gli scrivesse le lettere in latino, ch'egli si faceva tradurre dal parroco; e veniva a Torino una volta al mese ad aspettarlo all'uscita della mattina davanti alla porta del Ginnasio, dove lanciava occhiate furibonde ai ragazzi fumatori, borbottava dietro alle spalle delle studentesse, e mostrava il pugno ai velocipedisti che passavano sul corso Siccardi. Il figliuolo portava anche d'inverno, per ordine del padre, la testa rapata, delle grosse camicie di fil di canapa, e un par di scarpacce, che si guardava ogni momento per verificarne lo stato. Ed era diligente nello studio, benchè non leggesse nè scrivesse una sillaba più del necessario; pien di buon senso; punto affettuoso con gli amici; ma incapace d'un'impostura. L'unico suo tormento era quello d'esser canzonato dalla scolaresca per la sua barbarissima pronunzia italiana: perchè pronunziava come se avesse la bocca piena di pasta, e i muscoli labiali ribelli alle parole lunghe, e gli era negata dalla natura l'esse ci; tanto che il convittore Borzini gli aveva messo il soprannome di vovo al gussio.

A destra di lui sedeva un certo Astocchi, il suo rovescio, figliuolo d'un padre troppo buono, che l'adorava senza conoscerlo; un sacchetto di vizi; fannullone, mellifluo, adulatore, impostore, invidioso; una vera mela marcia messa a contatto d'una mela sana; e dall'altra parte, un curioso originale, figliuolo d'un illustre professore d'anatomia, una faccia rugosa di vecchio commediante, che il convittore Borzini aveva soprannominato l'astro spento, perchè era stato un fanciullo miracoloso nella 3ª e 4ª elementare, aveva avuto sei mesi di celebrità nella 1ª ginnasio, e poi — a un tratto — come se gli si fosse spezzata la molla della volontà sotto la pressione delle lodi, — non aveva più fatto nulla di buono, ed era sceso dai primi fra i mediocri, e da questi fra gli ultimi, non conservando più dell'antica grandezza che un perpetuo sorriso tra minaccioso e sprezzante, che diceva: — Guai se volessi! — Pover a voi se mi ci rimetto! — Ma non ci si rimetteva mai, e non era più che una superba rovina intellettuale.

Nel banco delle ragazze, — tra Maria Bianchi, che toccava i quattordici anni, e Annina Rosetti, una sensitiva, che diventava smorta a veder leticare due compagni all'uscita e s'imporporava a ogni interrogazione del professore, — c'erano due alunne che facevano un vivo contrasto tra di loro. Una certa Italia Marri, rossa di capelli, fatticcia della persona, diritta come un colonnino, di voce e di mosse maschili, — sempre rannuvolata con le compagne — imperterrita davanti al professore — e facile ad irritarsi con tutti; alla quale il Borzini aveva posto il soprannome di russa per la sua somiglianza con una studentessa russa dell'Università di Zurigo, di cui aveva visto la fotografia; e la signorina Irene Montepilli, cugina di Maria, una bella ragazza vanerella, che s'era data agli studi classici per questa sola ragione, che le aveva profondamente ferito la fantasia una graziosa studentessa di legge, la quale aveva sostenuto gli esami pubblici di laurea, due anni prima, con un vestito nero che le stava dipinto. Comparire un giorno in quella stessa aula universitaria, vestita in quella maniera, in mezzo agli applausi, era da due anni la passione, il sogno della sua vita. Ma la signorina studiava pochino, aveva il vezzo di fare tutti i sostantivi femminili, e una repugnanza innata al corretto uso del soggiuntivo. In compenso, rideva a ogni proposito e sproposito, per mostrare il doppio giro dei chicchi bianchi; rideva tanto che, se ogni volta che apriva la bocca le fosse entrata dentro una regola di grammatica, eh! ne avrebbe potuto insegnare a Tommaso Vallauri. Ed era questa illusione forse che le faceva guardare dall'alto al basso il suo sesso — digiuno di studi classici: — una sua frase prediletta, che aveva trovato in un articolo bibliografico del giornale l'Eleganza.

Questi erano i personaggi principali della classe; gli altri, i soliti. Qualche ragazzo d'ingegno, che aveva poca volontà; alcune intelligenze mediocri, molto studiose; dei giovanetti poveri e buoni; dei signorini villani; parecchi somarelli di nascita, una decina di mascalzoni, e il resto, nè carne nè pesce.

Il lavoro durò vivo e raccolto per un'ora e mezzo. Poi molti cominciarono a lanciar occhiate al Derossi e al Carpini, curiosi di vedere chi dei due avrebbe avuto il coraggio d'affrontare per il primo, in faccia alla classe, il giudizio del professore; perchè l'aver fatto meglio in minor tempo sarebbe stato una doppia vittoria.

Il Derossi, avendo perso un po' di tempo ad aiutare i vicini, era rimasto un po' indietro. Ma quando vide, con la coda dell'occhio, che il Carpini stava per finire la copiatura, piccato, s'affrettò, e riuscì a terminar la pagina mentre l'altro ci scriveva su il nome.

Tutti e due scesero dal banco nello stesso punto, in modo che si toccarono con le spalle, andarono tutti e due insieme alla cattedra, e porsero tutti e due a un tempo il lavoro, l'uno a destra e l'altro a sinistra; poi tornarono l'uno accanto all'altro al loro posto, il Derossi col viso acceso, il Carpini indifferente, — senza guardarsi.

Il professore si mise a leggere i due lavori.

Tutti alzarono il capo e stettero attenti per indovinare il giudizio dal suo viso. Ma, terminata la lettura, il viso del professore rimase impassibile.

Allora si rimisero tutti al lavoro, in fretta, molti consultando a ogni minuto l'orologio (c'erano nella classe tredici orologi); e in pochi minuti quasi tutti finirono e rimisero il foglio. Una delle prime fu la russa, che il professore rimproverò per un grosso sgorbio che aveva fatto nel margine.

— M'è cascata la penna, — disse la ragazza, un po' secco.

— Non doveva lasciarsela cascare, — rispose il professore sullo stesso tono.

E la ragazza ribattè a bassa voce: — Non è un delitto.

Ma per fortuna la ribattuta non fu intesa.

Uno degli ultimi fu il povero Pitto che si decise a dare la pagina con parecchie righe lasciate in bianco, e la diede con l'aria avvilita e triste del colpevole che fornisce volontariamente al giudice le prove del suo delitto. Poi fu il Morelli, preso da un tale affanno che, avvicinandosi alla cattedra, incespicò e dovette afferrarsi a un banco, fra le risa sommesse di tutti i compagni: eccettuata Annina Rosetti, che gli diede uno sguardo furtivo, pieno di pietà e di simpatia. E dopo il Morelli, il Fossotto, che aveva per massima di esser sempre uno degli ultimi, e se era possibile, l'ultimo — per prudenza. Ma quella mattina fu l'ultima la Rosetti, che si fece avanti col viso scarlatto, in punta di piedi, così timida e leggiera, che pareva dovesse svanire da un momento all'altro come una larva. In quel punto comparve sull'uscio il bidello e diede con accento grave il solito finis; a cui seguì immediatamente un rimescolio affrettato di tele cerate, di zaini e d'assicelle, e un rumor sordo di quaderni e di libri sbattuti; al di sopra del quale si sentì, come sempre, lo strepito indecente che faceva Pantone. Perchè questo bertuccione intorpidito e sonnacchioso aveva sempre un brusco risveglio al momento di riporre i libri, e metteva in quell'operazione tutta la vitalità che gli rimaneva; premeva i volumi stringendo i denti, serrava le cinghie con vigore erculeo, pareva che provasse un diabolico piacere a stroncare lì dentro Cornelio, Fedro, lo Schiaparelli e il Gandino, per vendicarsi dei tormenti e delle umiliazioni che gli avevano inflitte per il passato; ed era così furioso in quell'impiccamento, che alle volte ci si sbucciava le mani.

Un gesto del professore ristabilì all'improvviso il silenzio. Egli assegnò la lezione e il lavoro, triplo di quel del dì precedente. Poi, per finire con un monito soldatesco, com'era suo solito, disse, o piuttosto sparò queste parole: — Studiate, dunque, faticate. Siate brutali con voi stessi. Giù dal letto avanti giorno, — una tuffata del capo nell'acqua fredda, — quattro rotazioni delle braccia, — e al lavoro. È duro, dite voi. Ma la vita è dura per tutti. A nulla si riesce senza soffrire. L'hanno bandita i fiacchi la sentenza che la vita degli studi è la vita della quiete e della sicurezza. Anche negli studi i valorosi cimentano la salute e la vita, e molti ne muoiono — onoratamente. Si può anche sul banco della scuola essere eroi. Scotetevi, se avete dell'alterezza e del sangue....

Qui s'interruppe, come preso dal dubbio di parlare invano, e disse con accento sdegnoso, accennando l'uscio: — Via! — E tutti uscirono, in silenzio.

Mentre s'ordinavano nel corridoio per l'uscita, il Votini s'avvicinò al Derossi, e gli domandò se sapeva dove stesse dì casa Garotti, il loro antico compagno delle elementari, che copiava i pensi a pagamento. — Non so, — rispose quello —,ma so dove sta il Garrone, che è alle tecniche con lui, Via delle Palme, numero 7. È lontano. — Poh! — rispose il Votini. — Otto minuti di velocipede.

Nel corridoio c'erano quella mattina molte signore, alcune ben vestite, altre assai dimessamente, come beghinette; studenti di liceo, che aspettavano i fratelli del ginnasio; padri, cameriere, servitori. Fra gli altri, il padre e la madre del Pitto, che venivano sempre agli esami bimensili; lui, un notaro in riposo, piccolo e curvo; lei pure piccola e incartocciata, sempre l'uno stretto all'altro, attenti a salutare con inchini ossequiosi tutti i professori, e come smarriti fra quei torrenti di scolaresca che sgorgavano da tutte le parti; dentro ai quali andavan cercando il loro piccolo martire, con gli occhi ansiosi, in cui si leggeva il terror del latino. I ragazzi si staccavan dalle file via via che vedevano i loro parenti. Alcuni di questi s'avvicinavano ai professori, e li interrogavano. Ma nessuno osò abbordare il Carati, che passò a naso ritto, facendo sonare i tacchi come un carabiniere in servizio. In coda alle file, a una certa distanza, venivano a coppie e a gruppi le ragazze delle varie classi, lentamente, aspettando che sfuriasse l'onda mascolina, la quale fiottava giù per le scale, e allagava la strada. Qui, appena usciti, qualche studente di liceo accendeva il sigaro; e alcuni del ginnasio pure, ma guardandosi attorno con sospetto, e facendosi schermo del mantello. Sullo scalino del portone troneggiava il bidello, con le braccia incrociate sul petto. Una cameriera gli si avvicinò rispettosamente e gli domandò: — Scusi: c'è ginnastica stasera per il ginnasio? — Egli la guardò da capo a piedi, e rispose severamente: — Consulti gli orari.

E proprio a destra e a sinistra del portone stavano aspettando, in mezzo ad altre, la signora Derossi e la signora Carpini, che non si conoscevano ancora fra di loro, ma di cui ciascuna conosceva il figliuolo dell'altra; e ciascuna rassomigliava al proprio: la signora Derossi, grassa, bionda e elegante; la Carpini asciutta e bruna, con due occhi grigi e freddi, vestita di scuro.

Eran venute tutte e due a sentir le prime notizie dell'esame bimensile.

Quando i due ragazzi comparvero, esse si riconobbero, e si scambiarono uno sguardo.

La guerra era dichiarata.

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Uscì in quel punto, a passi impetuosi, il professor Carati, il quale, vedendo un gruppo di scolari che ingombravano il passo, disse forte: Ite in crucem, popelli![1]

E, data un'occhiata di traverso alle mamme, soggiunse fra i denti: Et vos, femellae dicaces![2]

— Ha inteso? — domandò dolcemente a una sua vicina la signora Derossi, a voce bassa, ma con l'intenzione adulatoria di farsi sentire da lui: — quello parla bene il latino!

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I COMMEDIANTI E I RAGAZZI.

.... Era una gran festa per molti dei miei compagni di scuola, e per me, quel cartellone che annunziava l'arrivo della compagnia drammatica. La città era piccola; non ci veniva che una compagnia all'anno, dai primi di novembre ai primi di dicembre; una compagnia povera e canina, si sottintende. Ma ci parevano tutti grandi attori. Un'ora dopo ch'erano arrivati, sapevamo a che albergo eran discesi. — La prima donna e il brillante sono alla Sbarra di ferro. — Il prim'uomo è alla Corona. — È stato visto il padre nobile al Caffè dell'Unione. — Prima che cominciassero a recitare, li conoscevamo di vista dal primo all'ultimo; li pedinavamo per la strada, di lontano; li esaminavamo profondamente, al Caffè d'Italia, guardando le loro immagini negli specchi, per non farci scorgere. Quanti ne ho visti passare, dei primi attori impomatati, col soprabito nero stretto alla vita e spelato ai gomiti; delle prime donne pallide e tristi, vestite di cenci zingareschi; dei tirannelli gialli, insaccati in certi casacconi verdi e imbacuccati in grandi scialli grigi; e dei poveri diavoli d'amorosi allampanati, tutti cilindro e mantello, che parevan lo spettro della fame. Nelle città piccole si va poco alla commedia: qualche volta il teatro si chiudeva dopo quindici recite, per disperazione; la compagnia non aveva più quattrini nè per rimanere nè per andarsene, e i cittadini dovevan fare una colletta.... Ma questo non scemava mica la nostra ammirazione per gli artisti. Tutt'altro. Essi grandeggiavano, ai nostri occhi, in quella miseria, vittime dell'ignoranza e della barbarie pubblica; e per lungo tempo dopo ch'erano partiti, li rimpiangevamo, ricordando i loro atteggiamenti e le loro tirate, e dicendo che i signori della nostra città erano un branco d'ignoranti e di pitocchi.

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Infatti, le commozioni che gli attori ci destavano erano così maravigliose, che dovevan parerci animali senza cervello e senza cuore coloro che non le provavano. Gli effetti della finzione drammatica, nei ragazzi, sono poco meno profondi che gli effetti della realtà; al che giova pure il non conoscere affatto, nemmeno per intuito, la classe degli attori; i quali paiono creature quasi sovrumane, e il mistero che li avvolge duplica la loro potenza. Anche i peggiori cani, allora, ci facevano tremare, strepitare dall'entusiasmo, assai più che non abbian fatto pochi anni dopo i più grandi artisti del mondo. Come stavamo immobili, inchiodati sulla panca, col respiro sospeso, col cuore che ci saltava fino alla fontanella della gola, con l'impressione come d'una mano che ci serrasse alla strozza, quando il dialogo concitato di due personaggi accennava a finire in una risoluzione disperata o in un colpo di spada! Non dimenticherò mai, vivessi cent'anni, l'effetto che mi fece una scena di Margherita Pusterla, una sera ch'ero in palco con la famiglia, tutto contento, dopo aver fatto il mio lavoro di quarta elementare. Quando Alpinolo afferrò per il collo quel boia di Luchino Visconti, e gli appuntò il pugnale sul viso, caricandolo di contumelie, fremetti e risi di gioia, sprofondando le unghie nel velluto del parapetto. Poi Alpinolo fugge, Luchino (che era un pezzo d'omo, con un vocione spaventevole) si slancia alla finestra, urlando: — Inseguitelo! — accenna le vicende dell'inseguimento, grida: — Lo raggiungono.... si salva.... no.... gli son vicini.... sfugge.... è raggiunto! — Quella terribile parola è raggiunto mi fece scoppiare in un singhiozzo convulso, che fui appena in tempo a soffocare col fazzoletto. Mio padre mi condusse fuori del palco, nel corridoio, cercando di quetarmi. Ma nel corridoio arrivava ancora la voce stentorea di Luchino; capii che Alpinolo gli era stato ricondotto davanti, legato; era una cosa orribile; ricominciai a singhiozzare; mio padre dovette accompagnarmi giù, nell'atrio del teatro; ma là ancora rimbombava quella formidabile voce; fui costretto a uscire nella strada; ero inconsolabile, avevo il petto rotto, e continuai a disperarmi per un bel pezzo, in mezzo al cerchio dei monelli che aspettavan le cicche, non piangendo più, ma singhiozzando ancora, con quel tiranno esecrato davanti agli occhi.

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Naturalmente, a noi pareva che quegli attori avessero anche fuori del teatro l'importanza, la potenza affascinatrice dei personaggi che rappresentavano sulle scene. Ci pareva che nessun banchiere milionario avrebbe osato rifiutar la mano della sua figliuola a quel bel primo attore, ardente e superbo, che aveva fatto così bene Francesco primo la settimana passata; e non eravamo lontani dal credere che, assalito da una banda d'assassini, il tiranno non avrebbe avuto che a gridare con quella sua voce sibilante: — Indietro, miiiiseee....rabili! — come gridava nel dramma Il delitto misterioso, per vederli sparire come uno stormo d'uccelli. Tra l'amicizia del Presidente del Consiglio e l'amicizia del caratterista, avremmo scelto questa, senza un momento di esitazione. Mi ricordo del grandissimo rispetto che sentii per un mio zio burlone, dopo una sera che, rientrando in casa, disse d'aver giocato una partita al biliardo col brillante. Quanto alle prime donne bastava che non fossero mostri: ne eravamo tutti cotti; era un innamoramento all'anno, dai primi di novembre ai primi di dicembre, regolare e inevitabile, come la pioggia d'autunno. Ne ricordo ancora una mezza dozzina, come se le avessi viste ieri: un donnone con una voce di bombarda; una mingherlina, gobbina, che pareva sempre che piangesse; una bionda, un angelo, che fece tre stagioni, sempre incinta di molti mesi, poveretta; e dell'altre, tozzotte, belloccie, malaticcie, bruttine, con certe voci stridule e certe pronuncie dell'altro mondo; ma che ci rapivano in estasi, quando comparivano sul palco scenico, coi capelli sciolti per le spalle, facendo le pazze col solito spediente del piantoriso. Ah! Dio grande! Essere amati da una prima donna! Era la suprema delle felicità e delle glorie umane! Come dovevano essere superiori a tutte le miserie della vita, che sovrumano linguaggio dovevan parlare, come ci parevano scolorite e prosaiche tutte le altre donne, in confronto a loro! Ma nessuno di noi avrebbe osato sperare neppure uno sguardo da una di quelle creature arcane e sfolgoranti, che ci apparivano in sogno, nei panni di Maria Stuarda e di Diana di Poitiers. Incontrandole per la strada, arrossivamo; e una loro parola che cogliessimo a volo mentre passavano, una frase straordinaria e misteriosa, come: Ho aspettato la sarta fino alle sette.... oppure: — Ci hanno portato i bagagli al Bue rosso.... — ci sonava nel capo per tutta la giornata, come il suono d'un'arpa celeste.

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Gli uomini, per altro, ci facevano un'impressione più profonda, perchè, a quell'età, si ammira più il grandioso e il terribile di quello che non s'ami il tenero e il gentile. La nostra grande passione erano le scene in cui un personaggio coraggioso e generoso, invasato dall'ira, incalzava un altro personaggio a traverso al palco scenico, gridandogli sul viso. — Codardo, sciagurato, infame, miserabile, assassino del sangue tuo, oppure del sangue mio. — Quanto più ne sputava, tanto più applaudivamo. E in queste scene, bisogna dirlo, anche i più tangheri avevano dei momenti felici. Ma sopra tutte ci entusiasmavano le scene culminanti dei drammi patriottici, che in quegli anni avevano gran voga. Erano i bei tempi dei Martiri del 21, del Fanciullo Mortara, dei Processi di Mantova, se non sbaglio il titolo, e di altri drammi pieni di congiurati, di commissarii di polizia, di sgherri papali, di gendarmi austriaci: — drammi mediocri, per quanto mi ricordo, come lavori d'arte, — ma d'efficacia maravigliosa sui giovanetti, specialmente per le tirate degli oppressi contro gli oppressori, alcune delle quali non mancavano davvero di eloquenza. Noi pestavamo i piedi, battevamo i pugni, piangevamo lagrime ardenti a quelle espressioni clamorose d'amor di patria, nelle quali gli attori ci apparivano venerabili e gloriosi quanto gli eroi medesimi che rappresentavano. C'era un Maroncelli, mi ricordo, per il quale avremmo dato metà del nostro sangue. E sì che allora le tirate patriottiche erano fatte in maniera da toglier qualunque illusione artistica. Arrivato a quel punto, l'attore si voltava addirittura verso la platea, come per arringare il pubblico, e recitava la sua filastrocca, come un pezzo staccato dal dramma, cambiando voce e intonazione, con lo sguardo come perduto verso un orizzonte lontano. Ma che ci importava! Eran sublimi. E se qualche volta uno spettatore scettico e impertinente, accanto a noi, esclamava a mezza voce: — Che cani! — era bell'e giudicato, da noi altri: non poteva essere che un asino e un vile. Che belle, indimenticabili serate! Ci fermavamo alla porta per veder uscire il Confalonieri, Silvio Pellico, il vecchio Schiller. — Son loro, — ci dicevamo nell'orecchio: — eccoli qui. — E ci pareva un nuovo e maggiore indizio di grandezza quell'aria stracca, e così tra sprezzante e burlona, con la quale uscivano dal tempio della loro gloria, accendendo un mezzo sigaro e tirandosi il bavero sugli orecchi, come il comune dei mortali.

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Potrei fare il ritratto di quasi tutti, se sapessi disegnare, tanto mi son rimasti stampati, cesellati nella memoria. Uno m'entusiasmò principalmente, un primo attore romagnolo, giovane, il quale, a quel che dicevano, imitava Ernesto Rossi, ch'io non avevo ancora inteso. Ripensandoci ora, mi sembra che dovess'essere un birbaccione: smaniava come un ossesso, e aveva una voce arrantolata da metter paura ai bambini. Ma quando faceva il Bravo di Venezia, nell'ultim'atto, gli avrei gettato sul palcoscenico una bracciata di cartelle del Debito pubblico. Cento altri visi ricordo, delle maschere terribili e grottesche, delle figure che mi parevano modelli insuperabili di bellezza e d'eleganza, dei colossi dal passo elefantino, una varietà infinita di gambe, soprattutto, gambe vestite di maglie di tutti i colori, gambe sottili e maligne di Luigi undecimi e di Filippi secondi, ristecchite dalle fatiche continue della caccia al desinare; gamboni idropici di Don Marzi, gambe torte e bitorzolute di Paoli e di Romei, belle gambe scultorie di Cesari di Bazan, alle quali paragonavo con invidia le mie seste ginocchiute di scolaretto cresciuto precocemente. Ma quello che mi restò più vivo di tutti nella mente, è un tiranno, — lombardo, mi pare; — quello stesso che faceva il Luchino Visconti in quella serata terribile. Ma faceva pure delle parti buone, — le parti di gran forza, — nei drammi patriottici. Era un curiosissimo originale: di media statura, tarchiato come un atleta, un po' panciuto, con un gran naso a gancio, senza collo, tozzo, tutto d'un pezzo; di trentacinque anni, o press'a poco. Capiva pochissimo quello che diceva: l'ho capito dopo; recitava con una monotonia micidiale; faceva il duca d'Alba e il padre amoroso tutt'a un modo; ma aveva un organo vocale di tal potenza, quel buon bestione, che, nelle tirate patriottiche, in special modo, quando la sprigionava tutta quanta dalle spaziose atre caverne, faceva tremare il teatro, e suscitava un uragano d'applausi. No, nessuna parola può dare un'idea di quella voce; non ne ho mai più udita una simile. Aveva un organo di cattedrale, un cannone, un leone, il corno d'Astolfo nel corpo; avrebbe coperto lo strepito d'un arsenale col suo mostruoso vocione. Non so più in quale dramma, nominando per caso gli Svizzeri, faceva una sfuriata contro gli Svizzeri mercenari. Me ne ricordo sempre. Diceva a voce bassa, naturalmente, terminando un periodo: — .... come usano gli Svizzeri; — e poi, tutt'a un tratto, esplodendo come un mortaio: — Oooooh gli Svizzeri! Caaarne ven-du-ta! Oooooh se l'ombra di Guglielmo Tell potesse levarsi dal suo sepolcro, ecc. — Pareva di sentire il fragore del tuono in una valle delle Alpi. E non se la pigliava mica a cuore il furbacchione. Che! Il suo accento non aveva neppure un leggerissimo tremito, la sua faccia rimaneva impassibile; egli metteva fuori tutta quell'ira di Dio senza scomporsi menomamente, come se avesse chiacchierato con un amico con la tromba a volano. Ma come resistere a quella voce? Io me la sentivo rombare poi nella camera per tutta la notte; e per tutto il giorno dopo non facevo che gonfiare il collo, declamando: — Oooooh Svizzeri! Caarne venduta! — con un entusiasmo.... del quale si risentiva poi miseramente la mia composizione latina.

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Poveri commedianti! Quanto eravamo lontani, allora, dall'immaginare le miserie e i dolori che nascondevano sotto i loro manti di re e sotto i loro giustacuori di gentiluomini! Ci pareva che dovessero essere tutti felici, fortunati in amore, cercati, festeggiati per tutto dove si presentavano. Non c'è alcuno di noi che non abbia sognato allora di far l'artista drammatico. — La famiglia ci farà un po' di opposizione sulle prime, — pensavamo — ma poi, quando riconoscerà la vocazione, e proverà l'ebbrezza degli applausi, acconsentirà, e come! — Intanto c'ingegnavamo d'imitare gli attori. Copiavamo la pettinatura del prim'uomo, ci annodavamo la cravatta come il brillante, imitavamo la pronunzia, il passo, il modo di ridere ora dell'uno ora dell'altro, avremmo voluto poterci vestire sul loro modello. Quel certo primo attore romagnolo aveva un cappotto di mezza stagione, color caffè e latte, che gli stava come dipinto, un po' troppo lungo, forse; ma una bellezza, che ci lasciavo gli occhi sopra. Mi pareva che passeggiar per la città con quel cappotto caffè e latte, dopo aver recitato la sera innanzi il Bravo di Venezia com'egli lo recitava, dovesse essere il più dolce dei trionfi umani: lui, invece, modesto, si fermava delle mezze ore davanti alle vetrine dei salumai. Noi sapevamo i fatti loro, come spie, da tanto che n'eravamo curiosi, e con tanto ardore ne accattavamo notizie da ogni parte. Luigi undecimo faceva cucina in casa: chi lo avrebbe mai pensato! La prima donna sonava la chitarra. L'attore che faceva così bene Carlo Quinto aveva detto una sera, nel Caffè della rotonda, ad alta voce: — Val più un pelo dello Shakspeare che tutta la parrucca di Vittorio Alfieri! — L'amoroso fumava tabacco turco. E in quei quaranta giorni di convivenza spirituale con loro, mettevamo un certo affetto a tutti; quando qualcheduno era fischiato, ne provavamo un dolore sincero; e il giorno dopo della loro partenza, si era sempre un po' malinconici come se fossero partiti con loro mille idee, mille fantasie amabili, tutta la folla viva e rumorosa dei personaggi storici e delle creature immaginarie che essi avevano incarnato sulla scena, e la nostra piccola città fosse ricaduta in un silenzio stupido e uggioso.

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E ora, — mi domando sovente, — dove saranno andati a finire quei commedianti, che vivono ancora così tenacemente nella mia memoria, con le loro fisonomie, con la loro voce, coi loro vestiti? I padri nobili, poveretti, saran morti quasi tutti, poichè, volere o non volere, è sfumato un quarto di secolo dopo quegli anni; più d'un tiranno avrà chiusi gli occhi all'ospedale, pur troppo; altri avranno corso le più bizzarre avventure; celebre, tra i giovani, non è diventato nessuno, ch'io sappia. E quelle povere prime attrici? Io le vedo confusamente proseguire il loro pellegrinaggio faticoso di piccola città in piccola città, spolmonarsi nei teatri spopolati e semioscuri, piangere nelle camere nude degli alberghi di terz'ordine, incanutite, malate, spossate; e ne sento una grande pietà, come se a quel tempo le avessi amate davvero, non come un fanciullo, ma come un uomo. Infine, esse hanno rallegrato e commosso la nostra prima età, e sono come vecchie amiche perdute, per noi altri. Come possiamo ricordarle senza affetto e senza gratitudine? Qualche volta, assistendo a una rappresentazione drammatica nel teatro d'una piccola città dove sono andato a passar ventiquattr'ore con un amico, riconosco uno di quegli antichi attori, invecchiato, sfiatato, caduto nelle parti secondarie, con la storia di venticinque anni di stenti scritta sul viso. Non lo riconosco subito, naturalmente; bisogna che gli si presenti l'opportunità di fare quel certo gesto o di metter fuori quel dato grido, per il quale la sua immagine è viva nel mio capo; allora, alla terza o alla quarta scena, per lo più, ritrovo il mio Kean, il mio don Ramengo, il marito di Maria Giovanna dei tempi antichi, il Conte di Montecristo che mi fece tornare a casa per quattro sere col cuore gonfio dalla commozione. Che piacere, un poco triste, ma vivo, riprovo sempre in quel momento! Con che profonda attenzione lo ascolto allora, quante cose rivedo e risento al suono della sua voce! E come andrei ad aspettarlo all'uscita del teatro, per fargli festa, e parlare con lui del nostro buon tempo, se non temessi di esser preso per un burlone o per un matto! Non più di sei mesi fa, per esempio (è il ricordo che mi ispirò di scrivere l'articoletto), ne feci uno graditissimo di questi riconoscimenti. Passeggiando col professore D'Ovidio in piazza Solferino, mi vedo camminar davanti, a una decina di passi, un poco di sbieco, un signore grasso, largo di spalle, vestito alla diavola, ma pulito, con una grossa canna in mano; una figura che mi ridesta una lontanissima reminiscenza. — Possibile! dico tra me. Che sia proprio lui! Ancora lui, così saldo e vegeto, dopo tanti anni! — Affretto il passo, guardo curiosamente quel viso.... Era lui, — lui in corpo e in anima, — Luchino Visconti, la voce di cannone, quello della carne venduta, il formidabile tiranno che m'aveva fatto scappar dal teatro, soffocato dai singhiozzi. Il mio primo impulso sarebbe stato di fermarlo, di dirgli: — Ma come, lei qui? Ma come va? Ma dov'è stato? Ma venga.... — Sai chi è quello lì? dissi al D'Ovidio, e gli raccontai la storia. — Fermiamolo dunque, — rispose egli ridendo; e mi sospinse verso di lui. Ma il solito timore di parere un cervello balzano mi trattenne. Che sciocco! Avrei passato forse una bellissima serata, avrei desinato con lui, avrei inteso la storia di chi sa che strane vicende, gli avrei fatto piacere a raccontargli le mie commozioni di ragazzo, e dopo aver votato parecchie bottiglie, ci saremmo forse alzati da tavola vociando insieme: — Ooooooh Svizzeri! Caaaarne venduta! — E invece non feci che accompagnarlo con lo sguardo finchè svoltò a una cantonata....

Ma lo accompagnai con uno sguardo di sincera e profonda simpatia, mandandogli un saluto dal più vivo del cuore, e salutando affettuosamente con lui tutti i suoi compagni e tutti i suoi colleghi, vivi e morti, amorosi e tiranni, bravi attori e poveri cani.... idoli della mia infanzia, cari ricordi della mia gioventù, fantasmi dolcemente tristi della mia età matura....

UN'ASCENSIONE IN PALLONE.

Era una promessa fatta a due giovani studenti, miei compagni di viaggio carissimi; ma speravo di non esser costretto a mantenerla. Già m'ero pentito d'aver promesso quando da un piroscafo del lago avevo visto sospesa nel cielo di Ginevra quella palla color di patata, grossa quanto un'arancia, e al pensiero di doverci andar dentro il giorno dopo m'era preso un principio di capogiro. Il giorno dopo fui fortunato: trovammo scritto sulla porta del recinto: — Vent trop fort, ascensions suspendues; — e sperai nella continuazione del vento. Ma la mattina seguente il cielo era limpido, l'aria immobile, il fato ineluttabile. — Sia fatta la vostra volontà — dissi — così in cielo come in terra, — e m'avviai alla stazione di partenza per le regioni eteree con un buon umore di condannato ai ferri; temperato, peraltro, da una curiosità vivissima della sensazione nuova che avrei provata.

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Vicino al recinto incontrai un mio buon amico di Torino e lo invitai a fare l'ascensione con noi. Credette che parlassi di montagne. — No — gli dissi — sul pallone dei signori Baud, di Losanna. — Tu vuoi scherzare, — mi rispose, e pestando un piede in terra: — Io amo questa, — soggiunse. E mi disse la ragione della sua ripugnanza. Era un ricordo di ventisette anni fa. Un suo conoscente, a Firenze, s'era voluto levare il capriccio, spendendo un centinaio di lire, di fare un'ascensione areostatica con altri tre o quattro signori. Ma aveva fatto assegnamento sopra un “coraggio fisico„ che non aveva. Partito appena il pallone, con la rapidità d'una freccia, dal Politeama Vittorio Emanuele, egli era impallidito come un morto, s'era accucciato nella navicella come un cane, e stando così, stravolto e tremante, non aveva fatto che ripetere come un ebete: — Cala, cala, cala, — per tutta la durata del viaggio; terminato il quale, portato a casa in carrozza, s'era cacciato in letto e n'aveva avuto per un mese. Ringraziai l'amico dell'incoraggiamento amichevole, pagai a uno sportello (caruccio) il bel piacere che m'aspettava, e, passato tra i ferri d'un contatore, mi trovai di faccia all'enorme sfera di seta chinese, chiusa in una rete di quattrocento corde e gonfia di tremila cinquecento metri cubi d'idrogeno, che doveva portarmi dove non desideravo di andare.

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Siamo appena entrati che sopraggiunge una folla di gente d'ogni paese, fra cui molte signore e signorine impennacchiate, molto più impazienti di me di levarsi a volo; le quali discutono in dieci lingue della forza di resistenza della seta e delle corde, delle valvole automatiche e del palloncino compensatore, come se avessero fatto un corso compiuto d'areostatica. — Ma noi abbiamo la fortuna, — così dicono i miei due compagni, — d'essere della prima infornata. — I fortunati sono undici, non contando il capitano; poichè c'è un capitano, col berretto gallonato, un grosso svizzero biondo e flemmatico, a cui saranno affidate le nostre vite. E ci stringiamo tutti in un gruppo, col nostro biglietto numerato alla mano, che fa nascer subito fra di noi una familiarità di compagni d'avventure. Ci sono due rotonde signore quarantenni, due piccole immagini dell'areostato, e il marito d'una di esse, che sento chiamare da altri viaggiatori monsieur Charles, sferico come la sua compagna, un viso di buon diavolo angustiato, che mostra una passione per la navigazione aerea anche meno ardente della mia. Dagli sguardi inquieti che rivolge a tutti i suoi compagni di viaggio capisco il suo pensiero. Par che il caso abbia raccolto nella nostra infornata, — fatta eccezione dei miei figliuoli, — le più maestose moli umane di Ginevra. Uno è un vero colosso. Sarà sufficiente la forza di resistenza di duecento chilogrammi che ha ciascuna delle quattrocento corde? Questa domanda si legge nei suoi occhi, e negli occhi d'altri, che si squadrano a vicenda, come per pesarsi. Il colosso, un giovine svizzero burlone, dice forte: — Dove andremo a cascare? In qualche crepa di ghiacciaio, o in un lago? O ci andremo a infilare nei pini del Brünig? Il cuore non mi dice nulla di buono. — Tu l'entends? — domanda monsieur Charles alla signora; ed io colgo a volo un tais-toi, c'est ridicule, che mi dice chiaro che è lei, con quel becco imperioso di pappagallo, che vuole far l'ascensione, e ch'egli s'è deciso ad avventurarsi nel cielo per evitare una battaglia sulla terra. Un altro, — un grosso tedesco giallognolo, — non mi par più smanioso di lui di abbandonare il globo terracqueo. — Souffrez-fous le fertige? — mi domanda nell'orecchio. — Più del necessario per divertirmi, — rispondo. Finalmente cade la catena che chiude il passaggio, e per un ponte mobile montiamo sulla navicella, dove il capitano distribuisce le nostre gravità in modo da mantener l'equilibrio. Una voce grida: — Attention! — Tutti si voltano da una parte, dove scopro la principale ragione per cui molti si decidono a quel viaggio: una grande macchina fotografica rivolta verso di noi. Tutti prendono delle impostature d'areonauti temerari. — C'est fait! — grida il fotografo. Discorsi! Il peggio resta da farsi. Il capitano dà un fischio, sei inservienti in uniforme staccano a un punto dagli anelli le sei corde che ci agganciavano al pianeta.... e il pallone si solleva.

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Non è che questo? È una delizia. L'ascensione è lenta. Non par di salire. Io mi trovo fra il colosso e monsieur Charles, che mi volta le spalle, mostrandomi di profilo un viso sbiancato, che par la fotografia animata dello Sgomento. Questo mi dà animo. E tutto va bene fin ch'io guardo lontano, all'orizzonte, che si va a grado a grado allargando. Ma a un certo punto commetto l'imprudenza di chinare il viso sul largo foro centrale della navicella e di guardar giù, proprio a filo sotto i miei piedi, misurando con un'occhiata tutto lo spazio — l'altezza d'un par di torri di Giotto — che ci separa già dalla terra. Mi fo indietro subito; ma troppo tardi: la vertigine m'ha acciuffato. Fu un minuto solo; ma.... lungo. Una tentazione vergognosa mi prese d'accoccolarmi dolcemente fra i due parapetti della navicella, chinando il capo e chiudendo gli occhi. Ma uno sguardo mi salvò: vidi la mano con cui monsieur Charles stringeva una delle corde, e la violenza compassionevole della commozione che indicavano i muscoli gonfiati e tremanti in quella stretta di naufrago, distraendomi, mi rinfrancò. Mi rimase un malessere, non di meno, nuovo affatto, e difficile a esprimere: una maledetta voglia di sedere, un sentimento di solitudine fisica, un senso fastidioso del mio peso, quasi un ribrezzo della cedevolezza dei vimini di quel cestone odioso, a cui m'appoggiavo col fianco.... — Parfaitement dêsagréable — intesi dire da una delle due signore, che non vedevo. — C'est ça, risposi tra me; era pure la mia opinione. È strano: non avevo quasi coscienza in quel momento della legge fisica in virtù della quale salivamo, nè dell'apparecchio macchinoso che ci portava: mi pareva che ci levasse in alto qualche smisurato uccello di rapina, a volo lento e silenzioso. La navicella non faceva il minimo moto, nè le corde il più leggiero fruscìo: avrei giurato che stavamo immobili nello spazio. — C'est égal; ce ne sera jamais mon métier, — disse una voce. — Nemmeno il mio, — pensai. Che si dice del mare! È un elemento infido; ma vi sentite sotto qualche cosa, su cui in qualche modo ci si può reggere; ma l'aria.... l'aria non è niente. No, non sarà mai questo il mio genere di sport, se ne dovrò scegliere uno. Cento volte meglio la bicicletta. — E tutti quei modi coi quali si suole esprimere un sentimento di gioia o d'entusiasmo: — “parersi sollevato al disopra della terra„ — “sorvolare a questo basso mondo„ — “sentirsi rapito in alto„ — mi parevano smargiassate rettoriche. In verità, non avevo creduto mai di essere così strettamente affezionato, come mi sentivo in quel quarto d'ora, al mio pianeta nativo.

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Di sotto, intanto, i fiumi diventavan rigagnoli, le case scatole, i parchi aiuole, gli uomini insetti come se una forza mostruosa stringesse, raccorciasse, rattrappisse ogni cosa. Che mirabile spettacolo! Ginevra dorata dal sole, l'Arve e il Rodano inargentati, una vasta corona di colline seminate di borghi e di ville, la grande mezzaluna color celeste del lago di Leman, i monti verdi del Giura e le rocce grigie della Savoja, la catena superba del Monte Bianco, un'immensità d'azzurro, di verzura e di neve, fatta per lo sguardo d'un'aquila. In quella immensità splendida le due signore si davan la briga di cercare l'isoletta del Rousseau e il castello del Voltaire. Altri due sentivo che discutevano sul confine della Francia. — Voilà le capitaine qui lit son journal — disse il colosso. Infatti, il capitano leggeva tranquillamente la Tribune de Genève, come se fosse stato in una sala del Cafè du nord. Quest'osservazione parve che tranquillasse un poco monsieur Charles che tentò d'abbozzare un sorriso. Se il capitano leggeva il giornale, pericolo imminente d'un disastro non c'era. Ma una voce che disse: — Nous dévions — lo turbò da capo. S'era levata veramente un po' d'aria; la grande bandiera svizzera attaccata al polo inferiore dell'areostato s'agitava; il pallone era deviato alquanto fuor della direzione del recinto da cui era partito. Ma nessun movimento era sensibile. Monsieur Charles osservava con uno sguardo obliquo il dinamometro appeso all'anello d'acciaio, come se gli indicasse il grado variante del pericolo, e non ne staccava gli occhi che per gettare qualche rapida occhiata dentro la cinta dell'Esposizione. Ah le Esposizioni, viste da quell'altezza! Paiono quello che sono in realtà: trastulli di popoli. Vedevo una piccola città carnevalesca, divisa in due da un ruscello, simmetrica da un lato, disordinata dall'altro, variata di cento architetture di mille colori, che innalzavan le cupole, le guglie, le torri, i frontoni dipinti, i tetti a cono e a piramide, luccicanti e imbandierati, sopra un labirinto di giardini e di boschetti, biancheggianti di zampilli e di cascate, e per tutto un brulichìo di esseri minuscoli che entravano e uscivano da mille buche e s'affollavano per le vie larghe un dito e per le piazze grandi come la mano, come un popolo di formiche affaccendate. Vidi passare sur uno dei due ponti dell'Arve il tranvai elettrico che faceva il giro della Mostra. Che miseria! Uno scarabeo giallo fuggente sopra un fuscello a traverso un fil d'acqua. Mi diede nell'occhio, a un'estremità della cinta, un qualche cosa della grandezza e della forma d'un mezzo guscio d'ovo tagliato pel lungo: era il grande circo per le giostre e per le feste ginnastiche, posto sulla riva del fiume, di là dal “villaggio svizzero„. E il grande villaggio, la maraviglia e il trionfo dell'Esposizione, pareva formato di châlets tolti dalle vetrine d'una bottega di Brienz: una cosa da raccattarsi con due mani e da porgersi per balocco a un bambino. Sulla piazzetta della chiesa del villaggio si vedevan movere dei puntini rossi e bianchi. Dovevano essere le belle ragazze svizzere che si preparavano per le danze nazionali. Com'era mai credibile che per uno di quei puntini rossi uomini tanto fatti potessero perder la pace?

*

— Nous descendons, monsieur? — mi domandò monsieur Charles, senza guardarmi.

— Non, nous montons toujours.

— Diable!

A lui pareva già d'averne per più di quanto aveva pagato. Ma se io dicessi che mi sentivo ancora in credito non direi la verità vera. Stavo molto meglio, peraltro; tanto che feci a me stesso quest'osservazione: — Che bisogno c'è di stringer così forte la corda con la mano destra? — E allentai la mano.... un poco. E m'arrischiai a guardare un'altra volta per l'apertura del mezzo — un'occhiata sola, rispettosamente sfuggevole — quanto mi bastò per veder giù — a una profondità d'abisso — la folla dei viaggiatori aspettanti — una macchia scura punteggiata di rosa dai visi che guardavano in alto, verso il piccolo mondo di seta e di gas, da cui io guardavo loro, con un desiderio amoroso di raggiungerli. Poi mi raccolsi nell'ammirazione del lago di Ginevra, una chiazza d'acqua chiara, in cui i grandi piroscafi apparivano come moscherini anneganti che si dibattessero senza far cammino, e la lunga fila dei villaggi e delle ville della riva settentrionale sembrava una fioritura di minutissimi bocciuoli multicolori, raggruppati in ghirlande e in mazzetti, con gli steli immersi nell'acqua. Che dolce silenzio! Nè il rumore della galleria delle macchine, nè lo scampanìo festoso, nè il muggito degli armenti del villaggio svizzero, nè la musica barbara dell'accampamento dei negri, nè gli strilli degli arabi venditori del “caffè delle fate„ non arrivavano più alla nostra “superba altezza„ dove un'aria purissima, dilatandoci i polmoni, pareva che ci serpeggiasse per tutte le vene, e ci ringiovanisse il sangue e lo spirito. Oh tutti gli altri modi di viaggio inventati dall'ingegno umano, coi quali si striscia sull'acqua e sulla terra, tra il fumo, lo strepito e la polvere, molestati dall'immagine d'uno sforzo continuo delle cose, come ci parevano rozzi, faticosi ed umili, appetto a quell'ascensione dolce e muta di nuvola carezzata dall'aria, di cui non si sentiva e non si vedeva il moto, come se non noi ci movessimo, ma si allontanasse la terra! Nessuno parlava più, nè badava ai suoi vicini. Ciascuno, da quella terrazza aerea, beveva da solo, come un ingordo, la grande bellezza, non dicendo una parola per non perdere un sorso, in un atteggiamento d'ammirazione immobile, che pareva uno stupore profondo.

*

Ma qui sento un lettore impaziente che mi domanda: — Ebbene, e poi? Che cosa provaste quando non vedeste più la faccia della terra? Quando cominciaste a sentir difficoltà di respiro? Quando l'uscita del sangue dagli orecchi? Quando i primi deliqui?

A questo punto, per chi non ha ancora capito, debbo fare una dichiarazione.... molto dolorosa alla mia vanità. Debbo dire che attaccata al pallone c'era una corda cilindro-conica, d'un diametro da trent'uno a ventinove millimetri, tessuta di canapa di Napoli, di qualità sopraffina, capace di sostenere uno sforzo di più di novemila chilogrammi, e che questa corda — debbo dire anche questo — scendeva fino a terra, dove s'avvolgeva intorno a un cilindro, mosso da una macchina a vapore della forza di venticinque cavalli, la quale.... Insomma, il pallone era frenato. — È detta.

Eh si, potete scrollar le spalle quanto vi piace; ma a venir giù dall'altezza di sei mila o di cinquecento metri mi pare che la patta sarebbe stata a un di presso la stessa. E questo è quanto. Ed era certo del medesimo parere monsieur Charles, il quale mi domandò ancora una volta, senza voltare il capo: — Nous montons toujours? — Nous montons toujours. — E allora perdette la santa pazienza: — Eh qu'est-ce qu'il f.... donc ce capitaine avec son f....u journal? — Non credevo di poter fare una risata a quell'altezza; ma il fenomeno avvenne. — On nous a trompé — esclamò il colosso, per ispassarsi del pover uomo; — il n'y a plus de cable; c'est une ascension libre que nous faisons! — Un nom de dieu inimitabile gli rispose, che il buon Dio deve aver perdonato, tanto somigliava più a una supplicazione che a una bestemmia. E lo scherzo crudele del mio vicino sarebbe continuato se non si fosse sentita una voce dall'altra parte della navicella, che disse forte: — Wir gehen hinunter (noi discendiamo). — Dolce lingua tedesca! Ma era vero? Non ci accorgevamo di discendere più che non ci fossimo accorti di salire. Qualcuno anzi sosteneva che si saliva ancora; altri diceva che s'era immobili. Si discendeva così a rilento, in ogni modo, che non ce ne poteva accertare l'ingrandirsi delle cose sottostanti, non apparente ancora in quel primo tratto. Ma l'incertezza fu breve. Dato uno sguardo in basso, vidi Ginevra più vasta, l'Arve dilatato, le architetture dell'Esposizione ingrandite, tutto il formicolìo nero sparso per il labirinto delle vie e delle piazzette, che cominciava a riprender l'aspetto d'una moltitudine umana. Poi la discesa si fece ogni momento più sensibile. Sotto, sui frontoni del palazzo delle Belle Arti, sulle facciate, dentro alle aiuole, nei giardini, pareva che le statue crescessero, che le pitture pigliassero vita, che i fiori sbocciassero, che gli zampilli s'innalzassero a salti; un ronzìo confuso, soverchiato da mille suoni sparsi di voci, d'acque, di ruote, di musiche, ci giungeva crescendo agli orecchi; e guardando per il foro della navicella giù nel recinto le piccole facce voltate in su della folla che ci aspettava, simili a una gran canestrata di mele rosee, cominciai a distinguervi i cerchietti degli occhi e i buchi neri delle bocche aperte. Ancora un minuto, ed ecco i cento visi sorridenti, ecco gl'inservienti che accorrono, eccoci riattaccati da sei solidi ganci alla superficie terrestre.

O caro prossimo mio, mi è dolce assai sovente il viver lontano da te; ma non al di sopra! Non sono superbo. E non fui degli ultimi a passare il ponticello mobile che mi rimetteva tra l'umanità camminante. Il primo, s'intende, fu monsieur Charles, col viso ancora rannuvolato. Vari conoscenti, che l'aspettavano, l'affollarono di domande. Egli lanciò loro, passando, un'occhiata a colpo di falce, e rispose con voce rauca: — Délicieux.

— Ti sei divertito? — mi domandarono i miei due giovani compagni. — Un'altra volta faremo un'ascensione libera....

— Figuratevi! — risposi — non ne vedo l'ora — Ma soggiunsi in cuor mio: — Sì, all'Esposizione internazionale di Carmagnola.

Notes in this chapter

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