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Ricordi d'infanzia e di scuola

PICCOLI STUDENTI

Reading edition

MOMENTI SOLENNI.

Il regolamento delle scuole municipali dice che gli esami orali sono “pubblici„. Non feci dunque che esercitare uno dei miei diritti di cittadino chiedendo d'assistere agli esami degli alunni della 1ª elementare della scuola “Giuseppe Grassi.„ Desideravo di vedere con che animo e con che aspetto i miei concittadini di sette anni affrontavano la prima prova del fuoco sul campo di battaglia della scienza.

Nei corridoi e per le scale, in mezzo a gruppi di alunni e d'alunne, trovai molte mamme, che davano gli ultimi conforti ai figliuoli, o stavano aspettandoli; alcune sedute lungo i muri, con l'aria paziente e rassegnata di postulanti d'anticamera; altre che andavan su e giù, col viso ansioso, come se aspettassero il risultato d'un'operazione chirurgica. E pensai a quanti altri milioni di madri, in quei giorni, erano, come quelle, prese per una fibra del cuore nei congegni di quella macchina immensa dell'istruzione pubblica, che lavora il cervello delle generazioni crescenti in tutti i paesi civili.

Salito al primo piano, entrai in una stanza ariosa e chiara, dove quattro maestre e due maestri sedevano intorno a una gran tavola coperta d'un tappeto verde, ciascuno rivolto verso un piccolo alunno, che gli stava accanto, in piedi. Il direttore, — un omone dal viso barbuto e benigno, — girava attorno alla tavola, usciva, rientrava, assentendo col capo alle risposte giuste e corrugando la fronte ai farfalloni che coglieva a volo. A quella vista il mio pensiero fece un improvviso salto indietro di quarant'anni, e sentii come il vago ridestarsi d'un terrore antico, che era già quasi morto anche nella mia memoria. Mi ricordai, come in sogno, d'aver avuto una forte tremarella in una stanza di quello stesso colore, davanti a una tavola verde come quella, in presenza di un'altra gran barba nera di direttore, di faccia a un altro finestrone con le tende bianche, dal quale veniva dentro lo stesso raggio di sole, lo stesso odore di fiori d'acacia, lo stesso silenzio di strada solitaria, che sentivo in quel punto. E mi rallegrai veramente al pensare che non ero là per essere esaminato.

Oltre agli esaminati v'era in un angolo un gruppetto d'esaminandi, che al vedermi entrare, credendomi un'autorità scolastica, si scossero tutti a un tempo come una nidiata di passeri spauriti e mi piantarono gli occhi addosso con l'aria di domandarmi qual particolare ufficio di aiutante aguzzino io venissi a fare in quella stanza di tortura; e quando mi videro tirar fuori una matita dilatarono gli occhi anche di più, come se avessi cavato di tasca un par di tanaglie. Io sorrisi amichevolmente, per rassicurarli; ma dovettero pensare che il mio sorriso significasse: — Ora v'accomodo io, — o qualcos'altro di simile, perchè non si rasserenarono punto; anzi mi parve che si turbassero peggio. E allora rimisi la matita in tasca.... per non farli più tristi.

Sedetti in un angolo, vicino a un maestro dai capelli bianchi, che dava l'esame di lingua. Gli esaminatori erano divisi in tre coppie; in ciascuna delle quali uno esaminava sulla lingua, l'altro sull'aritmetica. Essendo stati promossi senza esami gli alunni migliori, gli esaminandi non erano che gli “scadenti„ o, per parlare col dovuto rispetto, i meno dotti della scolaresca.

Quando sedetti, il maestro bianco stava esaminando un visetto di poco più di sette anni, così biondo, rosato e bello, che non avrei avuto cuore di “bocciarlo„ neanche se avesse straziato la grammatica come una tigre. Ma pareva che se la cavasse. Stava per finire. Colsi per aria l'ultima domanda, che era di letteratura storica: — Quali sono i colori della bandiera italiana?

— Bianco, rosso..., — rispose, e dopo un momento di titubanza: — verde.

— Bravo, — disse il maestro. Era promosso. Si cominciava bene. N'ebbi piacere.

Da principio non mi riuscivo a raccapezzare in quella confusione di domande e di risposte che mi venivano all'orecchio, a frammenti, da varie parti. — Scrivi: diciotto. — Che cosa sono i sassolini? — Pere cite (pietre piccole). — Il sa-crifi-cio di Le-o-nida.... — Quattordici, tredici, dodici.... — Il maiale grugnisce. — Ma bene, quattro nocciole e tre nocciole fa nove nocciole: si raccolgono i frutti dell'annata.... — Quadrupede, dunque, significa.... — La mia patria m'ha dato il Signore, Mio pensiero, mia fede.... — E scrivi venti con due zeri? Mariuolo!...

A questo punto ci fu un intervallo di silenzio, dopo il quale udii distintamente la voce grave d'una maestra, che domandò: — Che cosa fa il bue?

E una voce argentina e franca rispose: — Il bue ci dà il latte.

Cercai con lo sguardo il colpevole e lo vidi chinar la fronte sotto due occhi fulminei.

Debbo dire che la maggior parte mostravano assai meno timore di quello che m'aspettassi. Ma ce n'eran parecchi che n'avevan in corpo per tutti. Li riconoscevo, dopo che avevan dato una risposta, dal movimento forzato di deglutizione che facevan tutti, allungando il piccolo collo come se mandassero giù un osso di pesca. A più d'uno tremavano le mani e le labbra. Si vedeva su certe fronti lo sforzo violento dell'intelligenza tesa a tutta possa, quasi con l'espressione d'un dolore fisico, che si mutava tutt'a un tratto in serenità a un: — Bene — dell'esaminatore, come la contrazione del viso d'un assetato a una sorsata d'acqua fresca. Alcuni, per comprender meglio, si cacciavan sotto, col viso voltato in su, quasi fra le ginocchia del maestro, quasi a toccar col naso il suo naso, fissandolo negli occhi con gli occhi spalancati, acconsentendo col capo a tutti i movimenti del suo capo, riflettendo col viso tutti gli atteggiamenti del suo viso, come ipnotizzati. E a che grado di tenuità si riducevano per la paura certe voci! Erano bisbigli di confessionale, gemiti d'aurette, mormorii di fili d'acqua, sospiri moribondi d'anime in pena. Parecchi eran così piccoli che arrivavano appena col mento all'orlo della tavola, in modo che, quando leggevano col viso spinto innanzi, non mostrando nè spalle nè collo, pareva che la loro zucchina rapata posasse sul tappeto verde come divisa dal busto, e quando scrivevano con la penna del maestro, iperbolicamente lunga per loro, la quale, tenuta ritta, sorpassava di quattro dita il loro capo, pareva che scrivessero con uno spiede.

— Quali sono gli alimenti principali dell'uomo? — domandò un maestro.

L'interrogato, ch'era figliuolo d'un operaio povero, rispose prontamente, come chi non ha il minimo dubbio sull'ordine razionale dell'enumerazione: — La polenta, le patate, l'insalata....

La stessa domanda era rivolta quasi nello stesso tempo a un altro alunno, che, confondendola con un'altra domanda usuale di suono simile, rispose con scioltezza: — Gli alimenti principali dell'uomo sono la testa, il collo, le spalle....

Era questi un piccolo originale, che non dimenticherò mai, un viso sorridente e ardito, con due occhi chiari di ribelle sereno, inaccessibile per indole a ogni sopraccapo scolastico, che pareva dire a tutta la Commissione esaminatrice: — Ma non sapete che io non ho neppure un pelo che si dia pensiero di voi, dell'esame, del ministero dell'istruzione pubblica e di tutto lo scibile umano? —

Amenissimo era il lavorìo che facevan quasi tutti con le dita per rispondere alle domande d'aritmetica, richiedenti somme e sottrazioni mentali. Alcuni, per dignità, facevano il calcolo di nascosto, sotto la tavola o dietro la schiena; altri, senza un riguardo al mondo, calcolavano con le mani sotto il naso dell'esaminatore, afferrando successivamente le dita della mano sinistra col pollice e con l'indice della destra e scotendole a tutta forza come per provare la saldezza delle articolazioni, e nel contare battevano fitto le labbra e le palpebre come le divote che recitano il rosario. A uno di questi matematici “prestidigitatori„ un morettino di sette anni, il maestro domandò quanti anni avrebbe avuti fra altri sette anni. Dopo aver molto armeggiato con le mani sotto la tavola, egli rispose trionfalmente: — Quarantanove. — E, secondo il suo modo di vedere, come dice il Ferravilla dell'orso bianco che incanutisce in nero, egli aveva calcolato giusto: solo che aveva moltiplicato, invece di sommare. Un semplice malinteso.

Ah! come parevan lunghi ad alcuni quei pochi minuti! Per la grande finestra aperta si vedeva il cielo, qualche vetta d'albero, degli uccelli che roteavano nerazzurro; e i poveri ragazzi, nei momenti d'incertezza o di smarrimento, rivolgevano quasi tutti lo sguardo da quella parte, verso l'aria pura e la libertà, con un sentimento d'invidia — si capiva — per quell'altre piccole creature volanti, che non conoscono nè grammatica nè numeri; e quel sentimento era compreso da più d'una maestra che, impietosita, per richiamare all'attenzione l'alunno, lo pigliava dolcemente per un orecchio o pel mento e gli faceva voltare il capo verso di sè, — come si fa girare un mappamondo sferico sul suo asse, — dissimulando un sorriso.

Dopo un quarto d'ora ch'ero là il mio atteggiamento di “potenza neutrale„ aveva rassicurato anche i più timorosi. Non solo non mi guardavan più con terrore; ma qualcuno dei più vicini, in certi momenti critici, cercando ansiosamente una risposta, mi rivolgeva uno sguardo che implorava soccorso. E avrei suggerito volentieri; fui anzi tentato più volte di far dei segni salvatori dietro le spalle del vecchio maestro; ma oltre che il rispetto per questo, che era, più che indulgente, amorevole, mi trattenne — lo dico sul serio — una considerazione di alta politica, il pensiero della mia fede nell'avvenire d'un ordinamento sociale, in cui, essendo aperto a tutti il concorso nel campo degli uffici intellettuali, la selezione delle intelligenze dovrà essere anche più severa, e quindi la prova degli esami anche più rigorosa che al presente. — Sii logico, — dissi a me stesso, — ed ebbi la forza di non fare un cenno nemmeno a un povero ragazzo col naso ammaccato, che, sul punto d'affogare in una sottrazione, volgendomi uno sguardo di naufrago, pareva che mi dicesse il verso di Dante:

Non hai tu spirto di pietade alcuno?

Ah! come la politica indurisce il cuore.

— La morte di Socrate!

Queste parole solenni, dette da una bella voce di contralto, mi fecero voltare bruscamente verso l'angolo opposto della tavola: era una giovane maestra, dagli occhi severi e dal naso aristocratico, che le aveva dette a un ragazzo minuscolo, presentatosi in quel momento, con un visino smarrito, che pareva una mela lessa. — La morte di Socrate! — pensai. — E che potrà mai rispondere quel piccolo malcapitato? — Ma, con mia maraviglia, l'ometto era ferrato sull'argomento. La morte di Socrate non era che un raccontino di poche righe, compreso nel libretto delle Prime letture, e imparato a mente dagli alunni nel corso dell'anno. L'ometto si fece onore. Disse anzi la chiusa: — Ammirabile risposta! — (la risposta di Socrate) — con un accento di gravità filosofica, che fece ottimo effetto.

Si presentò poco dopo al maestro mio vicino uno scolaretto poveramente vestito, rosso in viso e tutto ansante, che doveva aver fatto poco prima un pugilato con un suo compagno, perchè gli spenzolava il bottone dal collo della camicia, e mostrava il petto nudo: un povero petto scarnito e incavato, dal quale e dagli occhi pallidi, e come stanchi, si capiva che nell'annata egli doveva contar più giornate che pasti. Alla prima interrogazione, di vermiglio che era, si fece smorto: aveva una gran paura, e gli si leggeva in viso ch'era paura d'una cosa lontana più che del maestro presente; ahimè! delle botte materne e paterne, forse, che avrebbero suggellato un esame infelice. Mi fece una grande pietà. — Ah, questa volta — pensai — vada al diavolo la logica: io suggerisco. — Ma, con mia viva soddisfazione e con stupore del maestro, il piccolo pugilatore fece un “esamone„. Superato il primo intoppo, tirò avanti col vento in poppa, rispondendo a tutte le domande, nel secondo esame come nel primo, senza incagliare una volta sola. Ed era commovente il vedere come quel povero viso a grado a grado s'illuminava, come quel piccolo corpo si riscoteva a ogni parola di lode, come sotto una carezza. L'esaminatrice d'aritmetica, contenta, gli disse terminando: — Bene. Ancora una cosa. Sapresti scrivermi il numero cento? — E quegli, trionfante oramai, stirato prima il braccio in aria con l'atto d'uno schermitore che sta per impugnare la spada, prese la penna, piantò i gomiti sulla tavola con un far da padrone, e scrisse in mezzo al foglio un 100 enorme, in vere cifre da lotteria, inappuntabile. Poi buttò la penna da parte, e alzò il viso baldamente, come dicendo: — Si vuol altro da me?... Son qui pronto!

Il direttore, che aveva assistito all'esame, gli fece i rallegramenti, e disse al maestro: — Lo proporremo per la villa Genèro.

Dei del cielo! Il mese d'agosto in una villa ridente, sulla bella collina di Torino, in mezzo agli alberi e ai fiori, col Po sotto gli occhi e le Alpi di fronte! Al povero ragazzo uscirono dagli occhi due raggi di sole....

Venne poi un altro, palliduccio e di aspetto malinconico, a cui la mamma aveva annodato con molta cura una cravattina nuova, che metteva più in vista la giacchetta trita. Fattegli alcune domande, il maestro dai capelli bianchi gli mostrò nel libro di lettura una vignetta, che rappresentava una signora con la sua figliuola, vestita riccamente, la quale tendeva la mano a una ragazza povera, accompagnata dalla sua mamma vestita a bruno; e c'era scritto, sotto la stampa: — La figliuola della vedova. — Interrogato, il ragazzo pose il dito prima sull'una e poi sull'altra figura, e disse: — Questa è la fanciulla ricca, questa è la povera.

— Perchè, — gli domandò l'esaminatore, — dici che questa è la povera? — e aspettava che gli rispondesse: perchè è vestita da povera. Il ragazzo rispose invece, con certo accento di mestizia: — Perchè non ha più suo padre.

Il maestro parve stupito e commosso da quella risposta, e, fatto cenno a me che quel ragazzo appunto aveva perso il padre pochi mesi avanti, gli rispose con sapiente delicatezza, passandogli una mano sul capo: — Hai ragione.... In fatti.... un bimbo non è mai povero fin che ha suo padre.

E altri ne passarono: visi umili che domandavano misericordia, faccine toste che parea che fossero al loro centesimo esame, buoni ragazzi in disdetta che non ne azzeccavano una, bricconcelli fortunati che le infilavano tutte, e bocchine slattate da un lustro che dicevano quattro e sette fa dieci con una grazia adorabile, e anche più d'un becco roseo invermigliato di sugo di ciliegie. Ne venne uno che per leggere il nome di Epaminonda preparò i muscoli labiali con un movimento comicissimo, come se avesse dovuto imboccare un trombone smisurato; poi un altro, un biondino tutto sgomento, il quale balbettò il nome di Cincinnato con tanti cin, da parere che imitasse il suono dei piatti turchi, mettendo a duro cimento la serietà di tutto il corpo esaminante; e dopo di lui un meschinello che a non so qual domanda difficile, dopo un lungo silenzio, non trovò altra risposta che due lacrime. E vidi ancora far molti calcoli da molti aritmetici maneschi; uno dei quali, avendogli detto la maestra: — Ma che cosa ci hai in quella testa? — si passò una mano sulla testa e si guardò la mano; e, tenendo dietro alle letture del Complemento del sillabario, feci molte volate vertiginose da Mosè a Demostene, da Garibaldi ad Enea, da Federico il Grande a Orazio Coclite, a Giobbe, a Scipione, a Emanuele Filiberto, divertendomi a immaginare la ridda matta che dovevan ballare quei grandi personaggi nell'oscurità di quelle piccole teste; e dopo la solita formula: — Va pure, — sentii certi

possenti aneliti d'una seconda vita.

che non credo se ne sentano di più profondi e di più dolci nelle aule dei tribunali regi alla lettura dei verdetti d'assoluzione.

L'ultimo che si presentò alla maestra che avevo accanto fu il più lepido della processione. Non pareva impaurito, ma attonito. Poteva aver sette anni al più; un viso di nulla, che somigliava una miniatura. La maestra gli fece una domanda, e, tardando la risposta, gli disse, un po' impazientita, con l'occhio rivolto altrove: — Su via! — Quegli credette che quel via significasse vattene, e, non desiderando di meglio, girò senz'altro sui talloni e se la diede a gambe. Quando l'esaminatrice si voltò, e non lo vide più, restò a bocca aperta un momento; poi s'alzò di scatto e corse nel corridoio, dove lo raggiunse, e lo ricondusse per mano al suo posto — visibilmente accorto del disinganno.

E questo innocente “tentativo d'evasione„ fu l'ultimo episodio notevole a cui assistetti. Uscito prima che si sciogliesse la Commissione, trovai ancora nel corridoio del primo piano e in quello a terreno un buon numero di mamme, di nonne e di zie, che aspettavano con santa pazienza da un paio d'ore, e vidi gli abbracciamenti con cui alcune accoglievano “gli usciti fuor del pelago„ sommettendoli a un interrogatorio concitato, seguito da un arruffio di risposte, che provocavano nuove domande, le quali le lasciavano più inquiete di prima. Non tutti, peraltro, si mostravano incerti o modesti. Un piccolo spaccone rispose ad alta voce, tagliando l'aria con un gesto di capitan Fracassa: — Ho saputo tutto! — Intesi un altro trionfatore che si vantava; ma la mamma, una donna del popolo, gli tagliò in bocca le vanterie, dicendogli: — Sta zitto, vanerello, che è stato sant'Antonio: tu non sai quanto t'ho raccomandato.... — C'era un gruppo di donne che circondavano un bimbo d'un'altra classe, del quale si diceva che avesse fatto maraviglie, e tutti ci facevano dei commenti laudativi, lavorando di fantasia: — qualche cosa di non mai visto nè inteso, — gli esaminatori trasecolati, — un vero portento, — e guardavano il marmottino da capo a piedi, con grande ammirazione, come se gli vedessero già in dosso l'uniforme di Presidente dei Ministri. Un po' più in là raccolsi un frammento di dialogo di due popolane, una delle quali si lagnava, dicendo: — L'hanno interrogato su tutte le combinazioni più difficili. Già questi maestri e maestre, agli esami, si sa, vanno tutti per protezione. — E domandandole l'altra perchè non fosse andata ad assistere agli esami, che erano a piede libero: — Eh, cosa ci sarei andata a fare, — rispose, — io che non conosco l'errore!

M'ero soffermato in quel momento a pochi passi dal portone della Scuola, davanti al quale stavano affollati una cinquantina tra scolari e scolare delle prime due classi, che facevano un cicaleccio vivissimo. A un tratto tutti tacquero, e li vidi dividersi rispettosamente in due ali, guardando tutti verso il mezzo (dove io non vedevo), con gli occhi scintillanti come di simpatia e d'ammirazione. Certo, entrava qualche personaggio autorevole, l'Ispettore governativo, il Provveditore, che so io? il Sindaco di Torino. — Che ragazzi bene educati, — pensai; — buoni piccoli piemontesi, in cui pare innata, in cui è così profonda la reverenza dell'Autorità, che dimenticano, all'apparire d'un Superiore, ogni divertimento, ogni cura....

Non avevo finito di dir questo che il personaggio entrò.

Era un cameriere di caffè che portava un gelato.

PICCOLI SCRITTORI.

Ho sotto gli occhi i componimenti di trentacinque alunni della seconda elementare d'una scuola municipale di Torino: ragazzi dai sette agli otto anni, di tutte le classi sociali. Chi non ha mai letto una raccolta di “prose„ di questo genere non immagina quanto ci sia da divertirsi e da meditare.

Si noti che il componimento fu fatto nella scuola, senza brutta copia, sotto gli occhi della maestra; la quale, dettato il tema, non aggiunse alcun suggerimento, e che perciò questi lavori sono la schietta manifestazione dell'animo e della capacità intellettuale degli alunni.

Il tema era: — dite quali siano le occupazioni del vostro babbo, della vostra mamma, di ogni persona della vostra casa. —

Non mi trattengo sulla grammatica e sull'ortografia. Noto di volo, soltanto, che gli errori grammaticali sono quasi tutti i medesimi, derivando la maggior parte o da anomalie della lingua, come quello frequentissimo di scrivere al nominativo miei fratelli perchè si dice al singolare mio fratello, o dalla suggestione del dialetto, come quello del dativo gli in vece di le; nel che non si può supporre che i miei piccoli scrittori intendessero di seguire la teoria manzoniana. Quanto all'ortografia, sono pecche comuni (e la ragione si capisce) l'orrore della virgola, il disprezzo dell'apostrofe, l'appiccicatura degli articoli ai sostantivi, e la cattiva amministrazione delle consonanti, risparmiate o spese a sproposito, per non aver la norma della pronunzia esatta. Lo scoglio in cui tutti battono è l'acca del verbo avere. Io credo che molti ragazzi la sognino. E non son forse i più quelli che dimenticano di scriverla; ma quegli altri che, ricordandosi che ci vuole, senza sapere ben dove, la scrivono di dietro invece che davanti, convertendo così il verbo in un'interiezione, — ah, — la quale in certi punti fa un effetto comico, come se volesse dire: son stufo. E degli errori di senso è il più ovvio quello che proviene dall'intromettersi d'un pensiero in un altro pensiero, il quale rimane così troncato nella mente del fanciullo ed espresso a metà sulla carta, come uno di quegli avvisi pubblici a cui si sovrappone in parte un altro avviso. Nella correttezza grammaticale, del resto, come nella regolarità calligrafica, vi sono tra i lavori grandi differenze; non tutte riferibili al vario grado di capacità degli alunni, poichè molte derivano dal loro umore della giornata; che è come dire dalla rottura d'un balocco o dalla perdita d'un soldo o dalla soppressione del caffè e latte mattutino. Ma dei dispiaceri di questa natura si risente molte volte anche lo stile degli scrittori di quarant'anni.

*

Restringo le mie osservazioni al campo morale, che è più fecondo e più vario. Ricavo per prima cosa da questi componimenti che la maggior parte delle famiglie si occupano dei loro piccoli scolari assai più di quanto non si soglia credere, poichè non c'è quasi ragazzo, di questi trentacinque, anche di quelli di più umile condizione (e non c'è ragione di sospettare che non sian veritieri), il quale non dica che il padre o la madre o un fratello o una sorella gli fa recitare ogni giorno la lezione o gli rivede il lavoro, e tutti quanti accennano il particolare, che, ogni volta che escon di casa per andar a scuola, la mamma guarda loro nel zaino per veder se ci hanno ogni cosa. Mi par questo un segno certo di progredita istruzione popolare, poichè non credo che nelle famiglie povere di trent'anni addietro si facesse altrettanto. Quasi tutti dicono minutamente e con ordine l'orario di tutti i loro parenti. E da questo e da altri accenni a consuetudini domestiche si capisce la vita ordinata e operosa di molte famiglie, in cui tutti si levano all'alba e lavorano tutta la giornata, e si aiutano e si ricreano insieme nel breve tempo che passano uniti; e appariscono vagamente figure di madri ammirabili, e sventure nobilmente sopportate, e case di piccoli “borghesi„ nelle quali il decoro visibile è mantenuto a prezzo d'una rigida vita interiore, confortata dalla buona armonia e dalla buona coscienza. E per questo rispetto la lettura dei componimenti m'ha rallegrato.

Un'altra cosa consolante ho notata, che contraddirebbe a una mia opinione, ma che, potendo essere un semplice caso, non basta a distruggerla; ed è questa, che dalla classificazione dei componimenti non resulta che i ragazzi di famiglie popolane siano inferiori, per il minor aiuto intellettuale che hanno in casa, a quelli di famiglie agiate, poichè degli undici, sui trentacinque, che ebbero i punti migliori, sei sono figliuoli di povera gente.

Notevole è pure che sono figliuoli del popolo quelli che scrissero espressioni più vive di affetto e di gratitudine per i loro parenti; il che può derivare dal fatto ch'essi li vedono faticare per la famiglia in una forma più sensibile che non sia quella del lavoro della mente, e sono indotti più degli altri alla riflessione dall'austerità della vita, e comprendono e valutano meglio le privazioni che s'impongono per loro il padre e la madre, per effetto dell'esperienza dolorosa che ne fanno sovente essi pure.

Curioso è che i tre alunni più affettuosi della classe sono tutti e tre figliuoli di cuochi.

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Uno di questi chiude il componimento colle parole seguenti, che trascrivo alla lettera: — Oh se potessi essere al posto di mio babbo, e non farlo più lavorare! Io penso che ha cinquant'anni! Io penso alla mia povera mamma che è mezza ammalata! Dio benedica tutta la famiglia! — Il figliuolo d'una lavandaia, orfano del padre, scrive: — Io non ho il babbo, ma dico che cosa fa la mamma. — E dice la sua lunga giornata di lavoro. — Viene a casa tanto stanca che nemmeno mangia la cena. È molto buona e fa tutto quello che può per me, mi guarda perchè i vestiti siano puliti, mi fa la colazione, mi pettina e ha cura di me. — Originale e bella è questa chiusa del figliuolo d'un fabbro ferraio: — Oh bambini, obbedite sempre i vostri genitori. Essi sono gli angioli. Ti anno allevato, ti mantennero ti mandano a scuola ordinato e pulito essi ti diedero la vita e ti fecero camminare. — Questo ti fecero camminare non è bellissimo? Non è men bella quest'altra chiusa, del figliuolo d'un carbonaio: — Povero babbo a durar fatica dalle 5 alle 9 e mezza. Povera sorella che dura fatica a lavorare. Povero fratello, è ammalato e molto. — Ma la più singolare mi par quella del figliuolo d'un conciatore, che dice: — Quanto sono carini i miei genitori! Quando noi gli chiediamo qualche cosa non osano dir di no, dicono di sì. Anno proprio compassione di noi. Il padre si chiama Antonio Lotta, la madre si chiama Maria Lotta, io mi chiamo Giulio Lotta. — E come è semplice e graziosa questa frase del figliuolo d'un lavorante orefice: — Il babbo è molto buono, la mamma è buona come il babbo —;e quest'altra: — La mamma pensa a tutti e a tutto. La sorella, quando la madre è fuori, essa fa da madre. — È una perla quell'essa.

*

Due caratteri principali si riscontrano in questi piccoli scrittori: i riserbati e laconici, che dicono il meno possibile, restringendosi a indicar secco secco le ore in cui le persone della famiglia si levano, mangiano, e vanno a dormire, e gli espansivi, che profondono le notizie e le confidenze. Questi parlano in special modo dei fratelli e delle sorelle, e si possono dividere alla volta loro in “affettuosi„ e in “critici„. La maggior parte dei primi ricordano con molta tenerezza le sorelle e i fratelli più piccoli; ciò che conferma la massima pericolosa d'un mio amico, padre molto prolifico, secondo il quale bisogna che nelle famiglie ci sia sempre un bambino, perchè ingentilisce il cuore dei figliuoli grandi. Dice uno: — Quando la mamma mi lascia da guardare il fratellino più piccolo sono molto contento perchè gli do anche da mangiare. — Un altro fa l'elogio del fratellino, che studia molto, e dice di sua sorella minore: — Mi diverto in tutte le maniere con lei. — Un terzo scrive: — Maria è la mia gioia la faccio saltare e qualche volta fa le bizze. E allora — soggiunge come la cosa più naturale del mondo — la mamma mi batte. — Dice il medesimo un quarto: — Io o anche la sorellina che a appena cinque anni e quella sorellina è il mio divertimento, e quando ho fatto il lavoro mi diverto e lei fa un pochi capriccetti, e mi fa castigar dalla mamma. — È un destino!... Un altro butta là nel mezzo del componimento, senz'alcuna attaccatura col resto, questa frase curiosa: — Mio fratello qualche volta mi fa dei piaceri.

I “critici„ sono anche più ameni; ma indiscreti, qualche volta. Ve n'è uno che giudica in questo modo le sue tre sorelle: — Ada è buona, ma un po' capricciosa; quella che si chiama Teresa va solamente a scuola all'asilo (come si sente in quel solamente l'orgoglio dello scienziato!), Adelaide è un po' cattiva. — Altri fanno a carico dei loro fratelli rivelazioni più gravi, come quelle che seguono:

— Poi ho un fratellino che ha appena due anni, e è un biricchino di prima riga.

— Ho un fratellino di 7 anni che va a scuola, non vuole saperne di studiare.

— Ho un fratello grande che è bocciato.

Uno dà intorno a suo fratello dei ragguagli più minuti, in una forma amenissima: — Il mio fratello più grande non studia abbastanza, ma fa dannare il babbo e la mamma. Torna a casa con un castigo da fare per la maestra. Il babbo e la mamma gli chiamano: te ne ha dato dei castighi da fare e lui dice di no e ha vergogna di dir di sì.

E che dire di un cervello sodo di sette anni e mezzo, il quale scrive: — Ho due fratelli, il maggiore è in 3ª e pare che quest'anno metta giudizio?

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Molte cose strane e oscure dicono riguardo alla professione e alle occupazioni del padre. La professione alcuni non l'accennano; altri pare che non n'abbiano un'idea molto chiara. Dice uno: — mio padre è impiegato fuori di porta — senz'altro: provatevi a indovinare. Un altro definisce la professione paterna in questo modo singolare, un po' indeterminato, mi sembra: — Il babbo va via alle 7 per guadagnarsi il pane col sudore della sua fronte. — Altrettanto singolare e non molto più lucida è quest'altra definizione: — L'occupazione del padre è di pensare molto ai colori per fare i quadri con dei fiori e altre cose. — Il figliuolo di un “impiegato al gas„ dice: — Mio padre a mezzanotte va a spegnere i ceri. — Definisce un altro in questa ardita forma grammaticale l'occupazione di sua madre: — L'occupazione di mia madre è che pensa alla roba di non perderla. — Il più originale, per altro, e il più misterioso è quello che, dopo aver detto: — L'occupazione del mio babbo è di fare il benestante, — soggiunge: — cioè 5 o 6 giorni sarà a Torino, 8 o 9 giorni sarà in campagna a lavorare, e quei 5 o 6 giorni che è a Torino un'ora sarà al mercato un'ora sarà all'ufficio, insomma ha tanto da lavorare che un'ora è in casa e un'altra è fuori. — Un benestante, come si vede, che non poltrisce sulle sue rendite. Ne cito ancor uno che fra le occupazioni del padre registra questa: — poi il babbo viene a casa e sta due ore a leggere il popolo (la Gazzetta del popolo) — e un altro che fa questa straordinaria rivelazione: — Il babbo va a letto la sera alle 11 e non si alza più che alla mattina.

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Ma le uscite bizzarre, lepide, gentili che si trovano in questi pochi componimenti, se volessi citarle tutte, riempirebbero troppe pagine. Non si direbbe che è un epigramma pensato questa doppia proposizione: — Mio fratello va al ginnasio, ma studia? — E come è ben resa la varia operosità d'una brava ragazza di casa con questi due tocchi: — Mia sorella mi corregge il lavoro e scopa il negozio. — E che fior di logica semplicità v'è in questa frase: — Allora i genitori mi fanno ripetere la lezione, se la so mi dànno la merenda e se non la so non me la dànno — e nella seguente: — la mamma mi lava i vestiti se sono sporchi, me li cucisce se sono stracciati. — Dopo aver accennato le occupazioni dei parenti, uno passa a dire le proprie con questo ingenuo avvertimento: — Vengo a parlare di me. — Un altro: — Adesso parlo di me. — E un terzo, più solenne: — Ed ora parlo di me stesso. — Questi me ne rammenta un quarto che notifica in una forma nuova affatto la composizione della propria famiglia: — A casa mia ho il babbo, la mamma, la sorella e me.

Fra le chiuse più degne di nota trascrivo le seguenti, che paiono state cercate per ottenere un “effetto finale„:

— Io sono un bambino di 7 anni e 7 mesi.

— Io ho otto anni e mi levo alle 7 e mezza.

— Io sono della scuola Angelo Brofferio e mi levo alle 7.

Ve n'è uno che, fra l'altre, dà questa importante notizia; la quale, per quanto concerne lui, è certamente una piccola spacconata: — Dopo cena qualche volta andiamo al caffè a bere dei liquori.

Da un periodo arruffato d'un altro si capisce che in casa sua sono incaricati i ragazzi di apparecchiar la tavola; ma sentite con quali restrizioni, e come giudiziosamente e ordinatamente specificate: — Ma mettono solamente il tovagliolo e le tovaglie perchè se mettono i tondi li rompono e le posate si tagliano o cadono per terra e possono fargli del male sugli occhi dentro alla bocca sulla fronte.

Il figliuolo d'un calderaio ha sulla fine questa maravigliosa uscita, che a qualcuno farà dare un balzo sulla seggiola: — Il babbo viene a casa ed è l'ora della cena. Noi amiamo e dopo amato usciamo. — Si capisce che voleva dir ceniamo; ma che il verbo “amare„ ch'egli aveva forse in mente per l'espressione d'un pensiero d'affetto alla chiusa, essendosi cacciato avanti tutt'a un tratto, gli cascò sulla carta invece dell'altro.

Fra le cose commoventi noto quella del figliuolo d'un muratore, per intender la quale conviene sapere che una società di filantropi torinesi fondò delle “colonie alpine„ dove son mandati ogni anno a passar l'estate un certo numero di fanciulli poveri delle scuole municipali, scelti fra i più deboli di salute. Il povero ragazzo scrive che a casa sta coi piedi nudi per non sciupare le scarpe, perchè ho da andare alle colonie alpine, e così ci vuole un paio di scarpe buone, — ed enumera dopo questo gli altri oggetti di corredo richiesti, soggiungendo con una esclamazione di gioia: — E io ho già tutto!

Ma la più saporita l'ho serbata per la fine. Dice un ragazzo: — L'occupazione di mio fratello maggiore è di levarsi la mattina alle 3 e di andare a Chieri al passo di corsa. — Dêi del cielo, ci son venti chilometri! — E che dannata professione sarà mai questa? — mi domandai leggendo; ma, per quanto ci pensassi, non mi riuscì di scoprirla. Seppi poi dalla maestra che quel fratello è “volontario d'un anno„ nei bersaglieri, e che l'alunno aveva inteso d'accennare a una “marcia di resistenza„ fatta dal reggimento; ma s'era espresso in modo, come si vede, da far scambiare la fatica straordinaria con una occupazione quotidiana — spaventevole.

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Se tanto c'è da spigolare in trentacinque componimenti, che non si troverebbe in una grande raccolta? Certo, io non dico agli insegnanti elementari, che l'insegnarono a me, quanto ci sia da imparare spingendo l'analisi di questi lavori oltre l'ortografia e la grammatica. Ma mi arrischio a dirlo agli scrittori giovanissimi, e a tutti coloro che studiano il cuore e la mente umana; poichè credo fermamente che i fanciulli, a studiarli profondamente e con amore, siano, dopo gli scrittori di genio, i migliori maestri dell'uomo.

I DESIDERI DEI RAGAZZI.

Non sono immaginazione mia: li manifestarono per scritto trentacinque alunni d'una seconda classe elementare delle scuole municipali di Torino, ai quali la maestra diede per tema: I miei desideri, e fece fare il componimento nella scuola, senza brutta copia, concedendo un'ora di tempo. La maggior parte sono ragazzi dai sette agli otto anni, che venti mesi fa non leggevano ancora l'alfabeto, e diciotto sui trentacinque, figliuoli d'operai. Da ieri ho fra le mani i loro componimenti, — un mucchio di foglietti di carta rigata, coperti d'ogni forma di scrittura, dalla calligrafia quasi perfetta alla pura e pretta raspatura di gallina, e sparsi d'una flora maravigliosa di grossi e piccoli spropositi che fanno ridere e pensare.... — e non so risolvermi a buttarli in un canto, prima d'averne raccolto in un mazzo i fiori più belli per offrirli agli studiosi e ai dilettanti di letteratura fanciullesca.

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Prima di principiare a leggere pensai che questi componimenti non potessero essere che elenchi di balocchi e di giochi, tutti eguali a un dipresso, come le vetrine dei venditori di giocattoli; non pensai, fra l'altre cose, che potesse essere così generale, come lo riscontrai, in ragazzi di quell'età il desiderio dei viaggi; il quale poteva dare, come dà infatti, ai loro lavori una varietà inaspettata e dilettevole; e sono appunto le espressioni diverse di questo desiderio ciò che mi divertì sopra tutto e che mi parve più meritevole d'osservazione nei periodi bizzarramente scarmigliati e claudicanti dei miei piccoli prosatori.

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Quasi tutti manifestano, prima d'ogni altro, il desiderio di viaggiare, e nominano le città che preferirebbero di vedere. Le città più “desiderate„ sono, per ordine di voti, Milano, Napoli e Roma. Penso che abbia il primato Milano per la ragione che, essendo la più vicina a Torino, è quella di cui i ragazzi sentono parlare più spesso. Quelli che vorrebbero andare a Roma son quattro, e due di questi paiono mossi da sentimenti politici opposti, perchè l'uno vorrebbe andarvi soltanto “per vedere dove abita il papa„, l'altro, per vedere quel bel palazzo dove ci sta Umberto I. Il terzo, indifferente al monarca e al pontefice, dice che desidera di andar a Roma non per altro che perchè “c'è stato il suo padrino„, ed è dubbio il quarto perchè scrive che vorrebbe andare “sul bastimento a rona„ e può darsi che abbia inteso di scrivere a Arona sul Lago Maggiore. C'è un altro, del resto, che parla d'andare “col bastimento„ a Milano. Per Firenze non ci sono che due aspiranti, per Genova uno e uno per la Sicilia. Ce n'è sette, invece, per l'America; ma è da notarsi che i più di questi dicono l'America perchè ci ebbero o ci hanno qualche parente; ed è lo stesso dei tre che desiderano d'andare in Francia. Due soli hanno desideri senza confini; uno che vorrebbe visitare tutto il mondo, e un altro che desidera di viaggiare tutti i paesi; e altri due sognano viaggi avventurosi di scoperte e di lotte. Il mio desiderio, sarebbe di attraversare il mare e di cercar le oasi (voleva dir le isole forse), e il secondo: Mi piacerebbe visitare i deserti dove c'è le bestie feroci. C'è anche un originale che vorrebbe non solo andare, ma stare in Asia; in quale parte non lo dice; si può intendere fra Gerusalemme e Pechino; e la ragione della sua scelta è un po' vaga: — perchè è molto bello e mi piace molto e c'è un sole molto caldo. — Invitato dalla maestra a spiegarsi meglio, si chiuse in un silenzio pien di mistero. Più comprensibile è uno dei sette già rammentati, che vorrebbe visitare quella grande città d'America (non dice quale) perchè ci sono quelle grosse piante, quei tronchi che sono di una grandezza straordinaria; ed esprime in questa forma ingenua la sua ammirazione per la fecondità della natura: — E poi da quelle piante piccole a venire e quelle piante straordinariamente grosse! — E gli accozzamenti delle grandi città e dei piccoli comuni sono curiosi. Uno vorrebbe veder Milano, Firenze, Castellamonte; un altro vorrebbe andare in America, e poi a Crescentino, un comune della provincia di Novara, dove dice che è “puro il cielo„. Ma la cosa più amena sono le ragioni che adducono, gli scopi particolari che si prefiggono alcuni al loro viaggio. Quello che dice: — vorrei andare a Genova a pigliare i bagni di mare, ma ho un po' paura della burrasca — si capisce; ma quello che vorrebbe andare a Firenze! Non pensate che sia per veder Santa Croce, i musei, i monumenti: si può dare in mille a indovinare. — Per bere il latte che è squisito! — Donde gli sarà mai venuto un così straordinario concetto del latte fiorentino? Può fare il paio con quell'altro che desidera d'andare a Napoli, oltre che per vedere il vulcano o vesuvio, sapete perchè? Perchè si mangiano dei maccheroni napoletani; e questo passi; ma soggiunge il sudicioncello: — e sono molto buoni e non si prendono col cucchiaio ma si mangiano con le mani. — Chiedo scusa per costui, come cittadino torinese, ai miei compaesani di Napoli, e li assicuro che si tratta d'un'opinione affatto personale dello scrittore.

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Al mare accennano più d'una metà, ed è notevole che quasi tutti quelli che v'accennano desiderino di fare i bagni marini. Sarà un segno di progredita cultura igienica? Perchè non uno su trenta scolaretti di Torino, quando io ero ragazzo, avrebbe forse espresso un tal desiderio; certo, non ci avrebbe pensato nessun ragazzo di famiglia povera. L'immagine più poetica, riguardo al mare, è quella del figliuolo d'un operaio, il quale dice: — Mi piacerebbe andare sugli alti mari dove si vede per tutto acqua e celo; — ma vorrebbe avere con sè la mamma, la zia e un cugino “per dividere i pericoli„. Sono anche di più quelli che desiderano di andare in montagna; ed è naturale anche questo poichè vivono tutti davanti allo spettacolo incantevole delle Alpi. Uno dice che vorrebbe andare in montagna per vedere i buoi; un altro per stare molti giorni ad una certa altezza numerosa; un bel traslato ardito, se lo volle riferire, come pare, al numero dei metri d'altitudine. Un ragazzo povero esprime lo stesso desiderio con una frase semplice e triste che tocca il cuore: — Vorrei andare sulle più alte montagne, a pigliare un po' d'aria buona, che non sono mai andato in nessun paese. — Andare a passar l'estate in campagna, senza determinazione di luoghi, è il desiderio più comune; più vivo in quelli che non lo possono soddisfare, ed espresso da tutti con un'insistenza e un calore di parola, in cui si sente un bisogno vero del corpo e dello spirito, un fremito d'uccelletti ingabbiati, assetati d'aria e di verde. Conviene anche dire, peraltro, che quanto a viaggi e a escursioni i desideri di una buona parte sono assai moderati, arrestandosi in alcuni ai Santuari d'Oropa e di Graglia, e in altri a villaggi dei dintorni di Torino e alla basilica di Superga; nella quale uno degli scrittori vorrebbe andare a vedere “quei sotterranei dove è morto il re„. Parecchi sono anche più modesti: non desiderano che “una passeggiata nel Corso Palestro„ che vedono ogni giorno, poichè è a un passo dalla loro scuola, o una di quelle passeggiate in via Po (chi sa quali?), o fino alla succursale (niente di meno), che è una stazione minuscola della strada ferrata di Milano, dentro la cinta. Ce n'è uno, poi, che non vuol andare in nessun luogo, e manifesta per i viaggi un'avversione assoluta; dicendo che vorrebbe star tutta la vita a Torino, per una ragione che siete mille miglia lontani dall'immaginare: perchè c'è aria fina. E neppure potete immaginare la ragione, tanto è semplice, che adduce un altro del non poter fare i grandi viaggi che vorrebbe. — Ma fare tutti questi viaggi non posso--dice — perchè o da frequentar la scuola tutte le mattine.

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Sento una domanda del mio buon amico Moneta: — La propaganda per la pace ha recato qualche frutto? Si può riconoscere in codesti componimenti uno scemato spirito guerresco nel desiderio scemato di quei giocattoli che rappresentano strumenti e idee di guerra e di morte? — Mi manca, per dare una risposta, il termine di paragone; ma temo che, se anche l'avessi, non potrei dare una risposta molto consolante. Su trentacinque sono undici che desiderano trombe, soldati di piombo, fucili, sciabole, pistole, un intero arsenale. Credo soltanto minore di quello che sarebbe stata trent'anni fa la richiesta dei tamburi (due soli ne chiedono) perchè, non usandosi più il tamburo nell'esercito, manca l'impulso dell'imitazione. È vero, peraltro, che uno solo di quegli undici esprime chiaramente delle idee belligere, e anche in senso puramente difensivo, dicendo: — Vorrei essere vestito da soldato per andare in guerra a combattere contro il nemico e salvar la mia patria. — Quasi tutti gli altri non chiedono armi che per giocare. Ce n'è uno, anzi, che confessa la propria avversione alla guerra in un modo assai comico, ed è di quelli che vorrebbero viaggiare in Africa. — Ma andare in Africa — soggiunge — non mi piace perchè c'è la battaglia, ma io vado quando non fanno la battaglia. — E dice anche, contraddicendosi, che non gli piace d'andare in Africa, perchè vi sono neri gli Abissini.

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Più delle armi sono desiderati gli animali, naturalmente, poichè dopo l'uomo — primo oggetto d'osservazione pei fanciulli, — son quello che più gli rassomiglia; e fra gli animali, per la bellezza delle forme, e per la vivacità delle mosse e la varietà degli usi a cui serve, il più desiderato è il cavallo. Sedici alunni vorrebbero averne uno, ma due soli specificano: un cavallino sardo. Poi viene il cane, desiderato da cinque: uno dei quali vorrebbe uno di quei cani inglesi, e un altro, un bel can barbone; ma per licenziare la serva, parrebbe: perchè — dice — il can barbone è docile e serve a far la spesa ai padroni. Sono desiderati da altri una pecora, una pecorella viva, un asinetto, ed altri animali domestici; di uccelli non è nominato che il canarino. Anche il gatto ha un voto solo; forse perchè quasi tutti ne hanno uno da tormentare in casa propria. Ma a proposito di bestie il più saporito periodo lo scrisse quello che vorrebbe “un bel cane e un cagnolino da guardia: sentite se si può essere più assennati e più previdenti; par che ripeta un discorsetto di suo nonno: — Ma con questi due cani — dice — uno piccolo, e l'altro grosso, non vorrei che fossero invidiosi, che non si mordessero malamente, come fanno certi cani, e non mi piacerebbe niente se venissero arrabbiati, allora poi li farei uccidere perchè senò si uccidono tra loro....„

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Tra le cose inanimate quelle che destano più desideri sono la lavagnetta col gesso e il teatro coi burattini; ma perchè l'una e l'altro servono all'imitazione della vita. Anche la lavagnetta, in fatti, benchè dicano quasi tutti — le mascherine — di desiderarla per esercitarsi alle operazioni aritmetiche (che suol essere il pretesto con cui se la fanno comperare), in realtà la vogliono per rabescarvi su dei fantocci. Quattro desiderano una biblioteca, senza dir altro; uno eccettuato, il quale ha pretensioni bibliografiche molto discrete, poichè la vorrebbe composta di tutti e cinque i libri di lettura delle cinque classi elementari e di una bella storia sacra per leggere la venuta dei magi. Di altri libri che si desiderino non trovo accennati che due libri di preghiere e un bel libro di preghiere a Gesù Bambino. Opere d'arte ne desidera uno solo, che vorrebbe una statua, e non aggiunge parola: la prima statua venuta. Non metto fra gli oggetti d'arte i due quadri, uno del re e uno della regina, a cui accenna un altro, perchè possono essere desiderati per sentimento di devozione alla monarchia; come forse per sentimento religioso desiderano altri tre un bel crocifisso, un bel quadro della Madonna, una Madonna dipinta. Un solo filarmonico si palesa, uno che vorrebbe un pianoforte per imparare a sonarlo molto bene. Fra gli oggetti di desiderio più singolari noto una bell'arnia e un servizio da caffè. Ma come badano tutti, quando può nascere equivoco, a far ben capire che vogliono oggetti da grandi, e non dei trastulli. — Vorrei un bell'orologio — dice uno — ma non di quelli da cinque centesimi, e che vada. Un altro vorrebbe una barca — ma proprio di quelle da metterci noi dentro e partire; — l'espressione potrebbe essere forse più elegante, ma non più chiara. E uno di quelli che desiderano un cavallo spiega bene: — un cavallo, ma da andare in groppa. Un quarto mette in un mazzo, come tre cose affini, questi tre desideri: un teatro, una gallina, una spada. È strano come non uno di questi trentacinque ragazzi, di cui la più parte sono di famiglia povera, esprima il desiderio d'un bel vestito, d'un oggetto d'ornamento, d'una qualunque cosa che dimostri la vanità di volersi distinguere esteriormente. Qualcuno si stupirà che non sia stata ancor nominata la bicicletta, e ci sarebbe davvero da stupire se non l'avesse rammentata nessuno. I desiderosi del nuovo “locomobile„ come lo chiama prosaicamente il regolamento municipale, o del ferreo corsiero, come lo chiama poeticamente Lorenzo Stecchetti, son cinque; uno dei quali espone il suo desiderio con questa piccola spampanata: — Mi piacerebbe andare a Napoli a traversare il mare che è veramente bello; ma se io avevo una bicicletta sarei già andato.

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Nell'ordine della “proprietà dei beni immobili„ i desideri son pochi, e non irragionevoli. La proprietà più ambita è il giardino — un giardino con molti fiori — un giardino tutto fiorito di rose — ed altri, definiti brevemente, con immagini graziose, che esprimono un desiderio vivo. V'è un solo ragazzo, più pratico, chè vorrebbe “un campo pieno di frumento„. Tre desiderano una casa, che uno chiama una costruzione, e la vorrebbe mobiliare a modo suo, col proponimento, pare, di rimaner celibe, perchè scrive: una piccola casetta per mettervi un lettuccio, un sofà, un guardaroba, con alcune seggiole e un seggiolone. Più numerosi son quelli che desiderano indeterminatamente la ricchezza; ma quasi tutti (e in questo è evidente che esprimono un'idea inculcata loro alla scuola più che un sentimento spontaneo) dicono di desiderar d'essere ricchi per poter soccorrere i poveri. Uno solo determina l'ammontare del patrimonio che vorrebbe avere, aggiungendo quali sventurati soccorrerebbe di preferenza: — Vorrei avere una lira per fare elemosina agli infelici, cioè come lo storpio, il cieco e il monchino. Desideri riguardo all'avvenire, e in specie alla carriera, tre soltanto ne espongono: uno che vorrebbe esser marinaio, e due che vogliono far l'avvocato. E pare che uno di questi faccia conto di pescar nel Foro fior di quattrini perchè dice: — I miei desideri sono pure, quando sarò già avvocato, due bellissimi cavalli e una magnifica carrozza, e quando avremo voglia d'andare a cavallo, io e il mio papà, andremo, e quando avremo voglia di andare in carrozza, andremo. — E perchè no? Non si direbbe che c'è sotto una sfida ai socialisti? Un altro, meno ambizioso, dice di desiderare un caffè; ma non si capisce se sia per “esercitare il negozio„ o solamente per vuotare a suo libito le bocce e le zuccheriere; che è forse la versione più ragionevole. Osservo, a questo proposito, che non ci sono in tutti e trentacinque i componimenti se non pochissimi indizi di ghiottoneria. Quattro soli desiderano dei dolci, pochi altri delle frutta; e dice uno di questi che vorrebbe andare in America perchè c'è lo zucchero e in Africa perchè c'è i datteri. Cito ancora ad onore un ragazzo sobrio che vorrebbe fare una bella cena in un giardino, e bevere un pochino, ma non bevere molto, e un altro capetto scarico, il quale desidera che i suoi genitori diano un pranzo in casa, e numera le persone che vorrebbe invitate, una caterva di parenti, congiunti, padrini, madrine ed amici, da dar fondo alle dispense dell'Albergo d'Europa.

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Alcuni di questi componimenti si distinguono per un'abbondanza d'idee, per un'effusione di sentimento e un colore di sincerità, che li fanno parer lettere scritte spontaneamente, a sfogo dell'animo, più che lavori di scuola; e danno perciò a conoscere in parte, l'indole dello scrittore; la quale rimane affatto nascosta in tutti gli altri, segnati d'una comune impronta scolastica. Quattro di questi scrittori originali mi colpirono in particolar modo.

Il primo è un “appassionato„, un cuore “ardente e tenero„. Egli dà al componimento la forma d'una lettera, disordinata e oscura, in cui frammette, come un ritornello poetico, all'espressione dei propri desideri parole di caldo affetto, note quasi d'amore, per la sua maestra; alla quale dà del lei e del tu, espandendo l'anima lirica con una concitazione di stile singolarissima: — Io vorrei andare a Roma — scrive, salvo i peccati mortali d'ortografia — stare due mesi in campagna, ma che lei venisse a vedermi, vorrei giocare alla palla e pregherò per te che non ti arrivi nessuna disgrazia, io le voglio molto bene e vorrei andar nel mare, e guardi di venire a vedermi, che saremo felici, e guardi di non esser mai malata, a me piace d'andare a giocare e guardi di venire al più presto che puoi. Ma l'adoratore rientra in sè tutt'a un tratto alla chiusa, e dice rispettosamente: — Con tutta stima la riverisco.

Il secondo è un'immaginazione effervescente e sfrenata, che esprime rapidamente una quantità di desideri diversi, come se cercasse degli effetti d'antitesi imitando l'arte vittorhughesca di affollare con disordine pensato immagini disparatissime. Egli vorrebbe andare in villeggiatura, a Roma, a Massaua, sul Monte Bianco, a Parigi, sul vapore, in vettura, in tram, in pallone, e dopo aver aggiunto che vorrebbe stare in un gran palazzo e che gli piacerebbe d'essere il re, e accennato altre sue vaste aspirazioni e splendidi sogni, finisce il componimento esprimendo il desiderio modestissimo di pigliare un bagno.

Quest'altro è un filosofo semiserio, che mescola la lepidezza con l'affetto e con l'ironia, rivolgendo tratto tratto la parola a sè medesimo per darsi delle ammonizioni e dei consigli, coloriti di canzonatura. Dopo aver significato il desiderio d'andare in campagna per mangiar frutta, dice: — Ma per te, mio Cesarino, non ci andrai che quando le scuole saranno al fin dell'anno; — e poi enumera le uve che mangierà — l'uva bianca, l'uva nera, l'uva mericana, ecc., e soggiunge paternamente a sè stesso: — Ma io ti dirò, caro Cesarino, che a mangiare tanta uva fa del male, e rovina anche la salute, e fa perfino venire mal di gola; e infine si dà questo memento gentile: — Tu mangierai le frutta, ma le viole le governi per portarle alla maestra, che è tanto buona e gentile coi bambini della sua classe.

L'ultimo è un bel tipo comico di Michelaccio, amante del quieto e grasso vivere. Sentite che beati ozî vagheggia. A lui piacerebbe d'andar l'estate prossima al suo paese nativo (e lo nomina); — a spassarmela in campagna — dice — perchè là si sta molto bene, si mangia, si beve, si dorme e si va a spasso, e poi c'è molta uva, c'è di tutto e questi sono i miei più cari desideri. E dopo aver detto che andrebbe volentieri ad Alassio, dove ha un amico, già suo compagno di scuola (antico compagno, lo chiama), che se ne sta coricato nella sabbia calda dal sole, esce in questa impagabile frase esclamativa, di cui rispetto l'ortografia: E!! — ne son ben malcontento di non poterci far parte! — Ma il più curioso è che questo allegro ragazzo, che parla del paese di Cuccagna come d'un proprio feudo, è figliuolo d'un povero operaio, il quale non ha ombra di casa nè di poderi. E la chiusa del componimento è una gemma. Per dire che vorrebbe scriver dell'altro, ma che, essendo arrivato in fondo al foglio, deve far punto per mancanza di spazio, butta là questa espressione equivoca che può esser presa in un senso.... terribile: non posso più trattenermi.

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V'è ancora espresso, in queste pagine, un ordine particolare di desideri, meritevoli d'un cenno a parte: desideri, che sarebbe più proprio chiamar propositi, di studiare, di esser buoni, di migliorarsi. Quasi tutti li esprimono: molti, certo, più per sentimento di convenienza che per impulso dell'animo, o anche per forza di consuetudine, o per dare buon concetto di sè; ma della sincerità d'alcuni è impossibile dubitare, tanto è amabilmente semplice il loro linguaggio. Dice uno: — mi piacerebbe che la madonna mi facesse essere buono a scuola e a casa. — Un altro: — Io voglio ancora studiare con tanta voglia e con tanta bontà (non è bellissimo?) e poi darò ancora 1000 e poi ancora 1000 consolazioni alla mia signora maestra. Ed hai miei superiori. C'è uno che fa un vero atto di contrizione: — Il mio più bel desiderio è di studiar bene, che la Sig. Maestra è tanto buona, di non dargli tanti dispiaceri non star cattivo, come ho fatto. E adesso guarderò di fare tutto quello che posso per star buono. E carino è l'esordio che fa un altro al componimento: — Io farò tutto quello che so per farlo bene e per scriverlo bene (senza dir che cosa); poi, di sbalzo, dice i suoi desideri, il primo dei quali è di possedere una penna d'avorio, e il secondo è espresso candidamente, così: — Io vorrei che mio padre e mia madre non mi sgridassero mai. — E ci sono anche quelli che si propongono un ideale di buona condotta addirittura disperato, come uno che vorrebbe avere un cortile per giocare “ma non di fare del chiasso, perchè nel giocare un pochino si fa sempre di chiasso„. — Che delicatezza! E in casa sarà forse il terremoto. Il più commovente, in fine, è l'atto di mesta rassegnazione d'un povero ragazzo, il quale, dopo aver esposto molti desideri, mostrando di capire che per lui sono cose dell'altro mondo, che non potrà aver mai, dice che si contenterebbe d'andare alle Colonie alpine dei ragazzi poveri, e soggiunge: — Ma i miei genitori non vogliono perchè dovrò andare a lavorare, ebbene, sia così.

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E queste ultime parole, che paiono un lamento compresso, mi turbano nell'animo la giocondità che m'avevan messo tante altre cose amene trovate in queste pagine, perchè mi rappresentano al pensiero non soltanto il ragazzo che le scrisse, ma quegli altri innumerevoli a cui nessuno dei mille desideri della fanciullezza, nemmeno i più umili, sono appagati, e che, non comprendendo ancora che cosa veramente sia l'esser poveri, non comprendono che i genitori non possono, e pensano che non vogliano, e dicono come quello: — E sia così! — rassegnatamente, ma col cuore di chi si rassegna ad un torto. Ah, i desideri dei ragazzi! Essi sono ad un tempo una delle più care e delle più tristi cose del mondo. Poterli appagare è una delle più dolci soddisfazioni della ricchezza; non potere è una delle amarezze peggiori della povertà. Questo dovrebbero aver sempre in mente quei fortunati ai quali è concessa la grande gioia di essere benefici. Accanto alla carità che domanda al ragazzo povero di che cosa abbia bisogno, ci dovrebbe esser sempre la carità che gli domanda che cosa desidera; dietro la mano che gli dà un pane, una mano che gli porga un trastullo; perchè non basta ch'egli non pianga, bisogna ch'egli sorrida; perchè nella fanciullezza che passa senza sorriso si prepara l'uomo che tratterà i fanciulli senza pietà e che odierà i suoi simili per vendetta

IL GAROFANO ROSSO.

Alle undici e mezzo, mentre la cameriera ansava ancora su per le scale con la cartella del disegno sotto il braccio, Alba sonò il campanello e, appena le fu aperto, si slanciò nella sala da desinare, dove l'aspettavano il padre e la madre, coi regali pel suo giorno natalizio.

In un batter d'occhio vide e toccò tutto: il mazzo di fiori, l'anello, il libro illustrato e il canestrino da lavoro, disposti sulla tavola apparecchiata, su cui brillava un raggio di sole; poi, ringraziando e ridendo, abbracciò e baciò con impeto il babbo e la mamma, e poi.... si lasciò guardare.

Era più bella che mai quella mattina: i suoi capelli ondulati e i suoi grandi occhi parevan più neri del solito, e il bel garofano rosso, contornato di violette, che le usciva dall'abbottonatura del giubbetto bianco, non reggeva al confronto della sua piccola bocca capricciosa e imperiosa.

Suo padre stette un minuto in adorazione davanti a lei; e i suoi occhi pieni di tenerezza facevano un contrasto singolare coi minacciosi baffi grigi che gli andavan dalla bocca alle orecchie. Sarebbe bastato uno sguardo a chi che sia per accorgersi che quel pezzo d'uomo del signor Mazzi, dalla faccia di vecchio soldato e dalle mani d'antico operaio, più temuto che amato dai duecento cinquanta lavoratori della sua grande fabbrica d'ombrelli e di bardature, una delle più fiorenti di Torino, non era che il servitore umilissimo di quella ragazzina di dodici anni, in cui pareva che si fosse affinato ancora il sangue signorile della mamma. Bella, figliuola unica, delicata di salute: aveva tutto quello che ci voleva per far la tiranna. Una lunga malattia sofferta da lei due anni innanzi, a cagion della quale, perduto un anno, ripeteva l'ultimo corso elementare nelle scuole del Municipio, aveva ancor rinsaldato il suo impero. A ogni sua nuova prepotenza giurava bensì il signor Mazzi che sarebbe stata l'ultima; ma quando un'altra volta la vedeva addolorarsi d'una ripulsa o ricorrere all'arma terribile del digiuno per far trionfare la sua volontà, quando, sopra tutto, le vedeva gonfiar per la collera quel bel collo esile e bianco, come se fosse sul punto di schiattare, ogni forza alla lotta gli mancava. Faceva ancora un'ultima mostra di resistenza invocando il soccorso della signora Mazzi, che con la sua mollezza di bionda grassa e linfatica gli consigliava di cedere per la pace, e poi.... cedeva per la pace. Era così cresciuta liberamente nell'animo d'Alba una fitta e intricata vegetazione di piccoli e grandi difetti; la quale, peraltro, non aveva soffocato il fiore della bontà e della pietà, nato in lei e mantenuto vivo da una precoce e quasi maravigliosa intuizione delle miserie e dei dolori del mondo che non conosceva.

Quando si credette ammirata abbastanza, disse:

— Papà, ti ho da domandare un favore.

Ma in quel punto istesso s'affacciò all'uscio la cameriera ad annunziare che il signor Boleri, avvocato criminale e radicale, brillante ed entrante, buon amico di casa Mazzi, desiderava dir due parole al padrone.

Questi entrò nella stanza accanto, e la signorina che, fra gli altri difetti, aveva anche quello d'una curiosità indiscreta, s'avvicinò all'uscio socchiuso per ascoltare. Ma il dialogo non le arrivò all'orecchio che a frammenti.

Alle prime parole dell'avvocato, dette col suo solito accento gioviale, il Mazzi rispose con tutt'altro accento: — Mi rincresce, non posso.

— Andiamo, — replicò l'amico, — non vorrai far scomparire il presidente onorario della Fratellanza artigiana, a cui quel povero diavolo s'è raccomandato. È un buon operaio, alla fin dei conti; ha lavorato per due anni nella tua fabbrica e non hai mai avuto motivo di lagnartene.

Ma il Mazzi ripetè il suo no, borbottando delle ragioni che la ragazza non intese.

L'altro allora tornò all'assalto, e questa volta sul serio: — Sta bene, — disse; — ma pensa che da sei mesi cerca lavoro, e non ne trova; che chiedendoti d'esser riammesso, fa ammenda del suo torto, se pure ti fece un torto, e che ha famiglia.... e fame.

Ma il Mazzi persistette nel rifiuto, ragionando. Doveva dare un esempio. Avrebbe voluto dir di sì; ma non poteva e non doveva. — Hanno voluto lottare, — concluse, — lui e gli altri della combriccola, e hanno perso: tanto peggio per loro. È una guerra a oltranza che si combatte fra loro e noi. Io non do tregua. Faccio come essi fanno: mi servo di tutte le armi che sono in mia mano.

— Ma tu combatti contro un disarmato, — ribattè il Boleri, — contro un vinto, che ti chiede grazia.

— Me la chiede oggi, tornerebbe a combattermi domani. È inutile che tu insista. Ho deciso.

— È la tua ultima parola?

— Me ne dispiace per te, che hai preso la cosa a cuore. È l'ultima.

— Ebbene, — rispose l'avvocato, avviandosi per uscire, — ti credevo non soltanto più pietoso, ma più prudente.... e meno orgoglioso. Beccati questa, e buon pro ti faccia. Darai alla bambina questo mazzetto. Tanti saluti.

*

Il signor Mazzi rientrò nella sala da desinare col viso rannuvolato e porse ad Alba il mazzo di fiori.

— Papà, — gli disse questa, con voce franca; — riprendi quell'operaio.

— No, — rispose il padre, secco. Ma si pentì subito di quella durezza, e soggiunse benevolmente: — Parliamo d'altro, Albina mia. Avevi un favore da domandarmi, m'hai detto?

— Era quello.

— Come, quello? — domandò il padre, stupito, fermandosi in mezzo alla sala.

— Sì, — rispose la ragazza, e s'accalorò a poco a poco, continuando: — era quello, appunto; Maria Cinzano, una mia compagna di scuola, figliuola di quel tuo operaio; è lei che me n'ha parlato questa mattina; m'ha detto: — verrà un avvocato da tuo padre, per raccomandar mio padre. Io mi raccomando a te. Faglielo riprendere. È senza lavoro. Siamo nella miseria. — E m'ha dato questo mazzettino per la mia festa, un garofano rosso. Io le ho detto di sì. Mi puoi dir di no, tu, il giorno della mia festa?

E gli saltò al collo.

Ma, con sua maraviglia, egli non sorrise.

— Tu hai detto di sì, — le disse egli col viso serio, — perchè hai buon cuore; non te ne faccio rimprovero. Ma non posso contentarti.

— Ma perchè?

— Il perchè non lo puoi capire.

— Ah! lo capisco bene. È il perchè che dicesti al signor Boleri. Ma non è un buon perchè. E poi.... come ho da fare a andar a dire alla mia compagna che m'hai detto di no? E oggi appunto ho da fare un componimento sopra un signore caritatevole che salva dalla miseria una povera famiglia! In che maniera ho da trovar le idee? Perchè sono nella miseria, hai da sapere. Ah! ora capisco. È un mese che la vedo cambiata, è dimagrita, chi sa come mangia; vive forse di pan nero; non studia più; viene a scuola con gli occhi rossi. Ho da andarle a dire che tu vuoi che muoia di fame?

— Non voglio questo, — rispose burbero il padre. — Basta così, e mettiamoci a tavola.

— Ebbene, — disse la ragazza, — se non mangia lei, non mangio io.

— Alba!... Ti castigo.

— Castigami!

Il signor Mazzi incrociò le braccia sul petto, voltandosi verso sua moglie che stava seduta sul sofà, e ascoltava sorridendo. — Ma sai che questa ragazza passa tutti i segni! Ma non s'è mai vista un'audacia simile! — E tornò a voltarsi verso la figliuola: — Ma che obblighi ho io verso un briccone che mi piantò da un'ora all'altra, quando avevo bisogno di lui, e che adesso, ridotto alla miseria per colpa sua, mi offre un lavoro.... di cui non so che fare? — Poi si voltò da capo alla moglie: — Figurati! Un presuntuoso, un traditore, che, l'anno passato, mi mette su una decina di compagni.... fanno tutto il loro armeggio sott'acqua.... imbastiscono una specie di Cooperativa.... Poi, un bel giorno, si licenziano, e con che arie! Vanno a offrire i loro servizi ai miei clienti, brigano al Municipio, fanno parlare i giornali.... In capo a un anno, si capisce, sono andati a gambe all'aria e ci han rimesso quel po' di fondi raggruzzolati non so come.... E io dovrei riprendere il caporione! Per far piacere a quel gran protettore di tutti i cialtroni disoccupati che è l'avvocato Boleri! — E si voltò un'altra volta verso la ragazza: — Tu non conosci gli operai, povera ingenua. Tu non sai che razza di cani son tutti quanti.

— Sei stato operaio anche tu, — rispose la ragazza.

— Sì, e me ne vanto, perchè ero diverso dagli altri; ma per questo li conosco, e li tratto come si meritano.

— Ebbene, fai male a far così.... Non saresti mica diventato ricco tu, se non avessero lavorato per te.

Il padre la fissò. Poi disse: — Sta a vedere che m'hanno fatto una grazia. Essi danno a me il loro lavoro; io do loro il mio danaro.

La ragazza stette un po' pensando; poi rispose: — Ma essi te ne fanno guadagnare molto più di quanto ne dai.

A queste parole, il signor Mazzi scattò: — Cosa dici? Chi t'ha insegnato a metter fuori di queste ragioni? — E, dopo un momento di riflessione, riprese con maggior collera: — Questa non è farina del tuo sacco.... È forse la maestra che t'imbecca di codesta roba?... A questi lumi di luna, non ci sarebbe da stupire.... Dimmi un po': ho indovinato?... Ah, bene! Andrò io a dirle due parole all'orecchio, alla tua maestra.

— Non è lei! — s'affrettò a risponder la ragazza.

— E chi è dunque?... Lo voglio sapere, m'intendi?... O mi dici chi è, o vo dalla maestra domani mattina.

— L'ho letto.

— Dove l'hai letto?

— Ebbene, sì! — rispose Alba, ripigliando animo; — l'ho letto nei libretti che hai tu, che hai portato tu a casa.

— Che libretti? Dove sono? Vieni a mostrarmeli! — gridò il signor Mazzi, fremente.

Ed entrò a passi concitati nella stanza accanto, seguitato dalla figliuola, la quale, senza ombra di timore, andò difilata a una libreria, si chinò e tirò fuori dallo scaffale più basso, di sotto a un grande album di disegni di macchine, e porse al padre alcuni opuscoletti impolverati. Erano il Catechismo dell'operaio, I diritti del lavoro, Riflessioni d'un disoccupato, che il signor Mazzi, mesi addietro, aveva strappati di mano a certi giovani operai della sua fabbrica. Avendo veduto suo padre nasconderli là sotto come roba proibita, la ragazza, punta dalla curiosità, li aveva scovati e sfogliati.

Il signor Mazzi arrossì dallo sdegno. — Anche a te si doveva attaccare questa infezione! — gridò, — non ci mancava altro! — E fece a pezzi gli opuscoli e li buttò a pedate in un angolo della stanza. — Ed ora, — soggiunse, agitando l'indice della destra, — non più una parola al proposito, nè ora nè mai! Siamo intesi, o saran cose serie. A tavola, signorina.

*

Sedettero a tavola. La figliuola quasi non mangiò. Il padre, risoluto a tener duro, finse di non badarvi. Era tempo davvero che si mostrasse fermo una volta se non voleva diventare addirittura lo strofinacciolo di quella monella. E non disse parola. Ma via via che il desinare procedeva ed egli la vedeva ostinata a non mangiare, nonostante le placide esortazioni di sua madre, gli andava succedendo nell'animo allo sdegno il dolore. Vedete un po'! Una giornata ch'egli si era immaginata così allegra! Gli altri anni, in quel giorno, soleva riandare a tavola la breve storia della sua figliuola, rammentare le sue amabili bizzarrie di bimba, le sue prime parole, i suoi motti più arguti, i primi piccoli trionfi della sua bellezza bruna ed altera, che lo avevan fatto palpitare d'orgoglio. Quel desinare era sempre stato una festa per lui. Ed ora, doveva vederla digiunare, imbronciata e triste, e ingozzare egli stesso un pane avvelenato, col cuore gonfio di dispetto. E la guardava di sfuggita, quasi timidamente, perchè conosceva la sua caparbietà, e sapeva che era capace, per un punto, di stare a pane asciutto una settimana, facendogli soffrir le pene dell'inferno e rischiando di buscarsi una malattia. E tutto questo per la bella faccia di quel mascalzone di trinciapelli che gli aveva già dato tanti altri fastidi! Poter del mondo! Al pensare che pel fatto di costui essa gli faceva una tal scena, al ricordar le ragionacce che aveva pescate in quegli scellerati libricciattoli per gettargliele in viso con quella petulanza, egli non sentiva più alcuna pietà, e si raffermava con tutte le forze nella sua risoluzione, e fissava gli occhi su quel visetto pallido, contornato di capelli neri, quasi in atto di sfida, come per esercitarsi alla resistenza in cui avrebbe dovuto persistere per qualche giorno, per restaurare la sua autorità paterna in rovina.

*

Il desinare finì com'era cominciato, tristamente. Finito appena, il signor Mazzi uscì a passi risonanti, e la ragazza che, essendo giovedì, non aveva scuola dopo mezzogiorno, rimase a casa a far con mille stenti il suo esercizio di composizione sull'argomento della famiglia indigente e del ricco benefico. La sera, la cena non fu più gaia del desinare. La signorina mangiò appena una foglia di lattuga e un bocconcino di pane, che finse d'inghiottire a gran fatica, e rimase muta e cocciuta. A un certo punto, però, il padre perdè la pazienza, e l'attaccò con la signora: — Ma scotiti dunque! Come puoi tollerare...? Non hai nulla da dire a un'impertinente che digiuna apposta per torturare suo padre?

— Eh, Dio mio! — rispose con placidità la signora. — Sai pure che con questa benedetta creatura non si può nè vincerla nè impattarla. E poi.... insomma.... dà prova di buon cuore. Contentala una volta, e che sia finita. È la più spiccia, mi pare.

Il signor Mazzi saltò su. — Oh, questa è maravigliosa! Un bel sistema d'educazione! La madre che ha anche meno giudizio della figliuola! Ma non capisci che se ripigliassi quello dovrei ripigliare gli altri, e che sarebbe un disdoro in faccia a tutti, un atto di debolezza che mi toglierebbe ogni autorità nella fabbrica! Ma è possibile che tu non intenda mai nulla di queste cose?... Son io, dunque, che ho il torto!... Ah, che belle consolazioni mi dà la famiglia!

E sbattuto il tovagliolo sulla tavola, se n'andò nella sua stanza, dove sedette, al buio, e restò a masticar la sua rabbia; con l'orecchio teso, però, aspettando di sentire da un momento all'altro il passo della figliuola. Voleva un po' vedere se non sarebbe venuta, come tutte le sere, a dargli la buona notte. E, in fondo, egli sperava che in quel momento, che è quello della tenerezza, quando tutto s'accomoda fra padre e figliuoli, ella avrebbe domandato perdono. Trascorsa mezz'ora, infatti, udì il suo passo nell'oscurità, e si drizzò sul busto, come per mettersi sulle difese, e non perdonare alla prima. Ma perdette un poco della sua forza sentendo che il passo, invece che incerto e timido come sperava, era risoluto. Quando si vide davanti l'ombra graziosa della sua figliuola, spiccante nel chiarore crepuscolare della finestra, fu sul punto di afferrarla e di serrarsela al petto. Ma si rattenne.

Essa disse con voce fredda: — Buona notte, papà.

— Non hai altro da dirmi? — domandò il padre.

La ragazza titubò un momento; poi rispose:

— Riprendi il Cinzano.

— Ancora! — gridò il signor Mazzi balzando in piedi. — Ah, questo è troppo!... No! Hai inteso? No, mai! mai al mondo, se anche tu digiunassi per un mese!... Va a letto.

La ragazza se n'andò, senza rispondere, a passi di ribelle.

*

Di là a un'ora, dopo aver girato un pezzo per la casa, il signor Mazzi si soffermò, col lume in mano, davanti all'uscio della camera d'Alba, e pose l'orecchio al buco della serratura. Sentì il suo respiro regolare: dormiva. Nondimeno dopo un momento d'incertezza, egli aperse l'uscio pian piano e, mettendo una mano davanti alla fiammella della candela, entrò in punta di piedi. La ragazza stava supina sul letto, con tutto il busto coperto. Non gli era mai parsa così bella e così gentile. Ma sul suo viso assopito era ancora dipinta la tristezza; il suo labbro inferiore sporgeva un poco, nell'atteggiamento della bocca dei bambini, quando si lagnano d'un torto e son lì per piangere; il suo respiro gli parve affannoso. E a un tratto egli rabbrividì, osservando che aveva le braccia incrociate sul petto, come una morta. Alla sua immaginazione eccitata sembrò che quel nasino si fosse assottigliato, che quel viso fosse già dimagrito, da mezzogiorno in poi. Ansioso, le prese delicatamente le mani, per disgiungerle, che non le facessero pressione sul cuore; ma fremè, atterrito, e non compì l'atto, vedendo fra le sue dita una macchia rossa, che pareva di sangue. Guardò meglio e riconobbe il garofano di Maria Cinzano. Respirò. E rimase pensieroso. Povera Alba! Si teneva il fiore dell'amica sul cuore. Era pure affettuosa e buona! E gli si presentò l'immagine di quell'altra ragazza che, pure in quel momento, dormiva forse anche essa col respiro affannoso, agitata in sogno da una dolce speranza o da un presentimento sinistro. Ma si ribellò subito alla pietà che stava per vincerlo e gli prese un nuovo senso di sdegno al pensare che quei bricconi avevano scaltramente abusato della bontà della sua figliuola per giungere al loro fine, e turbata la pace della sua casa. Che canaglia! Povera bambina! Ma essa pure.... aver di quelle idee, alla sua età, nella sua condizione! Infetta di socialismo.... la sua creatura! E pensò di levarle quel fiore contagioso dalle mani per rimetterlo nel bicchier d'acqua ch'era sul tavolino da notte. Ma un senso di delicatezza lo rattenne. E dopo averla guardata affettuosamente un altro po', usci adagio adagio, e se n'andò a dormire...; ma vedendosi ancora dinanzi la bambina addormentata, con quella macchietta rossa sul petto, che pareva una ferita al cuore.

*

La mattina dopo egli non andò, come di solito, a darle il buon giorno a letto. Alba ne fu afflitta, perchè sperava che col bacio mattutino egli le avrebbe portato il consenso desiderato. E si levò col fermo proponimento di proseguire la lotta. Andò nella sala da desinare, dove l'aspettava il caffè e latte, mise sulla tavola, come un'insegna di guerra, il bicchiere d'acqua col garofano rosso, sedette davanti alla tazza fumante, fece in là il pane con la mano, e stette aspettando che s'affacciasse all'uscio suo padre per fargli vedere che persisteva nel digiuno provocatore. Suo padre s'affacciò, in fatti; e data un'occhiata obliqua al pane intatto, corrugò la fronte e richiuse l'uscio. Allora Alba sbattè il cucchiaino sulla tavola e si morse le labbra. Ma sperava ancora ch'egli cedesse. Aveva l'abitudine di cogliere ogni mattina un fiore dai vasi del terrazzino e d'infilarglielo in un occhiello del soprabito perchè uscisse con un suo ricordo. Sarebbe uscito, quella mattina, senza il fiore?... Pareva di sì, pur troppo, perchè l'ora della scuola s'avvicinava ed egli non ricompariva. Infine, si dovette risolvere ad andare a prendere i libri nella sua camera. Suo padre ne uscì mentr'essa v'entrava. Era forse andato, come altre volte, a legger di nascosto il suo componimento italiano. Le parve un buon segno. Tossì. Ma quegli non rispose. Oh! come si sarebbe piegata a supplicarlo con le più dolci parole per non dover andare alla scuola con la vergogna di quel no sulla fronte! Ma conosceva addentro suo padre, la machiavellina, e sapeva che se c'era un mezzo certo di spuntarla con lui non era quello di deporre le armi e di chinare la testa. E non si mosse. Accastellò i libri e i quaderni, stando in ascolto, con un'ultima speranza.... Ahimè! Il passo paterno s'allontanò, l'uscio di casa s'aperse e si richiuse, e la sua ultima speranza si spense.

*

S'avviò alla scuola, accompagnata dalla cameriera, col cuore pieno di tristezza e di confusione, rallentando il passo e soffermandosi a ogni tratto per giunger tardi, quando tutte le sue compagne fossero già nei banchi e Maria Cinzano non avesse più tempo di parlarle. E diceva tra sè, amaramente: — O non sa ancor nulla, e mi verrà incontro piena di speranza, col viso buono e sorridente, e allora con che cuore le darò la triste notizia? O le han già dato la notizia, e la vedrò più pallida del solito, scoraggiata, con gli occhi pieni di lacrime, e come potrò reggere a quella vista? — Ma la ragazza non le si presentò nè con l'uno nè con l'altro di quei due aspetti. Entrando nella scuola, nel punto che v'entrava la maestra, essa la vide seduta al suo posto, nel primo banco, e incontrò subito i suoi occhi, che l'aspettavano. Come le trafisse l'anima lo sguardo acuto, freddo, sarcastico, quasi feroce, che quella le vibrò di sotto in su, mordendo l'asticciuola della penna! Era uno sguardo d'odio e di disprezzo, il sorriso bieco d'una nemica, la dichiarazione d'una guerra sorda e implacabile, che non le avrebbe lasciato più pace. Alba ebbe un tremito; ma, per sentimento d'alterezza, si fece forza, e dovendo passar davanti alla compagna per andare al suo banco, rallentò il passo, per dissimulare il timore. Fu peggio per lei. Maria Cinzano, quand'essa le passò accanto, ebbe il tempo di dirle all'orecchio, con voce soffocata e fischiante: — Tuo padre non ha cuore.

Alba sentì come un colpo di stile che le forasse la tempia, e andò ai posto a passi ineguali, smorta, con gli occhi offuscati come da una nebbia. La maestra incominciò la lezione; ma essa non sentì. Le risonavano di continuo all'orecchio, come un fischio mordente, ripetuto mille volte, quelle terribili parole. Provava un sentimento di pietà amara per suo padre, un misto di avvilimento e di rabbia, e una tristezza profonda. Lanciava ogni tanto uno sguardo alla sua nemica, che le voltava la schiena, curva sul banco, e sentiva a vicenda un violento bisogno di vendicarsi e una viva e triste pietà alla vista di quelle spalle ossute e di quel collo sottile, che la facevan pensare alle privazioni e agli stenti a cui il padre suo la condannava. E si stringeva il capo fra le mani e faceva un grande sforzo per non dare in uno scoppio di pianto.

La maestra, — una buona madre di famiglia, che, di nascosto, mentre faceva lezione, rimendava i panni dei suoi cinque figliuoli, — osservò, a traverso i suoi occhiali verdognoli, il viso mutato della ragazza, e per distrarla dalla tristezza, senza domandargliene la cagione, la chiamò a leggere il componimento sul quaderno, come solevan far tutte, accanto al proprio tavolino, mentre essa seguiva la lettura sulla bella copia.

Alba discese dal banco e salì sul piccolo palco, dove la maestra troneggiava. Le mancaron quasi le forze quando si trovò là, sola, in faccia alla scolaresca, col quaderno aperto fra le mani. Era un nuovo e peggior supplizio per lei il dover leggere ad alta voce, a un passo dal primo banco, quasi sul viso di Maria Cinzano, quel componimento malaugurato, in cui si decantava un signore benefico, che con un atto generoso e delicato salvava dalla disperazione una famiglia povera ad era colmato di grazie e di benedizioni. Che sanguinosa ironia! Cominciò a leggere con voce fioca e con gli occhi velati, come avrebbe letto un atto d'accusa contro di sè e contro suo padre. Non vedeva, ma sentiva lo sguardo iroso della sua compagna confitto nel suo viso, sentiva che a ciascuna delle sue frasi sulla carità e sulla gentilezza del signore immaginario, guizzava un sorriso di scherno su quella bocca a cui suo padre rifiutava il pane. A un certo punto, forzata da non so qual curiosità dolorosa, alzò gli occhi un momento dalla lettura, e vide quello sguardo, vide quel sorriso. La voce le si spense, le salì al viso un'onda di sangue, le tremò il quaderno fra le dita. Si vinse, nondimeno, e riprese a leggere col viso sempre più pallido, con la voce sempre più fioca. Ma, ad un tratto, quando voltò la pagina per leggere le ultime righe, i suoi occhi si fissarono, dilatati, sulla facciata di destra, dove non c'era più scritto, come attratti da qualche cosa di inaspettato, che risplendesse.

— Vada avanti, — disse la maestra.

Ma la ragazza non continuò: i suoi occhi brillarono, il suo viso s'accese, il suo petto si gonfiò. All'improvviso, con un atto impetuoso strappò il foglio dal quaderno e lo gettò a Maria Cinzano, che, stupita, lo afferrò per aria e lo fermò sul banco. La maestra, maravigliata, stette a vedere. Quella lesse, e rimase un momento come trasognata; poi pose un braccio a traverso il foglio, chinò la fronte sul braccio, e si mise a piangere. Allora Alba saltò giù dal palco e baciò la compagna sul capo. Questa le gettò un braccio intorno al collo e le disse piano all'orecchio, singhiozzando: — Perdonami.

Sul foglio c'era scritto col lapis, a grandi caratteri: — Dirai a Maria Cinzano che suo padre può ritornare alla fabbrica e che sarà il benvenuto.

*

Palpitando di gioia e di gratitudine, appena finita la scuola, Alba divorò la strada di casa sua, facendo trafelare la cameriera che la seguiva. Per poco non strappò il cordone del campanello, entrò nella sala da desinare come un colpo di vento, si gettò d'un salto sul petto di suo padre, e gli coperse il viso di baci, senza parlare, con una foga che gli mozzò il fiato e gli fece brillar due lacrime negli occhi. Dopo l'abbraccio soltanto vide là il viso gioviale dell'avvocato Boleri, con cui il signor Mazzi, che aveva anticipato il pranzo, stava per uscire.

— Bene, bene, — brontolò il padre, bonariamente; — ma non credere che siano le tue scenate d'impertinente che mi hanno fatto piegare. — E la madre, con la sua dolcezza flemmatica, soggiunse sorridendo: — È stato il mazzetto che t'ha visto fra le mani, mentre dormivi.

— Ahi Ho avuto dunque una buona idea! — esclamò la ragazza, battendo le mani.

— Come, una buona idea? — domandò il padre meravigliato.

— Ma sì! — rispose Alba, con un sorriso fine; — l'idea del mazzetto. Io sentii che ronzavi attorno all'uscio; sapevo bene che avresti finito con entrare. Adora presi il mazzetto di Maria Cinzano e finsi di dormire. Pensai: Papà è tanto buono.... vedendomi quel mazzetto sul cuore s'intenerirà.... e farà quello che voglio.

L'avvocato Boleri diede in una risata.

Ma il padre fece un passo indietro, sdegnato. — Ah! questo è male! È stata una finzione! Questo mi amareggia tutto il piacere!

— Andiamo, — gli osservò l'avvocato. — Non hai tu detto che volevi combatter gli operai con qualunque arma? La tua figliuola ha messo in pratica il tuo principio, per il suo fine.

— Ah, papà! — gli gridò Alba, afferrandogli le braccia, — non mi far quel viso, poichè sei stato così buono. Ora tu sei in collera e io non voglio. — E slanciatasi in un canto della sala, prese dal bicchiere il garofano dell'amica, glielo infilò nell'occhiello e gli disse: — Va alla fabbrica di buon umore. Ci troverai il Cinzano. Trattalo bene come hai promesso sul quaderno; pensa che hai sul cuore il fiore della sua figliuola.

Il padre la guardò un momento, e poi le diede un bacio sulla fronte.

Ma quando fu nella strada ripetè al Boleri, a denti stretti, la sua frase solita:

— Questa, giuro al cielo, è l'ultima volta che la vince.

— Ma che! — gli rispose allegramente l'avvocato; — è la prima! Voglio dire che è la prima di una nuova serie di vittorie.... come la tua figliuola è forse la prima di una nuova generazione di signorine. Tutte le grandi lotte sociali, caro mio, cominciano in scaramucce tra padri e figliuoli. La famiglia è il primo laboratorio d'ogni idea nuova. Che ci vuoi fare? Tu credi che la tua figliuola sia soltanto più buona di te; è invece anche più giusta, e vede più lontano. Tu sei il secolo decimono; lei è il ventesimo; l'un contro l'altro armato. E poi, si chiama Alba. Le hai dato un nome profetico, caro mio. Preparati alla lotta, e confortati pensando che in mille altre famiglie come la tua seguirà lo stesso. E rassegnati fin d'ora perchè, in questa lotta, non saranno i vecchi quelli che vinceranno.

— Sciocchezze! — ribattè il Mazzi, aggrottando le sopracciglia, e, come per distrazione, fece l'atto di levarsi il garofano dall'occhiello.

— No, lascialo, — gli disse l'amico, trattenendogli la mano, — non sarebbe gentile.... E poi, ti sta bene. Ti dà l'aria d'un giovane socialista.

Il Mazzi fece un atto di dispetto; ma sorrise, e ritenne il fiore.

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