GENTE MINIMA
Reading edition
GREMBIULINI BIANCHI.
Erano dieci anni che non vedevo più un asilo infantile. Mi ricevette la direttrice, una monaca sui quarant'anni, di persona esile, col viso scolorito e gli occhi chiari, d'una espressione giovanile e dolcissima. Mi fece entrare in una vasta scuola, dov'eran raccolti trecento fra bambine e bambini in lunghi ordini di banchi, messi a gradinata, in modo che s'abbracciavano tutti con uno sguardo. Avevan tutti un grembiule bianco, pulitissimo; erano quasi tutti biondi. Entrava una luce viva per tre grandi porte vetrate. Era una bellezza da innamorare l'aspetto di quelle trecento piccole creature, strette le une alle altre come gli uccelletti sulle bacchette delle gabbie, e disposte come i fiori nei tepidari, a file sopra file, ciascuna delle quali presentava come tre striscie di colori, il bianco dei grembiulini, il rosa dei visi e l'oro dei capelli. Si capiva, davanti a quel quadro, come la mente umana non abbia potuto raffigurarsi il paradiso senza bimbi. A un certo momento, la direttrice disse uno scherzo, e io vidi aprirsi trecento bocciuoli di fiori rossi e brillarvi dentro migliaia di perle bianche.
*
Ero arrivato poco prima dell'ora della colazione. Uscirono tutti a due a due, guidati da tre maestre monache e da una laica, ed entrarono in tre stanze nude; una delle quali, la più ampia, fu occupata dalle “signorine„ l'altre dai “giovanotti„. Tutt'intorno erano appesi alle pareti i canestrini rotondi, che avevan portati da casa col loro becchime per la mattina, e fui maravigliato della rapidità con cui le monache li distribuirono, senza leggere i nomi sulle piastrine, e senza fare uno sbaglio, come se fosse dipinto sopra ogni canestro il ritratto del proprietario. In pochi secondi furono tutti serviti. E allora cominciò lo spettacolo sempre nuovo e sempre bello dei mangia panini a tradimento.
Si misero a sedere, parte su panchettine, lungo le pareti, parte sull'impiantito, a file e a cerchi, che davan l'immagine di corone e di spalliere fiorite d'un'aiuola. Ma non tutti: c'eran dei piccoli “Taddei„ che, volendo fare il loro manducamento in santa pace, si cercavano un posto solitario; ed era ameno il vedere gli apparecchi minuziosi e lenti che facevano alcuni, con la serietà di vecchi gastronomi, come per un pasto che dovesse durare tre ore. Altri, spiriti contemplativi, stavano col canestrino chiuso fra le ginocchia, guardando per aria, col pensiero chi sa dove, e bisognava che le maestre li eccitassero a mangiare, agitando il bocconcino davanti alla bocca ritrosa, come si fa coi passerotti di nido. Le femmine, mangiando, cinguettavano; i maschi, più placidi, sgranocchiavano in silenzio: in una delle stanze occupate da questi sgranocchiatori non si sentiva una voce, tanto che, stando all'uscio, credevo che non ci fosse nessuno, e mi stupii, voltandomi, di veder là dentro quaranta ganascine al lavoro. Tutti quelli che avevan nel canestro qualche cosa di dolce, mangiavano prima tutto il dolce, rimanendo poi a pane asciutto; come fanno spesso, in altre cose della vita, anche i grandi. Le maestre vigilavano perchè questi privilegiati non facessero dei contratti birboni coi loro compagni, poichè accadeva sovente, mi dissero, che per un pezzettino minuscolo di cioccolata o di confetto alcuni dessero allegramente tutte le loro provvigioni, con la giunta d'un bacio di gratitudine. Parecchi, invece di mangiare, si facevano del cibo un balocco. Una bimba, che aveva un bocconcino di carne in salsa dentro una ciotola, pestò nella salsa il formaggio, il biscottino e le ciliege, e ne fece con molta cura una pasta d'un solo colore, che poi si mise a leccare col raccoglimento di chi assapora una ghiottoneria sopraffina, dando ogni tanto in una esclamazione di piacere. Vedendo un bambino che faceva correre sull'impiantito una pallottola, domandai a una maestra se fossero permessi i giocattoli: quella guardò ed accorse subito, esclamando: — Ah! che porcellino! — La pallottola era un rosso d'ovo sodo, annerito dalla polvere: il bimbo si scusò, dicendo che l'avrebbe mangiato dopo. Ammirai la prodigalità con cui le bambine che avevano una colazione abbondante ne facevan parte alle compagne mal provvedute: ad alcune le monache dovevano far riprendere quello che avevan dato perchè non rimanessero affatto digiune. Di tratto in tratto se n'alzava una e correva ad offrire un pinocchio o un acino d'uva secca o una ciliegia alla direttrice; la quale accettava ogni cosa ringraziando, ma per render tutto un minuto dopo; e le donatrici accettavano la roba resa con una compiacenza così manifesta da far capire che avevan fatto il regalo pro forma, con la certezza di rientrar nel proprio. Una bambina stava mangiando un pezzetto di carne in umido: una monaca le domandò: — Con che cosa è fatta codesta carne? — Quella intese che domandasse di che cosa fosse fatta, e dopo un momento di riflessione rispose: — La carne è fatta di sangue. — A un'altra che aveva un pezzetto di frittata, la direttrice domandò: — Chi t'ha fatto quella frittata? — E la bimba, come avrebbe nominato una persona celebre, che tutti dovessero conoscere, rispose: — Pinota (Giuseppina). — Chi sarà stata questa Pinota? Non ci fu modo di farglielo dire: parve che fosse offesa dalla nostra ignoranza nel suo sentimento d'alterezza di famiglia. C'era una sola bimba, alla quale si permetteva di portare all'asilo una piccola boccetta di vino annacquato, perchè era convalescente. Io la colsi sul fatto mentre ne dava da bere un sorso, di nascosto, a una compagna più piccina di lei, dicendole con gravità materna: — Tira giù, che ti rinforza.
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Via via che finivan di mangiare venivano intorno alla direttrice, che rivolgeva a tutte delle interrogazioni, con molto acume e molto garbo, per esercitarle a discorrere. Ma era oppressa dalle loro carezze. Si vedeva che l'adoravano. Sei o sette bimbe le stavano appiccicate ai panni, con le guancie strette alla sua vita, facendole così una cintura di testine bionde, che confondevano le capigliature, e la costringevano a tener le braccia levate, e le impedivano di muoversi; e tutte le altre tendevano verso di lei le manine aperte somiglianti a grandi margherite agitate dal vento. Un quadro incantevole quella monaca dal viso pallido e dal vestito nero, baciata da tutta quella fanciullezza rosata e bianca, che le faceva salire al viso la fiamma dell'amor materno, più vermiglia e più bella che non possa apparire in viso a una mamma vera. Una delle più graziose bambine che l'abbracciavano mi parve, dal rossore della palpebra, che avesse un occhio malato: seppi poi che quell'occhio era di vetro; ma che in un anno da che essa veniva all'asilo nessuna delle sue compagne se n'era accorta, e che le maestre badavano attentamente a prevenire tra lei e l'altre ogni gioco che potesse far scoprire il segreto. Vidi un bambino bellissimo, di famiglia povera, che aveva una grande capigliatura dorata e arricciolata, e domandai perchè facesse eccezione quello solo alla regola dei capelli corti per i maschi. Mi rispose la direttrice che quando aveva detto alla mamma di farlo rapare, questa s'era battuta la mano sulla fronte e aveva esclamato: — Oh povera me! — con un accento di così profondo dolore, che a lei era mancato il coraggio d'insistere. Poi mi furono presentate tre sorelline brune e pallide, dall'aria triste: una di cinque anni, le altre due gemelle, di tre anni e mezzo. Avevan perduto la madre da pochi mesi. A tutte tre s'era fatto credere ch'essa era partita per un lungo viaggio; ma che sarebbe ritornata. Un mese dopo, vedendo la bambina maggiore sempre addolorata, la direttrice le aveva detto: — Fatti animo: vedi le tue sorelline, che giuocano con le compagne. — Ed essa aveva risposto: — Ma è perchè le mie sorelle, che son piccole, non capiscono ancora che cosa vuol dire aver la mamma lontana. — Lei, poveretta, credeva di capire, e l'aspettava!
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Uscirono tutti a due a due, prima i più grandi e poi i più piccoli, e fecero parecchi giri per il cortile, in processione. Mi fermai in uno dei punti dove svoltavano, per vederli sfilare. Quante forme diverse di testine e di pettinature, quante espressioni variate di sguardo e di sorriso! Alcuni mi sorridevano con un'aria di famigliarità scherzosa, come se fossimo stretti amici da un anno. I bimbi salutavano mettendo la mano tesa contro la fronte, le bimbe facendo un piccolo inchino brusco del capo, come se ricevessero l'una dopo l'altra da una mano invisibile una pacchina sulla nuca. Quando carezzavo il capo o prendevo la mano ad uno, cinque o sei mi porgevano la manina o la zucchetta, e tutti gli accarezzati, quando mi ripassavano davanti dopo fatto il giro, domandavano la carezza un'altra volta. Qualcuno usciva dalle file per venirmi ad afferrare la mano o il braccio, e vi posava su il viso, e non si voleva più staccare. A momenti ne passava come un'ondata, tutti belli e biondi della stessa sfumatura, come se fossero stati scelti e messi insieme per far bellezza. Molti portavano il nome trapunto in grandi caratteri sulla cintura o inciso sui fermagli metallici, come colli viventi da spedirsi per la strada ferrata; e mi fu detto che alcuni di questi, dimandati del loro nome, per non darsi la noia di rispondere, indicavano col dito la propria pancia. Le bimbe, per la maggior parte, eran più pulite: alcune s'arrestavano qua e là per spolverarsi il grembiule o il vestito: cosa che i maschietti non facevano mai. Fra le une e gli altri notai molti visi seri, ma d'una serietà singolare, come di persone grandi occupate da pensieri gravi. Alle volte ne passavano parecchi in un gruppo, che mi guardavan tutti con la coda dell'occhio, senza alzar la testa, sorridendo furtivamente, come per farmi un segno d'intelligenza di nascosto alla direttrice. Uno dei bimbi più piccoli usci correndo dalla schiera, mi si venne a piantar dinanzi, si tirò su a due mani il grembiale e il vestito, come davanti a un medico, e stette guardandomi: io non capivo: la direttrice m'illuminò: voleva che guardassi le sue calze nuove. Eran due giorni che, per quella vanità, ogni momento, senza badare al sesso degli spettatori, alzava il sipario.
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La processione si sciolse sotto un porticato, dove cominciò la “ricreazione„. Chiudendo gli occhi, avrei creduto di trovarmi in un bosco dove cantassero mille uccelli e mille fontane. Dalla parte delle bimbe c'era meno rimescolìo e meno strepito; dall'altra si vedevano girare e saltare le teste come le palline di midollo di sambuco nella danza elettrica. Nacque qualche litigio, subito sedato. Domandai a una monaca se si picchiassero spesso. Dopo una breve esitazione, mi rispose di sì, sorridendo, e soggiunse: — I bimbi, per solito, danno dei pugni; le bimbe usano già le unghie. — Che fine sale satirico in quel già, detto da una monaca!
Una bimba venne a mostrare alla direttrice un ditino graffiato. Questa chiamò la gatta avversaria e le ordinò di baciare la compagna. Non scorderò mai il sorrisetto finissimamente femmineo con cui la colpevole, ancora indispettita, accolse il comando, nè il bacio rapido e secco, un vero bacio di ribelle, che diede alla compagna, voltandole quasi ad un punto le spalle, come un automa girante sopra sè stesso. — Una panca segnava il confine fra i due sessi. Una bambina di tre anni lo passò, ed entrò fra i maschi. Uno di questi, della stessa età, le si piantò davanti con un'impostatura di padre guardiano, e fissandola negli occhi, le disse con voce burbera: — Che fai tu qui? Non è il tuo posto.... fila! — Domandai alla direttrice se tutte le bimbe sconfinanti fossero ricevute con quella forma di galanteria. — No, — rispose sorridendo; — va a simpatie. — Del resto, c'è anche fra di loro spirito di gentilezza. I nuovi entrati, per esempio, e in specie i più piccoli, sono ben ricevuti da tutti; ai convalescenti che rientrano tutti fanno festa; non c'è uno sciancato o un malaticcio che non trovi qualche piccolo protettore. Provai a rivolgere qualche domanda a qualcuno; ma a me non osavano rispondere: rispondevano alla direttrice, e bisognava ch'io mettessi l'orecchio alla loro bocca per raccogliere il filo tenuissimo di voce che ne usciva a stento. Ma un momento dopo, da quella stessa bocca lasciata libera uscivano degli squilli di trombetta da passare i timpani. Domandai a una bambina piccolissima dove stesse di casa. La bambina, che stava rivolta verso il cortile, appuntò davanti a sè un ditino microscopico, che invece di indicare una qualunque parte di Torino pareva che accennasse a un bottone del mio vestito, e rispose con voce appena intelligibile: — Giù di lì. — L'informazione è precisa, — mi disse ridendo una monaca; — lei può trovar la casa a occhi chiusi.
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Tra il diletto che mi davano i bambini e l'ammirazione che mi destava la direttrice non saprei dire quale fosse il sentimento più vivo. Essa parlava con me; ma aveva l'occhio a tutti e a tutto; non le sfuggiva, in mezzo a quella folla agitata e rumorosa, nè una voce di lamento nè una mossa scomposta; di tutti sapeva il nome e la condizione di famiglia; non diceva una parola ad alcuno che non avesse uno scopo d'insegnamento; era dolce e grave, affabile e ferma ad un tempo; parlava continuamente e pensava sempre. — Da ogni bambino — mi diceva — imparo ogni giorno qualche cosa. — Io credevo d'aver fatto molte osservazioni sulla fanciullezza; ma non una gliene potei dire, ch'ella non avesse già fatta, e me ne disse cento, che mi riuscirono nuove e che mi parvero acutissime. Benchè monaca, come conosceva, o meglio come capiva il mondo! E la sua bontà era più ammirabile perchè non si fondava sopra le liete illusioni che addolciscono l'animo; ma era fortificata appunto da quella cognizione della tristizia umana, che in tanti altri cuori la scema. Aveva spesso occasione di andar nelle case dei suoi bimbi poveri, e mi diceva, mettendosi una mano sulla fronte: — Che cosa ci si vede, alle volte! Come si capisce che tante povere creature non hanno alcuna colpa di esser malvagie! Come si diventa indulgenti! — Ma la serenità che le veniva dalla coscienza della sua vita operosa e benefica non la lasciava insistere in alcun triste pensiero. Essa interruppe il discorso triste per accennarmi con un sorriso una bambina di quattro anni, di mente molto sveglia e di carattere un po' difficile, la quale, pochi giorni prima, aveva fatto una amenissima ammonizione alla mamma. Questa, una mattina che la sua figliuola aveva fatto le bizze in casa, s'era raccomandata alla direttrice perchè, senza accennare a lei, raccontasse il caso in iscuola e desse un avvertimento generale che giovasse alla colpevole. E la bimba, ritornata a casa la sera, aveva detto alla madre, fissandola con due occhi scrutatori e tentennando il capo: — Stamani la direttrice ha raccontato un caso che pareva proprio quello avvenuto fra me e te.... Non vorrei che qualcuno avesse parlato.... Ma se vengo a scoprire!
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Dopo la ricreazione, rientrarono tutti nella scuola, in quei banchi disposti a scala, che presentavano la piccola scolaresca come affollata sulla gradinata d'un tempio. La direttrice, con una voce armoniosa e modulata mirabilmente, intonò un canto che diceva con molta proprietà ed efficacia di termini tutti gli usi e le virtù della mano. I bambini fecero coro, prima con un po' di titubanza, poi con un accordo straordinario per l'età loro. Al canto era accompagnata la mimica e la ginnastica. Ora alzavan le braccia agitando le mani, e pareva di veder per aria trecento “rondinelle della vergine„, che battessero le ali, rattenute ai banchi da altrettanti fili; ora s'inchinavan tutti da una parte come i fiori di un'aiuola sotto un soffio di vento; ora si pigliavan per mano, intrecciando le braccia, in modo da formare una sola ghirlanda da un capo all'altro dei banchi; ora posavan sui banchi la fronte, tutti a un punto, in atto di dormire, e mettevano il desiderio di far correre la bocca su quelle file di testine come la mano sopra una tastiera. E si sentivano in quel canto note di usignuoli, suoni di violino e di flauto, tintinnii di campanelli, mormorii di rigagnoli e sospiri di vento fra gli alberi, e certe smorzature prolungate (corrispondenti a un'incertezza o all'aspettazione d'un suggerimento della direttrice) d'una soavità e d'una grazia da non parer suoni di voci umane. Una giornata intera sarei stato là a vederli e a sentirli. Via via che procedevano nel canto, non perdendo mai d'occhio il viso e il gesto della direttrice, s'eccitavano e si accaloravano, e la buona monaca pure s'eccitava: le sue guancie smagrite si facevano color rosa, i suoi occhi chiari splendevano, la sua bella voce vibrava, le sue mani sottili tagliavan l'aria con gesti larghi e vigorosi, tutto il suo corpo esile fremeva come quello d'una giovane poetessa ispirata. E quanta poesia spirava in lei, e intorno a lei, da tutti quei visi fiorenti, da tutta quella innocenza, dal misterioso avvenire che aleggiava intorno a quelle trecento fronti serene, dalla beata gioia di vivere che si espandeva in quelle trecento voci argentine, fra le pareti bianche di quella scuola inondata di luce e di armonia! O benedetti bambini, seminatori eterni di speranza! Noi possiamo ben credere, quando non vi vediamo, che un giorno sarete tormentati voi pure dalle tristi passioni che ci tormentano, e macchiati degli stessi vizi e delle stesse colpe; ma quando ci state dinanzi in una scuola, quando guardiamo le vostre fronti non velate d'un'ombra, i vostri occhi in cui non brilla un pensiero che dobbiate nascondere e le vostre bocche da cui non è uscita ancora una parola d'odio, allora l'illusione che sarete migliori di noi ci rinasce irresistibilmente nell'animo; ed è questa cara illusione, è questa santa speranza, rinascente in ogni padre con ogni nuovo figliuolo e nella umanità ad ogni nuova generazione, quella che più fortemente ci aiuta a vivere e ci impedisce d'intristire.
*
Osservando la direttrice mentre cantava coi bambini, mi ricordai d'aver inteso dire da qualche visitatore di quell'asilo ch'ella s'affaticava senza alcun riguardo alla propria salute, e anche nell'eccitazione di quel momento il suo aspetto confermava quel giudizio. Io glielo dissi, uscendo, dopo averle espresso con parole riverenti la mia più viva ammirazione. Essa sorrise con una leggiera espressione di tristezza, e rispose con un gesto vago della mano, che voleva dire: — Che importa! Spendo la vita per i bambini e morirò contenta. — Quando rimasi solo sull'uscio, sentii che ritornava alla scuola correndo, per riguadagnare qualche secondo del tempo che le avevo fatto perdere. Un minuto dopo, infatti, mi raggiunse per la via il canto affiochito e dolce dei suoi trecento figliuoli.
PERSONAGGI INFANTILI.
I.
Cantavano, seduti tutti e duecento sopra sei lunghe file di panchetti bassi, in modo che parevano accocolati sul pavimento e presentavan l'aspetto, così fitti com'erano, d'una nidiata enorme di uccelli; i quali, al mio entrar nel camerone, voltarono il becco tutti insieme, rallentando il canto e mostrandomi duecento bocche aperte, come se aspettassero l'imbeccata. Quando fui davanti a loro, accanto alla direttrice, ebbi per un momento tutti quegli occhi addosso spalancati e fissi; ma, con mio rammarico, riconobbi subito di non aver quello sguardo affascinatore dei fanciulli, del quale certi ispettori si vantano, perchè vidi che tutti quegli occhi non erano attirati dalla virtù della mia pupilla, ma dal pomo d'argento della mia canna. Che imprudenza! Se non avessi portato la canna non avrei perduto l'illusione....
Stetti ascoltando un po' quel canto di bambini che mi fa ogni volta lo stesso effetto quasi di stupore, come d'un canto che venga di lontano, di fra le nuvole, da creature in cui rimanga la memoria, ma non più il senso delle passioni umane, e che sempre mi si traduce agli occhi nell'immagine d'un'alba limpida che imbianca una terra sconosciuta....
Poi andai intorno per osservare ad una ad una quella messe di teste che, al primo sguardo, m'eran parse tutte compagne. Ah quando si dice: il tipo regionale! In ogni folla di bambini è rappresentata l'umanità intera. C'erano là teste di siciliani, di sardi, di tedeschi, di russi, d'inglesi, di giapponesi, d'indiani; e più di piemontesi, certo; ma chi le avrebbe riconosciute a Milano? E là pure, come in tutti gli asili infantili, non c'era viso che non portasse qualche segno della lotta quotidiana con gli uomini, con gli animali e con le cose: tracce di graffiature umane o feline, lividi, ammaccature, scottature, gonfietti, come se li avessero marcati a uno a uno per riconoscerli. E così quelle voci, che parevan tutte eguali nel canto, come suonarono diverse quando la direttrice fece alzare l'uno dopo l'altro a dire i numeri! Fu come far correre la mano sopra una tastiera: una rapida manifestazione d'animi e di temperamenti fisici distinti, che alla mia fantasia trasformava istantaneamente quei bimbi negli uomini e nelle donne avvenire, sospinti da mille disparate passioni per mille vie dolorose a diversi destini, da cui rifuggiva il pensiero spaurito.
II.
Era l'ora della ricreazione: tutti s'alzarono e si sparsero per il camerone aspettando che smettesse di piovere per andar nel giardino.
Allora cominciai a fare qualche “conoscenza„.
Il primo fu un bimbo di poco più di cinque anni, figliolo d'un gasista, un faccione pacato e serio di bimbo precoce che pensi agli affari di casa. — Questo — mi disse una maestra — lo chiamammo il papà. — Era un originale amabile, che aveva l'istinto della protezione dei piccoli e del mantenimento dell'ordine pubblico. Quando un bambino piangeva egli andava a consolarlo e ad asciugargli le lacrime strofinandogli il viso con la sua pezzuola, che non sempre glielo puliva; denunciava alle maestre i torti fatti a questo o a quello; quando nasceva una lite, si cercava sempre lui come paciere. Ma il curioso, mi dissero, era la gravità con cui compiva il suo ufficio, senz'alcuna dimostrazione di tenerezza, consolando con buone ragioni, esortando con un certo frasario pedagogico. Quando qualcuno l'andava avvertire che c'era in qualche parte una vittima, egli diceva gravemente: — Vado mi — e s'avviava col passo e con l'aria d'una guardia civica chiamata a far rispettare la legge.
Mentre facevo i miei complimenti a questo brav'uomo me ne indicarono un altro che passava, un musetto di topo, con due piccoli occhi scintillanti e una bocca aguzza di ghiottone. — Questa è la gola più lunga della compagnia — mi dissero — e uno scroccone di prima forza, che si sfrega sempre intorno a quelli che hanno qualche cosa di buono nel panierino. Quando lo vediamo seduto accanto a un altro bimbo, non c'è da sbagliare: è certo che questo ha un boccone scelto. I ben provvisti egli li conosce tutti, li trova al fiuto, e non bazzica che con loro. Non può immaginare con che costanza li seguita, con che arte li loda, li liscia e li serve, con che fine garbo di cortigiano riesce a farsi dare la ghiottoneria su cui ha messo gli occhi, e con che trovate astute, qualche volta, a pigliarsela. È capace di “lavorare„ il suo uomo per una intera mattinata. Guardi: ora par cucito a quel bambino col vestito verde: è sicuro che quello gli confidò d'aver nel panierino qualche cosa di prelibato. — Infatti, una maestra ci andò a guardare e ritornò dicendo: — Un pacchetto di zucchero biondo. Aspetti, e lo vedrà all'opera all'ora della colazione.
Quello che mi mostrarono dopo era uno dei bambini più strani ch'io abbia mai conosciuto. Mi parve di vedere un uomo di quarant'anni rimpicciolito: tutto faccia e pancia; un viso di buffone accorto, che nel ridere strizzava un'occhio, e torceva la bocca da una parte, corrugandosi tutto in un modo così lepido, con uno sguardo così astutamente e comicamente canzonatorio, che quando mi fissò restai lì stupito, sospettando che si burlasse di me. In verità se m'avesse detto a chiare note: — Tal dei tali, ti conosco e non ti piglio sul serio, — non mi avrebbe fatto una più strana impressione; tanto che arrestai la mano già stesa a fargli una carezza e non mi riuscì di dirgli una parola, parendomi che m'avrebbe risposto con una ghignata. Mi fece l'effetto d'un nano burlone confuso per sbaglio con dei bambini. E seguitava a guardarmi sorridendo a quel modo come se gli paressi il frontespizio più buffo del mondo. Un caso singolarissimo, — più apparente che reale, voglio credere, — di precocità di senso critico e di malizia beffarda.
III.
Con troppa presunzione mi volli provare ad argomentar dall'aspetto d'alcuni le facoltà intellettuali e il carattere. Vedendo una bambina con gli occhi neri e pieni di vita e di fisonomia mobilissima, espressi a una maestra la mia ammirazione per la sua bellezza, e stavo per soggiungere: — dev'essere intelligentissima — quando essa m'interruppe: — sì, è una bella bimba; ma non capisce nulla. — Pensai che sbagliasse; ma confermò. Proprio, la più dura di mente, forse, di tutto l'asilo; anche nel parlare era addietro d'un anno da tutte le sue coetanee; una lanternina graziosa, ma senza moccolo. Ed io registrai il mio primo granchio.
E subito dopo ne presi un altro. C'era un viso di madonnina, bianco e dolcissimo, di quei visi che fanno dire alle donnicciole: — È una bimba troppo buona, non farà vita lunga. — Questa dev'essere un angioletto, — dissi alla maestra. — Un angioletto, costei? — mi rispose maravigliata. — È un serpentino a sonagli che se ce ne fossero dieci compagne ci sarebbe da perder la testa.
Possibile! E voltandomi ad altre bambine che facevano cerchio: — Non è vero, — domandai, — che questa ragazzina è buona?
Tutte insieme scossero fortemente la testa in atto negativo.
— E che cosa fa per non esser buona?
Stettero un po' zitte, guardandosi a vicenda. Poi una disse risolutamente: — Picchia. — E allora tutte le altre, preso animo, la servirono di barba e di parrucca:
— Graffia.
— Strappa i capelli.
— Tira calci.
— Dà dei titoli.
E come in una scarica di plotone c'è sempre il colpo che parte in ritardo, dopo un breve silenzio ci fu una che soggiunse: — E morde anche.
E davanti a quel “plebiscito d'amore„ l'accusata restò sorridente, girando sulle accusatrici il suo dolce sguardo di santerella, come se le avessero fatto un panegirico. — O povero illuso, — dissi in cuor mio, — che pretendi di legger nelle anime a traverso ai visi! Che povera scienza è la tua!
In quel punto attirò i miei occhi la testa grossissima e sformata d'un ragazzo che mi mostrava le spalle, ed essendosi egli voltato nel punto stesso, fui colpito, quasi con un senso di ribrezzo, dalla strana rassomiglianza che presentava il suo viso con la faccia orribile messa dal Lombroso sulla copertina del suo Uomo delinquente. Ma questa volta non mi potevo ingannare. In quel viso mostruoso, che si stringeva dal basso all'alto come un trapezio, sotto quella fronte bassissima, irta di setole, dalla quale sporgevano due grandi orecchi che parevano i manichi d'una pentola deforme, brillavano due occhi di grandezza ineguale e sporgenti dall'orbita, ma così angelicamente buoni e amorosi, che non ebbi l'ombra d'un dubbio quando la maestra, chiamatolo e messagli una mano sul capo, mi disse: — Questo, vede, è un angelo; la più dolce, la più cara creatura che sia stata qui da molti anni. — Allungai la mano per prendergli il mento, e mi commosse, mi diede quasi una stretta al cuore l'atto pronto con cui egli l'afferrò, come un affamato afferra un pane, e la grazia affettuosa con cui se la mise sul capo, chiudendo gli occhi, come per raccogliersi tutto nel sentimento di quella carezza....
IV.
Cessata la pioggia, uscirono tutti nel giardino, dove vidi molte scenette curiosissime.
I maschi, riuniti in file di dieci o dodici, ciascuno con una mano appoggiata sulla spalla di quello che lo precedeva, andavano e venivano per i sentieri, pestando i piedi e cantando una strofetta. In un angolo, lungo il muro, c'erano poche fragole che sarebbero state tutte sulla palma della mano. Ogni volta che' una delle file cantanti passava di là, tutti, come se obbedissero a un comando, voltavano il viso verso quelle tentazioni porporine, rallentando il passo e smorzando la voce, e seguitavano così col collo torto e con gli occhi rivolti verso il frutto vietato, fin che lo perdevan di vista, come fa una pattuglia di soldati quando passa davanti a una bella ragazza; e in quel passaggio sfavillavano tutti i visi d'un desiderio così vivo, che, a vederli, si ridestavano in me pure, come un vago ricordo, gli stimoli antichi del palato infantile, e mi pareva di ringiovanire in quel senso. Oh, gli asili infantili, che case di cura sarebbero per i malati di disappetenza! Mentre quei cori giravano, si formavano qua e là gruppi in ginocchio attorno a un bimbo o a una bimba che aveva trovato una lumaca o un'ape o una pietruzza luccicante, corone di teste rapate o capellute, chinate e strette, che non si vedeva più un viso, veri mucchi di zucchine d'oro, come si vedono nei mercati d'erbaggi, appiccicate le une alle altre in maniera che le maestre le dovevan separare a forza perchè pigliassero un po' di respiro. E intanto io ammiravo l'arte perfetta d'imitazione con cui certe bambine, benchè di famiglia povera, facevano alle signore che si rendon visita: — Venga avanti — Non la disturbo? — Ma si figuri! Faccia il favore d'accomodarsi. — Era tanto tempo che desideravo di rivederla!... — E mille riverenze da contraddanza e sorrisi di damine in solluchero. E mentre da una parte seguiva questo scambio di cerimonie, vedevo di sbieco dall'altra una piccola baruffa, non so se finta o vera, in cui le “damine„ si ricambiavano con voci angeliche la parola del Cambronne e si voltavan la schiena battendosi la manina sulle mele minuscole, con un atto di disprezzo che, senza dubbio, avevano preso dal vero.
Le mie osservazioni furono interrotte in quel momento dalle grida di cinque o sei piccini che accorrevano ad annunciare alla direttrice, col viso spaventato: — C'è un bambino che ha perduto un braccio!
La direttrice corse a vedere. Era un bimbo, al quale la mamma, perchè non movesse un braccio che s'era un po' forzato cadendo, gliel'aveva stretto al busto con una fascia, di sotto alla giacchettina, di cui ciondolava vuota la manica; e per questo gli s'era fatta intorno una folla, che lo guardava e lo tastava, facendo mille commenti terribili.
V.
La direttrice mi presentò varii altri personaggi notevoli dei due sessi: prima una bambina bionda, piccolissima, che aveva tutto il capo bianco di diavoletti, messile dalla mamma, per mandarla arricciolata a una processione di non so che Santo che si doveva far la sera nel sobborgo. Era una bambina celebre per un motto pronunciato un mese innanzi in casa sua; dove, essendo morto un suo zio verso l'ora del desinare e piangendo tutta la famiglia senza mettersi a tavola, lei, che non capiva la morte e sentiva la fame, s'era lagnata del ritardo, e all'osservazione del babbo — che era ora di piangere e non di mangiare — aveva risposto: — ma prima mangiamo e poi piangeremo — ma con tale accento di franchezza, con così manifesta coscienza di dire una cosa ragionevole, che tutti n'avevan dovuto sorridere, anche nel dolore. Io le rivolsi qualche domanda, a cui non rispose. — Scòtiti, — le disse la direttrice, — di' qualche cosa. — E allora, dopo uno sforzo mentale visibilissimo, essa mi disse con un filo di voce: — Mio padre s'è tagliato i capelli.
Stavo per rallegrarmi di quell'avvenimento quando me ne fu presentata un'altra, un triennio ambulante, bruna come una gitanella, che aveva le lacrime agli occhi, e pareva molto afflitta. — È orfana di padre e di madre, — mi dissero; — è entrata ieri, è ancora malinconica; non c'è modo di farla sorridere. — Nemmeno il papà, che le stava accanto in quel momento, era riuscito a rasserenarla. Teneva la testina chinata sopra una spalla in un atteggiamento d'abbandono stanco, come una malata, e pareva che non vedesse e non udisse nessuno; pareva un viso su cui, per natura, non potesse spuntare il sorriso. Mi dissero che aveva un fratello gemello, entrato nell'asilo con lei, ma che era allegro, e giocava con gli altri. La direttrice mandò una maestra a cercarlo, e questa ritornò poco dopo col bimbo per mano. Non si può dire la dolcezza del sorriso sfuggevole che brillò negli occhi alla sorella al primo vederlo, nè la grazia amorosa e triste con cui gli s'avvicinò e gli appoggiò il capo sul petto mettendogli un braccio al collo, come se lo ritrovasse dopo una lunga separazione in mezzo a una moltitudine di gente sconosciuta, e volesse dirgli: — Non te n'andar più, non lasciarmi più sola, non ho che te a questo mondo.
La maestra mi presentò una bimba con due occhi celesti splendidi, una figurina di poetessa ispirata, dicendomi a bassa voce: — Ha molto ingegno.... e un'ambizione! — ed io dissi, con voce anche più bassa: — Ha degli occhi bellissimi. — Quella se n'andò; ma tornò poco dopo, e, tirata la maestra in disparte, le parlò nell'orecchio; poi scomparve da capo. Punto dalla curiosità, domandai che cosa avesse detto. — Guardi che astuzia! — rispose la maestra ridendo; — mi domandò: che cosa ha detto quel signore dei miei occhi? E me lo domandò perchè l'aveva inteso. — Per prudenza, essa le aveva risposto: — M'ha detto che si vede dai tuoi occhi che devi esser buona. — Ma era stata prudenza inutile, perchè la furbacchiola non aveva chiesto che una ripetizione, approvata dall'autorità, del complimento.
E non fu quella la sola osservazione che potei fare sulla precocità della vanità femminile, poichè tutte le bambine belle che mi presentarono, — assuefatte come son tutte a sentirsi dir belle da parenti e da conoscenti, — dopo che m'avevan risposto alle domande solite del nome e dell'età, si capiva che stavan lì ad aspettare il complimento solito; si vedeva dalla sospensione d'animo che sollevava un poco il loro piccolo petto e dal tenue flusso di sangue che il palpito affrettato del coricino mandava alle loro guance contratte da un leggerissimo sorriso forzato. E perchè appunto per questo io non dicevo nulla, mostravano sul viso, quando se n'andavano, una vaga ombra di delusione. E me ne dispiaceva; ma la prudenza.... Anche Gabriele d'Annunzio, forse, avrebbe taciuto.
VI.
Poi mi fecero veder le maraviglie dell'Asilo: una bimba con la capigliatura nera strisciata d'oro; conciata a quel modo dalla mamma che, incaponita di tingerla alla Tina di Lorenzo, lasciava qualche volta a mezzo l'operazione e la mandava fuori così, chiomata del bicolore austriaco; un'altra che quasi nascondeva il visetto sotto un turbante di riccioli lucidissimi, una matassa stupenda di anelli di velluto corvino, in cui tutte le compagne cacciavan le mani per diletto, e che tremolavan tutti a ogni scossa del capo come animati da mille spiritelli irrequieti; e infine il bimbo dai cinque panciotti, imbottito in quella forma dalla mamma per un suo terrore morboso dei' raffreddori di petto, e che, oppresso da quella rigatteria, camminava annaspando con le braccia larghe come se invocasse soccorso. Ah, c'era da divertirsi, e anche da commoversi, non altro che ad osservare in quei bimbi la varietà dei prodotti dell'industria domestica, e in un solo capo di vestiario. Una collezione di calzoncini, per esempio, da far rimpiangere di non esser andati là con una istantanea: tutti i più strani saggi di taglio a cui possano riuscire le forbici inesperte e affrettate d'una povera donna del popolo che ha le faccende a gola e che utilizza senza scrupoli artistici quanti avanzi di stoffa le cascano nelle mani, con la certezza che la vittima inconsapevole accetterà qualunque ludibrio. Calzoni di due colori e di più di due, raccorciati con filze, allungati con giunte, scaccati di toppe, fatti di tende da letto, di federe di guanciali e di scialli logori, con borsoni posteriori capaci quattro volte del contenuto, con spaccature somiglianti a finestre a sesto acuto: mezze brachine della forma d'imbuti accoppiati, di trombe gemelle e di sacchetti da ricotta, che mettevano su quei corpicini delle apparenze buffe di fianchi, di pancie e di deretani enormi e spostati, o li serravano, per scarsità di panno, come maglie chirurgiche, facendo schizzar per di dietro, a ogni più piccolo movimento, degli spicchi di carne rosata, impazienti della prigionia, impudicamente ribelli all'avarizia tiranna della sarta: una raccolta di figurini di fantasia da farne una sezione umoristica a parte nella prossima Esposizione nazionale.
Ma da queste osservazioni ero continuamente ricondotto a quella della varietà dei caratteri che si manifestava nei modi molto diversi di ricevere le dimostrazioni amorevoli. Molti indifferenti affatto, parecchi quasi repugnanti, qualcuno stupito, che si toccava la parte del capo dov'era stato baciato, come se non capisse che cosa io gli avessi fatto. Ma i più si mostravano contenti e grati, e fra questi alcuni che si riscotevano e brillavano sotto la carezza come per la soddisfazione d'un bisogno vivo dell'animo, e che ritornavan poco dopo a prendermi la mano e a mettersela da sè sulla spalla o sotto il mento e a strisciarmisi attorno come gattini, guardandomi di sotto in su con una espressione di grande dolcezza; quello dalla testa deforme, fra gli altri, e la bimba dei diavoletti, e un morino piccolissimo, nato con un orecchio solo, con due begli occhi pensierosi, nuotante nel più spropositato par di brachesse della collezione. Ed anche quand'eran lontani, incontravo di tanto in tanto, qua e là, i loro occhi soavi, che mi sorridevano con quella espressione di familiarità fraterna, propria della infanzia, che dà del tu a tutte le età e a tutte le stature ed ha per tutti quelli che l'amano lo stesso sorriso.
E qua e là, ma sempre da lontano, incontravo pure lo sguardo del bimbo burlone, che parea che osservasse ogni mio atto e volesse farmi capire, con quel suo sogghigno obliquo e rugoso e col suo occhietto strizzato, che gli parevo ridicolo. E che volete! Avevo un bel dirmi che in un moccicoso di quell'età non poteva corrispondere il pensiero all'espressione della maschera: quel sogghigno di piccolo Mefistofele mi riusciva molesto e, quasi senza volerlo, badavo a scansarlo, come si fa qualche volta in casa d'altri davanti a certi ritratti di persone sconosciute, che par che ci frughino con lo sguardo nell'anima e pensino di noi roba da chiodi.
VII.
Suonata l'ora della colazione, rientrarono tutti nel camerone e presero posto, in piedi, a due tavole lunghissime, su cui era scodellata la minestra di riso e fagioli. Fu un divertimento a vedere come gingillavano tutte quelle manine per annodarsi sotto la nuca le fettucce del tovagliolo: i più non riuscivano a incrociarle; molte bimbe, per sbaglio, se le legavano alla treccia; altre non facevano che annaspar nel vuoto con mille movimenti strani e graziosi da zampine di gatto. Ma il “banchetto„ procedette con ordine ammirabile. Non vi fu che un “incidente„ da lamentare: un bimbo, dicendo che non aveva appetito, rovesciò la sua scodella in quella del vicino; poi si pentì e rivolle la sua minestra; ma l'altro, che era un minestraio emerito, si rifiutò: dopo molto contrasto, nondimeno, scese a patti, e gli offri, generosamente, un fagiolo — uno solo — che il primo respinse con sdegno, invocando a grida la maestra. A capo della stessa tavola vidi un banchettante che si ribeveva le lacrime, ma nel senso materiale della parola, poichè mangiava avidamente e piangeva insieme a goccioloni fitti, che gli piovevano nella minestra, e quel gran dolore manducante riusciva più comico perchè gli stava dietro la cuoca col cucchiaione brandito, pronta à riempirgli da capo la scodella per consolargli l'anima. Un solo bimbo mangiava in disparte, con gli occhi ancora rossi di pianto, imboccato da una maestra. Aveva appena tre anni; era entrato nell'asilo quella mattina facendo una scena tale di disperazione che, per veder di quetarlo, gli avevano attaccata al petto una medaglia; e s'era quetato come per miracolo. Nel momento che gli passavo accanto egli spalancava la bocca per ricevere il fatto suo: eppure, in quello stesso momento, senza neanche torcere il capo, guardandomi con la coda dell'occhio e ingoiando la cucchiaiata, prese la medaglia con due dita e me la mostrò. Ahimè! Quando mai si potranno sopprimere le onorificenze ufficiali?
VIII.
Finito il banchetto, senza discorsi, le maestre distribuirono i panierini e tutti si sparsero per quella e per l'altre stanze per riunirsi da capo, qua e là, a coppie e a gruppi, sedendosi in parte sulle panchettine lungo le pareti e in parte sull'ammattonato, a mangiare in libertà quello che s'eran portati da casa. La direttrice mi condusse in un angolo dov'eran due fratelli che leticavano e — Veda che caso — mi disse: — questi due fratelli hanno il panierino in comune. Ebbene: ogni mattina dell'anno, regolarmente, s'accapigliano per la divisione del mangiare; ogni mattina il più grande vuol prender tutto per sè, e non c'è che l'autorità che lo faccia cedere. La lite è così certa e preveduta che gli altri bimbi vengono a vedere prima che incominci. Che cos'è mai l'istinto della proprietà! — Veramente, a me pareva l'istinto del furto; ma mi guardai dal dirlo perchè, in bocca mia, l'osservazione sarebbe potuta parer “sovversiva„.
M'avvicinai a un bimbo paffuto che mi guardava fisso, e gli domandai che cosa gli avesse dato la mamma per colazione. Mi rispose con una grossa voce: — Un pesce!
Al modo come lo disse pareva che dovesse essere un salmone. Lo pregai di farmelo vedere. E mi mostrò il pugno da cui spuntavano le estremità d'una mezza acciuga, ridotta non più che un filo dalle vigorose fregagioni che — come mi fu detto da un'assistente — egli aveva liberalmente concesso alle pagnotte circonvicine.
Venne in quel punto una maestra a dirmi che andassi a vedere all'opera lo “scroccone„. Passammo nell'altra stanza e lo vedemmo solo, col suo muso di topo sul petto, tutto intento a levar la crosta a un panino. Finita la scrostatura, si mise a leccar la mollica da tutte le parti, con grande cura, come se la volesse inumidir tutta quanta prima d'addentarla. — Ne prepara qualcuna delle sue, senza dubbio, — disse la maestra. — Infatti, dopo che ebbe condito bene il suo pane, si voltò verso un gruppo di bimbi che assediavano il possessore dello zucchero biondo e, cavallerescamente, liberò l'assediato, facendo in là gl'importuni che volevano intingere il dito nella sua proprietà. Poi gli si sedette accanto in atto ossequioso e gli disse nell'orecchio non so che cosa, a cui quegli acconsentì, porgendo il pacchetto aperto. Povero ingenuo! Egli credeva d'aver che fare con un pane asciutto, che avrebbe fatto poco danno. Era invece un pane traditore che, maneggiato da una mano abile, girando rapidamente come un buratto.... produsse un vuoto spaventoso;
onde sospiri e pianti ed alti guai.
IX.
Entrammo poi in una “classe„ dove non c'erano, sparsi per i banchi, che sei o sette bambini; due dei quali dormivano così saporitamente, con le testine rase appoggiate sui gomiti, che nemmeno scossi a più riprese non si destarono, e si dovette lasciarli stare. Agli altri la maestra rivolse alcune delle solite domande scolastiche, a cui diedero le risposte solite; comicissime alcune per il contrasto che faceva la solennità della loro forma letteraria col viso di putto di chi le pronunciava.
A un bimbo che sonnecchiava col capo ciondoloni domandò tutt'a un tratto: — Che cos'è l'Italia?
Quegli balzò in piedi e, dopo aver guardato me e la maestra con due occhi spauriti, mandò giù la saliva e rispose solennemente: — È la mia terra.
Un altro, che stava rodendo una ciambella, dopo che la maestra gli ebbe detto nell'orecchio il titolo d'una poesia, si rizzò e, sollevando in aria le due piccole braccia e spalancando la bocca impastata, mise fuori un O sonoro, come alla vista d'un fuoco d'artifizio maraviglioso, un O così prolungato ch'io ebbi tutto il tempo di domandare a me stesso e di cercare con la fantasia quale cosa al mondo potess'essere degno oggetto di quella stupefacente invocazione. E venne fuori finalmente....
Oooooo tricolor bandiera, Sventola sopra i monti, Sui petti e sulle fronti, Sull'armi e sugli altar....
Ma l'intonazione, il gesto non si può descrivere: gli s'enfiava il collo, gli uscivan gli occhi dal capo, una parola sì e una no gli restava in gola per mancanza di fiato: pareva la caricatura d'un tribuno che arringasse un popolo. Tutto quell'entusiasmo, però, si spense d'un colpo. Espettorata appena l'ultima sillaba, ricadde sul banco e riaddentò la ciambella.
Ma il più ameno fu l'ultimo. La maestra gli suggerì il titolo d'una poesia: egli si alzò e cominciò:
Una goccia, o nuvoletta....
e poi da capo: — Una goccia.... una goccia,... — e seguitò a gocciolare senza andare avanti. Tutt'a un tratto cavò il fazzoletto e se lo mise al naso come se gli uscisse il sangue. — Oh! — gli disse la maestra, — il sangue dal naso ti uscì ieri mattina: ma ora non t'esce: fa un po' vedere. — Ma quegli fece un gesto con la manina libera, come per dire: — Aspetta, aspetta, che deve venire, — un gesto così comicamente affannato e affettato, che la maestra diede in uno scoppio di risa, e si contentò della goccia. — Ma vede che malizia, — disse poi allontanandosi, mentre quello continuava la commedia. — Ah, le dico che ci abbiamo certi artisti!
X.
Di là rientrai nella sala grande, dove quasi tutti si trovavan raccolti, ed era un gran moto, un ronzìo, un pio pio, quasi un ribollimento di suoni rotti, acuti e sommessi, quale si può dare soltanto in una folla di creature non ferme mai un minuto in un solo pensiero e che parlano un linguaggio ancora monco e spezzato come i loro pensieri. E guardando quello spettacolo feci anche quella volta il proposito, che si fa sempre all'uscire da un di quei luoghi, di tornarvi al più presto, e che non si mantiene quasi mai; ma che in quel momento è sincero e vivissimo, ispirato quasi da un istinto di protezione, come se quelle deboli creature, a cui bastò un'ora a legarci, avessero bisogno di noi e fosse durezza il separarsene per non rivederle mai più. Intanto, m'erano rivenuti intorno il papà, la bimba dai diavoletti e tutti gli altri più espansivi a domandar la carezza d'addio, tendendo le loro manine che stringevano ancora dei pezzetti di pane e dei torsi di mela, e dicendomi cento Ciao, su tutti i toni, come a una persona della loro famiglia che partisse per un viaggio. Poveri bambini! Ed io pensavo, accarezzandoli, ch'eran loro, invece, che partivano per un lungo viaggio, per il viaggio misterioso della vita, nel quale, appunto perchè eran di natura più dolce e più affettuosa degli altri, chi sa quanto avrebbero avuto più degli altri da soffrire e da piangere ed anche più spesso desiderato la fine....
Quando arrivai sull'uscio, e mi lasciarono, sentii ancora nella mia una piccola mano che ci doveva essere da un po' senza che me n'avvedessi, e sollevando il mento a quell'ultimo accompagnatore, riconobbi il piccolo disgraziato che somigliava alla figura del libro del Lombroso, quello a cui la natura aveva così crudelmente smentito sul viso la bontà angelica dell'anima. E lo fissai per qualche momento in quei piccoli occhi ineguali e sporgenti che dicevano così umilmente: — Son brutto; ma son buono; non mi guardate; ma amatemi, — e mi domandai nel cuore, con tristezza, quante umiliazioni, quanti dolori non gli sarebbe costata nella vita quella menzogna spietata della natura; e stretto fra le mani il suo capo deforme, fui costretto a prolungare il bacio che gli stampai sulla fronte, — mentre egli mi s'attaccava al bavero con le manine, — per avere il tempo di scomporre sulla mia faccia l'espressione di profonda pietà che temevo egli potesse comprendere....
Ma, rialzando il capo per uscire, dovevo aver l'ultima stoccata da quella strana faccia canzonatoria di mefistofeluccio, che era lì a due passi, e che mi guardava socchiudendo un occhio e torcendo la bocca, con l'aria di dirmi: — Ti conosco, e non me ne vendi. — Non poteva essere, lo capisco bene; ma tant'è, l'orgoglio è irragionevole: se non c'era lì la direttrice, gli allungavo una pacca.
I BAMBINI DI VAL D'ANDORNO.
Una delle più care bellezze dell'alta valle di Andorno sono i bambini; per i quali io credo che il Correggio redivivo, se li vedesse una volta, andrebbe a villeggiare ogni anno a Campiglia. Salendo dalla Balma a Piedicavallo, se ne vedono da ogni parte; in mezzo ai prati, fra i pietroni del Cervo, su per i sentieri che salgono e si perdono fra i faggi e i castagni, e a mucchi e a processioni in ogni villaggio: tanto numerosi da far pensare che non ci sia altra valle in Italia così prolifica. E poichè d'estate, emigrando quasi tutta la popolazione maschile (composta in gran parte di muratori e di scalpellini), è rarissimo incontrare dalla Balma in su un uomo giovane o maturo, ne segue che al nuovo arrivato vien fatto di domandarsi donde provenga tutta quella razza minuta: se sia una produzione spontanea della terra, o merce importata, per la stagione estiva, da altri paesi. Sono tutti floridi e biondi, di tutte le sfumature dell'oro monetato e delle barbe di pannocchia di meliga: teste d'inglesi e di scandinavi d'una carnagione maravigliosa di colorito e di freschezza, con occhi di tutte le gradazioni dell'azzurro, da quello forte delle loro Alpi a quello chiarissimo del loro torrente, leggermente verdeggiante come i cieli del Veronese: alcuni con biancori di latte sulla fronte, dietro le orecchie e nel collo; e tutti segnati di due rose rosse sulle guance, eguali di forma e di tono in quasi tutti, come quelle delle bambole che l'artefice imporpora una dopo l'altra con lo stesso tocco meccanico del pennello. E non solo per i capelli e per i colori, sono belli anche per i lineamenti fini, per la forma gentile della bocca, per la grazia scultoria di tutte le forme: e più belli appariscono per il risalto che dà alle loro capigliature aurine scompigliate dall'aria viva e ai loro visi bianchi e rosati il verde vivissimo della vegetazione su cui si disegnano per solito le loro personcine rotondeggianti, quando, dall'alto dei muri a secco o di mezzo alle macchie, in gruppi o in schiere immobili, coi piedi nudi nell'erba, stanno a vedere il forestiere che vien su lentamente in carrozza per lo stradone della valle.
V'è per lo più molta rassomiglianza tra fratelli e sorelle; ci son famiglie numerose in cui tutti i figliuoli e le figliuole rappresentano una serie di edizioni in formato vario dello stesso libro, non riveduto nè corretto: tanto rassomiglianti che, incontrandoli per via, a una certa distanza, l'un dopo l'altro, vi pare di vedere sempre lo stesso bimbo, ora ingrandito ora rimpicciolito, ora maschio ora femmina, come se cambiasse di statura e di sesso a modo d'un personaggio dei racconti fantastici dell'Hoffman. Ci diranno i fisiologi se questo possa derivare dall'essere stati tutti concepiti nelle condizioni medesime, nei ritorni periodici e a data fissa dei padri emigrati, i quali riportano a casa quella quantità solita di risparmi di danaro e di castità, a cui corrisponde sempre fra i due coniugi, con gli stessi pensieri e gli stessi discorsi, la stessa misura d'allegrezza domestica e d'impulso generativo.
A loro l'ardua sentenza.
Questi ragazzi così somiglianti, peraltro, questi bei fiori montanini nati di rudi lavoratori pratici e positivi in sommo grado, dei quali è ultima qualità lo spirito poetico, si distinguono per nomi classici e romantici, che paiono stati scelti da padri letterati e da madri poetesse; benchè, in realtà, non sia invalsa la consuetudine di quei nomi insoliti che per ovviare alla confusione dei cognomi, diventati comuni a un gran numero di famiglie per effetto della rete fitta di parentele che allaccia i valligiani, devoti al proverbio del “moglie e buoi„. La sera, all'udir le mamme chiamar di sull'uscio la prole dispersa per i vicoli e per la campagna, vi par di udir invocare gli eroi e le eroine della storia e della poesia di ogni paese e d'ogni secolo. Dante vi passa accanto piegato in due sotto una fascina che lo nasconde tutto; Clorinda, settenne, raccatta per la strada le reliquie fecondatrici dell'orto; qui stimola i porci Temistocle; là sferza le vacche Tarquinio; Rinaldo strascica il sedere sui ciottoli con una fetta di polenta fra le mani, e
Erminia intanto fra le ombrose piante
si soffia il nasino con la camicia.
Coi nomi terribili e romanzeschi non concorda l'indole, che è generalmente placida e prudente. Il forestiere, che passa per la prima volta, essi guardano con occhio intento e scrutatore, come se prevedessero d'aver da trattare con lui un appalto o una vendita: con occhio scrutatore, ma rispettoso. E rispettosi sono coi villeggianti abituali, che sogliono salutare in modo originale, pronunciando il loro nome, quando li incontrano, e fissandoli, come fanno i soldati coi superiori, senza inchinare la testa. Sono anche poco rissosi, come se volessero serbare le forze battagliere per la lotta disperata che combatteranno un giorno coi lavoratori concorrenti di tutto il mondo, e attendere a leticar fra di loro quando saranno proprietari di quella terra divisa in mille scacchi e in mille striscie, sulla quale e per la quale s'accapigliano intanto i loro parenti. E sono dignitosi: nessuna di quelle piccole mani, neanche dei più poveri, si stende a chiedere il soldo al passante; e quando uno ne stringono, non c'è caso che lo sciupino o lo perdano; somigliantissimi pure in questo ai loro genitori. E anche nei loro spassi mostrano mirabilmente l'eredità delle facoltà acquisite. In nessun altro luogo vidi mai i ragazzi costrurre muricciuoli e casette di sassi, mulini e condotti d'acqua con arte così esperta e con diligenza così paziente, per ore ed ore, in silenzio, concordi fra molti all'opera come squadre d'operai disciplinati, prolungando il lavoro anche per vari giorni e smettendolo e ripigliandolo ogni giorno all'ora stessa, come al suono della campana d'un opificio.
Bambine di sette o otto anni aiutano la mamma ai lavori muratori, portando nella loro gerla minuscola quattro manate di sabbia o un par di mattoni per volta, con la serietà muta e col passo lungo e grave d'operaie adulte. Bambini, alti un palmo, stanno seduti tutta una mattinata, per trastullo, sulla proda d'una strada, a picchiare con un chiodo e un martello un pezzo di sienite, come se avessero preso il lavoro a cottimo, senza alzare una volta in un quarto d'ora la testina bionda, dardeggiata dal sole.
Questa forza tranquilla di volontà, congiunta a un amor proprio precocemente guardingo, dimostrano in ogni cosa. Intoppate per la strada dei quinti d'uomo, usciti appena dalla prima elementare, che non possiedono un vocabolario di più di venti sostantivi (i verbi sono sempre incerti); ma che, se gli interrogate in italiano, incapati di rispondervi nella lingua nazionale, s'ingegnano d'accozzare alla meglio quelle venti parole, facendo lunghe pause riflessive fra l'una e l'altra, come fanno in Italia i viaggiatori inglesi e tedeschi, con una flemma di filologi scrupolosi, senza darsi un pensiero della vostra impazienza, non intesi ad altro, con tutte le forze del cervello, che a scansare gli spropositi.
Ricordo uno di questi che, domandato da me di un suo zio impresario a Torino, volendomi dar la notizia che era stato decorato della Corona d'Italia, dopo due buoni minuti di cogitazione, mise fuori questa curiosa frase di suo conio: — L'hanno fatto passar cavaliere — ma con un accento di trionfo, che traduceva il pensiero: — l'ho cercata un pezzo, ma l'ho trovata bene. — E hanno delle trovate singolari, da montanari sottili, diverse in questo da quelle degli altri bimbi, che vengon fuori in una forma di gravità comicamente impropria all'età loro. Un piccino, a cui diedi una pera candita perchè la dividesse in parti uguali fra sè e le due sorelle più piccole che gli stavano al fianco, volendo, ma non osando di farsi sotto i miei occhi la parte del leone, stette pensieroso un pezzo con gli occhi fissi sul frutto, e poi disse solennemente alle sorelle: — Qui non si fa niente senza il coltello, — e con questo pretesto si diresse verso casa per fare il comodo suo; ma con l'incesso e il viso d'un uomo assorto in tutt'altri pensieri, per distornare, s'intende, il mio sospetto; il quale mutavano invece in certezza gli sguardi obliqui e indagatori di cui ogni tanto mi saettava.
E come un bell'esempio di posatezza e di precisione rammento un bimbo di men di tre anni, bellissimo, che, avendogli io porto una scatoletta della Regia su cui fissava lo sguardo con grande curiosità, la rivoltò con le manine per tutti i versi, l'aperse con cautela, vi guardò in fondo attentamente, ne tirò fuori l'una dopo l'altra tre sigarette, le esaminò ad una ad una, le rimise dentro adagio adagio dalla stessa parte dove le aveva prese, gingillò un pezzo con le dita finchè riuscì a far rientrare la linguetta nel taglio e, dopo essersi assicurato col pollice che era chiusa bene, me la ripose sulla palma della mano e ve la premè colla sua zampetta come per farmi prender atto che era fatta in tutte le regole la restituzione della mercanzia.
Questi ragazzi, che sentono parlare in casa di tutti i paesi d'Europa e d'Africa e d'Oriente e d'America, dove i loro padri lavorarono e lavorano, viaggiano un po' coll'immaginazione, anche prima d'uscire dal guscio, per il mondo intero. Appena sono in forza da portar la secchia della calce, la più parte vanno a fare il tirocinio di muratori nelle città grandi, e, compiuto questo, emigrano dall'Italia. Ma le separazioni della famiglia si fanno senza lagrime, e quasi senza commozione, perchè tutti ci hanno il cuore preparato fin dall'infanzia. Non senza tristezza, però, quando li vedo giocar per le strade così rosei e sereni, io me li raffiguro giovinetti, curvi sotto il carico su per le alte scale oscillanti degli edifici in costruzione, o ammucchiati nelle soffitte, dove essi stessi si fanno da mangiare e si rimendano i panni, stillando ogni sorta di più duro risparmio; e poi, più grandi, soli in terre straniere, in mezzo a gente di cui ignorano la lingua, invisi quasi sempre ai concorrenti indigeni per il loro accanimento al lavoro e per la loro parsimonia spartana, e vittime qualche volta di persecuzioni crudeli.
Ma mi conforta il pensiero che darà saldo coraggio a tutti l'immagine della valle nativa a cui sempre pensano, e che, se campano, li riavrà tutti quanti certissimamente, arricchiti o poveri, stretti a lei fino alla morte. Quanti sono già dispersi per il mondo che vidi bambini fare i castelli coi sassi e scheggiar la sienite col chiodo, coi capelli biondi dorati dal sole e agitati dal vento!
Ogni anno leva il volo una schiera di questi miei antichi amici, e i loro nomi e i loro visi prima si confondono, poi svaniscono nella mia memoria.
Ma i vuoti si riempiono continuamente. Ritornando nella valle vi trovo ogni anno nuove capigliature d'oro, nuovi occhi celesti, nuove guance vermiglie, un drappello nuovo di Danti, di Temistocli e di Goffredi, figliuoli di padri lontani che non vidi e non vedrò mai; e questi nuovi eroi nascono e crescono così somiglianti, sotto ogni aspetto, ai partiti, che, insomma, mi par di ritrovarmi sempre in mezzo alla stessa popolazione infantile. Bella e strana popolazione di piccoli impresari in forma di cherubini, di futuri capomastri, che paiono putti scappati dai quadri del Rubens, di scalpellini e di muratori in erba a cui possono invidiare le rose e i gigli del viso i figliuoli dei principi: innocenti sì, e amabili come tutti i bambini; ma che pure hanno qualcosa nell'indole, negli occhi e nella parola da far credere che nella notte di Natale, quando sognano la scarpetta che hanno messo sulla finestra, non vagheggino di trovarvi dentro dei dolci, ma una cedola del Consolidato 5%.