RICORDI DI VIAGGIO
Reading edition
CAPODISTRIA.
Bella Capodistria al sole in un mattino di giugno! Il vaporetto lasciandosi dietro la bianca e dolente Trieste compie una breve traversata che riesce anche più breve nella piacevole ammirazione del paesaggio, serrato dalla verde cintura della riva fra i due azzurri del cielo e del mare sovra il quale palpitano le caratteristiche vele rosse come grandi ali spiegate verso l’ardore di un sogno.
E veramente si sogna movendo incontro all’Istria misteriosa, ripetendo i nomi delle piccole città quasi sconosciute, perchè non si trovano sulla via dei nostri affari o delle nostre consuetudini, ricordando — per far tacere il lieve rimorso della nostra trascuratezza — i versi appassionati di un poeta istriano:
O patria, o lembo del divin paese, Il sol che ti riscalda, italo, ardente, L’alma di Dante e di Ferruccio accese; E l’urne e i templi, il circo, ogni ruina Consolano di fede il tuo presente O sorella di Roma....
Ci avviciniamo intanto all’isoletta che sorregge Capodistria, unita con una larga diga alla terra ferma, chiusa a tergo da un anfiteatro di colline ubertosissime ricche ancora di quei vigneti sui quali, cessato l’impero di Roma, la repubblica veneta prelevava per il suo Doge arne parecchie di squisitissimo vino.
La prima contrada, a chi si avanza con la impazienza della scoperta, può forse apparire una delusione. A me, una certa monotonia di linee piatte ed incolori e la solitudine di mortorio fecero correre il pensiero ad uno di quei silenziosi paesini del Zuidersee — Marken o Volendam — dove le guide invitano il forestiere per fargli gustare la sensazione arcaia della antica Olanda.
Questo involontario raffronto, non suggerito da alcun ragionamento, ma balzato fuori da impressioni fuggitive cui basta una luce od un segno per ricondurre dai lontani recessi della memoria, mi rese più vivo il senso di sorpresa e di ammirazione quando svoltato un angolo deserto, mi trovai dinanzi la nobile facciata del palazzo Taco.
È una specialità dell’Italia quella impronta particolarmente signorile che la storia e l’arte nostra hanno impressa su certe vecchie dimore sperdute in piccole città, in piccoli villaggi e che apparendoci così improvvisamente dentro l’umile cornice rusticana sembra dare una salutare sferzata al nostro orgoglio di grande razza. Cotali segni, che io chiamerei il blasone gentilizio di un popolo, si cercherebbero invano altrove. Lo Zuidersee fuggì subito dal mio pensiero. Dinanzi al palazzo Taco sentii di calcare il suolo italiano.
Ma questa non era che una preparazione al miracolo della piazza — la piazza che si chiama dei Signori come quelle di Treviso, di Verona, di Vicenza, di Spalato, di altre ed altre nostre piazze venete. — È serrata, la piazza di Capodistria, fra il Duomo, il palazzo del Podestà e la volta pittoresca di Callegaria sorella gemella di Frezzeria e di Merceria; e al pari delle case alte, addossate, piene di finestre fra il gotico e il bizantino; al pari della gente che vi abita; al pari del dialetto che vi si parla, deliziosamente, profondamente, straziantemente venete.
Delle antichissime mura romane che in duplice giro vuolsi circondassero la città si ha tuttora la porta detta della Muda e lo stemma che dalla primitiva denominazione di Capri (poi mutata in Capo ed estesa a tutta l’Istria) reca un caprone ritto sulla montagna. Venezia e Roma hanno fatto ciascuna a Capodistria un dono delle loro civiltà. L’Austria, attuale dominatrice, vi ha pure edificato qualche cosa: un grande ergastolo!
Sotto l’arco di Callegaria mi fermai a guardare la lapide murata intorno alla bocca del Leone — ricordo della Serenissima — ma più ancora a decifrare al disopra dell’iscrizione latina due brevi parole scritte in rosso; Viva Oberdan.
— Non si fermi — mi disse rapidamente la mia guida; è meglio che Essi ignorino.
E al vedere la mia meraviglia soggiunse sorridendo:
— Probabilmente non se ne sono accorti. Il momento in cui le scoprissero le farebbero subito cancellare.
Mi corsero alla mente gli ingenui stratagemmi nostri quando eravamo sotto il medesimo paterno governo: le passeggiate intenzionali a Porta Romana; il cappello degli uomini a forma italiana; le pellegrine delle donne foderate di rosso; le teste di zucca portate in maschera e sulle quali si picchiava allegramente.
Passava in quel mentre un vecchio signore dall’aspetto imponente e la persona che mi accompagnava lo salutò col titolo di marchese. Chiesi chi fosse.
— Oh quello è un bel tipo. Un fervente patriota che si reca tutti i giorni sul molo per vedere se arrivano le navi italiane. Era fanciullo quando le vide nel 1859 passare e dileguarsi....
E non è il solo originale del genere. C’è un altro vecchio signore che dopo aver combattuto per l’indipendenza italiana nel dolore immenso di vedere spezzato il suo sogno proprio dinanzi all’Istria sbarrò in segno di lutto il portone della sua casa, vi si rinchiuse in voto perpetuo e non potendo muoversi diversamente tenne il tavolino da scrivere al primo piano e il calamaio al secondo, obbligandosi a fare le scale ogni qual volta gli occorreva di intingere la penna.
Di tali spiriti bizzarri, in cui pare si condensino in salsedine e in amarezza le lagrime che sdegnano di bagnare il ciglio, vi è dovizia su questa terra dalla tradizione sarcastica e mordace. Il proprietario di una barca al quale l’I. R. Governo aveva imposto di cambiare il nome che suonava Libertà cancellò Libertà e vi sostituì Come prima, in barba al censore che non ne capì nulla. Sono le minute rappresaglie di un popolo che illude come può il malessere dell’ora presente e il tormento dell’attesa.
— Ha veduto il nostro Carpaccio?
— Non ancora.
Entriamo in Duomo. L’opera magnifica fiancheggia l’altare maggiore e lo domina, alta, solenne. Di contro alla parte oscura la nudità luminosa del giovanetto martire Sebastiano irraggia le tenebre con una luce d’alba. La commozione dell’opera d’arte mi prende, come già dinanzi al palazzo Taco, come sotto i merli ghibellini della piazza; ma più profonda, qui, quasi lancinante nella sensazione improvvisa di un simbolo....
Mi stacco a fatica dal bellissimo Carpaccio e seguo il mio accompagnatore per viuzze deserte, lungo muricciuoli di piccoli orti sopra i quali trasvolano voci di donna cadenzate nella molle pronuncia veneta. Passiamo davanti al ginnasio; i fanciulli giuocano nel cortile ed io li guardo attraverso il verde rameggiare del viale che lo precede con un senso di compassione per quella gaia adolescenza cui attende il risveglio della coscienza che si troverà senza patria.
A Capodistria c’è anche un museo; un minuscolo museo allogato in un paio di stanze alle quali si accede su gradini che non posso certo paragonare alla Scala dei Giganti. Eppure quante volte, da questa rumorosa città in cui vivo, ripenso il dolce silenzio di Capodistria e le due stanze dove un’anima sensibile ai ricordi ha saputo riunire tanti documenti della passata vita istriana e se ne pasce come di un amore.
Qualcuno ha detto che il più sentimentale dei musei è il museo Carnavalet di Parigi; questo è certamente vero per il contenente e per il contenuto di quel palazzo che vide un tempo la grazia serena della marchesa di Sevigné e che alberga ora accanto al ceffo feroce di Marat il volto angelico di Carlotta Corday, gli occhi pieni di lagrime di Maria Antonietta, il ghigno satanico di Voltaire.
Ma in queste due povere stanze dove entra insieme al profumo degli orti il chioccolare di qualche gallina e la pace dell’orizzonte chiuso dal mare e l’aria indefinibile di sospensione e di mistero che si respira in tutte queste terre irredente, anche qui le molle segrete che governano i sentimenti ci inducono ad una simpatia irresistibile e pietosa. Nel grigio crepuscolo della servitù che opprime questa gente, amore di patria e religione di memorie si sono rifugiate fra questi arredi; quadri, libri, mobili, stoviglie, vesti, da ognuna delle quali esce una voce meravigliosa per colui che sta qui genuflesso come in un tempio, sacerdote di un’ara invisibile, custode di un cimitero glorioso.
Il sole dei campi entra per le nude finestre, batte sulle nude pareti, sveglia il luccichio di una doratura impallidita, fruga nei ghirigori complicati di un stipo, si frange sulla vetrina dove stanno a guardare dalle miniature ingiallite le belle dame contemporanee delle dogaresse. E tutto intorno è silenzio!.... Non si vede, non si ode nessuno. Guardo il nobile vecchio sulla cui fronte c’è la luce che emana da ogni vita interiore e mi pare di comprenderne il significato.
— Lei sta sempre qui?
— Sempre.
— Che esistenza è la sua!!...
Mi fraintese. Credette che volessi compiangerlo, mentre lo ammiravo e lo invidiavo in quel suo monastico rifugio di un ideale. Rispose con umiltà:
— Sono felice così.
Alcuni piatti di terraglia paesana sono schierati con particolare compiacenza in una bacheca, a parte. Portano delle scritte: W. San Marco. Serenissima. Altre ancora che non rammento.
Ad un certo punte credo di legger male. Rileggo. C’è proprio scritto: W. l’Italia.
— Ed è permesso?... chiedo con ansia fra trepida e giuliva.
— Oh! sono piatti antichi: Non fanno paura. — risponde.
Ma che lampo nei suoi occhi!... —
1911.
IMPRESSIONI E APPUNTI PERSONALI SU LONDRA.
Ho sempre fatto il sogno di un uomo che viaggiando in terre lontane, sia nell’elegante scompartimento di un rapid-express, sia sulla tolda di un grande transatlantico, o sotto la tettoia di una di quelle stazioni mondiali dove una volta almeno nella vita si danno convegno i rappresentanti di tutte le nazionalità, quest’uomo (nella mia mente egli è, si capisce, un poeta o un artista) incontra la donna ideale, colei che in una mirabile fusione indipendente da ogni canone stabilito di bellezza riunisce tutte le qualità che sono in fondo ad ogni nostro desiderio di amore.
È il fascino della linea impeccabile? è quello più ardente della pupilla? è quello più misterioso del sorriso? è quello più profondo ancora della voce? O è piuttosto il fascino senza nome che risulta da un ignoto complesso di cose per cui l’anima colpita e presa esclama col suo grido più semplice e più eloquente: È Lei!
Lei! la nostra compagna, la creatura fatta del nostro sangue medesimo e della nostra carne e dei nostri nervi; che sente, che pensa, che ama come noi sentiamo, amiamo, pensiamo — solo modo concesso di rivelarci interamente — perchè chi mai ci comprenderà in modo assoluto se non chi ci è assolutamente uguale? L’inganno amoroso non parte forse sempre da questo preconcetto?
Ma nel mio sogno non c’è nè inganno nè disinganno. Il poeta incontra la sua donna — dove non monta — lontano, in terra straniera, divisi da usi, da abitudini, da destini; una sola volta i loro sguardi calano reciprocamente nelle loro anime — ed è tutto — e non si incontreranno mai più. Che importa? Il poeta ha guardato in faccia il suo ideale. Basta tale gioia per una vita.
A questo io pensai la prima volta che vidi Londra, or fa un anno, in una deliziosa giornata di sole; il dolce sole londinese che non irrita, che dà l’impressione di un leggerissimo velo sopra un bel volto; lo ripenso ora tornandovi accompagnata da una pioggerella minuta. Chi mai ha sparso per il primo la voce calunniosa che Londra è malinconica? Intanto che cosa vuol dire malinconica? Per me è malinconico lo spettacolo di una miseria che vuol parere grandezza, di una vanità che vuol parere eleganza. È malinconico il giardino pubblico di una cittaduzza di provincia, il monumento economico ad un eroe, la palazzina di carta pesta con fronzoli in stile liberty; sì, tutto ciò è malinconico fino alle lagrime. Ma quando siamo dinanzi alla colonna di Trafalgar square, quando ci aggiriamo nei viali di Hyde-Park o che al di sopra delle acque cupe del Tamigi vediamo adergere la sobria magnificenza del Parlamento inglese, ah! non è malinconia che fa gonfio il cuore, bensì un’onda di entusiasmo per il forte popolo che sa estrinsecare sotto tutte le forme il suo grande valore.
Questa di trovarsi in presenza di un valore intrinseco e sincero è l’impressione confortante che colpisce appena giunti, che accompagna poi ancora svolgendosi in onde sempre più larghe di ammirazione, quasi di gratitudine. Non so se annuncio un mio sentimento particolare o se mi faccio interprete di altri che pure lo provano, ma ogni immagine di bellezza dà una tale gioia a tutto l’essere nostro che non conosco invero maggiore benefizio alla tribolata esistenza dei mortali.
E chi dice che il cielo di Londra è brutto si è mai soffermato a gustare una squisita sinfonia di toni grigi, questa tinta signorile che si potrebbe chiamare il trionfo definitivo del bianco e nero? In un solo giorno, in un’ora, nel momento istesso il cielo di Londra, dalla impressionabilità pensosa di una fronte di poeta, passa dal grigio argento al grigio perla, al grigio rosato, al grigio azzurrino di certe pupille di bimbo, al grigio fosco e corruscante di minacciose procelle; poi, intanto che lo si guarda, fonde tutte queste gradazioni in una marezzatura cangiante sulla quale vengono a scoppiare all’improvviso, come squillo di risata birichina, poche battute di sole.
E chi crede ancora che a Londra si può morire in mezzo alla strada senza che nessuno se ne curi? L’inglese non ha la curiosità facile e superficiale di altri popoli che appaiono per questo più servizievoli; ma se ricorrete ad un inglese, al primo che vi capita, pur che vi riesca di farvi intendere, troverete l’assistenza semplice e pronta; quando mai se proprio non vi intende apparirà pure in fondo ai suoi occhi un sentimento benevolo di solidarietà umana. Ma lo scherno, ma il disprezzo, ma il godimento imbecille di chi ride del vostro imbarazzo, questo giammai.
Gustavo Flaubert andato una volta a vedere il Righi e ricevutane una impressione di freddezza scrisse che i paesi senza storia non lo interessavano affatto. Ecco un giudizio che non si potrebbe certo ripetere per Londra. Tutta Londra, da Whitehall a Cheapside, da Westminster alla Torre di Guglielmo il Conquistatore, trasuda da ogni pietra le lagrime e il sangue delle sue memorie, e la storia di Londra è la storia dell’Inghilterra. È qui che palpitano ancora le vecchie tradizioni, in questo paese dall’anima profonda dove i sentimenti hanno saldezza di roccia.
Io sentii ciò sopratutto in un giorno di festa, nella città parata in singolare vivezza di colori e i soldati sotto le armi per il passaggio della famiglia reale. Luceva il bel volto pallido del sole soffuso del suggestivo incanto del suo velo e brillavano sotto di esso gli elmi dorati con piume rosse, neri con piume nere, d’argento con piume bianche, lungo quelle vie senza polvere, silenziose al passo come se un tappeto di velluto le coprisse, mentre la folla raccolta in due ali se ne stava dignitosa nell’attesa e centomila piccolissime bandiere sospese in alto turbinavano al vento dando l’impressione di centomila mani agitate in segno di gioia. Così, forte e calmo, ardente e composto è questo popolo presso cui tutte le nobili idee trovano un’eco di simpatia e le grandi iniziative un appoggio. Mascherata dalle spalle erculee di un policeman la mia debole voce mormorò con intimo convincimento: Rule Britannia!
Ma vi è a Londra un posto dove tutti coloro che amano gli inglesi e l’Inghilterra, che si sono occupati della sua letteratura, che hanno ritenuto i nomi dei suoi poeti, dei suoi re, dei suoi uomini di Stato, delle sue donne anche, non deve mancare di vedere ed è la Galleria dei ritratti recentemente annessa alla grande Galleria nazionale. Appena entrati due poeti sommi ci accolgono: Shelley dalla fronte pensosa, Byron dal volto passionale; poi Ruskin dagli occhi pieni di cielo e Bulwer, bellissimo, che seppe far rivivere nella sua nordica immaginazione gli ultimi giorni di Pompei.
Chi è questo bel vecchio dall’espressione bonaria e astuto insieme? È Richardson, il romanziere alla moda nel secolo decimottavo; l’autore di quella ingenua e deliziosa Pamela che qualche nostra attrice ci regala ancora di tanto in tanto sui teatri di prosa per nostra consolazione. Ecco Dikens, il grande e troppo dimenticato Dikens, che assomiglia un poco ad uno dei nostri migliori scrittori di romanzi. Ecco il patriarcale Walter Scott seduto dinanzi ad un camino antico, il fido cane accovacciato ai piedi: e par che danzino intorno a lui con leggiere movenze di silfidi le armoniose creature de’ suoi sogni, suscitando i malinconici laghi della Scozia coi diruti castelli perduti sulle scogliere e gli innamorati eroi correnti nella notte a fantastici convegni.
Si guarda con stupefazione la robustezza erculea di Bacone e di Darwin trovandola bene appropriata all’uno che dovette reggere il confronto col più grande uomo dell’Inghilterra e all’altro che capovolse la concezione del mondo.
Oh! il maraviglioso volto ascetico del cardinale Manning! e lord Brougham, lord Palmerston, Beniamino Disraeli, i due Walpoole — Orazio specialmente — sulla cui fisionomia canzonatoria si cerca con un po’ di curiosità il riflesso della grande passione che risentì per lui l’ottantenne marchesa Du Deffant.
Una certa delusione la si prova dinanzi al ritratto di Giorgio Williers duca di Bukingham. La storia gli ha assegnato un posto nel cuore di Anna d’Austria regina di Francia ai piedi della quale, ci insegna la cronaca galante, egli lasciò cadere un giorno tutte le perle che ornavano il suo mantello; e ricordiamo i versi che il vecchio poeta Voiture improvvisò alla regina una sera in cui ella gli domandò a che cosa pensasse,
Io pensavo che fareste (Noi poeti siam bizzarri) Se in mia vece qui vedeste Bukingham il vostro amor.
Tempi singolari in cui i poeti si permettevano tutte le licenze! Ma davvero Giorgio Williers duca di Bukingham è troppo florido, troppo ben pasciuto. I nostri ricordi sentimentali ne soffrono.
C’è una sfilata di attori celebri: Irving, dal rigido profilo puritano, Kean nella cui faccia si legge tutto il programma della sua vita: genio e sregolatezza: la Vestri, altri ed altre.
Di un interesse speciale, riunite in un gruppo come le gemme più preziose della corona, cinque donne mi fanno battere il cuore: Giorgio Eliot, la Browning, Carlotta Brönte, Cristina Rossetti, la signora Carlyle. Non so perchè Gaetano Negri scrivendo con tanta simpatia della Eliot la chiamasse brutta. Nei tre ritratti che abbiamo di lei non risulta tale. Il primo la rappresenta giovane, eretto il bel busto sotto la testa un po’ grossa ma ricca di biondi capelli, i lineamenti regolari, gli occhi soavissimi ed azzurri. Anche nell’ultimo, preso quando aveva sessant’anni, i capelli hanno conservato tutta la loro opulenza e il volto non dispiace. Carlotta Brönte è veramente la donna di provincia del secolo decimonono nel cui interno l’anima vigila sempre accesa e detta romanzi intanto che manipola il pane e che tutto intorno a lei è freddo, gretto, meschino. Cristina Rossetti pare una santa staccata dai muri di un antico chiostro italiano. La Browning, non bella ma strana, ci affascina colla bruna chioma spiovente, cogli occhi oblunghi, larghissimi, luminosi, pieni di un mistero che la bocca forse troppo ampia ma fremente di vita lungi dal distruggere rende più inquietante. Si desidererebbe più limpido, più visibile alle pupille che vi si figgono ansiose, il ritratto della signora Carlyle, imperfettamente reso in un piccolo disegno, quasi la tenera donna volesse anche dopo morta restare nelle tenebre che accompagnarono la sua vita di eroismi oscuri.
E chi è questa elegante simpaticissima signora dalla bellezza quasi moderna, che piace subito, che ispira ammirazione e fiducia? Duchessa Malborough — dice l’iscrizione della ricca cornice dorata — e la celebre canzonetta ci viene spontanea alle labra: Malborough s’en va à la guerre. Sì, essa è l’impareggiabile sposa del grande Malborough che gli fu compagna fedele fino alla morte e che, rimasta vedova per il tragico avvenimento che la canzone rese popolare, ricusò ogni altro matrimonio rispondendo: «Colei che è stata moglie di lord Malborough non può appartenere a nessun altro uomo».
Ben diversa è la psiche di lady Hamilton contessa di Gramont che la guida chiama semplicemente: la bella Hamilton. Abbiamo di lei due ritratti presi a vent’anni di distanza che fanno riflettere malinconicamente a ciò che deve essere per una bella donna l’invecchiare, quando questo grave passaggio fisiologico non sia sorretto dalle virtù della duchessa di Malborough. Lady Hamilton nel fiore sbocciato della sua giovinezza si presenta col primo ritratto in una decente scollatura che non distoglie lo sguardo dal fresco viso; ma più tardi, quando l’età fatale incalza, colei che nessuno più chiama la bella Hamilton investita dall’ardore terribile di chi rischia l’ultima battaglia brucia tutte le sue navi... o per lo meno le trine che ricoprono gli ultimi avanzi della sua bellezza famosa e ci fa esclamare: Povera donna!
A chi appartiene quel faccione florido e tranquillo di buona borghese che rattoppa le sue calze? È Maria Tudor, la feroce nemica dei protestanti. Si stenta a crederlo e si cerca con interesse il vicino ritratto della più interessante delle sue vittime: Giovanna Grey, pallida e gentile.
Strana, orribile faccia è quella di Enrico VIII marito di sei mogli. Sulle larghe mascelle bestialmente sviluppate, tali che invadono l’intero volto, gli occhi e la bocca di una impressionante piccolezza sembrano mostri osceni che si raccolgono un istante per prendere lo slancio, labbra di sanguisughe, tentacoli di piovre, una cosa mai vista e che ipnotizza col suo stesso orrore molto più se si pensa alla dichiarazione che egli faceva col più perfetto cinismo: «Quando amo desidero, quando desidero voglio e quando voglio prendo».
La figlia di questo mostro, la regina Elisabetta nata da Anna Bolena e chiamata alternativamente la grande Elisabetta o la regina vergine, probabilmente con eguale fondo di verità, quantunque brutta volle lasciarci quattro ritratti e porta in ognuno dei quattro un abito così ricco di complicazioni che sfido a descriverlo il più esperto cronista mondano. Di questi quattro ritratti il migliore è opera di un pittore italiano, Federigo Zuccari, fondatore della romana Accademia di San Luca.
Ancora dello Zuccari è il ritratto di Roberto Dudley conte di Lancaster favorito titolare della regina, tanto bello quanto stolto, dissero i contemporanei e che appare sulla tela più stolto che bello. Ciò pure torna a lode del pittore poichè seppe dalla vaga scorza estrarre l’intima volgare essenza, ciò che si direbbe modernamente ritrarre l’anima.
Qui finiscono questi miei appunti personalissimi, semplici note di taccuino segnate senza ordine prestabilito, alla ventura, ma ci vorrebbe ben altro per descrivere tutto quello che si vede nella Galleria dei ritratti a Londra. Alcuni, molti fra essi, hanno pregi pittorici non comuni. Tutti — i pochi di cui ho accennato e gli innumerevoli che non trovarono posto in questo articolo — ci parlano il linguaggio profondo dei morti così suggestivo quando ci si affacciano dalle vecchie tele dove l’arte ha saputo immortalarli.
ATTRAVERSO L’OLANDA.
Quando il reverendo Lorenzo Sterne, parroco inglese, mettendo nella valigia mezza dozzina di camicie, un paio di brache di seta nera e il ritratto di Elisa, si dispose alla traversata da Dover a Calais per vedere la Francia, non pensava certo al rumore che il suo modesto viaggio doveva fare nel mondo; viaggio bizzarro nel quale non è descritta nessuna città, nessun monumento, nessun costume di popolo, nessun ricordo storico, nessun documento artistico, ma solo impressioni sentimentali.
Questa grande parola allora molto alla moda, ora decaduta al punto che una poetessa modernissima ha inveito violentemente contro «gli esecrabili bisogni sentimentali», mentre spiega il successo del libro in un tempo e in una società preparati ad accoglierlo, dà pure la ragione del perchè i libri di viaggio interessano sempre anche se moltiplicati sullo stesso soggetto. Non siamo più gli ingenui ascoltatori di Marco Polo che tante cose strabilianti ebbe a narrare reduce dal suo viaggio intorno al mondo. Le nozioni materiali dei luoghi anche lontani sono oramai, specialmente coll’aiuto delle riproduzioni grafiche, alla portata di tutti. Non è che il temperamento del viaggiatore che può darci ancora delle impressioni inedite. Un albero è sempre un albero, ma gli alberi di Grubicy non sono quelli di Gignous e le montagne di Carcano non sono le montagne di Segantini. Avvertito o no, è il sentimento che guida il giudizio; esso solo trae dalle cose il riposto significato non eguale per tutti, come non è eguale il suono di un istrumento toccato da una mano piuttosto che da un’altra. Gli esecrabili bisogni sentimentali, con buona pace della poetessa futurista, continueranno ancora per un pezzo a frugare nella profonda anima umana.
L’italiano che si reca in Olanda ricorre invariabilmente col pensiero al viaggio di De Amicis, impressionista per eccellenza, e se non gli scaturisce dal cuore l’ammirazione ad ogni passo rimane un po’ male, dubitando della propria sensibilità, mentre non si tratta che di sensibilità diverse. Confesso che andando a Rotterdam cercai ansiosamente le case descritte da De Amicis. «Vi sono le case che pare caschino dal sonno, quelle che si rovesciano indietro spaventate, quelle che si inclinano l’una verso l’altra come per confidarsi dei segreti, quelle che si cascano addosso le une alle altre come ubriache; alcune che pendono indietro in mezzo a due che pendono avanti come malfattori trascinati da due guardie; schiere di case che fanno riverenza a un campanile; gruppi di casette tutte inclinate verso una nel mezzo che par congiurino contro qualche palazzo». Le cercai, non le trovai, e dinanzi ad alcune case semplicemente un po’ storte dissi a me stessa: Una delle due: o che io manco di immaginazione o che De Amicis ne ha troppa per avere trovato tutto quel diavolìo di scene in alcuni muri fuori di perpendicolo. Ma è certo che abbiamo ragione tutti e due; egli di averle viste così, io di non averle viste.
Un’altra cosa che non mi apparve affatto è l’animazione di Amsterdam paragonata nientemeno che al Trafalgar square di Londra e alla Maddalena di Parigi, luoghi quanto mai indicati per chi vagheggiasse un suicidio sotto gli omnibus e le automobili, mentre il Dam della capitale olandese, come qualunque brava ed onesta piazza di una città di provincia, mostra di avere il maggior rispetto per la vita dei passeggieri, i quali non formano più la folla variopinta dei costumi che dalla Frisia, da Groninga, dal Zuidersee accorrevano ad alimentare la curiosità del forestiero mezzo secolo fa, ma lisciati ed uguagliati dal progresso vestono gonne strette e giacche all’inglese come tutti gli altri, sì che le cuffie a corni ed i caschi dorati sono oramai l’eccezione.
Gran peccato questo scomparire delle antiche foggie; s’avrebbe ancora potuto incontrare uno di quei cappelli mirabolanti dei quali un museo di Frisia conserva il campione: vedere per credere; un gran cerchio di legno largo come due tavolini da caffè, coperto da una tenda frangiata. Le eleganti moderne lo potrebbero invocare a giustificazione dei loro cappelloni a guantiera. Guardate un po’ che cosa portavano le nostre nonne!....
Ciò che non ha cambiato in Olanda sono quelle case mute e senz’occhi che possono apparire graziose quando si presentano minuscole e sparse nel mezzo di una prateria o lungo lo specchio di un canale, ma che allineate per centinaia e centinaia di metri nelle vie di una città, tutte simili, tutte piatte, tutte fredde, generano una indicibile impressione di monotonia e di uggia. Sono case fatte di vetro e di legno; il vetro delle finestre, il legno delle porte; e porte e finestre così serrate, così fitte che di muro (quando è muro) vi è appena quella striscia indispensabile per tenerle insieme. Botteguccie che seguono a botteguccie, usciolini a usciolini; hanno della gabbia e della scatola le più semplici; se qualcuna tenta di vincere le compagne in altezza e in ricchezza assume l’architettura di un croccante. Nessuna ci dà quel senso di comodità, di riposo, di ampiezza delle nostre case, dove l’abbondanza del muro è così avvolgente e suggestiva. Non vi sono linee grandiose, non mistero di portici, non fantasia di spezzature, non contrasto di ombre e di rilievi. L’assenza di balconi e di persiane toglie loro ogni apparenza di vita perchè una persiana ha tre modi almeno di presentarsi: aperta, chiusa e semichiusa; ed ognuna di queste attitudini ha una fisionomia propria, direi un’anima. Il balcone poi è così ricco di vita e di cambiamenti che la sua mancanza dà a noi italiani un senso di incompleto e di monco. Dinanzi a quegli usciolini piccoli e sempre chiusi, a quelle finestre vetrate e sempre chiuse colla immancabile esposizione interna di vasetti e di ninnoli, senza che mai nulla si muova, che si agiti, che adduca un cambiamento di forma e di colore, si sospetta che anche le persone che abitano quelle case debbano avere una mentalità e una sensibilità ben diverse dalle nostre, altri bisogni, altre passioni.
La placidità olandese, oramai passata in proverbio accanto alla furia francese, alla flemma britannica e alla vendetta côrsa, confermata dagli ultimi versi del sonetto sull’Olanda
... i larghi letti insidiati invano su cui l’amore ha scritto a stampatello: Chi va piano va sano e va lontano,
è forse una leggenda. Le kermesse ad ogni modo vorrebbero dire che la placidità olandese è una specie di vino imbottigliato; più sta chiuso e più fermenta, finchè fa saltare il tappo e allora... alla grazia di Dio!
Volli chiedere informazioni in proposito ad uno dei non molti olandesi che parlano francese e mi rispose essere davvero una specie di frenesia dalla quale sono prese specialmente la gente di campagna e le serve.
Le care serve colla cuffietta immacolata e la scopa in mano tutto il giorno non hanno altro pensiero che quello di accumulare denaro tutto l’anno per darsi alla pazza gioia nei giorni della kermesse. Ciascuna si sceglie il suo ciascuno e via per le osterie a bere, mangiare, ballare, ubriacarsi....
— La noce enfin! — concluse il mio interlocutore.
Io stetti un momento perplessa, poi arrischiai timidamente:
— Jusque au fond?
— Naturellement.
— Et les conséquences?
— Oh! dé-sas-treu-ses! — soggiunse l’olandese alzando le mani sopra la testa.
È per questo che il governo ha proibite le kermesse e, tranne in qualche remoto villaggio, non si praticano più. In Amsterdam, no certamente.
Rotterdam, la seconda grande città olandese, è, direi, più mossa, più varia di Amsterdam. La ferrovia che la attraversa tutta sopra un lungo e pittoresco viadotto le conferisce un non so quale aspetto cosmopolito che sembra riallacciarla agli altri paesi che non sono Olanda; tuttavia le case perdendo le caratteristiche antiche gareggiano anche qui nella emulazione del piatto, del liscio, dell’eguale. Anche all’edificio della Borsa, che nelle città commerciali tiene il posto d’onore, non pare abbiano data soverchia importanza. La Borsa di Londra somiglia a una fortezza, quella di Bruxelles sta fra il teatro e la chiesa, quella di Amsterdam fra la chiesa e il manicomio; quella di Rotterdam è solo una casa un po’ più casa delle gabbie e delle scatole che la circondano.
Ma che bella improvvisata quando, percorrendo rassegnati una delle solite vie a botteghe ed a usciolini chiusi, ci appare una galleria ampia e chiara sopra uno sfondo verde che attrae irresistibilmente e cedendo all’attrazione ci troviamo in una piazza vastissima che potrebbe non sembrare olandese se a un lato di essa non si elevasse alto, nero, maestoso, imponente, il più bello il più gigantesco mulino che abbia battuto le ali fra la Schelda e la Mosa!
Che cosa sieno i mulini a vento in Olanda è difficile dire a chi non li abbia visti. Per me sono come i cabs a Londra; tale nota nel paesaggio che, ove sparissero, sparirebbe una rivelazione di grazia presso quel popolo senza grazia che è l’inglese e una forma di eleganza in questa Olanda così poco elegante. Io non vidi mai per il mio desiderio abbastanza cabs a Londra, come non mi stancai mai di cercare mulini in ogni cantuccio d’Olanda; e il vedermene uno dinanzi, all’improvviso, dove non mi sarei immaginata certo di trovare un mulino, cioè sulla grande piazza di una grande città, mi riempì del più gaio stupore.
Il mulino di Rotterdam è una bellezza per gli occhi e per l’immaginazione. È linea ed è simbolo. È come la bandiera dell’Olanda, del suo indefesso lavoro e delle sue conquiste famose, sventolante colle antenne superbe al vento del nord. Me ne godevo la vista ed il pensiero seduta fuori di un piccolo caffè, ed era questo un diletto squisito per l’anima mia, se non che volgendo e rivolgendo il capo a destra per vederlo sempre meglio vidi pure, seduta alle mie spalle in un cantuccio ombrato, una gentil coppia di amanti così eterei, così romantici, così fuori del mondo in quel loro divino assorbimento che tutti i ricordi d’Italia mi assalirono e non osai più volgere il capo per non interrompere l’estasi dei due felici. Non potevo tuttavia impedire a me stessa che un qualche furtivo sguardo non deviasse ancora nella loro direzione. Dal posto in cui mi trovavo il giovane mi rimaneva nascosto e poco scorgevo anche del volto di lei sotto le tese del gran cappello, ma una sua piccola e delicata mano abbandonata in grembo veniva accarezzata con tanta dolcezza dall’amico e il loro silenzio rotto appena da sospiri e da flebili accenti aveva una tale soavità commossa, che fra essi e il mulino e le fantasie suscitate passai una delle ore più deliziose del mio soggiorno in Olanda.
Sì poco basta talora a improvvisare un’oasi di felicità in questa nostra deserta esistenza. Passava appunto una signora con un mantello color cioccolata e quattro bottoni sulla schiena. Ella aveva forse scelto il mantello in causa di quei quattro bottoni. Doveva aver pensato: È un ornamento originale e di buon gusto, mi starà bene. Filando poi per le vie di Rotterdam, la preoccupazione di quei quattro bottoni e del grazioso effetto che producevano sui riguardanti la riempiva certo di una piacevole illusione.
Ma Amsterdam e Rotterdam sono città troppo progredite per soddisfare il gusto di esoticismo che si ha sempre quando si viaggia. Bisogna vedere le città morte del Zuidersee — suggeriscono le guide stampate e le guide parlanti. Sette ore di imbarcazione sul mare interno ci mettono a contatto dell’Olanda genuina. Andiamo.
Ecco dunque per primo Brock, leggiadrissimo villaggio a fior d’acqua, incappucciato di un verde intenso e così fresco, così silenzioso, così umido e fragrante e riposante che per tutti i luglio e gli agosto che ancor mi rimangono di vita nei giorni più torridi mi vedrò sorgere dinanzi la visione di Brock, sinonimo di paradiso estivo. Le singolarisime cose che diedero un tempo fama burlesca a questo paese sono quasi scomparse; solo rimane più che mai rigido il silenzio assoluto e l’assenza totale degli abitanti. Le gabbiette umane più che mai minuscole e dipinte hanno qui più che mai porticine e finestrine inchiodate. Si vedono bensì dietro a certi vetri bazzecole di legno e di terraglia che vorrebbero essere, forse, da vendere; ma poichè tutto è chiuso ermeticamente ed anima viva non appare, quelle mostre platoniche che stanno probabilmente lì da anni ed anni dietro i loro vetruzzi inviolati sembrano roba imbalsamata.
Monnikendam, che vien dopo, ha l’aspetto più serio e insieme una tristezza e un malcontento di grande passato distrutto. Due bambine in costume colle bionde ciocche sfuggenti dalla cuffietta e i piedi sperduti entro larghi zoccoli di legno a punta offrono meschini gingilli tratti dal fondo di un paniere. Anche qui tutte le porte e tutte le finestre e tutte le botteghe chiuse; non un uomo, non una donna, non un bimbo; nè cani, nè galline; nemmeno una mosca che rompa col suo breve volo l’immobilità, la solitudine e il silenzio. Si lascia Monnikendam coll’impressione che le due bambine in costume facciano parte di una messa in scena di città morta ad uso e consumo dei forestieri.
Sulle due isolette di Marken e di Vollendam riappare la vita, Marken protestante, Vollendam cattolica; entrambe ridenti e liete dell’ampio mare che spumeggia intorno alle loro linde casuccie o, a meglio dire, cabine — una o due camere al più, di legno, erette su palafitte — luccicanti all’interno di stuoie distese sul pavimento, di piatti appesi alle pareti, di tendine bianche, di innumerevoli cianciafruscole sparse Gli abitatori vivono di pesca. Di uomini non se ne vedono perchè stanno al largo tutta settimana coi loro battelli e tornano appena alla domenica; ma le donne sono tutte sulla soglia e le fanciulle bionde e magre, con quel petto spianato che tanto dispiaceva al De Amicis, passeggiano in su e in giù sferruzzando calze di grossa lana nera.
Ripensando all’Olanda dopo esserne usciti, con quella visione del paesaggio fatto di acqua e di erba dove pascolano le belle mucche bianche a macchie scure, dove le antenne dei mulini girano silenziose sul cielo pallido, collo sfondo del mare di un colore monotono tra il giallastro e il bigio — dolce visione non perturbatrice — sentiamo che la nostra curiosità è paga. Non ci tormenterà la nostalgia dell’Olanda come sempre tormentano chi le ha avvicinate una volta sola le sacre pietre di Roma o il golfo di Napoli o la incantatrice Venezia. Abbiamo visto l’Olanda, siamo contenti di averla veduta e basta.
Forse, quando dopo molti anni i porti, le isole, i prati verdi, le città silenziose saranno dileguate a poco a poco dalla mia memoria, un mulino alto, nero, maestoso, imponente, il più bello il più gigantesco mulino che abbia battuto le ali fra la Schelda e la Mosa, mi passerà ancora dinanzi agli occhi e rivedrò nel piccolo caffè i due innamorati taciti e sospirosi. Ah! chi sa se si ameranno ancora!
UN CANTUCCIO DI PARIGI ALL’USO DELLE PERSONE SEMPLICI.
Tutte le volte che si parla di Parigi la mente è abituata a immaginare subito una città di delizie dedita esclusivamente al lusso ed ai piaceri. È forse partendo da questo preconcetto divenuto oramai un luogo comune, e per l’orrore dei luoghi comuni, che io fui invece subito e sempre colpita dagli aspetti deliziosamente provinciali, adorabilmente ingenui, di questa terribile moderna Babilonia.
Certo non anderò a cercare la provincia in Rue de la Paix nè l’ingenuità alle Folies Marigny. Io vado più in là. Io cedo tutta la riva destra ai boulevardiers di professione, agli stranieri che piombano su Parigi come d’estate i mosconi sulla carne scoperta, avidi di sensazioni acute e di curiosità proibite, alle signore eleganti, ai giovinotti dal portafoglio ricolmo, ai vecchi marcheurs, agli omnibus sgangherati, ai cocchieri insolenti, ai marciapiedi sudici, agli encombrements che vi impediscono di camminare, ecc. ecc.
Quando penso a Parigi, io ripasso la Senna invariabilmente perchè delle città al pari che degli uomini ricerco il cuore e il cuore di Parigi batte nella vecchia isola di Saint Louis e di Enrico IV, laggiù dove le torri di Notre Dame come vigili candelabri eretti al cielo sembrano tenere alta sopra le attuali miserie la fede che i nostri padri bagnarono nel loro sangue. E dalla piccola isola toccando la riva sinistra, non senza volgere uno sguardo alla guglia quasi spirituale della Sainte-Chapelle, entro in quel quartiere latino dove le anime solitarie e pensose anderanno sempre a cercare le loro migliori sensazioni.
Quanti nomi! Quanti secoli di storia! Non era l’antica Lutezia che una meschinissima borgata e sulla collina dove ora sorge il Pantheon pascolavano le pecore, quando una fanciulla dall’angelico profilo e dagli occhi pieni di sogno stendeva le piccole mani per trattenere l’invasione degli Unni. La nascente Parigi aveva già la sua protettrice: Santa Genovieffa!
Chi vuole conoscere in poco più di venti minuti il passaggio da un mondo all’altro deve prendere in piazza della Maddalena il venerabile omnibus del Pantheon, mediante il quale, dopo di aver gustato per pochi istanti la risurrezione degli antichi viaggi in diligenza, si trova a mille miglia dal boulevard des Italiens e dalla Avenue de l’Opera. Ecco il ponte sul quale in una oscura notte di novembre pochi fedeli amici passarono accompagnando il cadavere dell’attrice Adriana Lecouvreur che una legge del tempo proibiva di seppellire in terreno sacro. Ecco il Lussemburgo, palazzo e giardini, dove ogni pietra narra una storia. Ecco la Sorbonne, ecco l’architettura arcaica di Cluny sotto le cui ombre meravigliose giuocano i bambini del popolo, ecco i Licei famosi dai quali uscirono i più grandi scrittori della Francia, ecco la via Soufflot tutta piena di libri, ecco la mole imponente del Pantheon e accanto, meno vasta ma più pregiata dai buongustai, la chiesa antichissima di Saint Étienne aux Monts dove si conserva l’arca di Santa Genovieffa, dove una elegante transenna fiancheggiata da due scale aeree richiama le belle opere del nostro Rinascimento.
In questo quartiere dedicato allo studio ed agli studenti invece dei negozi di novità non si vedono che quaderni, matite, cartelle, dizionari, e in fatto di eleganza alcune botteghe di camicie fatte e di cravatte a buon mercato; ma quanta giovinezza vera, quanta forza, quanto soffio di idee e di speranze nove batte l’ali in questo cantuccio trascurato di Parigi e nei piccoli giardini di queste case dove gli uccelletti si arrischiano ancora a sospendere i loro nidi, dove c’è un silenzio di orto di curato e dei sedili vuoti che la fantasia popola a suo piacere.
E non erano queste le strade percorse da Mimì Pinson?... Ohimè, Mimì Pinson è morta senza discendenti. Abbiamo ora le studentesse, purtroppo! Mimì Pinson non cercava altro che l’amore, le studentesse lo cercano pure, ma complicato di filosofia e di questione sociale. Chi sa che cos’hanno, povere donne in quelle loro teste arruffate! Si vedono, verso sera, passare in giri fitti, rapidi e convergenti proprio come rondoni, finchè vanno a dar di capo in una delle innumerevoli tavernes del boulevard Saint Michel, dove tra il fumo delle sigarette e gli chop di birra (quando sono in fondi) gli studenti d’ambo i sessi incrociano sguardi e discussioni infiammate. A guardarli dalla finestra è una sfilata di cappelli originalissimi, d’ogni colore, forma e dimensione, perchè pare che nella scelta del cappello gli studenti sogliano mettere una affermazione di principii. Quelli delle studentesse poi si distinguono per certe penne spennacchiate che percuotono loro le spalle facendo pensare a scopinetti, a fronde d’albero, a batti panni, a code bizzarre di animali ignoti, a tutto insomma fuorchè ad un ornamento femminile.
Più tardi, quando la mole del Pantheon non appare che nelle forme incerte di un gigante accovacciato e l’infelice Pensatore che Rodin immaginò certo in un giorno di cattiva digestione, uno di quei giorni fatali che capitano anche agli uomini grandi, dorme sul suo equivoco sedile, ripassano a coppie... lente, silenziose, la mano stretta nella mano... e le stelle brillano in alto indulgenti e serene.[2]
È in una soffitta del quai St. Michel che Giorgio Sand, abbattendosi su Parigi all’inizio del suo volo di procellaria, andò a cercare il primo rifugio: ben lontana allora dal sospettare che in una aiuola del giardino del Lussemburgo i tardi nepoti verrebbero ansiosi a contemplarne la nobile sembianza scolpita nel marmo, fra un popolo di regine troneggianti in mezzo agli alti alberi che videro passare Maria dei Medici.
E tutto intorno a queste memorie una bonomia di vita semplice, di mattinate operose e insieme tranquille, lungo i marciapiedi solitari percorsi appena da qualche borghesuccia che va per le sue provviste o dai professori nel loro incesso dignitoso avviati a sparire negli ampi portoni dei Licei e delle Università; di meriggi sereni in cui sfilano lunghe schiere di alunni attraversando vie quasi deserte e negozietti sulle soglie dei quali le donne in camiciola bianca vengono a prendere il fresco sedute sulle loro seggioline di paglia, come a Codogno, a Gorgonzola, oppure (parlando a fiorentini) a Prato ed a Signa.
Tipico in questo quartiere è un alberghetto del quale non dirò il nome, ma che potrebbe chiamarsi senza anacronismo albergo dei Tre Mori, della Rosa bianca o delle Armi di Rohan. La sua unica porta è fiancheggiata da due vasi di semprevivi, modesti sì ma eloquenti emblemi, destinati forse a mitigare l’effetto che in alcune persone impressionabili potrebbe fare una esposizione di pompe funebri che si trova proprio a fianco coi disegni di tutti i corbillards: prima, seconda, terza classe: e dei moduli di partecipazione graduati a tutti i lutti. Non credo però che i frequentatori di quell’alberghetto se ne siano mai preoccupati, essendo per la maggior parte studenti, artisti, giovinotti che fioccano dalla provincia a Parigi per farsi una posizione e che vi alloggiano più o meno a lungo finchè abbiano trovato qualche cosa di meglio; ciò che peraltro non deve essere facile perchè in fondo i Tre Mori o la Rosa bianca o le Armi di Rohan non è che una continuazione della vita di famiglia, la piccola, umile, serena, intima vita di famiglia in provincia — e se non è precisamente Nanterre o Perpignan certo non è ancora Parigi.
Ogni mobile qui è di antica data e non bisogna sofisticare troppo se le stoffe in qualche posto mostrano l’orditura, poichè ci aspetta la dolce sorpresa di trovare sul caminetto la stessa pendola che abbiamo sempre visto in casa della nostra nonna, e appese alle pareti un gran numero di quelle stampe vecchiotte che formano la delizia dei collezionisti. Che importa se la luce elettrica vi è un mito, se una fila di moccoletti attende sulla scansia i relativi proprietari e se le terraglie di camera appaiono spesso scompagnate?... I letti sono ampi, morbidi e vi si dormono i più beati sonni dell’innocenza.
A ciò provvede particolarmente un avviso appiccicato sopra il muro «Il est defendu de faire entrer quelq’un coucher avec soi.»
Siamo oramai lontani dal tipo di studente errabondo e povero che ispirò Murger nella «Bohème» e che Étienne Eggis parlando di se stesso ci descrisse in quella strofa deliziosa di spontaneità.
Je n’avais pour tout bien que ma pipe allemande Deux volumes du gran Goethe, un pantalon d’été....
Gli studenti che battono alla porta di questo alberghetto (suonare il campanello quando non si trova nessuno) hanno la loro mamma a casa che li ha provvisti di abiti per il caldo e per il freddo ed essi non devono preoccuparsi altro che di passare le classi. Dinanzi a loro, nell’ampia Parigi, la Parigi vorticosa e turbinosa della riva destra, danzano a frotte le illusioni adescatrici e perfide. Qui, nel quartier latino, si sogna e si ama; ma la lotta per la vita è laggiù che li attende... Essi lo sanno, i giovani, e colgono finchè possono le rose dei vent’anni. Nella cripta del Pantheon dormono i grandi uomini il loro sonno immortale, mentre tutto intorno sorgono queste speranze novelle figgendo gli sguardi nell’avvenire. Forse trovasi fra costoro il grande uomo futuro?....
COLMAR.
Le gazzette di questi giorni annunciarono che in Alsazia si sta in una grande attesa dei prossimi avvenimenti guerreschi e in questa attesa, non priva di serie preoccupazioni, si provvede a mettere al sicuro nell’interno della Germania gli oggetti d’arte, principalmente le celebri tele dei quattrocentisti raccolte nel museo di Colmar.
Colmar, nome grazioso di una piccola città della quale ignoravo completamente l’esistenza fino a quattro anni or sono. Mi trovavo a Strasburgo, ed al pari di ogni straniero che visita la capitale dell’Alsazia, facevo colazione una volta tanto alla casa Kammerzel che si addita come il modello più puro dell’antica architettura tedesca. A rendere più vivo il colore locale sedeva alla mia tavola stessa una brigata di tedeschi autentici, così grossi e tozzi e rumorosi e maleducati che mi sentii subito invasa da quel malessere speciale che devono provare, io penso, i pesci fuor d’acqua e che io avvertii sempre in presenza di questa razza che sento profondamente diversa dalla mia, sopratutto nel suo esemplare ultimo; perchè io giungo, non dico a simpatizzare ma ad accostarmi alla piccola Germania di una volta dalle casuccie di legno sul cui tetto nidificano le cicogne e nell’interno si conduceva una vita semplice e parca, tutta intessuta di minute economie borghesi che non impedivano di essere felici perchè i gusti erano primitivi e i cuori contenti. Ma questa generazione venuta su dopo il settanta, imbevuta di orgoglio filosofico e di smania di godere, questi tedeschi tanto lontani dal mugnaio Sans Souci e dalla sua candida fede nella giustizia, queste Gretchen che hanno trovato una soluzione tanto più comoda dell’infanticidio per aggiustare le loro marachelle, questi Faust che non vegliano più fra i dibattiti dell’anima perchè l’anima già da un pezzo l’hanno data al diavolo, questa gente prepotente e volgare, sudicia e boriosa non ha nulla di comune con noi.
Tale convincimento mi venne più forte che mai intorno a quella tavola del Kammerzel, fra quegli uomini sazi di cibo che si scompisciavano dalle risa al racconto di un compagno e le loro donne che si frenavano appena, facendo saltellare sui grossi petti, le grosse catene d’oro, agitando le braccia dense e corte con uno sbatacchiamento di anitra che voglia uscir dal fosso. Ero la sola rappresentante della latinità, taciturna in mezzo a quel rumoroso dilagare di ilarità teutonica, e siccome nessuno della comitiva parlava nè l’italiano nè il francese, mi rivolsi a un cameriere per conoscere il soggetto di tanta allegria. Trattavasi dell’avventura di uno di quei signori che nell’attesa del primo bimbo aveva almanaccato nove mesi colla moglie sul nome da imporgli e quando fu trovato con piena soddisfazione di entrambi nacque una bimba. Come? — esclamai — è tutto qui? — Tutto qui! — mi rispose l’alsaziano con una ironia nell’accento e tale lampo di malizia negli occhi che mi furono chiosa e compenso, e pensai: «Ecco un suddito poco rispettoso della strapotente Germania».
Fu da quel casuale incontro che di parola in parola (non era egli un irredento?) venni a sapere l’esistenza della città di Colmar, del museo d’arte antica e di antiche abitazioni in vecchio stile curiose a vedersi. Non ci volle di più per decidermi nel mio ritorno in Italia a farvi una sosta fra una corsa e l’altra.
Pochi giorni dopo facevo la mia entrata a Colmar, unica viaggiatrice in un modestissimo tram che mi portò attraverso vie monotone e piatte, senza espressione, senza colore, senza vita. Non uno sfondo di verde, non un movimento di acque, nulla, nulla. E neppure una casa antica! Passai bensì dinanzi alla chiesa di S. Martino, ma era in riparazione e cinta di assi che non me la lasciavano vedere.
Questo disinganno della mia prima corsa nell’ignoto dal quale mi ripromettevo le più gradite sorprese mi consigliò meglio a cercare subito il museo che sapevo collocato nell’ex-chiostro degli Underlinden e qui finalmente la mia curiosità fu paga.
Il custode che stava pranzando colla sua famiglia non si scomodò più che tanto al mio apparire. Avendogli detto che non potevo aspettare in causa del treno da riprendere mi accompagnò oltre l’andito e accennando con un gesto cortese: «Quatre pas à peine, la porte de l’église est à gauche, entrez, il n’y a personne.»
Visitare una raccolta d’arte insieme a una persona competente che ne addita e spiega i pregi è senza dubbio piacere più perfetto e lezione più preziosa; ma anche queste visitine di contrabbando fatte senza il Baedeker, senza il cicerone, senza l’amico compiacente, hanno un loro sapore aspretto di frutto acerbo che non è da disprezzarsi e riesce specialmente gradito alle fantasie vagabonde le quali sogliono domandare alle cose, più della forma concreta, l’imprecisione del sogno che da esse si svolge. Così io mi sprofondai subito nel silenzio delizioso del portico che recinge il cortile del chiostro con quelle arcate di un gotico leggero come una trina, con quei pilastri eleganti sotto la frastagliata ombra dei tigli. Io volli cogliere nei cantucci remoti i sospiri delle cento vergini che vi passarono la vita, sospiri di rimpianto e di malinconici ricordi, sospiri eziandio di mistico amore; aneliti di cuor ardenti verso l’inafferabile bene, verso l’amante immortale.
Non è a credere quanto su questa via galoppasse la mia immaginazione fino a vedere materialmente i veli bianchi delle suore apparire e sparire tra gli arabeschi delle magnifiche arcate e le loro voci argentine salire al cielo tra il profumo dei tigli. In buon punto mi sovvenni le parole della guida: «Quatre pas à peine, la porte de l’église est à gauche, entrez, il n’y a personne.»
Nella chiesa, abbastanza vasta, ad una sola navata, le tele dei primitivi sono disposte su panche e cavalletti ricevendo dalle alte finestre una luce grigia uniforme, quasi opaca, che congiunta al silenzio ed alla austerità delle nude pareti dà l’immediata impressione di ciò che è veramente quel singolarissimo museo. Dubito che esista un’altra raccolta di quadri di una ispirazione così uniforme e posta in una più omogenea cornice. È tutta l’arte incerta della fine del Medio Evo che si affaccia da questi dipinti dal disegno infantile, dal colore smorzato, come si temesse di dare troppa gioia all’occhio. Erano tempi, quelli, di macerazione della carne e i corpi appaiono stecchiti, le membra rigide, i volti contratti dallo spasimo. Giovanni Huss non aveva agitato invano sulle turbe spaurite i campanelluzzi della sua follia ascetica, egli che imponeva alle donne di stringersi sul petto una tavoletta di legno per soffocare l’esuberanza che poteva dare scandalo e indurre in tentazione. Il crudele dissidio fra spirito e materia, che tormentò gli uomini durante quei tetri crepuscoli della coscienza, ha lasciato parte delle sue inquietudini su queste tele dolorose, dolore fisico, dolore di anime e non, come nei nostri primitivi, la soavità penetrante di frate Angelico o l’ingenuità sorridente di Giotto, sanno carpire al segreto della bellezza femminile il fascino delle loro madonne.
Nei pittori tedeschi la rozzezza dei tempi è duplicata dalla rozzezza propria alla razza. Sulla pala d’altare di Mattia Grunewald, che rappresenta la deposizione dalla croce, (già posta in salvo fra le migliori opere della raccolta) la più attempata delle tre Marie, quella che sta accanto al feretro dove porranno Gesù, è un tipo così prettamente e volgarmente tedesco che noi potremmo giurare di averla incontrata nel retro fondo di uno dei tanti negozi che il popolo invasore per eccellenza aveva aperti nelle nostre città.
Intanto il pallido raggio di sole che illuminava le finestre era scomparso, un grigiore sempre più malinconico avviluppava tutte quelle imagini del dolore, quei crocifissi, quei martiri, quei santi. Per un improvviso richiamo all’antitesi rammentai la vendita. Doucet che, proprio in quei giorni, metteva a soqquadro Parigi, Doucet, il sarto delle più raffinate eleganze parigine, essendo anche uomo di gusto, aveva per trent’anni della sua vita inseguito con ricerche intelligenti tutto ciò che potè mettere insieme dell’arte del secolo XVIII, che per i soli quadri e statue venne valutata per dieci milioni di franchi; valutata e pagata perchè l’asta raggiunse prezzi favolosi. Ricordo alcune cifre: 360.000 franchi un quadro di Fragonard Sacrificio a Minotauro, uno del genere di Chardin 300.500, il ritratto della moglie di Talleyrand 400.000. Bellissima donna, d’accordo, ma 400.000 lire appese ad un chiodo!....
L’occasione era propizia per alcune riflessioni morali sullo squallido deserto che circondava l’arte che avevo sotto gli occhi e la folla tumultuante a Parigi intorno alle opere grassocce di Chardin e di Fragonard, alle voluttuose eleganze di Latour e della Vigée-Lebrun; ma l’ora incalzava e dovetti pensare al ritorno. Entrava in quel mentre il custode forbendosi la bocca e nell’istante medesimo io rimasi impietrita dinanzi a ciò che, nel fermento delle mie idee sull’arte, mi parve una straordinaria visione. Era un ritratto di donna sospeso fuori della raccolta d’arte antica, in alto, fino a toccare il soffitto, tanto che balzai sopra alcuni gradini posticci che si trovano lì presso per vederlo meglio: — Ma quella è l’imperatrice Eugenia — dissi. Il custode me lo confermò aggiungendo: — È di Wintheralter. —
Due meraviglie: la donna e l’artista. L’imperatrice nel pieno fulgore dell’età, della bellezza, del dominio esce dal quadro viva per opera di un pittore rotto nell’esercizio intelligente dell’arte sua, maestro in tutte le seduzioni della femminilità aristocratica. Il volto di colei che salì al trono in virtù della sua bellezza, somigliantissimo nell’espressione, dolce e severa ad un tempo, corona di luce il busto che la stoffa di colori svariati, vivacissimi eppure armoniosissimi, veste da vera sovrana nella moda di un tempo in cui le donne sapevano vestirsi.
Chiesi al custode come mai quella reliquia di una fortuna trapassata fosse venuta a smarrirsi in un luogo così estraneo alla destinazione che certamente doveva avere; ma egli non lo sapeva. Scrivendo oggi questi ricordi a quattro anni di distanza penso: — Maestà, non voi di sicuro interneranno nelle città della Germania, aspettate. Presto verranno i soldati di Francia a liberarvi e, poichè sono cavalieri, vi perdoneranno. —
Rimanevano da vedersi le cose arcaiche; avevo ancora nella memoria le costruzioni di questo genere ammirate a Bruges e a Gand, la mia curiosità era viva. Vidi la casa Pfister, corretta e regolare nella sua esatta riproduzione delle antiche case tedesche, e il Rathaus e la casa denominata delle teste, con una bella porta; ma più ancora mi piacque quella dei Cavalieri di S. Giovanni che negli eleganti loggiati e nel traforo aereo del parapetto di mezzo ricorda i migliori esempi di certi palazzi veneziani. Bellissimi poi il cortile e il pozzo della tribù dei sarti; principalmente il pozzo che nel disegno ardito, di una signorilità rara in queste regioni, si accosta all’architettura del nostro Rinascimento.
Ma il treno stava per partire. Addio Colmar. Sul punto di accommiatarmi dalla mia guida una profonda scappellata, alla quale la guida risponde con ossequioso rispetto, mi mostra un signore dall’aria distinta, dall’abito mezzo borghese e mezzo prelatizio. — Monsignore — mormora piano la guida — la prima autorità di Colmar! —
Caspita! Salutai anch’io. Che cosa potevo pretendere di più?
1914.
NEL PAESE DI FEDERICA.
Quando all’uscire dalla stazione di Basilea la verde pianura dall’Alsazia si apre ai nostri sguardi, subito l’occhio corre a cercare a sinistra la molle ondulazione dei Vosgi e dall’altra parte, oltre il Reno, che luccica tratto tratto in lontananza, una curiosità alimentata di leggenda e di poesia agreste ci indugia a lungo sulle prime arborescenze della Foresta Nera.
Il treno si avanza fra prati irrigui e campi a coltivo attraversando un paesaggio dai contorni morbidi, un po’ incerto di colore in queste grigie giornate invernali, ma che deve essere in primavera tutto sorriso d’alberi e di erba fiorita, con trilli di allodole nei boschetti che appaiono qua e là a interrompere la monotonia della linea piana.
E via via che si procede Strasburgo sembra venirci incontro col fascino sentimentale delle sue memorie. Non a caso mi esce dalla penna questo aggettivo «sentimentale», perchè le belligere avventure della antica colonia romana conquistata dagli Alemanni e favorita da Carlo Magno, la città prosperosa che accogliendo nel 1500 la Riforma immortalò fra le sue mura i nomi di Giacomo Sturm, l’energico difensore delle libertà protestanti, e di Giovanni Sturm, l’umanista, fino alla guerra angosciosa dei Trent’anni che la fece cadere in vassallaggio dei re di Francia, sono ormai troppo lontane da noi per farci battere il cuore e meglio ci seduce ciò che sappiamo di Strasburgo durante i due secoli precedenti la Rivoluzione per lo sviluppo grandissimo che vi ebbe la sua Università e per i personaggi che la attraversarono, sopra i quali domina sovrano il genio di Goethe.
Esiste ancora quell’albergo dello Spirito dove il giovane studente venuto a Strasburgo per compiervi gli studi di legge discese appena arrivato? Io lo cercai subito e lo trovai lungo la riva dell’Ill; ma l’albergo non c’è più e solo la modesta casa segna in una targhetta il nome dell’illustre ospite. In un’altra contrada, all’antico mercato del pesce, altra targhetta su altra casa. Qui Goethe trovò stabile e piacevole alloggio. Ora vi è aperto un negozio di camicie a un marco e mezzo e di grembiuli a ottantacinque pfennige. Ma la fantasia non si scoraggia.
Nelle belle, ampie, allegre vie di Strasburgo (forse le medesime progettate fin dal tempo di Goethe), sopra gli innumerevoli ponti dove si vedono anche oggi svolazzare i farfalloni neri che adornano il capo di qualche alsaziana fedele alla tradizione, nei cantucci remoti dove le acque gorgoglianti dell’Ill, divise in duplice ramo, formano rinsacchi pittoreschi, presso le vecchie sostruzioni di puro stile tedesco, la casa Kammerzel, il Rabenhof, il Planzbad, l’ombra del grande poeta è con noi e ci tornano insistentemente alla memoria le parole che egli pensava dall’alto della Cattedrale gettando il suo primo sguardo sulla città e sulle amene campagne che la circondano. «Un simile sguardo in un paese a noi perfettamente nuovo e nel quale dobbiamo fermarci per un certo tempo ha qualche cosa di speciale, di misterioso e di piacevole; tutto si presenta ai nostri occhi come una carta bianca sulla quale nulla ancora sta scritto. Questa carta ancora non porta il ricordo di piaceri o di sofferenze; lo spazio vivace e svariato per noi è tuttora muto; amore e passione ancora non hanno segnato questo o quel punto. Eppure il cuore già prova un presentimento di quanto sta per avvenire, una inquietudine si sparge in tutto il nostro essere. Che ci attendano gioie, che ci attendano dolori, essi avranno più o meno il carattere del paese in cui ci troviamo.» Dove eri allora, o Federica?
È con trepido passo che mi accosto io pure alla Cattedrale, trovandola ammirevole nei particolari ma non totalmente soddisfacente nella linea d’insieme, che mi pare manchi di slancio e di eleganza; se pure non si vuole dedurre dalla sua forma il significato mistico di una mano ripiegata coll’indice rivolto al cielo. Salgo i trecento scalini che guidano alla spianata superiore, arrestandomi a decifrare i geroglifici di una pietra fissata nel muro e vi leggo a mezza voce, lentamente, il nome di Goethe con una cotal mia aria melensa propria dei momenti di concentrazione, quand’ecco sbucar fuori un signore lungo e magro, il quale, con cipiglio di pedagogo che sorprende Crapotti o Massinelli in fallo, mi scaraventa contro in una gamma crescente di indignazione: — Goethe?... ma è un poeta! Un grande poeta!!! Un poeta tedesco!!! — Mi sprofondo in ringraziamenti.
I primi mesi trascorsi da Goethe a Strasburgo in piacevoli distrazioni, studi geniali e simpatiche amicizie, ricevettero l’impressione di un avvenimento che mise sottosopra la città e fece interrompere i corsi universitari. Fu il passaggio di Maria Antonietta che si recava a Parigi per sposare il Delfino. Bella, distinta, imponente, graziosa, la giovanissima fidanzata apparve in una carrozza di vetro all’ammirazione del popolo e Goethe che era accorso a visitare il padiglione ove ella veniva accolta doveva provare una dolorosa commozione e un senso di raccapriccio nel vedere che il più splendido arazzo scelto per decorare la sala principale raffigurava la truce istoria di Giasone, Medea e Creusa. «Come! — esclamò ad alta voce senza curarsi dei commenti della folla. — È permesso di presentare alla futura regina, sotto pretesto di festeggiarla, l’esempio del più sciagurato matrimonio che sia mai stato conchiuso?» Per calmarlo i suoi compagni lo assicurarono che non tutti stanno a meditare sul significato dei quadri, che per loro conto non avevano sentito nulla e che certamente nè la popolazione di Strasburgo nè la gaia fidanzata non avrebbero avuto sì bizzarri pensieri.
Il ricordo di Maria Antonietta risorge ancora più che mai romantico e sentimentale dinanzi al palazzo elegantemente barocco che fu la dimora episcopale di quattro cardinali di Rohan poichè l’ultimo di essi, Luigi, preso da folle amore per la sovrana, doveva poi essere travolto nella oscura macchinazione detta della Collana della regina, che gli costò fortuna, onore e vita.
Di un’altra storia d’amore collegata alla storia di Francia, resa popolare da romanzi e da commedie ci risovviene nel coro della chiesa di S. Tommaso, dinanzi al monumento di Maurizio di Sassonia, opera pregevolissima dello scultore Pigalle, il quale ebbe un’idea originale e suggestiva rappresentando il maresciallo che discende intrepido nella tomba di cui la Morte tiene sollevato il coperchio, mentre una donna in lagrime tenta di trattenerlo invano. Questa donna deve rappresentare la Francia, ma è così seducente che il pensiero corre ad Adriana Lecouvreur....
Fra tante memorie della nazione che per due secoli signoreggiò l’Alsazia vien fatto di domandarci: Ma questa Alsazia, infine, è francese o è tedesca? Certo la Francia non è passata invano fra questo popolo; qualche cosa della gentilezza latina vi si è infiltrata plasmando la pesantezza del tipo tedesco in una forma di grazia e di leggiadria che si ritrova dovunque, che dà brio e movimento a tutta la vita della città, collegata forse alle sue origini prime di colonia romana. Tuttavia sui muri delle sue chiese e delle sue case, nelle pagine più ardenti delle sue tradizioni, forse nel segreto della maggior parte dei cuori, l’Alsazia è tedesca. La guerra del settanta ha chiusa la parentesi. I strasburghesi di oggi parlano esclusivamente il tedesco, i nomi delle vie e le insegne dei negozi sono in lingua tedesca; appena qualche albergo e qualche farmacia porta sotto alla scritta tedesca un’umile traduzione francese: Pharmacie de la Vierge — du Cigne — de la Rose.
A questo proposito interrogai molte persone, chiedendo loro se preferivano dirsi francesi o tedeschi. Le risposte furono, a dir vero, ambigue. Temevano di compromettersi? Una vecchia che vendeva spagnolette abbrustolite sulla piazza di S. Tommaso e che per ragioni di età, aveva balbettato le prime parole in francese, mi rispose: Que dojs-je vous dire? On travail’ait avant, on travaille après. Le feci osservare che ella parlava bene il francese: Dame! Quand j’allais à l’ecole on payait un sou d’amende pour chaque mot allemand. Credo che ora avvenga il contrario.
Le statue di Gutenberg, di Kleber, di Goethe, altre ancora, popolano i giardini della città. Io penso a colei che non si vede.
*
Era l’ora del tempo e la dolce stagione quando Wolfango Goethe allegro studente e bellimbusto ebbe il capriccio di travestirsi con poveri panni antiquati per accompagnare un amico in visita presso una simpatica famiglia di campagna, il Pastore della chiesa protestante di Sesenheim che aveva moglie e due figlie. Il travestimento era un po’ la mania del secolo. Io non so se al giorno d’oggi un giovinotto ricco, elegante, colto troverebbe gusto a presentarsi in una casa, prima ridicolmente camuffato con abiti fuori d’uso, poi nelle spoglie domenicali di un garzone d’osteria. Aveva ragione chi disse che i nati dopo la rivoluzione francese non sanno che cosa voglia dire la gioia di vivere.
Questa gioia il futuro autore dell’amarissimo Faust la gustò appieno recandosi da Strasburgo a Drusenheim e di là a Sesenheim, a cavallo, in una giornata splendente di sole, lungo i sentieri che fiancheggiano il Reno, ebbro dei sogni indecisi eppure così dolci di una sana giovinezza.
Trovò una casa decrepita ma pittoresca tanto da ricordargli le tele dei maestri olandesi. «Tutto era silenzio; non vi era anima viva nè nel villaggio nè nel cortile». Solo il Pastore stava nel suo studio e accolse gentilmente i visitatori scusandosi di doverli ricevere in una abitazione prossima alla rovina e mostrò loro i progetti per la fabbrica di una nuova casa. Intanto erano rientrate la madre e la sorella maggiore. — E Federica? Dov’è Federica? — chiesero tutti. — Non datevi pensiero — rispose il padre — ella verrà.
«In questo momento si aprì la porta e comparve la fanciulla. Era come una stella splendente sorta sul cielo della campagna. Le due sorelle vestivano alla tedesca e questo costume andava bene sopratutto a Federica. La sottana era bianca e lasciava scorgere i più graziosi piedini che si possano vedere; il busto era stretto e bianco; nero il grembiule. Camminava con passo leggerissimo come non sentisse il proprio peso, eppure le lunghe treccie bionde che scendevano dalla testa graziosa parevano pesanti per il collo gracile. Aveva gli occhi azzurri, lo sguardo chiaro, il naso piccolo ed alquanto rialzato; muoveva la testa con vivacità come se al mondo non vi fossero nè crucci, nè rammarichi; al suo braccio pendeva il cappello di paglia. Così io ebbi il piacere di vederla al primo momento in tutta la sua grazia e gentilezza.»
Su questa delicata visione che rassomiglia a un pastello dii Greuze, l’amore si iniziò rapidamente. Una passeggiata nel bosco al lume della luna, un incontro fortuito e delizioso sulla collina, tutto lo slancio di due temperamenti sensibili, tutta l’attrazione dell’età e della bellezza compirono l’incanto. Le visite a Sesenheim si moltiplicarono. Goethe potè scrivere ancora:
«Vi sono donne che piacciono sopratutto in una stanza ed altre che suscitano la nostra simpatia fuori di casa, in mezzo alla natura libera. Federica apparteneva a queste ultime. L’essenza del suo carattere, le stesse sue forme parevano sempre più belle quando camminava sopra un alto sentiero; le grazie della sua persona e del suo contegno sembrava allora facessero a gara colla terra coperta di fiori e il suo viso sereno sfidava la limpidezza del cielo. Ma questa piacevole atmosfera di cui era circondata ella la introduceva anche in casa. Il contegno di Federica in società faceva nascere il benessere; simile a un buon genio si portava di qua e di là a mitigare le asprezze, a colmare ogni vuoto, sempre con quel suo passo leggero che pareva volasse. A lato di Federica io mi sentivo infinitamente felice. Ero loquace, brioso, spiritoso, un po’ impertinente. Lo stesso avveniva per Federica: era franca, allegra, espansiva, gentile. Pareva che ambedue non vivessimo che per la società, mentre non vivevamo che l’uno per l’altra.»
Intorno ai due innamorati non vi era ombra di sospetto. Ognuno si fidava alla purezza di sentimento della fanciulla, all’onestà del giovane; e poi non era nelle abitudini del tempo e del paese la sorveglianza di simili cose. I sentieri di Sesenheim, le isolette del Reno, Hagenau, Philippsburg, tutta la bella campagna in giro raccolse l’eco di quella innocente e ardente felicità. Ma fino a quando?
Lo spirito irrequieto e la intelligente curiosità di Goethe che sempre lo spingevano a nuove investigazioni, lo distrassero alla fine dall’idillio amoroso. Altre gite, altri paesi, altre compagnie, studi e piaceri nuovi assorbirono la sua attività. Ascoltiamo ancora una confessione che è preziosa quanto istruttiva: «Mi abbandonai tanto più volentieri a questi divertimenti giacchè la mia passione per Federica cominciava ad inquietarmi. Una passione come questa che nasce e vive senza scopo ben determinato assomiglia ad una bomba lanciata di notte che sale in curva lucente e si confonde quasi colle stelle e pare persino fermarvisi, ma che poi scende e fa strage ove cade. Federica era rimasta la stessa. Non rifletteva o non voleva riflettere al fatto che la sua relazione con me un giorno o l’altro doveva finire.»
Quale indifferenza in queste parole! Il genio freddo e lucido del poeta trova la felice metafora della bomba lanciata in alto che si confonde quasi colle stelle e pare persino fermarvisi, ma poichè cadendo la strage non avviene nel suo cuore, che importa? Indirettamente fa una colpa a Federica di essere tanto costante. Perchè non cambiava anche lei?
«Diradai le mie visite; l’assenza mi fece proprio libero e il mio amore per la cara fanciulla si sviluppò nella conversazione scritta, poichè la nostra corrispondenza non era altro. In tali momenti potevo fare a meno di pensare all’avvenire; l’andamento della mia vita mi distraeva molto rendendomi possibile una attività svariatissima che dedicava il mio interesse a tutte le questioni del momento.»
Eccolo ben lontano da Federica, ed ecco l’ultima scena. Occupatissimo a rifare sul disegno originale il campanile della cattedrale di Strasburgo alla vigilia della partenza definitiva da quella città, si ricorda della fanciulla: «In mezzo a tanto trambusto non potei far a meno di rivedere ancora una volta la mia Federica. Furono giorni penosi. Quando dal cavallo le diedi la mano per l’ultima volta ella aveva le lagrime agli occhi ed anch’io mi sentivo assai male. Tornando verso Drusenheim fui preso da uno dei più strani presentimenti. Non cogli occhi del corpo, ma cogli occhi della mente vidi me stesso — vestito con un abito che non avevo mai portato, di color grigio e oro, a cavallo — venirmi incontro per la medesima strada. Quando mi scossi dal mio stupore la visione era sparita; ma è strano il fatto che dopo nove anni, vestito per caso con un abito grigio e oro, mi trovai su questa via allo scopo di rivedere Federica. Comunque sieno queste ed altre cose simili, fatto sta che quella visione in quel momento contribuì molto a tranquillarmi e a mitigare il dolore di dover abbandonare per sempre la bella Alsazia con tutto ciò che vi avevo acquistato. Uscito dalla confusione della separazione mi trovai abbastanza calmo e feci un viaggio tranquillo ed allegro.»
Davvero non si potrebbe essere più olimpicamente impudenti nella confessione del proprio egoismo. Nel momento in cui ella piange egli vede se stesso e ciò lo consola subito. Quell’abito grigio e oro gli stava bene senza dubbio e gli permette di continuare il viaggio tranquillo non solo ma anche allegro.
Va il poeta incontro ad altri amori e non si chiede neppure un istante in quale stato lascia il cuore della dolce Federica. Lui attende la gloria, lui una vita esuberante, intensa, colma di ogni dono; e quando nove anni dopo (vestito di grigio e oro) la curiosità lo spinge a ripassare pei verdi sentieri alsaziani e a rivedere Federica, egli la ritrova come l’ha lasciata nella vecchia casa cadente, dolce, tenera, rassegnata all’oblio, con qualche piccola ruga forse sotto gli occhi che sapevano il pianto, forse con qualche prematuro capello bianco nelle bionde treccie... Ed è lei che votandosi al celibato pronuncerà senza un rimprovero per colui che l’ha lasciata la frase semplice e sublime: «La fanciulla amata da Goethe non deve darsi a un altro uomo.»
No, nessuno degli amori di Goethe fu circondato da una poesia così pura, nessuna delle donne da lui amate regge al confronto di Federica; e ci prende un malinconico rimpianto nel non ritrovare il suo nome fra le pagine dell’Immortale, mentre la ragazza che gli versava il vino a Francoforte rivive in Margherita e perfino alla placida Carlotta egli eresse un monumento sulla tomba del giovane Werther.
Quante volte mi venne il desiderio, nei pochi giorni di sosta a Strasburgo, di fare una corsa a Sesenheim! Ma perchè sarei andata? Neppure una pietra deve essere rimasta della casa del Pastore già cadente un secolo fa, neppure la memoria del luogo; e non certamente l’albero dove Federica soleva riposare, non sui sentieri gli stessi fiori che ella coglieva percorrendoli col suo passo leggero che sembrava volasse. Altrove, altrove o Federica è la tua memoria! Io la cerco dall’alto della Cattedrale spingendo lo sguardo sulla pianura che dalla molle ondulazione dei Vosgi si stende verso il Reno e si perde all’orizzonte in un velo di nebbia. Più lontano, più lontano ancora, sovra i monti, al di là del fiume, negli spazi sconfinati, dovunque palpiteranno giovani cuori femminilmente amorosi e anime fatte per comprendere la bellezza di un sentimento che tutto si dona senza nulla chiedere in ricambio, là vivrà eternamente Federica.
NELLA VECCHIA STRADA.
Incomincia il nome a indicare che la via è antica; un nome ispirato non a grandi o medi o piccoli uomini come si usa adesso, ma che, tolto dalla posizione stessa della via, ne rievoca la vita primitiva e i confini angusti entro i quali chiudevasi un tempo la città.
Parimenti non appare, la vecchia strada, tagliata dritta con un colpo d’accetta, rigida nella regolarità di misure prestabilite che ne costringano lo sviluppo a guisa di giovane corpo spianato nella guaina di un busto dozzinale; e non è tutta bianca, e non è tutta bella, e non è nemmeno tutta pulita perchè quando il carbonaio scarica la merce dinanzi alla botola del suo stambugio una larga striscia nera rimane per molti giorni sul lastrico. Corrono, è vero, i fili elettrici da una casa all’altra, ma poichè pendono da essi brandelli di carta rossa e celeste noi sappiamo subito che corrono pure i fanciulli traendosi dietro nell’aria le loro comete e cervi volanti, ciò che non potrebbe accadere in una via nuova rispettabile e imponente percorsa da automobili.
La vecchia strada si distende a sghimbescio dietro una vecchia chiesa e un vecchio palazzo che ne occupano buona parte, di fronte a casuccie meschine, a botteghe umili di prima necessità: il fornaio, il macellaio, il fruttaiolo, il ciabattino, il ramaio, il venditore di legna e carbone e l’osteria, si sa, più necessaria di tutte. In un certo punto le casuccie si spingono così innanzi (proprio da gente che non conosce le belle creanze e fa i propri comodi) da toccare quasi il cornicione del palazzo signorile il quale, scuro scuro e sempre chiuso, se pure ha l’aria di tenere il broncio, sopporta tutto senza recriminazioni.
Accanto al palazzo la canonica della chiesa, scura anch’essa in una tinta di rosso bruno, accoglie dietro le sue finestre ornate da qualche vaso di violaciocche le piccole suore di San Vincenzo trotterellanti ogni mattina in cerca di elemosine per i loro poveri. Entrano le piccole suore dal fornaio sollevando il coperchio del paniere dove scompariranno i pani già messi da parte per loro e rinchiudendolo si chinano ad accarezzare i piccoli bimbi, a distribuire santini ai più grandicelli. Il sorriso che rivolgono alla fornaia sembra dire: «La vostra missione è di fare dei figlioli, la nostra è di fare carità». La fornaia sorride essa pure, ma è difficile dire che cosa esprima quel sorriso.
Con maggiore titubanza entrano le piccole suore dal macellaio dove la grossa padrona troneggia dietro il banco, pettoruta, rubiconda, sprizzante salute e ciccia, con due buccole di brillanti appese ai loboli carnosi delle orecchie e due occhi cupidi che si rivolgono continuamente al garzone, bel giovinotto ricciuto e forte nella sua camicia color di rosa affaccendato fra i quarti di bue e di vitello appesi in giro. Tutta quella carne, e l’odore del sangue, e le occhiate della donna, turbano le monachelle. Mettendo nel paniere una viscida milza offerta dal garzone, la più vecchia si avvicina al banco a chiede timidamente:
— Vostro marito va meglio?
— Oh! tossisce sempre. Oramai si sa che è etico. Non c’è rimedio.
Il garzone, battendo col matterello una larga bistecca, ripete: «Non c’è rimedio». Le suore escono ad occhi bassi.
Il ciabattino è scapolo, socialista e superuomo insieme. Rifiuta l’elemosina alle mani morte, taccona le ciabatte con dignità, predica alla sera all’osteria contro i signori e nei giorni di festa vestito egli stesso come un signore, col sigaro in bocca, passeggia su e giù gettando sulla sua bottega chiusa guardataccie che sembrano di sfida.
Placidissimi i fruttaioli, marito e moglie, due colossi biondi ruzzolati giù dalle balze del Canton Ticino, stanno piantati all’imboccatura della strada a guisa di due molossi custodi, indifferenti a tutto ciò che non sia il loro negozio, vendendo caldarrosti l’inverno e ciliegie in primavera col ritornello invariabile che tutto è cresciuto. Alla finestra della loro abitazione pende una gabbia con dentro un merlo. Nei mesi freddi diventa anche polentaio il buon fruttaiolo. A mezzodì in punto (l’ora che fa uscire gli operai dalla fucina) lo si sente gridare sulla soglia della sua bottega: È cotta!
Il ramaio non si vede mai ma si sente sempre. Toc toc toc, le lastre battute risuonano sotto i colpi cadenzati del martello e questo rumore che sarebbe anacronismo altrove compie a perfezione la fisionomia rugosa e passatella della vecchia strada; questo rumore antico, questo rumore che ai nostri padri, nonni e bisnonni cullò i sensi non ancora raffinati nelle piccole città industriose, nei villaggi solatii, mentre le massaie badavano a tener lucidi i bei rami onore e decoro delle loro cucine, questo rumore caro tuttavia a chi non soffre di nervi per la sua gaia forza evocatrice, questo rumore semplice e onesto è come il cuore della vecchia strada. Durante la rigida stagione gli usci e le finestre chiuse ne attutiscono il rimbombo, ma appena il sole scendendo a scacchi dal bruno palazzo aristocratico balza nella via, tutte le imposte si aprono e la musica del rame percosso e ripercosso trionfa di ogni altro rumore.
Fin qui la prima metà della strada; nella seconda le esigenze del progresso hanno fatto abbattere i fabbricati vetusti, poichè i nipoti eredi si credettero in dovere di introdurre un po’ d’ordine, di raddrizzare le linee, di livellare i tetti; così le case da quel lato sono decorosamente moderne e si specchiano con compiacenza nell’ampio fabbricato delle scuole eretto sopra le rovine di un convento. E però questo pezzo di strada vecchia rimesso a nuovo è freddo e senza carattere.
Le arterie della vecchia strada pulsano sempre fra le botteguccie, la canonica e il palazzo. È sotto il panciuto verone di ferro battuto che l’arrotino si ferma una volta la settimana a tendere la sua cote, girando la ruota con un movimento lento della gamba, attento alla chiamata delle donne di tra le persiane semichiuse. Colui che conduce a mano il carretto della terraglia annunciato da uno stridulo suono di tromba non si accontenta di aspettare le donne, le chiama acutamente: Donne! Donne! Passa anche quello che vende pizzi e tendine; passa quello che vende fiori gridando: botanica! Passa quello che vende acciughe, e quello che vende limoni, e il cenciaiolo, e il musicista.
La musica è generalmente rappresentata dall’organetto; organetti scordati da far accapponare la pelle a un sordo; ciò nondimeno i ragazzetti si mettono a ballare in mezzo alla strada, uomo con uomo, molleggiando i ginocchi, i gomiti aperti, ridendo. Fanno pure la loro apparizione i suonatori di chitarra, i canzonettisti napoletani, i ciechi, i pagliacci vestiti di maglia, le scimmie in giubbetto rosso a ricami d’oro e il canto del merlo nella sua gabbia. Alcune volte, di notte, il silenzio altissimo della vecchia strada addormentata viene interrotto da una passata di mandolinisti. È allora tutta una dolcezza di note patetiche che sfiora le finestre facendo sospirare tra il sonno e la veglia qualche fanciulla, qualche sposa desta ancora accanto al marito che dorme.
Tutti coloro che abitano nella vecchia strada o che la frequentano spesso vi si sentono un po’ padroni. Si conoscono da anni, stanno sulle soglie a ciarlare, si lagnano insieme del caldo in luglio e del freddo in gennaio; amano la loro vecchia strada quantunque brutta, si sentono solidali in essa e par loro quasi una patria.
Ma i veri padroni sono i fanciulli. Ve ne è un nugolo. Durante il giorno vanno e vengono dalla scuola confusi coi loro compagni delle altre contrade che quasi non si distinguono. Alla sera invece, quando dalla vecchia strada non passa più nessuno e sicuramente nessun veicolo attenta ai loro giovani giorni, sgusciano fuori da ogni banda rincorrendosi da un capo all’altro con mosse così giulive e snelle, con tanta gioia di vivere che ne infondono anche a chi li sta a riguardare. Si mettono in fila e si saltano l’un l’altro come paracarri; poi fanno la guerra; poi la maratona. Il lastrico della via è ricoperto da disegni cabalistici, i muri soffrono purtroppo lo sfogo di artisti impazienti. A tratti una mamma sbuca fuori improvvisamente a prendere qualcuno per le orecchie; acuti strilli allora fendono l’aria.
Vi sono i belli — e le belle — che fanno pensare: quando sarò grande... Vi sono eziandio i meschinucci che si vorrebbero abbracciare per la compassione dei mali che li aspettano. Un umorista decenne osservando dei fili d’erba fra i tegoli del palazzo esclama: Al vecchio tetto spuntano i capelli! Un tuffolino intanto sfuggito per la prima volta dalle dande arriva tutto barcollante e appoggia contro il portone gentilizio le piccole natiche rosee.
A una data ora i fanciulli si squagliano, la strada rimane deserta, è notte. Il cornicione del palazzo protende la sua ombra bruna nel silenzio; alle finestre delle suore, dietro le violaciocche, il lume è spento da un pezzo; gli altri lumi si spengono a poco a poco; non rimangono che i fanali a lunga distanza punteggianti il velo delle tenebre. Un soffio fresco e molle lambe i muri; sembra il respiro della vecchia strada addormentata. Da un balcone, nella casina del macellaio, una cortina si solleva lentamente....