IMPRESSIONI
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LA COSCIENZA DEL FANCIULLO
Un giorno, sulle rive d’uno dei nostri laghi, lungo la spiaggia incantevole che tutti gli stranieri ammirano quale sintesi della poesia e compendio della bellezza, ascoltavo il dolce e confuso chiacchierio di un bambino nascosto nelle alte erbe che chiamava ad ogni tratto: mamma! mamma! senza che alcuno rispondesse.
Finalmente da un piano superiore dove la madre stava falciando giunse la risposta, dura, aspra, formulata in una sola parola che passò sibilando fra l’ondeggiamento delle alte erbe; ed era, questa risposta della madre al pargoletto, la stessa famosa che diede Cambronne all’esercito nemico...! Ricordo che ne provai acuto dolore, quasi di schiaffo che mi avesse arrossata la guancia. Qualche cosa attraverso l’innocenza di quel bambino era stata brutalmente offesa in me, e proprio ciò che ognuno ha di più sacro: la dignità umana.
Quante volte da allora la molla profonda dell’anima mia scattò e lagrime invisibili mi bruciarono gli occhi davanti allo scempio che giornalmente si fa delle anime tenerelle, questo prezioso deposito che i secoli si trasmettono d’uomo in uomo, che dovrebbe farci tremare di commozione e piegare i ginocchi come dinanzi al più grande miracolo della Divinità.
Pensate a un bambino appena nato, a questo mistero che viene a noi da lontani, ignoti, atavici germi, che passa per un istante nelle nostre mani per poi continuare la sua strada verso un futuro ancora più ignoto, ancora più lontano; anello che ribadito ieri si slancia ad agganciare il domani; parte viva della lunga catena che l’umanità ha trascinato in sua corsa vertiginosa salendo alle vette più eccelse e toccando i più miserevoli abissi. Un bambino ha in sè la grazia ingenua del fiore, la poesia sconfinata dei cieli, il mistero profondo del mare. Non conosco nulla di più bello e di più sacro.
È sopratutto sopra questo secondo aggettivo «sacro» che vorrei arrestare le mie considerazioni, essendo il primo già largamente accettato per consenso quasi unanime. Difatti non sono le carezze, i complimenti, le esterne compiacenze che mancano ai nostri bambini, ai nostri fanciulli.
Nella concezione affatto materialista che si ha ora della felicità tutto ciò che è dote fisica o che può condurre ad una tangibile conquista attrae principalmente l’attenzione e le cure dei genitori; e il florido aspetto, le belle vesti, l’istruzione precoce, i dilettevoli passatempi che ognuno di essi secondo la propria condizione ed anche fuori di essa si sforza di non lesinare li persuade di compiere tutta intera la loro missione verso la prole; ma in grande maggioranza amano i propri figli e non li rispettano.
Non occorre discendere fra la gente rozza e male educata per trovare la conferma di quello che dico. Il motto di Cambronne o qualche altro dei molti equivalenti esce anche da una bocca abituata a parlare elegantemente in società se la persona che la possiede non ha dominio su sè stessa e interrotta nelle sue occupazioni dalla querula voce di un bambino più che alle ragioni di questo ubbidisce allo scatto incomposto dei propri nervi. Amare un fanciullo non basta se si dimentica un solo istante che nelle tenebre della sua coscienza ignara noi rappresentiamo il Faro. Guai se brancicando al buio il fragile l’inesperto schifo vede oscillare la luce che deve essere la sua guida! A ben considerare occorre all’educatore una cosa sola, ma è la più difficile: l’esempio.
Nelle famiglie odierne il fanciullo ode sempre a parlare anzitutto di denaro. Il tale è ricco; oppure non è ricco. Ci vogliono molti denari per vivere bene. Uno è bravo se guadagna molti denari. Le ragazze si maritano se hanno la dote. Nella scelta di una professione bisogna guardare la più lucrosa. Oh! che bella cosa essere ricchi! Oh! se vincessi un terno al lotto! Si tratta di un testamento? Oh! se avesse lasciato a me! C’è una tombola? Tutti prendono un biglietto e per dei mesi non si discorre d’altro. Il denaro! Il denaro! Questo mostro dai mille tentacoli, ignorato dai fanciulli di una volta, afferra i nostri piccini appena abbiano l’uso della ragione e ne piega subito la fresca impressionabilità verso un concetto della vita così volgare che raramente vi trova posto in seguito per agire la molla delle idealità superiori.
Secondo argomento: la maldicenza. Il fanciullo impara presto che l’amicizia è una menzogna, la virtù una ipocrisia, l’idealismo una sciocchezza, i maestri tutti ignoranti, i ministri tutti birboni, le donne tutte civette, gli uomini tutti imbecilli. Prima ancora che egli vi si possa affacciare, lo specchio delle sue illusioni è contaminato. L’ironia precede l’esperienza; lo scetticismo, frutto amaro del dolore, sforza i teneri virgulti e li costringe ad essere nòcciolo secco e cattiva sementa assai prima che essi diventino bòcciolo e fiore. E ciò è male. Tutto nella natura procede a gradi. Noi non siamo diversi in ciò dall’albero e dobbiamo rispettare nelle fibre giovinette la necessaria gioia dell’illusione che solo il vento e le tempeste hanno il crudele diritto di abbattere e di ferire.
La pornografia infine, se non in tutte le famiglie certamente, in molte però anche delle più oneste si introduce col frizzo, coll’aneddoto, coll’allusione. È difficile rinunciare al piacere di far ridere i commensali con un fatterello grassoccio, o di colpire una rivale con una rivelazione scandalosa. Qualche volta non è pornografia proprio, ma è un fattaccio di cronaca cittadina, grossolano, ripugnante, volgare; è un furto, è un omicidio, una vendetta, una crudeltà; oppure è la descrizione minuta di una operazione chirurgica, di un parto... tutte ombre nere che sulla pellicola delicata della coscienza infantile lasciano una macchia.
Si dice: il fanciullo non capisce. E non è vero. Il fanciullo capisce sempre, capisce tutto, qualche volta capisce a rovescio ed è peggio. Se anche non capisce chiaramente il fatto, gli resta indelebile l’impressione che il babbo e la mamma hanno parlato di cose brutte che si sono interessati o hanno riso o hanno confabulato sopra argomenti che gli vogliono nascondere e la fiducia nel babbo e nella mamma se ne va. Il faro invece di dar luce boccheggia sconciamente e fa fumo.
Altra volta il padre o la madre sconcertati e seccati dalla attenzione che leggono nei chiari occhi aperti del fanciullo gli gridano aspramente: «Perchè stai qui ad ascoltare? Vattene!» e il fanciullo se ne va sentendo confusamente il peso di una ingiustizia, poichè chi guarderà, chi ascolterà, da chi dovrà egli imparare se non dal padre e dalla madre?
Il fanciullo è terribile giudice. La sua coscienza pura va diritta al bene ed al male, non conosco mezzi termini nè attenuazioni. Quando un superiore nervoso e stizzoso lo sgrida fortemente per una lieve mancanza egli vede subito il difetto di chi vorrebbe correggerlo, distingue lo sfogo iracondo dalla equa riprovazione, constata la deficenza dell’educatore e diffida. Quando castigato per un atto scomposto o per un impeto di collera vede l’educatore che si atteggia scompostamente e che si abbandona esso pure alla collera le sue nozioni sul bene e sul male, sulla giustizia, sul rispetto, sulla verità si alterano in modo deplorevole. La giovane coscienza si ripiega su sè stessa, si interroga, discute, e fin da allora incominciano quelle deviazioni che più tardi si manifesteranno con grandi falle nel carattere.
Non sono pochi i genitori i quali pensano che il fanciullo abbia solo dei doveri. Il fanciullo ha anche dei diritti; i diritti sacrosanti della sua innocenza, della sua credulità, della sua debolezza. Egli non deve essere in mano nostra la cera molle del nostro capriccio, lo zimbello dei nostri nervi, il bersaglio dei nostri malumori, il balocco che si palleggia, si getta, si alza, si depone colla semplice norma del nostro beneplacito. Noi dobbiamo pensare che i nostri figli ci valuteranno un giorno atto per atto, parola per parola, e ben fortunato fra essi sarà colui che ripassando colla memoria la propria infanzia potrà rivedere la figura del padre in una linea inalterata di dignità e di giustizia, quella della madre in una continua ma illuminata e saggia dedizione d’amore.
Infine — dirà qualcuno — è una costrizione regolare della nostra libertà. Certamente. Noi ci prendiamo pure e spesso con molta leggerezza la libertà di mettere al mondo una creatura. Ora ogni libertà si paga come qualsiasi altra cosa e una persona onesta deve far fronte ai propri impegni. Procreare è di tutti gli animali, educare è dell’uomo, ma non si educa nè si dirige alcuno se non si sa educare e dirigere sè stessi. Il disastroso concetto dell’eguaglianza che il nostro secolo vorrebbe applicare a tutta quanta la disuguagliantissima mole delle cose create induce pure nell’errore che si debba parlare ed agire in presenza dei nostri figli nello stesso modo che parliamo ed agiamo coi nostri simili d’età, chiamando ciò schiettezza ed amore del vero; mentre la verità è che la mente del bambino non può giudicare un fatto se non dal suo punto di vista infantile e quindi è necessario preparare i piani a norma della sua visuale mostrandogli solo, come in un cibo ben combinato, ciò che il suo incompleto organismo può assimilare. Questa non è ipocrisia: è rispetto, è dovere.
Il bimbo d’oggi sarà domani cittadino, sarà popolo, sarà folla. Dovrà pur conoscere che la libertà degli uomini non può essere simile alla libertà degli asini i quali sferrano calci nell’aria e chi li piglia son suoi. Anche troppo abbiamo allentato quei freni morali che soli traendo l’umanità dalle selvaggie forme primitive l’avevano condotta ai più alti fastigi della gloria e del progresso. Inebbriati dalle nostre vittorie credemmo di poter fare getto del bagaglio importuno dei nostri doveri, ma le crudeli esperienze dovrebbero oramai averci aperto gli occhi. Il dovere, o l’obbligo, o la legge, comunque a seconda dei casi si chiami il concetto fondamentale dell’ordine, è la ragione prima dell’essere e della vita.
Che ne sarebbe del mondo se una sola volta il sole mancasse di ubbidire al supremo potere che gli impone di versarci tutti i giorni il suo calore e la sua luce? E noi che rappresentiamo verso i nostri bambini la parte gloriosa del faro e del sole teniamo a mente che essi devono imparare da noi, non dalle nostre parole, ma dalla nostra condotta, la dura disciplina di sè stessi, altrimenti ne faremo degli impulsivi e dei nevrastenici.
Del resto l’uomo orgoglioso di un successo oratorio o di quello di un romanzo, la signora che si pavoneggia sotto lo sfolgorio dei brillanti appesi alle sue orecchie, perchè non dovrebbero sentirsi molto più fieri di un bel gesto tracciato dinanzi ai loro figli? Non effimero, non vano nella superficialità di un trionfo momentaneo, sarebbe questo un successo vero e profondo che andrebbe a perpetuarsi come di onda in onda una fresca linfa giù per i rami novelli. Si ambisce tanto di vedere il nostro nome illustrato nelle colonne di un giornale, si sogna di immortalarlo nel bronzo di una epigrafe e non pensiamo che sta in noi scolpirlo nella carne viva dei nostri discendenti, renderlo immortale nel trionfo di una razza più pura, più nobile, più bella.
L’ereditarietà e l’imitazione sono i due temi che i genitori dovrebbero meditare sopra ogni altro; dunque correggere sè stessi per educare gli altri; presentarsi in forma di esempio il più possibilmente perfetto in vista delle copie che ne verranno fuori. Un genitore irascibile che punisce l’irascibilità del figlio commette una atroce ingiustizia e un delitto di lesa educazione. Egli dovrebbe prima castigare sè stesso e poi dire al figlio: Vediamo chi di noi due vincerà meglio il nostro difetto. E ad ogni sforzo da lui fatto per dominarsi risponderà allora un risultato educativo veramente efficace. Solo a questo modo si può agire direttamente sulla coscienza del fanciullo e se non si risveglia la sua coscienza ogni altra opera è vana.
Sono quasi diciassette secoli che un grande conoscitore degli uomini lasciò scritto: «A quell’età (era fanciullo) mi dilettavo di giuocare e ciò castigavasi in me da coloro che facevano lo stesso; ma le leggerezze degli uomini vengono chiamate negozi e quelle dei fanciulli sono dai medesimi uomini punite. Solitamente chi educa la gioventù non perdona nulla ad essa e tutto a sè». Purtroppo in diciassette secoli non abbiamo cambiato di molto.
Se poi dalla famiglia passiamo alla scuola le osservazioni che si possono fare non sono per nulla consolanti. Il livello morale delle scuole è molto basso, mancando in quasi tutte il soffio ideale, quanto dire il fuoco che trasforma la pasta indigesta del sapere nel pane meraviglioso che nutre l’anima. Diamo pure all’anima quel significato che meglio risponde al nostro sentimento, ma dobbiamo riconoscere che solamente in esso sta riposto il nucleo delle migliori energie nostre.
L’intelligenza che non si appoggia sulla coscienza non arriva mai a grandi risultati e lo scopo principale dell’educazione non è tanto la cultura quanto l’allenamento dato alle giovani sensibilità che si tendono verso il sapere colle loro cento bocche assetate ed affamate.
L’otto luglio 1904 veniva promulgata dal Parlamento una legge sulla morale civile da impartirsi nelle scuole per opera dei maestri e il ministro relatore conchiudeva la sua arringa dicendo che la morale deve vivificare e penetrare ogni atto, ogni sentimento. Benissimo e facilissimo se la morale fosse una derrata ammucchiata nelle aule della scuola e gli scolari altrettanti sacchi da riempire, se l’essenziale nella educazione fosse la dottrina insegnata e non, come à realmente, una fiamma sacra che l’educatore deve agitare con fede e con entusiasmo. Dice Maeterlink ammirevolmente: «Non bisogna che la saggezza abbia una forma; bisogna che la sua bellezza sia così varia come la bellezza della fiamma». È appunto questa fiamma che manca nelle nostre scuole.
Incominciando dai libri di lettura che corrono per le mani dei nostri figlietti, a parte pochissime eccezioni, quale miseria di contenuto educativo! quali fra gli strazi della grammatica e del buon senso errori grossolani di psicologia infantile e di concetto morale! Per commuovere non sanno far altro che mostrare il solito poverello vestito di cenci, per far ridere non trovano che trivialità da Bertoldino e da Cacasenno. Oh! Andersen, quale grande anima aveva il tuo cigno perduto fra gli anitroccoli in confronto a questi piccoli eroi volgari di una età che non comprende più nulla della vera grandezza umana!
Bisogna anche dire che i racconti di Andersen nascevano dalla sua anima profonda per un irresistibile slancio d’amore verso la bellezza e i libri invece che vediamo troppo spesso nelle mani dei nostri fanciulli, furono scritti quasi tutti a scopo di lucro, perchè se un libro scolastico viene approvato l’utile dell’autore è certo. Vi è anzi un modulo speciale per conformarsi al comune livello di mediocrità e tutto fa credere che se un libro come quello di Andersen si permettesse di concorrere per le nostre scuole sarebbe respinto senz’altro.
I maestri? Ma che cosa volete pretendere dai maestri? Chi si è mai sognato di chiedere a un maestro la prova della sua vocazione, della sua moralità, della sua elevatezza? Il maestro è un povero diavolo che fa il maestro come avrebbe fatto il ragioniere o l’impiegato, per mettersi a posto senza grande fatica e assicurarsi un pane per la vecchiaia. Tolta la prospettiva della pensione metà dei concorrenti diserterebbero la cattedra.
E poi non viene anche lui, il maestro, da una famiglia? Se non ha avuto in casa esempi di nobiltà, se non fu cresciuto in una atmosfera sana, se i vizi, le male passioni, l’organismo squilibrato lo avvinsero con una completa indipendenza del suo diploma didattico, come farà a dare agli altri ciò che è sempre mancato a lui stesso? Come potrà educare se non fu educato? È un circolo vizioso che ci riconduce inesorabilmente alla fonte prima di qualsiasi coscienza d’uomo: la famiglia.
Osserviamo di grazia questo fatto, che i nostri fanciulli allevati in un ambiente puro e gentile, quando abbiano presa dimestichezza colla scuola, si trasformano sotto i nostri occhi meravigliati ed inquieti in turbolenti monelli e udiamo dalle loro labbra innocenti parole che ci disgustano e assistiamo ad atti, a gesti, a pensieri che mai avremmo voluto riscontrare in essi. Noi sentiamo allora che una folla di nemici invisibili sta assediando queste nostre creature e stringendocele al seno ci domandiamo con profonda pietà delle vittime quanti colpevoli vi sono fra i padri e fra le madri!
È dunque vano chiedere aiuto alla scuola, poichè la scuola è il lido sul quale si riversa la marea ognor crescente del popolo che travolge insieme pagliuzze d’oro e scorie impure; e non dalla scuola ci è lecito attendere la formazione della coscienza dei nostri figli, bensì noi dobbiamo armarli d’ogni miglior schermo affinchè possano resistere all’onda corrompitrice che nelle scuole dilaga, principio inevitabile e fatale di quella che incontreranno poi nel mondo. Solo quando dalle famiglie più illuminate usciranno uomini puri, avremo la scuola educatrice. Solo allora.
STORTURE, DEVIAZIONI E ATROFIA DEL SENTIMENTO.
Le idee che verrò esponendo in questo articolo mi vennero uno degli scorsi giorni mentre ammiravo dalla Trinità de’ Monti il panorama superbo di Roma ravvolto nel roseo crepuscolo d’autunno. Standomi così a contemplare dietro la cupola di San Pietro fin sul lontano Gianicolo la nobile figura di Garibaldi caracollante in mezzo alle nuvole sul suo destriero di bronzo, mi noiava un qualche cosa di scuro che vedevo colla coda dell’occhio ballonzolare intorno a me ed era il cucciolo bastardo di un mendicante che portava sulle orecchie spelacchiate un cappello di bersagliere.
Anche a non voler accettare la teoria troppo facile di Dumas padre, al quale bastava mettersi alla finestra per trovare il soggetto di un romanzo, è pur vero che talvolta un minimo incidente dà la stura a tutto un ordine di pensieri e di considerazioni. La vista disgustosa di quel cane ornato dell’emblema che è per noi italiani uno dei più cari, e in questo momento sacro, mi ricondusse alla memoria un paio di giarrettiere tricolori che mi erano apparse il giorno prima nella bacheca elegante di un negozio di mode. No veramente, non vi è nulla di sacro per certi sfruttatori, neppure il sentimento augusto della patria.
Mi riconduco qui a un mio tema prediletto nella fede del quale trovo ogni giorno conferma, sia guardando le opere dei nostri grandi, sia inoltrandomi nelle nostre piccole esperienze. Quante volte non abbiamo udito ripetere in questi ultimi tempi fino alla sazietà, fino alla nausea, che non si deve dar retta al sentimento e vediamo invece che in ogni superiorità di uomo, in ogni ascesa di popolo è il sentimento che porta alle vere altezze. Vi è bensì una scuola che sotto pretesto di positivismo ha dichiarato guerra al chiaro di luna, ma il chiaro di luna continuerà a beare le notti quando la scuola sarà morta; esso è tanto positivo quanto una fiamma a gas ed è infinitamente più bello.
Tutto ciò che si è fatto per distruggere il sentimento lo ha schiacciato, deformandolo, come una vesciva vuota sulla quale ogni mano può imprimere una sagoma e del turgido globo che si innalzava prima nell’aria comporre forme di scherno e di pietà. Alla profanazione del sentimento portato a fare da richiamo nei cinematografi con figure di carta che stralunano gli occhi sulle faccie glabre intanto che un cartellone avverte «in preda alla passione ed alla gelosia» sono venute ad aggiungersi da un po’ di tempo in qua le cartoline per bimbi. Non so se qualcuno dei miei lettori le abbia osservate. Per me che ho il culto delle innocenti anime infantili è uno spettacolo che mi fa male. Non bastano più le pecorelle, le galline, il mulino per allettare il fanciullo che vuole anche lui la sua cartolina e si ricorre ad una grottesca trasformazione di quadri celebri. Ecco l’Edera dove un soldino di cacio in brache corte si allaccia freneticamente ad una pupazzetta di quattro anni. Ecco Vertige, la scena d’amore perversa e sottile che i parigini ammirarono in una delle loro esposizioni mondane, ridotta per marionette vive ad esempio anticipato per quando saranno uomini e donne. Ed altri ed altri! È in questi fatti una deformazione assoluta del sentimento educativo.
Nè meno impressionante, senza uscire dall’argomento cartoline che ha preso nella nostra vita una importanza di primo ordine, sono certe scenette che vorrebbero mettere in evidenza l’opera buona delle dame della Croce Rossa. Hanno riunito una dama giovanissima e bella con un giovane e bellissimo soldato, li hanno posti nella attitudine del più dolce «flirt», lei sorreggendogli il braccio ferito (oh! lievemente) lui chinandosi verso la fronte che si offre al bacio in un perfetto idillio, il quale deve muovere a sdegno i veri feriti spasimanti nel loro letto di dolore e le vere donne pietose che li curano con abnegazione completa della loro personalità. Vien voglia di gridare: Scherzate coi fanti e lasciate stare i santi.
Queste confusioni di sacro e di profano, di cose profonde e di superficialità volgari indicano un disorientamento psichico che non è solamente di oggi. Ce lo attesta da oltre un ventennio l’andamento dei processi criminali, la singolare tendenza dei giurati a commuoversi per l’assassinio e la stupefacente complicità del pubblico che lo acclama quando è prosciolto. È il sentimento della compassione che si è traviato per vie oblique allontanandosi dalla giustizia e dalla verità; così un’anfora di vino generoso destinato a scaldare i cuori se viene rovesciata sulla mensa ne imbratta i lini ignobilmente.
Infinite sono le applicazioni che si potrebbero fare alle storture del sentimento nelle sue diverse forme e gradazioni le quali arrivano talvolta all’atrofia. Atrofia del sentimento, della dignità e dell’orgoglio nazionale mi è sempre parsa la supina acquiescienza degli italiani, specie nelle città settentrionali, alla lenta, continua, insistente invasione dello spirito tedesco fra noi. Usi, abitudini, mode, arte, letture, stoviglie e scarpe tutto andava intedescandosi in un modo irritante, cioè irritante per i sentimentali che non sono molti; gli altri accettavano con assoluta indifferenza vestita di una ammirazione che doveva mettere al coperto dai rimorsi. La convinzione che i tedeschi ci fossero superiori deprimeva intanto ogni iniziativa; la lingua tedesca diventava quasi obbligatoria nelle famiglie; si mandavano le fanciulle nei collegi tedeschi per impararla bene. Ma perchè? — io chiedevo sgomenta e non persuasa. — Mi si rispondeva vagamente che era necessario per la loro istruzione. Era pure necessario far venire per i piccoli bambinaie tedesche; i krapfen sostituivano le ciambelle e gli insipidi zwieback i panini freschi. Tutto ciò era ammesso come cosa naturale, inevitabile.
E calavano i tedeschi; calavano a frotte, essi e le loro mercanzie, melliflui, insinuanti, così semplici nelle loro faccione tonde, così innamorati dell’Italia! C’era da tenersene onorati. Ricordo una tedesca di Kiel la quale volendo ad ogni costo conoscere l’Italia mi scrisse se potevo trovarle una famiglia disposta ad alloggiarla, nutrirla e illuminarla dietro il corrispettivo magnifico di farle imparare la lingua tedesca. Soggiungeva queste testuali parole: «Mi adatto a qualunque cosa, dormo in qualsiasi posto, mangio qualsiasi cibo, accetto abitudini, persone, circostanze». C’è in tale dichiarazione uno scorcio perfetto dell’anima tedesca. Conosco qualcuno che l’ha ammirata anche in ciò. A me fece ribrezzo.
Non è uno dei minori difetti della scuola positivista l’osservazione immediata e superficiale che non tiene conto delle molle invisibili e giudica gli uomini al pari di un tavolino il quale consta di un piano, di quattro gambe e qualche volta di un tiretto. Ma il tiretto interno delle anime è chiuso allo sguardo dei mercanti di mobili. Occorre una sensibilità diversa per penetrarne i delicati congegni. È per questo che i grandi avvenimenti della storia, le conquiste della scienza, la riforma dei costumi, prima ancora che appaiono in linee concrete di fatto sono quasi sempre avvertiti da sottili spiriti di poeti, di pensatori. Ogni gloriosa assunzione umana ebbe il suo profeta e il profeta non è altro che un uomo dalla sensibilità sopracuta che sorpassa l’incidente materiale per figgersi nella luce delle verità superiori sulle quali unicamente appoggia il progresso del mondo.
Eccomi un po’ allontanata dal cane col cappello di bersagliere; un poco, non molto, se vogliamo prenderlo come simbolo di ciò che venni esponendo. E neanche parrà troppo lontana dall’argomento la citazione che desidero fare di un sonetto quasi inedito dal quale si vede come il sentimento di un poeta ha saputo precorrere, sotto forma satirica, la repulsione che oramai è divenuta generale per la sopraffazione tedesca. Il poeta è Giovanni Rizzi, trentino, che viveva a Milano quarant’anni fa e del quale forse qualche anima onesta e italiana come la sua si ricorderà ancora:
PARERE A UN EDITORE.
Lo vuol, caro sor Checco, un mio parere? Non si fermi a guardar se è bello o brutto, Il libro non si vende e il suo mestiere È di vendere i libri innanzi tutto. Io conosco un tedesco, un uomo istrutto Naturalmente! — e che fa ’l chincagliere; Lui, se si tratta di farle un piacere, In dieci giorni gliel traduce tutto. Lei fa scrivere intanto da Berlino (E quel che scrive è ’l chincaglier, s’intende) Che l’opera in Germania fa furore. Il libro allor comincia a far cammino, Non si legge, lo ammetto, ma si vende Che è appunto quel che preme a un editore.
CONFORTI.
Condivido pienamente l’opinione di coloro che ascrivono tra le più delicate soddisfazioni concesse all’uomo quella di poter alleviare le sofferenze degli altri uomini. È un privilegio quasi divino poichè se ne adorna la corona della Vergine: Consolatrice degli afflitti. Benissimo. Ma come si fa a consolare? a consolare veramente, in modo che l’afflitto ne provi un reale sollievo?
Col denaro si fa molto, si fa per modo di dire in grande e in visibile. Ai tempi nostri la forma di consolazione che si chiama beneficenza ha invaso il mondo, ma non è di ciò che intendo parlare.
Oltre che l’aiuto materiale non è alla portata di tutti, ci deve pur essere nelle risorse spirituali dell’uomo una sorgente di balsami segreti per le ulceri del fratello. Nell’ora suprema del dolore, quando le forze esterne si prodigano invano intorno a noi, non può forse chinarsi un’anima verso la nostra anima ansiosa, sulla nostra carne dolorante, a versarvi un prodigioso nettare d’oblio o la sacra esaltazione che spezzando le sue catene in un rapido volo d’aquila ci ponga dinanzi all’infinito?
Io ho cercato, oh quanto! la parola alta, la parola buona, che rispondesse a tale bisogno e confesso di non averla trovata. Ma poichè avviene di tutte le cose come di un quadro, che a ben giudicarlo occorre mettersi nel punto di vista opportuno, Dio stesso si è incaricato questa volta di portarmi tanto vicina al dolore, che sarà tutta colpa mia se perdo l’occasione di raccogliere documenti in proposito e se la lezione sarà di qualche profitto a me o ad altri non mi voglio dolere di averla pagata troppo cara.
Già nell’epistolario di Giuseppe Verdi avevo letto che il grand’uomo si irritava moltissimo tutte le volte che in occasione di sventura un amico gli diceva: coraggio!
È veramente questa la parola preferita a un certo grado di coltura. La visitatrice intellettuale entra nella camera dell’infermo (prendiamo questo esempio dell’infermo che è di una così dolorosa attualità) franca e spigliata; gode per suo conto ottima salute, ha compiuto allora la quotidiana passeggiata igienica che le ha disposto magnificamente lo stomaco alla colazione; tutte le sue energie vibrano e palpitano come una muta di levrieri tenuta al guinzaglio. «Dunque soffrite? molto? molto? Oh, ma passerà. Bisogna reagire contro il male, non farsene schiavi. Perchè non uscite? Come? Non potete? Oh, ma si può sempre quello che si vuole. Su, su, coraggio!» Pronuncia l’ultima parola ritta sulla soglia dell’uscio, con un movimento altero del capo che fa somigliare l’asprit del suo cappello al pennacchio di un condottiero in marcia.
Coraggio! È come se uno aprisse un pacco di banconote sotto gli occhi di un poverello gridando: banconote, banconote! E poi chiudesse il pacco e se lo mettesse in tasca. Felice dono il coraggio, ma bisogna darlo, non dirlo.
C’è la donnina semplice, piena di cuore e di buone intenzioni, colei che sarebbe capace di addossarsi un po’ del vostro male se potesse. Ella ascolta la narrazione delle vostre sofferenze colla attitudine inquieta di un topolino costretto a passare da una fessura troppo stretta. Corre di qua e di là il topolino, corrono di qua e di là gli occhietti teneri e commossi in cerca della parola che dovrebbe essere all’infermo pari al sesamo apriti della grotta meravigliosa e finalmente, umile, stretta nelle spalle, mormora «Un po’ sarà questo tempo....» — Voi scattate: ma se sono giornate che non potrebbero essere più belle! — L’ultimo filo di voce della donnina conclude: «Già... anche il troppo bello... qualche volta....».
Ecco un’altra visitatrice, la visitatrice professionale che gira tutto il giorno da un ospedale all’altro e che si è fatta una specialità del genere. Il suo modo di consolare è questo: «Eh! di che cosa vi lagnate? Voi soffrite? Ma chi non soffre a questo mondo? E che è mai il vostro male di fronte a tanti disgraziati che si trovano negli ospedali? Vederli, gli ospedali, quante miserie, quanti dolori ben peggio dei vostri! Torno ora dal letto di un povero soldato al quale gli obici tedeschi hanno sfracellato le due gambe e tagliuzzata la faccia in modo che ciò che rimane sembra un mostruoso arabesco. Quelle sono miserie!». La voce della consolatrice si fa aspra, quasi volesse rimproverare all’infermo di non soffrire abbastanza, mentre egli, con quel po’ po’ di quadro che gli ha messo sotto gli occhi sente ora, oltre ai propri spasimi, le gambe che gli dolgono e un molesto verzicare di sensazioni nuove sulla pelle della faccia.
Ma chi è quella bofficciona dalle vesti di prefica? Al posto degli occhi ha due puntolini da capocchia di spillo che al pari di capocchia luccicano e brillano e par che ridano, ma afflitti nell’angolo da una lagrima perenne non lasciano mai sicuri se ella pianga o se rida. La sua compassione è elegiaca: «Oh, poveretto, oh, poveretto, quanto mi duole vederla soffrire! Potessi prendermi io un po’ del suo male lo farei volentieri, creda! Ma io non posso nulla, nessuno può nulla, Dio solo è il padrone, Lui sa quello che si fa e le vuol bene. Questa malattia ne è una prova perchè la mette in grado di farsi dei meriti, di salvarsi l’anima. Pensi all’anima, all’anima! Tutto il resto è nulla.»
L’ammalato è rispettosissimo di tutte le cose che concernono l’anima, ma i suoi nervi spasimano sotto le sofferenze e non si persuade che quello sia proprio un vantaggio per lui.
Gli uomini in genere sono cattivi consolatori. Più delle donne hanno paura del male e sfuggono ogni aspetto del dolore; la loro schiettezza un po’ rude li rende inabili alla menzogna pietosa. È ancora alle donne che bisogna ricorrere per trovare il conforto fatto istituzione. Le suore che si sono votate al pio ministero di vegliare gli ammalati per una ragione superiore a qualsiasi interesse umano, portano in sè un carattere di spiritualità che imprime ad ogni loro gesto una singolare forza di penetrazione. Esse entrano nella camera dell’infermo come un elemento nuovo ed egli sente che tra lui e il mondo e gli eventi quali li aveva considerati fino allora s’è rizzata una visione di incomparabile dolcezza, non più ristretta a facoltà personali, ma rivelata in una luce incorporea di fede.
Le nostre monache sono mal conosciute; si hanno notizie superficiali sui conventi e sulla vita che vi si conduce; la psicologia di queste giovani donne che hanno rinunciato a tutte le gioie dell’esistenza sfugge all’affrettata analisi moderna. Si propende a vedere in esse delle vittime o delle inconsapevoli, ma a conoscerle da vicino si va incontro a qualche sorpresa. La Monaca di Cracovia e la Signora di Monza avevano gettato un’ombra sinistra sulle antiche mura conventuali, ma la carità illuminata del secolo ventesimo spalancò le porte dei misteri paurosi. Ora le suore della carità si muovono libere in qualsiasi tempo. Fra le penombre di queste nostre fosche sere si vedono rasente i muri impavide e sole recarsi dai loro ammalati; nell’alba livida il loro bianco soggolo sfiora sui crocivii le piume fantastiche dell’avventuriera che esce dai ritrovi notturni.
Non ignorano il male le piccole suore che disprezzando l’amore degli uomini a venticinque anni hanno già chiuso la loro vita in Dio. Io chiesi: «In queste vostre uscite non vi assalgono mai le tentazioni?». «Oh, certo, (rispose per tutte una fanciulla dai grandi occhi ridenti) il diavolo fa il suo mestiere. Ma noi non lo temiamo più». «Siete giovani (incalzai) molte di voi sono belle, ve lo devono dire».
«Oh, se lo dicono!! Dicono anche che il Signore pare faccia apposta a chiamare a sè le più belle. Oh, è ben naturale!! (Nei grandi occhi si accese una luce di astro). Deve forse scegliere le brutte Lui che è il Signore?».
Ebbene non è magnifico questo volontario e gaio e conscio olocausto dei due maggiori doni che allietino una vita di donna? Non vi è in esso il segreto del balsamo che queste donne versano al capezzale dell’infermo? Anche lo scettico quando la mano lieve della suora tesse intorno alle sue sofferenze una ininterrotta catena di bontà non chiede il nome di questa forza che egli ignora, ma la accetta benedicendola.
Ed è singolare la facoltà di trasformazione che attende in queste giovani reclute del bene sempre nuove conquiste. Esse erano tutte prese dalle cure dei loro ammalati, il tempo mancava per altre occupazioni, ma ecco i bimbi dei profughi irredenti, ecco gli orfani dei soldati morti per la Patria e la casa del silenzio si apre e sotto le volte use ai passi misurati, al parlare sommesso, prorompe una schiera di bambine seminude affamate; hanno due, tre, quattro anni, non conoscono altra parola che mamma, molte di esse non camminano ancora, non sanno spiegarsi e quando vogliono qualche cosa piangono. Tutte le abitudini delle suore sono sconvolte; le anziane fra esse non ricordano di aver mai preso in braccio un bambino; le novizie guardano a quella vita nuova apportatrice di gioie alle quali esse hanno rinunciato per sempre. In pochi giorni il convento è trasformato; la regola cede alla necessità; le piccoline che non sanno ancora obbedire comandano. Le suore turbate, commosse, gareggiano nel fare ognuna qualche cosa per le ospiti improvvisate. All’ora del pranzo, senza aspettare nessun invito, guidate dall’istinto si avviano in cucina; la suora che sta ai fornelli se le trova avvinghiate alla sottana; una è riuscita a mettersele in collo, un’altra dà la scalata alle sue braccia. — Oh suor Cesarina, come può muoversi con quel grappolo di testine intorno? —
Suor Cesarina, confusa, sorridente, graziosamente impacciata, risponde; — Ma se non vogliono lasciarmi! —
Il sentimento della maternità sbocciato e maturato in un attimo nel cuore delle pie vergini suggerisce a ciascuna un gesto di affetto. Improvvisamente le piccole tiranne gridano: — Vogliamo andare dalla Madre Superiora! — E s’avviano tutte insieme, lungo il corridoio, incespicando ad ogni passo, appoggiandosi colle manine al muro. Sembrano una lunga teoria di formichette. Ma una cade, piange, ed è uno scompiglio generale. Le suore accorrono; oramai non fanno più altro; le piccoline hanno conquistato il convento; sono esse le padrone. E anche questa trasformazione dell’ascetismo in maternità è così femminile come il riconoscimento della propria bellezza offerta con gioia a Dio. Servite il Signore in letizia.
Il dolore, specie il dolore fisico, non si attenua con nessuna parola, anzi le parole come abbiamo visto guastano sovente l’intenzione irritando l’ammalato.
Oh! volto penetrato di vera compassione che tacito ti chini sui sofferente, oh! mano che stringe la sua colla intensità ardente di una trasfusione di sangue, oh! sguardo, finestra dell’anima che tutto dice e tutto dà, voi siete i consolatori! Poichè amare ed essere amato è la maggiore delle felicità la sventura serve a rivelarci chi ci ama davvero.
Vi sono poi i datori di felicità universale, le grandi anime dei pensatori e dei poeti aperte a tutti come le mistiche piscine che tengono raccolte nelle loro linfe la salute degli uomini. Ringraziamo questi immortali benefattori dell’umanità sofferente. Per essi Giordano Bruno non sente il morso dell’empio rogo che lo circonda, Heine canta nella sua tomba di sepolto vivo e l’ultimo martire dell’italianità tende stoicamente il fiero capo al boia. Non si passa impunemente in mezzo al fuoco. Sfiorando la vita degli eroi, entrando nella mente dei pensatori, qualche fiamma di quell’atmosfera ardente ci investe nelle meschine abitudini della nostra mente, ci scuote e ci sprona anche fra le strette del dolore. Trasportati in un vortice di luce e di purezza noi viviamo per alcuni istanti la vita degli esseri superiori. Sorpassandoci ci dimentichiamo e, fosse pure concentrato in una sola goccia, il balsamo dell’oblìo è pur divina cosa per colui che soffre.
L’AMORE NEI GRANDI UOMINI
Quella che fu legge provvida di natura prima ancora di divenire regola d’arte, l’armonia, dal firmamento immobile ove danzano gli astri alla terra che tutta ribolle del fermento di vita, sospira con uno de’ suoi più supremi aneliti alla fusione dell’essere umano oltre il limitato congiungimento comune a tutto ciò che vive. In altri tempi questa aspirazione si chiamava l’incontro dell’anima gemella.
Io non saprei come chiamarla oggi, e forse non è nemmeno necessario darle un nome, appartenendo essa al nucleo di conquiste che la rozza psiche dei nostri antichissimi padri fece sue attraverso secoli di civiltà sempre più incalzante.
Dalla istintiva concezione amorosa dell’uomo selvaggio che dovette consistere nell’afferrare la donna come una preda, alla sovranità femminile riconosciuta dai cavalieri e dai trovatori fino alle rivendicazioni suffragiste dei nostri giorni, il cammino è lungo e glorioso. Il così detto femminismo anzichè essere quella trovata moderna che appare a tutta prima non è che una tappa nella instancabile evoluzione dello spirito alla ricerca di mete più alte. Non sempre il movimento è progresso, spesso anzi non si fa altro che percorrere il circolo di una palestra scambiandolo per il giro del mondo, ma anche allora la divina legge dell’armonia veglia e aspetta.
Arduo è tuttavia il giudizio quando si vogliono spiegare alla stregua del nostro intendimento certe vie oscure per le quali procedono le forze della natura in urto al concetto che dell’armonia ci siamo formati noi stessi. Ricordo ancora l’accento sdegnoso di un giovane di grande ingegno mentre affermava che ogni persona superiore deve saper scegliere la persona degna del suo amore. Egli aveva dimenticato che i nostri sommi maestri nella scienza delle passioni dipingevano l’Amore cieco.
Tutto ciò è misterioso nella ignota attrazione degli esseri che dopo mille diverse definizioni non ne sappiamo ancora nulla e una grande meraviglia ci coglie ogni volta che assistiamo a squilibrati connubi di persone in assoluto antagonismo di educazione e di istinti. Si è tentato di spiegare ciò dicendo che i contrasti si attirano reciprocamente e che anche questa è una legge di natura. Ma a quale scopo se poi non conduce alla felicità?
A volersi internare in tale soggetto è certo che le vite dei grandi uomini ci offrono larga materia a commenti, incominciando da Socrate che figlio di saggia donna e saggio egli stesso si appaiò tuttavia così male con quella lunatica Xantippe. Perchè? — vorrei domandare al mio giovane amico sdegnoso; ma risponde un antico:
Amor che vien per le più dolci porte Sì chiuso che no ’l vede uom passando Riposa nella mente e là tien corte.
Il sorgere inavvertito dell’amore è detto qui benissimo e soavemente. Con maggior crudezza di espressione si potrebbe aggiungere che in ogni assalto di passione amorosa c’è quasi un processo di tradimento, di colpo dato alle spalle. Nemmeno un eroe potrebbe evitarlo. E quando il dardo è penetrato, quando «riposa nella mente» quale più ampia distesa e feconda di elementi psichici trasformatori della mente di un grande? Pensiamo: Se il ruzzolare di una moneta d’argento suggerisce a Rossini la sinfonia del Guglielmo Tell e il dondolio di una lampada getta nel cervello di Galileo la prima idea del pendolo, sarà tutto un mondo di visioni che sorge nella mente del poeta, dell’artista, del pensatore percorso dal dardo fatale. Basterà a lui una scintilla per farne fuori un astro, un fiore per evocare un giardino; e basterà un profumo, un suono, un colore, una linea per suscitargli la febbre creatrice del bello, nella quale la sua immaginazione ardente verrà poi cristallizzando il sogno generoso della sua anima fatta per le regali prodigalità del delirio.
L’uomo mediocre e bottegaio, avvezzo a misurare i propri slanci nello stesso modo che misura i propri quattrini, si guarderà bene attorno tenendo salda la bilancia del pro e del contro prima di abbandonarsi all’affetto. Ha per questo le maggiori probabilità di fare una buona scelta e la soddisfazione di ritenersi superiore a Socrate. Ma per Dante occorre appena che Beatrice appaia vestita di nobilissimo color sanguigno perchè «nella segretissima camera del core lo Spirito della Vita cominci a tremare fortemente», e la bella contessa Geltrude Cassi non fa altro che passare, florida noncurante e gaia per le sale austere del palazzo Leopardi, ma il pallido giovinetto piangerà per lei le sue lagrime più roventi e dallo spasimo del suo cuore fiorirà una delle più appassionate liriche d’amore che vanti la poesia italiana.
Che dire dell’impressione provata da Edgardo Pöe quando, trovatosi una notte d’estate in cammino verso Boston, scorge attraverso la cancellata di un giardino una donna vestita di bianco che passeggia solitaria? Egli non vede solamente la donna nella sua forma reale come la vedrebbe chiunque altro; egli vede «la luna cadente nel sogno e nel mistero quale fascia diafana di seta e d’argento sui volti aperti e attoniti di mille rose», e vede quelle rose morire «di una morte statica» e da lungi, nel silenzio altissimo, i viali, l’erbe, le acque, le piante «spegnersi a poco a poco nella luce di perla della luna» e solo rimanere l’incantesimo di due pupille levate su di lui «due Veneri in fulgor pria dell’aurora». Preparata così, la visione amorosa deve naturalmente salire a un diapason ove non è più possibile ragionare col criterio comune. Non solo dunque l’uomo superiore può come un altro cadere nell’inganno sentimentale, ma vi è meglio di chiunque altro esposto per le stesse forze della sua immaginazione.
Quanto la tavolozza è più ricca sempre più alta e più vivida sarà la gamma dei colori di cui l’illusione si ammanta. Se non fosse questa supersensibilità dell’uomo di genio il mondo non avrebbe i capolavori che il miraggio prima dell’amore, poi il conseguente disinganno ispirano all’artista, al poeta.
Noi sappiamo che sotto lo spasimo della passione, come Leopardi scrisse le strofe immortali del Primo amore, Donizetti pensò la musica straziante della Favorita, Musset le Notti, Chopin il Preludio in si minore, ed alle vibrazioni che destano in noi queste larghe echi di pianto il nostro cuore balza della ineffabile ebbrezza di sentirsi compreso; perchè anche noi abbiamo amato e abbiamo pianto, anche noi passammo attraverso le ansie di quelle ore che tengono sospeso sulle nostre fronti il brivido della morte. Leggendo i versi di Leopardi e di Musset, ascoltando la musica di Donizetti e di Chopin, l’impressione più immediata è quella di sentire battere vicino a noi l’ala di un’anima sorella. Ma non illudiamoci. È il medesimo effetto di prospettiva che ci fa credere delle nostre stesse proporzioni gli angeli e i santi colossali dipinti sulle vôlte delle basiliche.
Occorrono centinaia di rose per formare una goccia sola della essenza che serve ai Re di Persia e, quando la voce del poeta fruga negli anditi più riposti del nostro cuore spremendone l’intimo pianto, pensiamo che egli dovette piangere cento volte più intensamente per raccogliere da quelle lagrime l’estratto di arte che ha il potere di farci fremere con una nota, con una parola.
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Stabilito questo assioma della singolare sensibilità dell’uomo di genio, che fa di lui un essere esposto a tutte le vibrazioni, non bisogna dimenticare un altro fattore nella accusa fattagli di debolezza amorosa e di mancato discernimento.
Le persone prudenti che portano scarpe di gomma quando piove e un cache-nez quando tira vento prendono probabilmente meno infreddature di colui che si arrischia nell’imperversare della bufera solo per cogliere un effetto di luce o una sensazione di terrore e va ad esporre il capo libero quando infuria il temporale per conoscere direttamente la forza della tempesta. Sono anche, questi prudenti, animuccie parsimoniose che se acconsentono qualche volta a dare vogliono essere ben sicure di ricevere l’equivalente e non si sobbarcano all’alea di una passione, o affetto, o desiderio, o capriccio, senza essere ben sicure che la spesa vale l’acquisto. Hanno paura del dolore, temono il disinganno, e per questo mercanteggiano. Il loro potere amatorio è scarso, scorre appena una sottilissima vena di altruismo nel loro sentimento e vogliono risparmiare, pensano al futuro. Che sarebbe mai di loro se il turbine di una passione infelice entrasse nella composta architettura della loro vita e ne sfiancasse gli argini lasciandoli nudi in mezzo alla rovina?
L’artista invece, il poeta, il pensatore, quello fra gli uomini che più di tutti esercita l’altruismo ininterrotto di comunicare agli altri la fiamma della sua anima, non teme il disinganno, non ha paura del dolore. Poichè l’opera sua attinge continuamente alle fonti stesse del suo essere e sono le sue lagrime che gli forniscono la materia del canto, ed è col suo sangue che compone le occulte verità ignote alle moltitudini; poichè ogni sofferenza umana espressa nella forma della sua arte prima di elettrizzare gli uomini passa nel crogiuolo incandescente del suo cervello, egli apre le braccia alla bellezza, sempre, si chiami essa innocenza o voluttà, ebbrezza o martirio.
La commozione, elemento primo e indispensabile per creare, è talmente congiunta all’intimo istinto di queste creature privilegiate che riesce loro quasi indifferente il soffrire o il godere. Conoscere è ciò che urge alla loro inestinguibile sete. Sono attirate dal vortice della passione come il guerriero dal cozzare delle armi. La vita? La morte? Parole vane. La loro ragione di esistere è una sola: quella di sovrapporre la vita esclusiva del loro pensiero all’ammasso di bisogni e di abitudini che costituiscono la vita normale. Qualcuno che non le capisce le chiama egoiste perchè si trovano ben difficilmente a livello delle preoccupazioni di tutto il mondo e il cittadino che si scalmana per la refezione scolastica, la signora che ha appiccicato i numeri ai biglietti di una fiera di beneficenza guardano con alterezza diffidente l’individuo senza cuore che passa le sue giornate a cercare un vocabolo, una nota, o la combinazione di due colori, digiuno magari, cozzante colla fronte nei pali delle lampade che egli non vede a cagione del sole che brilla nel suo cervello.
Vi è poi nel fatto positivo di una simpatia fra uomo e donna (nostro punto di partenza) quella x incognita che fa sentenziare a Schopenhauer: «Qualunque sieno le smanie sentimentali ogni passione amorosa ha la sua origine nella attrazione dei sessi.» E sta bene. Questo spiegherebbe tutto. Solamente, l’arida soluzione ci lascia insoddisfatti poichè un oscuro legame deve pure esistere fra le vibrazioni sensorie e quelle psichiche, ed è certo che nella visione di una umanità completamente evoluta vagheggiamo questo sogno delle anime grandi congiunte nell’anima sorella.
I pochissimi fra i miei lettori che avranno avuto occasione di vedere nel palazzo Gamba di Ravenna il delizioso ritratto della Guiccioli non dureranno fatica a comprendere il folle amore di Byron per questa leggiadrissima donna; ma se pensano al successore del poeta, al fatuo marchese de Bussy che la Guiccioli si diede per marito dopo la morte dell’immortale amante devono concludere sospirando: «Ah! meritava maggior rispetto il cantore di Parisina!»
Una somigliante impressione di malessere ci resta in seguito alla lettura della vita di Goethe, di questo grande fra i grandi, l’olimpico, il magnifico Goethe, dalla intelligenza chiara e salda come cristallo di roccia, il quale, pare, non avrebbe dovuto far altro che sollevar l’indice per attrarre a sè una ideale donna. Ma il suo sogno d’amore non era così grande come il suo sogno di gloria; egli all’amore non chiese mai più di una morbida e fuggevole carezza. E quando, già avanzato di età, lo vediamo cadere nella seduzione di una fanciulla incontrata per caso lungo la strada e sposarsela diciotto anni dopo averla resa madre, l’aureola di colui che fu chiamato il genio del suo secolo si attenua un poco....
Perchè non seppero fare una scelta più felice delle loro compagne Chateaubriand, Sterne, l’austero Milton, il cavalleresco Azeglio, il nostro venerando Manzoni? E sui profondi dissidî dei coniugi Carlyle chi ci dirà l’ultima parola? E Balzac che attese otto anni l’ineffabile istante di unirsi alla contessa Hanska dalla quale voleva dividersi pochi mesi dopo? E Barbey d’Aurevilly, ingegno così acuto, e Nietzsche dal vasto intelletto, non si ingannarono forse entrambi dolorosissimamente adornando colla loro fervida immaginazione un poetico miraggio di donna che esisteva solo perchè essi l’avevano creata?
Fin qui i poeti e i romanzieri. Ma l’uomo dallo sguardo d’aquila e dalla ferrea volontà, l’uomo che nessuno potrà accusare di sentimentalismo, Napoleone, assai prima che la ragione di Stato gli imponesse il matrimonio di convenienza, non fu tutto preso, lui che doveva conquistare il mondo, da una donna nè molto giovane, nè molto bella, nè molto intelligente, voglio dire la volubile e superficiale Giuseppina?
Per contro prova della cecità amorosa degli uomini grandi riesce interessante uno sguardo dato agli amori delle grandi donne. Anche qui l’esempio incomincia da lontano. Chi era Faone? Altri giovani più avvenenti, più prodi, più saggi, più degni della vibrante anima di Saffo non esistevano in Mitilene? E Collalto Collaltino «il conte crudele» meritava egli l’amore disperato di Gaspara Stampa? Tanto per l’antichità. Ma la donna dal virile ingegno che fu madama di Staël ama l’essere insignificante che fu Narbonne; e madama Rolland dallo spirito così serio lo sciocco e vanesio La Blancherie. Marcellina Desbordes-Valmore, la prima poetessa di Francia, prodiga gli accenti appassionati della sua lira a un cuore che non la comprese e la Sand che conobbe i deliri amorosi di Musset, il biondo ed elegante poeta, si riaccende e scrive lettere infuocate a un oscuro leguleio di provincia, calvo, rachitico, miope, freddoloso, che veste una ridicola palandrana e porta tre o quattro foulards annodati intorno alla testa.
Tutto è mistero nell’amore, profondo, assoluto mistero. L’uomo di genio che scopre nuove forze della natura, che soggioga gli elementi, che crea una bellezza, che tiene nelle sue mani fatidiche l’arcano di mille vite, che pensa, che studia, che combatte, che strappa ogni giorno una vittoria sia alla materia bruta, sia allo spirito superbo, anch’esso, il grande uomo, nulla può contro l’amore.
IL SORRISO DELLA DUSE.
È destino di quasi tutte le persone che escono dalla folla e le si impongono, di restare per la storia immobilizzate nel gesto e nella posa che le rivelò per la prima volta e le rese celebri. Ora, questo gesto e questa posa non rendono mai la psiche intera; anzi molte volte la offuscano nel giudizio dei contemporanei e sempre in quello dei posteri. La coltura scolastica è tutta basata su questo preconcetto, su questa restrizione della psicologia a un simbolo determinato che, se pure è vero, ha il difetto gravissimo di essere unilaterale. Adamo sotto il suo albero, Cleopatra fra la perla e l’aspide, Alessandro colla spada tesa sul nodo gordiano sono disegni primitivi e dei primitivi hanno l’ingenuità e la manchevolezza. Ma noi non possiamo più accontentarci di semplici abbozzi, di un gesto staccato dal movimento generale, di una attitudine occasionale, che non abbia la sua rispondenza vibrante precisa e completa nell’intimo plesso dei nervi!
Così intorno a Eleonora Duse si è venuta formando una leggenda di dolore, che l’ultimo repertorio minaccia di consacrare all’immortalità, rivelando ai futuri nipoti un lato solo della personalità e dell’ingegno della grandissima attrice, la quale è grande appunto per l’estensione della gamma che sa percorrere.
Non si era ancora rivelata al pubblico dell’alta Italia quando io, domandandone a un giornalista di Napoli dove ella incominciava a sollevare rumore, gli chiesi «È bella?» — ed egli mi rispose — «Sì, quantunque la sua bellezza fragile e delicata non sembri di quelle destinate a ricevere risalto dal palcoscenico». Venne a Milano e Leone Fortis scrisse subito dopo la prima recita «Non è bella». Ella stessa poi confessava dolcemente e malinconicamente senza ombra di astio nè di rancore: «Il mio primo successo fu di bruttezza» esagerando per generosità il giudizio che un critico autorevole aveva espresso forse un po’ precipitosamente.
La verità è che Eleonora Duse presentandosi nei drammi lagrimosi, che la tradizione consacra specialmente al trionfo delle prime attrici, dovette rinunciare alla sua più grande bellezza, al raggio incomparabile che le illumina il volto, quando il sorriso tremolando ne’ suoi occhi che sono stelle si arresta sulla sua bocca che è un fiore. Questo sacrificio, una dei più grandi che possa compiere una donna, le ha fruttato la gloria. La Duse apparirà ai posteri col volto disfatto di Odette, di Santuzza, di tutte le creature di passione e di dolore che ella ha incarnate all’alba dei suoi successi; ma se i posteri crederanno ancora al suo ingegno, non crederanno alla sua bellezza, poichè tutte le fotografie, tutti i ritratti contemporanei la rappresentano nell’espressione del dolore; non escluse le fotografie fatte a Parigi che proprio non saprei lodare non esclusa la tela di Lembach ammirata alla terza esposizione d’arte a Venezia. Ebbene, io voglio dire questo per la verità: chi non ha visto la Duse sorridente non conosce la Duse.
La bellezza antica fatta di linee convenzionali, con un substrato di salute e di nervi inattaccabili, armonizzava col dolore antico. Nel saluto di Andromaca noi possiamo immaginare che le lagrime sparse per la partenza dello sposo, sebbene calde e sincere, non offuscassero di troppo gli occhi belli e le guance color di rosa della figlia del re tebano. La compostezza, il ritegno, la rassegnazione dell’animo non permettevano neppure alla fisionomia soverchi cambiamenti. Vediamo Niobe solenne e maestosa nel marmo che ha eternata la sua disperazione e sentiamo che noi, quella disperazione la proveremmo più violenta, più scomposta, più fatale all’estetica, e che le nostre membra e i nostri lineamenti resi convulsi dallo spasimo non potrebbero conservare le linee della bellezza pura, quale la voleva l’arte greca.
E ancora, leggendo certi romanzi d’altri tempi, ci meravigliamo che l’eroina dopo di avere attraversato innumerevoli prove, patito disagi, sofferto la fame, si trovi nel suo pallore più bella di prima; mentre di noi sappiamo benissimo che in circostanze simili non resterebbe che un povero cencio. Egli è che allora le donne erano un po’ nella realtà e molto nella finzione incomparabilmente più floride, più robuste, più resistenti; e quelle prove, quelle privazioni, quegli stenti, che appena le impallidivano senza alterarle, accrescevano l’incanto di una bellezza, alla quale non mancava appunto altro che la commozione.
Policleto, lo scultore che per il primo, dicesi, affrontò la posa sopra una sola gamba rompendo la tradizione arcaica della rigidezza, iniziò, precursore di secoli, il movimento ardito della scultura moderna ricercatrice anzitutto dell’espressione. E colui che seppe iniziare sul palcoscenico la sostituzione degli oggetti reali all’antico cartello che recava la scritta: qui si dovrebbe rompere uno specchio: qui si immagina l’entrata di un cavallo, era pur esso un pioniere del realismo a oltranza che ha bisogno anche in teatro di veri palpiti e di vere lagrime. La Lecouvreur in Francia, mentre trionfava il manierismo barocco, seppe portare sulla scena il fascino di una recitazione naturale e veramente sentita. La seguì la Desclée cogli storici slanci morbosi, ma sinceri, del suo temperamento appassionato. Eleonora Duse le riassume entrambe, più moderna, più vibrante ancora nella evoluzione di una psiche fatta trasparente a furia di sottigliezza.
Come si potrebbe chiedere a queste anime tormentate l’impassibilità estetica di Niobe e di Andromaca? Eleonora Duse quando soffre è livida, quando piange ha gli occhi gonfi, quando si strugge nell’inseguimento di un vano fantasma d’amore ha le guance divise da un solco autentico, profondo, che la invecchia, che la fa sembrare brutta, e tutta la sua persona si accascia, si annienta. La voce sola rimane, voce incomparabile di donna che scompare nell’olocausto alla grande idealità dell’arte.
Poichè dunque le parti dolorose hanno dato la celebrità a Eleonora Duse, e poichè nella sofferenza ella cede la sua porzione di bellezza e in tale attitudine di rinuncia ella fu ritratta e dalla fotografia e dal pennello e gran parte del pubblico la conosce solamente così, io voglio proclamare alta e forte la bellezza del suo sorriso.
È così breve la scena del ritorno dal teatro nel 1º atto di Odette! così breve quella del brindisi nel 1º della Signora delle Camelie, seguite entrambe da scene strazianti che le cancellano dalla mente dello spettatore. Tuttavia quale incanto in quei pochi momenti! Appena le esigenze del dramma concedono alla Duse il possesso naturale della sua personalità, noi vediamo una signora squisita, che sa scherzare e farsi fare la corte e offrire una tazza di thè, e motteggiare e schermirsi con una luce negli occhi e fra le labbra che attira i baci. Chi oserebbe dire che non è bella la Locandiera con quel suo guarnellino rosso fiammante quando declama i versi della Nonna:
Viva Bacco e viva Amore, L’uno e l’altro ci consola; Uno passa per la gola, L’altro va dagli occhi al cuore?
E Pamela, la deliziosa ingenua tanto biricchina? Perchè nessun ritratto la ferma agli sguardi sotto una di cotali spoglie seducenti, mentre il movimento interno della letizia imprime a tutta la sua figurina una giovinezza meravigliosa e pare che attraverso le lagrime sparse da’ suoi begli occhi un ricordo lontano (forse sognato) di illusioni e di follie danzi nell’iride nera delle larghe pupille? Coloro che videro quel sorriso devono provarne la nostalgia; così restano nei recessi più palpitanti della memoria certi incantevoli mattini di primavera tutti trilli di allodole e rosai in fiore.
E perchè Eleonora Duse, non solo ammirata ma amata in tutto il mondo, non si fa ritrarre nella attitudine semplice e piena di franchezza di quando riceve una visita? Perchè non offre alla lente fotografica il suo sguardo incantatore di donna e di veneziana, dove la gaiezza di uno spirito vivace è in continuo contrasto coll’ombra di un pensiero malinconico, ma non tanto da impedire a tratti l’irradiamento di una amabile malizia? Ah! solo il pennello di Leonardo avrebbe potuto ritrarre l’espressione inquietante e indefinibile di una bellezza tutta di luce e di mistero, scura come i canali della sua laguna e al pari di essi punteggiata da raggi d’oro.
IL SENTIMENTO NELLA POESIA di GIOVANNI BERTACCHI.
Ricordo un giorno d’estate, or non sono molti anni; percorrevo la rupestre via che da Campodolcino sale allo Spluga costeggiando il piccolo e ridente Liro tra praterie intense di verde e silenzi lontani di vette, sempre più ripide, confuse nel cielo.
Un uomo camminava dinanzi a me; nero l’abito, lento il passo, il capo chino; la sua persona snella si tagliava netta su l’azzurro dell’aria. Mi parve di riconoscerlo, ma in qual modo richiamare la sua attenzione? Non era abbastanza in confidenza da gridarne il nome nel bel mezzo di una strada, sia pure di campagna. Professore? È certamente il titolo che gli compete, ma mi suonava ostico e goffo là in quel paesaggio di naturali bellezze dove tutto era semplice e schietto. Guardai il cielo, le acque, i monti, l’erba e dissi a voce alta: Poeta! Egli si rivolse. Era lui, Giovanni Bertacchi.
Parecchie volte ebbi in seguito occasione di rivederlo, o nel fido ritrovo in Galleria, o nelle adunanze dove la sua parola alàta suscitava i più caldi entusiasmi. Ricordo il discorso tenuto al Teatro della Scala per la Lega Navale che fu una specie di rivelazione, tanto l’abituale ritrosia del Bertacchi seppe innalzarsi al livello della circostanza nobilissima e mentre il poeta sgranava come da un filo di perle le più lucenti immagini della fantasia, la voce di quell’uomo esile e delicata penetrava senza sbalzi, limpida e ferma in ogni angolo del teatro. Egli fu magnifico di sicurezza nell’accenno alle due sorelle del confine orientale che nutrivano di speranza il loro esilio. Si era ancora lontani dalla guerra coll’Austria, ma il pubblico comprese a volo e un vivacissimo applauso fece battere in quel momento molti cuori.
Giovanni Bertacchi, modesto pioniere che aveva recato sotto la volta del maggior teatro italiano e alla presenza di un Principe di Savoia il voto lunganime della Nazione, mi parve grande.
E sempre, nei discorsi pronunciati poi, nelle conferenze, in certe improvvisazioni piene di sapore e di originalità, l’anima del poeta mi si riconfermava in quel suo mirabile accordo fra la vita reale ed il sogno che fa di lui uno dei poeti meglio equilibrati della nostra letteratura.
Ma se voglio spiegarmi la precisa individualità di Giovanni Bertacchi mi è d’uopo rievocarlo qual io lo vidi in quel giorno di un morente estate sulla via dello Spluga, tra i prati verdi che costeggiano il Liro e le alte montagne piene di silenzio.
Giovanni Bertacchi è il figlio genuino della sua terra. Tutto ciò che raccolsero di calore le zolle soleggiate degli altipiani, tutto ciò che concentrarono in aromi le resine dei boschi, e la trasparenza delle luci e la purezza delle linfe e la sana fecondità dei germi deposti dai secoli sui muschi immacolati, tutte queste forze segrete della natura adunate intorno a un cervello di pensatore, lo plasmarono così libero e sicuro d’onde i canti che egli getta al vento e alle selve, figliazione spontanea di un connubio d’amore fra l’anima e le cose. Egli stesso lo dice. Dai trucioli biondi che il padre sollevava lavorando al torno, dai ceppi di faggio spaccati nel domestico cortile, dalle slitte salienti nella neve o dai faticati cavalli sotto le pesanti diligenze, dai datteri scuri e dalle melarance d’oro che giungevano per l’Epifania al fondaco materno suscitando nella infantile fantasia visioni immaginarie di esotici paesi dai nomi strani.
Tutti gli schemi dei pensier futuri tutti i preludi delle mie canzoni stavano là, stavano là nei buoni giorni immaturi.
E in una sintesi sempre più larga della vita inanimata egli segue le vicende dell’albero che la scure del taglialegna ha intaccato, conta i rami divelti, li segue nel loro destino:
Essi van lungi; e diverran le cose che accompagnano i dì; talami, mense, usci fidati e pie madie odorose. Essi nei popolati ampli quartieri saran domani travature immense, e carene di navi entro i cantieri.
Coloro che conoscono Bertacchi solamente nella sua ultima produzione patriottica hanno bensì una prova del suo ingegno e del suo sentimento, ma non hanno intero nè il suo ingegno nè il suo sentimento. Il grande slancio di redenzione che ha scosso l’Italia negli ultimi due anni chiamò il nostro poeta ad una dichiarazione di fede allargando la cerchia dei suoi estimatori, ma il vero poeta così come nacque, come si formò, come avvenne la cristallizzazione perfetta del suo sogno in una forma d’arte è d’uopo cercarlo nei sei volumi delle sue poesie antecedenti.
Volendo giudicare un poeta non è forse inutile chiedersi: Che cosa egli ama? Che cosa crede? Le letterature di tutti i paesi hanno i loro poeti della fede, del dubbio, della negazione assoluta, hanno i mistici e gli epicurei ed hanno sopratutto disgraziatamente i poeti che nulla avendo da dire si sbizzariscono a mettere insieme ingegnose combinazioni di suoni e di colori che dovrebbero nel loro intento sostituire l’assenza di quel fuoco interno che solo crea la poesia.
Giovanni Bertacchi è panteista. Egli ama la natura, egli crede nella vita. Gli uomini e gli alberi, il pensiero che nasce in un cranio e il filo d’erba che spunta dalla terra lo interessano egualmente, anzi formano ai suoi occhi una verità sola e una sola bellezza. Le acque di un fiume scroscianti dai vergini ghiacciai al mare non lo commuovono meno delle lagrime dei suoi fratelli poichè non esistono divisioni di materia e di spirito dinanzi al concetto di una forza unica che regola tutto il creato e non soverchia un amore in un cuore che tutti li accoglie in sè.
Con un senso più reale della vita egli si accosta alla dolcezza del poverello d’Assisi nella fraternità per tutte le creature, ma non acconsentirebbe a seguirlo nell’ascetismo della rinuncia. Pensa certamente che poichè il divin Creatore dispose che al soddisfacimento di ogni atto necessario alla vita corrispondesse una sensazione di piacere, sia contro natura il rinunciarvi. Deplora la ricerca di alcuni scienziati che vorrebbero ridurre i cibi in pillole e rievoca le bellezze non tutte materiali che accompagnano i variati simposii:
Tovaglie bianche dai riflessi azzurri, negli alberghi dell’Alpi, in riva ai laghi, nelle navi, sui treni, ove più vaghi entran dell’aria i nimbi ed i sussurri. Oh, che musica dolce andrà smarrita se cessi il tintinnio delle stoviglie, che le memorie delle mie famiglie perpetuò nel corso della vita! Chi ci darà le confidenze care dell’amicizia che s’indugia a cena, mentre il vino e l’affetto in calda vena scendono ai cuori, e canta un focolare? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . non sentite il tepor che si sprigiona dalla parola dei conviti umani? Non vedete da torno ai freschi pani, come fida è la vita e come buona? No: non togliete ai nostri di quest’ora che ricongiunge i sogni ed i ricordi; questa tregua che fa lieti e concordi chi viaggia, chi pensa e chi lavora. Oh lasciateci il pane, ove si serba la luce aprica delle messi bionde; lasciateci le carni ove s’infonde l’umor del suolo e la virtù dell’erba.
Umili ispirazioni, dirà qualcuno. È vero. Il pane, il vino, il focolare domestico non escono dalla cerchia delle cose comuni, ma è appunto perchè da questa cerchia dove altri si immiseriscono in un grossolano epicureismo, Bertacchi sa togliersi con un geniale battito d’ali che noi lo amiamo. Egli non è il poeta che scende a trescare col volgo, bensì è colui che accostandosi al volgo lo solleva a sè; l’artefice intelligente che sa trarre dall’argilla forme immortali; il palombaro che si lascia calare in rozze vesti sul fondo del mare per estrarne la perla; è infine il maestro delle anime che seduto al povero banchetto tramuta l’acqua in vino.
Cantore sincero se mai ve ne furono, non rinnega il cielo ristretto dove aperse gli occhi alla luce ed è ammirabile la quantità di luce che intravide in quel piccolo spazio. Il soggetto più pedestre acquista nella sua penna una inaspettata nobiltà tanto più educatrice quanto meno interessata. Noi dobbiamo credergli quando dice che la vita è buona, perchè egli non nacque tra i felici del mondo. Eppure la felicità non gli apparve come una usurpazione fatta da altri uomini. La felicità è uno stato di grazia che difficilmente le circostanze possono alterare; e da quante piccole cose l’uomo possa trarre momenti felici è genialmente adombrato nella poesia Gli elementari, della quale mi piace ricordare le ultime strofe
Udite il suono che vi vien di fuori, ma cercate anche in voi la voce ascosa. Una musica dorme in tutti i cuori, come dorme una voce in ogni cosa. Essa è l’antica, mistica parola che in noi diffonde il mormorio divino. Se pur non veda alcuno in suo cammino, l’anima che l’udì non è più sola. Quando ognuno di voi, nella sperduta solitudine sua l’abbia avvertita, ei sarà l’uomo, egli vedrà compiuta nel giro d’ogni dì tutta la vita.
Dove è racchiuso il nocciuolo di tutta la saggezza umana.
Questo indugiare del Nostro a raccogliere le voci dei diseredati della fortuna lo fecero ascrivere con troppa fretta fra i seguaci di teorie alle quali deve ripugnare il suo spirito contemplativo. A tale sentimento parmi ispirato il Canto solitario e fraterno che incomincia:
Per la canzone antica che il paterno martello in me depose, io le vostre cercai mani callose, figli della fatica.
Ma soggiunge subito dopo per affermare la libertà de’ suoi sogni:
Ma non so qual ventura in cuor mi pose un debito di canto per l’erba e l’acqua che mi passa accanto dal monte alla pianura. Sento i cheti castelli e le traviste beltà sognanti, e i parchi ampi e tranquilli; amo i possenti eroi delle conquiste, e delle antiche avemarie gli squilli.
Ed a quale altezza giunga la visione poetica in questo solitario pensatore è fatto chiaro dall’Io migrante, una delle più belle liriche moderne.
Volendo riassumere la poesia di Giovanni Bertacchi io me la figuro talvolta come un’arpa sospesa ai rami di una selva accarezzata dal vento delle Alpi passata tra aiuole di rose, sposando i suoi dolci accordi al canto dell’allodola e al tintinnio di mandre lontane.
La pace virgiliana dei campi domina come sfondo la sua produzione, ma non esce da tale funzione secondaria e decorativa. Il fattore primo è sempre l’uomo. Non abbiamo qui i paesaggi stilizzati e freddi dei poeti decadenti; cielo, monti, alberi, acque vivono per il Nostro in quanto vive egli stesso, in quanto vive l’uomo e la commozione che egli ritrae da un’alba, da un tramonto, da un giuoco di nubi si collega intimamente alle gioie alle tristezze alle ebbrezze umane. La poesia di Bertacchi è materiata di sangue e di anima, poichè la sua passione dà vita a tutte le cose; egli non aspetta dalle forme esterne lo squillo dell’ispirazione, ma accostandosi a ciò che è semplice forma la riveste della propria visione, vi imprime il suggello della propria individualità.
Oltre al fatto di essere nato in mezzo alla vergine natura e di averne assorbite le intime linfe generatrici, ebbe Bertacchi la fortuna che, se accompagnò nei tempi andati i nostri maggiori poeti, si trova in molta decadenza presso i poeti moderni. Voglio dire che la psiche di Bertacchi vibra tutta d’amore, più vicina che mai alla visione che io ebbi dell’opera sua paragonandola a un’arpa sospesa tra i rami di una selva; percossa dal canto delle allodole, lambita dal profumo dei rosai. Quante volte ricorre la rosa nell’immaginazione del nostro poeta! Nel Sogno sulle Alpi troviamo questo elegiaco lamento al quale faranno eco tutti coloro che amarono
Addio!... Nel malinconico poema della vita questa parola triste cupo un iddio vergò... Sbocciata appena all’anima la rosa ecco è sfiorita che l’anima sognò.
Quanto originale, viva, fresca è l’invocazione A quella che non seppe mai.
Dio dei fati gemelli, o dio che fai coppie di rose, e coppie di destini, molti cuori si passano vicini senza parlarsi o rivelarsi mai! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pur noi vivemmo insieme una gemella ora d’aromi; insieme entro la cheta luce scendemmo come ad una meta comune, o inconsapevole sorella,
Lui, gli aromi, la cheta luce, il rinchiuso amore! La fusione non potrebbe essere più perfetta tra le cose e l’anima come in questi deliziosi versi tutti pervasi di una signorile grazia malinconica. La malinconia, quella stessa che Pindemonte vagheggiava in vesti color di viola, sta in fondo ad ognuna di queste liriche; malinconia ritenuta che non arriva mai alla disperazione, che non s’aggrappa al sarcasmo, che non conclude allo scoramento ed alla negazione, ma che per quel diffuso senso panteistico del poeta che non lo lascia mai solo nel suo dolore, lo accoglie maternamente, quasi lo assorbe in se. Che fare? È la legge della natura. Nascere, fiorire, morire. Il poeta nè se ne meraviglia nè, quasi, se ne accora, perchè la bellezza dell’amore sta appunto nella sua evoluzione
Tutti gli amori sono cinti così d’un’inquieta melanconia: l’ignoto ed il lontano parlano al cuore degli amanti un vago linguaggio di malie; tutti gli amori sono pensosi come cupi enigmi son dolorosi come sacrifici consumati nell’ombra;
È la concezione dell’amore secondo i sentimentali. Essi soli amano dell’amore tutto; ansie, dolori, tristezze, amarezze, lotte, sacrifici. Dove la persona sensuale non vede che un piacere da cogliere, colui che ha vero intendimento d’amore non chiede altro che di amare. Essere amato è certamente nei suoi desideri, ma intorno all’ora suprema, che per altri è lo scopo unico e fuggitivo dell’amore, egli intreccia tutta una fioritura di sensazioni che ve lo iniziano di gran lunga prima che essa scocchi e lo accompagnano ancora quando è trascorsa
Noi viviamo in prima nell’albe incerte dell’idea, salendo al pieno giorno d’un atteso bene, per calare di poi verso i pensosi vesperi del ricordo. Or tu degusti di bacio in bacio, lentamente, i frutti della vita, che un giorno erano fiori nei rimpianti rosai del tuo passato.
Ritroviamo l’immagine del rosaio in quel patetico Canto delle sensazioni perdute dove il poeta rimpiange il profumo della prima rosa, il fresco della prima fronda che gli sbattè sul volto, al mattino, nei boschi e la puntura della prima spina sulla piccola mano.
Ognuna di queste sensazioni egli non le troverà mai più. Nevermore! Lo sconsolato ritornello del corvo di Edgardo Poe. E in Bertacchi, come in Poe, come in tutti i poeti che tuffarono la penna nel proprio sangue prima ancora che nell’inchiostro, noi sentiamo la commozione vera, sentiamo il fratello, cioè l’uomo che ha sofferto come noi, che al pari di noi conobbe l’ora del meraviglioso inganno che ci trasporta, noi minima frazione del gran tutto, al vertice sublime della vita universale dove ogni singolo dolore viene assorbito ad alimento di nuove vite.
Nella Stanza straniera il poeta persegue non per curiosità, ma per la sua propria passione interna gl’incontri del caso
Coppie vaganti, avventurose e meste, circonfuse di colpa e di mistero, due dolcissime cose.
È un brevissimo poemetto questa Stanza Straniera; è meno ancora, è una divagazione di pensiero in pensiero e di luogo in luogo, ma la tenue tela è di una tale freschezza che solo la vince il signorile ritegno della forma.
Un poema compiuto per la mole e per la forma sono le Malie del passato. In queste pagine che appaiono come il diario di un giovane, la musa agreste del Bertacchi congiunta a quel suo profondo sentimento della natura e dell’amore, si fonde in armonia perfetta. Le descrizioni della vita campestre ricorrono sobrie e vivaci; quelle del nascente amore perfette di verità e di grazia. Bertacchi eccelle nell’arte così difficile di parlar d’amore. Si pecca generalmente per i due estremi; o il poeta vuol essere casto e riesce freddo, o vuole colorire e offende il gusto. L’equilibrio nel Nostro è la naturale conseguenza della sua chiara mente latina, del suo organismo sano, della sua squisita sensibilità.
Le pagine dove è descritto il sorgere dell’amore di Furio per la dolcissima Lina, balzano all’occhio colla elegante visione di un ramo di pesco che ricama di fiori rosei la trasparenza argentea di un mattino d’aprile.
La dichiarazione dell’amore, quella dichiarazione sì a lungo desiderata, pensata in tante forme, trattenuta fino all’ultimo istante con sì naturale ritrosia sboccia alla fine con una semplicità la di cui efficacia fa ricordare, sia pure colla dovuta riverenza, esempi maggiori
L’ombra calava, e i due, guidati dall’inconscia forza d’un solo intento, furono vicini quanto bastava, un attimo. Non fu già di parole il rivelarsi loro, ma muto, spento, tutto nel tremante bacio che Furio le stampò sul viso sgomento e bianco...
Angoscioso, solenne come un rintocco funebre, mentre canta nel cuore di Lina qual promessa di nuove gioie il primo bacio, il poeta avverte
... Ecco l’amore, ecco la prova! Dopo questa, nulla di simile, giammai, nulla, per tutta quanta la vita!
Rimane sola abbandonata la fanciulla in mezzo agli oggetti consueti che soli oramai le parleranno del suo sogno svanito, mentre Furio parte incontro alla vita, incontro all’avvenire.
Mi piace chiedere questi modesti appunti sopra una poesia che amo col riprodurre uno scorcio ammirabile, di sei versi appena, che mi sembra un piccolo gioiello
Fummo per poco in un grand’orto in fiore; poi ciascuno tornò l’anima sola riaffacciata alla sua landa brulla. Fummo... Oh certo imparò tutto il dolore chi ne’ suoi giorni udì questa parola, questo tonfo dell’anima nel nulla.
Non saprei dove trovare in altri ridotta al minimo di parole in una forma purissima e cristallina, l’eterna vicenda dell’amore. Fedele alle immagini che gli offre la natura, il poeta rappresenta questo stato d’animo come un grande orto fiorito nel quale i papaveri spiegano al vento le loro tuniche vermiglie, gonfie di passione e i fiordalisi tremuli sui loro steli guardano ansiosi e timidi coi loro occhietti azzurri, mentre i gialli ranuncoli squillano la fanfara della vittoria sul popolo minuto delle erbe senza nome che profumano in silenzio, quasi taciti riti compiuti nell’ombra.
E veramente tutte le illusioni balzano, ondeggiano, profumano nei nostri cuori quando vi nasce l’amore. Un grand’orto in fiore! È così. Stringata in tre brevi parole ma compiutamente intera è l’inevitabile evoluzione: fummo per poco.
E poi quel ritorno di ciascuno alla realtà della propria vita anteriore, alla landa brulla che era prima, che sarà ancora l’esistenza dopo quell’immenso sogno di felicità. Non una parola di più, non una parola di meno. L’epilogo è un tempo di verbo: fummo! ma così preciso, così violento che noi sentiamo l’anima del poeta esulare dal proprio dolore verso i limiti inafferrabili del dolore umano come un vero tonfo nel nulla.