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Profili, impressioni e ricordi

PROFILI (continued 3)

Reading edition

La vita di questa donna rimasta vedova poco più che ventenne, che non ebbe nè amori nè avventure mai, cui l’unica passione furono i due figli, principalmente la figlia, forma un certo contrasto nella galleria di queste Bellezze dove le peccatrici abbondano. È una nota alta e serena, è un esempio confortante che non voglio lasciarmi sfuggire.

Presto un cartoncino, un po’ di gomma, per dare consistenza alla vecchia stampa tanto da poterla mettere nella raccolta. È tardi, quasi mezzanotte; forse fu per troppa fretta o la carta del giornale era fradicia, o la colla cattiva, non so; con terrore mi accorgo che il ritratto si spacca, si scioglie, mi si disfà tra le mani... Marchesa, marchesa, non fuggite! Ah! qual momento. Le nobili fattezze sono scomposte, il naso cade sulla bocca, gli occhi si squagliano, sulla fronte si addensano le rughe... No, no, fermatevi. Rattengo il fiato, ma la mano mi trema, la carta continua ad assottigliarsi. Non è più un ritratto che ho davanti, è una caricatura.

E sono stata io, io, a distruggere una memoria che mi era tanto cara, vecchia come la mia vita, che non potrò rinnovare oh! no, certo. Piena di rimorso e di tristezza mi chino sul misfatto e sotto al povero volto, con uno slancio di contrizione, scrivo:

Marquise Sévigné je vous demande pardon pour avoir gâté (ah! le crime sans nom) votre beau visage! À cette étourdie ne soyez point cruelle: songez, je vous prie, que vous êtes immortelle même défigurée.

Versi sbagliati, pessimi, ridicoli, tutto quello che volete. Ma sfogai così un poco il mio dolore e la bella marchesa dopo secoli di riposo ricevette ancora il suo ultimo madrigale.

MARIA DEI MEDICI UN PERIODO DI ITALIANITÀ IN FRANCIA.

L’italiano che andando a Parigi più delle attrattive rumorose e volgari dei grandi boulevards preferisce la solitudine suggestiva della riva sinistra così piena di memorie, si fermerà con particolare interesse sotto gli alti alberi che circondano il palazzo del Lussemburgo fatto edificare per propria dimora da una principessa italiana, che doveva avere serbato nelle pupille le linee di bellezza della nativa Firenze.

Figlia di quel granduca Francesco Medici che, due mesi dopo la morte della moglie, aveva sposato l’avventuriera Bianca Capello e s’era ritirato con lei in amenissima villa, incurante dei figli, Maria nella sua malinconica giovinezza dovette aver pensato al matrimonio come al solo porto di felicità. Bella e ricca non sembrava difficile cosa; si presentarono infatti diversi partiti, ma o per una ragione o per l’altra caddero tutti. Ella d’altronde s’era fissa in mente di diventare regina di Francia; glielo avevano predetto e ci credeva. Il re di Francia peraltro aveva moglie, ma che cosa può arrestare il destino!

Correvano stretti rapporti di interesse fra le due corti di Francia e di Toscana. I monarchi francesi, collo sperpero delle loro favorite, erano sempre senza denari e i Medici, che, per il traffico degli avi, ne avevano guadagnati tanti acconsentivano ai prestiti i quali non erano allora la facile operazione di banca che vediamo ai nostri giorni. Il trasporto di centomila scudi, a mo’ d’esempio, metteva in moto diciassette carri, cinque compagnie di cavalleria e duecento fanti.

Ora avvenne che essendo morto d’improvviso (si diceva di veleno) il granduca Francesco e il re di Francia chiedeva nuovi denari, il successore nicchiando un poco lasciò comprendere che il re di Francia Enrico IV non avendo avuto figli da Margherita di Valois sua moglie avrebbe fatto bene ad ottenere sotto questo pretesto il divorzio e sposando poi Maria dei Medici rendere più facile l’affare del prestito.

In questo matrimonio Maria fu mercanteggiata come una balla di stoffa fra chi vuole dar meno e chi voleva prendere di più, ma i Medici non erano una razza sentimentale e la zitella si avvicinava alla trentina. Ella non fece nessuna obbiezione a questo sposo di quarantasette anni, divorziato, donnaiolo, un po’ sudicio negli abiti e nella persona. Non diventava regina di Francia? il suo sogno! Bisogna scalare qualche cosa, ai sogni che si realizzano.

Colei che il 13 Ottobre 1600 lasciava Firenze salutata da un popolo in festa e imbarcatasi a Livorno sostava nella paradisiaca conca di Portofino a dare un ultimo sguardo al cielo d’Italia era una donna felice. Che le importava oramai della triste vita passata e delle tragedie della sua famiglia? Aveva vinto. La sua bionda bellezza aureolata dal trionfo risplendeva in una armonica maturanza di carni floride e di nobile incesso, di magnifica salute e di volontà decisa. Nei ritratti che si trovano di lei non appare forse una grande genialità di espressione, ma le linee generali confermano l’appellativo di bella donna che le decretarono i contemporanei e in tutti la vediamo cinta dei pomposi abbigliamenti senza i quali le regine di una volta non si mostravano in pubblico. L’alto collare alla Medici, foggiato con trine che hanno la trasparenza dell’aria, sorge da un corsaletto trapunto di perle dove la stoffa è così lavorata e cincischiata in arricciature, in pieghe, in sboffi, in losanghe, a intarsi d’ogni genere che non rimane di liscio neppure un palmo; l’ermellino regale fa da sfondo e da tutte queste sapienti combinazioni esce l’eburneo collo e il sen di neve che i poeti del tempo faceano a gara a mettere in rima.

Intanto che la principessa fiorentina viaggiava tra feste e tripudii verso la sua nuova dimora (e il viaggio colle necessarie soste durò quasi due mesi), Enrico IV che si era facilmente sbarazzato della moglie ebbe a sostenere ben più aspra lotta colla sua favorita in titolo Gabriella d’Entragues seducentissima dama niente disposta a sostenere la rivalità pericolosa della sposa novella.

La placò finalmente il dono del marchesato di Verneuil coll’annesso castello e centomila scudi. È probabile che tale somma abbia poi figurato nella lista civile fra le spese del matrimonio. Il re, galante deve averla rassicurata anche sul capitolo della sua fedeltà avvenire poichè contemporaneamente al Delfino nacque l’anno appresso il marchese di Verneuil.

Quando Maria dei Medici entrò in Francia l’italianismo era in piena voga. Compagnie italiane recitavano a corte e nei principali teatri di Parigi acclamatissime e desiderate; lo studio della lingua italiana faceva parte di ogni buona educazione; si argomentava nei salotti sul modo perfetto di pronunciare questa o quella parola; si tenevano accademie per discutere i versi dell’Ariosto. Una canzone del tempo terminava con questi versi:

Si vous n’étés Italien Adieu l’espoir de la fortune; Si vous n’étés Italien Vous n’attrapperez jamais rien.

Una persona che contribuì largamente a diffondere in Francia il gusto delle cose italiane fu la celebre fondatrice del salotto azzurro, la bella, saggia e intellettuale marchesa di Rambouillet. Nascendo a Roma dal marchese Nivonne Pisani ambasciatore presso la Santa Sede e da una Savelli del patriziato romano, ella era per metà italiana e fino ai dodici anni visse in Italia. Andata sposa di poi al marchese di Rambouillet incominciò subito quella sua vita di intelligente amore per l’arte e per le opere del pensiero che aiutata da un largo censo le permise di trasformare il suo palazzo in un tempio di bellezza e di armonia. E parlava e leggeva di preferenza libri italiani e faceva recitare in casa sua commedie italiane da attori chiamati espressamente dall’Italia affinchè non andasse smarrita la tradizione del dolce idioma; nè mancavano poeti francesi tanto addentro nella nostra lingua da poter scrivere e poetare in essa. Esempio veramente interessante è il seguente sonetto che Ménage dedicò alla fiorente vecchiaia della marchesa:

LA BELLA ATTEMPATA. «Florida è sempre e fresca e vaga e bella, A nissun’altra, a se medesma eguale: E, quel che strugge ogni cosa mortale, Il tempo, sue bellezze rinnovella. Tal ebbe il crine nell’età novella. Tale la bocca, ebbe la guancia tale: Sporgon gli occhi splendor almo immortale, E men fiammeggia l’amorosa stella. Se quel bel sole col fulgor celeste In su ’l cader più dolce e meno ardente Gli occhi m’abbaglia e mi consuma il core. O fortunati voi, voi che ’l vedeste A mezzogiorno e lucido e cocente Qual fu l’abbaglio e quanto fu l’ardore!»

Il salotto azzurro così chiamata per i ricchi addobbi di velluto azzurro ricamato in argento, prima che da inabili imitatrici degenerasse nelle leziose smancerie che Molière flagellò sotto il titolo di Precieuses ridicules fu un nobile palladio di elevazione nel gusto e nel senso morale. I costumi, sull’esempio della marchesa vi erano onesti e la conversazione castigata; l’amore considerato premio alla virtù e non soddisfacimento materiale dell’istinto, innalzava la donna alla più delicata idealità della sua missione. Questi meriti della Signora di Rambouillet nelle cui vene scorreva tanto sangue italiano sono poco noti a noi italiani e mi piacque insistervi abbinando la considerazione che circondò in Francia questa donna di valore all’altra contemporanea influenza italiana esercitatavi da Maria dei Medici con intelletto forse minore, ma coll’innegabile prestigio di una regina giovane, avvenente e per eredità di famiglia avida di dominazione.

Pare tuttavia che il temperamento di questa Medici non sia sempre stato in proporzione di forza colla tendenza dominatrice perchè lasciò che su di lei prendessero soverchio ascendente un libertino qual era Concino Concini e una intrigante come Eleonora Galigai. Troppo lontano ci porterebbe l’indagare fino a qual punto Concino meritò di essere chiamato il favorito della regina, se fu veramente lei a crearlo maresciallo d’Ancre e lei a fargli sposare la Galigai che era bruttissima per mettersi al riparo della gelosia. La cronaca scandalosa del tempo la accusa anche di tardivi amori col cardinale di Richelieu, ma si può credere alle cronache scandalose? L’ultima parola degli storici più coscienziosi è che Maria dei Medici fu donna onesta e moglie irreprensibile. Possiamo dunque essere sicuri che le seimila messe da lei lasciate a suffragio dell’anima sua saranno state più che sufficienti per assolverla dai peccati veniali.

È giustizia aggiungere all’opera di italianità da lei esercitata a Parigi l’avervi attirato Gian Battista Marino, poeta noto ai nostri giorni solo per le sue immagini strampalate, ma che ebbe allora grandissima voga, che trovò a Parigi colla moda dominante del preziosismo il terreno propizio a’ suoi voli pindarici e fama, onori, ricchezza. Ricordiamo che insieme al salotto della Rambouillet dove l’elevazione dello spirito e delle belle maniere era sorvegliato da una donna di seri intendimenti, fioriva il salotto della Scudery autrice di quella ridicolaggine che era la carta geografica del paese di Tendre sulla quale il perfetto innamorato doveva studiare le strade e i fiumi per giungere attraverso Jolis vers e Billet Galant a ciò che si trova anche senza la carta geografica.

Un tale ambiente era quello che ci voleva per gustare i versi del cavalier Marino:

«Sudate o fuochi a preparar metalli»,

e l’altro:

«Zappo l’onda, aro il sasso e mieto il vento.»

poesia di decadenza, imputabile più che ad un solo uomo alla corrente dissolvitrice di un periodo di transazione.

Naturalmente la musa del cavalier Marino sollevò il turibolo dei suoi incensi alle più ardite iperboli per ingraziarsi sempre più la benevolenza della regina. Migliaia di versi contano le sue bellezze una ad una: gli occhi di luce così possente che: «ammolliscono la durezza degli scogli» il labbro «chiude in poco spazio un paradiso» il seno «valle di gigli ove passeggia aprile» e quando parla del naso dice: «sorge nel mezzo del viso un edificio bianco.»

L’assassinio di Enrico IV compiuto dalla mano di Ravaillac pone fine ai madrigali galanti, ma non rende ingrato il cavalier Marino che alla tragica vedova sua benefattrice dedica ancora in elogi e rimpianti i frutti migliori del suo poetare.

Maria, proclamata reggente fino alla maggiore età del figlio, mostrò avvedutezza e prudenza, quella avvedutezza e quella prudenza che appena sposa seppe spiegare in mezzo agli intrighi dei cortigiani e delle amanti del re, che la sostenne più tardi quando Margherita di Valois (prima moglie divorziata di Enrico IV) tornò a Parigi e le due regine incontrandosi dovevano pur fare à mauvais jeu bon visage, dignitose e corrette per non far ridere la platea.

La nobile condotta della principessa medicea come non l’aveva salvata dalla maldicenza al tempo di Concino Concini, non la risparmiò neppure quando apparve alla corte Armando Duplessis più tardi cardinale di Richelieu che tornava allora dai successi di Roma, giovane, bello elegante e scaltro. La storia però riconduce anche qui ogni fatto al suo posto e se Maria fu allontanata da quello che, per una trentina d’anni, era stato il suo regno non è già perchè Richelieu volesse sbarazzarsi di una donna gelosa, come insinuarono i maligni, ma perchè il nuovo, ambiziosissimo cardinale, avido di dominare da solo l’animo del giovane re, lo persuase con abili raggiri a tenere lontano la madre.

Maria emigrò a Bruxelles poi a Londra, infine a Colonia dove tranquillamente finì i suoi giorni.

I FRATELLI ZUCCARI.

A chi visita diligentemente il Pantheon di Roma non sarà forse sfuggita, a sinistra, poco lungi dalla pietra che ricopre gli avanzi di Raffaello, la tomba di un altro pittore quasi contemporaneo: Taddeo Zuccari, e si sarà forse domandato: Chi era costui? Era infatti, prima che un libro di Corrado Ricci risuscitasse i disegni della Divina Commedia, quasi totalmente dimenticato il nome dei fratelli Zuccari, pittori.

Dice di essi il Vasari nella edizione bolognese del 1681: «Essendo duca di Urbino Francesco Maria, nacque nella terra di Sant’Agnolo in Vado l’anno 1529 adì primo settembre ad Ottaiano Zuccheri pittore un figliuolo maschio al quale pose in nome Taddeo; il qual putto avendo per dieci anni imparato a leggere e scrivere ragionevolmente se lo tirò il padre appresso e gli insegnò alquanto a disegnare. Ma veggendo Ottaiano quel suo figliuolo aver bellissimo ingegno e poter divenire altro uomo nella pittura che a lui non poteva essere, lo mise a stare con Pompeo da Fano, suo amicissimo e pittore ordinario; le opere del quale non piacendo a Taddeo e parimenti i costumi, se ne tornò a Sant’Agnolo.»

Non è questo il principio di una esistenza comune? Tanto comune che Ottaiano la trovò naturalissima, ed avendo abbandonato la momentanea velleità di fare di suo figlio altro uomo che egli non fosse, si oppose con tutte le sue forze quando il fanciullo a quattordici anni dichiarò di volersi recare a Roma per imparare il disegno, come non gli sarebbe mai riuscito standosene a casa, sotto la direzione mediocre del padre, già impacciato di numerosa figliuolanza. La risoluzione di Taddeo era di quelle che non mutano per ostacoli o per controversie, e per quanto il padre negasse il suo consentimento, volle partire e partì.

Arrivando nella grande città, solo, così giovinetto ed inesperto, aveva però in mente di cercare appoggio presso un cugino, pur esso pittore — ed era forse questa anche l’unica speranza e consolazione del padre — ma il parente, niente allettato dalla comparsa del piccolo vagabondo, lo pose senza cerimonia fuori dell’uscio e glielo sbatacchiò in faccia; per cui eccolo veramente solo e veramente abbandonato in quella Roma che egli voleva conquistare.

Questo è certo il periodo più interessante della vita di Taddeo. È in esso che si venne sviluppando la singolare tenacia della sua volontà, la resistenza alla sventura, la fede nel suo ideale, l’austera dignità del carattere. Deciso a non ricorrere al padre, mai, per nessun bisogno, anzi facendogli sapere che stava benissimo, visse randagio, accomodandosi a tutte le privazioni, girando di bottega in bottega a macinar colori per guadagnare da sfamarsi, dormendo sotto i porticati delle chiese, pigionale del lastrico e del cielo.

Credette una volta di potersi mettere a posto presso un Calabrese, possessore di certi cartoni di Raffaello che a Taddeo facevan gola assai; ma anche qui naufragò, prima contro la grettezza del maestro che non gli permetteva nessun lavoro altro che manuale, poi (trascrivo ancora lo stile ingenuo ed efficace del Vasari) «costui, insieme con sua moglie, donna fastidiosa, non pure lo facevano macinar colori giorno e notte, ma lo facevano non ch’altro patire del pane; del quale acciocchè non potesse neanche averne a bastanza, nè a sua posta, lo tenevano in un paniere appiccato al palco, con certi campanelli che ogni poco che il paniere fosse tocco suonavano e facevano la spia.» Di questo Taddeo non si sarebbe doluto, avvezzo a ben altre contrarietà, se gli fosse stato possibile di copiare i vagheggiati cartoni; ma perchè ciò avvenisse in nessun modo, lo mandavano a letto al buio, togliendo l’olio dalla lucerna. Non ancora però cedeva l’ardente smania del giovinetto che, ritto contro la finestra, disegnava sui vetri al lume della luna; così come disegnava durante il giorno con una scheggia di cristallo sulla macina dei colori, come disegnava quasi fino in sogno.

Un aneddoto grazioso a proposito di queste visioni, di questa seconda vita poetica che si soprapponeva alla brutale realtà, lo raccontava e lo illustrò pure più tardi il fratello Federigo. Essendosi un giorno Taddeo, stanco e febbricitante, addormentato sulla sponda di un fiumicello, gli parve di vedere che le pietre e la ghiaia tutto intorno recassero dipinti di Polidoro e di Raffaello. Colpito dalla scoperta di un simile tesoro, anche desto non abbandonò l’illusione e tutto infervorato, caricò più che potè di quelle pietre in un fardello, recandosi col peso di esse fino a casa, dove solo più tardi riconobbe la propria allucinazione.

Dove finiva dunque in lui il senso della realtà e dove cominciava il mondo fantastico? Non aveva egli sempre vissuto più di sogni che di pane? e durante le innumerevoli notti trascorse sotto le stelle, quali fili misteriosi lo avevano allacciato alla comprensione della bellezza invisibile?

Ma nè l’istoriare a lume di luna i vetri della sua cameretta, nè il disegnare a memoria con un scheggia acuminata sulla macina dei colori le opere dei grandi appena intraviste, nè il sognare continuamente di pittura e di pittori portavalo molto innanzi. Egli comprese che bisognava cercare ancora, lottare ancora.

Lasciò l’inospitale casa del Calabrese e tornò all’alloggio dei porticati, alle gradinate dei templi, sotto quel cielo fatale di Roma ricco di splendori e di febbri. Certo la visione poetica doveva essere molto forte in quell’adolescente e tenergli luogo di tutto. Sotto gli archi, presso i ruderi di una grandezza che egli pensava di arricchire di nuova gloria, le memorie della casa paterna, l’affetto della madre, tutto ciò che era tenerezza e mollezza di nido doveva apparirgli come una tentazione da cacciare, il solo vero ostacolo per la realizzazione del suo sogno. Eppure l’ostacolo si impose. Penetrato dalle febbri miasmatiche che il dormire all’aperto gli aveva appiccicato in modo invincibile, sopraffatto dalle fatiche fisiche, dagli stenti, dalla malattia, gli fu triste necessità far ritorno a Sant’Agnolo.

Non ho potuto trovare una data esatta in proposito, ma risulta chiaramente dai fatti che ben poco tempo rimase in famiglia. Appena ristabilito nella salute prese per la seconda volta il suo bastone di pellegrino e si riaffacciò alle porte di Roma, dove lo attirava un fascino misterioso e potente.

Questa volta almeno fu più fortunato. Allogatosi presso un certo Giacomone, libero di molestie materiali, tranquillo, fece in breve tempo rapidissimi progressi. Da questo momento tutta la sua vita cambia; sembra che una fata lo abbia toccato colla magica verga, intanto che delirava per febbre nelle ultime notti trascorse a ciel stellato, e costretta la sventura a partirsi da lui. Fu subito conosciuto ed apprezzato, per modo che quello stesso parente dal quale era stato respinto nei giorni del bisogno venne a lui pieno di cortesia e di promesse, lo indusse a rappatumarsi e s’accordarono per lavorare insieme «avendo Taddeo che era di buona natura tutte le ingiurie dimenticate» conclude lo storico contemporaneo. E — senza nessuna intenzione di menomare la bontà d’animo di Taddeo — si capisce come un uomo preoccupato di alte mire non volesse perdersi in bizze e in puntigli da femminuccia. Questo primo trionfo del fanciullo reietto portava in sè stesso la più nobile e più completa vendetta.

Slegato dal maestro, assunse i freschi per una cappella di Santa Maria a Vitto, oltre Sora, nel principio degli Abruzzi; poi per commissione di un gentiluomo romano, e non senza esitazioni da parte di costui che dubitava per la immatura età del pittore, condusse a termine la facciata di una casa a chiaroscuro, destando la meraviglia degli intelligenti. Aveva allora dieciotto anni. Da quel tempo fino al 1550 continuò a lavorare, non ad opere di grande importanza, ma sempre bene e con profitto.

Intanto papa Giulio III inaugurava il proprio pontificato con un Giubileo e per tale straordinaria ricorrenza vennero dal paesello di Sant’Agnolo a Roma il padre e la madre di Taddeo, conducendo uno dei sette figlioli che eran loro rimasti. Finite poi le feste e la gioia del rivedersi se ne tornarono a casa «lasciando detto putto chiamato Federigo» alla custodia del maggiore fratello e coll’intenzione di fargli imparare belle lettere; intenzione che venne a modificarsi col tempo perchè Taddeo pur non risparmiando gli studii letterarii al giovinetto, si persuase che avesse maggior attitudine al disegno, onde incominciò a farlo addestrare in quest’arte con ben diverso appoggio e fortuna che egli stesso non avesse avuto.

Seguitò poi i lavori nella chiesa di Sant’Ambrogio dei milanesi, a Santa Lucia della Tinta, e finalmente chiamato dal duca Guidobaldo a Urbino vi si recò «lasciando in Roma chi avesse cura di Federico e lo facesse attendere a imparare.»

A Urbino le cose non andarono perfettamente bene, perchè avendo dovuto assentarsi il Duca, diede ordine che l’artista fosse provveduto di quanto occorreva al compimento del lavoro e i suoi incaricati per contro lo lasciarono mancare di ogni cosa, motivo che determinò Taddeo a far ritorno in Roma, dopo aver perduto due anni di tempo e però altro particolare che lumeggia il suo carattere fiero e delicato — trovato il Duca «si scusò destramente senza dar biasimo a nessuno.»

Lungo cammino sarebbe il voler seguire tutte le opere eseguite da Taddeo, e quelle di lui con aggiunta di giovani scolari, e quelle iniziate per aprire la via e dar nome al fratello Federigo; furono tante e così varie che gli emuli e gli invidiosi non gli risparmiarono l’accusa di rapacità, della quale parmi si possa facilmente scagionare riflettendo che egli si era assunta l’educazione di Federigo non solo, ma anche di un altro fratello e che tutta una famiglia bisognosa gli stava alle spalle. Il forte fanciullo che aveva lottato corpo a corpo colla miseria, fatto uomo, non poteva aver scordato i giorni senza pane e le notti senza letto e se, giunto esclusivamente per i suoi meriti ad una posizione invidiata, celebre, adulato, la fortuna non lo accieca, la gloria non lo fa ingrato, la vicinanza dei principi e della reggia non lo rende egoista, ma modesto e perseverante continua a lavorare non più per sè, ma per i suoi, trovo tutto questo logico e conseguente non solo, ma anche bello.

Tuttavia, avendogli il cardinale Alessandro Farnese proposto gli affreschi del palazzo di Caprarola, ivi si ritirò e stette parecchio tempo solitario lavorando attorno a quelle splendide sale della Solitudine e del Sonno, alle quali concorse l’ingegno di Annibal Caro suggerendo allegorie e motti latini.

Ed ecco, vicino alla figura dolcemente austera di Taddeo Zuccari crescere con espansione propria e carattere affatto differente il giovinetto Federigo. A lui la fortuna aveva, fin dagli albori, sorriso. Più bello, di carattere fantasioso, vivace ed anche petulante per insofferenza di freni, lo pungeva vivamente l’emulazione; e per quanto affezionato e devoto al fratello niente altro bramava che uscire dalla sua ombra e fare da sè. L’occasione gli fu porta da Taddeo stesso che gli cedette gli affreschi di una casa in Roma; ma prudente e timoroso guardiano del giovane esordiente lo andava sorvegliando in questo primo lavoro. È naturale che egli sentisse per Federigo una trepida affezione mista di indulgenza paterna e della severità di maestro.

Così però non la intendeva Federigo, smanioso di misurare le proprie forze davanti al pubblico; per cui dopo di avere pazientato un po’ di tempo e sofferto con relativa calma le correzioni ed i ritocchi, un bel giorno ruppe il freno e in un eccesso di rivolta preso il martello ruppe e buttò a terra tutto quanto Taddeo aveva creduto bene di aggiungere al suo lavoro. Per fortuna questa bizza non alterò menomamente l’alleanza dei due fratelli che continuarono a lavorare insieme nel miglior accordo, dividendosi l’opera; Taddeo fece allora il ritratto alla figlia del duca d’Urbino e Federigo accudì ai dipinti nel palazzo d’Aracoeli e nell’appartamento fabbricato da Innocenzo IX; finchè chiamato dal patriarca Grimani a Venezia per finire la cappella di San Francesco della Vigna, vi si fermò a dipingere due affreschi rappresentanti la storia di Lazzaro e la conversione della Maddalena e si sarebbe assunta ben anche la facciata principale della sala del Gran Consiglio, se le gare e le contrarietà sorte fra i pittori veneziani non ne avessero privato e lui ed essi.

Taddeo rimasto solo a Roma e malinconico — che forse gli penetrava nella sensibile anima il vuoto della vita e della gloria — attendeva quietamente, con un grande amore raccolto a quello che doveva essere il suo ultimo lavoro, l’Assunzione della Vergine nella chiesa della Trinità. Invano gli amici lo sollecitavano a prender moglie; la potenzialità de’ suoi vincoli terreni era stata esaurita nella sua stessa famiglia e principalmente in Federigo, al quale sembrava aver ceduto tutti i vantaggi della sua giovinezza di stenti, legandogli la parte luminosa di quella duplice esistenza che incominciata collo scherno e colla miseria doveva finire in una quasi apoteosi.

Il sogno interno che lo aveva sorretto quando lacero e affamato dipingeva a chiar di luna, trovava una continuazione nella visione ultima della sua vita. Affatto staccato dalle cure materiali e di lusso esterno, a cui invece Federigo dava molta importanza, chiuso nella solitudine morale dove la sua tempra erasi fortificata, la morte lo colse quasi inavvertitamente. Un lieve malessere che parve cagionato dal caldo eccessivo di quell’anno 1566 andò crescendo rapidamente fino al 2 di settembre giorno in cui morì, a trentasette anni appena.

Dice il Vasari che Taddeo ebbe una maniera di dipingere dolce, pastosa e abbondante, lungi da ogni crudezza, e che faceva specialmente molto belle le teste, le mani e i nudi in genere; nel quale giudizio concorda pure l’Orlandi. Di carattere lo definisce altero, sanguigno, subitaneo e sdegnoso, ma amorevole cogli amici che aiutò sempre in tutti i modi. Il Lanzi gli è un po’ meno favorevole; trova che il suo stile non è scelto nè studiato abbastanza, piuttosto facile e popolare che sublime, pur confermandone l’abilità speciale per le teste.

Quella stessa avidità di fare, nata dalle dure lotte colla miseria che lo incalzava a crearsi rapidamente una posizione, forse il presentimento di una morte immatura, furono cause di aiuto alla ineguaglianza del suo stile, talvolta trascurato se stretto dal tempo o dal bisogno, finissimo invece quando si abbandonava al lavoro senza estranee preoccupazioni, come lo dimostra il quadro della Natività passato dal duca d’Urbino alla nobile famiglia Leopardi, dove ignoro se si trovi ancora.

Ma qualunque sieno i meriti di Taddeo Zuccari, pittore, se troppo esaltato a’ suoi tempi o se trascurato ai nostri, ho già detto di non voler cercare, per la ragione semplice ma buona della incompetenza mia a discorrere di un’arte che ammiro senza conoscere. Io ho voluto principalmente studiare la psicologia di quest’uomo, un bel caso di rettitudine innata, di anima veramente artistica, un esempio di fede e di perseveranza dove sarebbe stato così facile lo scetticismo, una dignità intima che domina tutte le cause esterne.

Dopo la morte di Taddeo, Federigo, già conosciuto e creato cavaliere della Repubblica di Venezia succedette all’opera ed alla fortuna del fratello. Terminò i lavori della cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze, rimasti imperfetti per la morte del Vasari; quelli della cappella Paolina a Roma, ed avendo in seguito a questi provocata la malevolenza dei cortigiani se ne vendicò con un quadro detto della Calunnia dove i suoi nemici sono rappresentati con orecchie d’asino. Questo scherzo gli valse l’esilio.

Riparò in Francia e lasciò dipinti suoi all’antico castello di Meudon; passò in Inghilterra, dove ritrasse le sembianze delle due regine rivali: Maria Stuard ed Elisabetta, i quali si ammirano ancora nella Galleria dei ritratti a Londra; prese dimora in Olanda, in Fiandra e finalmente in Spagna dipingendo per l’Escuriale; era di carattere mobile e focoso, facile all’ira, non sembrandogli abbastanza riconosciuto il suo merito dai Grandi di Spagna, quantunque il Re lo colmasse di onori e di regali, fece ritorno in Italia soggiornando per due anni e mezzo a Torino. Qui lasciò molti affreschi nella Galleria del Palazzo Ducale.

Innumerevoli poi sono i quadri e gli affreschi disseminati da Federigo nelle città italiane: a Parma, a Mantova, a Pesaro, a Urbino, a Orvieto, a Pavia nel Collegio Borromeo, a Milano nella Pinacoteca di Brera, ecc. Illustrò con molti disegni il poema di Dante, finchè potè tornare a Roma, al suo Monte Pincio prediletto; sul quale eresse dalle fondamenta la palazzina che tuttora esiste, che egli curò e dipinse con infinito amore «il mio Tugurio — la chiama in una lettera ad un amico — pur fatto con tanto mio diporto.»

Sorgeva intanto un’altra opera in Roma, alla quale Federigo dedicò le migliori sue forze, l’accademia di San Luca, cui Gregorio XIII conferì il Breve circa l’anno 1504. Nel giorno dell’inaugurazione, Federigo fu per plauso unanime eletto Principe della nuova Accademia e venne accompagnato a casa in trionfo da professori, letterati e scolari in gran numero. Egli amò poi sempre questa istituzione della quale fu zelante, operoso, generoso duce. Nel caso che fosse morto senza figli voleva anche nominarla sua erede universale.

Quando invece morì, in Ancona nel 1609, era già padre e nonno, avendo sposata una Francesca Genga da Urbino, dalla quale aveva avuti parecchi figli.

L’opinione di chi scrisse sui pittori del cinquecento è che Federigo avesse molto e svariato ingegno, ma molta anche fortuna, dovuta in parte ai precedenti del fratello e certamente assai all’insieme delle sue doti personali «aspetto e tratto signorile, coltura, destrezza a guadagnarsi gli animi, liberalità grandissima che gli assorbì le cospicue somme guadagnate e profuse in fabbriche, in arredi, in servitù.»

Fu anche scrittore. Il suo maggior lavoro: L’idea dei pittori, scultori e architetti è un libro faragginoso e indigesto, nel quale però (scrive il padre Pungileone nel Giornale arcadico del 1832) si trova tratto tratto molta intelligenza dell’arte e desiderio dell’utile; e utili insegnamenti vi erano pure nei discorsi da lui pronunziati essendo principe dell’Accademia di San Luca, per cui si può dire che ne’ suoi scritti è il letterato che fa torto al pittore, caso mai; ma come pittore fu giudicato intendente anche da quello spirito fine e colto del cardinale Federigo Borromeo, che pregiò assai lo Zuccari e lo tenne in conto di «coloro che sanno vedere e penetrare nei segreti dell’arte.» È di Federigo Zuccari questa definizione: il pittore deve saper rappresentare tutte le cose che si possono dipingere e rappresentarle non quali sono ma quali dovrebbero essere: canone d’arte idealista che potrebbe accontentare anche adesso i più inquieti cercatori di forme aristocratiche.

Un altro scritto suo: Il passaggio per l’Italia colla dimora in Parma, è un opuscolo di facile e piacevole lettura, anzi sono due opuscoli in cui si trovano descritte minuziosamente parecchie feste date in occasione delle nozze fra il duca Francesco Gonzaga di Mantova e la principessa Margherita di Savoia. Succose e brillanti sono le pagine dedicate a magnificare la bellezza e l’eleganza delle dame alla corte di Torino, la loro speciale acconciatura del capo e un certo ballo chiamato la Nizzarda che noi saremmo ben meravigliati di veder ballare adesso al Quirinale.

«Tre quarti detta mia vita e posso ben dire quattro quinti furono consumati in viaggi, ma mi sentirei di valicare ancora gli Appennini e le Alpi» scrive in questo opuscolo, il quale non è alla fine che una lunga lettera diretta a Pierleone Casella e — pare — collettivamente a molti de’ suoi amici in Roma, fra cui artisti, preti, discepoli e una donna, una pittrice, Lavinia Fontana.

Il fasto di una vita passata quasi tutta in viaggi e in soste alle principali corti d’Europa, accolto e complimentato dovunque dai più gran signori, circondarono Federigo di uno splendore che per lui diventò bisogno. Si credette che dovesse lasciare tesori, ma in realtà la sua famiglia ebbe appena di che vivere onoratamente dopo la sua morte, e mandando a nozze una figliuola le diedero in conto di dote parecchi quadri fra i quali la Calunnia stimato più di mille scudi.

Alla tanto amata Accademia di San Luca lasciò invece la palazzina sul Pincio, per uso degli artisti poveri che venendo in Roma non trovassero alloggio. Come non credere che egli avesse, con questo atto, pensato alla dolce memoria di Taddeo e a quei primi anni di lotte oscure e pertinaci che dovevano preparare a lui tanti trionfi?

Gli storici non si sono pronunciati sul merito relativo dei due fratelli. Tre secoli li hanno confusi quasi in una sola persona. Si dice gli Zuccari come si dice i De Goncourt. Può anche darsi che, discepolo d’uno dell’altro, in un periodo di decadenza dell’arte quale fu la fine del cinquecento, il loro valore artistico risentisse degli stessi pregi e degli stessi difetti; ma considerati nella loro personalità mi pare che non si possa confonderli. Sono due figure speciali, originali e in diverso modo simpatiche.

Nella sala dell’Accademia di San Luca si vede un ritratto ad olio di Federigo Zuccari, e un altro se ne trova, un po’ dissimile a dire vero, negli Uffizi di Firenze; questo ha il volto maschio ed espressivo, la barba nera cadente sul collare arricciato ed una catena d’oro che gli fu data a Venezia insieme al titolo di cavaliere e che egli soleva portare sempre. Ma il ritratto di Taddeo, malamente riprodotto nella vecchia edizione del Vasari, non riesce a darmi tutta intera la fisonomia sua, che doveva essere non solo «altera», come dice il biografo, ma pure soffusa di una intima malinconica dolcezza.

Oh! dove sarà andato a finire il ritratto che ne fece Federigo quando, fanciullo ancora, stava alzato nelle notti di luna per disegnare sui vetri della finestra?

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