PROFILI (continued 2)
Reading edition
I disinganni si accumulavano; ad ogni tratto, stanco, ferito, riposava a Friburgo dove, ad onta di tutto era ancora amato. Ma bisognava vivere. Gli si cercarono impieghi diversi, nessuno riuscì. Tornò in Italia, tornò in Germania. Scrisse romanzi, articoli, poemi, satire, bizzarrie. Insegnò musica, ne compose, ne eseguì egli stesso giorno per giorno, all’avventura, come nei primi tempi della giovinezza quando percorreva le strade della vecchia Alemagna coi due volumi del Faust sotto il braccio e una canzone sempre pronta sulle corde della sua chitarra. Ma i baldi sogni già svanivano lontano, impallidiva l’illusione, l’entusiasmo si spegneva a poco a poco. A trentadue anni vagheggia il suicidio.
Parmi interessante l’osservazione che nella molteplice opera di Étienne Eggis l’amore e la donna tengono pochissimo posto. Non una di quelle passioni che sembrano prediligere i poeti attraversa la sua vita. Se qualche fanciulla gli sorrise lungo gli interminabili sentieri del suo vagabondaggio egli non si fermò a raccogliere quel sorriso. Una delle sue poesie incomincia:
Je n’aimerai jamais, je n’ai jamais aimé
e quantunque dopo si ravveda e quasi terrorizzato dalla sinistra profezia soggiunga:
Je n’ai que vingt-un ans, je veux croire à l’amor
resta nel lettore l’impressione che l’Amore al pari della Gloria gli apparve solo nel miraggio della fantasia. Ben più sanguinanti di vera ferita sono questi altri due versi:
Comme deux fiancés que l’amour vient d’unir La souffrance et mon coeur ont marché dans la vie.
La sofferenza! Ecco la fida compagna di Étienne Eggis. Di tutto egli doveva soffrire, e più che tutto del suo carattere in disaccordo colle realtà dell’esistenza che faceva di lui uno spostato, un ribelle. Nei versi Aspirations insensées, egli interroga tutto il creato, dalle cupe immensità dell’oceano agli abissi inesplorati dove guizza appena il bagliore tortuoso del fulmine e dice che vorrebbe arrivare a stringere tutti gli esseri che piangono e
Tout ce que sous les cieux En soi porte une ulcère, Qui’ incessamment lacère Quelque deuil anxieux; Tout coeur qui se retire Pour pleurer en secret Et dont nul ne connaît L’invisible martyre.
Credendo di cantare i dolori dell’universo è il grido del suo proprio dolore che egli lancia al vento ed alle selve. Sostando per un momento nella sua corsa errabonda ritorna col pensiero ai giorni dell’infanzia, alla vecchia cattedrale di S. Nicola; dove egli era così dolce raccogliersi nell’ombra di un altare quando l’organo suonava le divine melodie di Beethoven, e restarci anche quando l’ultima eco dei suoni aveva cessato di ripercuotersi sotto le ampie arcate, restarvi colla fronte china nelle mani bagnate di lagrime...
Non è mia intenzione di fare qui una disanima delle opere poetiche di Étienne Eggis. Altri vi ha già pensato e da lungo tempo. L’eminente scrittore svizzero Philippe Godet, fin dal mille ottocento sessantasei, raccolse in un volume le migliori poesie delle due raccolte: En causant avec la lune e Voyages aux pays du coeur pubblicandolo a proprie spese (con magnanimo altruismo di confratello) presso il libraio Berthoud a Neuchâtel. L’opera è preceduta da uno studio biografico-letterario fatto con acume e premiato al Concorso di Storia letteraria dall’Istituto nazionale ginevrino. Chi vuole conoscere direttamente i versi del disgraziato bardo cerchi questo volume che porta il titolo: Poésies d’Étienne Eggis.
Io mi accontenterò di chiudere il breve cenno colle ultime notizie sulla sua fine. Verso il 1865 alcuni svizzeri che studiavano a Berlino vi incontrarono l’Eggis e così lo descrivono:
«Un giovine molto alto, pallido, magro, con lunghi capelli, l’occhio sognatore... Si capiva subito che era qualcuno, benchè vivesse nella più profonda miseria, suonando nelle birrerie sotterranee della grande città. Improvvisava per ore ed ore dicendo che quando era seduto davanti al piano dimenticava di aver fame. Buon ragazzo del resto, dolce, quasi timido, generoso. Se per caso aveva del denaro lo divideva subito con altri più poveri di lui. Tutti lo amavano e lo compiangevano».
Egli era in quel tempo già attaccato dalla tisi che aveva consunta la sua povera madre a ventisei anni, la madre che gli era sempre presente, la quale cantò in dolcissimi versi più volte, sopratutto nel Souvenir d’enfance:
C’était une nuit froide et sombre....
Ma non posso citare tutto il volume. Basta. Venne il giorno in cui Étienne Eggis non potè più abbandonare la squallida stanzetta che gli serviva di alloggio — squallida e triste colla finestra che dava sopra un cortile tetro privo d’aria e di luce — a lui, povero Eggis, a lui che sospirava i ghiacciai e le foreste della patria, la canzone dei pastori sui monti, il bel cielo azzurro così vicino a Dio!... Morì nella notte dal 12 al 13 febbraio 1867. Chi lo assistè negli ultimi momenti lo udì ripetere:
«Vi è qualcuno che sia più da compiangere di me?»
UNA GRAN DAMA al tempo della Rivoluzione Francese.
Mi accade sovente quando vado a Roma di entrare nella Chiesa di S. Luigi dei Francesi per deporre un fiore di memoria sulla tomba di Paolina di Beaumont. S. Luigi dei Francesi non attira l’attenzione dei forestieri per ricchezza di marmi o di opere d’arte; la chiesa è quasi sempre deserta e la piccola piazza che la fronteggia con quell’unico negozio di coroncine e di oggetti sacri le conserva intorno un silenzio di religiosa intimità dove mi piace immaginare abbiano a trovar pace le ossa di colei che fu tanto tormentata in vita.
Scrivendo queste parole ho sotto gli occhi una vignetta che rappresenta la contessa di Beaumont accosciata su un breve divano, tra i rigonfi dell’abito dai riflessi violacei, col braccio cadente in una posa di supremo abbandono, lo sguardo fisso quasi magnetizzato in una visione di terrore scorta da lei sola.
Appare forse qui più avvenente di quello che fosse in realtà, ma tutta la sua grazia e la sua dolcezza e l’intima eleganza devono esservi fedelmente riprodotte. Guardandola mi corrono sulle labbra i versi di Ippolito Pindemonte alla Malinconia:
Come mi piace quel di vïola tuo manto e quello sparso tuo crin! più dell’attorta chioma e del manto, che roseo porta la Dea d’Amor e del vivace suo sguardo, oh quanto il tuo mi piace, contemplator.
Così, pallida e fine, velata di inestinguibile tristezza, toccando appena la terra col suo piede leggero, passò in mezzo agli uomini la figlia del conte di Montmorin in uno dei periodi più agitati della storia, quando la grande rivoluzione sconvolse la Francia nelle sue più profonde radici irrorandola di sangue. Tutto le fu avverso nella breve esistenza e fin l’unico tardivo amore venuto da così alto cielo non le diede che frutti di cenere.
Suo padre, il conte di Montmorin, che era stato ministro degli esteri sotto Luigi XVI apparteneva alla più antica nobiltà dell’Alvernia; uomo integro, di alta onestà, gran signore nei modi e nei sentimenti: ma, secondo ramo dei marchesi di Montmorin, il conte non disponeva di molte ricchezze; le accrebbe sposando sua cugina più ricca di lui, dalla quale ebbe due maschi e due bambine, ultima delle quali Paolina. Soccorreva alle grandiose spese della famiglia anche la carica del Ministro cogli annessi vantaggi e tuttavia lo sperpero superava le entrate. La sola tavola largamente ospitale, come era costume del tempo, costava moltissimo; nella stalla si nutrivano 24 cavalli e 11 palafrenieri.
Paolina crebbe in questo lusso principesco. A otto anni entrò nel Convento di Fontevrault dove una zia paterna era badessa e dai tredici ai sedici passò a compire la sua educazione di gran dama in un altro convento riserbato alle grandi famiglie francesi, nel quale le nobili fanciulle avevano ciascuna una governante e una cameriera addette alla propria persona. Uscita di là, sempre secondo le abitudini del secolo, le si annunciò che era fidanzata al conte di Beaumont, un ragazzaccio ignorante e di gusti volgari che sposò senza quasi conoscere e dal quale fece divorzio più tardi ritornando intanto a vivere nella casa paterna. Per il suo corredo si erano spese venticinque mila lire (moneta corrente) e le furono assegnate, come a sua sorella, diciotto mila lire annue di appannaggio.
Uscita dalle peripezie di questo infelicissimo matrimonio dovette credere di aver fatto un cattivo sogno e di cominciare appena allora a vivere. Presso il padre, che ella adorava e di cui si fece in breve la confidente e la collaboratrice, Paolina raggiunse quella età fiorita della donna durante la quale ogni respiro è profumo, ogni attitudine seduzione inconscia. Non molto bella di volto avea però due occhi profondi, straordinariamente soavi, che ne illuminavano l’interessante pallore, e un dolce sorriso e una personcina snella, sottile, quasi fragile, quasi aerea, di una eleganza di Ninfa o di Ondina.
Intelligenza pronta e vivace, avida di imparare, avendo il dono prezioso dell’entusiasmo e dell’ammirazione, trovò subito nella società eletta che frequentava il salotto di sua madre di che soddisfare i suoi gusti e prendere interesse cogli amici di suo padre alle questioni politiche estere ed interne che già incominciavano a preoccupare la Francia sullo scorcio del secolo XVIII.
Fu quello il periodo più brillante della sua vita, il suo breve Zènit che le permise di stringere amicizie onorevoli e durature. Nominata dama di Corte e vivendo nel gran mondo di un tempo che non aveva soverchi scrupoli di morale, la maldicenza non la intaccò che assai leggermente e senza poter addurre prove.
Trovandosi così, nè fanciulla nè sposa, ella trascorreva la sua esistenza di crisalide nel tepore degli affetti domestici, attendendo alle pratiche per il suo divorzio.
Maturavano intanto i germi della rivolta nelle classi popolari. I nobili erano malvisti, specialmente quelli che stavano accanto al trono. La posizione del conte di Montmorin, notoriamente amico del Re, era delle più difficili. Egli vedeva il pericolo, ma devoto alla sua fede dinastica non tremò e non cedette nemmeno quando, avvicinandosi la bufera gli amici lo consigliavano di mettersi al sicuro. «Convengo — egli diceva — della verità delle vostre osservazioni, ma nessun pericolo personale mi impedirà di fare tutto ciò che credo utile a Sua Maestà.» Questo attaccamento leale e fermo il ministro degli esteri doveva pagarlo colla strage di tutta la sua famiglia e col proprio martirio.
Gli avvenimenti incalzavano rapidi e truci. Quando si seppe della fuga di Luigi XVI a Varennes, il popolo, giudicando complice Montmorin, ne assalì il palazzo domandando la sua testa. Le teste rotolavano allora sulle piazze di Parigi come palle da bigliardo e le teste si chiamavano Andrea Chénier in attesa di essere l’ultima dei Re Capeto.
Che fosse in quei giorni la vita della contessa di Beaumont è facile immaginare. Datano da allora i principii della malattia di languore che non doveva più abbandonarla. Il pianto, l’insonnia, l’inquietudine, lo spavento di tutte le ore, di tutti i momenti passati a fianco di quel padre a cui la legava il più tenero affetto, minavano il lei l’essenza stessa della vita.
Nel tetro inverno del 1792 quasi all’appello di una Nemesi implacata cade la prima vittima della famiglia. Il minore dei figli, Augusto, partito per l’Isola di Francia in qualità di Insegna di Vascello muore in un naufragio. Paolina, di cui era il beniamino, ne è inconsolabile. Non prevedeva l’avvenire!
Le condizioni del monarca intanto erano peggiorate e con esse quelle del suo ministro, Luigi XVI debole, pusillanime, sempre indeciso trascinava nella sua disgrazia la disgrazia dei suoi fedeli. Non vi era più sicurezza per nessuno; le signore della famiglia Montmorin furono insistentemente pregate di abbandonare Parigi che non era più posto per donne. Lo stesso conte aveva dovuto allontanarsi dalla sua abitazione e viveva nascosto in Parigi, ma ricercato attivamente fu scoperto per un’imprudenza della sua albergatrice, arrestato e sottoposto a uno di quegli interrogatori pro forma di cui si hanno larghi esempi nei processi del tribunale rivoluzionario. Il ministro, l’amico del Re, doveva aver torto e lo ebbe. Ciò che avvenne immediatamente dopo la sentenza la mia penna si rifiuta a scrivere. Se il lettore vuole averne un’idea ricordi l’obbrobrioso supplizio della principessa di Lamballe.
Non un particolare della infame tragedia potè restare ignoto alle signore di Montmorin.
Rifugiate le misere insieme al figlio superstite in un maniero di Borgogna presso la contessa di Serilly loro cugina vi poterono rimanere nascoste un po’ di tempo e piangervi in silenzio tutte le loro lagrime. Alcuni amici ci venivano di notte a portar loro notizie di Parigi sempre allagata di sangue; era una tristissima vita, ma dall’essere tutti riuniti nello stesso dolore ne veniva a ciascuno una tregua se non un conforto, ma fu breve riposo. La infedeltà di un servo denunciò i fuorusciti al tribunale rivoluzionario e il giorno appresso venivano arrestati.
La contessa di Montmorin, che in seguito allo strazio del marito non faceva altro che invocare la morte liberatrice, appariva calma; sua figlia maggiore, la contessa della Luzerne, pazza di terrore era corsa a rinchiudersi nella propria camera dalla quale fu estratta a forza. Anche Paolina si presentò, ma i manigoldi colpiti dalla sua magrezza, dal suo languore, dalla sua trasparenza d’ombra non volevano incaricarsene. Ella salì egualmente sulla carrozza che doveva trasportarli tutti; quando però furono in aperta campagna (compassione o crudeltà raffinata?) la fecero discendere suo malgrado. Si pensi lo strazio della poveretta abbandonata sola sul margine di una strada, vedendo allontanarsi la carrozza che trasportava i suoi cari verso la morte. Simili ore equivalgono ad anni nella misura del dolore che una creatura umana può sopportare. Quanto tempo errò ella e come e dove non sappiamo, finchè potè trovare rifugio nella capanna di un povero vignaiuolo.
A Parigi intanto sua sorella assalita da febbre violentissima fu trasportata nell’ospedale delle prigioni dove moriva quasi subito; il domani la contessa di Montmorin e il figlio Calisto eroicamente forti dinanzi alla morte salivano i gradini della ghigliottina.
E venne un altro inverno, rigido, crudissimo e nella capanna del buon vignaiuolo la Niobe desolata dei Montmorin, affranta, disfatta, colla visione terrorizzante del passato e quella paurosa dell’avvenire, si trascinava a stento dal letto al focolare. Un suggello che era stato eseguito per lei negli anni migliori recava incisa una quercia col motto: — Un souffle m’agite et rien ne m’ebranle — Sembrava veramente un miracolo che fosse ancora al mondo. Ad alleviare la sua solitudine due vecchi domestici, marito e moglie che si trovavano da trentacinque anni al servizio della sua famiglia vennero a raggiungerla e a dividere con lei la mala sorte.
Confiscati tutti i suoi beni, parenti ed amici o dispersi o perduti, ricoverata dalla pietà di un contadino, vivendo stentatamente colla vendita di pochi gioielli che erano rimasti, ben di lei si può dire coi versi dell’Aleardi:
«Oh mia povera bella e tu nascevi «tra i felici del mondo; oh va, ti fida «nelle promesse d’una culla d’oro!»
Mentre tutto sembrava perduto e nessuna speranza più sorrideva all’infelice, la sorte le preparava la sola fortuna forse che doveva sorridere alla sua vita.
Non molto lungi da quella capanna di Borgogna dove aveva trovato asilo la contessa di Beaumont-Montmorin viveva allora la maggior parte dell’anno uno degli uomini più intelligenti, più alti, più puri che avesse allora la Francia. Uscito da quella famiglia Joubert che doveva dare a Napoleone uno dei suoi migliori generali, quegli che Dio misericordioso pose sul cammino di Paolina si era foggiato, lungi dalla società, una sua vita tutta di pensiero e di nobili azioni. Il suo carattere era di una tale elevatezza morale, il commercio delle sue idee così vivace e pronto, il suo cuore così appassionato che non poteva più stare senza di lui chi una volta lo aveva conosciuto.
La pietosa odissea della figlia di Montmorin era giunta all’orecchio di Joubert. Egli ne fu profondamente impressionato. Andò a trovarla e quel giorno fu per entrambi il principio di una nobile e bella e vera amicizia. È stato ripetuto tante volte non essere possibile amicizia vera fra due persone di sesso diverso che a me, strenua sostenitrice di idealità, non par vero di poter presentare questo esempio interessante.
Joubert era allora ammogliato da pochi mesi e data la serietà dei suoi principi morali non è nemmeno da supporre che non amasse sua moglie, ma appunto perchè amicizia ed amore hanno principi e finalità diverse, l’uno può esplicarsi senza bisogno dell’altro. Certo nelle anime ardenti anche l’amicizia, quando nasce da una profonda simpatia spirituale, veste carattere di passione e questo fu precisamente il caso di Joubert.
Anche il suo matrimonio in fondo era stato una buona azione, decidendosi egli a trent’otto anni e con una salute precaria a sposare un’orfana inconsolabile per poterle essere sempre vicino a consolarla. Un movimento di pietà fu pure quello che lo spinse verso madama di Beaumont e se la simpatia seguì rapida e vivace non dovette uscir mai dall’orbita spirituale nella quale si svolse tutta la sua vita.
Fitta, più fitta che mai in quell’inverno del 1794 cadeva la neve sulla capanna del vignaiuolo e Joubert con passo alacre saliva il piccolo sentiero che molti anni dopo doveva guardare ancora con occhio commosso. Sono di Joubert i seguenti pensieri sull’amicizia:
«Chi non vede i suoi amici dal lato più bello li ama poco».
«Quelli che amano sempre non hanno tempo di lamentarsi e di essere infelici».
«L’amicizia è una pianta che deve saper resistere ai periodi di siccità».
«Vi sono persone che la morale non l’hanno altro che in pezza; non riescono mai a farsene un abito».
«Se il mio amico è guercio io lo guardo di profilo».
Leggendo questi pensieri si comprende quale raro e prezioso amico egli fosse e se in ognuno di esso è manifesta l’elevatezza del carattere, in quest’ultimo c’è tutta la sua originalità e la sua bonomia.
Ma la contessa di Beaumont, che aveva così begli occhi, non era necessario guardarla di profilo. Si intesero e si unirono subito con tutti i legami di due intelligenze affini, l’una riboccante di pensieri e di meditazioni cresciute in solitudine; assetata l’altra di verità consolatrici. Joubert aveva trovato il suo vaso d’elezione, l’eco simpatica che si compenetrava delle armonie della sua anima e gliele rimandava in suoni celesti. Per la contessa di Beaumont il solitario di Villeneuve sur Jonne dovette essere come la voce che trasse Lazzaro dal sepolcro. A contatto di un’anima così alta, ricevendo a fiotti ininterrotti sul suo cuore assiderato il calore di un affetto delicato e profondo, ella rinasceva a poco a poco, riaffacciandosi alla vita. La lettura che era stata fino allora la sola ricreazione del suo spirito ricevette dalla scelta di Joubert una direzione più estesa e più sicura; essa le fu di grande risorsa nei brevi giorni e nelle lunghe sere d’inverno sotto la capanna del vignaiuolo.
Un desiderio tuttavia la pungeva vivamente; non lasciò nemmeno passare la stagione dei geli che volle recarsi a Parigi per avere notizie dei parenti dispersi e vedere se fosse possibile di rientrare nel possesso de’ suoi beni e Joubert, sempre previdente, la raccomandò a un suo fratello che stava a Parigi. Ma quale impressione dovette farle la città, trasformata dal ferro e dal fuoco della rivoluzione! Le vie avevano cambiato nome, i più bei palazzi ridotti a ristoranti e a locande, nelle chiese profanate il berretto rosso piantato sopra un alabarda sostituiva la croce; nelle vetrine dei rivenduglioli si vedevano ornamenti sacri, tovaglie d’altare, statue, vecchi messali. Con quale emozione Paolina si accostò al palazzo Montmorin saccheggiato completamente! Del giardino rimaneva appena un cipresso che lei stessa aveva piantato da fanciulla. Nelle poche settimane che si fermò a Parigi ebbe la consolazione di ritrovare sua cugina di Serilly scampata alla ghigliottina per la presenza di spirito della contessa Montmorin la quale nel giorno stesso dell’arresto dichiarò che sua cugina era incinta. Salvandole così la vita la contessa Montmorin aveva pagato l’ospitalità concessa a lei e alla sua famiglia. E di nuovo la contessa di Serilly volle che Paolina tornasse presso di lei a attendervi la restituzione di parte almeno dei suoi averi.
Fu un periodo di calma relativa alternato di scoraggiamenti e di invincibili tristezze. Il passato era stato troppo atroce; non poteva dimenticare.
Passeggiava senza piacere, leggeva senza interesse. Un male sottile rodeva la sua salute che era sempre stata delicata; la voce le usciva fievole e tremante come dinanzi ad una visione continua di terrore. Joubert raddoppiava le sue cure, ma senza frutto. Una domanda la tormentava insistentemente. Che cosa faccio al mondo? Poco tempo dopo le venne a mancare anche sua cugina Serilly e parve che sulla sua solitudine si rinchiudesse la porta di bronzo del destino.
Il secolo finiva.
Sul principio del 1800 Paolina si stabilì a Parigi indottavi dalla necessità di sorvegliare da presso i suoi affari. Un grazioso appartamento della rue Neuve du Luxembourg la accolse e ben presto nel piccolo salotto azzurro illuminato da una sola lampada, sacrario di memorie a cui i vecchi fedeli domestici testimoni degli antichi splendori della famiglia conservavano quel carattere di ancien régime che la repubblica stava cancellando dovunque, accorsero a poco a poco amici e conoscenti che si credevano perduti nell’uragano della rivoluzione, formando un cenacolo ristretto ma omogeneo dove si parlava di tutto fra persone sicure. Un emigrato, amico di Joubert narrava il suo soggiorno di profugo a Londra e l’incontro che vi aveva fatto con un uomo di straordinario ingegno. Ascoltato con molto interesse da quel pubblico nuovo e attento non stancavasi di narrare le loro scorrerie nei campi e il ritorno a notte alta per vie solitarie, alla luce tremolante di qualche raro fanale, discutendo sui più alti problemi dell’anima, entrambi entusiasti, entrambi rapiti in quei voli divini dello spirito che danno sì belle ore alla giovinezza. Questo amico stava per arrivare a giorni dovendo mettere alle stampe un libro magnifico. L’amico era il visconte di Chateaubriand, il libro Atala.
Chateaubriand aveva allora trentadue anni. Era bello. Era sopratutto fascinatore per temperamento, per bisogno di essere amato, per una segreta voluttà di dominio che specialmente ne’ suoi rapporti colle donne si avvantaggiava di uno sguardo magnetico. Un uomo può credere di conoscere a fondo un altro uomo, ma vi sarà sempre una donna che lo conosce meglio, vale a dire da quel punto di vista in cui l’uomo non si mostra mai al suo simile e che è una metà almeno della sua psiche. Si aggiunga che Chateaubriand tornava da un lungo viaggio in terre sconosciute; il deserto svolgeva ancora davanti a’ suoi occhi solitudini smisurate; il vento portava ancora alle sue nari il profumo dei cactus e dei tamarindi. C’era intorno a lui, nella sua persona, nel suo modo di esprimersi la rivelazione di una forza selvaggia acuita dai ricordi dell’infanzia trascorsa in Bretagna nel tetro castello paterno, sugli scogli battuti dall’oceano, nelle foreste abitate dagli elfi e dai gnomi delle antiche leggende. Questo è l’uomo che Joubert presentò nel piccolo salotto azzurro e come poteva egli non fare una profonda impressione su Paolina la cui sensibilità era stata scossa fino allo spasimo? Si trovava appunto in quella età della donna che è come il meriggio per un fiore; e non aveva ancora amato! Dal suo infelice matrimonio era uscita offesa, brutalizzata a guisa di farfalla nelle mani di un tristo ragazzo e per il seguito delle sue sventure non credeva, non sperava più nulla. Che era mai quella luce nuova, quel palpito non mai provato, quel rinascere alla vita quando la potente individualità di Chateaubriand apparsa nel piccolo salotto col suo bagliore astrale, col suo fuoco di vulcano in ebollizione ricondusse ogni valore alle minime proporzioni tanto che ognuno si ricantucciò modestamente, spontaneamente dinanzi a quella regalità assoluta? Non era più il salotto della contessa di Beaumont, era il salotto di Chateaubriand.
Paolina potè credere sulle prime di cedere anche lei al pari di tutti gli altri all’ammirazione per l’uomo singolare; la sua mente, nutrita di buone letture si estasiava al suono musicale delle di lui parole, alla magia dello stile che nelle pagine di Atala e di Réné lette fra un silenzio religioso evocava in frasi luminose ed ampie i cieli dorati dell’America, gli aromi intensi delle foreste vergini, i venti che scuotono sui tramonti color di rosa le ghirlande delle liane. Nella sincerità del suo entusiasmo ella confessava ad un’amica: «Le style de Mr. de Chateaubriand me fait éprouver une espéce de fremissement d’amour: il ìoue du claveçin sur toutes mes fibres».
Noi la vediamo questa giovane donna un po’ languida, un po’ patita, ma così seducente nel suo pallore, con quei begli occhi oblunghi che i patimenti avevano reso più teneri come una fiamma velata di pianto; la vediamo con un bianco scialle incrociato sul suo vitino di fanciulla, protendersi graziosamente dalla poltrona per non perdere una sola parola dell’incantatore.
Ma che cosa saranno stati i loro colloqui quando si trovavano soli! (egli andava da lei in principio tutti i giorni poi due volte al giorno). Il salotto azzurro era ben chiuso. Saint Germain e sua moglie attraversandolo con passo discreto avevano messo in bell’ordine i mobili d’acaìou, le porcellane fine, la coppa arabescata a fondo oro, i quadri, i ritratti, tutte le care memorie che contribuivano a dare a quel nido provvisorio l’aspetto signorile dell’ambiente in cui era nata. Le finestre prospicenti il giardino del Ministero di Giustizia tendevano una cortina di fresco verde fra quel dolce asilo e il mondo; l’ora felice suonava sul quadrante misterioso del tempo: «Mr. le Vicomte de Chateaubriand» annunciava con un inchino rispettoso il buon Saint Germain. Che balzo nel cuore di Paolina!
Il colpo di fulmine aveva mirato preciso e toccato a fondo; la creatura devastata dal dolore e che si credeva insensibile ritrovò fede, entusiasmo, illusioni, sogni, tutto ciò che rende bella la vita. La passione la trasformava ed ella vi si gettò senza scrupoli e senza ipocrisia.
E Chateaubriand? Il più acuto dei suoi critici dice che egli amava allo stesso modo di Giove o di Luigi XIV. Io non mi sento di discutere questo paragone. È però certo che uomini della tempra di Chateaubriand non possono darsi interamente a nessuna donna ed a nessuno. È troppo vasto il mondo che hanno dentro di loro. Dice ancora il critico eminente: «Ciò che voleva Chateaubriand nell’amore era meno l’affetto della tale o tal altra donna che l’occasione del turbamento e del sogno; non era tanto la persona che egli cercava quanto il ricordo, il rimpianto, il crollo della propria giovinezza, l’adorazione di cui si sentiva oggetto, il rinnovamento di una situazione cara. Ciò che si chiama l’egoismo in due restava per lui l’egoismo a uno solo. Egli teneva a sconvolgere e a consumare più che ad amare».
Se questo ritratto è vero anche solamente in parte si comprende come la forte individualità di Chateaubriand abbia potuto interessarsi alle fragili grazie della contessa di Beaumont. Non fosse altro per legge di contrasto, egli che tornava dalle rudi esperienze di un lungo viaggio in mare e di soste non meno lunghe in paesi selvaggi, doveva subire il fascino delicato fino alla raffinatezza di quella gran dama superstite di una società scomparsa. Egli l’amò certamente, sia pure alla sua maniera, ma non è questa la maniera di una quantità di uomini che pure non sono Chateaubriand?
Atala venne pubblicata nella primavera del 1801. L’autore era pressochè sconosciuto; solo un piccolo gruppo di iniziati aveva avuto occasione di conoscere i lampi e le folgori di quel forte ingegno, ma per la stessa selvaggia originalità contrastante col gusto allora caro al pubblico di una letteratura artificiosa e vuota si temeva un possibile insuccesso. Paolina più di chiunque visse le ansie e i timori dell’aspettativa comunicandoli a Joubert, a quell’alta anima pura che amando lei di un affetto superiore ad ogni calcolo umano s’era messo per amor suo ad amare Chateaubriand. Se Chateaubriand rappresentava la felicità di Paolina, Joubert doveva necessariamente desiderarne il trionfo. Questo venne e fu completo; sorpassò anche la previsione degli amici; la singolarità di quel libro anzichè nuocergli piacque. A noi italiani può interessare il fatto che, per tre edizioni inglesi, due tedesche e due spagnuole, nella nostra lingua se ne fecero sette. Il successo accese in Chateaubriand una febbre di lavoro. Volle terminare il Genio del Cristianesimo già incominciato a Londra, e vagheggiava un posto tranquillo dove potesse lavorare lungi dai rumori e dalle distrazioni di Parigi; ed ecco la donna amante mettersi alla ricerca dell’eremo desiderato.
Fu nel bel mese di maggio, quando fiorivano le rose sulle spalliere solatie e la vite gonfiava le sue prime gemme che i due partirono per Savigny, piccolo villaggio non lungi da Parigi; partirono ebbri dei loro sogni, sogni di gloria per l’uomo, di tenerezza e d’amore per la donna; ma così giovani entrambi e così nuovi nella loro gioia che potevano credersi due scolari in vacanza. Rimangono le lettere di Paolina a Joubert per testimoniare l’armonia ininterrotta di un periodo che fu di vera felicità. Quel leggero alzarsi al mattino, quella gaia colazione presa insieme e poi il lavoro condiviso seduti alla stessa tavola, quello scambio di sguardi e di parole ad ogni momento non è forse la vita ideale che ogni donna sogna?
Alla sera erano brevi passeggiate nei dintorni per verdi vallette, per sentieri solitari. Prima di rientrare sedevano nell’orto presso un bacino d’acqua viva, e in quel silenzio, in quella luce morente, guardando le prime stelle che si accendevano nel firmamento ella narrava colla sua voce languida il primo disinganno del disgraziato matrimonio e gli orrori della rivoluzione fino al giorno in cui i carnefici della sua famiglia l’avevano abbandonata sulla strada, sola, senza difesa. Ma più del racconto delle proprie sventure ella preferiva ascoltare da lui i ricordi originalissimi della sua infanzia, la sua emigrazione, i suoi viaggi. La luna intanto sorgendo sul loro capo segnava nelle vie del cielo l’eterna storia degli uomini. Pensava Paolina che il tempo non si arresta mai?
Venne il mese di dicembre e fu necessario abbandonare la casetta di Savigny. Il Genio del Cristianesimo era finito e le ansie per il successo ricominciavano, ma Paolina non era più sostenuta dalla dolce intimità di Savigny. Qualche cosa si scioglieva intorno a lei, sotto i suoi occhi che non vedevano ancora, ma che indovinavano; coll’acuta sensibilità de’ suoi nervi ammalati avvertiva l’avvicinarsi di un pericolo ignoto ed egli non era più là per rassicurarla. Egli doveva occuparsi della nuova pubblicazione e coltivava a questo scopo un progetto che le tenne nascosto più che fosse possibile. Volgendo gli occhi al nuovo astro che sorgeva sulla Francia Chateaubriand volle dedicare il suo libro a Napoleone e tale manovra copriva un primo passo per ottenere la nomina di capo segretario nell’ambasciata presso la Santa Sede a Roma. Ma vi era un ostacolo da rimuovere prima di presentarsi a S. S. il Papa. Chateaubriand tra i viaggi e le avventure aveva dimenticato di essere marito. Congiunto già da dieci anni con incredibile leggerezza ad una fanciulla che quasi non conosceva egli non l’aveva più vista da allora. Una riconciliazione era necessaria, fosse pure apparente, e per conseguenza un viaggio in Bretagna dove la Signora di Chateaubriand trascorreva rassegnata la sua bizzarra vedovanza.
Quando la Contessa de Beaumont fu informata da Chateaubriand stesso che le chiese consiglio sul viaggio in Bretagna, ella molto dignitosamente lo incitò a seguire le vie consuete; ma, più il rispetto di se stessa le imponeva di rimanere calma, più la lotta interna la attanagliava con raffinati supplizi. Il salotto azzurro si riaperse ai soliti amici, ma era come un tempio vuoto, mancava il dio animatore. La tristezza di Paolina cresceva di giorno in giorno. Se la felicità gustata per sette mesi a Savigny (sette mesi o un istante?) aveva risollevata la sua salute, l’amaro rimpianto del passato, l’inquietudine dell’oscuro avvenire la gettarono in uno stato di prostrazione che rincrudì i suoi mali. Joubert ne soffriva con tutta la sincerità del suo affetto ardente e puro; avrebbe voluto che si recasse al Mont d’Ore. Ma il male di Paolina era troppo profondo; esso si attaccava a una stanchezza, a un disgusto della vita che nel terrore di doverla sopportare ancora a lungo confidava al suo giornale intimo questi gridi che sono vere confessioni di un’anima ferita a morte.
«Si je dois exister encore longuetemp que deviendrai-je? Ou me cacher? Quel tombeau choisir? Comment empecher l’éspérance d’y penetrer? Quelle puissance en murera la porte? M’eloigner en silence, me laisser oublier, m’ensevelir pour jamais tel est le devoir qui m’est imposé et que j’espère avoir le courage d’accomplir.»
Chateaubriand intanto che era partito per Roma nel maggio di quel 1803 le scriveva regolarmente, ebbro del suo viaggio e della sconfinata ammirazione per Roma delle cui meravigliose bellezze sentiva il fascino esaltatore.
Non è sempre felice chi parte in confronto di chi resta? E se colui che parte per il più bel paese del mondo è ricco di salute e di energie, di speranze, di promesse e la povera abbandonata in preda a un male inesorabile si aggira sola nei luoghi dove furono felici insieme, dove ogni oggetto è come una croce piantata sopra una fossa, non devono quegli entusiasmi, quelle estasi, quella felicità lontana da lei trafiggerla di mille punte avvelenate? Egli le parlava del Colosseo, del Campidoglio, della superba grandezza romana e lei piangeva nel piccolo salotto azzurro pensando ai bei giorni di Savigny. L’uomo saliva ardimentoso la sua parabola di gloria, la donna si reclinava sul suo sogno d’amore distrutto.
Eppure amava ancora. Amava coll’appassionato trasporto degli amori tardivi che sembrano concentrare in se i sogni, i desideri, le rinuncie del passato; tesori d’affetto accumulati dall’esperienza, tenerezze tanto più ardenti quanto si sentono fuggitive. Il proposito di nascondersi, di murarsi in una prigione dove la ingannevole speranza non potesse penetrare si sgretolò nelle sue mani stanche. Mostrando di cedere alle esortazioni dell’amicizia ella partì per la cura del Mont-d’Ore, ma pochi giorni dopo prendeva la via di Roma.
Chiunque pensi che cosa erano i viaggi allora e quanti disagi e fatiche comportassero, può di leggeri comprendere i timori e le inquietudini del buon Joubert per l’avventata risoluzione della sua amica. Chateaubriand che ve l’aveva incoraggiata, sperando bene per lei dal clima di Roma, incaricò un amico di andare ad incontrarla a Milano per alleviarle la lunghezza dèi viaggio ed egli stesso si portò a Firenze a riceverla.
Quando la vide rimase atterrito; non era più che un’ombra. La vettura procedeva al passo ed ella scorgendolo ebbe appena la forza di sorridere.... Presero insieme la via di Perugia e da quel momento, se pure egli non era stato l’amante che una simile donna meritava, fu fino all’ultimo il gentiluomo perfetto, l’amico assolutamente devoto. Roma apparve loro in fondo a quella meravigliosa via Appia i cui silenzi ripetono nella vastità luminosa dell’orizzonte l’eco di venti secoli di storia. Oh! come la pallida donna, i giorni della quale erano già contati, dovette sfiorare con mesti sguardi la muta poesia delle tombe! E come nell’afflosciamento della persona esile e stanca sui cuscini della vettura la piccola mano avrà palpitato sotto la mano cara!
L’appartamento che Chateaubriand aveva scelto per la contessa di Beaumont si trovava in piazza di Spagna, presso la viuzza di S. Sebastiano ed aveva un giardino piantato ad aranci che saliva verso il Pincio ricongiungendosi probabilmente all’aranceto dell’attuale Hôtel de Russie. Il viaggiatore che visita ora piazza di Spagna e si sofferma a leggere l’iscrizione lapidaria della casina dove abitarono i poeti Shelley e Keatz e forse ricorda i versi di Keatz:
«Oh dove sono i canti «di primavera, dove?».
deponga un fiore di memoria là dove chiuse sua breve vita questa dolce e malinconica figura di donna per la quale il primo canto fu il canto del cigno.
Scendendo dalla vettura ella era così affranta che non poteva reggersi in piedi. I medici giudicarono subito che non vi era speranza di salvarla; il polmone profondamente leso non la lasciava respirare che a stento. Parve tuttavia che riposata dal viaggio faticoso si risollevasse tanto che nelle ore migliori potè uscire qualche volta in carrozza sotto i lecci di Villa Medici, intorno alle fontane di Villa Borghese, verso le meraviglie dell’antica Roma per le quali Chateaubriand le era il più prezioso degli interpreti. Egli la circondava di speranza e di tenerezza, parlando di condurla a Napoli, dare di là le sue dimissioni all’Ambasciata e non lasciarsi più, esuli volonterosi in qualche eremo lontano dove vivrebbero soli col loro amore. Cullata dal suono di quella voce che l’incantatore sapeva in certi momenti rendere irresistibile, la donna prossima a sparire beveva avidamente gli ultimi profumi della terra colle ultime illusioni del cuore. Gli indifferenti che la vedevano passare appoggiata ai cuscini della carrozza, in una di quelle pose di suprema distinzione di cui ella possedeva il segreto, delicatamente ravvolta nel suo cachemir a fondo bleu e così smunta, così immateriale, si sentivano presi da un istintivo sentimento di compassione. Un giorno andando al Colosseo prese freddo; ricondotta subito a casa si pose a letto e non si rialzò più.
Il momento della separazione fu straziante, dolce insieme e doloroso. Chateaubriand sentendo il valore dell’affetto che stava per perdere fu eloquente, appassionato. Riandarono insieme i bei giorni di Savigny, piansero; egli giurò di amarla sempre e questo ritorno dell’ora divina illuminò di un sorriso celeste la sua agonia. Fu Chateaubriand che posandole la mano sul cuore ne raccolse l’ultimo battito.
L’autore del Genio del Cristianesimo, il segretario dell’Ambasciata francese presso il Santo Padre non poteva lasciar morire senza i conforti religiosi la figlia di colui che era stato ministro del suo re. Egli stesso l’aveva persuasa al passo estremo. I Sacramenti le furono portati con tutta la solennità della chiesa Romana e solenni riuscirono anche i funerali la sera del cinque novembre al lume delle torce, con grande concorso di popolo e di rappresentanze ufficiali. Un particolare delicato e commovente è che nessuna mano profana toccò la salma di Paolina. Ella aveva raccomandato nel suo testamento di ravvolgerla in un tessuto di crespo della China che il di lei fratello Augusto le aveva spedito dai suoi viaggi per farsene un abito da ballo. Questo tessuto che portava sempre con sè fu cinto dalla fedele S. Germain e da Chateaubriand stesso intorno al fragile corpo.
Il dolore di Chateaubriand fu sincero. Egli chiese alla famiglia (oramai rappresentata dal solo conte della Luzerne cognato di Paolina) il permesso di prendere con sè i due vecchi domestici dell’amica perduta; a questo pensiero di una gentilezza squisita egli aggiunse l’altro di avocarsi la cura per erigerle un monumento nella chiesa di S. Luigi dove fu sepolta. Lo si trova infatti nella prima cappella a sinistra entrando; non so come l’abbiano giudicato i contemporanei, per me fu una completa delusione. Quei ritrattini che dovrebbero rappresentare le tragiche figure della famiglia Montmorin appesi alla parete come fotografie nel salotto di un piccolo borghese, sono una concezione così goffa e puerile che fanno pena a vedersi. Ma anche l’iscrizione dettata da Chateaubriand non è quale si avrebbe potuto attendere dal suo ingegno e dal suo cuore.
APRES AVOIR VU PÉRIR TOUTE SA FAMILLE, SON PÈRE, SA MÈRE, SES DEUX FRÈRES ET SA SŒUR,
PAOLINE DE MONTMORIN
CONSUMÉE D’UNE MALADIE DE LANGUEUR, EST VENUE MOURIR SUR CETTE TERRE ÉTRANGÈRE.
I-A DE CHATEAUBRIAND
A ÉLEVÉ CE MONUMENT À SA MÉMOIRE!
Meglio gli si perdonerebbero le facili consolazioni che egli trovò pochi mesi dopo, se nella eternità del marmo avesse saputo scolpire una di quelle frasi alate che facevano fremere Paolina quando egli le leggeva le pagine dell’Atala e di René.
Un altro cuore meno immaginoso, ma non meno ardente ed infinitamente più serio doveva portare il lutto eterno di quella perdita, Joubert, che da quando ella decise il viaggio a Roma non aveva cessato un sol giorno di addolorarsi e di tremare per la salute dell’amica, che aveva rotta ogni corrispondenza e non apriva nemmeno quelle che riceveva, indifferente a tutto che non fosse lei. Quando fu morta scrisse a un amico: «Non vi dico nulla del mio dolore, esso sarà eterno. Chateaubriand la rimpiangerà sicuramente al pari di me, ma gli mancherà meno a lungo. Da nove anni io non avevo avuto un pensiero dove ella non vi si trovasse e lo stesso sarà per l’avvenire; il suo ricordo e il dolore della sua assenza si congiungevano ad ogni azione della mia vita.»
Profeta per sè e per gli altri vent’anni dopo egli cercava ancora sulla collina il sentiero che guidava alla capanna dove la dolce amica aveva cercato rifugio nei giorni del Terrore e lo mostrava a Chateaubriand; ma Chateaubriand stava scrivendo le Memorie d’oltre tomba, questo bellissimo romanzo della sua vita, dedicandolo, quasi riassunto di tutti i suoi amori, ad una donna sola affinchè ella passeggiando fra le colonne di quel tempio che egli le aveva eretto vi incontrasse il proprio nome. E non era il nome di Paolina di Beaumont.
EMMA LYON.
Ricordo perfettamente in Trafalgar square la statua di Nelson ritta sulla altissima colonna dalla cui vetta piramidale domina tutta Londra a fianco delle torri di Westminster, quale aquila librata al di sopra di ogni miseria umana; e ricordo me, misera formichetta appoggiata a quell’eccelso monumento, ripensare ancora una volta come già pensai tante altre all’acuto e turbante problema dell’amore nei grandi uomini. Tutte le osservazioni da me fatte in proposito mi guidarono alla conclusione che i grandi uomini dinanzi al mistero dell’amore sono eguali agli uomini medî, ed anche ai piccoli uomini, cioè ciechi. Esiste, è vero, qualche eccezione; ma l’eroe di Trafalgar non parmi fra queste.
Gli amici (chi non ne ha?) trovarono crudele la fermezza del governo inglese a non voler riconoscere nessuno dei meriti che Emma Lyon accampava alla riconoscenza della nazione, non escluso quello di essere stata l’amante di Nelson. Ma, Dio mio, dove si anderebbe a finire se si dovesse tener conto di tutte le donne che si sono trovate sulla strada di un grande uomo? Ci sarebbe il rischio di vedere duplicati e magari triplicati un bel giorno i monumenti di tutti i paesi del mondo. Uno spavento.
Non ammetto neppure la poetica trovata della donna ispiratrice. La donna, certo, può ispirare, ma non diversamente di quel che ispirarono ai poeti d’ogni tempo la luna, le stelle, il mare, i fiori. Ispirazione, sì, purchè si intenda inconscia. La forza dell’amore, non bisogna dimenticarlo, sta sempre in colui che lo sente, non nell’oggetto che lo ispira.
Voi non siete la Iddia ma il nudo altare
dice poco galantemente alla donna ma con profonda verità un poeta moderno. Vediamo ora come fosse l’altare sul quale il grande Nelson accese la sua fiamma.
Nascere in un villaggio sconosciuto da poveri parenti, condurre un asino al mercato e attendere ai più umili uffici non è tale fatto che possa influire sui destini di una donna. Giovanna d’Arco, Santa Genovieffa, tante altre che ometto per brevità non cominciarono in modo diverso la loro vita gloriosa. Solamente, come dicono i francesi, il y a falot et falot. Noi si potrebbe tradurre: Tutto dipende dalla qualità del legno. Passando di servizio in servizio Emma mette a dura prova la pazienza delle sue padrone. «Nessuna regolarità nel disimpegno, nessuna coscienza nel lavoro, nessuna cura della persona. Quando ella aveva stracciate le calze alle spine delle siepi ne riuniva i buchi con uno spillo e questo era il suo modo di aggiustarle». Troviamo tale particolare molto intimo nel libro recente di Fanchier-Magnon: Lady Hamilton.
Ecco, sono persuasa che la maggior parte degli uomini a cui caddero sotto gli occhi queste parole non vi fecero nessun caso; ma io lo domando alle madri, alle educatrici, a tutte le donne che dirigendo una famiglia ed un istituto fecero lunga esperienza del carattere delle fanciulle, domando loro se quelle calze rattoppate con uno spillo non sono decisamente sintomatiche per l’avvenire di Emma. Invano una signora si adopera a educarla, a correggerla, a ispirarle buoni sentimenti. Prima ancora di compiere i quindici anni Emma entra nella vita galante, seguendo una irresistibile vocazione, la sola vocazione che avesse.
E anche qui è da osservare che nessun slancio di passione, nessuna illusione sentimentale la trascina al primo passo. Ella cade nelle braccia di uno qualunque, per ricompensarlo di un servigio reso, senza annettere importanza a sì piccola cosa. Non c’è neanche lo svolgimento di una relazione amorosa; pochi mesi dopo tutto era finito salvo la nascita di una bambina; e appena appena convalescente, per non perder tempo, accetta le offerte di un vecchio signore. La madre di Emma approva, pare, la carriera prescelta poichè salvo rare eccezioni le due donne non si abbandonarono mai dando, se si vuole, un esempio edificante di affetto materno e filiale.
In casa del signore dove c’è baldoria tutto l’anno Emma si trova nel suo elemento. È là che incomincia a sviluppare l’attitudine al canto ed alla musica che dovrà servirle più tardi per brillare in società. Anche la sua bellezza prende un rigoglio maggiore. Tranne i capelli bruni raramente attribuiti alle inglesi, ella rappresenta il tipo classico della sua razza; eleganza di forme, perfezione di lineamenti, colorito di gigli e di rose, occhi di quell’azzurro cupo che noi troviamo solamente nei romanzi e sorriso d’angelo. Romney, Reynold, la Vigée Lebrun, Angelica Kauffmann, Romney soprattutti che le fu ardente ammiratore, si ingegnarono a trasmetterci una bellezza chiamata a’ suoi tempi divina, ma forse non riuscirono completamente nell’intento. Vi sono nelle fisonomie, molto più trattandosi di fisonomie mobili e cangianti come era appunto quella di Emma Lyon, raggi e baleni che il migliore dei pennelli non riesce a fissare sulla tela.
Ad onta di tali pregi il vecchio signore si stancò anch’esso di Emma e, semplicemente, come un servitore che non accomoda più, la licenziò. Ella aveva peraltro conosciuto in quella casa un nobile di gran famiglia e di mezzi ristretti che si chiamava sir Greville, che aveva gettato gli occhi su di lei per raccogliere la successione del vecchio e che, astuto e freddo, aspettava senza impazienza il suo turno per averla alle migliori condizioni possibili. A questo punto si entra in un ordine di fatti così repugnanti che l’immoralità della donna ci appare quasi la fioritura mostruosa ed inconsapevole di un letamaio.
È inutile seguire passo a passo il cammino di Emma che si fa chiamare per turno Lyon, secondo la sua nascita, o Hart per tentare di nascondersi, ed è così governante di bimbi, commessa di negozio, cameriera, damigella di compagnia, modella di pittori e soggetto ricercatissimo per quadri viventi. Ma tutte queste diverse professioni non riuscendo di suo gusto ella volle rientrare nell’unica per la quale si sentiva proprio nata e scrisse e riscrisse al vecchio protettore il quale non si diede neppure la pena di rispondere. Allora rivolse le sue suppliche a sir Greville che la aspettava al varco e che trattandola un po’ altezzosamente, un po’ paternamente le promise il suo appoggio purchè si acconciasse docilmente a una vita modesta, senza lusso, senza divertimenti, chiusa in casa a esclusiva disposizione del nuovo proprietario. Neppure una parola d’amore fu pronunciata. Emma accettò, felice. L’ineffabile sua madre che ha pure sentito il bisogno di cambiar nome e di farsi chiamare la signora Cadogan le sta accanto in qualità di governante di casa. Tutto cammina sulle rotelle.
Ma sir Greville aveva uno zio del quale doveva essere l’erede, lord Hamilton, ambasciatore inglese a Napoli. Tra i due uomini, quantunque uno avesse trentatre anni e l’altro cinquantacinque, correvano rapporti di reciproca simpatia come tra giovani camerati. Quando Hamilton venne a Londra, in congedo per qualche tempo, la casa di suo nipote gli venne aperta a due battenti ed egli non tardò a diventare l’amico della leggiadra creatura che ne faceva gli onori. Entusiasmato della sua bellezza, si pose in mente di correggerne l’educazione e se Emma non riuscì mai a imparare la grammatica fece invece qualche progresso nella musica, nella danza ed apprese alcune nozioni elementari che le permisero di rappresentare al vivo i capolavori dell’arte antica. Ella era a volta a volta Niobe, Cleopatra, Medea, trasformandosi in ciascuno di questi personaggi con un istinto meraviglioso della posa, servendosi d’uno scialle per tutto drappeggio. Lord Hamilton stava più che mai sotto il fascino.
Incredibile a dirsi, il più felice dei tre era ancora sir Greville. Guidato unicamente dal proprio interesse egli pensava che fosse giunto per lui il momento di fare un ricco matrimonio, quindi di sbarazzarsi della donna che aveva in casa. Contemporaneamente, essendo l’erede presuntivo di suo zio, gli premeva assai che lord Hamilton ancora vegeto e robusto non si incapricciasse a sua volta di prender moglie, così pigliando due piccioni ad una fava decise di appioppargli la docile Emma per rallegrare il resto dei suoi giorni. Il piano, concepito con astuzia infernale, minacciò di naufragare per la inaspettata resistenza di Emma la quale trovandosi così bene a posto a Londra con un giovinotto non voleva persuadersi di andare a stare a Napoli con un vecchio e, secondo la sua abitudine, scrisse e riscrisse a Greville dicendogli che ella venerava e rispettava lord Hamilton ma che non lo avrebbe mai amato nello stesso modo che amava lui, Greville. Preghiere, scongiuri, minacce, tutto fu inutile. Emma, sempre seguita da sua madre, finì coll’andare a Napoli da lord Hamilton e il vecchio diplomatico innamoratissimo ebbe la faccia tosta di presentarla in qualità di vedova al corpo diplomatico il quale un po’ torcendo la bocca, un po’ ingoiando rassegnato una pillola che cadeva da tanta altezza, si arrese ad accoglierla.
Molti chiamarono Emma Lyon una buona ragazza. Sì, ella aveva la bontà speciale delle creature del suo stampo, cioè una mancanza di volontà e una tale assenza di principî non dirò di morale ma neppure di dignità femminile che fece di lei una festuca mobile in balia degli avvenimenti. Non era passato gran che dalla sua convivenza coll’ambasciatore a Napoli ed ella dichiarava di amarlo come nessun altro al mondo. Buona ragazza fino all’ultimo, conservava una nutrita corrispondenza con Greville, chiamandolo caro amico e mettendolo a parte della felicità della sua nuova luna di miele....
Da questo momento un destino sempre più avventuroso si incarica di portare Emma ai più alti fastigi sociali. Sotto la protezione dell’ambasciatore inglese ella assiste alla caccia del re Ferdinando IV, si lega in amicizia colla duchessa d’Argyl, penetra nella migliore società, riceve i personaggi della corte. La sua bellezza conquista tutti. Infine lord Hamilton la sposa e sotto questo colpo inaspettato chi dovette rodere catene fu sir Greville al quale Emma con sottile veleno femminile scriveva: «Non potrò mai ringraziarvi abbastanza per avermi fatto conoscere il migliore uomo del mondo, colui che amo e che amerò sempre. Non potete immaginarvi come noi siamo felici. Credo vi farà piacere il saperlo».
Feste, ricevimenti, pranzi, gite, una corona di adoratori, un marito che la sodisfa in ogni capriccio, un successo che va crescendo di giorno in giorno inebriarono la neo lady Hamilton. Ella fa un altro passo ancora e diventa l’amica inseparabile della regina di Napoli Maria Carolina. C’è, è ben vero, sopratutto dal lato degli inglesi, qualche intransigente puritano che non si piega alla fortuna insolente della bella avventuriera; ma sotto l’egida del marito, e coll’amicizia della regina Emma non se ne cura. Ella si crede oramai in diritto di osare qualunque cosa.
Giunge intanto il famoso 10 settembre 1793, giorno in cui un naviglio inglese entra nella baia di Napoli col suo capitano Orazio Nelson incaricato di reclutare soldati per tener testa alle prepotenze dei rivoluzionari francesi. Impressionato dalle notizie di Parigi ove la ghigliottina funzionava su tutte le piazze, Ferdinando mosse ad incontrare colui che già il popolo acclamava come il salvatore d’Italia, e nell’odio contro i francesi Nelson, il re, la regina erano tutti d’accordo. Lady Hamilton si scoperse pure un odio simile ed entrò subito a far parte degli ammiratori di Nelson. Trionfando in quel momento la politica inglese la moglie dell’ambasciatore divenne il perno intorno al quale si aggiravano le nuove speranze. La regina la incoraggiava con tutte le sue forze. Emma poteva scrivere in quel torno a sir Greville: «Non abbiamo tempo di scrivervi perchè da tre giorni e da tre notti non facciamo altro che preparare lettere di importanza per il nostro governo». Eh? Chi se lo sarebbe immaginato! Meno di tutti sir Greville.
In realtà questa figlia di contadini che si chiamava ora lady Hamilton si era gettata corpo ed anima negli intrighi politici servendo a vicenda Maria Carolina e Nelson il quale già stretto in viva amicizia coll’ambasciatore si sentiva più che mai avvinto dal fuoco che gli metteva l’ambasciatrice. Egli, uomo semplice, puro, un po’ ingenuo di quella rude ingenuità dell’uomo di mare abituato a vivere tra cielo ed acqua, egli religioso, egli che fino allora era stato tenero marito, credette di vedere in questa donna un essere straordinario, eccezionale. La sua riconoscenza si cambiò presto in amore e l’amore fu con pari slancio ricambiato. Lodandosi e ammirandosi a vicenda giunsero in uno stato di esaltazione visibile per tutti, tranne che per il marito. Lord Hamilton non si accorse mai di nulla e la sua cecità giunse al punto di accettare la vita in comune. La vittoria di Aboukir aveva messo Nelson sopra un tale piedistallo dal quale nessuno osava guardarlo altrimenti di come si guarda un eroe.
Nelson non era un Adone. Piccolo, meschinello, calvo, aveva perduto un braccio all’assalto di Teneriffa e lasciato un occhio ad Aboukir. Ma Emma non amava in lui l’uomo. L’ambizione l’aveva ubriacata. Avendo per amica una regina era naturale che l’eroe del giorno dovesse essere il suo amante. Noi sappiamo del resto che per lei questa cosa aveva poca importanza.
Maturavano intanto le congiure contro il trono dei Borboni. In seguito all’esempio di Maria Antonietta, sua sorella, la regina di Napoli si persuase della necessità di una fuga che pur tuttavia per l’ansia di mettere in salvo tutti gli oggetti di valore minacciò di eguagliare la misera fuga di Varennes. Lo zelo e l’energia di lady Hamilton riuscirono a salvare ogni cosa. Messo a posto sicuro il tesoro, nella notte che precede il Natale gli Hamilton, con Nelson s’intende, accompagnarono il re e la regina a Palermo, perseguitati da uno spaventoso uragano durante il quale lady Hamilton potè sviluppare dinanzi al suo eroe una serie di atti coraggiosi che poi si compiacque descrivere per lettera a sir Greville eletto suo corrispondente perpetuo.
Gli arresti dei rivoltosi, la condanna di Caracciolo, ognuno dei fatti che segnarono quella pagina di storia italiana ebbero lady Hamilton a ispiratrice e consigliera. Congiunta oramai al destino di Nelson, acquiescente in singolare cecità il marito, questo terzetto sfila dinanzi all’Europa intera. Da Napoli a Palermo, da Palermo a Napoli, poi a Vienna, poi a Londra gli indivisibili vanno sempre insieme, non dandosi neppure la pena di salvare le apparenze. L’aristocrazia di Vienna tuttavia, più severa della napoletana, non fece buon viso a tanta impudenza e invano lady Hamilton sollecitò un invito a corte! Lentamente la fortuna incominciava a voltarle le spalle. Quella bellezza che aveva in particolar modo contribuito ai suoi successi subiva l’inevitabile insulto degli anni; le magnifiche forme si deformavano in una degenerazione adiposa. Chi la vide allora ebbe a giudicarla volgare e priva di distinzione.
Solo i due mariti (chiamiamoli così) restavano sotto il fascino.
A Londra intanto, nel ritiro austero della propria casa, nascondeva le sue lagrime la moglie abbandonata di Nelson. Quando la triade scandalosa entrò nella capitale inglese una grande folla di persone accolse il vincitore di Aboukir e gli inseparabili Hamilton. Ma la signora Nelson nessuno la vide. Spinta da un sentimento che è facile comprendere, la povera reietta volle appena mirare una volta la sua rivale e con questa intenzione si mescolò al pubblico nella serata di gala offerta in teatro ai reduci, ma appena scorse il marito seduto accanto a colei che glielo aveva tolto, svenne. Molti allora furono i commenti, si capisce, e non benigni. In seguito a ciò la signora Nelson restrinse ancor più il suo isolamento recandosi a vivere in campagna nella dignità di un silenzio assoluto.
Ora trova posto un avvenimento che sorpassa in audacia tutti gli altri. Emma, portando in grembo un figlio di Nelson, se ne sgrava nella stessa casa del marito senza che costui si fosse accorto di nulla, nè prima, nè durante, nè poi. Un colmo!
Qualche tempo dopo sua moglie e l’amico gli presentano una bambina che dicono di avere raccolta per carità e che per combinazione si chiama Orazia. L’ottimo lord Hamilton approva l’atto umanitario e così il terzetto si muta in quartetto con soddisfazione generale.
Sempre d’accordo, quantunque le finanze comuni fossero un po’ sbilanciate, Nelson e gli Hamilton acquistano una proprietà incantevole in mezzo a verdi praterie dove scorre una specie di fiumicello in riva al quale l’ambasciatore passa gli ozi ben meritati a pescare colla lenza, mentre Nelson ed Emma continuano a filare il perfetto amore adornando tutte le pareti della nuova casa dei loro due ritratti in tutte le pose e in tutte le dimensioni.
Nella piena serenità di questo idillio la morte coglie lord Hamilton. Egli spira tranquillo fra le braccia della moglie fedele e del leale amico. Ambedue lo piangono con una sincerità commovente; ma forse qualche lagrima la vedova spremette ancora quando, aperto il testamento, si trovò che l’erede era sir Greville e che a lei non restava che una misera pensione per non morir di fame. Era per l’avventuriera la disgrazia definitiva; per Greville una luminosa rivincita. Giunto finalmente in possesso di quel patrimonio al quale aveva agognato tutta la vita egli gettò la maschera di amico e di corrispondente schierandosi addirittura contro la vedova di suo zio. Da questo momento l’astro di Emma Lyon declina. Invano Nelson sollecita per lei ricompense e dal governo inglese e dalla ex regina di Napoli. Nulla ottiene. Nelle mani di Emma ciò che le restava della artistica grandezza sbriciolavasi ogni giorno in spese pazze e in un disordine completo. I debiti si accumulano, i creditori sono alla sua porta.
Nelson, chiamato a nuove campagne, si strugge lontano da lei e le scrive lettere appassionate: «Cara sposa, buona e adorabile amica, che cosa non darei per esservi vicino! Possiamo almeno contare sull’avvenire che ci darà ancora molti giorni di felicità circondati dai figli dei nostri figli. Dio onnipotente potrà, quando il voglia, appianare ogni ostacolo».
L’ostacolo, è bene saperlo, era la moglie di Nelson della quale si sperava prossima la fine.
Invece però delle desiderate gioie domestiche l’ammiraglio è chiamato a nuove campagne. La gloriosa giornata di Trafalgar si prepara nel mistero di quell’avvenire che egli aveva diversamente invocato.
Il 21 ottobre 1805, poche ore prima che tuonasse il cannone, Nelson incomincia il suo testamento, con una preghiera a Dio; poi raccomanda in caso di morte al Re e all’Inghilterra le sorti di lady Hamilton e della piccola Orazia. Infine termina con parole d’amore esaltato alla sua adorata Emma; ma la lettera rimase incompiuta. Chiamato dal primo colpo di cannone, l’ammiraglio prese il suo posto di avanguardia e poco meno di un’ora dopo cadeva colpito a morte.
Nelson non era più, ma aveva salvato l’Inghilterra.
Emma, che non seppe mai reggersi da sola, privata di appoggio rovinò rapidamente verso l’estrema miseria. I suoi ultimi anni furono un continuo combattimento coi creditori. Non potendo persuadersi di un crollo così completo della sua fortuna, ella che aveva brillato alla corte di Napoli come stella di prima grandezza, che possedeva ottocento lettere della ex regina, che aveva arringato le folle ed era stata arbitra del cuore di due grandi uomini aspettava ancora, aspettò sempre una ricompensa che le sembrava dovuta. Si illudeva anche di avere diritto, dopo la sua morte, ad essere sepolta in San Paolo accanto a Nelson. Nientemeno! La incoscienza più assoluta accompagna questa donna fino all’ultimo. Scacciata di casa in casa per mancato pagamento di pigione, non cessa di far baldoria come può. Incarcerata per debiti dirama inviti per commemorare a suo modo lo anniversario della battaglia di Aboukir, cioè a tavola. «Venite (ella scrive agli amici) noi beveremo alla sua (di Nelson) memoria gloriosa».
Alcune persone caritatevoli si unirono per pagarle i debiti e trarla fuori di carcere. Poco tempo dopo ricadeva e nei debiti e nella prigione. Fu allora consigliata di lasciare l’Inghilterra. Si ridusse infatti a Calais dove morì nella più squallida miseria a cinquantatre anni.
Mai cicala cantò più alto nei meriggi ardenti, e qual cicala cadde a sera Emma Lyon, sparendo da quel mondo dove aveva fatto tanto rumore senza lasciare nessun rimpianto. Il bel corpo che fu suo vanto, sua fortuna e suo disonore insieme si dissolvette sotto le zolle di un piccolo cimitero grigio, desolato, abbandonato; e la sua memoria, se mai si aggira ancora intorno alla eccelsa colonna di Trafalgar square è per mettere un’ombra sulla fronte del grande Nelson.
I TRAVESTIMENTI NEL SECOLO XVIII
Molti anni or sono s’avrebbe potuto incominciare questo articolo così: «Ora che si avvicina il carnevale non è forse fuori di proposito parlare di travestimenti», ma a quest’alba del millenovecentoundici l’argomento è già passato nel dominio della storia e a voler trarnelo fuori occorre far opera di esumazione coi suoi bravi documenti alla mano.
Il travestimento carnevalesco fu l’ultimo guizzo di una consuetudine che nei tempi andati non aspettava il carnevale per manifestarsi. Non era forse un travestimento l’abito maschile che una fra le più belle eroine di Walter Scott si imponeva per scorrere inosservata sui montuosi sentieri della Scozia? E nemmeno sola, perchè leggendo le avventure di tempi anche più lontani ci incontriamo sovente in donne che dovendo affrontare i pericoli di strade mal sicure e di alloggi problematici si mettevano al coperto delle insidie sotto apparenze virili. Con un mantello sulle spalle e un cappellaccio calcato sugli occhi si sentivano protette. L’ombra del maschio le difendeva. Una donna sola in quelle età remote non avrebbe potuto percorrere cinque miglia senza incappare in qualche spiacevole avventura. Come devono riderne le emancipate miss americane che attraversano mezzo mondo in gonnella corta, nevvero?
Nata da un vero bisogno nei secoli più rozzi questa moda, diremo così, di vestire abiti maschili appena le circostanze potevano offrirne il pretesto rimase a lungo nei costumi delle donne e prese vaste proporzioni nel periodo del romanticismo.
Ma prima ancora che il paggio di Lara e il patetico Jocelyn facessero versare tante lagrime alle belle svelando il mistero del loro sesso, il grande, l’olimpico Goethe che nessuno di noi saprebbe immaginare in attitudine scherzosa, aveva pure attraversato i verdi sentieri di Sesenheim travestito da oste, con un fardello di pasticcini in mano, per sorprendere in incognito la dolce Federica seguendo una logica di seduzione che sfugge al nostro moderno criterio.
Pochi anni dopo lord Byron, meditando Lara, compiva dei viaggetti di piacere da Londra a Southwell con un’amica in costume maschile che egli spacciava per suo fratello.
La contessa d’Houdetot, che vuolsi abbia ispirato la Nuova Eloisa, attraversava a cavallo, vestita da uomo, la foresta di Montmorency per andare a trovare Gian Giacomo Rousseau all’Eremitaggio. Ella chiamava queste scappate: sorprendere l’orso nella sua tana.
Il cardinale di Rohan, uno dei quattro cardinali di Rohan che tennero seggio a Strasburgo, ma il solo di cui si occupò tanto la cronaca, non temeva mostrarsi in carrozza colla marchesa di Marigny sotto le spoglie di un elegante abate.
Nel 1792 le due sorelle Fernig, travestite cogli abiti dei fratelli, si batterono valorosamente insieme alla guardia nazionale comandata dal loro padre contro scorrerie nemiche che minacciavano il confine tra la Francia e il Belgio.
Avvicinandoci ai nostri tempi, troviamo ancora la contessa d’Agoult vestita spesso da uomo ne’ suoi viaggi con Liszt; Balzac, il quale fece pure un viaggio in Italia accompagnato da una donna sotto le spoglie dell’altro sesso; il generale Massena che intraprese la guerra di Spagna portandosi insieme la sua amante celata sotto la divisa di ufficiale dei dragoni; Dumas, a testimonianza di Ernesto Rossi, si traeva dietro le quinte dei teatri parigini una fanciulla in abiti virili.
Questi esempi, che cito a memoria, chiunque abbia letto corrispondenze e ricordi dell’epoca potrà moltiplicare all’infinito. Certo, la lettura di tali documenti dovette sembrare troppo frivola agli illustri scienziati i quali volendo provare la degenerazione di Giorgio Sand citarono in prova l’abito maschile che la grande romanziera indossava in alcune circostanze speciali e precisamente quando, giunta a Parigi sola, sconosciuta, decisa a lanciarsi nella lotta per la vita si mescolava alla folla degli studenti e protetta dall’abito maschile frequentava liberamente i teatri e le taverne del quartiere latino. Ella non faceva proprio atto di eccentricità nè di degenerazione poichè tante donne prima di lei e contemporaneamente a lei non esitavano a portarlo allorchè per un verso o per l’altro ne avevano la convenienza. Ma purtroppo gli scienziati qualche volta si appassionano tanto intorno alle loro teorie che quando credono di aver afferrato un principio (rimati o ti accoppo) tutto deve convergere alla loro dimostrazione, anche i fatti che meno vi si prestano. Guardiamo un po’ in casa nostra; che cosa era il settecento veneziano sotto il rapporto del costume se non una continua mascherata, un travestimento diurno e notturno, un vivere sempre colla baùta in tasca e il domino sul braccio? Amori, piaceri, vendette, congiure, tutto si compiva sotto la maschera. Nessun divertimento sembrava piccante se non si alteravano i propri connotati. Al riparo di un palmo di stoffa sul viso le mogli gelose inseguivano i mariti, gli amanti si davano convegno, i rivali si sfidavano, i motti salaci uscivano dalle labbra senza che le guancie arrossissero. Uno spirito particolare, lo spirito della maschera, dava ardire ai più timidi.
Fino alla metà del secolo decimonono tali costumanze ebbero uno strascico in tutta Italia. Ai veglioni dei principali teatri accorrevano le signore della più scelta società e della più irreprensibile condotta. Convien dire che erano molto diversi dai veglioni attuali, dove le donne vanno per svestirsi, mentre nel concetto di allora vi si andava per nascondersi, per divertirsi in incognito, e nulla era più ambito che far ammattire mezzo teatro col fuoco di fila della scherma motteggiatrice e partirsene poi senza essere riconosciuti. Sotto i larghi chauve-souris che giustificavano pienamente il loro nome stendendo a guisa di ali le maniche voluminose e gli impenetrabili cappucci, il galante (vi erano allora dei galanti) doveva indovinare la signora al tocco leggiero della manina inguantata, a un profumo impercettibile, a un riso represso.
In provincia, nelle famiglie, nei piccoli crocchi, il primo pensiero che veniva al giungere del carnevale era quello del travestimento; e chi non aveva a propria disposizione un costume da turco, da diavolo, da negromante, da zingara ricorreva ancora allo scambio dei sessi. Gli uomini cingevano la gonnella, le donne infilavano i calzoni, i bambini mettevano la cuffia della nonna e il pastrano del nonno cogli occhiali sul nasino camuso.
Se la storia del travestimento, nata da necessità temporanee, prese il suo più brillante sviluppo sotto l’influenza del romanticismo e contò ne’ suoi fasti la gaia leggerezza di una società sul tramonto, si deve pur dire che negli ultimi giorni di vita diede guizzi più alti e raggiunse quasi i fastigi dell’eroismo quando, sotto la dominazione austriaca che ogni pensiero di libertà comprimeva con ferreo giogo, l’amore di patria dava le prime scosse al pauroso colosso celato sotto travestimenti satirici che gli permettevano di circolare in mezzo alla folla, inteso da chi doveva intendere. A Milano il carnevale era aspettato con impazienza da alcuni spiriti inquieti di patriota cui giovava la maschera con allusioni, motteggi e caricature a tener vivo negli animi il pensiero della riscossa. La maschera politica chiuse gloriosamente da noi il ciclo del travestimento.
Ora bisogna andar fino a Oberammergau per incontrarvi sotto la forma di funzione religiosa ciò che rimane ancora di questa passione antica.
Non si potrebbe tacere, poichè ho accennato principalmente al secolo XVIII, colui che vi tenne un posto singolarissimo per questo, che avendo portato durante quarant’anni le insegne d’uomo ed essere stato capitano dei dragoni, dottore in diritto civile e diritto economico, avvocato, ambasciatore, ministro plenipotenziario, si confessò improvvisamente donna, vestì da donna e donna morì. Ma questa bizzarra istoria mi porterebbe troppo lontano. Dirò come la sultana Scheherazade al suo signore «Se permettete, sarà per un’altra volta».
Per la bonne bouche tuttavia voglio tracciare alle mie lettrici il breve schizzo di una donna vestita da uomo che ebbi occasione di conoscere a Parigi nella scorsa primavera. È russa. Chi sia veramente non si sa. Si fa chiamare Nikto e questo nome di guerra appariva appunto in quei giorni sui manifesti di un concerto — il concerto Nikto. Coi suoi capelli bianchi foltissimi, corti e ben pettinati, vestita con inappuntabile eleganza maschile, il piccolo piede imprigionato in due stivaloni che le salivano fin presso il ginocchio, la piccola mano nervosa e ferma, il volto intelligente, fine, un po’ beffardo, senza rughe, di una freschezza sana fra la tinta sobria della cravatta e il candore dello sparato, ella era un monsieur molto interessante e mi trovavo sempre imbarazzata quando dovevo rivolgerle la parola. Monsieur?.... Madame?...
— Appelez-moi Nikto — mi disse colla sua voce sicura benchè bassa e un poco velata.
Ultima traccia del romanticismo in quella città medesima che del romanticismo vide le più ardenti battaglie, o pioniera delle nuove aspirazioni femministe?....
Chi lo sa!
IL CASO STRAORDINARIO DEL CAVALIERE D’ÉON (Ancora dei travestimenti del secolo XVIII)
Si sa che il romanzo storico non è più di moda, ma la storia stessa ci offre talvolta avventure così bizzarre da disgradarne la fantasia di qualunque romanziere. Tale l’intreccio di casi che io mi farò ora a narrare sulla scorta di una pubblicazione uscita a Bruxelles nel 1837 documentata da materiali autentici estratti dagli Archivi degli affari esteri.
Nasceva a Tonnerre, piccola città del dipartimento della Yonne, il 5 ottobre 1728 un bambino che i registri della parrocchia attestarono figlio del nobile Luigi d’Éon de Beaumont e che fu battezzato coi nomi di Carlo Genovieffa Luigi Augusto Andrea Timoteo. (Carlo era il nome del padrino e si capisce che solo per non far torto alla madrina, che si chiamava Genovieffa, imposero al bimbo fra cinque nomi maschili, anche questo femminile).
Il bimbo crebbe sano e sbarazzino come tutti gli altri, entrò in collegio, prese il diploma in ambe le leggi e appena laureato divenne segretario di un signor Sauvigny amico della sua famiglia e intendente militare a Parigi. Fu allora che gli si sviluppò la passione delle armi nelle quali si rese presto celebre, senza pregiudizio delle lettere, da lui pure coltivate con discreto successo, nè della vita mondana condotta di pari passo alla scapigliata gioventù del suo tempo «società variopinta, mosaico ambulante, unione di bene e di male dove le coscienze erano fatte a pezzi e bocconi e dove ogni uomo portava il vizio e la virtù cuciti insieme nello stesso vestito».
Non bisogna mai dimenticare l’ambiente quando si vuole studiare un individuo. Sembra tuttavia che il cavaliere D’Éon conservasse una certa ingenuità provinciale fra le corruzioni di Parigi. Anche il suo aspetto era dolce e delicato; aveva lunghi capelli biondi, occhi azzurri, un piccolo piede, la vita sottile ed il labbro appena adombrato di un velo d’oro sottile come la peluria di una pesca.
Egli toccava poco più di vent’anni quando una sera, in un crocchio di gentiluomini e dame della Corte, fu deciso di andare tutti insieme a un ballo in costume che il re dava a Versailles, e poichè ognuno cercava il proprio travestimento e D’Éon, imbarazzato, non diceva nulla, venne proposto a unanimità per quel bel ragazzo biondo l’abito di donna. C’era presente una graziosa contessa che offerse subito uno de’ suoi. D’Éon doveva poi confessare nelle sue «Memorie» essere stata quella la prima donna che gli fece battere il cuore. Ma lo aspettava ben altro nelle splendide sale della reggia dove trovavansi adunate le ricchezze e il lusso della Francia intera.
Luigi XV, il cui regno fu dall’arguta malizia del grande Federico diviso in tre epoche — Gonnella I, Gonnella II, Gonnella III, — si trovava alla seconda gonnella, la marchesa di Pompadour e, manco a dirlo, fra due schiere di cortigiani proni la bella favorita incedeva in quelle sale con sicurezza da regina, sfolgorante di gioielli; mentre il monarca annoiato, apatico, sembrava guardare con indifferenza lo svolgersi delle danze, e le beltà in aspettativa ansiose di succedere alla Pompadour. I suoi sensi spossati, la sua immaginazione intorpidita gli rendevano sempre più rara la vibrazione del desiderio. Ma a un tratto il suo sguardo si anima, la sua attenzione segue con curiosità nuova una bionda giovinetta che gli appare diversa dalle altre, fine ed energica, delicata e forte, con un mistero inafferrabile diffuso in tutta la persona, quasi un profumo di fiore esotico, di cosa rara.
Il re chiama il fido Lebel, il triste ministro de’ suoi piaceri, e gli chiede se conosce quella fanciulla. Lebel non la conosce, ma allontanatosi pochi minuti per raccogliere informazioni, ritorna annunciando che è una signorina di provincia venuta alla festa insieme alla contessa di Rochefort, al duca di Nivernay e al conte Du Barry. Questo conte Du Barry, che era un pessimo soggetto, apparve al re ed al suo segretario quale via già pronta e tracciata per giungere alla colombella. Il piano è subito stabilito. Lebel non durerà molta fatica a far smarrire la fanciulla in uno dei tanti corridoi del palazzo e il resto verrebbe da sè.
Un occhio tuttavia più acuto di quello del re, più interessato a guardare che non quello di Lebel, aveva seguito ogni gesto del complotto; era l’occhio vigile di madama di Pompadour, sempre aperto, sempre in sospetto. Poichè tutti quei raggiri le erano ben noti e ben sapeva dove andavano a finire i conciliaboli del re col suo segretario e cameriere intimo, non sospetto, ma certezza le scatenò in seno tutte le furie della gelosia. Da galeotto a marinaro, ideò ella pure, immediatamente un piano di difesa. Fra i suoi privilegi eravi una chiave degli appartamenti del re e decise di servirsene subito. Fu così che quando l’infame Lebel avendo incontrato la fanciulla smarrita nei labirinti del palazzo la spinse a tradimento nelle camere segrete; ella, o a meglio dire il cavaliere D’Éon, si trovò di fronte, altera, corrucciata, furibonda, la marchesa di Pompadour!... Equivoco dei più buffi, nel quale il giovinotto si trasse di impaccio a tutto suo profitto, dicesi, placando la collera gelosa della favorita colle prove più convincenti del granchio preso.
Il raccoglitore di queste «Memorie» si ferma forse con troppa compiacenza sui particolari di un abboccamento che dovette certo essere interessante, ma che non ebbe testimoni. I costumi del secolo, è vero, autorizzano ogni supposizione per quanto ardita. D’altra parte la tentazione dovette essere forte, gli scrupoli leggieri e l’occasione oltre ogni dire propizia.... Comunque, quando poco tempo dopo entrò il re, la marchesa potè accoglierlo con una clamorosa risata presentandogli non senza sarcasmo sotto le vesti femminili che lo avevano tratto in inganno il signor cavaliere D’Éon. Sua Maestà prese lo scherzo in buona parte e per quella volta tutto finì lì. Questa farsa tuttavia non era che il principio di un lungo dramma.
Poche settimane erano trascorse allorchè il cavaliere D’Éon fu invitato a presentarsi dal principe di Conti, che egli conosceva già per avere praticato insieme qualche scorreria sui fianchi del Parnaso, ed al quale si sentì annunciare a bruciapelo l’intenzione di Luigi XV di spedirlo in Russia per una missione diplomatica di speciale importanza che lui solo poteva compiere. Sorpreso, sbigottito, eppure già vellicato dalle carezze dell’ambizione, il giovinotto fu portato di nuovo alla presenza del re per avere più ampie e dirette spiegazioni.
Ecco di che si trattava. Prossima alla guerra dei sette anni, la Francia trovavasi allora in contestazione con quasi tutte le potenze d’Europa; la Russia stessa, amica dapprima e alleata desideratissima, si era posta in grande freddezza, freddezza sostenuta da Bestucheff, cancelliere, senatore e favorito della imperatrice Elisabetta, nemico giurato dei francesi. Invano i ministri di Luigi XV avevano tentato di spedire messi a Pietroburgo muniti di autografi del re per la stessa imperatrice; erano stati tutti respinti al confine. L’ultimo che vi si era arrischiato giaceva da un anno carico di ferri nella fortezza di Schlusselbourg.
Stando le cose a questo punto, Luigi XV, che serbava l’impressione assolutamente ingannatrice del cavaliere D’Éon in femminili spoglie, aveva concepito l’audace progetto di spedirlo così travestito in Russia, visto che Bestucheff delle donne non diffidava, e farlo giungere fino al trono della imperatrice.
La proposta a tutta prima dovette sembrare al cavaliere D’Éon una poco decorosa mascherata, ma la prigione di Schlusselbourg che si rizzava minacciosa in fondo alla gaia prospettiva era anche fatta per solleticare il suo amore di gloria e di combattimento. Accettò. Siccome una fanciulla a quei tempi non poteva viaggiare sola ed era prudente fortificare la mina che si voleva introdurre in paese straniero, fu scovato fuori uno scozzese, un nobile Douglass, persona fine, intelligente, istruita, che possedeva inoltre sufficienti cognizioni mineralogiche utilissime a fornire il pretesto di una escursione scientifica. Lo si incaricò delle osservazioni esterne e delle esplorazioni politiche, mentre la damigella D’Éon, sua nipote, doveva introdursi nella reggia e consegnare nelle proprie mani dell’imperatrice le istruzioni segrete che il re di Francia aveva scritte di suo pugno sopra diversi fogli di carta sottile, parte nascosti fra una doppia suola delle sue scarpette, parte nel cartone del libro da messa.
Sempre per non destare sospetti i due viaggiatori la presero lunga, percorrendo senza fretta la Germania, frugando negli scavi, discendendo nelle mine in cerca di terreni primordiali e intermediari, occupati esclusivamente a cercare campioni di quarzo, di antracite, di serpentina ecc. Traversando la Sassonia il bravo Douglass non volle perdere l’occasione di una visita alla famiglia del duca di Meklemburgo-Strelitz che egli conosceva e nella quale non dispiacevagli di produrre la finta nipote come ad una prova generale delle di lei attitudini a rappresentare una signorina dell’alta società; prova che riuscì al di là del desiderio, perchè la più giovane figlia del duca, come suole avvenire in quell’età, si accese di una così viva simpatia per la damigella francese che non volle staccarsi dal suo fianco e abbracciandola e baciandola la condusse a vedere tutta la casa, tutto il giardino, e più ancora la sua cameretta.... Sir Douglass sudava sangue ed acqua. Quando riuscì a strappare la sua sedicente nipote alle pericolose espansioni della piccola duchessa costei pregò la damigella francese di recare una lettera (la posta in quel tempo lenta e mal sicura consigliava spesso tal genere di ambasciate) ad una amica residente a Pietroburgo «così — soggiunse — ella mi parlerà di voi, voi le parlerete di me e non ci dimenticheremo». La lettera portava questo indirizzo: Alla signorina Nadège Stein, damigella d’onore di S. M. l’imperatrice di Russia. Neanche a farlo apposta il destino non poteva aprire una via più rapida ai due viaggiatori per farli penetrare proprio là dove essi volevano! Ma, ancora una volta, da un piccolo avvenimento fortuito dovevano nascere peripezie senza fine.
Intanto che lo scozzese e la sua compagna attraversavano la Prussia, la Curlandia, la Livonia, diretti a Pietroburgo, a Parigi la scomparsa del cavaliere D’Éon aveva messo i suoi amici in subbuglio. Il segreto del travestimento confidato a qualcuno, posto di fronte al contegno riservato del cavaliere, fece dire, per burla forse o per fare dello spirito o della malignità, che probabilmente egli era una donna davvero. Questi i primi germi gettati al vento. Più tardi saranno raccolti da chi avrà interesse a farlo.
Tutta l’astuzia del piano concepito a Versailles minacciò tuttavia di cadere al confine del Sacro Impero. La nazionalità scozzese non fu passaporto sufficiente per Sir Douglass. Respinto, dovette tornare indietro colla sua raccolta di minerali. La damigella invece passò incolume coi preziosi autografi nella suola delle scarpette, si presentò a Nadège e fu da questa condotta alla presenza dell’imperatrice, alla quale fece intera confessione dello stratagemma immaginato dal re di Francia per comunicare direttamente colla sovrana di tutte le Russie.
Qui il cronista si indugia ancora in particolari scabrosi sull’incontro di Elisabetta e del singolare messaggero. Preferisco lasciarli indovinare, mentre mi è pur d’uopo raccogliere la nuova tentazione offerta al cavaliere D’Éon nella appassionata amicizia che anche Nadège non tardò a tributargli e che divenne, per forza ineluttabile delle cose, amore ardente. Costretta a ridurre tre volumi nelle proporzioni di un articolo, non posso dilungarmi su tutte le avventure capitate in Russia alla falsa zitella e mi affretto alla conclusione. Raggiunto lo scopo di stabilire buoni rapporti fra Luigi XV ed Elisabetta, il cavaliere D’Éon tornò a Parigi ma rifece altre due volte il viaggio a Pietroburgo stringendo sempre più i dolci legami che lo univano a Nadège. Disgraziatamente l’imperatrice se ne accorge, e il cavaliere D’Éon, che sa in qual modo si vendica l’orgogliosa sovrana, trema per la diletta.
L’importante dunque era di lasciare la Russia per sempre, di fame uscire anche Nadège orfana e senza famiglia e giunti ambedue in Francia sposarsi. Il cavaliere D’Éon sentiva di dovere questa riparazione alla specie di inganno che lo aveva fatto entrare nella intimità della ingenua fanciulla; egli non poteva abbandonarla dopo averle preso tutto, anche l’onore. Ma la tirannica imperatrice non avrebbe facilmente dato il permesso di allontanarsi alla sua damigella ed occorreva dunque ricorrere all’astuzia. Il cavaliere prese a pretesto la salute per rientrare in Francia, Nadège scrisse alla sua amica Sofia Carlotta di Meklemburgo-Strelitz che moriva dalla voglia di rivederla e che volesse fare ella stessa la domanda di un breve congedo alla imperatrice. Partendo poi separatamente, i due amanti speravano di avere scongiurato l’uragano imperiale. D’Éon stesso si incaricò di portare la lettera di Nadège alla piccola duchessa, come già aveva portato quella della duchessa a Nadège, spinto forse inconsapevolmente dal desiderio di rivedere la cara fanciulla che lo aveva abbracciato e baciato così teneramente sotto gli occhi scandalizzati di Sir Douglass... Purtroppo devo confessare che l’eroe di queste «Memorie» non è un eroe incorruttibile dinanzi al bel sesso, il lettore se ne sarà già accorto; ma egli era anche predestinato alle avventure erotiche le più straordinarie, perchè appena giunto a Strelitz, in abiti femminili si intende altrimenti non l’avrebbero riconosciuto, si ammala; Sofia Carlotta vuole curarlo ella stessa, lo cura, lo guarisce, e poi... insomma se ne innamora.
Infedele colle attenuanti concesse alla sua bizzarra situazione, il cavaliere D’Éon non dimentica Nadège, l’aspetta anzi. Lasciato il castello di Strelitz, ripreso l’abito virile, si porta a Versailles latore di un nuovo patto e di una convenzione marittima ottenuti dalla imperatrice Elisabetta. Luigi XV lo riceve in udienza privata e riconoscendo i servigi da lui resi alla Francia gli decreta una pensione di duemila lire (che non venne mai pagata). Di Nadège, intanto, nulla. Anche la duchessina di Strelitz scrive che non ne sa nulla. Inquieto, presago di sventura, D’Éon si informa presso il medico dell’ambasciata francese a Pietroburgo e dopo alcuni mesi di ansiosa aspettativa viene a sapere che Nadège non appartiene più alle damigelle d’onore, non è nemmeno a Pietroburgo, è sparita, e tutte le ricerche in proposito riuscirono vane.
Qualunque fosse il dolore di D’Éon rimasto nella più crudele incertezza sulla sorte della sua amica, egli non ebbe tempo di ascoltarlo. Facendo parte dell’armata dell’alto Reno il campo di battaglia lo aspettava ed egli vi si gettò con folle ardore. A Hoëxter intraprende con pochi uomini il trasporto delle polveri rimaste sulla riva destra del Weser passando e ripassando due volte il fiume sotto il canone dei nemici. A Ultropp, ferito ripetutamente, carica nondimeno i montanari scozzesi e li ricaccia fra le balze. A Osterwick con ventiquattro dragoni scelti si getta improvvisamente sull’avversario e fa prigioniero di guerra un intero battaglione. Ma una incredibile notizia giunge al campo. Il giovane re d’Inghilterra Giorgio III sposa una modesta e sconosciuta principessa, tedesca: Sofia Carlotta di Meklemburgo-Strelitz!
La sorpresa del cavaliere D’Éon fu pari a quella di tutta Europa, quantunque le sue ragioni potessero essere diverse. Questo matrimonio almeno consigliò una sosta alla guerra che durava da sette anni e il cavaliere approfittando dell’armistizio passò in Inghilterra desideroso di vedere la sua piccola amica ed infermiera colla corona della Gran Brettagna sul biondo capo. La neo regina, turbata forse sulle prime dalla inaspettata apparizione, acconsentì a riconoscere il cavaliere D’Éon e gli fece buon viso; del che egli ne approfittò per raccomandarle ancora la povera Nadège, argomentando che l’imperatrice di Russia avrebbe risposto questa volta alla regina d’Inghilterra. Sofia Carlotta, buona, scrisse; ma invano. D’Éon stava per perdere qualsiasi speranza e la perdette infatti quando giunse l’annuncio della morte di Elisabetta e poco dopo una lettera della sua succedanea Caterina alla regina d’Inghilterra, nella quale, avvertendo di aver trovato fra le carte della defunta le richieste notizie su Nadège, annunciava di avere diramato ordini in tutto l’Impero perchè se ne facessero accurate ricerche, ricerche che erano riuscite assolutamente infruttuose. Non rimaneva dunque al cavaliere D’Éon che piangere la morte della disgraziata fanciulla, ciò che egli fece non senza un secondo pensiero più doloroso ancora e più segreto. Suo figlio era nato?...
Portando la sua angoscia in fondo al cuore non cessava per altro di tenersi pronto agli ordini del re e fu lui che, conclusa la pace definitiva, ebbe incarico di consegnare alla corte di Versailles le ratifiche del re d’Inghilterra. Luigi XV abbracciando in tale occasione il cavaliere D’Éon gli conferì la croce di San Luigi nominandolo ministro plenipotenziario a Londra.
D’Éon doveva avere allora trentacinque o trentasei anni e giunto così innanzi nel favore del re era ben naturale che suscitasse invidie e gelosie. Segue infatti a questo punto delle sue «Memorie» un periodo denso di cabale, di soprusi, di calunnie d’ogni genere, di ingratitudine d’ogni specie, particolarmente da parte di colui che egli aveva servito con tanta abnegazione. Luigi XV si mostrò più che mai debole e vile non osando tener fronte ai nemici di D’Éon, abbandonandolo alla gogna della pubblica diffamazione pur continuando a servirsi segretamente di lui. Esiliato a Londra, privo di mezzi, una donna gli era rimasta consolatrice ed amica: Sofia Carlotta. Ma da questa augusta protezione gli doveva venire appunto l’ultimo colpo della sventura. Giorgio III lo sorprese una sera, ad ora troppo inoltrata, nell’appartamento della regina e ne seguì un vivo alterco fra i coniugi. I sospetti del re, già vaghi per l’antica dimestichezza, risorsero acuti, violenti. Qualcuno allora che si trovava presso alla regina espresse il dubbio che il cavaliere D’Éon fosse donna. La regina fu felice di poter confermare che effettivamente ella lo aveva conosciuto donna e sempre ritenuto tale.
Giorgio III si afferrò ad una versione che rialzava il suo amor proprio ferito e scrisse a Luigi XV per sapere tutta la verità su questo mistero del suo ex ambasciatore; ma scrisse pure il confidente della regina implorando l’aiuto di una parola che ne salvaguardasse l’onore. Posto così fra il re e la regina, dovendo verità all’uno e galanteria all’altra, Luigi XV dibattè l’aneddoto salace fra consiglieri intimi dove si venne alla conclusione che dichiarando il cavaliere D’Éon femmina si rendeva servizio a tutti e due. Vennero quindi spediti subito a Londra i documenti, lettere, messaggi ecc., relativi al soggiorno della damigella D’Éon in Russia e al posto che ella vi aveva occupato per un certo tempo di lettrice di S. M. Elisabetta. Giorgio III si affrettò a comunicare la singolare scoperta a’ suoi amici e in un baleno la seppero la Corte prima, tutta Londra poi. Il solo che non sospettasse nulla era D’Éon.
Da ogni parte intanto, poichè siamo in Inghilterra, sorgono scommesse. Chi punta per l’uomo, chi per la donna. La sua sessualità diventa un affare di borsa, si arrischiano somme favolose, si giuoca sopra di lui all’alta ed alla bassa. Quotato come una rendita, negoziato come un titolo, diventa una lotteria ambulante, il centro di mille curiosità ingorde di scandalo. Eccitato, disgustato dalla incredibile sarabanda che gli danza intorno, il cavaliere D’Éon distribuisce colpi di spada e colpi di bastone così virilmente assestati che la fiduciosa tranquillità di Giorgio III torna ad essere scossa. Per tal modo e molto involontariamente ribadisce egli stesso la propria catena. Essendo in giuoco l’onore di una regina, l’amor proprio di un re e la parola del suo proprio re, D’Éon non può più essere uomo, non lo deve.
Comunicazioni segrete incominciarono a preparare il disgraziato alla sua nuova sorte. Invano egli si ribella, prega, scongiura, promettendo qualunque sacrificio si voglia da lui ma non di abbandonare l’abito sotto il quale ha servito la Francia e si è battuto da valoroso, l’abito al quale lo legano diritti di natura e diritti di conquista. Al punto in cui si trovavano le cose era impossibile retrocedere. D’ordine di Luigi XV al cavaliere D’Éon fu significato dovere egli riprendere le vesti femminili per il rimanente della sua vita. Alle sue lagrime, alla sua disperazione, si concede solo la facoltà di portare (ironica mascherata) la croce di San Luigi. Dopo altre vane resistenze l’amaro calice fu vuotato e una sera di novembre dell’anno 1777 il cavaliere D’Éon scomparve per sempre sostituito dalla chevalière D’Éon.
E basta, nevvero? Il romanzo sembra terminato, ma non è terminata la storia. Quella Nadège che egli credette morta, nascosta dalla vendetta dell’imperatrice in una fortezza dove nessuno era riuscito a scoprirla, aveva potuto dopo quindici anni di prigionia evadere e con sforzi inauditi raggiungere l’uomo da lei sempre amato... ritrovandolo donna. Ecco dunque una nuova combinazione crudele, di quella crudeltà mista di buffoneria che aggiunge allo strazio l’insulto dello scherno. Ancora, attaccandosi a un filo di speranza, D’Éon fece pratiche presso il governo succeduto a Luigi XV affinchè nell’intento di unirsi alla sua antica fidanzata gli fosse permesso di riprendere il suo posto di maschio. Sarebbe stato troppo però, anche per un governo che non aveva paura delle metamorfosi. Il capitano dei dragoni, il dottore in diritto canonico e diritto civile, il censore reale per la storia della letteratura, l’ambasciatore in Russia, il ministro plenipotenziario di Francia e d’Inghilterra, la migliore spada del suo tempo, il vincitore di venti duelli trasformato in donna doveva restare donna. E visse ottantatre anni!!....
Per molto, molto tempo, si videro a Londra due povere vecchie uscire insieme rientrare insieme; una curva dagli anni appoggiata ad una canna col pomo d’avorio portava sul petto la croce di San Luigi; l’altra un po’ meno anziana, dava il braccio alla compagna che vi si abbandonava confidente. Erano il cavaliere D’Éon e Nadège.
L’ULTIMO MADRIGALE ALLA MARCHESA DI SÉVIGNÉ
Come è stato? Così.
Non sono collezionista. Tuttavia, quasi senza accorgermene, venni a poco a poco radunando un certo numero di ritratti di belle donne, infinitamente più interessanti, a mio credere, che non le cartoline e i francobolli. Qualcuna di esse è celebre per la sola bellezza, qualche altra per nascita cospicua, avventure o singolare ingegno; ma di tutte interessandomi in special modo la femminilità, senza curarmi d’altre distinzioni, ho domandato scusa fin dal principio alla nobile principessa di Lamballe per averla messa insieme alla bella Otero, ed ella mi perdonò indulgente e benigna qual si conviene a chi nasce da sangue sabaudo.
Sdegnoso invece è lo sguardo che dall’alto del suo gran collare mi lancia la marchesa Durazzo nel quadro di Van Dyck e la sua esile manina di patrizia, stringendo il ventaglio chiuso, m’ha tutta l’aria di essere pronta a batterlo sul viso dell’impertinente che le mancasse di rispetto. Terribili queste dame di una repubblica!
Atteggiata in una immobilità che vorrebbe essere severa, anche le larghe pupille di Bianca Cappello mi guatano sospettose; oh! ma di essa non mi curo, la conosco troppo bene; questa Draga del rinascimento non mi ha mai avvinta al suo carro. Quanto è più leggiadro al cospetto il morbido profilo di Lucrezia Aguiari detta la bastardina, che le ore segrete rallegrò di un Papa!
Una volta tutte queste Bellezze le tenevo accatastate in una cartella, ma poi spinta dalla brama di averne tutto il giorno davanti agli occhi lo squisito godimento estetico, mi feci a disporle lungo una parete del mio salottino sostenendole alla bene e meglio con qualche spillo. Non ho potuto però sino ad ora scongiurare il pericolo di vederle traballare di tanto in tanto e qualcuna cadere... Ahi! crudele destino delle belle.
Su, su, Beatrice d’Este, state ritta. Allacciate ancora i nastri della adorabile cuffietta che Leonardo ha immortalata sulle vostre fluenti anella. Su, su, vago innamorante volto di fanciulla principesca, il vostro feroce marito è morto; non abbiate più la costante preoccupazione di dominarlo. Ora non troverete intorno a voi che devoti ammiratori e cavalieri fidati.
Su, su, Maria Antonietta, povera regina! Non è ancor giunta l’ora tragica. Eccovi qui elegante e lieta nella veste color di viola che vi dipinse madama Lebrun con guardinfante, svolazzi e falpalà. Come è grazioso il vostro volto di bionda sotto il cappello piumato! Su, tenete ben alta la rosa che sorretta dalle vostre dita regali quasi paventa di accettare la sfida che le dànno i gigli del vostro seno. Maestà, i posteri vi contemplano e vi ammirano nel coraggio tranquillo delle vostre ultime ore.
Chi è questa brava signora seduta con un telaio sui ginocchi la quale solleva dal trapunto la bellissima faccia e ci guarda con una espressione sì arguta e misteriosa? Ah! vi riconosco Giovanna Antonietta Poisson marchesa di Pompadour. Boucher non deve avervi adulata poichè ben si ritrova nella vostra fisionomia l’attico brio e l’affascinante arte della parola che tanto aiutarono la vostra bellezza nella conquista di Luigi XV, e sì atroci tormenti di gelosia dovevano destare nella duchessa di Chateauroux, la spodestata rivale, che non temette di schiacciare in un momento di furore i vostri piedini invadenti per tenervi lontana dal Re. Invano.
E costei dalle opulenti spalle su cui ondeggia semisciolta la bruna chioma di italiana non è Maria Mancini che per poco non divenne regina di Francia? Maria Mancini, la quale obbligata a lasciare la Corte per le imperiose ragioni di Stato lanciò al suo regale amante il celebre motto: «Mi amate, siete re, ed io parto!» Meravigliosa perfezione di volto e di forme: ispirato da lei anche l’ingegno mediocre di Mignard ha rasentato dipingendola il capolavoro. Un giovane Paride di mia conoscenza le ha già decretato il pomo fra tutte queste belle.
Ma fermiamoci, di grazia, davanti al pastello della contessa Potoscki. Non la conoscete? Nata principessa Massalsky, maritata principessa di Ligne, divorziata e rimaritata col brillante conte Potoscki, la sua vita (pari a quella della coetanea e compatriota contessa Krasinska trisavola della regina Margherita) fu un lungo e doloroso romanzo d’amore. Non vi illuda il roseo volto ridente e il nastro cilestrino che le recinge la cinerea chioma; ella pianse le amare lagrime dell’abbandono e dopo di avere regnato nel mondo e sui cuori dovevano le sue ossa sepolte in un cimitero di Parigi — e dimenticate — andare disperse nella fossa comune. Fu una delle donne più appassionate del secolo XVII.
Poca passione ci viene, a dir vero, dalla composta bellezza della Guiccioli, la celebre amica di Byron, quantunque ella ci guardi con stellanti occhi e le dovizie del seno elegante e puro mostri in sottilissimo artificio di veli con un sereno impudore di statua. O pietre di Ravenna ditelo voi se ella amò quanto fu amata!
Tante e tante altre qui sono beltà d’ogni tempo e d’ogni paese, cui sorrise la vita co’ suoi più dolci miraggi. Impavida sotto il suo diadema di gemme chi la direbbe una borghese di Aiaccio questa Letizia Bonaparte che sciogliendo il grembo fecondo sopra un divano posticcio dava alla luce una famiglia di re? Signora, i miei complimenti.
Improvvisamente mi ricordo di una vecchia stampa ritagliata fuori da un giornale nientemeno che ai tempi remoti della mia adolescenza: il ritratto della marchesa di Sévigné. Corro a cercarlo e lo trovo dopo un lungo lavoro di scavi attraverso montagne di carta. Marchesa di Sévigné — bel nome sonoro e bel tipo di dama in quel 1600 che fu chiamato il secolo d’oro della Francia. Ci deve essere a Pitti un suo ritratto, ed un altro è preposto alle famose Lettere nella edizione Garnier, ma entrambi lasciano molto a desiderare. Questo invece che ho davanti è assai piacente. Rappresenta la marchesa nella piena maturità degli anni, il bel viso aperto e sereno, specchio fedele del suo temperamento, fra una cornice di riccioli che spartiti in due cascate le piovono a destra ed a sinistra trattenuti leggiadramente con aereo intreccio di nastrini; un quadratino di velluto, messo in angolo, le copre la cervice in omaggio forse ai pregiudizi del tempo che facevano credere fosse la testa scoperta causa di guasto ai denti. Ma simile paura non si estendeva certo alle spalle le quali sorgono nude qui come in tutti gli altri suoi ritratti.