La campagna dei volontari intorno Roma.
Mario Corsi translation
Nell'autunno 1866 l'Italia era in preda ad un eccitamento eguale a quello dell'anno 1859. L'Austria, l'ultima rappresentante della potenza imperiale tedesca, aveva dovuto cedere alla nazione italiana anche l'ultimo resto dei suoi possedimenti italiani. Il 19 ottobre, il giorno in cui gli Austriaci salparono per Trieste, e gli Italiani entrarono a Venezia, fu uno dei più felici e lieti giorni della storia d'Italia; esso segnò il ritorno della nazione italiana alla sua indipendenza dopo una schiavitù di più di tre secoli.
Gli Italiani dovevano questo grandioso risultato ai fatti d'arme della Prussia. Il potente legame d'alleanza, a cui essi avevano serbato fedeltà in momenti, nei quali avrebbero avuto la tentazione di abbandonarlo, fece sì che essi riuscissero come vincitori dalle sconfitte del loro esercito e della loro flotta.
Dopo la cessione di Venezia, l'Italia formò di nuovo una nazione sola, non essendo la sua unità più turbata che da Roma. Soltanto qui risiedevano ancora truppe straniere, l'esercito d'occupazione di Napoleone. Ma la posizione del Papato, che si appoggiava all'Imperatore francese, doveva ora mutarsi.
L'Austria aveva finora coperto il Vaticano dal Po; il formidabile quadrilatero era la trincea più valida del Vaticano. Ora essa era caduta e si era sciolto il legame di reciproci interessi che aveva fin allora tenuto avvinti il Papato e la Dinastia degli Absburgo. L'Austria cessò la sua politica italiana e con essa necessariamente vennero meno i suoi obblighi verso Roma. L'Italia poi, liberata dalla pressione dell'Austria, rafforzò l'alleanza colla Prussia, la quale era divenuta la prima potenza del continente, fiaccata la Francia, e inseguiva ora in Germania gli stessi ideali che aveva, in Italia, inseguito la Savoia.
Nell'autunno 1866 si sentì profetizzare che conseguenza di quegli avvenimenti doveva essere necessariamente la caduta del potere temporale dei Papi. Si avvicinava il momento in cui doveva cessare, secondo la convenzione del 15 settembre 1864, l'occupazione francese di Roma.
Ci si domandava se Napoleone si sarebbe attenuto strettamente a questa convenzione, cioè se avrebbe ritirato le sue truppe, e, nel caso affermativo, che sarebbe avvenuto del Papato. Sarebbero sufficienti le truppe pontificie, pochi reggimenti romani e pochi reggimenti stranieri, ad assicurare l'ordine nelle provincie dello Stato? Si diceva infatti che queste provincie si fossero legate con giuramenti segreti a sollevarsi al primo appello del Comitato Centrale mazziniano di Firenze. Per la difesa personale del Papa Napoleone aveva costituito la legione di Antibo. Questo corpo di 1200 uomini, in gran parte francesi, al comando del colonnello d'Argy, nel settembre 1866 era già sbarcato a Civitavecchia, ed era andato in guarnigione a Viterbo.
La caduta di Palermo in mano alle bande di Bentivegna (16 settembre), in cui potere rimase per 6 giorni, produsse in Roma un'impressione profonda: non poteva accadere qui alcunchè di simile dopo il ritiro delle truppe francesi? L'eccitazione divenne nell'ottobre assai acuta. Si parlava di diserzioni numerose nella legione di Antibo. Si sparsero notizie di un memorandum di Napoleone al Papa, nel quale costui, accennando agli eccessi di Palermo, proponeva che fosse accolta in Roma, dopo il ritiro delle sue truppe, una guarnigione italiana. Si parlava di dirette trattative fra Pio IX e Vittorio Emanuele per una riconciliazione.
Il 29 ottobre il Papa tenne un discorso ai cardinali, il quale fece cadere d'un tratto ogni speranza in questo senso. Pio IX protestò contro tutti gli atti del Governo italiano; anche, dopo la pace di Praga, non voleva saper nulla dei diritti della nazione italiana; considerava gli Italiani eretici ribelli, e finalmente esprimeva la sua risoluzione di lasciar Roma, se le circostanze lo richiedessero.
Vi era un partito di fanatici, che avrebbe voluto spingere il Papa ad andare in esilio. I Gesuiti desideravano la sua fuga non meno del partito democratico. Questo sperava di porre Roma a capo della Rivoluzione, e di proclamare la Repubblica in Campidoglio. Quelli non desideravano di meglio che di gettare l'Italia nell'anarchia coll'esilio del Pontefice, di suscitare le querele e gli aiuti dei cattolici di tutto il mondo, e finalmente l'intervento delle Potenze per ristabilire—possibilmente—lo Stato della Chiesa, come nell'anno di grazia 1815. Solo i moderati—e formavano la maggioranza—sostenevano concordi che il Papa doveva rimanere in Roma. Malgrado tutto essi speravano nella possibilità di un accordo col Papa, superando tutti gli ostacoli inerenti strettamente al sistema ecclesiastico—di un accordo con un Pontefice cui avevano tolto una gran parte dei suoi Stati, e la cui sede, Roma, era reclamata come capitale della nazione italiana. Si pretendeva un atto di sacrificio e di abnegazione da questo sovrano, un atto di cui la storia reale di nessuno Stato e di nessun monarca avrebbe potuto fornire un esempio! Il potere temporale è un principio antievangelico, ma è anche una condizione di cose che dura da oltre mille anni, e di tale importanza per la posizione del Papato, che questo dominio temporale potrà essere soppresso solo per mezzo di una riforma dei rapporti fra gli Stati europei. È vero che questa è già incominciata; ma finchè essa non sarà compiuta, nessun Papa intendenderà di rinunciare alla sua potenza temporale.
Il Governo italiano sembrava inclinato ad accettare trattative; esso affermava che, secondo gli articoli della Convenzione di settembre, non avrebbe, dopo il ritiro dei Francesi, nè attaccato il dominio pontificio, nè sopportato che altri lo attaccasse. Esso mandò truppe ai confini, per sorvegliarli, cioè per impedire che bande di volontari riuscissero a penetrare negli Stati del Papa. Intanto il Governo francese si dava pensiero di pareggiare la differenza del Debito pubblico dello Stato pontificio; e calcolava gli arretrati, per le provincie della Chiesa annesse all'Italia, in 12 milioni da pagarsi al Pontefice. Fece sapere al Governo italiano che era opportuno che mettesse all'ordine il partito d'azione, del quale si sapeva bene che, firmando la Convenzione di settembre, era intimamente risoluto a calpestarla alla prima occasione. Lo scopo dei democratici non era certo un segreto; avrebbe il Governo italiano autorità sufficiente per frenarne l'impeto? Dopo il ritiro dei Francesi essi volevano provocare la caduta del Papato e l'annessione di Roma all'Italia come sua capitale, facendo scoppiare la rivoluzione negli Stati pontificii e costringendo così il Governo italiano a rompere la Convenzione e marciare su Roma, sia col consenso di Napoleone, se egli voleva riconoscere per la seconda volta il fatto compiuto, sia senza, se egli intendeva di intervenire, e di opporsi all'esercito italiano.
Mentre il prossimo ritiro dei Francesi impensieriva la Curia e faceva sorgere in essa il dubbio, se fosse preferibile per il Papa, inerme di fronte alla rivoluzione, di abbandonare la città o di restarvi, i nazionali agitarono la questione: che cosa doveva fare il popolo romano in questo stato di cose. In novembre si pubblicò uno scritto: Il Senato di Roma e il Papa, che fu segretamente fatto pervenire agli ambasciatori, ai cardinali e ai notabili di Roma. Si risvegliavano in esso antiche idee di indipendenza municipale; le ombre di Cola di Rienzo, di Lorenzo Valla e di Stefano Porcari parlavano di nuovo ai Romani. Ma è dubbio se queste ombre apparissero in Roma per proprio conto, o, se, evocate in un gabinetto fiorentino, fossero poi mandate a Roma. Quello scritto cercava di dimostrare, rifacendosi a studiare la storia del Medioevo, che Roma non era mai stata in uno stato di sudditanza diretta e propria col Pontefice, che essa conservava ancora il suo diritto all'autonomia e che, ritiratisi i Francesi, si doveva ristabilire in Campidoglio il Senato e l'autorità municipale del popolo, e chiamare per plebiscito Vittorio Emanuele a farsi incoronare Re d'Italia in Campidoglio.
Ecco la chiusa di quel notevole scritto: «Passato è il tempo della violenza; le truppe francesi che per sedici anni hanno occupato Roma sono sul punto di abbandonarla; le milizie romane del papa vacillano: deboli per disciplina e per numero, esse sentono la vergogna di servire sotto un vessillo che non è quello della patria; le truppe mercenarie sono poche e malfide, e temono lo sdegno del popolo che mal tollera di vedersi limitato e impedito da una schiera di avventurieri l'esercizio di un sacro diritto. Il popolo romano vuole partecipare alla vita d'Italia; la gioventù si è già dichiarata, e alcuni patrizi si sono arruolati sotto la bandiera del Re. Tutti i cittadini infine vogliono pace, ordine, libertà, e non hanno intenzione di dipendere dall'arbitrio di cupidi condottieri o di pazzi ultramontani. Il Clero stesso, quel Clero romano, semplice, colto e virtuoso che non amoreggia con la Curia e con gli stranieri, desidera di unir la sua voce a quella di Milano e di Venezia. In una parola, la rivoluzione morale è compiuta. Se gli animi sono ancora tranquilli, se nulla è accaduto finora, ciò è perchè non si vuole in nessun modo turbare il tanto sospirato ritiro dei Francesi da Roma con un inopportuno movimento.
«Ma appena quello si sarà effettuato, tutta la cittadinanza dovrà, con la calma e la dignità proprie all'esercizio d'un inalienabile diritto, ristabilire il proprio municipio ed il proprio sistema amministrativo, allo scopo di difendersi, di mantener l'ordine per mezzo della milizia cittadina, e di annunziare al mondo la propria volontà. Il popolo romano, tornato padrone di se stesso, deve provvedere ai suoi destini per il bene proprio e della Patria ed esercitare il diritto che fu la massima politica della sua condotta e il sistema del suo Senato; diritto che ogni civile popolo europeo ha ormai ottenuto, e il nome del quale fu preso dai Romani medesimi: il Plebiscito! Il popolo romano si rivolgerà poi al Re d'Italia e gli dirà: Sire, venite a noi, a esaudire i voti dei nostri padri; venite a coronarvi coll'alloro che Dante, Machiavelli, Gioberti vi hanno promesso, e che voi avete ben meritato per il valore del vostro esercito, per il valore vostro e per il sangue di tanti martiri. Venite a coronare gli sforzi di tanti secoli, a realizzare il sogno di tante generazioni, ed a coronarvi sul Campidoglio con quella corona ferrea che avete conquistato sul Po. Noi Romani ci sentiremo felici, se saremo da oggi innanzi chiamati a difendere, insieme con tutti gli altri popoli d'Italia, questa corona, simbolo della libertà civile nell'indipendenza nazionale.
«D'altro canto, il popolo romano si deve rivolgere al Vaticano, e così parlare al Pontefice: Santo Padre, la rivoluzione italiana ha compiuto il suo corso e raggiunto il suo scopo. Ora essa si trova di fronte alla veneranda Basilica degli Apostoli, e vuole che voi sappiate che essa non vuol saccheggiarla, ne scuotere le fondamenta della Religione di Cristo, che è la religione di tutta Italia, e della quale voi siete il Primate, ma che anzi ha in animo di rendere a voi quella libertà che invano siete andato chiedendo a monarchi che unicamente sulla spada fondavano il loro diritto. Sotto l'egida delle leggi, all'ombra di una bandiera su cui sta scritto: Libertà della Chiesa e dello Stato, Voi potrete liberamente esercitare il vostro ufficio santo, non più circondato da armi straniere, ma difeso e sostenuto dalla reverenza e dall'omaggio di noi che, se non più Vostri sudditi, resteremo Vostri figli fedeli».
Questo scritto portava la data: Roma, il giorno dei morti; era firmato: Stefano Porcari, e, come luogo di stampa: Romae, ex aedibus Maximis 1866. Produsse una grande impressione; tutti i giornali ne parlarono, ed ebbe diffusione fino a Parigi.
Poco dopo apparve la circolare di Ricasoli del 15 novembre a tutti i Prefetti d'Italia; in essa il Gabinetto di Firenze dichiarava che avrebbe scrupolosamente rispettato la Convenzione di settembre; che il Potere temporale del Pontefice era divenuto una strana anomalia in mezzo alla civiltà del secolo presente, e che doveva essere trattato come ogni altra potenza secolare: il Papa solo, cioè, in Roma; che poi egli regolasse a suo piacimento i suoi rapporti col popolo romano, e questo i suoi rapporti con lui. In sostanza, la circolare diceva quel che aveva detto lo scritto del Porcari.
Parve ai papalini di vedere nelle parole di Ricasoli una provocazione. Essi consigliarono sempre più vivamente il Papa a partir per l'esilio. Secondo loro, egli doveva abbandonare Roma, andare a risiedere a Civitavecchia, circondato dalle sue truppe, ed aspettare là, seguendo l'esempio dei pontefici del Medio Evo che per lungo tempo si erano rifugiati in Viterbo o in altre città della provincia,—che un mutamento d'indirizzo, o una rivoluzione nella politica, lo richiamasse a Roma. Nel porto di Civitavecchia—gli dicevano i consiglieri gesuiti—si sarebbero radunate allora le flotte delle Potenze per difenderlo. In fatto accadde che in novembre si ancorarono in quel porto alcune navi da guerra francesi, spagnuole ed austriache. Così sembrava si volesse fare di Civitavecchia l'ultima tolemaide del Papato. Ma Pio IX tremava al pensiero di abbandonar Roma di nuovo. Doveva questo vecchio, giunto presso il termine dei suoi giorni, sfidare un'altra volta le amarezze dell'esilio e della fuga? Toccava all'imperatore Napoleone che aveva mandato a Firenze il generale Fleury di confermare il Papa nella sua convinzione di dover restare in Vaticano; là egli era debole; in esilio avrebbe potuto esser forte, ma si esponeva a un grave pericolo: la Francia cattolica si sarebbe certamente commossa, e con essa l'Episcopato tutto, compatta falange per la difesa del Papato minacciato. Si sparse anche la notizia che l'imperatrice Eugenia sarebbe venuta in Roma. Ma siccome questa principessa non poteva, come già Matilde di Canossa, porsi sulla breccia che il generale francese Montebello era sul punto di abbandonare, essa non sarebbe venuta che quale inviata del suo sposo (si diceva) per persuadere il Papa ad accettare l'articolo d'accordo che era stato formulato a Firenze, ed a rimanere, comunque, in Roma.
II.
Le truppe francesi erano a poco a poco ritirate dalle loro guarnigioni nella Provincia; esse venivano a Roma, per andare di qui ad imbarcarsi a Civitavecchia. Correva anche la voce, che il 4 dicembre il Papa stesso sarebbe partito per quella città, per visitare i nuovi lavori del porto e per risolversi circa una sua possibile residenza là, difeso dalle sue truppe. Molti dicevano che aveva intenzione d'imbarcarsi.
Si diffuse un foglio volante: Fra Giusto ai Romani. In esso si diceva che Roma era stata destinata dalla Provvidenza a fondere ed accordare la nuova civiltà coll'antica, la libertà colla fede, e ad emancipare l'umanità con un'opera di rigenerazione sociale e religiosa avente lo stesso carattere di eternità che avevano avuto il Diritto Romano e il Vangelo. La libertà romana, spoglia del materialismo pagano, e santificata dall'emancipazione cristiana, formerebbe la base dell'autorità ecclesiastica, cosicchè questa, liberata dalle forme materiali del principato, si svilupperebbe in tutta la purezza della sua nuova essenza spirituale. In calma dignitosa i Romani avrebbero ricevuto Vittorio Emanuele, il quale soltanto fra le mura di Roma poteva compiere l'opera sua liberatrice d'Italia. Questo idealista romano ammoniva i suoi concittadini a tenersi lontani da tutti i partiti estremi. E così terminava:
«La minaccia della fuga, che dei malvagi hanno voluto far pronunziare al Papa, non risponde alla bontà del suo cuore ed al sacro dovere del suo ufficio apostolico. Cristo l'ha solennemente dichiarato: la fuga si addice al capo di truppe mercenarie, non al pastore che deve aver cura del suo gregge. Pio IX è troppo profondamente conscio dei propri doveri per fuggir loro vilmente, o per permettere che le vie di questa sacra città siano macchiate col sangue dei suoi figli, sotto gli occhi del vicario di un Dio di pace e d'amore. Ma se la malizia dei suoi consiglieri dovesse strapparlo da Roma, se la ferocia dei suoi generali e dei suoi mercenarî dovesse spargere il sangue dei Romani, allora Dio, il mondo, giudici di questa viltà e di questo delirio, non farebbero che affrettare il pieno trionfo della causa italiana, giustificando ogni difesa legittima e necessaria».
I Francesi cominciavano a partire da Roma. Il 6 dicembre il generale Montebello insieme coi suoi ufficiali venne a prendere congedo in Vaticano. La scena fu solenne. Il Papa appariva grave e dolce di aspetto. Il discorso del generale, o, meglio, del suo Imperatore, e la risposta del Papa hanno un valore storico, perchè rispecchiano nettamente la situazione[1].
Il generale disse:
«Santo Padre, non posso dominare la profonda emozione che provo nel venire per l'ultima volta a presentare a Vostra Santità i nostri omaggi reverenti ed a chiedere la Vostra Santa Benedizione. Vi sono circostanze, nelle quali la tristezza inseparabile dai congedi si muta in vero e vivo dolore. Pure un pensiero mi conforta: se l'Imperatore, fedele ai suoi obblighi, ritira le sue truppe da Roma, non ritira però la sua protezione dalla Santa Sede. Alla nostra occupazione, durata 17 anni, segue una protezione morale che non sarà meno imponente ed efficace, freno per gli uni, incoraggiamento per gli altri.
«Possa il tempo che nella mano del potentissimo Iddio calma le passioni e ai dolori dà tregua, e edifica nella sua corsa più che non distrugga, possa il tempo ispirare in tutti quello spirito di conciliazione che solo può condurre alla soluzione delle attuali difficoltà ed assicurare al Capo supremo della religione l'indipendenza e la sicurezza di cui ha bisogno per poter esplicare liberamente, fino alla fine dei mondi, la sua attività spirituale.
«Questo augurio insieme con gli omaggi della mia reverenza, e all'espressione della mia profonda riconoscenza timidamente umilio ai piedi di Vostra Santità».
Il Papa rispose in francese così:
«Son venuto, miei cari figli, a dirvi addio nell'ora della vostra partenza.
«Quando la nostra bandiera lasciò la Francia colla missione di difendere i diritti della Santa Sede, essa fu accompagnata dagli auguri e dalle benedizioni di tutti i cuori cattolici. Ora essa torna in Francia, ed io desidero che essa sia ricevuta laggiù in egual modo. Ma non so, se ciò accadrà. Mi scrivono che i cuori dei cattolici sono commossi, perchè pensano alla difficile situazione, in cui si trova il Vicario di Cristo, il Capo della Religione Cattolica.
«L'ho già detto ai vostri compagni di arme: non ci facciamo illusioni; la rivoluzione giungerà fin qui.
«L'hanno detto, assicurato, proclamato, voi l'avete udito e letto. Si è fatto dire ad un'alta persona del governo d'Italia: l'Italia è fatta, ma non compiuta. Forse avrebbe potuto dire che essa non è ancora del tutto annientata, perchè le resta ancora una regione ove la giustizia, l'ordine e la religione regnano ancora.
«Essi potranno forse piantare sul Campidoglio la loro bandiera, ma si ricordino che vicino al Campidoglio è la rupe Tarpea.
«Essi potranno per un certo tempo rimanere padroni e sparger dovunque rovina. Che per ciò?
«Cinque o sei anni or sono, io parlava con un rappresentante della Francia. Prima di partire, egli mi chiedeva che cosa dovesse dire da parte mia all'Imperatore. Non ricordo precisamente, ma gli dissi press'a poco così: Vi narrerò un episodio della storia della Chiesa. Sant'Agostino era vescovo di Hippo, una città che voi conoscete, perchè appartiene ai nostri possedimenti d'Africa, quando quella città fu assediata da un esercito di barbari. Egli sapeva che ogni sorta di atrocità avrebbero subito gli abitanti, se la città fosse caduta, perciò egli si rivolse a Dio e lo supplicò: Voglio morire prima di esser testimone di tale orribile cosa. Dite questo da parte mia all'Imperatore. L'ambasciatore mi disse: Tranquillizzatevi, Santità, questi barbari non penetreranno fin qui.
«Egli non era profeta; era un degno gentiluomo.
«Un altro, che occupa ora un'alta carica, mi disse: Roma non può esser la capitale d'un regno; le manca tutto per esserlo; mentre possiede tutto per essere la capitale del mondo cattolico. Queste son buone e fidenti parole, senza dubbio, ma io ripeto: la Rivoluzione può venire, ed io non ho aiuto sulla terra.
«Son però tranquillo e rassegnato, fiducioso in Dio, che mi darà la forza necessaria.
«Andate, figli miei, io vi amo e vi benedico, insieme con le vostre famiglie e coi vostri amici. Se vedrete il vostro Imperatore, l'Imperatore di Francia, ditegli che io prego ogni giorno per lui. Mi dicono che la sua salute non è buona; io prego per la sua salute; mi scrivono che la sua anima non è tranquilla; io prego per la sua pace.
«L'Imperatore è capo di una grande nazione che porta il titolo di cristianissima; è un bel titolo, ma si deve fare qualche cosa per meritarlo; esso non deve essere la semplice e spontanea espressione del cuore.
«Bisogna pregare, e pregare con umiltà, fiducia e perseveranza; anche il capo di una nazione ha bisogno di questa confidenza in Dio, se vuol esser forte e se vuol ottenere ciò che desidera.
«Io non mi sdegno; vedete, io son tranquillo. Ma vedo che il mondo non è tranquillo. Confido nell'aiuto di Dio e vi benedico. Possa la mia benedizione accompagnarvi per tutta la vita!»
Il discorso del vecchio Pontefice fece profonda impressione. Molti ufficiali francesi avevano opinioni nettamente papaline, molti odiavano l'Italia; altri deploravano vivamente il legame che univa ora questa alla Germania, la quale aveva tolto a Napoleone l'onore di compire l'opera della liberazione d'Italia, ed ora era succeduta alla Francia nell'intimità con questa Nazione, ed ora forse univa ad essa le sue armi contro la Francia. Molti sentirono nel ritiro da Roma una sconfitta morale, come un abbandonare d'un tratto quella posizione veramente imperiale ed egemonica che la Francia aveva avuto sin qui. I soldati francesi affluirono al Vaticano per ricevere dal Papa i rosari benedetti da riportare in patria.
La partenza dei reggimenti cominciò il 7 dicembre, calma e ordinata. Li si sentiva attraversar la città, sul far dell'alba, al suono guerriero della loro marcia Partant pour la Syrie. Questo fu il loro saluto d'addio. Con quanta pompa e burbanza essi avevano occupato Roma, e con quanta timida tranquillità l'abbandonavano ora!
Tutte le porte, il Campidoglio e il corpo di guardia di piazza Colonna furono occupati da milizie romane La fisonomia della città parve mutata. Abituati da 17 anni a vedere quei bei reggimenti di Francia, i Romani guardavano ora con stupore i goffi soldati pontifici venuti al loro posto. Roma entrò in un silenzio di morte. Si sentiva da tutti che un periodo storico era chiuso, e che il Vaticano tornava nella sua solitudine. L'11 dicembre, alle otto del mattino, i Francesi sgombrarono anche l'ultimo posto, Castel Sant'Angelo. Un tenente degli zuavi venne con una mezza compagnia ai cancelli della fortezza, dietro i quali stavano le sentinelle francesi. Si parlamentò. Apparve un generale pontificio. La bandiera francese fu abbassata, alzata quella papale. Furono presentate le armi; i Francesi uscirono, vi entrarono gli zuavi.
Lo stendardo della Chiesa ondeggiò di nuovo sul mausoleo di Adriano presso l'arcangelo di bronzo, Michele. Questo arcangelo che si libra verso la città con le ali stese, riponendo nella guaina una grossa spada, è per la Chiesa il più bel simbolo della pace che essa deve dare al mondo, una di quelle idee che l'umanità dolorosa suol esprimere coi miti. Vi è nella storia dei simboli di tutti i tempi qualche cosa di così profondo come questo angelo che si libra sulla tragica tomba di un imperatore romano, anzi su tutta la città eterna, riponendo nel fodero la spada, a significare Redenzione e Pace? L'11 dicembre 1866 esso parve acquistare una nuova significazione simbolica. Non era la non evangelica spada della potenza temporale dei Papi il cui regno non deve esser di questo mondo, che l'Arcangelo riponeva per sempre nella guaina? La spada contro cui avevan lottato Arnaldo da Brescia, Dante, i nostri Enrichi e gli Hohenstaufen? O era semplicemente la daga che la Francia ringuainava abbandonando il Pontefice?
La partenza dei Francesi lasciò dietro di sè un sensibile vuoto. 17 anni di permanenza in Roma, se non li aveva fatti cittadini romani, almeno certo abitatori della città, e il loro aspetto guerriero era divenuto un tratto familiare della città. L'odio con cui da principio il popolo romano li aveva ricevuti, s'era a poco a poco dileguato colla consuetudine, e per il loro contegno esemplare. Di tutte le occupazioni di un paese da parte di truppe straniere, questa era certamente la più tollerabile, tanto più che non stava a significare una conquista, ma la difesa del Papato. Non costava nulla al paese; anzi lo arricchiva: i Francesi portavano annualmente a Roma in circolazione 12 milioni di lire. Il Papato che in condizioni normali si sarebbe dovuto rallegrare del ritiro di truppe straniere, ora doveva deplorarne la perdita. Il governo pontificio che per 17 anni aveva avuto presso di sè il Comando militare francese, che formava un altro governo, col quale esso spesso veniva a trovarsi in umiliante contrasto, ora aveva ripreso la sua indipendenza.
Il 14 dicembre 1866, le ultime truppe francesi s'imbarcarono a Civitavecchia: così quel giorno nessuna bandiera straniera sventolò più sull'Italia dalle Alpi al mare. Era questa una condizione nuovissima nella storia della Penisola, condizione che non si era più presentata dall'anno 1494. Mentre la Francia, per il diritto della nazione italiana e l'opinione pubblica di tutta Europa era forzata a cedere e ad abbandonare Roma, dopo avere obbligato l'Austria a sgombrare l'Italia,—un nuovo grande principio civile veniva chiaramente ad affermarsi.
Lo stesso giorno il Comitato nazionale segreto di Roma pubblicò in un foglio volante questo importante proclama:
«Romani! finalmente l'ultimo soldato francese, l'ultimo straniero ha abbandonato l'Italia. Dalle Alpi al mare nessuno stendardo straniero spiega più sull'Italia protezione iniqua o signoria. Questo spettacolo, doloroso per i nostri oppressori, è pieno di conforto per noi che dopo 18 anni rialziamo di nuovo la fronte, e vediamo Roma arbitra dei suoi destini. Questo gran giorno resti profondamente impresso nella memoria e nel cuore d'ogni romano che senta onore per la sua patria fin ora tanto infelice. Questo giorno, il 14 dicembre 1866, apre un'èra nuova, un'èra che vedrà, a fianco della religione purificata e liberata dal dispotismo, Roma stessa libera e fiorente.
«E' nostro, o Romani, questo compito. Una tarda giustizia ripone nelle nostre mani il destino di questa terra, finalmente! Il momento è solenne e decisivo. Tutto il mondo, commosso e variamente disposto, ha lo sguardo su Roma. Noi, forti della forza d'un inalterabile diritto, risoluti ad esercitarlo senza ledere in alcun modo i diritti del potere spirituale, teniamo pronti per il grande avvenimento la mente, il cuore, e, se ve ne sia bisogno, anche il braccio. Non vani discorsi, non malintesi movimenti, o azioni separate e inopportune! Rimanga fuori dalle nostre file chi non sappia portare altro contributo alla nostra causa. La nostra patria è ricca di ardire e di civile virtù; il momento decisivo lo mostrerà. Nessuna dimostrazione vana e disordinata, dunque. Questo infatti desidererebbero i nostri nemici, coloro che contano sui nostri errori per far ricadere l'Italia nell'antica schiavitù; essi son numerosi e perversi, e ci circondano, ci spiano, ci insidiano. Ma non dubitate; a loro son rivolti gli sguardi di coloro che vegliano instancabili per il nostro riscatto. Ma contro di essi bisogna specialmente usare l'unione e l'ordine, un contegno fermo, risoluto e tranquillo durante il tempo che ancora ci separa dall'esaudimento dei nostri desiderî.
«Riuniamoci, stringiamoci le mani e formiamo una solida catena per il nome e la gloria di Roma. In nome della patria, non una minima parte delle nostre forze vada perduta in questo solenne momento.
«Così uniti e stretti in un sol gruppo aspettiamo il momento opportuno. La vittoria è sicura. I giorni del dispotismo sacerdotale sono già inesorabilmente contati. Il vostro comitato sarà, ove occorra, pronto al consiglio e all'azione.
Il Comitato Nazionale Romano.
Roma, 14 dicembre 1866».
III.
I timori che al ritiro dei Francesi seguisse la sollevazione, se non di Roma, delle città del circondario e specialmente di Viterbo, si mostrarono ingiustificati; la tranquillità non fu turbata in nessun luogo. Questo fatto è dovuto in parte all'ottimo contegno delle truppe pontificie, organizzate nuovamente, e in parte al comando venuto da Firenze al Comitato Nazionale Romano. Per mostrare le sue buone intenzioni, il Governo italiano aveva preso disposizioni per il ritorno nelle loro sedi di tutti i vescovi scacciati o trattenuti in arresto. Aveva inoltre mandato a Roma Tonello, non solo perchè giungesse ad un accordo sulla questione del giuramento dei vescovi, e dell'exequatur reale, ma anche perchè portasse la proposta di quel grande progetto finanziario, che consisteva nel convertire i beni ecclesiastici d'Italia, valutati a due miliardi di lire, in una rendita mobile; così la Chiesa avrebbe acquistato una vera indipendenza dallo Stato. Queste trattative, anche se non seguite da effetti, richiamavano l'attenzione di tutti e rafforzavano l'opinione di quelli che speravano ancora in una conciliazione. La questione romana, da una questione europea, divenne, dopo il ritiro dei Francesi, una questione interna italiana. Ora il Papato si trovava circondato e stretto tutt'intorno dall'Italia, solo di fronte alle sue pretese: questa situazione appariva così insostenibile, che molti eran d'opinione che necessariamente dovesse in qualche modo stabilirsi un'intesa fra Roma e l'Italia.
Il partito italiano della città si era organizzato nel Comitato Nazionale Romano, il quale riceveva il suo indirizzo dal Governo di Firenze, ed era un suo organo. Queste erano le sue mire: accordo col Papato, spogliato del potere temporale; annessione di Roma all'Italia mediante plebiscito; dichiarazione di Roma a capitale, con la dinastia di Savoia. Sosteneva dunque la opportunità della quiete e dell'ordine, e della resistenza passiva.
Fin dalla fine del 1866 si oppose a questo il partito mazziniano, che voleva abbattere il Papato e costituire la Repubblica a Roma, dopo i quali avvenimenti sarebbe scoppiata—sognavano quei radicali—la rivoluzione sociale in tutta l'Europa e forse in tutta l'umanità? Questi partiti cominciarono a combattersi aspramente, ed anche questa scissione nel campo dei rivoluzionarii fu una causa di più della permanenza in Roma della tranquillità e dell'ordine.
Per le intenzioni pacifiche del Comitato Nazionale, i mazziniani gli affibbiarono il soprannome dispregiativo: la Malva. Ambedue questi partiti facevano stampar fogli volanti e giornali segreti; i nazionali la Roma dei Romani; i mazziniani la Sveglia. La vita ed il lavorìo segreto di questi governi sotterranei, della Roma sub-terranea rivoluzionaria, si sottrassero agli sguardi della Polizia che non riuscì a scoprire nè i capi, nè i locali, nè le stamperie. Forse quei giornali non furono mai stampati in Roma, bensì in altre città.
I mazziniani e gli emigranti italiani, appartenenti in parte alla loro sètta, tenevano vivaci riunioni nel Napoletano e in tutta l'Umbria. Si sparsero queste associazioni per tutta Italia e fecero nelle città propaganda per l'invasione a mano armata degli Stati della Chiesa. Già dal gennaio si era stabilito a Terni un deposito di armi e si richiamarono in quella città dalla Lombardia gli emigranti romani. Le armi dovevano essere introdotte segretamente nel Romano, cioè a Viterbo. Moustier, ministro francese degli esteri, avvertì di quel che si preparava l'ambasciatore dell'Imperatore a Firenze, perchè egli a sua volta richiamasse l'attenzione del Governo italiano.
I mazziniani diedero il primo segno di vita la notte del 10 febbraio 1867 con lo scoppio di varii petardi, che spaventarono la città. Ricorreva l'anniversario della proclamazione della Repubblica Romana del 1849. Del resto non vi furono eccessi; solo il Comitato Nazionale interdì la visita dei teatri e la celebrazione del Carnevale, cosicchè non si vide mai più melanconico Carnevale di quello del 1867. Fuori, ed anche alle porte di Roma, infieriva sempre più il brigantaggio. Tutte le strade erano malsicure; finalmente il Governo pontificio intervenne con una energica legge e con efficaci misure militari.
In tutta l'Italia cresceva l'agitazione. Dopo il rigetto per parte dei democratici e radicali, nemici di ogni libertà della Chiesa, del progetto finanziario di Scialoia, la camera italiana fu sciolta; le nuove elezioni agitavano tutto il paese e minacciavano di spingerlo alla rivoluzione. Dal trasferimento della capitale sembrava che il Governo italiano fosse scosso alle basi; la Monarchia, nonostante l'acquisto di Venezia, vacillava; la infelice guerra del 1866 aveva accresciuto la disistima, in cui essa era caduta. Disonestà in tutta l'amministrazione, rapidi mutamenti di ministero, difficoltà finanziarie, interno dissolvimento, tutto ciò produceva una situazione confinante coll'anarchia, in tutto ciò il Governo perdeva ogni prestigio morale. Il partito d'azione chiedeva sempre la violazione della Convenzione di settembre; non solo esso formava comitati segreti, ma palesi associazioni per una invasione negli Stati della Chiesa. Comitati di questo genere sorsero a Firenze, a Genova, a Bologna e altrove, senza che il governo credesse bene prendere dei provvedimenti. Garibaldi s'era ravvicinato ai mazziniani e seguiva i loro piani. Da Caprera egli accorse a Firenze il 23 Febbraio, durante la lotta elettorale per la nuova Camera, onde aiutare alla vittoria il partito democratico. Egli si recò allora come agitatore per le città italiane, eccitando le popolazioni ad una guerra mortale contro il prete, dalle cui mani bisognava ora liberare Roma.
Il 22 marzo il Re aprì il nuovo parlamento che, nel complesso, era composto come il precedente; non si fece parola sulla questione romana. Ai primi di aprile Urbano Rattazzi salì alla Presidenza del Consiglio, e il partito rivoluzionario sperò, sotto di lui, di ottenere ciò che non gli era riuscito di ottenere sotto Ricasoli, benchè ricordasse che era ben Rattazzi che aveva, per comando di Napoleone, organizzato la tragedia di Aspromonte.
Così, un altro partito democratico era andato prendendo forma, il partito d'azione di Garibaldi, che aveva lo scopo dichiarato di una invasione a Roma. Garibaldi fu eletto suo capo, e proprio da un Comitato mazziniano, con una lettera datata da Roma (Centro dell'Insurrezione di Roma), per quanto l'esistenza di quel Comitato, proprio in questa città, fosse piuttosto dubbia. Questo Comitato invitò, il 1^o aprile, i Romani a sollevarsi ed a rovesciare il governo dei preti; assicurava che, contemporaneamente, altre città degli Stati della Chiesa si sarebbero ribellate, poichè tutto era pronto; proclamava Garibaldi capo della sollevazione, Garibaldi che, dopo la nomina da parte del popolo di Roma nel 1849, era rimasto giustamente generale romano. In risposta, Garibaldi scriveva una lettera, indirizzata al Centro dell'insurrezione, datata da S. Fiorano 22 marzo, nella quale diceva di essere orgoglioso del titolo di generale romano, e annunziava di avere già scelto i Romani che dovevano formare l'élite dell'emigrazione romana a Firenze.
Contro questo appello dei radicali, il Comitato Nazionale pubblicò una protesta, il 9 aprile, ammonendo con essa i Romani di non lasciarsi condurre ad agire con leggerezza colpevole e pericolosa, e di aspettare il tempo opportuno per l'azione. Infatti, la quiete non fu turbata; ed anche il 12 aprile, anniversario del ritorno dall'esilio del Pontefice ed anche del suo scampo miracoloso dal crollo della sala a S. Agnese, fu festeggiato, come al solito, con la luminaria, e trascorse tranquillo.
Ma i segni precursori di un'invasione di schiere volontarie, come chiaramente apparivano dalla lettera di Garibaldi, davano molto da pensare al Governo romano; il cardinale Antonelli passava, il 26 aprile, una nota all'ambasciatore francese in Roma, conte Sartiges, nella quale esprimeva questi timori. Il Gabinetto francese consigliò quello fiorentino a vegliare sulle riunioni rivoluzionarie, secondo gli accordi del trattato di settembre, e ricevette da Rattazzi l'assicurazione che esso vegliava e che non v'era nulla da temere, poichè i comitati rivoluzionarii erano deboli e privi di mezzi. In occasione di un'interpellanza in Parlamento, Rattazzi dichiarò che, nella questione romana, egli avrebbe seguito la linea di condotta tracciata dal trattato di settembre.
Intanto il Governo francese era informato del diffondersi continuo del partito radicale. Ebbe notizia di un trasporto di armi in Viterbo, e del piano di Garibaldi, che consisteva nell'armare navi a Genova e con quelle sbarcare sulla costa romana, mentre frotte di emigranti avrebbero passato il confine napoletano; e a Roma gli emissarii dei rivoluzionari dovevano eccitare alla rivolta. Invero Garibaldi si metteva palesemente a capo dell'invasione; alla fine di aprile egli fece pervenire una circolare ai ministri d'Inghilterra, Prussia e Russia a Firenze, nella quale egli protestava contro la sovranità del Pontefice e ricordava che la Costituente del 1849 aveva nominato proprio lui a governatore di Roma, ed affermava che questo potere a lui affidato era ancora legittimo, e poteva essergli tolto solo da una assemblea di rappresentanti del popolo romano.
Nel maggio, il movimento ai confini e l'attività dei comitati si fecero più vivaci. In seguito alle note della Francia, Rattazzi rispose che Garibaldi si trovava ammalato a Signa e non aveva certo intenzione di tentare imprese temerarie, e che, comunque, il Governo vegliava. Si può effettivamente credere che tale fosse la sua sincera opinione, anche se segretamente pensava di utilizzare il movimento rivoluzionario per condurre ad una modificazione della Convenzione di settembre. Difatti, Rattazzi dispose perchè gli emigranti romani fossero allontanati da Bologna, dove era il centro dell'insurrezione. Intanto il cardinale Antonelli permetteva che le truppe pontificie si intendessero con quelle italiane per la sorveglianza dei confini. Nel giugno una prima schiera di 200 volontari avendo tentato di passare i confini a Terni, per comando del governo italiano, fu trattenuta. Si imprigionarono 60 volontari; gli altri si dispersero. Questo fatto produsse un'impressione assai favorevole, e tranquillizzò molti. L'invasione romana fu rimandata, non solo perchè si era insufficientemente provvisti di uomini e di armi, ma perchè il mantenimento della pace tra Francia e Russia modificava la situazione politica. La democrazia italiana aveva contato sulla guerra di quelle potenze in seguito alla questione del Lussemburgo, ma, per il trattato di Londra dell'11 maggio, questo pericolo si era allontanato.
Il mantenimento della pace salvò allora il potere temporale del Papa dalla rovina, che immancabilmente sarebbe avvenuta se la Francia si fosse impegnata in una guerra con la Germania. Ora si potevano fare, senza pericolo, le grandi feste del Centenarium Petri. Questo giubileo del principe degli Apostoli, del quale i papi si dicono successori, doveva, in mezzo alle agitazioni italiane per la minaccia di un'invasione degli Stati pontificî, affermare che Roma era città della Chiesa e la capitale del mondo cattolico. Fin dal principio di giugno, schiere di preti si diressero a Roma da ogni paese, su tutte le ferrovie italiane. Quattrocentonovanta vescovi e prelati, più di diecimila preti si radunarono in Roma, dove non si era mai visto nulla di simile, prima dell'istituzione delle ferrovie. Alberghi, abitazioni e strade erano rigurgitanti di clero. Roma sembrava subisse ora, dopo la temuta invasione delle camicie rosse di Garibaldi, un'altra invasione di sottane nere; tutto un popolo accorso in difesa della sua città.
In questa folla si distinguevano numerosissime nazionalità; ma Francesi, Italiani e Spagnuoli avevano la prevalenza, come a dimostrare ancora una volta la romanità della Chiesa cattolica. I Tedeschi si perdevano in mezzo a questo brulichio. Noto gli arcivescovi di Magonza, Colonia, Posen, Salzburg, Praga e Olmütz; mancava l'arcivescovo di Vienna. Si videro, in quell'occasione, tutti i costumi della Cristianità. Si ammirarono i fastosi e maestosi patriarchi di Oriente, la cui presenza rammentava i rapporti del culto cristiano coll'Asia e l'antico Testamento. Si videro anche dei Cinesi e dei Mori.
Mai, nemmeno nei tempi più luminosi del Papato di Leone X, si erano viste in Roma processioni simili a quelle che si svolsero per la festa del Corpus Domini e il giorno di San Pietro, nell'anno 1867. Queste feste rappresentarono la più bella e grandiosa rivista che mai pontefice abbia passato al suo clero.
La grande processione del giorno di S. Pietro, che uscì dalla chiesa nella piazza, e nella chiesa poi rientrò, durò due lunghe ore. Vi erano portati degli stendardi alti 20 piedi, rappresentanti i nuovi santi, o in punto di morte, o mentre stavano compiendo un miracolo, e fra questi santi (più di 200 martiri della missione giapponese furono allora beatificati) nessuno suscitò più interesse di Pedro Arbues, il terribile inquisitore di Spagna, la cui assunzione nel cielo dei beati fu giudicata, all'estero, come una aperta e chiara dichiarazione di guerra alle leggi dell'umanità e della civiltà. Il popolo, silenzioso torrente, per tutta la giornata entrò da una porta del tempio ed uscì dall'altra.
Cinquecento cantori facevano udire i loro inni dal cerchio interno della cupola di Michelangelo. L'illuminazione di questa volta scintillante d'oro era, il 29 giugno, incantevole e magica, come magico era l'effetto del tempio sfavillante di fuoco e di luce: rassomigliava, infatti, ad una sfera celeste nella quale innumerevoli stelle sprizzassero fuoco in mezzo ad una nebbia dorata.
La Cattedra Petri, sulla quale la leggenda vuole che l'Apostolo si sedesse, fu trasportata dal trono vescovile della Tribuna, nel quale Alessandro VII l'aveva fatta chiudere, in una cappella speciale, ed esposta alla pubblica venerazione. Dopo due secoli, essa tornò alla luce. Sul lato anteriore di questa antichissima sedia di legno si trovano delle placche d'avorio, nelle quali sono rappresentate le fatiche di Ercole. La folla si dava gran pena per strofinare, contro di essa, stoffe o anelli, che avrebbero così assunto virtù di amuleti.
Per otto giorni, Roma festeggiò la ricorrenza con processioni, illuminazioni, spettacoli accademici e musicali. Le manifestazioni più alte del culto si trovarono a Roma riunite, lo stesso anno in cui l'Esposizione mondiale di Parigi esibiva i frutti del lavoro e dell'ingegno del nostro secolo.
La festa apostolica dell'unità della Chiesa, nel suo centro a Roma, consacrata dalla storia, doveva, con immensa manifestazione del clero, mostrare che, nell'ingranaggio della macchina gerarchica, non mancava una sola ruota, che fra il capo ed i membri tutti regnava una perfetta ed inalterabile armonia, mantenuta senza sforzo e senza costrizione. Non si trovarono in Roma, in quell'occasione, imperatori, re e principi, come a Parigi; ma convennero qui pellegrini da ogni parte del mondo. I rappresentanti delle più antiche nobiltà legittime d'Europa erano venuti, e non senza doni, a rendere omaggio al Pontefice.
Al Vaticano furono donati, in quell'occasione, parecchi milioni, sia per le collette singole delle varie diocesi, sia per offerte private. Si contarono a Roma da 50.000 a 70.000 forestieri; ne vennero da tutte le Provincie del Regno d'Italia. Ciò dimostrava che la rottura, fra il popolo d'Italia e la Chiesa, non era poi tanto grave come si era voluto far credere.
Le catene di S. Pietro legavano ancora una parte dell'umanità, e mai questa portò più a lungo altre catene!
I paladini del Papato erano pieni di soddisfazione e di fierezza. Non si doveva dimostrare che Roma non poteva essere la capitale di un regno? Ebbene, non ne erano quelle feste la prova più luminosa? Le migliaia di preti, che si raccolsero in quei giorni intorno al Papa e fraternizzarono in mezzo alle sontuose feste della loro Chiesa, erano pieni tutti del medesimo entusiastico sentimento. Non avrebbero essi portato quell'entusiasmo nei loro paesi, nelle loro comunità, diffondendolo ovunque? Con questa festa del centenario doveva cominciare, dunque, la grande reazione e il trionfo della Chiesa su tutte le potenze ostili dell'universo. Così declamava, nell'Universo, Luigi Veuillot. Nessuno avrebbe creduto che a questo entusiasmo potessero seguire nella Chiesa momenti di un così crudo disinganno!
Nelle sue allocuzioni ai Vescovi riuniti, il 26 giugno e il 1 luglio, Pio IX annunziò il Concilio.
Era naturale che il Papa, nella lotta contro ciò che egli chiamava il Secolo e che noi chiamiamo lo spirito della civiltà, raccogliesse più strettamente intorno a sè tutta la gerarchia, e tentasse di esaltare la propria autorità nell'organismo della Chiesa. L'antica idea dell'infallibilità del Papa, innalzata a dogma, ritornò ora più determinata agli organi dei Gesuiti. L'infallibilità è il coronamento del Papato gregoriano. E non ha anche segnato, questo dogma, l'uscita dalla storia di questa grande forza ideale della Chiesa? Se doveva esser l'apoteosi del Papato, si sa bene che le apoteosi si comprano a caro prezzo.
La Civiltà Cattolica aveva solennemente proposto che tutti i preti e tutti i credenti venuti a Roma per il centenario facessero voto sulla tomba dell'Apostolo di sostenere per la vita e per la morte l'infallibilità del pontefice. Finora, essa diceva con cinica franchezza, i cattolici avevano portato a S. Pietro solo sacrifici e offerte materiali, sia le loro ricchezze, sia il loro sangue; ora si trattava di sacrificare la ragione stessa al principe degli Apostoli! Si sperava, così, di legare solidamente il clero tutto nei ceppi di questo voto, e di costituire, nella cristianità, quasi una lega santa di Cavalieri di S. Pietro; ma questa proposta dei Gesuiti non fu raccolta.
I vescovi radunati non fecero nuove dichiarazioni riguardo al Dominio temporale. Nel loro indirizzo al Papa, dettato da Heinald, dicevano soltanto che essi tenevano a ripetere quel che avevano già espresso nel 1862, e cioè di voler credere ciò che il Papa crede, e di voler respingere ciò che il Papa respinge. Non era già questa una dichiarazione della sua infallibilità?
In mezzo a tali feste giunse a Roma la notizia dell'esecuzione dell'arciduca Massimiliano, al Messico. Essa produsse un'impressione enorme. Molti clericali espressero, con soddisfazione, l'opinione che la morte di questo infelice principe fosse, per l'imperatore Napoleone, una specie di testa di Medusa; come egli aveva tradito Massimiliano, egli era pronto a tradire il pontefice! Si ricordava, ora, con meraviglia, la satira romana che nel 1864 aveva salutato l'arciduca, quando era venuto in Roma prima di partire per l'avventuroso viaggio al Messico, ed i suoi versi profetici:
Massimiliano, non ti fidare, Torna sollecito a Miramare. Il trono fracido di Montezuma È nappo gallico colmo di spuma. Il timeo Danaos, chi non ricorda, Sotto la clamide trova la corda.
IV.
A queste magnifiche feste seguirono avvenimenti di tutt'altro genere. Bisogna cercare a lungo nella storia per trovare l'esempio di un così repentino e crudo contrasto, quale offrì Roma nel volger di pochi mesi. Se noi immaginiamo che fra i pellegrini accorsi a Roma si trovasse un asiatico o un africano, il quale fosse rimasto del tutto ignaro della politica europea, questo straniero avrebbe potuto dire parlando di Roma alla fine di giugno: «Roma, l'antichissima capitale del mondo cattolico, è non solo la più ricca e la più nobile, ma anche la più felice città della terra. Tutti i popoli vengono a turbe verso di lei, per portarle doni e tributi, e non dietro un severo e temuto ammonimento del loro sovrano, come nell'antica Roma, o negli imperi dell'Asia o dell'Egitto, ma volontariamente, per l'esaltazione del loro amore verso di Lui. Migliaia di pellegrini vi accorrono e si prostrano in orazione sulla tomba del Principe degli Apostoli e assistono nel suo sublime tempio, a cui nulla si può paragonare, a cerimonie d'una grandiosità indescrivibile. Sembra che l'amore degli uomini tutti coroni Roma di feste e di onori, dei quali è centro un venerando vecchio, al cui cenno i vescovi della terra e settantamila preti sono accorsi per dirgli che essi credono ciò che egli crede, che riprovano ciò che egli riprova, come migliaia di altri uomini che non sono preti, e che sono venuti anch'essi a tributargli onori divini».
Ora, se il medesimo straniero fosse tornato nella stessa città, solo tre mesi dopo, non avrebbe prestato fede ai suoi sensi, e si sarebbe creduto vittima d'un incantesimo. Avrebbe infatti trovato quella città, poco prima piena di un tumulto festivo e inghirlandata di fiori e coperta di tappeti e di quadri, quasi contaminata dalla peste, immersa nello stupore, nell'ansia, nel terrore, di notte per lo scoppio di bombe e di mine, di giorno per le pattuglie di impauriti soldati, che raccoglievano qua e là torme di arrestati. Avrebbe visto cannoni sulle piazze; le fosse di Castel Sant'Angelo riempite d'acqua; gli avrebbero riferito che quel vecchio, che pur ora aveva veduto esaltato al cielo, stava ora pieno di terrore in preghiera nel Vaticano solitario e squallido, chiedendo a Dio che lo salvasse dall'imminente pericolo, e divisando già di rifugiarsi in Castel Sant'Angelo e di rinchiudervisi. Avrebbe visto le porte di Roma serrate e rinforzate di dentro con terrapieni, i merli delle fortezze difesi da sacchi di terra; e gli sarebbe stato narrato che innumerevoli bande malconcie, affamate, male armate, vestite di rosse camicie, venivano da ogni parte verso Roma, al grido: Roma o morte! per conquistare la capitale della cristianità e imprigionare il Santo Padre, o cacciarlo esule per il mondo.
Intanto però, già nel giugno si era manifestato il colèra, che nel luglio crebbe di violenza. Il 6 agosto scoppiò ad Albano con straordinario vigore, mentre molte famiglie romane erano andate a passarvi l'estate. Là morì, l'8 agosto, la regina-vedova di Napoli, Maria Teresa, figlia dell'arciduca Carlo. Il timor panico riempì Albano; abitanti e forestieri si dispersero spaventati. Il cardinale Altieri che vi si era recato, come vescovo del luogo, per tranquillizzare con la sua presenza la popolazione, rimase vittima della sua abnegazione. Gli zuavi che erano là di guarnigione mantennero da soli l'ordine, e della loro attività va resa loro ampia lode.
Anche nel resto d'Italia infieriva il colèra, ma non interruppe il movimento rivoluzionario del partito d'azione, al quale le feste di Roma avevano acuito la smania di porre presto in atto i suoi disegni. Intanto la condotta del governo francese rafforzava la concorde aspirazione degl'Italiani; quel governo sembrava partire dal concetto che l'occupazione di Roma durasse ancora per mezzo della legione di Antibo. Non solo il generale Dumond era venuto a Roma per passare in rivista questa legione, che numerose diserzioni avevano mezzo disciolta, ma la pubblicazione di una lettera del maresciallo Wiel al colonnello d'Argy mostrava come queste truppe al servizio del Pontefice fossero considerate ancora siccome un corpo francese. Ciò provocò, alla fine di agosto, una nota di Rattazzi al Gabinetto di Parigi, nella quale egli faceva voti perchè il Governo francese non aumentasse le difficoltà, in cui si trovava l'Italia, risollevando la questione Romana e mettendo in pericolo la Convenzione di settembre.
La stampa democratica dichiarò violentemente che quella Convenzione era stata violata dalla Francia e che, quindi, anche l'Italia era in diritto di non più rispettarla. Il Governo, che ormai meditava—appoggiandosi alla Convenzione di settembre—di rinunziare a Roma e riconoscere la sovranità del Papa, e, per di più, minacciava continuamente l'Italia di un nuovo intervento francese, si trovò ad essere in contradizione con sè stesso, mentre si sentiva troppo debole per sostenere la pressione del partito d'azione in un'epoca nella quale, dopo il disgraziato progetto finanziario, vedeva crescere a dismisura i proprî imbarazzi.
Garibaldi visitò di nuovo le città italiane, parlando apertamente di una campagna contro Roma, dove, il 13 luglio, si erano già fusi e unificati il Comitato Nazionale e il Centro dell'Insurrezione, nella Giunta Nazionale Romana. Si raccolsero armi e denari, fino in Inghilterra, dove si era recato un figlio di Garibaldi. I confini dell'Umbria cominciarono a brulicare di figure sospette. Il 26 agosto l'Agitatore apparve a Orvieto. Qui egli raccolse il popolo a udirlo, attaccò nel suo discorso, accompagnato da grida di Roma o morte, tanto violentemente il Governo di Firenze, quanto quello di Parigi, e dichiarò finalmente che, nonostante la Convenzione di settembre, Roma doveva essere conquistata dal popolo sorto in armi. Si recò quindi a Rapallo, e l'8 settembre si trovò a Ginevra, al Congresso per la pace, dove i capi della democrazia europea si erano adunati per stabilire le linee di un programma della futura società europea. Garibaldi, salutato da unanimi omaggi, fu nominato presidente onorario di questo Parlamento.
I discorsi che egli tenne dal balcone della casa Fazy e quelli per l'inaugurazione del Congresso, furono così spinti, che urtarono anche molti dei suoi partigiani. Egli volle dimenticare che la città di Calvino e di Rousseau contava fra i suoi cittadini anche molti cattolici e che altri fra essi avevano opinioni aristocratiche e conservatrici. Le sue violente declamazioni contro il Papato e la Chiesa provocarono aperte proteste da parte della cittadinanza cattolica; fra i Riformati, i moderati non furono meno spaventati; nel Congresso si produsse una scissione, e Garibaldi lasciò Ginevra l'11 settembre, quasi clandestinamente, e del tutto disilluso.
Si recò allora a Genestrelle, deciso ad effettuare l'invasione romana. I preparativi e i piani strategici per questa audace impresa erano stati alacremente continuati fin dal suo soggiorno ad Orvieto. Si armarono truppe di volontari ad Ancona, a Foligno, a Bologna, a Firenze, negli Abruzzi, a Napoli. Depositi d'armi erano trasportati ai confini, e segretamente fin dentro gli Stati della Chiesa. I volontari si dirigevano da ogni parte alla spicciolata verso i confini, i quali erano custoditi dalle truppe di linea italiane, secondo la Convenzione di settembre.
Il carattere palese di questi armamenti sotto gli occhi del Governo, le invettive della stampa mazziniana, i proclami dei comitati nazionali, le lettere di Garibaldi, i messaggi dei legati di Roma e di Firenze spinsero il Governo francese a eccitare il ministero italiano ad un'azione pronta ed efficace, facendogli intendere come serie difficoltà potessero sorgere se fosse continuato quello stato di cose, difficoltà che l'Imperatore desiderava risparmiare a sè e al Re d'Italia. E infatti le difficoltà di Napoleone non erano poche. Egli desiderava non allontanare da sè l'Italia, in vista della minaccia sempre più vicina d'una guerra colla Prussia; allontanandosi dalla Francia, l'Italia si sarebbe avvicinata alla sua alleata di Padova; se poi egli avesse lasciato violare la Convenzione di settembre, avrebbe subìto un nuovo scacco, facendo la figura di un complice o di un canzonato. Se egli si risolveva all'intervento, secondo i desiderî del Pontefice, feriva anche gravemente il partito liberale di Francia, suscitando forse una guerra di disperata difesa in Italia, o rigettandola nell'anarchia, distruggendo la sua propria opera del 1859.
Dispacci urgenti da Parigi determinarono l'azione contro il partito rivoluzionario. Degli inviati di Vittorio Emanuele si recarono per persuadere Garibaldi in nome del re ad abbandonare i suoi intempestivi progetti e a ritrarsi a Caprera. Ma egli lasciò Firenze per raggiungere Arezzo passando da Sinalunga, e di là per far irruzione negli Stati della Chiesa.
Ma, per comando del Governo, a Sinalunga il generale fu arrestato il 23 settembre e mandato per ferrovia alla fortezza di Alessandria. D'un colpo questo fatto sorprendente cambiò la situazione; apparentemente il progetto dell'invasione venne meno con esso.
Il piano di Garibaldi era stato di provocare una sollevazione a Viterbo, per mezzo dei suoi agenti; ma dopo il suo arresto, il Governo papale si impadronì di loro e delle corrispondenze che avevano seco. Gli agenti di Garibaldi erano anche a Roma pieni di attività, ma dopo molto vano lavoro dovettero persuadersi che in questa città non c'era nulla da fare. Anche qui furono operati arresti in massa. Dei fogli volanti diffusi per la città annunciarono che la Giunta nazionale si era disciolta il 22 settembre, e che il 27 i così detti capi di sezione ne avevano formata un'altra al suo posto, «perchè la città non rimanesse senza Governo in tempi così difficili». La cattura di Garibaldi fu appresa all'estero con soddisfazione; si complimentò il governo d'Italia per aver finalmente trovato la forza di ridivenire padrone di un increscioso stato di cose, per il quale era permesso ad un capo popolo di porsi al di sopra delle leggi dello Stato, di formare un Governo proprio nello Stato stesso, di eseguire dei piani proprî, di versare il sangue del popolo, di mandarne in malora i denari affidatigli e di condurlo alla rivoluzione, determinando così la necessità di un intervento straniero, che immancabilmente sarebbe avvenuto. Infatti si diceva che una flotta francese fosse nel porto di Tolone pronta a salpare. La stima e la considerazione verso Garibaldi si era inoltre da tempo diminuita. Le sue copiose declamazioni, i suoi proclami numerosi, le sue stranezze (era giunto a battezzare egli stesso dei fanciullini come sacerdote dell'avvenire), l'imperversare senza tregua dei suoi tuoni senza il lampo dell'azione, e l'essersi egli ravvicinato al movimento mazziniano, avevano fatto impallidire l'aureola del grande agitatore, che aveva avuto sì eroica parte nella redenzione italiana[2]. Si deplorava in quel tempo che egli non fosse morto a Capua o ad Aspromonte, chiudendo così la sua vita di eroe popolare, invece di sopravviversi. La sua prigionia fu appresa con favore anche dai liberali di Roma; essi speravano che essa preludesse a negoziati diplomatici del Governo italiano, tendenti ad una liberazione definitiva da un intervento, anche morale, della Francia, e ad una modificazione della Convenzione di settembre. Ed effettivamente non c'era che l'Italia che potesse difendere gli Stati della Chiesa impedendo alle schiere dei volontari di farvi irruzione.
Ma il partito d'azione si sollevò vivacemente, chiedendo la liberazione del suo capo, membro inviolabile del Parlamento. Sotto la pressione di tumulti a Firenze e in altre città, Garibaldi fu condotto da Alessandria a Genova, e senz'altro rimesso in libertà, come almeno egli stesso dichiarò, —cioè imbarcato il 27 settembre per Caprera su un legno da guerra. Era stata cosa veramente seria la sua prigionia? Non era stato un giuoco per tacitare, diciamo così, il Governo di Francia, mascherando la rottura effettiva della Convenzione di settembre? Non si era fatto sparire il capo dell'invasione, perchè questa potesse seguire il suo cammino, più liberamente e meno manifestamente, e perchè, invece di un generale officialmente disconosciuto, e talora in segreto sostenuto, come a Marsala a Capua e nelle Marche, altri generali, nel nome d'Italia, la conducessero? Non aveva davvero la forza, il Governo italiano, di disperdere le schiere dei volontari, che si raccoglievano sui confini? Numerose truppe di ogni arme stringevano, è vero, da presso la linea dei confini romani, ma questa catena di milizie spesso diradava per varie cause i suoi anelli, permettendo a bande armate di introdursi agevolmente nello Stato pontificio. Appena all'estero si seppe che il Governo italiano aveva impedito l'esecuzione dei piani di Garibaldi e l'aveva imprigionato, contemporaneamente si fu informati che di fatto l'audace impresa dell'invasione era cominciata, e che apertamente proseguiva coll'appoggio del Governo italiano.
V.
L'invasione, da parte delle schiere di volontari, dello Stato della Chiesa, invasione che durò più di cinque settimane, rappresenterà un giorno un notevole e altamente drammatico episodio della storia di Roma e del Papato. Nella storia d'Italia essa sarà una pagina dolorosa, che non farà certo onore al Governo di quel tempo, del quale mostrò il macchiavellismo e la debolezza profonda. Se, nel futuro, le difficili questioni dei nostri giorni avran trovato una soluzione in un regime di libertà, i popoli si rivolgeranno indietro e considereranno quel periodo della nostra storia con stupore eguale a quello con cui noi consideriamo oggi le forme di anarchia medioevale e feudale.
E invero, nell'anno 1867, sembrarono risuscitate d'un tratto, con tutti i loro caratteri, le compagnie di ventura medioevali e quei condottieri del passato, che, indipendentemente dallo Stato, conducevano i loro eserciti attraverso le campagne. Chi fu allora in Roma testimone di questo stato di cose, credette di essere tornato d'un tratto a vivere nel Medio Evo, e in un paese dove nullo era oramai il potere delle leggi; vide cose e figure che aveva già riscontrate nelle cronache di quel tempo, al quale potè esattamente rassomigliare quest'epoca straordinaria. Garibaldi, l'uomo più moderno del suo tempo, secondo il suo ideale, è pure fra gli italiani del nostro tempo quello che, per la sua figura psichica, più profondamente è legato alle forme e ai sentimenti medioevali, ciò che spiega in parte la sua grande popolarità. Egli sta fuori dello Stato; come un condottiero; vive, eremita agitatore, in un'isola solitaria, lungi dal continente. Egli appare nella sua patria solo per mettere in esecuzione i suoi disegni, a dispetto dello Stato, per mezzo di agitazioni popolari e di schiere di volontari. Monreale, Sforza Attendolo, Piccinino e Fortebraccio avrebbero certo riconosciuto in lui un collega, un valoroso capitano di bande; al loro tempo, egli si sarebbe formata una repubblica militare, o avrebbe conquistata una corona ducale. Oggi, però lo distingue da quei condottieri il fatto che egli ha messo la sua spada al servizio della sua patria e del suo popolo. Egli combatte con disinteresse repubblicano per le idee del presente, anzi, forse, per le idee del futuro. Egli vuole abbattere l'idolo dell'assolutismo e della tirannía, così spirituale che temporale, ma vuol porre al suo posto un altro idolo, il cui dispotismo non potrebbe forse essere minore. Anch'egli, con la noncuranza di un tiranno degli antichi tempi, ha sacrificato la balda gioventù della sua patria, servendosene come di strumento per i suoi fini.
La questione romana, così profondamente connessa con tutto l'ingranaggio complicato del mondo europeo, pareva, a questo uomo di guerra, un nodo gordiano che la spada sola potesse risolvere. Ma egli non aveva la spada di Alessandro, e se anche ciò non è che un simbolo della realtà contemporanea, come l'uovo di Colombo, l'opinione europea non avrebbe mai riconosciuto in Garibaldi o in Mazzini e il suo partito, i suoi rappresentanti e i suoi patrocinatori.
E veramente sembra ai nostri occhi un sogno fantastico che delle schiere, accozzate alla rinfusa, male armate e senza disciplina, e tali che gli antichi condottieri d'Italia avrebbero sdegnato di prenderle al loro servizio, avessero la pretesa di conquistare Roma, come un Connestabile di Borbone! Eppure, proprio nel nostro tempo, un disegno di tal genere fu possibile, e ci mancò poco che questo sogno si trasformasse in realtà. Un giorno questo sarà un mito nella storia di Roma.
E l'ardente e nobile patriottismo di un guerriero della specie di Garibaldi, e l'audacia sublime che spingeva le sue schiere alla morte, saranno riconosciuti ed ammirati anche da chi ha condannato la sua impresa come dannosa alla patria, ed ha tremato al pensiero che il principio della libertà brigantesca degli Americani della Plata o del Chilì potesse trovare esplicazione anche in uno Stato della civile Europa. Ma questo è tutto quel che si può dire a questo proposito. Invece, lo spassionato giudizio del più caldo amico della nazione italiana e della libertà dei popoli considererà sempre, con disprezzo e disistima, coloro che seguirono, in questo falso giuoco, le regole del «Principe» di Machiavelli, perchè si deve annunciare fino ai confini del mondo la giustezza della massima di Washington, e provare che la migliore politica è la verità. La storia della politica fu arricchita, nel 1867, di una commedia tale, che a lungo dovrà l'umanità ricercar ne' suoi annali, per trovarne una simile; e, se in nome della libertà si perpetrarono spesse volte delitti, raramente in suo nome si commisero così fondamentali sciocchezze.
Il Gabinetto italiano, per la sua debolezza e per una specie di strana illusione, fu condotto a tollerare il pericoloso disegno dell'invasione, poi anche ad accettarlo e accelerarlo, ciò che gettò l'Italia nella più terribile crisi, mise in giuoco la monarchia e l'unità del paese, e produsse, in tutta la nazione, una spaventosa demoralizzazione. Così, fra una diplomazia senza forza ed una eroica furia di condottieri, si maturarono grandi errori. Si sperava in una sollevazione romana, la quale mancò. Non ve ne fu alcuna negli Stati della Chiesa, e tanto meno a Roma e a Viterbo, dove gli agenti del partito rivoluzionario facevano vani sforzi per suscitarla. Solo una vera rivolta negli Stati della Chiesa poteva, se fosse apparsa chiaramente l'espressione della volontà popolare, mutare la situazione, far sembrare giustificato un intervento da parte dell'Italia, e escludere assolutamente quello francese. Ma poichè essa non avvenne, e la popolazione dello Stato romano rimase tranquilla, invano si sarebbe voluto far passare per insurrezione popolare una invasione di truppe volontarie di altre regioni. Si contava, da parte di queste schiere, sulla inabilità e sul carattere imbelle delle truppe pontificie, oltre che sulla diserzione dell'elemento italiano; ma questi soldati, stranieri e paesani, si batterono con inaspettato valore, rimanendo fedeli alla bandiera, sulla quale avevan giurato. Si contava anche sugli errori del Governo pontificio, ma questo raramente dimostrò come allora tanta ragionevolezza e tanta forza, e seppe mantenere, in condizioni tanto difficili un contegno così legittimo e conveniente, che fece ottima impressione sull'opinione pubblica europea, specialmente perchè in contrasto con quello del Governo italiano.
Si sperava specialmente sull'approvazione tacita del protettore di Francia, e sul suo consenso alla modificazione del trattato di settembre. In Inghilterra correvano delle voci che affermavano prossima questa modificazione, per l'estate futura, e che Napoleone si sarebbe ricreduto e si sarebbe deciso all'intervento dopo che aveva appreso di sicure offerte di Rattazzi alla Prussia. Comunque sia, Napoleone non poteva lasciar manomettere dalla parte rivoluzionaria, contro la quale egli si era drizzato, un trattato da lui confermato e riconosciuto; egli intervenne—poichè lo Stato Romano non si era sollevato—a favore del Papa e del Potere spirituale, col quale voleva mantenersi in buona amicizia, dapprima esitando e temporeggiando, poi con inconsiderata gravità.
Secondo il piano di Garibaldi, l'invasione doveva procedere da tre lati; dalla Sabina e l'Umbria, dalla Tuscia e dal Lazio, dovevano le schiere dirigersi alla loro mèta: Roma. La prima è la via più breve e conduce direttamente a Roma, poichè qui i confini, a Corese e Scandriglia, sono distanti dalla città appena due ore di treno. Menotti, il figlio di Garibaldi, prese là il comando delle schiere che scendevano dall'Umbria. La seconda strada passa da Viterbo, prima mèta delle truppe che la seguirono, oggi seconda città dello Stato, situata in una ricca campagna ed abitata da una popolazione che fu sempre ritenuta audace, fiera ed amante di novità. Qui doveva assumere il comando Acerbi. Sulla terza strada, Nicotera doveva dirigere l'invasione contro Roma attraverso i Monti Latini. Questi ultimi due capi erano deputati al Parlamento italiano. Inoltre, dei manipoli minori dovevano far capo a queste strade da varii punti per assalire, qua e là, le guarnigioni pontificie, per tenere occupato e sparso tutto l'esercito pontificio col sistema della guerriglia.
Il grosso di queste schiere era formato di gente accozzata alla rinfusa, della quale una gran parte sapeva appena maneggiare un fucile. Le loro condizioni, che avrebbero fatto andare in visibilio un romanziere o un Salvator Rosa, hanno fatto dubitare e restare perplesso ogni uomo di guerra; erano camerieri, cocchieri, servi, studenti scrivani, contadini, sarti, calzolai, operai di ogni genere, lavoranti di fabbriche, ogni sorta di gente affamata. Nelle loro file si trovavano anche uomini e giovani di estesa coltura, nobili e ricchi, ed anche delle signore emancipate, che seguivano a cavallo il piccolo esercito. Simili imprese non si compiono che in Italia, perchè qui risponde ad esse il singolare carattere della popolazione. Certo che la leva, che muoveva tutta questa gente, era, in prevalenza, il bisogno e lo spirito d'avventura, ma sarebbe ingiusto considerare queste schiere solo come una riunione di mascalzoni e di canaglia. L'esaltazione patriottica si era dai circoli democratici diffusa fra le classi più infime della popolazione, e quei poveri operai si batterono eroicamente a Mentana. Vi erano infine, fra di essi, noti patriotti e spiriti nobili, i quali, pieni di sentimento patrio, avevano risoluto di sacrificare, alla patria, tutto, anche la vita. E questi andavano di mano in mano crescendo di numero; tutti gli stati e provincie d'Italia vi avevano i loro rappresentanti; finalmente dei veri e proprii soldati italiani, segretamente congedati, vennero a rafforzare queste bande di volontarii.
Erano divisi in battaglioni. La loro uniforme doveva essere la camicia rossa, ma non tutti ne possedevano una; molti indossavano, sui loro abiti, un pezzo di stoffa rossa. Tutti avevano ai cappelli una piuma di gallo o di falco. Le armi erano manchevoli e in cattivo stato. Molti non avevano che lancie, pugnali e sciabole. Alcuni battaglioni avevano armi usate, uscite dai magazzini delle guardie nazionali. Il metodo di approvigionamento e di rifornimento di questo esercito era primitivo, come quello del suo armamento. Essi facevano assegnamento sulle contribuzioni dei luoghi che occupavano, ma tutti sanno che i castelli dei distretti della Sabina e del Lazio sono in gran prevalenza abitati da agricoltori assai poveri, che vivono del grano dei loro campi, delle rendite dei loro vigneti, degli oliveti e castagneti. E si poteva davvero ben profetizzare che il patriottico fanatismo di Garibaldi avrebbe gettato nella miseria tante migliaia di persone, come al tempo di Aspromonte, se a lui ora non fosse riuscito, come allora, di trascinarsi dietro tutto il popolo italiano e di far levare in armi il popolo dello Stato Pontificio.
L'esercito che il Papa poteva opporre a queste schiere di volontarii, contava allora 12,981 uomini e 929 cavalli, di cui 8000 veramente atti e pronti a combattere. I corpi, disposti secondo il numero degli uomini, erano in quest'ordine: reggimento di zuavi, 2237; legione di gendarmi indigeni, 2082; reggimento di linea, anche indigeno, 1595; battaglione di carabinieri stranieri, 1233; legione francese d'Antibes, 1096; battaglione di cacciatori, 956 fanti e 442 cavalli; finalmente 5 batterie di artiglieria.
Questo esercito era formato da italiani dello Stato pontificio e da stranieri d'ogni nazionalità. Da quando il Papato si era trovato in serie difficoltà, al ritiro dell'esercito francese, tutte le regioni del mondo si erano date, con grande zelo cattolico, alla ricostituzione dell'esercito pontificio.
Numerose associazioni belghe, francesi, ed anche americane, inviavano a Roma casse piene di denaro e di armi, come tributo. La stampa cattolica diede ai nuovi volontarii l'enfatico titolo di Crociati di San Pietro, giubilando per il rinnovarsi della crociata. La piccola armata papale rappresentava infatti lo sforzo della cristianità intera; molte favelle e molte nazionalità vi erano rappresentate: scozzesi, irlandesi, polacchi, tedeschi, francesi, olandesi, belgi, canadesi, mori dell'Africa, italiani, spagnuoli si mescolavano sotto lo stendardo dell'arcangelo Michele; ed anche in questo cosmopolita esercito non era solo lo zelo religioso che spingeva tanta gente; in taluni era piuttosto lo spirito di avventura, il bisogno, o un passato da redimere.
Il corpo scelto della milizia di S. Pietro, la vera guardia dei cavalieri della Croce, erano gli zuavi. Lamoricière aveva istituto questo corpo in memoria delle sue campagne africane, quando nel 1866 il Pontefice lo aveva chiamato a Roma, salvatore del Potere temporale. Molti figli di antiche case legittimiste di Francia e del Belgio servivano in questo esercito come ufficiali, o anche come semplici soldati a piedi. Loro colonnello era De Charette, discendente del famoso capitano della realista Vandea. Il corpo era in prevalenza formato da francesi e da belgi, e parlava francese. Il loro costume mezzo turco, di colore turchino, un po' teatrale e appariscente, era volentieri indossato da molti signori. La maggior parte di questi ufficiali degli zuavi, ed anche dei soldati semplici, era piena di sentimenti cattolici e di ideali medioevali; essi ardevano dal desiderio di venire alle mani coi ribelli italiani, coi democratici dalla camicia rossa, gli eretici, e di vendicare tutti gli insulti patiti dal Pontefice negli ultimi anni.
A capo dell'esercito papale era il generale Kanzler, già ufficiale nell'esercito di Baden e da lungo tempo al servizio del Pontefice. Una abile ritirata del suo battaglione, dopo la battaglia di Castelfidardo, aveva richiamato l'attenzione su di lui, cosicchè fu promosso di grado e nominato vice ministro alla guerra. Il Ministero della guerra pontificio era stato sin qui affidato a prelati; ultimamente a Merode, cognato di Montalembert, e questo costume non poteva essere molto giovevole all'organizzazione dell'esercito. Quando, finalmente, esso fu affidato ad un uomo d'armi, subito se ne notò il visibile cambiamento. La serietà e l'attività del generale riordinarono in breve le truppe, e certamente lo Stato Pontificio deve al Kanzler se così a lungo potè resistere alle forze degli invasori.
Lo Stato della Chiesa era stato ripartito in zone militari: Viterbo, Civitavecchia, Tivoli, la Sabina, e Campagna e Marittima (Velletri e Frosinone). Queste formavano insieme una mezza divisione sotto il comando del generale De Courten; l'altra mezza divisione, un duemila uomini, risiedeva a Roma, sotto il generale Zappi. Nelle città maggiori risiedevano compagnie; nelle minori spesso soltanto posti di gendarmeria. La guarnigione della Campagna fu rinforzata da volontarî della popolazione campagnuola, i così detti ausiliari o squadriglieri, i quali formarono corpi militarmente organizzati, serbando il loro costume pittoresco della ciociaria e i sandali caratteristici. Si erano già costituiti militarmente al tempo della guerra contro il brigantaggio, nel 1866-67, nella quale avevano reso grandi servigi alla regione laziale. Un battaglione di essi, forte di 638 uomini, risiedeva a Frosinone e nei confini di Napoli. Altri si erano, altrove, incorporati nella gendarmeria. In complesso, la loro forza ammontava a 1200 uomini.
Alla fine di settembre il Lazio offriva uno strano e comico aspetto. Mentre lo Stato Pontificio si preparava a contrastare con tutte le sue forze l'occupazione di Roma e di tutto il territorio, ai confini facevano le loro evoluzioni da 10 a 20,000 soldati italiani, in una attitudine equivoca e misteriosa, che avrebbero dovuto tener lontano dai confini le schiere volontarie, ma, viceversa, le lasciavano palesemente entrare e uscire, mentre essi stessi cantavano inni patriottici, col ritornello: «Andremo a Roma Santa». Stavano, coll'arme al piede, a guardare tranquillamente centinaia di camicie rosse, divise in piccole bande, aggirarsi intorno ai confini, ardendo dal desiderio di irrompere nella regione pontificia, mentre il loro duce, il capo del movimento, il cui nome era da solo un grido di guerra, era ancora relegato sullo scoglio di Caprera. Intorno a quest'isola incrociavano sette legni da guerra italiani, come già i legni da guerra inglesi avevano un tempo incrociato intorno all'Elba, gelosi di un uomo più grande, che stava là preparando le audaci imprese contro il continente.
Il 29 settembre venne a Roma l'annuncio che era cominciata l'invasione. Nella notte, 40 garibaldini avevano passato i confini a Grotte S. Stefano in provincia di Viterbo, avevan disarmato quel posto di gendarmeria, strappato gli stemmi papali, e piantato la bandiera italiana. Poi si erano diretti su Bomarzo, dove si era ripetuta la scena stessa. Da quel giorno, ebbero spesso lungo qua e là in vari punti, piccole invasioni di questo genere. Il 29 stesso, altri occuparono Bagnorea e Torre Alfina, e il giorno seguente il luogo più importante, Acquapendente. La caserma dei gendarmi si difese, in questa città, per ben tre ore, poi si arrese. I garibaldini si impadronirono delle casse pubbliche, arrestarono il Magistrato e levarono contribuzioni. Dichiaravano di essere l'avanguardia del generale Acerbi; avevano a capo un tal conte Pagliacci, emigrato da Viterbo.
All'annuncio della occupazione di Acquapendente, il colonnello Azzanesi si mosse da Viterbo con truppe; piombò sui garibaldini il 2 ottobre a S. Lorenzo, li mise in fuga, prese molti prigionieri, rioccupò Acquapendente. I fuggiaschi si radunarono e Bagnorea, l'antico Balneum Regis. Un corpo di 95 zuavi ve li assalì di sorpresa, ma fu respinto con perdite, finchè non giunsero rinforzi pontificii. Bagnorea fu assalita il 5 ottobre; i garibaldini, in numero di 500, si ritirarono lasciando 100 fra morti e feriti e 178 prigionieri. Questo fu il primo fatto notevole di quella guerriglia. Esso mostrò, contro ogni previsione, che i soldati pontificii sapevano battersi con valore e serietà, ed erano tanto validi ed atti alla guerra, quanto erano inetti i loro avversarî.
Ogni giorno avvenivano a Roma partenze di truppe; la città pareva vuotarsi completamente di milizie, e giornalmente arrivavano notizie di nuove invasioni nella regione laziale. Una straordinaria eccitazione cominciò a notarsi in città, anche perchè venivano sparse ad arte, di tanto in tanto, delle notizie di sconfitte, di vittorie, di sollevazioni ipotetiche.
Le schiere volontarie, scacciate da Bagnorea, si erano gettate su Torre Alfina, piccolo villaggio sul confine toscano, fortissimo per la natura del luogo. Qui il generale Acerbi radunò le sue schiere, come in un quartier generale, per piombar su Viterbo, appena fosse possibile. Contemporaneamente altre bande si fortificavano a Nerola, Moricone, Montemaggiore, Montelibretti; piccoli e deserti luoghi della Sabina. Sono veri aggruppamenti di case in cima ad aspre rupi, dalle quali emerge la chiesa, e qualche torre medioevale diroccata, e il grandioso castello baronale, del tempo in cui gli Orsini dominavano tanta parte della Sabina.
Il giovane Menotti condusse là 600 uomini, coi quali sperava di poter irrompere nella campagna verso Tivoli, se appoggiato da altre truppe, e favorito dalla concertata conquista di Subiaco che doveva congiungerlo agli Abruzzi. Garibaldi aveva nominato il figlio suo luogotenente, con un decreto da Caprera; c'era anche una specie di dinastia garibaldina, e, mentre il vecchio leone ruggiva chiuso in Caprera, dovevano almeno i suoi figli, Ricciotti e Menotti, pugnar per la causa nazionale. Ma, quando il 7 ottobre, il colonnello Carette marciò sulle truppe di Menotti, queste ripiegarono su Fara. Ma furono inseguite, cacciate, e dopo breve lotta disperse; si ritirarono allora sui confini, benignamente ricevute dalle truppe italiane. Rinforzate, tornarono rinnovando qua e là la guerriglia. Le truppe pontificie mandavano ogni giorno prigionieri a Castel Sant'Angelo, ma le marcie e contromarcie continue, e le perdite che subivano, cominciavano a stancarle. La guerra d'invasione era cominciata nello Stato della Chiesa come una febbretta intermittente in un corpo malato: non avrebbe potuto in breve estendersi al capo, la già torbida Roma?
Dal principio di settembre, degli agenti di Garibaldi si occupavano attivamente a Roma per preparare e provocare una sollevazione. Nessun mezzo fu trascurato per raggiungere lo scopo. Armi, bombe, polveri erano pronte in luoghi segreti. Il Comitato Nazionale Romano, già disciolto, si ricostituì e bandì, l'8 ottobre, un proclama, dove era detto: «Romani, le provincie son già sollevate; fra poco l'insurrezione sarà generale. Noi dobbiamo unirci a questo movimento e appoggiarlo con tutte le nostre forze, perchè la vittoria delle provincie preparerà e faciliterà la vittoria di Roma. Siamo dunque tutti pronti. Il sangue dei fratelli che gli zuavi pontificii spargono ancora nella Provincia sia la favilla che incendierà i nostri spiriti. Romani, l'ora decisiva si approssima. In nome della Patria uniamoci, e che ognuno obbedisca solo al comando che ci verrà dal Comitato centrale. Unità e disciplina, ecco ciò che forma la forza. Ogni movimento inconsiderato, irregolare e isolato può essere di grave danno. Fidatevi a quel Comitato che ha dato già prova di forza, acutezza e fermo volere. Ora che è giunto il gran momento, egli saprà compiere tutto il suo dovere. Uniamoci fiduciosi e arditi; operiamo disciplinati, e la causa della civiltà sarà guadagnata».
Intanto i fatti mostravano che tutte le esagerate notizie dei fogli garibaldini erano spudorate invenzioni. Non in un luogo solo si ebbe una sollevazione nelle provincie. Potevano, del resto, delle bande indisciplinate, che assalivano e danneggiavano i villaggi, per poi fuggire appena si appressavano le truppe pontificie, aver forza morale sufficiente a trascinare le popolazioni a far causa comune con esse e ad andar con esse in rovina? C'era forse l'Italia dietro quelle bande? E in questo caso, non c'era da temere un intervento francese con le sue conseguenze inevitabili? Nè il cittadino, nè il campagnuolo vollero sapere di sollevarsi. L'invasione somigliava ad un fuoco fatuo che tremolava ai confini, e si accendeva per breve tempo, qua e là, senza risultato. Si sarebbe detta una guerra contro il brigantaggio, in grande.
L'11 ottobre era stata presa Subiaco; il vescovo e il magistrato supremo erano stati messi sotto sorveglianza; invano si era intimata la resa al castello. Comparvero alcuni zuavi, e i garibaldini si dileguarono, abbandonando precipitosamente la città.
Il 13 ottobre Menotti fu snidato dalla forte posizione di Montelibretti, dove era ritornato. Le schiere volontarie non facevano in nessun luogo progressi. Nicotera che, attraverso i confini napoletani doveva penetrare nella valle del Liri, non potè muoversi che il 13 ottobre, ed occupò Falvaterra. Ma il 15 fu battuto a Vallecorsa e cacciato dalla provincia di Frosinone. Castel Sant'Angelo si empiva di prigionieri. Il Papa comandava che fossero lautamente nutriti. A quegli uomini, prostrati dalla fame e dalle fatiche, egli mandava mantelli per ripararsi dal gelo notturno. Li visitò anche un giorno egli stesso, e disse loro: «Eccomi: io son colui che ritenete vostro nemico e di cui avete giurato la morte. E chi avete dinanzi a voi? un uomo vecchio e debole». Essi caddero in ginocchio dinanzi a lui e molti baciarono un lembo della sua veste. «E' buono—dicevano allora di Pio IX i Romani—ma ha due anime: una obbedisce all'Italia ed una ai gesuiti».
La stampa mazziniana dava notizie atroci sul trattamento di questi prigionieri; ma erano false. Negli ospedali e nelle prigioni li trattavano umanamente e benignamente. L'unica cosa di cui potessero lagnarsi i prigionieri, erano le visite e i sermoni di confessori e di preti mandati a loro per farli riconciliare con Dio.
VI.
Intanto, ogni giorno si faceva più grande il pericolo per Roma. L'invasione era l'idra dalle cento teste. Sempre nuove bande sorgevano, e sempre più apertamente appoggiate dalle truppe italiane. Gli arruolamenti eran fatti nelle città del Regno; le armi venivano loro dai magazzini della Guardia Nazionale. Le ferrovie erano al loro servizio, e centinaia di camicie rosse venivano ogni giorno trasportate dai treni ai confini. Anche a Roma si notavano sempre più numerose misteriose figure di stranieri; si facevano grandi arresti preventivi, ma non si riusciva a metter le mani nel centro dell'agitazione. L'aspetto della città diveniva ogni giorno più triste; il commercio cessava; il denaro monetato spariva. Si parlava di prossimi violenti tumulti, e la guarnigione romana, stanca e diminuita dalle malattie e dalle diserzioni, doveva sottoporsi ad un faticosissimo servizio di pattuglie.
Il 17 ottobre, il Papa pubblicò un'enciclica al clero cattolico, nella quale tratteggiava la disperata situazione romana. Nella ampollosità declamatoria abituale di questi atti, si notava, strano a dirsi, che proprio la prima frase dell'enciclica coincideva con quella: Levate in circuitu oculos vestros,[3] con la quale una volta il gran nemico del papato, Federico II di Hohenstaufen, aveva cominciato la sua enciclica alla cristianità contro Gregorio IX: «Alzate, o venerabili fratelli, i vostri occhi all'intorno e vedrete, e ve ne dorrete con Noi, le abbominazioni orribili che attualmente funestano la misera Italia. Ma Noi umilmente ci rimettiamo agli imperscrutabili voleri Divini, che vollero farci vivere in così tristi tempi, in cui, per opera di alcuni uomini, e proprio di quelli che reggono la cosa pubblica in Italia, sono calpestati i precetti di Dio e le leggi della Chiesa, e la miscredenza trionfa impunita. Da questo stato di cose derivano tutte le ingiustizie e tutti i mali di cui siamo addolorati testimoni; in questo stato di cose trovarono nutrimento e sprone quelle numerose bande di atei spieganti gli stendardi di Satana, e che portano scritto in fronte: Menzogna; che bestemmiano contro il Cielo in nome della ribellione, che insozzano tutto ciò che è santo, che calpestano ogni diritto divino ed umano, che, come lupi in cerca di preda, spargono sangue, corrompono le anime nel loro delirio, chiedono la mercede della loro perversità, derubano i fratelli, rendono più miseri i poveri e i deboli, aumentano il numero delle vedove e degli orfani, per denaro esaltano l'ingiustizia, e, cercando in ogni modo di sodisfare le loro perverse brame, spargono la desolazione e la morte nella nazione.
«O venerabili fratelli, oggi noi ci troviamo circondati da questa malvagia genìa. Sì, questi uomini vogliono, mossi da uno spirito diabolico, inalberare la bandiera della menzogna in questa nostra illuminata città, sulla sedia di Pietro, nel centro della fede e dell'unità cattolica. E i rappresentanti del Governo Subalpino, che dovrebbero dar opera a frenare questa gente, non arrossiscono di aiutarla, di fornire armi e tutto il necessario per facilitare la loro venuta a Roma. Ma queste persone—occupino esse pure un alto grado nella gerarchia civile—tremino di vedersi ben presto punite del loro contegno. Se da un lato, nella nostra umiltà, noi preghiamo caldamente Iddio di voler rivolgere su tutti questi infelici il suo sguardo benigno, per ricondurli sulla via della Giustizia e del Bene, d'altro canto non possiamo tacere i gravi pericoli che ci sovrastano in questa ora di tenebre. Noi attendiamo con animo tranquillo gli avvenimenti, sebbene commossi da tanto inganno, da tanta calunnia, da tanta menzogna, riponendo in Dio la nostra fiducia, in Dio che è la nostra salvezza e la nostra forza, e che non permetterà che coloro che fidano in lui siano vittime di tanti indegni miscredenti, ch'Egli ben saprà fiaccare e distruggere. Frattanto però, o venerabili fratelli, e voi tutti, o fedeli, che ci siete affidati, noi non vogliamo dissimularvi la triste posizione e il pericolo, in cui ci troviamo per opera del Governo Subalpino. E quantunque difesi finora dal valore del nostro fedele esercito, valore che si palesò già in mille fatti d'armi, pure pensiamo che, dinanzi al numero sempre crescente degli invasori, esso non potrà a lungo resistere. Non poco anche ci affida la pietà e la fedeltà dei nostri sudditi in queste tristissime ed empie congiunture, ma soffriamo anzi profondamente nel vedere anch'essi esposti a pericoli di ogni sorta da parte di quegli scellerati che, con ogni mezzo, li minacciano, li depredano, li tormentano...».
Il Papa non parlava della Francia, ma questo meditato silenzio era forse più efficace d'un appello diretto all'intervento delle potenze.
Tutti gli occhi eran fissi su Napoleone: anch'egli taceva, e sembrava ridivenuto la Sfinge misteriosa dell'epoca. Tutti si chiedevano che cosa avrebbe fatto di fronte ad una così palese infrazione del trattato di settembre. I liberali a Roma mormoravano, che tutto doveva essere stato accomodato a Biarritz; che la Convenzione di settembre doveva essere stata modificata, che l'Imperatore, sul punto di gettarsi nella prossima inevitabile guerra con la Germania, non poteva privarsi dell'alleanza italiana, e che prezzo di questa alleanza doveva essere lo Stato della Chiesa, che in poche settimane sarebbe tutto conquistato.
Ma il 17 ottobre, il giorno stesso in cui il Papa pubblicò questa enciclica, un telegramma così concepito, giungeva dal Ministero degli Esteri di Parigi al plenipotenziario francese a Roma, Armand: «Il Governo pontificio continui a difendersi energicamente; non gli mancherà l'aiuto della Francia». Questo dispaccio sorprese assai il Comitato Nazionale Romano, e fe' giubilare i conservatori. Napoleone mandò a Roma il generale Prudon, per dichiarare al Papa che l'intervento era deciso, e il cardinale Antonelli incaricò il nunzio di ringraziare l'Imperatore in nome del Pontefice.
Il Governo francese aveva, sinora, tenuto dietro con grande riserbo ai fatti d'Italia, limitandosi a dar consigli al Governo italiano. Questo aveva ripetutamente dichiarato che la sorveglianza dei confini era impossibile per la loro estensione e la loro configurazione naturale; avanzò quindi la proposta, poichè altra via non c'era per risolvere la crisi, di far occupare una parte dello Stato Pontificio dall'esercito italiano. Nigra,[4] plenipotenziario del Re alla Corte francese, fu incaricato di svolgere questo progetto, e intanto di far notare come una seconda spedizione francese nello Stato pontificio, non solo andava contro la Convenzione di settembre, ma era la più pericolosa per risolvere la questione romana. Occupando l'Italia una parte dello Stato Pontificio, non si voleva in nessun modo toccare i diritti della sovranità pontificia; si voleva solo ristabilire l'ordine turbato, e venire ad un accordo con la Francia, relativamente all'indipendenza del Papa, essendo il Governo italiano pronto, a questo scopo, ad invitare ad un Congresso le potenze.
Il Gabinetto francese rispose: «che esso era lieto che l'Italia riconoscesse la sovranità del Papa; che non aveva nulla in contrario a che si tenesse un Congresso delle potenze; ma poteva essere tenuto questo Congresso, se le truppe italiane avessero occupato lo Stato Pontificio, costringendo indubbiamente il Papa all'esilio? Il ritiro delle truppe francesi da Roma era stato conseguenza della convenzione di Settembre e della fiducia, da parte dell'Imperatore, che il Governo italiano avrebbe protetto il dominio papale da un'invasione. Mostrandosi ora il Governo italiano incapace a farlo, il medesimo trattato dava all'Imperatore il diritto di prendere provvedimenti per la difesa dello Stato pontificio.»
Rifiutato categoricamente il progetto di Rattazzi, la netta dichiarazione della Francia costrinse il Governo italiano a dichiarare di voler mantenere la convenzione. Il 19 ottobre, l'Imperatore mandò un ultimatum a Firenze; il suo rappresentante dichiarò a Rattazzi che Napoleone esigeva una prova della sincerità della dichiarazione fatta dal Governo, e cioè: soppressione degli arruolamenti, scioglimento dei comitati d'appoggio all'opera rivoluzionaria; e proclama reale che dichiarasse che dovevano essere disarmati e internati i volontari di Garibaldi.
Lo stesso giorno, il generale De Failly partì da Parigi per Tolone per prendere il comando supremo della spedizione; l'esercito era pronto a partire sulla squadra che aspettava ordini a Tolone, nel caso che il Governo italiano non si sottomettesse all'ultimatum.
Il Ministero Rattazzi si trovò in una posizione difficile; non solo aveva contro di sè la Francia, ma tutte le potenze, risolute a non porre ostacoli all'intervento francese. La Prussia medesima, su cui avrebbe potuto contare, gli sarebbe stata propizia solo quando Napoleone si fosse di nuovo impelagato nella questione italiana, e con ciò avesse perduto le ultime simpatie dell'Italia. Come poteva Rattazzi occupare il territorio dello Stato pontificio? A Roma nessun moto si produsse, che potesse dargli occasione o pretesto. Nelle casse della corrispondenza del Senato romano io trovai, in quel giorno 19 ottobre, solo uno scritto anonimo, che affermava la situazione a Roma essere così minacciosa, da richiedere l'intervento di truppe italiane nella capitale; il senatore dover presentare al Papa la proposta; migliaia di cittadini che avevano lasciato presso un notaio i loro nomi, esser pronti a dichiarare che questa era la volontà della città di Roma. In assenza del senatore marchese Cavalletti, i quattro conservatori inviarono al Papa questo scritto, dichiarando, però, che credevano bene darne contezza a Sua Santità, non dividendo in verun modo le idee espresse nella missiva, idee che ritenevano non convenire alla dignità del Governo.
E poteva davvero una lettera anonima, di dubbia origine romana, e che stava in troppo stretto rapporto col progetto mandato a Parigi da Rattazzi, valere come espressione genuina dell'opinione del popolo e del Senato di Roma?
La sera del 19 ottobre, il giorno della crisi, Rattazzi ricevette il congedo e il Re incaricò il generale Cialdini di comporre un nuovo Gabinetto. Cialdini era l'uomo di Castelfidardo, ma anche di Aspromonte, nemico delle schiere volontarie per principio, e perciò gradito alla Francia. In Firenze l'eccitazione si faceva sempre più grande; e nel dilemma: ritornare alla convenzione e ubbidire alla Francia; o mettersi dalla parte della rivoluzione e romperla con Napoleone; non si sapeva quale via fosse meno pericolosa. Intanto, mentre Cialdini si occupava infruttuosamente della composizione del Ministero, Rattazzi sbrigava ancora gli affari di amministrazione ordinaria; durante questa pausa, poterono mettersi in moto delle forze che condussero alla catastrofe.
L'Imperatore francese, sempre esitante, sempre doppio, desiderava di non essere costretto all'intervento. Egli fu lieto quando il suo plenipotenziario telegrafò, il 20, da Roma, che quel giorno non si trovavano più schiere volontarie nello Stato pontificio.
In fatti era riuscito, con grande sforzo, ai pontificii di rigettarle oltre i confini. La così detta legione romana, con la quale un emigrato, l'ex maggiore Ghirelli dell'esercito reale, aveva preso Orte il 17 ottobre, era stata cacciata; le schiere volontarie di Menotti, dopo il violento fatto d'arme del 18 ottobre, avevano dovuto, con grandi perdite, sgombrare Nerola; le bande di Nicotera, il 19, erano cacciate da Vallecorsa nel Lazio. In seguito a quel telegramma che annunciava tutti questi fatti, Napoleone, il 21, dava l'ordine di sospendere l'imbarco a Tolone. Il 22, il Moniteur ne dava notizia in un articolo che esprimeva anche la convinzione che l'invasione dello Stato pontificio avesse toccato il suo termine, e che il Governo italiano fosse risoluto al sicuro adempimento della convenzione di settembre.
Così l'intervento fu disdetto, con gran dolore di quelli che l'avevano tanto bramosamente sperato.
VII.
Intanto Garibaldi era restato a Caprera, in un'ansia penosa. Le lettere dei suoi figli e degli agenti rivoluzionari l'avevano informato dell'insuccesso della spedizione romana; era anche stato avvisato dei preparativi di Napoleone per l'intervento che il Governo italiano era sul punto di subire. Già una volta aveva egli tentato di fuggire verso Livorno, e le navi da guerra in crociera glielo avevano impedito. Egli concepì subito il disegno di mettersi alla testa delle schiere volontarie, di muovere su Roma, per iscuotere alla base il Papato e, nel caso d'insuccesso, di lasciare il proprio corpo fra questo e l'Italia.
Così il 16 ottobre egli lasciò Caprera sul suo battello, felicemente, come già Napoleone era fuggito dall'Elba. Con o senza la complicità dei legni da guerra italiani, raggiunse l'isola della Maddalena, dove una signora inglese lo ospitò; passò poi in Sardegna, donde, travestito, partì e il 19 ottobre, giorno decisivo, sbarcò sulla Maremma di Livorno, presso la torre di Vada. Apertamente giunse il 20 a Firenze. Nessuno pensò a ostacolare il suo viaggio. Rattazzi non era più al potere; il nuovo Ministero non si era ancora formato; il Governo si trovava nell'anarchia più completa.
Egli tenne pubblici discorsi sulla piazza di Santa Maria Novella; eccitò il popolo alla lotta contro il Papato e contro tutti coloro che per errore o per debolezza si trovavano sulla strada della santa causa patriottica. Fu entusiasticamente acclamato.
L'addetto d'affari francese chiese subito il suo arresto, per impedirgli di giungere ai confini e mettersi a capo della schiera dei volontarii, distruggendo così gli accordi diplomatici fra i due Governi, tanto faticosamente raggiunti. Si prevedeva che questo sarebbe accaduto indubbiamente. Ma Garibaldi, con rapida mossa, lasciò Firenze il 22 ottobre, mentre si spiccavano mandati di cattura contro di lui. La gendarmeria reale lo inseguì, e stava per raggiungerlo a Rieti, quando egli ne ripartì.
Il 23 ottobre si recò a Passo Corese e, per Scandriglia, penetrò nello Stato pontificio, dove i suoi due figli e altri capi, come Salomone e Frigesy, avevano raccolte alcune migliaia d'uomini. Fu informato allora Garibaldi dei fatti avvenuti a Roma il giorno precedente, ai quali non era estraneo il suo approssimarsi alla capitale, ma che rimanevano troppo al di sotto delle sue aspettative.
Si trattava ora di fare un colpo di mano su Roma, prima che i Francesi sbarcassero e la coprissero; possibilmente, essa avrebbe dovuto sollevarsi. Una sollevazione in Roma sarebbe stata decisiva. Cento volte era stata preannunziata, ma poi non era mai avvenuta. Da più settimane gli agenti mazziniani si davano da fare nella città. Un bergamasco, Francesco Cucchi, doveva condurre a termine quell'impresa. Si erano stabiliti segretamente dei depositi d'armi, uno presso San Giovanni de' Fiorentini un altro sotto San Paolo, nella vigna Matteini. Anche dei Romani si erano prestati e favorivano il movimento. Anche a Castel S. Angelo erano riusciti a corrompere due artiglieri, i quali, a un dato segnale, dovevano far saltare in aria il magazzino delle polveri. Poi, in molti luoghi, dove le truppe pontificie avevano le loro caserme, nel palazzo Serristori, in Borgo, nel palazzo Cimarra, ai Monti, ed anche nella caserma degli Svizzeri, in Vaticano, dovevano essere messe delle mine. Fu fissato il 21 ottobre per l'insurrezione. Quel giorno, la Giunta Insurrezionale Romana, che si era sostituita al Comitato Nazionale, pubblicò il seguente energico appello alla rivolta:
«Romani, alle armi! alle armi! per la nostra libertà, pel nostro diritto, per l'unità della Patria italiana e per l'onore del nome romano. Il nostro grido di guerra sia: Morte al Potere Temporale dei Papi! Viva Roma, viva la capitale d'Italia! Noi vogliamo rispettare ogni credenza religiosa, ma liberarci per sempre da una tirannia che ci separa a forza dalla famiglia italiana, e vuol perpetrare che a Roma sia estraneo il diritto di nazionalità, e che essa appartenga a tutto il mondo, ma non all'Italia! I nostri fratelli hanno già da più giorni alzato la bandiera della santa ribellione e arrossano del loro sangue la Via Sacra che conduce a Roma. Non soffriamo più oltre che essi rimangano soli. Rispondiamo al loro appello di eroi colla campana del Campidoglio. Il nostro dovere, la comunanza della causa per la quale si combatte, la tradizione di Roma, lo vogliono. Alle armi! Chi può portare un fucile, corra alla lotta! ogni casa sarà una fortezza, ogni ferro un'arma! I vecchi, le donne, i fanciulli possono costruire barricate; i giovani le difenderanno. Viva l'Italia, Viva Roma!»
Alla diffusione di questo proclama rispose un silenzio di tomba. Coloro che lo avevano composto, non conoscevano le condizioni dello spirito pubblico a Roma. Essi potevano contare solo sulle poche centinaia di uomini che segretamente erano stati introdotti nella città, e su quei pochi romani che erano stati persuasi a viva voce a secondare e favorire il tentativo di insurrezione. Roma non era più la città del medioevo. Allora essa aveva una cittadinanza chiusa solidamente nelle corporazioni di mestiere, la quale custodiva l'ideale di una repubblica politica indipendente; una milizia divisa nelle varie milizie dei rioni, al servizio del magistrato capitolino, ed una nobiltà in parte ghibellina, pronta sempre alla lotta. Allora la città si sollevava abbastanza di frequente contro gli odiati pontefici, che cacciava o costringeva al riconoscimento dei suoi diritti politici. Nella Roma attuale di 220,000 abitanti, le condizioni erano del tutto mutate. La cittadinanza non aveva più alcun carattere politico; la nobiltà conduceva, all'ombra degli alberi genealogici, una vita di vuoto ozio (le eccezioni erano rare); il che è vergognoso, ma storicamente spiegabile. In gran parte essa apparteneva a famiglie beneficate e illustrate dai papi che uscirono da esse. Ma parte della popolazione romana era devota al Governo papale, al cui servizio si trovava, che la nutriva, tenendola necessariamente soggetta, per mezzo del clero. Credevano dunque realmente, i mazziniani, che si sarebbe trovata in Roma una massa compatta, di sentimenti italiani, che si sarebbe sollevata al loro appello per costruire barricate, per farsi fucilare dagli zuavi, o in ogni caso, dopo una sanguinosa repressione per opera dell'esercito francese, per finire la vita in esilio o in carcere?
C'erano di guarnigione, nella città, circa 3000 uomini, al comando del marchese Zappi, e ripartiti in modo da poter in breve domar la sommossa, se fosse scoppiata. C'era l'ordine che cinque colpi di cannone dessero l'allarme da Castel Sant'Angelo. Furono prese molte misure di difesa, per consiglio specialmente del generale Prudon, il quale il 20 ottobre era venuto a Roma ad assicurare il Papa dell'immancabile protezione francese e a persuaderlo a restare a Roma, finchè la flotta francese da Tolone non fosse giunta a Civitavecchia. Egli consigliò anche di abbandonare le provincie, e di concentrare in Roma le truppe che vi si trovavano sparse, per difendere questa città, mira unica del movimento. Nella notte dal 21 al 22 ottobre si cominciarono a barricare le porte, a porre trincee dinanzi a quelle che rimanevano aperte, e a rincalzare, dal di dentro, con terrapieni, quelle che si potevano serrare. Questo si chiamava nel medioevo fabbricare le porte. Furono completamente chiuse le porte Maggiore, Salara, S. Lorenzo, S. Paolo, S. Pancrazio, S. Sebastiano. Il Ponte Rotto e il nuovo ponte alla Lungara furono resi impraticabili col levar via le tavole che li coprivano. I tre ponti sull'Aniene, Salaro, Nomentano e Mammolo, sulla via di Tivoli, furono minati. Si praticarono feritoie nelle mura, ed anche al Pincio, e si stabilirono batterie di cannoni. Se ne pose una al punto dove la ferrovia entrava in città. Le fosse di Castel Sant'Angelo furono empite d'acqua.