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Passeggiate per l'Italia, vol. 3

Poeti romani contemporanei. (1858).

Mario Corsi translation

Si direbbe che le Muse, da Raffaello così bene rappresentate in una delle stanze del Vaticano in compagnia dei più grandi poeti, abbiano sempre a malincuore scelto Roma a loro dimora e solo di passaggio. Si capisce, del resto, che una città come l'antica Roma non potesse essere molto conveniente albergo alla poesia: il sentimento poetico non poteva ben fiorire nel frastuono di quel mondo; ma vi poteva invece la satira essere in grande onore, poichè il suo elemento è il brutto e il ridicolo.

Difatti, per tacere degli antichi, la Roma cristiana quali notevoli poeti ha prodotto? Questo domandavo io un giorno ad un poeta romano, mio amico; e, dopo aver ricordato Vittoria Colonna e Metastasio, egli mi fece conoscere altre produzioni poetiche della città, a me del tutto sconosciute. Giusto de' Conti, al principio del secolo XV scrisse un canzoniere: La Bella Mano; al principio del secolo XVIII troviamo un'epopea popolare: Meo Patacca; e in tempi più recenti, l'improvvisatore Gianni che celebrò le guerre di Napoleone; Marsuzi, autore delle tragedie Caracalla e Alfredo il Grande, e finalmente Luigi Bondi, traduttore delle Georgiche di Virgilio.

La poesia ama la vita mossa ed intensa; e da molti secoli Roma non è terreno per lei. Gli strepiti delle fazioni piacciono più alle Muse del clangore cupo delle campane e del mormorio delle litanie nelle processioni; il narcotico odore dell'incenso, che riempie interamente la città di Roma, non è un ispiratore efficace di poesia. La profonda severità delle ruine dell'antichità offre oggetto di meditazione al filosofo ed allo storico, ma i fiori della poesia appassiscono all'ombra melanconica di tante tombe. A Roma le pietre son più possenti degli uomini; il passato è gigantesco; il presente è piccolo invece, e il futuro coperto di un impenetrabile velo.

Una sera, mentre erravo per il Trastevere, sentii una ragazza che, sola, seduta sulla scala di una casa deserta, cantava, seria e pensosa:

«O Roma antica, Roma illustre, non sei più!»

Queste dolorose parole sulla bocca di una fanciulla mi parvero piene di significato. Non poteva dunque sorgere fra le rovine di Roma un genio lirico, vivace ed ingenuo? Sarebbe stato forse soffocato dalla storica malinconia delle rovine? Può darsi; ma anche una Musa così ammantata di tristezza avrebbe potuto essere bella e sublime, non come quella gonfia e rettorica delle notti romane del Verri, ma come quella di lord Byron nel Childe Harold, nelle sue apostrofi di artista nordico e di uomo libero.

Siamo però giusti verso i Romani; essi non poterono mai cantare e celebrare le loro ruine, perchè non fu mai loro permesso di rimpiangerle e di giudicare il presente dagli avanzi del passato. Essi, insomma, non poterono utilizzare il loro abito poetico.

L'antichità, come il medioevo, è pieno in Roma di motivi eroici e tragici, ed un poeta cittadino non avrebbe che a servirsene con abilità per suscitare immancabilmente dell'entusiasmo. Spesso, mentre assistevo nel Mausoleo di Augusto (oggi teatro Corea) ai salti dei pagliacci, nelle loro curiose pantomime, o, per rara fortuna, vedevo rappresentare, nella traduzione del Maffei, la Maria Stuarda di Schiller, pensavo: quale impressione produrrebbe, in questo luogo, una tragedia romana su Bruto o Virginia! Come dovrebbe trascinare all'entusiasmo i Romani una tragedia su Cola di Rienzo, proprio qui, nel Mausoleo di Augusto, dove il corpo di quel tribuno fu un giorno bruciato!

I Romani lasciarono elaborare prima a Shakespeare, a Corneille, a Racine, a Voltaire, poi ad Alfieri, questa materia di teatro romano; e sul teatro romano quelle opere non si vedono nemmeno, e fra i busti di uomini illustri che adornano il Pincio, manca quello di Alfieri! Esso vi fu, per un momento; poi ne venne improvvisamente asportato dalla polizia—fatto questo a cui ho assistito io stesso e che riferisco qui, per risparmiarmi una chiacchierata più lunga, tendente a dimostrare l'impossibilità di un dramma nazionale romano di genere storico.

Se, oltre a parecchie altre ragioni di indole politica e fisiologica, che impediscono lo sviluppo del sentimento poetico in Roma, si pensa alla stagnante cultura letteraria, alla mancanza di giornalismo e di critica, alla decadenza del mercato librario,—che di poco si solleva soltanto negli affari degli antiquarî,—se si pensa a tutte queste condizioni di fatto, ci sembrerà tanto più interessante e degna di studio ogni attività poetica di questo popolo.

Il gusto per la poesia non è mai tramontato fra i Romani, che, come tutti gl'Italiani, amano i versi; il popolo di tutte le classi sociali spande a piene mani sonetti e canzoni, non appena un'occasione si presenta. C'è uno sposalizio? Sonetti. Nasce un bambino? Sonetti. Si laurea uno studente? Sonetti. Si veste una monaca? Sonetti. Viene sepolto un morto? Sonetti. Si festeggia un Santo? I sonetti piovono. Un monsignore è fatto vescovo? egli cammina su un tappeto di sonetti con le sue calze paonazze! Questi parti poetici d'occasione si raccoglievano un tempo nelle Accademie, nelle quali gl'ingegni erano legalizzati e ricevevano il bollo della scuola poetica tradizionale. Il furor academicus, una vera peste nel secolo XVII non soltanto in Italia, ma anche fuori, è ora del tutto sopito, e se a Roma ci sono ancora degli Arcadi, dei Quiriti, dei Tiberini, e anche degli accademici della S. Concezione, non si deve ricercare in essi un intendimento letterario. L'Arcadia, fondata alla fine del secolo XVII da Crescimbeni e da Gravina, il maestro e protettore del Metastasio, ha una fama mondiale. Il suo nome e il suo simbolo, una zampogna, bene delimitano gl'innocui campi, in cui cercava asilo la poesia dei Romani, e si conviene anche bene alla storia della città, il cui Foro, antico dominatore del mondo, si mutò in un Campo Vaccino, la cui campagna si coprì d'innumerevoli greggi, come per un immenso idillio, e il cui popolo, finalmente, si cambiò, da schiera di dominatori, in una mandra di pie pecore, che il Papa, buon pastore, guidava a pascere fra le ruine. Ai tempi di Göethe, che i pastori accolsero nel loro coro con grandi feste, l'Arcadia godeva ancora una certa fama; oggi, fortunatamente, è passata fra le curiosità, sebbene di tanto in tanto la sua zampogna torni a farsi sentire. La massa di poesie che vengono composte in quelle riunioni, può solo avere riscontro nella loro completa insulsaggine: leggendole, sembra di udire d'un tratto un coro multiforme di belati e di pigolii.

Per quanto anche oggi non vi sia in Roma ingegno poetico che, secondo l'antico costume, non si rinchiuda in questa o quella Accademia, dove gli si offre l'occasione di farsi udire a recitare i propri versi in una grande sala, pure queste Accademie sono grandemente decadute ed hanno perso la loro autorità. Una nuova generazione tende, anche in Roma, ad una forma e ad un significato più personale.

Cresciuta fra i moti dei passati decennî, che scossero i Romani dal loro sonno letargico, essa incarna le speranze dell'oggi e tenta anche in Roma, in condizioni così sfavorevoli, un rinnovamento della poesia, rinnovamento che sarà solo possibile, quando l'ingegno poetico, invece di portare l'antica livrea dei sonettisti, si vestirà d'una forma nuova, priva di artificî e palpitante di vita.

La nota fondamentale di questa giovane scuola romana è sopratutto la nota lirica della poesia del sentimento. La Musa realistica e politica tace in Roma, sebbene gli ultimi avvenimenti tanto argomento le abbian fornito; e questo non è da deplorarsi, perchè impedisce i giudizî immaturi e le frasi banali e comuni. A Roma, non è possibile una voce originale e profonda come quella del fiorentino Giuseppe Giusti. Qua non prevale che la lirica filosofica, ch'è in gran parte un riflesso della poesia del Leopardi, e l'eco del dolore universale dell'Inghilterra e della Germania.

L'influenza del Leopardi sui giovani poeti d'oggidì—essi delirano ancora per lui—è grandissima, ma forse non troppo sana. La sua forma classica e pura, la sua bella lingua possono prendersi a modello di perfetto stile, ma la fantasia poco può attingere ad un poeta che compone liriche senza immagini e senza metafore, ma solo con pensieri; la mente non può troppo esaltarsi al disperato nichilismo di una nobile anima, corrosa dal dubbio e dallo sconforto. La poesia di questo elevato e solitario spirito è formata dal grido straziante non solo della sua patria, ma dell'umanità intera, la quale piange sul destino particolare e, possiamo dire, eccezionale di un solo uomo: il poeta. Il suo modo di considerar l'esistenza è la scuola peggiore che si possa offrire ad un essere che nell'esistenza debba lottare.

Nei poeti italiani formati alla scuola di Byron, di Shelley, di Lenau, manca, per la particolare indole dell'anima meridionale, un sentimento che faccia equilibrio e contrappeso a quell'ironia, a quell'humor che son loro particolari, sentimento che, in ultima analisi, solleva l'uomo del Nord al disopra del suo dolore. L'indole meridionale ha dei contorni straordinariamente netti, e non sa produrre quell'accordo fra i sentimenti e le tendenze estreme ed opposte, che l'anima nordica perfettamente raggiunge colla sua sentimentalità, usando questa parola nel suo senso migliore.

E' anche un fatto che desta meraviglia, vedere nella poesia romana dei nostri giorni introdursi un elemento tedesco.

Mentre i Napoletani si dedicano con grande amore allo studio della filosofia tedesca di Kant, di Hegel, di Schelling, lo studio della poesia tedesca si è largamente diffuso nell'Italia del nord e centrale, ed ha preso un vero impulso. Le belle traduzioni del Maffei hanno introdotto Schiller, non solo sulle scene, ma nelle famiglie, ed i migliori lirici moderni, Heine, Lenau, Uhland, non sono ignoti in Roma. Molti degli attuali poeti romani parlano o capiscono il tedesco e leggono nell'originale i nostri poeti. Ciò che di essi specialmente li attrae, è il loro carattere grave, così diverso dalla poesia dei sonetti d'occasioni e dei concettini e degli artificii; è la musicale vivacità del sentimento, il caldo palpito lirico, la pittura felice dei varî momenti, la ricchezza degli stati psicologici descritti nelle loro sfumature più intime, e, finalmente, il culto panteistico della natura. Quest'ultimo esercita sugli Italiani uno speciale fascino: essi lo sentono in modo diverso e speciale. La forma della poesia italiana, bella, chiara, netta e plastica come la lingua stessa, subordina a sè il contenuto, mentre da noi il sentimento trabocca oltre le linee della forma. L'armonia è l'essenza di quella; la melodia di questa nostra poesia, che è la più ricca del mondo in canzoni. «Il desiderio, mi diceva un poeta romano, ecco ciò che caratterizza i Tedeschi nella loro poesia; questo sentimento rinnoverebbe la nostra poesia, se potesse esservi trasfuso».

Don Giovanni Torlonia indirizza, in una delle sue poesie, questi versi alla signora romana Teresa Gnoli:

E delle idee germaniche Seguendo il volo libero, sublime, Prendi soggetto alle tue nuove rime.

Don Giovanni è uno dei pochi aristocratici romani che coltivano le scienze per naturale bisogno. Ve ne sono però alcuni in Roma veramente côlti e pieni di attività, come Don Michelangelo Caetani duca di Sermoneta, della stirpe famosa di Bonifacio VIII, e come Don Baldassarre Buoncompagni, così versato nelle scienze matematiche. Sapendo quanto la società romana sia poco favorevole ambiente per questi studî, nella lode verso questi uomini si deve aggiungere la riconoscenza della loro patria. Torlonia, uomo di molta coltura, si adopera con zelo a riportare in onore, in Roma, le belle lettere, da lungo tempo neglette. Ci vuole in Roma, e specialmente nell'aristocrazia, del coraggio per portare il titolo di poeta. Son passati i tempi di Vittoria Colonna e di Leone X, e le società arcadiche hanno fatto quel che era in loro potere per togliere alla poesia ed ai poeti la stima della società. «E' un poeta», dicono anche oggi i Romani, per designare un uomo che non esercita nè l'avvocatura, nè un'altra professione, e che passa i suoi giorni vagabondando e pigliando mosche per offrirle poi in vendita.

Don Giovanni è insieme mecenate e poeta, ed esser mecenate nella Roma d'oggi è grandemente più utile che esser poeta. La giovane scuola dei poeti romani, confortata ed aiutata da lui, gli si raggruppa intorno come libera accademia per reciproco incoraggiamento ed emulazione.—Nomino solo gli ingegni più originali, personali e indipendenti: Fabio Nannarelli, Ignazio Ciampi, Paolo Emilio Castagnola, Giambattista Maccari, e la poetessa Gnoli. Questa scuola ha fondato un organo proprio, sotto gli auspici di Torlonia, che promette di aver una parte non indifferente nella letteratura di Roma. Si chiama «La Strenna Romana». Si chiama Strenna in Italia quel che noi chiamiamo Musenalmanach. Questa Strenna uscì la prima volta, a cura del Torlonia e del Castagnola, il primo dell'anno del 1858. Conteneva poesie e prose varie; fra l'altro riproduceva un frammento della Cronaca di Viterbo di Nicola della Tuccia, fatta stampare dal Ciampi. Questa miscela di poesie liriche e di scritti storici non è da lodarsi, ed io esprimo ai miei amici di Roma il desiderio di veder presto la parte poetica separata e pubblicata in volume a sè. Questa promiscuità si spiega, del resto, con la mancanza di giornali e riflette l'indole delle antiche accademie romane, dove i discorsi scientifici si alternavano con le conversazioni letterarie.

Sintomo caratteristico delle condizioni letterarie di Roma è il fatto che la Strenna Romana non viene pubblicata a Roma, ma a Firenze, presso il Le Monnier;—a questa famosa casa editrice fiorentina ricorrono tutti i poeti romani.

Comincio dalle poesie di Don Giovanni Torlonia (Poesie, Firenze, 1856), un libercolo di 66 pagine, il più piccolo fra tutti quelli di cui parleremo. Lingua bella e pura, sentimento lirico e musicale, tendenza alla natura idillica: queste sono le sue caratteristiche. La Musa del Torlonia s'ispira alla lirica tedesca; una gran parte delle sue canzoni sono o variazioni di testi tedeschi, o imitazioni di poesie tedesche. Egli avrebbe tradotto felicemente Heine e Lenau, se l'audacia della metafora tedesca potesse esser resa dalla austera e rigida lingua italiana. Ciò è assai difficile, e mi ricordo di un tentativo fatto da un poeta italiano e da me per tradurre in italiano delle canzoni di Lenau. Quello che era naturale e semplice nel libero stile tedesco, diveniva gonfio e artificioso, quando lo si portava in questa lingua. Lenau, per esempio, dice: la primavera lancia le lodole, i suoi razzi di canto, nell'aria, e questo bell'ardimento non urta per nulla la nostra immaginazione di tedeschi: ma come frenerebbe il riso un uditorio d'Italiani che udisse recitare nella sua lingua questa frase poetica?[9]

Torlonia ha tradotto, tra l'altro, Espero, del Vergangenheit di Lenau.

—Oh quanto melanconico E' d'Espero il fulgor, Quando scintilla languido Tra il giorno che si muor! —Le nuvolette, simili A impalliditi fior, Sembra che un serto intreccino Al giorno che si muor. —Del cuore umano i gemiti Ma le sue gioie ancor, Al muto avello scendono Col giorno che si muor.

I versi del Torlonia sono felici, ma non rendono pienamente il pensiero, benchè questi versi di Lenau fossero tra i più atti a lasciarsi tradurre in italiano. Ma questa traduzione può servire di esempio della grazia e facilità, con cui Don Giovanni maneggia il verso. Egli ha fatto anche una buona imitazione della Pittrice di fiori di Lenau, della canzone Io amo un fiore di Heine; e del Fiorellino miracoloso di Goëthe. Sembra che i suoi studi di botanica fatti nell'Agro Romano gli abbiano dato una predilezione per la poesia dei fiori, e di lui troviamo anche nella Strenna parecchie buone canzoni sui fiori dell'Agro Romano. Questo genere di poesia ha per gl'Italiani un carattere popolare, per i molti ritornelli di fiori che essi posseggono, i quali sono cantati specialmente dal popolo. Torlonia ha anche una buona imitazione del Poeta e la Natura di Geibel, ed una bella poesia: Racconto, per il quale ha preso il soggetto da una ballata inglese.

In questa poesia romana noi troviamo anche i fiori del nostro romanticismo tedesco. Sembra che la tramontana abbia trasportato il loro seme dai verdi colli della Svevia alle oscure rovine del Campidoglio e del palazzo dei Cesari. Questi rapporti di Roma colla lirica tedesca, meno importanti di quelli coll'Impero tedesco, sono abbastanza interessanti. Come Torlonia già disse, dei germogli della letteratura poetica tedesca possono essere atti a rianimare tutta la lirica italiana. E' vero che un albero d'oleandro darà solo fiori d'oleandro, e un tiglio, fiori di tiglio, ed inutilmente si tenterebbe di innestar l'uno sull'altro; è anche vero che il genio italiano è fondamentalmente diverso da quello tedesco, e tale deve quindi essere la sua lirica, che rispecchia l'anima del popolo; ma Don Giovanni intende soltanto che la Germania potrebbe rendere all'Italia un servizio di cultura letteraria, considerando specialmente il ravvicinamento che si va operando, più o meno profondo, fra i due popoli.

Fabio Nannarelli (Poesie, Le Monnier, 1853 e 1856) è un poeta di ingegno non comune, cui arride certo un bell'avvenire; ha uno spirito nobile, appassionato del vero, che egli cerca nella poesia e nella vita, senza traccia di leggerezza e di frivolezza, come del resto tutta la giovane scuola poetica romana. Nannarelli conosce la letteratura tedesca, è un ammiratore di Schiller e di Lenau, sui quali ha scritto una monografia; ha in sè profondi elementi tedeschi, e la sua Musa ha un carattere strettamente germanico. La sua nota fondamentale è melanconica, grave e appassionata. V'è nella sua poesia un alito di morte, che sembra esser venuto a lui dalla Piramide di Caio Cestio, alla cui ombra dormon le ombre di Jung e di Schelley, grandi genî poetici riflessivi, così insoliti nella terra di Roma. L'insufficienza di una esistenza male ordinata, che i Romani sentono ogni giorno di più, più di un inglese o di un tedesco, spinge Nannarelli a cercare la solitudine e a sentire il culto del dolore, che in lui non è del tutto scevro di sentimentalismo. Sentendo l'abisso che separa l'aspirazione dalla realtà, egli si rivolge alla natura, come un tedesco, alla natura consolatrice e risanatrice, per la quale egli si sforza di giungere ad una contemplazione filosofica della universale armonia. Il motto di Tiedge:

Cerca la Speranza, la Fede e la Pace, e cadi piangendo fra le braccia della Natura,

che egli ha messo ad epigrafe di una sua poesia, come altre volte dei brani di Schiller e dell'Amleto di Shakespeare,—indica esattamente l'indirizzo del suo pensiero poetico, il quale va errando in un mondo incorporeo di sogni, che toglie al dolore la sua umanità e lo relega nel regno nebuloso delle ombre. Questo è chiaramente espresso nella poesia: Una voce ed il Poeta. La voce esclama:—A che pensi così profondamente, o poeta? Coronati, orsù, la fronte col serto dell'amore!—Il Poeta:—L'amore more era un sogno, esso è appassito come le rose. La voce:—Rivolgiti allora verso la Natura!—Poeta:—Non ne viene che suono di sospiri.—La voce:—Rivolgiti alla Scienza, o Poeta:—L'anima trema dinanzi alla luce della verità, e non può afferrarla.—Voce:—Che ti resta allora?—Poeta:—La gioia delle lacrime e la pace nel mistero della tomba.—A questo conduce la Scepsi; la natura, nelle cui braccia il poeta cerca un conforto, diviene per lui un fantasma sospiroso, che gli fa desiderare vagamente la morte. La sentimentalità di un Jacopo Ortis è fino ad un certo punto perdonabile, perchè essa consciamente riposa sul dolore per una infelicità nazionale, ed esprime un forte sentimento patriottico; ma l'annientamento di se stesso e la negazione di ogni sano operare, non sono tollerabili, se ondeggiano vaghi come semplice materia di lirica.

Il culto romantico del dolore sembra serpeggiare come una malattia attraverso le letterature; pure, non frequentemente lo ritroviamo fra i Romani. E se ne guardino essi; altrimenti ci potrebbe ancora avvenire di vedere lo spirito di Werther che erra pel Colosseo, al lume di luna, con la guida del Förster sotto il braccio. Tra il Dolore e il Mistero della tomba sta sempre, anche per un romano dei dì nostri, il sapere e il lavoro. Travailler sans raisonner—dice il filosofo Martino al gran filosofo Pangloss, c'est le seul moyen de rendre la vie supportable; e se i Romani si lasciano sedurre da un sentimentalismo che non riguarda la loro nazionalità, possiamo ricordar loro giustamente: Cela est bien dit, Romains, mais il faut cultiver votre jardin.

Il poeta, frattanto, per la forza della sua natura, si solleva felicemente, al disopra di questi periodi di esaurimento nervoso, nel lucente regno del Bello, ed intona il suo dolore terreno alle eterne leggi dell'Universo. La sua poesia più bella, che Terenzio Mamiani non avrebbe sdegnato di sottoscrivere, è Vignanello.

Egli si trova nelle incantevoli campagne di Viterbo, presso il monte Cimino e, nella contemplazione della grande fiorente natura, trae dalla sua lira note pure e sonore. La prima parte di questa lunga poesia, Venere e Sirio, è una felice variazione sui temi filosofici e naturali: mentre egli, ammirando, contempla quelle due vividissime stelle, imagina che la prima gli dica: Ama! e la seconda: Pensa! Così esprime le due forze che riempiono e reggono il mondo morale, e per mezzo delle quali l'intelletto e la materia armonicamente si estrinsecano.

Buona e benefica è questa malinconia panteistica, che sgorga da un sentimento di pace rassegnata, e da un'anima che si è confusa e versata nella grande divinità della natura, dove più aperto rivelasi l'eterno amor.

Ogni volta che il poeta abbandona il vago e l'incerto per cantare la realtà, egli è felice. Felice è l'elegia A un bambino, composta contemplando un bambino che giuoca; e assai bello e profondamente umano è il sospiro: il sentiero della vita è dapprima sparso di rose, poi di rose e di spine; infine, di sole spine! Un'altra poesia non meno felice è: La viola dell'addio, il lamento d'una fanciulla sulla violetta che le donò l'innamorato prima di partir per la guerra. La sua purezza e il suo carattere intimo ricordano Chamisso.

Nannarelli tentò anche un poema, in versi sciolti, che risale alla sua giovinezza: Guglielmo. Egli vi narra la storia d'un amore infelice, che egli afferma aver tolta fedelmente dal vero. Guglielmo, costretto per ragioni politiche a cercare un asilo nel laboratorio d'uno scultore in bronzo, s'innamora della figlia dell'artista; ne fa in bronzo una bella imagine; lo troviamo, anzi, intento a questo lavoro ch'è riuscito assai bene. L'autore non mantiene poi la promessa fatta in questo buon principio, poichè l'azione non si svolge convenientemente, nè giunge ad una logica conclusione. Che un giovine ami, senza esser corrisposto, una ragazza, può essere una infelicità per lui, ma non è ancora una tragedia. Se egli si toglie la vita, noi possiamo solo compatire la sua debolezza, finchè questa catastrofe non è fondata su un intreccio tragico, netto e ben costruito. Ma se egli, acceso di furore, si pugnala nella sala dove la sua amata sta per andare a nozze, e dinanzi agli astanti, e dinanzi a lei stessa atterrita, dovremo confessare che egli non amava veramente la fanciulla, nè era degno di essere amato da lei. Di questi esempi di passione violenta ma selvaggia se ne danno nella vita, ma rimangono fuori del dominio della poesia. Sebbene non manchi di qualche pregio, questo tentativo ci mostra che il nostro autore non ha doti di tragedia o di poeta epico; ha invece, e ad un alto grado, quelle del lirico: slancio fantastico, immaginazione, calore di sentimento, forza riflessiva ed un'anima nutrita di studio e di meditazione, che non si appaga di frasi sonanti. Questo bell'ingegno potrà essere un vero ornamento di Roma, se saprà guardarsi dai traviamenti, e volgersi risolutamente alla vera fonte della poesia, lungi dalle nebbie dell'astrazione incorporea, al sentimento ed alla vita.

Un poeta più sereno, di tinta romantica, è Ignazio Ciampi. Gli riesce felicemente la canzone melodica e facile, come la sua Fata Morgana. Ciampi ha una fantasia fervida, una lingua gradevole, imagini leggiadre e piacevoli. Un'edizione accresciuta delle sue poesie conterrà prossimamente molte buone cose; quella che ho sotto gli occhi non contiene che una piccola parte della sua produzione lirica, fra cui—notevole particolare—delle imitazioni dal russo. La lingua russa, assolutamente barbara per un romano, non è conosciuta affatto in Roma, e Ciampi si è fatto tradurre in prosa italiana da un amico le canzoni di Puschkin, per mostrare ai suoi compatriotti come anche sotto una pelle d'orso può battere un cuore poetico. Anche questo fatto—che sarebbe sembrato inaudito in Roma fino a pochi anni fa—è un indizio del diffondersi di tutte le letterature europee. Roma è, durante l'inverno, un albergo di tutte le nazioni; i forestieri vi portano tutte le lingue e v'introducono tutte le letterature; nessuna meraviglia, dunque, se a Roma si comincia a notare l'influenza di ciò che non è nazionale. Ciò potrà allargarne l'orizzonte; però non tutte le nazioni possono avere un'influenza utile e benefica e non ve n'è nessuna che sia più della russa estranea all'indole italiana. I tentativi di Ciampi son dunque da considerarsi soltanto come una curiosità letteraria; ed egli sarebbe più benemerito della sua patria, se presentasse, in veste italiana, i poeti stranieri che hanno più stretta relazione con l'Italia, o che hanno un valore classico assoluto. Egli, del resto, maneggia assai bene l'ottava, e potrebbe perciò felicemente tradurre il Childe Harold.

Ciampi ha più volte mostrato la sua abilità nelle romanze in stanze. Scrisse due novelle in versi: Serena e Stella, la prima in tre, la seconda in cinque canti. Quella è una leggenda toscana, questa una saga normanna; ambedue son di genere assolutamente romantico, con storie d'amore, avventure e scene fantastiche. Lo stile è facile e scorrevole: le descrizioni, specialmente in Stella, sono calde e vivaci. Ma il nostro tempo ha perduto il gusto per questo genere fantastico e cavalleresco; ora si vuole la realtà e la profonda psicologia dei caratteri. Gl'Italiani, del resto, han poca attitudine per le romanze e le ballate, e non ammirano troppo nemmeno il veneziano Carrer. Ciampi ha preso un genere incerto e che partecipa di due nature, mentre avrebbe dovuto volgersi deliberatamente alla novellistica in prosa, descrivendo, per esempio, la vita romana; così avrebbe sfruttato un genere del tutto trascurato in Italia.

Teresa Gnoli, romana, le cui poesie adornano l'Almanacco Poetico, possiede un vero talento poetico, un profondo e pensoso sentimento che si esprime in belle forme. La sua Musa è patriottica e fra gli uomini porta, in nome delle donne della sua terra, il suo contributo alla civiltà nazionale. La letteratura femminile è copiosa e assai importante in Inghilterra, in Germania, in Francia, in America, ma in Italia è ancora limitatissima. Lo spirito mascolino sembra, in Europa, disposto a lasciare il campo alla donna, per quel che riguarda la produzione poetica, e di dividerlo con essa nel romanzo; per ora nulla di tutto questo si nota in Italia. Per quanto strano ciò possa sembrare, è pur vero che in nessun altro paese le donne sono, come qui, amanti della quiete familiare e nemiche della fama e della pubblicità. Il loro sistema d'educazione è ancora in gran parte quello del chiostro, ed esse hanno idee limitatissime sulla società e sullo Stato.

Nel medio evo romantico e violento vi furono figure femminili che i poeti d'Italia chiamavano loro muse ed ispiratrici, per il culto poetico della donna, che già vediamo in Dante e Petrarca; essi immaginavano che la loro donna fosse il sole mistico che accendeva la fiamma del loro ingegno. Più tardi le donne stesse cominciarono a far versi, e proprio in Roma sorse la poetessa più celebre, e, forse, lo ingegno poetico romano più vivace di ogni tempo. Recentemente avemmo in Roma donne improvvisatrici, ma l'arte non avea nulla che fare con esse.

Non sarebbe possibile paragonare le poesie della nuova poetessa romana con i canti di Vittoria Colonna, tanto più perchè la giovane signora Gnoli non ha voluto seguire nessun modello, ma aprirsi una via personale e quella percorrere senza esitazioni. Ed è riuscita. Spesso ella si rivolge al passato, ed una delle sue poesie migliori è appunto: l'Incontro di Beatrice e di Laura in Paradiso, dove felicemente evoca le due ombre, che amorevolmente si intrattengono, anime sorelle, e si dileguano poi come due stelle

Nova tracciando via Di luce e d'armonia.

Bella ed efficace è pure una poesia sulle catacombe di Roma, su questo strano dominio delle ombre e del passato, figlio della Storia e della Morte. Le descrizioni dell'Inferno di Dante non fanno più spaventosa impressione di questi lunghi corridoi oscuri sparsi di ossa, di nicchie vuote, di sarcofaghi, di rozze imagini bizantine e d'iscrizioni oscure e sinistre; anche qui Dante avrebbe avuto bisogno di una guida come Virgilio. Ora, il Virgilio di questo mondo sotterraneo è il De Rossi, l'epigrafista dottissimo; e, rileggendo i versi della Gnoli, io ricordo con piacere l'escursione che nelle catacombe feci con la poetessa, l'improvvisatrice napoletana Giannina Milli ed il De Rossi che ci guidava. Hierusalem civitas et ornamentum martyrum Domini è il motto della poesia, tolto da un'iscrizione del III secolo.

La Gnoli fa seguire immediatamente alla Notte delle catacombe, l'Inno di Omero al Sole, e ci libera dal brivido delle catacombe con la contemplazione della Fonte di ogni luce e di ogni intelletto. In questi canti parla una spirito religioso; e sembra davvero che la Gnoli eccella specialmente nella grande lirica contemplativa. Ella tentò, con minor fortuna, il dramma lirico con Torquato Tasso a Sorrento. Ma questo genere melodrammatico non era più tollerato; il Pastor Fido e l'Aminta non ci fanno anch'essi più veruna impressione. Il melodramma può ancora avere un valore ed un contenuto artistico, quando è trattato con abilità drammatica misurata e delicatezza lirica altissima, come l'Eco e Narciso di Calderon; ma se eccettuiamo il coro d'introduzione del Tasso in Sorrento, che è assai buono, il resto si riduce ad un giuoco puerile, e la figura del grande poeta, che si è travestito da pastore e vive in mezzo ai pastori, i quali non lo capiscono nè lo rispettano, ci sembra non essere più che una marionetta, e tutto il componimento fornisce una nuova prova del sentimento incompleto e vano di quest'arte di maniera.

Paolo Emilio Castagnola e Giambattista Maccari son due poeti ch'han Muse sorelle. Troviamo anche in essi l'inevitabile querela delle miserie presenti; la sconsolata tristezza del Leopardi, per la quale tutto fuorchè il duolo è vano, ha sfiorato anch'essi, ma appena, come un sentore di muschio che si è insinuato nelle vesti di due uomini sani passati per la casa di un morto. Fondamentalmente, essi hanno due fresche e vive nature, e, invece del loro dolore, canterebbero volentieri la grande sventura della loro patria, se non temessero l'esilio. Ambedue hanno un senso giusto ed esatto della realtà e della storia.

Castagnola ha cantato in una romanza, Emellina, la tragica fine di Corradino, il tradimento di Astura e la sua morte. Emellina è il nome di una fanciulla, figlia di Frangipane, la quale, vissuta in un castello solitario fra il cielo, il mare e le selve, s'innamora di Corradino, al primo apparir di costui, e invano tenta di salvarlo. Il soggetto è buono, ma non sempre son buoni i versi. L'ottava non è trattata abbastanza nobilmente, e oscilla fra lo stile elevato e il tono popolare della cronaca; i caratteri sono indefiniti e romantici. Pregevole però, per bellezza lirica, è il canto d'addio di Emellina che flebilmente lamenta la sua sorte dall'alto della sinistra torre.

Se, di tanto in tanto, Castagnola tenta il canto politico, Giambattista Maccari esprime più spesso e più chiaramente il suo pensiero. La Musa politica trova in Roma, più d'una volta all'anno, occasione di farsi udire: cioè, quando si festeggia il favoloso Natale di Roma, per l'anniversario della morte del Tasso, e per la distribuzione dei premi nelle Accademie delle arti rappresentative. Non v'è poeta in Roma, che in tali circostanze non mandi arditamente un saluto alla patria, e una volta, a proposito d'una poesia di questo genere sulla fondazione di Roma, si proibì la vendita dei versi del Torlonia, ne' quali la politica non entrava affatto. Anche Maccari, dunque, ha scritto versi per queste occasioni. Le sue stanze Nel Natale di Roma sono piene di forza. Egli si rivolge ai Romani: O cittadini, che avete lasciato dietro di voi gloriose e sublimi ruine, ascoltate ora il mio lamento, sgorgato da sincero dolore, al vedervi indossare solo vesti pompose con altero cipiglio, mentre bandite da voi il sapere che disprezzate come cosa vana.

E alle donne romane dice: O donne che solo vi date a coloro che son ricchi di terre e di vasellami preziosi, e pensate solo a preparare vani tesori ai vostri figli: badate bene! L'ignoranza li avvolge e li sòffoca: quale sarà il loro avvenire?

Energici anche e commoventi sono i sonetti del Maccari, composti in occasione della distribuzione dei premi agli artisti. «Italia, i tuoi orgogliosi monumenti non son più che mute e inutili pietre: riànimati di nuovo spirito, e non prestare ascolto allo stolto che ti consola col ricordo del tuo grande passato»!

Che vi giova, degeneri nipoti, L'andar superbi della gloria avita, Se fatti siete a tutto il mondo ignoti!

Voci solitarie e virilmente nobili in mezzo alle rovine di Roma! Ne ringrazino di cuore il poeta gli Epigoni romani!

Maccari si volge al presente, e dalle rovine e dai palazzi passa alle capanne del povero. Già in Castagnola troviamo stornelli popolari, ma in Maccari essi sono più numerosi. Egli scrisse delle ballate che ci descrivono la vita nella campagna romana, come la Venditrice di fragole, che discende dai monti alla città, con la sua cesta elegante e colma di frutti. Il ritornello di questa ballata è il seguente:

È venuta in città la montanina, Chi vuol comprar la fragoletta alpina?

Altri soggetti della poesia del Maccari sono la «Pastorella», la «Boscaiuola», che porta sul capo, fino alla città, il peso delle legna raccolte sui monti, il «Mietitore», e la «Cicoriara»; questi ultimi due sono soggetto d'idillii, dei quali il secondo è specialmente bello ed aggraziato. Queste cicoriare, raccolta la loro insalata nei campi, vengono a venderla a Roma, vestite di un abito campestre caratteristico, al Pantheon o a Piazza Navona. In queste descrizioni Maccari mostra un temperamento poetico felicissimo, e si sente che la sua Musa ha respirato le aure fresche dei campi! E proprio nella realtà e nella natura deve ricercare la sua rigenerazione la poesia italiana: questo dovrebbero intendere i poeti di Roma. Sotto questo aspetto debbo salutare con gioia una piccola raccolta di canti popolari che la Strenna Romana pubblica col titolo: Saggio di canti popolari di Roma, Sabina, Marittima e Campagna. Gli editori debbono molto all'opera del signor Visconti che nel 1830, per la prima volta, diede mano ad una raccolta di questo genere (Saggio di canti popolari della provincia di Marittima e Campagna). La raccolta attuale è piccola, ma preziosa. Essa comprende ritornelli di fiori della Campagna romana, quartine sabine, e finalmente delle stanze di dieci versi della Marittima e della Campagna latina.

I ritornelli sono bei fiori di campo, freschi e odorosi, cresciuti in piano o in monte. Non c'è forse fiore che il popolo qui non abbia messo a simbolo di qualche cosa. L'uomo dei campi applica volentieri ad un fiore una sentenza o un pensiero, racchiusi in un ritornello, sia per una rosa, o per un narciso, o una margherita, o per una viola. Ogni fiore gl'ispira una piccola poesia, espressa in tre versi pieni di sogno. Questo linguaggio dei fiori si perpetua per tradizione da una generazione ad un'altra, modificandosi e arricchendosi di tempo in tempo. Tutta l'Italia ha questo gusto gentile; i ritornelli errano per i campi con i lavoranti e talora si cantano gli stessi nella Maremma, in Corsica, nella Campagna di Roma. Ma la vera patria di questi ritornelli sembra esser la Toscana, il giardino d'Italia, la regione più felice forse e più geniale di tutto il paese. Questi ritornelli sono costruiti assai semplicemente. Il primo verso, brevissimo di solito, contiene il nome di un fiore; gli altri due, endecasillabi, esprimono il pensiero, in modo che l'ultimo verso rimi col nome del fiore, e quello di mezzo finisca di solito, con un'assonanza:

Io benedico della rosa il fiore; Quest'è la sorte delle cose care; S'acquista in pianto e si lascia 'n dolore.

Un ritornello senza fiore:

M'affaccio alla finestra, e vedo mare. Tutte le barche le vedo venire Quella dell'amor mio non vuol tornare.

Quest'ultimo pittoresco stornello, come dicono i Toscani, si trova anche nella raccolta di canti popolari toscani del Tigri, ma con una infelice variante: veggo 'l mare, invece che vedo mare. Tigri ne ha raccolti 425, e fra di essi si trovano dei veri gioielli poetici. In molti ritorna l'espressione m'affaccio alla finestra, come in questo, un po' lezioso:

M'affaccio alla finestra e vedo notte; Con le lagrime mie bagno le lastre; O fonte di bellezze, buona notte!

Trascrivo qui un ritornello siciliano dell'Etna:

Sciuri d'aranciu; Tutti li beddi di ssu munnu munnu C'un capiddu di tia non ci li canciu.

Oltre queste poesie minime meritano anche di essere ricordati i componimenti popolari di dieci versi della Maremma romana. In Toscana simili componimenti vengono chiamati «rispetti» ma hanno per lo più solo otto versi, e formano una strofa. Talora hanno un numero maggiore di versi. A Roma io non conosco che quelli di dieci versi a rime incrociate, con gli ultimi due a rima baciata. Queste strofe contengono sentenze morali, proverbi, o serenate e canti d'amore popolari.

Esse sono spesso ingenue, ma efficaci e piene di poesia. Da due decenni si è diffuso in Italia lo studio dei canti popolari; se ne son fatte più raccolte; recentemente è notevolissima la raccolta di canti umbri, liguri, piceni, piemontesi, romani, di Oreste Marcoaldi (Genova 1855); quella del Tigri: Canti popolari Toscani (Firenze, Barbèra e Bianchi, 1856) vero tesoro di poesia; e finalmente quella di Leonardo Vigo d'Acireale: Canti popolari Siciliani (Catania, 1857). L'isola di Sardegna è restata indietro, quantunque debba contenere materia innumerevole e pregevolissima. La piccola Corsica deve la raccolta delle sue belle canzoni al poeta Salvatore Viale.

Chiudo la mia notizia sui poeti di Roma, i cui nobili tentativi ed i buoni successi ho seguìto con amore per più anni, come ospite, mandando loro il saluto e l'augurio fraterno dell'amico, attraverso le Alpi, sulle rive del Tevere... Noi siamo tutti davvero, come dice la canzone popolare romana, tanti rami d'un tronco solo, tante fiamme d'un solo incendio![10]

Notes in this chapter

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