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Passeggiate per l'Italia, vol. 3

La campagna dei volontari intorno Roma. (continued 2)

Mario Corsi translation

La notte del 22 ottobre trascorse passò tranquilla; si udì solo lo scoppio di petardi in molte strade, e l'allarme delle sentinelle e i colpi delle loro armi.

Una tensione febbrile era in tutti gli animi. Roma si sentiva separata dal mondo: i telegrafi erano inattivi, la posta irregolare; le ferrovie interrotte in parte ai confini dall'esercito pontificio medesimo. Sinistre voci correvano. Che contrasto fra la Roma splendida del giugno e la squallida Roma di ora!

Il 22 ottobre si diffuse la voce che la sera, in città, sarebbe scoppiata la rivolta; se ne parlava apertamente negli alberghi e nei caffè. Si sapeva che Garibaldi era andato a Firenze; si diceva che si sarebbe posto alla testa delle schiere volontarie, che Roma si sarebbe sollevata, e che egli vi avrebbe fatto il suo ingresso trionfale. Tutti gli orrori di una guerra civile per le vie, tutti gli eccessi che si compiono in una rivoluzione, forse anche un probabile saccheggio, riempivano molti di apprensione e di angoscia. In molte famiglie, dove erano da temersi vendette da parte del partito d'azione, regnava grande spavento. Era vivo ancora in città il ricordo del famoso sacco di Roma da parte delle bande del Borbone.

Verso sera l'aspetto di Roma si fece spaventoso. Botteghe e porte chiuse; qua e là si facevano arresti; gli accessi al corso deserto erano sbarrati da sentinelle; pattuglie a piedi e a cavallo percorrevano le strade.

Una bomba, gettata correndo da un uomo contro il corpo di guardia di Piazza Colonna, diede il primo segnale della rivolta. Subito dopo si udì un frequente scoppiar di petardi, un rumore di moschetteria, e un sordo rimbombo. Saltava in Borgo la mina a palazzo Serristori; una parte del grande edificio, dove avevano il quartiere principale gli zuavi, saltò in aria, seppellendo più di venti persone, in massima parte giovani musicanti del corpo e orfani della città. Fortunatamente non si riuscì a incendiare le mine poste sotto le altre caserme. Gli artiglieri che erano stati guadagnati alla causa rivoluzionaria, in Castel Sant'Angelo, erano già stati scoperti e imprigionati. Secondo il loro piano, i rivoluzionari, non più di 500 uomini, si erano divisi in piccole bande e dovevano impadronirsi dei varî posti militari. Il corpo di guardia del Campidoglio doveva essere forzato, e si doveva suonare la campana della torre per chiamare alle armi i Romani. I 50 garibaldini che mossero contro il Campidoglio, furono dispersi da un paio di fucilate. Eguale esito ebbe ogni altro tentativo del genere. Solo a porta S. Paolo i garibaldini, in numero di 400, al comando, dicesi, di un deputato italiano, riuscirono a impadronirsi del corpo di guardia. Una parte di essi occupò quella porta fortificata e a forma di rocca; altri si diressero verso S. Paolo, per impadronirsi del deposito di armi ch'era nella vigna Matteini. Ma la polizia l'aveva già scoperto e portato via. Un altro deposito, nascosto in una cava di pozzolana presso la basilica, non potè essere rintracciato da quelli stessi che ve l'avevano stabilito. La schiera, tornando verso la porta, si scontrò coi pontificii, e si disperse dopo breve combattimento. Anche la porta fu riconquistata dalle truppe papali. L'assalto al gassometro, presso il Circo Massimo, tentato allo scopo di far piombare Roma nelle tenebre, fallì egualmente.

La piccola schiera di volontarii, condotta dai fratelli Cairoli lungo il Tevere, verso la città, coll'intenzione di approdare a Ripetta, non giunse fin qui, ma occupò, fuori delle mura, una villa sulle alture dell'Acqua Acetosa.

Senza le armi sparse qua e là, le vesti lacere gettate sulla strada, delle traccie di sangue, e specialmente senza la rovina del palazzo Serristori, la grande maggioranza dei cittadini romani non avrebbe saputo, il mattino del 23 ottobre, che nella notte si era combattuto. Quella mattina stessa delle truppe mossero da Porta del Popolo verso l'Acqua Acetosa, per snidarne la schiera di Cairoli. Là, fra il Tevere e l'Aniene, presso la loro confluenza, sorgono dei colli verdeggianti che digradano in prati tranquilli fino al Tevere, il quale scorre maestoso fra due rive basse, in vista dei lontani e pittoreschi monti della Sabina. Qualche casetta di campagna sorge in quei colli detti Parioli. Su questi, nella villa Glori, si erano fermati i 70 volontarii, fra cui erano patriotti, uomini di coltura e di audacia, in gran parte possidenti di campagna e ingegneri, studenti, soldati. I due fratelli Cairoli li guidavano, Enrico deputato al Parlamento, e Benedetto, capitano d'artiglieria nell'esercito italiano. Fra loro vi era anche un conte Colloredo, napoletano, della casa Acton. Attaccati all'improvviso dai carabinieri pontificii, questi garibaldini si difesero da eroi, in una lotta corpo a corpo. Dopo che Enrico e molti altri furono uccisi o messi fuori di combattimento, i restanti si dispersero o furono fatti prigionieri.

VIII.

Garibaldi era appena giunto a Scandriglia, quando diede ordine ad Acerbi di marciare su Viterbo, e a Nicotera di fare irruzione nella Campagna romana. Egli stesso doveva, con 4000 uomini, dirigersi su Roma e impadronirsi di Monte Rotondo.

Il 23 ottobre, Acerbi per Torre Alfina si avvicinava a Viterbo con soli 800 uomini. In quella città si trovavano circa 200 pontificii al comando di Azzanesi. Questi riuscì felicemente a respingere gli assalitori, quando, nella notte del 24, Viterbo fu assalita alle sue sei porte, ad una delle quali, porta della Verità, fu appiccato il fuoco. I garibaldini si ritirarono con grandi perdite.

Garibaldi stesso occupava Monte Maggiore e Passo Corese, donde minacciava Monte Rotondo. Dai confini del Lazio i telegrafi annunciarono che i volontarii avanzavano su tutta la linea.

La posizione di Roma si faceva difficile. I 3000 uomini che vi si trovavano, già stanchi come erano, non avrebbero potuto difenderla, se le schiere dei garibaldini si fossero, da tutte le parti, riunite sotto le sue mura. E per di più non si era sicuri che non potesse aver luogo un secondo e più fortunato tentativo di rivolta. Erano stati arrestati centinaia di sospetti, ma, dal 22 ottobre, ogni notte dimostrava che la città era ancora piena di rivoluzionarii. Infatti, con le tenebre cominciava il giuoco dei petardi. Nell'ora che in Italia è più sacra, quella in cui suonano le campane i tocchi dell'Ave Maria, sembrava, in quei giorni, che Roma si riempisse di démoni usciti non si sa di dove, annunziati dal vivo e fitto scoppiettìo dei petardi, che si univa al suono solenne delle campane. Che cosa di più strano e suggestivo di questa armonia sinistra, fatta di bombe e di campane, esprimente, meglio che non possan far le parole, l'irriconciliabile conflitto di quelle forze del tempo, che lottavano oggi per il possesso di Roma, e che già tanti secoli avevano lottato?

Per alleggerire le fatiche delle truppe nel servizio di pattuglia, dei cittadini clericali avevano formato una milizia nazionale, della quale fecero parte anche figli di case principesche. Il 25 ottobre, seguendo in Trastevere le traccie di un focolare di rivoltosi, si scoprì un deposito d'armi in casa del fabbricante di stoffe Aiani. Gli zuavi diedero l'assalto a questa casa; del proprietario e dei garibaldini quasi tutti si fece strage; pochi furono presi prigionieri. Il medesimo giorno, il governatore militare di Roma proclamava la città in stato d'assedio, e comandava che fossero consegnate tutte le armi di proprietà privata.

Frattanto Garibaldi era apparso, nella notte del 24, sopra Monte Rotondo, villaggio situato in un incantevole colle che domina la valle del Tevere fino a Corese, e la campagna fino alla città, da cui dista solo tre miglia tedesche. Aveva fatto tagliare i telegrafi che univano il villaggio a Roma, per isolare i 370 italiani che vi erano di guarnigione, al comando del capitano Cortes. Il luogo era forte, e cinto di mura medioevali, e il castello baronale degli Orsini, oggi dei Ludovisi, poteva servirgli di rocca. Garibaldi attaccò Monte Rotondo con 400 uomini, ma non aveva artiglieria. I pontificii si servirono, con successo, di due cannoni, e respinsero gli assalitori. Ripetutamente rigettato, Garibaldi ricondusse più volte all'assalto la sua schiera; una porta fu incendiata, ed i garibaldini entrarono finalmente nel paese, mentre i difensori si ritraevano entro il castello. Questo, essendo stato minato, la piccola guarnigione si diede prigioniera di guerra la mattina del 26 ottobre, dopo una valorosa difesa di ben ventisette ore.

Garibaldi entrò a cavallo nella cattedrale di Monte Rotondo, volendo far qui la sua sosta; ed anche in ciò egli si palesò figura schiettamente medioevale. Così Francesco Sforza entrò a cavallo nel duomo di Milano conquistata; così fece re Ladislao di Napoli il suo ingresso nella chiesa di S. Giovanni in Laterano, essendosi insignorito di Roma. I prigionieri furono condotti anch'essi nel duomo, in presenza di Garibaldi, e siccome essi si scoprirono il capo, quegli, credendo lo facessero per rispetto verso di lui, fece loro segno di coprirsi[5]. Lodò poi il valore che i prigionieri avevano mostrato, degno, disse, di una miglior causa; li difese anche dal furore dei garibaldini, che già qualcuno ne avevano ucciso, e li fece condurre ai confini, di dove le truppe del re li trasportarono a Spezia, nel forte Varignano. Garibaldi passò la notte in un confessionale, mentre le camicie rosse facevano del duomo ciò che avevano già fatto di S. Pietro le selvaggie schiere del connestabile di Borbone.

Garibaldi era padrone del luogo più forte della provincia; ora Annibale era alle porte. Ma egli aveva ottenuto queste risultato, l'unico degno di nota in tutta quella campagna, avendo avuto 400 fra morti e feriti, e avendo perduto un tempo prezioso. La piccola guarnigione di Monte Rotondo aveva reso a Roma il più grande servizio; se non avesse trattenuto Garibaldi resistendogli vivacemente, egli avrebbe affrettato la marcia su Roma. Prendere Monte Rotondo era d'altra parte necessario, perchè esso congiunge le strade della Campagna romana alla strada dell'Umbria. Un esercito che l'abbia occupato, è padrone della strada di Roma e di quella di Passo Corese, mentre ha facile la ritirata sui monti di Tivoli e nell'Abbruzzo.

Se Garibaldi avesse allora avuto qualche migliaio di uomini ben armati, da gettare sulle mura di Roma, prima che i pontificii, richiamati, tornassero dai varii luoghi della provincia, avrebbe potuto avere in sua mano la città. Quanto spesso le sue deboli mura aureliane non erano state, nel medio evo, diroccate in qualche luogo meno vigilato, di notte, da una schiera di assalitori! Lo stesso poteva ora accadere. Le truppe pontificie non avrebbero potuto difendere la larga cinta di Roma. Chi li avesse veduti, quei pallidi e stanchi belgi ed olandesi, trascinarsi armati per la città, avrebbe ben potuto dire che essi sarebbero stati incapaci di respingere un attacco alle mura da parte dei volontari, e di opporsi loro validamente quando fossero entrati. Essi avrebbero potuto soltanto rinchiudersi nella città leonina, per difendere in Castel Sant'Angelo il Pontefice, finchè non giungessero soccorsi di Francia. In Castel Sant'Angelo si sarebbe, infatti, ritirato Pio IX, come già Clemente VII, per il corridoio sotterraneo che lo fa comunicare col Vaticano, ed avrebbe forse, dai suoi merli, assistito ad un secondo sacco di Roma.

Questa città che si trovava, dopo tre secoli, in condizioni analoghe a quelle del 1527, minacciata come allora da schiere volontarie, offriva allo spettatore, nel 1867, un quadro di indescrivibile stranezza, simile a quello che doveva offrire nel 1527. Si sarebbe detto che solo nomi e costumi fossero mutati. Invece del connestabile di Borbone, Garibaldi era sotto le mura di Roma, e forse sarebbe caduto nell'assalto alla città, e, per una ironia della sorte, avrebbe potuto, morendo, ripetere le parole medesime del Borbone: à Rome! à Rome! Invece di papa Clemente VII, Pio IX era assorto in preghiere nelle sale del Vaticano. Lo stesso grido di guerra che aveva guidato le schiere di Borbone e di Frundsberg, che era stato il grido dell'odio e del bisogno, era ora il grido dell'esercito di Garibaldi: Roma o morte! Come nelle schiere del Borbone si trovavano mescolati uomini di tutte le nazioni, così qui erano entrati democratici d'ogni parte d'Europa. Un uguale disprezzo per la Chiesa e le sue sacre funzioni, un uguale grido di furore contro il Pontefice ed il clero, risuonava allora come ora. Pure si potrebbe dire che i luterani del 1527 e gli Spagnuoli e gl'Italiani che si mischiarono ad essi, erano meno radicali nella manìa della distruzione dei garibaldini di oggi. Lo stesso effetto magico, che aveva prodotto il nome la figura del Borbone sulle sue schiere, ora lo produceva la figura ed il nome di Garibaldi. Come quelle marciavano cantando canzoni glorificanti il connestabile, così questi cantavano entusiasticamente la strofa:

L'ha detto Garibaldi, E questa è verità, Chi muore per la patria In paradiso va.

Quando le schiere garibaldine furono nel duomo di Monterotondo, uno di essi salì sul pulpito, afferrò il crocifisso e cominciò un sermone burlesco, condito di innumerevoli sozze bestemmie, invitando finalmente l'uditorio ad invocare il Dio Garibaldi. Questo fu fatto in mezzo ad un indescrivibile baccano, dopo di che il predicatore esclamò: «Ed in nome di Garibaldi io vi impartisco la benedizione». Gli ascoltatori non risparmiavano ogni sorta di gesti osceni e schernitori delle sacre reliquie; quello salito sul pulpito fece, col crocifisso, il segno della croce, poi lo gettò al suolo riducendolo in pezzi.

Questo narra il domenicano prigioniero, cappellano degli zuavi[6], e dice: «I garibaldini appartengono a tutte le classi sociali; vi sono nobili, plebei, colti, incolti, ed ogni specie di briganti. Essi appartengono a tutte le nazioni e si sono tutti riuniti con lo scopo di condurre, contro la Chiesa e la società Cristiana, la campagna della distruzione; infine essi sono l'esercito cosmopolita del diavolo, la spaventevole caricatura dell'esercito cattolico. Fra di essi, molti hanno avuto una buona educazione cristiana ed hanno eccellenti genitori. Molti hanno pure ingegno e coltura ed anche maniere distinte e signorili. Però la massa è fatta di uomini di vita indegna ed errante, avanzi di galera, o di giovanetti fatti entrare con insidie nelle sètte segrete, o di vagabondi delle grandi città, senza fisso impiego, che vanno guadagnandosi il pane alla ventura, servendo da cocchieri, fattorini, facchini, garzoni e via dicendo. Altri sono braccianti ed operai. Tutti questi si arruolano per tentar la fortuna, per ammazzare o lasciarsi ammazzare, senza sapere perchè. Una febbre, un delirio vano li trascina alla lotta, e non se ne rendono conto. Fra loro sarebbe vano cercare una qualunque coesione ed unità di idee. Alcuni hanno lo scopo di distruggere il Papato, come a me stesso hanno detto; altri di fare l'Italia una; altri di togliere al Papa il potere temporale che, secondo loro, è contrario al Vangelo, altri di rovesciare tutti i troni e tutti i re; e molti, finalmente, lo scopo di rubare. Da questa varietà di intenzioni, nasce una indescrivibile confusione sicchè non c'è da far le meraviglie se talora si maltrattano e si fan del male fra di loro.

Se fra i loro comandanti uno ordina una cosa, un'altro ne ordina un'altra, onde l'abitudine di disprezzare e trasgredire i comandi. Ciascuno si crede un'autorità, e tutti vogliono dominare. Molti di essi non sarebbero cattivi, ma, in quei momenti di febbre, sono capaci di eccessi; ne fui purtroppo testimone a Monterotondo, e le sue chiese ne serbano le deplorevoli traccie. Le loro vesti sono intonate alle loro idee ed opinioni. Sarebbe difficile trovar fra di loro due uomini vestiti nello stesso modo. Molti portano la camicia rossa o il berretto rosso; alcuni son vestiti di rosso da capo a piedi, ma tutti hanno un cencio rosso in qualche parte. Di religiosità non mostrano traccie; molti ostentano odio verso ogni forma religiosa; in parecchi si potrebbe facilmente trovare un'esatta immagine dei demonî, così sinistra appare la loro veste fiammante, specialmente quando va unita ad uno sguardo selvaggio ed audace.

V'è un solo nome che li elettrizza: Garibaldi. Esso ha su tutti loro una tale autorità affascinante, da far veramente supporre, non essendo possibile scorgervi cause reali, una potenza diabolica a servizio della sètta segreta.»[7]

Il medesimo monaco descrive i suoi colloquî con Pantaleone, già francescano, e, dopo Marsala, cappellano di Garibaldi, al quale serviva da segretario e scriveva proclami, un siciliano schietto, di buon umore e di estrema vivacità. Fu proprio lui che trovò, per il primo, il grido di battaglia: Roma o morte! Del che egli stesso si vantava col nostro monaco, il quale dovè, del resto, a lui la sua salvezza. Pantaleone era forte e ben fatto; portava un berretto di pelle d'orso, detto all'Orsini, senza tesa, alla maniera armena; sulla camicia rossa recava, specialmente in battaglia, una giacca nera abbottonata, per non offrire un bersaglio al nemico. Aveva poi stivaloni e pantaloni scuri, al fianco una grande sciabola e al collo, attaccato ad una catena, un fischio per far segnali. Parlava con facilità sorprendente, con uno stile figurato ed elegante, sopra una infinità di argomenti. Soleva dire, assai spesso, che la religione cattolica è contro natura, che il papato è una menzogna, una frode che ha fatto il suo tempo e dovrebbe essere tolta via. Egli aggiungeva che i preti non amano le loro famiglie, che rinunciano all'amore coniugale, che deprimono e tengono soggetti i popoli per mezzo di mille menzogne, e via dicendo. Avendogli chiesto l'ingenuo monaco se avesse già contratto matrimonio, egli rispose: «Non ho trovato finora nessuna donna che abbia conquistato il mio cuore, e non so quando questo avverrà... ma non potrà tardar molto ad accadere, se non morrò prima. Togli via questa cocolla—diceva poi al monaco—simbolo di ignominia e di menzogna, e segui noi che siamo gli uomini della verità. Noi siamo i primi uomini della rivoluzione; è nostro compito di distruggere il papato e di insegnare le dottrine semplici del vero Cristo, senza miracoli e senza umiliazioni»[8].

IX.

La presa di Monterotondo suscitò spavento in Roma, dove più d'uno pensò a porre al sicuro i proprî valori.

La Giunta Insurrezionale Romana pubblicò questo proclama (27 ottobre):

«Romani! Da tre giorni voi spargete—senza armi, senza munizioni, animati solo dal sentimento del dovere, forti del vostro diritto—voi spargete timore e danno nelle file di una feroce soldatesca, che sta pronta alla lotta nei suoi quartieri, e mostrate così all'Italia e al mondo che Roma, anche se inerme, non può attaccare un'aperta battaglia, sa scrivere col proprio sangue la protesta contro il suo martirio. Nella prima notte del 22 avete scoperte e portate via le poche armi che servivano per la vostra difesa; avete costretto il nemico ad aprire la Porta S. Paolo, avete risolutamente assalito la guardia del Campidoglio e vendicato così i vostri morti, abbattendo tutti quegli avversarî che han potuto raggiungere le vostre armi. Una parte della caserma, Serristori saltò in aria, minata dalla vostra mano, e seppellì non pochi nemici sotto le rovine.

«In tutte le lotte a corpo a corpo il nemico piegò sotto i vostri colpi. Sopratutto seminarono il terrore nelle schiere nemiche le vostre bombe Orsini. Nella notte del 23, quando il nemico già si era messo sulle difese, osaste assalire, in S. Pietro e Tommaso, le pattuglie che accompagnavano i prigionieri, e riusciste a liberarli. Ai Monti, il sangue degli zuavi arrossò le strade; a Ripetta, presso il Clementino, sulla piazza Sforza Cesarini e in altri luoghi, ufficiali e soldati caddero colpiti da voi. Il governo papale, nella vana speranza di far credere all'Europa ingannata che Roma sia tranquilla, vi ha, da una settimana, tenuto in un effettivo stato d'assedio, senza osare di proclamarlo; ma questo giuoco non poteva a lungo durare, di fronte al vostro animoso contegno, ed i vostri oppressori sono stati forzati a riconoscere e dichiarare la vostra ribellione e la loro paura.

«Ieri fu dichiarato lo stato d'assedio e dato l'ordine del generale disarmo, ma con quella ipocrisia che è caratteristica principale del governo pretesco. Roma è messa in stato d'assedio e disarmata, non perchè i Romani lottano e muoiono, ma perchè una banda di uomini, introdottisi segretamente in città, turba l'ordine pubblico e sparge il terrore in una guarnigione di migliaia di soldati. O menzogna! Romani furono uccisi al Campidoglio, Romani i 200 prigionieri della porta S. Paolo, Romani la vecchia e il bambino uccisi nella caserma di Sora.

«Mentre quella menzogna si faceva ogni giorno più palese, il popolo di Trastevere, memore del suo passato, scese in campo, e afferrando con mano febbrile le poche armi restate in suo potere, si chiuse in una delle sue case come in una fortezza, e sfidò tutto l'esercito pontificio ad una lotta leale e cruenta. Erano cinquanta contro mille; ogni strumento, ogni arnese era un'arma, e per quattro ore resisterono. Il popolo inerme cercava di portar loro soccorso, ma ogni accesso era chiuso; impossibile avvicinarsi ai combattenti. Il numero soverchiò finalmente il valore; gli zuavi riuscirono, mentre già avevan veduto la strada seminata di cadaveri dei loro compagni, a penetrar nell'interno della casa, e allora non diedero quartiere. Nessuna ferocia potrebbe paragonarsi a quella di questi crociati del vicario di Cristo. Tutto fu massacrato: la famiglia Aiani, donne e bambini, senza pietà trucidata; i feriti con pochi colpi finiti di uccidere. Il Papa Re può benedire questo bagno sanguinoso e ringraziare il Signore.

«Romani! Era necessario dare una risposta di sangue alla proclamazione dello stato d'assedio, e voi l'avete data; era necessario porre tra voi ed il Papa una barriera di cadaveri, ed uno solo dei massacrati di Trastevere basterebbe a provare al mondo che non è più possibile una conciliazione fra Roma e i suoi tiranni. Se ciò non basta, se l'Italia non si affretta ed esita, se la vittoria non deve arriderci ancora, non sarà colpa nostra; noi avremo compiuto intero il nostro dovere, e questa pagina rimarrà nella nostra Storia. Ma abbiate fiducia: Garibaldi è alle porte; l'intervento francese sembra scongiurato; tutta l'Italia, Governo e Popolo, sta per riunire le sue forze ad uno scopo unico: Roma. Noi non saremo abbandonati. E' impossibile che questa esitazione si prolunghi; è impossibile che questo conflitto non termini colla proclamazione di Roma a capitale d'Italia».

Roma, 27 ottobre 1867.

Ma la speranza di avere scongiurato l'intervento francese dovette essere presto abbandonata. L'opinione pubblica in Francia sembrava favorevole a questa; solo i ministri Duruy e La Valette erano contrari, e parlavano in pro della causa italiana.

Il 24 ottobre, il papa ricevette, per mezzo del suo nunzio a Parigi, una netta dichiarazione dall'Imperatore, al quale aveva fatto conoscere le disperate condizioni di Roma, e Monstier, il 25, partecipò alle potenze che la Francia interveniva, perchè era stata commessa un'infrazione al trattato di settembre. Invano Vittorio Emanuele aveva tentato di provocare un intervento misto, non ottenendo che di ritardare la partenza della flotta da Tolone; ma il 26 ottobre il comando fu dato, e le corazzate francesi navigarono verso Civitavecchia.

In questa crisi, dal suo esito sembrava dipendere la sorte della sua monarchia, si risolse finalmente il Re al passo che da molto tempo avrebbe dovuto fare, cioè a mettersi deliberatamente dalla parte della legalità, ed a mettere un argine, per mezzo della violenza, al movimento rivoluzionario di Garibaldi.

Chiamato, il 27 ottobre, Menabrea al nuovo Ministero, egli pose un termine all'anarchia ministeriale, e pubblicò il seguente proclama:

«Italiani! Delle schiere di volontari, esaltate e trascinate per opera di un partito, hanno, senza l'autorizzazione mia e del mio Governo, varcato i confini dello Stato. Il rispetto che tutti i cittadini debbono alle leggi e ai trattati internazionali, approvati da me e dal mio Parlamento, esige, in questa occasione, da noi il compimento di un indeclinabile dovere.

«L'Europa sa che la bandiera, spiegata nel paese confinante col nostro, e sulla quale sta scritto distruzione della più alta autorità spirituale, quella del Capo della Religione Cattolica, non è la mia. Questo attentato pone la patria in grave pericolo e mi obbliga insieme a salvare l'onore del paese e ad impedire che siano confusi due scopi e due indirizzi diversi.

«L'Italia deve essere posta al sicuro dai pericoli che la minacciano; l'Europa deve vedere che l'Italia, fedele ai suoi impegni, non può e non vuole essere la disturbatrice dell'ordine pubblico.

«Una guerra coi nostri alleati sarebbe una lotta fraterna fra due eserciti, che han combattuto, l'uno a fianco dell'altro, per la medesima causa.

«Io, che sono arbitro della pace e della guerra, non potrei tollerarlo. Confido quindi che la voce della ragione venga ascoltata, e che quei cittadini d'Italia, che dimenticarono i loro doveri, ritornino presto nelle file del nostro esercito.

«I pericoli, a cui il turbamento dell'ordine e inopportune risoluzioni potrebbero esporci, debbono essere scongiurati, e rigidamente mantenuti il prestigio del Governo e l'inviolabilità delle leggi.

«L'onore del Paese riposa nelle mie mani, e non mi può, ora, mancare quella fiducia che in me ripose la nazione nei giorni del suo più profondo lutto.

«Appena sarà tornata la pace negli animi e l'ordine pubblico sarà ristabilito completamente, il mio Governo si occuperà, con sincero vigore, in collaborazione col Governo francese, per giungere ad un pratico accordo, atto a porre un termine alla grave questione romana.

«Italiani! Non dubito della vostra prudenza, quella prudenza che dimostraste sempre per l'amore del Vostro Re, e per questa Grande Patria, che noi, grazie ai comuni sacrifici, abbiam visto tornare ad essere annoverata fra le nazioni, e che vogliamo tramandare illesa e onorata alle future generazioni».

Febbrile divenne l'agitazione a Firenze. Si tumultuava per le vie. Si gridava: «Abbasso il Ministero Menabrea! Vogliamo Crispi, e andare avanti!» Si desiderava una guerra colla Francia: «Vogliamo Roma, capitale d'Italia! Viva Garibaldi! Viva l'esercito italiano in Campidoglio!» Le truppe mantenevano l'ordine. Severi comandi furon trasmessi ai confini per disarmare le bande e cacciarle nell'interno. Ora soltanto si chiusero gli uffici di arruolamento e si sciolse il Comitato rivoluzionario.

La situazione di Garibaldi diveniva disperata; egli non aveva forze sufficienti per gettarsi subito su Roma, dove, fin dal 27 ottobre, le truppe pontificie si andavano concentrando. Ora nulla più impediva che, dove queste si ritiravano, le schiere garibaldine avanzassero; che, il 28, Nicotera occupasse Frosinone e, il giorno seguente, Velletri; che Acerbi rientrasse in Viterbo; che Antinori, Pianciani e Orsini entrassero in Palestrina, Subiaco e Tivoli, dove si costituivano dei governi provvisori. Ora, quale significato poteva più avere l'invasione spinta fin sotto le mura di Roma, se i Francesi si avvicinavano, e il Governo italiano, che non aveva saputo frenare, anzi, che aveva armato questi corpi franchi, si rivolgeva contro di essi e li dichiarava nemici dello Stato?

Solo l'Aniene separava ormai Garibaldi da Roma. Il ponte Salaro era stato fatto saltare. Un tempo i Goti avevano distrutto questo ponte e Narsete l'aveva ricostruito; molte volte, nel corso dei secoli, esso fu tagliato e restaurato; l'ultima volta erano stati i Napoletani che l'avevano fatto saltare in aria ritirandosi da Roma nel 1798; anche l'iscrizione di Narsete si perde. Ora i suoi archi sono di nuovo ruinati nella corrente, offrendo un pittoresco spettacolo al viaggiatore.

Garibaldi fe' trincerare Monte Rotondo e Mentana, incerto sul da farsi. Egli si recò subito a Marciano e al Casino Santa Colomba, sulla via ferroviaria, a sette miglia da Roma.

I suoi bersaglieri avamposti erano sull'altra riva dell'Aniene, di là dal ponte, presso la bella torre de' Pazzi, e si avventuravano prudentemente fin sulle rive del fiume, per scambiar qualche fucilata con i papalini.

Il vecchio eroe popolare si aggirava intorno le mura di Roma, mentre ancora erano vivi i ricordi del 1848. Si narrava, in Roma, che egli si fosse introdotto travestito in città e due notti avesse passato a Palazzo Piombino. Si diceva che egli avesse giurato di penetrare in Roma attraverso quella stessa porta S. Giovanni, per la quale si era ritirato nel 1849. Fu allora che la sua fuga a San Marino e nella Pineta di Ravenna pose le basi della fama di questo duce nazionale, che così meravigliosamente ha rinnovato nel nostro tempo le imprese degli antichi condottieri. Erano passati da quel tempo diciotto anni. Quanti rivolgimenti si erano operati in Italia in questo spazio di tempo, quante strane vicende nella sua esistenza! Dapprima, anni infelici di reazione e di disperazione, ma anche di incessanti congiure, di nascosto lavorìo per il raggiungimento dell'ideale nazionale. Poi, dopochè la caduta di Venezia distrusse anche l'ultimo sogno di liberazione italiana, l'esilio di Garibaldi in America, dove con onorevole lavoro egli dovè guadagnarsi il pane; poi, sette anni dopo, il primo raggio di speranza col prender parte il Piemonte alla guerra di Crimea; ritorno di Garibaldi; l'alleanza della Francia nella insperata guerra d'indipendenza; il precipitoso crollo dei troni italiani; la sua spedizione in Sicilia con i mille; il suo ingresso in Napoli, che costituì il momento più brillante di tutta la sua vita, fatti questi che somigliavano più ad una romanza normanna che alla verità storica; la violenta annessione delle Marche, della Romagna, dell'Umbria; l'Unità italiana; la convenzione di settembre; Firenze capitale; Garibaldi in nuovo contrasto col Governo, nella solitudine di Caprera; la catastrofe disperata di Aspromonte; prigionia e angosce a Varignano; di nuovo Caprera; la seconda insperata guerra d'Indipendenza, coll'aiuto della Prussia! Venezia libera, l'Italia libera, fino all'Adriatico; non rimaneva che Roma, per compiere la realizzazione del sogno di unità del secolo XIX.

Garibaldi rivedeva ora, dopo 18 anni, questa Roma; egli era al suo cospetto, alla testa di nuove schiere di volontari, avendo di nuovo concepito il disegno audace di conquistarla. Egli giustificava la sua illegale impresa attuale proprio con quella data: 1849, e si chiamava generale dei Romani, come altri si erano detti, un tempo, re dei Romani. Ma le condizioni erano del tutto mutate; diciotto anni prima egli difendeva Roma; ora l'assediava e aveva a combattere con quei Francesi che, 18 anni prima, aveva combattuto sotto le mura di Roma; ed anche questa volta essi erano sbarcati a Civitavecchia, per penetrare in Roma. Il medesimo Napoleone li mandava per difendere lo stesso Pio IX, e sotto la sua protezione viveva quel Francesco II, che egli aveva cacciato da Napoli. Degli uomini del '48 rimanevano ancora Pio IX, Napoleone, Garibaldi, Mazzini, tutti ancora alla testa delle varie tendenze e correnti dell'epoca. Altri erano morti, come Manin, Balbo, Gioberti, Cavour.

Il 28 ottobre, la flotta francese apparve in Civitavecchia; il mare agitato ritardò di alcune ore lo sbarco, il 29, ciò che impressionò molto il partito clericale.

Un proclama del comandante generale De Failly, che era stato preceduto in Roma dai generali Polhès e Dumont, fu affisso il 30 per le strade di Roma; esso era così concepito: «Romani! L'Imperatore Napoleone manda per la seconda volta in Roma un corpo di spedizione, per difendere il Santo Padre e il trono pontificio dagli attacchi delle bande rivoluzionarie. Voi ci conoscete da lungo tempo; noi compiamo soltanto una missione morale e disinteressata. Vi aiuteremo a ristabilire la tranquillità e la fiducia nella cittadinanza. I nostri soldati rispetteranno, come prima, le vostre persone, i vostri costumi, le vostre leggi.

«Civitavecchia, 29 ottobre.

«Il Comandante Generale

del Corpo di spedizione francese

De Failly».

Il proclama fu letto dagli uni con soddisfazione, dagli altri con muto sdegno.

Ecco l'ordine del giorno che Garibaldi emise quello stesso 29 ottobre a Santa Colomba, prima che avesse avuto notizia che i Francesi già erano sbarcati a Civitavecchia.

«Corpo dei volontarii italiani.

«Quartiere generale S. Colomba, 29 ottobre.

«Gli Americani lottarono per 14 anni per conquistare l'indipendenza, e per farsi il più libero e potente popolo della terra; i Greci lottarono 11 anni e più, e così tutte le nazioni, che vogliono redimersi a indipendenza e unità, e non piegare e cadere in quella prostrazione, a cui era stata condannata la patria nostra dalla preponderanza straniera. Il popolo italiano, dopo il sublime slancio del '48, in pochi mesi si esaurì, e il piccolo insuccesso di Custoza lo fe' retrocedere di molto sulla strada gloriosa.

«La battaglia di Novara terminò la disgrazia d'Italia, e senza le famose difese di Venezia e di Roma, la storia di quella guerra sarebbe stata più che triste per noi.

«Noi siamo impegnati in una lotta col più intollerabile di tutti i governi, mentre alle nostre spalle ne sta un altro, simile a quello. Intorno abbiamo la corruzione, la disonestà, la viltà. Mentre un governo sparge menzogne sul conto dell'altro, l'uno e l'altro cercano un pretesto per schiacciare questo manipolo di volontari, che sono gli araldi magnanimi della coscienza nazionale.

«Dal disordine della nostra organizzazione provennero dapprima conflitti, il ripetere dei quali sarebbe vergognoso, ed anche in questo io riconosco la mano del tradimento, che ci vuole distruggere.

«A queste schiere di volontari, che offrono al mondo un così nobile spettacolo e che già han costretto schiere mercenarie a venire dall'estero a Roma e a far saltare i ponti che vi conducono, conviene un contegno che sia degno della loro alta missione. Dolori, privazioni, pericoli saranno gradito tema dei vostri discorsi, quando ritornerete alle vostre famiglie; e alle vostre donne, o giovani, racconterete con fronte più fiera le eroiche imprese da voi compiute. Ed ora affrettiamoci all'impresa che speriamo propizia!»

I liberali avevano sperato che l'occupazione francese si dovesse limitare a Civitavecchia; ma s'ingannavano. Napoleone aveva ora trovato il coraggio di dichiararsi alleato dei gesuiti e salvatore del Papato. Il 30 ottobre nel pomeriggio, i primi battaglioni francesi entrarono in Roma al suono delle fanfare. Scesero dal Quirinale, circondati dai legittimisti e dai papalini, i quali erano andati loro incontro fino alla stazione ferroviaria, per festeggiare un trionfo da lungo tempo atteso. L'aspetto di queste truppe era fosco e punto famigliare, come quello di gente che entra in terra nemica e ne sente l'odio su di sè. Molta gente era per le vie, ma silenziosa. Non una voce si levò.

Il 30 ottobre 1867 fu un triste giorno nella storia d'Italia; esso segnò un profondo esaurimento morale ed un grande regresso. Non era ancora passato un anno, dacchè i Francesi erano stati costretti, dalle condizioni politiche e dalla logica delle opinioni e dei fatti, ad abbandonare Roma. Allora tutto il mondo si era rallegrato coll'Italia, perchè finalmente questo giorno era giunto, dopo secoli di aspirazioni e di sforzi, verso l'indipendenza dalla dominazione straniera. Anche questo era stato illusione. I Francesi erano di nuovo sbarcati nel paese, e la loro nuova occupazione sembrava dire al mondo che l'Italia, incapace a mantenere la sua libertà, era caduta di nuovo per la propria debolezza nel vassallaggio di un signore straniero.

L'amarezza, la vergogna, la disperazione dei patrioti non ebbero limiti. Si aspettava la notizia dello scoppio della rivoluzione a Firenze e della caduta di Vittorio Emanuele. Forse in questa crisi lo salvò la risoluzione presa dal governo di far passare anche all'esercito italiano i confini dello Stato Pontificio. Gli Italiani toccarono li 30 Acquapendente, poi Civita Castellana, Ceprano e Frosinone, dove ristabilivano gli stemmi papali e vicino inalberavano la bandiera tricolore. Questa fu l'unica dimostrazione contro l'invasione francese, che il governo italiano trovò la forza di compiere; ma giunse di lì a poco un ordine categorico da Parigi che ingiungeva agli Italiani di ripassare i confini.

X.

Dopo il ritorno dei Francesi il governo Pontificio mandò di nuovo le sue truppe ad occupare i varii luoghi della Provincia, dai quali erano stati chiamati per difendere la capitale, e il 30 ottobre il Generale de Courten stesso muoveva su Albano e Velletri, dove le bande di Nicotera avevano stabilito un governo provvisorio.

Si voleva poi assalire Garibaldi stesso con tutte le forze, sloggiarlo dalla sua forte posizione e ricacciarlo oltre i confini. Egli aveva raccolto intorno a Monte Rotondo e Mentana circa 8000 uomini. Là egli fu testimone degli avvenimenti che avvilirono la sua patria e costringevano lui stesso a ripiegarsi ritirandosi sulle truppe italiane e a deporre le armi o ad attaccare audacemente i Francesi, i Pontificii ed a soccombere.

La sua situazione era disperata e insostenibile. Egli aveva dovuto inasprire, chiedendo loro contribuzioni, i villaggi della Sabina, assai poveri e contrarî all'invasione, la quale non offriva loro alcun vantaggio, ma solo le conseguenze più tristi della rivoluzione; mentre con ciò egli non era nemmeno riuscito a diminuire l'asprezza delle condizioni e la deplorevole miseria delle sue schiere affamate. Si commisero anche eccessi, in Monte Rotondo stesso. Per dare un esempio, Garibaldi fece fucilare due volontarî. Il popolo delle campagne aveva per lui poca simpatia, e riusciva difficile avere notizie e informazioni. Le sue truppe non erano dunque al caso di sostenere un serio urto coll'esercito pontificio disciplinato e bene armato, spalleggiato dalle truppe francesi. Avevano poi avuto tempo di riaversi dalle fatiche della guardia in Roma, ed erano fresche e riposate.

Le speranze e i disegni di Garibaldi si dileguavano. Un uomo di così violente passioni che non poteva ammettere separazione fra l'idea e l'atto, aveva potuto sperare d'impadronirsi di Roma, finchè; soltanto le truppe pontificie la difendessero ma dopo la venuta dei Francesi, la più audace fantasia doveva arrestarsi. L'intervento francese e il passaggio dei confini da parte dell'esercito italiano sottraevano ormai a lui ogni terreno per un'ulteriore azione extralegale. Egli vide in questi fatti un piano concertato di reazione, e se ne giudicò vittima. Prima si eran serviti di lui, ora volevano schiacciarlo. Il proclama del Re e di Menabrea gli mostrava che egli dovea aspettarsi un secondo Aspromonte. Messi da Firenze gli portavano la recisa intimazione di deporre le armi e rientrare nello Stato. Egli ricusò, e il primo novembre pubblicò quest'ordine del giorno:

«Il governo di Firenze ha lasciato occupare il dominio Romano che noi avevamo a prezzo di sangue prezioso conquistato, sottratto ai nemici d'Italia. Noi dobbiamo accogliere i nostri fratelli dell'esercito coll'abituale cordialità, ed aiutarli a cacciare da Roma i soldati stranieri che sorreggono la tirannia. Se poi delle vergognose trattative, continuazione della vile convenzione di settembre, possono tanto oltre dare autorità al gesuitismo e alla sporca Consorteria, da costringerci a deporre le armi in omaggio ed ubbidienza al 2 dicembre, allora potrò ricordare al mondo che io, generale romano, creato con pieni poteri dall'unico legittimo governo della Repubblica Romana, per elezione all'unanimità, io solo ho qui il diritto a difendermi colle armi sul terreno della mia giurisdizione; e che se questi miei volontarî, campioni della libertà e dell'unità d'Italia, chiedono Roma capitale d'Italia, fedeli al voto del Parlamento e della Nazione, essi non deporranno le armi che quando la patria sarà compiuta, la libertà di coscienza e di culto sollevata sulle rovine del Necromantismo, e i mercenarî dei tiranni fuor dei confini».

Garibaldi, trovandosi fra i due eserciti nemici, si sarebbe potuto ritirare, come si sperava, su Corese, per lì deporre le armi prima di essere attaccato dai Francesi e dai Pontificî. Si dice che, infine a un certo momento, volesse prender veramente questo partito. Ma perchè voler portare le sue truppe obbliquamente verso l'Appennino, e non direttamente su Corese, dove la strada non passa per Mentana? Si deve credere che egli volesse recarsi in una località qualsiasi del Regno per aspettarvi gli eventi, o forse anche tentar di trascinarsi dietro la nazione, sebbene il ricordo di Aspromonte dovesse ammonirlo della inverosimiglianza d'un buon successo. Effettivamente notizie di fonte italiana spiegano che Garibaldi aveva concepito il piano di ritrarsi coi suoi 8000 su Tivoli, di riunirsi là colle bande di Nicotera e di Orsini, e di gettarsi negli Abruzzi. Dicono che con questo intendimento la notte del 2 novembre egli die' l'ordine di marciare su Tivoli per Mentana. E' da notarsi che una parte dei volontari già si era diretta su Corese,—verosimilmente coloro non più atti a combattere,—per raggiungere di là la patria. In opposizione con questa versione che è quella degli ufficiali garibaldini Fabrizi, Mario, Missori, Menotti ed altri, abbiamo quella del partito francese di Roma che afferma che le forti posizioni, nelle quali furono assaliti i Garibaldini il 3 novembre, Monte Rotondo e Mentana, provano che essi non furono sorpresi nella ritirata, ma che aspettavano là il nemico.

La versione italiana fu anche confermata dalle notizie del Ministero della Guerra Romano, il quale afferma che, mentre i Garibaldini volevano operare a Tivoli il loro congiungimento, furono attaccati. Garibaldi poi confermò egli stesso questa versione.

Egli non cercò dunque la battaglia, ma vi fu costretto; è ingiusto dunque il rimprovero che gli è stato fatto di aver voluto porre in giuoco senza scopo a Mentana il sangue dei suoi soldati; e lo stesso si dica dell'accusa di aver voluto con quella battaglia far scoppiare una guerra fra l'Italia e la Francia; egli non aveva evidentemente alcun sentore il 3 novembre che i Francesi dovessero sostenere i Pontifici nell'attacco imminente. E' certo anche che, se egli si è voluto affermare forza indipendente e superiore alla nazione, ha in parte implicitamente reso possibile, e non voluto evitare, lo scontro.

All'atto del 3 novembre i Pontificî erano usciti da Roma in numero di 3000 al comando del generale Kanzler, seguiti dalla brigata francese Polhès, forte di 2000 uomini, per impadronirsi di Monterotondo e cacciarne le schiere volontarie. Garibaldi doveva prender questo. Verso mezzogiorno i Pontifici attaccarono, presso Mentana, gli avamposti di Garibaldi (I Francesi erano per la riserva). La sorpresa dei volontari, ai quali venne assai tardiva la notizia dell'avvicinarsi del nemico, e che si trovavano in marcia per Tivoli, fu grande. Essi non sapevano nemmeno dell'esistenza di truppe francesi nei dintorni. Il combattimento s'impegnò con uguale furore delle due parti. Due grandi principî del mondo presente lottarono quel giorno, nemici mortali; da un lato il capo della rivoluzione nazionale e della democrazia, alla testa delle sue schiere volontarie composte anche di patriotti di antiche stirpi; dall'altro lato il difensore del potere temporale dei Papi, con soldati volontari delle più cattoliche regioni d'Europa, molti dei quali animati da zelo ardente di crociati, pieni di odio contro l'Italia e la rivoluzione; figli questi in gran parte di antiche case legittimiste di Francia, del Belgio e della Polonia.

Le proporzioni del fatto d'armi di Mentana avrebbero potuto in altri tempi valergli il nome di battaglia; ma ora esso ci sembra di non grande entità numerica, se pensiamo ai colossali movimenti di truppa di altre battaglie contemporanee. Nondimeno questo combattimento avrà per due ragioni significato importante nella storia. Primo, perchè in esso ci trovarono di fronte due tendenze, due principî, due forze nettamente opposte dell'epoca nostra; secondo perchè chiuse tutto un periodo della Storia d'Italia e del papato temporale.

I volontari, male armati, indeboliti dalla fame e dal freddo—alcuni eran ragazzi di 15 o 17 anni—si batterono con eroico valore, colla picca, la spada, la baionetta; ma furono sloggiati dalle loro posizioni dal reggimento di Zuavi. Si gettarono sotto le mura della Vigna Santucci di fronte a Mentana, ed anche di lì dovettero ritrarsi. I cannoni pontificii e francesi, portati lassù batterono allora furiosamente le mura del Castello, mentre i due cannoni di Garibaldi, predati a Monterotondo, esaurirono dopo 50 o 60 colpi le loro munizioni. In queste condizioni i volontari fecero uno sforzo disperato per prendere ai lati il nemico con due forti colonne, tentativo che riuscì, e verso le due e mezzo del pomeriggio le truppe pontificie si videro a mal partito, e nel combattimento si sarebbero evidentemente cambiate le sorti, se il generale romano non avesse chiamato a soccorso la brigata francese. Anche se il loro appoggio fosse stato inutile, si sarebbe voluto mostrare che i Francesi c'erano ed aiutavano validamente i papalini. Essi avanzarono e coprirono i Garibaldini di una fitta pioggia di proiettili dei loro chassepots.

Il generale francese stesso scrivendo poi al Ministero della Guerra, diceva les chassepots ont fait merveille., frase supremamente inopportuna, anzi indelicata e villana, che l'Italia non dimenticherà più. I volontari furono sopraffatti; e dapprima essi non credettero francesi i nuovi assalitori, ma legionari d'Antibo; tanto era lungi da loro il pensiero che Napoleone permettesse ai suoi soldati di spargere sangue italiano. Ma quando si sparse la voce che i Francesi stessi attaccavano, i volontari gettarono le armi e si dispersero in fuga. Solo un battaglione s'indugiò a difendere le case, le barricate e il castello baronale di Mentana. Così esso protesse la ritirata che Garibaldi aveva cominciato su Monterotondo. I Pontificii e i Francesi non poterono penetrare nella forte posizione. La notte lo circondarono, per rinnovare l'attacco il mattino seguente, ma alle 5 fu inalberata bandiera bianca: un capitano garibaldino chiese, parlamentando col colonnello francese del 59^o linea, libera uscita con armi e bagagli; fu accordata libera uscita, ma senza armi e bagagli. Una compagnia francese doveva condurre la guarnigione di Mentana, prigioniera di guerra, a Corese, e consegnarla alle truppe italiane. Così la lotta non fu in alcun modo disonorevole. I vincitori stessi dovettero riconoscere il valore mostrato dai vinti.

Garibaldi stesso, che durante il combattimento non si era mostrato nelle prime file, ma aveva dovuto dare i comandi seduto in carrozza, si era già ritirato con due migliaia circa di soldati, quando fu dato l'assalto a Mentana.

Secondo dice Crispi, testimone oculare, la sera del 3 novembre Garibaldi giunse al ponte di Corese con 5000 nomini, se pure questa cifra è esatta. Là depose le armi, e il giorno seguente, per ordine superiore, fu incarcerato a Figline presso Arezzo. Quando le truppe pontificie ed imperiali la mattina del 4 mossero verso Monterotondo, trovarono che il luogo era stato sgombrato. Le perdite di Garibaldi furono grandi; 1000 uomini giacevano morti o feriti; circa 1400 prigionieri. Le perdite francesi non ammontarono, secondo i rapporti ufficiali, che a 2 morti e 36 feriti, quelle dei pontifici a 30 morti e 103 feriti.

La notizia della disfatta e della ritirata di Garibaldi giunse a Roma la sera del 3, e si sparse il mattino seguente. Essa provocò un'eccitazione di diverse nature. I nazionali fremevano al pensiero che i Francesi, alleati dell'Italia, avevan preso parte alla lotta come gendarmi del Papa, avevan tirato agl'Italiani come su bestie feroci, ed avevan esperimentato le qualità dei loro chassepots sui volontari quasi inermi. Li commoveva il pensiero che l'esercito regolare del Re, a poche miglia da Mentana, doveva essere stato testimone della battaglia, le armi al piede. Essi non sapevano per quale delle due nazioni dovesse ritenersi più vergognoso questo fatto d'armi, per l'Italia o per la Francia. Nella storia di Francia, la meraviglia di Mentana, sarebbe certamente rimasta, tragico capitolo della Gesta clericorum per Francos.

La via Nomentana offriva il 4 novembre un aspetto singolare. Centinaia di carrozze erano state portate nella notte, per la ricerca dei feriti. Questi già dal mattino avevano cominciato a venire a gruppi o alla spicciolata, tristissimo spettacolo, e fra loro erano anche delle piccole schiere vacillanti di feriti più leggeri, a piedi o a cavallo. Molti e molti Romani movevano loro incontro. Non dimenticherò mai l'aspetto di due garibaldini giacenti su un carretto che procedeva lentamente, non so se morenti o già morti. I loro volti già anneriti dalla morte sembravano ancora contrarsi nell'ultimo spasimo di dolore e di rabbia.

Verso mezzodì arrivò il primo gruppo di prigionieri, circa 400, scortato da papalini e da francesi. Essi camminavano disinvolti, con ostentata tranquillità. Uno dei loro ufficiali, un bel giovane dalla camicia rossa, camminava altero innanzi a loro. Il popolo se lo additava dicendo che era Menotti Garibaldi; ma sembra che non fosse vero. Quegli uomini erano giunti finalmente alla tanto sospirata Roma, ma in altre condizioni da quelle che avevano sognato; essi passarono attraverso la folla silenziosa fino alla prigione sul Quirinale.

Erano quasi tutti laceri o mal vestiti; pochissimi indossavano la camicia rossa; fra di essi ve ne erano molti straordinariamente giovani. Il loro aspetto diceva una odissea di privazioni e di dolori; su alcuni pallidi volti si leggeva ancora: Roma o Morte! Facevano un effetto di profonda commozione, che non avrebbero fatto se fossero stati bene armati e ben vestiti.

Io vidi il secondo gruppo di prigionieri, di 600 uomini, passare il Ponte Nomentano sull'Aniene. Essi sembravano in migliori condizioni dei primi. La maggior parte portavano la camicia rossa e il berretto rosso; alcuni avevan su questo delle penne; tutta la strada era illuminata da questi colori. Vi eran fra loro anche degli uomini maturi, dai capelli grigi, nell'uniforme della Guardia Nazionale Italiana. I capitani portavano ancora la spada, prova questa che avevano capitolato onorevolmente. Essi tacevano tutti; molti guardavano timidamente la folla che era venuta loro incontro da Roma. Un segnale dato dal corno avvisò che era giunto il momento del riposo; i soldati di scorta si stesero entro i fossati; dei prigionieri, la maggior parte rimase in piedi sulla via; alcuni si gettarono sulla nuda terra di Roma; altri si accomodarono a fianco dei papalini, i quali li lasciarono fare in silenzio; tutta la scena rappresentava un singolare quadro storico sul pittoresco paesaggio dell'Aniene, presso il vetusto e turrito ponte memore di Belisario. Su di esso stanno incise le armi di quel notevolissimo pontefice che fu Nicolò V, contro il governo del quale congiurò Stefano Porcari, per morire poi in Castel S. Angelo, per mano del carnefice. L'oro diffuso e luminoso del sole irradiava la solenne campagna, nel cui sfondo già biancheggiavan di neve le maestose vette dell'Abruzzo.

La marcia verso Roma di questi figli d'Italia destinati al carcere di Castel S. Angelo mi riportava il pensiero alle memorie della prima fanciullezza, quando io vidi a migliaia i vinti difensori della Polonia, dell'esercito di Gielgrid, passare prigionieri il confine, accompagnati dalle truppe prussiane.

Dinanzi al mio sguardo si presentavano di nuovo tutte le tragiche lotte dai popoli combattute su questo grande territorio di Roma, i secoli barbari del Medio Evo passati su questa città, la cui storia io già scrivevo da anni e ancora scrivo; e mi prese un'infinita tristezza quando tornai a considerare tutti quei prigionieri di guerra incamminati per Roma.

XI.

Cinque giorni dopo la battaglia io mi recai a Mentana con alcuni amici romani per visitarla. Fu una passeggiata incantevole attraverso la tranquilla campagna, sotto il sole puro e il cielo nitido di novembre. La via Nomentana era animata soltanto da gruppi di soldati. Sull'Aniene erano ancora attendate le vedette francesi. Passavano ancora carrozze che trasportavano feriti.

Antiche tombe romane in rovina sorgono nei campi che si attraversano, dove, secondo l'uso remotissimo dei padri, i pastori abruzzesi portano a pascolare le loro greggi. I belati delle pecore e le note tenui delle zampogne dei pastori riempiono l'aria di lamento e il cuore del viandante di mistero, sentimento che resta perennemente in ognuno che abbia attraversato quella sacra località.

Qua e là si erge una torre baronale diroccata, sulla cima di un verde colle, che rammenta l'epoca feudale, quando Roma era ancora una repubblica e il papa non era in essa padrone assoluto. Raramente si incontra qualche solitario casale adibito in parte ad osteria, con una torre medioevale a lato ed una cappella rustica. Ve ne è una ad otto miglia da Roma, detta Capo Bianco, che serve anche da taverna, ed ha sulla porta un boschetto di verdi lauri. Non era visibile un essere vivente; tutto sembrava morto, intorno. Il conte L. vi aveva mandato dei cavalli di ricambio, per poter proseguire il viaggio rapidamente.

Una strana e profonda gravità invase tutta la comitiva quando ci cominciammo ad avvicinare ai sanguinosi campi di Mentana. Io ricordavo la sublime ode del Petrarca:

Italia mia, benchè il parlar sia indarno... Che fan qui tante peregrine spade?

Donna E. diceva i versi del nobile Leopardi:

Piangi, che ben n'hai d'onde, Italia mia...

Così una medesima querela discende da Dante e da Petrarca fino a Leopardi e ai dì nostri; quando potrà essa alfine cessare?

Da Capo Bianco ci avanziamo sui pendii dolci dei colli. Il paesaggio Sabino si spiega dinanzi agli occhi come un gran panorama di montagne di alto stile, verso cui sale una maestosa distesa di campi, di colore violetto nella lontananza, sulla quale si può seguire collo sguardo il volo delle aquile del Lazio. Si erge lì presso la possente piramide di Monte Gennaro sopra Tivoli; a destra i monti Prenestini, i monti Volsci, e le belle alture di Frascati, tutto soffuso di un tenue color di giacinto e piene d'una maestà placida e classica.

Qua e là sulla strada si trovano resti dell'antico lastricato della via Nomentana, in ben connessi poligoni di basalto. A dieci miglia da Roma si trova a sinistra su un colle una solitaria torre guelfa senza edifici adiacenti, costruita parte in peperino nero, parte in mattoni rossi, che è una proprietà della regione.

A destra sorge Monte Gentile, un casale di bell'aspetto, con torre, già castello degli Orsini, come lo mostra il nome assai frequente in quella famiglia; nel XV secolo, Capocci e Stefaneschi lo distrussero e lo abbandonarono. Nulla di più attraente di questi turriti casali romani, perduti nella melanconia di questa deserta e grandiosa campagna, così singolari e così classici, di cui Walter Scott si sarebbe certo innamorato.

Superando un'altura, si giunge al bosco di Mentana, un bosco di quercie tedesche, che qui sono rimaste nane. Già in questo luogo, e poi per tutta la strada fino al paese, noi vedemmo, per i fossi e i cespugli, una quantità straordinaria di cartuccie. Queste, e degli alberi abbattuti, erano l'unica traccia del combattimento, perchè i morti già erano stati seppelliti, ed i feriti ricoverati negli ospedali.

Mentana appare dietro questa boscaglia; prima la Vigna Santucci colle sue mura bianche, dove si combattè così aspramente; poi una cappella sulla strada, ancora piena di paglia, sulla quale più di un ferito trovò la morte. Il palazzo baronale degli Orsini sorge nello sfondo, simile ad una fortezza, con torri e merli, sul pendìo verde d'un colle, solitario e fiero come un ricovero di briganti; il paese è ancora nascosto da piccole alture. In basso la valle è fosca, circondata da colli sparsi qua e là di olivi e vigneti; ma tutto ha un aspetto selvaggio, sinistro ma, pittoresco.

Una strada conduce su per uno sperone di rupi giallastre. Ora si vede il paese, una fila di case senza interesse, simile ai castelli dei monti Sabini, che spirano tanta miseria e desolazione; si direbbero dipendenze del castello feudale, che una volta il signore vi ha annesso per comodo proprio, e dato ai suoi vassalli per abitazione. Dinanzi al palazzo sta la chiesa gentilizia. Essa era aperta e già riconsacrata e molti feriti vi erano morti; fra gli altri, un belga che era venuto a Roma e si era arruolato fra gli zuavi pochi giorni prima la battaglia. Una palla gli aveva spaccato il cranio; diciassette ferite gli avevano trapassato il corpo. Su un pezzo di carta, trovato presso di lui, stava scritto: le comte d'Erb, fils du duque d'Erb.

Dalla porta della Chiesa si accede al piazzale di fronte al castello, dove si vede una colonna senza capitello, intorno alla quale giacciono delle bisaccie militari. Qua e là, rovine marmoree dell'antico Nomentum. Sulla parete esterna della chiesa una statua mutilata che il popolo chiama San Giorgio. Il castello era pieno di soldati francesi, i quali si esercitavano coi loro fucili ad ago, che vantavano tanto, affermando che senza di quelli i Pontificii non avrebbero mai preso Mentana.

Entrammo nel castello che rivela parecchie epoche architettoniche. La parte più antica, formata dalle torri rotonde, mostra la maniera di costruzione del secolo XIII, che a Roma chiamano saraceno; cioè, queste torri son fatte di frammenti di peperino e di altri varî materiali di riempimento, fra cui pezzi di marmo. La parte anteriore del castello è invece assai più recente, ed ha finestre in stile rinascimento. I merli sono mezzo rovinati, alcuni furono fracassati dalle palle di cannone. In complesso, l'edificio appare come un castello baronale del medio evo, di prim'ordine. Sul portale stan le armi di Sisto V, o meglio di suo nipote Michele Peretti, al quale gli Orsini avevano venduto Mentana. Sulla porta giacevano ancora resti di fucili garibaldini, che gli assediati avevano spezzati, secondo l'uso guerresco, prima di capitolare.

Nell'interno, scale in rovina e stanze colle pareti squarciate dalle bombe. Nel cortile del castello le guardie francesi offrivano un pittoresco colpo d'occhio; stavano preparando il pranzo, tutte affaccendate intorno ad un fuoco che attizzavano con le bacchette dei fucili garibaldini. Ci furono portate delle palle di fucile, che avremmo facilmente potuto raccogliere per terra, di forma conica, di armi rigate o di chassepot; raramente se ne trovavano di quelle solite rotonde dei fucili garibaldini. Noi visitammo il piccolo solitario paese. I suoi abitanti erano rimasti per 15 ore nascosti nelle cantine, in preda allo spavento, mentre le palle rimbalzavano come grandine sui tetti. Vi fu un'eccezione; in una casa, una bomba aveva squarciato la parete di una stanza: ebbene, vi furono trovati donne e bambini tranquillamente seduti, come se nulla fosse accaduto. Ci fu detto che i garibaldini avevano occupato il borgo per otto giorni. Una donna ci raccontò che fra di essi vi erano dei signori simpatici, che pagavano quello che chiedevano, e aggiunse che un capitano aveva pagato un pollo 25 soldi, del che era rimasta molto soddisfatta. Altri non avevano potuto pagare nulla davvero, perchè non possedevano un soldo in tasca.

Noi riandammo col pensiero le vicende storiche di questo paesetto Sabino, che era pur ora tornato ad avere una parte nella storia non indipendente da quella che un tempo vi aveva avuta; ricordammo che già una volta i Franchi vi erano venuti per salvare un papa minacciato ed il suo potere temporale; che questo salvatore era stato Carlomagno. La località stessa dava agio di ricostruirne la storia.

Nell'antichità si era chiamata Nomentum. Da questo ebbe nome la strada, Nomentana, la quale però non apparteneva alle grandi strade romane, perchè presso Ereto, sotto Nomentum, si congiungeva alla Via Salara, presso l'attuale Monterotondo.

Più antica di Roma medesima, contemporanea di Fidene e di Crustumeria, i Romani la ritenevano come una delle colonie del re Latino Silvio di Albalonga, il quale certo conquistò quella regione sabina. Prese parte all'alleanza dei Latini contro Roma, in favore dei Tarquinii scacciati. Dopo la battaglia al lago Regillo, che stabilì l'egemonia della Repubblica Romana sul Lazio, Nomentum divenne un municipio romano. Questa città Sabina era però troppo piccola per potere avere una parte importante nella storia di Roma. È noto che Ovidio, Seneca e Marziale avevano possessi nel suo territorio. L'aria vi era salubre, il vino buono, e nelle vicinanze si trovavano sorgenti termali.

Nell'epoca cristiana dell'Impero germanico, Nomentum divenne presto un vescovado; lì presso, erano gli altri vescovadi di Fidene, oggi Castel Giubileo, Cures, e Forum Novum, che sussiste ancora. La serie dei vescovi nomentani va dal 415 al 964, nel quale anno si sospese la nomina dei vescovi, il che prova che la città era del tutto decaduta. Essa si era conservata, del resto, per ignote ragioni, più a lungo delle altre antiche città delle immediate vicinanze di Roma, le quali, al tempo delle invasioni barbariche, scomparvero. Eretum Crostumeria, Fidene, Gabii, Ficulea, Antemna sono sparite senza lasciar traccie. Anche l'antica famosa Cures, patria di Numa, decadde al tempo dei Longobardi, e vive ancora solo nel nome di Correse.

Nomentana esisteva ancora nell'anno 800 col suo nome antico, sebbene già fosse radicalmente cambiata; il 23 novembre di quell'anno Carlomagno, ch'era diretto a Roma per farsi incoronare in San Pietro, vi si fermò. La sua dimora in quel luogo, nello stesso mese di novembre, nel quale 1067 anni dopo delle bande di volontarii italiani tentavano di abbattere il dominio pontificio, che Carlomagno aveva fondato, ci sembra un fatto abbastanza strano e notevole.

La lotta degl'Italiani e dei Romani contro il potere temporale dei Papi cominciò già in quel tempo, poichè quel potere temporale era stato stabilito per il primo intervento di Pipino in Italia a favore della città di Roma, minacciata dai Longobardi. La storia dell'umanità non offre esempi di un'altra lotta di così lunga durata intorno ad un unico ed inalterato principio.

La ragione del viaggio di Carlomagno a Roma era la seguente. Papa Leone III, successore di Adriano, era stato, in seguito ad una congiura di nobili romani, fra i quali i nipoti stessi di Adriano primeggiavano, cacciato da Roma, dopo un tentativo di ucciderlo. Era fuggito prima a Spoleto, e di là si era ritirato a Paderborn. Il gran monarca rimandò anzitutto il fuggiasco con ambasciatori franchi a Roma, dove gli aristocratici, che si erano impadroniti del governo, non opposero alcun ostacolo al suo ritorno: ma, spaventati per l'imminente intervento, si sottoposero al processo e al giudizio di questi plenipotenziarii. Essi decisero in favore del Papa, ma i ribelli condannati si appellarono a Carlo, e questi venne solo un anno dopo, come aveva promesso a Leone, per tenere in Roma il suo tribunale, che il Papa, suo sottoposto in ogni questione temporale, ugualmente riconobbe.

Carlo calò col suo esercito nella Sabina, e sostò a Mentana per venire a Roma, non per la via Salara, ma per la Nomentana.

Questo prova solo che quel luogo aveva anche allora molta importanza perchè era la sola sede episcopale della regione Sabina. Da ciò si può dedurre che Monterotondo che dista solo mezz'ora da Mentana, ed è molto più grande e più abitabile di quella, nell'ottocento non esisteva ancora. Veramente si era creduto di riconoscere in Monterotondo l'antica Eretum; ma il Nibby si è pronunziato, con seri buoni argomenti, contro questa opinione, ed ha provato che quella località ha avuto origine soltanto nel più tardo medio evo. La Sabina formava originariamente una parte del ducato di Spoleto; Carlomagno l'aveva regalata al Papa, e solo molto più tardi la trasse in suo potere. Ma molto relativa era questa sua potenza sul territorio sabino prossimo a Roma. Tutta la regione era stata spaventosamente devastata, nel IV secolo, dall'invasione dei Longobardi: le sue città erano già quasi tutte decadute; nell'ottavo e nono secolo i documenti delle diocesi dimostrano che esse non erano più città, ma borghi.

Leone III era andato solennemente incontro a Carlo a Nomentum con i maggiori dignitarii della chiesa, una parte della nobiltà e della milizia cittadina e molto popolo. Carlo giunse a Nomentum il 23 novembre 800. Egli pranzò col Papa, dopo di che questi tornò a Roma per preparare il solenne ricevimento del monarca in S. Pietro, per il giorno seguente, mentre Carlo pernottò nel paese. In qual palazzo fece Carlo il suo pranzo col Papa, e dove passò la notte?

Nomentum era, mille anni fa, certamente più popolata di ora; e se l'antica città si trovava nella stessa ubicazione, in cui si trova oggi la miserabile fila di case presso al castello degli Orsini, essa poteva offrire, in piccolo, l'aspetto di tutte le altre città di quel tempo: rovine dell'antichità, tempi distrutti o trasformati ad altro culto, e palazzi di antica signoria, a fianco di tugurî abitati da una nuova generazione.

A Nomentum non risiedeva un conte; forse un tribuno, per analogia con altre città, vi aveva giurisdizione, se il paese però—cosa di cui dubito—era ancora abbastanza grande da essere sede di un tribuno. Non ci erano ancora stirpi baronali, nel senso del medio evo più vicino a noi. Soltanto 150 anni dopo si trova in Nomentum la stirpe dei Crescenzi, ricca e perciò dominante. Perciò indubbiamente abitò Carlo nella curia vescovile, la residenza, certo molto patriarcale, del vescovo di Mentana.

Fu dunque di là che il più grande dominatore dell'Occidente scese a Roma, il 24 novembre 800, e fu là che egli sostò prima di recarsi all'incoronazione. Un mese dopo Leone III lo incoronava appunto re dei Romani.

Il rinnovamento dell'Impero d'Occidente nella Dinastia Franca, a parte altre ragioni più generali ed elevate, era divenuto necessario per i Papi anche per questo, che esso dava loro il modo di mantenere il loro dominio temporale su Roma e sulle provincie. Poichè, senza la protezione dell'autorità imperiale, senza la sicurezza di un sempre pronto intervento franco, i Papi non avrebbero potuto affermare la loro signoria sulla regione romana. Questo fatto si era già allora manifestato palesemente, ma la storia posteriore del Dominium temporale non fece che offrirne nuove prove irrefragabili.

Nel secolo decimo questo dominio fu minacciato da un grande pericolo: quello della nobile casa dei Crescenzi, la quale appunto aveva in Mentana grande autorità. Essa apparisce, per la prima volta, nel 901, e, da quell'anno, si trovano molti Crescenzi fra i più ragguardevoli signori della città. Che questa casa già possedesse terre in Sabina, è mostrato dal fatto che un Crescenzio, nel 967, fu conte e rettore della provincia Sabina per incarico del Papa.

Nel 974, Crescenzio de Teodora si impadronisce del potere a Roma, e più tardi suo figlio Giovanni Crescenzio è a capo del partito nazionale romano. La sua storia forma un noto episodio del regno di Ottone III. I cronisti chiamano questo Crescenzio Nomentano. La sua famiglia che risiedeva quasi tutta nella Sabina e presso Farfa in particolare, si doveva quindi trovare in possesso di quel luogo, e Giovanni Crescenzio o era nato ei pure nei possedimenti de' suoi padri, o Nomentum era toccata particolarmente a lui per eredità. Proprio in quell'epoca sembra che venisse soppresso tale vescovado; e siccome si sa che l'ultimo vescovo fu un tal Giovanni, si può supporre che, essendo questo nome abituale nella famiglia dei Crescenzi, anche l'ultimo vescovo di Nomentum fosse un membro di quella famiglia. In quel tempo vi erano già dei conti ereditarî nel territorio pontificio. Perciò già nel 980 Giovanni Crescenzio poteva essere conte di Nomentum e avervi posseduto la sua fortezza, nello stesso luogo dove poi sorse il castello degli Orsini, che ancora vi sorge.

Nel 985, Crescenzio prese il titolo di patrizio romano e governò la città di Roma come suo capo temporale, durante la minorità di Ottone III. La sua potenza venne meno, quando Ottone, nel 996, venne a Roma per ricevere la corona imperiale dalle mani di Gregorio V, il primo Papa tedesco che egli stesso aveva innalzato a quella dignità. Crescenzio, condannato a morte come ribelle, prestò giuramento di fedeltà al giovane imperatore, e fu graziato. Ma Ottone se ne era appena andato, che l'astuto romano infranse il giuramento, cacciò il Papa tedesco e s'impadronì dei diritti imperiali. In questa usurpazione lo appoggiarono i suoi parenti di Sabina, il conte Benedetto e i suoi figli Giovanni e Crescenzio. L'usurpatore trovò una misera fine, quando Ottone III ebbe ricondotto in Roma il Papa con buon nerbo di soldatesche. Crescenzio si difese eroicamente in Castel Sant'Angelo, finchè si dovette arrendere. Fu decapitato, il suo corpo fu gettato dai merli di Castel Sant'Angelo e poi appiccato a una forca su Monte Mario. Per dei secoli Castel Sant'Angelo si chiamò la torre di Crescenzio.

Dopo la morte di Ottone III, i Romani crearono patrizio romano suo figlio Giovanni, potere che egli tenne fino al 1012, anno in cui morì. D'allora in poi, la famiglia dei Crescenzi si continuò in Sabina e a Roma, ma senza assurgere più a grande importanza. Il potere patrizio passò invece, dopo il 1012, ai conti di Tuscolo, i quali seppero farsi arbitri del potere temporale del Pontefice e della stessa Santa Sede.

Così nella storia dello Stato pontificio Nomentum è classica per essere stata sede di una antichissima stirpe ribelle al potere dei Papi. Era ciò noto all'ultimo discendente dei Crescenzi, che il 3 novembre 1867 lottò con i pontificii e cadde sul colle di Mentana, in difesa della Santa Sede?

Dopo il periodo dei Crescenzi, si parla raramente di Nomentum nei documenti della storia di Roma; esso è chiamato Castrum Nomentane, donde il nome Mentana o La Mentana. Già il mutamento di civitas in castrum, per designarlo, come si legge nelle bolle papali del secolo XIII, dice che quella città era decaduta tanto da non esser più che uno smantellato villaggio. Essa appartenne ai monaci di San Paolo, che la tramandarono nel secolo XII alla potente casa dei Capocci, finchè Nicolò III, della casa Orsini, diede Mentana al suo nipote Orso. Gli Orsini nel secolo XIII s'impossessarono di molte località sabine. Essi possedettero anche il vicino Monterotondo, Monte Gentile e Nerola. Costruirono a Nomentum il castello, l'attuale fortezza, verosimilmente sulle fondamenta dell'antica rocca, e vi rimasero più di tre secoli; poi, nell'anno 1595, la vendettero ad un nipote di Sisto V, Michele Peretti, principe di Venafro. Più tardi, divenne proprietà dei Borghese che la posseggono ancora.

XII.

Da Mentana si giunge in meno di mezz'ora per una strada assai buona fra cespugli e vigneti a Monterotondo. Il grande castello baronale, una volta degli Orsini ed ora appartenente al Principe di Piombino, è un edifizio imponente e bello, con una torre grandiosa, e sorge, in cima al paese che quasi nasconde. Era pieno di soldati francesi. Nel cortile giacevano più di mille fucili garibaldini, accatastati in disordine; cattive armi a percussore, forse della Guardia Nazionale, mucchi di baionette, guaine di sciabole, bacchette si vedevano sparse sul terreno. Erano state raccolte a Monterotondo e sulle strade vicine.

Fui condotto nella casa dove Garibaldi aveva abitato; questa si trovava nella piazza inferiore, non lungi dal Duomo. Qui egli aveva due camerette al piano superiore. Sul suo letto, coperto con una coperta gialla, era appesa una sacra immagine e un vasetto di cristallo coll'acqua benedetta, del quale egli si serviva tanto come dello specchio che stava nel canterano. Ora questa stanza è abitata da un capitano francese.

Vedemmo anche il Duomo, Santa Maddalena, dove si erano acquartierati i volontarii. Sugli altari si vedevano ancora ornamenti di chiesa infranti, vesti ecclesiastiche in brandelli, crocifissi e ceri spezzati. Nella sacrestia tutto era sossopra: gli armadi sforzati, i messali e i registri lacerati e sparsi a terra. Una donna che ci condusse là dentro, additò, con segni di spavento, il Tabernacolo dell'altare maggiore, dal quale era sparito il calice. Ci fu parlato di altre profanazioni, che non crediamo opportuno riferire; qualche cosa di simile al Sacco di Roma del Borbone. Furon veduti due volontarî far la guardia sulla porta, avendo uno una mitra in testa, l'altro un pastorale in mano. Questi volontarî seppellivano i loro morti alla rinfusa, nelle chiese stesse; gli ufficiali li calavano nelle tombe, avvolti in paramenti di broccato e d'oro.

A Monte Rotondo era più visibile che a Mentana il pauroso eccitamento dei paesi devastati dalla guerra; questa infatti ha solo 500 abitanti appena; quello 1300. Il popolo non era favorevole ai garibaldini: «L'invasione ci ha rovinato», ci assicurava un impiegato al Municipio, facendo grandi gesti e parlando con forza di tutte le imposte in denaro, foraggio, cavalli, esatte da Garibaldi, imposte che talora alcuni suoi indegni sottoposti prendevano senz'altro per sè.

La piccola città è situata, alta e forte, sul dorso di un'altura, dalla quale si gode una veduta bellissima dei monti sabini, fino a Monte Gennaro. Si vede Tivoli, Sant'Angelo e Monticelli, molto vicini; più lontano, la bianca Palombara, Montelibretti ed anche Nerola, e in mezzo ai monti l'abbazia benedettina della Farfa, che in tempi remoti fu distrutta dai longobardi di Spoleto, e poi ricostruita grandiosamente. Verso nord, la campagna è dominata dal dentato Soratte, ai cui piedi il Tevere serpeggia, uscendo dall'Umbria, per continuare il tortuoso cammino fino a Roma, accompagnato sulle due rive da due strade romane, la Flaminia e la Salara. Di Roma, a così grande distanza, si vedono ancora, come linee appena percettibili, le torri di Santa Maria Maggiore e del Laterano; ma la cupola di S. Pietro domina intera e piena, la solenne campagna, come una sfera oscura. Quando i pellegrini che vengono dall'Oriente per questa strada, sono giunti in vista di questi grandiosi segnacoli della Chiesa, possono lietamente inginocchiarsi e venerare! Vi sono molti quadri che rappresentano scene di questo genere. Un artista di genio potrebbe oggi prendere a soggetto questo drammatico contrasto: dei volontarî garibaldini in camicia rossa che, dalle alture di Monte Rotondo, vedono per la prima volta la cupola di S. Pietro.

Essa dovette sembrare loro il simbolo della méta così appassionatamente inseguita, come già ai Goti di Alarico o alle soldatesche affamate del Borbone e di Frundsberg doveva sembrare la città di Roma, veduta in lontananza. Il loro capo avrà forse loro spesso additato quella cupola sublime; e ne avrà loro parlato con parole fiammeggianti di patriottismo—come ne aveva parlato a Ginevra, al Congresso per la Pace, dal quale Garibaldi—per una ironia della storia—quasi immediatamente passò sul campo di battaglia, a Mentana!

E' cosa piena d'interesse rappresentarsi i pensieri che dovevano agitare l'animo di quest'uomo straordinario nell'avvicinarsi a Roma, di quest'uomo così vario di destino e di fortuna, la cui vita fu una lotta per la libertà combattuta in due parti del mondo! uomo che certamente avrebbe avuto una parte più notevole nella storia, se la natura al suo disinteresse da antico romano, e alla sua incomparabile attività e vigoria di carattere, avesse accoppiato il genio di un uomo di Stato.

Nel rivedere Roma, Garibaldi avrà ricordato con stupore quel tempo, già passato alla storia, in cui egli aveva difeso contro i Francesi la metropoli del mondo intero. Volgendosi alla campagna di Tivoli, si sarà visto nel ricordo ritirarsi da Roma, con altre schiere di volontarî, un po' meglio armati e disciplinati delle attuali, verso gli Appennini. Era il 30 luglio 1849.

Sorrideva al suo spirito il pensiero di entrare ora in quella Roma che già aveva dovuto abbandonare, e che formava la brama più ardente della sua vita. Ma egli non entrò in Roma; non piantò sul Campidoglio, nè lo stendardo della Repubblica, nè il tricolore italiano. Battuto dalle truppe del Papa e di Napoleone a Mentana, lo vediamo di nuovo prigioniero di Stato a Varignano. Misero sotto processo lui che non poteva essere soggetto a giudizio, perchè troppi complici aveva, la serie dei quali cominciava a Palazzo Pitti.

Il mondo che onora il patriottismo e il carattere, aveva lasciato che Garibaldi, l'enfant gâté et l'enfant terrible d'Italia, si sbizzarrisse a suo piacere nelle sue campagne in nome dell'Ideale, senza che il loro insuccesso diminuisse la simpatia verso di lui. Ma tutto ha un limite, come quella massima di Machiavelli nel Principe: «E' il fine che si deve considerare, non i mezzi». L'audacia romantica di Garibaldi può certo esaltare la gioventù che ha letto Plutarco, ma essa stanca il maturo giudizio dell'uomo di Stato e del cittadino cosciente. Che un eroe nazionale, così festeggiato, carezzato, reclami perpetuamente il privilegio di essere nell'eccezione, fuori della compagine e delle leggi dello Stato, e di formare una potenza a sè, questo sarebbe un assurdo e una impossibilità in ogni ben ordinato Stato d'Europa.

La monarchia italiana e il pensiero dell'unità hanno superato la terribile crisi (che la Demagogia di Garibaldi aveva provocato) rapidamente e felicemente. Se il giorno di Mentana avesse avuto il merito di liberare l'Italia dall'anarchia di un potere rivoluzionario, che si contrapponeva al Governo, questo dovrebbe riguardarsi come un reale vantaggio. L'invasione dei volontarii ci ha insegnato anche altre cose; essa ha mostrato la debolezza e l'immoralità dell'Italia, e diminuite le simpatie che verso di essa nutriva l'Europa; ha mostrato che era impossibile che il Potere Temporale durasse a lungo nella forma assegnatale dalla convenzione di settembre, ed ha ricondotto in Italia un principio che l'Europa sperava per sempre allontanato da lei. Non parlo della miseria e della rovina, in cui la guerra dei volontarii ha gettato migliaia di persone, al di qua e al di là dei confini romani. Se questa guerra poi, come riteneva Garibaldi, si deve ritenere come una guerra nazionale dell'Italia, contro il Papato per il possesso di Roma, allora affermeremo che il suo esito ha mostrato che nel 1867 il Papato era, ancora, più forte dell'Italia, e che la questione romana non poteva essere risolta colla sola violenza. Questo problema che col trattato di settembre fu, per riguardo all'Italia, mantenuto nei confini di una questione di opportunità territoriale, sarà di nuovo sollevato e riportato nella sfera della diplomazia europea?

E qual problema insolubile! C'è nelle cose umane qualche cosa di impossibile a risolvere? Un astuto motteggiatore consolava un patriota, osservandogli che gli Italiani si risollevano come vincitori dopo le disfatte che sogliono fiaccare gli altri popoli. Anche non potendo dar ragione a questo bello spirito, non vediamo ragione alcuna per disperare che si trovi un giorno un modus vivendi che sappia accordare l'indipendenza spirituale del Papato con le esigenze della Nazione. Il giorno in cui si troverà questa quadratura del circolo, l'umanità potrà festeggiarlo solennemente, perchè segnerà l'inizio di una nuova êra di pace, êra a cui tutti i popoli d'Europa mirano fiduciosi.

XIII.

Son passati tre anni dacchè io scrissi le pagine precedenti. La quadratura del circolo romano non è stata trovata, ma il nodo gordiano è stato reciso della spada. Perciò la Campagna dei Volontarî intorno a Roma ha bisogno di un'appendice.

La descrizione di questi ultimi tre anni di Roma e del Papato morente costituirà un giorno una pagina notevolissima della storia del nostro tempo, se la si saprà attingere al materiale diplomatico, e qua e là arricchirla dei fedeli ritratti dei personaggi più eminenti che ebbero parte in questa tragedia. Il titolo che le si dovrebbe dare sarebbe: «Storia degli ultimi anni e giorni del Potere Temporale».

Ora, per concludere, riporterò alcune date.

Alla fine del 1867 la vittoria di Mentana rassicurò completamente gli animi. Si vide con soddisfazione Napoleone trascinato alla reazione, in aperta rottura colla democrazia e la demagogia. Si desiderava perciò che egli restasse solidamente legato al potere. Il papa creava cardinale Luciano Bonaparte, il 13 marzo 1868, il primo Bonaparte che ottenesse la porpora! Per completare la sorprendente fortuna di quella casa, mancò solo che egli giungesse alla Santa Sede.

Roma era tranquilla. Nel Patrimonium Petri erano di nuovo i Francesi: circa 5000 uomini. La città aveva guarnigione solo di papalini. La Curia romana era ora occupata dell'idea del Concilio, la cui riunione indisturbata era finalmente possibile per il ritorno dei Francesi e la vittoria di Mentana. Con questo Concilio, preparato già da molti anni, i gesuiti intendevano coronare l'opera loro ponendo sulla testa del Pontefice la quarta e suprema corona, quella dell'infallibilità. Il 29 giugno 1868 fu pubblicata la bolla che convocava il Concilio per l'8 dicembre 1869.

Il caso volle che l'8 giugno di quell'anno stesso si celebrasse in Germania una solenne festa nazionale; si scoprì il grande monumento di Lutero, a Worms, alla presenza del Re di Prussia, lo scudo della chiesa protestante, il capo della Nazione tedesca, e l'ormai certo restauratore dell'Impero.

Nel programma dei gesuiti c'era già da tempo la guerra contro la Germania protestante, la Germania del pensiero e della scienza; si concepirono a questo proposito piani fantastici. Sognavano una nuova epoca nella storia, un'epoca di nazione e di crociata per cattolicizzare il mondo; il Papato padrone della terra, secondo le affermazioni del Sillabo e i decreti del prossimo Concilio. E che cosa meglio di una guerra della Francia contro la Germania avrebbe potuto aprire la via a tutto questo? Questa guerra che dovevano compiere le invincibili legioni di Napoleone, armate dei chassepots e delle mitragliatrici, così bene esperimentate a Mentana, avrebbe certamente annientata la potenza del protestantismo in Europa, e resa impossibile l'unificazione della Germania sotto gli Hohenzollern. Dalla certa vittoria della Francia seguirebbe il nuovo frazionamento d'Italia nelle sue parti, e il ristabilimento dello Stato della Chiesa, come al tempo di Consalvi. Allora Napoleone, il salvatore e protettore della Chiesa, sarebbe divenuto un nuovo Carlomagno, e l'umanità pacificata si sarebbe raccolta intorno alle due grandi metropoli della terra; Parigi, sede del dispotismo cesareo, centralizzante in sè la civiltà umana; Roma, la fonte infallibile della verità divina, manifestatasi nel gesuitismo.

La rivoluzione spagnuola e la caduta violenta della bigotta regina Isabella fu il primo colpo contro questi disegni. E chi sospettava che la candidatura al trono di Spagna sarebbe divenuto un fattore della storia del mondo?

Giunse l'anno del Concilio, il 1869. In Roma fervevano i preparativi.

Nulla ancora faceva prevedere prossime tempeste, se non forse in Germania, una vivace opposizione al Concilio, del quale si negava la necessità e si condannava lo spirito di parte. Si disegnavano i campi degl'infallibilisti e dei loro avversarii.

L'11 aprile il vecchio pontefice festeggiò il cinquantesimo giubileo, dacchè era divenuto prete; e deputazioni, indirizzi, augurî, doni piovvero da tutta la cristianità. La dimostrazione fu grandiosa e solenne; Roma divenne un teatro in festa, come nel 1867. Il papa che così si festeggiava, si credeva onorato da tutto il mondo, come suo capo spirituale. Queste feste gli sembrarono di buon augurio per il prossimo Concilio.

L'8 dicembre 1869 questa solenne adunanza ecclesiastica si aprì in San Pietro. Pioveva a dirotto, ma il tempio conteneva appena la folla accorsa. Roma, come tutta l'Italia, era allora tranquilla. Le truppe di Napoleone formavano la guardia del Concilio, che divenne il grande avvenimento dell'epoca, nel quale il mondo temeva di dover riconoscere una crisi di risveglio nella vita della Chiesa riunita, mentre duecento sacerdoti gli dichiaravano solennemente riconosciuti gli attributi della potenza divina.

Tutti conoscono come era costituito questo Concilio, i mezzi con i quali si ottenne la maggioranza, come fu schiacciata la minoranza, le lotte e i dibattiti de' suoi partiti. La sua storia fu accompagnata da una letteratura tutta speciale, quale non si era mai vista nei precedenti sinodi. L'opinione pubblica vigilava sul Concilio; essa teneva le sue sedute presso quelle di questo parlamento romano, i cui più segreti pensieri, piani e manovre sapeva svelare ed anche indirizzare.

Si sono uditi dei gravi cattolici credenti gridare allo scandalo per questo Concilio. Essi riconoscono tristamente, e loro malgrado, che la sua convocazione fu un incalcolabile errore, la sua opera una dannosa sfida allo scisma. La sua storia costituirà un giorno una pagina del nostro assai istruttiva e, come già fu detto dai cattolici, mostrerà alle generazioni future quanto grande fosse l'accecamento, quanto profonda la povertà di spirito e l'esaurimento dell'elemento romano della Chiesa in quel tempo.

Giunse l'estate del grande anno 1870. Già l'attenzione del mondo si era distolta dal Concilio, dove la strenua opposizione della minoranza tedesca e l'opinione pubblica stessa erano state forzate a cedere. Contemporaneamente, mentre la Chiesa doveva raccogliere nel suo Capo tutte le energie, lasciando i suoi membri inutili e impotenti per sempre, la Francia, con un nuovo plebiscito, si accentrava nella potenza imperiale. Allora l'orizzonte politico si turbò d'un tratto per la candidatura al trono spagnuolo.

Il 18 luglio 1870 fu pubblicato il nuovo dogma dell'infallibilità del Papa. Il tempio di S. Pietro si trovò in quell'occasione vuoto e deserto. Si scaricava un diluvio con violenza tropicale sulla città. Fra tuoni e lampi fu annunziato all'umanità che il Papa era infallibile.

Soltanto un giorno dopo, il 19 luglio, la tempesta si scaricava sulla Francia! L'Imperatore Napoleone dichiarava la più folle delle guerre alla Prussia e alla Confederazione del Nord.

Giunsero allora i grandi giorni della punizione per l'orgoglio e per la millanteria. La storia li ha registrati, giusti e solenni. La Germania si sollevò istantaneamente, compatta, gigantesca, irritata. La forza del popolo tedesco debellò in battaglie che furono macelli, l'Impero francese. Il 2 settembre Napoleone si arrendeva alla magnanimità del grande Re tedesco, che aveva così crudelmente offeso. Tutt'Europa tremò per il contraccolpo di questa guerra senza precedenti; tutto ciò che era in essa di fracido e di guasto dovette staccarsene.

A Parigi si proclamò la Repubblica. Gli Italiani chiedevano insistentemente Roma. Ma il vecchio eroe della Campagna dei volontarii del 1867 era passato in Francia per combattere al fianco dei suoi nemici di Mentana, col colonnello degli zuavi Charette, sotto la stessa bandiera:—per un'ombra ed un nome. Come Lucano egli poteva esclamare: Tuumque nomen, libertas, et inanem prosequar umbram; come lui sognatore nobile e fedele ai suoi principii.

Le truppe francesi si erano ritirate da Roma per difendere la patria; così lo Stato della Chiesa era di nuovo aperto ad una invasione. Il Governo italiano dichiarava decaduto il trattato di settembre colla caduta di Napoleone che l'aveva concluso, e disponeva per l'occupazione di Roma da parte delle truppe del Re, giustificandola come una necessità per la conservazione dello Stato e come una volontà del popolo d'Italia.

Strana e mirabile concatenazione logica di avvenimenti!

Il 19 settembre i Tedeschi stringevano intorno a Parigi, metropoli del mondo, il loro anello di ferro; lo stesso giorno trentamila Italiani erano alle porte di Roma, metropoli del mondo. Il 20 settembre, alle cinque del mattino, fu tirato il primo colpo contro le mura di Porta Pia. La lotta con le truppe pontificie fu semplice e breve. In Vaticano il Papa sedeva fra i cardinali e i diplomatici delle potenze straniere, che aveva mandato a chiamare. Si udirono i colpi di cannone dell'attacco. Il cardinale Antonelli riceveva e inviava dispacci. Venne l'ultimo, annunziante che tutto era finito.

Gli Italiani entrarono in Roma attraverso la breccia presso Porta Pia, il 20 settembre alle 11 antimeridiane, fra l'indescrivibile giubilo della popolazione, mentre, come per incanto, tutta la città si copriva di tricolori.

Il millenario Potere temporale dei Papi finì quasi inosservato. Questo che sarebbe stato in altro tempo un avvenimento mondiale di straordinaria importanza, si compì come un aneddoto sullo sfondo della grande guerra franco-tedesca. Questo tramonto tacito e inosservato della più antica e venerabile potenza d'Europa è profondamente tragico. Non fu il silenzio del mondo una condanna per lo Stato pontificio? Forse molte voci si sarebbero ancora levate in Europa, in suo favore, se il Concilio non avesse d'un colpo ridotto ai minimi termini la considerazione per il Papato. La caduta della sua potenza temporale fu la legittima conseguenza della più mostruosa richiesta che mai sia stata fatta all'umana ragione.

Il plebiscito dei Romani decise, il 2 ottobre, l'annessione di Roma all'Italia. Alla fine dell'anno venne il Re a visitare per la prima volta la città così crudelmente danneggiata dall'inondazione del Tevere, pretesto ben accetto per quella penosa visita. I Romani lo festeggiarono giubilanti. Vi rimase poche ore, e scrisse al Papa una lettera. Nel palazzo del Quirinale—il palazzo pontificio dal quale Pio IX ventiquattro anni prima era stato acclamato dal popolo Sole della nuova Italia, salendo al trono—Vittorio Emanuele firmava il suo primo decreto in Roma, prendendo atto del plebiscito. Era l'ultimo giorno dell'anno 1870. Con esso si chiuse una grande epoca nella storia della città e del papato.

Un tragico destino ricadde sul debole Papa, che aveva esperimentato tanti cambiamenti di fortuna e tante vicissitudini come pochi pontefici prima di lui. Prigioniero volontario, egli geme nel cupo Vaticano, negletto ora nella sua Roma, della quale era stato l'idolo. Che piccola cosa è ogni umana grandezza!

Una misteriosa sorte fece occupare a Pio IX la sua sede per un tempo più lungo di tutti i suoi predecessori, per quanto grande sia stata la loro importanza nel mondo! Il probabile ultimo Papa sovrano temporale ha anche governato Roma più di ogni altro!

Questi sono solo dati di fatto. Noi stiamo dinanzi alle porte serrate di un misterioso avvenire. La quadratura del circolo romano non è stata ancora trovata; il processo morale non è ancora risolto. Solo questo si può dire con sicurezza, che l'umanità, nel memorabile 1870, si è definitivamente liberata da un antico ordine di cose.

Notes in this chapter

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