FRANC. DOMENICO GUERRAZZI[37]
Reading edition
FRANC. DOMENICO GUERRAZZI[37]
Capitolo I. Eredità.
In Donato, nonno di Francesco Domenico, cominciano a intravvedersi alcuni dei caratteri degenerativi che troveremo esagerati nel grande scrittore: il nipote nota in lui indole inquieta, delirio di grandezza e delirio melanconico, accompagnato da abulia e aggravato dall'erpete e dall'alcoolismo; tutti caratteri che si ritrovano poi, tranne quest'ultimo, largamente svolti nei suoi discendenti; la sua famiglia abitava in campagna, ma Donato non seppe sopportare la vita troppo quieta; lasciò la famiglia e il paese ed andò soldato con gli spagnuoli, spintovi anche da una grande ambizione e orgoglio; egli credeva, — scrive il Guerrazzi, — di ritornare almeno maresciallo; tornò invece povero e ferito a Livorno. Vergognandosi di mostrarsi in quello stato là donde erasi dipartito con tanta iattanza, qui si stanziò. Roso dal tedio, condusse tardi in moglie una del popolo. Le nozze furono a lungo sterili; ma quando egli, già vecchio, "dopo una vita a sè e ad altrui fastidiosa morì d'erpete, di vino e di cruccio", lasciava incinta la moglie.
Così il padre di Francesco Domenico nasceva da un uomo vecchio e, verosimilmente di età affatto sproporzionata a quella della moglie che lo aveva inoltre generato in condizioni fisiche e psichiche tutt'altro che buone, il che, come dimostra Marro, doveva favorirne la degenerazione e la tendenza alla follia. Dal padre, inoltre, egli ereditava la melanconia (infermità di famiglia, la chiama più volte il Guerrazzi), accompagnata anche in lui, almeno negli ultimi anni, da gravissima abulia, e dall'orgoglio (malattia che si è resa fidecommissaria in famiglia) e l'erpete che, coadiuvato dai dolori morali, contribuì a rendere sempre più acuto il delirio melanconico. Se questo si manifestasse fin dai primi anni, o solo in età matura, non possiamo sapere con certezza: le notizie delle Note autobiografiche sono in ciò alquanto discordi da quelle delle Memorie al Mazzini. Nelle prime scrive il Guerrazzi: "Da giovane, sostenuto dalla naturale gagliardia dell'età, si accostò agli esempi materni, la quale (sic) fu donna buona, operosa e d'animo oltre il suo stato gentile; avanzando negli anni prevalse in lui la indolenza, il cruccio, la misantropia del padre; io mi ricordo che una volta durò bene otto mesi senza parlare.... La moglie e i dolori sofferti a cagione dei figli gl'incrudirono il sangue per modo, che l'erpete gli guastò tutto il corpo; le infermità fisiche tornando, come sogliono, ad agir sopra lo spirito, terminarono di guastare una delle più belle indoli che uscirono di mano alla natura. Io lo conobbi liberalissimo del suo, poi diventò avaro; l'ho veduto animoso, e in processo di tempo tutto sconfortato; operoso, gagliardo, quindi languido, inerte passare giorni e giorni in letto senza voglia di nulla". Nella memoria al Mazzini, invece, quella che qui è data come malattia dell'età avanzata, si riferisce anche agli anni più giovani, prima che cause esterne intervenissero a determinarne lo sviluppo. "Fin dai primi anni mio padre si mostrò taciturno e mesto, malinconia che di mano in mano crebbe in cupezza; costumò tenere stanza appartata dalla famiglia e quivi stette solo intere giornate; silenzioso durò con noi perfino un mese, e i nostri pranzi spesso si assomigliavano a quelli dei cenobiti. Solo che il padre mio sollevasse le ciglia, ogni giovanile gaiezza vedevi andare in bando". Per altro, sia che si accolga la versione delle memorie, sia quella delle note autobiografiche, l'eredità paterna si manifesta chiaramente per questo riguardo in Francesco Donato.
In lui inoltre si dimostra una grande tendenza p. es. al classicismo e a quella impulsività che nel figlio poi chiaramente sale all'accesso epilettico.
Ai figli "quasi ad ogni istante rampognava: Pompeo avrebbe fatto in tale e in tale altra maniera". Della virtù romanamente severa era così fervido seguace, che non volle per il figlio accettare l'eredità di una ricca zia, per quanto pregatone insistentemente: "perchè, disse, ho letto una volta che ricchezza fa ignoranza, ignoranza fa prosunzione, prosunzione ozio, ozio miseria". Quando accompagnò il figlio all'Università, se ne partì senza baci e senza lacrime, chè siffatte cose non sapeva neppure dove stessero di casa. La mania della virtus romana e l'impulsività si rivelano del pari nel fatto, narrato così nelle note come nelle memorie, delle percosse al figlio ferito; colpito da un grosso sasso sul capo in una rissa, Francesco Domenico, che era allora ragazzo, sbigottito dal colpo e dal sangue che in copia si versava su per la faccia, corse a casa lamentandosi: Il padre vedutolo e senza punto informarsi della ferita, invece di soccorrerlo, lo percosse sulla parte della testa rimasta sana, dicendogli: Quando si temono ferite, non si va alla guerra.
Ma contemporaneamente a questi caratteri patologici si sviluppa in lui una genialità che, a tenersi alle affermazioni del figlio, parrebbe non comune. La madre non potè fargli insegnar altro che il leggere e lo scrivere; ma egli, dotato naturalmente d'ingegno, e aiutato dallo scultore Corneille e dal pittore Fabre, studiò disegno e divenne nella scultura in legno "assai valente e senza dubbio il primo artista di Livorno", secondo dice il figlio.
Intorno alla madre nulla aveva scritto Francesco Domenico nelle memorie al Mazzini. Ma già nelle Memorie del Giusti ella era detta "una madre indiavolata, che accarezzava i figliuoli cogli urli e con le percosse. Una volta a lui (Francesco Domenico) che le era scappato di tra le mani, scaraventò dalla finestra un ferro da stirare del quale serba tutt'ora la cicatrice". Il Giusti è, per le cose guerrazziane, un testimone un po' sospetto; ma che questo giudizio non fosse punto esagerato vengono ora a dimostrare le note autobiografiche, ricche di indicazioni sul carattere della Teresa Ramponi.
"A me duole, — dice il Guerrazzi, — di non potere scrivere di mia madre quel bene che avrei desiderato; certo carità sarebbe che per me s'imitasse Jafet piuttosto che Cam, e lo farei se il carattere di lei non avesse troppo influito sulla mia vita". Egli dice di non averla potuta amare, solo aver potuto impedirsi di odiarla. "Ella nacque di sangue siciliano: d'imaginazione caldissima, furiosa, feroce, ardita, qualche volta sublime; non so se abbia fatto più male ai suoi figliuoli nei suoi furori, o nei suoi amori, ma certo ne ha recato moltissimo in ambi due i casi". Nelle sue ire si mostrava in lei una mania bestemmiatrice, che si rinnoverà poi in uno dei figli, Temistocle: — "Prenderei Cristo per la barba!" era la sua frase prediletta, allorchè l'agitava la rabbia". Furiosa in tutto, anche nelle faccende domestiche impiegava la stessa furia: "alzata col giorno, smuoveva e riponeva ogni cosa; si moltiplicava nell'opera; non tenne serve mai, prima perchè nessuna la contentava, poi perchè nessuna voleva rimanere con lei; lavare, stirare, cucinare, insomma fare tutto quanto abbisogna ad una numerosa famiglia; attingere ogni tre giorni l'acqua per i bagni, ogni cosa eseguiva con una specie di rabbia, tempestando, urlando, irritandosi contro le cose inanimate quando alcuna le si parava dinnanzi, e perfino mordendole.... Fu vendicativa oltre misura: usava sempre dire: Cane non mi morse mai che che io non volli del suo pelo. Proterva, contumeliosa, più pronta di mani, che di parole: persecutrice insistente, all'improvviso amorevole; forse in casa aveva in quel punto o maledetto o percosso un suo figliuolo, se uscendo ne udiva parlarne meno che bene, era donna da strozzare nè più nè meno il maldicente: nella contrada la temevano tutti e la chiamavano il gallo".
Queste parole, — osserva il Guastalla, — che il Guerrazzi scrive contro sua madre, sono gravi, gravissime, ma sono ugualmente meritate? Ed egli qui riferisce un'affettuosa lettera da lei diretta a Francesco Domenico, per mostrare come questa donna non fu in tutto e per tutto quale viene descritta. Ora si osservi: Anzi tutto il Guerrazzi non dice che sua madre non amasse i figli; ma li amava in un modo suo speciale, che non poteva riuscire se non ad alienarsene l'animo: "non so se abbia fatto più male ai suoi figliuoli coi suoi furori o nei suoi amori, ma certo ne ha recato moltissimo in ambedue i casi". Da questa lettera, che il Guastalla riporta, non traspare la solita furia che, al dir del figlio, in ogni cosa la dominava; ma è naturale che in una persona poco meno che analfabeta, costretta a scrivere con estrema lentezza, senza per ciò salvarsi dai più grossolani errori, l'impeto della passione animatrice non possa trasfondersi nelle espressioni scritte. L'indole impetuosa, impulsiva, apparrà piena ed intera nelle lettere di chi, come Francesco Domenico o suo fratello Temistocle, scrive così velocemente quasi come pensa, non in quelle di chi, con grande stento, riesce a metter insieme le lettere per compor le sillabe e le sillabe per compor le parole; nelle prime si ha la rapida e pronta espressione del pensiero spontaneo, nelle seconde il frutto faticato del pensiero riflesso. D'altra parte, se pure nelle parole di Francesco Domenico fossevi qualche esagerazione, non per ciò potremmo con minor sicurezza conchiudere che la violenza e l'impulsività furono il carattere fondamentale dell'indole sua sino a produrre vere manifestazioni di epilessia psichica. Lo prova ad esuberanza un fatto in queste note raccontato: "Circa questo tempo (quando il figlio era sui 14 anni) accadde che, possedendo io un bello stile, ella lo prese per nettare certe erbe; increscendomi vederlo guastare in un uso pel quale ella aveva in pronto i coltelli a ciò destinati, dolcemente le dissi di posarlo: sia che male intendesse, o qualche cruccio a me ignoto la turbasse, tolta fuori di sè da cieca ira me lo scagliò contro; io balzai da terra con un salto, sicchè il ferro mi aggiunse la coscia sinistra e squarciando le carni vi rimase confitto; dove non avessi spiccato quel salto mi percuoteva nel fianco e certo con quella forza con la quale venne lanciato mi traforava le viscere. Il sangue sgorgò copioso dalla ferita, ed io senza aprir bocca guardava il sangue, e poi.... Ella si spaventò, e subito mutata mi si fece addosso piangendo, ed estrasse lo stile, e siccome continuava a piangere, e mi lasciava perdere il sangue, la pregai con fermo sembiante a portarmi acqua tepida etc..."
Da questa unione di un lipemaniaco con una impulsiva epilettoide nascevano cinque figli: Riccarda, Giovanni Gualberto, Francesco Domenico, Temistocle e Giorgio. Sulla prima ha il Guerrazzi queste parole di colore oscuro: "la sorella era oppressa dalla sciagura e meritata; parola dura ma giusta", dalle quali non è difficile il dedurre che non dovette essere d'indole onesta. Giovanni Gualberto fu "uomo buono, però di sensi poco alti: nelle cose meccaniche valentissimo, nelle intellettuali anzi grosso che no"; da lui nasce Francesco Michele, di cui il Guerrazzi fu poi tutore e nel quale, come l'epistolario del Guerrazzi attesta, torna a manifestarsi in grado acuto l'indole inquieta (morbosa tendenza ambulatoria) del nonno Donato. Questa è pure caratteristica di Giorgio: "Io mi chiudo gli occhi sul futuro di questo giovane (dice il Guerrazzi); in così poca età egli ha sviluppato inclinazioni perniciosissime: ozioso, inquieto, a quanti mestieri si applicava di subito gli riuscivano fastidiosi; ha già viaggiato per l'Egitto, poi lo prese talento di navigare e se ne andò fino al Brasile; quivi mercè le cure di un mio amico ottenne certo impiego nella marina dello Stato, ma quando stava per dirigersi alla volta del mare del Sud, non gli andò a grado il travaglioso mestiere; e se ne tornò a casa". È a dolersi che, per essere rimaste incompiute le note, il Guerrazzi non abbia potuto tenere la promessa di dire più a lungo di questi fratelli: solo di Temistocle, il quarto, egli parla un poco più distesamente, ed altre notizie intorno a lui il Mandolfo potè ricavare da sue lettere inedite e dall'incartamento di un suo processo.
L'indole di Temistocle si presenta per molti riguardi simile a quella di Francesco Domenico, il quale già osservava che la causa dei frequenti loro bisticci era non già differenza, ma piuttosto soverchia uguaglianza di carattere: ambedue impetuosi, ambedue ostinati, ambedue orgogliosi, ambedue tormentati dalla melanconia. "Giovane d'ingegno quasi smisurato" lo dice il fratello; e sebbene dalle opere che di lui si conservano questo genio straordinario non appaia, conviene tener conto dell'asserzione del fratello che la scultura mal si confaceva con il suo animo orgoglioso e i suoi scarsi mezzi. "Quella sua indole energica inasprita dalle vicende contrarie si esala in continuo ruggito; diventa increscioso a sè e ad altrui; vivergli appresso è cosa piena di gravezza.... Di mani pronte, gagliardo e di cuore generosissimo. Una volta è tornato a casa senza calzoni per averne coperto un miserabile assiderato".
L'indole impetuosa, che si intuisce dal ritratto che il Guastalla ne pubblica, con l'aria inspirata e i capelli al vento, si rivela anche nelle sue lettere, nelle quali torna a mostrarsi quella mania bestemmiatrice che già vedemmo propria di sua madre. Queste lettere provano anche all'evidenza come sian giuste le parole, che su lui scrive il fratello: "Quella sua indole inasprita dalle vicende si esala in continuo ruggito". "Io pensava, scrisse in una lettera al fratello, Giovedì essere in viaggio per Livorno; se tu vuoi mi tratterrò... ma non per andare dal Sovrano, perchè promessi a me nell'ora della disperazione che non sarei andato mai da un Sovrano, altro che a ricever degli onori. Caro fratello, compatiscimi; di' pure che faccio il mio danno; ma promessi a me e, vedi bene, che passerei da uomo debole con me stesso. È inutile, non vi anderò; lo giuro urlando ancora adesso".[38] La rigidità nell'osservare le promesse fatte a se stesso è un insegnamento paterno, il cui effetto si vedrà anche in Francesco Domenico, per il quale ogni proponimento fatto, sia pure il più assurdo, diventa decreto fatale. Ciò almeno in teoria, perchè nella pratica non sempre riesce loro di salvarsi dalle contraddizioni, nè a Temistocle vale giurarvi — urlando — che la promessa fatta a sè stesso va mantenuta. In una lettera posteriore infatti egli consente anche a recarsi dal Sovrano; ma l'ira scoppia ed erompe dalla sua lettera, sfogandosi in bestemmie per la costrizione che sopra sè stesso deve esercitare. "Io spero di finire il mio san Giovanni fra breve tempo; consigliami se lo debbo presentare al Sovrano. Un senso segreto e voce di potente natura mi fa arrossire al pensarne; pure il bisogno e la speranza mi strascinerebbero, Dio infame! a chiedere a un uomo.... Pure chiederei; ma credimi, l'evento non sarà che il mio avvilimento." La lotta contro le avversità, il contrasto fra l'orgoglio intimo che pretenderebbe gl'inchini dei sovrani, e la realtà della vita che ai sovrani lo costringe ad inchinarsi, induce in lui l'odio della vita e l'amore al suicidio, che pare comune all'intera famiglia, sia nel ramo degli ascendenti diretti (padre e nonno lipemaniaci) sia nei rami collaterali dei consanguinei, in uno dei quali, Pietro, assume le forme di una vera e propria monomania suicida. Al fratello, che gli aveva narrato di un suicidio, egli scrive: "Non mi accenni il nome di quel giovane che si è ucciso; sebbene non meni a nulla amerei saperlo: io amo il suicida, lo stimo e piango a calde lacrime alla memoria di quello che seppe liberarsi da tutto. Io non spero nulla, e quando il mio sperare conseguir si dovesse per disperar di te e di altri pochi a me cari, ci rinunzio, per il core di Dio. Speriamo, forse nel corso della nostra vita avremo un momento che ci consolerà; ma quale... la morte!...". Non so se per usarli eventualmente contro sè stesso o contro altri egli chiedeva in altra lettera al fratello che gli portasse "quei certi pugnali, che ritiene tuttora il vecchio Guerrazzi". Nell'interrogatorio subito il 31 luglio 1832, chiestagli spiegazione di questa frase, egli mostra un'amnesia completa, simulata certamente, e attribuisce quelle espressioni, che dice non sapersi neppur egli spiegare, a mente smarrita ed alterata. "Se dovessi dirgli il perchè rammentassi quei pugnali che diceva ritenere il vecchio Guerrazzi, io non potrei davvero, perchè non so che nessun della mia famiglia abbia mai ritenuto armi di nessuna specie, e sicuramente poi non mi son pervenute nè per parte di mio fratello nè di altri armi di sorta, per cui ne deduco che quelle espressioni fossero l'effetto di mente smarrita ed alterata...". In questo medesimo interrogatorio gli chiedono conto di altre gravi alterazioni del senso morale, che dalle sue lettere appaiono: la mania bestemmiatrice, l'amore al suicidio, il consiglio che dà al fratello di rubare se ne ha bisogno; e di tutte egli si giustifica coll'attribuirle a mente alterata: "Dettogli che l'empie espressioni contro la divinità le quali passo passo s'incontrano nelle citate di lui lettere, le ripetute proteste di amare il suicida e di essere pronto a togliersi la vita quando non potesse altrimenti soffrirne le avversità, ed il consiglio che dà al fratello di rubare liberamente qualora ingenti strettezze ve lo richiamino, provare chiaramente le sue massime corrotte, ed il suo carattere immorale affatto e irreligioso — R.: Le massime che io ho emesse in queste lettere non sono al certo quelle che ho, e ben si conosce dal contesto delle lettere stesse che sono scritte da un uomo di mente alterata." — Ora questa alterazione di mente che egli recava a sua discolpa, senza probabilmente crederla realmente esistente, non può essere messa in dubbio da chi ne studi oggettivamente il carattere e le manifestazioni. Con la differenza che dove egli invocava a sua difesa un'alterazione mentale momentanea, e prodotta dalle avversità del momento, noi ritroviamo anomalie permanenti prodotte da cause solo in parte esterne, ma sopratutto congenite, ereditarie. Temistocle è, tra i fratelli del Guerrazzi, quello che più a lui si avvicina nello eccesso così della genialità come della degenerazione; e la somiglianza dell'indole loro meglio apparrà quando, esposti i caratteri personali più notevoli di Francesco Domenico, sarà più agevole ed evidente il confronto. Chiude la rassegna dei congiunti del Guerrazzi — il Pietro, tipico esempio di lipemaniaco, con delirio ipocondriaco, — di disperazione — fors'anche di persecuzione, con forme larvate di epilessia, impulsività, assenze e allucinazioni, e con acuta mania suicida. Di lui parla il Guerrazzi nelle Memorie al Mazzini: "Pietro Guerrazzi mio congiunto, nelle scienze fisiche peritissimo, roso dalla domestica malinconia, preso dal tedio degli uomini, venne in pensiero di uccidersi. Ruggiva vedendo la codardia, la inerzia, e la bassezza dell'uomo degradato dalla diuturna servitù...; da prima l'anima sua si dispose allo scherno, poi al disprezzo, e finalmente al tedio invincibile della vita...; prese a curare poco la persona, ad assottigliare il cibo onde ne apparve squallido e macilento; sempre solo, iracondo, e spesso avviluppato in cupo silenzio, talvolta prorompente in focosissime filippiche contro il genere umano. Allora gli occhi suoi mandavano faville, e il labbro, tumido e acceso, gli tremolava convulso. Alle gravi ammonizioni del padre mio non rispondeva; si empiva la bocca di carta e la masticava come un cavallo impaziente rode il freno." Se il vecchio Guerrazzi gli parlava del dolore che avrebbe recato alla famiglia, si commoveva, ma senza recedere dal fatale proponimento ed esclamava affannosamente: Dio mio che cosa ho da fare? La mia esistenza mi pesa.... Spesso io lo sorpresi seduto col mento giù declinato sul petto, le gambe stese, le braccia penzoloni; le tempie e le guance incavate e con gli occhi più lustri del vetro guardare intensissimo qualche cosa che certamente non era in questo mondo. Se battendogli leggermente sopra la spalla taluno si avvisava domandargli come stesse, sorgeva dispettoso e quinci partivasi senza profferire parola". Saputo che aveva comprato due pistole e le teneva cariche in tasca, il padre di Francesco Domenico cercò d'indurlo a desistere dai suoi pensieri di suicidio; non riuscendogli, gli chiese che volesse restar in vita ancora un anno. All'altro parve troppo e offerse un mese; allora, quasi si trattasse della scadenza di una cambiale, cominciarono a contrattare e alla fine si concordarono per due mesi. Allo spirar di questi, chiamato in disparte il vecchio Guerrazzi, gli disse: "Domani sono libero." A gran fatica potè strappargli un altro mese.
Quando si uccise, Francesco Domenico era a confino; Carlo Bini nell'annunziargli il fatto così gli scriveva: "Tre giorni prima che morisse io lo trovai lungo una strada così tramutato nel sembiante e negli atti, che provai fatica a conoscerlo, e passava ratto e sospettoso come l'uomo perseguitato. Gli dimandai come stesse, ed egli mi strinse la mano e mi guardò di traverso, e quasi fuggì fremendo come una belva. La più parte del mondo, che non può comprendere il sublime, e la necessità di un'azione che non sa, o non deve fare, diè nome di pazzo al povero giovane." In una lettera del marzo '59 al Carletti, il Guerrazzi racconta come suo cugino Pietro, "sdegnato della viltà del tempo, si fracassava la testa di una pistolettata, sollecitava lui con lettera scritta poco prima di morire, a imitarlo."
Capitolo II. F. D. Guerrazzi.
Da tutto ci risulta evidente quanto l'eredità morbosa predomina nella famiglia del Guerrazzi: lipemania, alterazioni del tono sentimentale, della volontà, del senso morale, delirio orgoglioso, e in genere, tendenza alle monomanie, indole inquieta, violenza e impulsività, epilessia psichica etc. sono tutti caratteri patologici che in Francesco Domenico si ripetono e si svolgono contemporaneamente alla genialità.
Ma prima di cominciare a parlare di Francesco Domenico, conviene avvertire non doversi accettare a occhi chiusi le testimonianze di lui: preoccupato sempre di ingigantire la propria figura (come vedremo poi, parlando della sua mania di grandezza), egli esagera, in tutto ciò che a lui si riferiva, le proporzioni e le tinte, giungendo spesso a falsare del tutto la verità. Premesso ciò, e riservandoci di vagliare caso per caso le sue affermazioni, quando alla realtà delle cose ci risultino non conformi, passiamo a considerare in lui lo svolgimento dei caratteri patologici.
Precocità. — La precocità nel Guerrazzi si manifesta così per riguardo all'ingegno come per riguardo alla melanconia, alla misantropia, al misticismo, all'impulsività, all'orgoglio. Le Note autobiografiche contengono per questo lato attestazioni interessanti, per quanto, secondo il solito, non del tutto accettabili.
Le anomalie psichiche sono nel loro svolgersi favorite, oltre che dalla naturale predisposizione, dall'orgoglio. Nel Guerrazzi fanciullo noi abbiamo un impasto di un fondo sdegnoso e superbo che dalla compagnia dei coetanei rifugge, desideroso e orgoglioso quasi della solitudine, e di un'alternarsi di impulsi generosi che lo spingono a soccorrer gli altri, e di impulsi criminali che l'aizzano ad associarsi, nel vagabondaggio, nelle sassaiole e perfino nelle coltellate, a quella ragazzaglia che la forzata incuria dei genitori e la condizione sociale caccian per le vie a impararvi il vizio e il delitto[39]. E là asserisce di esser sempre stato pronto a battersi in difesa dei compagni e a far loro i compiti di scuola (e in ciò forse aveva parte anche il bisogno della rissa e l'orgoglio), ma confessa d'altra parte di essersi sempre allontanato dai comuni ritrovi perchè nessuno lo aveva invitato, nessuno lo cercava; così restava solo, "e questo, dice, talora mi piaceva, talora mi angustiava; la superbia m'impediva di accostarmi a loro, e non pertanto mi travagliava nel trovarmi così solo." Quindi dal naturale orgoglio è favorito lo sviluppo della misantropia e della melanconia; "il mio carattere si fece concentrato, cupo, e a undici anni il dolore mi aveva svelato cose, che altri non pensa a venti." Allontanandosi dai lieti giochi fanciulleschi se ne andava solo a passeggiare per i boschi, e al cimitero, dandosi in balìa alle meditazioni più tetre e più contrarie alla sua età, immaginando orrendi assassinî nel cupo del bosco, che poi riprodurrà nei suoi romanzi (v. s.) o meditando sulle miserie della vita e sulla morte; e da queste meditazioni, che in lui dimostrano una morbosa precocità e uno straordinario sviluppo del misticismo, usciva poi fuori un poema, La Società, scritto pur esso in età giovanissima[40].
Certamente la melanconia, che egli chiama malattia di famiglia, cominciò a manifestarsi di per sè stessa e indipendentemente da ogni circostanza esteriore, essendo in lui congenita. Ma il suo aggravarsi fu favorito dall'orgoglio, che più tardi degenera in vero delirio di grandezza, e dal quale, come poi vedremo, si sviluppa anche, vero o finto che sia, il delirio di persecuzione, per un procedimento affatto inverso a quello descritto dal Roncoroni a proposito del Tasso (v. o. c.).
La precoce misantropia e melanconia del Guerrazzi è attestata anche dal Giusti: "Svegliato di ingegno, profittò nelle scuole tanto che andò a Pisa non so come, e là si distinse per una certa cupezza di vita, aliena dalle gaiezze che portano quell'età e quel tempo. Della precocità dell'ingegno, qui pure attestata dal Giusti, e confermataci da quanto sopra si è detto intorno alle meditazioni della sua fanciullezza, e dal poema La Società, un'altra prova troviamo nelle Note autobiografiche: "A 14 anni il padre si determinava inviarmi alla Università di Pisa; a ciò lo mossero i conforti di D. Bartolomeo e di altri familiari di casa, i quali non cessavano dal ripetergli ch'io era un mostro, un portento d'ingegno."
Cause: debolezza congenita, malattie, dolori morali, soverchio lavoro intellettuale. — Le cause della nevrosi nel Guerrazzi si possono distinguere in congenite ed acquisite, fisiologiche e parafisiologiche. Esse sono: l'eredità e la debolezza congenita, le malattie, i dolori morali e il soverchio lavoro intellettuale (Mondolfo o. c.).
La debolezza si manifesta con anomalie delle funzioni sessuali, digestive e vasomotorie (intolleranza agli alcoolici): "io, di stomaco debole, non ebbi mai vaghezza di cibi diversi da quelli imbanditi su la mensa domestica, e se talora me ne venne talento, il dolore mi costringeva a tornare alla solita sobrietà; io, di sangue acre, non potei senza danno usare liquori; io, debole creatura, dovei rinunziare e tuttavia devo a buona parte dei piaceri sensuali". "Anche me vinse il reo costume (del piacere sensuale), non però tanto che mi danneggiasse il corpo, imperciocchè la immaginazione prostrava le mie forze già per natura fievoli, sicchè mi convenne stare più temperato di quello che non volessi."
Su questo terreno, già predisposto alla nevrosi, vengono a fecondare il mal seme, le malattie, i dolori morali e il soverchio lavoro. Va qui notata un'intima connessione tra le malattie, da cui il Guerrazzi fu afflitto, e i dolori morali, che sempre in lui ne provocarono la ricaduta[41].
I dolori morali cominciarono ad esercitare la loro azione depressiva sul Guerrazzi fin dalla tenera età: "Quali sono le dolcezze dello infante? — egli scrive nel 1844 al Capponi: — Quelle che derivano dalla madre.... Ah io non le ho avute; io porto nella coscia sinistra una profonda cicatrice di ferita fattami da.... Mi trema la mano a scriverlo. — Dello adolescente? Gli amici io li ho sepolti tutti e qualcheduno prima di morire ferì questo mio cuore superbo, geloso, amante, ma irritabilissimo; — insomma fa' conto di vedere in me un fiore annacquato con l'acqua forte. Poi le ingratitudini dei beneficati, e le disoneste persecuzioni degli invidiosi e le delusioni politiche, la guerra del Governo, gli astii del foro etc.".
Molti, e forse la maggior parte, di questi dolori ritrovavano in lui stesso, nella sua indole, la loro causa; ma non perciò meno fortemente cooperarono ad inasprirgli l'anima e il corpo.
Anche il soverchio lavoro intellettuale contribuì di buon'ora allo sviluppo delle sue anomalie psichiche. Nelle Memorie al Mazzini egli racconta come, avendogli il padre donata una cassa di libri (romanzi, poemi, opere storiche e filosofiche), egli tutto avidamente si diede alla lettura, alzandosi perfino la notte per leggere, tanto che infine "si posero a molinarmi in testa un ballo infernale: Bacone, il gran cancelliere, teneva per la mano messer Ludovico Ariosto, il Frate Passavanti veniva dietro a Voltaire: nei moti veloci la gonnella bianca della Radcliffe si mescolava con la toga rossa del presidente di Montesquieu: stetti, aggiunge, per acquistarne una infiammazione cerebrale".
E più oltre: a Pisa "leggeva da mattina a sera; mi chiusi fino quindici interi giorni in casa fingendomi ammalato per istudiare." Questa medesima foga con la quale si era rivolto alla lettura, impiega negli scritti, il cui numero veramente grande (romanzi, lettere, opere letterarie, politiche etc., alcune anche voluminose, scritte in pochi giorni — si cfr. ad es. la lettera del luglio 59 al Mangini) attesta della sua straordinaria attività, che tanto più appar maggiore, quando si pensi che gran parte delle sue lettere è ancora inedita, e che al tempo stesso che rivolgeva le sue cure alla letteratura, si occupava anche febbrilmente delle faccende forensi.
Esaurimento. — Ora questo soverchio lavoro mentale, efficacemente aiutato nella sua opera devastatrice dalle afflizioni morali, dalle lunghe prigionie e dalle malattie (sopra tutto dall'epilessia), doveva finire per produrre in lui l'esaurimento. La fatica della imaginazione era in lui così intensa, che riusciva a prostrare tutte le sue forze: "Per me non conosco fatica, che tanto vaglia a prostrarmi quanto la imaginazione di un qualche concetto; mi riesce di osservare una intera giornata; immaginare nè anche un'ora senza che il capo mi dolga, e le pulsazioni accelerate delle arterie mi scompiglian tutto.... La immaginazione si assomiglia alla febbre e spesso ne assume tutti i caratteri." (Note autobiogr.). L'esaurimento cresce coll'avanzar negli anni: A Niccolò Puccini (febb. 47 da Livorno): "Io ho scritto, scrivo e scriverò, come la cicala canta e canterà finchè non iscoppi; ma a che pro'? A nulla. Basta: Ardendo mi consumo, e questo è il meglio. Io, come Dio vuole, sento aver poco più tempo di vita, perchè intemperante e ingordo mi sono mangiato a un pasto il viatico d'intelligenza e di cuore che la natura dà all'uomo perchè gli basti per tutta la vita. Meglio così."
Al Bertani da Firenze (dic. 49): "Ti ripeto che ho cessato di scrivere: così doveva essere: la mente e la mano stanche cadono sopra le pagine."
Alla Colonna (genn. 52): "A scrivere duro immensa fatica."
Al Bertagni (febbr. 53): "Le scrivo senza saper che sono per dirle: non sono afflitto; questo verrà più tardi: ora mi sento stupidito, mi pare aver ricevuto una percossa sul capo, che m'abbia tolto perfino la facoltà di pensare."
Al Cadetti nel dic. 55: "Mi sento men destro"; — e nel maggio 56: "la mente comincia a infiacchire, poca messe può trarsi da un cervello spossato."
Al Mancini nel dic. 57: "Mi affatico, mi stordisco... mi sento stracco, rifinito"; — e nel luglio 59: "Mi sono affaticato troppo, ed ora tra fatica e dolore giaccio infermo in letto".
Delirio melanconico. — Ma assai prima dell'esaurimento si infervorava in lui il delirio melanconico ereditario; tolgo dalle Memorie al Mazzini: "Rimasto solo (all'Università di Pisa), m'invase l'umor nero, infermità di famiglia...;" e più oltre: "Somma dell'Università di Pisa: fastidio degli uomini e della vita, tristezza crescente". Da una lettera, ivi riportata, direttagli dal Rini: "Come vivi, Francesco? Ti rode sempre quell'ansia misteriosa di cui non seppi, e non osai mai penetrare la causa? E ti cavalca sempre lo spirito un diavolo nero, onde così per tempo s'inaridisce la giovanezza dell'anima tua?" E ancora: "A me il destino disse: soffri, combatti e muori.... ormai già in questa vita io non aspetto più".
Di questo delirio melanconico e di disperazione, attestato anche dal Giusti, prove ed espressioni continue ritroviamo anche nell'epistolario: Al Puccini da Montecatini (1844): "Valgami presso voi di scusa il sentirmi io di pessima voglia. Io sono venuto ai Bagni irrugginito dall'umore nero..."; — e in altra lettera: "Quest'anno io non voleva movermi, presago di sinistri che ho la disgrazia di indovinare."
Da Livorno (aprile 48): "Mi canzonate della predica: non mi canzonate. Cave canem; scherzo ed ho la morte nel cuore."
Nel gennaio 49: "Anima mea contristata est valde (questa frase ricorre in numerosissime lettere con notevole frequenza)."
Al Bertani (marzo 50): "Non mi dilungo più, perchè mi domina l'umore nero, e non vorrei trasmettertelo..."; — e in altra lettera: "io sono accostumato a nutrirmi di veleno a guisa di Mitridate."
Al Mangini (50-51): "Io anzichè lagnarmi desidero che questi segni di distruzione spesseggiassero e portassero il loro fine."
Al Puccini (agosto 51): "So che questo stroppio ti è caduto addosso per farmi servizio.... la disgrazia non mi si concentra dentro, ma si spande su le persone che mi amano."
Al Chiarini: "Mi sfogo arrampicandomi per pendici, per vedere, non fosse altro, se sdrucciolando mi fiaccassi il collo."
Misticismo. — In alcuni dei passi sopra riferiti si nota, oltre al delirio melanconico, anche un certo misticismo, che lo spinge a credere sè stesso preso di mira da maligni influssi emananti quasi da un occulto potere. Mondolfo (o. c.) crede troppo sincera questa fede; ma certo al misticismo egli era naturalmente inclinato e fin dall'infanzia amava darglisi in balìa; credeva ai cattivi augurî, alle predestinazioni, alle iettature etc., e se ne credeva a sua volta colpito.
Ricordisi il fatto, narrato nelle Note, di quel suo amico che volle entrare in una bara, e pregato da lui ad uscirne, perchè era cosa di cattivo augurio, lo derise: un mese dopo era morto. E meditinsi questi passi delle lettere: Al Puccini (febb. 46): "Voi mi mandate un mazzo di fiori. I fiori vengono guasti, sfrondati e fracidi; e va bene. E non sapete voi che una benedizione diretta a me a mezza via diventa una maledizione? Che cosa m'importa? Quasi ho piacere di provare sopra di me fin dove possa giungere il caso o la intelligenza maligna per contristare un'anima o un corpo sensitivo."
Al Bertani (maggio 50): "Domani ti narrerò una cosa sorprendente che mi è stata fissa tutta la notte nel capo." E il 3 giugno: "Ecco quanto voleva dirti... Tutti i popoli hanno creduto alle apparizioni e per conseguenza ai presagi.... Se ti dovessi annoverare gli uomini illustri che pur vi crederono, io non così per tempo verrei alla fine del novero.... Ogni famiglia in Lamagna ha un genio particolare."
"Poesie! Fole da romanzi! No.... Dicono che una larva governa i destini degli Hohenzollern. Nella notte del 10 aprile la larva comparve... l'avventura fu narrata nel 17 maggio nel Dèbats.... E nel 22 maggio ecco l'assassino Stofflege tirare una pistolettata al re di Prussia. Non ti pare evento da fare impressione? E a Mozart non fu in pari modo presagito il suo fine? Questo voleva dirti, niente più, e aggiungerti che, tradotto in questo albergo di facinorosi, ladri, assassini (le Murate di Firenze), quando volgendo da ogni parte lo sguardo mirai le cime dei cipressi disegnarsi nel cielo, sentii il presagio e lo accolsi. E la bara dei ladri avrà pure il mio corpo, e a Trespiano ignorata sepoltura. E fisso, lo sento qui."
Allucinazioni. — Non sono infrequenti, in chi è dominato dai deliri e dal misticismo, le allucinazioni: ora ne ebbe il Guerrazzi? Se si sta alle sue parole, parrebbe di sì almeno le ipnagogiche.
Dopo il suicidio del cugino Pietro "quel volto, egli narra, mi dura fitto nella mente così che spesso io lo veggo; nelle vigili notti mi si asside a pie' del letto, e seco lui mi trattengo e ragiono."
Delirio di grandezza e di persecuzione. — Guerrazzi è sempre preoccupato dalla mania di apparire un uomo straordinario, così nel bene come nel male, così nella potenza come nell'infelicità, così nell'ingegno come nell'odio degli uomini. Il delirio di grandezza lo domina in tutto e per tutto, lo spinge a ingigantire nei suoi scritti la propria figura fino a falsarla in certi lati completamente: la magniloquenza nelle espressioni, la esagerazione nelle similitudini, la falsità spesso nella esposizione dei fatti sono caratteristiche ogni qualvolta egli parla di sè o dei suoi (Mondolfo o. c.).
Già nelle note autobiografiche egli confessava "una certa ostentazione al magnifico alla quale con molta compiacenza propenderebbe la mia natura"; e riguardo alle stesse note vedemmo com'egli esageri la sua precocità, dando a credere, con una frase ambigua, di aver composto a 12 anni quel poema che non potè scrivere prima dei 16-18. Questa stessa tendenza lo spingeva, nelle Memorie al Mazzini, a far di suo padre un romano antico, o, quel che è più strano, in un democratico, a vantare continuamente e illustrare nelle note e nelle memorie i suoi quarti di nobiltà.
Ma dove sopra tutto spicca il delirio di grandezza è nella smania di apparire un grande perseguitato dalla sorte e dagli uomini. Certamente la sua vita non fu seminata di rose, e lungo il cammino più di una volta i suoi piedi ebbero a sentire la puntura avvelenata dell'odio: ma egli di queste sventure, di questi dolori quasi si compiace, perchè gli giovano a esaltare la sua figura, e per meglio riuscire nel suo intento cerca esagerare le sue ammarezze, cerca farle apparire inaudite, superiori a quanto l'esperienza universale possa attestare, a quanto mente possa immaginare. La persecuzione della sorte e l'odio degli uomini si appunta e si accanisce su di lui per il suo ingegno, che d'ogni intorno gli procura l'isolamento e l'invidia feroce.
Al Poli da Portoferraio scrive nel nov. 33: "Tra tutte le superiorità quella che gli uomini perdonano meno è l'ingegno....
Non vo' perciò che ai tuoi nemici invidie posciachè s'infutura la tua vita via più là che il punir di lor perfidie....
cantava Dante sventurato e ramingo; ma datemi la speranza di un sepolcro in S. Croce, e soffrirò volentieri infortuni un milione di volte più miserabili dei suoi."
Al fratello Temistocle (apr. 43): "I miei amici! Io non ho amici; io ho gente che mi odia, ho gente che ha bisogno di me, ma nessuno mi ama."
Al Guigoni nel 48: "Ho la vita minacciata di minuto in minuto da due giorni a questa parte."
Al Mangini nel 50:... "Lasciare ai miei persecutori il legato che si meritano, sanguine sitisti, et hic est sanguis."
Al Massei (luglio 53): "Il corpo già scosso da urti nuovi e perigliosi, a tanta dimostrazione di odio (la condanna) temo non regga. Sia fatta la volontà di Dio, e se devo essere il martire della restaurazione, anche a questo sono preparato. Già poco più rimane ai miei nemici per conseguire lo intento."
La persecuzione scorgeva, o fingeva scorgere anche nei fatti nei quali, evidentemente, non entrava affatto. Una volta, nel cimitero di Livorno, trovò sfregiata la lapide del padre: che sia disgrazia o altro egli non pensa; devono essere i suoi nemici. "Ma che cosa ho mai fatto di scellerato onde mi abbiano a turbare le ossa dei miei morti per arrecarmi oltraggio? A tanto d'indegnità arriva l'astio brutale che calpesta ogni senso di religione sopra i morti, e co' morti hanno voluto i miei nemici trafiggermi il cuore!"
Ed ecco un esempio della magniloquenza con cui parla delle sue sventure.
Nella Apologia si paragona a Focione; ma pretende superarlo d'assai nei patimenti, perchè Focione con la morte li terminò ed egli sente da due anni il sepolcro e nonostante vive. Con peggiore esagerazione nelle Note autobiografiche: "Questa è la terza volta che tutti gli affanni della morte mi assalgono; se ciò mi viene dalla fama d'ingegno, oh! come caro comprata!... Cristo ebbe un'ora di passione, Cristo bevve un solo calice d'amarezza, per me i calici e le ore sommano a mille.... E Cristo, il quale era pur Dio, supplicava che la bevanda fosse allontanata, ed io devo trangugiarne più di lui.... Contemplo il destino... e mi consolo con quella antica sentenza: che l'uomo giusto indegnamente oppresso, è spettacolo degno degli Dei."
E dopo ciò parmi inutile spender parole a dimostrare come la origine del delirio di persecuzione nel Guerrazzi debba principalmente ricercarsi nel delirio di grandezza.
Bizzarrie. — Né solo di questi deliri troviamo tracce chiare; ma, come già in suo padre, anche una grande tendenza alle idee fisse, come egli confessa. "Che cosa significarono gli antichi" scrive nel gennaio 50 "con lo avvoltoio di Prometeo? Il pensiero molesto"; e nell'ottobbre 49: "il Tasso se non era pazzo quando fu messo in S. Anna, diventò tale col tempo. Guai al pensiero non divertito! diventa una lama che taglia il fodero"; e nello stesso tempo al Bertani: "I miei pensieri in me dormir non ponno."
Ricordo, come esempio curioso, tra le sue bizzarrie quella di non voler essere chiamato avvocato nè chiarissimo (come l'olio di Lucca, egli dice): se dovessi qui riferire tutti i passi delle sue lettere, nei quali prega i suoi amici di risparmiargli questi titoli, occorrerebbe più che una pagina.
Un'altra nota bizzarra, dovuta in gran parte alla sua qualità di livornese, era l'odio per gli ebrei, contro i quali da ragazzo andava a far sassaiole e lotte a coltello. Una volta un ebreo gli tagliò la corda di un aquilone, facendoglielo andar a male. Ond'egli: "Ebreo, giudeo, da quel giorno scorsero molti anni, di fanciulli siamo diventati uomini. Ma io ti ho notato, ti ho sempre tenuto dietro, e guardati, ch'io non ti aggiunga, perchè le tue orecchie devono farmi ragione dell'offesa." Quest'odio giunge fino al ridicolo, tanto che da Bastia, avendo ricevuto campioni di penne, scrive addolorandosi per avere trovate buone quelle fabbricate dall'ebreo Corcos.
L'ostinazione nelle proprie idee egli attribuisce parte all'eredità, parte all'educazione paterna: "Di famiglia tiro al cocciuto, scrive al Mongini, e credo sia utile trovarmi così." E nelle Memorie al Mazzini narra che avendolo il padre abituato rigido osservatore dei proponimenti fatti, che son parole date a se stesso, imaginato un disegno "dichiaro a me stesso: così ho fermo e così farò. Allora il fine diventa fatale, aut Caesar aut nihil; o toccare il fondo o restare per la strada; indietro mai". E a conferma, racconta che una volta, d'inverno, gli venne in testa d'andar a vedere un convento in fondo a una valle. Cominciò la neve, il cavallo sdrucciolava, e scendeva la sera buia e fredda. "Una voce dentro mi sussurrava: È me' che tu ritorni, — quando hai deliberato andare, nessuno ti ha udito, e la tua parola non ti lega con anima viva. All'opposto un'altra voce rispondeva: oh! tu sei nessuno? Tu v'eri e basta". Lasciò il cavallo da un contadino; e a piedi, tremando pel freddo, aiutandosi con mani e piedi, giunse infine al convento, ove si pose a leggere le iscrizioni. "Il guardiano penso mi giudicasse alienato di mente". Poi a gran fatica tornò a notte fatta dal contadino e rimontò in sella. Il cavallo avendo il freno male acconciato, si imbizzarriva; era buio pesto e la strada pericolosissima; non ostante volle proseguire e infine giunse a casa dove nessuno l'aspettava.
Impulsività e contraddizioni. — Se non che, per un contrasto che può parere, ma non è, strano, accanto a questa ostinazione nelle proprie idee, ritroviamo in lui quella mobilità ed esplosività del carattere così frequente negli epilettici[42] e che lo trascina alle contraddizioni più strane. Basti ricordare le pagine che nelle Note autobiografiche dedica al Mayer e ai suoi istituti d'infanzia, non di un uomo in cui sembra vi parli, ma di un santo, di un angelo: "angelo di pazienza, nuovo Pietro Eremita della sua santa missione, tesoro inesauribile di affetti, etc." sono espressioni che tolgo qua e là a caso. E conchiude: "Onore al Mayer! i tuoi amici ti salutano angelo di amore, e pregano Dio a voler sopportare che per lunghi anni ne rimanga vedovo il cielo".
Più tardi invece, in note mss. alla Apologia e nei Nuovi Tartufi, il Mayer diventa un vile, un ipocrita, che egli si vanta di avere svergognato arringando il popolo, quando, sulla piazza di Pisa, volevano rappattumarli; la sua santa missione degli asili d'infanzia "istituti manchevoli, in parte crudeli, in parte cagione di mali che volevansi evitare etc.", e perfino postriboli!
A questa mobilità del carattere, forse, e non unicamente a slealtà o peggio, vanno imputati alcuni "dei fatti di cui il Giusti gli muove acerba accusa[43], e in taluni dovette anche aver parte non indifferente l'impulsività, grande in lui non meno che in sua madre".
Nelle Memorie al Mazzini racconta come, vedendo una volta un uomo percuotere un ragazzo, "io, senza informarmi se fosse suo figlio, mi avvento contro il percotitore e lo batto nel capo; costui ristette alquanto, attonito per la meraviglia; ma di breve imbestiando nella rabbia, mi avrebbe con un solo colpo infranto le ossa, se alcuni dabbene cittadini non mi salvavano dal pericolo. Ho quattro ferite sul corpo.... fra queste una profondissima.... e tutte rilevate per la difesa delle persone, che vedeva ingiuriate e mi sembrava a torto". Questa impulsività, di cui varî esempi ci sono raccontati anche dal Giusti, non l'abbandonò neppure nell'età avanzata: "Giorni sono, scrive al Mangini nel luglio 59, stando a banco in un crocchio e parlando delle cose toscane, uno che non mi conosceva disse: — E che cosa volevate aspettarvi da cotesto paese di Stenterelli?... — Mi sentii punto, e tanto più quanto il rimprovero capiva meritato: che rispondessi non so, so che mi sfidarono a duello ed io accettai: poi amici s'interposero e quietarono la cosa. Ora ho risoluto non uscire più di casa, perchè frenare non mi posso, e questi garbugli alla età e gravità mie disdicono".
Delirio. — A questo medesimo periodo di tempo si riferiscono i patiti deliri — come dalla lettera alla contessa Cotenna, del luglio 54: "Delirio continuo manifestato talora con iscrosci di riso, tal altra con ruggiti, e qualche volta ancora con gemiti di agonia".
Anche il sonno non era più regolare in lui, e più che una volta nelle lettere lamenta le sue insonnie. (Cfr. lettere al Puccini del 44, al Bertani del dec. 50 etc.).
Nevrosi. — Epilessia. — Tutte queste manifestazioni anormali che siamo venuti enumerando ed altre ancora, meno gravi ed importanti, sulle quali credo inutile insistere, derivano in lui, per gran parte, da un'unica origine: la epilessia. (Mondolfo).
Le cause della sua predisposizione ereditaria risultano evidenti: secondo la osservazione del Krafft-Ebing, se entrambi i genitori sono affetti da psicosi, l'eredità morbosa è più intensa: Ora qui abbiamo oltre al nonno alcoolista, forme di epilessia larvata nella famiglia del padre, epilessia psichica nella madre. Altre cause probabili, non più congenite, ma acquisite: i reumi al capo, i dolori morali di cui uno, come vedremo, fu occasione al principio degli accessi etc. Anche i sintomi di questa predisposizione comincian presto a manifestarsi: la precoce impulsività e criminalità (sassaiole e coltellate con gli ebrei), la fuga a 14 anni da la casa paterna per futile disputa, la debolezza irritabile, le frequenti cefalee, e, sopra tutto, le fortissime emicranie oftalmiche (le quali, secondo osserva il Roncoroni, han grande somiglianza con gli accessi epilettici, e più tardi infatti costituiscono nel Guerrazzi i prodromi dell'aura), l'intolleranza all'alcool, l'umore lunatico, tetro, violento, l'ostinazione nelle proprie idee, la slealtà etc. Vertigini e assenze si manifestano pure in età molto giovane: ricordo quelle da cui fu colto nel Teatro anatomico di Pisa, che egli era solito frequentare, quando una fanciulla, che stavano operando, nello spasimo del dolore volse a caso un momento gli occhi verso lui; il deliquio in cui cadde alla notizia, datagli dalla madre, della morte di una sua compagna d'infanzia che dopo molti anni avea riveduta un'unica volta; le vertigini, seguite da un sussulto nervoso che durò parecchi mesi, che lo presero quando tra la folla vide un uomo che somigliava al cugino Pietro suicida. (Mondolfo).
Forme più determinate di epilessia cominciano, al dir di lui, quando muore la donna da lui amata: alla notizia cade in deliquio, cui seguono vertigini; va a vederla, e quando la portan via, nuove vertigini e nuovo deliquio. Tornato a casa è colto da accessi epilettici che gli durano per tre anni: l'aura cominciava con una violentissima emicrania oftalmica; perdeva la conoscenza, stracciando a morsi, nella convulsione, lenzuola, camice, e mordendo perfino sè stesso. Negl'intervalli delle convulsioni era colto, a quel ch'egli dice, da desiderî di suicidio; anche questo evidentemente ereditario. Divenne magro e sfinito, gli imbiancarono precocemente, poi caddero tutti i capelli[44].
L'accesso tipico comincia durante la prigionia, nel 52: "Poche notti sono, — scrive nell'agosto al nipote, — non so che diavolo si fosse, ma sentii percuotermi come un gran picchio nel cervello, rimasi privo di sensi, con la lingua stretta fra i denti e la bocca piena di sangue. Mi trassi sangue, e ieri volli presentarmi al dibattimento; oggi non ho potuto proseguire a cagione della lingua orribilmente lacerata". Altri attacchi seguono pure durante la prigionia, nel 53 (cfr. lettere al Mangini del 5 e 8 maggio, alla Cotenna del 13 giugno, all'Adami, al Roberti, al Montanelli da Bastia, nell'ottobre); altri ancora in Corsica (cfr. lettere all'Orsini, al Menichetti, al Giannini, al Mangini, al Montanelli etc. del nov.) etc.
Riflessi del carattere nello stile e nelle opere. — Di questa sua indole, il cui fondo patologico si basa nella epilessia, un riflesso chiaro, evidente sono le sue opere, concepite, secondo egli stesso dice, "sotto il flagello dell'estro che conturba le viscere e fa tremare i nervi come fronde sbattute alla foresta; quando le arterie delle tempie percuotono forte come se volessero rompere il cranio".
Vi è un passo nelle Memorie al Mazzini, nel quale egli, descrivendo la sua tempra morale ed intelletuale, fa in poche parole una descrizione e un'analisi del suo stile e delle sue opere, quale difficilmente potrebbe darsi, così in breve, più esatta e completa: "uno impasto di appassionato e di sarcastico, di fidente e di scettico, di dommatico e di analitico, di pauroso e di intrepido, di lusso orientale d'imagini, e di formole severe, di raziocinio, di esitanza e d'impeto, di scoraggiamento e di forza convulsa, e di altre moltissime qualità non contrarianti ma in antitesi fra loro, che hanno colorato i fantasmi usciti dal mio cervello".
Mi si permettano ancora alcune brevi citazioni: il giudizio del Giusti sull'Assedio di Firenze: "Il sarcasmo amaro e feroce, il dolore disperato e convulso d'uno che ha perduto la fede di tutti e di tutto, hanno dettato quel libro; va a sbalzi come il polso d'un febbricitante e finisce per bottate rotte e scomposte. Quel libro ti dice l'uomo". Egli stesso scrive a proposito della Beatrice Cenci: Al Massei da Bastia (giugno 54): "La Cenci fu scritta in carcere tra la rabbia, l'ira, l'ansietà, il tedio, con la febbre continua addosso, in mezzo a tale commozione di nervi, che finì con tre colpi di epilessia". E nel luglio: "La Cenci fu composta fra inenarrabili passioni e angosce mortali, e, fuori di figura rettorica, qualche volta scritta con mano agonizzante: la mente delirava e la mia intelligenza era sbattuta fra quel mare di affanno come un annegato".
Del resto a chi legge qualsiasi scritto del Guerrazzi appare, pur senza nulla sapere della sua vita, opera di uomo tutt'altro che normale, comechè poche pagine trova in cui non si alluda ad ossa, a sangue, a stupri, ad uccisioni, vendetta, ferocia.
Ed egli stesso ne conveniva. Nelle sue Memorie, il Giusti riferisce il racconto fattogli una volta dal Guerrazzi, di una orrenda e selvaggia scena di rissa a coltello fra delinquenti, suoi compagni di detenzione: A quegli urli feroci, a quelle atroci bestemmie, fra il cozzar dei corpi e dei ferri, il Guerrazzi diceva di aver teso avidamente l'orecchio, ed essersene sentito inspirar l'estro. "Io, diceva, mi sono sempre inspirato a cose terribili e orrende".