MANZONI[11]
Reading edition
MANZONI[11]
(Con 3 tavole)
L'UOMO
Capitolo I. Esame somatico e biologico.
Alessandro Manzoni era di alta statura, m. 1. 67, con apertura delle braccia (carattere questo degenerativo) molto maggiore della statura 1.75; circonferenza del capo molto vasta — 580mm.; — fronte larga alla base 110, ma sfuggente. Ebbe acutezza visiva grande fino a tarda età, che contrastava coll'ottusità notevole del gusto e dell'odorato, che non lo lasciava accorgere dei cibi che sapessero di fumo; la poca sensibilità musicale contrastava ad una strana iperacusia, specie, notturna. — Moderato nel cibo, salvo quando avesse dei grandi dispiaceri; occasioni queste, in cui, all'inverso dei più, mangiava assai. Come i nevropatici aveva grande sensibilità meteorica. "È tranquillo, è buono, salvo quando vuol mutare il tempo e quando non ha emozioni", scriveva di lui, giovane, la madre Giulia a Fauriel, (Cantù, o. c., II, 160).
Soffriva di balbuzie iniziale specialmente davanti agli estranei ed in alcuni giorni più che in altri; fu in preda a continui disturbi nervosi, — mali di stomaco, lombaggini, mali di denti, di testa, un'impossibilità di lavorare più di 5 giorni in un mese, inquietudini, angosce, — che provocavano in lui strani scoraggiamenti.
Era insieme claustrofobo ed agorafobo, sicchè una strada grande gli dava una sensazione penosa, e doveva camminarvi sempre rasente il muro, appoggiandosi dall'altra parte ad un amico; e mentre gli era fisicamente e moralmente impossibile di rimanere da solo in una camera chiusa a chiave e di rimanere nella folla, dichiarava star bene solo camminando; e camminava così rapido, che meglio poteva dirsi corresse. "Ieri mattina, — scriveva egli, per es., a Fauriel, — sentendomi bene, andai a piedi a Brusuglio, e dopo avere corso nelle vie e nel giardino quasi quattro ore, ne sono rivenuto a piedi". Però era incapace di fare un solo passo fuori di casa da solo; per cui, pochi potendolo seguire nel suo passo stranamente affrettato, dovette anche da giovinetto, come ne informa sua madre, passare molti giorni in angoscia, per non poter uscire.
E tutti questi mali partivano o si riflettevano su e dai centri nervosi: così evidentemente nevrotico era il suo mal di stomaco che non gli lascia forza d'intendere ciò che scrive, e talvolta non gli lascia pigliar la penna in mano.
Doppia personalità, — Presentò in tutta la vita, non che passando dalla giovinezza all'età adulta, una vera doppia personalità: ora timida, ora audace, ora bigotta, ora Voltairiana, ora affettuosa, ora muta d'affetto.
Avea una vera forma di follia circolare: giorni nefasti, come egli li chiamava, di angosce, inquietudine, di singolari scoraggiamenti, durante i quali non poteva nemmeno passeggiare, e giorni tranquilli.
Scrittura. — La doppia personalità di Manzoni si riflette nella scrittura ora nitida e calma ora procellosa, come aveva già intraveduto Bonghi. Se noi esaminiamo, per es., l'autografo di quel frammento sul Corpus Domini pubblicato nel Carteggio fra Rosmini e Manzoni (vedi n. 1), e la dichiarazione premessa in età adulta al giovanile Trionfo della libertà; ed il ms. del Trionfo della Libertà, (Bonghi. Opera inedita di Manzoni, Vol. I, p. 30, Fig. 2-3, e le note al Canto I., idem, Fig. 4), vediamo nelle ultime, ma più specialmente nella prima, che crederei scritta nel 53, un tipo comune agli ecclesiastici, che risulta da un'eguaglianza monotona di tutte le lettere, curve e filetti, senza risalto alcuno di filetti, nè di hampe allungate nè di curve personali, nè di volute, nè di tagli del t, senza pendenze spiccate a destra nè a sinistra.
Invece l'autoritratto (Fig. 5) ha un tipo artistico spiccato, che ricorda quello di Raffaello e anche Mantegazza, Calderini, Mazzini, Bistolfi con belle maiuscole, con curve artistiche, col taglio del t qualche volta al di sopra, qualche volta all'indietro o al davanti della lettera, con accentuati filetti e i grassetti.
Tutti questi caratteri differiscono stranamente dalla scrittura del 5 maggio (Fig. 6 e 7) e così anche dall'Inno delle Pentecoste che parrebbero assolutamente vergati da un altro. Qui la scrittura è ora diritta, ora assolutamente pendente a sinistra, appuntata invece che curva, legata invece che giusta-posta, colle lettere piccole e le hampe in confronto molto grandi, colle linee serpeggianti e spaziate, con qualche voluta, con macchie e scarabocchi, e correzioni a masse e in cui si accentua la nota appassionata e la grande irrequietudine dello spirito in contrasto colla impassibile eleganza ed apatia delle altre, per cui al minimo possiamo trovare nel Manzoni tre caratteri speciali che covavano già nella sua giovinezza e divennero spiccatissimi nell'età matura.
Questi mutamenti grafologici si possono trovare anche nel ms. di una stessa ode; p. es. nel 5 maggio (fig. 6 e 7) è curioso il notare in B il carattere calmo e quasi apata della correzione della 2ª. strofa, che è ben più poetica della prima gettata[12] e che assomiglia molto a un'altra scrittura che qualche volta usa il Manzoni, quale si trova nella lettera a Federico Gonfalonieri n. 8 e che, se frequente, costituirebbe quasi un quarto tipo grafologico.
Balbuzie. — La sua balbuzie era, come la chiama Stricker una balbuzie psichica, Gedanken-Stottern, che s'arrestava ad un tratto davanti ad una parola difficile a pronunciare; e davanti a cause che aumentassero la sua naturale timidezza, sicchè egli come già Cartesio, Newton, Cornelio, era incapace di pronunciare davanti a molti fosse anche una sillaba sola. Questo arresto psichico emotivo pare si estendesse qualche volta anche alla scrittura, se con Bellezza si interpretano alcune frasi della figlia, e della madre, che p. es. dicono, "Strappiamo la penna ad Alessandro che pensa troppo per dirvi in due parole quanto potrebbe dirvi." "Scrivo invece del padre perché l'occasione instessa e precipitosa non gli dà il tempo di scrivere da sè," prova bellissima che il fenomeno è completamente corticale.
Assenze epilettoidi. — Soffriva fieri mali di capo, con senso di congestione, per cui si sentiva invadere la testa da un gran caldo[13] e insieme assenze epilettoidi. Queste erano segnalate dal camminare e leggere senza accorgersi di quanto accadesse e si dicesse intorno a lui: e dalle vertigini epilettoidi; le quali solo posson spiegare gli svenimenti o l'apprensione continua degli svenimenti; espressione questa, o meglio eufemismo, con cui spesso gli epilettici designano i loro accessi; tanto più che l'esame medico accurato fatto eseguire dalla madre, escluse ogni altra affezione cardiaca o cerebrale o gastrica, che potesse spiegarli: e che, persino un giorno, bizzarramente attribuiva al clima di Parigi[14] dove, viceversa, era andato appositamente per guarirne[15].
Portava con sé del forte aceto, per scongiurare questi accessi o deliqui; ed un giorno sentendoseli venire, mentre era lontano da casa, se ne gittò addosso con tanta precipitazione, da guastarsi per qualche tempo la vista. — Ed era questa del deliquio o accesso che fosse altra causa per cui non ardiva uscire da solo.
Lo Stampa racconta come una volta parve al Manzoni che il suo maestro di tedesco, certo Ekerlin, fosse caduto in deliquio durante la lezione; e che donna Giulia pregò quest'ultimo di astenersi dal frequentare il figlio, perché quello spettacolo ne aveva peggiorato lo stato nervoso. E a proposito del timore ond'era sempre assediato di svenire lontano di casa, lo Stampa, op. cit., osserva: "Il risvegliarsi da uno svenimento, col sentimento di esser stato fuor di sè, circondato da persone straniere che lo guardavano con un curioso interesse, era un accidente che sopra un temperamento veramente nervoso e convulso, dovea fare una brutta e profonda impressione."
Tutto questo non può spiegarsi[16], soprattutto a chi sappia che la vertigine quando non sia effetto di complicazioni gastriche o cardiache, è il fenomeno più costante dell'epilessia, specie dell'epilessia psichica[17], ch'è come una forma di accessi istero-epilettici. Aggiungasi che la più ispirata delle sue liriche, — il 5 maggio, — fu composta in un vero accesso di epilessia psichica. La notizia della morte di Napoleone I gli giunse il 17 Luglio a Brusuglio, mentre era nel giardino; si chiuse nel suo studio e scrisse in 2 giorni l'inno (V. Op. ined. e rare di A. Manzoni, Vol. I. — Avvert. p. 14 — edite dal Brambilla) mentre tutti i precedenti altri inni furono stentati per 6 od 8 mesi di seguito; "i famigliari dissero che in quel giorno pareva impazzito.., che dettò l'inno in soli 2 giorni di straordinaria irrequietudine, durante i quali faceva suonare continuamente al piano la sua signora qualunque aria, pur che non s'interrompesse"[18]. E lo stato spasmodico in cui era quando lo dettava è provato anche grafologicamente (v. s).
Capitolo II. Esame psicologico.
Amnesie. — A meglio fissare tale diagnosi, si aggiungono le singolari amnesie (altro fenomeno speciale all'epilessia) che in lui s'alternavano ad una meravigliosa memoria, sì da saper a mente quasi tutto Virgilio ed Orazio; e perciò erano assolutamente morbose. E qui le prove son numerose.
In mezzo ad una disputa di materia storica, gli viene in mente di guardare che cosa dice in proposito il Gibbon, e trova il volume... postillato da lui stesso. "Ecco cos'è la mia memoria!" esclama poi ridendo.
Un'altra volta, spedisce un libro ad un amico "per la posta a foggia di lettera", cagionando una spesa inutile e relativamente grave al destinatario, a cui deve poi chiederne perdono[19].
Scrivendo al Fauriel gli accenna a un lavoro che egli avrebbe tra le mani sopra gli stoici; l'amico, il quale pensa agli stoici come al Gran Turco, casca, dalle nuvole ed egli se ne scusa in questo modo:
"Je ne sais pourquoi je vous ai parlé des stoiciens, quand je savais très bien que c'est à ce discours que vous travaillez. Mais c'est que je parle quelquefois comme un oison".
Dimenticanze e distrazioni gli avveniva di commettere persino in ciò che più dappresso riguardava i suoi studi: nelle note storiche premesse all'Adelchi, dopo il cenno del matrimonio di Desiderata o Ermengarda, figlia di Desiderio, con Carlo Magno, aveva scritto che: "le cronache di quei tempi variano perfin nei nomi, quando però li dànno". Federico Odorici lo avvertì che ambedue i nomi in tedesco significavano "figlia di Desiderio" e che perciò erano identici. Il Manzoni ringraziò e promise di sopprimere nella nuova edizione l'immeritato rimprovero a' cronisti; ma poi se ne dimenticò, ed ebbe a scusarsi della sua "scapatagine" presso l'Odorici". (Bellezza o. c.)
Una volta, conversando con un amico, gli citò una sentenza che gli pareva bella, ma non si rammentava più dove l'avesse trovata. Sfido! gli disse l'amico: è vostra! (Dialogo dell'invenzione); egli restò confuso, corse al volume delle sue Opere Varie, e rispose un po' balbettando: "Quand'è così, la citazione non ha alcun valore." E mutò discorso. Nè questo è il solo né il più sorprendente esempio della sua davvero "portentosa" dimenticanza di ciò ch'egli stesso aveva scritto. Una sera, narra il Fabris, a chi gli citava due o tre versi del coro: "Dagli atri muscosi", ecc. egli disse non ricordare punto quei versi. Un'altra sera una signora, che aveva recitato stupendamente a Napoli la parte d'Ermengarda, gli diede il proprio ritratto; con sotto scritti alcuni versi di questo personaggio; invano i famigliari gli ricordavano che eran suoi; egli sostenne risolutamente di non averli mai scritti; finché dovette cedere alla evidenza: "quando gli additai (scrive Fabris) il luogo preciso della tragedia dove si trovavano. Un'altra volta lo trovai circondato da un mucchio di libri, e tutt'intento a cercare un passo di un autore, ch'egli aveva in mente; e richiesto da lui se lo sapessi trovare, gl'indicai una delle sue opere, al che egli stentando a prestar fede, andò a cercare il volume, né si acquetò fino a che non gli ebbi mostrata la pagina". (Bellezza, o. c.)
Era così misoneico, che non andò a vedere lo zio Beccaria morente, in ferrovia, perchè quella allora era una novità. Già a 22 anni scriveva (Epist. I, 72) del ribrezzo che gli metteva addosso il vedere nuove facce; anche Stampa afferma, che il solo vedere una persona nuova lo metteva sempre di malumore; e che estendeva il misoneismo ai bicchieri, alle scatole del tabacco, alle cravatte, le cui forme non mutò mai, come la madre sua non mutò mai le mode che avea portate nella giovinezza.
Paure. — Egli, poi, fondeva il misoneismo alla panofobia: aveva paura di tutto, delle strade ferrate, del colera, del dentista; provava vero spavento a visitare un paese straniero.
Paradossi. — È strano ch'egli, così equilibrato in ogni suo lavoro, si piacesse così spesso (Cantù, op. cit.) di quei paradossi, ove (le son frasi Manzoniane): la salsa è tutto; e non solo in letteratura, anzi più spesso ancora che in letteratura, in politica, e in economia, come quando voleva che si lodasse l'architetto Mengoni per le difficoltà vinte nel costrurre la Biblioteca Ambrosiana sopra area limitata e disuguale, e poi suggeriva di... demolirla. Alcuni eran geniali come: quando proponeva smetter gli ambasciadori, essendo divenuti ora inutili: e come quando affermava — "esservi mancanze, le quali, lungi dal far perdere a un autore il titolo di galantuomo, gli acquistano spesso quello di benemerito" — e che: — "l'accusa di plagio è stata fatta sempre agli scrittori che hanno detto il più di cose nuove" — e che: — "la rappresentazione delle passioni che non eccitano simpatia, ma riflessione sentita, è più poetica d'ogni altra".
E nel parlare e nello scrivere in Italia constata che, "per non dare nello strano, bisogna tenersi lontano dal naturale"; e ciò per "non saper come fare per dire una cosa che si dice ogni momento".
Son queste tutte, in vero, delle trovate più paradossali in apparenza che non in realtà, e che possono parere tali solo all'uomo volgare. Ma però egli si piaceva troppo in altre sentenze, peggio che paradossali, solo basate sulla forma, sul suono, sul contrasto dell'espressione — come quando pretendeva la moda una libertà portata dal Cristianesimo, che, viceversa, perpetua, perfino nelle cocolle del frate, la veste delle plebi Romane; e quando parla del vezzo del pubblico, il quale s'ostina "a demander des explications sur ce qui n'avait que le défaut d'être trop clair", e che "l'osservar poco è.... il mezzo più sicuro per concludere molto": e come quando trovava la seconda Gerusalemme di Tasso "indubbiamente migliore della prima, sia riguardo ai versi, sia riguardo alle altre correzioni", e quando in una lettera al Bonghi sostiene che il Baretti "quell'Aristarco, che ebbe e ha ancora la riputazione di critico incontentabile, peccò piuttosto di troppa indulgenza"!!
Chiamava i ladri i più gran partigiani del diritto di proprietà, perchè... arrischiano la vita per ottenerla. Discorrendo col Torti del vino e dei suoi componenti conchiudeva: "In fine dei conti, la base del vino è l'acqua".
La frequenza di questi paradossi o meglio dei bisticci che come vedremo formano non scarsa parte del suo contenuto letterario in prosa, è tanto più strana in lui che in alcune severe sentenze ne riprovava l'uso come perniciosissimo al giusto ragionamento (v. sotto).
Abulia. — Come accade in molti geni, la profondità del pensiero, che malgrado tante mende era in lui mirabile, ne aveva depressa la robustezza della volontà e il senso pratico, il che chiaramente confessò in questa lettera a Briano giustificando con ciò il rifiuto dell'offertagli deputazione (V. Epistolario, Vol. II — Milano, 1883 — pag. 176).
"Il senso pratico dell'opportunità, del saper discernere il punto o un punto dove il desiderabile si incontri col riescibile; e attenersi sacrificando il primo con rassegnazione non solo, ma con fermezza fin dove è necessario, salvo il diritto si intende, è un dono che mi manca a un segno singolare: e per una singolarità opposta, ma che non è nemmeno un rimedio, perchè riesce non a temperare ma a impedire ciò che mi pare desiderabile, mi guarderei bene dal saperlo non che dal sostenerlo. Ardito nel mettere in campo proposizioni, che paiono e saran paradossi, e tenace non meno nel difenderle, tutto mi si fa dubbioso, oscuro e complicato, quando le parole possono condurre a una deliberazione.
"Un utopista e un irresoluto son due soggetti inutili, per lo meno, in una riunione in cui si tratti di conchiudere; io sarei l'uno e l'altro nello stesso tempo.
"Il fattibile più volte non mi piace e dirò anzi mi ripugna; ciò che mi piace non solo parrebbe fuor di proposito e fuor di tempo agli altri, ma sgomenterebbe me medesimo, quando si trattasse non di vagheggiarlo o lodarlo semplicemente, ma di promuoverlo in effetto; e d'averne poi sulla coscienza una parte qualunque delle conseguenze."
Son le parole stesse con cui espressero la loro abulia Cardano, Newton e Rousseau, e recentemente Renan ed Amiel[20].
L'abulia lo lasciava preda del suo ambiente, favoriva la sua suggestionabilità, il che spiega perché fino a che fu sotto l'influenza della madre vedesse dei geni nei suoi amanti e non s'accorgesse dell'indelicatezza nel farne egli l'elogio; appena caduto nel dominio dei preti passa ad un fanatismo bigotto così esagerato come era forse esagerato l'anticristianesimo e l'odio dei preti quando era sotto l'influsso degli enciclopedisti. Vedremo presto come alla sua conversione abbia contribuito molto la suggestione della moglie, della madre, di due preti e d'una... vicina di casa.
Questa abulia ed insieme la poca affettività che fra poco dimostrerò, spiegano la sua ripugnanza a scrivere agli amici, a rispondere loro anche in cose importantissime.
Se il prendere la penna era per lui sempre una "azione eroica" — così confidava egli al Grossi, — quando poi si trattava "di scrivere una lettera di cerimonia", allora "l'impresa" (è ancor egli che parla), si facea addirittura "erculea". Questa lettera diventava per lui una vera calamità! Vi pensava delle settimane senza mai sapersi risolvere a mettersi alla scrivania; oppure vi si metteva varie volte... per non scrivere poi altro che qualche linea (Bellezza o. c.).
Finalmente, dopo esitanze, meditazioni e perdite di tempo deplorabili, finiva a scriverla e a spedirla; e allora ridiventava di buon umore, non senza rimpiangere tutto il tempo che vi aveva perduto; però non di raro dopo scrittala era oppresso dal tormento dei pentimenti; sicchè molte volte mandava il servo a ritirarla dalla Posta per paura gli fosse sfuggito qualche errore. — Quando ristampò la sua lettera famosa a Cesare D'Azeglio intorno al Romanticismo, ne volle rivedere le bozze, chi dice quattro, chi dice tredici volte...; e si trattava di una ristampa (V. Barbiera, op. cit., pag. 364).
Senso pratico. — Questa abulia era in lui peggiorata dall'assenza di ogni senso pratico della vita o senso comune. Quindi, erede d'un forte patrimonio, venutogli inaspettato — quello dell'Imbonati, — non sa valersene per migliorare il proprio censo, sicchè finisce a dover vendere tutti i poderi aviti, ai quali era affezionatissimo: autore d'un'opera coronata da un immenso successo come i Promessi Sposi, venduta in poco tempo a due mila copie, — cosa straordinaria in quei tempi — riesce invece a rimettervi 80 mila lire quando se ne fa egli l'editore per non volersi adattare a dare alcuno sconto ai librai, che è la condizione sine qua non d'ogni smercio librario. Finalmente, proprietario agricolo, manca della previdenza più semplice — quella di prendere un'assicurazione sugl'incendi.
Affettività. — Aveva, come accennai, comune coi folli morali la poca affettività; fu ingrato col Foscolo (Lettera al Trechi), col Torti; amico intimo del Grossi, non volle pronunciare due sole parole che avrebbero potuto salvarlo da gravissime noie nelle polemiche coi critici pei suoi Lombardi alla prima Crociata; amico antico del Fauriel, ne divenne dopo qualche anno quasi un estraneo; poco e male si preoccupò dei figli, non dandosi il menomo pensiero della loro educazione e collocazione. Come Beccaria, dopo aver amato caldamente la prima moglie, ne sposa dopo 3 anni un'altra; al figlio Pietro che gli domanda una raccomandazione per riavere un impiego, risponde con una lettera che parrebbe diretta ad un ignoto, in cui protesta non avere relazione con alcuna persona influente, il che non era vero perchè lo vediamo — quasi contemporaneamente (Epist. II) — raccomandare persona affatto a lui estranea nè gran che più meritevole.
Precoce. — Fu (De Gubernatis, op. cit.), precoce come sono tutti i degenerati; a 15 anni aveva scritto il Trionfo della libertà, a 18 le Armonie giovanili, e non mancava nei suoi primi anni di quella megalomania così frequente nei giovani ma che contrasta stranamente coll'eccessiva umiltà e modestia della età matura, in cui avea tanto più ragioni d'insuperbire: come provano questi versi nel Trionfo della Libertà, dettato a 15 anni:
Ed io pur anco ed io vate trilustre Forse ahi! che spero la seconda vita Vivrò se alle mie forze inferme e frali....
E più sotto...
È forse a somma gloria ogni via chiusa Che ancor non sia d'altre vestigia folta? Dante ha la tromba e il cigno di Val Chiusa La dolce lira....
mettendosi, come si vede, in troppo buona compagnia.
Contraddizione. Bigottismo. — Nel 1810, a 26 anni circa, colui che era stato fino allora, non solo Voltairiano convinto, come mostrò in quei due poemi e nelle corrispondenze, ma fin eccessivo odiatore del prete, colui che si lagnava che al letto del moribondo suo Arese, appena allontanati gli amici, si fosse fatta affacciare l'orribile figura del prete, che andò nel 1806 precisamente per questo, a Parigi, comechè, diceva: "in Italia uno non potere vivere nè morire come vuole, mentre in Francia almeno sono indifferenti", passò all'improvviso al cattolicismo più esagerato. La causa predisponente pare ne fosse in parte l'equivalente psichico di uno dei suoi accessi epilettoidi.
Secondo il Barbiera (Il Salotto della contessa Maffei e Camillo Cavour — 6. Edizione, Baldini e Castoldi, Milano, p. 359), in un momento di delirio il Manzoni che avea smarrito per le vie di Parigi la moglie, sarebbe entrato angoscioso e tremante nella chiesa di S. Rocco esclamando: — "Dio mio, se esisti, rivèlati a me; e fammi trovare Enrichetta". Secondo Stampa, che forse ne ebbe informazioni più esatte e dirette dalla seconda moglie, egli, nel 1810, mentre passava vicino alla chiesa di S. Rocco, fu colpito dal solito deliquio o paura che fosse di deliquio, e mal reggendosi in piede potè ripararsi in quella chiesa; vi si sentì subito meglio e trovò un immenso conforto nel trovarsi in un luogo sacro. E da allora comincia la sua conversione.
Chi conosce il colorito terrifico religioso[21] frequente nell'epilessia, la sua facilità a polarizzare gli animi di chi ne sia colpito nelle direzioni più contradditorie, trova invece più naturale che questa malattia in lui da anni radicata, benché come vedemmo in forma frusta[22] riuscisse a polarizzarne completamente la personalità psichica nel senso contrario al proprio passato positivista, anzi antireligioso; come in S. Paolo, e come vedemmo in molti altri epilettici e geni, Swedenborg, p. e., Pascal, Rousseau, Cardano (Uomo di Genio Parte II e III).
E ciò tanto più facilmente, perchè in quegli anni era, come scrive la madre, assai più del solito in preda ai suoi disturbi nervosi, in seguito alla paura incontrata assistendo all'incoronazione di Napoleone (siamo di nuovo a manifestazioni panofobiche) nelle vie di Parigi, ove credè di essere soffocato dalla folla.
Un più recente studio (E. Degola: per De Gubernatis) spiega meglio questa sua strana condotta o meglio forse aggiunge un altro più potente a questi moventi. — Secondo il carteggio dell'Ab. Degola, un santo uomo sempre in cerca di proseliti, avendo costui convertito una certa Geymüller e poi sua figlia, protestanti, amici, correligionari e quasi coinquilini della Blondel in quell'epoca (1810) a Parigi — questa ultima ne fu così impressionata da decidersi subitamente ad imitarla e si convertì il 22 Maggio; — Manzoni prima la lasciò fare senza molto esserne scosso, ne disputò anzi un poco con Degola, — poi cominciò a subirne l'azione suggestiva, come è prova l'aver consentito il 15 Febbraio 1810 a rinnovare il rito nuziale; poi a quella di Degola si aggiunse l'opera di Monsig. Tosi — ma pure al 28 Agosto 1810 non era convertito che a metà. — "Il già sì fiero Alessandro (scrive il suo 2º. domatore Tosi a Degola) quantunque mostri molta docilità non è ancor conquistato alla fede." — Ma i preti convertono anche la madre Donna Giulia, che s'accosta alla mensa della B. V.; e la suggestione quindi aumenta sempre più; — benché il 22 Febb. 1811, Tosi volesse vederlo più docile all'insinuazione dolcissima della moglie e della madre. Ma sotto quattro suggestionatori di quella forza finiva per cader, non solo ma andar al polo opposto dell'ascetismo morboso. — Il 7 Marzo 1811, ossia 15 giorni dopo, Manzoni ne era già preda completa, era secondo la mite formula di Lojola perinde ac cadaver e scriveva di sè: Soffrire giusto questo castigo per chi non solo dimenticava Iddio, ma ebbe la disgrazia, l'ardire di negarlo.
Nel 1817 ancor però tremavano i due convertitori e le due loro alunne che tornando a Parigi potesse venir meno la loro potente azione suggestiva — da cui solo evidentemente credevano dipendesse la conversione e deploravano ch'egli — un grande egoista nel fondo anche con tutta la sua religione — "non si consigliasse se non con le sue convulsioni contro cui credea unico rimedio il viaggio". (De Gubernatis, S. E. Degola).
Ma checchè affermino Magenta che ne tentò un'apposita dimostrazione per Tosi, e De Gubernatis che sotto altra forma e con maggiori documenti la riconformò a quasi esclusivo vantaggio di Degola, se giovinetto Manzoni non avesse fatto ricerche filosofiche elevatissime e osservazioni fin troppo dal vero, delle scuole pretesche, di cui si dichiarò vittima per parecchi anni[23], e se non avesse avuto per maestri ed amici, Cabanis e Tracy, al cui confronto Tosi e Degola erano troppo poca cosa, il fatto potrebbe parere strano, ma non istraordinario.
Tanto più che ad ogni modo non giungerebbe mai un pensatore, sia pure convertito, fino all'esagerazione di cacciare di casa le opere più pregiate del Voltaire ornate di autografi suoi; e giustificarsi dell'amore che vi aveva sempre posto, col dire che non ne aveva prima letto le confutazioni d'un volgarissimo critico (Guenèe); nè giungerebbe mai alle morbose effusioni ascetiche, simili a quelle in cui si abbandona Manzoni quando scrive al Tosi: "Col Padre della Misericordia si ricordi di questo povero uomo, la cui miseria le è nota". E più tardi: "Si ricordi innanzi a Colui che ascolta; tribolati di chi ha tanto bisogno di essere perdonato"; o quando scrive nelle lettere al Tosi pubblicate dal Magenta: "Ringrazio vivamente il Signore che ci ha offerto questo fortunato mezzo di propiziazione per noi peccatori" (sic!) e "ringrazio pure di cuore la bontà di lei del cui santo ministero si vale per tutto ciò che io possa fare. Dico e senza esitare questa parola, se malgrado la mia profonda indegnità (ecco la linea che segna il delirio di indegnità e di peccato dalla comune umiltà), sento quanto possa in me operare la Onnipotenza della Divina Grazia, (D e G grandi). Si compiaccia di pregare il buon Gesù che non si stanchi di farne risplendere i miracoli in un cuore che ne ha tanto bisogno. Mi tenga sempre suo umilissimo e affezionatissimo figlio in Gesù Cristo. — Alessandro Manzoni".
Notisi che la lettera, riguardava non un atto ignobile od equivoco, od almeno indifferente che abbisognasse di scusa; ma una buon'azione, una opera di carità commessa in segreto!!
Oh! non ti par di vedere un vecchio instupidito dall'età, accasciato e curvo ai piedi del prete?! — Eppure qui si tratta di un giovane baldo ch'era pochi anni prima audace pensatore, e perfino schernitore di preti.
Giustamente avvertiva il De Gubernatis, che non è certo alienista nè amico degli alienisti, ed in un'epoca in cui tali questioni non si toccavano ancora, anzi non si sognava nemmeno dai letterati che esistessero, tanto erano digiuni d'ogni scienza psicologica non che psichiatrica; non potersi spiegare tutto ciò se non per un delirio: ed io aggiungerò per il delirio così detto d'indegnità, o di peccato che è una nota varietà della lipemania.
E ciò è ribadito dalla lettura di questi suoi pensieri mandati al Tosi: "Felici noi se sappiamo comprendere che l'unica vera gioia e l'unico sapere viene dallo spirito che il Padre ci manda nel nome di Gesù Cristo." — E poi: "Gesù Cristo, nostro esemplare, (sic) ha proferito parole che noi dobbiamo ripetere; e quante volte quelle parole sono per noi terribili da proferirsi, perchè racchiudono la nostra condanna e svelano la funesta parola, contraddizione, tra il nostro esemplare e la nostra condotta". (Magenta o. c.)
Ora un simile delirio di peccato può passare anche per naturale effetto dell'età in un uomo disfatto dagli anni, ma in un giovane geniale, già Voltairiano per giunta, è evidentemente morboso.
Il Tosi suo confessore si era completamente impadronito di lui; secondo lui, per redimere il suo passato peccaminoso (eppure a dire il vero, peccato non aveva egli che di idee), non sarebbe bastato dettasse dodici inni sacri, tanti cioè quanti erano i mesi dell'anno, ma doveva scrivere La Morale cattolica in difesa della religione. E il Magenta pretende (non è però ben provato, e Cantù e Stampa lo negherebbero) che più volte il Tosi chiudesse il Manzoni nel suo studio, come uno scolaretto, dichiarando che non lo avrebbe lasciato uscire da lì fino che non avesse scritto un certo numero di pagine; certo è che pretendeva che il Manzoni mettesse in versi oltre che quella collana di Inni mensili "la storia di Mosè, e tracciasse un lavoro ascetico in cui si dovea dimostrare che l'uomo abbandonato a sè cerca la soddisfazione in una scienza vana, felice viceversa se sappia comprendere che l'unica vera gioia e l'unica scienza vengono dallo Spirito che il Padre ci manda in nome di Gesù Cristo".
Infine per comprendere fino a qual punto giungesse il fanatismo suo e del suo convertitore, Tosi, basti dire che trovò peccaminoso fino quel brano bellissimo dei Promessi Sposi in cui il Padre Cristoforo assolve Lucia dal voto, brano che fu salvato per miracolo più tardi dalla scancellatura al cessare dell'acuzie della crisi psichiatrica.
Secondo De Gubernatis, che però qui vuolsi da alcuni esageri un fatto vero, da quell'anno 1810, l'anno della conversione, fino al 1818; e, lasciando la cronologia che potrebbe esser inesatta, certo nei migliori e più fecondi anni della vita, egli fu completamente sterile;[24] men che qualche piantagione agricola, qualche disegno di villa e gli stentati e sterili primi inni sacri, e due canti patriottici classici, egli non avrebbe fatto nulla di grande; e ciò perchè il bigottismo più gretto invase e guastò quella nobile anima (come persino il clericale Cantù dovette confessare), sostituendosi, non che al positivismo, al vero sentimento religioso. E il bigottismo che ha abbattuto due grandi nazioni, la Spagna e la Francia, ha forza che basti per annichilire anche il più grande dei geni.
Vero è che lo Stampa pretende confutare in proposito ambedue quei biografi: ma la sua invece che una confutazione ne è una riconferma; perchè deve ammettere che il Manzoni pregava tre volte al giorno, che recitava i paternoster alla sera con quelli della sua famiglia, che suggeriva a un malato un santone che guariva con benedizioni, che avrebbe voluto baciare i piedi al Papa, infine, che ne sosteneva la completa infallibilità in questioni religiose, il che si vede del resto nell'Epistolario (vol. 4), egli, che non foss'altro dalla condotta del Vaticano col suo grande Rosmini, torturato moralmente in vita, e forse spento dal noto a Sarpi stylum Romanae Ecclesiae avrebbe dovuto almeno per ragione di sentimento, per ragion d'amicizia, comprendere la terribile fallibilità della Chiesa.
Certo che: se il delirio religioso sorto a poco a poco — prima in grazia ad un accesso epilettoide e poi mercè la suggestione della moglie, della madre e del Tosi, e Degola in un organismo debole e predisposto a passare agli eccessi opposti dalla nevrosi dominante e dagli incidenti che questa ingrandiva, — se quel delirio avesse continuato ad imperversare a questo modo sull'anima di quel grande, noi del Manzoni non avremmo più avuto, toltone i bei versi giovanili, che quei poco felici primi inni e l'importazione di qualche pianta esotica d'alto fusto.
Ma nel 1818, a rompere la prepotente suggestione altrui e la propria — gli sorse contro una di quelle grandi sventure che omeopaticamente spesso servono di rimedio alle più gravi psicopatie: in causa della pessima amministrazione sua, se egli, malgrado la lauta eredità Imbonati, quasi 300,000 lire, (secondo Petrocchi o. c.,) volle conservare Brusuglio, dovette vendere la casa e villa paterna, cui era affezionatissimo e nel cui villaggio, come è confermato dai colloqui del Manzoni con la Maffei (v. Barbiera, p. 362) egli impostò la scena principale dei Promessi Sposi. Il dolore dovette essere acerbo, "il più grande dispiacere", disse[25] egli, "della mia vita": Egli ne ebbe, perciò, come appare dalle lettere della madre e di lui stesso al Tosi, un aggravamento nella nevrosi, e nelle vertigini. — Ma sotto quella grande scossa morale riacquistò completamente la sua attività poetica, nuova prova del legame di questa colla nevrosi. E fu appunto allora che stese con novo stile l'inno della Pentecoste, l'unico veramente perfetto fra i suoi inni religiosi; ed in breve tempo; fu allora che concepì il Carmagnola e poi l'Adelchi; e si noti che nel Carmagnola anche a sfogo della sua melanconia introduce i cori per poter parlare (come confessò) in persona propria e senza prestare ai veri personaggi i propri sentimenti; e infatti egli sfogò molti dei suoi segreti rimpianti nel dipingere quest'eroe d'animo grande e desideroso di grandi imprese, che si dibatte con la piccolezza dei suoi tempi.
Un altro campo... Correr degg'io, dove in periglio sono Di riportar, forza è pur dirlo, il brutto Nome d'ingrato, l'insoffribil nome Di traditor.
Capitolo III. Eredità morbosa.
Nè a completare il quadro patologico di Manzoni manca l'influenza ereditaria.
L'eredità pazzesca e geniale in Manzoni è veramente molteplice, specie dalla parte della madre. Già Cesare Beccarla, da cui discende Giulia, la madre del Manzoni, apparteneva a una famiglia nobiliare dove molti erano i pazzi, da una famiglia di cui diceva Verri: "non conoscere nè passato nè futuro, e operare quasi per istinto sulle sensazioni del momento attuale, e padre e madre mostrarsi tanto deboli e inconsequenti quanto i loro figli. Il padre, anzi, avendo per sè la borsa e le leggi, ha operato sì che nessuno dei figli ha alcun riguardo per lui, sino a non lasciargli una porzione di piatto a tavola." Quanto a lui Beccaria, era abulico, molti giorni restava inerte senza pensare, senza leggere, stanco, annojato, fin le lettere intime faceva scrivere dagli amici. Lasciò incomplete quasi tutte le sue opere, a 32 anni abbandonò ogni studio, come più tardi Manzoni che in 88 anni di vita non ne occupò che 35 come scrittore; fu dimostrato che aveva allucinazioni, e idee megalomaniache persecutive, e strane fobie; tremava, anche giunto in età matura, per paura dei folletti e delle streghe; dormiva in un'amaca appesa al soffitto per sottrarsi agli spiriti. Avea paura del bujo, dei birri del S. Uffizio, egli che con audacia sì grande avea proclamati nuovi veri; e dopo aver combattuto la tortura nei libri, ad un primo sospetto di furto la fece applicare ad un suo servitore; risoltosi dopo molta esitanza ad andar a Parigi, dopo 30 miglia vuol ritornare a casa; — giustamente nota Villari in proposito "tal timidezza in un uomo così ardito nell'idea essere assai strana". — S'aggiunga: che egli, grande filantropo nei libri, è senza cuore col padre, col fratello, coi figli, coi poveri, cogli amici, e colla stessa moglie di cui era gelosissimo e che pure, pochi mesi dopo morta, sostituì;[26] proclive ai più strani paradossi, scrive, per esempio, che egli dà dei consigli per riescire, scrivendo, saggiamente pazzo.
Manzoni. — È curioso qui[27] e colpì Graf, come Cantù, come Bellezza, la strana somiglianza tra il Beccaria e il Manzoni; ambidue appassionati del nuovo, ammirarono da giovani gli enciclopedisti, ambedue dopo aver amata pazzamente la moglie, passano rapidamente alle seconde nozze, e ambidue abbandonano l'amico più intimo senza una causa chiara; ambidue combattono il classicismo nello stile; e l'uno da scienziato divien letterato, l'altro da letterato diviene scienziato. Ambidue lasciano incomplete quasi tutte le opere; a mezzo il cammin della vita, ed anzi prima abbandonano ogni studio; ed ambidue mostrano molto scarsa affettività, mancanza di senso comune, di volontà e quindi incapacità di amministrare, e lentezza nell'elaborare; e in tutti e due predominò la paura senza causa, e la timidezza nella vita pratica, in contrasto all'audacia del pensiero e all'amore del paradosso.
Strano effetto dell'eredità e anche insieme dell'analogia nelle condizioni della vita.
Giulia. — Quanto alla madre di Manzoni, Giulia Beccaria, già accennava Foscolo nelle sue lettere esser essa considerata pazza da molti degli amici di casa; certo nata da madre corrottissima, calunniatrice del fratello e bisbetica[28], Giulia sposata, pare contro sua inclinazione, giovane, a un marito frigido e vecchio, se ne stancava subito, né lo rivide nemmeno al momento della morte; si innamorava dell'Imbonati che accompagnò a Parigi e da cui ebbe poi una pingue eredità; pure a lui ancor vivente diede per successore o meglio per associato il Fauriel, che ella soleva chiamare Divino; poco curante, nei giovanissimi anni, del figlio lo abbandonò prima in mani mercenarie; e poi per nove anni in pessimi collegi: univa alla scorrettezza dei costumi il bigottismo, specialmente per una certa Madonna di S. Carlo, di cui, sul serio, credeva aver sperimentata la protezione; aveva morbose paure di mali e pericoli immaginari; per tema di ammalarsi lontana da un medico non istava a Brusuglio, e conservò nella vecchiaia le vesti e le mode della gioventù. Orgogliosa del nome paterno, sottaceva il cognome coniugale e lo dissimulò fino nell'epitaffio; ove volle si incidesse: "A Giulia Beccaria — figlia di Cesare — madre di Alessandro Manzoni"; fino nel testamento (sì poco era previdente) fece legati che assorbivano tutti i suoi beni.
Questi sono caratteri, nota giustamente il Cappelli (o. c.), più comuni agli alienati che ai sani.
Da questi fatti notori, dal testamento rogato in suo favore da Carlo Imbonati, e dalla coincidenza dell'amicizia intimissima sua con la gravidanza del figlio, dalla somiglianza poi della fisionomia dell'Imbonati (Petrocchi o. c.) e di molti Carcano (imparentati cogli Imbonati) col Manzoni stesso, dall'ammirazione eccessiva che essa seppe destare per lui nel suggestionabile figliuolo e dal ribrezzo suscitato in questi, più tardi, quando seppe completo il vero, sicchè distrusse il monumento erettogli in Brusuglio, mandò alla fossa comune le sue ossa prima preziosamente raccoltevi; e più tardi ne distrusse e sperperò fino i libri tutti, fin le lettere (Petrocchi) e tentò far scomparire fin la celebre epistola a lui dedicata, si hanno indizi non lievi a sospettar vera la voce pubblica, secondo cui non dal marito legittimo, ma dall'Imbonati sarebbe nato il grande poeta.
E giova notare: che in questo caso si avrebbe una doppia eredità intellettuale e morale, poichè da uno studio del Buzzetti (I conti Imbonati, Como 1898) si viene a sapere come il nonno di questo suo probabile padre fosse Giuseppe Imbonati, geniale poeta, fondatore di un'accademia letteraria celebre in Milano; il quale, a sua volta, sarebbe stato (come appunto Manzoni) figlio naturale di un Carlo Antonio, ricco banchiere di grandissimo ingegno; sicchè da costui si inizierebbe pel Manzoni l'eredità atavica-geniale... ed erotica (Vedi albero genealogico, 79ª pagina). Quanto al Carlo, il suo presunto padre, secondo alcuni era buon poeta e forte pensatore, e degno allievo di Parini; secondo altri non aveva il genio nè il cuore del padre, faceva pessimi versi e, quel che è peggio, giocava d'azzardo e un giorno arrischiovvi tutta la sua tenuta di Cavallasca; impulsivo, gettò, fra gli insulti più ignobili, un grappolo d'uva in faccia al Baretti.
Ma l'eredità poetica di Manzoni si spiegherebbe meglio, dati questi fatti, con un'altra radice, avendo il presunto suo nonno Giuseppe Imbonati sposato una Francesca Bicetti, celebre poetessa dei suoi tempi, sorella ad un Bicetti dei Buttinoni, notissimo per poemi e per opere mediche, e per avere primo fra noi introdotto la cura del vaiuolo cogl'innesti.

La eredità poetica mista ad una pazzesca, in linea non diretta ma parallela, si trasfonde ancora in un altro ramo, perchè una sorella Marianna del Conte Carlo Imbonati, si sposò ad un Francesco Carcano, bizzarro nobile milanese, messo in canzone come fanatico per le muse dal Goldoni; da cui nacquero Giuseppe Carcano, che pure bizzarro sciupò un patrimonio ad erigere un teatro, e Vincenzo padre all'illustre poeta Giulio. Notisi che in molti altri affini ai Carcano, ch'io conobbi, si son notate spesso genialità insieme e bizzarrie e quelle fobie del dubbio, così spiccate in Manzoni: una, per esempio, di cui ebbi speciale conoscenza, rupofoba all'estremo grado, si bagnava cento volte al giorno; un'altra vedeva veleno dappertutto; un terzo, amico mio, coltissimo del resto, non può accostarsi alle vetrine per paura di romperle ed ha la singolarissima fobia d'esitare a ricevere il denaro dovutogli.
Queste singolari fobie che arieggiano tanto a quelle del Manzoni, e la grande somiglianza nella fisonomia dei Carcano al Manzoni, confermerebbero, parmi assai bene, sebben indirettamente, la ipotesi della consanguineità degl'Imbonati col grande poeta.
Capitolo IV. Applicazioni letterarie.
Chi credesse un inutile passatempo erudito questa ricerca dell'anomalie psichiche del Manzoni, se ne dissuaderà subito quando pensi che essa illumina molta parte della sua opera letteraria e filosofica: la improvvisa e temporanea decadenza all'epoca degl'inni sacri e la loro origine, la contraddizione filosofica di metà della sua vita, i frequenti bisticci, i paradossi così discordanti col fine buon senso che domina in tutti i suoi libri; essa ci dà anche la chiave di certe note che vi predominano: la strana frequenza, in ispecie, delle allusioni a quella che fu uno dei sentimenti più intensi in lui — la paura.
Il Puccini (Il romanzo psicologico, 1856) ed il Graf nel mirabile studio Foscolo, Manzoni, e Leopardi, 1898, ebbero a dire che un esempio delle sue smanie paurose "lo lasciò egli stesso nei Promessi Sposi, quando descrisse lo spavento di Renzo, solo, nel bosco..., le ansie di Lucia..., il terrore dello stesso Innominato e di Don Abbondio." E l'eruditissimo Bellezza, che nella citata opera ne dà sette pagine intere di prove, ricorda non esservi vizio o virtù, passione o sentimento che abbia parte più larga o più importante nell'opera manzoniana, della paura: non essere quasi personaggio nel romanzo, che non ne sia preso, un momento o l'altro (op. cit.).
Sfuggito all'unghie della giustizia, Renzo si sente addosso "quella paura di dar sospetto cresciuta allora oltremodo, e fatta tiranna di tutti i suoi pensieri". S'inoltra poi nel bosco "pieno di fantasie, di brutte apprensioni", che diventano ben presto "terrore"; e nell'altra sua gita a Milano un monatto gli grida: "hai avuto una bella paura" (Bellezza).
Lucia teme ad ogni istante le ire dello sposo all'avventura notturna; "il terrore, l'angoscia di lei", accorata, affannata, atterrita, quando è condotta al castello dell'Innominato, durano per quasi tutta "la notte della paura". E "costernazione" e "terrore" la prendono al ricordo del voto fatto e al momento d'infrangerlo; per "varî timori" non fa parola di esso alla madre; la storia di Geltrude la riempì di "paurosa meraviglia" (Bellezza).
E poi abbiamo la paura: di Ambrogio, desto di sopprassalto dello sgangherato grido di don Abbondio; di Menico, acciuffato dai bravi; quella dei bravi stessi ai rintocchi della campana a martello del vicario di provvisione; dei bravi dell'Innominato, i quali in fatto di religione, eran stati soliti a prevenir con le beffe la paura che gliene sarebbe venuta, "ma che al vedere l'effetto che una tal paura aveva prodotto nel loro padrone, chi più, chi meno, non ce n'era uno che non gli se n'attaccasse". L'Innominato medesimo prova "quasi un terrore" nel mettere le mani su Lucia, e i terrori della notte per poco non lo portano alla disperazione. Persino "quel bestione di Rodrigo" non ne esce netto d'"apprensione" che la profezia di fra Cristoforo gli ha messo in corpo, e si risveglia la notte nel sogno finchè lo invade "il terror della morte".
Don Abbondio è "la personificazione della paura": ha paura di ogni cosa, a ogni momento; anzi, gli avviene d'averne addosso due nello stesso tempo, come durante il colloquio con Renzo: di provocare questo, tacendogli le cose, o di mancare alla ingiunzione fattagli (Petrocchi, Dell'opera e della vita di A. Manzoni). Nella spedizione al castello dell'Innominato è in preda ad una "paura ecc.". Un'altra di diverso genere, gli viene dalla paternale di Federico.
Alla calata dell'esercito alemanno, ha una paura classica; rifugiatosi presso l'Innominato, circa la conversione del quale ha ancora i suoi timori, il pensiero d'esser colto in una battaglia gli mette addosso "uno spavento indistinto, generale, continuo", così da farsi dire da Perpetua che ha "paura anche di essere difeso ed aiutato".
Si direbbe insomma che il Manzoni si sentisse attratto in modo speciale da quelli tra i fatti umani in cui predomina questo sentimento. La storia della Colonna Infame è una serie d'atrocità e di terrori che si alternano e si collegano l'un l'altro. "Bisogna dire che il furore soffocasse la paura, che pure era una delle sue cagioni." I motivi che condussero i giudici a procedere così iniquamente, egli osserva, furono appunto "la rabbia resa spietata da una lunga paura... il timore di mancare a un'aspettativa generale... di parer meno abili se scoprivano degl'innocenti, di voltar contro di sè le grida della moltitudine... il timore fors'anche di gravi pubblici mali che ne potessero avvenire".
Le cause e gli effetti molteplici della paura, le varie forme e manifestazioni, nonchè la natura specifica di essa, trovano la massima illustrazione nell'opera manzoniana. È magistralmente descritto il combinarsi di essa con altri sentimenti; così don Abbondio s'accorge della gran collera che aveva in corpo, e che era stata fin allora "nascosta e involta nella paura"; il conflitto di perplessità e di terrori nell'animo di Don Abbondio; lo stato d'animo nell'intervallo; l'irragionevolezza e il carattere paradossale del sentimento stesso. "Il timore opera... sulla evidenza, portando talvolta a negar fede alle cose minacciate, e talvolta a prestargliene più di quella che si meritino". — "Il sentimento che porta il timoroso a ingrandire o a immaginarsi il pericolo, è quello stesso che lo fa fuggire dal pericolo reale... e leva la tranquillità della mente"; la conseguenza ch'esso di frequente produce, di suscitare in chi ne è preso l'impazienza, o un sentimento affatto contrario, l'ardire.
"Mi struggo e temo di vederti". — Don Abbondio aspetta Renzo "con timore e, ad un tempo, con impazienza". — Menico... comandava "con la forza d'uno spaventato". — Lucia "rinvigorita dallo spavento". — Agli occhi del padre, Gertrude quantunque ne avesse paura, o... risoluta per paura, con la stessa prontezza con cui avrebbe preso la fuga dinanzi un oggetto terribile".
"Ora temeva il giorno... ora lo sospirava." — Renzo "era ansioso insieme e timoroso di veder qualcheduno".
Anche nella Tragedia e negli Inni del Manzoni Bellezza troverebbe una varietà infinita di "paure": dal "terrore" onde son presi i tiranni, a quello dell'"anima" impaurita d'Ermengarda; dai signori romani, Irsuti per tema le folte criniere, e dai Franchi tenuti sotto le Chiuse "ad una scola di terror", a Marco senatore, Il rio timor che a goccia a goccia ei fea — Scender sull'alma mia. E il "turbamento leggero... che si mostra di quando in quando sul volto delle spose"; e la "paura del fanciullo, che trema nelle tenebre, senza sapere di che".
Nelle paure della veglia bruna Te noma il fanciulletto.
"Il terror della caccia" che traluce negli occhi del lupo; "il timore che nasce anche negli animi più determinati e li rende crudeli"; "il timor santo e nobile per gli altri"; il "timor veramente nobile e veramente sapiente, di commetter un'ingiustizia"; il "terror che ispira il coraggio, avvezzando chi lo sente a nulla temere degli uomini"... (Bellezza).
Vero è che testè il Bertani[29] pur confermando che tutte le opere poetiche e romantiche di Manzoni sono zeppe di paura, pretende spiegarlo con ciò, che di paura è piena la natura umana, di cui Manzoni era fedel dipintore; ma E. Carrara giustamente gli risponde: che la scienza moderna dimostra profondo il legame indissolubile fra la psiche dell'artista e l'opera sua: ora l'esistenza di un profondo e profuso senso di paura, di timidezza anormale in Manzoni è confermata da tutti i suoi biografi. A chi obbiettasse che egli deride nel suo romanzo questo sentimento, si può rispondere che un critico come Manzoni sa analizzare sè stesso e sa scherzare sui propri difetti; anzi, solo a questo patto poteva trasfonderli nei suoi personaggi. (E. Carrara).
E poi, aggiungeremo noi, anche la vanità, anche la vendetta, sono sentimenti e passioni diffusissime agli uomini: eppure egli non ne abusa negli scritti, quasi anzi non ne usa, come invece fa della paura.
Si notò dal Bellezza, op. c. pag. 234, e dal Graf che anche la frequenza dei caratteri deboli, abulici, come di Lucia, di Renzo, del grande Romanzo ha una prima fonte nella sua stessa debolezza d'animo.
E così l'eccessiva incertezza e pigrizia di don Ferrante schivafatiche, riprodurrebbe, secondo Graf, le analoghe sue tendenze (v. s.) e così si spiegano pure le frequenti incertezze e i dubbi dei suoi personaggi, di Renzo, p. es., se troverebbe Lucia o no, se Lucia rinunzierebbe o no al voto; — fino l'Innominato e fin Federico, fin don Rodrigo son sospesi per più giorni tra il sì e il no, l'uno più dell'altro; e così si spiega la perplessità di Geltrude, e fin quella dei bravi dell'Innominato.
Bisticci. — E la psicosi spiega l'insorgere ogni tratto in una mente così quadra, che fu giustamente detta da Graf peccante in rapporto alla poesia d'eccesso nel ragionare, di quegli strani paradossi, che molte volte basansi sui contrasti dei termini, qualche volta, come nei ragionamenti dei pazzi, in quelli dei suoni.
Così "una guerra difensiva di chi ha ragione è buona; ma non può esistere se non con la condizione d'una guerra ingiusta". Che fa l'arte della guerra? — seguita ad argomentare; — "insegna a uno il mezzo di fare una cosa, all'altro il mezzo di impedirla". "E però ha un intento dubbio, anzi contraddittorio: aiutare e dirigere chi vuole una cosa e chi vuole che la cosa non sia".
E dopo aver constatato che "le verità matematiche si contrappongono sovente alle verità morali, come aventi una certezza di un genere che non si può trovare in queste", sostiene e dimostra come la cosa stia per l'appunto alla rovescia; e come, cioè, le verità morali abbiano, nell'applicazione, il vantaggio d'una minore incertezza!! — E fa le meraviglie del fatto che "v'ha uomini i quali negano le verità morali astratte, mentre non ve n'ha che neghino le matematiche."
Ecco alcuna delle sentenze o bisticci che ci trasmise di lui il Bonghi: "Gli animali sono, eppure non son loro"; Noi siamo tra due lacci scorsoi, o ci affoga l'uno o ci affoga l'altro; e, che è più strano, per non lasciarsi affogare nè dall'uno nè dall'altro, dobbiamo stringerli tutti e due. — "Sovente si mette più presso, e più dentro alla cosa medesima, chi se ne fa più lontano". (Stresiane).
Egli trova che "lo spirito storico del dramma è in molti punti affatto opposto a quello che esce dalle più riputate storie moderne"; e che, mentre la tragedia antica si fondava sulla cognizione che lo spettatore dovea avere dei soggetti, la moderna è costretta a fare assegnamento sulla dimenticanza; che "le mutazioni nella lingua sono un inconveniente, anche quando sono un vantaggio"; che "per essere creatore in fatto di lingue, non c'è niente come il saper poco quella in cui si parla o si scrive".
E questa tendenza paradossale si infiltra nelle frasi; e basti ricordare solo alcune delle molte annotate dal Bellezza (v. c.), come queste:
"Nemico mio carissimo, — indotto e sapiente contadino, — inconveniente prezioso, — felice prepotenza, — irrisolutezza arrogante, — ammirazione ingiuriosa, — umilmente altera, — dolce in vista ed umano, e insiem feroce, — devoto suicida, — gentili masnadieri, — amabil terror, — gaudio amaro, — vil trionfo, — tristo conforto, — tristo vincitore, — squisiti digiuni, — lieto error, — lieto ribrezzo, — dolci ferite, — povero signore, — giorno tanto temuto e bramato, — età sucida e sfarzosa, — (sentimento), imperioso insieme e soave, — cenci sfarzosi, — nome illustre e infame, — ignoranza coraggiosa e guardinga, — trista allegrezza. — Pensò o piuttosto non ci pensò, — voglio andare avanti o piuttosto tornare indietro, — l'effetto o piuttosto la mancanza dell'effetto, — solo un bene di quel genere, o piuttosto quel bene fuori d'ogni genere, — non badiamo alle parole, o, per dir meglio, badiamoci bene, perchè proprio qui non ci abbiano a menar fuori di strada." —
Ora questi bisticci, queste — come li chiamava egli stesso, — trappole di parole che si basano su contrasti di suoni, non si possono spiegare senza lo influsso morboso in uno che le stigmatizzava così fieramente nel Dialogo dell'invenzione, in uno che spesso ripeteva essere i traslati traditori, e che le parole, "se non ci si bada bene, menan fuor di strada". (Opere varie, pag. 829-1870).
Ora è noto che gli ammalati di ossessione hanno spesso tendenza a frasi ed idee in contrasto col loro pensiero e fra di loro a dire p. e., "Vi ho in c.... invece: Vi ho in cuore" che pur pensano (Krafft, Ebb. Trad. de Psych. 543). Maledetto per benedetto (Raggi, Archivio Italiano per le Mal. Nevrose 1887) e Seglas — altrettanto vedremo qui confessarci di Cardano (pag. 106).
Tav. II.
AUTOGRAFI DI MANZONI
Fig. 1.

Autografi di Manzoni. (Bonghi. — Opere inedite di Manzoni).
Fig. 2.

Autografi di Manzoni. (Dal Bonghi. — Opere inedite di Manzoni).
Fig. 3.

Autografi di Manzoni. (Bonghi. — Opere inedite di Manzoni).
Fig. 4.

Autografi di Manzoni. (Dal Bonghi. — Opere inedite di Manzoni).
Tav. III.
AUTOGRAFI DI MANZONI
Fig. 5.

Autografi di Manzoni. (Dal Bonghi. — Opere inedite di Manzoni).
Fig. 6.

Autografi di Manzoni. (Dal Bonghi. — Opere inedite di Manzoni).
Tav. IV.
AUTOGRAFI DI MANZONI
Fig. 7.

Autografi di Manzoni. (Bonghi. — Opere inedite di Manzoni).
Fig. 8.

Autografi di Manzoni. (Dal Bonghi. — Opere inedite di Manzoni).
Fig. 9.

Autografi di Manzoni. (Bonghi. — Opere inedite di Manzoni).