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Nuovi studii sul genio vol. I (da Colombo a Manzoni)

Note 43 — FRANC. DOMENICO GUERRAZZI[37]

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Le accuse che gli muove il Giusti sono gravissime, così per riguardo alla vita politica come alla vita privata (sopratutto forense). Dell'accuse politiche basti ricordare quella di avere in Livorno aizzato il popolo a la rivolta per esser poi chiamato a domarlo. Per affari privati, gravi accuse di appropriazione indebita gli furono anche rivolte dal Sanna nel libro I due Guerrazzi (zio e nipote) e nella lite Temistocle si pose dalla parte del Sanna, onde un odio feroce tra i due fratelli, tanto che Temistocle non andò neppure ai funerali del fratello; dal 1840 al '46, narra il Martini, il Guerrazzi fu tenuto in Toscana un orco, un parricida, un immane divorator di fanciulli; e anche ora, in quelle province, per significar brutti tempi, si vuole ripetere "tempi del Guerrazzi". A guadagnarsi questa bella fama egli stesso pose opera, dicendo che "viveva di rabbia", che "nessuno poteva amarlo non amando egli nessuno"; che, se fosse stato Dio, avrebbe "soffiato sul mondo come sopra una candela di sego". Le contrarietà lo esasperarono; la professione d'avvocato fu per lui "come la catena alla gamba del galeotto", la vita "un osso datogli a rodere". I suoi sfoghi erano violenti, i suoi motti pungenti e caustici. Del sentimento marziale degli Italiani, poeticamente espresso negli inni patriottici —

Chi discende da sangue latino Nacque, visse e guerriero morì! —

rise, dicendo che "noi siam figli dei Romani come i vermi di un cavallo di battaglia morto da un mese a questa parte". E quando salì al governo gli parve di "recitare una tragedia d'Alfieri coi burattini". — E disse il Governo una fattoria da sfruttare. (Mondolfo o. c.)

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