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Madri.... per ridere

MADRI.... PER RIDERE

Reading edition

CESARE TRONCONI

MADRI.... PER RIDERE

ROMANZO

MILANO GALLI E OMODEI, EDITORI-LIBRAJ Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 77. — 1877.

PROPRIETÀ LETTERARIA

Stab. tip. Molinari e Socj.

A

FELICE CAMERONI

A

FERDINANDO FONTANA

Allora non si usavano ancora i treni-omnibus.

Quattro becchini o quattro conoscenti andavano bravamente sotto la bara e via se la portavano al cimitero.

Non di rado, i latori di voi — per modo di dire — di voi presente-passato, erano precisamente quegli amici o parenti che vi avevano rotto le scatole al punto da ridurvi fra quelle assi e dicevano di portarvi con piacere per consolarsi del dolore di avervi ammazzato.

Con ciò non si vuol fare alcuna maligna allusione a coloro che quella mattina portavano o accompagnavano un cataletto al più lontano dei carnaj suburbani. — Non osiamo scrivere: all’ultima dimora, dopochè la stoltezza umana, non contenta abbastanza di tormentare certuni quando sono vivi, non vuol lasciarli tranquilli neanche quando sono morti. Stoltezza tanto di buona fede, che piuttosto di non trasportare qualche osso, se non ne trova, supplisce con surrogati.... e, in un caso disperato, è certo che ne fabbricherebbe apposta!

Il dolore di quegli amici e parenti era proprio sincero. Al defunto avranno forse goduto più d’un pranzo, n’avranno sempre parlato bene il meno possibile, ne avranno corteggiato la moglie, avranno giocato dei tiri alla sua borsa — questo che cosa significa? — ma egli era stato tanto buono — tutti ora n’erano persuasi — e la di lui fine tanto miseranda e acerba — aveva venticinque anni! — che nessuno, per quanto apatista, poteva non sentire compassione. Alcune guance, specialmente di donne, erano rigate di lagrime.... ed erano lagrime sincere.... perchè il morto non aveva dato ordine di pagarle.... e i superstiti meno ancora.

Entrato il convoglio nel camposanto, si diresse verso la fossa assegnata al nuovo ospite e intorno a quella si dispose in cerchio, attendendo. Si sapeva che un amico doveva leggere alcune parole.

Infatti un giovinotto sui trent’anni levò un foglio, tossì, diede un’occhiata in giro, compose il volto a gravità dottorale e finalmente cominciò:

«Aveva ragione Leopardi, il quale scrisse:

«Amore e Morte . . . . . . . . . . . . . . . . . . «Cose quaggiù sì belle «Altre il mondo non ha, non han le stelle,

«ma doveva aggiungere che, quando si perde il primo di questi beni, l’altro è l’unica speme che ci resta.... e che l’affrontarla è pur una gioja sovrumana....

«Colla morte soltanto ci è dato salvarci dal dolore!

«Ma chi ci avrebbe detto solo domenica scorsa, quando, ricco di salute e di forza, tripudiava con noi ad agape fraterna, che oggi avremmo dovuto riunirci intorno alla sua tomba per dargli l’estremo vale?

«Chi ci avrebbe detto, quando egli ne parlava commosso delle sue domestiche gioje....»

Qui l’oratore — se volete dar tal nome a chi leggeva con coraggio non invidiabile uno dei soliti stravecchi esercizj di retorica — alzato lo sguardo a caso, mentre prendeva fiato, s’interruppe repentinamente.... e additò nella direzione dell’uscita del cimitero, dove erano apparse due ombre negre. Tutti guardarono ed ebbero un moto di sorpresa e di repulsione.

L’oratore, allora, con voce bassa e severa, mormorò:

— Sarebbe un profanare questo sepolcro il permettere che quelle due sciagurate avessero ad unirsi a noi per ascoltare l’espressione del nostro dolore.... Andiamo.... e che Dio.... —

Egli s’interruppe per interrogare i visi degli astanti, e vedendoli tutti addolorati ripetè con forza e sensibile reticenza:

— .... Che Dio abbia di loro pietà.... se pur la meritano. —

E i convenuti si sciolsero silenziosamente, le teste chine, disperdendosi fra le croci ed evitando — taluni non senza affettazione — di incontrarsi colle due donne che con la loro comparsa inattesa avevano disturbato la mesta cerimonia.

Una vecchia lettera, che fa parte dei documenti da noi raccolti prima di accingerci a questo lavoro, contiene informazioni sur uno dei personaggi principali del racconto — informazioni che noi crediamo dover nostro di dare in tutta la loro crudezza per risparmiare a certi benevoli la fatica d’accusarci della malsana, prava compiacenza d’inventar caratteri ultraperversi.

Grazie a quel Dio che ci ha creati, della perversità ve n’è quassù fin che se ne vuole, e non c’è proprio alcuna possibilità d’inventare nè più nè peggio di quello che già esiste.

Queste informazioni dovevano servire — pare — per qualcuno che aveva delle idee oneste, ossia conjugali — se su Maddalena o sulla di lei figlia, non sappiamo, la lettera non portando data — e chi le diede era certamente ben informato.

Crediamo fosse anche un galantuomo.... ma su tal punto penserete quel che vorrete.

Copiamo:

«Leggi adunque bene!

«Maddalena è una di quelle disgraziate creature che non si dovrebbero mai conoscere, anzi neppur potere sospettare possibili. Il solo sapere che simili esseri non sono una finzione da romanziere, ma esistono realmente ed agiscono.... è una corruzione del nostro spirito e del nostro cuore, perchè, alla fede nel bene, sostituisce il dubbio terribile che quaggiù vi siano solo gradi maggiori o minori di depravazione — più o meno abilmente mascherati — e che il bello morale assoluto sia una pura fola.

«Quando si è conosciuta una Maddalena, tu potrai incontrare anche una vergine angelica.... garantita e ti verrà egualmente il sospetto che quell’involucro celestiale racchiuda un’anima di fango. Concederai che quell’anima non ha ancora agito secondo la sua natura, ma dirai subito che gli è soltanto perchè sinora è sempre stata nell’impossibilità d’agire.... e che del resto aspira unicamente e con tutto l’ardore a quell’istante in cui potrà agire liberamente.

«Insomma, quando si è conosciuta una Maddalena.... la donna — nel consolante significato che noi avevamo sempre dato a tale parola, perchè va unito a quegli esseri che portano i soavi nomi di madre, di sposa, di figlia — non esiste più.... esiste soltanto una spaventevole macchina, la quale stritola tutto che di umano ha la sventura di toccarla. Allora tu non vorresti più essere nè figlio, nè marito, nè padre — perchè Maddalena è il MALE. Il male cinico, audace, insultante, aggressivo, perchè non solo vuol essere.... non solo vuol parer tale, ma aggiunge la sfida a tutto ciò che è BENE.... come a dire: io ho il coraggio di essere quello che sono, perchè è così che si deve essere, e tu, sedicente virtù, non sei che ipocrisia o imbecillità.

Sì, Maddalena fu il male, ma avrebbe forse potuto anche essere il bene, se nel punto più importante, e quasi sempre decisivo nell’esistenza d’una donna, ella non avesse ricevuto una di quelle lezioni che sconvolgono mente, cuore e sangue, e vi trasformano un individuo di punto in bianco.

Diciamo questo, col solito forse, più per tentar di spiegare che per rendere simpatico il personaggio, nonostante i suoi torti.... lasciando che le lettrici la giudichino come meglio credono — a voce — per confessare poi fra sè stesse, se nella tale e tal’altra circostanza avrebbero agito in modo diverso o egualmente o peggio.

Se la morte di Cesare fu preceduta e quindi, come dissero, preannunziata da stranissimi fenomeni — la nascita di Maddalena fu accompagnata da un incidente che fornì materia a dir molti spropositi alle varie donnicciattole che, raccolte nella cucina, una sera di gennajo, attendevano ansiosamente quel primo vagito, il quale doveva annunziare l’arrivo, nel mondo, del Messia di casa Papetti. — Fra parentesi diremo che quel Messia, per essere il benvenuto, doveva essere una femmina. Così volevano mamma e papà, e guai a lui se si fosse presentato colla solita sconvenienza che si nota nei maschi.

Or bene, nel punto stesso in cui papà Ildebrando, spalancato con furia l’uscio della cucina comparve gridando gongolante e lagrimante:

— È una fiiiglia!... è una fii.... — proprio allora, con gran fracasso, volò in frantumi un vetro della finestra, sfondato da un grosso gatto nero che cadde sulla tavola apparecchiata pel desinare.

Ma siccome, precipitando, aveva rovesciato bottiglie e bicchieri.... scoppiò un gridò generale acutissimo di spavento e di furore, e tutte le mani si congiunsero in un: Santa Madonna! — Il gattone allora, esterrefatto per la sua stessa caduta, alla vista di un paese nuovo, di tante ignote femmine e di quell’uomo che già alzava minaccioso un bastone.... piroettò roteando i giallissimi occhi, cercando anelante una via di scampo — ma non vedendone alcuna, perchè già tutti gli si serravano addosso, da vero gatto spiccò un salto trasvolando una spanna sopra la cervice del signor Papetti, la di cui legnata, non più trattenibile ormai, rovinò sulla tavola con immenso frastuono di piatti e di bicchieri infrangentisi contro il suolo.... e, quel che portò al colmo il terrore degli astanti, colla rottura dell’ampolla dell’olio e della saliera, il cui contenuto si sparse tutto sulla tovaglia.

Pur troppo il disastro fu completo, e noi rinunciamo a descrivere la scena di desolazione che susseguì, a riferire le bestialità che proruppero da quelle bocche.

Vi basti sapere fra le altre lepidezze che il gatto nero «era certamente venuto dall’inferno per portar l’anima alla neonata, e che l’olio e il sale versati erano il più certo segno che grandi sventure attendevano casa Papetti.»

Si giuocarono naturalmente molti biglietti al lotto, che dovevano guadagnare immancabilmente.... e infatti non colpirono nemmeno un ambo.

Del gatto nero non si ebbero più notizie.

Ildebrando Papetti era un impiegato di Dogana che dal governo percepiva un onorario molto modesto, ma che sapeva aiutarsi. Certi mercanti della piazza, che lo trovavano compiacente nelle dichiarazioni delle merci da daziarsi, gli dimostravano la loro gratitudine con strette di mano che gli facevano un piacere infinito. La malignità non cerchi più sottintesi di quelli che vi sono. Del resto, prima vi fu da pensare ai viziucci della gioventù — dopo, a prender moglie — in seguito, a mantenerla bene — più tardi, ai nascituri — dunque!

A quarant’anni sposò Caterina, la figlia della portinaja, che ne aveva trenta.

Bella coppia!

Egli alto, secco, già curvo, già grigio, avvizzito, affumicato dall’eterna pipa di porcellana, colle occhiaje muffite — sempre strozzato da un fazzoletto bianco a sestupla pressione — senza occhiali, tuttavia.

Ella di media statura — quasi — grassoccia, linfatica, col volto di un roseo incerto, giornaliero, che ad un conoscitore avrebbe dato da pensare, coi capelli biondi di una rarità incontestabile, con due pupille che vi parevano bianche e con un seno.... molto morale — alla qual moralità di solito si preferisce la turgida immoralità.

Ma era buona e cretina come dovrebbero essere tutte le donne destinate alla parte di massaja.

Dire le sue orazioni, andare a messa, predica e benedizione, ai tridui, alle novene ai mesi di Maria, osservare le feste di precetto, dire la sua terza parte del Rosario quando occorreva o.... per passar la sera, non sapere che cosa è un libro, meno il Manuale di Filotea o altro della stessa forza, non avere un’idea di ciò che è spirito, aver orrore della parola capriccio, tener in bell’ordine la casa, essere sempre pulita, ma vestita come una lavandaja vecchia, fare il suo dovere conjugale, applicare bene mignatte, polentine e.... altre consolazioni — insomma, un ideale!

E per questo si amavano, perchè innanzi tutto egli era un uomo dell’ordine, ossia di quell’ordine che aveva trovato fatto venendo al mondo.

Questo amore tuttavia, benchè si conoscessero già da cinque anni, quando si sposarono, chi sa se sarebbe mai nato senza un certo avvenimento che stiamo per sapere.

V’era una gran stima reciproca — egli ammirava, anzi, il di lei amore al lucido — ed ella il di lui vivere regolato come il suo orologio e specialmente i costumi morigerati.

In cinque anni egli non aveva ricevuto nè una lettera nè una donna.

Ma siccome ella pareva non avesse mai avuto tempo di pensare all’amore — ed egli vi aveva forse rinunciato — e fors’anche a motivo dell’abisso fra le due posizioni — il fatto sta che con tutta la stima e tutta la facilità di vedersi e parlarsi — egli, più che «buon giorno» o «buona sera», oppure «che tempaccio!», o «bello quel merlo!», non aveva mai detto.

Una mattina Ildebrando, uscendo di casa, vede sotto il portico Caterina che piange disperatamente, attorniata da alcune portinaje e serventi della vicinanza, le quali fanno del loro meglio per consolarla.

— Perchè piange, signora Caterina? — fa egli appressatosi.

Ma siccome Caterina singhiozza senza poter parlare, una donna dice:

— Piange perchè le è morta la mamma stanotte.... sicuro, poverina.

— Oh! — ma se stava benissimo jeri sera!

— Mah! un colpo....

— Oh!... questo mi fa proprio dispiacere.... Basta! si faccia coraggio.... e pensi che, giù, un po più presto.... un po più lardi.... pur troppo! — e Ildebrando se ne va brontolando e scrollando capo e spalle.

Per tre giorni il nostro impiegato è preoccupato, concentrato, accigliato — tanto, che i colleghi gli domandano se medita un delitto.

— Forse.... se lo posso! — risponde con sorriso sinistro.

I colleghi non vi badano e dicono:

— Bene.... se mai ha bisogno di qualche ajuto....

— Non dubitino, signori..., basto io. —

Il suo accento è beffardo — gli amici si guardano e se ne vanno, formando dei dubbj sullo stato di quel cervello.

Ma niente paura. Ildebrando si presenta il quarto giorno col volto rischiarato, sereno, anzi ilare, il che è fenomenale in lui.

Gli è che un’ora prima, entrato dalla Caterina, le ha detto tutto a un fiato, passando dal Lei al Voi:

— Caterina, voi ora non potete più da sola continuare a fare la portinaja. È una grama vita.... e non resistereste, perchè, se siete giovane ancora, non siete niente affatto robusta.... e mi farebbe male se vi vedessi soffrire. — Vi propongo una cosa. Voi siete sola al mondo.... e solo sono io.... Se non vi spiace.... andiamo! venite su con me al terzo piano.

— A servir Lei? — ha fatto Caterina, sorpresa, con uno sguardo e un accento pieni di riconoscenza.

— A servir me!? Ma vi pare che io potrei proporvi una cosa simile? Che direbbe il mondo?

— Ma dunque? — e il di lei viso esprimeva un’ansia estrema.

— Ma dunque, voi siete una buona donna.... sì.... volevo dire una brava ragazza. Se avete la stessa opinione di me.... sposatemi ed è bell’e finita.

— Oh! signor Papetti!... — ha esclamato la poveretta tutta lagrimosa, colla mente quasi fuor di questo mondo a quel colpo fulmineo di fortuna, dopo tanta sventura.

— Non ditemi più Papetti, ditemi il mio nome.... Sicchè quale risposta mi date?... Fate presto, perchè è tardi, e coll’ufficio non si scherza.... Sicchè.... sì?

— Oh! signor Ildebrando.... io sarò la sua serva....

— Che serva d’Egitto!... mia moglie...! Su.... su.... che diavolo fate? inginocchiarvi? — e, commosso anche lui, ha detto in fretta: — la cosa resti fra noi, per ora; penserò io a tutto.... voi non dovete neanche muovervi. Per domani vi sarà una portinaja nuova.

— Come! Di già provveduto?

— E volevate forse che vi lasciassi qui un giorno solo ancora?

— Ah!...

— Addio! —

Tre mesi dopo Ildebrando conduceva al suo domicilio la sposa, e siccome egli era un po.... brillo, trovò naturale, aprendo l’uscio, di dire a Caterina:

— Questa è la casa.... ora bisogna mettervi dei figli. —

Ma i figli si fecero aspettare.... cinque anni.

Dirvi che lei era sospirosa, e lui di pessimo umore, vedendo scorrere tanto tempo inutilmente, è dir poco.

— Ma sono io.... o sei tu? — grugniva egli di tanto in tanto.

— Tutti e due — mormorava Caterina sommessamente, poi con rassegnazione! — È il Signore che vuol così....

— Il Signore! — gridava allora Ildebrando picchiando col pugno sul tavolo, ma non finiva, perchè essa impallidiva sempre orribilmente alle bestemmie.

Ma chi faceva montare in bizza il povero Papetti, al punto, certi giorni, da perderne l’appetito e diventare verdognolo, era il suo capo-ufficio, il quale quando era di buon umore si degnava chiedergli notizie «della sua numerosa prole, se studiavano, se ora lasciava finalmente riposare quella povera donna....» insomma, una canzonatura non più finita.

Ma gli è che quando Ildebrando aveva preso moglie, aveva promesso mari e monti in fatto di paternità, e invece....

— Vede.... — gli disse un giorno il suddetto capo-ufficio — se avesse studiato, da ragazzo, la grammatica, queste cose non Le succederebbero.

— Come dice?...

— Ma sì.... nominativo come è, non sa essere dativo abbastanza da poter diventar genitivo; così merita l’accusativo d’essere all’ablativo, e si vede ch’Ella non era vocativo pel matrimonio.

— Grazia! grazia! — gridò l’infelice che, come avrete capito, non era certo un uomo di spirito, e fuggì più curvo del solito come oppresso del ridicolo che si rovesciava su lui.

Ma quando una certa mattina d’aprile, mentre Ildebrando stava calzando gli stivali, udì un grido di gioja che veniva dalla camera attigua — e domandato burbero: «Che cosa c’è?» Sentì rispondere: «Ci sono!» e seppe subito cosa voleva dire quel ci sono — non potè a meno di esclamare pensando al suo capo-ufficio: Son vendicato! — E non appena lo vide, gli disse, ma lentamente, con tutta l’ironia che gli riuscì di trovare, assaporando a centellini la sua vendetta:

— Sa.... sa.... mia moglie vuol farmene una delle sue.... Pare che saranno due. Pazienza! —

E non mancò di ripeterglielo.... tutti i giorni! per quel tal numero di mesi.

Il capo-ufficio se la pigliò in pace e attese l’istante della rivincita che non mancò.

Quando Papetti venne ad annunziare che gli era nata una figlia, il capo-ufficio gli disse con accento di scherno schiacciante:

— Pœuh!... anche quella è nata in sbaglio....

— Come, in sbaglio?!

— O sarà.... merce di contrabbando.... — non c’era cattiveria; bisogna ricordarsi che parlava un doganiere.

— Come, contrabbando?!

— La sfido.... ad averne un’altra.

— E io accetto!

— Vedremo! —

Il capo-ufficio fu profeta — non si vide più niente — ma non se ne parlò altro. Il gioco era già stato abbastanza lungo, e, diciamolo pure, d’una gajezza lagrimevole.

Un buon osservatore, che avesse potuto seguire Maddalena, passo per passo, ne’ suoi primi anni, avrebbe scrollato il capo e detto per lo meno: Non ci capisco nulla!

Non che ella fosse, come si dice dei bimbi, «cattiva» — tutt’altro — ma era qualche cosa di peggio — non era, non fu mai una bambina.

Guardate quale anomalia.

Nei primi sette mesi succhiò da sola tanto latte che avrebbe bastato benissimo per due. Fortunatamente la balia ne aveva per quattro.

Succhiare e poi.... succhiare — pochissimo dormire — un dimenarsi senza posa — una grande insofferenza delle fasce ed una maggiore dell’oscurità. Luce, aria! — Tollerava solo e per pochi istanti ancora le braccia della balia.

D’essere presa da altra gente nè baciucchiata, non voleva saperne. Rotolarsi sull’erba, nella polvere e, a preferenza, nel fango, ecco i suoi gusti.

Nell’ottavo mese dimostrò, con sorpresa di tutti, una certa ripugnanza al capezzolo. Nel susseguente s’era già svezzata da sè. Di dieci mesi passeggiava, e una magnifica foresta nera le copriva la testolina.

Ad un’età in cui i bimbi non si sa quasi neanche che esistano, ella era la meraviglia della corte, che le diede ben presto il soprannome di tosa di bronzo.

E lo meritava. Chi aveva mai avuto occasione di notare ch’ella soffrisse o godesse? Chi aveva mai veduto una sua lacrima o un suo sorriso?

Seria, con movimenti ricisi e sicuri — non desiderava, voleva — non chiedeva, prendeva — occorrendo, strappava — il suo capriccio era il suo diritto. Al di lei cospetto, i bimbi più deboli sentivan paura — i più forti, rispetto o stupore — e i grandi, si lasciavan soverchiare per divertimento.

La Caterina avendo sofferto una lunga malattia in quel tempo, fu forza lasciar Maddalena presso la balia fin verso i due anni.

Quando la madre potè finalmente farsela portare in città, fu deciso che lo stesso giorno dell’arrivo della balia sarebbe anche quello della di lei partenza. Si temeva che se si lasciavano prendere alla Lena le abitudini cittadine nelle braccia della balia, venendo poi quel giorno in cui si dovrebbe pur separarle, la Lena non avesse a far il diavolo e a costar noje e insonnie infinite.

Qual vano timore! La povera donna piangeva staccandosi dalla sua Maddalena, e la sua Maddalena, infastidita, le volgeva le spalle per occuparsi d’un cagnolino che faceva una gran festa ai suoi dolci.

Chi sa che cosa c’era in quel cervellino! Si può dire che fino ai quindici anni visse come una lumaca, indifferente per tutto quanto l’attorniava, per tutto quello che interessava gli altri, cominciando dal giocare e dai giocatoli, non curante persino di sè stessa, ad un punto che sembrava nata senza vanità!

Obbediva come una macchina ai genitori, riceveva le loro carezze, ma non le ricambiava che richiesta, asciutta, fredda.... per liberarsi d’una noja.

Una cosa da morir dal ridere.... quel soldo di cacio si dava alla solitudine e alla meditazione.

Quando cominciò a frequentare la scuola, in quella gran festa dell’infanzia che è appunto la scuola, avrebbe forse potuto aprirsi il calice di quell’anima, ma una circostanza impedì che alcun raggio d’amore vi cadesse sopra, e così restò sempre chiuso.

Pertanto non potè mai gustare alcuna di quelle gioje, non potè mai sentirsi trasportata da alcuno di quegli entusiasmi infantili che amicano una piccola creatura all’umanità e ne foggiano a poco a poco un essere sociale.

Per Maddalena volevasi una scuola con una maggioranza di ragazzine della di lei condizione, all’incirca.

Là, non essendovi quelle disuguaglianze che tanto fanno soffrire i bambini, avrebbe trovato sorrisi, amicizie, trasporti, ed ella si sarebbe forse, o almeno in buona parte, trasformata.

L’importante è dare o cambiare l’intonazione ad un carattere — il tempo fa poi il resto.

Invece i genitori, che ne volevano fare una damina, la misero in una scuola nella quale non v’erano appunto che damine in erba. — «Così — dicevano — prenderà subito le maniere della migliore società e avrà delle amiche le quali le faranno onore e potranno anche giovarle col tempo.»

Giustissimo! ma allora bisognava mandarla vestita con eleganza, all’ultima moda, e farla accompagnare dal servitore o dal maggiordomo. Invece la mandavano vestita con una economia ridicola, di stoffe che sapevano di rigattiere un miglio lontano e in cui si vedeva, ad occhio nudo, la lotta accanita dell’ingegnosità materna contro i colpi del tempo, e contro la crescente pressione delle membra in continuo sviluppo.

Permettevano che l’accompagnasse una donna senza sciallo, senza cappellino, la quale pareva una serva, aveva i tradizionali movimenti della portinaia frettolosa e curiosa, e che Maddalena — orrore! — confessava essere sua madre.

Ma era una mamma quella? Tutt’al più era una stonatura nel genere madri.

Maddalena produsse proprio lo stesso effetto che un cane in chiesa, in quella scuola, e come un cane fu trattata — ma stavolta il cane non guaì, nè si raccomandò alle gambe.

I bambini, di solito, quando si trovano esposti al dileggio e alle busse dei compagni prepotenti, perchè ricchi o nobili, o hanno forze per vendicarsi, e allora.... guai ai dileggiatori, guai ai maneschi — o sono troppo deboli per reagire, e allora si rassegnano alla loro sorte e cercano ogni mezzo per renderla meno dura....

Si fanno quindi umilissimi servitori delle loro Eccellenzine. Se ne ricevono un calcio od uno schiaffo, frenano una lagrima e trovano un sorriso — se sentono una bestialità, e ne sentono molte, gridano: «Oh, bello!» — se vedono una crudeltà, ridono a crepapelle, e così via, sinchè a furia di umiliazioni, di strisciamenti, di adulazioni, di leccature.... riesce loro di ingraziarsi qualcuno di quei piccoli semidei, sotto l’egida dei quali possono poi restare impunemente anche cogli altri, che li tollerano per lo meno fino al giorno degli esami. S’intende che l’indomani di quel giorno, so loro avviene d’incontrarli, non li ravvisano più.

Maddalena non era nè un lupo nè un agnello, ma provò che, se avessero voluto, per caso, farne un agnello, avrebbero trovato il lupo.

Quando — e fu subito — si vide noncurata e derisa da tutte quelle dame in sessantaquattresimo, quando sentì il coro di scherni e di motti su quella «portinaja di sua madre,» le guardò di traverso — niente altro — e fece chiaramente intendere col suo contegno che voleva essere un’estranea per tutte, evitare qualunque contatto.

Questo, sulle prime, non garbò alle signorine, che volevano, non già una ribelle, bensì una schiava, un zimbello — ma uno schiaffo sonoro che Maddalena lasciò andare sulla guancia d’una tristerella più zanzara delle altre, la quale un giorno le aveva detto: «Tu.... puliscimi le scarpe», levò a tutte la voglia di divertirsi, visto che le spese non toccavano a lei, e la lasciarono sola.

Si limitarono, a motivo della di lei taciturnità assoluta, a chiamarla — fra loro, s’intende — la dentistretti. Era tutto quello che il loro odio poteva osare.... a rispettosa distanza.

Così Maddalena, della sua inferiorità s’era fatta uno sgabello di superiorità, e le guardava tutte d’alto in basso.

Tale posizione fattasi da sè stessa non contribuì certo a guadagnarle i favori della signora direttrice, in coda alla quale venivano ostili del pari, naturalmente, le maestre e i professori. Unico il catechista cessò d’esserle avverso, ma solo l’ultimo anno, quando Maddalena, benchè di bassa estrazione, aveva già qualche cosa di appetibile che le altre non avevano.

Di premj non gliene diedero mai uno. Ed era forse quella che ne meritava di più, perchè mostrava un ingegno pronto e vivace. Sembrava che per lei le difficoltà non esistessero. Ma siccome le sue risposte erano secche, buttate là senza grazia, non le fruttavano alcuna lode. Anzi, si diceva: «Non è che un pappagallo.» Come mai avrebbe potuto essere morbida, graziosa, sapendosi a tutti in uggia, e avendo in uggia tutti?

Finalmente spuntò il giorno degli ultimi esami. Maddalena, preso e arrotolato senza molto riguardo il suo «attestato», uscì da quelle aule senza salutare alcuno, e dicendo fra sè, all’indirizzo di tutti: «Speriamo di non incontrarci altro.»

Aveva quattordici anni e mezzo, non aveva un’amica al mondo, non sentiva alcun desiderio di trovarla, odiava le sue coetanee, non aspirava a nulla, noncurante di tutto, sempre fredda — un’anima vuota.

I genitori avevano una mezza velleità di farle continuare gli studj, onde avesse a riuscire una istitutrice buona per l’alta società, ma siccome Maddalena fece capire che non vi aveva alcuna disposizione: «Già — dissero — è meglio che diventi una brava donna di casa; maestre ce n’è d’avanzo lo stesso.»

E per qualche tempo parve, infatti, fosse una di quelle fanciulle che vengono cresciute in casa precisamente a prepararsi al matrimonio.... sul serio. Attendere alla casa, cucire, ricamare: ecco la sua vita — seguire la madre alla chiesa, ecco l’unica sua distrazione.

Non pareva nemmeno accorgersi che vi fosse un mondo — e, come da bambina, la sua più grande compiacenza stava nella solitudine e nella meditazione. Strana cosa, non leggeva — si sarebbe detto avesse un mondo in sè, il quale assorbisse tutta la di lei attenzione, non lasciandole pensiero d’altro, neppure della sua bellezza.... che non poteva non vedere. — Crediamo fosse ancora perfettamente innocente, ossia ignorante, ma il suo cervello doveva lavorare.... perchè quando veniva qualche uomo in casa, ella non cercava più la solitudine — e se era nell’altra camera, ne usciva e stava a guardare quegli uomini.

In quei momenti ella era, per verità, tutta composta, il suo volto era impassibile, non parlava, o rispondeva, a stento, puri monosillabi — ma il di lei sguardo, benchè freddo, vitreo, era fisso, inquisitoriale.

Ma chi si occupa dello sguardo d’una ragazza?

L’importante era che Maddalena fosse una perfetta donna di casa — e a diciassette anni la era, e la più raccomandabile per quanti la conoscevano — quando in casa Papetti, nella casa della pace, della calma, del lavoro e della religione, avvenne una rivoluzione, che ebbe gravissime conseguenze — non solo — ma provò anche come dove si vede cenere, talvolta non v’è soltanto della cenere.

Da qualche mese era avvenuto in Maddalena un tal mutamento, che i suoi genitori non avevano potuto a meno di avvedersene.

Sul volto, per lo innanzi così sereno e fresco, erano comparse le prime occhiaje, ed ogni giorno si facevano più fosche. Tre rughe verticali, tre solchi, che ogni dì s’approfondivano sempre più, erano venute a deturpare la levigata fronte fra le sopracciglia. V’erano delle stranezze nel suo contegno, e le nuove sue abitudini, proprio poco belle per una fanciulla che aveva sempre vissuto con una regolarità e una frugalità veramente esemplari, impensierivano molto i poveri Papetti.

V’eran dei giorni in cui non toccava cibo...., in altri, invece, veniva presa da una voracità straordinaria.

Essa, che aveva sempre mostrato ripugnanza per le bevande un grado più spiritose dell’acqua, e, in genere, per i sapori forti, ora ricercava avidamente vino, caffè tostato, liquori, agrumi.... E si fosse fermata là!.... ma corrotto, eccitato alla frenesia il senso del gusto, ella aveva ricorso al sale e a certe droghe, che dovevano bruciarle le viscere e il sangue.

V’era poi il gran guajo che l’uso palese — già soverchio per una giovinetta, e veniva molto biasimato, combattuto, impedito in tutti i modi possibili dai genitori — era un’inezia in confronto dell’abuso secreto di quelle sostanze corrosive o incendiarie.

V’erano giorni in cui si mostrava in preda ad una irrequietezza irrefrenabile, e allora le sue pupille sfavillavano, dalle labbra accese sgorgava la parola rapida, impetuosa, or stridente, or squillante, e allora.... che vivacità di movimenti, che smania di lavorare, di uscire, di correre....! — e ve n’erano altri che ella passava sdrajata sur un’ottomana o girando per le stanze lentamente, languida, accasciata come una convalescente, ed il suo occhio non aveva che una luce smorta, immota, ed il labbro scolorato, aperto, pendente, non dava nota. Dimagrava a vista — le sue carni scottavano.... Che cos’aveva?

Una persona sola avrebbe potuto dirlo, Brigida, la fantesca — ma quella non fiatò. Anche senza il divieto di Maddalena non avrebbe parlato; temeva di compromettersi e di venir cacciata.

La madre interrogò la figlia con tutta quella cautela che le pareva occorrere, ma senza alcun risultato. — «Non ho nulla, sto benissimo.» — «Mi fai ridere.... che cosa devo avere?» — «No, neanche questo.» — Ecco le risposte di Maddalena; ma siccome, nonostante le di lei assicurazioni, il peggioramento continuava, si fece venire il medico, il quale disse.... tutto quello che poteva e doveva dire, ossia che era tempo di darle marito.

— Come.... così giovine!? — esclamò Caterina.

— Mah! per certe donne è troppo presto a venti e per altre è già tardi a quindici...; m’intendono?

— E dove andremo a pescarlo noi il marito, se non viene? — brontolavano i Papetti, udita tale ricetta, e da quel momento si fecero pensierosi e tristi, fantasticando a due sul da farsi per riuscire a trovare questo benedetto marito, che solo poteva spegnere il fuoco consumatore.

Ma la cosa non era delle più facili.

Nel mentre essi volevano con tutta l’anima la felicità della figlia, avevano al solito le grandi pretensioni e tutte le paure delle piccole borse. Maddalena aveva nientemeno che diecimila lire di dote — messe insieme soldo a soldo — dunque volevasi non un rompicollo, bensì un galantuomo posato, con qualche cosa di suo.... se al sole, tanto meglio — con un buon impiego e relativa pensione in prospettiva per la vedova.

E lì ufficiarono parenti e amici perchè avessero a battere la campagna, oltre la città, a fin di scavare il suddetto galantuomo — ma ogni ricerca fu vana.

— Tanta roba si vuole per diecimila lire? — rispondevano le designate supposte vittime — troppo onore!

— Ma veda almeno la ragazza.... quando l’avrà veduta.... vedrà che merita tutto. Proprio la migliore delle figlie, piena di timor di Dio... non come tante altre, che.... una lavoratrice poi! E la famiglia!! ma la fami........

— Sì sì, tutto quello che si vuole, ma diecimila lire sono proprio poche — e i parenti e gli amici tornavano mortificati come i bravi di Don Rodrigo, ossia come segugi che, ecc., ecc., co’ musi bassi e con le code ciondoloni.

Ma se talvolta più si cerca e meno si trova, tal altra, quando meno ce l’aspettiamo, la fortuna ci favorisce spontanea.

Una bella sera, mentre il padre sventurato si trovava al solito cafferino a centellinare il non meno solito agro caldo del vecchio impiegato di tutti i tempi, un tale, di cui il dilettevole gioco del dominò aveva procurato la conoscenza a Papetti, venne fuori con delle querimonie sull’esistenza di quell’uomo che è condannato a vivere senza famiglia, solo come un cane, ecc., ecc.

Come ben si può imaginare, il nostro genitore prese la palla al balzo e disse subito:

— E perchè non prende moglie?

— Eh! perchè sono vecchio!

— Vecchio lei? ma so ben che mi scherza!

— Sicuro che son vecchio.... sono vedovo ed ho quarant’anni....

— Proprio la bella età per.... sicuro!

— Ah! certo.... che.... non dico.... ma già le fanciulle voglion qualche cosa di meglio.

Il nostro impiegato, anzi ex, perchè da due anni circa era stato giubilato con paga intera, il nostro Ildebrando dunque lasciò cadere il discorso.... ma era una furberia — e l’indomani sera comparve al caffè un po’ più tardi dell’usato in compagnia di Maddalena. Era la prima volta che egli conduceva colà sua figlia.

L’amico c’era.... e capisse o non capisse l’intenzione.... trovò la ragazza di suo gusto, e lo disse al padre, che allora ricondusse più volte Maddalena. Dopo qualche giorno di occhiate, di mezze parole, di quarti di sospiri, la chiese in isposa, e ottenne un consenso entusiastico dai genitori e il più secco e sarcastico dei no da Maddalena.

Il povero aspirante mise la coda fra le gambe e fuggì come un cane sorpreso da una doccia bollente, cambiò caffè, quartiere.... non lo si vide più.

— Ma come si fa a lasciarsi scappare un partito simile? — gridavano tutto affannosi e lagrimosi i buoni Papetti, colle mani giunte, picchiandosi sulle ginocchia e gli occhi rivolti al cielo. — Figurarsi, il maggiordomo, l’uomo di confidenza del Principe di Moka che gli dava tutto quel che voleva e anche quello che egli, il Principe, non sapeva di dargli. Un uomo ancor fresco, ben conservato, vedovo sì, ma senza figli, che aveva giù messo da parte, che continuava a metterne, e che alla morte del Principe.... chi sa!....

— Non seccatemi altro! — interruppe a un tratto Maddalena, la quale aveva ascoltato fin là fredda, impassibile al solito, ma con un aggrottamento di ciglia e un agitar di piedino che volevano certo significar qualche cosa.

E levatasi, mosse con maestà da mima verso la sua camera.

Era la prima volta che la figlia osava assumere un’aria rivoltosa e, quel che è peggio, autocratica!

I genitori, il primo momento, percossi, ma tuttavia non credendo alle proprie orecchie, corsero dietro la ribelle gridando:

— Ma Lena... figlia mia... cosa dici?

— Niente! — ribattè seccò Maddalena, facendo fronte-indietro sulla soglia — dico soltanto che se non mi lasciate stare, io me ne vado! —

Ed entrata allora nella camera, vi si rinchiuse a chiave.

Maddalena s’era rivelata improvvisamente quella che era.

I poveri Papetti si guardarono raccapricciando, sbalorditi, poi piansero, strillarono.... e poi.... e poi tacquero, si rassegnarono, e da quel giorno furono gli umilissimi servi della figlia...., la quale s’era fatta per sorpresa indipendente e signora, insegnando come si fanno i colpi di Stato.

E siccome tutto ciò è poco chiaro, andiamo a far un po’ di luce.

Come certi negozj, che verso strada sembrano servir per un traffico e poi nel retrobottega servono per.... tutt’altro — così vi sono delle fanciulle, che apparentemente hanno una condotta irreprensibile, proprio secondo tutte le regole adottate, e poi hanno un.... retro-bottega.

Nel mentre, stando a quel che si vede, una di tali fanciulle conduce un’esistenza monotona, insignificante, precisamente puerile — in cui non trovate che innocenti sollazzi, confetti, fiori, in cui la più grande emozione sembra quella d’una vestina nuova e di quattro salti con accompagnamento di frittelle — ella ha, o, per meglio dire, si procura, se lo vuole, se lo può appena, una.... retro-vita, la quale, per poco che la fanciulla sia prudente, si sottrae a qualunque sindacato.

Non entreremo in particolari per ragioni facili ad indovinarsi ed anche per non sembrar posseduti dalla smania di generalizzare. Ci occuperemo solo del caso speciale di Maddalena, e ancora, non senza aver premesso che, se i particolari appunto della retro-vita delle ragazze in discorso fossero conosciuti o, se più vi garba, se si volesse farne materia di studio, se ne trarrebbero delle deduzioni che influirebbero a modificare di molto l’educazione della donna — per cui essa crescerebbe più sinceramente ingenua, mentre l’ingenuità or non copre che la così detta malizia, alla quale i bambini e gli sciocchi danno tanta importanza — per cui essa sdegnerebbe mentire, mentre ora che vi è forzata.... trova precisamente, in un apparato di menzogne, il mezzo di far la sua volontà — beffandosi di tutti — per cui, infine, vivrebbe più serena e tranquilla, mentre ora è in preda a malsane curiosità ed a fantasticherie.... poco azzurre.... per non dir altro.

V’è una famosa scienza che vien ritenuta pericolosa, dannosa per le ragazze — ma è pericolosa, dannosa, solo ora, perchè se ne fa un mistero altissimo.

Invece di costringere la donna a scoprirne da sè gli arcani.... insegnatele voi stessi quella scienza, con linguaggio aridamente scientifico, all’aprirsi della sua mente, e vedrete che non le farà nè freddo nè caldo.... precisamente come l’abbicì.

E allora forse non vi saranno più tante fantasie sregolate, sfrenate — non vi saranno più tante morenti d’etisia. Ma lasciamo le fanciulle in generale e veniamo a Maddalena.

La casa, o, per esser più esatti, il casamento in cui abitavano i Papetti, aveva due cortili.

Il primo era piccolo ma civile, come si conveniva alla parte di fabbricato prospiciente la via; il secondo, invece, si poteva quasi chiamare una corte rustica. L’esservi una stalla e un pollajo gliene davano, se non altro, l’odore, e il suolo ineguale e tutto mal ciottolato, senza un pensiero al mondo dei poveri bipedi, che avrebbero dovuto arrischiarvisi, diceva chiaro che si era pensato solo ai quadrupedi.

Nell’androne, che dal primo metteva nel secondo cortile, v’erano due aperture, una a destra, l’altra a manca, che lasciavan veder le scale al servizio della parte posteriore del casamento, il quale aveva anche due ale.

L’ala sinistra, come il corpo, aveva tre piani oltre il terreno — mentre la diritta era a un sol piano, che non si poteva dir terreno, ma che era molto basso.

Quell’ala doveva essere una qualche precauzione di un antico proprietario, marito molto geloso de’ suoi diritti.

Dal fabbricato si vedeva un gran giardino al di là del muro, che correva fra le punte delle ale.

La scala a sinistra, che saliva a chiocciola, serviva la parte alta — corpo e ala —; la scaletta a destra, di soli quindici gradini, saliva diritta all’uscio dell’unico e microscopico appartamento che si trovava nell’ala rispettiva.

I Papetti abitavano nell’ala a sinistra, ma non più al terzo piano — da qualche tempo, cominciando a pesar gli anni, eran discesi al secondo.

Un anno e mezzo circa prima che Maddalena facesse quella bella scena alla quale assistemmo, era venuta ad occupare l’appartamentino dell’ala destra una donnina tutta sola...., ossia con una cameriera a doppio uso.

Era costei una sedicente vedova. Poteva anche essere vedova realmente, ma siccome il marito pareva essere sempre stato morto, così il «sedicente» sta bene.

La mattina le avreste dato trentacinque anni — dopo le due pomeridiane non più di trenta — e la sera anche venticinque. Di notte, all’oscuro poi.... ma questo non lo sappiamo.

Era bellina, il che vuol dire anche bruttina — ma era simpatica.

Una personcina delicata, che non porgeva esuberanze, ma non aveva neanche deficienze — capelli neri, carnagione brunetta — e in tutta lei, ma specialmente nello sguardo, modestamente provocante, e nel sorriso misterioso continuo a fior di labbro.... un certo non so che, per cui una donna sembra dir tacendo: «Io so che ci sono, e quando voglio, qualcuno se n’accorge.»

Del resto, per la maldicenza non v’era niente da dire sul di lei conto. Riceveva pochissimo, nelle ore d’etichetta, e tutte persone comme-il-faut. Erano alcuni eleganti attempati.... amici del suo povero marito, e alcune signore, che apparentemente dovevano appartenere anche esse alla categoria delle vedove sedicenti e seducenti.

Tutta gente ben vestita, che andava e veniva senza far chiasso e senza dar nell’occhio. Una cosa sola si sarebbe potuto notare, ed è che delle visite mascoline non era mai accaduto che una s’incontrasse da lei con un’altra.... ma per notar questo, bisognava essere ben cattivi.

La sera ella non riceveva alcuno, tranne un giovinotto — ma era un suo fratello.

Tutto questo, che è pochissimo e insignificante, lo si sapeva dalla portinaja, che lo teneva dalla domestica della vedova in discorso.

Teneva anche che era buona buona ed aveva nome Severina.

Un freddurista dirà che è un bel nome per una signora.... e punto scoraggiante per gli audaci. Severa sì.... ma al diminutivo.... Lasciatelo dire.

Nei primi cinque mesi la signora Severina parve aliena dallo stringer relazione con un inquilino. O amava la solitudine, o doveva aver delle ragioni per conservarsi perfettamente libera, cosa difficile quando si hanno delle conoscenze nella stessa casa in cui si abita. Doveva anche essere, a giudizio dei vicini, una donna tutta sacra alla memoria del marito, perchè di carnevale non era uscita nemmeno una sera e perchè nessuno sembrava gradirle, mentre si sapeva che v’erano dei signori.... ma proprio signori, i quali se ne occupavano moltissimo.

Lettere non ne mancavano, la portinaja era stata importunata.... le lettere erano state consegnate — ma una faccia nuova in tutto quel tempo non s’era ancor vista passare. Si era ardito persino di corrompere la cameriera, ma essa.... aveva accettato le mancie, ridendo, e non solo non aveva mai riportato una risposta favorevole.... ma neanche una sfavorevole.

— Sono matti tutti! — diceva la cameriera alla portinaja — la mia signora non può pensare ad alcuno. —

I vicini, specialmente qualche giovinotto, incontrando Severina, la salutavano per tentar di ottenere un ricambio, che potesse servire di primo gradino alla solita scala — ma fatica gettata — ella non vedeva mai.

V’era tuttavia un’eccezione.

Maddalena, che s’era imbattuta qualche volta in Severina o nell’uscire o nel rientrare, aveva veduto sul suo volto un dolcissimo sorriso di simpatia, che era proprio tutto per lei Maddalena — ma essa era sempre seria e non aveva mostrato di accorgersi di quel sorriso. La sua selvatichezza non era ancora stata vinta da alcuno.

Un giorno però Maddalena, dopo che Severina le fu passata a fianco, guardandola colla solita espressione, non potè a meno di rivolgersi ad osservare quella elegantissima figurina, dalle movenze vagamente ondulanti, la quale andava lasciando dietro sè un profumo delicatissimo, strano, senza nome, così penetrante, che pareva scendere al cuore.

Tale almeno fu l’effetto che produsse in Maddalena, per la quale era una novità. Per la prima volta ella si era soffermata pensando a quella signora, e aperte le labbra aspirò l’aria tutta odorante per esalarla quindi in un sospiro.

Si sarebbe detto che v’era magìa.

Maddalena, che non aveva mai desiderato un’amica, da quel momento sentissi attratta verso Severina....; e il miracolo era stato fatto da un semplice profumo!

Maddalena non avrebbe potuto dirne allora la ragione — ma la ragione vi era. Ella sdorava già la pubertà.... e quel profumo, penetrando in lei, vi aveva vellicato per la prima volta il recondito senso della voluttà.

Salita, ritiratasi nella sua camera, aperse la finestra, e appoggiatasi col fianco al parapetto, là stette tutta mesta guardando quel cortile, quel giardino, quelle mura.... Tutto era deserto, tutte le finestre chiuse, lo spazio era inondato da una luce pallida e fredda; non giungeva altro romore che quello lontano alternato di un martellar di scalpelli nella via.

Per la prima volta, guardatasi attorno, sentì uggiosa, pesante quella solitudine, che ella stessa aveva pur voluta fino a quel giorno — per la prima volta sentì un bisogno di respirare a pieni polmoni, e una forza nuovissima trascinarla al romore, alla folla, al mondo, alla vita — per la prima volta le venne in mente di mirarsi nello specchio.... ma, corsavi, fece una smorfia, perchè si vide pallida e quasi brutta. — Però, fermatasi alquanto, toccati i capelli, aperto un tantino l’abito, lì sotto il mento, fatto il confronto fra sè e Severina, provandosi a sorridere, finì a sorridere davvero. Aveva trovato che se anche Severina fosse stata mal pettinata e peggio vestita come lei, sarebbe stata forse più brutta di lei.... quindi passando al viceversa.... sperò poterla superare. Ma come fare, con chi consigliarsi, ella che non conosceva alcuno? Dire ai genitori: — D’or innanzi, voglio farmi bella, divertirmi, vivere — le pareva una enormità.

A chi ricorrere dunque per ajuto a fine di raggiungere il suo scopo per altra via? Un mezzo solo v’era, fare la conoscenza di Severina, che certo doveva essere una maestra eccellente, e l’avrebbe istrutta in tutto, e fors’anche avviata nel principio di quel labirinto intricatissimo che le pareva, ed è infatti, la vita.

Ma come riuscire a far la relazione di Severina? Offrirsi? Pregare? Questo ripugnava al di lei orgoglio.... tanto più che fra le possibilità v’era anche quella di un rifiuto.

Non restava che attendere dal caso una occasione favorevole per avvicinare la signora e afferrare tale occasione.

Ma per quanto Maddalena spiasse, l’occasione non si presentava. Severina restava invisibile, pareva non uscisse più. La fanciulla si cuoceva d’impazienza, e casa sua le diveniva ogni giorno più antipatica. Ma finalmente quel benedetto tempo, che se, tutto toglie, apporta anche tutto, permise alle sue speranze di rianimarsi.

Spuntato aprile, le vetriata dall’appartamento di Severina si schiusero ai soavi zeffiri, alla gaja luce della primavera — e la desiderata signora cominciò a far delle apparizioni sul suo terrazzino.

Maddalena allora cominciò dal canto suo, a passare, lavorando, alla finestra tutto il tempo di cui poteva disporre.

Non occorre dire che ogni qual volta Severina si lasciava vedere, Maddalena smetteva di lavorare e si sporgeva fuor della finestra per attirare la di lei attenzione.... ma questo pareva difficile.

Tuttavia, or col tossire, or col cantare, or col muovere la sedia o il tavolino.... fece tanto che un giorno Severina alzò gli occhi al secondo piano, e siccome la fanciulla scorse sul di lei volto il medesimo dolce sorriso, così sorrise anch’essa subito, chinando il capo.

Da quel dì Severina prese l’abitudine di guardar, al secondo piano, quella ragazza, che lavorava sempre, e il di lei viso esprimeva, oltre che simpatia, compassione. Si salutavano sempre, tuttavia per qualche settimana le cose non progredirono.

Ma poi una specie d’occasione non tardò a presentarsi, e Maddalena non se la lasciò sfuggire.

Affacciandosi alla finestra, vide una novità sul terrazzino della signora.

Un giardiniere vi stava disponendo con arte del vasi di fiori, che due facchini scaricavano nel cortile da un carro e portavano su.

Erano fiori delle specie più vaghe e più fragranti.

Maddalena, anche per l’attrazione simpatica che v’è sempre fra la giovinezza e i fiori, ma, innanzi altro, per tentare Severina, si mise a batter le mani in atto di gioja e maraviglia, cosicchè la signora levò lo sguardo e sorrise a Maddalena, la quale le fece un bell’inchino sporgendosi tutta come se volesse osservare più da vicino, odorare quasi l’olezzante famiglia.

Severina, o indovinasse finalmente il desìo che cuoceva la fanciulla — o avendo ella stessa la medesima brama, vedesse opportuno il momento per iniziare conoscenza meno superficiale — il fatto è che, spiccata una bella rosa, la offrì, col gesto, a Maddalena.

Quella arrossì di piacere, e rispose con altro gesto che voleva dire: «Gradisco ma non so come pigliarla.»

Allora Severina non esitò più e le fe’ cenno che andasse da lei.

Maddalena non se lo fece ripetere, e detto alla madre, per aver un pretesto di scendere: — Vado a prender un po’ d’acqua, — giù a precipizio per la scala, su per quell’altra, da Severina.

La signora l’attendeva sull’uscio e raccolse con un: «Brava!» e con un bel bacio in fronte.

— Ma, Maddalena.... dove sei? — fe’ Caterina alla finestra, cinque minuti dopo, non vedendo tornar la figlia.

— Sono qui! — rispose Maddalena comparendo sul terrazzino, unita a Severina, che con un braccio le cingeva il fianco.

— Permette? — disse Severina alla madre della fanciulla.

— Ah! ma guarda.... guarda un po’ quella sfacciatella....! — esclamò Caterina tutta sorpresa, ma non senza piacere.

— Non la sgridi, la prego — continuò la signora — sono stata io....

— Ah! non dico.... anzi.... obbligata.... ma doveva chiedermi il permesso....

— Me la lascia un momento ancora?

— Ella è ben buona, sa!... se non è capace di dir due parole in croce! Basta.... faccia lei!

— Grazie. —

Maddalena rientrò in casa, mezz’ora dopo, tutta infiorata e con una sacchettina che «la signora le aveva data espressamente per la mamma.»

Quando Caterina sentì queste parole, le vennero le lagrime, e a Maddalena, che, dopo averle cantate le lodi della signora, le domandò se l’avrebbe lasciata ancora andare da lei, rispose tutta felice:

— Ma sì.... va.... è una signora come si deve, e non ti può che far bene. —

Come sono mai certi genitori e specialmente certe madri...., purchè i loro figli ricevano gentilezze in una casa, non badano più che tanto se convenga, poi, sotto tutti i rapporti, lasciarli andare in quella casa. E su questo proposito, senza che aggiungiamo altro noi, quelli e quelle che non sono più ragazzi, informino.

Se il primo giorno Maddalena si fermò mezz’ora dà Severina — il secondo vi passò un’ora, il terzo una mezza di più.... e ben presto la durata media delle sue visite fu di due ore.

L’effetto di quelle visite fu tale — in Maddalena avvenne in breve tempo una trasformazione così grande, che i Papetti ne furono maravigliatissimi.

Come.... la loro Lena, che pareva esser nata selvaggia.... in pochi giorni s’era civilizzata (sic)? — Come, quella Lena, che non parlava mai ed aveva un contegno da monaca.... si degnava d’esser gaja, si degnava di conversare affabilmente coi propri genitori? — quella Lena, che fin allora s’era sempre pettinata come una vecchia beghina, i capelli scendenti a guisa di cortina, tanto da nascondere per metà le sopracciglia, che parevano incollati sulle tempie e sapevan di sego, ora non si presentava che acconciata con leggiadrìa, emanando un olezzo gratissimo esotico? — quella Lena, infine, che aveva sempre portato l’abito meschino d’una.... stellina, nè mai pareva aver pensato a mutar foggia e stoffa, ora si abbigliava, studiava il figurino della moda, ne seguiva i consigli?

Davvero che la metamorfosi era sorprendente — e i Papetti ne gongolavano e appagavano, incoraggiavano anzi le fantasie, per quanto costose, di Maddalena, che la rendevano bella, bella come essi non avevano mai supposto potesse divenire — stella fulgente!... diceva papà — pensando che in tal modo le sarebbe più facile di destare il capriccio in qualche gran signore, che, s’intende, la sposerebbe.

E a quelli che si maravigliavano, a ragione, di tanta e improvvisa novità, dicevano:

— Prima andava bene come andava, perchè le ragazze devono venir su modeste, senza tante idee inutili — ora è giunto il suo tempo.... faccia anche lei quello che richiede la sua età.... la sua posizione.

Secondo il loro convincimento, Maddalena aveva una posizione!

Se il trovarsi in certi ambienti è sempre pericoloso per qualsiasi età, è perniciosissimo, indubbiamente, per un’età giovanissima.

Apprendendo la scienza della vita a grado a grado, non si muterà natura, se la natura ha certe propensioni decise, ma si potrà imparare ad evitare la sfrenatezza siccome anti-igienica e nociva nell’opinione pubblica; si potrà imparare a conservare la forma, non foss’altro, per rispetto di sè stessi.... — parliamo di chi ci tiene al rispetto di sè stessi. — Ma apprendendo tutto in un sol colpo, a sedici anni, si corre un gran rischio di perdere la testa — o, per lo meno, di guastarsela in modo che, dopo, la è questione semplicemente d’occasione — per cominciare — e in seguito si fa della vita un’occasione sola.

Sedici anni.... proprio l’epoca climaterica, in cui il sangue ricchissimo comincia a far sentire la sua possanza scagliandosi a ondate sul cuore o sul cervello — in cui il sistema nervoso comincia a tiranneggiare il corpo, a ridersi dei nostri principj, della nostra educazione, se abbiamo ricevuto quella che si chiama buona, e a uccidere quella volontà che dovrebbe essere il frutto delle nostre convinzioni, facendone sorgere altra.... certamente più naturale, ma forse poco parente della signora Morale, che conoscerete probabilmente come la conoscono i moralisti.... di vista.

Non sappiamo se il lettore alle parole: certi ambienti avrà detto: «Non capisco.» Si ricordi del come gli abbiamo presentato Severina. Se non ha capito primo, capisce adesso? — No. — Bravo; allora vada avanti e capirà.

L’appartamentino di Severina si sarebbe potuto definire il nido della voluttà — perchè tutto, dalle combinazioni dei colori delle tappezzerie e delle cortine, dalla morbidezza delle stoffe alla varia luce che in un certo gabinetto non pareva più luce, al profumo indefinibile e snervante — quel tal profumo — che impregnava l’atmosfera, dalle caste arditezze dei quadri mitologici agli intrecciamenti e alle contorsioni spasmodiche di bronzi rivali o copie dell’arte antica.... tutto era blandizie pei sensi. E all’anima sembrava che da ogni mobile, da ogni tela, da ogni bronzo uscisse una voce sommessa, insinuante, misteriosa, che diceva....: Ama. —

Non si poteva restar seduti impunemente in quella penombra....; era una malìa; la ragione s’oscurava, gli occhi si chiudevano.... era necessario balzar in piedi, fuggire.

Ma si potevo volere? — si voleva potere? Il sorriso di Severina sarebbe qui una buona risposta.

Noi siamo figli dei nostri padri e delle nostre madri — pare impossibile, non è vero? — e talora in fatto di padri.... abbiamo del lusso — ma realmente noi siamo figli di chi sa impadronirsi e dirigere l’anima nostra. Qualche volta siamo figli di nostro padre o di nostra madre e anche d’ambedue, quando essi, avendo la coscienza e l’amore della loro missione, s’impadroniscono appunto dell’anima nostra, e, gelosissimi del loro potere, non permettono mai ad alcuno di condividerlo — e allora, o bene o male, riesciamo moralmente l’imagine o dell’autore o dell’autrice o quella fusa d’entrambi ripetuta. Ma è raro, perchè, generalmente, tenerezza per la missione educatrice — che comincia un po’ prima e va un po’ più in là del mandare a scuola — non c’è strabbondanza. — E allora riesciamo figli o della cameriera o del vicino di casa, o del primo amico o di qualche prete — e se non di qualcuno fra questa gente, certo del primo o della prima amante.

Avviene anche a certi individui privilegiati, i quali si trovano moralmente abbandonati, o quasi, a sè stessi; che, senza saperlo, si sottraggono a qualunque influenza.... e riescono invece figli del loro tempo. Se in quel tempo poi v’è crisi nelle idee del secolo, possono riescire persino uomini di spirito — ma se non c’è crisi, non possono diventare che uomini spiritosi.

Quando le idee nuove danno battaglia campale alle idee vecchie, chi si batte pel trionfo delle prime è un uomo di spirito.

Quando battaglia, per lo meno visibile, non c’è; ma si sa beffarsi delle idee correnti, che si riconoscono false e ridicole, si è uomini spiritosi.

Chi è figlio solo di suo padre e di sua madre non sarà mai un uomo di spirito e neppure un uomo spiritoso, perchè i padri e le madri, in genere, amano fabbricare dei.... cretini.

In questo, per essi, sta la vera propagazione della razza umana e.... per Dio!... le scuole li secondano bene e compiono l’opra.

Siccome Ildebrando e Caterina non avevano saputo veder altro in Maddalena che una macchinetta di carne, cui basta impinzare di cibo, coprire e mandare a scuola — e non avevano mai pur sospettato la possibilità, il dovere di una cura dell’anima; così avvenne che Maddalena dovette riescir figlia di Severina, la quale non vi mise, del resto, alcun proposito di corruzione.

A lei bastò d’essere Severina.

Per la mancanza d’altri principj e di esperienza da opporre a quella scuola, per la sua natura e per l’età, Maddalena era già terreno ben preparato per certa coltivazione. — Restava solo da lasciarvi cadere la semente.

Fin dal primo giorno Severina aveva parlato a Maddalena come si parla ad una donna già donna — con una perfetta indifferenza di soggetti, come si discorre della pioggia e del bel tempo. Dai particolari della toilette a quelli della più intima igiene — capitolo speciale — dai commenti liberissimi sui fatti diversi riportati dai giornali alle discussioni sulle passioni descritte nei romanzi, aggiunte le chiose sulle situazioni più.... interessanti — tutto aveva il colorito d’una realtà così semplice che Maddalena non poteva a meno di sorridere, prendendovi un piacere infinito. Ella si diceva che sino a quel tempo era stata così chiusa in sè stessa, solo forse perchè non aveva mai sentito parlare. Quello di Severina soltanto le pareva un parlare.

Da Severina seppe che il cuore d’una donna è un valore nominale inutile, spesso dannoso a lei — che il valore reale corrente, e il solo quindi che le dà valore e le torna utile, è la sua toilette.

Una bella donna con un bel cuore, ma senza una bella toilette, è nulla in confronto d’una donna anche bruttina ma molto elegante.

Da Severina seppe che gli uomini, in genere, colle donne, o fanno il tiranno o fanno l’imbecille. Fanno il tiranno con quelle poverine tutto cuore, senza fiele, che, cresciute per il sacramento, non conoscono che la sommissione, il lavoro e la rassegnazione — fanno l’imbecille colle furbe, che hanno il talento della pelatura, amano l’ozio, la vita gaudente.... e mettono alla porta chi vien fuori di tempo, solo perchè ne ha il diritto.... o, per lo meno, crede d’averlo.

Da Severina seppe che gli uomini, sempre in genere, cercano nella donna un talento solo: l’arte di.... — scusate, ma non ricordiamo la parola.

A farla breve, in poco tempo Maddalena ricevette tante lezioni da potersi dir maestra.... se non altro, in teoria. Le mancava la pratica, ma sulle prime pareva non curarsene.

Anzi affettava un tal disprezzo per l’uomo, che, alla sua età, faceva ridere. Mentre le altre fanciulle, a seconda del grado maggiore o minore di modestia o di ipocrisia, sol che vedano un uomo simpatico, gli piantano in faccia due avidi occhi o gli lasciano andare, così di traverso, quella timida occhiatina che dice tante cose; Maddalena non si degnava di guardar alcuno, qualunque fosse l’eleganza o la bellezza di chi passava. Li vedeva, s’intende, ma il suo sguardo sembrava fisso, diritto, sur un punto invisibile, che non aveva nulla d’umano.

E come andava! Marciava.

Impettita, la bocca sdegnosa, con passo fiero, piuttosto lungo, sempre eguale, non curante i miseri mortali che incontrava, lasciando cader solo uno: stupido! se alcuno, per caso, abbagliato dalla di lei bellezza, osava fermarsi, susurrando una frase d’ammirazione.

Ah! sì, Maddalena s’era veramente fatta bellissima in pochi mesi, dacchè aveva apprese e praticate tutte le arti, diremo così, cosmetiche di Severina, non esclusa quella tanto vantaggiosa per la bellezza, che consiste nel dare ad una buona mensa la debita importanza. E il risultato si vedeva. Tutto quello che doveva spiccare.... spiccava — e il suo catechista, se l’avesse riveduta allora, con quanto fervore avrebbe esclamato: Oh! virgo potens! — Oh! causa nostræ letitiæ! — Oh! vas insigne devotionis! — Janua cœli!

Un giorno Severina, la quale aveva notato la specie di sprezzo di cui Maddalena sembrava onorare gli uomini, sprezzo che faceva contrasto con tutte le varie curiosità onde la giovinetta era presa — le disse:

— Non sprezzar tanto, mia cara.... non crederti superiore alle altre donne, perchè tu pure, come le altre donne, hai un cuore, e sei di carne. Sta certa che verrà anche per te il momento di perdere la testa.

— Oh! io non m’innamorerò mai.

— Perchè?....

— Perchè non posso desiderare alcun uomo, se il mondo è come lo dipingi tu.... Prima di conoscerti, alle volte fantasticavo.... ti dico la verità.... è tanto naturale.... — ma ora che, grazie a te, so cosa è il mondo....

— Che bambina!.... E se trovassi un’eccezione fra questi uomini?

— Un’eccezione?

— Un uomo può essere il più sciocco o il più malvagio degli uomini.... ma quando una donna lo trova bello.... egli diventa il migliore degli uomini. Le donne credono di amare un uomo per le sue qualità.... come, del resto, anche gli uomini credono di amare una donna per i suoi pregi morali. Non è vero. Si ama quell’uomo o quella donna perchè i suoi lineamenti, e spesso anche solo le altre sue forme, rispondono a quel sentimento del bello che è in noi, e vive ed è in continua agitazione, senza che noi vi riflettiamo, ricercando avidamente delle soddisfazioni. Un artista mi diceva che è il sentimento estetico.... Io non lo credo. Quando penso a quello che sento io, credo invece sia il sentimento del sesso.... Infatti, incontrando una bella donna, io dico solo: «Ecco una bella donna» — è la sensazione purissima dell’occhio che vede un complesso armonico di linee.... Ma quando io incontro un bell’uomo, ossia quell’uomo che, secondo la mia natura, è bello, io sento una commozione, alla quale ti giuro che l’Accademia delle Belle Arti è affatto estranea.

— Tu senti una commozione? Dammene una idea....

— Non posso.... non capiresti. La stessa tua domanda mi mostra lo stato dell’anima tua. Essa desidera, essa attende.... ma egli non viene. Tu non sai chi egli sia, nè dove possa trovarsi. Forse verrà domani.... forse fra un anno.... fra dieci.... venti.... forse non verrà mai.

— Ah! non dirlo....

— Vedi.... come ti sei tradita! Il tuo disprezzo per gli uomini è il disprezzo di certi giovinetti per le donne. Non potendo ancora sentire, non possono comprendere quello che sentono gli altri, e per ciò solo credonsi invulnerabili e compassionano o deridono chi cade. Ma viene anche per essi il giorno terribile.... E se non viene.... tanto peggio! Allora, che vita miserabile! — Dunque ora siamo intese, e quando verrà, dimmelo.

— Io lo cerco nella folla e non lo trovo.

— È un errore il cercare. Alla tua età si ha un ideale che non si saprebbe forse nemmeno dire come sia fatto.... È un po’ di tutti.... e non è niente di nessuno.... È.... è.... quando verrà, tu dirai: «Eccolo.... è lui!» — e ti parrà d’averlo sempre conosciuto. —

Severina aveva ragione, e Maddalena desiderava ardentemente di poter esclamare qualche giorno, magari presto.... «Eccolo, è lui!» — ma non sperava molto. Intanto continuava a marciare sprezzante: dicendo fra sè: «Possibile che fra tanta gente non vi sia quello che voglio io?»

Erano le quattro di sera di una tiepida giornata di novembre, e le nostre amiche uscivano dalla cancellata dei giardini, quando Severina sentendo sul suo una leggiera pressione del braccio di Maddalena, domandò:

— Che cosa c’è?

— È strana! sai che quasi quasi direi.... — Maddalena non potè finire. Un giovine signore, incontrandole in quel punto, s’era fermato salutando rispettosamente la fanciulla e prendendo la mano di Severina.

— La signora Maddalena mia vicina ed amica — fe’ Severina, presentando — mio fratello.... —

Il fratello disse poche parole, poi risalutò e si allontanò.

A Maddalena erano parse insignificanti le frasi che Severina e quel signore avevano scambiate. Severina non vide che quel signore aveva guardato più volte a lungo negli occhi di Maddalena — nè che questa aveva sopportate con sufficiente fermezza quelle occhiate, e aveva sorriso all’ultima che egli, staccandosi, avevale lanciata.

— Ti piace mio fratello? — fe’ scherzando Severina, non appena fu sola coll’amica.

— Visto che è tuo fratello, ti dirò che mi piace! — rispose Maddalena, ridendo.

Severina non seppe resistere, e ne disse tutto il bene che ne pensava — e non era poco.

— Non l’ho mai veduto da te.... — notò Maddalena.

— Non viene quasi mai.... e quelle poche volte che viene.... è di sera.

— Ah! —

Qui dobbiamo avvertire che se pareva esistere, ed esisteva anche, grande intimità fra le due amiche, v’era però una specie di regolamento.... di etichetta, diremo, che Severina non aveva imposto, ma che la finezza di Maddalena aveva compreso sin dal principio, regolamento ch’ella si sarebbe ben guardata dall’infrangere, e l’osservanza del quale ella capiva essere forse la condizione principale della loro amicizia. L’una aveva saputo farsi intendere, parlando sulle generali — e l’altra aveva inteso bene.

Ella sapeva che Severina riceveva solo in certe ore — e in quelle ore non aveva mai trovato nessuno da lei. Sapeva che Severina non voleva far visita ad alcuno per non riceverne. — Aveva fatto un’eccezione per lei, Maddalena — e basta.

In questo, Severina era stata molto morale — o molto prudente, per ragioni d’interesse tutto suo?

Sul punto di lasciarsi, quello stesso giorno, Severina, ricordando certe parole di Maddalena, domandò:

— E che cosa volevi poi dire, poco fa?

— Quando?

— Ma sì.... quando hai esclamato, mi pare: «È strana.... quasi quasi direi....»

— Ah! aspetta.... — fe’ Maddalena con sforzo per raccapezzare.... — ma.... non mi ricordo proprio più.

— Bè! me lo dirai un’altra volta. Addio. —

Maddalena aveva mentito. Se ne ricordava benissimo — ma se prima avrebbe parlato e volentieri, ora non voleva più parlare. Forse col tempo, se....

Gli è che, prima, avendolo per un ignoto qualunque che passava ignoto a lei e alla compagna, coll’esclamare: Eccolo, è lui! non avrebbe fatto che esprimere un’impressione nuovissima per lei — egli sarebbe tosto scomparso per sempre e l’impressione si sarebbe cancellata, lasciando tutt’al più un lieve rammarico di brevissima durata.... — ma ora, come esprimere quell’impressione alla sorella di suo fratello?

E se Severina parlasse? E se il fratello dicesse per caso, ridendo, d’aver pensato in veder lei, Maddalena, per la prima volta: Eccola, non è lei! — quale disfatta pel suo amor proprio, quale punizione del dispregio ch’ella aveva sin allora affettato per gli altri uomini!

Il primo da lei desiderato, che.... la rifiutava!

— No, no, tacere e attendere. Nello stesso modo che con un po’ di pazienza — si diceva — sono riescita a conoscere Severina — con un altro poco riescirò a conoscere suo fratello.... e ciò non mancherà, se l’impressione che io ho prodotta in lui è simile a quella ch’egli ha prodotto in me.... Dovrà essere precisamente lui quello a cui io sarò indifferente, quando tutti si fermano quasi estatici a mirarmi al mio passare? —

Guardossi nello specchio, provò il sorriso col quale lo avrebbe salutato, incontrandolo la seconda volta — e allora sperò.

La notte tuttavia non fu senz’ansie.

Quando avrebbe potuto rivederlo? e che sarebbe avvenuto poi?.... e.... e.... tutti quegli e che crea il sogno nella veglia, in cui si scorge da lungi una realtà possibile e si hanno ancora tutte le incertezze, per non dire i timori che non si tratti appunto che d’un sogno.

L’impressione poteva essere effimera, poteva aver fatto nascere un puro capriccio, ma era stata forte da ambe le parti. Chi poteva muoversi — l’uomo — cercò tosto chi non poteva muoversi, la donna, alla quale, per molte ragioni, non era permesso far un sol passo per cercare.

Ecco, come, l’indomani mattina, Maddalena uscendo con Brigida, la domestica, per la provvista giornaliera, s’imbattè nel giovine signore. — Ma l’incontro fu per lei così improvviso, ch’essa non ebbe tempo neppur di pensare a fargli quel tal sorriso studiato il giorno prima. Scossa, confusa, chinò il volto tutto di bragia e passò. E fu il miglior saluto.

Si rividero così una, due, quattro mattine di seguito.... ma, preparata allora, ella potè rispondere al di lui saluto con una grazia e con un sorriso, che dovevano scompigliare quel favorito fra i mortali.

Maddalena, dopo aver incontrato tre volte il giovine signore, s’aspettava che, da un momento all’altro, Severina avesse a dirle: — Sai, mio fratello ti ama e mi ha incaricata di esaminare il tuo cuore. — Ma vedendo che Severina non solo non toccava quel tasto, ma non si lasciava sfuggire alcuna allusione, per quanto lontana, ad una possibilità di simpatia fra i due giovani — il quarto dì perdè la pazienza e volle esplorare il terreno. Come un bravo esploratore, cominciò tuttavia molto guardinga — tanto temeva ancora:

— Questa mattina ho incontrato tuo fratello.

— Ah! sì? — fe’ Severina con indifferenza.

— È la quarta volta che lo incontro....

— Come!? Da quando? — esclamò Severina, che non potè frenare un moto di sorpresa, e nel cui sguardo Maddalena vide con stupore qualche cosa di feroce che la colpì e la rese ancor più cauta.

— Almeno mi pare che sia lui, tuttavia posso ingannarmi.... — poi, dopo un momento di silenzio: — Ha moglie tuo fratello?

— Non l’ha e non la prende! — disse seccamente Severina lanciandole una occhiata sospettosa e scrutatrice.

— Fa bene! — fu pronta a dir bravamente alto Maddalena, continuando poscia fra sè: «Ho capito. Egli sarà ricco e si avrà paura che sposi una ragazza povera o quasi. Prudenza allora, e lavoriamo sotto acqua. Chi sa che un giorno io non venga a dirti: Severina, gioisci con me; tuo fratello mi sposa. — Se ciò avverrà, come io farò di tutto perchè avvenga, t’assicuro che te l’annuncerò con tutto il giubilo che si deve avere quando si finge dar per lietissima una notizia che si sa dover tornar molto dolorosa.»

— Io farò di tutto perchè avvenga — aveva detto Maddalena, e cominciò subito l’indomani a far qualche cosa, col dare al suo sguardo un’espressione che era un invito.

Brigida aveva ricevuto inoltre delle istruzioni — e quando il giovine signore si avvicinò, la fantesca scomparve nella bottega del droghiere.

Questo gioco, ripetuto il giorno successivo, fece capire al giovine che non si trattava di caso e ch’egli poteva ardire. Onde ardì subito.

All’incontrar la giovinetta sola, vedendone lo sguardo più che mai incoraggiante, si fermò, e salutandola come si saluta una duchessa:

— Buon giorno, signorina.... Vorrebbe lasciarsi salutare!

— Troppo gentile — (pausa, in cui si guardavano sorridenti, egli incerto, ella provocando tutto) poi: — Va da sua sorella? —

Il giovine non potè a meno d’arrossire, e balbettò:

— Da....? ah! sicuro.... da mia sorella.... A proposito, non ho mai avuto il piacere di incontrarla da Severina.

— Non vado mai da lei la sera.

— Ed Ella sa che io vi vado di sera?

— Sì, me l’ha detto sua sorella.

— Allora v’andrò di giorno.

— Non glielo consiglio.... Non credo che sua sorella sentirebbe un gran piacere se ci vedesse incontrarci.

— Come fa a saperlo?

— L’ho capito.

— Ed Ella è indifferente a questo?

— A.... cosa?

— Alla contrarietà che Severina mostrerebbe, secondo Lei, se sapesse che ci siamo riveduti....

— Ma.... — e fingeva incertezza guardando il suolo.

— Dica pure....

— Non.... so.... — e continuava il gioco.

— Allora glielo dirò in altro modo. Se mia sorella fosse contenta che io La incontrassi.... Ella cosa ne penserebbe?

— Non.... so.... — ma stavolta lo sguardo si levò timidamente, amoroso, sul volto del giovine, quasi a supplicarlo di non crederle.

— Pensandovi qualche tempo.... potrebbe riescire a saperlo?

— E.... poi? — Ella si guardava d’intorno quasi smarrita.

— E poi.... vedremo. Intanto non dica niente — se crede — del nostro incontro a Severina. La mia famiglia ha una gran paura che io pensi a maritarmi.... gliene dirò poi le ragioni. Del resto, io sono padrone di me stesso.... Ma forse, per una prima volta, ho già abusato della sua bontà.... Se è così.... creda.... glielo dico sinceramente.... creda che io bramo solo di abusarne al massimo grado. —

E con questo scherzo, ridendo, si lasciarono.

Si rividero.... si parlarono..., molto si parlarono, per ripetersi che si amavano.

Vediamo un po’ addentro in questo amore.... Vi sono tante specie d’amore!

Non v’è forse anche l’amore senz’amore?

Chi era, innanzi tutto, il giovine signore, per il quale Maddalena aveva provato i primi palpiti?

Vi sono dei giovinotti che fanno la bella vita, ossia odiano ogni lavoro, vestono bene, mangiano meglio, si vedono dappertutto dove c’è qualche cosa da godere, che sulle labbra hanno sempre il sorriso dell’uomo felice, fra le labbra uno zigaro di contrabbando, cui non mancano mai venticinque centesimi per il vermouth o per l’absinthe — e che non hanno rendite accertate. Per lo meno, nessuno le conosce.

Infatti, sostanza propria non ne hanno mai avuto, meno qualcuno che ha, o si dice abbia consumato, qualche migliajo di lire slanciandosi nel mondo.

Sia come si vuole, la loro fortuna è ora composta soltanto di debiti, ma a guisa dei grandi Stati, a cui essi commettono la spiritosità di paragonarsi, tali debiti sono per essi una fonte di credito.

La loro ricetta per pagare i debiti è la solita: i vecchi non pagarli. — i nuovi farli diventar vecchi.

Hanno delle amanti di tutti i generi, specialmente del peggiore.... che non è il meno abbondante — e nel numero si trovano anche delle donnine a modo, la cui onestà ha avuto un istante di.... sonnolenza, come si trovano delle donne che non aspettano più i cinquanta, ma che li hanno dimenticati. La vecchiaja deve pur esser consolata, se si vuol guadagnare.... il cielo.

Non sono precisamente lenoni o cinedi, o mantenuti o buffoni.... nel senso medioevale.... sono un consommé di tutto questo.

Anche la parola parassiti è un po’ troppo bassa per qualificarli.... perchè sono piuttosto invitati che mendicanti. Diremo: son gente che san fare! San fare colle donne, le quali hanno sempre un estremo bisogno di ridere, e talvolta — en petit comité — anche di sghignazzare.

San fare cogli amici ricchi — non apprezzano che la società degli amici possidenti.... molto possidenti — i quali, annojati o sciocchi, hanno bisogno assoluto e continuo di qualche bello spirito che li distragga, si lasci burlare, li burli, li presenti ad una ballerina o ad una.... signora, e partecipi ai loro olimpici sacrifizj notturni.

I meno abili, al tempo del bagni e delle villeggiature, restano in città — i più abili partono e non di rado tornano in fondi.

Non hanno ricevuto quel che si dice una educazione — ma sul bigliardo, al tavolo da gioco, in stalla e nei gabinetti di Venere hanno imparato tanto, che più di una celebrità scientifica o letteraria, appetto di loro, farebbe la figura di un imbecille o d’un uomo dell’altro mondo.

Non pochi sarebbero imbrogliati a scrivere una lettera al sarto.... ma è certo che a una prima rappresentazione d’un’opera, d’una commedia o d’un ballo, la loro sentenza è irrevocabile. Per il ballo, vada; è questione di piedi.

Questo è quello che si vede di tal sorta di gente, dai diciotto ai trentacinque anni circa. Dopo, chi muore logorato dagli eccessi — chi s’imbarca sul mar conjugale con una invidiabile indifferenza per le avarìe che la nave ha già sofferte.... e potrà soffrire in seguito — chi vivacchia il più onestamente.... che può, sul gioco — chi si fa mentore di qualche rampollo, per sorreggerlo nei primi passi sul sentiero.... della gloria e della virtù — chi si fa.... sensale di connubj più o meno legali — e chi va in galera.... o meriterebbe d’andarvi.

I più onesti, i più indipendenti diventano letterati, ossia scrivono tutti i giorni una lettera a qualche vecchio amico — a qualche noto negoziante — nelle quali lettere si è sicuri di trovar sempre le seguenti parole: Caduto assoluta miseria — supplico filantropia — qualunque tenue elemosina — eterna riconoscenza — lasci risposta portinajo.

Giulio Bindi non era ancor uno di quegli individui di cui ci siamo or ora occupati, ma aveva tutte le buone disposizioni e batteva proprio la via giusta per divenirlo.

Ma dobbiamo anche dire che, nato in altra famiglia, egli sarebbe probabilmente cresciuto qualche cosa di meglio.

Suo padre era un fiacchissimo uomo, con un carattere ancor più debole. In gioventù era stato sempre schiavo degli amici; quando gli diedero moglie — per strapparlo dalle unghie d’una sgualdrinella, che, fingendo filare del sentimento, non faceva che pulirlo e poi ripulirlo indefessamente — egli, che era abituato a vivere da schiavo, fu spaventato della responsabilità assuntasi; il bastone del comando in casa sua gli sembrò d’un peso insostenibile e scambiò le parti, prendendo volontariamente quella dell’obbedire. Meno male se la moglie fosse stata una donna di buon senso, energica, risoluta, ma essa non era che buona.... Sapeva mangiare, si lasciava vestire, e pel resto si rimetteva a quanto faceva una vecchia cameriera, la quale l’aveva veduta nascere e l’aveva seguita nel matrimonio. Per fortuna quella valeva qualche cosa ed era onesta, se no, povera casa!

Nasce Giulio. Che cosa volete riesca con un padre il quale non sa cosa sia volontà, e con una madre la quale dice sempre di sì — gente che ignora cosa deve essere realmente la vita, e non ha altre idee del mondo se non queste: che vi sono delle botteghe in cui si compera il cibo — dei mercanti che vendono gli abiti — e che d’autunno si va in campagna, perchè c’è l’aria fina?

Lasciate fare a lui! A tre anni strilla tutto il santo giorno, rompe tutto — a quattro, prova che la favella è stata data all’uomo per dir insolenze. Comanda a bacchetta tutte le più strambe enormità.... Se qualcuno s’avvisasse di resistergli..... come Luigi XIV imporrebbe il suo capriccio collo scudiscio — a otto anni fuma, a dieci vien sfrattato dalla scuola per scandalo.

Lo fanno studiare privatamente, perchè finisca d’imparare.... niente — a quindici anni va.... dapertutto.... — A sedici ha già quattromila lire di debiti.

Padre e madre, come imbecilliti dallo spavento, lasciano fare...., essi capiscono ch’egli rovinerà la casa, ma come resistere? Essi non pensano che a lagnarsi col terzo e col quarto, ma non sanno fermare il già terribile dissoluto.

Uno zio interviene — cerca far capire la ragione, mettendogli sott’occhi tutte le conseguenze disastrose e non lontane, perchè la famiglia è semplicemente e modestamente agiata.

Miracolo insperato.... riesce a persuadergli di mutar sistema.

Sì, Giulio si pente, Giulio si impiegherà — e sarà presto un uomo come si deve.... Se, finora, è stato il dolor di capo di casa sua.... si sa bene.... gioventù.... quella benedetta gioventù!

Ecco Giulio impiegato.... chi sa, chi sa un giorno cosa diventerà?!

Che cosa? aspettate sei mesi. Egli ed un amico hanno fatto la conoscenza di due mime.... che, per una certa mimica..., siamo intesi! — Ma ci vuol molto denaro per scritturarle.... e, denaro, nè l’uno nè l’altro ne hanno. Perdersi d’animo per questo?.... Diavolo....! si fa una cambiale falsa!

La cosa viene scoperta — fulmine in casa Bindi — chi corre di qua, chi corre di là per vedere, per sentire, per rimediare, per assopire.... e, si intende, per pagare.

Giulio è consigliato di dar le sue dimissioni, ed eccolo a spasso tutto il giorno come un virtuoso senza scrittura.

Il padre e la madre non fanno che piangere, non mangiano più.... e in breve se ne vanno all’altro mondo.

Giulio non perde il tempo a piangere.... fa i conti. — Vendendo tutto, gli restano ancor cinquantamila lire....

A ventitrè anni ne ha già mangiate quaranta in buona compagnia.... e comincia a domandarsi se non gli converrebbe sposar Severina.

Egli ha conosciuto, due anni prima, Severina ai bagni e le ha ispirato una forte passione — passione tutta sensuale, se volete, ma quel che è certo è che Severina va matta per Giulio, tanto, che non solo non gli ha mai chiesto niente, ma lo colma continuamente di doni di valore, ch’egli ricambia.... con dei mazzolini di fiori.

Giulio non ama Severina, ma l’accetta, primo, perchè come donna non è da disprezzarsi — secondo, perchè egli sa che ella non avrà il cuore di lasciarlo esposto.... alle intemperie, quando saranno sfumate anche le ultime diecimila lire.

Come si spiega il pazzo furore di Severina per Giulio? Ecco: in amore, prima di tutto, è difficile spiegare qualche cosa — ma in questo caso si spiega col dire che Giulio era l’ideale d’una fantasia!....

Se scriviamo la parola, gridate all’immoralità.

Giulio era un bel giovine — non una perfezione, via....; per esempio, le estremità lasciavano a desiderare — ma aveva nel viso un’espressione così originale che a certe donne dava il capogiro.

Quando egli guardava con intenzione una pecorella desiata, si pensava all’Arcangelo Gabriele che, sorridente come un Satiro, le dicesse, non col labbro, col solo sguardo: — Non è peccato, veh! —

Uno stimolo.... ed insieme un conforto.

Ecco quel che aveva sedotto Maddalena.

Cosa singolare, ella fu iniziata alla vita da un profumo e da un sorriso.

Il profumo di Severina le aveva aperto l’animo alla voluttà — il sorriso di Giulio gliene aveva dato la sete — e si sa cos’è la sete.... quando non si può bere.

Una donna può aver sortito la natura più ardente e saper imbrigliare, se non la propria fantasia, per lo meno i suoi desiderj tanto da poter attendere, senza soffrire, che spunti il giorno delle nozze legali — le sole che le insegnarono essere riconosciute dalla società.

Ma per aver siffatta forza d’animo, per mantenersi sempre presente a sè stessa in modo da deludere ogni insidia, in modo da rendersi sorda alle grida del suo sangue, è necessario che, nella sua educazione, vi sia stato qualche cosa che l’abbia messa presto in guardia contro i così detti pericoli. È necessario quindi che le abbiano insegnato quel pudore che in natura non esiste; che, nelle prime letture, vi sia stata una direzione; che non abbia fatto le seconde letture; che abbia avuto la scuola del buon esempio; o che, avendo avuto per caso l’altra scuola, quei mali esempj abbiano partorito tali funeste conseguenze da spaventarla e da consigliarle l’apatia siccome la miglior ricetta per vivere tranquilla.

Ma quando una donna cresce senza che le insegnino nulla — senza veder nulla — senza aver appreso niente alla scuola del mondo, formandosi da sè stessa sola il proprio carattere, è molto probabile, diremmo certo, che se non la salvano gli altri, da sè stessa non sappia salvarsi dalle prime seduzioni, e che ella affretti anzi la sua caduta — perchè il suo carattere morale non è che il suo temperamento fisico, l’unico consigliere ch’ella conosca.... senza conoscerlo.

Ed è quello che sarebbe avvenuto a Maddalena, solo che avesse conosciuto Giulio prima d’aver ricevuto le lezioni di Severina, la quale, facendo un po’ di fisiologia dell’amore, le aveva insegnato delle cose che per una fanciulla potevano essere utili. — In genere — le aveva detto fra le altre — una ragazza che ha un amante e vuol sposarlo, non deve amarlo che platonicamente. L’uomo essendo cacciatore.... va in giro fiutando per cercare la sua selvaggina, che è la donna. Se la selvaggina pone una condizione al lasciarsi pigliare.... può essere che l’uomo non sappia resistere allo stimolo dell’appetito, e per poter mangiare.... accetti la condizione — ossia sposi.

Se la selvaggina invece, sedotta dalle lusinghe del bel cacciatore, trascura di porre la condizione e non vola via, vien presa, cucinata.... e divorata.

La condizione della donna nella nostra società è tale che noi dobbiamo dare — nel fare il primo passo — la maggior importanza a quello che per noi realmente non ne ha — o se ne ha una.... è negativa — perchè ponendo sempre quella condizione, molti uccellini dal becco gentile vedono, con grande dolore, un cacciatore dopo l’altro prendere la fuga e restano là sempre sul ramo, essi che, poverini, si farebbero pigliare tanto volontieri.... finchè.... sfiancati dall’ambascia, sfiatati e spiumati.... cadono e spirano.

Questo dico — diceva Severina — quando si vuole il matrimonio che nella nostra società assicura la considerazione.... e il pane, anche se si è brutte o si ha perduto la profittevole gioventù.

Quando si è disposte a farne a meno del matrimonio, e si ha il coraggio di andar incontro a tutte le incertezze e a tutti i rischi.... allora è un altro pajo di maniche.

Ma allora bisogna anche prendere, e presto, l’offensiva contro gli uomini.

Severina non credette dover spiegare a Maddalena che cosa fosse quest’offensiva.

Maddalena voleva il matrimonio — non solo perchè sua madre aveva sposato suo padre, ma perchè essendo fortemente innamorata di Giulio, non voleva correre il rischio di perderlo col non porre l’accennata condizione.

Ma Giulio non accettava. Non poteva — diceva egli. — Uno zio molto ricco l’aveva minacciato di privarlo dell’eredità se mai avesse a prender moglie senza il suo permesso, perchè la moglie voleva dargliela lui.

Lo zio ricco c’era infatti, ma guai a Giulio, se dopo l’affare della cambiale avesse osato pur di salutarlo!

Ora Giulio — diceva lui — non voleva sposare altra donna che Maddalena, ma bisognava aspettare che lo zio facesse il suo dovere di zio, ossia prendesse un biglietto d’andata.... senza ritorno — ma intanto potevano amarsi!!

— Sì, amiamoci platonicamente — diceva Maddalena — cosa che accomodava pochissimo a Giulio, il quale per la fanciulla aveva un forte capriccio, reso anche più acuto dalla certezza assoluta d’esserne il primo amante — ma non comprendeva l’amor platonico e non voleva, nelle sue circostanze, nemmen fermarsi sulla parola matrimonio, visto che per la moglie occorreva un bell’appartamento, una buona tavola, un morbido letto, abiti, cappellini, divertimenti.... tutta roba che costa, e visto che non conveniva rinunciare a Severina, ossia al proprio benessere futuro.

Amiamoci platonicamente....

Ma era platonismo quello?

Sì, se platonismo vuol dire.... vuol dire.... allora era platonismo per loro come lo è per molti amanti, come lo era per quella tal mamma che diceva: — Nè per.... nè per.... la mamma non sgrida mica.... basta che.... —

A noi pare una ipocrisia, una transazione peggiore del così detto male.

L’amore, nascendo per mezzo dei sensi ed essendo continuamente servito dai sensi, non può conservarsi perfettamente spirituale. Eliminala la perfezione, siamo ridotti al più o al meno materiale a seconda degli individui — e per quanto riguarda la sua sfera d’azione, alle circostanze, alle paure.... ed anche agli interessi.

Or, quando in amore non può esservi il più completo abbandono dell’anima e della materia avvampanti d’una sola fiamma — e si cerca un modus vivendi — l’amore perde affatto il suo carattere sacro e diventa una.... mostruosità.

Ah! perchè mai, a questo punto, non possiamo scrivere latino?!

Maddalena poteva ancor presentarsi come Rosiera, ma il suo spirito s’era corrotto e il suo fisico ne risentiva guasti orribili. — E amava da pochi mesi soltanto! — Ma poteva ella, a lungo andare, uscire vittoriosa da tale lotta? — Noi abbiamo veduto quali fenomeni si manifestassero in lei — che cosa ne pensasse il medico — che facessero i genitori — e infine la ribellione di Maddalena che, quando l’amorosa febbre fu giunta al parossismo, non volle più saperne di subordinazione, di convenienze domestiche.

Era pronta a tutto.

E glielo disse a Giulio, l’indomani — dopo avergli narrato la scena avuta in casa.

— Guarda, Giulio.... io spero che non avrò altre noje di questo genere, ma se mai tornassero ad importunarmi per farmi sposare quell’imbecille.... o chiunque altro...., io ho già deciso.... io lascio famiglia e tutto e vengo con te.... E allora avvenga che vuole.... Io sento che non posso essere d’altri che tua! —

Queste parole, che avrebbero trasportato in cielo un vero amante, diedero un colpo mortale al capriccio di Giulio — lo spaventarono tanto che, a sua volta, decise subito in quello stesso istante di troncare ogni rapporto con Maddalena.

Ispirare una passione, anche furiosa, lo lusingava, purchè però questo non avesse mai a frastornare i suoi piani. Se Maddalena, come qualche altra di sua conoscenza, si fosse rassegnata, pur con grave suo sacrifizio, a prender marito, serbando viva la sua passione per lui Giulio.... ah! allora sì.... anzi quello era il da farsi, perchè il loro amore sarebbe entrato in una fase novella, nella quale i voti ardentissimi avrebbero trovata larga soddisfazione — ma, Maddalena, che rifiuta un partito conveniente ed è risoluta a rifiutarne quanti altri possono presentarsi, non solo, ma ad abbandonare la casa paterna per gettarsi nelle sue braccia.... per sempre!.... ah! questa prospettiva è spaventevole. —

Perdere Severina?.... Ah! non fia mai! Bisognerebbe essere pazzi. E un Giulio commetter pazzie? Ma siete matti?

In quel momento, tuttavia, ringraziò con effusione la generosa fanciulla.... le disse che il di lei sacrifizio lo commoveva fin nelle viscere — pianse con lei.... sul crudele destino che li perseguitava, le giurò eterna fede, e la abbracciò e baciò con tale trasporto, che la povera radazza, sentendosi suggere dalle labbra e la vista e la vita, non avrebbe certo ricordato le utili teorie di Severina.... se egli in quel punto, temendo una buona fortuna come la più grande delle sventure, non si fosse imposto un assoluto rispetto....

Maddalena partì compresa d’immensa gioja.... e l’ultima sua occhiata, l’ultima sua stretta di mano dissero a Giulio la di lei profonda riconoscenza.

Egli l’aveva risparmiata, quale maggior prova d’amore?

Il giorno successivo, Giulio s’appostò in modo da non essere veduto da Maddalena; quando, secondo il solito, ella separossi dalla Brigida, la lasciò continuar sola il suo cammino, e raggiunse invece la domestica consegnandole un biglietto per la giovinetta. Quindi s’allontanò.

Egli non aveva altro a fare. Era libero!

Maddalena errava tutta mesta e inquieta nella via in cui avveniva regolarmente il suo incontro con Giulio, soffermandosi davanti a questa e a quella vetrina, dando ad intervalli rapide occhiate or in questa, or in quella direzione, per veder s’egli giungesse; per la prima volta Giulio non era il primo al convegno — quando con sua sorpresa sentì la voce di Brigida dirle sommesso:

— Prenda....; una lettera per lei.

— Una lettera di chi?

— Di lui.

— Oh! Dio! — e Maddalena, come colta da un triste presentimento, impallidì; poi: — Chi te l’ha data?

— Ma lui!

— Ma perchè?

— Cosa vuole che ne sappia io?

— Aspetta — ed entrata in una porticina, aperse e lesse:

«Mia carissima,

«Perdonami se jeri non ti ho detto che ragioni d’interessi mi obbligano ad assentarmi per qualche tempo.... ma davvero, in quel momento di tanta espansione, io non avevo il coraggio di avvelenare la tua purissima gioja con una sgradevole notizia.

«Puoi imaginare se io non farò di tutto per abbreviare la mia assenza!

«Quando sarò di ritorno...., credo fra un mese, sarà mia premura d’incontrarti.

«Ricordati di me.

«Tuo affez. G.»

Afflittissima, e tuttavia senza ombra ancora di diffidenza nè di sospetto, tornò a casa. Ma, allora, letto, riletto quel foglio, meditando a lungo su ogni frase, per quella temenza che prende sempre chi ama, si turbò. Studiando l’atteggiarsi delle parole, per indovinare, le parve di trovare troppa regolarità.

Giulio non poteva sentire alcun dispiacere scrivendo quelle linee.... era freddo. E poi era un esprimersi da uomo innamorato quello? Quando sarò di ritorno.... credo fra un mese.... Quando? Credo? E per un mese egli la lasciava senza nuove — e non ne desiderava di lei? Ricordati di me...? Ed egli? E dove andava? Ragioni d’interesse? La sua mente si perdeva.... Ella ebbe paura e pianse.

Ma quel pianto non poteva essere lungo. Quasi subito si rivide, il giorno prima, in compagnia di Giulio, che la rendeva pazzo di felicità — e a quella visione incantevole, ogni timore sgombrò.

Era allora la fine d’aprile. Attese con pazienza, con quanto dolorosa pazienza lo dican gli innamorati, che passasse quel benedetto mese.

Ma quando fu scorso.... e uno, due.... dieci altri giorni si successero, senza ch’egli comparisse.... allora ella non ebbe più la forza di reggere al tormento, che ogni giorno si faceva sempre più atroce.... e andò a casa di lui.

— Il signor Giulio Bindi è tornato? — chiese alla portinaja.

— Dice?

— Il signor Giulio Bindi.

— Non lo conosco.

— Ma se abita qui!

— Qui non abita nessuno.... nè lui.... nè altri. —

A tali parole per lei insensate, Maddalena cominciando a credere di parlare con una demente, disse:

— Ma come!... non si ricorda più d’avermi veduta molte volte passare in compagnia del signor Giulio Bindi?

— Oh! Sarà benissimo! — e la portinaja ebbe uno strano indecifrabil sorriso — ne passan molte qui in compagnia.... ma qui non si domanda il nome di alcuno.

— Ah! Dio.... Permetta che sieda.... perchè io mi sento male. —

Maddalena aveva la fronte coperta di freddo sudore, e si sentiva infatti svenire....

Dopo essere stata un momento seduta, appoggiata alla spalliera, muta, il capo chino, gli occhi velati, respirando con affanno.... ripreso coraggio, fissando quella donna, esclamò:

— Ma allora...?!

— Ma allora — fe’ ruvidamente colei impazientata a siffatta scena, che le pareva incomprensibile — allora questa è una...

— Ah! — stridette Maddalena raccapricciando, e balzata in piedi, colle mani nei capelli, fuggì....

— Quante sciocchezze! — borbottò la portinaia sedendo e ripigliando la sua calza.

Quando Maddalena fu nella via, avvedutasi che tre o quattro persone s’erano fermate di botto osservandola con curiosità, diventò rossa. Con uno sforzo pensò a darsi un contegno più dicevole per una giovinetta, e tornò a casa — ma tremava tutta, i suoi denti battevano e le labbra erano bianche. I singulti le straziavan la gola, e la sua mente sconvolta così s’agitava:

— La sua casa!.... la sua casa!.... e io non avevo capito niente? Ma come capire, se io non sapevo niente? Ah! Giulio, tu mi tradisci..... ma se mi tradisci..... guai!.... Un mese.... ragioni d’interessi.... Bugiardo!.... Ah! se ti trovo.... Se.... E ora dov’è? Come potrò rintracciarlo? Come?.... Come.... ah! sì.... sì.... già.... che me ne importa poi a me della sua famiglia.... di tutti i motivi che possono aver la sua famiglia e lui.... e tutto il mondo!?... Sì, andrò da sua sorella.... e.... e per Dio! che allora saprò dove si può andarlo a cercare! —

Alla certezza che fra poco avrebbe saputo tutto, si fece un po’ più calma. Ma come sbattevano ancora quelle palpebre!

Senza por un minuto in mezzo, giunta a casa, salì immediatamente da Severina e tirò il cordone del campanello.

Ma in luogo di vedersi schiudere al solito, udì un leggiero sfregamento nell’uscio, e tosto, all’aperta spia, le apparvero gli occhi inquieti della domestica.

— C’è Severina?

— Sì.... ma c’è gente.... — rispose quella a bassa voce e con aria misteriosa.

— Allora tornerò. Ho bisogno di parlarle.

— Torni, sì.... ma domani.... e... più tardi.

— Va bene. —

La spia si chiuse, e Maddalena scese sospirando. Bisognava attendere ventiquattro ore.

Fu bene per tutti che Severina in quel momento avesse gente — se no, alle rivelazioni di Maddalena, chi sa quali scene sarebbero seguite! Allora non vi sarebbe stato certo un incidente che, se mise alla prova la bontà del cervello di Maddalena.... fu anche la medicina che la guarì per sempre del suo amore.

La giornata fu tanto lunga e uggiosa per Maddalena, che ella non aspettò la notte per coricarsi. Il crepuscolo cominciava appena quand’ella chiuse, contro il solito, le imposte, e si pose a letto. Le pareva che, circondandosi di tenebre, non solo i suoi occhi, ma anche la mente, potessero cessare di vedere — e riposare. Ma s’ingannava.

Le giovanissime e robuste membra avrebbero avuto piuttosto bisogno d’una eccessiva fatica fisica per poter esser fiaccate e ridotte in balìa del sonno.

Nella pienezza delle forze, dopo tante commozioni, in un simile stato d’esasperazione, credere che fra le coltri, nell’oscurità, in una calda sera di giugno, il travaglio dell’anima e dei sensi potesse scemare, era un errore, di cui ella dovè ben presto sentire gli effetti.

Allora il cervello s’accese, e se prima aveva solo sospettato, temuto il tradimento.... allora Maddalena, senza alcun sforzo, se ne fece una realtà con colori tali che le tolsero ogni lume di ragione.

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