← Table of contents
La Repubblica di Venezia e la Persia

DOCUMENTI (continued 3)

Reading edition

Nel detto paese di Persia non vi sono merci d'oro, nè d'argento, nè di rame, ma solamente di ferro; però quelli che conducono argenti di Turchia in Persia guadagnano venti per cento, e dell'oro da quaranta in cinquanta per cento, e delli rami, quando dieci e quando venti e più per cento. Vero è che vi sono gravi spese per esser proibito il portar dei metalli nel predetto paese.

Ora venendo alle forze di questo re, parmi considerar prima e principalmente l'entrate.

Ha questo re come cosa principale, contra l'ordinario di tutti li regni che sogliono cavar l'entrate loro dalli dazi, il costume di prendersi una parte delli frumenti, biade ed altre cose che produce la terra, e delle vigne e praterie si paga d'ogni mille, il valore di sessanta archi, che sono alcune loro misure, che dieci fariano la misura di un campo; di tasse, dalle case de' cristiani cava cinque per cento di tributo; in alcune parti cinque ducati per casa, e in alcune altre, sette e otto secondo la fertilità e bontà del paese. Degli animali, per ogni quaranta pecore quindici bisti all'anno, che sono tre ducati di nostra moneta, e per ogni vacca dieci bisti all'anno, che degli animali maschi non si paga. E questi sono li dazi del re e le sue entrate; le quali dicono al presente che ascendono alla somma di tre milioni d'oro.

Le spese poi ch'escono dal tesoro di sua maestà sono veramente pochissime per quanto si vede; perchè esso re non è in obbligo di pagare altro che cinquemila soldati, chiamati da loro Kurdi, che sono la guardia della sua persona, scelti fra la miglior gente e la più bella che sia in tutto quello stato; nè manco a questi dà paga in contante, ma in quel cambio dà loro vestimenta e anelli, ponendoli a quel prezzo che gli pare. Vero è che ha undici figliuoli come ho detto, e che ognuno di loro tien corte separata ed onorevole; ma non si sa quello dia loro.

Di sultani, come si è detto, sonvene da cinquanta, de' quali si forma tutta la milizia di questo re, tenendo diviso in cinquanta parti lo stato suo, oltra quello che tiene lui e li suoi figliuoli, il quale non è sottoposto a cura di nessun altro. Detti sultani hanno in condotta da cinquecento fino a trecento uomini a cavallo per ciascuno, i quali separatamente cavano dalle regioni a loro assegnate, tanta entrata che possono mantenere dette genti e cavalli, e far fare le mostre spesse volte; sicchè in occasione di guerra non ha altro pensiero, che spedire alli sultani un corriere uno o due mesi innanzi, che, per esser sempre all'ordine, vengono senza difficoltà dove sono chiamati, e possono ascendere in tutti al numero di sessantamila, benchè la voce sia di molti più. Sono genti per l'ordinario di bello aspetto, robuste e ben formate, e di gran cuore, e desiderose di guerra.

Usano costoro per armi da difesa la corazza e la targa, e vi sono anco molti elmi, e da offesa la freccia e gli archibusi, il quale non vi è soldato che non l'usi; ed è ridotta quest'arte in tanta eccellenza, che quanto alla perfezione superano i loro archibusi quelli di ogni altro luogo, ed anco quanto alla tempra eccellente che gli danno: sono le canne di detti archibusi per l'ordinario sette spanne di lunghezza, e portano poco manco di tre oncie di palla, gli usano con tanta facilità, che non li impedisce punto la spada, la quale tengono attaccata all'arcione del cavallo per adoprarla quando bisogna. L'archibuso se lo accomodano dietro la schiena con tanta facilità, che l'una cosa non impedisce l'altra.

Li cavalli sono ridotti in tanta eccellenza di bellezza e di bontà che non han più bisogno di farne condur da altre parti, e questo dalla morte di sultan Bajazet in qua, perchè detto signore venne in Persia con bellissimi cavalli caramani, e cavalle arabe eccellenti, i quali furono donati nel passare; e di poi che dal presente re fu fatto ammazzare, gli restorno dieci mila tra cavalli e cavalle dalle quali è riuscita al presente una razza così bella, che gli Ottomani non ne hanno una tale. Restarono poi anche di detto Bajazet trenta pezzi di artiglieria, oltre li danari ed altre spoglie.

Oltre le forze dette, ha il re di Persia quella di aver fatto disertare li paesi verso li confini del Turco da ogni parte per sei e sette giornate di cammino, e rovinar quei castelli che v'erano, per assicurarsi sempre più da detti Ottomani, che non gli venga volontà d'impadronirsene e tenerseli.

Parendomi avere abbastanza detto a Vostra Serenità delle fortezze di questo re, parlerò ora delle pertinenze ed intelligenze che ha con gli altri principi vicini.

Ha esso re pretensioni sopra li paesi toltigli dall'imperatore Ottomano, cominciando dal fiume Eufrate da quella banda sino a Babilonia, e verso ponente sopra il paese di Diarbek e Armenia minore. Ha esso re intelligenza, e da lui dipende un principe cristiano, signore de' Giorgiani, ed è suo tributario di venti mila ducati all'anno, ed ha il suo stato vicino al mar Caspio; il qual principe in occasione di guerra contra Ottomani potrebbe servire con dieci mila uomini a cavallo, tutta gente florida e valorosa.

Vi sono anco alcuni signorotti turchi, Kurdi, quali stanno sopra certe montagne tra l'Armenia minore (verso quella parte dei Giorgiani, che è posseduta dal Turco) e il mar Maggiore, sopra le quali montagne essendo io passato, ed avendo veduto io in Erivan preparazioni di genti, detti signori tenevano per fermo che fosse contra sultano Selim, onde mostravano di sentir grandissima contentezza, e facevano preparazioni per mettersi all'ordine alla guerra; ed essi tutti uniti potriano fare tre in quattro mila cavalli di rara bontà.

Ora non mi pare di dovere più tediare Vostra Serenità, massimamente avendole io con mie lettere dato conto di mano in mano del mio negoziato e del mio viaggio. Nel qual viaggio fui crudelmente battuto sotto la pianta dei piedi in Erzerum, e mille volte a pericolo di crudelissima morte, cercato da tre ciaussi di Alì pascià, di Erzerum, che mi aveva per spia; e dopo essere scampato dalle loro mani, corso in infiniti altri pericoli e disagi. In premio di che non addimando alla Serenità Vostra altro che la sua buona grazia, ed occasioni di poterla sempre servire.

L'originale fu di recente scoperto nell'archivio dei Frari dal signor Pasini. Colla scorta di quello si potè riscontrare la presente relazione, già pubblicata dall'Albèri, nel vol. II, serie III, Relazioni venete.

DOCUMENTO XXVII.

Dopo molte onorate et degne salutationi, che a così gran signori se li conviene, li desideramo stato felice fino al finimento del mondo. Si fa sapere all'Altezze Vostre per bocca di khan Mehemet e di Emirissè sultan nostri buoni e cari amici, come siamo pronti a quanto ne invitaste per lo passato, e più che mai continuiamo nel medesimo volere, però se ancor voi siete dello stesso parere lo farete intendere. Chogia Mehemet è nostro, el quale per aver avuto amicizia in Venezia con Vincenzo che fu in Tauris, è stato introdotto in questo negotio con il mezzo di chogia Cabibulà: al quale Mehemet abbiamo commesso che con gran prestezza si debba trasferire a voi, e darvi conto che siamo in campagna con 200 mille persone, se incaminiamo verso le parti di Babilonia. Però di gratia espedirete il detto chogia Mehemet, et sano lo inviarete dandoli boni avvisi, facendo passare con segretezza.

Espositioni Principi 1580.

DOCUMENTO XXVIII.

1580 al 1º di maggio.

Essendo tornato il Serenissimo Principe dal Gran Consiglio et ridotto nella sua anticamera, con li clarissimi messer Zuane Donato consigliere e messer Alvise Foscari capo dell'Illustrissimo Consiglio dei X, secondo l'ordine posto nell'eccellentissimo collegio, comparve il fedelissimo Vincenzo de Alessandri, nodaro ordinario della cancelleria ducal, et con lui un persiano huomo di età d'intorno alli ottanta anni, il quale appresentatosi molto humilmente a S. Serenità espose la sua ambasciata, e diede due lettere una scritta in persiano e l'altra in turco, la prima fu letta da esso persiano, la seconda dal predetto Alessandri, et perchè nelle espositione e nelle lettere erano molti particolari che difficilmente si sariano potuti raccordare per poterli mettere in scrittura comodamente, fu posto ordine che questo si facesse in casa del predetto Alessandri, dove si poteva andare sicuramente, per essere la sua casa posta in tale luogo che non si saria veduto da alcuno; et così alli tre del medesimo ridotti noi Antonio Milledonne, e Domenico Vico segretari et humilissimi servitori di Vostra Serenità alla casa suddetta alle ore 10, ritrovassimo il suddetto persiano che aspettava, al quale facessimo dire per il detto Alessandri che S. Serenità gli faceva intendere che se aveva bisogno di qualche favore, se lo faria prontamente; qual rispose « come haverei io ardimento di dimandare alcuna cosa, essendo suo schiavo? » Si passò poi a dire che essendo stato grato a S. Serenità quanto esso le aveva esposto, et però desiderando di averlo in scrittura eravamo venuti qui per udirlo un'altra volta da lui medesimo, che però fosse contento di dirlo a parte perchè si scriveria il tutto; il qual rispose « volontieri sta ben » et disse:

Che essendo il re di Persia in Kasbin, già sei mesi circa disse alli suoi sultani del sangue: che già qualche anno, fu a suo padre un huomo mandato da' Venetiani, et dimandò se vi fosse qualcuno che si ricordasse di quel fatto, perchè lui a quel tempo se trovava in Korassan: che però vorria, che se non lo si sapeva da loro, si mandasse in Tauris da Mehemet khan, che è principal sultan et del sangue per intendere da lui come passò la cosa. Et così fu mandato in Tauris, et Mehemet khan mandò a chiamare chogia Cabibulà che è un vecchio ed onorato mercante, che è stato altre volte a Venezia insieme a chogia Succurlà che è visir, il qual secondo il costume del regno, quando bolla le lettere le bolla con tre bolli, che è quanto il bollo del re, perchè gli altri sultani bollano con un bollo solo.

Il predetto chogia Cabibulà, essendo chiamato, portò a presentare (secondo l'uso del paese, che ognuno che è chiamato da' sultani del sangue, porta presenti) una vesta di panno, una fessa da testa, ed un gottonin, et andò al detto Mehemet khan et disse quello che il comandava. Gli domandò il sultan: se conosceva quelli che furono mandati da Venetia al re vecchio; lui rispose: cognosco. Gli dimandarno del nome, disse che non sapeva il suo nome, ma bensì che erano venuti, et che si trovava in Tauris chogia Mehemet il quale in Venezia aveva avuta cortesia da quello che fu in Tauris, che forse sapria dir il nome; et così mandarno a chiamar me che sono il sopradetto chogia Mehemet.

Io andai insieme con chogia Cabibulà, et narrai come fui preso al tempo della guerra dalla galea Trevisana, che mi tolsero in fallo per turco, se ben aveva patente del Zaguri console in Ragusa e da quei signori di Ragusa, e toltami la roba; ma che li signori venetiani mi liberarono, et fecero restituir la roba; et fu causa di questo favor, quell'huomo che fu in Tauris, et che il collegio di Venetia viste le patenti mi fece espedire. Chogia Cabibulà mi disse: che lui aveva visto quell'huomo, et che el ghe aveva insegnà la strada de ritornar a Venezia, ma che el no saveva el so nome; et che il sultan ghe lo domandava; che però se 'l savesse ghe 'l dovessi dir. Io risposi ch'el saveva, et che l'aveva nome Vincenzo, et così tolsero il nome in nota. Io trovandomi alla presentia dei sultani sopradetti, mi dissero: dapoi che tu conosci quel Vincenzo e che sei stato altre volte a Venezia, volemo che tu vi torni a portarvi alcune lettere. Io dissi che sono vecchio di 78 anni, come vuol sua signorìa che vada? Non ardii di dir altro alli sultani, ma ritirato con chogia Cabibulà, mi escusai che non avria possuto per la mia età far questo viaggio; ma lui mi disse: non dir così, perchè bisogna far quello che comanda l'imperatore, e questo è il suo comandamento.

Intendendo li sultani la mia escusazione, per consolarmi et acciò potessi fare il viaggio mi concessero 20 case di una villa con li suoi terreni, et mi fecero e bollarono la patente della concession et della esenzione. Io non potei mancare di adempire il comandamento del re dettomi dalli sultani; mi messi in ordine per partire: et fu detto che dovessi fare il servizio secretissimamente.

Da poi fui chiamato et mi diedero due lettere, et mi dissero che dovessi dire alli signori di Venetia, che loro stavano nel medesimo proposito, che li mandarno a dire; ma che allora non si potè effettuar perchè viveva il re vecchio il quale haveva molte indispositioni; ma che tutti li sultani aveano giurato per Alì, che al presente non volevano deponer le armi per anni 15, fino a che non debellavano i Turchi ovvero non erano essi debellati; et che dovessi aggiungere che se li signori Veneziani, haveranno il medesimo proposito, che si continuerà ancor più lungo tempo la guerra; ma che se li mandi un segno della sua volontà: perchè noi non volemo da loro suoi eserciti, ma solamente la volontà, et che nelle sue chiese secondo la forma della sua religione faccino dire delle oration per noi; et che il re del Portogallo che comanda in Ormuz dove sta un persiano, come saria a dir bailo, aveva dato ordine che siano mandati in Persia 20000 zecchini et quel più che facesse bisogno per la guerra. Che i Turchi avevano mossa questa guerra ingiustamente, senza causa, come credono che si sappia; et però loro aveano posti in ordine li suoi eserciti, et che si erano ridotti insieme alcuni re del sangue, che sono verso la India, nominati Bairam Mirza fiol d'un fratello di Thamasp re vecchio, Sciam Mirza, Eleas Mirza, Siringuineat Mirza et sultan Caidar; che questi fanno un consiglio creato di nuovo, e che così il re li chiamò tutti e li disse: sono tre anni che questi infedeli ne molestano, bisogna far una buona risoluzione che o noi li vinciamo loro o essi ne vinca noi; et essi sultani risposero che era ben onesto, perchè li Turchi li avevano tolti molti paesi, che era vergogna che li tenessero, però bisogna armarsi e ricuperarli, perchè i Turchi avevano mancato della fede e rotti li capitoli, et che non temevano Dio, ma che osservavano li loro giuramenti quanto solamente lor metteva conto. Che li sopradetti re messero insieme per aiuto del re di Persia 70 mila persone, li quali vennero per la parte delle Indie che si chiama Konducar. Che il re di Persia oltre questi, ha 80 mila persone delle sue. Che el re di Lar, qual è tributario del re di Persia e gli paga 5000 tomani (che un toman è da circa 20 scudi), questi gli ha dato 15 mila uomini a cavallo armati. Che Sanabat re dalla parte di Ghilan, ancor esso tributario, ha dato 10 mila archibusieri. Che el re di Ghilan nominato Sciempsi khan, ha dato 10 mila uomini tutti a cavallo armati; che el re di Persia ha tolto per donna una figliuola di Abdulà khan re dei Tartari. Che dei signori Georgiani fratelli, nominati uno Simon e l'altro Davit, che cristiani loro sono, il re di Persia conoscendoli valorosi ha data a Simon una sua figliuola, et lui s'è fatto persiano, restando il suo fratello cristiano; questi li danno 20 mila gentiluomini, che sono tutti cristiani.

Domandato come sapeva questi particolari, rispose: questa cosa è pubblica in Tauris, ma li sultani me l'hanno detto di bocca propria, perchè lo riferisca alli signori Venetiani, et mi hanno anco detto come è distribuito l'esercito; et poi disse da se: mi meraviglio che tu mi dimandi queste cose, perchè l'armata che è a Venezia no se sala a Padova e in tutte queste bande? Questo non è un pomo che se tegna ascoso. Gli fu detto che non si meravigliasse se ghe vien domandato qualche cosa, perchè si fa per poter chiarir meglio il tutto, e non perchè non si creda quello che lui dice; rispose che questo non importava niente, e gli fu detto che dicesse la divisione dell'esercito.

Disse che 50 mila persone erano sotto la custodia di Bairam Mirza, verso la parte di Babilonia, il quale è andato per guardar et rovinar quel paese: che altri 50 mila erano sotto la custodia del fiol di Sciam Mirza, el quale è andato nel paese di Soresul et ha preso quel bascià et ammazzato con ruina di quelle genti de' quali ne furono menati da 300 vivi a Kasbin. Che Beram Mirza, con 50 mila ancor esso è andato contro Ustret bascià verso Van; et che el resto dell'esercito è rimasto col re; dicendo che el se haveva scordato dire che el fiol del re nominato Emir khan Mirza con Jocmat sultan, et gran parte delle genti erano all'incontro de Mustafà. Che quel fiol del re è generale dell'esercito, et quello che sostenta la guerra. Dimandato del nome del re di Persia rispose: Koda-Bendè. Dimandato se questo successe immediato al padre, ovvero altri prima. Rispose. Morto Schà Thamasp una parte voleva per re sultan Caidar Mirza, che era terzo figliuolo che governava al tempo del padre, ma la maggior parte voleva Ismaìl el secondo; onde si attacarno insieme; ma presto si sciolsero, poichè fu morto Caidar et electo Ismaìl, qual fece tagliar la testa a molti sultani, che gli erano stati contrari, onde ancor lui fu assassinato. Successe poi questo che regna che è il primo figliuolo, e si trovava a Korassan, il quale è huomo di 47 anni in circa, che non si parte mai da Kasbin; ha avuto mal de occhi, ma li medici lo hanno guarito; et soggiunse: io ho pur assai cose scritte nel cuore delli successi della guerra et specialmente di Shirvan, de onde Mustafà partì nudo; ma ho paura de attediar, se volete che dica, dirò. Gli fu detto che el dica, el disse:

Che quando se intese la partita di Mustafà con l'esercito dì Costantinopoli ognuno si meravigliò per esser lui uomo vecchio, e massimamente Tocmat sultan il quale lo conosceva molto bene per essere stati ambidue a Costantinopoli. De che sorte fosse l'esercito turco non lo starò a dire perchè voi lo sapete bene; ma essendo lui partito da Esdrun verso la Persia fino ad un luogo che si chiama il Cars, il che inteso da sultan Tocmat, mandò a presentargli 160 some di risi, di meloni et altri rinfrescamenti, et li mandò un uomo suo a domandare a che effetto era venuto tanto avanti nel paese persiano, Mustafà mandò a rispondere per un suo uomo, con presente di 10 cavalli, vesti di seta, e rinfrescamenti: che l'era venuto per sottometter li Georgiani li quali erano soliti per avanti a dar tributo al sig. Turco, e par che Tocmat sultan le aveva fatto dire che el paese di Cars era il confin, et che se l'era venuto per prender quel paese, sopra ogni sasso si lasceria una testa dicendo: Cars è un luogo rovinato che divide el paese del Turco dai Persiani. Mustafà rispose che Dio guarda, ma che l'era venuto per Georgiani come di sopra. Che sultan Tocmat li fece anco dire, che lui non credeva che fosse mente del suo signor di romper li capitoli che erano fatti; perchè li giuramenti passano da un re all'altro, che questo saria con danno dell'anima dei morti, ed anco di quei che vivono; et che se lui veniva per fabbricar Cars che lo rifabbricherieno con tante teste dei Turchi.

Che lui Mustafà in Persia non poteva far cosa alcuna, ma ben che loro Persiani, passeriano nel paese dei Turchi fino a Tokat, tagliando ed abbruciando di tutto, che saria con danno non delli grandi, ma delli piccoli; che però non volevano questo cargo sull'anima; ma cha lui era servitore del suo re e Mustafà del suo, che però tra loro due combattessero e definissero le querele. Mustafà rispose con inganno el falsità, che non era venuto per il paese di Persia, onde sultan Tocmat li diede il passo, ma ben sempre tenendo gli occhi aperti, et essendosi spinto avanti Mustafà fino a certa acqua che si chiama Canacaburi, che è la strada certa di andar nel Shirvan, vedendo sultan Tocmat che era ingannato, disse costui ne inganna, et esortò le sue genti et diede alla coda dell'esercito, e ne tagliò fino a 30 mille, et li tolsero parte delli cariaggi e quasi tutti i danari che aveva con lui; ma li sopraggiunsero altre genti: onde Tocmat si ritirò colla preda e Mustafà passò allo Shirvan. Tocmat sultan mandò la preda al re, et li fece intendere che Turchi avevano rotta la fede e che li sariano addosso, et che però si mettesse all'ordine. Mustafà frattanto penetrò nel paese del Shirvan, fino ad una terra che si domanda Aras, e la prese e si fermò in quel luogo 28 giorni, et per il cattivissimo aere che vi è si ammalò l'esercito, ond'ebbe maggior danno dalle infermità che non aveva avuto dalla spada. Mustafà in questo tempo mandò spioni per il paese ad intender quello che facevano i Persiani, parte dei quali spioni furono presi, et da loro intesero Persiani, che Mustafà era in Aras con parte dell'esercito, con la mortalità che ho detto di sopra, e che Osman bassà con un'altra parte era ad un'acqua in un certo sito forte. Quei spioni che non furono presi tornarono a Mustafà e li dissero che Persiani erano all'ordine per darli adosso. Onde esso consigliò Iman ed altri bassà, e disse che avendo la infermità che veniva dal cielo non si potevano effettuare i suoi disegni, che bisognava far meglio che si poteva per non perder quel paese che avevano acquistato con tanta fatica e spesa; che però Osman si valesse di 30m. persone per guardar Samachi, che è la metropoli di quel paese, e lo fece serraschiere che vuol dir capitanio-generale, et fece anco sotto di lui altri bascià, perchè l'aveva questa libertà dal gran signore di così fare; et lui se ne fuggì per la parte dei Georgiani, per un paese detto Seventberg, e per la fuga così presta davano cinque gambelli per due pani, et in questa fuga ebbero grandissimo danno dai Georgiani cristiani, non essendo ancor giunti li Persiani; e che con poche genti che non credo arrivassero a 20,000 persone si ritirò in Erzerum; che partido Mustafà sopraggiunsero Persiani, e la prima cosa che facessero ricuperarono Aras dove i Turchi avevano fatto un castello di frasche e fango, et postovi l'artilleria; ammazzarono il bassà detto Caidar e le genti et tolsero l'artilleria in numero di 200 pezzi, e la mandorno al re, poi andarono a Samachi e lo circumdarono tutto, ma sopraggiunse in aiuto dei Turchi 8000 tartari per via di Caffa, il che intendendo i Persiani, una parte si levò dall'assedio et andò ad incontrarli; ed in questo tempo Osman bassa, fuggì da Samachi; i Tartari furono tutti tagliati a pezzi, ed esso Osman si salvò in un castello dei Circassi detto Derbent, dopo la fuga del quale i sultani entrarono per tutte terre a man salva et ritornarono in tutti li suoi governi, avendo ritrovato anco in Samachi artiglieria, e preso tutto l'aver di Osman; et questo fu al fin dell'anno. L'anno seguente Mustafà rinforzò l'esercito al numero per quanto si diceva di 250 mille persone, e conoscendo il danno che aveva avuto in Persia, cercò di ricuperare in qualche modo, e si avviò a Cars per fabbricarlo, dove venne anco l'esercito dei Persiani, et combatterono con grande effusione di sangue da una parte e dall'altra, tanto che appena è credibile; pur Mustafà restò superiore e fabbricò il Cars. Fra questo tempo li Tartari, che sapevano che Osman era in quel castello, lo andorno a levare et si ridussero in campagna da una parte del paese di Shirvan, i quali erano al numero di 30,000. I Persiani si risolsero di mandare una parte contro li sopradetti Tartari, e l'altra parte si ritirò da Cars, et così Mustafà lo fabbricò; ma sopraggiunto l'inverno, che è molto aspro in quelle parti lo lasciò presidiato e si ritirò in Erzerum, licenziando parte dell'esercito, qual era mal satisfatto et Mustafà anco molto afflitto. Li Tartari, et li Persiani che si erano all'incontro, stavano caduno dalla sua parte sopra l'avvantaggio, fino a che venne l'inverno, il quale sopraggiunto, li Tartari che sono mezzi nudi convennero ritirarsi, con la quale occasione i Persiani ne tagliarono molti a pezzi, et Osman bassà convenne tornare a salvarsi nel castello sopradetto di Derbent. I Persiani poi, che sono più atti alla fatica che Turchi, e che non hanno bisogno di tante comodità, perchè bene spesso stanno 40 giorni con una camisa, et menano sempre con loro un caval vodo quando vanno in fazion, per averlo sempre fresco, tornarono a Cars, ma non avendo artigliere da batter, perchè quella che presero l'haveano disfatta, et fatto bagattini, non la avendo loro, nè avendo il modo di adoperarla, non potendo però prender Cars, hanno rovinato il paese intorno, che non vi è restata appena la herba, onde se vogliono soccorso bisogna lo aspettino da Erzerum, perchè adesso vi sono delle munizioni che vi lasciò Mustafà, stando tuttavia assediati dai Persiani.

Dimandato in che modo vien mantenuto tanto tempo così grande esercito, rispose: l'imperatore è molto grande ed ha tesori; ma l'esercito si vale dell'abbondanza del paese, et delli danni che fanno ai Turchi, et delli tesori che si hanno guadagnati; e poi anco quando tutto manca se ne tuol ad imprestito, et quei re che ho detto di sopra tutti aiutano; et come ho detto questo è il terzo anno che li sultani hanno giurato di continuar la guerra et di non lasciar la spada per 15 anni. Dimandato quello che si intende di Mustafà, rispose che si diceva che il sig. Turco li aveva mandato sei capigi, perchè el voleva che el rendesse conto che avendogli lui persuasa la guerra et partitosi con un esercito così florido e con tanti tesori et tanta artilleria, quello che ha fatto et in che modo ha impiantato Osman bassà in quel paese di Circassia. Che Mustafà avendo inteso oltre questo che el suo signor voleva mandar un altro in luogo suo disse: che quanto alli tesori se sono andati, saranno andati del suo; et perchè l'era chiamato a Costantinopoli pregava ch'el si lasciasse ancora un anno perchè el non voleva morir d'altra spada che de' Persiani. Dimandato se in questi tempi è stata mai trattazione alcuna de pace, rispose: che essendo stato persuaso al re di Persia da Mustafà a mandar persone per trattare la pace, mandò un suo uomo in quel tempo che successe la morte di Mehemet bassà, il quale arrivò a Scutari, et fece intendere ad Achmet bassà, che el suo re a richiesta de Mustafà l'aveva mandato a dirgli, che li pareva cosa ingiusta continuare a spander tanto sangue di monsulmani: che però quando gli fosse restituito il suo passo esso leveria le offese; et questo huomo fu scacciato via dai Turchi, et che lo volevano anco offendere, et che Achmet disse che ambasciator no porta pena, onde fu scacciato via.

Fo data la lettera scritta in persiano ad esso chogia Mehemet et li fu detto che el dica chi scrive questa lettera. Rispose: Emir khan che un signore in Tauris come saria a dir vicerè, signata dal suo segretario. Gli fu poi detto che la traducesse in turco, così presala e lettala cominciò a dire:

« Molti saluti a voi, gran signori di Venetia. Quello che fu mandato da vostre altezze, chogia Cabibulà lo ha conosciuto, così noi abbiamo mandato alla vostra felicità chogia Mehemet per significarvi, come noi continuiamo nelle promesse et nella fede che dessimo, così desideramo che ancor da voi ne venga un segnale; piacendo alla Maestà di Dio, solo signor del mondo, speramo di castigar quei scellerati, nè li lasceremo per il corso di 20 anni fuori delle nostre mani, et con lasciarvi con perpetue salutazioni ».

Dimandato che el dia el giorno della lettera, rispose: che può essere da sei mesi, ma che nella lettera non si trova il tempo. La lettera in turco fu lasciata all'Alessandri, che la traduca con comodità[173] per esser ormai l'ora tardissima. Et fu domandato il detto Mehemet del modo con il quale aveva portate dette lettere rispose: Dopo che io baciai le mani a quei signori che mi diedero le lettere, mi messi in una carovana di 200 persone, et feci la via di Van, havendo legato le lettere nei mazzi di seta. Venni a Tokat, e da Tokat in Brussa, dove giunto trovai che le sete valevano assai, et però io le vendetti là et salvai il solo collo che aveva le lettere, et tornai a cavallo con diligenza a prenderne delle altre. Et dimandato perchè si messe a pericolo di discompiacer al re col perder tanto tempo rispose: l'ho fatto perchè li miei compagni tutti vendevano, et se non l'havessi fatto avriano detto: che vuol dir che costui non le vende, potendo avanzar tanto; e poteva entrar sospetto. Io incontrai altri che venivano per il medesimo viaggio, et comperai da loro le sete, con le quali sono venuto a Gallipoli, et da Gallipoli passato per la via di Narenta a Venezia; et disse che a Sarnizza furono aperte alquante balle di seta della carovana, per vedere se vi era alcuna cosa dentro, et non li trovarono alcuna cosa, et non havendo trovato niente gli mangiorno 20 talleri. Interrogato se ha compagni con lui, rispose che ha un figliuolo di suo fratello, et che sono 5 uomini computato il servitore; ma che nessuno nè anco suo nipote sa alcuna cosa perchè li va la sua testa. Dimandato dove sono alloggiati rispose in una corte a san Zuanne Novo nelle case di cha Zen. Dimandato se essendo la guerra in Persia lasciano andar le mercanzie su e giù rispose: a' mercanti da nessuna delle parti viene facta ingiuria nè nelle persone, nè nelle robe; et vedendo che erimo per licenziarsi si levò in piedi et fece oration, secondo il suo uso, et disse: Io son venuto qua per servitio del mio re, et prego Dio per la sua felicità et anco per la vostra; al che gli fu risposto, che se gli useria in questa città ogni cortesia et favore; et esso ringratiò che el se avesse fatto venir in questo luoco secretissimo « perchè essendo condotto in palazzo alla presentia del principe a dir quelle poche parole che dissi, me tremava le gambe ».

Espositioni Ambasciatori 1580-83.

DOCUMENTO XXIX.

1600, 8 giugno.

Avendo il Nores dragomano della lingua turca, fatto sapere che era giunto in questa città un Persiano con sei ovvero otto in compagnia, soggetto di stima e di molta grazia appresso quel re, e che desiderava far riverenza a S. S.tà fu dato ordine che per oggi fosse introdotto nell'ecc. Collegio dove venuto fu fatto sedere sopra gli ill.mi sig. Savj di Terraferma; ed interpretando lo stesso Nores disse il persiano: che il suo potentissimo re lo aveva mandato in questa nobilissima gran città, e commessogli di presentar le lettere sue e baciar la mano a S. S., la qual inteso questo tanto rispose: che la sua persona era ben veduta e che si sentiva piacere del suo salvo arrivo dopo così lungo viaggio, e che le lettere si riceverieno con gratissimo animo, desiderandosi ogni bene al suo signore. Replicò il Persiano che rendeva molte grazie della amorevole volontà che se gli mostrava, e che essendo il nome veneziano non solo amato, ma riverito grandemente nel suo paese, abbracciandosi e favorendosi in tutte le cose li mercanti che vi capitano, desiderava il suo signore che continuassero ad andarvi, e che all'incontro fossero protetti e favoriti quelli che venissero di là. Disse S. S. che si era ben certi dell'ottima volontà del suo re verso le cose della Repubblica, che se ne teneva molto conto con una perfetta corrispondenza e con vivo desiderio di ogni sua prosperità, onde poteva ognuno rendersi sicurissimo che li sudditi di sua maestà saranno sempre ben veduti. Allora il Persiano soggiunse: che essendo venuto con diverse robe del suo re, per contrattarne e comperarne altre in questa città, come quello che ha la cura principale di provvedere le molte cose per servigio della casa sua, desiderava due grazie: l'una che avendo bisogno per lo stesso servizio di far tingere certi panni di alcuni colori che si usano in Persia, e per quanto intende sono proibiti in Venezia, supplicava gli fosse concesso di farli tingere a modo suo, e l'altra che avendo fatta elezione di due senseri per smaltire le suddette sue robe e comprarne d'altre, desiderava che questi fossero chiamati, ed ordinatoli che procedessero con diligenza e sincerità affinchè egli potesse spedirsi presto.

Il ser.mo gli rispose che desiderava fargli cosa grata, e che questi signori secondo la forma del governo sarebbero insieme, per dargli risoluzione sopra di ciò con la risposta alle lettere del suo re.

Mostrò il Persiano di restar soddisfatto, e disse che non avendo altro il suo signore da mandar in segno dell'amore che porta a questa serenissima Repubblica, le mandava a donare un panno tessuto d'oro e di velluto con figure, fatto far apposta per questo effetto.

Di che essendo stato ringraziato da Sua Serenità, egli prese licenza e partì.

Espositioni Ambasciatori.

DOCUMENTO XXX.

1600, 8 giugno.

Al famoso e celeberrimo principe e signore d'alta e felice prosapia, dominatore di paesi e di provincie, amministratore della giustizia, fondatore del vero modo e forma di governo, singolare fra i principi della nazione cristiana, ornato di virtù, valor e potenza, pieno di pompe, maestà, grandezze, il famosissimo giudice e signore di Venezia, il cui fine sia prospero e felice.

Dopo li molti ed onorati saluti che si convengono alla sua dignità e grandezza, i quali se ne vengono accompagnati dalla sincera amicizia ed amore che derivano dall'intima parte dell'animo nostro desideroso di ogni suo bene, se gli fa colla presente regal lettera amichevolmente sapere: che essendo nostro desiderio e principale oggetto di conservare sempre sincera amicizia e confederata unione colli principi famosi e gran signori cristiani, ed essendo il solito dei gran re e principi per confermazione e stabilimento dell'amore ed amicizia, rinnovare bene spesso tra di essi la memoria dell'affezione e benevolenza, et visitarsi l'uno con l'altro per via di amorevoli ed amichevoli lettere, mentre che non si possi fare ciò presenzialmente e colle proprie persone, valendosi anco uno dell'altro nelle sue occasioni ed occorrenze, come noi desideriamo che Ella se ne vagli di noi e conservi la nostra amicizia in quello stesso modo che conserviamo noi la sua; pertanto coll'occasione della venuta del valoroso e fidelissimo nostro uomo Efet beg agente e negoziatore della riverita nostra corte, il quale è stato spedito e mandato in quella parte per alcuni servigi della propria nostra regal persona, non abbiamo voluto restare con la presente nostra gioconda lettera di dare una mossa e scorlo alla catena che tiene fra di noi congiunto e catenato l'amore e l'amicizia, e per dar anco occasione a lei di seguitare lo stesso uso, tenendo sempre aperta la porta agli uffici e complimenti et alla comune pratica e commercio. Onde giunto che sarà il suddetto nostro onorato e stimato uomo, desideriamo che Ella sia contenta di commettere alli suoi ministri ed agenti pubblici, che dovendo egli fare alcuni servigi in quella parte di ordine e commissione nostra, vogliano detti suoi ministri ed agenti prestare ogni suo favore ed aiuto nelle sue occorrenze, acciocchè possa egli con il mezzo della protezione ed aiuto loro, spedirsi tosto delli suoi negozi, ed adempiere quel tanto che gli è stato commesso per poter poi quanto prima fare ritorno a questo paese, nel quale se occorrerà alla sua felice persona cosa alcuna, ne la farà liberamente e senza alcun rispetto sapere, che dalla benignità e munificenza nostra sarà volontieri adempito ogni suo desiderio e richiesta.

Del resto desideriamo che la felicità, grandezza e potenza sue sieno perpetue e senza fine.

Senza data. — La sottoscrizione in stampa dentro del bollo regio, con il quale è solito di bollarsi solamente le lettere che si scrive alli re e principi posta abbasso nel fine della lettera, dice prima nel capo del bollo: Dio, Maometto et Alì, et poi più abbasso in mezzo del bollo dice: serenissimo Shàh Abbas re di Persia.

E nel principo della lettera in alto è scritto con lettere d'oro; Iddio puro et altissimo.

Tradotta per me Giacomo de Nores interprete pubblico.

Filza 11, Esposizioni Principi.

DOCUMENTO XXXI.

1600, giugno. Al serenissimo re di Persia.

Le lettere di V. M. portateci dal valoroso Efet beg, ne sono state per ogni rispetto molto care, e gratissimo tutto ciò che ella si è compiaciuta di significarci, per espressioni del suo cortese animo verso la nostra Repubblica, la quale avendo conservata sempre antica e sincera amicizia colla sereniss. sua corona, riceve al presente singolare contento, che dalla M. V. le sia corrisposta con queste dimostrazioni amorevoli, da noi largamente meritate, per il desiderio che tenemo di darle maggiormente a conoscere che la stessa buona amicizia resterà in ogni tempo dal nostro canto fermamente stabilita sopra un sincerissimo affetto verso di lei, et accresciuta dall'amorevole protezione dei sudditi suoi che capitano in questa città, dove sogliono essere così ben veduti e trattati, che possono loro medesimi renderle indubitato testimonio, quanto riesca a noi di consolazione, che li nostri siano all'incontro favoriti da lei, onde il commercio abbia ad ampliarsi a maggior benefizio dei comuni sudditi; ed a perfetto stabilimento della nostra buona amicizia ed intelligenza, la quale siccome già vedemo conservarsi dalla M. V. perchè con abbondanza del suo affetto chiaramente espresso in esse lettere, ha voluto complir ad un tratto a tutti gli uffici, che per la distanza del paese non possono esser tra noi molto frequenti: così la pregamo di esser certa di non dover in alcun tempo mai desiderare migliore, nè più ben disposta volontà di quella, che avremo di comprobarle in tutte le occorrenze la ottima corrispondenza del nostro sincerissimo animo; e gli anni di lei siano molti, accompagnati da continue prosperità e da ogni altro felice avvenimento.

Nella Miscellanea atti turcheschi. Arch. Gen.

DOCUMENTO XXXII.

Traduzione fatta da me Giacomo de Nores interprete della ser. Rep. di una lettera scritta in lingua persiana da Shàh Abbas re di Persia, portata da Fethy bei suo agente e servo. Di sopra della lettera è scritto con oro:

Dio immacolato e altissimo.

Et poi comincia di sotto.

Al famoso ed eccelso principe, e signore di alto stato, dominatore di paesi e di provincie, amministratore della giustizia, osservatore del vero modo di governo, eletto tra i principi grandi della nazione cristiana, unico tra i potenti della generazione credente il Messia, ornato di gloria onor e potenza, pieno di pompe prosperità e grandezze, il famoso ed eccelso principe di Venezia le sue grandezze durino sempre.

Dopo li onorati e sinceri saluti, che procedono dalla buona amicizia, amore ed unione d'animo, che è fra di noi, le si fa colla presente nostra real lettera amichevolmente sapere, che essendo costume del nostro reale animo di augurare sempre prosperità e grandezze alli nostri buoni amici, prima d'ogni altra cosa, preghiamo con questa nostra che le sue azioni sieno conformi alla volontà di Dio, e che abbino buon e felice fine. Da poi le dicemo che per l'inclinazione e desiderio che noi abbiamo di stabilire l'amicizia ed amore con tutti li principi grandi e signori della cristianità, ed in particolare colla sua eccelsa persona come principe famoso e potente, tenemo sempre le porte aperte a tutti quelli che vengono da quei loro paesi e massime da Venezia, i quali sono da noi ben veduti e favoriti, ed ognuno se ne ritorna contento e soddisfatto della reale cortesia e buoni trattamenti che gli si usa.

Ora dunque confidando noi che all'incontro lei ancora per la stima che fa della nostra amicizia sincera ed amore, debba fare il medesimo con li nostri, acciò che si continui tanto maggiormente la pratica ed il commercio fra li mercanti dell'una e l'altra parte, abbiamo voluto mandare ora a quel paese l'onorato agente nostro e servo nominato Fethy bei per alcune cose necessarie al nostro real servigio e specialmente per provvedere di alcune armi archibusi e zacchi fini che gli abbiamo commesso per servizio proprio ed uso della nostra real corte. Pertanto desideriamo dalla sua eccelsa persona, che per amor nostro egli sia visto con occhio benigno e protetto in ogni sua occorrenza e bisogno, commettendo inoltre alli suoi onorati ministri e servi, che dovendo il suddetto Fethy bei nostro onorato servo ed agente comperare le suddette armi archibusi e zacchi di nostra commissione, debbano essi ministri prestargli ogni favore ed aiuto per trovare cose che sieno onorate e degne della nostra real persona, acciocchè ben servito di ogni cosa se ne possa egli ritornare presto alla nostra felice corte. E se all'incontro occorrerà alla sua eccelsa persona cosa alcuna, delle cose preziose che si trovano in questi paesi, ne la farà come buoni amici sapere confidentemente, che sarà adempito ogni suo desiderio e mandato tutto quello le farà di bisogno. Del resto desideriamo che osservando le condizioni dell'amicizia, voglia esser contenta di visitarci qualche volta con sue onorate lettere come faremo ancor noi colle nostre. E per fine preghiamo che le sue grandezze e prosperità e onori sieno perpetui, e con lo aiuto celeste si termini in bene ogni suo desiderio.

Senza data.

In luogo della sottoscrizione è posto al fine della lettera il sigillo grande del re qual dice: Shàh Abbas servo del miracoloso uomo Alì protettore del regno.

Iscrizioni veneziane, del Cicogna.

DOCUMENTO XXXIII.

Tradutione della Nota del presente del re di Persia, bollata con il suo proprio bollo.

Nota del presente che si manda da parte di S. M. potentissima, al famoso et eccelso principe di Venetia con Fethy bei suo honorato servo et agente.

Un manto tessuto d'oro

Un tappeto di velluto tessuto con oro, et argento

Un panno di velluto tessuto in oro, con figure di Cristo et di sua madre Maria

Tre cavezzi tessuti in oro

Tre schietti tessuti con seta.

Esp. Principi.

DOCUMENTO XXXIV.

1603, 6 marzo in Pregadi.

Essendo a proposito deliberare cosa alcuna intorno li strati che il serenissimo re di Persia ha mandato a donar a Sua Serenità l'anderà parte:

Che il suddetto strato qual sarà qui sottosegnato sia juxta la legge mandato alla chiesa di S. Marco. E da mo, sia commesso alli procuratori di detta chiesa che debbano far convertire le vesti in tante pianete e paramenti come loro piacerà meglio; et il tappeto sia conservato in detta chiesa da essere nei giorni solenni quando il serenissimo principe va in cappella accomodato su lo sgabello dove se inginocchia Sua Serenità:

Un manto tessuto d'oro

Un tappeto di seda tessuto d'oro, lungo braccia 4 alto 3

Un panno di seta ed oro a figure, lungo 3 braccia circa con 14 figure

Tre veste di seta ed oro a figure, lunghe braccia 2

Tre altre veste di panni di seta senza oro o figure, di lunghezza braccia 3,7 circa.

Et da mo che delli danari della Ser. Rep. siano spesi fino alla somma di ducati 100 in tanti rinfrescamenti, come parerà al collegio nostro, per presentarli parte a parte al persiano che ha portato il suddetto presente.

De si 173

No 2

Non sinceri 10

Commemoriale XXVI.

DOCUMENTO XXXV.

1603, 2. settembre in Pregadi. Al Serenissimo re di Persia.

Se ne ritorna al presente a V. M. l'onorato e valoroso agente suo Fethy Bei, espedito intieramente di tutti li negozii, per i quali fu egli inviato da lei in questa città, essendo stato gratamente veduto ed accarezzato da noi, e favorito ancora in tutto quello che ricercava il bisogno, coll'aver in particolare comandato ai nostri ministri di indirizzarlo in maniera che nella provvisione delle armi, zacchi ed archibugi a lui concessa, et a noi dalla Maestà vostra con sue lettere officiosissime raccomandata, egli ne riportasse, come fa, cose onorate et degne della sua real persona. Et ci è riescita gratissima sopramodo questa sua amorevole confidenza, la quale conosciamo derivar da una sincera affezione che vostra Maestà porta alla Repubblica nostra, per la occasione che ci ha prestata di dimostrare nella persona di questo agente l'ottima disposizione dell'animo nostro verso di Lei; il che non tralasciamo in alcun tempo di manifestare al mondo con veri effetti, usando ogni amorevole trattamento a tutti li sudditi di V. M. che capitano in questa città nostra, per corrisponder a quei cortesi termini che lei conforme alla grandezza del real animo suo usa verso li sudditi e mercanti nostri, che se ne vengono in quelle parti. Il qual mezzo è sopra ogni altro altissimo, non solo per stabilire ma stringere et augumentare maggiormente a beneficio del comune commercio quella perfetta amicizia et ottima corrispondenza, che per lunghissimo e continuato corso d'anni si è mantenuta tra quella potentissima corona e la Repubblica nostra, e che dal canto nostro sarà conservata con ogni termine di ufficio verso la serenissima sua persona. Alla quale auguriamo accrescimento di grandezza con perpetuo corso di gloria e felicità.

Et da mo: sia preso che per corrispondere all'onoratissimo presente mandato dal re di Persia per il predetto agente suo alla signoria nostra, sieno spesi delli danari del deposito per le occorrentie, dalli officiali nostri alle rason vecchie fra ducati 1300 in quelle robe e gentilezze che parerà al collegio nostro per mandar a quella Maestà, insieme colle lettere pubbliche da esser consignate al predetto agente suo. Al qual sieno parimenti donate in nome della signorìa nostra tante vesti di seta di quella sorte che parerà ad esso collegio per il valor di ducati 200; ed alli 8 uomini che sono in sua compagnia sia dato una veste di panno scarlatto per cadaun, da esser dette vesti pagate colli medesimi danari del deposito per le occorrentie.

De si 133.

De no 2.

Non sinceri 9.

Cicogna Iscrizioni, e Delib. Senato, Arch. gen.

DOCUMENTO XXXVI.

Al famoso ed eccelso fra i principi della nazione cristiana, eletto fra i potenti e grandi signori che vivono nella legge del Messia, dominatore di paesi e di provincie, administratore della giustizia, ornato di virtù valor e prudenza, il potentissimo Doge di Venezia, a cui il Signor Iddio aumenti lo stato e la potenza.

Dopo molti onorati saluti che si convengono alla sua dignità e grandezza, ed alla buona amicizia et amor che è fra noi, le si fa colla presente nostra real lettera amichevolmente sapere: che essendo nostro particolar desiderio di continuar sempre nella buona amicizia ed unione con tutti li principi famosi della cristianità, ed in particolare colla sua alta e felice persona, come principe giusto, savio e potente, abbiamo voluto con questa nostra regal lettera visitarla e salutarla ora di nuovo, certificandole detta buona volontà ed affezion che portiamo alle sue alte persone ed a tutta la sua eccelsa repubblica; e perchè lei sa la contesa e la guerra che vertisce ora tra noi ed il re dei Turchi, il quale facendo per ciò prender a Costantinopoli ed altrove tutti li mercanti nostri sudditi e dipendenti ha fatto confiscare le robe ed ogni altra cosa che essi portavano per uso e servizio della nostra real corte; onde essendoci levata l'occasione di poter mandare costì delli nostri proprii uomini di corte, per esser impedito e vietato il passo, abbiamo determinato di mandar ora costì l'onorato fra i pari e simili suoi chogia Chieos mercante cristiano zulfatino, così per fare questo complimento a lei, come anco per fornirsi di là di alcune robe e merci che fanno bisogno per uso della nostra real corte; però desideriamo che sia da lei commesso ed ordinato alli suoi onorati ministri ed agenti che voglino per amor nostro favorirlo ed ajutarlo in ogni sua occorrenza, affinchè egli possa spedirsi presto e bene delle sue faccende, e ritornarsene qui quanto prima può con le robe che gli sono state da noi commesse ed ordinate. Con questa occasione non resteremo anco di pregarla di darci qualche avviso di questi nostri agenti che vennero già costì per nostro servizio, ed anco delle loro robbe ed effetti quello ne è successo; desiderando noi che siano da lei per pietà ajutati e favoriti in ogni luoco per amor nostro; e se all'incontro avrà bisogno anche lei di cosa alcuna in queste nostre parti ne le faccia con sue lettere confidentemente sapere come si conviene tra buoni e veri amici, che sarà da noi eseguito prontamente il suo desiderio in tutto quello che le sarà qui di bisogno; e per fine desideriamo che le sue forze e grandezze siano sempre in aumento.

Senza data — In luogo di sottoscrizione è posto nel rovescio della lettera il bollo regale che dice: Shàh Abbas servo di Alì protettore del regno.

Filza Atti turcheschi.

DOCUMENTO XXXVII.

Serenissimo Principe,

Havendo il ser.mo re di Persia date in diversi tempi a diverse persone sete da vender quì, è avvenuto, parte pel mal governo di coloro che le avevano, e parte per altri accidenti, che si sia perduta quasi ogni cosa. Ha perciò la maestà sua espedito chogia Seffer armeno portator di queste per la ricuperazione di quanto si ritroverà di sua ragione in codeste parti. In raccomandazione di questo, ho avuto lettere efficacissime da due miei corrispondenti che si trovano in Persia, e principalmente da uno chiamato Giacomo Nava di Salò, il quale viene trattenuto dal re come pieggio di un Angelo Gradenigo figliuolo di un ebreo fatto cristiano, che ebbe da S. M. circa 50 balle di seta; e qui ancora il padre di esso chogia Seffer, che è sensale nostro di casa mi ha con indicibile affetto raccomandato questo negozio, perchè dal buon esito di questo dipende tutto l'esser e la fortuna del suo figliuolo e tutta la sua. Io nondimeno ad istanza di questo non intendo molestar la Serenità Vostra, ben mi persuado che per rispetto di chi lo manda, sia per accarezzarlo e favorirlo quanto più sarà possibile, in modo che il re conosca la stima che ella fa della M. S. la quale all'incontro è tanto inclinata al nome veneziano, che qualunque dei nostri il quale si trasferisca alla sua corte ancorchè di bassissima condizione, tratta seco con tanta famigliarità e riceve tanti comodi e cortesie che più non è possibile a credere; non pure essendo egli quel gran re che è, ma ancora se fosse solamente conte di un piccol castello: onde potrebbe essere che egli si persuadesse che lo stesso dovesse fare con questo suo agente la Serenità Vostra, alla quale riverentemente ho voluto far saper questo, non perchè creda che si convenghi a lei far soverchio onore a questo chogia Seffer (il quale manco è atto a discernere e conoscere certi termini), ma solo perchè se gli mostri molto affettuosa e amorevole verso i suoi negozi; ond'egli possi ancora far testimonianza alla M. S. di avere da lei ricevuto favori e cortesie molto apparenti.

Questo re presume di se stesso molto, ben sì per la corona che egli ha della Persia, ma più ancora per gli acquisti fatti da lei, avendo sottomessi li re del Ghilan e di Lar ed impadronitosi del regno loro, e quasi del tutto disfatti li Tartari Usbecchi, ai quali ha preso la grandissima provincia del Korassan, oltre il paese ricuperato dalle mani dei Turchi fino sotto Van, e avendo ridotto alla sua devozione li principi Georgiani e buona parte dei Kurdi: crede perciò dover essere stimato dal mondo molto più dei suoi predecessori.

Per questi rispetti adunque, io per la parte mia non ho mancato ricevere con allegra fronte esso chogia Seffer ed usargli tutte le cortesie che ho saputo, ed in particolare gli ho prestati 200 e più zecchini con mio incomodo e danno, essendomi contentato di riceverli da lui costì senza niun beneficio di cambio, ancorchè egli me lo abbia offerto maggiore del corso ordinario; e di più molto prontamente ho dato ordine che sieno condotti in questa città e consegnati a suo padre e ad un altro persiano di conto, alcuni cassoni di vetri che in Alessandretta si ritrovavano consegnati in cancelleria di ragione del suo re, in modo che essendo rimasti tutti questi soddisfattissimi di tanta mia prontezza, hanno fatta in Persia un'amplissima informazione della cortesia ricevuta dal console di Venezia, e della speranza che ho loro data che costì chogia Seffer sia per ricevere da Vostra Serenità molta maggiore grazia, ecc.

In Aleppo 2 settembre 1609.

Gio. Francesco Sagredo.

Presentata nel collegio il 22 gennaio 1610 da chogia Seffer colle lettere del re persiano.

Esp. Principi, Filza 18.

DOCUMENTO XXXVIII.

1609 (1610) 30 gennaio.

Venne li giorni passati il fedelissimo Giacomo Nores interprete pubblico, alle porte dell'ecc. Collegio, a dar conto dell'arrivo in questa città di un armeno suddito del serenissimo re di Persia, e della istanza che questo li aveva mandato a fare per alcuni della sua nazione, acciò lo andasse a trovare al suo alloggiamento a' ss. Apostoli in camera locante; ma non aver voluto il detto Nores muoversi senza saputa et comandamento di Sua Serenità, dalla quale disse che attenderebbe quell'ordine che le fosse piaciuto darle, che tanto egli avria puntualmente eseguito.

Li fu commesso di andare da detto armeno, e come da se, intendere ogni particolare del suo viaggio, e notar la causa della venuta sua in questa città, e di riferir poi il tutto all'ecc. Collegio.

Ritornato il Nores riferì in questa sostanza:

Io sono stato all'alloggiamento dell'armeno in ordine a quanto mi fu commesso, e mi sono abboccato con lui. Questo è giovane di 32 anni in circa, parla bene, e nelli suoi ragionamenti si mostra molto sensato e discreto; disse essere stato alquanto da figliuolo in corte del re, ed esser al presente cameriere di S. M. Che sono 10 mesi che manca di Persia; che è capitato in cristianità per via di Sorìa, dove si imbarcò sopra un vascello francese che lo condusse a Marsiglia; di là passò a Genova, a Livorno, a Fiorenza, di dove s'è poi condotto in questa città. Ha lettere del re per la Serenità Vostra, e me le ha mostrate e sono senza borsa e senza sigillo, la contenenza delle quali per una breve scorsa che io ne feci è la buona amicizia di quella corona con questa Serenissima Repubblica ed il desiderio e pronta disposizione di continuarla dal canto di S. M., e che si mandò de lì questo chogia Seffer nominato suo agente, per la recuperazion di quelle robe che si trovano in questa città riportate da Sorìa, che furono condotte in quelle parti dall'agente di quel re che fu qui nelli anni passati e che nel ritorno fu dilapidato da' Turchi. Io presa occasione dalla qualità del negozio suo, giudicai a proposito, come da me considerargli, che il proprio luoco era di indirizzare le sue trattazioni non con Vostra Serenità, ma cogli ill.mi signori V Savj alla mercanzia, che è un magistrato di senatori principali al quale sono raccomandati tutti gli affari di quelle parti orientali, pertinenti ai mercanti. A che egli rispose che farebbe quanto fosse consigliato; ed aggiunse, che fornito qui il suo negozio ritornerà a Firenze, poi a Roma, quindi in Spagna, per ritornarsene in Persia da quella parte; che tiene lettere del suo re per quei principi, colle quali li esorta a muoversi contro il Turco. Ho veduto anco una lettera diretta al signor Bartolomeo del Calese scrittagli da un Giacomo Nava che si trova in Persia ed al presente è tenuto come prigione per pieggio di quell'Anzolo Gradenigo che gli anni passati ebbe una quantità di sete di ragione di quella Maestà, per contrattarle in Venezia, ed ha malmenato il capitale.

Ho anco veduto un piego di lettere dirette a questo monsignor Nuncio del Pontefice, scritte per quanto mi ha narrato esso armeno da un certo frate scalzo, che dice risiedere in Persia presso il suo re, spendendo nome e titolo di ambassadore di S. Santità, e due altre lettere scritte dal medesimo frate una al padre generale dei Carmelitani, l'altra ad un segretario del pontefice. Questi dice che al partir suo dalla corte, lasciò il re con tutti tre i suoi figliuoli a Tauris, che aveva diviso il suo esercito in due parti, e mandatane una sotto Van, con quel numero di ribelli che s'erano accostati a S. M., e si intendeva aver preso un castello vicino a Van in sito molto forte, di dove stringevano talmente quella fortezza che speravano doverle capitar presto nelle mani: che l'altra parte dell'esercito aveva il re mandato alla impresa di Babilonia, sotto il comando di un valorosissimo capitano. E questo è quanto ho potuto sottrarre del suo viaggio e del suo negozio; avendomi inoltre narrato i molti favori e cortesie che ha egli ricevuti in Aleppo dal console di Vostra Serenità, delle quali mi disse aver dato conto con sue lettere particolari alla maestà del suo re, lodandosi sopra modo dei buoni trattamenti che gli erano stati usati dal predetto console.

Fu consigliato sopra la relazione del Nores nell'ecc. Collegio, e commessogli, che andato di nuovo all'armeno lo ricercasse come da se della risoluzione che aveva preso intorno il presentar la lettera del suo re, o nell'ecc. Collegio, o nel magistrato dei V Savj alla mercanzia, perchè sarebbe stato nell'una o nell'altra via gratificato.

Ed avendo il Nores fatto l'ufficio riportò questa risposta: che esso armeno avrebbe desiderato presentar la lettera a Sua Serenità, perchè altrimenti facendo, crederia commettere grande errore e mancamento, ed essere grandemente ripreso da ognuno, che essendo stato mandato in questa città con lettera del suo re, fosse egli partito senza vedere la faccia di Sua Serenità, alla quale vorria presentare esse lettere per essere da lei raccomandato alli signori V Savj.

Onde fu stabilito di deputargli l'audienza per venerdì 22 del presente e farlo seder sopra gli ill.mi signori savj di Terraferma.

Di più disse il Nores, che ragionando esso armeno, del suo viaggio gli ha narrato che l'intenzione sua era di passare da Sorìa addiritura in questa città, ma il mancamento dei passaggi lo aveva necessitato ad imbarcarsi in un vascello francese che lo condusse a Marsiglia dove prese una barca con animo di venire in questa città; ma perchè a Nizza ed a Monaco si ebbe sospetto che fosse spia, fu necessitato palesarsi essere agente del re, per non essere offeso; e continuando li tempi cattivi, fece risoluzione di licenziare la barca ed andar per terra a Genova, essendo stato accarezzato e molto ben veduto da quei signori: che di là si transferì a Livorno per barca, e da quel governatore, per sospetto pure che fosse spia, fu mandato a Fiorenza: che il segretario Vinta fu a vederlo, al quale diede conto di se e del suo viaggio, e per farsi conoscere agente del re procurò di essere ammesso alla udienza del signor granduca, ma non volendo S. A. darle audienza e riceverlo nel pubblico palazzo, gli fu fatto sapere, che dovesse in una mattina ritrovarsi in una chiesa a messa dove saria stata anche la A. S., siccome egli fece, e le diede la lettera del suo re che portava per S. A., benchè avesse disegnato di presentarla solo al suo ritorno da questa città.

Averle detto inoltre esso armeno, che li signori ambasciatori di Francia e di Spagna ed anco monsignor Nunzio, gli hanno mandato a dire che desiderano vederlo, ma che egli si è scusato per ora colle sue molte occupazioni.

Venerdì mattina venne esso chogia Seffer armeno, con quattro servitori vestiti alla persiana nell'ecc. Collegio, e seduto sopra li signori savi di Terraferma, parlò in questa sostanza così interpretando il Nores:

Ringrazio l'Altissimo Iddio, che mi ha fatto degno di vederla faccia di Vostra Serenità principe giusto, savio e potentissimo, il cui nome è onorato e celelebrato per tutto l'universo, ed in particolare alla corte del mio re, il quale ama, stima ed onora per questi rispetti grandemente Vostra Serenità; e desiderando continuar nella buona amicizia amore et union di animi con questa eccelsa Repubblica, è parso a S. M. mandar me suo umile servo con una sua regal lettera, per significar a Vostra Serenità, questa buona volontà, e l'affezione grande che ab antiquo porta a questo felicissimo e potentissimo dominio.

Rispose sua Serenità: che era da rallegrarsi del giunger suo sano e salvo in questa città da così lungo viaggio: che si vedeva volontieri la persona sua per rispetto del suo potentissimo e valorosissimo re, da S. Ser. e da tutta la Repubblica grandemente amato ed osservato, col quale si conserva quella sincera amicizia e benevolenza, che per il passato si ha tenuto con quella corona; che avendo lettere di S. M. le poteva presentare, perchè si farieno leggere, ed intesa la continentia di quella, si potria forse darle a bocca qualche risposta.

Ciò detto, si levò l'armeno da sedere e accostatosi alla sedia di Sua Serenità le baciò la veste, e presentò in mano propria una lettera del clarissimo console in Aleppo, ed immediate uno dei suoi uomini presentò una scatola lunga, coperta di panno di Bursa, involta in un fazzoletto vergado, nel qual era una lettera posta in due borse una di raso sguardo, e l'altro di velluto verde, involta in un altro fazzoletto.

Ed il Nores spiegata essa lettera, la lesse ad alta voce, poi la interpretò con gran prontezza e con piena soddisfazione di tutto l'eccellentissimo Collegio.

Dopo letta essa lettera, il Serenissimo Principe ringraziò S. M. del suo amorevole ufficio, e della ottima volontà sua verso la Repubblica, dalla quale è ricambiato di vera affezione ed osservanza. Quanto al negozio disse non aver a memoria se siano venute di Sorìa in questa città robe di quell'agente di S. M., che nondimeno si chiameranno i Magistrati, e da loro si prenderà informazione, ed essendovi cosa alcuna non si mancherà di dar ordine che gli sia consegnata.

E l'armeno non replicando altro prese licenzia, accompagnato a casa dal medesimo Nores che lo aveva levato ed accompagnato al palazzo.

Registro Esp. Principi, pag. 135.

DOCUMENTO XXXIX.

Alli famosi e celeberrimi fra i principi e signori grandi della nazione cristiana, eletti fra i più savi e nobili della generazione credente al Messia, dominatori di paesi e di province, amatori di giustizia, ornati di virtù, valor e prudenza, e pieni di gravità e di grandezza: li signori di Venezia, ai quali il sig. Dio augmenti le forze e la potenza.

Dopo molti amorevoli ed onorevoli saluti, che si convengono alla loro dignità e grandezza, ed alla buona amicizia, amor et unione d'animo che è tra noi, le si fa amichevolmente sapere, che desiderando noi di continuare con tutti li principi e signori grandi della cristianità, ed in particolare colle vostre eccelse persone, nella buona intelligenza ed unione d'animo abbiamo voluto visitarle e salutarle ora, colla presente nostra regal lettera, significandole l'amore e la affezion grande che le portiamo ed il desiderio che abbiamo di vedere le cose loro in buono e felice stato, come di signori savi, giusti e prudenti: ai quali non si resterà con questa occasione di dire anco, che avendo noi mandato già a Venezia uno delli nostri onorevoli agenti nominato chogia Fethy bei per comperare alcune cose necessarie alla nostra regal corte, il quale ritornando qui da noi con molte e diverse robe di valore, giunto che fu in Sorìa, avendo trovata la guerra principiata fra noi e il re dei Turchi, furono da quelle genti inumane dilapidate e malmenate tutte quelle robe che egli portava, eccettuando una parte di esse che fu di nuovo ritornata e rimandata a Venezia, e che si ritrova al presente siccome abbiamo inteso custodita e conservata interamente, come si conviene alla buona amicizia et amore che è fra noi. Però venendo ora costì, con questa nostra regal lettera, l'onorato fra pari e simili suoi chogia Seffer figliuolo di chogia Iadigar cristiano zulfatino, nostro fidato agente, desideramo dalle loro eccelse persone, che sieno contenti di fare consegnare tutte quelle robe che ritrovano costì di nostra ragione al suddetto chogia Seffer nostro agente, bollate ed inventariate per mano delli loro onorati ministri ed agenti, acciocchè vengano da lui condotte qui sane e sicure, insieme con tutti quelli mercanti nostri sudditi che saranno ricoverati nei loro paesi; et pertanto le pregamo a voler prestar per amor nostro ogni favore et aiuto al nostro inviato nelle sue occorrenze; e se all'incontro avranno bisogno ancor essi di cosa alcuna qui nel nostro paese, ce lo faranno con loro lettere confidentemente sapere, che si adempierà volontieri il desiderio loro; e di più l'esortiamo a scriverci e visitarci spesso colle loro lettere, come si conviene a buoni e veri amici; acciocchè rinnovandosi tra noi sempre più l'amore e l'affetione, si stabilisca tanto maggiormente il fondamento della nostra amicizia.

Senza data, et senza sottoscrizione; ma nel rovescio della lettera è posto il bollo del re, qual dice: Shàh Abbas servo del miracoloso uomo Alì protettore del regno.

Tradotta per me Giacomo de Nores interprete della Serenissima Signorìa.

Esp. Principi, Filza 18.

DOCUMENTO XL.

1609 (1610) a' 17 febbraio.

Ricevo io chogia Seffer figliuolo di chogia Iadigar, armeno zulfatino, agente del serenissimo re di Persia, dall'ufficio degli eccellentissimi Cinque savi sopra la mercanzia, tutte le robe, vestimenta e merci, contenute nel seguente inventario, a cao per cao, sorte per sorte, insieme con la cassella d'argento legata con cristalli di montagna, il bacil d'argento col suo ramino, un'armatura intiera, arcobusi, zacchi et altro; come è particolarmente dichiarato nel presente inventario, et di più in contanti lire 521,12.

Io Giacomo Nores fui presente alla consignation come sopra.

Io Ismail zulfatino, testimonio della detta ricevuta.

Io Codis armeno, testimonio come sopra.

L'inventario descrive partitamente vari oggetti di vestiario, bacili, rasoi, spille, ventagli, pugnali, coltelli, forbici ed altri ferri, carta, luci di cristallo con e senza foglia, e nove quadri ad olio così indicati:

Un presepio.

Una Madonna.

Un Salvador.

Una donna nuda, che si mette la camisa.

La Maddalena in ordine.

La Maddalena nuda.

La regina di Cipro.

Una donna veneziana.

Una donna a lunghi capelli, o Cassandra.

Esp. Amb. Filza 19.

DOCUMENTO XLI.

1609 (1610), 30 gennaro, in Pregadì.

Al Serenissimo re di Persia.

Ci sono state per ogni rispetto molto care le lettere di V. M. portateci dall'honorato chogia Seffer armeno agente suo; et gratissimo tutto ciò che ella si è compiaciuta di significarne per espressione del suo cortese animo verso la Repubblica Nostra, la quale riceve ora singolare contento di vedere dal canto della M. V. così amorevol corrispondenza, all'antica et perfetta amicizia che tenemo con quella corona.

Et siccome ci siamo grandemente compiaciuti della presente occasione, che ci ha data V. M. di rinnovare nella sua memoria l'ottima disposizione del suo sincerissimo animo verso di lei, così in maggior dichiarazione di essa, abbiamo commesso che sieno prontamente consignate al detto chogia Seffer, il quale è stato da noi gratamente veduto ed accarezzato, quelle poche robe che furono ritornate in questa città colle nostre navi gli anni passati, quando seguì all'agente di V. M. chogia Fethy bei il mal incontro nella Sorìa, et sono state conservate esse robe di ordine nostro dal magistrato che ne ha la cura, per consegnarle a chi le poteva legittimamente ricevere per nome di V. M. La quale desideriamo che resti persuasa della prontezza che sarà sempre in noi di conservare et aumentare maggiormente con ogni termine di ufficio quella sincera amicizia et ottima corrispondenza, che per lunghissimo corso d'anni si è mantenuta tra quella potentissima corona e la Repubblica Nostra. Con che auguriamo alla valorosissima persona di V. M. accrescimento di grandezza, con perpetuo corso di gloria e di felicità.

Arch. Donà Miscell.

DOCUMENTO XLII.

Il regno è di Dio.

Al famoso ed eccelso fra i principi e signori grandi della nazione cristiana, eletto fra i più sublimi e potenti della generazione vivente nella legge del Messia, dominator di paesi e di provincie, amministratore della giustizia, ornato di virtù valor e prudenza, pieno di gravità e di grandezza, il principe di Venezia, al quale l'Altissimo Dio sia propizio e favorevole.

Dopo molti onorati e sinceri saluti che si convengono alla sua dignità e grandezza, ed all'amore, amicizia ed unione d'animo che è tra noi, le si fa con questa nostra real lettera amichevolmente sapere che per grazia dell'altissimo Iddio le cose nostre passano fin quì prosperamente mediante le orazioni dei nostri buoni e sinceri amici, che con puro e sincero animo desiderano l'aumento della nostra felicità e grandezza, ed in questo onorato numero crediamo fermamente che siano tutti li principi cristiani, ed in particolare la vostra magnanima ed eccelsa persona: onde abbiamo determinato nel nostro puro e real animo che a guisa del sole non riceve in se nè macchia nè menda di cattivi pensieri, di continuar con tutti i principi ed in particolare colla sua onorata e felice persona, come principe grande, potente e giusto, nella solita buona amicizia ed unione d'animo, e tanto maggiormente quanto che per relazione di tutti li nostri agenti e dipendenti che sono stati in quelle parti e che sono ritornati qui a salvamento abbiamo con soddisfazion dell'animo nostro intesa la stima e conto che si fa in tutto il suo stato e paese della nazione e del nome persiano per amor nostro, ed anco delli buoni trattamenti e cortesie che sono stati usati così da lei come dalli ministri della sua eccelsa ed onorata corte, alli suddetti nostri agenti, i quali sono perciò ritornati alla nostra felice corte contenti e soddisfatti laudando molto la sua buona ed onorata giustizia e l'amor grande che ella ci porta: e però desiderando noi che per maggiore confermazione di essa amicizia, che siano sempre tra noi aperte le porte ai negozi e pratiche, e che tra li sudditi dell'una e dell'altra parte si continui amichevolmente nel commercio e traffico come si faceva prima che succedessero questi ultimi moti di guerra, abbiamo voluto destinar ora costì alcuni nostri agenti, così per provvedersi di alcune cose necessarie alla nostra real corte, come anco per rinnovar la pratica ed il commercio e per dar animo ed esempio alli mercanti del suo paese di far il medesimo. Però giunti che saranno essi a salvamento, desideriamo che sieno da lei raccomandati alli suoi onorati ministri, acciò che siano da loro protetti e favoriti nelle loro occorrenze e massime nel contrattare e comperare quelle cose che le sono state da noi espressamente ordinate, ed in particolare delli zacchi di maglia che sieno di somma bontà ed eccellenza, perchè ne fanno grandemente di bisogno per essere noi quasi sempre in guerra ed in contesa, con li ostinati e temerari, che cercano di contrapporsi a noi e alle nostre forze e di perturbare il nostro reale animo. Insomma desideriamo che per amor nostro gli sia dato ogni aiuto e indirizzo necessario acciocchè eseguendo essi bene le nostre commissioni possano ritornare qui con buona espedizione delli loro negozi.

E se li mercanti cristiani delle sue città e paesi si disponeranno di venire qui per traffico, la assicuriamo che saranno da noi ben veduti e ben trattati, dandoli autorità di fornirsi di tutte quelle robe e mercanzie che le faranno bisogno, e si partiranno tutti di qui contenti e consolati. Non permettendo noi che siano essi molestati d'alcuno, over danneggiati per quanto importa un minimo capello della testa; e oltre di ciò occorrendo particolarmente cosa alcuna qui per uso o servizio della sua felice persona, ne la facci sapere che sarà da noi adempito ogni suo desiderio; e sopra il tutto la esortiamo a scriverci e visitarci spesso con sue lettere come che faremo anche noi; acciocchè rinnovandosi tra noi sempre più l'amore e la benevolenza si stabilisca tanto più il fondamento della nostra amicizia; e per fine desideriamo che le sue grandezze sieno perpetue.

Senza data; in luogo della sottoscrizione il sigillo.

Filza atti turcheschi.

DOCUMENTO XLIII.

1621, 1º febbraio.

Venuti questa mattina nell'eccell. Collegio alcuni persiani ultimamente capitati in questa città con le galere di mercanzia, uno di essi che è il principale chiamato Sassuar disse che aveva lettere del suo re da presentar a S. S., come agente suo per negozi mercantili era capitato in queste parti, il che avendo esposto il dragomanno Nores, fu il sopradetto fatto sedere sopra gli ill.mi sig. savj di terraferma e presentata la lettera che fu data al Nores da tradurre, disse in sostanza:

Che il felicissimo e potentissimo Abbas re di Persia suo signore mandava molte affettuose ed onorevoli salutazioni a S. S. ed a tutti gli altri signori del governo, che aveva espressa commission di Sua Maestà di significare a viva voce la buona volontà ed affezione che portava a questa eccelsa Repubblica, e la stima grande che fa di essa per la fama che nel mondo era sparsa della sua buona e retta giustizia, della prudentissima et esemplar maniera del suo ottimo governo, commendato grandemente da S. M. ed ammirato da tutta la nation persiana. Che il suo re amava tutti li cristiani, ma particolarmente portava grandissima affezione a quelli della nazion veneziana. Che quando capitano in Persia sudditi veneti erano dal suo re accarezzati, ed usato verso di loro ogni buon e cortese termine, non inferiore a quello che ben sapeva usarsi verso la nazion persiana in questa città.

Rispose l'ill.mo signor Benetto de ca Taiapiera, consigliere di maggior età in absenza di S. S., che si riceveva con particolare contento da cadauno di questi SS. EE. le lettere che egli aveva portate per nome del serenissimo re di Persia, amato dalla Repubblica e tenuto in quella stima che conveniva al suo gran merito e degnissime condizioni di principe così grande come era la M. S.; che si aveva ricevuta soddisfazione grande del loro venire in questa città, nè si avrìa tralasciato cosa che avesse potuto comprobare cogli effetti quella buona volontà che si portava a tutta la nazion persiana, e che si avrìa dato ordine al magistrato dei V savj alla mercanzia, acciocchè dove li occorresse il bisogno, fossero giustamente favorite le cose loro.

Rese umilissime grazie il persiano suddetto delle cortesi esibizioni che li erano fatte, delle quali nelle occorrenze si sarebbe valso: disse poi che il suo signore aveva voluto accompagnare la sua onorata lettera con un nobil presente a S. S., et fece introdurre alcuni persiani, quattro dei quali avevano un tappeto per cadauno, e due altri l'uno con 25 pezze di giurini, l'altro con 25 lizari d'India, e soggiunse che uno dei sopradetti tappeti era stato donato dal suo re da quello di Magor, e che S. M. lo aveva stimato degno di Sua Serenità.

Fu dall'ill.mo sig. consigliere de ca Taiapiera suddetto ringraziata la M. S. di così cortese dono, e detto che si avrìa tenuto dalla serenissima Repubblica e conservato per degna ed onorata memoria del cortese affetto di S. M. verso di lei; e dopo alcune parole di reciproco complimento, si levò il persiano ed unito con dei suoi principali volse far reverenza a cadauno degli ecc.mi signori cons., capi dei XL, savi del Consiglio, savj di T. F. e savj agli ordini, e sceso i scalini del tribunale disse che si teneva obbligato riferire e ringraziare di Sua Serenità del buon trattamento che aveva ricevuto a Spalato per lo spazio di 5 mesi tra il far la contumacia ed aspettar le galee, che era seguito per così lunga dimora con molto patimento, nel quale era stato sollevato da quell'ill.mo sig. console con infiniti comodi e cortesie, onde perciò li restava grandemente obbligato, ed il medesimo le era stato fatto nella città di Zara da quelli ill.mi sig. rettori, ed anco nel viaggio di mare dall'ill.mo sig. capitano delle galee che hanno accompagnato quelle di mercanzia; e che con questa occasione non voleva restar di dire per l'amore e riverenza che portava a questa ser.ma Repubblica che sarìa di molto comodo ai mercanti e maggiormente frequentata quella scala, e condottevi da lontanissime parti mercanzie di gran rilievo, se le galere che vi sono destinate andassero più sollecitamente a quel viaggio e con maggior comodo dei mercanti, senza dubio sarìa se una sola vi andasse e l'altra ritornasse, per accomodar di questo modo così quei mercanti che vengono in questa città come quelli che partono di quà per le case loro; ed essendogli detto che si averia avuto considerazione a questo suo prudente ed amorevole raccordo, licenziati partirono li persiani sopradetti.

Commemoriale XXVIII.

DOCUMENTO XLIV.

In nome di Dio vero re e imperator del mondo.

Al famoso ed eccelso re di Venezia, dominator di paesi e di provincie, osservator della buona e retta regola di governo, ornato di bontà, gravità, e grandezza, pieno di equità, giustizia e clemenza, a cui lo Altissimo Dio sia sempre propizio e favorevole.

Dopo molti onorevoli e sinceri saluti che si convengono all'amore ed amicizia ed alla buona intelligenza unione e corrispondenza d'animo che è tra noi, le si fa colla presente nostra real lettera amichevolmente sapere, che essendo sempre stato nostro real costume di conservar buona sincera amicizia con li re e principi grandi della cristianità, ed in particolare colli re e signori di Venezia, antichi amici ed amatori di questo nostro felicissimo regno, avendo perciò noi sempre tenute le porte aperte alle ambascerie ed alli traffici e mezzi mercantili, concedendo libera pratica alli loro sudditi e vassalli in ogni luogo del nostro amplissimo regno, abbiamo voluto ora, che sono aperte le strade, mandar costà uno delli nostri onorati agenti chiamato Sassuar in compagnia di agi Aivas da Tauris, ed altri nostri sudditi, così per confirmare la buona amicizia con la sua eccelsa persona, e rinnovare la pratica ed il commercio colli sudditi dell'una e l'altra parte, come per fornirsi anco di diverse cose necessarie per uso e servizio della nostra real corte.

Però giunti che saranno essi a salvamento, desideriamo che sieno da lei raccomandati con ogni efficacia alli suoi onorati ministri, acciocchè mediante la loro protezione ed ajuto, eseguendo la nostra volontà e commissione, debitamente possino ritornare qui quanto prima; e medesimamente occorrendo cosa alcuna qui nel nostro stato per uso e servizio della sua felice persona la preghiamo ad accennarci confidentemente, che sarà prontamente adempito ed effettuato ogni suo desiderio.

Del resto desideriamo che le sue grandezze sieno sempre in aumento.

Senza data.

In luogo di sottoscrizione è posto a tergo della lettera il bollo regale che dice:

Servo del re dei re Shàh Abbas.

(Espositioni Principi).

DOCUMENTO XLV.

1621, 4 febbraio, in Pregadì.

Che li quattro tappeti portati a donar alla S. N. per nome del serenissimo re di Persia dai persiani ultimamente stati nel Collegio nostro, e le 25 pezze di giurini e le altre 25 dei lizari d'India sieno fatti consegnare alli Proc. de supra perchè se ne abbino a valere ad onore del Signor Dio, nella chiesa nostra di S. Marco e nelle pubbliche cerimonie. E ne sieno fatte le note, dove e come sarà di bisogno.

Delib. Senato.

DOCUMENTO XLVI.

Serenissimo Principe,

Mentre io Domenico de Santi q.m Luca suddito e servo umilissimo della Serenità Vostra, era pronto per imbarcarmi sopra la nave Tomaso Bonaventura inglese per Sorìa, ed indi per andarmene in Persia, con lettere del sommo pontefice, della sacra M. Cesarea, della maestà di Polonia e dell'altezza ser.ma di Toscana, tutte dirette al re di Persia, per occasione dei presenti moti della cristianità, e con certa istruzione del pontefice al padre maestro Paolo Pietromali dominicano assistente in Persia per detti principi, fui fatto chiamare nell'ecc.mo Collegio, e poi subito fatto uscire con ordine che prima di partire dovessi farne motivo alle E.E. V.V. Ma più non avendo avuto chi mi introduca ed essendo frattanto la predetta nave partita, ora che si trova lesta la nave Margarita Costante per fare fra 4 giorni il medesimo viaggio, colla quale disegno imbarcarmi, vengo conforme all'ordine predetto e alla mia riveritissima osservanza verso la Ser. Vostra a darle notizia di ciò, prontissimo di eseguire ogni cenno che mi sarà dato con l'ossequio ben dovuto alla mia fedelissima devozione.

1646, 26 giugno.

Che sia rimessa ai Savi dell'una e l'altra mano.

6 Cons.

Pisani Pier Corner

Antonio Venier Ser.º Dolfin

Benedetto Polani Lorenzo Draghi

Fran. Verdizotti Segretario.

Filza secr. 1646, pag. 97.

DOCUMENTO XLVII.

1645, 2 decembre.

Al re di Persia.

Grandemente sempre ha incontrate la Repubblica le occasioni di rendere veri segni a vostra Maestà ed a' potentissimi precessori suoi di affetto e di stima. Nella stessa valida sincera costituzione d'animo se le confermeranno in ogni tempo avvenire colle opere le nostre ottime intenzioni. Già saranno pervenute alla Maestà vostra le gravissime emergenze che passano, le quali meritano il riflesso di ogni principe, potendo gli incendj delle armi turchesche coll'ardire e coi progressi molto diffondersi e turbare ogni confine. In questo stato di cose li generosi concetti di vostra maestà saranno dricciati alle più degne risoluzioni a comune profitto. Ed intanto preghiamo il Signor Dio guardi vostra Maestà con continui incrementi di felicità e di salute.

Voti Affermativi 109.

Negativi 0.

Non sinceri 2.

Valerio Antelmi Segretario.

Senato Corti.

DOCUMENTO XLVIII.

1646, 17 luglio.

Al Re di Persia.

Sarà a quest'ora pervenuto all'orecchio di V. M. l'ostilità ingiustamente ed in sprezzo di parola e di fede promossa a' Stati della nostra Repubblica dall'impero Ottomano. Proviene il motivo del Turco da sete inestinguibile di rapire or all'una or all'altra parte l'altrui, e dilatando la sua grandezza rendersi infine oppugnatore e dominatore dell'universo. Così a danno dei potentissimi predecessori di V. M. ha mosse più volte l'armi, e col manto di amicizia e di pace agevolatisi furtivamente i più notabili acquisti. Come vasta e formidabile sempre più si va formando quella potenza, deve comunemente svegliare i riflessi ed accrescere le gelosie. Se dalla riconoscenza del fatto e dalle prudentissime massime dei progenitori è eccitata V. M. alla depressione di quell'orgoglio, altrettanto l'invita ad imprese gloriose l'opportunità della presente occupazione di quelle armi da questo canto, e la certezza di essere secondata e seguitata dagli altri principi.

Costantissima è la Repubblica di conservarsi e difendersi col petto esposto dei cittadini e con la profusione dei tesori, di già dai nostri vascelli datosi il buon principio della presente campagna, assalita ed in gran parte dannificata vicino ai Dardanelli l'armata dell'inimico.

Valeranno però le presenti a testimonio non meno di confidenza, che dell'affetto e nostra osservanza sempre sincera verso la M. V., e del pubblico desiderio ardentissimo di vederla con i dovuti riacquisti coronata di nuove glorie, ed a V. M. auguriamo in fine lunghissimi e felicissimi gli anni.

Affermativi 102

Negativi 0

Non sinceri 0

Fran. Verdizotti seg.º

Senato Corti 1646.

DOCUMENTO XLIX.

Iddio immacolato. Iddio eccelso.

Al comandante dello Stato Veneto, che S. D. M. gli conservi ed esalti il dominio con prosperità e felicità, prestate le salutazioni e benedizioni che provengono da stima e vagliono per segni di onore e di pregio, offerte da una pura sincerità al possessore della magnificenza e signorìa, vigilante nell'amministrazion di giustizia, scelto fra i signori imperanti, stimato fra i potentati retti nella religione del Messia, e principe fra cristiani di alto stato e condizione sublime, il cui fine Iddio termini in bene, con le benedizioni del cielo, ed accresci in grandezza ed augumento il suo posto reale con disposizioni del cielo adattate ad una prosperità: quello però che se le porta a cognizione è che la lettera inviataci con amichevole contenuto, per la quale resta innovato il vincolo di amicizia e di amorevolezza, è stata come si conviene aggradita e corrisposta con termini di osservanza amichevole dovuti a' Principi grandi e potentati di cristianità, che pure anco in avvenire saranno d'impulso alla continuazione per discendenza e apriranno l'adito alla comunicanza di lettere.

Nel resto, continua esaltazione etc.

Commemoriale XXIX.

DOCUMENTO L.

1649, 28 marzo.

Questa mattina ritornato il padre domenicano all'ecc. Collegio, e fatto introdurre, disse essersi partito di Persia già un anno in circa, aver avuto da quel re la lettera presentata, e parimenti da Domenico Santi che colà si ritrovava un'altra che consegnò; e dimandatogli da Sua Serenità alcune particolarità rispose nel tenore appunto che si contiene nella scrittura che poi ha dato, ed è la seguente:

Serenissimo Principe,

Desiderando io l'esaltazione della santa Fede Cristiana e di questa Serenissima Repubblica, che con tanto valore tanti anni sono si impiega combattendo contro il comune nemico, non ho perdonato a fatica alcuna nell'andar da Polonia in Persia e venire di Persia a Venezia, a portare lettere di quel re di Persia a Vostra Serenità; e per obbedire ai suoi comandamenti di por in carta alcuna relazione di quello che ho potuto fare, dirò a Vostra Serenità tre cose:

Primo: il viaggio in Persia e come si può ivi per la più breve e facile via andare, e li onori che nel viaggio come ambassadore dei Cristiani mi furono fatti.

Secondo: quello che ho trattato col re di Persia.

Terzo: quello che si può sperare da quel re in nostro aiuto.

Io mi ritrovavo in Polonia nel tempo che ivi era il signor Tiepolo Giovanni ambasciatore a quella corona, il quale oltre a quello che aveva negoziato con quel re e fattolo armare, ha anche fatto che inviasse un ambasciatore al re di Persia, e subito egli spedì uno che si dimandò Slich nobile polacco, per invitarlo a muover la guerra contro i Turchi, e destinò ed elesse S. M. me per suo compagno nella ambasceria, e ci furono date dall'ill.mo Giovanni Tiepolo lettere di Vostra Serenità al suddetto re di Persia.

Si inviassimo dunque con 25 nobili polacchi a quella volta. Li 2 ottobre 1646 partii da Varsavia, per compagno del detto ambasciatore e giunsimo a 20 decembre in Mosca città metropoli e residenza di quel granduca. Ricevuti con grandissimo onore ed affetto, li 23 fossimo introdotti alla udienza pubblica.

Li 12 gennaro partissimo provvisti di cavalli, soldati ed ogni altra cosa necessaria dal suddetto granduca pel nostro viaggio in Persia. Li 18 giunsimo a Vladimiria città anticamente sedia delli granduchi di Moscovia. Li 21 a Murom, li 24 a Nisni Novogorod città bellissima e grande.

Il primo di febbraio a Cosma e Damiano, li 12 giunsimo in Cazan città bella e mercantile, dove siamo svernati per li gran freddi che vi erano e li pericoli delli tartari calmuchi.

Li 3 di maggio provvisti di barche e di uomini ed ogni altra cosa necessaria per la navigazione, ci imbarcassimo per la Volga fiume grandissimo, e li 22 giunsimo in Astracan città bella e grande, ben munita di presidio, ove stassimo fino alli 7 di giugno che si imbarcassimo, provvisti di comitiva e di ogni cosa necessaria dal granduca per il mar Caspio, nel quale fossimo un mese con grandissimi pericoli.

Li 4 di luglio sbarcassimo in Nizova, spiaggia di Persia, li 22 partissimo di là per Sciamachia, città capitale della provincia di Schirvan. Li 25 giunsimo colà ove fossimo ricevuti con grandissimo onore dal Khan di quella città.

Li 3 agosto partimmo per Ardebilla città bella e grande onorata dal sepolcro del re Saladino quale tengono per gran santo. Vi è quivi un ospitale fondato dal detto re che sostenta ogni giorno 500 persone.

Li 18 partimmo da questa città e giunsimo in Zenghian città, e di là a Sultaniè, da Sultaniè a Com città molto bella, e quivi si ammalò il signor ambasciatore. Di Com addì 5 settembre giunsimo in Cascian città bellissima e ricca dove si lavorano molto belli panni di seta.

Li 10 partimmo e li 15 giunsimo in Ispahan sedia e residenza di S. M. di Persia. Fossimo incontrati da molti cortigiani e signori spediti da S. M. per introdurci dentro la città, i quali ci condussero ad un bellissimo palazzo preparato per nostro alloggio, la sera S. M. ci mandò la cena preparata in piatti d'oro ed altri vasi.

Poco si passò che s'ammalò il signor ambasciatore gravemente e non gli fu possibile di andare all'udienza; crescendo il male, fece chiamare uno dei principali cortigiani di S. M. al quale disse:

Giacchè così piace al signor Iddio di chiamarmi ad altra vita, e che non posso pienamente adempire la volontà del re e della serenissima Repubblica veneta in questa ambasceria; questo presente signor padre, datomi dal mio re per compagno dell'ambasciata, soddisferà intieramente a quella. Perciò in presenza dello stesso signor persiano mi consegnò l'istruzione, le lettere ed ogni cosa, e li 7 di ottobre, munito dei nostri ss. Sacramenti, rese l'anima sua al creatore, e fu sepolto il giorno seguente con gran pompa nella chiesa dei padri M. R. Carmelitani scalzi.

Li 17 io fui introdotto all'udienza pubblica del re, accompagnato da molti sì persiani come franchi, e salutato che ebbi S. M. da parte del serenissimo re di Polonia ed anco da parte della serenissima Repubblica di Venezia, gli resi le lettere. S. M. mi fece sedere e per molto tempo mi trattenne interrogandomi della salute e stato delli serenissimi re e principi cristiani: io risposi conforme a quello stato che avevo saputo nella mia partenza.

Li 31 io fui invitato da parte di S. M. alla loro pasqua che chiamano Bairan: risposi che molto volontieri avrei servito S. M. mentre ciò non seguisse in mio pregiudizio col cedere il luogo ad altri ambasciatori che si ritrovassero ivi, mi risposero che per certo non mi sarebbe fatto pregiudizio nè torto veruno. Il dì seguente vennero a levarmi con cavalli di S. M. per me e per tutta la mia gente.

Giunto a palazzo feci riverenza a S. M. e mi fu dato luogo conveniente.

Durarono i giuochi ben due ore dove si videro diversi combattimenti; quindi si fece un banchetto, nel quale S. M. e tutti mangiarono in terra ed io ad una tavoletta alta un piede sedendo sopra una seggiola bassa. Finito il pranzo mi ritirai all'alloggiamento nostro. Il giorno dopo mandò S. M. un principal della sua corte da me a dirmi, che mettessi in carta in lingua persiana, come usasi colà, quanto desiderava il serenissimo re di Polonia e la serenissima Repubblica di Venezia. Io subito mandai a chiamare li padri carmelitani scalzi che mi tradussero in lingua persiana e scrissero li punti seguenti:

1. Universo mundo bene est notum turcarum imperatores precipue presentem esse fidei fracturam, nulliq. regi convicino, non solum non tenere iuramentum viro sub amicitiae pretexta ferro, igneq. occupare dictiones.

2. Cuius sacramenti fragium, non volentes christiani reges sustinere: volenterque eius tantam superbiam reprimere, Christi invocato auxilio, omnes suas vires ac potentiam terra mariq. converterunt.

3. Et quia serenissimi regis nostri, Reipublicaeq. venetorum dictiones, confinibus illius sunt viciniores ob idque gravius sentiunt eius insultus; quam alii monarchae christiani, quibus pro muro quodam modo sunt, per Dei voluntatem serenissimum regem nostrum pro supremo duce suo, omnes unanimi consensu delegerunt.

4. Qui huic tam sancto operi lubens humeros submisit, desiderans, et alios monarchas quibus cum ab antiquis saeculis amicitia fuit ad tollendum tam comunem inimicum ad similia vota excitare, me ad regiam maiestatem tuam expedivit.

5. Quoniam vero contra hunc inimicum uter non solum antecessores maiestatis tuae, verum etiam ipsa tua maiestas, magnam causam sustinet, non sibi persuadet serenissimus rex noster nec non omnes alii reges ac principes christiani maiestatem tuam hanc occasionem, otio praetermissuram. Cuius gratia antecessores maiestatis tuae, tanta sanguinis effusione plura possederunt.

6. Hoc itaque regia maiestas tua, iusta ponderando non parcat ancipiti gladio ne antecessorum suorum tantorum heroum, qui etiam in florente sua aetate nullis laboribus pepercerunt, alte impressa vestigia properantur ac tot tantiq. reges et principes spe sua in tuae maiestatis persona fraudentur, nec hoc cum gratia legato ad ipsos destinato comitari dignetur.

I quali punti presentai a S. M., e lettili rispose che molto volontieri avrebbe soddisfatto alla amicizia dei principi cristiani.

In quel tempo ivi era un ambasciatore del Gran Mogol, il quale era stato trattenuto due anni per alcune lettere quali avea scritto al suo re e furono intercette.

Scriveva che il serenissimo re di Persia era ancor giovinetto e non poteva trattar con esso, e quando chiedeva audienza dal re se gli rispondeva, che il re era ancor troppo giovane e che aspettasse il tempo. S. M. il re di Persia era d'anni 18 quando giunsimo noi in Persia, giovane grazioso affabile, e come era detto da tutti era per riescire un altro shàh Abbas suo avo, continuamente a cavallo e nelli esercizii militari; la sua ava moglie del detto shàh Abbas reggeva e governava, ma ora lui essendo d'anni 19 governava lui stesso. Ha per moglie una senza figliuoli ma si diceva che era gravida. La moglie è figlia di un certo Surcolano qual abita in Daghestand, benchè di donne ne abbia molte, quella è la principale.

Il suo cancelliere gran Visir si chiama Dauleto, uomo molto osservante della sua legge, e non troppo amico dei cristiani; ha per moglie una sorella del re di Persia, ha 5 figliuoli ed a tutti gli fece cavar gli occhi, acciò non si sollevassero arrivati che fossero in età.

S. M. mandò un corriere a Costantinopoli per sapere se i principi cristiani facevano guerra, e per questa occasione ci trattenne 11 settimane, sin tanto che il corriere ritornasse da Costantinopoli, e quando cercavo l'espedizione mi rispondevano che mi riposassi che quanto prima ci spedirebbe.

Il 16 novembre il serenissimo re mi mandò le vesti, quali è solito dare agli ambasciatori, ed il giorno seguente fui chiamato di nuovo all'udienza ove mi diede l'espedizione, cioè lettere per il serenissimo re di Polonia e per la serenissima Repubblica di Venezia, di sua propria mano, salutandoli e pregandoli felicissimi successi, promettendo di soddisfare alla amicizia.

Di là ad alcuni giorni partii d'Ispahan e per il nostro ritorno accompagnato da 25 soldati persiani, e provvisti di cavalli e d'ogni cosa necessaria pel viaggio, ritornassimo per la istessa strada che eravamo venuti.

Li 20 gennaio giunsimo in Sciamachia città principale della provincia di Schirvan, come ho detto di sopra, furono mandati dallo stesso Khan molti persiani per incontrarci e condurci al nostro alloggio ove fossimo benissimo trattati da esso, ed ivi ci fermassimo sino alli 29 di aprile.

Più volte ci invitò il Khan nel suo palazzo e particolarmente una volta, che fu il giorno di S. Tomaso d'Aquino, li 7 di marzo: molte cose allora ci riferì particolarmente dell'armata veneta che faceva grandissimi progressi contro l'armata turchesca, delle galere che erano state fracassate dalla armata veneziana di Smirne e di Scio e minutissimamente di ogni cosa. Di più disseci che di Babilonia erano fuggiti 200 turchi spahi in Persia, e promettevano al serenissimo re di Persia, che se volesse inviare solo 12 mille uomini la città si sarebbe resa, perchè era sprovveduta di presidio, e la miglior soldatesca era stata levata dal Gran Signore, e li più peggiori gente inesperta era restata. Di più disse che il serenissimo re aveva ordinato che il Khan Solimano qual sta non molto lontano di Babilonia, stesse apparecchiato, e lo stesso a quello di Erivan, di Tauris, di Sciamachia ed altri che stassero lesti. Disse di più che il gran Signore scrisse al serenissimo re di Persia, per genti, ma la S. M. non si contentò. Ogni di ci mandava a riferire minutissimamente quanto faceva la serenissima Repubblica.

Di più il Khan ci disse che S. M. mandava un esercito verso il regno di Conducar per ricuperarlo unito insieme col gran Khan di Tartaria Olbeco qual fu scacciato dal suo paese dal re Gran Mogol, ma con l'aiuto del re di Persia lo ricuperò cacciando di nuovo gl'Indiani, ed in quel tempo morì il re di Mogol ed il regno si divise in quattro figliuoli; ed il minor nato è il più vivace, più bellicoso degli altri fratelli e più amato e riverito, non si contentò della parte lasciatagli dal re Mogol suo padre, levò l'armi contro il suo fratello maggiore, come ancor fece contro il suo padre vivendo; il che vedendo il re di Persia si risolse tentar di ricuperare quel regno insieme unito con il gran Khan Olbeco, vedendo gli figliuoli del Gran Mogol disuniti, molti anni sono che cercava questa occasione tanto più vedendo che il gran Signore aveva che fare colla serenissima Repubblica, perchè quando lui voleva andare sopra il detto regno il gran Turco gli dava addosso, e quando voleva ricuperar Babilonia il gran Mogol gli dava ancor lui addosso, e così non potea nè l'uno nè l'altro ricuperare. Ma avendo l'occasione tanto per la morte del gran Mogol, quanto per la guerra che aveva il gran Turco contro la serenissima Repubblica, si deliberò di tentar la fortuna, ma credo come dicevano i Persiani che quella guerra finirebbe presto, e tutti e particolarmente li grandi dicevano che col ritorno dell'esercito da quella parte dell'India andrebbe per ricuperare i luoghi occupati dal gran Turco.

Notes in this chapter

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings