ATTO TERZO
Reading edition

Appare il medesimo luogo, nell'ora del tramonto.
SCENA PRIMA.
Il Serparo entra pel cancello sotto l'arcata, seguendo Gigliola che lo incuora.
Gigliola. Non c'è nessuno. Resta. Non temere, uomo. Sei sospettoso. Il Serparo. O baronella, non mi fare inganno. Gigliola. No, non ti faccio inganno. Sta sicuro, uomo. Che guardi? Il Serparo. Guardo com'è grande càsata, grande più che la Badia della contessa Doda in valle Merculana, veramente. Ma s'abbandona. Non ne può più. Vuole colcarsi. E anch'io vorrei. Non reggo. Gigliola. Sei stanco? Patisci? Il Serparo. Sento il cuore mio che dentro si schianta. Dammi la pezzuola tua ch'i' leghi la mia mano insanguinata. Gigliola. T'ha morso una serpe? Il Serparo. L'hai detto. Gigliola. Velenosa? Il Serparo. L'hai detto. Gigliola. Puoi morire? Il Serparo. Si muore e non si muore. «Chiedeo lo morto all'asse dell'abete: «Non hanno miso figliema nel foco?» «Figlieta» fece l'asse «magna e beve; s'è compro un busto de velluto novo.» Lo sai quel canto antico, baronella? Gigliola. Siediti là, se non ti reggi, uomo. E dammi la tua mano ch'io te la leghi. Il Serparo. Te non mi ti presi in braccio quando tu piangevi, te non ti cullai; per te non mi tolsi il boccon di bocca; il sorso di gola né mi tolsi, che crescessi, che mi fiorissi bella. E non m'imprechi, pietre non mi gitti; mi fasci la mia mano. Gigliola. Quanto amaro hai nel cuore! Colpo di pietra è questa, taglio di pietra puntuta.
Cerca di bagnare il lino nella tazza della fontanella.
Gioietta non dà più acqua. Posso appena inumidire la pezzuola. Ti faccio male? Stringo troppo? Va bene così? Il Serparo. La figlia sei del barone! E cóme ti chiamano? come dicono il tuo nome? Gigliola. Gigliola. Il Serparo. Oi te, gentiletta! E tu l'hai per matrigna! Tre pietre mi gittò: una nel fianco mi piglia, alle reni l'altra, la terza alla mano. E tu cuòcigli i capi di tre serpi, d'aspido, di marasso e di farea, che ne mangi e si colchi! Gigliola. E tu sei dunque il suo padre. Il Serparo. Edia Fura sono, nato di Forco che serviva il Santuario prima di me. E prima di lui c'era Carpesso, della nostra progenie; che forniva la cisterna santa. E nel tenitorio di Luco e in tutto il popolo dei Marsi non v'è nòvero delle geniture di nostro ceppo, ch'ebber la virtù. E si nasce col ferro della mula di Foligno, segnato su i due polsi (ci segna il Tutelare, fin dal ventre, a quest'arte): e la genìa serpigna riconosce la nostra padronanza; e siamo immuni. E non so da quant'anni è nella casa questo flauto d'osso di cervo, per l'incanto, ritrovato chi sa da quale de' miei vecchi, in uno dei sepolcri che stanno su la via di Trasacco; ché il nostro ceppo è antico da quanto quello dei baroni. Gigliola. E vieni da Luco? E come avesti la novella? Il Serparo. Per le Palme, una femmina d'Anversa, ch'era a vendere orciuoli e d'ogni sorta stovigli, fece a mógliema: «La tua figliuola s'è sposata a uno barone.» Allora disse mógliema: «Ventura! E sarà vero? Andòssene agli estrani a far servigio; e si dismenticò. O Edia, quando porti le serpi al Santuario, scendi per la Pezzana e pel Casale fino ad Anversa, e là dimanda e vedi. E la dismemorata mi saluti.» E così me ne venni facendo le mie prede giù pel Vado e pel Pardo e per le prata d'Angiora e per le terre rosse d'Agne e in Venere, e lungh'essa la vallea del Giovenco al Luparo. Edia, quante montagne camminasti, quanti rivi guadasti, per la cagna insensata rivedere! Gigliola. Ma tu che vuoi da lei? che le domandi? Il Serparo. Nulla Edia vuole. Non dimanda sorso d'acqua il serparo, né boccon di pane. Non fa sosta alle soglie. Passa. È frate del vento. Poco parla. Sa il fiato suo tenére. Piomba. Ha branca di nibbio, vista lunga. Piccol segno gli basta. Perchè triemi il filo d'erba capisce. Segue la genìa che, senza orme lasciare, fuggesi. Tutto ch'altri non ode, e quello egli ode, non con l'orecchio, sì con uno spirito ch'è dentro lui. Modula un modo solo sul flauto suo d'osso di cervo; ma niuno sa quel modo; lo sa egli e lo seppero i suoi morti. E dessa è la virtù, e dessa è l'arte. E d'altro non gli cale più della pelle che getta la biscia.
Egli fa l'atto di sciogliere un de' sacchetti; e dentro vi caccia la mano.
Gigliola. Ma che vai tu traendo ora, di quel sacchetto? Il Serparo. Non aspidi. Fatti animo, figliuoluccia. Non sono aspidi. Gigliola. Ho animo, Edia Fura. E se fossero aspidi, e qualcheduno vi cacciasse le mani dentro a un tratto, così, morderebbero? Il Serparo. Certo morderebbono, da lasciar fino il dente nella vena. E non ti gioverìa manco l'aver beuto acqua della cisterna santa a bigonce. Gigliola. E perché? Il Serparo. Perché d'uno aspide l'uomo ciurmato si può guarire; ma di più non si guarisce mai, per la gran possa del tòsco che si spande sùbito, e prende la cima del cuore e fa cancrena negra. Gigliola. E tu ne' tuoi sacchetti, tu n'hai di quella sorta, Edia Fura? o fai preda di bisce mansuete solamente? Il Serparo. Male mi ridi, baronella. Io n'ho. Ho due marassi di padule e tre aspidi. Gigliola. Senza denti? Il Serparo. Male mi ridi. Il maschio dei marassi, a mezzo il corpo, è grosso quasi quanto il tuo polso. Cinericcio, ha la gran fascia scura e la crocetta. In cinquant'anni Edia giammai ne vide uno ardito così. Non sente ancóra l'incanto. Gigliola. Dici il vero?
Il Serparo, mettendo la mano su un de' sacchetti.
Ora gli do la via, e agli altri quattro. Gigliola, senza sbigottirsi. Bene, Mostra. Il Serparo. Hai animo. Gigliola. Ho animo, Edia Fura, Ed è questo il sacchetto della gran morte, questo ch'è legato con la cordella verde? E come s'apre? Il Serparo. Lascia, cìtola. Questo non è per te. Ti mostrerò, se vuoi, una sirènula, una coronella, un biacco... Gigliola. E di': se, non ciurmato, l'uomo sciogliesse la cordella e follemente dentro cacciasse tutt'e due le mani, in quanto tempo ei morirebbe? Il Serparo. In poco, figliuoluccia. Gigliola. Non sùbito. Il Serparo. Non sùbito. Gigliola. Ma in quanto? Il Serparo. Forse in un'ora, forse in meno, in più, secondo... Gigliola. Tempo avrebbe di compire la cosa designata. Il Serparo. Qual mai cosa? Che son questi parlari? Gigliola. Tempo avrebbe un bifolco di staccare i suoi bovi e governarli. Il Serparo. Certo che sì. Gigliola. Ma là, dove hai la mano, son di che sorta? Il Serparo. Cìtola, non sono serpi; son doni. Gigliola. Quali doni? Il Serparo. I miei. Ti dicevo che nulla Edia vuole. Non chiede ma dà. Recato avevo per la sposa questo pettine. Guarda. Gigliola. È bello. Il Serparo. Il vento dell'alidore le scapigli il capo! Gigliola. A doppia dentatura, con la costola intagliata di cervi e di leoni... Il Serparo. E questa collanetta. Guarda. Gigliola. Oh come è leggiera! Il Serparo. Le stia sul collo un giogo di bronzo! Gigliola. Grani d'oro giallo ed àcini di vetro verdemare. Da chi l'avesti? Il Serparo. E guarda: questo spillo lungo. Gigliola. È un crinale: sembra uno stiletto. Il Serparo. Da parte a parte la gola le passi! Gigliola. Edia, che dici? Il Serparo. Un motto vano dice Edia. E questo vasetto di vetro, guarda; che lustreggia come la pelle delle bisce a mezzodì. Gigliola. Per l'unguento. Ma dove trovasti queste cose? Il Serparo. Sopra Luco evvi un monte erto e serposo nomato Angizia, come la matrigna tua; dove salgo per far preda. E v'era una città, nei tempi, una città di re indovini. E sonvi le muraglie di macigni ed i tumuli di scheggioni pel dosso. E quivi su, cercando in luogo cavo, trovai dintorno ad uno ossame tre vasi di terra nera coperchiati. E nel primo trovai farro, nell'altro fiòcini d'uva, e tritoli di fave, nel terzo queste cose che ti dono. Gigliola. A me le doni? Il Serparo. A te. Non ho più figlia. Gigliola. Prendo solo il crinale. Porta un capo di cignaletto. È bello. Edia, mi sei parente. Il Serparo. Prendi tutto. Gigliola. Solo il crinale. E in cambio ti darò questo anello con un rubino buono. Il Serparo. No. Tièntelo nel dito. A me non m'entra. Lasciami in vece questa tua pezzuola che m'hai legata intorno alla mia mano. Gigliola. Edia!
Ha un riso convulso.
Il Serparo. E che mi vuoi dire? Strano ridi, figliuoluccia. Che hai? Gigliola. Lasciami per stasera quel sacchetto della cordella verde. Vorrei mettere spavento al mio fratello quando torna, e poi ridere con lui. Il Serparo. Che pensiero ti passa nella mente? Ridi e ti smuori... Gigliola. Guàrdati! Tua figlia viene.
Nasconde nella veste il crinale; e, mentre il serparo si leva e si volge, ella sottrae il sacchetto, lo cela dietro la veste addossandosi al pilastro.
SCENA SECONDA.
Appare alla porta sinistra Angizia seguita da Bertrando Acclozamòra.
Angizia, gridando. Ah, sempre quest'uomo! Chi è costui? Gigliola, ora tu fai entrare in casa gli accattoni e i ladri di strada? Il Serparo. Non gridare, donna. Se questo è il tuo marito... Angizia. No. M'è cognato. E che vuoi? Il Serparo. Nulla voglio. Se questo è il tuo cognato, tu non temere, donna. Io non gli dico che il serparo di Luco è il tuo padre. Angizia. Bertrando, è un mentecatto che vaneggia. Sì, ecco, ora me ne ricordo. Nel paese, gli correvano dietro a fargli beffe i bardassi. Bertrando. Esci, uomo. Prendi le tue bisacce nauseose ed esci senza ciarle. E fa ch'io non ti colga un'altra volta né qui né in vicinanza. Il Serparo. Signore, sei nella tua casa. È male, per la terra ch'è intorno alle tue porte!, è male minacciare colui che non ti nuoce, dinanzi a questa vergine ospitale. Esco, né tornerò. Mi scalzerò, passata la tua soglia; gitterò nel torrente i miei calzari. Ma tu, donna, per questa macchia di sangue ch'è sul lino offerto, odimi. Io te lo dico: quanto è certo che il sole ora si colca, il tuo destino è compiuto. Prepàrati. Colui che rinnegasti e lapidasti brucerà la tua culla di quercia dove ti cullò: che ancóra è legata allo scanno del letto grande con la corda lógora e vi son dentro i chicchi di frumento e i granelli di sale e le molliche e la cera. Ma non nel focolare la brucerà, sì nel crocicchio ai vènti, nel crocicchio ove latra la canèa. E che tu sia dispersa come quella cenere! E che la notte venga sopra a te con trèmito e singulto!
La donna atterrita dalla imprecazione paterna è curva, con le spalle voltate al padre. S'accascia.
Bertrando. Via, esci!
Fa l'atto di prenderlo pel braccio.
Il Serparo. Non mi toccare. Esco; né tornerò.
A Gigliola.
Addio ti dico, bene ti sia, santa ospite, tu che m'hai medicato. Abbi animo.
Si avvia verso il cancello.
Bertrando. E dove vai? Il Serparo. Non mi toccare. Vado. Bertrando. Ancora ad acquattarti in mezzo all'erba? Passa da quella parte, dalle scale; e non di sopra i muri, come i ladri. Il Serparo. Signore mio, lasciami andare! È male quello che fai. Per dove io venni me ne vado. Non porrò piede su altra soglia. Vo pel varco. Bertrando. Mariuolo, ti dico di passare da quella parte. Il Serparo. È male, è male. Sei nella tua casa. Bertrando. Intendi? O ti trascino, di sotto ti getto. Il Serparo. Non mi toccare. Bada!
Bertrando gli mette le mani addosso, egli si libera con una stratta e s'allontana. L'altro l'insegue, minaccioso.
Bertrando. Oh, cane, ora ti concio.
Entrambi scompaiono dietro i cipressi, nel bagliore del tramonto.
SCENA TERZA.
Gigliola è sempre addossata al pilastro, con le mani dietro di sè, nascondendo il sacchetto di pelle caprina. Angizia esce dal suo raccoglimento cupo, s'alza, si volge; cammina come in una nube. Vede Gigliola, ancora addossata al pilastro; e si arresta.
Angizia. E che fai là? Non ti muovi?
Le si avvicina.
Sei tu, sempre tu! Non ti muovi? Non parli? A che pensi? Gigliola. Lo sai. Penso a una sola cosa. Angizia. Vuoi la guerra? L'avrai. Tu, per farmi onta, tu l'hai chiamato, quell'uomo. E doveva egli prenderti, chiuderti in una delle sue bisacce con le compagne, o serpicina livida, portarti via con seco. Ma di quel che m'hai fatto prenderò la vendetta: non dubitare. Gigliola. Serva, non è più tempo di querele. Pensa a quel che ti predisse l'uomo delle bisacce nauseose. Abbi paura della notte. Angizia. So di che m'hai accusata al tuo padre. Il tuo zio anche lo sa. Vedrai, vedrai. Gigliola. Abbi paura della notte. Angizia. Credi che non dormirò più? Le spalle scrollo. Mi sento forte. Ho fame e sonno. Dormirò come un masso. Gigliola. Fra poco è l'ora.
Si fa silenzio. Angizia sta in ascolto. Non riesce a vincere il peso che l'aggrava.
E Bertrando non torna ancóra indietro.
Guata di sotto l'arcata verso il giardino.
Forse passa dalle terrazze dei Leoni.
Ascolta ancóra, inquieta; poi scrolla le spalle.
Resti là? Gigliola. Resto. Angizia. E poi? Gigliola. Nulla. Angizia. E che fai?
Gigliola non risponde.
Hai mandato un corriere a Cappadòcia. E perché?
Gigliola non risponde. La femmina la guarda con occhi indagatori.
Non rispondi? Sei quasi verde. Ti s'è fatto il viso piccolo e stretto come un pugno.
La scruta ancóra. Gigliola resta immobile e impenetrabile.
Vado. Ci rivedremo. Gigliola. È certo. Va.
Angizia sale per la scala. Gigliola si stacca dal pilastro, ascolta. Rapidamente va verso il cumulo delle carte e vi nasconde il sacchetto rapito al serparo. S'odono nel silenzio le voci confuse dei manovali al travaglio. Poi si ode su per la scala bassa la voce affannosa di Simonetto.
La voce di Simonetto. Gigliola! Gigliola!
SCENA QUARTA.
La sorella corre verso la porta. L'apre. Simonetto giunge e si getta nelle braccia della sorella, perdutamente.
Gigliola. Sono qui. Che hai? Che hai? Simonetto. Gigliola! Gigliola. Ma che hai? Ma che t'accade? Come ti batte il cuore! Hai la fronte sudata. Perché hai corso? Parla. Annabella dov'è? Càlmati. Simonetto. Nulla, non ho nulla... Ma un'ansia, un'ansia m'è venuta all'improvviso, non so perché, un'ansia verso di te... per te... non so... Gigliola! Gigliola. Oh caro, caro, sièditi. Son qui.
Sopraggiunge la nutrice.
Annabella. Ah, figlia, un'altra volta non lo conduco, se non vieni tu anche. M'ha fatto prendere spavento. D'un tratto mi s'è messo a corsa disperata... Gigliola. Ma perché? Simonetto. Non so. Lascia. Annabella, non mi gridare. Ora sto bene qui. Gigliola. Ti sei scalmato. Asciùgati. Simonetto. M'avevi detto che mi raggiungevi. Gigliola. Non ho potuto. Sai? T'ho preparata la stanza. Simonetto. Ah, veramente? Gigliola. Ho spedito un corriere a Cappadòcia, che zia Costanza venga sùbito a prenderti ella stessa... Simonetto. E tu non vieni? E nonna Aldegrina? Gigliola. La nonna si sente un poco male. Annabella. Che dici, figlia? Gigliola. Si, s'è coricata. Anzi, Annabella, va; ché già t'ha chiesto più volte. Annabella. E come mai?
Le due donne si guardano. Annabella esce per la porta sinistra.
Simonetto. Allora aspetto che si levi. Intanto tu mi tieni con te. Gigliola. Stai meglio; è vero? Simonetto. Nella stanza tua non entra mai la femmina; non può entrare. Tu la chiudi... Gigliola. Sta certo, sta sicuro: non entrerà mai più. Te lo prometto. Simonetto. Da quella volta che la vidi a faccia a faccia, risvegliandomi sùbito in un sussulto tra il sudore freddo, da quella notte che me la vidi appresso, china sul mio guanciale, quasi nel mio respiro, a spiare il mio sonno tra i miei cigli — dura come una maschera di bronzo con lo smalto nel bianco de' suoi occhi, orrida, come l'incubo apparito —, ah Gigliola, da quella volta, sempre mi sono addormentato col terrore di rivederla... Gigliola. Non la rivedrai. Stai meglio; è vero? Simonetto. Si, un poco meglio. Gigliola. Non ti senti più forte? Simonetto. Sì, un poco. Gigliola. Hai camminato. Anche hai potuto correre. Simonetto. È bello il Sagittario, sai? Si rompe e schiuma, giù per i macigni, mugghia, tuona, trascina tronchi, tetti di capanne, zàngole, anche le pecore e gli agnelli che ha rapinato alla montagna. È bello, sai? Gigliola. Ah, ti si ravviva l'anima! Simonetto. Tutti i vetri delle case di Castrovalve ardevano, sul sasso rosso. Gigliola. Hai guardato il sole? Simonetto. I manovali hanno acceso le fiaccole e le ciotole di pece sotto le logge. Hanno infisso le fiaccole nei bracci di ferro, nei torcieri nostri, in mezzo alla travata. E un gruppo stava chino a guatare tra le faville il buono Re Roberto venuto giù dalla sua nicchia, tutto armato con la testa mozza...
Gigliola si leva agitata e s'aggira.
Dove vai? Gigliola. Simonetto! Simonetto. Sorella, che vuoi dirmi! Perché sei tanto smorta? Gigliola. La casa crolla. Tu senti la ruina grande. L'hai vista al lume delle fiaccole, fùnebri. La tua casa muore. E non le ami tu, queste tue vecchie muraglie? Tu sei l'ultimo dei Sangro d'Anversa: sei l'erede. Simonetto. Gigliola, anche l'erede muore; e in tutte queste carte è l'odore della morte. Ho freddo e sono stanco.
La sorella gli s'inginocchia dinanzi.
Gigliola. Perdonami, fratello. T'ho parlato sempre come a un bambino dolce. Non ti ricordi quando la sera, nella stanza nostra, t'aiutavo a slacciarti le tue scarpe? E rimanevo innanzi a te così come son ora, lungo tempo, lungo tempo, a parlare. E tu mi trattenevi quando volevo alzarmi e mi dicevi: «Resta un altro poco!» E si faceva tardi. E nostra madre allora, udendo le voci, veniva all'uscio e ci gridava: «A letto! A letto!» E tu le rispondevi: «Un altro poco!» Te ne ricordi? Simonetto. Sì. Gigliola. «Che ti racconta Gigliola?» ella diceva. «La favola del Re dai sette veli?» E s'affacciava all'uscio con quel suo viso tenero, con quel suo collo èsile che pareva quasi azzurrino, tanto era venato...
La gola le si chiude.
Te ne ricordi? Simonetto. Sì, sì. Gigliola. Oh perdónami, caro! Un bambino dolce sei ancóra per me. E sono qui, sono qui come allora, ai tuoi piedi; e ti parlo. Simonetto. Dimmi, dimmi. Gigliola. Ma fa che tu m'ascolti con un'anima forte. Bisogna che nel fondo del tuo buon sangue tu ritrovi il tuo coraggio. Simonetto, ansiosamente. Nonna Aldegrina si sente molto male? è in pericolo? Gigliola. No, non è questo. Dimmi: oggi sei stato nella cappella a pregare? Simonetto. Gigliola, tu sai: senza di te, non posso. Andremo ora, insieme. Gigliola. Hai pensato oggi a Lei? Simonetto. Sì, sorella. Gigliola. L'hai veduta? Simonetto. Dimmi tu come debbo chiudere gli occhi per vederla. Gigliola. Sempre io la vedo. Simonetto. Nei sogni, anch'io. Gigliola. La vedo ad occhi aperti. Simonetto. Dove? Gigliola. Dovunque. Non riposa, non ha requie. La pietra greve non basta a imprigionarla giù nel buio. Non la placano i suffragi. Non può giacere in pace, e non mi lascia prender sonno. Fratello, in quest'anno di lutto e di vergogna tante cose ho sentito morire andando andando per la casa che tutta quanta è in fine, ed una sola vivere (quella che non potrebbe) una sola, ma forte come si sente il battito della febbre nel polso, come si sente il brivido nelle ossa, di continuo. E sai tu quale? Quella sepoltura. Simonetto. Oh Gigliola, Gigliola, non andrò, non me n'andrò, non ce n'andremo più. Come lasciarla se non ha riposo? È per quella che ha preso il posto suo, per la femmina intrusa; non è vero? E che faremo? Chi la scaccerà? Io sono troppo debole, sorella; e il nostro padre è servo di quella che serviva. Gigliola. Simonetto... Simonetto. Parla. Come ti trema il tuo povero ménto così smagrito! Gigliola. Non avesti mai sospetto? Simonetto. Ma di che? Gigliola. Quando ti tennero lontano, quando ti fu detto il modo del suo morire... per pietà di te, per pietà detta tua anima ignara... Fu menzogna. Simonetto. Parla! Toglimi quest'angoscia. Vedi: spiro. Gigliola. Perdónami, perdónami, fratello. È necessario ch'io ti faccia questo male. Simonetto. Ma dimmi! Gigliola. Nostra madre fu uccisa.
Con un gran sussulto di tutto il suo corpo estenuato, Simonetto si leva; poi vacilla, e ricade a sedere, balbettando.
Simonetto. Hai detto? hai detto? hai detto? Gigliola. Fu uccisa. Abbi coraggio, abbi coraggio. Serra i denti. Simonetto. Sì. Parla. Gigliola. Aspetta, aspetta. Il palpito ti sòffoca. Simonetto. No. Parla. Voglio sapere. Di' tutto. Gigliola. Aspetta. Simonetto. Voglio sapere. Gigliola. Di fuoco, di gelo sei. Andiamo, andiamo nella nostra camera, Simonetto. Vieni. Ti porto.
Simonetto, imperiosamente, con una forza improvvisa.
No. Voglio sapere. Gigliola. È l'ora, questa è l'ora. Ecco la notte.
Una pausa.
Fu nella stanza d'Alcesti. La femmina era là che cercava nel cassone panni; e pareva non trovasse. Allora si fece all'uscio, in agguato; e chiamò. Il cassone era aperto; sollevato il coperchio, la tagliuola era pronta, preparato l'ordegno allo scatto mortale. Chiamò dall'uscio; nostra madre venne, entrò senza sospetto; si chinò a cercare. Il carnefice la prese d'improvviso, le calò il coperchio sul collo; premette, soffocò l'ultimo grido...
Novamente, con un gran sussulto, Simonetto si leva, trasfigurato.
Simonetto. Ah, morte, morte! Dammi dammi... qualcosa per ferire, dammi da uccidere... Gigliola, ora vado, ora corro... Mi sento forte. Lasciami!... E tu sapevi, tu sapevi. E m'hai mentito anche tu, m'hai tenuto nella menzogna orrenda. E tutto un anno, per la tua anima un'eternità di tortura e d'infamia, tu hai potuto vivere, m'hai fatto vivere a fronte a fronte, vivere quasi tra le mani che hanno strangolato... Oh! Oh! Oh! E mio padre, mio padre... Su, dammi, dammi qualcosa... Ch'io corra, ch'io la cerchi... Dov'è? La prenderò per i capelli, la trascinerò sino alla pietra, su la pietra stessa la sbatterò, la finirò...
La violenza lo soffoca. Egli vacilla e manca.
Ahi! Ahi! Che è questo? Gigliola, Gigliola, questo spasimo... Se ne va l'anima... Aiutami tu! Non potrò... non potrò... La forza! Dammi la forza! Gigliola!
Un singulto gli schianta il petto.
Oh! Oh! Oh! Sono un povero malato... Oh! Oh! Altro non posso che morire...
Si lascia cadere tra le braccia della sorella singhiozzando disperatamente.

