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La fiaccola sotto il moggio

ATTO SECONDO

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Illustration from La fiaccola sotto il moggio

Appare il medesimo luogo, declinando il giorno.

SCENA PRIMA.

Simonetto è seduto presso la nonna, mentre le due nutrici attendono all'opera del filo.

Donna Aldegrina. Va, Simonetto, va con Annabella a dar due passi, prima che si faccia sera. Svàgati un poco. Simonetto. No, non ho voglia. Sono stanco, nonna. Donna Aldegrina. Ti sei levato or ora! Simonetto. Vedi, non c'è più sole. Fra poco piove. Senti come gridano le rondini. Annabella. È una nuvola di giugno. Simonetto. Tuona. Annabella. Non tuona. È il Sagittario in piena, che romba. Donna Aldegrina. Va a vedere il Sagittario, Simonetto. Va fino alla spianata. È tutto spume, fa l'arcobaleno, bello a vederlo. Simonetto. Allora fammi portare con la portantina, nonna. Donna Aldegrina. Bambino pigro, che capriccio ti viene? È tutta rotta: non si regge più su le stanghe. È più vecchia di me. Quando la povera Monica (s'abbia pace nel cielo) venne sposa, ed io le andai incontro a Bocca Mezzana con otto portatori per cambio, il broccatello rosso era già stinto. Simonetto. Come il mio sangue, nonna. È stinto già. Vedi quanto mi dura questo piccolo taglio, qui, sul dito! Non mi si chiude più: ci si fa sempre una goccia bianchiccia come una perla. Nonna, sono tanto malato. Donna Aldegrina. Non è vero. Stai meglio. Oggi sei meno pallido. Simonetto. Ma che male è questo? Donna Aldegrina. Il male dell'adolescenza, non altro. Cresci. Sei su i diciassette anni. Simonetto. M'avevi detto: «A primavera guarirai.» L'estate è venuta, e mi sembra di morire a poco a poco. No, non voglio. Nonna, perchè non mi guarisci? Benedetta, tu che m'hai allattato, sei così forte; e tu non fai niente per me. La lana nera! E fili e fili sempre. Mi fai la coltre. Benedetta. Figliuolo mio, ti faccio un voto ad ogni agugliata che traggo dal pennecchio. E come incocco e come do la torta, sei sempre meco nel mio filo pieno. Simonetto. Ah che tanfo di polvere e di muffa in tutta questa pergamena. Nonna, non lo senti? E che fa Gioietta? Qualche cosa mi mancava e non sapevo che; ed era la sua voce. Annabella. Non dà più acqua. Il canale s'è ingrommato. Simonetto. È chiusa anche la vita di Gioietta! Le hanno tolto il gioco di ridere e di piangere a un tempo con tre piccole bocche. Nonna, e ci restano le carte muffite. E scartabelli, e scartabelli! E quel poco di vento che si muove da ogni foglio, è la volontà dei morti. E ridiventeremo ricchi! Allora voi manderete a Napoli Simonetto de Sangro in portantina e pagherete cento dottori e glie li metterete intorno a medicarlo... Datemi aria! Donna Aldegrina. Non t'agitare, Simonetto. Sei smanioso. Hai la fronte che stilla, le mani sudaticce. Simonetto. Voglio andare a Cappadòcia, dalla zia Costanza. Mettetemi sul mulo che sa la strada. Ah come si respira nei boschi di castagni! Voglio ancóra il mio schioppo e i miei cani pezzati, bianchi e neri, bianchi e falbi; e quei belli occhi franchi, e quelle orecchie molli come il velluto; e le sorgenti fredde del Liri tra i macigni, dove scendono e salgono le donne con le conche sul capo; e quella stanza bianca, dove si dorme in pace tra l'armadio e il canterano che stanno cheti senza scricchiolare e sanno di lavanda. Voglio tornare là. Donna Aldegrina. Ci tornerai quando vorrai. Simonetto. C'ero di questo mese, or è l'anno; di questo giorno, c'ero. E non sapevo che la morte... Donna Aldegrina. Quando vuoi partire? Domani? Simonetto. Anche tu, anche Gigliola, però. Anche Annabella e Benedetta. Andiamo via, tutti noi!

Una pausa.

Nessuno mi chiamò quando la mamma ebbe il vaiuolo nero. Donna Aldegrina. Il contagio... il pericolo per te. Simonetto. Si può partire e poi... Benedetta. Ogni tanto diceva Donna Mònica: «No, no, per carità! Viene, e si prende il mio male... Tenetelo lontano.» Simonetto. Ahimé, nutrice, anche diceva quando era l'estate (non te ne ricordi?) «Stasera apparecchiate sotto il platano. Ceneremo all'aperto.» E veniva da i monti la frescura su la tovaglia, ed era intorno ai lumi un aliare di farfalle, e noi gittavamo le mandorle novelle contro i pavoni appollaiati...

Si leva di sùbito.

Andiamo, Annabella. Donna Aldegrina. Che hai? Perchè sobbalzi? Simonetto. Ho sentito un fruscìo giù per le scale. Ora scende la femmina. Donna Aldegrina. È Gigliola. Guarda.

SCENA SECONDA.

Simonetto, correndo verso la sorella.

Sorella mia! Sei tu! Di dove vieni? Sei stata, fino ad ora nella mia stanza? Gigliola. Sì. Simonetto, sotto voce. Si sentiva gridare ancora? Donna Aldegrina. Sai, Gigliola? Simonetto vuol ritornare a Cappadòcia. Simonetto. E tu con me. Gigliola. Sì, caro. Simonetto. Domani. Gigliola. Bisogna che prima ti rinforzi un poco. È troppo disagiato il viaggio. Simonetto. Il mulo ha l'ambio dolce. Gigliola. Tutti i torrenti ora fanno rapina ai monti. Simonetto. Allora tu mi prendi con te nella tua stanza per queste notti, come m'hai promesso. È vero? Gigliola. Sì, sì, caro.

Ella gli prende il capo tra le mani e lo bacia.

Simonetto. Che mani fredde! Bada, non t'ammalare anche tu come me. Gigliola. No. Me le son lavate nell'acqua diaccia or ora. Simonetto, guardandole le mani. Hai su le dita le macchie, che non se ne vanno... Tutte, è vero? le hai gettate dalla finestra: tutte quelle polveri e quelle acquette! Nonna, sai? Gigliola ha tolto via tutte le medicine, non vuol più ch'io ne prenda. Gigliola. Erano troppe e troppo amare... Simonetto. Oh sì! Gigliola. Non ti giovavano. Donna Aldegrina. Veramente, Gigliola? Gigliola. Erano guaste. Bisognava gettarle. Simonetto. E le guardava contro luce a una a una, e le agitava e le versava a gocce nel cavo della mano, e le fiutava alla maniera degli speziali...

Egli ride d'un riso fievole.

Se tu l'avessi vista, nonna! Sa le ricette Gigliola, sa le dosi e le misture, tutto sa. Gigliola. È vero; tutto so. Simonetto. Tu guariscimi, sorella! Non mi lasciare mai. Gigliola. No, caro, caro!

Ella lo stringe a sè, lo accarezza, quasi materna.

Simonetto. Benedetta, ritrova quel paravento vecchio della China figurato di tutte quelle giunche con le vele di stuoia ed i pennoni lunghi (sorella, non te ne ricordi?) dove facemmo tanti bei viaggi per tanti mari e porti prima d'addormentarci... Ritrovalo, nutrice; e rimettilo al posto, tra i due letti, là nella stanza verde. Vuoi, Gigliola?

SCENA TERZA.

Dalla porta sinistra entra Tibaldo. Simonetto ammutolisce. Le donne restano in silenzio.

Tibaldo, convulso e smarrito. Nessuno parla più... Questo silenzio... Entra un'ombra? uno spettro v'apparisce? Tutti muti, di pietra. Eri tu che parlavi, Simonetto... Ti sei levato... Come stai? Ti senti meglio? Simonetto. Così, sempre così. Tibaldo. Ma oggi t'è ritornata quella febbricina? Simonetto. Non è l'ora. Più tardi. Tornerà.

Il padre gli s'avvicina e fa il gesto per accarezzarlo. Egli scansa la mano con un moto istintivo, reclinando la testa contro la spalla della sorella.

Tibaldo. Non soffri ch'io ti tocchi? Donna Aldegrina. È nervoso, inquieto. Sussulta ad ogni soffio. Lascia che vada, Tibaldo. Voleva uscire un poco all'aria. L'accompagna Annabella. Su, va, Simonetto, che non si faccia tardi. Simonetto. Vieni, Gigliola, con me! Gigliola. Ti raggiungo, se posso. Vado a preparar la stanza con Benedetta, a trasportar le tue cose, i tuoi libri... Simonetto. Sì, sì. Gigliola. Quando torni, trovi tutto già pronto. Simonetto. Sì, sì. Gigliola. Caro, cammina adagio: fa che non ti stanchi, che non ti scalmi. Passa per la viottola, èvita la polvere. Stagli attenta, nutrice. Benedetta, vieni. Benedetta. Ecco, vengo. Raccolgo il filato.

Salgono per la scala, spariscono.

SCENA QUARTA.

Restano la madre e il figliuolo, l'uno di fronte all'altra.

Tibaldo. E tu non te ne vai, mamma? Non fuggi il lebbroso anche tu? Non ti turi la bocca per non bevere l'aria infettata? Donna Aldegrina. Figliuolo, non ti lagnare. Sei passato sopra i cuori che t'amavano. Tibaldo. E non v'è più speranza? non v'è pietà? Donna Aldegrina. Li lasci calpestare da un piede assuefatto allo zòccolo ignobile. Tibaldo. Son calpestato io stesso. Donna Aldegrina. Gli altri sono innocenti. Tibaldo. Io sono l'assassino?

Si leva, tremando, nel raccapriccio dell'accusa.

Tu lo credi? Gigliola te l'ha detto? M'accusa innanzi a te? Donna Aldegrina. Figlio, figlio, che tristo giorno è questo! È come un sogno nero che ci sòffoca Tremiamo tutti sotto una minaccia. Il sospetto s'acquatta in ogni canto. Tu te lo vedi innanzi, te lo senti alle spalle; e non puoi afferrarlo. Hai spavento di te stesso; e gridi le parole irreparabili. Tibaldo. Ho gridato? Che ho gridato, madre? La mia voce non è più dentro a me. Ho guardato il mio viso nello specchio e non mi son riconosciuto. Allora gli ho dato un colpo e l'ho spezzato. L'anima è andata in mille pezzi, s'è sparpagliata giù pel pavimento; e mi rivedo mille, e non mi riconosco. E veramente non so la verità che mi fu dimandata, non la so, madre. E tu che m'hai data questa povera anima, e tu m'aiuta a raccattarla, a rappezzarla. Pensa che il giorno in cui tu mi mettesti al mondo non vale più; ma questo giorno mi vale per l'eternità, se tu m'aiuti. Donna Aldegrina. Come t'aiuterò? Parliamo per coprire lo strepito ch'è in fondo ai nostri cuori. E ciascuno di noi è solo attento a quel che l'altro non ha detto. E sembra che il dolore abbia il volto dell'inganno. Tibaldo. Chiedi, interroga, frugami dentro, strappa da me la verità che sfugge agli occhi miei loschi. Per non vedere si sono torti; e avrò lo sguardo obliquo fin su la bara. Dimmi tu quel che vedi in questa miseria che ti trema innanzi. Donna Aldegrina. Ahimè, non v'è miseria eguale a quella che patisce la madre che non può più consolare!

Una pausa.

Tibaldo. Dunque... lo credi? Donna Aldegrina. Che debbo io credere, figlio? Tibaldo. Gigliola... t'ha parlato... Donna Aldegrina. Quando? Dianzi? E può essere vero? No, no, non ho voluto comprendere. Tibaldo. Ma come t'ha detto? Donna Aldegrina. Era discesa allora dalla stanza del fratello: aveva tolto via tutte le medicine... Tibaldo. Ebbene? Donna Aldegrina. Ho indovinato che il sospetto terribile era in lei; ma non dalle parole, perché s'è rattenuta davanti a Simonetto inconsapevole. Ho indovinato dalla tenerezza mortale ch'era in lei quando stringeva al petto quella povera creatura... corrosa di nascosto... Può essere? No, no, non può essere. Troppo grande infamia! Tibaldo. Oh! Oh! Perché son nato? Madre, perché m'hai messo al mondo? Questo mi serbavi nell'ora che ho fatto grido verso te perdutamente per essere aiutato all'ultimo passo! Scopriti gli occhi. Anche tu guarda dunque l'altra faccia dell'orrore.

Le prende le mani e le scopre il viso.

Sì, certo, quello che non può essere è. Non sapevo: e tu m'hai rivelato, non sapendo. Ma, certo, quello che non può essere è. Nè io so perché ma me l'attestano le mie vèrtebre stesse nel mio corpo frollo, ma me lo giura tutto il mio sangue che si risovviene nel mio cuore disfatto. La bestia velenosa è all'opera di morte e non si sazia. Donna Aldegrina. Abominio! Abominio! E tu lo dici! Ma allora? Tibaldo. Allora ascoltami, madre: se tu mi salverai nell'anima della mia creatura disperata, io farò quello a cui la mia viltà e il mio vizio ripugnano nel più profondo della mia radice, io compirò la liberazione incredibile, l'atto che nessuno attende... Hai tu compreso? Donna Aldegrina. Ah, non so, non comprendo. Tutto è buio. Un flagello implacabile disperde nella notte i superstiti tremanti. Beata quella che riposa in pace! Tibaldo. Ascoltami. Non ho voluto mai leggerti nelle pupille, per paura della risposta alla domanda cruda. Quella ch'è in pace, da qual mano fu sospinta d'improvviso nel silenzio?

La madre si copre la faccia novamente.

E ancóra mi nascondi il tuo dubbio o la tua certezza! Qui, dianzi, quella che Gigliola chiama serva con una voce che taglia il viso peggio della sferza, la femmina di Luco, la mia moglie legittima, in una frenesia d'odio, in una vertigine di còllera, a viso a viso le ha gridato: «Sì, è vero. Sono io. L'ho fatto.»

La madre tenta di alzarsi, fa l'atto di scostarsi.

No! Resta. Non mi fuggire. Non è tutto. Non è nulla, anzi, questo che t'ho detto. L'accusa era nell'aria, in ogni soffio, esalava da tutte le pareti, si celava nell'ombra delle vôlte, si disegnava nelle fenditure e nelle crepe come su le labbra vive, come negli occhi palpitanti. Il grido della bestia impazzata ha risposto ad un silenzio lungo che le diceva fissamente: «Sei tu.» Gigliola non ha dato crollo. Pareva che serrasse l'anima sua nelle sue mani ferme come un'arme affilata. Madre, madre, e dinanzi a lei, dinanzi a quell'anima nuda (la fronte gli occhi il mento, l'impronta mia, la simiglianza mia, il segno del mio sangue su quel viso figliale si palesava a me come non mai, in quell'attimo eterno con non so quale forza nuova, non so che rilievo mordace, comprimendomi, entrando nel mio petto spossato come un suggello di vita indelebile) o madre, e la nemica additandomi...

S'inginocchia ai piedi della vecchia, rotto dall'ambascia.

Scopriti la faccia, ti supplico! Ch'io veda quel che fa il tuo dolore! Guardami. Ecco, sono più tremante, più debole, più bisognoso d'aiuto che quando ti nacqui del tuo spasimo, brandello miserabile di carne animato dal gemito. Ch'io veda se puoi salvarmi o se sono perduto anche per te!

La madre lo guarda.

Sì, così.

Egli esita un istante.

La nemica additandomi ha detto: «E che farai? Sono coperta dal tuo padre. Due siamo, due fummo.»

La vecchia tenta ancora di alzarsi.

Madre, non mi lasciare. Stendimi le mani Ha creduto, ha creduto! Ho visto nella faccia disperata che la menzogna era creduta! E tu?

S'ode la voce di Angizia nel giardino.

La voce di Angizia. Non ti conosco. Vattene, pezzente! Non so chi sei. Ti gitterò le pietre. Ti farò divorare dal mastino. Ora lo sciolgo. Vattene! Va via! O grido al ladro. Fuori! Fuori! Non so chi sei. Vuoi dunque che ti scacci con le pietre?

Di là dal cancello, si scorge la femmina chinarsi a terra per lapidare.

Donna Aldegrina. Eccola, viene. Portami di là. Reggimi, ché le gambe non le sento più. Non le posso muovere. Non posso più levarmi, non posso camminare. Che è mai questo? Reggimi, Tibaldo, portami tu, trascinami là fino all'uscio. Eccola, viene. Tibaldo. Madre, è il destino. Rimani. Vinci l'orrore. Sii testimone del mio combattimento mortale. Per la morte e per la vita giudica tu. Non ho più nulla dietro di me. Son solo. Tutta la mia razza è scomparsa con tutta la sua forza cieca. I forti che m'hanno generato non m'aiutano più. Questa rovina non degna pure di schiacciarmi, tanto io sono poco per la sua grandezza. Tu stessa, madre, non sei mia: son nate da te due geniture avverse; e il tuo cuore diverge. Non t'ingannerai giudicando. Rimani. Devi. Questo è il giudizio senz'appello a cui mi serra il destino.

SCENA QUINTA.

Angizia chiude il cancello di ferro, e il colpo rimbomba sotto il voltone.

Angizia. O Tibaldo, hai sentito? Era là! Era tornato l'accattone, ancóra! Sai? quel serpàro di Luco. Hai sentito? Gli ho scagliato la pietra nella schiena. Ma, se si ardisce di tornare un'altra volta, bisogna scacciarlo col manico della granata... Non tu, che soffii. Mi ci metto io, con Bertrando; e vedi... Oh! Signora mia suocera, e che hai? Hai avuto paura? Tibaldo. Io col bastone come una bestia immonda scaccerò te... Angizia, volgendosi inviperita. Ah! ricominci? Tibaldo. Chiama tuo padre, ch'io ti riconsegni a lui perché ti schiacci il capo con la pietra che gli hai scagliata alle spalle. Angizia. Ma dunque non ti passa la smània? Ti rimorde la taràntola? Quello non è mio padre. Non ho padre. Tibaldo. È vero. Nasci dal putridume senza nome. Angizia. E m'hai raccolta? Tibaldo. Per averti spinta col piede, fuor del mucchio lurido, son rimasto infetto. Angizia. E m'hai legata a te per sempre? Tibaldo. Non v'è legame tra la bestia e l'uomo. È sacrilegio quel che ho fatto. Avevo perduto il senso umano. Angizia. Supplicata m'hai, piangendo, torcendoti per terra, quando volevo andarmene; m'hai presa ai ginocchi, hai posata la faccia nella polvere perché ti premessi il calcagno su la nuca. Tibaldo. E che tu mi rinfacci le vergogne, e che tu mi ricordi le viltà, ora, che importa? Ho rialzato il capo. Lo vedi. Angizia. Sì. Per poco. Per mostrarti a costoro che t'aizzano contro di me. Dianzi ti sei messa la maschera dell'uomo forte davanti alla tua figlia; ed ora te la metti davanti alla tua madre. Ma non m'inganni. Sotto, veggo il tuo viso senza sangue. Tibaldo. Oh, ecco, tu mi rendi il mio viso cotidiano. Alfine, lo ritrovo. È vero. Non conviene ch'io sia tanto terribile. Ora abbasso la maschera e la voce. E quel che deve esser fatto, sarà fatto con un sol gesto e senza grido. Angizia. Quando tu sarai solo con me, ti gitterai per terra, un'altra volta; e piangerai, e mi supplicherai. E nulla sarà fatto, perchè tu sei legato a me per sempre e legato due volte. E il legame segreto è palesato omai. E tu non osi, e nessuno oserà toccarmi. Tibaldo. Tu ripeti la menzogna inutile. Angizia. Che l'odano altri orecchi qui dentro. Tibaldo. Infàmia a vòto. Angizia. Veramente? Persuadi a tua figlia che la serva mentisce quando ti chiama complice e consorte. Guarda la vecchia, là. Tibaldo. È l'orrore di te, che l'impietra. Angizia. O Tibaldo, io non credevo che tu potessi impallidire ancóra di più. Tibaldo. E se mia madre parlasse e ti chiedesse una prova... che prova le daresti tu? Angizia. Che prova era contro di me quando tua figlia dianzi ripeteva a me: «Ti guardo»? E la vecchia ti guarda. E non hai più colore di vita e non hai gocciola di sangue che non sia ghiaccia nel tuo cuore; e fai uno sforzo disperato per non battere i denti — anzi, ecco, la mascella ti tradisce — come la notte d'or è l'anno, quando salisti a piedi scalzi, di nascosto, nella mia stanza buia e mi cercasti brancolando e venisti a coricarti accanto a me, perché non potevi star solo; ed io sapevo il tuo consentimento coperto e tu sapevi il compimento della mia mano pronta. E ci stringemmo; e fummo due, per la vedovanza e per le nozze. Non ti ricordi? Sei convinto? Basta, ora. Questo doveva esser detto, per pegno del silenzio... che si poteva rompere. Tibaldo. Madre, hai udito? Resti immobile.

La madre non può parlare.

Hai creduto? Credi?

La madre resta immobile.

Io sono il tuo figlio folle e vile e perduto. E costei mescola la sua colpa alla mia follìa così ch'io non potrò dissepararne l'anima mia giammai né salvarmi innanzi a te. Lo so. Perduto sono. Ma costei che m'accusa, che m'incatena al suo delitto, che s'aggrava con tutto il peso della sua perfidia sopra ciascuna sillaba della menzogna sua come sopra la vittima, costei, costei è quella che mistura i rimedii dell'ammalato... Angizia. Non è vero! Come lo sai? Chi te l'ha detto? Tibaldo. che apre e fruga per tutto e ruba con le chiavi false... Angizia. Non è vero! Tibaldo. che scaglia la pietra nella schiena del suo padre... Angizia. Non è mio padre, no! Non lo conosco. Tibaldo. che s'accoppia dietro gli usci e nei ripostigli col mio fratello nemico... Angizia. Non è vero! Diglielo in faccia, chiedilo a lui, affróntalo. Tibaldo. che insozza tutta la casa, corrompe, avvelena, appesta tutto... Angizia. E ieri t'aggrappavi alla mia gonna come un bàmbolo! Tibaldo. costei è la bestia selvaggia senza nome, è la devastatrice che bisogna distruggere.

Si getta su la femmina come per strangolarla.

Angizia. Ah! Sei pazzo? Che mi fai? Pazzo! Pazzo! Ti penti. Chiamo Bertrando. O vecchia, gridagli!

La vecchia rompe l'immobilità dell'orrore e si leva con un grido. Tibaldo lascia la presa.

Donna Aldegrina. No, Tibaldo. Tibaldo, indietreggiando. No, no, madre. Lascio. La lascio. Non davanti a te.

Illustration from La fiaccola sotto il moggio
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