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La fiaccola sotto il moggio

ATTO PRIMO

Reading edition

Illustration from La fiaccola sotto il moggio

Appare un'aula vastissima nella casa antica dei Sangro costrutta sul dosso ineguale del monte. Alla robustezza della primitiva ossatura normanna tutte le età han sovrapposto le loro testimonianze di pietra e di cotto, dal regno degli Angioini al regno dei Borboni. Ricorre all'intorno un ballatoio ricco di sculture, sopra arcate profonde; delle quali alcune sono tuttora aperte, altre sono richiuse, altre sono rette da puntelli. Delle tre in prospetto, la mediana prolunga la sua vôlta verso il giardino che splende, di là da un cancello di ferro, con i suoi cipressi le sue statue i suoi vivai; la destra mette a una scala che ascende e si perde nell'ombra; la sinistra, ornata in ciascun fianco da un mausoleo, s'incurva su la porta della cappella gentilizia che a traverso i trafori di un rosone spande il chiarore delle sue lampade votive. A destra gli archi, più leggeri, sorretti da pilastri isolati, si aprono su una loggetta del Rinascimento a cui fa capo un ramo della scala che discende nella corte. A sinistra, nel muramento d'un arco è praticata una piccola porta; e quivi presso, armadii e scaffali son carichi di rotoli e di filze. Cumuli di vecchie pergamene ingombrano anche il pavimento sconnesso, sopraccàricano una tavola massiccia intorno a cui son seggioloni e scranne. Busti illustri su alte mensole, grandi torcieri di ferro battuto, cassapanche scolpite, una portantina dipinta, alcuni frammenti marmorei compiscono la suppellèttile. Una fontana di gentile lavoro, dominata da una statuetta muliebre, alza nel mezzo dell'aula la sua conca vacua. E il tutto è vetusto, consunto, corroso, fenduto, coperto di polvere, condannato a perire.

SCENA PRIMA.

Donna Aldegrina è seduta presso la tavola, intenta a consultare le pergamene dell'archivio. Benedetta torce il fuso, Annabella gira l'arcolaio. Il sole pomeridiano entra dalla loggetta.

Donna Aldegrina. Annabella, Annabella, non senti come tremano le mura? Che è mai questa romba? La casa crolla? Annabella. È Probo di Gonnàri che dà fuoco alla mina, che rompe i massi con le mine al monte, al Monte Picco delli Tre Confini in Serra Grande. Donna Aldegrina. Dalle fondamenta scote la casa. Ora me la dirocca! Benedetta, non vedi che s'allarga la fenditura, là, nella travata? E ancora non fu messa la catena! Questo Mastro Domenico di Pace dunque non viene mai? Vuole la nostra morte? Benedetta. Lavora dalla parte delle logge, o Signorìa, con vénti manovali, a mettere puntelli e stanghe e sbarre; e dice che gli tocca lavorare anco stanotte al lume dette fiaccole; ché quella parte è tutta crepe e crepacci, e pende che a vederla fa spavento. Il pietrame si sgretola, si scioglie in sabbia, come tufo; anco il mattone, peggio che crudo fosse. Annabella. Questa mane è rotolata già dalla sua nicchia la Regina Giovanna; e il Re Roberto tentenna, Signorìa. Benedetta. E l'aquila è caduta dal sepolcro del vescovo Berardo. Annabella. Anco la fontanella di Gioietta ammutolita s'è. La gromma intasa tutto: le tre cannelle sono secche.

S'alza. Va a sollevare il disco di pietra nel pavimento. Prova a dar l'acqua.

Gira e volta la chiave nel chiusino, l'acqua non passa più!

Lascia ricadere il disco. Guarda la fontana.

Una cannella sola ancóra dà una gocciola ogni tanto. Peccato! Ci teneva compagnia. Benedetta. Pericola il soffitto nella stanza della contessa Loretella. E tutti gli specchi torbi intorno si son rotti (piano, fuso, che non si rompa il filo) dove ci si vedeva nelle macchie non so che cose del tempo che fu. Annabella. Ci si vedeva il viso della contessa, e l'appannava il fiato suo, come dietro il vetro d'una finestra quando s'aspetta che uno passi e gli occhi attenti si velano alla pena del fiatare, (piano, arcolaio, ché la matassa è scura) e solo sta quel velo innanzi agli occhi, e solo passa il tempo, e nulla più. Benedetta. Caduti sono i travicelli e gli émbrici sul pavimento; e c'è piovuto: un croscio d'acqua, un rovescio di gragnuola: ed ora svolacchiano le rondini pel varco... O Signorìa, che pensi? Donna Aldegrina. Dove sarà Gigliola? È la vigilia della Pentecoste oggi. Annabella. Oggi fa l'anno. Benedetta. Verso sera. Annabella. Non volle detta la messa di requie stamani. Vuol che si dica dopo Pentecosta. Chi sa perché! Donna Aldegrina. Dove sarà Gigliola? Benedetta. Nel giardino sarà per la ghirlanda. Annabella. A cogliere i papaveri selvaggi? Ma di quel rosso non si fa ghirlanda. Men sùbito s'accaglia il sangue sparso che quello non si guasti. O Signorìa, tutto inselvatichito è il tuo giardino, e tristo come il campo di nessuno. Anche i pavoni l'hanno abbandonato. Donna Aldegrina. Dove sarà Gigliola, ed il suo cuore? Annabella. Va per la casa, per le cento stanze va come ieri andò, come andrà sempre, con quel suo cuore che tanto le pesa. Tanto le pesa che s'è fatta curva. E non ha pace, e non si stanca mai. E va di porta in porta, ecco apre un uscio, dietro a sé lo chiude, sale una scala, scende un'altra scala, piglia un andito, passa un corridore, a una loggia s'affaccia, attraversa una corte, sparisce in un androne; e risale e riscende e non ha pace e cerca cerca cerca e mai non trova... Ah, questa casa chi la fabbricò tanto grande? e perché con tante porte? A quanti mali ei volle dare albergo?

S'odono voci di fatica lontane e confuse. S'ode la cadenza che accompagna lo sforzo.

Benedetta. I manovali vociano. Donna Aldegrina. Annabella, Annabella, odi un rumore fondo? Qualche cosa rovina in qualche parte, laggiù... Corri, guarda. Annabella. No. Signorìa, non paventare. È il fiume che mugghia, è il Sagittario che si gonfia nelle gole. Si sciolgono le nevi ai monti, alla Terrata, all'Argatone; e il Sagittario sùbito s'infuria.

Mentre Annabella parla, l'ombra d'un uomo appare contro il cancello in fondo all'arcata di mezzo. Appare e dispare.

Benedetta. L'uomo, l'uomo! L'ho visto dietro il cancello, che spiava... Donna Aldegrina. Quale uomo? Chi è?

Annabella corre al cancello e guata.

Benedetta. Stava alla posta; e sùbito s'è ritratto. È passato per la muraglia rotta, là, dietro la fontana della Ginevra, certo. L'hai tu scorto, Annabella? Donna Aldegrina. Ma quale uomo? Benedetta. Da ieri sera un uomo gira intorno alla casa. È un serparo: porta i sacchetti di pelle caprina alle spalle, alla cintola; ha il suo flauto di stinco per l'incanto, e su le mani e sui polsi è marchiato dal ferro della mula di Foligno. Signorìa, non udisti iersera quel richiamo ch'ei faceva col flauto ad ora ad ora sotto le finestre? Annabella. L'ho traveduto: s'è gettato a terra, e sguiscia sotto i bòssoli, laggiù, verso il Vivaio. Donna Aldegrina. E perchè viene? Ha fame forse. Vuol far ballare le sue serpi innanzi a noi. Ditelo a Simonetto, che questo gioco almeno lo rallegri. Benedetta. Non per questo è venuto, Signorìa. Ha già parlato, ha dimandato. Cerca la femmina di Luco. Donna Aldegrina. Angizia? Benedetta. Vien dal Fùcino, dai boschi dei Marsi. Donna Aldegrina. Ebbene? Benedetta. Dice ch'è parente. È forse il padre. Certo, le somiglia. Ha li stessi occhi. Donna Aldegrina. Ah figlio mio demente! Annabella dalla loggetta. Signorìa, Don Tibaldo è nella corte col fratellastro. E Don Bertrando sembra che s'adiri. Hanno diverbio tra loro.

SCENA SECONDA.

Gigliola discendendo la scala esce dall'ombra del voltone, vestita di gramaglia, in atto d'inseguire perdutamente qualcuno che le sfugga, pallida, anelante, con gli occhi allucinati. S'arresta e vacilla. Ha la voce rotta.

Gigliola. Nonna, sei qui? sei tu? Donna Aldegrina. Gigliola! Gigliola. Sei qui, nutrice, Annabella! Benedetta! Donna Aldegrina. Che hai? Dove correvi? Annabella. Perchè tremi? Benedetta. Chi t'ha fatto spavento? Gigliola. Nonna, nonna, non l'hai veduta? Dimmi! Donna Aldegrina. Chi, cuor mio? Chi? Gigliola. Non era avanti a me? Non è passata? Donna Aldegrina. Chi? Annabella a bassa voce. Non dimandare, Signorìa. Tu lo sai. Non dimandare! Guardale gli occhi.

Gigliola, subitamente dominando l'ambascia, mentre la visione le si spegne nelle ciglia.

Sono pazza. Questo tu vuoi dire, nutrice? Ho la pazzia negli occhi. Me l'ha data in contagio quella povera zia Giovanna, forse; che lassù, che lassù nella prigione urla, e nessuno l'ode. Ancora un giorno, un giorno solo, e poi... Nonna, domani è il dì di Pentecoste. Questa notte è la festa delle lingue di fuoco. Se lo Spirito viene anche su me, io che ho sempre taciuto, parlerò.

Si siede presso la fontanella.

Donna Aldegrina. Non t'appenare. Non ti divorare così l'anima tua. Giovine sei. Pensa a una casa nova, pensa al nido ove un giorno tu ricomincerai la tua canzone con la tua gola fresca. Gigliola. Oh, che dici? che dici? La parola più crudele! L'orrore su le labbra più care! Dove soffro tu mi tocchi. E lo sai. Non ho qui nella gola anch'io la lividura e il gonfiore e la piaga, e la secchezza sempre? Io non porto le stìmate di Cristo, i segni della passione santa. Ma le stìmate porto di quella carne che mi generò. E ne sanguino e brucio. Non mi fu medicina il mio silenzio. Oggi fa l'anno che mia madre cadde nella tagliuola orrenda, tratta fu all'insidia impensata, presa fu dall'astuzia selvaggia nell'ordegno di morte... Ah, ecco il giorno! Oggi parlo, se il dubbio è verità.

Si solleva agitata.

Donna Aldegrina. O Gigliola, mio cuore, tenerezza e spina del cuor mio desolato, o Gigliola, o tu piccola, sempre, pe' capelli miei bianchi, non mi fare paura, non m'affannare così! D'improvviso divampi. Tutta m'appari affocata dalla tua febbre nascosta, agitata dal tuo sogno furente; e la tua faccia si muta, e si muta la tua voce; e più nulla di quel che in te fu la grazia del primo fiore e fu il pane mio dolce fra tanta amarezza, più nulla rimane. E più non so se tu sii quella che appoggiava la gota a questi poveri ginocchi ed ascoltava senza batter le ciglia la mia favola lunga. Gigliola. T'ho fatto pena. Che ho detto? Nulla. Mi si svanisce il capo, qualche volta, non so. Tutto va, tutto passa. L'ombra è là, e nessuno deve guardarla. I giorni sono eguali, e si vive. È vero. Si può vivere in pace, e avere gioia da un fil d'erba che trema sul davanzale al soffio che viene non si sa di dove, non si sa di dove! Si può vivere in pace e avere gioia dalla piuma che cade, dal volo d'una rondine... Sì, mi ricordo. Vedo ogni mattina Assunta della Teve seduta su la sedia sua di paglia, laggiù nel vano della sua finestra, che cuce le lenzuola, ed è tranquilla; e i giorni sono eguali; ed ella s'alza quando il padre torna; e non si sente ella mancare il cuore per pietà di quel povero sorriso che l'uomo fa con le sue labbra smorte quando gli passa nella schiena il freddo della vergogna... Donna Aldegrina. Oh perchè, se sei dolce, mi fai più pena? Hai gli occhi asciutti; e sembra che ogni parola tua traversi un mare di pianto, prima d'arrivare a me. Sièditi. Gigliola. Sì. Ecco, mi siedo. Sono in pace. Appoggerò la gota ai tuoi ginocchi, come allora. Non si deve soffrire. Cucirò i teli, come Assunta della Teve, seduta accanto alla finestra. E quando verrà mio padre, non lo guarderò, perché non faccia quel sorriso. E quando verrà la moglie di mio padre, allora m'alzerò come innanzi alla padrona mia legittima. O nonna, sì, lo so: per ciascuno viene la volta del servire. Quella spazzava tra due porte, con le braccia nude e la gonna rialzata ai fianchi, e il vento del riscontro le sollevava intorno l'immondezza e glie la rigettava contro il viso... Mi ricordo. La vedo. Donna Aldegrina. Ora il tuo capo pesa come il bronzo; ch'era così leggero! Gigliola. Pesa? Dimmi: perché mille pensieri insieme non hanno il peso d'un pensiero solo, quando è solo? Io lo scuoto, e me ne libero. Si può vivere in pace. Che cosa mai accade? Nulla. I giorni sono eguali, e si vive. Il mio fratello è ancóra nel suo letto con la fronte voltata verso il muro. È sempre stanco, e pieno di terrore. Ma vive. Ascolta i passi che fa la zia Giovanna nella stanza di sopra, rinchiusa a doppia chiave; i passi e i balzi e i gridi sordi conta, ch'ella fa per sfuggire a quello sconosciuto ch'è rinchiuso con lei, a quell'essere enorme e beffardo ch'è nato a poco a poco dalla malattia, che s'è nutrito e ha fatto l'ossa ed ora è il compagno e il nemico, il custode e il padrone; che ha più carne di lei, che ha più soffio di lei, che la guarda, le parla, le s'accosta, la tocca, le rifiata vicino intollerabilmente, visibile e palpabile per lei sola... Donna Aldegrina. No, no! Taci.

Ella pone le sue mani scarne su la bocca di Gigliola.

Sei devastata, sei disperata fino a dentro, sei bruciata fino alta radice. Tutto quel che è misero e offeso e rotto e agonizzante parla per la tua bocca. Sei la voce della nostra ruina, di tutte le ruine senza scampo. O mia povera povera povera creatura, piccola anima mia, per me piccola sempre, chi ti consolerà? chi t'inumidirà un'altra volta queste pàlpebre secche? Ahimè! Ahimè! Una pietra, una terra calcinata, una stoppia riarsa. E che farò per te io vecchia e lógora? Chi mai chi mai farà per te nel mondo alcuna cosa, o piccola mia sola? Gigliola. Io, io farò. Fare bisogna, fare bisogna. Alzarmi debbo, restar diritta in piedi fino all'ora di coricarmi. Baciami la fronte. Mi bacerai a sera un'altra volta. Così. M'alzo. Il coraggio non vacilla. Stanotte i manovali lavoreranno al lume delle fiaccole. Non lo sai? Tutta notte. Anch'io anch'io laggiù, in qualche parte, ho una fiaccola rossa nascosta sotto il moggio, sotto un moggio vecchissimo nascosta che non misura più perché non tiene più né grano né orzo. Entro i cerchi di ferro rugginoso ha le doghe sconnesse. Quella terrò nel pugno, a rischiarare il travaglio notturno intorno alla ruina. E se la casa crolla io sono certa che una sepoltura resterà ferma e immune. Lo prometto. Donna Aldegrina. Gigliola, dove vai? Gigliola. A promettere.

Entra sotto l'arcata dei mausolei: sparisce per la porta della cappella.

Donna Aldegrina. Séguila, Annabella. Séguila in ogni passo. Non la lasciare mai. Ho paura, ho paura. Annabella. Signorìa, non m'attento. Vuol sempre stare sola quando scende alla Cappella e s'inginocchia a quella sepoltura. Posso mettermi là, dietro la porta. Donna Aldegrina. Non la lasciare. Va. Tu, Benedetta, guarda chi è su per la scala bassa. Benedetta, origliando. È la voce di Don Bertrando. Sale col fratellastro. Sento anche la voce di Don Tibaldo. Donna Aldegrina. Si sarà levato Simonetto? Che ora è? Benedetta. Quasi ventun'ora, Signorìa. Donna Aldegrina. Va, va di sopra. Guarda se dorme ancóra. Non lo risvegliare se dorme. Ma se è sveglio fa che si levi, e prenda la medicina. Benedetta. Signorìa, non vuole la sorella che prenda medicina se non glie la prepara con le sue mani. Donna Aldegrina. Perché? Benedetta. Io non so. Ha il suo pensiero. Donna Aldegrina. Salgo anch'io fra poco. Annabella! Annabella!

La vecchia scompare sotto l'arcata chiamando sommessamente la nutrice. Con lei entra nella cappella. Benedetta si avvia su per la scala, sospirando.

SCENA TERZA.

Entrano, per la scala che dà su la loggetta, sotto l'armatura di travi e di corde, Tibaldo de Sangro e Bertrando Acclozamòra, i fratellastri.

Bertrando. Dunque rifiuti? È l'ultima parola? Tibaldo. Non ho manco un tornese! Non so come farò a pagar la giornata dei manovali. E se non pago, Mastro Domenico di Pace lascia che tutto vada a precipizio: leva i puntelli. Intendi? Bertrando. Tu mentisci. Tibaldo. Vedi: mia madre fruga tutte le cartapecore degli scaffali, mette sottosopra l'archivio, lo riscontra a filza a filza, ci si logora gli occhi... Ah, se si ritrovasse l'istrumento di quel vincolo fidecommissario, nella lite che abbiamo coi Mormile! Bertrando. Non divagare. Ti domando ancóra una volta: mi dài quella miseria? Tibaldo. Ma se ti dico che non ho un tornese! Credimi. Bertrando. Tu mentisci. Non riscotesti ieri da Crescenzo Castoldo centoventi ducati di caparra pel grano che gli devi consegnare dopo la mietitura? Tibaldo. Non è vero. Bertrando. Hai coraggio di negarlo! Bene ti s'è indurato il sangue su cotesto viso giallo, come la sugna ràncida nella vescica risecchita. Tibaldo. Ancóra cerchi di sopraffarmi con l'ingiuria. È il raccolto del campo di Malvese, ch'è di mio figlio, dell'eredità di sua madre. Bertrando. Ma il frutto è tuo. Tibaldo. Non posso toccarlo. Bertrando. Tu! tu che conficchi ovunque le tue granfie ed hai solo lo scrupolo del tarlo che ha roso il Cristo e non voleva rodere il chiodo! Razza dei Sangro. Tibaldo. Ma chi, ma chi è che mi succhia, chi è che mi dissangua da vent'anni senza tregua? Bertrando. Di tutto il mio ti sei impossessato con l'usura. Tibaldo. Quali erano i beni degli Acclozamòra? Bertrando. Incominciò tuo padre a spogliarci. Tibaldo. Di che? Fra la Serra dei Curti e il Sirente avevate i vostri latifondi? Ovìndoli è paese di pecorai. Bertrando. Avevamo Celano, avevamo Paterno, Aielli... Tibaldo. Al tempo degli Aragonesi, sotto il buon re Alfonso. Ti ripigliò mio padre nella casa, te con tua moglie, quando non t'era altro rimasto se non un branco di cinquanta pecore, le formelle di faggio e le casciaie. Bertrando. Nominarmi il tuo padre tu osi e rinfacciarmi il benefizio! Qual benefizio? A me restituire doveva quel che a me minore avea frodato. La tutela fu il latrocinio guarentito. Parli, parli quella che è vedova due volte... Tibaldo. Tu di tutte le infamie ti lordi la tua bocca di mastino; e sempre tu sei pronto ad addentare fino al sangue e all'osso, se non ricevi l'offa. Bertrando. Non aizzare il mastino, Tibaldo. Tibaldo. Che vuoi da me? ch'io mi ti dia legato mani e piedi? vuoi darmi la sorte di Giovanna? seppellirmi vivo fra quattro mura? e gavazzare poi con le tue scrofe e coi tuoi bardassoni su gli avanzi dei Sangro? Metti almeno un bavaglio alla vittima, ché troppo si sente gridare; e v'è taluno che volge il capo in su. Bertrando. Guardami fiso, guardami negli occhi, tu che parli di vittime. Ben una t'è stampata in fondo alla pupilla, o vedovo di Mònica, marito della femmina marsa. Tibaldo. Oh! Oh! Una mi vedi nella pupilla? Sono io stato fiso? E certo m'hai veduto impallidire.

Ride sardonico.

Bertrando. Sei la vescica di grassume smorto che non si muta. Tibaldo. Almeno tu mi vedi tremare. Guarda come mi tremano le due mani. Ho il parlético. Bertrando. La malattia ti rode le vertebre. Finito sei. Tibaldo. O Giudice profondo, e che farai se l'assassino è pallido e tremante anche quando gli dici che hai veduto una milza di bue penzolare alla porta d'un macello? Bertrando. Non ridere, non ridere così; o ti schiaccio su i denti il ghigno. Tibaldo. E che farai, Giudice, se ogni sera l'assassino scaccia di sotto al letto con la scarpa il rimorso importuno? Con una vecchia scarpa, come si scaccia un sorcio. Bertrando. Ridi, ridi; e nel bianco degli occhi hai lo spavento. E il tuo riso di dentro cigola, peggio che una vecchia imposta sconquassata lassù nell'ultima finestra lassù perduta sotto la grondaia rotta. Il vento la strappa dagli arpioni. E ti casca sul collo e te lo stronca. Bada che la tua beffa non ti ritorni sopra d'un colpo. Tibaldo. Sì, mi bado. Non passo già per gli anditi scuri né per le scale strette, quando sei nella casa. Bertrando. T'odio, con ogni goccia del mio sangue contro ogni goccia del tuo. Intendi? Tu m'ingombri. Il tuo fiato m'attossica l'aria che serve al mio polmone. Fino nel ventre di mia madre tu m'hai preso il mio posto: sei venuto dopo di me nel conio della mia razza, tu mollume senza scheletro, nato dal seme d'un vecchio. E l'essere tu nato mi fu sempre un sopruso che mai non seppi perdonarti. Intendi? E di nessuna carne umana sento ribrezzo come della tua; né so perché. L'ho dentro le midolle, cieco e bestiale. Tutto di te m'offende: il passo, il gesto, il riso, il respiro, lo sguardo. Quella bolla bianchiccia di saliva che ti nasce nel canto delle labbra se ciarli, mi fa ira, m'esaspera. Ho un rancore mortale contro le tue mani flosce che mostrano l'enfiore del mal cardìaco...

Tibaldo subitamente s'accascia.

Tibaldo. Ohimè! È vero, è vero. È l'edema, è l'edema molle e freddo che cede al dito e resta là col cavo. Il mio cuore è ammalato. Morirò di sùbito passando quella porta. E tu prendilo e gettalo nel letamaio, questo mio cuore, come un fico putrefatto; e una gallina lo trovi raspando e se lo porti nel becco a pollaio... Bertrando, io t'ho negato quei cinquanta ducati, mentre debbo morire! Te li darò. Aspetta.

Bertrando gli si avvicina.

Bertrando. Soffri? Hai tremor di cuore? Io non voleva farti violenza. Ma tu lo sai: mi lascio trascinare dalla collera... Soffri? Tibaldo. Te li darò. Ma non li ho qui. Bisogna che tu venga con me... Bertrando. Dove? Tibaldo. Dove ho accumulato... Bertrando. Dove? Tibaldo. Ah, se potessi confidarmi in te come nel mio fratello! Bertrando. Non sono il tuo fratello? Tibaldo. M'odii, con ogni goccia del tuo sangue. L'hai detto. Bertrando. Sì, nell'impeto dell'ira. Ti piaci d'aizzarmi: ti fai beffe di me... Ma poi tu stesso ridi della mia furia. Tibaldo. Non m'hai più odio! Posso confidarmi dunque? Bertrando. Parla. Tibaldo. Il tesoro... Bertrando. Dov'è? Parla. T'ascolto. Non temere. Tibaldo. Tu sai la vecchia diceria che corre tra la gente d'Anversa, e per tutta la valle del Sagittario, e dalla Forca d'oro alla Terrata fra i pastori. Bertrando. Sì, la so. Tibaldo. La casa magna dei Sangro, quella delle cento stanze, tutta crepacci e tutta ragnateli, che da tutte le bande si sgretola, e nessuno ci rimette pur una mestolata di calcina... Bertrando. Si, sì, la so. Tibaldo. E la famiglia fa magra cucina. E dentro un muro cieco è nascosto il tesoro di Don Simone; ed ogni primogenito eredita il segreto e l'avarizia... Bertrando. Ebbene? Tibaldo. Quanto sei impaziente, fratello! Vuoi che ti dica come stride ogni chiave arrugginita? come cigola ogni uscio sgangherato? Vuoi che ti nòveri tutto quel che si macchia, quel che si scolora, quel che si sloga, si curva, si sfalda, s'ammolla, cola, marcisce? Bertrando, oscurandosi. Tibaldo, non divagare. Tibaldo. Ascolta. Ho un po' d'affanno.

Ansa e soffia, simulando.

Ascolta. Il mio figliolo Simonetto è infermiccio, ed è svanito, anch'egli — ahimè — di vita troppo breve. E se ne va la primogenitura... Ah se tu non mi fossi tanto nemico! Acclozamòra contro Sangro. Bertrando. Io nemico? Oh no! Tibaldo. M'ingiurii sempre. Bertrando. Ma senza fiele. Per caldezza di sangue. La stessa madre ci portò. Se tu non mi rinneghi, io sono il tuo fratello, a cuore aperto. Le parole volano. Dimentica, ti prego. Ecco la mano.

Tibaldo rompe con uno scoppio di scherno la sua simulazione.

Tibaldo. Tieni: un ducato, un ducato! Non vale di più questo tuo sùbito amor fraterno. Tieni. Per un ducato, lo compero. Bertrando. Ah mulo! Tibaldo. Prendilo dalla mano floscia. Ancóra mi regge al riso il cuore ammalato. Anzi questo mi giova meglio che la digitale. Bertrando. Non ti giova. Ti metto sotto i piedi, ti spezzo quel tuo dosso di buffone! Ah, per dio, questa volta non ti salvi da me. Ti faccio mordere, giuro, i tuoi calcinacci. Tibaldo. Lasciami! Bruto! Bruto! Bertrando. Giù! La nuca a terra! Acclozamòra contro Sangro. Tibaldo. No! Lasciami! Assassino! Bertrando. Mordi come una femmina... Tibaldo. Assassino!

SCENA QUARTA.

Appare la madre, accorrendo dalla cappella. E dietro di lei viene Gigliola, seguita da Annabella; e rimangono quivi in disparte.

Donna Aldegrina. Figli! Figli! Bertrando! Ah vergogna, vergogna! Forsennati! Non avete onta? Mi volete morta d'orrore? Su, gettatevi contro me. Su, rompetemi il mio petto. Su, squassatemi i miei capelli bianchi, più bianchi di dolore che di vecchiezza, e per voi, figli tristi, per voi nati da me, dalle mie viscere dilaniate. Ma che latte mai vi diedi io, che latte malvagio, perché me lo rendiate in stille e in sorsi di tòssico, ogni giorno? O Bertrando, o selvaggio, che follìa t'ha invasato? Sempre in guerra sei. Dove tu tocchi lasci l'impronta dell'artiglio. Sempre teso a nuocere. Metti dunque la mano anche su me. Soltanto questo ti resta. Bertrando. Taci, madre. So che non m'ami, da quando ti fu grave l'esser fedele ad una tomba, e guasto mi fu il mio nido, e imposta mi fu la servitù verso gli intrusi sempre più dura; e il vecchio nome, il mio, ti sonò male come una rampogna. Donna Aldegrina. Misero te! Non è la prima volta che tu mordi tua madre alla mammella. Bertrando. Non mordo io già. Costui, vedi, ha tentato di mordermi le dita con i suoi denti di coniglio. E tu proteggilo. Proteggi costui che ha il viso smorto e il fiato grosso. Ei n'ha bisogno. Ma consiglialo a restar nascosto lungo tempo sotto le coltri. Donna Aldegrina. O selvaggio, non vedi che la sua figlia è là con la faccia nascosta? Bertrando. Dille che, s'ella guarda nella pupilla al vedovo riammogliato, se gli guarda in fondo, vedrà... Donna Aldegrina. Bertrando! Bertrando! Bertrando. Sì, taccio. Addio, madre. O Tibaldo, il tuo ducato, guarda, è rimasto per terra: mostra il rovescio. Bada! Raccàttalo e sii cauto.

Spinge col piede la moneta verso il fratellastro; poi apre la porta sinistra per uscire.

Addio, madre. Donna Aldegrina, seguendolo. Bertrando, non andartene così. Ti prego! Torna in pace. Stendi la mano al tuo fratello. Bertrando. Per un ducato?

Esce.

Donna Aldegrina. Aspetta! Ascolta la tua madre. Ti prego!

Segue il figlio, che non si volge.

SCENA QUINTA.

Tibaldo de Sangro rimane seduto, tra le cartapecore, a capo chino, ancora affannato dalla lotta e pallidissimo. Gigliola leva il capo, guarda il padre, cammina verso di lui. S'odono le voci di fatica lontane.

Gigliola. Vattene, Annabella.

Si sofferma e segue con lo sguardo la nutrice che; se ne va silenziosamente, su per l'ombra della scala. Poi s'accosta al padre, e la voce le trema.

Padre, son io. Non c'è nessuno più. Son io sola, con te.

Egli si leva, timidamente, vacillando un poco, senza osare di guardare in viso la figlia.

Tibaldo. Gigliola! Gigliola. Oh no, non devi sorridere così. Tu mi faresti meno male, se tu mi calpestassi. Tibaldo. Non ti devo sorridere... Perché? Ti faccio male... Non so... Lascia allora ch'io mi metta in ginocchio avanti a te, figlia. Non so che altro potrei, figlia, ora. Tu no, non mi faresti male se tu mi calpestassi. Ma ti benedirei. Gigliola. No, no, non in ginocchio. Sta diritto.

Una pausa. Corruga le ciglia.

Chi ti voleva piegare la nuca a terra? Tibaldo. Figlia, abbi pietà del tuo padre se tu sei stata testimone della vergogna. Gigliola. Tremi tutto. Sei più bianco della tua camicia. Tibaldo. Soffro un poco. Gigliola. Certo, tu non tremi... è vero? tu non tremi... per quello. Tibaldo. Per quello?

Una pausa.

Gigliola. Padre! Tibaldo. Di': che hai? che vuoi, Gigliola? Parla. Gigliola. Tu non hai paura. Tibaldo. Di chi?

Una pausa.

Gigliola. Gli hai morso la mano. Tibaldo. Gigliola... Gigliola. Forte? Tibaldo. Che mi domandi! Gigliola. Forte dovevi. Tu non hai paura; è vero? Tibaldo, balbettando. Ma che hai? Che mi domandi! Se tu hai veduto quello che non doveva esser veduto dagli occhi tuoi, perdónami, perdónami. Gigliola. Tutto ho veduto, veggo. Non ho più ciglia: sono senza pàlpebre: gli occhi miei non si serrano più, non battono più. Veggo, terribilmente. Tibaldo. Gigliola sei? Che mai avvenne? Chi ti dà questa forza? Che gridi, quanti gridi nella tua voce sorda! Gigliola. Dimenticato avevi il suono della mia gola ferita. Tibaldo. Rimasta eri velata per me, tutta velata dal tuo lutto, in disparte. Gigliola. T'è nuova la mia voce? Per un anno in silenzio ho portata la piaga senza sangue, la piaga che fu fatta anche a me in un punto, lo sai, qui d'intorno al respiro... Tibaldo. Come ti guarderò? Eri velata. Vivere ho potuto, esiliato dall'anima tua, con l'amore dell'esule pel piccolo giardino ove non entra più... Gigliola. Tutto è arso. Non aver parole di tenerezza per la creatura abbandonata nell'orrore, sola, come in fondo al burrone, come in mezzo al ghiacciaio. Ma guardami; ma leva gli occhi. Guardami quale sono: non più piccola e neppure più dolce... Nulla di giovine è rimasto in me. Passata in un anno è la mia primavera. Mi sono maturata non al sole ma all'ombra, all'ombra d'una sepoltura. Guardami; ché devo interrogarti, e il tempo incalza. Ho fretta.

Con uno sforzo angoscioso il padre solleva le palpebre, la fisa.

Tibaldo. Oh, l'orrore, l'orrore nella tua faccia, gli occhi senza pàlpebre! Figlia, e m'odii anche tu? E chi t'ha fatta così dura? Dimmi. Gigliola. Ti ricordi? Fra poche ore viene quell'ora: verso sera. Mia madre fu chiamata; e la povera entrò nella stanza già scura. E, poco dopo, quell'altra, la serva tortuosa, la femmina di Luco, escì gridando. E già la vittima non si moveva più... Tibaldo. No, no, non seguitare! Gigliola. Bisogna che tu m'oda, e che tu mi risponda. Quell'altra è la tua moglie oggi. Tu me l'hai data per padrona. Mi fu tolta la madre e mi fu data per padrona colei che con lo straccio lavava il pavimento. Non è vero? Ma guardami! Tibaldo. Non posso più. Non ho più forza. Gigliola. Eppure bisogna che, con gli occhi negli occhi, a viso a viso, tu mi risponda. Tibaldo. Sùbito parla. Dimmi che vuoi. Ti guardo. Gigliola. Sai la verità? Tibaldo. Ma quale? Gigliola. No, padre, no, non mi sfuggire. Tieni ferma l'anima tua nella pupilla come ho ferma la mia. Chi la fece morire? La verità! La verità! Tibaldo. Non fu la sorte iniqua? la percossa cieca? Gigliola. Oh ti supplico, padre! Non mi mentire. Parlami come s'io fossi moribonda, come se dopo io mi dovessi avere negli orecchi e nella bocca il suggello per sempre. Non lo sai? Non sospetti? Quell'altra che uscì gridando... Tibaldo. No, no! Gigliola. Ma sei tutto bianco. Tibaldo. Oh! Oh! E tu pensi, figlia, tu pensi di me questa infàmia: ch'io t'avrei sottoposta a tanto orrore nella casa dove mi nascesti, ch'io complice avrei congiunto col legame orrendo la bestia criminosa e la tua purità, qui nella casa dov'è custodita quella che fu sepolta... Gigliola. Silenziosamente sepolta fu, silenziosamente: ed ogni viso intorno era come la pietra sepolcrale, come la pietra che si pone sopra la cosa buia e segreta. E il tuo viso... Tibaldo. Il mio viso... Gigliola. Pareva che avesse un marchio d'onta. Oh che pietà di te, padre! Ma tutto dire debbo. Pareva che già lo difformasse l'obliquità che poi ho riveduta mille volte, la maschera convulsa che t'ha messa la femmina e che tu non puoi strapparti... Tibaldo. Me la vedi? qui? l'ho qui? Se piango, non si fende? Ma chi t'ha fatta così crudele? Chi t'ha mutata, anche te? t'ha convulsa, anche te? Tu non sei più Gigliola. Gigliola. Non sono più Gigliola. Maturata sono, disfatta, e non dall'ombra sola di quel sepolcro ma dal fiato impuro che m'alita su l'anima continuo, e da quel tuo sorriso, dal sorriso di vergogna, che per un anno fu il segno della tua bontà paterna! Tibaldo. Mi struggevo d'amore per te, con un rimpianto senza fine, esiliato dall'anima tua, esiliato da tutte le dolci cose che conoscevo in te che m'eri il fiore di questo tronco guasto. Gigliola. E perché l'hai gittato, il fiore, sotto i piedi assuefatti a camminare scalzi nell'immondezza? Tibaldo. Come potresti tu comprendere il mio male disperato, la mia miseria senza riparo? Gigliola. Ah che pietà di te! Non sono crudele. Tibaldo. Me n'andrò, scomparirò. Non mi vedrai. Vuoi questo? Gigliola. Scàcciala. Tibaldo. Tu non puoi, non puoi comprendere! Gigliola. Scàcciala. Tibaldo. Me n'andrò. Gigliola. Scàcciala. Il laccio è teso anche per te. Cieco tu sei. Io vedo. Tibaldo. Il ribrezzo ti va innanzi alla parola. Di': che vedi? Gigliola. La turpitudine ovunque, la frode servile, il tradimento. Profanàti sono i miei occhi; e chiuderli non posso. Tibaldo. Con ogni tua parola come con una branca m'afferri il cuore e me lo serri. Dimmi tutto. Gigliola. Sì, tutto debbo dire come chi sta per trapassare. Di tutte queste cose che m'insozzano mi purificherò.

Una pausa.

Scàcciala. L'uomo che ti voleva piegare la nuca a terra, e tu l'hai morso alla mano... Oh sozzura!

Si copre la faccia.

Tibaldo. No, no, no!... Che sai tu? Come sai tu? O figlia, tu vedere... No, no. L'odio... l'odio t'abbaglia. La voce di Angizia, nell'ombra della scala. Tibaldo! Tibaldo!

SCENA SESTA.

La femmina appare.

Angizia. Non rispondi? Che hai? Ma sei di sasso? È vero che c'è stato litigio col fratellastro? che siete venuti alle mani?

Vede Gigliola.

Ah, tu stavi qui con la tua taràntola... Tibaldo. Con mia figlia Gigliola. Parlavo con mia figlia. Abbiamo ancóra qualche cosa da dirci... Angizia. Ch'io non posso stare a sentire? Tibaldo. Vieni, figlia, con me. Andiamo altrove. Angizia. No. Tu resta qui. Lascia che vada. Tibaldo. Angizia, non alzare la voce. Non sei tu che comandi nella casa dei Sangro. Angizia. Il pollo mette i denti? Che novità! Rideremo. Ma intanto io sono la tua moglie: e la figliastra deve obbedire. Vattene, Gigliola. Ho da parlare col mio marito. Gigliola. Serva, se — ora che hai le chiavi — puoi senza sotterfugio intrattenerti a scemar le caraffe nella dispensa, almeno èvita di mostrarti alticcia innanzi a noi e di farci sentire nella tua arroganza l'odore del tuo vizio. Angizia. Tibaldo, e non le dài una ceffata tu che sei presso? Da costei mi lasci ingiuriare? O taràntola, bada, ch'io non ti metta il mio calcagno sopra. Tibaldo. Taci, taci. Va via, va via di qui. Non voglio che tu parli così alla mia figlia. Non sei degna di scuoterle la polvere dall'orlo della veste. Angizia. Impazzisci? Credi tu d'essere ancóra il mio padrone? Voglio sapere quel che dicevate. Certo costei ti sobillava contro di me, come fa sempre. Ma il veleno si spegne col veleno. Gigliola. Serva, tu sei esperta di veleni. Lo so. Tu sei dei Marsi. Porti il nome della montagna amara. E ieri sera vidi il tuo padre che ti cerca, che ti richiama col sufolo di canna. È un ciurmadore di vipere. Angizia. Questo t'ha detto? Non è vero, non è vero, Tibaldo. No, colui non è il mio padre. Non lo conosco. È un uomo di Luco, che passava per di qui e voleva da me l'elemosina. Gigliola. Via, non t'affannare. Vedremo poi. L'uomo di Luco è ancora qui ne' pressi, e ti spia. Ma non questo dicevo. Angizia. E che dicevi? Gigliola. Serva, che oggi è l'anno. Angizia. Bene, sì. Oggi è l'anno. E tu mi guardi. Gigliola. Ti guardo. Angizia. Bene, sì. Eccomi. Guardami. Credi ch'io abbia paura? Gigliola. Ti guardo. Angizia. Che hai da dire? Su via, di', di' tutto. Parla. Credi che abbassi gli occhi? No, no, non li abbasso. Credi ch'io non sappia quel che dicono sempre gli occhi tuoi quando mi fissi? Dicono: «Sei tu! Sei tu! Sei tu!.» Ebbene, sì, è vero. Tibaldo. No, Gigliola, non l'ascoltare. È pazza di furore, è la bestia furente: ha la vertigine dell'odio. L'hai provocata. Non sa quel che dice. Non l'ascoltare. Vattene, Gigliola. Costei mentisce per esasperarti. Angizia. No, non mentisco. È vero, è vero. Sono io. Te lo grido, e non abbasso gli occhi. Eccomi. T'ho risposto, senza tremare. Io l'ho fatto. Oggi è l'anno. Tibaldo. Non è vero! La vedi: è fuor di sè; è la bestia impazzata. Gigliola. Madre mia, madre mia, anima santa, questo è il punto. Sostienimi. Ho promesso; manterrò. Sarò forte. Angizia. E che farai? Che mi potrai tu fare? Sono coperta dal tuo padre. Due siamo, due fummo. Tibaldo. Taci, cagna rabbiosa. Vattene. Ti scaccio. Se ancóra parli, ti trascino fuori pei capelli, ti sbatto al pavimento. Angizia. Non hai forza: ti tremano i ginocchi; ora stramazzi. Due (tu che ancora mi chiami serva, intendimi intendimi!) due fummo. Te lo dico perchè tu sappia bene che per toccarmi devi passare sul tuo padre. Tibaldo, piegando i ginocchi, curvandosi a terra. Non la credere! Ha mentito, ha mentito, per vendetta. È frenetica d'odio. Te lo giuro, figlia. Ma passa, ma passa su me.

Illustration from La fiaccola sotto il moggio
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