ATTO QVARTO
Reading edition

Appare il medesimo luogo, dopo il tramonto.
SCENA PRIMA.
Entra per la porta sinistra Benedetta recando una lucerna accesa di più lucignoli. Gigliola esce dalla cappella e passa tra i mausolei dell'arcata. Tutt'assorta nel suo pensiero terribile, spinta da una straordinaria forza di volontà finale, va per l'ombra dirittamente verso il cumulo delle carte ov'è celato il sacco degli aspidi. Scorgendo la donna nel chiarore vacillante, s'arresta di sùbito, con un grido soffocato.
Gigliola. Ah! Chi sei? chi sei? Benedetta. Io, io, Benedetta. Gigliola. Benedetta, sei tu? Che vuoi? Perché vieni? Benedetta. Ho portata la lucerna. È buio. Suona un'ora di notte.
La pone su la tavola ingombra.
Gigliola. E che mi dici? S'è acquetato? Benedetta. No. Smania ancóra. Oh che pena, che pena! Vuole te. Ti chiama sempre. La febbre sale. Gigliola. E l'hai lasciato solo? Benedetta. Annabella è rimasta al capezzale.
Si accosta a Gigliola e la guarda.
Ma tu, ma tu stai peggio del tuo fratello! Bruci. La febbre ti divora gli occhi. Gigliola. A quest'ora la casa era piena d'urli e di pianti. Ti ricordi? Benedetta. Figlia, mi fai paura. Scuòtiti. Gigliola. A quest'ora, una povera cosa straziata era là, sopra un letto bianco... Benedetta. Figlia, il castigo verrà. Non disperare. Gigliola. A quest'ora la bocca più dolce che abbia mai fatto udire, movendosi appena appena, le parole mute che nessuno sa come si sepàrino dal cuore, ti ricordi? era sformata, divenuta orribile di strazio, mal fasciata perché non la guardassi io che vedevo solo quella nel mondo... Benedetta. Figlia, non ti fissare così! Tu mi fai paura. Gigliola. Ma mi chiama, mi chiama. Benedetta, anche tu le eri cara. Abbracciami per lei. Sii fedele a quel povero bambino... Benedetta. Va da lui, che ti vuole. Non star più qui. Se non vai, non s'acqueta. Gigliola. Andrò. Ma tu mi devi aiutare. Benedetta. Sì. Dimmi. Gigliola. Accendi là nella cappella tutti i candelabri, tutte le lampade. Ch'io trovi la gran luce quando ritorno. Va. Benedetta. Farò come tu vuoi. Troverai tutto acceso. L'anima santa ti protegga. Gigliola. Va.
La sospinge verso la porta; si sofferma a guardarla. Poi, come la donna scompare, ella si volge; cammina verso il cumulo delle carte; s'inginocchia, brancola, ritrova il sacco letale, mentre parla sommessamente come chi prega ma con un fervore eroico che la irradia.
Madre, tutte le lampade, madre, tutte le fiaccole pel sacrifizio in questa ora che non avrà l'eguale! Ho conosciuto il deperire lento, granello per granello, respirando la polvere delle cose consunte. E lo sfacelo fu per un anno il mio padre. Il mio padre ebbe nome dissolvimento. E l'altro non fu più mio, lo sai; perché due sono, due furono alla ferócia. E, da che tu sparisti, sola qui dentro ho udito nella notte e nel giorno la parola del tarlo per consolarmi, sola quella sillaba eguale empir l'immensità della malinconia nel mio cuore e nel mondo. Madre, e dammi ora tu la forza di venire a te placata, a te pacificata, a te che lasciasti nell'anima, mia la vocazione della morte. Io la morte mi pongo alle calcagna, andando alla vendetta; ch'io non possa tornare né rivolgermi in dietro né soffermarmi. E, come il tuo trapasso fu atroce, così voglio il mio, madre, per me che non ti vigilai, che scamparti non seppi. E quanto più selvaggio sarà questo supplizio tanto più mi parrà esserti presso, in te ricongiungermi, in te confondermi, una sola cosa ridivenire con te, madre, come quando tu mi portavi nel tuo silenzio santo.
Mezzo nascosta dal cumulo, quasi irrigidita dallo sforzo inumano per vincere il ribrezzo, ella scioglie la cordella verde, caccia ambe le mani nel sacco mortifero. L'orrore e lo spasimo le contraggono i muscoli del volto esangue; ma ella mozza coi denti il grido dell'istinto insorto.
È fatto.
Ella ha la forza di richiudere il sacco e di legarlo.
Madre, tu m'hai dato l'animo.
Si alza, cammina; solleva per l'anello di bronzo il chiusino della fonte di Gioietta; caccia il sacco nel vano; lascia ricadere il disco di pietra. Si cerca il crinale nella veste.
Madre, assistimi ancóra!
S'ode dietro la porta sinistra la voce di Annabella.
La voce di Annabella. Benedetta! Benedetta!
Risolutamente la moritura si lancia su per la scala buia, scompare.
SCENA SECONDA.
Annabella entra per la porta sinistra.
Annabella. Non c'è nessuno! Dove sei, Benedetta?
Benedetta accorre alla soglia della cappella illuminata.
Benedetta. Eccomi. Sono qua. Chi mi vuole? Che vuoi? Annabella. Gigliola è dentro? Chiamala. Simonetto non fa che smaniare. Io non so più tenerlo. Benedetta. Ma è venuta. Or ora era qua; e m'ha detto che accendessi le lampade; ed è venuta. Annabella. Vengo io dalla stanza e non l'ho vista. Benedetta. Come! Non l'hai scontrata già pel corridore? Annabella. No, ti dico. Oh che palpito! Possa venire l'alba di questa notte trista. Benedetta. E dove sarà, mai andata? Forse dalla vecchia. Annabella. Sono passata dalla camera di Donna Aldegrina: e non c'era. C'era nel corridore Don Tibaldo, là davanti alla porta della madre, che m'ha fatto paura, là fermo, senza muoversi, senza parlare; e non entra. Non l'ho mai visto con quel viso... Benedetta. Oh destino, destino! Così finire questa casa grande! E non è grande assai per tanta doglia. E pare che non debba venir l'alba mai più! Annabella. Non è tornato Don Bertrando. E non si sa perché. Un manovale dice d'averlo intraveduto là sotto i cipressi, a calata di sole, con quell'uomo di Luco, e che ai gesti pareva furioso come se lo volesse battere... Sempre pronto a far la rissa l'Acclozamòra. Ma la gente marsa è d'ossa dure. E chi sa che può essere accaduto! Benedetta. Gran pianto non si farebbe per lui nella casa dei Sangro. Annabella. Vedi, vedi: pel giardino le fiaccole. Benedetta. Che fanno? Annabella. Tra i cipressi: vedi? Forse lo cercano i manovali.
Si sofferma sotto l'arcata mediana, dinanzi al cancello; e guarda. Poi, ripresa dall'ansia, si volge.
Ma Gigliola dove sarà mai? Ora salgo. Benedetta. Non hai sentito un grido? Annabella. No. Son gli uomini che si dànno la voce. Ascolta. Ora è silenzio. Odi il rombo del fiume? e la goccia che cade là nella fontanella di Gioietta... È il primo quarto della luna nova. Malinconia! Malinconia! Benedetta. Mi trema il cuore dentro. Ho sempre negli orecchi grida. Annabella. Donna Giovanna... Ma di qui non s'ode. Benedetta. Se tu sali, io vado... Annabella. Taci!
SCENA TERZA.
Ella ha udito un fruscìo giù per le scale. Entrambe sobbalzano. Appare d'improvviso Gigliola, irriconoscibile. Le donne sbigottite gettano un grido.
Benedetta. Oh, figlia, e che hai fatto? Gigliola. Annabella, Annabella, dove hai lasciato Simonetto? dove l'hai tu lasciato? Annabella. Nella stanza. Gigliola. Quando? Annabella. Or ora. Son venuta per cercarti. Chiama; ti vuole. Gigliola. E non s'è mosso mai dal suo letto? Annabella. No, mai. Finora sono stata al capezzale. E prima di me c'era Benedetta. Gigliola. E allora? Annabella. Figlia, figlia, ma che hai fatto? Benedetta. Dio, Dio, le mani! Che t'hanno fatto alle mani? Gigliola. Dov'è mio padre? Chi l'ha uccisa? chi l'ha uccisa? Annabella. Di chi parli? Dell'anima santa? Gigliola. No: della femmina. È là morta. Benedetta. Ha la febbre. Delira! Gigliola. Io l'ho trovata morta sul suo letto. Annabella. Delira. E queste piaghe su le mani... Oh sciagura nostra! Gigliola. No, non deliro, non deliro ancóra. Io l'ho trovata morta.
Il padre appare alla porta sinistra. Vedendolo, in un lampo ella comprende.
Tu! Il suo sangue è su te.
Il padre è mortalmente pallido. La sua voce è sommessa ma ferma.
Tibaldo. Io, sì, l'ho spenta. Il suo sangue è su me. T'ho vendicata. Gigliola. Tu non potevi, non potevi. Il vóto era mio solo. Vittima per vittima! Tu l'hai sottratta al mio diritto santo. Tibaldo. Perché la mano tua non si contaminasse, figlia, io l'ho fatto. Gigliola. Ma la tua non era pura per questo sacrifizio. Tibaldo. In questo sacrifizio ho lavata la mia vergogna. Gigliola. Hai suggellato il tuo segreto nella bocca accusatrice. Tibaldo. Quella bocca mentiva in rigùrgito d'odio per ch'io fossi perduto anche nell'anima tua...
Gigliola vacilla, vinta dal malore che la torce. Subitamente il suo volto si scompone come nel principio dell'agonia. Le donne la sorreggono.
Annabella. Dio, Dio, che è questo? Tibaldo. Gigliola! Benedetta. Dio! Le mani sono livide, s'annérano... Tibaldo. Gigliola! Annabella. Enfiati i polsi, le braccia... Che hai fatto? Parla!
Gigliola si riscuote, vince lo spasimo; allontana da sé le due donne.
Gigliola. Non mi toccate! Benedetta. O sciagura, sciagura nostra! Annabella. Parla! Tibaldo. O figlia, abbi pietà!
Gigliola parla come chi entri nel delirio.
Gigliola. Non mi toccate! Io lo so, io lo so. Non potete aiutarmi. Medicina non vale. Quando mi mossi, io volli non più tornare in dietro. M'ha chiamata, mi chiama. Andare debbo. Ho il letto per l'agonia: la pietra che fu chiusa da due... Tibaldo. Implacabile, ascoltami! Il mio cuore è schiantato. Anch'io non sopravvivo. Ti parlo già dall'ombra. Gigliola. Misera, che accendesti le lampade, e ora spegnile! Fa l'ombra, tutta l'ombra su chi non potè compiere il suo vóto.
Si volge verso il cancello, dietro a cui si vedono rosseggiare le fiaccole dei manovali.
Spegnete le fiaccole, volgetele, spegnetele nell'erba, o uomini. Agitare la mia nel mio pugno non potei. Tutto fu in vano.
Cammina verso la cappella.
Addio, addio.
Il padre le attraversa il passo, barcollando come chi sia sul punto di stramazzare.
Tibaldo. Gigliola!
La figlia si sofferma, per non abbattersi in lui.
Gigliola. No. Nessuno mi segua. Addio.
Tibaldo, cadendo a terra di schianto.
Passa, passa su me!


ADOLPHVS DE-KAROLIS ORNAVIT
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