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L'Incendiario; col rapporto sulla vittoria futurista di Trieste

La mano

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Tutti sapete bene che cosa sia una mano. Una mano! Chi è che non l'à vista? Ma non potete sapere in che consista una mano che non s'è mai vista. In un angolo della mia stanza c'è un morbido divano, al quale ogni sera mi do puntualmente alla stess'ora, per il mio terribile perchè. È l'ora della mano. Quel divano è quello della mano. M'abbraccia, m'affonda, m'assorbe, mi fa nido, il mio divano, ed io mi lascio andare con trepidazione paurosa, abitudinaria aspettativa morbosa. Da una certa sera tutte le sere alla medesim'ora. In questa stanza vagola, brancola, vive senza posa, una mano che non si vede, e che si posa solamente quand'io sono disteso sul divano. Enorme mano morbida, fatalmente forzuta, eppur voluttuosa. Perchè gira nella mia stanza? Non m'à ancora carezzato abbastanza? Fu qui amputata a qualcuno e vi rimase inoperosa nella sua avidità di carezzare? Mano fortissima e insieme affettuosa, mano che sa tanto bene carezzare, che sembra quella d'un gigante buono avvezza, per innata generosità, alla più tenera carezza. Avete mai pensato alla dolcezza che può dare, la carezza della mano d'un gigante buono? Quella mano che potrebbe stritolare, e che invece vi accarezza. E lo sapete bene che basterebbe una stretta, ma vi lasciate andare. La mano m'accarezza m'accarezza, ed io mi lascio tutto andare a tale ebbrezza. Io sono in suo potere ormai; ed essa mi liscia i capelli, me li solca, la fronte, le tempie, le palpebre mi socchiude, mi gira dietro il collo, (io non ci vedo più) mi palpa sulla nuca pigiando come per cercare, più forte, più forte, m'afferra ad un tratto per la pelle del collo strettamente come un povero gatto. Io non vedo più la stanza, non sento più il divano, solo la stretta di quella mano sopra il collo. E ora mi porta via. Lo so bene ormai dov'essa mi conduce, l'ò fatta tante volte la sua via, identica ogni sera. E buio fuori, sono accesi languenti lampioni, le strade sono bagnate, tutte infangate. All'angolo del vicolo brigate di lenoni, puttane a brigate. Eccoci nella tua via, tra il bordello e l'osteria. Pel vicolo oscuro mi sento strofinare la terra, sbattere il muso nel fango, nel muro. Si passa la solita porta della solita osteria, il solito cancello dello sganasciato solito bordello. Sempre lì mi conduci, sudicia mano! Fosti amputata, dimmi, ad una gran puttana, nella sala di questo castello? Le puttane che aspettano, si sa, alla vista del cliente mi vengono incontro tutte contente. — Buona sera biondino! — Buona sera, eccoti qua! — Come sei mingherlino! — Non vieni mica qui per far camorra? — Il giuoco di Lischino lo conosci? — Devi aver poca borra! Flaccide, seminude, facendo ballonzare con pesantezza i seni sui ventri flosci, mi ronzano attorno quelle puttane; ed io le sto a guardare con compostezza. — Sembri il bambin Gesù! — Non vedete non ne può più. — Via, su ti riscaldiamo! Mi spingono in mezzo a loro sballottandomi, cantano in coro come forsennate il più osceno girotondo a gambe spalancate, e gridano sconciamente inebriate: — Fatti sotto fatti sotto! S'alzano tutte le sottane quelle vecchie puttane disfatte. — Fatti sotto fatti sotto! — Ascoltate! Io sono quel signore... che vive in quel castello! (mi ricordo non so come in quel momento). — Ahahahahahah! — Lassù.... — Ahahahahahah! — Quel signore.... — Dio! non mi ricordo più il nome! In quel castello.... — Ahahahahahah! — Bello! Bello! — Sei un povero matto, poverino! — No, sono quel signore.... il nome.... il nome.... non lo ricordo più! Chi mi ci à portato? — Da te ci sei venuto! — Musino da flanellista! — Chi mi ci à portato? — Il diavolo che ti riporti! — La scusa l'ài trovata bella! — È venuto a far flanella! — È venuto a far flanella! — Buttatelo giù dalle scale! — Fuori fuori, è robetta! — È bene che si faccia male! — Non sappiamo che farcene noi, di quei signori! — L'ànno preso a civetta! Mi gettano dalle scale, infuriate le puttane, e mi corrono dietro. Quando mi sento andare, e sono sull'orlo del precipizio, la mano mi sostiene, mi sostiene. E fuori mi gridano i lenoni all'angolo sotto i languenti lampioni, m'inseguono le puttane come tanti cani. Tutti mi gridano e m'insultano! La mia carne lacerata, in possesso della mano, seguita ad essere sbatacchiata. I miei occhi goccianti lagrime verdi e rosse non vedono più, la mia bocca sanguina giù giù sotto colpi di tosse. Non odo più che lo scherno, le grida di quella gente. gli urli delle prostitute e dei lenoni; tutti sono scappati fuori, e m'inseguono, m'inseguono. Ora la mano mi sottrae, mi fa fuggire rapidamente alle terribili ire di tutta quella gente. Intravedo la mia via per la campagna, mi par di sentire il mare, intravedo il mio cancello, l'ombra del mio bel castello nella terribile agonia. Penetrano l'unghie acutissime dentro la mia nuca in brandelli, (io non ò più la forza di respirare, lascio fare) e l'unghie penetrando s'aprono tutte le porte, brandello per brandello, dentro l'ultimo lembo del mio cervello: ecco: la morte! Io mi sento veramente morire. La mano piano piano m'adagia sul morbido divano. M'alzo trasfigurato, mi vado a guardare nello specchio, la mia faccia è d'uno strano pallore, sono vitrei i miei occhi. La mia bocca serrata è dissanguata. Le mie narici spalancate palpitano con affanno. Ò sognato? No. Non dormo, io sogno ogni sera, tutto l'anno, quella via, per quella mano che m'avvolge nelle dolci spire, e mi trascina nel fango per farmici morire. Ma io la potrei fuggire tale mano. Mi direte: Bruciate quel divano! A quell'ora che sapete andate a passeggiare, non vi ci dovete sdraiare, in fondo voi soffrite, poveretto! Cambiate la camera da letto. È vero, è vero, miei buoni, miei cari, perdonate, è.... come l'abitudine del male, io non so rinunziare quando mi sento accarezzare da quella mano, e mi lascio andare, e so dove, e fin dove. Pensate, pensate che disperazione per uno come me, dovere ogni sera lasciare il mio bel castello per andarmi a ingolfare nelle sozzure come l'uomo più volgare. Tutte le sere sentirmi trascinare, come un fanciullo dal canto della sua nutrice per tante porte d'oro nel regno delle fate! Quali sono le mie fate? Quali sono le mie porte? Dovere ogni sera provare che cos'è la morte! E ritornando nel mio bel castello, temere d'incontrare gli sguardi famigliari, perchè possono capire i miei cari dove sono stato! Certamente Cherubina ormai à capito, mi guarda senza dirmi nulla al mio ritorno, e pensa: che cattivo marito! E Stellina, e Cometuzza, mi guardano con occhio pio pio, che mi dice assai bene: dove sei stato, fratellino mio?

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