L'orologio
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L'orologio è il ricordatore del tempo che non è più. Esso segna il tempo che i poveri uomini regalano alla morte. Valentino Kore.
Ad una parete della mia stanza da letto, c'è appeso un orologio vecchio; uno di quelli di vecchia usanza, colla catena e il peso. Un tempo lo caricai tanto per far qualcosa, non sapendo precisare se più m'irritasse fermo, o più il suo maledetto andare. Da tanto e tanto tempo l'orologio non va più. Io lo guardavo sempre con ghigno, tramandogli una fine, a quel ciarliero maligno, una molto triste fine. Voi uomini tutti tenete addosso un orologio, e non sapete tutto quello che lui di voi sa, tutto esso segnerà, e non ve lo dirà mai. Io lo guardavo pensando: orologio, tu sai tutto di me, dimmi l'ora ch'io morirò. Le due? Le cinque? Le tre? Le tre e un minuto, e due minuti? Dio! Mi sentivo morire tutti i minuti! Su quel vile orologio tutte le mie ire infuriai, tutto quello che mi capitò fra le mani gli tirai. Insulti, sputi, sozzure, scarpe, calamai! Ed egli si fermò. Si fermò sulle sei. Sul momento mi parve d'esserne liberato, che non battesse più, che si fosse fermato. Ma il dì seguente giunse quell'ora, io lo guardai, e da quella immobilità feroce compresi che quella doveva esser l'ora inesorabilmente! Tutti i giorni io doveva a quell'ora morire? Quell'ora del tramonto, o dell'ave maria, o prima della notte, o ultima del giorno, le sei, l'ora terribile di tutti gli incubi miei! Quell'ora serale, era divenuta giustamente la mia ora sepolcrale. Nella disperazione corsi sull'orologio, lo sventrai! Tutto gettai, le lancette, il suo tagliente meccanismo infernale, tutto dispersi! E non si vede ora che una mostra bucata, e un pezzo di catena rimasta ciondoloni con una ruota attaccata. Brandelli di quel sozzo ventre che sbudellai. Uomini, che da voi non sapete nascere, da voi non sapete neppure morire, e vi tenete caro sul petto, sul core, quell'ordigno che sa la vostra ora, e non ve la dirà, e tutti i giorni ve la batte sul seno, e non ve n'accorgete. Io benedico a chi sa l'ora di morire, e m'inginocchio ai piedi del suicida. Io penso: che aspetto? Aspetto che ad uno ad uno cadano tutti i miei bei capelli, i miei bei denti? Aspetto che una piaga gialla sbuchi da qualche parte ad insozzare la mia pelle bianca, e l'invada, e la ricuopra? Oh! Com'è bello morire con un fiore rosso in fronte! La rosa più vermiglia che si sfoglia, che si sfoglia a lato della fronte bianca! O dalla torre più alta darsi alla voluttà del vuoto, dello spazio! E che sul mondo rimanga una macchia vermiglia solamente. E tu che la sai, quell'ora, scritta è già sulla tua fronte, tu, mantenendo il tuo trotto, tranquillo la segnerai e passerai. Ed io non potrò dire: era quella, quella che mi fece tremare ogni dì, quella che passò inosservata, quella alla quale non pensai. No! Io mi faccio una torre sopra un monte, la più alta del mondo, su tutti i tuoi minuti tutti i suoi mattoni, e vi salgo all'ora mia, quella scelta da me. Mi fermo per sentire bene il battito di tutti gli orologi del mondo, cuori inutili e vili, e ti grido: orologio, guarda, mi getto! E faccio l'atto. Ah! sentito uno scatto! Sei stato tu, tu che ài segnata già l'ora, ài creduto che fosse quella! Ahahahahahah! No, non era quella, è quella che so io! Ora sono io che comando, sono io che darò l'ora a te, Ora! Trovar nella mia gola, far salire dal mio ventre, le più folli, le più oscene risate, i lazzi più sconci, i gridi di scherno più acuti, e farti aspettare altri cinque minuti.