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Kenilworth, vol. 2/4

CAPITOLO IX.

Gaetano Barbieri translation

»Già del peregrinar scelta è la meta; »Discior le vele è quant’omai rimane. »Tien gli occhi al governal, nocchiero; appresta »Le faci, e il filo indagator del fondo. »E basse terre, e scogli a mille a mille »Quest’oceano insidioso asconde, »Cui diè più d’un naufragio orribil fama. Il Naufragio.

Nel breve intervallo trascorso fra il terminar dell’udienza e l’adunata del consiglio privato, Leicester ebbe il tempo di meditare, che avea posto egli stesso il suggello al proprio destino. Egli era impossibile, così andava questi pensando, che dopo avere, alla presenza di quanto eravi di più cospicuo nell’Inghilterra, attestato, benchè in termini ambigui, essere verace l’asserto del Varney, gli fosse più lecito il contraddirlo, o il dismentirlo, senza compromettersi, non solamente a perdere il favore di cui godeva alla Corte, ma eziandio ad incorrere nel risentimento personale della Regina, la quale non gli avrebbe al certo perdonato di essere stata ingannata; al che aggiugneasi l’idea non meno spaventosa dell’altre, di vedersi esposto al disprezzo e alla derisione del rivale, o di tutti i suoi partigiani. La certezza di tanti pericoli costernava lo spirito di Leicester; e nel tempo medesimo gli si paravano in tremenda forma allo sguardo tutte le difficoltà che si opponevano a conservare un segreto, il cui divulgarsi portava inevitabile ed ultimo crollo al suo onore ed alla sua possanza. Ei vedevasi allora simile ad uomo, che cammina sopra un diaccio presto ad infrangersi, ed al quale può essere sola via a salvamento il camminare avanti con passo fermo e sicuro. Gli conveniva pertanto a qualunque rischio assicurarsi il favore della Regina, favore acquistato a costo di tanti sagrifizi, ed unica tavola su cui gli fosse ancora sperabile l’evitare il naufragio. Nè solamente si limitava ora il suo incarico al sostenersi in tale favore, ma gli era d’uopo mettervi l’ancora più tenacemente che mai. Essere il favorito di Elisabetta, o sottoscrivere alla perdita persin della fama, divenne il bivio a cui egli si vide ridotto. Ogn’altra considerazione dovette per conseguenza tacer sull’istante. Laonde cercò sbandire dalla sua memoria l’immagine d’Amy, che a malgrado di lui vi si presentava, nè gli rimaneva che la rimota lusinga d’aver tempo in appresso per avvisare ai modi onde svolgersi da sì crudel labirinto; siccome nocchiero che vede la sua prora minacciata dagli scogli di Scilla, nè pensa che a schivarli, dimenticando per allora i più lontani rischi, che gli apparecchia Cariddi sull’altra riva.

Tale era lo stato dell’animo del Leicester allora che andò a prendere la sua consueta sede nel consiglio privato di Elisabetta, e allora che l’accompagnò di poi nell’andare a diporto sulle acque del Tamigi. Pure non fece mai siccome in tale occasione maggiore sfarzo d’ingegno, sia come accortissimo politico, sia come leggiadrissimo cortigiano.

Giunse egli nel consiglio, allorchè agitavansi le cose intorno la sfortunata Maria regina di Scozia, che contava allora il settimo anno della sua cattività in Inghilterra. Il Sussex, ed alcuni altri parlarono fortemente in favore di questa misera principessa, mettendo in campo la legge delle nazioni e i diritti dell’ospitalità con detti sì vigorosi, che comunque non oltrepassassero i limiti del rispetto e della moderazione, troppo gratamente non risonarono agli orecchi della Regina. Della qual cosa ben avvedutosi il Leicester, fu pronto ad abbracciare l’opinione contraria, ponendo in ciò tutto il calore della più animata eloquenza. Rappresentò la necessità di continuare a custodire in rigorosa prigionia la Scozzese, siccome espediente indispensabile alla sicurezza del regno, e soprattutto alla sacra persona di Elisabetta: «L’ultimo capello del capo di questa Regina doversi riguardare per più prezioso ed importante che non la vita e la fortuna di una rivale, fattasi pericolosa coll’armare pretensioni vane parimente ed ingiuste sul trono dell’Inghilterra, d’una rivale, che dal fondo ancora del suo carcere si faceva centro alle speranze di tutti i nemici così interni come esterni di Elisabetta.» Ei terminò il dire col domandare scusa, se il suo zelo lo aveva trasportato tropp’oltre; ma «la conservazione della Regina era tal causa che il traeva sempre fuori dei limiti della sua moderazione ordinaria».

Elisabetta lo censurò, ma colla massima dolcezza sul troppo peso ch’egli attribuiva alle cose che la riguardavano personalmente. Confessò per altro nel tempo medesimo, che avendo piaciuto al Cielo di collegare gl’interessi di lei con quelli de’ suoi sudditi, credea far cosa comandata dal dovere prendendo espedienti, che la propria sicurezza additasse siccome indispensabili. Sperava ella, che qualora il Consiglio avvisasse la necessità di prolungare la prigionia della sua sfortunata sorella di Scozia, non troverebbe almen biasimevole, che la Regina d’Inghilterra pregasse la contessa di Shrewsbury ad usare alla prigioniera tutti i riguardi compatibili colla necessità di custodirne la persona. Annunziati per tal modo i propri voleri, Elisabetta sciolse quell’adunanza.

Non fu mai veduta sì grande la premura nell’aprirsi le file per dar passaggio al conte di Leicester, siccome allora che uscendo egli dal consiglio privato, attraversò le anticamere piene d’una folla di cortigiani. Giammai gli uscieri non avevano gridato più ad alta voce: Fate luogo, fate luogo al nobile Conte. Mai questo segnale non fu ubbidito con più di prontezza e di rispetto. Nè mai volti eransi verso il Leicester tanti occhi di persone, ansiose d’aver qualche sede nel novero degli umili suoi clienti, o di ottenerne un semplice segno di non essergli ignoti, intanto che il cuore di parecchi fra i suoi partigiani ondeggiava fra la brama di offerirgli congratulazioni, e la tema di parer troppo arditi coll’indirigerle in pubblico ad un uomo posto in grado cotanto sublime. Tutta la Corte pensava che l’esito dell’udienza di quel giorno, aspettata dianzi fra mezzo a tante dubbiezze e perplessità, era il più concludente fra i trionfi del conte di Leicester. Ognuno avea per cosa indubitabile, che il satellite, rivale del Leicester, se non potea dirsi interamente offuscato dallo splendore dell’altro, sarebbe al certo costretto per l’avvenire a compiere i suoi giri in un’orbita più rimota del sole. Così le cose vedeva la Corte, e giusta una tal norma si comportavano dal primo all’ultimo i cortigiani.

Per altra parte il Leicester non fu giammai più officioso, nè mai spiccò tanto per cortesia nel restituire i saluti, che d’ogni lato gli venivano porti; nè mai riuscì tanto felicemente (per adoperare la frase di tal persona che allora non si stava gran che lontana da esso), nell’indorare l’opinione che il Pubblico portava sopra di lui.

Parea ch’ei tenesse in serbo per ciascheduno un saluto, un sorriso, una parola gradevole; saluti, sorrisi, parole gradevoli, ch’ei distribuiva in gran parte a tai cortigiani, i cui nomi disparvero da lungo tempo sotto l’acque del fiume di obblio; ma che indirisse anche talvolta ad alcuni enti, che ne riesce quasi estraneo l’udirli rammemorare nelle pratiche più oscure della lor vita, le quali lo furono tanto, ond’or ci costi fatica il credere, che vi sieno discesi, confrontandole col prodigioso innalzamento a cui li trasse la riconoscenza dei posteri. Accenneremo qui alcune tra le frasi che spacciò il Leicester nell’attraversar che fece queste anticamere.

«Oh! eccovi Poynings! Come stanno la moglie e la vostra amabile figlia? Perchè non vengono dunque alla Corte? — La vostra inchiesta non può essere esaudita, Adams; la Regina non vuole più concedere privilegi non estendibili; ma mi riuscirà servirvi in altra occasione. — Mio caro alderman Aylford, la procedura della Città intorno a Queenhithe verrà continuata con tutta quella sollecitudine che la mia prevalenza potrà infonderle. — Sig. Edmondo Spencer, vorrei poter sostenere la vostra supplica, anche per secondare l’amor che porto alle Muse. Ma Dio! lanciaste sì furiosi sarcasmi contro il lord Tesoriere!»

«Milord, rispose il poeta, se mi fosse lecito lo spiegarmi....»

«Venite a vedermi in mia casa, caro Edmondo; non domani, nè dopo domani, ma il più presto possibile. — Ah William Shakespeare! Matto di William! Convien dire che tu abbia dato a mio nipote Filippo Sydney una dose di polvere simpatica; egli non può mettersi in letto se non ha sotto il guanciale Venere e Adone, da te composti. Ti farò appiccare come il più grande stregone di Europa. Oh! a proposito. Non ho dimenticato il tuo affare cogli orsi. Me ne prenderò cura.»

L’Autore comico gli fece un rispettoso saluto; e il Conte, chinata leggermente la testa, continuò il suo cammino. Così gli è forza narrare la cosa riferendola a quel secolo. Trasportandola al nostro, dovrebbe dirsi che un ente immortale avea prestato omaggio ad un uomo.

La persona alla quale il favorito volse la parola in appresso era uno de’ più zelanti suoi partigiani, che lo salutò col riso sulle labbra, e in aria di trionfo: «Sir Francis Denning, gli disse il Leicester, quest’aria di buon umore vi fa la fisonomia men lunga un terzo di quello che non l’ho veduta stamane. — Ebbene, signor Bowier! perchè vi tenete così in disparte? Pensate ch’io conservi odio contro di voi! Poche ore sono, non faceste che il vostro debito, e se mi ricordassi mai del nostro piccolo disparere, non sarebbe che per sapervene grado.»

Il Conte vide allora avanzarsi verso di lui, facendo grandi riverenze, un personaggio bizzarramente vestito, con giubba di velluto nero tagliata a festoni, e guernita di raso cremesino. Un pennacchio tolto dall’ali d’un gallo gli sventolava sul berrettone di velluto ch’ei teneva in mano, e molto amido ne inrigidiva un enorme collare: le quali cose unendosi ad una fisonomia in cui non leggevasi che la vivacità di chi ha grandi pretensioni, annunziavano in lui un ente impastato d’amor proprio, e sfornito di spirito. Una bacchetta ch’ei tenea fra le mani, e il tuono d’uom d’affari ch’egli assumea, lo dimostravano insignito di qualche dignità onde traeva non poca boria. Un colore rosso carico, che in luogo di starsi sulle sue guance magre e incavate, si era impadronito di tutta la superficie di un naso proffilato, annunziava in lui piuttosto la consuetudine dell’intemperanza che quella della modestia, e il modo con cui si fece a parlare al Conte provò che gli atti si conformavano all’aspetto.

«Buon giorno, sig. Roberto Laneham,» disse il Conte senza fermarsi, e manifestamente desideroso di scansarlo.

«Ho una supplica da presentare alla Signoria vostra,» disse il Laneham che arditamente gli tenea dietro.

«E che cosa contiene ella, maestro guardiano della porta della camera del Consiglio?»

«Volete dire: donzello della porta della camera del Consiglio,» soggiunse con enfasi il Laneham.

«Chiama il tuo ufizio col titolo che ti piace; ma qual cosa brami da me?»

«Unicamente vorrei dalla Signoria vostra la permissione di far parte nel viaggio che sta per imprendersi al suo magnifico castello di Kenilworth.»

«E perchè questo, Laneham? Non sai tu ch’io debbo aver colà una compagnia numerosa?»

«Non tanto numerosa, che vostra Signoria non possa concedervi un po’ di luogo ad un antico suo servitore. Poi, pensate, o Milord, alla contingenza che vi si tenga qualche consiglio, e che questa verga è necessaria per allontanare dalle porte quegli spioni che mettono l’occhio al buco della serratura, e a tutte le fessure che possono scorgere. La mia verga è indispensabile al Consiglio quanto lo è un paramosche alla stalla d’un beccaio.»

«La tua comparazione fa onore al Consiglio, ma ti prego: non cercare di giustificarla. Sia come brami, acconsento; vieni a Kenilworth, se questo ti fa piacere. Non mancherò di pazzi colà, e vi troverai quindi con chi barattare parola.»

«E se vi saranno pazzi, o Milord, tanto maggiore soddisfazione ne avrò. Amo divertirmi alle spalle di un pazzo, quanto un cane levriere ad inseguir la sua preda. Ma mi sarebbe d’uopo supplicare la Signoria vostra d’un’altra grazia.»

«Spicciati adunque: conviene ch’io parta; la Regina sta per uscire.»

«Io vorrei Milord, condurvi meco una compagna da letto.»

«Che vuol dir questo? Non ti vergogni?...»

«Oh Milord, le mie domande stanno fra i limiti del giusto e dell’onesto. Io ho una moglie curiosa non meno di quella sua antica progenitrice che mangiò la poma proibita. Or questa moglie, secondo le regole, non potrei condurmela meco, perchè gli ordini di sua Maestà vietano rigorosamente ad ogni uficiale di prender seco la moglie ne’ viaggi che fa la Corte, e ciò per non ingombrare di donne i calessi. Ma vorrei anche ottenere un’altra grazia da vostra Signoria...»

«Oh Dio!»

«Ho tosto finito. Vorrei che deste alla ridetta mia moglie una parte da sostenere nella vostra festa, in modo che vi potesse comparire sotto qualche travestimento, senza che gli altri s’accorgessero ch’ella è mia moglie.»

«Che il gran diavolo vi porti l’uno e l’altro (sclamò Leicester, che tanto più perdè la pazienza per le ricordanze che in lui destava un tale discorso); perchè mi trattieni tu con queste tue baie?»

Il nostro usciere della porta della camera del Consiglio, spaventato da questo subitaneo accesso di collera, lasciò cadere la bacchetta, distintivo della carica, e fise sul Conte due grand’occhi stupidi che mostravano lo sbigottimento ond’era compreso costui, e che tornarono in mente a Milord non dover egli in quel luogo dar da comprendere nè poco nè assai le inquietudini del proprio animo.

«Io voleva solamente convincermi, se tu possegga l’arditezza che si vuole al tuo ministerio, gli disse il Conte con tuono più mite; vieni dunque a Kenilworth, e conducivi il diavolo se così brami.»

«Mia moglie ha ben fatto la parte di diavolo in un mistero, che venne celebrato, o Milord, ai giorni della regina Maria; ma ci mancherebbe una bagattella per il corredo.»

«Tieni una corona, ma liberami dalla tua presenza: odo sonare la campana maggiore del palazzo.»

Roberto Laneham gli tenne dietro per qualche istante coll’occhio sorpreso, ed abbassandosi per raccoglier di terra il distintivo della sua dignità, disse fra se medesimo; «Il nobile Conte in quest’oggi non è del suo bell’umore; ma quando questi signori ci vanno regalando corone, noi altre persone di spirito possiamo anche chiudere un occhio sui loro ghiribizzi, perchè in verità, se non pagassero per ottener grazia, con noi non la passerebbero bene.»

Intanto Leicester attraversava gli appartamenti del palazzo, trascurando in allora que’ riguardi d’urbanità, de’ quali dianzi era stato sì prodigo; e traendosi il più presto che potè fuor delle stanze aperte al Pubblico, si fermò in una piccola sala, approfittando di quella solitudine per abbandonarsi un istante alle proprie considerazioni.

«Che cosa dunque son io divenuto, diss’egli a se medesimo, onde i vani discorsi d’un pazzo, d’un vero cervello d’oca, facciano sopra di me una tale impressione? Coscienza! tu sei un cane da guardia che svegliano del pari il lieve calpestio d’un misero sorcio, e il ruggito di un lione! Nè potrò io dunque con un passo ardito togliermi da uno stato sì difficile, sì penoso? Se corressi a gettarmi ai piedi d’Elisabetta, a confessarle il tutto, ad implorarne pietà!...»

Egli stava in quest’ultima idea, allorchè apertasi la porta, entrò precipitoso Varney.

«Sien grazie al Cielo, o Milord, che finalmente vi trovo!»

«Dì piuttosto grazie al diavolo, del quale sei il ministro.»

«Sì, sì, grazie a chi volete, ma non perdiamo un istante. La Regina è a bordo, e domanda ove siete.»

«Va a dirle che d’improvviso mi è venuto male; perchè viva il Cielo! la mia testa non può resistere più lungo tempo.»

«Nulla è più facile del rimanere addietro, o Milord (disse con amaro sorriso il Varney), perchè nè voi, nè io, che come vostro primo scudiere dovea seguirvi, a quest’ora abbiamo più luogo nella barca della Regina. Mentre io mi affannava correndo al palazzo per rintracciarvi, ho udito che venivano chiamati il nuovo favorito Walter Raleigh, e il nostro conoscente antico, Tressiliano, per dare ad essi i nostri posti.»

«Tu sei un vero demonio, o Varney, (rispose Leicester scotendosi affrettatamente) ma tu hai causa vinta in tale istante. Ti seguo.»

Varney non rispose altra cosa, ed additandogli il cammino, passò senza far cerimonie dinanzi a lui, ed uscito del palagio s’avviò verso il Tamigi, chè il suo padrone come macchinalmente gli tenea dietro. Voltosi il Varney per vedere se veramente l’altro il seguiva, si fermò, e con tuono che sapeva di famigliarità, e quasi autorevole: «Che vuol dir questo, o Milord? Il vostro mantello cade tutto da un lato, sbottonata la giubba... permettetemi...»

«Non v’incomodate, o signore (disse il Conte rimettendosi in tutta l’aria sua di padrone); quando vi darò ordini, allora penserete ad eseguirli. Intanto statevene al vostro posto», e passando dinanzi a lui, s’avviò verso la riva del fiume.

La barca della Regina trovavasi sul momento del partire, e già assegnati ad altri erano i posti, riserbati dianzi sulla poppa al Leicester, e sulla prora al suo scudiere. Ma appena comparve il Conte, i remi, presti a battere l’acqua, rimasero fermi, come se i navicellai avessero preveduto, che qualche mutazione stava per accadere nell’ordinamento di quella nobil brigata. Il rossor delle guance annunziava l’interno disgusto della Regina, che ebbe ricorso a quel tuono di freddezza sotto cui nascondono gli alti personaggi certe agitazioni dell’animo, cui senza invilire la propria dignità non potrebbero palesare; onde a lui volse queste agghiacciate parole: «Noi vi abbiamo aspettato, o Milord».

«Graziosa Sovrana, rispose il Leicester, voi usa a perdonare tante debolezze sconosciute alla vostra grand’anima, non degnerete di qualche pietà quei moti, che l’agitazione del cuore comunica al corpo e alla mente? Io mi presentai a voi questa mane in guisa d’uomo accusato e sospetto. La vostra bontà penetrò in mezzo alle nubi onde si tentò oscurare il mio onore. Voi sola mi restituiste questo onore; e cosa più preziosa ancora, la vostra buona grazia. È egli da maravigliarsi, se, non ancora essendo stanca d’affliggermi la fortuna, il mio scudiere mi trovò in tale stato, che mi lasciava appena la forza di trascinarmi sin qui, ove uno sguardo della Maestà vostra, oh Dio! fino uno sguardo sdegnoso potè sopra di me quanto Esculapio medesimo avrebbe tentato invano.»

«Che ascolto? (sclamò Elisabetta, fissandosi sopra Varney). Tanto ha sofferto Milord?»

«Egli soggiacque ad una specie di svenimento, rispose l’astuto Varney, e ben la Maestà vostra può accorgersene al disordine che è tutt’ora nel suo aggiustamento; disordine che neanco mi lasciò il tempo di riparare, tanto egli era frettoloso di comparirvi innanzi, o Regina.»

«Oh poco monta quanto all’aggiustamento (disse tosto Elisabetta volgendo uno sguardo sui lineamenti nobili del Conte, ai quali cresceano novello vezzo le contrarie passioni che ne agitavano lo spirito). Entrate, Milord, entrate, troveremo luogo per voi. Quanto al vostro posto, sig. Varney, lo abbiamo assegnato ad altri. Converrà che vi collochiate in una delle barche di seguito.»

Varney, fatto un inchino, si ritirò.

«Voi pure (soggiunse la Regina guardando con gentil modo Raleigh), nostro giovane cavalier del mantello, converrà che voi pure diate luogo. Prenderete posto nella barca delle nostre dame d’onore; poichè quanto a Tressiliano, egli ha già sofferto assai dal capriccio delle donne, onde non vogliamo cambiare le distribuzioni che lo riguardano.»

Il Leicester entrò adunque nella barca della Regina, la quale fece ancora altri piccoli cambiamenti di posti con tal arte che finalmente il Leicester fu assiso accanto di lei. Raleigh si alzò da sedere, e Tressiliano avrebbe avuta la mal accorta cortesia di offerire il proprio luogo all’amico; ma un rapido sguardo lanciato sovr’esso da Walter, di cui pareva elemento naturale la Corte, gli fece comprendere, che la Regina si poteva tener per offesa se egli mostrava sì poca cura di profittare del primo favor concedutogli. Tressiliano adunque rimase senza dir altro al suo luogo, intanto che Raleigh, salutando profondamente Elisabetta, si accigneva colla fisonomia del rincrescimento ad uscir della barca.

Un giovane cortigiano, il galante lord Willonghby credette leggere sul volto della Regina non so qual cosa che la indicava impietosita di questo rincrescimento, o vero o artifizioso, dimostrato dal giovane Walter.

«Non si conviene a noi vecchi cortigiani, diss’egli con gaia disinvoltura, il nascondere lo splendor del sole ai novelli. Quando Sua Maestà ne acconsenta, io mi priverò per un’ora della cosa più deliziosa a tutti i suoi sudditi, della fortuna di godere la sua presenza, e farò il sagrifizio di ritrarmi al chiaror delle stelle, togliendomi per qualche istante la vista di Diana sfavillante di tutta la sua gloria. Io mi porterò adunque nella barca delle dame d’onore, e cederò a questo giovane cavaliere un’ora di beatitudine.»

«Se voi consentite ad abbandonarci, o Milord (gli disse la Regina in tuono fra il serio e lo scherzevole), converrà che ci adattiamo a tal sagrifizio. Ma comunque vi diate il nome di vecchio cortigiano, non siamo in voglia di affidarvi la cura delle nostre dame d’onore. La venerabile vostra età (soggiunse ella con malizioso sorriso) si accorderà meglio con quella del nostro gran Tesoriere, che ci segue nella terza barca, e la cui esperienza può profittarsi ancor della vostra.»

Il lord Willonghby si sforzò di palliare con un sorriso il contraggenio ch’egli aveva all’ammenda posta dalla Regina, e dopo aver porto a questa un rispettoso saluto, andò a sottomettersi al suo destino nella barca del lord Burleigh. Leicester che sollecito di divagare il suo animo dalle triste idee che per entro vi si agitavano, afferrava tutte quelle occasioni fatte per allegrarlo un istante, non si lasciò sfuggir la presente. Laonde, appena la barca si fu allontanata dalla riva, e mentre le bande musicali collocate sull’altra facevano echeggiare il suono de’ loro strumenti, cui si mescevano le acclamazioni del popolo, che copriva le due sponde del Tamigi, ebbe sopra di se medesimo assai dominio, onde non pensar per allora che al brillante stato in cui si trovava, ed alla necessità di mantenersi nel favore della Regina. Per la qual cosa sfoggiò con tanto buon successo le grazie compartitegli dalla natura, che Elisabetta rapita fuor di sè dall’amabile facondia del cortigiano, e timorosa ad un tempo ch’egli ne sofferisse nella salute, gli prescrisse in tuono gioviale un silenzio di pochi istanti, necessario, diss’ella, onde la gaiezza medesima non ne estenuasse le forze.

Voltasi allora al conte di Sussex: «Milord, gli disse, dopo aver noi messo un decreto che condanna a tacersi il conte di Leicester, ci faremo ad ascoltare i vostri avvisi sopra argomento degno più d’essere discusso in mezzo alla gioia ed ai suoni musicali, che d’interrompere la gravità delle consuete nostre deliberazioni. Evvi tra voi chi abbia notizia d’una supplica presentataci da Orsone Pinnit, guardiano, com’ei s’intitola, de’ nostri orsi reali? Chi di voi vuol farsene protettore dinanzi al trono?»

«Per bacco! disse il conte di Sussex, colla permissione della Maestà vostra, son qua io. Orsone Pinnit era un valente soldato innanzi che le sciabole della tribù di Mac-Donough in Irlanda lo rendessero inabile alla guerra, e credo bene che la Maestà vostra voglia continuare ad essere, come il fu sempre, la protettrice de’ fedeli suoi servitori.»

«Certamente è tale la nostra intenzione, disse la Regina; e soprattutto verso i poveri nostri soldati e marinai, che per sì poca paga mettono a rischio la loro vita. Noi cederemmo la nostra reggia, (diss’ella, e in dir ciò le sfolgoravano gli occhi) per costruire uno spedale per essi, anzichè dovessero ravvisare in noi un’ingrata padrona‍[8]. Ma ci siamo allontanati dal nostro discorso.» Onde dopo essersi abbandonata a questa effusione di patrio amore, riprese il tuono che si conviene alle cose gioviali: «La supplica di Orsone Pinnit va un po’ più in là; ei si lamenta del gusto che ha incominciato a prendere il pubblico per gli spettacoli di nuovo genere, e principalmente della spezie di furore, con cui si trasporta in folla a vedere le rappresentazioni composte, dice egli, da un William Shakespeare, il cui nome, m’immagino, non è ignoto a nessun di voi, o Milordi; e se ne lamenta perchè in proporzione del crescere di questo gusto, cade in discredito il vezzo che si aveva di ammirare il maschio spettacolo del combattimento degli orsi. Egli soggiunge essere una vergogna che uomini Inglesi, divenuti vaghi di contemplare le prove di sciagurati commedianti, che si ammazzano da burla, lascino in non curanza i nostri cani ed orsi reali, che si straziano l’un l’altro con tutta verità. Che dite su di ciò lord Sussex?»

«In fede mia, o Regina, rispose il Conte, voi non crederete, che un vecchio soldato qual mi son io possa dir molte cose in favore dei combattimenti finti, allorchè si pretende metterli a paragone coi veri. Pure non so voler male a questo Shakespeare. Egli è un malandrino vigoroso. Si dice che è zoppo, ma ha maneggiato maravigliosamente il bastone, e si battè con coraggio col boscaiuolo del vecchio sir Thomas Lucy di Charlecot, allorchè s’introdusse nel parco per dar la caccia ai daini del padrone, e per abbracciare la figlia del guardiano.»

«Vi domando grazia per Shakespeare, Milord; si parlò di tale affare in consiglio, e la figlia del guardiano non vi entrava per nulla. Non è nostra mente che si gravi la mano sopra le leggerezze di questo povero galantuomo. Ditemi piuttosto qual sia la vostra opinione sul suo modo di recitare, sui suoi componimenti, sul teatro instituito da lui. Il punto della quistione sta qui, e non nelle follie della sua giovinezza, non nelle cacce del parco, non nell’altre bizzarrie di cui mi parlate.»

«Lo creda pure la Maestà vostra, ch’io non voglio male a questo matto. Ho inteso alcuni de’ suoi versi, e mi è fin sembrato trovarvi alcune immagini degne di non dispiacere a un guerriero. Ma è tutta spuma, son tutte bolle, non vi è sostanza, nulla di serio, e credo lo abbia osservato anche vostra Maestà. Qual vezzo posso io avere nel contemplare una mezza dozzina di birboni armati di spade irrugginite e di scudi, di lotte che mi presentano la parodia d’una battaglia, se metto questo in confronto del nobile spettacolo d’un combattimento d’orsi? Spettacolo onorato dalla presenza della Maestà vostra, e da quella de’ suoi illustri predecessori; spettacolo che fra tutti i regni della Cristianità ha posta in novello grido la nostra contrada posseditrice di mastini tanto famosi, e d’uomini di sì alto ingegno che sanno addestrare gli orsi alla pugna. È molto da temersi che queste due razze non s’imbastardiscano; se gl’Inglesi incominceranno a dar più volentieri ascolto alle frivole declamazioni d’un istrione anzichè incoraggiare la più bella immagine della guerra, che si possa mai offerire in tempo di pace, intendo dire la pugna degli orsi. Là voi vedete una di queste bestie che si tiene in guardia coll’occhio rosso siccome brage, e simile a perito capitano, che sta sulle difese per adescare il nemico a venirlo ad assalire ne’ propri trinceramenti. Allora sir Mastino fa carriera, e prende lord Bruin alla gola‍[9]; ma questi gl’insegna qual sia la ricompensa di coloro, che abbandonandosi a sconsigliato coraggio in tempo di guerra, dimenticano le cautele insegnate dalla prudenza. Egli se lo stringe fra le braccia, e da vigoroso lottatore lo comprime contro il suo seno tanto che s’oda lo scricchiolare delle coste della vittima, fatte in pezzi con fracasso simile a quello d’uno scoppio di pistola. In questo momento arriva un altro mastino non men prode, ma più giudizioso del primo. Egli s’attacca al labbro inferiore di lord Bruin, e vi resta sospeso, mentre colui perdendo il suo sangue, e mandando urla orribili, cerca invano sciogliersi dal secondo assalitore. Allora....»

«In fede mia, disse la Regina, ho veduto più d’una volta il combattimento degli orsi, e spero vederlo ancora. Voi però lo descrivete con sì ammirabile verità, che se anche non ne fossi stata mai spettatrice, me ne avreste data l’idea la più chiara. Ma ascoltiamo ora qualcun altro che ci parli su questo argomento. Leicester, avete voi nulla da aggiugnere?»

«Vostra Maestà dunque permette ch’io mi consideri libero dalla mia musoliera?»

«Sì, purchè parliate senza stancarvi. Per altro, allorchè penso che l’orso e il bastone si trovano negli antichi stemmi di vostra famiglia, vedo che farei meglio ad ascoltare un oratore meno parziale.»

«Vi do parola, o Regina, che comunque mio fratello Ambrogio di Warwick, ed io, portiamo nei nostri stemmi l’antica insegna che vi degnate ricordare, non siamo per questo meno amici della imparzialità. Vi dirò dunque in favore dei commedianti che sono bensì mariuoli anzichè no, ma mariuoli pieni di spirito, e che sollevando l’animo del popolo colle loro facezie, lo tengono lontano dal frammettersi ne’ pubblici affari, dall’ascoltar false voci, perfide insinuazioni, discorsi pericolosi. Chi ha la mente intesa a vedere in qual modo Marlow e Shakespeare scioglieranno sul teatro un intreccio, non pensa ad esaminare la condotta dei governanti.»

«Ma io non m’intendo, o Milord, di allontanare il mio popolo dal far l’esame della condotta ch’io tengo. Più da vicino ch’ei la consideri, ne valuterà meglio i veri motivi.»

«Mi permetta di soggiugnere la Maestà vostra (disse il decano di Sant’Asaph, puritano al di là d’ogni credere) che costoro di commedianti non solamente introducono nelle loro parlate espressioni profane e licenziose, le quali danno moto al peccato ed alla dissolutezza, ma si permettono ancora considerazioni sul governo, sulla sua origine, sui fini che dee proporsi, e possono per tal modo seminare mali umori fra la popolazione; e crollare i fondamenti della società civile. Aggiugnerò ancora, sempre colla debita permissione di vostra Maestà, non essere cosa prudente il tollerare, che queste bocche impure mettano in ridicolo la gravità delle persone pie, bestemmiino il Cielo, calunniino quelli che governano la terra, e disfidino insomma le umane leggi e le divine.»

«Se noi potessimo credere simili abusi e licenze, o Milord, le avremmo a quest’ora tolte di mezzo. Ma non è giustizia il proibire qualsisia cosa per ciò solo che è possibile l’abusarne. Quanto poi a Shakespeare, noi pensiamo trovarsi ne’ suoi componimenti tai squarci che valgono venti lotte d’orsi. Particolarmente quelle che egli chiama sue cronache‍[10] possono fornire onesta ricreazione ed utili notizie, non solamente ai nostri sudditi, ma alle generazioni che verranno dopo di noi.»

«Il regno della Maestà vostra, disse il Leicester, non avrà mestieri di un sì debole soccorso per giugnere alla posterità; pure il Shakespeare ha toccato con quella maniera sua propria diversi incidenti del governo di vostra Maestà, e gli ha toccati in guisa da rispondere vittoriosamente a quanto disse contro di lui sua Reverenza il decano di Sant’Asaph. Vi sono per esempio alcuni versi... vorrei fosse qui mio nipote Filippo Sidney, che gli ha sempre fra le labbra. È una specie di racconto d’incantesimi, vi si parla d’amore, di frecce spuntate... Ah! comunque sieno belli, son però lontani dall’avvicinarsi soltanto alla persona ch’essi pretendono additare. Credo che Sidney li ripeta ancor quando dorme.»

«Voi ci fate sopportare il supplizio di Tantalo, Milord. Sappiamo bene che Filippo Sidney è un favorito delle Muse, e ce ne rallegriamo. La virtù non è mai tanto splendente, siccome allor quando le vanno uniti il gusto e l’amore delle lettere. Ma non ne dubito; vi sarà qualcuno fra i nostri giovani cortigiani, nella cui memoria dureranno impresse tuttavia quelle cose che i vostri affari più serii cancellarono dalla vostra. Sig. Tressiliano, voi mi foste descritto come un adorator delle Muse. Vi rammentate voi questi versi?»

Il cuore di Tressiliano era troppo oppresso dalla tristezza, e la prospettiva della sua vita gli si mostrava troppo crudelmente offuscata, perch’ei volesse profittare di tale occasione che gli si offeriva a volgere sopra di se l’attenzione della Regina. Deliberò nondimeno far godere di un tal vantaggio al suo giovane amico, più ambizioso di lui. Allegando adunque un preteso difetto di memoria, aggiunse, che egli credea si sapessero da Walter Raleigh i versi onde favellava il conte di Leicester.

Avendone tosto ricevuto ordine dalla Regina, il Raleigh sorse, e declamò con grazia non inferiore alla squisitezza del suo sentire la celebre visione di Oberon, sicchè ne fece gustare la soavità, e col suo porgere le aggiunse vezzi novelli.

»Io vidi, oh! in te di scorgerlo virtude »Stata allor fosse! il pargoletto Amore, »Baldanzoso in sua possa, e nell’immenso »Vano dell’etra dispiegando il volo, »Che del più fido in fra gli strali suoi »Impoverendo la faretra, all’arco »Sollecito il commise. Fischiò l’aura »Rotta dal dardo, cui destra, secura »Sino a quel dì, vibrò: ma tocca appena »L’aurata fascia, contro cui battea »L’invitto cor della maggior Reina »Che Occidente adorò, de’ guardi un raggio »Ne fe’ ottuso il ferir; ricadde al piede »Della Vestale, doppiamente altera, »Che sfidò il Nume, e serbò intatto il core.

La voce di Raleigh nel recitare tai versi era alquanto tremebonda, come di chi avesse dubitato se questo omaggio tornerebbe o no a grado della sublime persona a cui si volgea. Se tale perplessità era ricercata in Raleigh, fu un artifizio di buona politica; se reale, non ve n’era necessità. Questi versi non erano probabilmente nuovi per la Regina, poichè non è accaduto giammai che un complimento lusinghevole tardi a pervenire all’orecchio del sovrano per cui fu fatto. Ma ciò non gli scemò buona accoglienza allorchè le labbra di Raleigh lo pronunziarono. Dilettata parimente e dai versi, e dal modo ond’erano recitati, e dalle animate grazie di chi faceva allora da attore, Elisabetta tenendo fisi gli occhi sopra di Walter, segnava colla mano le pause e gli accenti di ciascun verso, come le aveste misurato il tempo di un pezzo di musica‍[11]. Cessato ch’ebbe Walter dal declamare, la Regina ripetè come distrattamente l’ultimo verso:

«Che sfidò il Nume, e serbò intatto il core»

e nel tempo stesso la sua mano lasciò cadere la supplica del guardiano degli orsi reali, supplica che il Tamigi accolse favorevolmente nelle sue acque, incaricatosi di portarla a Sheerness e forse insino ai gorghi del vasto Oceano.

Il buon successo ottenuto dal giovane cortigiano spronò d’emulazione il Leicester, presso a poco siccome un corridore antico raddoppia di sforzi quando vede un giovane destriero oltrepassarlo nella carriera. Fece egli cadere il discorso sui giuochi, sui banchetti, sulle feste e sull’indole di quelli che in mezzo a tali diletti erano più degli altri scopo al pubblico sguardo. Nel far la qual cosa unì adattatamente ad acute osservazioni una tinta di critica che tenea un giusto limite, lontano egualmente dalla profusa scipitezza degli encomi, e dall’acerbità della satira. Imitò con molta verità il tuono dell’affettazione e della rustichezza, onde allor quando fece ritorno ai modi che gli erano connaturali, vie più leggiadro ne apparve. Passò opportunamente in rassegna i paesi stranieri, i loro costumi, le loro consuetudini, l’etichetta delle varie corti, le fogge, e il vestire persino delle matrone, nè procedeva da un argomento all’altro senza trovare occasione (che non appariva mai ricercata) di volgere un complimento in soave guisa alla Regina vergine, alla sua Corte ed al suo governo. Tal fu l’intertenimento del restante di quella navigazione di diletto, intertenimento ornato dalle osservazioni di alcuni dotti sugli autori antichi e moderni, ed arricchito di massime di profonda politica e di sana morale dagli uomini di Stato, che introduceano il linguaggio della saggezza in mezzo ai propositi più leggieri della galanteria, necessariamente dominante in una Corte cui presedeva una femmina.

Nel far ritorno al palagio, Elisabetta accettò, o a dir meglio scelse il braccio di Leicester per trasferirsi dalla grande gradinata che mettea al Tamigi sino alla porta situatale di rimpetto. Parve anzi di accorgersi al Leicester (non esamineremo qui se fosse un lusinghiero inganno della sua immaginazione, o verità) che in questo breve tragitto ella si appoggiasse a lui più di quanto il solo bisogno d’appoggiarsi il chiedea. Certamente, gli atti e i discorsi d’Elisabetta si accordarono in tutta quella mattina a fargli credere d’essere giunto ad un grado di favore oltre alla meta che avea fin allora toccato. La Regina, gli è vero, indirisse sovente con bontà la parola all’emulo di Leicester; ma quanto gli disse parea meno inspirato dal cuore, che necessaria conseguenza di un merito, cui la stessa Elisabetta non poteva non riconoscere nel conte di Sussex. Finalmente quanto ella disse di cortese al Sussex, nell’opinione de’ più destri cortigiani fu contrabbilanciato da un frizzo, che la Regina vibrò a questo personaggio, all’orecchio per altro di lady Derby: «M’accorgo essere l’alchimia più capace di prodigi ch’io non credeva: il conte di Sussex aveva il naso color di rame; vedetelo cambiato in oro.»

Passò da un labbro ad un altro l’epigramma; e il conte di Leicester abbandonatosi al suo trionfo, siccome uomo che aveva per primo ed unico scopo d’ogni azione l’assicurarsi il favore della Sovrana, dimenticò nell’ebbrezza del momento l’imbarazzo e il pericolo dello stato in cui si trovava. È certamente comunque strano venga riguardato un modo tale di ragionare, ei pensava meno in allora ai rischi, cui lo esponeva il suo segreto maritaggio, che alle prove di bontà onde Elisabetta onorava a quando a quando il giovane Raleigh. Passeggeri, momentanei si mostravano questi lampi, ma ne era scopo un giovane degno per le sue forme di essere modello ad uno scultore, il cui spirito andava ornato della più accurata coltura, e che univa al valore le grazie ed i vezzi della galanteria.

I cortigiani che avevano accompagnata la Regina a quella navigazione di diporto, vennero invitati a lauto banchetto, che per altro la Sovrana non onorò di sua presenza. Ragioni di etichetta non le fecero credere cosa conveniente l’intervenirvi, e si ritrasse come in simile circostanza era suo uso ad una mensa modesta e frugale insieme a due delle sue favorite. Levate le mense, tutta la Corte si unì di bel nuovo ne’ magnifici giardini del palagio, e fu camminando lungh’essi, allorchè la Regina domandò d’improvviso ad una dama di sua compagnia, che fosse divenuto del giovane cavalier del mantello.

La lady Paget rispose averlo veduto pochi minuti prima, che da stare in piedi dinanzi alla finestra d’un padiglione posto sopra il Tamigi, scriveva alcune cose sopra d’un vetro, valendosi d’un diamante, che le descrisse qual foggia avesse di legatura.

«Glielo donai io medesima, disse la Regina, come compenso del mantello guastato per mia cagione. Ma andiamo da quella parte, o Paget; sono curiosa di sapere quel ch’egli abbia scritto. Già comincio a conoscerlo. Egli possede ingegno acutissimo.»

Entrambe si trasferirono al padiglione; e il giovinetto ne era poco distante siccome uccellatore che vegghia sulle reti tese da lui medesimo. La Regina s’accostò alla finestra dalla parte del vetro, su di cui Raleigh, valendosi del regio donativo, aveva scritto i seguenti versi.

»Arduo è il colle, ma mi alletta »La vaghezza della vetta »Avrò forza per salir?

Sorrise la Regina, e li lesse due volte; la prima, ad alta voce, a lady Paget, la seconda a voce sommessa. «Non comincia male, (diss’ella, dopo aver meditato un minuto o due) ma non direbbesi che la Musa abbandonò quella giovane fantasia a mezzo cammino? Questa strofetta ne chiama un’altra a motivo dell’ultima rima. Sarebbe un atto di carità il terminare il lavoro. Che ne dite, lady Paget? Fate or prova del vostro ingegno poetico.»

La lady Paget, consacratasi, fin cred’io dal suo nascere alla prosa, al di sopra di quante dame d’onore di regine sieno mai state, si protestò nell’assoluta impotenza di soccorrere il giovane poeta.

«Converrà dunque che sacrifichi io stessa alle Muse,» disse Elisabetta.

«Non vi può essere incenso che torni più aggradevole ad esse, soggiunse la Lady, nè può immaginarsi onor più grande per le divinità del Parnasso quanto...»

«Zitto là! mia Paget, zitto là! Non commettete un sacrilegio contro le nove sorelle immortali. È vero, che vergini esse pure dovrebbero prestarsi favorevoli ad una Regina vergine; ma.... rileggiamo un poco questi versi.

»Arduo è il colle, ma mi alletta »La vaghezza della vetta. »Avrò forza per salir?

«Non sapendo far di meglio questa risposta vi parrebbe adatta?

»Non commetterti ad imprese, »Se il tuo cor le vie scoscese »Bastan solo ad atterrir».

La dama d’onore mandò un’esclamazione di gioia e di sorpresa in considerando la felicità delle due rime che si corrispondevano; e certamente ne furono applaudite altre assai meno felici, benchè non composte da autori coronati.

Incoraggiata dal suffragio della lady Paget, la Regina prese un anello di diamanti, e scrivendo questa seconda strofetta sotto della prima, dicea: «Il nostro giovane poeta rimarrà ben sorpreso nel vedere terminata la sua arietta senza ch’egli abbia in ciò avuto parte».

La Regina abbandonò il padiglione; ma ritraendosi a lenti passi girò più volte indietro la testa, onde vide il giovine Walter correre colla celerità d’una pavoncella verso il luogo da essa abbandonato. «La traccia della mia polvere ha preso fuoco diss’ella; è tutto quanto io voleva vedere»; e ridendo di tale incidente insieme con Milady, ritornò nel palagio raccomandandole di non raccontare a nessuno com’ella si fosse fatta soccorritrice del giovane poeta. La dama d’onore le promise un segreto inviolabile, ma con una restrizione mentale in favore del Leicester, al quale raccontò senza perder tempo questa storiella, non fatta a dir vero per metterlo di buon umore.

Intanto il Raleigh che s’accostò, come dicemmo alla finestra, lesse con indicibile giubilo, e direm con ebbrezza questo incoraggiamento che la Regina concedeva alla sua ambizione, e coll’animo gonfio di gioia e di speranze, raggiunse il conte di Sussex, che stava per imbarcarsi insieme col suo corteggio.

Il rispetto dovuto alla persona del Conte fece che nel tempo impiegato per giugnere a Say’s-Court non si motivasse veruna cosa sul ricevimento fattogli alla Corte; poichè questo, tutt’altro era che un trionfo per lui. Pervenuto al castello il Conte, estenuato così dallo stato suo valetudinario, come dalle fatiche di quella giornata, si ritirò nella sua stanza domandando di vedere Wayland, che lo aveva curato con sì buon esito. Ma Wayland non si trovava da nessuna parte; ed intanto che alcuni ufiziali ne andavano in cerca coll’impazienza propria ai militari e maledicendo questa sua lontananza, gli altri si fecero in gruppo attorno a Raleigh per congratularsegli della brillante prospettiva, che innanzi a lui dischiudevasi.

Egli ebbe ciò nonostante assai discernimento e criterio per tacere il fatto più conchiudente, quello cioè della strofetta che la Regina aveva aggiunto alla prima da lui composta; ma altre circostanze già traspirate, palesavano chiaramente i progressi ottenuti da questo giovane nel favore di Elisabetta. E queste congratulazioni erano mosse in alcuni da vero sentimento di amicizia, in altri dalla speranza che la fortuna di Walter potrebbe accelerare la loro, nella maggior parte da una mescolanza d’entrambe le considerazioni, in tutti poi dal riguardo, che un favore conceduto ad un ufiziale del conte di Sussex diveniva trionfo per ognuno de’ suoi partigiani. Raleigh li ringraziò della mostratagli affezione, aggiugnendo però con addicevole modestia, che il buon successo d’un giorno non fa un favorito più di quello che una sola rondine faccia la primavera. Osservando nondimeno che le congratulazioni del Blount non si univano a quelle degli altri suoi colleghi, e trafittone alquanto, gli chiese con franchezza qual fosse in lui la cagione di tal contegno.

«Mio caro Walter (gli rispose il Blount con franchezza uguale), io ti amo tanto quanto possano amarti questi parabolani di tuoi compagni, che ti stordiscono a furia di complimenti, perchè il sole ora sembra splendere alle tue finestre; ma io temo per te, Walter, temo per te (e in dir ciò si coperse gli occhi con una mano, quasi uomo atterrito). Alla Corte si fanno giuochi di molte spezie. La sete di piacere a donna avvenente, cambiò spesse volte in soldi le corone, e le corrispondenze rischiose hanno condotto più d’un capo sotto la scure.»

Pronunziati tai detti, uscì dell’appartamento, intanto che Raleigh lo seguiva cogli sguardi, lasciando apparire tale espressione di fisonomia, che prometteva non sarebbe stato inutile sì fatto avviso.

Entrò in tal momento Stanley, dicendo queste cose a Tressiliano: «Milord non fa che chiedere di Wayland, e questo Wayland è finalmente arrivato, ma non vuol portarsi dal Conte se prima non ha parlato con voi. All’aspetto si direbbe che il suo cervello ha sofferto; vorreste subitamente vederlo?»

Tressiliano uscì nel medesimo istante; e fattosi venire alla presenza Wayland in un altro appartamento, maravigliò egli pure d’una sì sconcertata fisonomia.

«Che avete voi dunque? gli chiese egli. Vedeste forse il diavolo?»

«Peggio, Signore, cento volte peggio! Ho veduto un basilisco. Ringrazio Dio di essere stato io il primo, e ch’egli non vide me. Il malanno sarà minore.»

«In nome del Cielo! spiegatevi: io non v’intendo.»

«Ho veduto il mio antico padrone. Questa sera un nuovo amico che mi son procacciato in Londra mi ha condotto all’orologio del palazzo, pensando che sarei curioso di vedere questo lavoro; e alla finestra d’una torricella poco distante di lì ho riconosciuto il vecchio dottore.»

«Ma siete poi sicuro di non esservi ingannato?»

«Ingannato io! Oh! no no! Chi si è impresso una volta nella testa la fisonomia di quel briccone lo ravvisa fra un milione d’uomini. Egli si è ben travestito in un modo singolare; ma non può restar celato al mio sguardo com’io per grazia del Cielo sono in tempo di fuggire il suo, nè tenterò la Provvidenza col restargli in vicinanza. Lo stesso commediante Tarleton non avrebbe bastante abilità nel trasfigurarsi in modo, che Doboobie presto o tardi non lo ravvisasse. Fa d’uopo che io parta domani mattina. Dopo il modo onde costui ed io ci abbandonammo, sarei un uomo morto se respirassi in sua compagnia l’aria medesima.»

«Ma il conte di Sussex!...»

«Egli non corre più alcun pericolo, purchè per un certo tempo continui a prendere tutte le mattine a digiuno tanta porzione d’orvietano, quanto è la grossezza di una fava. Ma che ei badi a non ricadere.»

«E come guarentirsene?»

«Guarentirsene poi!... Vi vorranno le stesse cautele che s’adoprerebbero contro il diavolo in persona. Soprattutto ch’egli non mangi se non se carni d’animali ammazzati e cucinati dal suo proprio cuoco, e ch’egli non comperi mai droghe fuorchè da persone conosciute e sicure. Che inoltre lo scalco metta, egli stesso, in tavola le pietanze, e che l’intendente della casa di Milord le faccia assaggiare prima al cuoco quando le avrà preparate, poi allo scalco quando le metterà innanzi al padrone. Che il Conte rinunzi ai profumi, agli unguenti, alle pomate: ch’egli non beva nè mangi in compagnia di stranieri: che raddoppi di previdenze se va a Kenilworth; ch’egli faccia valere il pretesto della sua malattia e le ordinanze del suo medico per iscusare una regola di vivere sì stravagante.»

«E quanto a voi Wayland, qual cosa divisate fare?»

«Quanto a me, non ne so nulla. Rimanermi in Inghilterra, no certo. Andrò in Francia, nella Spagna, nell’Indie, a casa del diavolo se farà d’uopo, purchè mi trovi lontano da Doboobie, da Demetrio, in somma da questo sciagurato, qualunque poi sia il nome ch’egli abbia assunto oggi giorno.»

«Ebbene! tutto ciò non arriva fuori di tempo. Ho una commissione da darvi per la contea di Berk, ma in un cantone affatto diverso da quello ove siete conosciuto; e prima ancora che fosse in voi tale motivo di allontanarvi di qui, io aveva già divisato d’inviarvi segretamente colà.»

Non appena Wayland si mostrò pronto ad eseguire gli ordini di Tressiliano, questi conoscendo già l’altro istrutto di una parte de’ motivi, che avevano condotto lui, Tressiliano, alla Corte, non gliene tacque più alcuno, ed aggiunse i patti ch’egli avea concertati con Giles Gosling a Cumnor; e parimente le asserzioni che in quella mattina aveva sostenute alla reale udienza il Varney, e che il conte di Leicester aveva confermate.

«Ben v’accorgete, soggiunse questi, nelle circostanze a cui mi trovo ridotto, quanto mi rilevi il vigilar da vicino ogni piè sospinto di cotesti uomini senza legge nè fede, parlo del Varney e de’ suoi complici Foster e Lambourne, e dicasi pur anco del conte di Leicester, che ho grave sospetto sia ingannatore anzi che ingannato in così orribil bisogna. Eccovi un anello che porrete nelle mani di Giles Gosling, siccome pegno che vi ho mandato a lui io medesimo, ed eccovi una somma d’oro, che sarà triplicata se mi servite con fedeltà. Itene dunque a Cumnor, e scandagliate tutto quanto ivi accade.»

«Avrò piacer doppio nel prestarmi a tal cosa, rispose Wayland; primieramente perchè trattasi di servir vostro Onore, che dimostrò per me tanta bontà; in secondo luogo poi, per allontanarmi alla presta dal mio vecchio padrone, il quale, se non è il diavolo incarnato in persona, possede al certo tutte quante diaboliche prerogative abbiano mai disonorata l’umanità. Ch’ei però badi a non trovarsi meco. Io cerco ben di scansarlo; ma se si mettesse nell’animo d’inseguirmi, io mi rivolterò contra lui col furore che invade i tori salvatici della Scozia. Parto adunque sull’istante. L’Onor vostro vuole degnarsi ordinare che si ponga la sella al mio cavallo? Io vado intanto per consegnare a Milord il mio orvietano, distribuito in convenienti dosi, e gli darò ad un tempo alcuni suggerimenti: indi la sicurezza per lui della vita si starà soltanto nelle cure, che ne avranno i suoi amici e i suoi servi. Egli non ha più nulla che temer del passato, ma vada ben guardingo sull’avvenire.»

Nel partirsi da Tressiliano, Wayland andò a prendere l’ultimo congedo dal conte di Sussex, dandogli istruzioni sulla regola di vivere ch’ei doveva osservare per l’avvenire, e su le cautele da tenersi: indi prese il cammino di Cumnor senza aspettar la domane.

Fine del secondo volume.

Notes in this chapter

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