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Kenilworth, vol. 2/4

CAPITOLO VI.

Gaetano Barbieri translation

»Veramente una gran novità! Due tori che si battono per amore d’una bella giovenca, spettatrice e futuro premio delle loro prodezze! Lasciali fare. Caduto un d’essi, la mandria sarà fuori d’impiccio.

Antica Commedia.

Say’s-Court era guardata in quel tempo a guisa di una fortezza assediata, ed i sospetti giugnevano tant’oltre, che allor quando Tressiliano vi si avvicinò, lo fermarono, e dovette rispondere a ben molte interrogazioni mossegli dalle sentinelle a piedi e a cavallo, poste colà d’antiguardia. L’alto grado che il Sussex teneva fra i personaggi onorati del favore della Regina, e la notoria nè dissimulata rivalità che era tra lui e il conte di Leicester, faceano che ognuno riguardasse siccome cosa rilevantissima la conservazione della vita di quest’uomo, tanto più perchè pendeva tuttavia incerta la lotta, cui tanto egli quanto il Leicester si erano accinti per soppiantare l’un l’altro.

Elisabetta, siccome è stile di tutte le donne che regnano, aveva abbracciato il metodo di rendere le fazioni strumento al suo governare, serbando a sè la bilancia fra gli opposti interessi delle medesime, e la facoltà di concedere preponderanza all’una o all’altra parte, secondochè il richiedesse la ragione di Stato, o tante volte il capriccio, perchè da tal debolezza non andò immune questa Regina. Ricorrere opportunamente ai maneggi, contrapporre una fazione all’altra, tenere in briglia quella che si credea più salita nella carriera del regio favore, valendosi della tema inspirata dall’altra fazione, metter questa, se così ai regii fini tornava, al livello della prima, nel dimostrarle, se non affetto eguale, egual confidenza, tai furono l’arti ch’ella usò sempre in tutto il durar del suo regno, e quelle pur furono che a malgrado delle passioni accese nel suo cuore dai favoriti, salvarono la monarchia e lo Stato da ogni funesta conseguenza delle passioni medesime.

Diverse affatto erano le pretensioni dei due nobili, che allor contendevano in questo arringo. Quanto ai meriti loro potea dirsi in generale, che il conte di Sussex aveva prestati maggiori servigi alla Regina, e che nel Leicester fu l’accortezza di rendersi più gradito alla donna. Guerriero il Sussex, militò con buon successo nell’Irlanda e nella Scozia, e soprattutto nella grande ribellione del nord Britannico, accaduta nel 1569, e spenta in gran parte per la sapienza militare di questo capitano. Gli erano dunque per naturale conseguenza partigiani ed amici tutti coloro, che nella carriera dell’armi agognavano strade d’innalzamento. Uscito inoltre d’una famiglia più antica e più ragguardevole, che non era quella del suo competitore, univa in se medesimo i retaggi delle due nobili case dei Fitz-Walter e dei Ratcliffe; intanto che gli stemmi del conte di Leicester venivano inviliti dal digradamento tutt’or ricordato dell’avolo suo, abborrito ministro di Enrico VII, digradamento non certamente ammendato dal padre dello stesso Leicester, da Dudley Duca di Nortumberlandia, decapitato a Tower-Hill nel dì 22 di agosto del 1553. Ma bellezza di forme, grazie, disinvoltura, armi cotanto formidabili alla corte di una Regina, diedero al Leicester un sopravvento oltre l’uopo per mettere queste prerogative al paraggio dei servigi militari, della chiarezza di sangue, e della franca lealtà, che adornavano il Sussex; onde agli occhi della Corte e del Regno, il Leicester era tenuto per primo nel cuore di Elisabetta, comunque ella, consentanea al sistema di politica abbracciato, non ispignesse tant’oltre i segni di tale predilezione, che il Leicester potesse vantare un compiuto trionfo sulle pretensioni del rivale.

L’infermità del Sussex era accaduta appunto in un momento troppo acconcio a far nascere i gravi sospetti, che si sparsero nel Pubblico intorno al Leicester; e tali ne furono le conseguenze, che mentre rimasero altamente costernati gli amici del primo, si diedero a più alte speranze tutti i partigiani dell’altro. Però siccome in que’ tempi, ancor favorevoli allo spirito di cavalleria, niuno dimenticava la possibilità, che la conclusione di qualunque disparere si stesse sulla punta della spada, gli amici di questi due magnati, si univano, ciascun per lor parte attorno di essi, mostrandosi armati a poca distanza dai luoghi ove soggiornava la Corte, e fin nel recinto della Reggia, facendo pervenire all’orecchio della Sovrana le notizie di queste mutue contese. Mi era indispensabile l’entrare in tali particolarità, onde il leggitore potesse intendere più agevolmente i racconti che vengono dopo.

Tressiliano, appena arrivato a Say’s-Court, trovò il castello tutto ingombro dalla gente del seguito del Sussex, e da grande numero di gentiluomini venuti a porsi al suo fianco. Ogni braccio era armato, ed accigliata ogni fisonomia, come se si fosse aspettato da un momento all’altro un violento assalto per parte dell’opposta fazione. Uno di quegli ufiziali fece entrare Tressiliano nell’anticamera del Conte, intanto che un altro ufiziale andò ad avvertire lo stesso Conte di questo parente arrivatogli. Nella ridetta anticamera però non istavano che due gentiluomini, ed era non immeritevole di osservazione la differenza di abbigliamento, contegno, e modi fra tali due personaggi. Il più attempato d’essi, e nondimeno assai giovane, di condizione, a quanto pareva, distinta, vestiva abito militare, affatto semplice; e comunque i lineamenti del suo volto annunziassero molto senno, non ne traspariva forza d’immaginazione o vivacità d’indole. L’altro, ancora più giovane, cui non si sarebbero dati venti anni, portava un vestito foggiato all’usanza più recente di que’ tempi, un abito cioè di velluto cremesino ornato di galloni e ricamato d’oro, ed un berrettone dello stesso drappo, intorno a cui avvolgevasi per tre volte una catenella d’oro, che terminavasi in un medaglione. I suoi capelli vedeansi aggiustati all’incirca come quelli de’ zerbini dei nostri giorni, vale a dire ritti sulle loro radici, e gli stavano alle orecchie pendenti d’argento fregiati ciascuno d’una bellissima perla. Ben fatto, di grande statura, i lineamenti di lui regolari ed aggradevoli esprimevano sì bene la sua anima, che vi si leggevano fermezza d’indole risoluta, ardore di spirito intraprendente, consuetudine di meditare, e prontezza a deliberare.

Questi due gentiluomini erano ad una medesima panca, seduti l’un presso l’altro, ma ognun di loro inteso alle proprie considerazioni, tenea lo sguardo fiso alla parete rimpetto, nè pensavano a parlarsi scambievolmente. Gli occhi del più attempato null’altro dicevano, se non se ch’ei stava contemplando nella parete una vecchia intarsiatura di rovere, gli scudi, le daghe, le ramose corna di cervo, e l’armi d’ogni specie antiche e moderne, che secondo l’uso di que’ tempi vi stavano appese. Ma gli occhi del più giovane, sfavillavano del fuoco dell’immaginazione, onde avresti detto quello spazio vôto che lo disgiugneva dall’opposto muro essere per lui un teatro, ove la sua mente comunicasse azione a diversi personaggi, e gli offerisse uno spettacolo laddove la realtà non presentava cosa veruna.

Appena Tressiliano entrò, si alzarono l’uno e l’altro per salutarlo, ed il più giovane soprattutto nel modo più cordiale gli disse.

«Che siate il ben venuto, o Tressiliano! La vostra filosofia ne ha privato di voi allorchè questa casa poteva offerire allettamenti all’ambizione; ma dessa è una filosofia ben onesta, poichè vi ci riconduce, quando non potete esser partecipe che di rischi.»

«Milord è dunque infermo sì gravemente?» domandò Tressiliano.

«Noi temiamo che non vi sia più oltre speranza, rispose il più attempato, ed ogni cosa conferma la persuasione, essere effetto di tradimento quanto or si vede.»

«Nol crediate, disse Tressiliano. Il lord Leicester è uom d’onore.»

«E perchè dunque tien egli un corteggio composto di veri banditi? sclamò il più giovane gentiluomo. Sia onesto, se così vi piace, colui che chiama in aiuto il diavolo; ma non si renderà egli sempre mallevadore di tutti i mali operati dal diavolo?»

«Or ditemi, o miei signori, chiese ai medesimi Tressiliano: siete voi forse i soli amici di Milord, accorsi presso di lui in questo momento, che dite di tanto pericolo?»

«Oh! no certo: rispose il più avanzato in età. Qui si trovano e Tracy, e Markham, ed altri assai, ma ci alterniamo col prestar servigio a due a due, ed alcuni, ora stanchi, prendono sonno nella galleria posta in alto.»

«Ed alcuni altri, disse il giovinetto, sono andati a Depford per comperare col denaro che hanno potuto raccogliere qualche vecchio scheletro di vascello. Così allorchè il tutto sarà deciso, e quando il nobile Lord si troverà collocato nella sepoltura de’ suoi maggiori, dopo aver pettinato, qual si conviene, i malandrini che ve lo spinsero, s’imbarcheranno per l’Indie, col cuore alleggerito al par della borsa.»

«È assai possibile ch’io viaggi in lor compagnia, disse Tressiliano, se avrò in quel fatale momento compiuto un affare, che mi chiama adesso alla Corte.»

«Voi affari alla Corte! sclamarono ad un tempo i due gentiluomini; voi viaggiare alle Indie!»

«Come sta una tal cosa, o Tressiliano? continuò il più giovane. Non siete voi in tal qual maniera maritato? Nè vi metteste già a coperto contro que’ giuochi di sorte che costringono un uomo a commettersi al mare, anche allor quando la sua navicella vorrebbe rimanersi tranquilla nel porto? Qual cosa faceste voi dunque della vostra bella Indamira, che doveva pareggiare la mia Amoretta‍[4] così per bellezza, come per fedeltà?»

«Non me ne parlate oltre» disse Tressiliano, volgendo il volto verso altra parte.

«A tale stato dunque veniste, o mio povero amico? (disse il più giovane gentiluomo prendendo affettuosamente fra le sue la mano di Tressiliano). Non temiate già io tocchi per la seconda volta una ferita che vedo sì viva nel vostro cuore. Ma voi mi deste una notizia per me inaspettata quanto sgradevole. È egli dunque deciso che in questa burrascosa stagione, non sia permesso a nessuno de’ gioviali nostri compagni il veder salva da naufragio la propria felicità? Io sperava che voi, almeno voi, mio caro Edmondo, già vi trovaste nel porto. Ma pur troppo vedo avverarsi il detto di un nostro amico, che portava il vostro nome medesimo.»

«Del suol, dell’onda, e dell’eterea sfera «La Fortuna reina «Orgogliosa, fera, «Or solleva or inchina «Con volubili giri «La rota, sol di labili contenti, «E di lunghi martiri «Dispensiera ai viventi; «Onde securi ci teniam più in alto, «Quand’ora è giunta al rovinoso salto.

Intanto che il nostro amico recitava con tuono commosso ed animato tai versi di Edmondo Spencer, il suo compagno impaziente correva su e giù per la stanza. Avvoltosi indi nel proprio mantello, e seduto nuovamente in sulla panca, «Mi fa maraviglia, o Tressiliano, diss’egli, che voi diate pascolo alla follia di questo giovine coll’ascoltar le sue baie. Se nulla vi fosse che autorizzasse il giudicar sinistramente d’una casa rispettabile e virtuosa, quale si è quella di Milord, ella sarebbe del certo l’udirvi tal dialetto, o a dir meglio guazzabuglio poetico, che vi hanno apportato questo nostro Walter e i suoi compagni, studiosi di sformare in tutti i modi possibili il pretto linguaggio Inglese, che la misericordia di Dio ne avea conceduto.»

«Blunt, s’immagina, disse Walter, che il demonio abbia fatto in versi la sua corte alla nostra madre Eva, e che il senso mistico dell’albero della scienza del bene e del male non si riferisca fuorchè all’arte di accozzar rime o di scandere un esametro.»

In quel punto il ciamberlano del Conte venne annunziando a Tressiliano che sua Signoria desiderava vederlo.

Tressiliano trovò il lord Sussex in veste da camera, ma adagiato sul proprio letto, e fu grandemente spaventato dal vederne per la malattia alterati di tanto i lineamenti. Il Conte lo accolse nella più amichevole guisa, ed ignaro delle afflizioni che accoravano questo suo ospite, gli chiese tosto notizie della figlia di sir Robsart. Tressiliano si scansò per allora dal rispondere a tale interrogazione coll’informarsi de’ sintomi che accompagnavano l’infermità di Milord, e si accorse, maravigliandone, essere questi in ogni parte conformi alla descrizione fattane da Wayland, dopo le poche cose che lo Stevens ne aveva raccontate. Non esitò allora a narrare al Conte tutta la storia dell’uomo preso di recente al proprio servigio, e della sicurezza, che questi aver presumea di guarirlo. Il Conte ascoltò Tressiliano con attenzione, ma con aria d’incredulità, sino all’istante che udì pronunziare il nome di Demetrio. Allora chiamò immediatamente il suo segretario, ordinandogli portasse una cassetta, che conteneva alcune carte di grande importanza.

«Cercate, gli diss’egli, la confessione di quel furfante di cuoco, che noi sottomettemmo ad un interrogatorio, e vedete se non vi si fa menzione del nome di un Demetrio.»

Il segretario trovò il passo additatogli, e lesse quanto segue:

«Il suddetto, esaminato, dichiara ricordarsi d’aver fatto la salsa al detto storione, e che il nobile Milord dopo averne mangiato si sentì subitamente male in salute; che egli, il cuoco, non adoperò se non se erbe ed ingredienti ordinari, cioè....»

«Omettete tutta questa nomenclatura, disse il Conte, ed osservate soltanto se gl’ingredienti di cui si parla, sieno stati comperati da un erbolaio di nome Demetrio.»

«Appunto, disse il segretario, ed il cuoco asserisce qui parimente che dopo quella volta non rivide più lo stesso Demetrio.»

«Tutto ciò s’accorda colla storia narrata dal tuo nuovo personaggio, o mio Tressiliano, soggiunse il Conte. Voglio tosto vederlo.»

Wayland condotto dinanzi a lui, replicò con fermezza la storia, tal quale l’avea contata da prima, ed una sola circostanza non ne variò.

«Sarebbe fra le cose possibili, disse il Conte volto a Wayland, che coloro i quali incominciarono l’opera avessero inviato qui appunto la tua persona per terminarla. Ma bada bene che se il tuo rimedio avesse conseguente funeste, la passeresti male tu pure.»

«Veramente, rispose Wayland, ciò sarebbe un prendere la cosa con troppo rigore, perchè la guarigione sta nelle mani di Dio, siccome la morte. Pure acconsento di correre io tutto il rischio. Mi sono avvezzo a restar sì lungo tempo sotterra, che non mi fa tanto spavento il tornarvi.»

«Giacchè in te la sicurezza è sì grande, nè per altra parte i dottori san più qual cosa farsi per sollevarmi, ripeterò le tue parole medesime: acconsento di correrne io tutto il rischio. Dammi il tuo medicamento.»

«Poichè mi faceste mallevadore della cura, disse Wayland, permettetemi prima di tutto, ch’io pure per parte mia metta un patto, ed è che nessun medico v’intervenga.»

«Gli è giusto, disse Sussex; proviamo ora questo tuo rimedio.»

Intanto che Wayland lo preparava, i servi del Conte lo spogliarono; indi si mise in letto.

«Vi avverto, aggiunse Wayland, che il primo effetto del medicamento sarà l’eccitare in voi un sonno profondissimo, e converrà che nell’intervallo di questo sonno si osservi il più alto silenzio in tutta la stanza, perchè dall’omissione di tal cautela potrebbero derivare conseguenze sinistre. Io stesso farò la veglia alla Signoria vostra unitamente a due de’ suoi gentiluomini di camera.»

«Che tutti si ritirino, disse il Conte, eccetto Stanley, e questo bravo uomo.»

«Ed eccetto me, aggiunse Tressiliano. Mi riguarda troppo da vicino l’effetto di un tale rimedio.»

«Sia come desiderate, disse il Conte; ma prima d’ogni altra cosa si facciano venir qui il mio segretario ed il mio ciamberlano.»

«Signori, (volgendosi a questi appena gli furono alla presenza) vi voglio qui testimoni, che il nostro onorevole amico Tressiliano non è mallevadore di sorte alcuna per le conseguenze, quali che si fossero del medicamento, cui or mi assoggetto. Mi spinse a tal risoluzione la sola mia volontà, riguardando io il caso, che guida (accennando Wayland) questo uomo dinanzi a me, siccome un favore del Cielo, deliberato forse a risanarmi per non prevedute vie dall’infermità che mi opprime. Se le cose non vanno a seconda della speranza che ho concetta, richiamatemi alla memoria della nobile mia padrona, e ditele che morii qual fedele servo le vissi. Auguro a tutti coloro che stanno d’intorno al trono una purezza d’animo eguale alla mia, ed auguro ad essi nel prestarle servigio tutta la possibile acutezza d’ingegno, chè non fu colpa di Tommaso Ratcliffe, se non ne ha posseduto di più.»

Incrocicchiate indi le sue braccia sul petto, sembrò farsi meditabondo per un istante. Poi ricevendo dalle mani di Wayland la pozione, fissò gli occhi sopra di lui, come volendo leggergli sin nel fondo dell’anima; ma non iscorse in quel volto verun segno d’inquietudine o di turbamento.

«Nulla avvi da temere» disse dopo di ciò in aria di sicurezza a Tressiliano, e tosto si trangugiò la bevanda.

«Prego Vostra Signoria‍[5], disse Wayland, a collocarsi nel modo che le è più comodo per dormire; e voi, o signori, mettetevi immobili e taciturni come se foste presso al letto di vostra madre in punto di morte.»

Il Ciamberlano ed il Segretario si ritirarono, dando ordine che si chiudessero le porte, e che il più profondo silenzio dominasse in tutta la casa. Non rimasero altri in quella stanza fuorchè Stanley, Tressiliano e Wayland, ma molte furono le persone, che non abbandonarono l’anticamera, per trovarsi pronte a qualunque evento potesse accadere.

Non tardò a compiersi quanto aveva predetto Wayland. Il Conte fu preso da un sonno tanto profondo, che Tressiliano e Stanley temettero non fosse piuttosto un letargo, da cui non si svegliasse più mai; e lo stesso Wayland diede alcun segno d’inquietudine. Portava spesse volte le mani sulle tempia dell’infermo, ed il respiro di esso forte e frequente, però facile e non interrotto, era la cosa cui facesse egli maggior attenzione.

Notes in this chapter

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