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Kenilworth, vol. 2/4

CAPITOLO II.

Gaetano Barbieri translation

»Gli eran, dimora una spelonca oscura, »Compagno un nano che mettea paura. Spencer.

«Siamo ancora molto lontani, mio bel fanciullo?» chiese Tressiliano alla sua giovine guida, dopo che ebbero fatto alcuni minuti di strada.

«Come mi chiamate voi?» disse il ragazzo, fissando in esso que’ suoi due occhi grigi pieni di vivacità.

«Vi chiamo, mio bel fanciullo. Fors’è che questa cosa vi offende?»

«Niente affatto. Ma se vi trovaste tuttavia con mia nonna, e con Erasmo Holyday, potreste cantare con essi a coro quest’antica arietta:

»Tutt’e tre, diam lode al vero, »Siamo pazzi da legar: »Vostro adesso sia il pensiero »Di trovarne ove alloggiar.

«E perchè dite così?»

«Perchè in tutto il mondo non vi sono altri fuori di voi tre che mi chiamino bel fanciullo. Mia nonna mi dà questo titolo, perchè l’età le ha indebolita la vista, e la parentela gliel’ha tolta affatto. Il sig. Holyday perchè vuol dar nel genio alla nonna, e assicurarsi il miglior posto vicino al fuoco, e la più grande scodella di frumento cotto nel latte. Quanto a voi, signore, i motivi che avete, li saprete voi stesso.»

«Ebbene! Se vi manca la bellezza, non si può dire altrettanto della malizia. I vostri compagni come vi chiamano?»

«Lo spirito folletto; ed aggiungono altri complimenti ad onore di questa mia bellezza. Ma con tutto ciò son più contento di tenermi il mio brutto volto, che nol sarei se avessi una testa senza cervello, simile a quella ch’essi portano sulle spalle.»

«Voi non temete dunque il maniscalco che andiamo a trovare?»

«Io temerlo! Fosse anche così diavolo come lo fanno questi sciocchi, nemmeno allora lo temerei. Ma benchè in quest’uomo si trovi qualche particolarità affatto straordinaria, non è un diavolo più di quello che lo siate voi; non credeste però, che dicessi tal cosa a tutto il mondo.»

«E perchè dunque la dite a me?»

«Perchè voi non mi parete un uomo sullo stampo di quelli che siam soliti veder tutti i giorni; e benchè io mi conosca orrendo quanto il peccato, non vorrei per questo che mi reputaste un giumento, tanto più che avrò qualche giorno una grazia da domandarvi.»

«E quale è questa grazia, o Riccardo che non devo chiamare mio bel fanciullo?»

«Oh! se ve la dicessi adesso, me la neghereste. Aspetterò, per farvi tale inchiesta, che c’incontriamo insieme alla Corte.»

«Alla Corte! Divisate d’andare alla Corte?»

«Ah! Voi siete dunque un uomo fatto all’usanza di tutti gli altri. Perchè mi vedete sì brutto, andate pensando fra voi stesso: che cosa vorrebbe far costui alla Corte? Oh! fidatevi in Riccardo Sludge. Non è per nulla che in questo paese sono stato finora il gallo del pollaio, e pretendo che la sostanza mi compensi dell’apparenza.»

«Ma che cosa dirà la vostra nonna Gammer Sludge? che cosa dirà il signor Erasmo Holyday vostro precettore?»

«Diranno tutto quel che vorranno. Mia nonna ha assai faccende nel contare le sue galline, e il maestro nello staffilare i suoi scolari. Oh! sarebbe gran tempo che gli avrei lasciati a custodire le loro pecore, e che avrei voltate le calcagna a questo sgraziato villaggio, se il sig. Holyday non mi promettea di darmi da rappresentare una parte nella prima festa che sarà regolata da lui; e si dice che se ne stia preparando una ben grande.»

«E dove sarà questa gran festa, mio piccolo amico?»

«In un castello, dalla parte di tramontana, ma lontano assai dalla contea di Berk, e Dominus pretende che non si potrà farla senza di lui. Può darsi che abbia ragione. Egli non è pazzo, sappiatelo, la metà di quello che comparisce, soprattutto quando si mette ad un’impresa di cui s’intenda. Egli è in grado di recitar versi quanto un bravo personaggio da teatro, e nonostante se lo incaricaste di portar via un uovo di sotto un’oca, vi giuro, che si lascerebbe dar beccate dalla chioccia.»

«E voi dovete sostenere una parte nella prima festa?» disse Tressiliano, il quale incominciava a prender diletto nell’intertenersi con un fanciullo, che mostrava col suo dire di non essere sfornito nè d’un certo coraggio, nè d’una tal quale accortezza per valutare gli uomini.

«Sì: devo sostenere una parte. Il maestro me l’ha promesso, e se non mi mantiene la parola, tanto peggio per lui. Perchè se gli salta nella fantasia di volermi mettere il morso fra i denti, e farmi volgere la testa dalla banda del villaggio, gli do una tal trinciata di briglia che andrà giù di sella, e si fracasserà tutte l’ossa. Per altro mi spiacerebbe fargli male; perchè, noioso come lo provaste, si è preso molti fastidi per insegnarmi tutto quello che sa egli medesimo. Ma eccoci alla fucina del maniscalco Wayland.»

«Voi scherzate, caro amico. Io qui non vedo che una collina su di cui stanno grandi pietre ordinate in circolo. Ne osservo là in mezzo una più grossa dell’altre, e tutto ciò mi fa ricordare certi antichi sepolcri, che si vedono tuttavia in Cornovaglia.»

«Ebbene, quella grossa pietra posta in mezzo all’altre è il banco del maniscalco. È là che dovete mettere il vostro danaro.»

«Che significa questa pazzia?» domandò Tressiliano, che cominciava ad impazientirsi, e a sospettare che il ragazzo si volesse divertire a spese di lui.

«È d’uopo (continuò Riccardo facendo una contorsione come di chi vuol frenare il riso) che voi attacchiate il vostro cavallo a quella pietra, dove vedete un anello di ferro, e che gettiate un groat d’argento su quella di mezzo; dopo di che, darete tre fischi, uscirete fuori del cerchio, e andrete a sedervi dietro di questa macchia, senza guardare nè a destra nè a manca, sintanto che ascolterete battere il martello. Allora reciterete tre pater noster, ovvero conterete i numeri dall’uno al cento, che tornerà poi allo stesso. Ritornato indi entro al cerchio, troverete sfumato il vostro denaro, e ferrato il cavallo.»

«Sfumato il denaro; è ciò di che non dubito punto; ma quanto al restante... Ascoltatemi, Riccardo; io non sono il maestro; ma se vi credeste di usarmi qualcuna delle bindolerie che forse vi saran famigliari, saprò fare le veci d’Erasmo, e vi giuro che non isfuggirete al castigo.»

«Se vi riuscirà trappolarmi» rispose il ragazzo, e in ciò dire fece gamba con tal prestezza, che Tressiliano, ritardato dal peso de’ propri stivali non valse a raggiungerlo. E quanto raddoppiava in lui il dispetto era, che questo piccol ribaldo non sembrava già fuggire colla fretta di chi si crede in pericolo o di chi ha paura. Si fermava di distanza in distanza, quasi provocando Tressiliano ad inseguirlo, e quando se lo vedeva vicino, correva colla rapidità del vento, facendo giravolte, in modo da non allontanarsi dal cerchio d’onde era partito, e attorno al quale aggiravasi.

Stanco finalmente Tressiliano, si fermò, e stava quasi per cessare dal corrergli dietro, limitandosi a maledire con tutto il cuore il deforme simiotto che gli fece sì brutto scherzo; allorchè Riccardo collocatosi sopra una piccola altura, rimpetto a lui, si diede a batter le mani, ad accennarlo col dito, e a far tutte le smorfie d’un ragazzo che prende a gabbo chi nol può raggiungere. Non sapeva bene Tressiliano se dovesse ridere o andare in collera; ma finalmente, deliberato almeno d’intimorire il ragazzo, risalì a cavallo, giudicando che così gli sarebbe arrivato addosso senza difficoltà.

Allorchè Riccardo s’accorse di questo disegno: «Aspettate un momento, gridò: solo un momento. Piuttosto che vedere lo strazio del vostro bel cavallo dalle zampe sferrate, tornerò a voi, se però mi promettete di non toccarmi.»

«Io non fo patti con un tristo della tua sorte, disse Tressiliano, e fra un momento tu sarai a mia discrezione.»

«Forse sì e forse no, sig. viaggiatore. Voi non sapete dunque che qui vicino sta una palude capace d’inghiottire tutti i cavalli della guardia della Regina? Io vado a farvi la mia ritirata, e vedremo se vi darà l’animo di seguirmi fin là.»

Tressiliano osservò di fatto essere oltre l’altura uno spianato, coperto di giunchi e pieno di frane; laonde giudicando che per questa parte almeno Riccardo non lo ingannava, decise conchiuder la pace con un nemico sì lesto e sì risoluto. — «Vieni, gli disse, vieni, bricconcello: prometto in fede di gentiluomo che non ti farò alcun male.»

Il fanciullo corrispose a tale invito senza titubare un istante, e scendendo con passo deliberato, avea gli occhi fisi sopra Tressiliano, che smontato da cavallo, e tenendo in mano la briglia, si sentiva mancare il fiato per la corsa fatta, intanto che sulla fronte di quel diavoletto non compariva una sola gocciola di sudore.

«Ah! direte ora, o perversa creatura; per qual cagione mi trattate in tal guisa? Qual era il vostro disegno nel raccontarmi l’assurda favola, che volevate mi prendessi per vera? Conducetemi una volta alla fucina di questo maniscalco, e vi regalerò di che comprarvi poma per tutto l’inverno.»

«Voi potreste donarmi tutte le poma che nascono in un verziere, nè io saprei ripetervi che le medesime cose. Attaccate il cavallo a quell’anello, mettete il denaro sulla pietra, date tre fischi e andate a sedere dietro la macchia. Vi prometto di non dipartirmi dal vostro fianco, e vi do licenza di torcermi il collo, se due minuti dopo che saremo seduti, non udirete il maniscalco a batter l’incude.»

«Bada bene, perchè se tu mi fai fare una figura ridicola per prenderti spasso, potrei esser tentato a pigliarti in parola. Facciamo dunque le prime prove sull’effetto del tuo talismano. Ecco il mio cavallo attaccato a questa pietra, ecco un groat d’argento su quest’altra, e darò anche i tre fischi.»

«Oh! non è così che si fischia. Un barbaggianni che non abbia anche messe le penne, sa far meglio da starsene nel suo nido. Bisogna fischiare più forte, se volete che il maniscalco vi possa udire. Perchè chi sa adesso dove si trovi? egli sta forse nelle scuderie del re di Francia.»

«Tu m’hai però detto che non è un diavolo.»

«Uomo o diavolo che sia, ho già capito, converrà che faccia io le vostre veci.» Detto ciò diede tre fischi acuti tanto, che Tressiliano si turò le orecchie. «Questo si chiama ben fischiare, soggiunse il ragazzo, andiamo ora dietro la macchia, o non son più io, se il vostro dai piedi sferrati non è ferrato dentr’oggi.»

Tressiliano era curioso di vedere a che intendesse tutto questo cerimoniale. E per altra parte l’intrepidezza del ragazzo, il quale mostrava tutt’altra voglia che di fuggire, lo metteva in sospetto che le conseguenze di un tal affare potessero divenir serie. Pure si lasciò condurre dietro la macchia, e venutogli in mente che tutto ciò fosse una gherminella per rubargli il cavallo, non dipartì la propria mano dal collo di Riccardo, risoluto che questo furfantello divenisse ostaggio per il corridore.

«Zitto! disse Riccardo. Siamo al momento. Voi ascolterete lo strepito d’un martello, che non è stato fabbricato da mano d’uomini, e che ha la mazza fatta di una pietra che precipitò dalla luna.» Nè passò un istante, allorchè Tressiliano udì uno strepito, non per vero dire, più violento di quei che s’ascolta quando un maniscalco ferra un cavallo. Ma la singolarità delle circostanze, per cui questo strepito si fece udire, e la natura del luogo, lontano a quanto parea da ogni abitato, eccitò in Tressiliano un moto involontario e più forte di quello che la sola sorpresa produce. In quell’istante medesimo guardando in volto il fanciullo, e, dalla espressione maligna della costui fisonomia, accorgendosi com’ei godesse di vederlo in tale perplessità, si persuase nel modo il più fermo che fosse stata ordita anticipatamente una trama, e fece risoluto proposito di saperne l’autore, e il fine che in far ciò erasi avuto.

Nondimeno rimase tranquillo sintantochè udì battere il martello, e ciò durò appunto il tempo di cui abbisogna un abile maniscalco per ferrare un cavallo. Ma cessato appena lo strepito, invece di aspettare che trascorressero i minuti dei pater noster indicati a lui dal ragazzo, snudando la sciabola si lanciò verso il luogo della scena, e fatto il giro del bosco, si accorse d’un uomo che portava un grembiule di cuoio, quai gli usano i maniscalchi, ma stranamente coperto d’una pelle d’orso col pelo in fuori, e sì avvolto il capo in una berretta della stessa roba, che ne rimanevano in gran parte nascoste le sue affumicate sembianze.

«Tornate addietro, tornate addietro, sig. Tressiliano, gridò a tutta voce il ragazzo, o vi metterà in quarti. Nessuno può vederlo senza morire.» E veramente l’invisibile maniscalco, fattosi allora visibile, alzò il suo martello, e parea si preparasse all’assalto, o per lo meno alla difesa.

Allorchè il fanciullo s’avvide, che nè le sue grida, nè i modi minaccevoli del maniscalco avevano forza di rattenere Tressiliano, che coll’arme impugnata sempre avanzavasi, cambiò stile, e ad alta voce volse al fabbro tai detti: «Wayland, guardatevi dal toccarlo. Egli è un gentiluomo, è un vero gentiluomo, incapace di lasciarsi atterrire.»

«Tu m’hai dunque tradito, o Flibbertigibbet, (gridò il maniscalco, che con tal nome solea chiamare il ragazzo). Ma per Dio! facesti un cattivo mercato.»

«Chiunque tu sia, disse Tressiliano voltosi al maniscalco, tu non corri alcun rischio con me, ma è d’uopo che tu mi dica il perchè eserciti il tuo mestiere in un modo sì misterioso, e sì stravagante.»

Al qual proposito rispose in tuono minaccevole il fabbro: «Chi è che ardisce interrogare il guardiano del castello di Cristallo di Luce, il signore del Leon Verde, il padrone del Drago Rosso? ritirati, allontanati, prima ch’io chiami dagli abissi Talpach colla sua lancia di fuoco a ridurti in atomi e in cenere;» ed accompagnò tai detti coi gesti che loro si confacevano, brandendo in aria formidabile il suo martello.

«Taci là, vile impostore, disse Tressiliano: credi tu spaventarmi con questo dialetto del tuo mestiere? seguimi tosto innanzi ad un magistrato, se non vuoi sapere come è fatto il filo della mia sciabola.»

«Acquetati, buon Wayland, disse Riccardo, le parolone non ti gioveranno nulla in quest’oggi, e conviene prendere la cosa in altro tuono.»

«Io credo, signore, (disse il maniscalco in aria sommessa, e abbassando il martello) che quando un pover’uomo fa bene i suoi affari, gli sia permesso il farli nel modo che più gli conviene. Il vostro cavallo è ferrato, il maniscalco non avanza nulla. Che vi resta da far meglio del rimontare a cavallo, e continuare per la vostra via?»

«Sì, mi resta da far meglio, rispose Tressiliano, perchè è dovere d’ogni uomo onesto lo smascherare i ciarlatani e gl’impostori. Questo tuo modo di vivere fa che io ti sospetti d’essere l’uno e l’altro.»

«Se voi siete a ciò risoluto, o signore, non potrò salvarmi che usando la forza, nè vorrei adoperarla contro di voi, signor Tressiliano. (Ognun giudica come il Cavaliere restasse maravigliato in udire il suo nome profferito da costui). Non che io tema le vostre armi, continuò il maniscalco, ma perchè mi è noto quanto voi siete generoso ed umano, e che voi amereste meglio trar dagl’impacci uno sfortunato, anzi che cagionargliene dei maggiori.»

«Questo è parlar bene, o Wayland (disse il ragazzo che con inquietudine aspettava la conclusione di un tale intertenimento). Ma scendiamo nella vostra caverna: sapete pure che l’aria aperta vi pregiudica nella salute.»

«È vero,» rispose il maniscalco, e portandosi verso la macchia, dalla banda più vicina al cerchio di pietre, ed opposta a quella ove Riccardo aveva condotto Tressiliano nel durare della misteriosa faccenda, fu presto ad una porta orizzontale accuratamente nascosta in mezzo agli sterpi, e dopo averla sollevata, scese sotterra, scomparendo così agli occhi de’ due circostanti. Comunque punto da grande curiosità Tressiliano, esitò un momento prima di risolversi a tenergli dietro in quest’antro, che poteva essere una caverna di malandrini, e crebbe in lui la perplessità, allor quando udì una voce, che pareva uscisse dalle più profonde viscere della terra: «Flibbertigibbet, abbi cura d’entrare per l’ultimo, e di chiudere a dovere il trabocchello.»

«Quanto avete veduto intorno al maniscalco Wayland vi basta, o signore?...» domandò lo scaltrito a Tressiliano, accompagnando tale inchiesta con quel maligno sorriso, che lo mostrava accorto della titubazione in cui stavasi il Cavaliere.

«Non mi basta ancora» rispose con fermezza Tressiliano, e preso il suo partito, scese per la scaletta cui mettea la porta orizzontale, seguendolo Riccardo, che la chiuse tosto; onde a lieve crepuscolo che lì vedevasi succedettero buie tenebre. La scala non aveva che un picciol numero di gradini, e metteva ad una via stretta non più lunga di venti passi, in fondo alla quale scorgevasi una luce rossiccia. Ivi giunto Tressiliano, che non pose mai nel fodero la sua sciabola, e seguito passo a passo dal fanciullo, si trovò sotto una piccola volta, ov’era una fucina di fabbro ferraio, piena d’acceso carbone, il cui vapore avrebbe soffocato qualunque vivente, se non fosse sfuggito per alcune aperture preparatevi con grande arte. Quella luce che diffondevano il carbone acceso, ed una lampada sospesa da una catena di ferro, dava a vedere, che oltre all’incude, al mantice, alle tenaglie, al martello, alle masse di ferro pronte per esser poste in lavoro, e a tutti gli ordigni necessari ad un maniscalco, si trovavano colà crogiuoli, lambicchi, storte ed altri apparecchi, de’ quali fa uso la chimica. La figura grottesca del maniscalco, ed i lineamenti irregolari e maligni del ragazzo nano, veduti al lume di quel fuoco di carbone e d’una lampada moribonda, si accordavano sì bene col rimanente di questo mistico apparato, che in un secolo superstizioso, come era quello, poteano fare impressione anche sopra animi i più coraggiosi.

Ma la natura aveva fornito Tressiliano di una grande fermezza di nervi, e il suo spirito fortificato da studio, e da buona educazione era incapace di cedere ai vani terrori. Guardandosi adunque d’intorno domandò nuovamente all’artefice chi egli fosse, e soprattutto dond’era che sapea il nome di Tressiliano.

«Vostro Onore dee ricordarsi, disse il maniscalco, che saranno circa tre anni, un bagattelliere girovago, presentatosi a certo castello della contea di Devon vi fece pompa delle proprie virtù, al cospetto di un degno cavaliere e della sua rispettabile comitiva. Comunque regni poca luce in questa spelonca, scorgo dalla vostra fisonomia che di ciò non vi siete dimenticato.»

«Tu dicesti abbastanza» soggiunse Tressiliano, volgendo altrove il volto, ove leggevansi le amare rimembranze che nell’animo di lui si risvegliarono a que’ detti del maniscalco.

«Il bagattelliere, continuò il maniscalco, fece sì bene la sua parte, che i contadini e i gentiluomini campagnuoli ivi trovatisi di brigata, s’indussero quasi a credere essere effetto di magia quanto il giocolatore faceva ad essi vedere. Ma trovavasi in quel luogo una donzella di quindici anni all’incirca, la più avvenente di quante io abbia mai viste, il cui volto color di rosa impallidì all’aspetto delle maraviglie che costui operava.»

«Taci una volta, disse Tressiliano, taci una volta. Parlasti anche troppo.»

«Io non vorrei offendere vostro Onore, ma non credeste già avere io dimenticato, che per calmare i timori di quella vaga fanciulla, le spiegaste il modo onde si operavano questi incanti, e che metteste a cattivo passo il povero bagattelliere, scoprendo i misteri della sua professione con tanta dottrina da farvi credere un suo confratello. Oh com’era bella! Un solo sorriso di essa valeva più...»

«Finiscila, te ne supplico: non ho dimenticata la sera di cui mi parli: essa entra nel piccolo numero delle sere felici ch’io m’abbia mai conosciute.»

«Ella dunque se n’è andata (disse il maniscalco che dal sospiro con cui le parole di Tressiliano vennero accompagnate giudicò morta quella donzella) e andata per sempre! così giovane, così leggiadra, così amata da tutti! Ma io domando perdono a vostro Onore; vedo che avrei dovuto battere il ferro sopr’altra incude, e che in vece l’ho conficcato nelle carni vive.»

E pronunciò tai detti con un tuono, che lo dimostrava sinceramente commosso da rincrescimento e pietà, comunque rozzi fossero in lui i modi di esprimere tai sentimenti. Laonde Tressiliano prese opinione più favorevole del povero artefice, che egli aveva giudicato da principio con alquanta severità. Ma nulla è più fatto per cattivare a sè il cuore d’un uomo sfortunato, siccome il dimostrarsi impietosito delle sciagure cui egli soggiace.

«Se non m’inganno, disse Tressiliano dopo un istante di silenzio, tu eri allora un uomo gioviale, capace d’intertener bene una brigata non solamente con giuochi, ma facendo racconti ed intonando ballate. D’onde accade che tu sia divenuto artefice in sì strana guisa, e in questa sì orribil dimora?»

«La mia storia non è tanto lunga, rispose Wayland, e se vostro Onore vuol sedersi, gliela racconterò.»

Così dicendo, accostò al fuoco uno sgabelletto fatto a treppiedi, prendendone un altro per sè, come fece pure Riccardo, che sedutosi appiè del maniscalco, tenea gli occhi fisi sopra di lui; onde le brutte forme di questo fanciullo schiarite meglio dal fuoco della fucina, si vedeano accese di una vivissima curiosità. Quindi gli disse il maniscalco: «Tu pure saprai la storia della mia vita. Ben mi prestasti servigi tali da meritarti la mia confidenza. Poi, tanto vale il raccontare le cose mie in tua presenza, che lasciartele indovinare, perchè la natura non ha mai nascosto un ingegno più acuto sotto una scorza sì laida. Ebbene, o signore, eccomi ai vostri comandi, ed incomincio tosto la mia narrazione. Ma non accetterete voi un bicchiere di ala? Non ne vado sprovvisto, benchè mi vediate in sì povero soggiorno.»

«Ti ringrazio, disse Tressiliano, ma veniamo alla tua storia perchè ho poco tempo da perdere.»

«Non vi pentirete di tale indugio, perchè in questo mentre il vostro cavallo farà miglior pasto che non lo fece stamane, e avrà maggior gagliardia pel rimanente del viaggio.»

Wayland abbandonò per un istante la sua dimora sotterranea, e ritornatovi dopo qualche minuto, incominciò la sua storia, come si vedrà nel seguente capitolo.

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