Volume 8 — LIBRO TRENTESIMOSECONDO
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Don Pietro di Toledo nacque in Alva di Tormes del Regno di Castiglia nell'anno 1484 da D. Federico di Toledo, II Duca d'Alva, e D. Isabella Zuniga figliuola del Duca di Bedmar, donna non men grande per valor d'animo, che alta di corpo e di leggiadre fattezze, tanto che piacevolmente soleva dire, che era venuta ad ingrandire i corpi di Casa d'Alva, li quali erano di piccola statura. Fu nella sua fanciullezza dato D. Pietro ad allevare sotto buoni Maestri nello studio delle lettere, ma conosciutosi, che non molto vi riusciva, e che la sua inclinazione era più nelle cose agibili, che nelle speculazioni delle Scuole, il Duca padre lo pose per paggio nella Corte del Re Cattolico, da cui, ancorchè fanciullo, attentamente osservando le sue geste e raccogliendo le parole, che uscivano dalla bocca di quel savio Re, apprese l'arti della prudenza e del senno; ed ingegnandosi negli esercizi di cavalleria superar gli altri Cortigiani suoi pari, così in servire il Re, come in comparir bene ne' torneamenti, nelle giostre, e negli altri trattenimenti del Palazzo, divenne non pur sopra tutti gli altri caro al Re, ma peritissimo nell'esercizio di cavalcare e di giostrare, tanto che in Ispagna ebbe nome di gran Toriatore; onde avvenne, che venuto per Vicerè in Napoli, introducesse fra noi il giuoco de' Tori, e tante altre giostre e tornei, che sovente nel suo governo faceva replicare.
Entrato per queste sue doti in somma grazia del Re, piacquegli dargli moglie, e lo casò con D. Maria Osoria Marchesa di Villafranca nipote del Conte di Benevento, giovanetta di 13 anni, bella ed unica erede dello Stato, ed ancorchè D. Pietro non fosse il primogenito della sua Casa, ma un semplice cadetto, piacque così al Re, come al Conte avolo di D. Maria, sotto il cui baliato era, di preferir D. Pietro a molti altri Titolati di Spagna, che la pretendevano. Per queste nozze prese egli il titolo di Marchese di Villafranca, ed il possesso dello Stato, con gran contento de' suoi vassalli, sperimentando un governo assai prudente e giusto, dando egli con ciò i primi saggi quanto nell'arte del governare fosse espertissimo. Non molto da poi fugli conferita dal Re una Commenda di S. Giacomo, di rendita di 6000 ducati l'anno, sotto la qual Religione visse tutto il tempo di sua vita. Essendosi poi mandato dal Re Cattolico il Duca di lui padre per Capitan Generale del suo esercito alla conquista del Regno di Navarra, vi andò anche il Marchese, e prese soldo del Re, militando sotto i suoi stipendj insino che rotto e discacciato Giovanni Albret, non fosse il Regno dal Duca conquistato: nella quale espedizione diede saggio il Marchese del suo valore, e fece conoscere, che non meno nell'arte del governo, che militare era peritissimo.
Morto il Re Cattolico, nacquero rumori in Ispagna, pretendendo, come si disse nel precedente libro, alcuni Signori di non accettar Carlo Arciduca d'Austria suo nipote per Re, vivendo ancora la Regina Giovanna sua madre, ma ben riceverlo per Principe e successore del Regno dopo la morte di quella. Ma quietanto questo rumore con certe condizioni, ed essendo stato da poi Carlo eletto Imperadore per morte di Massimiliano suo avolo, nacquero, come si disse, altri rumori ne' Popoli di Spagna, molti de' quali tumultuando per quelle illicite esazioni, che facevano alcuni Ministri Fiamenghi, che l'Imperadore avea seco portati da Fiandra, presero l'armi, ma rotti e castigati i Capi del tumulto, finirono i rumori. Nelle quali fazioni il Marchese, seguendo l'orme del Duca suo padre, prestò all'Imperadore segnalati servigj; onde avvenne, che fu a Cesare sempre caro e sommamente da lui onorato e favorito, e sopra tutti gli altri della sua Corte stimato; in guisa che non lo lasciava da se partire, e ne' suoi viaggi ora di Fiandra, ora d'Italia e d'Alemagna, l'ebbe sempre seco: siccome in quest'anno 1532 seco trovavasi in Ratisbona, quando Solimano già con trecentomila combattenti era entrato nella Servia per soggiogare l'Ungheria, minacciando gli altri suoi Dominj; e l'Imperadore era tutto inteso a resistergli con valida difesa, onde avea scritto a questo fine ad Andrea Doria, già fatto Principe di Melfi, che unisse la sua armata quanto più numerosa potesse, e s'avviasse alla volta di Levante ne' mari di Grecia per assalire le Terre marittime del Turco, acciò divertisse l'impresa d'Ungheria.
Ma poichè, come si disse, quando i Franzesi finirono, cominciarono i Turchi ad inquietar questo Reame, si ebbe nel medesimo tempo avviso, che l'armata del Turco era uscita, e si dubitava, che venisse ad assalire il nostro Regno. Venne ancora a Cesare in questo tempo l'avviso della morte del Cardinal Colonna; onde non mancò di spedire immantinente il Marchese di Villafranca per Vicerè e Capitan Generale del Regno, non men per dargli un tal onore, che per la difesa contro i tentativi del Turco, poichè della sua prudenza e valore era assai ben persuaso. Partì egli subito cavalcando a gran giornate, accompagnandosi con lui Niccolò Antonio Caracciolo Marchese di Vico, che si trovava parimente in Ratisbona, il quale diceva, che dalle cose di Napoli, che ragionarono insieme per via, avea preveduto il rigoroso governo che ei dovea quivi esercitare[1]. Passò per Roma, ove fu accolto da Papa Clemente con molto onore, e giunto a Napoli, fu ricevuto con plauso grande, e con fama di dover governare con gran prudenza e giustizia, e riformare li tanti abusi e le corruttele e le insolenze de' Nobili.
Ritrovò egli il Regno, come si è detto, in istato pur troppo infelice per le precedute calamità: la Città per la peste ed altri infortunj quasi vota di gente e di denari: gli edificj rovinati, i campi deserti, ma sopra tutto la giustizia depressa; onde riputò cominciar dal rialzamento di questa.
CAPITOLO I. D. Pietro di Toledo riforma i Tribunali di Napoli, onde ne siegue il rialzamento della giustizia.
Conoscendo questo savio Ministro, che il principal fonte, onde deriva il riposo de' Popoli, sia quando fra quelli la giustizia venga ugualmente a tutti distribuita, e non potendosi quella a dirittura amministrar da' Re, sian questi forzati d'esercitarla per mezzo de' loro Ministri: il primo passo che diede fu di chiamarsi a se li Consiglieri del Re, e tutti gli altri Magistrati ed Ufficiali di giustizia, incaricando loro, che avessero la giustizia sempre innanzi agli occhi: alla retta amministrazione di quella fossero rivolti tutti i loro pensieri: la distribuissero a tutti senza umani rispetti, non per favore, non per odio, ma unicamente per Dio, e per maggior servizio del loro Re.
A questo fine per maggiormente accertarsi del frutto delle sue ammonizioni, non fidandosi di niuno, dava udienza ogni giorno a tutti con grandissima attenzione, volendo egli sentire e conoscere cosa per cosa: per la qual via ebbe tosto notizia de' difetti degli ufficiali, li quali sicuri, che non vi sarebbe cosa, che al Vicerè non fosse nota, alcuni emendandosi per se medesimi, si riducevano a buona vita, altri, ciò trascurando, ne erano ammoniti, ed altri aspramente ripresi, ed alcuni anche deposti dalle loro cariche.
Ritrovò, che intorno al punire i delinquenti, era di molto impedimento il favor de' grandi Baroni e Nobili della Città, li quali, o importuni tosto correvano a dimandargli grazia, ovvero, usando della lor potenza, minacciavano i Giudici perchè li liberassero: fece per ciò lor sentire, che cessassero di tentar simili cose, perchè con lui non varrebbe ad essi nè il favore, nè le minacce. E perchè maggiormente se n'accertassero, volle con un grande ed illustre esempio porre in esecuzione questa sua deliberazione, nella giustizia che fece fare del Commendator Gio. Francesco Pignatelli il quale, ancorchè reo di molti delitti, nulladimanco per essere di gran parentado, e da molti Signori favorito, avea tenuto gran tempo impedita l'esecuzion della giustizia, i poveri offesi, ed i querelanti con minacce oppressi; il che inteso dal Vicerè, diede sicurtà a' querelanti, ed a' Giudici, che procedessero con libertà; tanto che sentenziato a morte, gli fu fatto mozzar il capo nel largo del Castel Nuovo, luogo solito a giustiziarsi i Nobili ne' casi importanti. Lo stesso accadde al secondo Conte di Policastro e ad un cittadino molto ricco, e ben imparentado, nomato Mazzeo Pellegrino, il quale per forza di denari teneva occultate le querele, perseverando ne' delitti; ma con tutto che avesse offerte somme esorbitantissime per comporsi, non fu l'offerta ricevuta, e condannato a morte, lo fece con molto rigore giustiziare.
Per togliere ancora la cagion dei delitti, fece pubblicar bando, che niuno, di qualsivoglia condizione, potesse, come erasi introdotto, tener nelle porte e sale delle lor case arme in aste, nè archibugi, nè schioppi, e che niuno ardisse portar per la città nè scoppettuoli, nè daghe, o altre arme, ma la sola spada. Ordinò che niuno, sonate le due ore di notte per sino alla mattina, potesse portar qualunque sorta d'armi; ed acciò che si togliesse ogni contrasto, che avesse potuto insorgere intorno alla determinazione dell'ore, o di non essersi inteso il tocco, ordinò che la campana di S. Lorenzo, che si sentiva per tutta la Città, dovesse, passate le due ore, sonare a martello. Ordinò parimente, che i furti notturni commessi nella Città, fossero puniti con pena di morte. E poichè allora in Napoli erano molti portici, come grotte oscure, ove la notte i ribaldi assalivano i poveri incauti, gli fece buttar tutti a terra, fra' quali furono i portici di S. Martino a Capuana, e l'altro di S. Agata, antichi edificj, che davan spavento a passarvi anche di giorno. Per quest'istessa cagione fece tor via le pennate di tavole, e li balconi degli artigiani, che tenevano sporti in fuori alle strade, ove di notte s'appiattavano i ribaldi per assalire coloro, che vi passavano. Parimente, essendo uno scoglio in mare vicino al Castello dell'Uovo, chiamato il Fiatamone, ov'erano molte grotte, nelle quali i giovani dissoluti commettevano orribili disonestà, lo fece tutto rovinare, sino da' fondamenti. E le donne disoneste, che abitavano disperse per la città, mischiate con l'oneste, le fece scacciar tutte da que' luoghi, e le ridusse ne' pubblici lupanari. Nè cessò mai di perseguitare una sorta d'uomini chiamati Compagnoni, vietando con pubblici bandi, che niuno andasse in quadriglia, infino che gli stirpò affatto dalla città.
Tolse a' delinquenti gli Asili, che per la protezione de' potenti aveansi fatti ne' palagi de' principali Baroni; ed avuta notizia, che in Napoli vi erano molte case, dove si ricettavano i fuorusciti, dandosi loro non sol ricetto, ma vitto e danari, per servirsene i Protettori per loro pravi disegni, le fece diroccare, tante che niuno ebbe poi più ardire di ricettargli. Gli artigiani eran prontamente pagati; non loro s'usavano più insolenze: ed i Ministri della giustizia erano come si conveniva rispettati. Anzi perchè la Città fosse meglio guardata, creò altri Capitani di guardia, ed ordinò, che sparsi alloggiassero per la Città per maggior custodia. Creò parimente nuovi Bargelli di campagna, acciocchè i delinquenti si tenessero men sicuri nella Campagna, che dentro la Città.
Parimente trovando introdotti molti altri abusi, gli estirpò tutti. Erasi introdotto costume in Napoli, che quando le donne vedove si rimaritavano, s'univan le brigate, e la notte con suoni villani e canti ingiuriosi, andavano sotto le finestre degli sposi a cantar mille spropositi ed oscenità, e questi suoni e canti chiamavano Ciambellarie; donde ne sortivano molte risse, e talora omicidj; e sovente gli sposi per non sentirsi queste baje, si componevano con denaro, o altra cosa colle brigate, perchè se n'andassero. Durava ancora il costume tramandato dalla antica gentilità, ne' tempi delle vendemmie, di vivere con molta dissolutezza e libertà: i Vendemmiatori non s'arrossivano incontrando donne, ancorchè onestissime e nobili, Frati ed altri uomini serii, di caricarli di scherno e di parole oscene, con tanta licenza, quanta si vede nel Vendemmiatore di Luigi Tansillo. Duravano ancora le superstiziose e lugubri dimostrazioni di duolo, che si facevano ne' funerali, ove le donne, non pure nelle loro case, ma nelle pubbliche piazze accompagnando il feretro, e nelle Chiese, con smoderato strascino di abiti luttuosi, con urli, pianti e graffiature di viso, empievano la Città di doglia e di pianti. Estirpò il Toledo questi abusi, riducendo il lutto de' funerali a comportabile e buono uso; e siccome per conservazione delle loro doti fece pubblicar Prammatica, così ripresse il soverchio lor lusso nel vestire.
Fece pubblicar bandi severissimi sopra i duelli, dai quali derivavano nella Città molti e spessi disordini e rumori: stabilì, che i provocanti a duello, fossero rei di pena capitale, e coloro, che non l'accettavano, non fossero notati d'infamia.
Sterminò da poi con rigore esattissimo un pernizioso e reo costume introdotto nella Città, per cui non stavan sicuri i più casti e guardati luoghi, acciocchè l'onestà delle donzelle non fosse insidiata. Il governo del Principe d'Oranges v'avea data forza, poichè nei suoi tempi, i nobili giovani usando mille insolenze, non erano puniti de' ratti, che facevano di molte onorate e nobili donne; perchè il Principe nella preda v'avea anche la sua parte: e per procedere con sicurezza, e penetrare i più guardati e riposti luoghi, si servivano per salirvi di scale di funi, non perdonando nè anche a' Monasteri. Il Cardinal Pompeo Colonna, come in sì fatte cose indulgente, non vi provvide abbastanza; ma il Toledo detestando le corruttelle ed i pubblici scandali, fece pubblicar un severissimo bando, col quale s'imponeva pena di morte naturale senza remissione alcuna, a chiunque persona si fosse trovata di notte con scale di legno o di fune o di qualunque altra materia. Di questo bando (ancorchè non si legga nelle nostre Prammatiche) ne fece memoria il Presidente de Franchis; ma da poi nel 1560 D. Parafan di Rivera Vicerè nel Regno di Filippo II ne fece pubblicar Prammatica, che si legge sotto il titolo De Scalarum prohibitione noctis tempore: dove quel Ministro nascondendo per onestà il principal fine della legge, fece intendere, che per molti ladri ed altri, che andavano la notte con iscale scalando le case e rubando, donde nasceva alcuna sospezione della pudicizia delle donne onorate, fossero puniti con pena di morte naturale, o altra pena riservata a suo arbitrio, tutti coloro, che si trovassero di notte portar le suddette scale.
Ma il bando di D. Pietro fu più severo, e fu fatto eseguire con molto rigore, siccome infelicemente avvenne nel 1549 ad un nobile, che colto di notte, mentre scendeva per una di queste scale dalla finestra di una gentildonna, lo fece decapitare, con tutto che per salvarlo si fossero interposte la Principessa di Salerno e quella di Sulmona, e quasi tutta la Nobiltà. Lo stesso sarebbe accaduto a Paolo Poderico Cavaliere molto stimato nella Città, il qual preso, mentre di notte avea appoggiata la scala sotto la finestra della sua amorosa, fu condennato a morte; ed il Vicerè, ancorchè fosse suo grande amico, non volle impedir la condanna, ma diede luogo a' parenti, che trovandosi colui Cherico, dimandassero la remissione del reo alla Corte Ecclesiastica, siccome si fece; ed il Poderico essendosi rimesso a quella Corte, in tal maniera scampò il tumulo.
§. I. Riforma del Tribunal della Vicaria.
Riordinò, oltre a ciò, il Toledo molte altre costituzioni riguardanti l'esatta amministrazione della giustizia, e riformò a questo fine il Tribunale della Vicaria. Ordinò, che il reggente con tutti i Giudici e gli altri Ufficiali si trovassero insieme ad ore determinate nel lor Tribunale a ministrar giustizia. Perchè i Giudici di Vicaria a suo tempo non eran più che quattro, onde a cagion di questi suoi ordinamenti non potevano soddisfare alla moltitudine delle accuse, ve ne aggiunse egli due altri, e volle che fossero per stabilimento sei, cioè quattro criminali, e due civili. Stabilì, che si punissero con pena di falsarj coloro, i quali per calunnia, e falsamente proponessero le querele. Che nell'accuse delle contumacie dei delinquenti, ed in tutte le altre materie di giustizia, il Fisco non fosse costituito in mora. Che i voti non si pubblicassero prima d'esser uditi dal Fisco. Che a' carcerati poveri si desse il pane ogni giorno per loro vitto; e fece per li poveri infermi carcerati costruire un sufficiente Ospitale vicino alle carceri, ove s'avessero a curare gl'infermi a spese del Re, impetrandone a tal fine assenso dall'Imperador Carlo V, ed affinchè quei miserabili fosser con maggior diligenza ed attenzione difesi, fece augumentare il salario all'Avvocato e Proccuratore de' Poveri.
Ordinò, che le composizioni si facessero moderate. Che coloro, ch'escono di carcere, non pagassero cos'alcuna. Che nelle ferie estive si cavassero dalle prigioni i carcerati per debiti civili, dando sicurtà di concordarsi co' loro creditori, o di ritornare nelle carceri.
Determinò le paghe de' Mastrodatti, Scrivani ed altri Ufficiali minori di questo Tribunale, comandando perciò, che si formasse Pandetta de' loro diritti, siccome fu fatto, ed estirpò le scuole de' testimoni falsi; e fece bando a pena della vita a chi giurasse il falso, ovvero quelli producesse in giudicio; e vi diede altri savi provvedimenti, che insieme co' riferiti, vengono additati nella Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre prammatiche.
§. II. Riforma del Tribunal della Regia Camera.
Riordinata la Vicaria, con non minor felicità passò alla Riforma della Regia Camera. Vedeva il bisogno, che alla giornata cagionavano le guerre intraprese dal suo Signore co' Turchi, la poca economia, che v'era nello spendere, le spesse contribuzioni e donativi, che indebolivano il Regno, ed il cercar sempre denari, acciocchè gli eserciti non s'ammutinassero: per riparare in parte a tanti bisogni rivoltò l'animo a riordinare, come potesse il meglio, questo Tribunale, di cui era il pensiero, e dovea esser la cura del Patrimonio Regale, d'ingrandirlo, far evitare i disordini e le ruberie, che si commettevano nell'amministrazione di quello da Ministri subalterni; e che non capitassero male le rendite e l'esazioni Regali.
Proccurò a questo fine, che da Carlo V istesso fossero stabiliti più statuti attinenti alla buona amministrazione di quello, li quali egli pubblicò tutti in Napoli, comandando, che fossero esattamente eseguiti. Stabilì da poi egli diversi altri provvedimenti, onde diede molte norme a questo Tribunale intorno alla vigilanza dell'esazione.
Ordinò, che le cause appartenenti al Fisco, o dove quello avesse interesse, si trattassero in Camera, e che gli altri Tribunali dovessero prestargli, occorrendo, ogni ajuto. Che al Fisco non fosse limitato il tempo di ricomprare. Che non si cavasse oro, nè argento dal Regno. Che la moneta fosse di giusto peso, e che si rifacesse la logora, acciò non venisse meno, e vietò, che s'estraesse dal Regno; ed oltre molti altri regolamenti; che si leggono impressi nelle nostre Prammatiche ed altrove, invigilò, che i ministri, che doveano regger questo Tribunale, fossero i più dotti, i più integri, i più probi, ed indefessi de' suoi tempi. Per ciò leggiamo nel suo governo essere stati preposti a questo Tribunale per Luogotenente un Bartolommeo Camerario, e per Fiscale un Antonio Baratucci, Giureconsulti, siccome diremo al suo luogo, i più insigni di que' tempi, ed i più dotti e diligenti. E fu cotanto il zelo ch'ebbe questo Vicerè, e la vigilanza che teneva sopra questo Tribunale, e sopra i Ministri di quello, che una delle cagioni, per le quali il Toledo si mostrò poi poco amorevole del Camerario, fu che costui, mentre era Luogotenente, andando spesso a villeggiare a Somma, avendogli il Vicerè ammonito, che non conveniva ad un Ministro, a cui stava appoggiata carica sì laboriosa, allontanarsi dal suo Tribunale, egli avendogli replicato, che maggior inconveniente era ad un Vicerè lasciar Napoli, e sollazzarsi a Pozzuoli, come spesso faceva il Toledo, se l'alienò in maniera per questa indiscreta risposta che lo fece cader anche dalla grazia di Cesare; donde, come diremo, nacque il principio della sua ruina. Ed in fine diede l'ultima mano al maggior decoro di questo Tribunale, quando nell'anno 1537, levatolo dalla Casa del Marchese del Vasto, dove si reggeva, come a Gran Camerario, lo collocò con tutti gli altri nel Castel Capuano.
§. III. Riforma del S. C. di Santa Chiara.
Non meno alle cause criminali e del Fisco, che a quelle civili de' privati badò questo Ministro, che si amministrasse esatta e spedita giustizia, e con maggior decoro, non meno de' Ministri, che del Tribunale. Reggevasi a' suoi dì questo Tribunale nel Chiostro di S. Chiara, e ristretto in una sola stanza, non faceva che una Ruota: per ciò sovente leggiamo nelle decisioni di Matteo degli Afflitti, che talora essendosi votata qualche causa con uniformi voti, soleasi dire, che quella fossesi decisa per totum S. C. non già che per esser tutto, si dovessero unire, come si fa ora, tutti gli Consiglieri dell'altre Ruote, ma perchè tutti risedevano in una Ruota. Questo Ministro per la più facile e pronta spedizione delle cause, ordinò, che dovessero dividersi, e formare due Ruote, ciascuna delle quali nel medesimo tempo trattasse le sue cause, e che il Presidente soprastasse ora ad una, ora ad altra, secondo la gravità dell'affare che si trattasse.
Rilusse in tempo del suo governo questo Tribunale per lo famoso Cicco Loffredo, che vi presideva, e per tanti insigni Consiglieri, che lo componevano, fra' quali tennero il vanto Giovanni Marziale, Antonio Capece, Antonio Barattuccio, Giovan-Tommaso Minadoi, Scipione Capece, Marino Freccia, ed alquanti altri, de' quali il Toppi tessè lungo Catalogo[2]. In fine gli diede maggior splendore, quando toltolo dai brevi chiostri di S. Chiara, l'unì con gli altri in luogo più decoroso ed illustre, come nel Castel Capuano.
§. IV. Unione di tutti i Tribunali nel Castel Capuano.
Ancorchè molte delle riferite Prammatiche e regolamenti, siccome eziandio questa unione de' Tribunali, non si facessero dal Vicerè Toledo ne' principj del suo governo, ma nel corso di quello, e quest'unione non prima dell'anno 1537, dopo aver ingrandita e abbellita la Città, e dopo tante altre sue famose gesta, che si diranno in appresso; nulladimeno per non tornar di nuovo a parlare di quanto questo Ministro adoperò per riforma de' Tribunali e della giustizia, abbiam riputato in questo luogo collocarle tutte insieme, perchè in uno sguardo si vegga, quanto in questa parte egli valesse, ed avesse superati gli altri Vicerè suoi predecessori.
Tornato che fu egli da Puglia, ove diede vari provvedimenti per riparare le spesse incursioni de' Turchi in quelle marine, come diremo, cominciò ad edificare un Palazzo, dedicandolo alla Giustizia, nel luogo ov'era il Castel Capuano, ridotto allora a Casa privata di delizie, non come era prima per abitazione Reale. Riordinò le logge in forma di ben grandi sale, e fecevi molte ampie e numerose camere sufficienti a' Tribunali, che vi dovea unire.
In questo Palazzo vi chiuse tutti i Tribunali di giustizia: quel del S. C. della Regia Camera della Summaria, della G. C. della Vicaria, della Bagliva, e della Zecca. Vi s'affaticò molto per ridurre a fine questa grande impresa, alla quale fu anche stimolato, come molti credettero, dalla poco buona corrispondenza, che il Toledo avea allora col Marchese del Vasto; poichè con tal occasione veniva a levarsi dalla sua Casa il Tribunal della Camera Summaria, dove, come Gran Camerario, era sempre dimorato.
Fecevi nelle lamie di sotto del palazzo costruire anche le carceri, e fece ivi portare a cento e ducento tutti i prigioni, ch'erano nella Vicaria vecchia, e tutti quegli, che stavano in diverse carceri racchiusi.
Ordinò, che in questo Palazzo alloggiassero il Presidente del S. C., il Luogotenente della Summaria, ed il Reggente della Vicaria, con un Giudice criminale.
Non si può esprimere quanta comodità portasse quest'unione a' negozianti, che quando prima doveano andar a tante parti della Città, ove stavano dispersi, ora ridutti tutti in quel Castello, con facilità spedivano i loro affari. Apportò ancora altre comodità, poichè quella contrada era prima poco men che disabitata, ed ora si rese frequentatissima e popolata.
Potè ancora, ridotti tutti i Tribunali insieme, stabilire, come fece, che due Consiglieri ordinari del S. C. presidessero come Giudici criminali in Vicaria, affinchè come uomini di più esperienza, acciò la giustizia non patisse dimora, attendessero alla spedizione delle cause. Stabilì, che ogni Sabato il Tribunale della Vicaria fosse visitato da uno de' Reggenti suoi Collaterali; ed a questo fine della più pronta spedizione delle cause e della giustizia, limitò le feste di vacanza, riducendole al manco che fosse possibile.
§. V. Ristabilimento della giustizia nelle Province del Regno, e nelle loro Udienze.
Non bastava a questo prudentissimo Ministro aver rialzata la giustizia ne' Tribunali della Città Metropoli, bisognava, che lo stesso si facesse nelle Province, onde si compone il Regno, e nelli loro Tribunali.
Incominciò dagli Ufficiali, che li reggevano: ordinò per tanto che non meno gli Auditori che i Presidi fra quaranta giorni dessero Sindicato. Vietò sotto gravi pene agli Ufficiali Provinciali di prender cosa alcuna di commestibile, quando per negozj a loro commessi andavano per le Province.
Che nelle Province non si dasse esecuzione ad alcun ordine, prima di notificarlo a' Governadori. Che le provvisioni de' Tribunali non avessero bisogno dell'Exequatur delle Regie Audienze.
Che quelli, che ottengono il privilegio di Cittadini Napoletani, abitando nelle Terre di dette Province, portassero ancora il peso di quelle.
Che tutte le scritture fatte fuori del Regno non s'eseguissero senza licenza del Vicerè; e diversi altri provvedimenti vi diede, che sono additati nella suddetta Cronologia fra le Prammatiche, che da questo Vicerè furono in vari tempi stabilite.
CAPITOLO II. Spedizione dell'Imperadore Carlo V in Tunisi: sua venuta in Napoli; e di ciò che quivi avvenne nella sua dimora e ritorno; e quanto da alcuni Nobili si travagliasse per far rimuovere il Toledo dal governo del Regno.
Intanto l'Imperador Carlo V, avendo racchetati, se non come volle, come potè meglio, i moti della Germania per la nuova eresia di Lutero, ed essendosi ritirata l'armata di Solimano da Ungheria in Constantinopoli, vedendo che non vi era più che temere in quel Regno, deliberò partir da Vienna, ove dimorava, per Italia, per indi poi passare in Ispagna, e nel cammino abboccarsi col Papa, siccome glie lo avea fatto intendere. Partì per tanto a' 4 d'ottobre dell'anno 1532 colla fanteria Spagnuola e la Cavalleria, lasciando la fanteria Italiana sotto il comando di Fabrizio Maramaldo per li bisogni, che potessero occorrere al Re de' Romani suo fratello[3]. Giunse Cesare in Mantoa a' 8 di novembre, ed abboccatosi col Papa in Bologna, (dove scoperse, che il Pontefice col nuovo parentado, avea col Re di Francia stretta anche una gran lega) coll'armata d'Andrea Doria, che a questo fine avea richiamato da Levante, passò in Ispagna, approdando in Barcellona nel mese d'aprile del nuovo anno 1533 ove fermossi.
Ma non potè quivi molto godersi della sua quiete; poichè l'Imperador Solimano avendo creato suo Ammiraglio il famoso Barbarossa, celebre Corsaro di mare, gli avea dato il comando d'un'armata di 80 Galee, per rimettere Ariendino Barosso, da altri chiamato Moliresetto, nella possessione del Regno di Tunisi, e scacciarne Muleasser suo fratello, e nel passaggio assaltare la Sicilia e la Calabria. Ed in effetto nella primavera del seguente anno 1534, apparecchiandosi alla venuta, ed uscito da' suoi Porti, passò poi nella fine di luglio il Faro di Messina dove brugiò alcune navi, e approdato in Calabria, saccheggiò S. Lucido, senza lasciarvi persona. Brugiò il Cetraro de' Monaci Cassinensi, con sette Galee, che ivi si facevan fabbricare dal Toledo: e passando a vista di Napoli, con più paura che danno della Città, mise la sua gente in terra nell'isola di Procida, saccheggiando quella Terra. Nè contento di questo, assaltò poi all'improvviso Sperlonga, facendo quivi moltissimi schiavi, e mandò gente per insino a Fondi per sorprender D. Giulia Gonzaga, e presentarla a Solimano, la quale per la gran fama della sua bellezza sparsasi da per tutto, era venuta anche in desiderio a quel gran Signore. Fondi fu saccheggiata, e D. Giulia appena ebbe tempo di salvarsi quella notte sopra un cavallo in camicia, come si trovava[4]. Allora fu, che i Napoletani per reprimere tant'orgoglio di Barbarossa, e liberar le marine del Regno dall'invasione de' Turchi, ragunati in pubblico Parlamento, a' 20 agosto, nel Monastero di Monte Oliveto, fecero un altro donativo a Cesare di ducati centocinquantamila, pagandone i Baroni cinquantamila e gli altri cento il Regno[5].
La medesima disgrazia intervenne a Terracina, con tanto timor della Corte di Roma e de' Romani, che si credette, che se fossero andati innanzi, sarebbe stata abbandonata quella Città. Il Pontefice Clemente, che trovavasi allora gravemente travagliato con dolori di stomaco, non potendo più resistere all'infermità, finì i suoi giorni il vigesimo quinto di settembre di quest'anno 1534.
Morto lui i Cardinali la notte medesima, che si serrarono nel Conclave, elessero tutti concordi in Sommo Pontefice Alessandro della Famiglia Farnese, di Nazione Romano, d'età di 67 anni, Cardinal il più antico della Corte, ed uomo ornato di lettere, e d'apparenza di costumi. Furono in Roma fatte gran feste, per la letizia immensa, che n'ebbe il Popolo Romano, di vedere dopo 103 anni, e dopo tredici Pontefici, sedere in quel trono un Pontefice del Sangue Romano. Fu eletto li 13 d'ottobre, e coronato li 3 di novembre, e chiamossi Paolo II.
Intanto Barbarossa, voltando le prore indietro navigò verso Tunisi, ed avendo con inganno sorpresa quella Città, ne scacciò Muleasser, e ripose nel Regno Barosso, e fortificatolo ivi, fortificò parimente la Goletta, e vi pose buon presidio di Mori.
Considerando perciò Cesare, che se Solimano si impadronisse di quel Regno, passando sotto un Principe cotanto formidabile, sarebbe stato origine della destruzione del Regno di Sicilia e di Napoli, e di tutte le riviere del Mediterraneo insino alle Colonne d'Ercole, determinò sturbare il suo disegno; onde s'accinse per andare egli in persona a quella impresa. Spedì ordini per tutti i suoi Regni per arrolar gente; ed in Napoli per tutto quell'inverno non s'attese ad altro, che a questi apparecchi. Il Toledo fabbricò una Galea a sue spese per dar esempio agli altri, e fu imitato da molti. Il Principe di Salerno, il Principe di Bisignano, il Duca di Castrovillari, il Duca di Nocera, il Marchese di Castelvetere, e l'Alarcone Marchese della Valle, a loro spese, fecero lo stesso. Moltissimi Baroni e Cavalieri, sentendo, che a quest'impresa avea da venire in persona l'Imperadore, tutti si misero in ordine[6].
Entrato il nuovo anno 1535, ne' primi buoni tempi della primavera, il Marchese del Vasto, ch'era andato a Genova ad abboccarsi, per ordine dell'Imperadore col Principe Doria, tornò a Napoli con molte Galee e grosse Navi, e molta gente. Il Papa ajutò anche l'espedizione, ed avendo creato Generale della Chiesa Virginio Orsino, gli diede il comando di ventidue Galee, le quali parimente nel mese di maggio giunsero al Porto di Napoli.
Sopra queste navi fu imbarcata in Napoli molta gente: il Vicerè Toledo vi mandò due suoi figliuoli D. Federico e D. Garzia, natigli dalla Marchesa di Villafranca sua moglie, che nel precedente anno 1534 a' 24 maggio era di Spagna arrivata a Napoli: vi si imbarcarono il Marchese del Vasto, il Principe di Salerno, D. Antonio d'Aragona figliuolo del Duca di Montalto, il Marchese di Laino, li Marchesi di Vico, e di Quarata, li Conti di Popoli, Novellara, di Sarno e d'Anversa, Scipione Caraffa fratello del Principe di Stigliano, D. Diego de Cardines fratello del Marchese di Laino, Cesare Berlingiero, Baldassar Caracciolo, Biase di Somma, Cola Toraldo, Costanzo di Costanzo, ed altri[7]. Partirono a' 17 maggio alla volta di Palermo, dove raccolte più navi e gente, s'ancorarono a Cagliari. Sopraggiunse in questa città l'Imperadore alli 11 giugno con le Galee d'Andrea Doria, e di D. Alvaro Bazan, Generale della squadra di Spagna, ed in esse quasi tutta quella Nobiltà; ed a' 13 del medesimo mese fece vela tutta l'armata numerosissima di 300 vele, da Cagliari alla volta d'Affrica, dove con prospero vento giunse in tre giorni.
Presa terra a Porto Farina, Cesare diede il baston di Generale al Marchese del Vasto, con ordine, che tutti l'ubbidissero. Fu investita la Goletta, ed a' 4 luglio con gran travaglio e morte di molta gente fu quella presa. I Napoletani si portarono con molto valore; ed il Principe di Salerno Generale della fanteria Italiana si segnalò notabilmente: vi morirono il Conte di Sarno e Cesare Berlingiero, il Conte d'Anversa, Baldassar Caracciolo, Costanzo di Costanzo, Ottavio Monaco ed altri Napoletani. Fu anche presa Tunisi, cacciato Ariendino Barosso, fugato Barbarossa, e riposto dall'Imperadore nell'antico Seggio di quel Regno Muleasser, facendolo suo Tributario, obbligandosi mandargli per tal effetto ventimila scudi d'oro l'anno e sei cavalli moreschi.
Non mancò, chi giudicasse questa spedizione di Carlo con tanto apparato di guerra aver avuto infelice ed inutile successo per poco consiglio di Cesare, il quale potendosi far assoluto Signore di quel Regno, stimato da lui cotanto opportuno per salvar dall'incursione de' Turchi i Regni di Sicilia e di Napoli, e tutte le riviere del Mar Mediterraneo, avesse con renderselo sol tributario voluto lasciarlo al Re Muleasser. E Tommaso Campanella in que' suoi fantastici discorsi sopra la Monarchia di Spagna, non lascia per ciò di biasimarlo, e l'evento dimostrò, essere questa impresa stata affatto inutile, e senz'alcun profitto; poichè in discorso di tempo, mal soddisfatti i Tunisini del governo di Muleasser, aderirono ad Amida suo figliuolo, il quale aspirando al paterno Reame, non tralasciava l'occasioni di tendergli insidie: di che il Re insospettito, con imprudente consiglio, prese risoluzione di partirsi di Tunisi, e venire in Napoli per domandar soccorso ed ajuto dal Vicerè Toledo. Appena egli partito, Amida coll'ajuto degli Arabi, e di alcuni principali Mori, occupò il Regno: di che avvisato Muleasser affrettò il cammino verso Napoli, dove giunto nell'anno 1544, e ricevuto dal Vicerè con dimostrazioni reali, attese ad assoldar gente; ma non potendosi unirne tanta quanta il bisogno richiedea, il Toledo non tralasciò d'ammonirlo, che l'impresa dovea riuscirgli di grandissimo pericolo; poichè, se per riacquistare poc'anzi quel Regno, fu duopo che l'Imperadore stesso con grossa armata e forte esercito vi si adoperasse, quale speranza poteva aver egli in quei pochi soldati, che s'erano uniti, il cui numero non erano più di dumila? Ma il Re lusingato dalla fede che credeva durare in alcuni suoi Governadori, volle partire, e giunto alla Goletta, fidandosi nelle parole d'alcuni Mori, che con inganno gli dissero, che Amida era fuggito da Tunisi, si mosse con gran fretta a quella volta, dove, appena essendo comparso, fu assalito dal figliuolo, che ruppe il suo esercito, e rimaso prigione, lo fece barbaramente accecare. Così si perdè tutto, ed il Vicerè per tal nuova ebbe dispiacere grandissimo, considerando il danno, che da tal perdita avea da succedere al Regno: siccome fu, perchè perpetuamente restò esposto alle prede ed incursioni di que' barbari corsari.
§. I. Venuta di Cesare in Napoli.
Disbrigato l'Imperadore dall'impresa di Tunisi, e lasciata fortificata la Goletta con presidio di Spagnuoli, ed in Tunisi Muleasser reso suo tributario, a' 17 agosto partì con tutta l'armata per Sicilia. Il Marchese del Vasto, ed i Principi di Salerno e di Bisignano, coll'occasione di questo ritorno, fecero grand'istanza a Cesare, che venisse a Napoli a dimorarvi qualche mese per vedere la bellezza di questa Città, ed onorarla colla sua presenza. Eran, fra gli altri stimoli, mossi costoro a desiderar la sua venuta in Napoli, perchè disgustati col Toledo per cagione del suo rigoroso governo, col quale teneva abbassata la Nobiltà, potessero con tal congiuntura indurre Cesare a rimoverlo. L'Imperadore si risolse venire, e giunto ai 20 agosto a Trapani, indi dopo un mese a Palermo, venne poi a Messina. Passato il Faro si portò a Reggio, e traversando le Calabrie e Basilicata, dove dalli Principi di Bisignano e di Salerno, siccome da tutti que' Baroni per li cui Stati passava, gli furono resi onori grandissimi, giunse a' 21 di novembre a Pietra Bianca, luogo tre miglia lontano da Napoli.
Entrò poi a' 25 di novembre giorno dedicato a Santa Catarina, con gran trionfo e celebrità, in Napoli; fu incontrato dalla Città e Clero, e da infinito numero di Baroni, con gran concorso del popolo. La celebrità ed apparati di quest'ingresso, le precedenze, l'ordine tenuto, le pompe, furono descritte con tanta esattezza e minuzia da molti Autori, che omai se ne trova scritto più di quel che converrebbe. Gregorio Rosso, che si trovava Eletto del Popolo, quando entrò Cesare a Napoli, ed ebbe gran parte in questa celebrità, le descrisse minutamente ne' suoi Giornali. Il Summonte e tanti altri ne empirono più carte; onde ci rimettiamo in ciò alle Istorie loro.
Non è però da tralasciare ciò che rapporta il Rosso con tal occasione della venuta di Cesare a Napoli; della pretensione, che mossero i Titolati del Regno di covrirsi innanzi a lui.
In Ispagna questa prerogativa è riputata la maggiore. I Baroni che si cuoprono sono Grandi, e coloro a' quali il Re ciò concede, divengono Grandi di Spagna, onore sopra tutti gli altri grandissimo. I nostri Re di Napoli non costituirono la grandezza de' loro Baroni in fargli coprire innanzi di loro, ma ne' titoli di Principi, di Duchi e negli Ufficj della Corona; ed i Titolati tutti innanzi al Re si coprivano.
Coll'occasione d'essersi negli anni precedenti portato Cesare in Bologna a coronarsi, essendo accorsi ivi molti Titolati del Regno, Carlo ne fece alcuni coprire ma non tutti; fra gli altri fece coprire il Principe di Salerno, il Marchese del Vasto ed il Marchese di Laino[8]; ma poichè questo accadde fuori del Regno, era in suo arbitrio far poi ciò che egli voleva.
Ma giunto ora in Napoli, dove come Re di Napoli era stato ricevuto, pretesero tutti i Titolati del Regno di covrirsi, e d'essere trattati ed onorati, come facevano gli altri Re di Napoli predecessori di Carlo. S'allegava ancora un forte esempio del Re Cattolico, il quale, quando venne a Napoli, fece covrire In sua presenza tutti i Titolati.
Con tutto ciò l'imperadore non volle farlo; poichè trovandosi introdotto a' suoi tempi, che gli Spagnuoli questa prerogativa l'avean resa cotanto sublime, che se ne costituì il Grandato di Spagna, dignità sopra tutte le altre divenuta insigne, e che non si dava se non a' primi Signori e grandi Capitani, impedirono perciò, che Cesare, per non avvilirla, facesse tutti covrire.
Narra il Rosso, che il primo, che si pregiudicò a star discoverto innanzi all'Imperadore, fu il Marchese della Tripalda, l'esempio del quale fu poi seguitato dagli altri, i quali per non dimostrare di non volere per ciò seguitare il Padrone, se ne stavano scoverti.
Ma quello, di che i Titolati più s'offesero dell'Imperadore, fu il dispiacere che lor diede, di far con parzialità covrire alcuni ed altri no, così in Napoli, come in varie parti del Regno. Si covrirono i Principi di Squillace e di Sulmona, i Duchi di Castrovillari e di Nocera, li Marchesi di Castelvetere e di Vico ed il Conte di Conza. Ben potè essere, che ne facesse covrir altri; ma il Rosso testimonio di veduta, narra non saper egli più di questi, oltre al Duca di Montalto disceso da' Re, al Principe di Bisignano, a cui l'imperadore avea anche dato il Toson d'oro, ed a coloro, i quali s'erano coverti in Bologna e negli altri luoghi fuori del Regno, che tutti parimente si coprirono.
L'uso di Spagna era, che chi si copre una volta avanti il Re, si copre sempre; ma di questi Signori, che come Titolati si erano coverti nel Regno, dice questo Scrittore, che non si sapeva, se fuori del Regno l'Imperadore l'avrebbe fatti covrire.
Finite le pompe e celebrità dell'ingresso e del giuramento dato da Cesare nel Duomo per l'osservanza de' privilegj e grazie concedute da Re predecessori alla Città e Regno, l'Imperadore dimorando nel Castel Nuovo, luogo destinatogli per sua abitazione, con grande umanità cominciò a dar udienza a tutti, sentendo le querele e le lamentazioni di ognuno, particolarmente delle Terre del Regno contra i Baroni loro; e volendo una Domenica, che fu a' 28 di novembre calare alla Capella Regia del Castello, insorse una nuova contesa di precedenza; poichè nel sedere in quella, pretesero i Signori Grandi di Spagna, e quelli, che s'erano coverti fuori di Spagna a quell'uso, che dovessero precedere a tutti. All'incontro i Titolati di Napoli pretendevano, che il sedere dovesse regolarsi all'usanza di Napoli, dove i Titolati precedevano a tutti; l'Imperadore per toglier ogni briga, ordinò, che affatto nella Cappella non si ponessero sedili, e tutti coloro, che ci vennero, fece stare in piedi[9].
Fu dal Toledo trattenuto l'Imperadore in Napoli in continue feste, giuochi, tornei, giostre e conviti. La Città si vide ornata allora di personaggi assai illustri; oltre i Signori spagnuoli, il Duca d'Alba ed il Conte di Benevento e gli altri Signori e Principi del nostro Regno, i Capitani più famosi e gli altri forastieri di conto, che vennero ad inchinarsi a Cesare, il Duca d'Urbino, il Duca di Fiorenza, Pier Luigi Farnese, figliuolo di Paolo III, quattro Ambasciadori de' Vineziani e D. Ferrante Gonzaga Principe di Molfetta. Ci vennero ancora in quest'occasione li Cardinali Caracciolo, Salviati e Ridolfi, e vi saria anche venuto il Cardinale Ippolito de' Medici, se per strada non moriva in Itri; e trovossi ancora in quel tempo in Napoli D. Francesco da Este Marchese della Padula. Ma ciò, che la rendeva più augusta e superba, fu l'adunamento in quest'occasione delle più illustri Dame, fregiate della più rara beltà e d'altre eccellentissime doti e maniere. Eravi D. Maria d'Aragona Marchesa del Vasto, donna di singolar bellezza, di real presenza, e d'ingegno e di giudicio incomparabile, e quasi al par di lei D. Giovanna d'Aragona sua sorella moglie d'Ascanio Colonna: D. Isabella Villamarino Principessa di Salerno: D. Isabella di Capua Principessa di Molfetta moglie di D. Ferrante Gonzaga: la Principessa di Bisignano: D. Isabella Colonna Principessa di Sulmona: D. Maria Cardona Marchesa della Padula moglie di D. Ferrante da Este: D. Clarice Ursina Principessa di Stigliano: la Principessa di Squillace: D. Roberta Caraffa Duchessa di Maddaloni, sorella del Principe di Stigliano: D. Dorodea Gonzaga Marchesa di Bitonto: D. Elionora di Toledo figliuola del Vicerè; e molte altre grandi Signore e Titolate del Regno. Eravi ancora la famosa Lucrezia Scaglione, la quale ancorchè non titolata per la sua estrema bellezza, audacia e valore, era sopra tutte le altre commendata.
Ma mentre l'Imperadore in continui conviti e giuochi si sollazzava in Napoli, gli venne avviso della morte di Francesco Sforza Duca di Milano, il quale non avendo di se lasciati figliuoli, decaduto il Ducato all'Imperadore, mandò Antonio di Leva a prenderne il possesso, creandolo Governadore di quello Stato. Ciò che fe' accelerare nuove cagioni di disgusto e di rinovar nuove guerre, e contese con Francesco I Re di Francia, il quale avuto anch'egli l'avviso di questa morte, immantenente avea data commessione al suo Ambasciadore che teneva presso l'Imperadore, di dimandare a Cesare da sua parte il Ducato di Milano per doversene investire il Duca d'Orleans: di che turbato l'Imperadore, nè dandogli risposta aggradevole, intese poco da poi, che il Re di Francia trattava di movergli guerra; e di vantaggio, che oltre la pretensione promossa per lo Ducato di Milano, avea protestata la guerra al Duca di Savoia, suo Cognato, con disegno d'invadere il Piemonte; ed ancorchè apparentemente in Napoli non si tralasciassero le feste ed i conviti, nientedimeno non mancava l'Imperadore di pensar seriamente alla guerra, che fra breve avrebbe dovuto fare contra a quel Re: ed a disporsi a partire da Napoli per Lombardia, ed altrove, dove cose maggiori lo richiamavano.
§. II. Il Marchese del Vasto, ed il Principe di Salerno con altri Nobili procurano la rimozione del Toledo dal governo del Regno.
Ma nella fine di quest'anno si cominciarono a stringere e palesare le negoziazioni, che finora s'eran tenute occulte, del Marchese del Vasto, e del Principe di Salerno, con altri Nobili contra il Vicerè per farlo rimovere dal governo di Napoli. Questo concerto erasi maneggiato fin da che Cesare era in Sicilia, e nel viaggio, tanto il Marchese, quanto il Principe non mancarono di far efficacemente le parti loro, con dipingere il suo governo per troppo aspro e rigoroso, e non confacente a quel Regno, insinuandogli che dovesse levarlo; ma questi ufficj niente valsero, sapendo Cesare onde veniva la cagione di tal odio, e di quelli n'era stato anche ben avvisato il Toledo; poichè giunto l'imperadore a Napoli, veduto il Vicerè, narrasi, che gli dicesse: Siate il ben trovato Marchese; e vi fo sapere, che non state tanto grasso, come mi è stato detto. Al che sorridendo il Vicerè facetamente rispondesse: Signore, io so bene che V. M. abbia inteso, che io sia divenuto un mostro, però non son tale. Non tralasciarono ancora di muovere alcuni popolari, perchè col pretesto di due gabelle imposte, e del suo rigore, chiedessero a Cesare, che lo rimovesse; ed aveano già tirato dal lor canto Gregorio Rosso, Eletto del Popolo, il quale perciò ne' suoi Giornali non molto favorisce il Toledo, e non mancò di far le parti sue; poichè egli stesso racconta, che ai 26 novembre di quest'anno 1535 fu fatto chiamare dall'Imperadore, da cui fu domandato delle condizioni del Popolo Napoletano, e che cosa avrebbe potuto fare in beneficio del medesimo. La sua risposta fu, ch'era fedelissimo, ed amantissimo della sua Corona, e che per mantenerlo soddisfatto e contento non ci bisognava altro, che mantenerlo abbondante, senza angaria, e che ogni uno mangi al piatto suo, con la debita giustizia, e che stava per ultimo assai risentito e disgustato, per le nuove gabelle poste dal Vicerè. Questa giunta, com'egli stesso dice, fu cagione, che il giorno seguente fosse levato d'Eletto, e rifatto in suo luogo Andrea Stinca Razionale di Camera, persona dipendente dal Vicerè.
Ma non perciò s'arrestarono i suoi rivali. Nel principio del nuovo anno 1536, Carlo per ricavar qualche frutto dalla sua venuta in Napoli, fece agli 8 di quel mese intimare un Parlamento nella Chiesa di S. Lorenzo, ove in sua presenza ragunati i Baroni e gli Ufficiali del Regno, espose egli di sua propria bocca i bisogni della Corona, e che per sicurezza del Regno e per le nuove guerre, che se gli minacciavano dal Turco e dal Re di Francia, bisognava sovvenirlo. Il giorno seguente ragunati di nuovo i Baroni, conchiusero in onore di Cesare, senza misurar le forze del Regno, più tosto per vanità e fasto, che per altro, di fargli un donativo di un milione e cinquecentomila ducati, donativo in niun tempo, nè in Napoli, nè altrove, giammai inteso e così sorprendente, e di somma cotanto immensa ed esorbitante, che l'istesso Cesare, vedendo l'impossibilità dell'esazione, bisognò, che loro facesse grazia di rimetterne ducati cinquecentomila, e contentarsi d'un milione[10].
Si giuntarono spesso i Deputati in San Lorenzo per trovare il modo della soddisfazione, e si determinò, che dovessero pagare i Baroni tre adoe, ed il rimanente i popolari. Parimente s'unirono per consultare quali altre nuove grazie e privilegi dovessero, in ricompensa di tanta profusione, cercare a Cesare. Se ne concertarono molte, e perchè questa Deputazione era maneggiata da Nobili, si pensò con tal opportunità chiedere a Cesare la remozione del Vicerè. Ma perchè dimandandogliela alla svelata, oltre al poco decoro del Ministro, eran certi di riceverne una ripulsa; fu proposto fra le cose principali, di dimandare in grazia all'imperadore di far rimuovere tutti i Ministri, così maggiori, come minori, per includervi con ciò anche tacitamente il Vicerè. A questa proposizione per se stessa imprudentissima, ancorchè vi concorressero la maggior parte de' Deputati Nobili, si opposero il Duca di Gravina, il Marchese della Tripalda, Cesare Pignatello e Scipione di Somma. Ma sopra tutti fortemente ripugnarono Andrea Stinca Eletto del Popolo, e Domenico Terracina, che, per essere stato Eletto negli anni precedenti, era stato fatto anche Deputalo del Popolo. Per ciò non si conchiuse niente, e furonvi gravi contese tra 'l Marchese del Vasto e Scipione di Somma, che vennero fra di loro sino a parole ingiuriose e piene di contumelie[11].
Mentre che queste cose si dibattevano in S. Lorenzo, l'Imperadore si tratteneva in quel Carnovale in feste, giuochi e maschere; ed una sera accompagnandolo il Marchese del Vasto, mentre si ritirava al Castello, postosegli vicino, gli esagerò per molte ragioni quanto compliva al suo servizio di levare il Toledo dal governo di Napoli; ma comprendendo dalle risposte dell'Imperadore, che avea poca voglia di levarlo, prese resoluzione di non andar più alla Deputazione a San Lorenzo, ma andarlo sol servendo nelle feste e giuochi, che ogni giorno si facevano. Ciò che riuscì di gran servizio del Vicerè, perchè non venendo alla Deputazione più il Marchese, s'intepidì il suo partito; anzi l'Eletto Stinca ed il Deputato Terracina, sapendo gli ufficj fatti dal Marchese con Cesare contra il Toledo, andarono a parlare all'Imperadore, e introdotti, l'Eletto Stinca cominciò ad esagerare a Cesare, che i Nobili intanto si sforzavano far ogni opra con S. M. perchè rimovesse il Toledo, perchè sono stati sempre soliti di opprimere e vilipendere il Popolo: che la loro insolenza era giunta a tanto, che maltrattavano non solo il Popolo Napoletano, ma i Capitani di guardia ed i Ministri di Giustizia: che tenendo uomini facinorosi ne' Portici delle loro Case, non temevano perseguitare molti, con straziarli ed insin ad uccidergli: toglievano a forza dalle mani della giustizia i ribaldi, ritenevano nelle loro case uomini facinorosi: i poveri artigiani non erano pagati delle loro fatiche, anzi con ingiurie e ferite malmenati; ma ora, che il Toledo avea estirpate queste tirannidi, con aver riposta la giustizia al suo luogo, per ciò i Nobili si movevano a rifiutarlo; che se sarà levato, tosto si tornerebbe all'antiche depressioni ed abusi.
Queste parole, che trovarono l'animo ben disposto di Cesare, lo fecero maggiormente confermare nella opinione di non rimoverlo; laonde certificato del vero, acciò non rimanesse in cos'alcuna macchiata la riputazione di quel Ministro, volle che per mezzo suo, anche stando egli in Napoli, tutto si facesse, e per le sue mani passassero tutti gli affari più gravi, e ricolmollo di più favore, che prima. E poco da poi, affrettandosi tuttavia il suo ritorno, nel partir poi da Napoli per Roma, lo lasciò con maggior autorità di prima. E con ciò terminata la Deputazione in S. Lorenzo, non si pensò più a questo, ma concertati, e conchiusi 31 Capitoli e Grazie, che si doveano cercare a Cesare per la Città di Napoli, e 24 altre in beneficio d'alcune province e particolari, furono quelle dall'Imperadore nel nuovo Parlamento, che in sua presenza si tenne a S. Lorenzo, a' 3 di febbrajo di quest'anno, concedute, le quali ora si leggono infra i Capitoli della Città e Regno di Napoli, conceduti dagli altri Re suoi predecessori[12].
CAPITOLO III. Il Toledo rende più augusta la Città con varj provvedimenti: suoi studi per renderla più sana e più abbondante. Lo stesso fa in alcune città e lidi del Regno, onde cinto di molte Torri potesse reprimere l'incursioni del Turco.
Partì l'Imperadore da Napoli a' 22 di marzo di quest'anno 1536 per la volta di Roma, per indi passare in Lombardia, e portarsi da poi in Ispagna; ed avendo lasciato al governo di Napoli il Toledo con maggiore autorità di prima, costui parimente con maggior grandezza d'animo e sicurezza riprese il governo
Fece proseguire con maggior fervore i vasti disegni concepiti per maggiormente aggrandire ed abbellire la città di Napoli; acciocchè con maggior ragione le convenisse il titolo di Metropoli e Capo d'un sì vasto Regno; onde pose in opra tutta la sua splendidezza e magnificenza. Le opere fur fatte in diversi tempi, ma per non interrompere il racconto, le collocheremo sotto gli occhi tutte insieme. Avea egli prima proposto di far drizzare e mattonare le torte e fangose sue strade, e risarcire le sue mura; ma poichè l'entrate della Città non erano a ciò sufficienti, fu d'uopo pigliar espediente di ponere a questo fine una nuova gabella, e tenuti nella Città sopra ciò più consigli, fu conchiuso nel 1533, che si mettesse un tornese a rotolo sopra il pesce, carne salata e formaggio[13]. Surse tumulto fra' popolari, per opra di Fucillo Micone Mercatante di vino per questa nuova gabella; e sebbene il Toledo con intrepidezza e vigore avesse represso il tumulto con la morte di Fucillo e degli altri tumultuanti, nulladimeno stimò bene non cominciare allora ad esigerla. Ma sopraggiunti da poi nell'anno 1535 nuovi bisogni alla Città per gli appparecchi, che dovean farsi contra Barbarossa, che infestava le marine del Regno, fu duopo per supplire alle spese, ponere a' 20 marzo di quell'anno una nuova gabella a Napoli d'un denaro per rotolo; e dovendo, per li bisogni che premevano, quella prontamente esigersi, con tal occasione proccurò il Vicerè, senza che perciò ne nascessero più rumori, che s'esigesse non men l'una, che l'altra prima imposta per la mattonata, la quale infino a quel tempo non s'era ancora esatta. E da quel dì narra il Rosso[14], si cominciarono a levare le selici, ch'erano per le strade di Napoli, e si posero i mattoni.
Per la venuta dell'Imperadore, stando gli animi distratti altrove, s'intermise il lavoro, ma costui partito di Napoli, si proseguì con maggior fervore. Fece perciò il Toledo, a fin di rendere più bella e sana la Città, levare molti supportici, che tenevano la Città oscura: levar tutte le pennate, ch'erano avanti le case e le botteghe: fece rifar lo cloache, perchè corressero con maggior pendenza al mare: fece drizzare, ed appianare tutte le strade: e diede animo a' Cittadini, in modo che ognuno a gara si sforzava d'abbellire le sue case e palagi. Rese più ampia e forte la Città con allargar più in fuori le sue mura, così dalla parte di mare, come di terra, e con tanta prestezza che fu maraviglia; perciocchè in meno di due anni la fece circondare di un muro grossissimo con terrapieno di dentro e fece edificare dentro l'acqua il muro della marina; tanto che per questa ampliazione rimase estinta la memoria delle muraglie, ed antiche porte edificate dal Re Carlo II e dagli altri Re angioini. Non s'intesero più i nomi di Porta Don Orso, di Porta Reale antica, di Porta Petruccia, di Porta del Castello, e di S. Giovanni a Carbonara. Egli racchiuse con le nuove mura molti edificj, e vi racchiuse anche parte del Monte S. Eramo ed Echia, chiamato ora Pizzofalcone, tanto che fu ingrandita e magnificata la Città per due parti più di quella, che prima era[15].
Fece rifar di nuovo il Castel di S. Eramo, rendendolo, secondo l'uso militare di que' tempi, inespugnabile; poichè oltre il buon presidio e munizione, la maggior parte d'esso fu fatta di taglio nel proprio monte di pietra: solo il Palazzo e la Cittadella furon fatti di fabbrica; e vi fece cavare una cisterna nella pietra del monte istesso di grandezza sì smisurata, che pareggia alla famosa Piscina mirabile di Baja: magnifico vestigio ch'è a noi rimaso della grandezza Romana. Fece fare i suoi fossi cavati nella pietra istessa, con magnificenza ed artificio tale, che meritamente possono uguagliarsi agli antichi edificj de' Romani.
Oltre il famoso edificio del Palazzo della giustizia, ove ragunò, come si è detto, tutti i Tribunali, fece altresì edificare dietro il Castel Nuovo un regal Palagio con ameni giardini, destinato per abitazione de' Vicerè, che ora appelliamo il Palazzo vecchio, a cagion del nuovo più stupendo e magnifico, che a se contiguo, fece edificar poi il Vicerè Conte di Lemos, a lato del quale, per renderlo più augusto, fece fare un'ampia strada, distendendola sino alla nuova Porta Regale, che ora diciamo dello Spirito Santo, la quale fin al presente ritiene il suo nome, e strada di Toledo viene perciò chiamata.
Ampliò più del doppio l'Arsenale di quel ch'era prima, e lo ridusse in tanta grandezza, che gli artigiani vi potevano fabbricare tutto in un tempo sedici Galee: e trovò modo, che il legname vi si conducesse con più facilità, e con assai minore spesa di prima.
Ornò la Città di molte fontane pubbliche di marmo, e nella Piazza della Sellaria ne fece ergere una chiamata l'Atlante, per la sua statua portante su gli omeri il Mondo, che fu scolpita di mano di Giovanni di Nola, il più famoso Scultore di que' tempi[16].
Ornolla ancora per costruzione di nuove e magnifiche Chiese ed Ospedali: nel che, oltre la grandezza del suo animo, veniva anche spinto dalla sua grande pietà e religione verso le cose sagrate. Egli fondò lo Spedale, e 'l magnifico tempio dedicato all'Appostolo Giacomo Protettor delle Spagne, per maggior comodo della Nazione Spagnuola: nel di cui Coro, ancor vivo, vi fece ergere un famoso Sepolcro di marmo, che dovea esser depositario delle sue ossa, intagliato con figure di basso rilievo dal rinomato Scultore Giovanni di Nola. Riedificò ed ampliò la Chiesa di S. Niccolò alla Dogana. Fece edificare da' fondamenti l'Ospedale di Santa Maria di Loreto per li fanciulli orfani, e l'altro di S. Catterina dentro S. Eligio per le femmine. Ma ciò che servì non meno per maggior lustro e decoro della Città, che della nostra Religione, fu la diligenza da lui usata perchè le Chiese fossero ben servite, si riparassero le antiche, l'entrate non andassero a male, i Preti con decoro attendessero al culto divino ed alle cose sacrate, e riformò per quanto s'apparteneva a lui la esterior politia di quelle. Ordinò, che le Chiese, che sono di jus patronato fossero ben servite, tenute monde e con decoro: fece restituire tutte le loro entrate, ch'erano da varie persone usurpate. Ordinò, che i Preti dovessero andar in abito e tonsura, e decentemente vestiti, altramente non avuti per tali, si castigassero ne' delitti come laici. Egli fu che introdusse il culto, che ancor dura, che quando per la Città si porta l'Eucarestia agl'infermi, uscisse con Pallio accompagnata con torchi accesi, e con pompa; e per render col suo esempio l'uscita più augusta, se veniva egli ad incontrarsici, l'accompagnava con tutta la sua Corte insino al luogo dove aveva d'andare.
In fine dopo avere in forma più magnifica e nobile innalzata questa Città, vi diede ancora altri provvedimenti per renderla più salubre ed abbondante, badando non meno alla sua bellezza e magnificenza, che alla sanità ed abbondanza de' suoi abitatori. Era Napoli a' suoi tempi nell'està oppressa da molte infermità, e la cagione principale era la corruzione dell'aria cagionata dalle paludi per l'acqua che stagnava in quelle, le quali cominciavano dal Territorio di Nola sino al mare, camminando per Marigliano, Aversa, Acerra e la Fragola: la qual corruzione talvolta augumentavasi tanto, che s'infettava tutta Terra di Lavoro, o gran parte di quella. Il Toledo dando a tanto male opportuno remedio, fece fare nel mezzo di quelle pianure un gran canale profondo, con argini ben grandi alle riviere, disponendo il canal in modo, che tutte le acque delle paludi venissero ivi a colare, e che l'acque ivi raccolte a guisa d'un gran fiume corressero tutte al mare. Così le paludi divennero secche, e Napoli, la Città più sana del Mondo. A questo fine per tener coltivato tutto il Paese intorno, lo fece tutto arare e lavorare: e oltre ciò vi stabilì un fondo, le cui rendite servissero per tener sempre mondo e netto il canale suddetto. Chiamarono i nostri maggiori questo canale Lagno; ond'è, che ora si nomano i Lagni, la cura de' quali ora se l'assume il Tribunale della Regia Camera, destinandovi un Presidente Commessario perchè si tengano sempre purgati e netti.
Diede ancora vari provvedimenti intorno alle vettovaglie, e molti altri ordini, perchè in Napoli vi fosse abbondanza di grano, proibendo l'estrazione di quello: che niuno potesse tener magazzini, nè di grano, nè d'orgio per trenta miglia lontani di Napoli: ed introdusse i partiti de' grani co' Mercatanti per mantener l'abbondanza.
L'essersi adunque Napoli, col correr degli anni, renduta una delle più splendide e magnifiche Città del Mondo, tutto si dee al Vicerè Toledo: poichè da ciò avvenne, che gli altri Vicerè Spagnuoli suoi successori, a sua imitazione, presero per istituto di non partirsi dal governo, se non lasciavano in quella, una lor memoria illustre di famosi, e superbi edificj. Nel che si segnalarono i Duchi d'Alva, i Conti di Lemos, di Medina e tanti altri, come vedremo nel corso di quest'Istoria. Tanto che per questi insigni e magnifici monumenti da essi lasciati, e da tante maravigliose fabbriche delle nuove Religioni nella stessa Città da poi introdotte, de' Teatini, Gesuiti, Girolamini e di tante altre, che resesi oltre modo ricchissime, vi hanno innalzati magnifici Tempj, anzi non già Monasterj, ma Palagi vastissimi e superbi, eccelse Torri, e più tosto Castelli, che Conventi, si vede ora Napoli gareggiar colle più grandi Città di Europa con Roma, Costantinopoli, Londra e Parigi.
A quest'istesso Ministro si dee, e per la tanta magnificenza, alla quale la sollevò, e per l'innalzamento de' Tribunali, e per la più ordinaria residenza de' Baroni in quella, che si fosse Napoli resa cotanto popolata e numerosa di abitatori: ancorchè v'avesse pure molto conferito le spesse incursioni de' Corsari Turchi che a questi tempi facevano nelle Terre e marine del Regno: onde gli abitatori di quelle Terre spaventati, per isfuggire la temuta schiavitudine, se capitavano nelle loro mani, abbandonando i loro nidi, si ritiravano tutti a Napoli. Così molti della Costa d'Amalfi, di Citara, Castello posto nella marina presso Salerno, del Cilento, della Cava, dell'isola di Capri, e finalmente di Calabria ci vennero[17].
CAPITOLO IV. La medesima provvidenza vien data dal Toledo nelle Province e nell'altre Città del Regno, per l'occasione, che ne diede Solimano, che con potente armata cercava invaderlo.
Ancorchè il Regno, nel governo di D. Pietro di Toledo, non avesse nelle sue Province sofferti quei mali, che seco porta una viva guerra; nulladimeno il timore di quella minacciata da due Principi potenti, da Solimano, e da Francesco I Re di Francia, che collegati insieme dirizzavano tutti i loro pensieri, e tutte le loro forze per deprimere tanta potenza di Carlo Imperadore, era peggiore della guerra istessa. Solimano irritato contro Cesare per avergli frastornata l'Impresa del Regno di Tunisi, e per vendicarsi d'aver posto il suo esercito in fuga, e cacciatolo dall'Ungheria, avea fatto nell'anno 1537 apparecchiare una potentissima armata per la conquista del Regno di Napoli. Era ancora stimolato a quest'impresa per mezzo d'un suo Ambasciadore dal Re di Francia, e da Troilo Pignatello[18], il quale per vendicarsi della ignominiosa morte fatta dare dal Toledo al Commendator suo fratello, erasi con molti altri fuorusciti partito dal Regno, e ricovratisi in Costantinopoli, sollecitavano con acuti stimoli quell'Imperadore a non tardare; e gli dipinsero l'impresa molto facile, poichè dovendo Cesare impiegarsi alla difesa della guerra, che il Re di Francia era per muovergli in Lombardia per lo Stato di Milano, non avrebbe potuto resistergli. Si risolse per ciò con prestezza Solimano a muoversi, e fece tosto porre in ordine un esercito di ventimila soldati, e partendo egli da Costantinopoli per terra, giunse alla Velona a' 13 di luglio di quest'anno: fece anche apprestare nel medesimo tempo un'armata di 200 vele da carico, e di gente da combattere, dandone il comando al suo famoso Ammiraglio Barbarossa, il quale quasi ad un medesimo tempo, che egli per terra giunse alla Velona, vi giunse egli per mare colla sua armata.
Il Vicerè, che molti mesi prima, invigilando agli andamenti de' fuorusciti ricovrati in Costantinopoli, avea avuti avvisi da Scipione di Somma Vicerè della Provincia d'Otranto de' maneggi del Pignatello, e di quanto si trattava in quella Corte, e della risoluzione di Solimano, come potè meglio, diede tosto principio alla fortificazione delle riviere del Regno; e scrisse immantenente a Cesare, ragguagliandolo di ciò che dal Turco si meditava, e che a fine di resistergli, gli mandasse tosto soccorso di fanteria spagnuola, per raddoppiare i presidj, avendo egli intanto di munizione e di vettovaglie il tutto provveduto. Ordinò per tanto agli uomini d'arme, che si raccogliessero sotto le loro bandiere, e ragunatili tutti, gli fece accampare nella Puglia piana, donde potevasi con prestezza soccorrere a tutte le riviere. Distribuì ancora le milizie per guardia di Napoli; e poichè si trattava della difesa da farsi contra il nemico comune, fidossi dei propri Cittadini, mettendo in loro mani le arme, acciò si difendessero bisognando: i quali con molta intrepidezza s'offerirono andare incontro a mille morti per resistere all'oste implacabile del Cristianesimo. Fece poi chiamare i Baroni del Regno, e ragunatili tutti in un general Parlamento tenuto dentro il Castel Nuovo, espose loro la cagione della chiamata, il grave pericolo nel quale erano, e che Solimano essendo già partito con potentissimo esercito da Costantinopoli per assaltare il Regno, bisognava per ciò armarsi per una valida difesa. Tutti si offerirono con la medesima prontezza; onde ogni uno finito il Parlamento si diede a provvedersi d'arme, ed accingersi colla maggior prestezza e sollecitudine.
In questo giunsero al Porto di Napoli 24 Navi cariche di Spagnuoli, ed indi a poco arrivò il Principe Doria con 25 Galee e due Galeoni; ed appresso entraron cinque altre Galee mandate da Papa Paolo III a cui molto premeva render vani i conceputi disegni di Solimano. Partì l'armata dopo essersi provveduta delle cose bisognevoli per la volta di Messina, su della quale il Toledo vi mandò D. Garzia suo figliuolo, e navigando verso Levante, pose il Doria in iscompiglio l'armata nemica. Partito il Doria, il Vicerè mandò alla volta di Puglia la fanteria spagnuola con alcuni pezzi d'artiglieria, ed avuta certa notizia, che Solimano era giunto alla Velona, partì egli da Napoli seguitato dal Baronaggio, e da molta cavalleria a' 28 di luglio, e giunto a Melfi, quivi fece far rassegna generale di tutto il suo esercito. In questo vennegli nuova, come il Bassà Lussibeo, arrivato all'improvviso a Castro, avea posta a sacco ed a fuoco quella Terra, e prese le donne ed i giovani, il resto avea fatto morire: poi assalito Ugento, lo fece brugiare con molti casali attorno. E nel medesimo tempo Barbarossa approdato con settanta Galee in Otranto, fece sbarcar molta gente e cavalli per invader quei luoghi; ma trovandosi Scipione di Somma Governatore di quella Provincia, il quale stava ben provveduto di gente e cavalli, ancor che a lungo andare non avrebbe potuto resistere a tanta furia, pure con molte scaramucce gagliardamente si difese. Ciò inteso dal Vicerè, spinse avanti le sue genti da Melfi, e si portò a Taranto, per esser più pronto a soccorrerlo: ma appena ivi giunto, gli venne avviso come gl'inimici s'erano ritirati ed imbarcati; ed intese anche da alcuni Turchi fatti prigioni, come Solimano si era anche partito dalla Velona per assalire l'Isola di Corfu, e sorprenderla a' Veneziani.
La cagion di sì improvisa ritirata di Solimano fu, perchè ebbe nuova, che tutte le riviere del Regno stavano ben unite e fortificate di buoni presidj, di valorosi soldati, e di vettovaglie, e che il Vicerè stava in campagna con trentamila uomini, e che il Papa assoldava gente per soccorrerlo. Ebbe anche avviso, che il Principe Doria avea fracassate molte Galee della sua armata; e che l'armata Veneziana (ancorchè vi fosse fra di lor tregua, riputandola i Veneziani per rotta, a cagion, che Solimano in quell'anno avea fatto ritenere in Levante 20 loro Galee) dubitava non se l'intendesse col Doria, e s'unisse anche a' suoi danni; onde dovendosi ritirare, per non perdere la riputazione, nè dimostrar viltà, andò ad assaltare Corfu.
Dissipato per ciò il nemico, licenziò il Vicerè (dopo aver loro resi molti ringraziamenti) i Baroni, e ad ogni uno, che potesse tornare a casa sua, come fecero. Ma egli considerando, che il Turco non era per desistere dall'impresa del Regno, e conoscendo di quanto giovamento gli era stato lo star provisto di gente, deliberò di fortificare tutte le Terre della riviera: e visitando quelle con buoni Architetti ed uomini di guerra, diede ordine per fabbricare il Castello di Reggio. Cinse di baloardi e di mura la Città di Cotrone: fece fabbricare il Castello di Castro, di Otranto, di Lecce, di Gallipoli, di Trani, di Barletta, di Brindisi, di Monopoli, e di Manfredonia; e fece ancora fortificar Vesti, città posta nell'ultima punta del Monte Gargano; ed avendo con tal occasione scorto, che la maggior parte del Regno, e particolarmente le città di Puglia erano oltremodo oppresse da grossi debiti, onde ne nasceva, che molte si disabitavano, e si rendevano impotenti a' pagamenti fiscali; egli trovò rimedj così efficaci e profittevoli, che in pochi anni furono le Città libere da' debiti, ristorate tutte le loro entrate, e tornate a popolarsi con accrescimento di fuochi: in cotal modo fu rinfrancata Barletta, Trani, Bisceglia, Monopoli, Manfredonia, S. Severo, Rutigliano, Minervino, e molte altre Città oppresse, e furono redente e rilevate le loro entrate. Così il Toledo avendo felicemente terminata la sua espedizione, ripartito poi l'esercito per gli alloggiamenti, se ne ritornò a Napoli. La Città, in grazia d'un così segnalato beneficio, gli donò una collana d'oro lavorata con grande artificio, fatta a spese del pubblico; e come liberatore d'un sì formidabile e potente nemico, gli rese pubbliche grazie.
Ma il Vicerè, di ciò non soddisfatto, non tralasciò ne' seguenti anni, per maggiormente munire il Regno contra l'incursioni di sì forte nemico, di fortificare l'altre Città e Terre e le marine tutte del Regno.
Egli fu autore presso a Carlo V per far ordinare, che in tutte le riviere del Regno si edificassero di passo in passo ben alte Torri, con situarvi certi e perpetui stipendj per chi le custodiva, affinchè l'una dando avviso all'altra di qualche sbarco di Corsaro Turco, potessero i paesani ammoniti salvarsi. Fece ancora ne' confini del Regno verso lo Stato Ecclesiastico, costruire una gran Torre, chiamata del Porto di Martino Severo, per sicurtà de' buoni e per vendetta de' rei. E nell'Apruzzo fecevi riedificare un sicuro Castello, siccome fece in Terra di Lavoro a Capua, nel qual tempo fece anche rifar di nuovo il Castello di Baja.
La città di Pozzuoli a questo Vicerè dee la sua conservazione, e che ora ancor duri sopra la Terra, e non, come Cuma, Baja e Miseno, coprissero le sue mura arena ed erba. I spessi tremuoti dell'anno 1538, le orrendissime voragini aperte in quel piano, ch'è tra il Lago Averno e Monte Barbaro, dalle quali furiosamente uscivano pietre, fiamme e gran nubi di fumo e di cenere, spaventarono in maniera i vicini Pozzolani, che abbandonando le lor case, tutti se ne fuggirono, molti per mare e molti per terra colle loro mogli e figliuoli, lasciando desolata quella città. Il che inteso dal Vicerè cavalcò subito a quella volta, e fermatosi sul monte di S. Gennaro, vide la misera città coverta tutta di cenere, che appena si vedeva vestigio di case, per la cui rovina i Pozzolani aveano determinato di abbandonarla affatto. Ma il Vicerè non volle acconsentire, che si desolasse una città tanto antica, ed un tempo cotanto famosa. Fece far bando, che tutti ivi si ripatriassero, con fargli franchi di pagamenti per molti anni; e per dar loro più animo, vi fece edificare un magnifico Palagio, con una forte Torre, e pubbliche fontane. E perchè s'agevolasse il commercio tra' Napoletani e Pozzolani, fece rifar la via, donde si viene a Napoli, ed appianò, e rese più larga e luminosa quella mirabile grotta (maraviglioso vestigio della potenza Romana) tal che per quella vi si potesse passare senza lume. Fece a questo fine ristaurare, come si potè meglio, i Bagni, e rifare le mura della città; e per renderla più piena d'abitatori, quando prima soleva andarvi per sua salute a dimorarvi la primavera, si allargò poi ad andarvi ad abitare la metà dell'anno; ed essendo di nuovo Barbarossa nel 1544 tornato ad infestare il Regno, meditando dopo aver saccheggiate l'Isole d'Ischia e di Procida, di far lo stesso a Pozzuoli, siccome avea già cominciato da mare a batterla; tenendovi il Vicerè dentro un conveniente presidio, e cavalcando egli stesso con prestezza con tutta la cavalleria, e molta gente da Napoli, e dalle Terre convicine, giunto che fu al Borgo di quella città, Barbarossa veduta la moltitudine della gente, si ritirò subito, proseguendo il suo viaggio verso Levante, ed il Vicerè liberator di quella fece ritorno a Napoli. Tanta previdenza diede egli per liberar le città del regno dalle invasioni di sì potenti e fastidiosi nemici.
§. I. Giudei discacciati dal regno.
Non minore providenza fu riputata quella, che diede questo Ministro nel 1540 alla città e regno con averne discacciati i Giudei: essi ci vennero la prima volta intorno l'anno 1200, e s'erano, precisamente in Calabria, allargati cotanto, che popolarono contrade intere di varie città, tal che acquistarono il nome di Giudeche; e crebbero in sì gran numero e ricchezze, che avendo i Giudei dell'Asia persuaso il Turco ad occupare il sepolcro di Davide, sotto mentito pretesto di nascosto tesoro, siccome già avvenne, con danno e dispendio gravissimo de' Cristiani; Martino V irritato per ciò contra i Giudei del regno, s'adoperò con la Regina Giovanna II ne portassero costoro la pena; il perchè a' 18 ottobre del 1429 ordinò ella a Lodovico d'Angiò Duca di Calabria, che facesse esigere da ciascun Ebreo, sia masculo, sia femmina, il terzo d'uno scudo; e fu sì grande la somma, che se ne ritrasse, che compensò la spesa già fatta nell'Asia per lo riacquisto del Sagro Sepolcro[19]. Ci vennero la seconda volta nel 1492 allor che cacciati da Spagna dal Re Ferdinando il Cattolico, mescolati co' primi, popolarono assai più le Giudeche da essi abitate, dove in breve tempo multiplicati, divennero ricchissimi; poichè quivi con molto lor utile si posero ad esercitar la loro arte di comprare, e vendere vesti ed altre robe usate, ma sopra tutto a dar denari ad imprestanza a grossissime usure[20]. La comodità era grande, ma gl'interessi, che soffrivano coloro che vi avean negozio, erano intollerabili. Narra Gregorio Rosso[21], che in que' mesi, che stette l'Imperadore in Napoli, si videro impoverire molti Cittadini, e particolarmente molti Signori e Nobili, i quali per mostrare in quell'occasione il lor fasto, s'aveano impegnato a' Giudei quasi tutti i loro argenti e robe, i quali ricavandone usure grossissime, s'erano fatti ricchissimi, e più sarebbe stato il loro guadagno, se più lungo tempo Cesare si fosse trattenuto in Napoli. Quantunque dal Re Ferdinando fossero stati scacciati da Spagna, furono però sofferti nel Regno dall'Imperador Carlo V, il quale, perchè non si confondessero con gli altri, ordinò, che abitassero tutti in una strada, e portassero un segno in capo, così uomini, come donne[22]; ma essendo nei tempi del Toledo cresciute le loro usure, e piena la città di richiami contra l'estorsioni che facevano, stimò bene il Vicerè informarne l'Imperadore, dal quale ottenne ordine di cacciarli; onde nel 1540 fece pubblicar bando, che partissero tutti da Napoli e dal regno[23]. Partirono finalmente, e se ne andarono la maggior parte in Roma, ed altri in altre parti; indi avvenne, che le strade, ove uniti abitavano, ritengono anche ora il nome di Giudeche, e coloro che esercitano la lor arte, Giudei sian nomati.
Il rimedio però usato dal Vicerè sarebbe stato peggiore del male, se dalla pietà d'alcuni e providenza del medesimo non si riparava; poichè mancata questa comodità d'impegnare con gli Giudei, i bisognosi ricorrevano a' Cristiani, i quali allettati dal grosso guadagno, cominciarono a far peggio, che non facevano i Giudei; perlochè, a fine che non mancasse il comodo a' bisognosi di tor denari ad imprestanza, e per togliere a' Cittadini l'occasione d'imitare, e forse di superare il rigor degli Ebrei, fu istituito il Sagro Monte della Pietà, affine di riscattar i pegni da' Giudei, e di sovvenire a' bisogni de' poveri, dove sino a' dì nostri si somministrano denari sul pegno con moderate usure, e sino alla somma di ducati diece senza interesse alcuno[24].
Con tanta saviezza e con tanta soddisfazione dei popoli governò il Toledo fin qui il Regno e toltone l'avversione d'alcuni Nobili mal contenti del suo rigore, era da tutti amato, ubbidito ed in sommo pregio avuto.
Ma un nuovo accidente pur troppo infausto, conturbò tutto il bell'ordine, e pose sossopra sì bell'armonia; e se l'amore al proprio Principe e la fedeltà de' Napoletani verso Cesare, non v'avesse posto argine, avrebbe portate peggiori calamità e ruine. Questo si fu l'essersi voluto a' tempo del suo governo tentare di porre nel Regno il Tribunal dell'Inquisizione all'uso di Spagna; la cui Istoria, per contenere uno de' successi più rimarchevoli, e 'l pregio maggiore della costanza insieme e fedeltà de' Napoletani, saremo qui, come in proprio luogo, a partitamente narrare, non riputando doverla rapportare al Capo della Politia Ecclesiastica, contenendo questi successi più del politico e temporale, che dello spirituale delle nostre Chiese.
CAPITOLO V. Inquisizione costantemente da' Napoletani rifiutata; e per quali cagioni.
Ragionevolmente alcuni si maravigliano, onde sia nato, che i Napoletani uomini reputati cotanto pii e religiosi, che talora non sapendo tener la via di mezzo, sono traboccati nella superstizione e in soverchia credulità, abbiano poi avuto sempre in orrore il Tribunal dell'Inquisizione? Come avendo potuto sofferir tanti gravamenti ed abusi introdotti nel Regno dalla Corte di Roma, non sofferir quest'altro, che lor si proponeva sotto onesti e salutari colori, di conservar intatta e sincera la loro antica religione, non farla contaminare da' novelli errori ed eresie, le quali sarebbero state cagione d'eterna ed irreparabile lor perdizione? Ne' Pontificati d'Alessandro VI, di Giulio II, di Lione X e di Clemente VII aveano tollerati gli abusi trascorsi in quella Corte nell'ultima estremità. Roma coll'autorità dell'indulgenze, con la larghezza delle dispense, con gli spogli, colle riserve, colle espettative, con volere l'annate de' beneficj, che si conferivano, e con le spese, che nella spedizione d'essi si facevano negli Ufficj tanto multiplicati di quella Corte, non attendeva ad altro, che ad esigere con quest'arte somme immense di denari, non meno dal nostro regno, che da tutta la Cristianità. Vedevano imposte spese e gravose decime a' Cleri, a' Monasteri ed a tutti gli Ecclesiastici del Regno per tirar denaro in Roma, e si sofferivano. Le elezioni de' Prelati, la collazione della maggior parte delle dignità e beneficj tanto maggiori, quanto minori, insino all'infime Arcipreture e Canonicati, s'erano involate al Clero ed al Popolo ed alli proprj Ordinarj, ed erano tutte passate in Roma. Ciò che pure sarebbe stato comportabile se in quelle si fosse avuta cura maggiore della salute dell'anime, e le cose Ecclesiastiche fossero governate rettamente; ma si vedeva il contrario, poichè molti beneficj incompatibili si conferivano in una persona medesima, nè avendo rispetto alcuno a' meriti degli uomini, si distribuivano per favori, o in persone incapaci per l'età, o in uomini vacui al tutto di dottrina e di lettere, e quel ch'era peggio, spesso in persone di perditissimi costumi[25]. I beneficj del regno, che secondo le disposizioni de' Canoni, non potevano conferirsi se non a' nazionali, erano a costoro tolti e conferiti a' peregrini e forastieri. Ne' Tribunali Ecclesiastici non erano curate le tante sorprese sopra la giurisdizione del Re, e li tanti abusi e corruttele, onde con tasse intollerabili erano angariati i poveri litiganti. Si tolleravano gli acquisti immensi dei stabili delle Chiese e Monasterj, ancorchè vedessero, che il tutto dovea ridondare in loro povertà e miseria. Le violenze, che lor si facevano in obbligarli a forza a vendere le proprie case per render quelle vie più magnifiche, e sovente anche perchè non le mancassero ampj Portici e Logge. Non dava loro su gli occhi, che immuni ed esenti gli Ecclesiastici da qualunque peso, rimanessero essi soli a sopportare i pesi pubblici e del Re. Tante ed altre molte gravezze, che qui si tralasciano, si poterono ben tollerare dai Napoletani; come poi del nuovo giogo dell'Inquisizione poteron avere tanta abbominazione, che sino il nome loro dava orrore, deve certamente far maravigliare ogni uno: e ciò che era più stupore, l'abborrimento fu tale, che tramandato per lungo corso d'anni da padre in figlio come per successione, si è nei loro animi cotanto radicato, che nè il corso di più secoli, nè la contraria inclinazione d'alcuni de' loro Re, nè le macchinazioni ed accortezze della Corte di Roma, l'han potuto svellere: tanto che ora col favore d'un più benigno Giove fatto più forte e grande, non teme le scosse di qualunque più impetuoso vento.
Cotanto beneficio, chi 'l crederebbe? noi lo dobbiamo principalmente agli Spagnuoli, ed in secondo luogo alla Corte istessa di Roma; ed affinchè ciò più chiaramente s'intenda, è di mestieri, che epilogando ciò che nel XIX libro di quest'Istoria si disse intorno alla sua origine, si vegga come dopo gli Angioini si fosse fra noi praticata l'Inquisizione, insino ai tempi di Ferdinando il Cattolico, nel cui regno, per le cagioni che diremo, cominciossi ad avere in orrore ed abborrimento, il che poi si ridusse al colmo nell'Imperio di Carlo V e di Filippo II suo successore, con esser continuato poi sino al presente.
Dapoi che l'Imperador Federigo II per quella sua terribile Costituzione Inconsutilem pubblicata per sterminare i Patareni e gli Arnaldisti, e tanti altri Eretici insorti in quel tempo contra la Chiesa, per li depravati e corrotti costumi degli Ecclesiastici, ebbe date l'ultime pruove del suo rigore per estirparli affatto; alcuni di essi pertinaci ne' loro errori, per non abbandonarli, ricorsero, chi alla protezione di qualche Principe, e chi affettando una pura vita Appostolica, simulando virtù e costanza, niente curando morti e prigionie, si risolsero di soffrire qualunque strazj e tormenti, ed eziandio le morti più crudeli, costoro per tal cagione amarono essere chiamati Patareni, riputandosi perciò somiglianti a' Martiri dell'antica Chiesa. Multiplicossi il lor numero, e non vi fu città d'Italia, che non ne restasse infetta. Gli altri, fra' quali i più considerabili furono gli Albigesi, per un'altra via più si disseminarono, poichè essendo favoreggiati dal Conte di Tolosa e da altre persone di stima, avevano sparsa la loro dottrina in molte province della Francia.
Sursero opportunamente in questi medesimi tempi a favor della Chiesa Romana que' due grandi uomini, Domenico e Francesco, i quali per la loro santità resisi chiari da per tutto, fondarono, come si disse, le Religioni de' Predicatori e de' Frati Minori: ed in vero assai opportuni ci vennero per resistere a sì contrarj venti, onde la Navicella di Pietro era combattuta: ma tennero diverse strade. Francesco per opporsi a' Patareni volle col suo esempio mostrare qual fosse la vera vita Appostolica, ed il vero imitare Cristo, fondando la sua Religione in una rigida povertà, nell'umiltà e ne' puri ed incorrotti costumi: acciocchè coll'esempio e coll'opere riducesse i traviati in via.
Domenico di Nazione Spagnuola e del nobil legnaggio de' Gusmani, fu rivolto co' suoi Frati ad abbattere gli altri, e principalmente gli Albigesi; contra i quali, armato di forte zelo disputò, orò, declamò e colle sue prediche e concioni cercava convincerli dei loro errori, e far accorta la gente a non lasciarsi ingannare. Ma poco giovando con quegli ostinati le dispute e le prediche, stimò più opportuno mozzo per estirparli, di ricorrere (come aveano fatto i contrarj) agli ajuti de' Principi; e creato dal Pontefice Innocenzio III, Inquisitor generale contra di loro, ricorse agli ajuti del Conte di Monteforte e di molti altri Signori Spagnuoli, Tedeschi e Franzesi; questi uniti con gran numero di Prelati, e molte truppe, presero contra di loro la Croce, e così crocesignati scorrevano le province per distruggerli, e scorrendo per la Narbona e per altri luoghi, molti ne vinsero e distrussero. Nè di ciò contento Domenico venne in Roma, e nel Concilio, che si tenne in Laterano, in più sessioni orò contra gli Albigesi, e fece condannar per eretica la loro dottrina.
Da questo principio nacque poi il costume, che nelle province pacate, ove gli Eretici non erano a turme, tanto che fosse bisogno di crociate, sospettandosi in qualche Città esservi eretici, si mandassero dal Papa gl'Inquisitori; e poichè in Roma era piaciuta più l'opera di Domenico, che di Francesco, fu dato quest'ufficio principalmente a' Domenicani, i quali uniti col Magistrato secolare inquisivano degli errori, e coloro, che erano convinti, essi gli sentenziavano con dichiararli Eretici: e dopo questo gli davano al braccio del Magistrato secolare per fargli ardere, o in altro modo punire.
Nel Regno degli Svevi, Federigo II e Manfredi non permisero, che da Roma venissero Inquisitori; ma siccome fu rapportato nel riferito libro XIX si valeva, intorno alla conoscenza del diritto, de' Prelati del regno, e per ciò che riguardava la conoscenza del fatto e della condannagione, de' suoi ordinari Magistrati.
Gli Angioini, come ligi de' Pontefici Romani, ammisero nel regno Inquisitori di Roma, li quali, ancorchè non vi tenessero Tribunal fermo, scorrevano, come ivi fu veduto, le nostre province, favoriti da que' Re, da' quali anche venivan loro somministrate le spese.
Gli Aragonesi cominciarono poi a scemar loro tanto favore, nè, se non molto di rado gli ammettevano, ed ammessi volevano essere informati minutamente d'ogni cosa, nè si permetteva ad essi, senza espressa licenza del Principe ed assistenza di Magistrato secolare, far esecuzione di fatto.
E quantunque ne' primi anni del regno di Ferdinando il Cattolico, cercassero di stabilirsi meglio, e sottrarsi da tanta soggezione e dependenza: nulladimeno i Napoletani, per fortificarsi contra ogni sospetto, indussero il G. Capitano ad assentire alle loro domande; in guisa, che volendo prendere la possessione del regno in nome di Ferdinando suo Re, da cui avea avuta pienissima autorità, promise loro, che nel regno non ci sarebbe giammai stata, nè Inquisizione, nè Inquisitore; onde il G. Capitano vi procedeva con molta oculatezza, sempre intento a reprimere le sorprese, che Roma, quando le veniva in acconcio, non tralasciava di fare. A questo fine nel 1505 scrisse al M. Foces, che avendogli il Vescovo di Bertinoro Commessario Appostolico ed Inquisitore fatta istanza da parte del Papa, che si carcerassero alcune donne indiziate d'eresia, le quali fuggite da Benevento s'erano ricovrate a Manfredonia per passare in Turchia, proccurasse con diligenza averle in mano, e carcerate che le avesse, ne desse a lui avviso, per ordinargli poi quel che doveva eseguire. Parimente il Conte di Ripacorsa nel 1507 scrisse a Fra Vincenzo di Ferrandina, rampognandolo, come erasi portato in Barletta a far inquisizione contra alcune persone, senza sua saputa, e senz'aver mostrato sua commessione: gl'incarica pertanto, che s'astenesse di procedere, e venga da esso a mostrargliela, altrimente non senza sua ignominia avrebbevi dati forti provvedimenti[26].
Questo, a' primi tempi di Ferdinando il Cattolico, fu lo stile praticato nel Regno contra gl'indiziati e sospetti d'eresia, la cui inquisizione non dava spavento, perchè questi Commessarj non aveano Tribunal fermo: le loro commessioni doveano portarsi al Consiglio Regio, nè potevan eseguirsi senza il Placito Regio; scorrevano assai di rado le province, ed il tutto si faceva col permesso del Re e coll'assistenza, consiglio e favore de' Magistrati secolari, e senza molto strepito e rumore. S'aggiungeva, che in Italia e più nel nostro regno erano estinte le reliquie degli antichi Patareni: non v'era sospetto alcuno di nuova dottrina contraria a quella della Chiesa Romana; tanto che l'Inquisizione di Roma per non star oziosa, avea cominciato ad attribuire a quel Tribunale alcuni delitti che non meritavano un Tribunale estraordinario, e che potevan ben come prima esser corretti da Tribunali ordinari. Per lo più gl'Inquisitori si raggiravano sopra le bestemmie, che per tirarle al loro Tribunale, le qualificavano per ereticali, ancorchè profferite, o per cattivo abito o per iracondia o per ubbriachezza o finalmente per sciocchezza ed ignoranza. Così colui, che volendo lodar un buon vino diceva che lo berrebbe Cristo, non iscappava dalle loro mani: chi assordato da loro fastidiosi ed importuni suoni, impaziente malediceva le campane, non era fuor di pericolo: chi declamando contra i corrotti costumi del Clero, de' Preti e de' Monaci gli scherniva, derideva o malediceva: e perchè la materia non mancasse, vi arrolarono i sortilegi, le invocazioni de' demonj e mille altre sciocchezze di vili femminette, le quali erano adoperate più per imposturar la gente, o per vil guadagno, che per difetto di credenza. Vi arrolarono anche i delitti di fragilità: così la bigamia, le notturne assemblee ove sotto il manto di religione, si commettevano mille laidezze ed altri eccessi, più per fragilità commessi che per non credere, si qualificavano a questo fine per ereticali. In breve non vi era molto che fare per la correzione de' dogmi e de' falsi credenti, ma tutte le loro occupazioni erano per la correzione de' costumi e della disciplina. Cotanto a questi tempi il Tribunal dell'Inquisizione erasi reso affatto inutile, onde non potea aversene in Napoli, nè altrove timore o bisogno alcuno.
Ma quanto in Italia queste cose erano in quiete, altrettanto nella Spagna si sentivano strepitose e piene d'orrore. Ferdinando il Cattolico, dopo aver discacciati i Mori e conquistato il regno di Granata per purgar la Spagna d'ogni reliquia di Mori e d'Ebrei e per estirparli affatto, avea ivi fatto ergere un Tribunal spaventoso d'Inquisizione e amministrato dai Frati Domenicani[27], ove sotto zelo di religione, si posero in opra le più crudeli ed orribili prigionie, esilj, morti e confiscazioni di beni, e quel che più dava orrore, erano i modi tragici, i lugubri apparati, le tante croci, le spaventose invettive, imprecazioni e scongiuri, e le pire accese, ove dovea il reo brugiarsi, in guisa che non tanto la morte, quanto l'orribil apparato di quella spaventava. Indiziato alcuno, ancorchè con leggieri sospetti, si poneva in tenebrose carceri, ove da niun veduto, in pane ed acqua per più mesi era trattenuto, e sovente senza sapersene la cagione. Nelle difese non se gli dava nota de' testimonj, se mai gli fossero sospetti, nè s'ammettevano discolpe; i beni tosto eran sequestrati; e se secondo le severe leggi del Tribunale, veniva taluno convinto ovvero per non poter soffrire gli acerbi tormenti, confessava ciò, che mai fece, era condennato ad ardere nelle vive fiamme. Altri indiziati, a perpetui esilj eran condennati, ed eran tutti spogliati de' loro beni; e condennati, o essi se restavano in vita, o i loro eredi, ad una perpetua infamia ed estrema mendicità[28].
Questo terribile e spaventoso modo di procedere dell'Inquisizione di Spagna contra i Mori e gli Ebrei, rapportato alla notizia degli Italiani e de' nostri Napoletani, fece concepire loro un orrore grandissimo dell'Inquisizione. Avvenne che, col sospetto ch'ebbe Ferdinando, che in Napoli e nel regno si fossero (per isfuggire dalle sue mani) ricovrati molti Mori ed Ebrei, per estirparli in ogni parte ove capitassero pensasse di porre anche in Napoli un Tribunal conforme dipendente da quello di Spagna: e se deve prestarsi fede ad alcune lettere di Ferdinando del 1504, rapportate da Lodovico Paramo[29], par che al medesimo, rivocando i patti e le capitolazioni accordate dal G. Capitano a' Napoletani, quando in suo nome prese il possesso del regno, fosse venuto in pensiero d'introdurre fra Noi l'Inquisizione suddetta; ma quando i Napoletani intesero il proponimento del Re, spaventati de' mali e ruine che poteva recar loro un sì fiero Tribunale, se lo ricevessero, costantemente si risolsero di resistere, anche con perdita della loro vita e robe alla volontà del Re; al quale avendo insinuato che in Napoli, e nel regno cotanto pio e religioso non vi era di ciò bisogno, e che ben per pochi Mori ed Ebrei, che vi s'erano ricovrati, potevan prendersi per discacciarli altri espedienti; finalmente gli protestarono, che in conto alcuno avrebbero un tal nuovo Tribunale ricevuto; ed avendo Ferdinando, non ben accertato della loro ostinazione, voluto a questo fine mandare di Spagna in Napoli alcuni Inquisitori, furono malamente ricevuti e poi ignominiosamente dal regno discacciati[30].
Ferdinando reso certo della loro ostinata deliberazione, per non entrare in maggiori brighe con pericolo di perdere il Regno, lasciò l'impresa, e contentandosi di promulgar contra gli Ebrei una Prammatica[31] si quietò; anzi promise a' Napoletani, che per l'avvenire non avrebbe mai permesso, che si fosse posta Inquisizione, siccome lo testificano due gravissimi Scrittori, Zurita[32], e Mariana[33]. Ciò che fu ancora approvato dal Papa; onde in tutto il tempo, che visse e regnò Ferdinando, fra noi non s'udì pur ricordare il nome d'Inquisizione. I Napoletani rimasero quanto soddisfattissimi, altrettanto spaventati di quel Tribunale, ed ebbero ne' loro animi tanto orror di quello che essi morti lo tramandarono, come per eredità, ai loro discendenti; e quindi avvenne, che d'allora in poi odiavano anche il nome di esso, e n'ebbero sempre abborrimento.
§. I. Inquisizione di nuovo tentata, ma costantemente rifiutata sotto l'Imperador Carlo V.
Ma insorta dapoi nell'Imperio di Carlo V la nuova eresia di Martino Lutero, si diede, da questo principio, occasione a nuovi sospetti e nuovi attentati. Cominciarono nell'anno 1520 in Alemagna nella provincia di Sassonia a disseminarsi dottrine nuove, prima contra l'autorità del Papa, dapoi contra la Chiesa istessa Romana. A suscitarle nuovamente in Germania avea data occasione l'autorità della Sede Appostolica, usata troppo licenziosamente da Lione X, il quale, seguitando il consiglio del Cardinal Santiquattro, avea sparso per tutto il Mondo, senza distinzione di tempi e di luoghi, indulgenze amplissime, non solo per potere giovare con esse i vivi, ma con facoltà di potere, oltra questo, liberar anche l'anime de' defunti dal Purgatorio; le quali perchè era notorio, che si concedevano solamente per estorquere denari[34], ed essendo esercitate imprudentemente da' Commessarj deputati a quest'esazione, la più parte de' quali comprava dalla Corte la facoltà di dispensarle, avea concitato in molti luoghi indignazione e scandalo, e spezialmente nella Germania, dove a molti di questi Commessarj s'era veduta vendere per poco prezzo, e giocarsi su l'Osterie la facoltà di liberare l'anime dal Purgatorio. Ma il motivo, onde nella Germania, e non altrove, cominciassero prima queste nuove dottrine, fu perchè avendo Lione donato a Maddalena sua sorella l'emolumento e l'esazione delle indulgenze della Sassonia e di quel braccio di Germania, che di là cammina sino al mare, costei, acciò che il dono del Pontefice le rendesse buon frutto, diede la cura di mandar a predicare l'Indulgenze e dell'esazione del denaro al Vescovo Aremboldo ministro degno di questa commessione, che l'esercitava con grande avarizia ed estorsione, poichè diede facoltà di pubblicarle a chi più offeriva di cavare maggior quantità di denari; ed ancor che nella Sassonia fosse costume che, quando da' Pontefici si mandavano l'Indulgenze, erano per lo più adoperati i Frati Agostiniani per pubblicarle, non vollero i Questori ministri del'Arenboldo valersi di loro, da' quali, come usati a quest'ufficio, non aspettavano cosa straordinaria e che gli potesse fruttar più del solito; ma le inviarono a' Frati dell'Ordine di S. Domenico. Da costoro, nel pubblicar l'Indulgenze, furono delle molte novità, che diedero scandalo, perocchè essi, per invogliare più la gente, ne amplificavano il valore più del solito.
Queste cose eccitarono Martin Lutero Frate dell'Ordine degli Eremitani a parlar prima contra essi Questori, riprendendo i nuovi eccessi; poi provocato da loro, e venutosi in dispute sopra il soggetto dell'Indulgenze, cosa non ben esaminata ne' precedenti secoli; vedendo, che i suoi emoli non si valevano d'altra ragione per difenderle e sostenerle che dell'autorità Pontificia; cominciò a disprezzare queste concessioni, ed a tassare in esse l'autorità del Pontefice; e continuando il calore delle dispute, quanto più la potestà Papale era dagli altri innalzata, tanto più da lui era abbassata. E multiplicandogli, in causa favorevole agli orecchi de' Popoli, il numero grande degli auditori, cominciò poi più apertamente a negare l'autorità del Pontefice.
In breve tempo videsi maravigliosamente disseminata la sua dottrina e favorita; onde trasportato poi dall'aura popolare e dal favore del Duca di Sassonia, non solo fu troppo immoderato contra la potestà de' Pontefici, ed autorità della Chiesa Romana; ma trascorrendo ancora negli errori de' Boemi, cominciò in progresso di tempo a levare le Immagini dalle Chiese, ed a spogliare i luoghi Ecclesiastici de' beni, e permettere a' Monaci ed alle Monache professe il matrimonio, corroborando questa opinione non solo con autorità e con argomenti, ma eziandio con l'esempio di se medesimo. Negava il Purgatorio, e perciò non doversi pregare per li morti; negava la potestà del Papa distendersi fuora del vescovato di Roma; ed ogni altro Vescovo avere nella Diocesi sua quella medesima autorità, che avea il Papa nella Romana: disprezzava tutte le cose determinate ne' Concilj, tutte le cose scritte da' Dottori della Chiesa, tutte le leggi Canoniche, ed i decreti de' Pontefici, riducendosi solo al Testamento vecchio, al libro degli Evangelj, agli Atti degli Appostoli, ed a tutto quello, che si comprende sotto il nome del Testamento nuovo, ed all'Epistole di S. Paolo; ma dando a tutte queste nuovi e sospetti sensi, e non più udite interpretazioni.
Nè si contenne in questi soli termini la follia di costui, e de' seguaci suoi, ma seguitata da quasi tutta la Germania, trascorrendo ogni giorno in più detestabili e perniziosi errori, penetrò a ferire i Sacramenti della Chiesa, disprezzare i digiuni, le penitenze e le confessioni; scorrendo poi alcuni de' suoi Settatori (ma divenuti già in qualche parte discordanti dall'autorità sua) a fare diaboliche invenzioni sopra l'Eucaristia: le quali cose avendo tutte per fondamento la reprovazione dell'autorità de' Concilj e de' Sacri Dottori, diedero adito ad ogni nuova e perversa invenzione o interpretazione.
Si vide perciò in molti luoghi, eziandio fuori della Germania, ampliata questa dottrina, la quale liberando gli uomini da molti precetti, li riduceva ad un modo di vita assai libero ed arbitrario. Negli Svizzeri, Ulrico Zuinglio Canonico di Zurich, avendola abbracciata, colle sue prediche l'avea disseminata per que' Cantoni, e da molti ascoltato, avendo acquistato gran credito, faceva prodigiosi progressi.