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Istoria civile del Regno di Napoli, v. 8

Volume 8 — LIBRO TRENTESIMOQUARTO

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Le nozze del Re Filippo II, con la Regina Anna sua nipote, ancorchè fossero state celebrate in Ispagna con magnifica pompa e grande allegrezza, non è però che a' più savj non recassero maraviglia insieme ed indignazione: stupivano, come dice il Presidente Tuano[311], come un Re reputato cotanto saggio, senza necessità che lo stringesse, senza che da quelle avesse potuto promettersi qualche buon frutto per lo bene della pace, senza speranza di stendere il suo Imperio, e dalle quali niuno emolumento e molto d'invidia poteva ritrarne, le avesse con tutto ciò cotanto ambite e desiderate. Si scandalizzavano ancora del pessimo esempio, ch'e' diede d'aver voluto, essendo il primo fra' Principi Cristiani, prendersi con dispensazione dal Papa per moglie la figliuola d'una sua sorella. E ben l'evento 'l dimostrò, poichè quest'esempio, che cominciò da lui, si vide poi nella sua famiglia ripetuto nel 1580 da Ferdinando d'Austria, figliuolo dell'Imperador Ferdinando, il quale prese per moglie Anna Caterina, figliuola di Guglielmo Duca di Mantua e d'Elionora sua sorella[312]; ma ciò che portò in appresso maggiore scandalo, si fu, che da poi quest'istesso si vide esteso nella Nobiltà, e dalla Nobiltà infine arrivato, non senza indignazione de' buoni, insino alla plebe[313]. Ma che che ne sia, da questo matrimonio, il quale fu dopo diece anni disciolto per la morte della Regina, nacque il Re Filippo III, che gli fu successore al Regno; poichè se bene quattro figliuoli avesse da lei generati; due, cioè, Ermando e Giovanna, ancor infanti, premorirono alla madre, e l'altro D. Diego ancorchè sopravvivesse a lei, morì non molto da poi nell'età d'otto anni, rimanendo in vita sol Filippo, che gli fu erede.

Intanto per la morte del Duca d'Alcalà, avea preso, secondo il costume, il governo del Regno il Consiglio Collaterale, al quale presedeva allora il Marchese di Trivico; ma lo tenne pochi giorni, poichè giunta la novella della morte al Cardinal di Granvela, che si trovava in Roma, questi per la facoltà, che ne teneva dal Re, portossi subito in Napoli. Per gli avvisi continui, che teneva il Re Filippo dell'infermità del Duca, e che poca speranza poteva, a lungo andare, aversi di sua salute, faceva trattenere il Granvela in Roma con ordine, che seguendo la di lui morte, tosto si portasse in Napoli al governo di quel Regno, siccome sollecitamente eseguì; onde giunto a' 19 aprile di quest'anno 1571, fu ricevuto nel Molo con la solita pompa del Ponte, e con molta espettazione, come d'uomo assai rinomato per saviezza e prudenza; il cui governo saremo ora a raccontare.

CAPITOLO I. Del Governo di D. Antonio Perenotto Cardinal di Granvela, e de' più segnalati successi de' suoi tempi: sua partita, e leggi che ci lasciò.

Questo Ministro, di cui altrove abbiam ragionato sotto il nome del Vescovo d'Arras, fu figliuolo di Niccolò Perenotto Signor di Granvela, Borgognone di nascimento, e primo Consigliero dell'Imperador Carlo V. Nella sua giovinezza essendosi dato allo studio delle scienze, riuscì in quelle assai rinomato: onde col favore dell'Imperador Carlo V, per la sua letteratura, e per li meriti del padre, fu fatto Vescovo d'Arras nel Paese d'Artois. Per la sua grande attività e saviezza fu poi impiegato nell'Ambasciarie d'Inghilterra e di Francia; ed entrò in tanta grazia e stima di Cesare, che quando rinunziò al Re Filippo suo figliuolo la Corona, gli diede per guida questo Prelato, per la buona condotta del suo Regno. Fatto poi Cardinale, ed Arcivescovo di Malines, ebbe il peso degli affari più gravi de' Paesi Bassi sotto il governo della Duchessa di Parma sorella naturale del Re; ma entrato in odio di que' Popoli, i quali mal soffrivano il suo rigore, che non ben conveniva usare in que' tempi cotanto difficili, riputò bene il Re Filippo richiamarlo in Ispagna alla sua Corte. Quivi per la grande capacità che avea delle cose di Stato, fu impiegato nei negozj più gravi e rilevanti della Monarchia. Passò poi in Roma, dove, come s'è detto, era dal Re trattenuto, affinchè, poco sperandosi della salute del Duca d'Alcalà, potesse passar subito, come fece, al governo del Regno.

Niuna altra più tormentosa cura agitava in questi tempi l'animo di questo Vicerè e de' Napoletani, quanto i continui timori per le scorrerie del Turco: onde per prevenirle, bisognava rivolgervi ogni studio ed ogni pensiero. Non vi erano più sospetti di spedizioni d'altri Principi: molto meno dalla Francia, cotanto allora occupata nei suoi proprj mali e rivoluzioni. Non si temevano moti interni, e le Province libere da' fuorusciti, erano tutte tranquille e pacate: solo tenevano in agitazione le minacce e le frequenti sorprese, che nelle nostre marine facevano i Turchi implacabili e fieri nostri nemici.

Si aggiungeva ancora un altro fastidioso pensiero: il Re Filippo, oltre la guerra, che per difesa de' suoi Stati d'Italia era obbligato mantenere col Turco, si vide in questi tempi per una condotta molto rigida e boriosa de' suoi Ministri intrigato in un'altra guerra non meno fiera e crudele, che dispendiosa ne' Paesi Bassi, ove per sostenerla, non v'era denaro, che bastasse. La Spagna cominciava a perdere le sue forze, e tuttavia s'andava desolando per li tanti Presidj, che nelle proprie Città ed altrove manteneva, come nella Sicilia, nel nostro Regno, nel Ducato di Milano e sopra tutto in Fiandra, dove, oltre i Presidj, dovea mantenere numerosi eserciti armati. Vedevasi desolata ancora ed esausta per le tante Colonie, che si mandavano nell'Indie: per la poca attitudine degli Spagnuoli di proccurare ne' loro Porti traffico e commercio, e molto meno nelle sue città mediterranee: per la minor cura, che i suoi naturali prendevansi dell'agricoltura, tanto che i loro terreni, ancorchè ampi e feraci, e per la rarità de' coloni, e per la poca inclinazione che vi aveano, non erano coltivati abbastanza. Da ciò nasceva un'estrema penuria di denaro, e la mancanza delle forze per supplire a tante spese. Per queste cagioni il Re Filippo, dovendo sostenere il peso di tanta guerra, cominciò a dar di mano a' fondi del suo regal patrimonio, a vendere le gabelle, ad impegnare le dogane e tutti gli altri emolumenti delle supreme sue regalie agli Italiani, ed in particolare a' Genovesi, ai quali, per l'impronti fattigli di rilevantissime somme, pagava grossissime usure[314]. Quindi per soddisfare anche a' creditori cominciarono le distrazioni delle città e terre de' Regni di Sicilia e di Napoli, e ad esporsi venali gli onori ed i titoli di Contado, di Marchesato, di Ducato, insino a quello di Principato, proccurando con questi nomi senza soggetto, e con queste vane apparenze, niente dando di fermo e di stabile, nel miglior modo che poteva quietare i creditori, dando ombre ed onori, in vece di denari.

Si aggiungeva, che gli Spagnuoli per sostenere le guerre che il Re Filippo teneva accese fuori della Spagna, in Fiandra ed in Italia, non permettavano, che uscisse fuori di Spagna un soldo, nè contribuivano a cosa veruna, ma solo contribuivano alle spese, che bisognavano per difesa de' loro proprj confini. Le miniere, e le fodine dell'Indie erano quasi che esauste e mancate per loro avarizia, e molto più per non sapersene ben servire. Dalla Fiandra non vi era che sperare, ardendo ella d'una crudele e fiera guerra, e posta in iscompiglio, impedito ogni commercio, appena le forze di quelle province bastavano agli stipendj dei soldati, che ivi militavano. A tutto ciò s'aggiunse alcuni anni da poi la guerra di Portogallo, per la quale pure il nostro Reame fu costretto far donativi, ed il Re a proseguire vie più che mai le alienazioni del suo regal demanio, e gli emolumenti delle supreme sue regalie.

Il Regno di Napoli per ciò era sopra tutti gli altri riserbato per supplire a tante spese: quindi le premure e continue dimande di donativi e tasse: quindi in decorso di tempo si venne a tale estremità, che vendute le gabelle, impegnati i dazj, le dogane, e tutto, al Re poco rimanesse: onde avvenne, che dovendosi all'incontro supplire a' pesi, che porta seco la conservazione del Regno, s'imponessero nuovi pesi e gabelle, e che i nostri Cittadini si comprassero le proprie catene da non potersene mai prosciogliere: che si fossero le Signorie e' Feudi e' Titoli posti in ludibrio e conceduti non per merito di virtù, ma per denaro; e che ne nascessero in fine que' tanti mali e disordini, che si noteranno ne' seguenti libri di quest'Istoria.

Fra le principali cure adunque che angustiavano i nostri Vicerè, non era meno di quella del Turco, considerabile questa, vedendosi spesso premuti dalle pressanti richieste del Re di proccurar da questo Reame denari per sostenere le tante guerre. Nè erano agitati meno dalle fastidiose cure, che gli Ecclesiastici lor davano per le sorprese, che si tentavano sopra la Giurisdizione del Re e sue regali Preminenze.

Il Cardinal di Granvela intanto venuto al governo di questo Regno, per quanto la sua condizione e quella di questi tempi comportavano, non trascurò in tutte e tre queste occorrenze d'impiegarvi tutti i suoi talenti e tutto il suo vigore e prudenza.

La potenza Ottomana in questi tempi erasi resa formidabile e tremenda, non meno a' Principi vicini, che a' remoti, e l'Italia era in pericolo di cadere nella sua virtù; quindi i più gran sensati politici, e coloro, che più a dentro penetravano le forze di sì potente nemico, e l'estensione smisurata del suo Imperio, non tralasciavano esclamare co' Principi Cristiani per scuoterli dal lungo sonno, e facendo lor vedere così da presso i loro pericoli, gl'incoraggiavano ad una gloriosa unione per reprimere tanta potenza. Infra gli altri leggiamo tra le opere di Scipione Ammirato[315] un lungo discorso drizzato a' Principi della Cristianità, dove gli fa tutto ciò vedere, animando loro alla lega. Ma niuno fu di ciò più zelante e caldo del Pontefice Pio V, il quale dopo varie Legazioni, conchiuse quella famosa Lega, della quale fu eletto Generalissimo D. Giovanni d'Austria figliuol naturale dell'Imperador Carlo V, il quale, ancorchè giovane di ventun'anno, avea però dato gran saggio del suo valore contra i Mori nel Regno di Granata.

Giunse questo Principe in Napoli a' 9 d'agosto di quest'anno 1571 dove dal Cardinal di Granvela fu ricevuto con molti segni di stima, e da' Napoletani con quegli onori, che ad un tanto personaggio si convenivano. S'unirono alla sua armata le Galee di Sicilia e di Napoli, ed oltre molti Signori spagnuoli, vollero seguirlo in così celebre espedizione i primi Baroni e molti Nobili della città e del Regno. I Turchi dall'altra parte scorrevano con una potentissima armata l'Arcipelago, e dopo avere saccheggiate le città di Budua, Dolcigno, ed Antivari, erano passati sino a vista di Cattaro. Perchè dunque non s'inoltrassero maggiormente in quel Golfo, sollecitando il Pontefice ed i Vineziani l'unione dell'Armata, partì D. Giovanni da Napoli nel vigesimo giorno d'agosto, e giunse a' 24 a Messina, dove trovò le Galee del Papa e de' Vineziani, alcune dei Genovesi e tre de Maltesi, ed altrettante di Savoia. S'intese poco da poi la perdita di Famagosta; onde fu determinato, senza perder più tempo, di combattere coll'inimico; ciocch'essendosi parimente risoluto da' Turchi, si posero con questo proposito le due Armate alla vela, senza che l'una sapesse il pensiero dell'altra. Così andavansi scambievolmente rintracciando, fin che il settimo giorno di ottobre furono a vista, e s'incontrarono, mentre i Cattolici uscivano dagli scogli de' Curzolari, ed i Turchi dalla punta delle Peschiere, che i Greci chiamano Metologni. Vennero le due Armate con uguale ardire al cimento, e dopo un ostinato combattimento riuscì a' nostri disfare l'armata nemica, con inestimabile loro perdita e scorno. Questa fu quella famosa vittoria che accaduta nella prima Domenica d'ottobre, nella quale i Frati Domenicani solevano con processioni celebrar il Rosario, diede occasione al Pontefice Pio dello stesso Ordine ed a Gregorio suo successore, in memoria di così gloriosa giornata, d'istituire per tutto l'Orbe Cattolico una festa solenne del Rosario, da celebrarsi ogni anno in quel dì: la quale vediamo mantenuta sino a' tempi nostri con molto maggior pompa ed apparato; e fu ancora occasione d'essersi eretti poi in Napoli Tempj ed Ospedali sotto il titolo di S. Maria della Vittoria.

La sconfitta fu considerabile, poichè oltre la prigionia del Bassà e degli altri Generali di conto, di un'Armata di poco meno di trecento vele, appena ne scamparono quaranta, ne rimasero più di cento affondate, ed altrettante in potere de' vincitori. D. Giovanni fece ritorno in Italia, ed entrato trionfando in Messina, quivi si trattenne, proseguendo gli altri Capitani il lor cammino verso Napoli, dove a' 18 del seguente mese di Novembre approdarono, conducendo prigioni Maometto Sangiacco di Negroponte, con due figliuoli d'Ali Capitan Generale del Mare, rimaso estinto nella battaglia. Il Bassà col minore de' due fratelli, giacchè l'altro morì in Napoli di cordoglio, furono condotti in Roma al Pontefice, e rinchiusi nel Castel di S. Angelo, furono sempre cortesemente trattati.

L'anno che seguì 1572 non fu cotanto prospero al Collegati, siccome ognuno si prometteva da questa vittoria; i sospetti, che s'aveano, di potersi accendere una nuova guerra colla Francia per le rivoluzioni di Fiandra, non permisero al Re Filippo ed al suo Capitano D. Giovanni di soccorrer tanto a' Collegati, quanto sarebbe convenuto. S'aggiunse ancora la perdita del Pontefice Pio, il quale nel primo di maggio di quest'anno trapassò[316]. Successegli nel Pontificato Ugo Boncompagno, detto Gregorio XIII, il quale se bene avesse non minor desiderio del suo predecessore per la continuazion della Lega, con tutto ciò, e per esser nuovo all'impresa, e perchè i Turchi sfuggivano ogni incontro di combattere, si passò l'anno senza far que' progressi, che si credevano.

Intanto per la morte del Pontefice Pio, essendo convenuto al Granvela portarsi in Roma al Conclave, rimase D. Diego Simanca Vescovo di Badajos per Luogotenente nel Regno; ma pochi giorni durò la sua amministrazione, per ciò che, seguita a' 13 di maggio l'elezione del nuovo Pontefice Gregorio, ritornò il Cardinale in Napoli a' 19 del medesimo mese, ed a ripigliarne il governo, insieme con le fastidiose cure: poichè appena giunto, fu duopo spedire a Messina la squadra delle Galee del Regno con gli Spagnuoli della guarnigione di Napoli e cinquemila Italiani comandati da D. Orazio Acquaviva figliuolo del Duca d'Atri per opporsi a' Turchi. S'avviarono parimente da Napoli molti nobili venturieri di diverse Nazioni, frai quali ve ne furono settanta Napoletani sotto il comando del Duca d'Atri lor Generale. Intanto avanzandosi la stagione, e fatti certi i nostri della resoluzione de' nemici di non combattere, D. Giovanni d'Austria, nel mese di novembre di quest'anno ritornò in Napoli, dove in quell'inverno fu trattenuto in continue feste e giuochi di tornei, giostre e barriere; sinchè approssimandosi la primavera del nuovo anno non convenne pensare agli apparecchi d'una nuova espedizione.

Mentre D. Giovanni col Cardinal di Granvela erano, in questo nuovo anno 1573, tutti intesi di fornire l'armata del bisognevole per continuar l'impresa in Levante, s'intese che per la mediazione del Re di Francia, i Vineziani aveano conchiusa la pace col Turco, con vergognose condizioni: ciò che recò sommo rammarico al Pontefice Gregorio e non picciola gelosia al Re Filippo, il quale vedendo che gli Ottomani s'affaticavano non poco per far cadere la Corona di Polonia sopra la testa del Duca d'Angiò, fratello del Re di Francia, dubitava non i Vineziani e' Franzesi si collegassero contra di lui. I Vineziani, per iscusare co' Collegati il fatto, mandarono suoi Ambasciadori al Pontefice ed al Re Filippo rappresentando loro la necessità, che gli avea costretti alla pace.[317].

Il Re, pubblicata che fu quella pace, non volendo tener oziose le sue arme, tosto si rivolse alle cose d Affrica, cotanto alla Spagna unite; onde comandò a D. Giovanni d'Austria di far l'impresa di Tunisi. Partissi questo Principe da Napoli colla sua armata verso Messina, dove in due giorni approdò: indi proseguendo il suo cammino giunse alla Goletta; quivi posti a terra i suoi soldati per cammin dritto s'avviò verso Tunisi, della qual città (essendo sfornita di presidio) si rese tosto padrone senza combattere; ma non per questo la risparmiò dal sacco, che vi diedero i suoi soldati; ed avendo disegnato di costruire ivi una nuova Fortezza, come fece, vi lasciò con titolo di Vicerè Maometto figliuolo d'Assano, fratello d'Amida e fece prigioniero Amida, meritamente sospetto agli Spagnuoli e più sospetto a' Turchi, e mal veduto da' Tunesini, per avere con grande scelleratezza ammazzato Assane suo padre. Mandò in Palermo prigioniero Amida con due suoi figliuoli, il quale, per via, avendo inteso, che Maometto suo fratello cotanto da lui odiato, era stato lasciato per vicerè di quel Regno, venne in tanta rabbia, che se non era impedito da Amida suo figliuolo voleva, dalla Galea, che lo portava, buttarsi in mare. Intanto, per maggiormente porre in sicurezza quel Regno, Biserta fu anche presa; ed avanzandosi la stagione, essendosi approssimato l'inverno, D. Giovanni tornò in Sicilia, donde si restituì a Napoli, dove fece condurre Amida co' suoi figliuoli, che fece porre nel Cartello di S. Ermo sotto sicura custodia. Narra il Presidente Tuano[318], che nel seguente anno 1574 essendosi egli accompagnato con Paolo de Foix, mandato in Italia a render le grazie a' Vineziani, al Papa ed agli altri Principi d'Italia, che aveano mandato loro Ambasciadori in Francia a congratularsi col Re del nuovo Principato di Polonia di suo fratello, dopo avere scorse le città più cospicue d'Italia, venne anche in Napoli, dove giunto, ebbe vaghezza di vedere questo Amida co' suoi figliuoli. Fu da quel Castellano cortesemente introdotto, e vide esser un uomo molto vecchio, e siccome dell'aspetto potè egli conghietturare, s'accostava agli ottanta anni, ed avendo al Castellano con molta curiosità dimandato de' costumi di colui, gli disse, che ancorchè fosse così vecchio, non perciò s'asteneva ogni notte di dormire con una Mora sua concubina. Di que' due suoi figliuoli amava il più brutto, ch'era anche zoppo, ritenendolo sempre seco nella sua camera, odiava l'altro, ancorchè molto avvenente e spiritoso, al quale, entrato per ciò in somma grazia degli Spagnuoli, se gli permetteva andar libero per la città, cavalcare ed armeggiare: e se le cose non si fossero da poi mutate, era stato disegnato successore di Maometto suo zio nel Viceregnato di Tunisi, che si credeva poter lungamente durare sotto la Monarchia di Filippo.

Ma tosto andar vote sì belle speranze; poichè nell'istesso tempo che per lo ritorno di D. Giovanni e per la nascita del primogenito del Re Ernando, si facevan celebrare in Napoli dal Cardinal di Granvela pompose feste, con giuochi di Tori, di Caroselli e di Lancie, s'intese, che i Turchi scorrendo vie più formidabili i nostri mari, s'erano avvicinati al Capo di Otranto, ed aveano saccheggiata la picciola città di Castro; ed in questo nuovo anno 1574 avendo discacciati i nostri da Tunisi, s'eran impadroniti di quel Regno; poichè a' 23 agosto di quest'anno, caduta in lor mani la Goletta, presero la città di Tunisi con la Fortezza quivi innalzata da D. Giovanni, la quale fu da' medesimi superata a' 13 di settembre colla prigionia di Pietro Portocarrero e di Gabriele Sorbellone; e demolirono tosto amendue queste Piazze da' fondamenti, per torre a nostri la speranza di riacquistarle. Ed ecco il fine di tanti travagli sostenuti per questo Regno di Tunisi, che conquistato da Carlo V, e mantenuto con tante spese e travagli per lo spazio di quarant'anni dal Re Filippo suo figliuolo, finalmente si perdè senza speranza di poterlo più riacquistare.

Queste fastidiose cure resero il governo del Cardinal di Granvela assai travaglioso; poichè a riparare i mali, che da sì potente nemico si temevano, bisognò usare tutta la sua vigilanza e providenza. Egli fu il primo, che pose in effetto nel Regno la nuova milizia detta del Battaglione, istituita dal Duca d'Alcalà suo predecessore; era quella composta di soldati che a proporzione de' fuochi eran tenute l'Università del Regno somministrare: non aveano soldo in tempo di pace, ma solo alcune franchigie, ed in occasione di guerra tiravano le paghe, come tutti gli altri: il lor numero era considerabile, arrivando a venticinque e talora a trentamila persone: aveano i loro Capitani, ed altri Ufficiali minori: ma ora di questa milizia appena sono a noi rimasi vestigi. Non abbiamo più soldati, tutti siamo pagani, e la milizia è ora ristretta negli stranieri, che ci governano: in mano di costoro sono le armi, ed a noi solamente è rimasa la gloria d'ubbidire.

Per somministrar le spese a tanti bisogni era duopo che da dovero vi si pensasse: premeva il Re al Cardinale, e lo richiedeva spesso di sovvenzioni e donativi. Il Vicerè per adescar i popoli, e trovar modo di ricavarli dal Regno senza molta lor difficoltà e ripugnanza, fece dar prima esecuzione a tutte le grazie e privilegi, che nell'anno 1570 furono dal Re Filippo conceduti alla città ed al Regno. Poi avvalorato dalla presenza di D. Giovanni d'Austria, avendo insinuato a' Baroni il bisogno della guerra, che da dura necessità costretti era d'uopo sostenere contra un sì formidabile nemico, che minacciava porre in servitù il Regno, fece nel primo di novembre del 1572 convocare in S. Lorenzo un general Parlamento, nel quale intervenne per Sindico Cesare di Gennaro Nobile di Porto, e si fece un donativo al Re d'un milione e centomila ducati[319]. Avutosi da poi l'avviso della perdita di Tunisi e sue Fortezze, di nuovo per soccorrere il Re, fu unito nel 1574 un altro Parlamento, ove fu Sindico Gianluigi Carmignano Nobile di Montagna, e si donò al Re un altro milione e ducentomila ducati. Fu fama, che D. Giovanni pretendendo anche per se un particolar dono dalla città, il Cardinale commiserando la strettezza de' Napoletani, avesse destramente impedito, che non gli si fosse fatto, e che per ciò nascessero fra loro que' disgusti, che partorirono la chiamata del Cardinale in Ispagna, come diremo. Cotanto afflissero queste spedizioni di Tunisi e queste guerre contra i Turchi i Napoletani. Narra il Summonte Scrittor contemporaneo a questi successi, che per mantenere la Fortezza della Goletta costava a Napoli prezzo di sangue; poichè ogni volta, che in questa città era penuria di qualsivoglia sorte di roba tutta la colpa si attribuiva al mantenimento di questa Fortezza, e per ciò, se s'alzava il prezzo de' grani, se incariva il vino, se non si trovavano salami, l'olio si pagava a caro prezzo, tutto si diceva avvenire, per essersi fornita la Goletta, e così di tutte le altre cose del vitto umano, e per insino a' carboni incarivano, tal che pareva, che questa Fortezza inghiottisse ogni cosa; poichè per ingordigia de' Ministri tiranni, tutte le cose si mandavano fuori di questa città, sotto pretesto di servire alla Goletta, ma poi altrove si portavano.

Ebbe in fine il Cardinal di Granvela, come successore d'Alcalà, a sostenere anch'egli ed opporsi all'intraprese della Corte di Roma sopra la giurisdizione e preminenze del Re. Proseguiva ella con tenore costante le sue imprese, e come l'esperienza ha sempre mostrato, che morto un Pontefice, l'altro successore entra nel medesimo impegno, e forse con maggior emulazione del suo antecessore, così morto Pio V, Gregorio, che gli successe, seguitando le medesimo pedate, non mancò d'imitarlo; ma in ciò fu commendabile la costanza del Vicerè Granvela, il quale ancorchè Cardinale, seppe resistergli con vigore. In tutti gli altri punti giurisdizionali di sopra rapportati fu imitatore d'Alcalà, ma in quello de' casi misti, per un'occasione che gli si presentò, si distinse sopra di costui assai più. Il Sacrilegio vien riputato dagli Ecclesiastici un delitto di misto Foro, e che perciò debba darsi luogo alla prevenzione: accadde che un ladro, dopo aver commesso un furto nel Duomo di Napoli d'alcune sagre suppellettili, riuscitogli felicemente questa volta, volle provarsi la seconda nella Chiesa di S. Lorenzo; ma i Frati di quel Convento, coltolo in sul fatto, dopo averlo arrestato, e ben concio di bastonate, lo diedero nelle mani de' Bargelli dell'Arcivescovo, allora Mario Caraffa, il quale postolo nelle sue carceri pretendeva, ancorchè il ladro fosse laico, di conoscere egli del delitto per aver prevenuto. Il Granvela fece richiedere più volte all'Arcivescovo ed al suo Vicario, che rimettessero il ladro nelle mani de' Giudici Regj, a' quali s'apparteneva la cognizione di quel delitto; ma riuscivano inutili queste richieste, onde ostinandosi l'Arcivescovo a non consignarlo, fu costretto il Vicerè a mandare l'Avvocato Fiscale Pansa con famiglia armata a rompere le carceri dell'Arcivescovado, ed a prendersi il ladro. L'Arcivescovo fece scomunicar dal Vicario tutti coloro, che aveano avuta parte nell'accennata esecuzione, i mandanti, i consenzienti e tutti coloro, che erano intervenuti in quell'atto, facendo affiggere i Cedoloni per li luoghi pubblici della città. Ma gli fu risposto dal Cardinale con maggior giunta, perchè fece imprima covrire di carta e d'inchiostro i cedoloni: fece sbrigar subito la causa del ladro, e lo fece appiccare a' 10 marzo del 1573 nella piazza di S. Lorenzo: ordinò, che il Vicario fra 24 ore uscisse fuori di Napoli, e continuando il suo cammino fosse uscito dal Regno, e non ritornasse in quello fin ad altro ordine suo o del Re, come fu tosto eseguito: si fecero imprigionar i Cursori, che aveano affissi i Cedoloni; i Consultori e l'Avvocato di quella Arcivescoval Corte, i Mastrodatti ed il Cancelliere, tutti laici, furono parimente carcerati; ed in fine furono sequestrate all'Arcivescovo tutte le sue entrate, anche le patrimoniali. Ciò eseguito, ne fece il Cardinale con sua Consulta de' 25 dell'istesso mese di marzo distinta relazione al Re Filippo, il quale a' 13 luglio del medesimo anno gli rispose, non solo approvando, quanto egli avea per la conservazione della sua chiara giustizia adoperato, ma gli incaricò, che per l'avvenire mirasse sempre, che la sua regal giurisdizione fosse mantenuta in modo, che per niuna via o causa fosse pregiudicata, e che colla sua destrezza e prudenza si governasse in modo di non permettere che niuno de' Reggenti, nè i suoi Ufficiali, pretesi scomunicati per quella causa, andassero in Roma per l'assoluzione, conforme avea preteso il Pontefice passato con quelli del Senato di Milano. Parimente l'istesso dì scrisse a D. Giovanni di Zunica suo Ambasciadore in Roma, il quale avealo ancora ragguagliato di questo successo, dicendogli, che passasse col Pontefice con vigore gli uffici, che si convenivano alla qualità dell'affare; e quando si dovesse cedere al punto dell'assoluzione, si contentasse sì bene, che i censurati si assolvessero, ma che non si pensasse di dovere per ciò andare in Roma alcuno de' Reggenti di Napoli e suoi Ufficiali; poichè questo sarebbe diroccare dal suolo l'autorità de' suoi Ministri[320].

Il Pontefice Gregorio, dall'altra parte, fece dal suo Nunzio residente in Napoli passare col Cardinale aspre doglianze miste di minacce, ma per la mediazione dell'Ambasciadore Zunica, e per la opera d'altri personaggi di autorità, e sopra d'ogni altro del Presidente del S. C. Giovan Andrea di Curte, Ministro di grande efficacia e prudenza, fur sedati gli animi, e trovato questo temperamento: che tutti coloro, ch'erano stati scomunicati per tal cagione, fossero privatamente assoluti nella camera del Tesoro, ed in cotal guisa questo affare terminossi.

Dopo avere così bene adempito il Cardinal di Granvela le sue parti nel governo di questo Reame, e sperandosene da lui ora, che le cose erano alquanto in riposo, un migliore, per la sua integrità e prudenza civile, fu a noi involato per un ordine del Re Filippo, che lo richiamò in Ispagna alla sua Corte a più supremi onori, avendolo creato suo Consigliere di Stato e Presidente del supremo Consiglio d'Italia. Fu fama, che avesse D. Giovanni d'Austria, per le cagioni di sopra rapportate, proccurata la sua remozione, per farvi in suo luogo sostituire il Duca di Sessa: ma il Re tolse sì bene a sua richiesta il Granvela dal Regno, ma ingelosito dell'autorità di D Giovanni, per lo supremo comando che avea dell'armata, in vece di mandarvi suoi partigiani, vi spedì il Marchese di Mondejar, che era di D. Giovanni poco amorevole. Partì il Cardinale da Napoli nel principio di luglio di quest'anno 1575, avendo governato il Regno pochi mesi più di quattro anni. Ci lasciò 40 Prammatiche tutte sagge e prudenti, che rendono sempre ragguardevole la memoria de' suoi talenti. Egli severamente proibì qualunque sorte d'asportazion d'armi corte: comandò, che gli atti tra vivi, come delle ultime volontà non potessero stipularsi, che da Notari Regj: impose rigoroso secreto a' Ministri; ed ordinò, che niun portiere, trombetta o servidore di Palazzo, o di qualunque altro ministro andasse per la città cercando mancie, imponendogli pena di quattro tratti di corda: proibì a Ministri di dimandare, nè per suoi congiunti, nè per altri, beneficj o prebende Ecclesiastiche, nè ufficj da' Baroni, senza espressa licenza del Vicerè. Vietò alle persone Ecclesiastiche, ancorchè fossero Cavalieri Gerosolimitani, di potere esercitare in Napoli e nel Regno Ufficj Regj o Baronali: che niuna persona potesse giocarsi più di diece ducati in un giorno; proibì tutte le sorte di contratti usurari, e diede altre leggi salutari, le quali secondo l'ordine de' tempi possono con facilità osservarsi nella Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche.

CAPITOLO II. Di D. Innico Lopez Urtado di Mendozza Marchese di Mondejar; sua infelice condotta, e leggi che ci lasciò.

Il Marchese di Mondejar giunto appena in Napoli ne' 10 di luglio di quest'anno 1575, non avendo fatto buono scrutinio di coloro che offerendogli il loro ajuto e consiglio nell'amministrazione del Regno, s'introdussero in sua grazia, fece tosto comprendere, che il suo governo dovea riuscire pur troppo diverso da quello prudente e saggio del suo predecessore; poichè non tardò guari, che per insinuazione di quei che l'adulavano, rivocò molte belle ordinazioni fatte dal Cardinal di Granvela, già divenuto nella Corte Presidente del Consiglio d'Italia: imprudentissima condotta, poichè costui offesosi di queste riforme, per l'affetto, che ciascun suol portare a parti del proprio ingegno, divenne un vigilante fiscale di tutte le sue azioni. Accortosi però egli di questo gravissimo errore volle ripararlo; ma vi applicò un rimedio, che riuscigli più pernizioso del primo malore. Era in que' tempi nella Corte per Reggente provinciale di questo Regno Scipione Cutinari, originario d'Aversa, uomo, ancorchè dotato di buone lettere, assai vafro però ed ambizioso: costui, corrotto dal Marchese, avvisava al medesimo i più secreti trattati, che passavano in quel Consiglio, e quanto usciva dalla bocca del Cardinale contro alla sua persona; in premio di ciò aveane dal Vicerè estorta una relazione falsa, diretta a S. Maestà, della sua favolosa e vantata nobiltà; in vigor della quale ottenne dal Re molte grazie e prerogative ed in particolare la facoltà d'eleggersi uno de' cinque Seggi per goderne gli onori. Ma ciò non gli servì ad altro che per far scovrire al Consiglio ed al Re l'impostura; poichè avendosi egli eletto il Seggio di Nido, ed il Vicerè, ripugnando tutti que' Nobili, impiegando la sua forza a farlo ricevere, diede a costoro occasione di spedire in Madrid persona, che facesse conoscere le favolose genealogie contenute nella relazione del Vicerè. Il Cardinal Granvela favorì la missione, ed informatone pienamente il Re rimase stomacato non meno dell'inganno, che del Vicerè, onde rivocò il privilegio, comandò, che il Reggente fosse rinchiuso in un carcere, dove indi a poco si morì, e che il fratello si ritenesse nel Castel Nuovo, donde uscito dopo molti anni di angustie, esiliato dalla città, finì i suoi giorni nella Torre del Greco.

Ma oltre a ciò la poca corrispondenza, che il Mondejar passava con D. Giovanni d'Austria, diede più certi presagi d'un infelice e non molto lungo governo. Trattenevasi per anche D. Giovanni in Napoli in giuochi e tornei, e come a colui, che avea il supremo comando dell'armata, erangli da' Napoletani resi i primi onori; tal che la luce del Vicerè da un più grande splendore veniva quasi ad oscurarsi: ciò che il Marchese mal potendo simulare e peggio soffrire, vennero fra di loro in maggiori urti e disgusti, i quali giunsero a tale estremità, che D. Giovanni non ebbe riparo in presenza di molti Nobili in un certo incontro di chiamarlo mancator di parola; avendo voluto il Vicerè rispondergli, che di tanta baldanza ne avrebbe egli dato avviso a Sua Maestà, gli corse D. Giovanni dietro, cavando fuori il pugnale per offenderlo; come sarebbe senza fallo accaduto se dagli astanti con preghiere e scongiuri non fosse stato raddolcito.

Questi incontri infelici e queste inimicizie, che vi erano tra lui col Cardinal Granvela Presidente del Consiglio d'Italia e con D. Giovanni d'Austria, seco portarono, che di tutto ciò, che di avventuroso accadde in tempo del suo governo, fosse imputato non già alla sua vigilanza, ma, o alla fortuna o all'accortezza e valore altrui, o, quando tutto mancasse, a miracolo. Ciò si conobbe chiaro in due occorrenze. Quest'anno del Giubileo 1575, per la gran frequenza di stranieri, che da tutte le parti concorrevano in Roma, s'introdusse in Italia una pestilenza così fiera, che dopo quella, che nell'anno 1528 in tempo della spedizione di Lautrech afflisse cotanto Napoli, non s'era veduta maggiore. Da Trento, ove cominciossi prima a sentire, passò il contagio a Verona, indi a Venezia, e finalmente si diffuse per tutto insino a Sicilia. I più famosi Medici di que' tempi, come Andrea Graziolo Salonense, Alessandro Canobio Scrittore della peste di Padova ed Antonio Gliscens di Brescia, riputarono, non già dalla positura delle stelle o dalla malignità dell'aria o dal concorso de' forestieri venuti in quell'occasione in Italia, essere cagionato il male, ma nato nelle città istesse dalle immondizie e sordidezze delle private case. Che che ne sia, Trento rimase quasi desolato, Verona con pochi abitatori, ed in Venezia, nel seguente anno 1576, fece stragi cotanto crudeli e lagrimevoli, che per tutto quell'anno, si conta, avesse in quella città consumati più di settantamila uomini. Di tanto esterminio ne furono incolpati quei due celebri Medici Girolamo Mercuriale da Forlì e Girolamo Capovacca da Padova, i quali richiesti dal Senato della loro opera e parere, riputando il morbo non pestilenziale, ma che potesse curarsi, fecero, che gli appestati non si portassero più, come erasi cominciato, fuori della città in un luogo separato, ma si ritenessero, esponendosi essi (siccome dal loro esempio fecero gli altri Medici e Cerusici di quella città) alla lor cura[321]. Ma il male crebbe in guisa, che attaccandosi più furiosamente, in breve spazio uccise non pur gli ammalati, ma cinquantotto fra Medici e Cerusici destinati alla lor cura. Non curarono il Mercuriale e 'l Capovacca il proprio pericolo, ed intrepidamente per qualche tempo infra gli appestati proseguirono la cura: ma a lungo andare, dimandata licenza dal Senato, scapparono via. In Milano, Cremona e Pavia si rese per ciò commendabile la pietà e vigilanza de' Cardinali Carlo Borromeo, Niccolò Sfondrato ed Ippolito Rosso Vescovi di quelle città, i quali con grande zelo e intrepidezza visitavano gl'infermi, e davan loro soccorsi. Lo stesso, ad imitazione del Borromeo, fece in Verona Agostino Valerio Vescovo di quella città, la quale non men, che Padova era miseramente travagliata ed afflitta. Si diffuse il male insino a Sicilia, ed in Messina fece strage sì crudele, desolandola in guisa, che si fece il conto esserne estinti più di quarantamila suoi Cittadini. Già la vicina Calabria cominciava a contaminarsi, e per lo continuo traffico tutte le altre nostre province erano in pericolo. Rilusse per ciò la provvidenza del Marchese di Mondejar, il quale con severissimi editti proibì l'entrata nel Regno a ciascuno, che veniva da luogo non sano: fece chiudere le porte della città, nè si permetteva far entrar alcuno, senza le necessarie fedi di sanità del luogo donde veniva: usò rigore estremo, anche ne' più leggieri sospetti: fece bruciare in Napoli molte balle di cotone venute di fuori, e dentro il Porto fece ardere una barca venuta di Calabria, ancorchè carica di balle di seta, senza riguardo dei gravissimi danni, che si recava per ciò a' Mercatanti. Tanto che Napoli ed il Regno restò libero ed immune da sì spaventoso male, che in Italia non s'estinse affatto, se non nel seguente anno 1577. Ma tutto ciò fu imputato, non già alla provvidenza del Vicerè, ma parte a' provvedimenti dati dalla città, e molto più all'intercessione di San Gennaro e degli altri Santi suoi Protettori[322].

Parimente Amuratte Imperador de' Turchi, proseguendo l'istituto de' suoi antecessori non tralasciava di fare scorrere la sua armata ne' nostri mari; il suo famoso Comandante Uluziali cominciò in quest'anno 1576 a saccheggiare le nostre riviere di Puglia: ma ripresso da molte soldatesche a cavallo ed a piedi, che vi spedì il Vicerè, si rimase dall'impresa, ed incamminandosi verso Calabria, fece sbarco delle truppe presso Trebisaccia, rovinando il paese ed i luoghi contorni, con ridurre in ischiavitù molti. Ne furono parimente scacciati e costretti a lasciar il bottino; ma tutto si ascrisse alla vigilanza e prontezza e valore di Niccolò Bernardino Sanseverino Principe di Bisignano, il quale, come pure scrive il Tuano[323], essendo accorso opportunamente, mentre s'imbarcavano, con sessanta cavalli e duecento archibusieri, obbligò quelli a lasciar la preda, facendone da quaranta prigionieri e più di cinquanta restarono ivi estinti.

Ne' seguenti anni s'accrebbero i suoi disgusti, per due incontri che diremo: tal che venuto in odio non meno alla Nobiltà, che al Popolo, fu finalmente richiamato dal Re in Ispagna, per dove convenne partirsi nei maggiori rigori di quell'inverno. Il primo, per aver voluto dar orecchio ad un Frate, che adescato dalle promesse d'alcuni avidissimi Mercanti, insinuò al Marchese, che per la gente minuta poteva farsi il pane di farina di grano, mischiata anche con quella dell'erba che i Botanici chiamano Aron, ed il volgo chiama Piede di Vitello, la quale è stimata di cotanto nutrimento, che Giulio Cesare vi mantenne le sue milizie nell'Albania. Parve tal espediente molto vantaggioso ed utile, non meno per l'annona, che per li grandi profitti, che potevan ritrarsi dal Re: ma appena fu questo trattato scoverto da' popolari avvezzi a mangiar pane di frumento, che stimolati anche da' Nobili mal soddisfatti del Vicerè per le passate contese dell'aggregazione del Reggente Cutinari ne' loro Sedili, prorruppero in aperte dichiarazioni di non dovervisi pensare, perch'essi altrimente avrebbero negato in ciò d'ubbidirlo; onde veduta dal Vicerè la loro fermezza ed ostinazione, gli fu duopo sciorre immantinente il trattato per quietarli. L'altro più strepitoso che diede l'ultima spinta alla sua partita fu, ch'educandosi nel Monistero di S. Sebastiano D. Anna Clarice Caraffa, figliuola del primo letto di D. Antonio Caraffa, Duca di Mondragone e di D. Ippolita Gonzaga, costei per mancanza de' maschi essendo considerata come succeditrice di tutto lo Stato paterno, era stata destinata dal padre per moglie al Conte di Soriano primogenito del Duca di Nocera, ch'era della medesima famiglia; ma il Principe di Stigliano, avolo paterno della fanciulla, tollerando di mala voglia, che dovesse estinguersi la sua Casa, risolse, benchè vecchio, d'ammogliarsi con D. Lucrezia del Tufo de' Marchesi di Lavello, ed ebbene di questo matrimonio un maschio, che meditava dovess'esser il successore di quello Stato; ciò che fece dividere la famiglia Caraffa in due potentissime fazioni. All'incontro il Vicerè, lusingandosi da queste contese poterne ritrar profitto, era entrato nell'impegno di impalmar questa Dama a D. Luigi Urtado di Mendozza Conte di Tendiglia suo primogenito, e prevedendo le difficoltà, prese risoluzione, col pretesto d'esplorarne la volontà, di far uscire da quel Monastero la fanciulla, e porla in luogo opportuno per suoi disegni; ed a far questo, vedendo che gli sarebbe riuscito vano ogni altro modo, parvegli usare non meno la sollecitudine, che la forza; onde mandò tre Reggenti col Segretario del Regno e centocinquanta Spagnuoli a torre con effetto la Donzella dal Monastero. L'atto improvviso e scandaloso animò quelle monache a prendere una risoluzione bizzarra e generosa; poichè unite tutte insieme con D. Clarice ancora, che fecero vestir Monaca, in lunghi ordini divise, salmeggiando e con le reliquie in mano di quei Santi che conservavano, fecero aprir le porte della clausura, e si fecero tutte incontro a que' Ministri, i quali sorpresi da un cotale nuovo spettacolo, postisi inginocchioni, adorarono le reliquie, e partirono immantenente dal Monastero. D. Clarice fu segretamente condotta in casa di D. Giovanni di Cardona, ed eseguendo la deliberazione di suo padre, fu privatamente sposata al Conte di Soriano, come poscia dichiarò essa stessa al medesimo Collaterale. Questa azione del Vicerè, quantunque avesse offeso sol que' due principali rami della famiglia Caraffa, ch'erano in que tempi il Principe di Stigliano, ed il Duca di Nocera, oggi estinti; gli irritò nondimeno contra tutto il numeroso stuolo de' Nobili di quel Casato, i quali aggiungendo quest'offesa all'antiche, mandarono il Marchese della Padula Giannantonin Carbone in Madrid a dolersene col Re Filippo.

(Di questa Missione del Marchese della Padula e della maniera da tenersi in ispedire alla Corte persone per far ricorso al Re, si legge una lettera di Filippo II spedita al Principe di Pietra Persia Vicerè sotto li 4 decembre 1579 presso Lunig[324]).

Fu la missione favorita anche dal Cardinal di Granvela, il quale agevolò l'impresa; onde esposte queste querele al Re, si risolse tosto di richiamarlo; ed ordinò a D. Giovanni di Zunica, il quale lungo tempo era stato suo Ambasciadore in Roma, che senza perder tempo passasse al Governo di Napoli; donde convenne, al Marchese agli 8 di novembre del 1579 partire, ed esporsi ad un viaggio di mare nel maggior rigore di quell'inverno. Partì su due Galee, accompagnato più dal proprio pentimento e dalle lagrime dei congiunti, che dalle benedizioni de' Napoletani, appo i quali, secondo che narra il Summonte[325] Scrittor contemporaneo, lasciò di se malissimo nome.

Pure ne' quattro anni e quattro mesi che durò il suo governo, ancorchè i mentovati successi gli avessero concitato l'odio comune, lasciò fra noi qualche memoria, non meno commendabile per Napoli, che per lo maggior servigio, ch'egli prestò al suo Re. Nel suo tempo furon fatti al Re tre donativi: uno pochi mesi dopo il suo arrivo in novembre del 1575, quando per l'avviso del nascimento di D. Diego secondo figliuolo del Re Filippo, si congregò in S. Lorenzo il Parlamento, dove presedè per Sindico Gianfrancesco di Gaeta nobile della Piazza di Porto, e dove si fece donativo al Re di un milione[326]: l'altro di febbrajo del 1577 dove fu Sindico Giangirolamo Mormile del Seggio di Portanuova, che fu d'un milione e ducentomila ducati: ed il terzo d'altrettanta somma conchiuso nel Parlamento tenuto a' 23 aprile del 1579, per supplire alle grosse spese della guerra di Fiandra, essendone Sindico Fabrizio Stendardo della Piazza di Montagna.

Cominciò ancor egli nel 1577 la fabbrica del nuovo Arsenale nella spiaggia di S. Lucia, ove al presente si vede, con la guida di Frate Vincenzo Casali Servita, famoso Architetto di que' tempi. Avea ancora cominciato le provvisioni necessarie per porre in mare un'armata contra gl'Infedeli, al qual effetto da Fr. Vincenzo Caraffa Prior d'Ungheria, e da Carlo Spinelli, assoldavansi tremila pedoni e quattromila guastadori a fin d'unirli a tutte le forze d'Italia, e farne un corpo sotto il comando di Pietro de' Medici, fratello del Gran Duca di Toscana, restandone il bel disegno estinto per l'improvvisa sua partenza. Ne' suoi tempi furon celebrate con grande magnificenza e pompa le feste per la natività di Filippo, quarto figliuolo del Re, natogli a' 27 aprile del 1578 dalla Regina Anna, che gli fu poi successore, siccome poco da poi fu pianta la morte del Principe D. Ernando, del quale il Re suo padre, forse per l'età sua infantile, avendo appena passati i sette anni, non fece celebrare nè in Napoli, nè altrove, nè funerali, nè esequie.

Ci lasciò ancora questo Ministro ventiquattro Prammatiche, nelle quali si leggono più provvedimenti molto saggi e commendabili. Proibì sotto gravissime pene le Case di giuoco e baratterie, nelle quali vietò a qualunque persona il potervi giuocare; represse i controbandi; diede norma a' Tribunali per le suspezioni dei Ministri; comandò che non potessero questi contrarre parentela spirituale, facendosi compari nel battesimo o nella cresima; e diede altri regolamenti salutari per l'abbondanza e politia della Città e del Regno: le quali, secondo il tempo nel quale furono stabiliti, possono vedersi nella Cronologia prefissa al tomo primo delle nostre Prammatiche, secondo l'ultima edizione del 1715.

CAPITOLO III. Delle cose più notabili accadute nel governo di Don Giovanni di Zunica, Commendator Maggiore di Castiglia, e Principe di Pietrapersia: sua condotta e leggi che ci lasciò.

Don Giovanni Zunica, secondogenito della Casa de' Conti di Miranda, di cui sovente nel precedente libro si è avuta occasione di favellare, quando, trovandosi Ambasciadore in Roma, trattò gli affari più gravi di giurisdizione occorsi nel governo del Duca d'Alcalà, s'acquistò nell'esercizio di quella carica, che tenne per molti anni in Roma, fama di gran prudenza, e per l'occorrenze di allora, di sufficiente perizia delle cose del Regno; tanto che trascelto dal Re Filippo per nostro Vicerè, non ebbe egli a star lungo tempo ad istruirsi prima de' nostri istituti e costumi. Fu per ciò l'elezione intesa con applauso, e ciascuno dalla sua capacità e nota prudenza se ne prometteva un ottimo governo. Nè la sua condotta fu contraria all'espettazione si avea di lui; poichè giunto egli in Napoli a' 11 di novembre di quest'anno 1579, diede in questo principio saggi ben chiari della sua magnificenza e pietà; poichè ricusando quella vana pompa del Ponte solito farsi a tutti i Vicerè, fu quello da lui donato all'Ospedale degl'Incurabili, dono che alla Città era costato 1500 scudi[327].

§. I. Spedizione di Portogallo.

Ma i grandi avvenimenti, che occorsero a' suoi tempi, resero questo governo assai segnalato e memorando: mentr'egli reggeva il Regno accadde la spedizione di Portogallo, nella quale vi ebbe ancor egli qualche parte per lo denaro e gente, che per la sua diligenza ed opera fu mandata dal Regno per quella impresa. L'istoria della guerra di Portogallo, che mosse il Re Filippo II come uno de' pretensori di quel Reame, fu cotanto ben scritta dal Presidente Tuano[328] da Bacone di Verulamio[329], e da altri insigni Autori, che oltre di non appartenere al nostro istituto, sarebbe abbondar d'ozio se, trascrivendola da que' Scrittori, volessi io qui distesamente narrarla. Solo di qualche successo si terrà conto, nel quale v'ebbero alcuna parte i nostri o il Zunica, che ci reggeva.

Morto il Re Emmanuele nel 1521 avendo lasciati quattro figliuoli maschi, Giovanni, Lodovico, Errico ed Odoardo e due femmine, Isabella e Beatrice, succedè nel Regno il primogenito, che Giovanni III fu detto: da costui nacque il Re Sebastiano, il quale, morto il Re Giovanni suo padre, succedè al Reame. Lodovico non ebbe moglie, ma da una sua concubina procreò Antonio, detto il Priore di Crato. Errico prese il Sacerdozio, e fu fatto Cardinale. Odoardo lasciò due figliuole, Maria moglie d'Alessandro Farnese Duca di Parma, e Caterina madre del Duca di Braganza. Delle due femmine, da Isabella nacque il Re Filippo II, e da Beatrice Emmanuele Filiberto Duca di Savoja. Il Re Sebastiano nella battaglia d'Arzilla restò estinto, e non ben ravvisandosi il suo cadavere, diessi poi occasione a quella celebre impostura, della quale narreremo appresso il successo. Morto il Re Sebastiano senza lasciare di sè prole alcuna, successe nel Regno il Cardinal Errico suo zio, che solo tra fratelli di Giovanni si trovò vivente; il quale essendo Sacerdote, cagionevole della persona e vecchio, pensò stabilire in vita il successore; ma riuscendogli moleste le dimande di tanti pretensori, avendo convocato un generale Parlamento, furono destinati quindici Giudici, a' quali diede Errico potestà, intesi i pretensori, di determinare la lite della successione, dando loro ancora facoltà di poter decidere eziandio dopo sua morte, se quella fosse intanto innanzi della sentenza accaduta: stabilì in questo caso Governadori, che dovessero intanto aver l'amministrazione del Regno, e fece giurare a tutti di dover riconoscere per Re colui, che per tale avessero i Giudici eletti pronunziato.

I pretensori erano Ranuccio Farnese figliuolo d'Alessandro e il Duca di Braganza marito di Caterina; Filippo II figliuolo d'Isabella; ed il Duca di Savoja figlio di Beatrice. Eravi anche Antonio figliuol naturale di Lodovico, il quale più per l'affezione, che aveasi acquistata de' naturali del paese, che per altra ragione, aspirava non meno degli altri al Reame; ed in ultimo li Re di Francia per interessarsi ancora in questo affare e per opporsi a Filippo, volevan far valere alcune ragioni antiche ereditate da Caterina del Medici loro madre.

Per lo concorso di tanti pretensori, e per lo genio avverso, che non meno il Re, che la plebe mostrava avere al Re Filippo II, uno de' più potenti fra coloro, prevedendosi maggiori disordini, fu proposto un altro trattato di ricorrere al Papa, che dispensasse al Re, ancorchè Sacerdote, di poter prender moglie, e fu a questo fine mandato in Roma Odoardo Castelbianco. Per ciò erano tenute dal Re spesse consulte di Medici, richiedendo da essi se lo riputassero, essendo di si grave età, abile a procreare, poichè, ancorchè in tutto il tempo di sua vita avesse professata castità, nulladimanco per escludere del Regno un erede estraneo, erasi già disposto d'ammogliarsi[330].

Il Re Filippo, avvisato dell'avversione del Re, e degli ordini del Regno, e del trattato del matrimonio, per distorlo, scrisse immantenente al suo Ambasciadore in Roma, con molta premura incaricandogli, che impiegasse con vigore ogni opera col Pontefice Gregorio, affinchè la dispensazione non si concedesse, e nel medesimo tempo con molta secretezza mandò al Re Errico suo zio Ferdinando Castelli Frate Domenicano per distorlo da questo proponimento, insinuandogli fra l'altre, una ragione per se stessa inettissima, ma che credeva poter giovare col Cardinale, uomo per altro superstiziosissimo, cioè di fargli comprendere, che ciò sarebbe stato d'un pessimo esempio, e non da praticarsi in que' tempi senza pericolo; poichè spandendosi in Europa vie più che mai gli errori de' Settarj, i quali volevano, che i Sacerdoti potessero prender moglie, gli uomini perniziosi, se ciò vedessero nella persona sua, con facilità potrebbero persuadere agli altri di poterlo fare. La Missione riuscì inutile, poichè il Frate contra l'espettazione di Filippo, non fu ricevuto da Errico, e fu costretto con poco suo onore ritornarsene.

Intanto non si tralasciava l'altro trattato intrapreso. Furono da' Giudici citati i pretensori i quali per mezzo dei loro Ambasciadori proposero le ragioni de' loro Sovrani. Per Filippo comparve D. Pietro Girona Duca di Ossuna; per Emanuele Filiberto Duca di Savoja, Carlo Roberto; e per Ranuccio Farnese figliuolo d'Alessandro Duca di Parma e di Maria, vi fu mandato Ferdinando Farnese Vescovo di quella città, il quale avendo fatto consultare il caso in Padoa da' Giureconsulti di quella celebre Università, avea pubblicata una consultazione firmata da loro, nella quale con argomenti validissimi, come egli credeva, si sostenevan le ragioni di Ranuccio.

Il Duca di Savoja non contendeva al Re Filippo la maggioranza delle sue ragioni, essendo quegli procreato da Isabella maggiore, e prima nata di Beatrice; dimandava solamente, che se accadesse di morir Filippo prima d'Errico comune zio, in tal caso si avesse ragione del suo diritto. Erano per ciò uniti ad escludere le pretensioni del Duca di Braganza e di Ranuccio Farnese: sostenevano, che non potendo questi giovarsi dei beneficio della rappresentazione, che proccuravano abbatter con molti argomenti, doveano essi come maschi, ed in grado più prossimi essere a tutti preferiti. Il Duca di Braganza e Ranuccio all'incontro facevan tutta la forza nella rappresentazione da lor sostenuta; ma quest'istessa ragione veniva poi da Ranuccio rivoltata contra il Duca, poich'essendo egli figlio nato da Maria maggiore, e prima nata di Caterina, dovea al Duca essere preferito. Ma l'Accademia di Coimbra, informata anche dell'inclinazione del Re Errico, occultamente favoriva il Duca di Braganza, diede fuori una consultazione a suo favore, per la quale con molti argomenti si sforzarono que' Giureconsulti, rifiutate prima le ragioni di Filippo e del Duca di Savoja, e poi quelle di Ranuccio. Tutti però convennero in escludere dalla successione Antonio Prior di Grato (ancor egli citato) come spurio e nato si bene da Lodovico fratello d'Errico, ma di concubinato, non già di legittimo matrimonio, siccome poi con espresso decreto fu dal Re dichiarato.

Il Re di Francia, ancorchè non citato, volle pure avervi in ciò la sua parte, e mandò Urbano Sangelasio Vescovo di Cominges, perchè fossero anche intese le sue ragioni, al quale dopo molte difficoltà, fu alla perfine dal Re permesso, che per mezzo del suo Proccuratore potesse intervenire in quella causa a provare il suo diritto. Il Re Errico per favorire il Duca di Braganza avrebbe voluto escluder tutti, ma dall'altra parte per escludere il Re Filippo ammetteva promiscuamente le dimande di ciascuno. Le pretensioni di Francia, ch'erano pontate in quell'Assemblea in nome di Caterina de' Medici, eran derivate da un'origine troppo antica, e se mai fossero state reputate valevoli avrebbero mandate a terra, non solo le pretensioni degli oppositori, ma avrebbero posto in dubbio la successione di quel Regno nella persona del Re Errico istesso e de' suoi prossimi predecessori: laonde sarebbe stata una somma imprudenza in quel Consesso valersene, dove non pur grazia e favore, ma indignazione e rifiuto avrebbero riportato; per la qual cosa narra il Tuano[331], che l'Ambasciadore di Francia proccurò dal suo Re altre lettere dirette alla Camera di Lisbona, per le quali offeriva il Re ogni ajuto ai Portughesi, perchè rifiutando la dominazione di Filippo, non volessero a patto veruno soffrire il giogo di un Re così potente.

Gli Spagnuoli, il Papa e gli altri Principi Cristiani si dolevano di ciò, e declamavano, che il Re di Francia per emulazione ed odio cercava framettersi in quest'affare per interrompere i loro disegni: per la qual cosa il Re Filippo cominciò seriamente a pensare di dovere più nelle armi, che in quelle discussioni, fondare la sua pretensione. Erasi ancora reso certo, che non meno i Franzesi, che gl'Inglesi gelosi per un tanto acquisto ed ingrandimento, che si farebbe alla sua Monarchia d'un si vasto Regno, si sarebbero opposti alla sua impresa. Vedea chiara la avversione non meno del Re Errico, che di que' Popoli per lui; ed all'incontro l'inclinazione del Re per Braganza e dei Popoli per Antonio: gli Ordini del Regno erano pure entrati in pretensione, che stante la dubbiezza delle ragioni, che i Pretensori allegavano, dovesse spettare ad essi la ragione d'eleggere il successore. Per la qual cosa rivolse Filippo i suoi pensieri ad unire da tutti i suoi Regni un potentissimo esercito per venir a capo dell'impresa, e stabilì sostenere più coll'armi le sue ragioni, che colle allegazioni e sentenze de' Giureconsulti: non trascurava però, per rendere giusta e plausibile al Mondo la guerra, ch'e' apparecchiava, di consultare i più celebri Giureconsulti e le Accademie più insigni d'Europa; onde si videro uscire più famose consultazioni sopra questo soggetto: nè si tralasciò il famoso Giacomo Cujacio insigne Giureconsulto di questi tempi, il quale per Filippo compilò quella consultazione, che leggiamo ancora tra le sue opere. Quasi tutte le Accademie della sua vasta Monarchia furono impegnate a far lo stesso; ed i nostri Giureconsulti Napoletani pure richiesti contribuirono le loro fatiche sopra questo soggetto[332]. Risoluto per tanto il Re Filippo colle armi far valere le sue ragioni, fece prima dal Duca d'Ossuna insinuare al Re Errico, che non bisognavano più tanti scrutinj: essere le sue ragioni chiarissime, le quali egli avea fatte esaminare dalle Accademie più famose d'Europa e da' più insigni Giureconsulti di quella età; che considerando ancora il pubblico bene, che ne sarebbe seguito in quel Regno, dovea egli dichiarare la successione appartenersi a lui dopo la sua morte. Questo medesimo glie lo faceva insinuare dal P. Lione Enriquez Gesuita suo Confessore, il quale regolando la coscienza di quel timido e scrupoloso vecchio, tanto fece che pose il Re in angustia, e lo fece divenir dubbioso di quello che dovea fare.

Ma gli apparecchi che si facevano per la guerra erano assai più considerabili: da tutte le parti, non men di Spagna che d'Italia, s'univano truppe ed armate da Milano, da Sicilia e dal nostro Regno di Napoli ancora, e per non insospettire il Papa e gli altri Principi si dava colore e pretesto, che tanto apparecchio si faceva per la guerra d'Africa. Fu comandato perciò al nostro Vicerè, che quelle provvisioni, che il Marchese di Mondejar avea apparecchiate contra gli Infedeli, le tenesse per questa nuova impresa. Ma il Papa sospettando di quel ch'era, cercò frapporsi col Re Filippo per distogliernelo; e propose un trattato, che se gli fosse riuscito sarebbe ridondato in grande stima dell'autorità della sua Sede[333]. Proccurava con efficaci dimande, che seguitando gli esempj di molti Principi che non ebbero riparo, particolarmente nel felice secolo d'Innocenzio III di portare alla decisione della Sede Appostolica simili contese di Principati e Reami, volesse ancor egli imitarli, perchè avrebbe egli composta tal controversia. Ma il Re Filippo simulando di ricever a favore il suo ufficio e la sua interposizione, tirando secondo la solita tardità spagnuola la cosa in lungo, proseguiva con maggior calore gli apparecchi militari: e già si mandavano esploratori in Portogallo per deliberare, in qual parte di quel Regno convenisse cominciar la guerra, nell'istesso tempo che dagli Ordini di quel Regno, essendosi presentiti tanti apparecchi, e che la fazione del Duca di Braganza, e quella più numerosa del Prior di Grato vie più crescevano, si davano le provvidenze per prevenire le revoluzioni ed i disordini.

Ma ecco, stando le cose in questo stato, che viene a mancare il Re Errico, il quale non avendo regnato più che un anno e cinque mesi, nell'età di 68 anni, nell'ultimo di gennajo di quest'anno 1580, rese lo spirito. Il Prior di Grato, che era stato dal Re allontanato da Lisbona, intesa la sua morte, vi tornò immantinente; ed il Re Filippo affrettando vie più l'impresa, unì due potentissimi eserciti, per mare e per terra, creandone Capitan Generale il famoso Duca d'Alba. Dal nostro Regno furono somministrati in questa guerra validi soccorsi: il Vicerè vi spedì diciassette ben provveduti Navili, con seimila soldati e quattromila guastadori, comandati dal Prior d'Ungheria e da D. Carlo Spinelli: fu conceduto indulto a tutti gli sbanditi e forgiudicati dal Regno, da ribelli e falsi monetarj in fuori, i quali furono invitati ad assoldarsi in questa guerra, promettendosi lor perdono dei loro misfatti, e sopra tutta per supplire alle spese, non ostante, che come si è detto, nel precedente anno in aprile se ne fosse fatto un altro, fu convocato a' 29 settembre di quest'istesso anno 1580 nuovo Parlamento in S. Lorenzo, dove essendo Sindico Camillo Agnese nobile di Portanova, fu per questa guerra di Portogallo fatto un nuovo donativo al Re d'un milione e ducentomila ducati.

Fu veramente cosa degna da notarsi, che avendo già il Re Filippo deliberato questa guerra ed apparecchiati già i suoi eserciti per l'impresa, ed il Duca d'Alba giunto col suo esercito in Portogallo a' 21 giugno di quest'anno 1580, nell'istesso tempo ch'era arrivata l'armata di mare, pensasse ancora, come se vi fosse luogo a pentirsene e ritrattare passi cotanto avanzati, di far esaminare da alcuni Teologi, se con sicura coscienza erasi egli mosso a questa impresa. Narra il Presidente Tuano[334], che ciò faceva, per potere in questa guisa togliere i sinistri rumori, che si erano sparsi in Portogallo ed in Italia della poca sua giustizia, e molto più del modo, che e' teneva d'invadere quel Regno. Il Papa lo sollecitava ancora, che senza tanto dispendio de' suoi Regni, e spargimento di sangue, doveasi quella controversia commettere all'arbitrio della sua Sede: gli Ordini di quel Regno al lamentavano, che la lor ragione veniva oppressa dalla forza, e che trovandosi obbligati con giuramento di ubbidire a quel Re, che dichiarasse l'Assemblea de' Giudici istituita in vita del Re Errico, e che avea ancora autorità di farlo dopo la sua morte, non essendo tal dichiarazione per anche fatta, non potevano riconoscere Filippo per loro legittimo Signore. Per queste cagioni, non tralasciandosi intanto il proseguimento della guerra, propose il Re Filippo sotto l'esame de' Teologi Complutensi, de' PP. Gesuiti e Francescani, (nell'istessa guisa appunto che fece, quando ebbe a trattar per lo Regno nostro di Napoli con Paolo IV) che lo consigliassero per quiete della sua coscienza sopra questi punti.

Se stando egli certo della sua giusta ragione, che teneva in succedere in quel Regno a lui devoluto per la morte del Re Errico, fosse obbligato in coscienza sottomettersi ad alcun Tribunale, il quale gli aggiudicasse il Regno, e lo mettesse nella possessione di quello.

Se ricusando il Regno di Portogallo accettarlo per Re, prima che fossero discusse da' Giudici designati le ragioni de' Competitori e sue, potesse egli di propria autorità prendere la possessione del Regno, e contra i renitenti impugnar le sue armi.

Se allegando i Governadori e tutti gli Ordini di Portogallo il giuramento dato, e per ciò esser loro proibito di riconoscere alcun per Re, se non quello che tale sarà da quell'Assemblea dichiarato, dovea questa riputarsi scusa legittima.

I Gesuiti, siccome tutti gli altri Teologi, risposero appunto secondo era il desiderio del Re. Intorno al primo punto dissero, che non era egli tenuto, per niun vincolo di coscienza, sottomettersi in questa causa alla giurisdizione o arbitrio altrui: che poteva di propria autorità aggiudicare a sè il Regno, e prenderne la possessione: non potervi avere in ciò il Papa alcuna parte, poichè si trattava di cosa puramente temporale, niente avendo con seco mistura di spirituale, che dovesse perciò richiedersi l'autorità e giudizio del Foro Ecclesiastico. Molto meno potevano in ciò impacciarsi gli Ordini di Portogallo, tal che si dovesse aspettare il loro giudizio; poichè eletti una volta i Re, in essi e ne' loro successori fu trasferita ogni ragione, in guisa che appresso quelli risiede ogni giurisdizione, nè possono essere giudicati da altri; sempre dunque che costi Filippo essere il vero e legittimo erede a niuna giurisdizione d'altro Tribunale, fuor che al proprio, dover lui soggiacere.

In quanto al secondo, non avere i Giudici delegati niuna autorità di conoscere questa causa, essendo per la morte del Re Errico estinta ogni loro giurisdizione, non potendosi prorogare la giurisdizione de' Re dopo la di loro morte, onde poteva servirsi di sua ragione con aggiudicarsi il Regno, e per propria autorità prenderne la possessione.

Finalmente, al terzo capo risposero, non essere i Portughesi tenuti osservare il giuramento dato, nè poter loro ciò esser di legittima scusa a non ricevere Filippo per loro Re: poichè non avendo egli alcuno, che costituito in maggior dignità e potestà, potesse conoscere questa causa e giudicarla, doveano ubbidire a lui come a vero e legittimo erede.

Avuta ch'ebbe Filippo questa Censura de' Teologi, la fece pubblicare ed ancorchè fidasse più nelle sue armi, la fece spargere per tutto, per cancellare quei sinistri rumori disseminati da' suoi emuli; e nell'istesso tempo essendosi unito il Duca d'Alba, che comandava l'esercito terrestre, col Marchese di S. Croce Generale dell'armata di mare, fu invaso il Regno, e dopo vari avvenimenti, cotanto bene descritti dal Tuano[335], e da altri, che non fa d'uopo qui rapportare, avendo il Prior di Crato, che più di tutti gli altri competitori gli fece resistenza, ricevuta una strana rotta dal Duca d'Alba, Lisbona capo del Regno pervenne in mano del Re, siccome gran parte di quelle province che lo compongono.

Toccò al nostro Vicerè Zunica, avutosi a' 9 novembre di quest'anno 1580 in Napoli il certo avviso di questa vittoria, e della resa di quella città, di celebrar pomposamente per tre dì le feste, e per tre sere le illuminazioni: ed ancorchè Antonio (favorito dagli Inglesi e da' Franzesi) scacciato alla perfine dal Regno, si fortificasse nell'Isole Terzere, donde lusingavasi non solo di poter interrompere il commercio dell'Indie, ma coll'aiuto di quelle nazioni, ingelosite di tanto ingrandimento, di potere un dì pervenire a quella Corona, riuscirono però vani i suoi disegni, poichè speditovi dal Re Filippo il Marchese di S. Croce con la sua armata per debellarlo, incontrandosi con quella del competitore tra l'Isola Terzera e l'altra di S. Michele, la ruppe e dissipò in maniera, che costrinse Antonio a fuggire, e per asilo a ricovrarsi in Inghilterra. In cotal guisa alla Corona di Spagna fu aggiunto il Regno di Portogallo, dalla quale poi nel Regno di Filippo IV l'abbiam veduto un'altra volta diviso, e ricaduto sotto i propri Re come prima, che ancora vi regnano.

Ma non dobbiamo qui tralasciare, seguitando questo soggetto, la impostura e la favola, ch'ebbe per teatro Napoli del finto Re Sebastiano. Altra consimile erasene pochi anni prima tessuta in Inghilterra sotto la persona di Perino finto Re di quell'isola, di cui a lungo ragiona Bacon di Verulamio[336]. Il Re Sebastiano giovane, e pien d'alto valore ed ardire, avendo nella battaglia d'Argilla, dato l'ultime pruove della sua intrepidezza, abbandonato da' suoi, fu infelicemente fatto prigioniere da alcuni Mori, i quali contendendo insieme per una sì cara preda e cotanto preziosa, vennero infra di loro all'armi, non senza loro strage ed uccisione[337]. Vi accorse il Capitano, ma inutilmente per quietarli; onde con barbarie inaudita, per togliere l'occasione della rissa, diede al Re cattivo un colpo di spada in testa, e replicando i colpi lo lasciò morto in terra: il suo cadavere fra' Mori tumultuanti, e per quella rissa disordinati, non fu più riconosciuto; onde cercandolo i suoi, ancorchè non lo trovasser più, erano lusingati, che non fosse in quella battaglia morto: surse perciò incerta e dubbia voce di suo scampo, e tanto bastò per dar fondamento all'impostura; poichè scorsi venti e più anni, quando non così esattamente potevansi ravvisare le sembianze, surse un Calabrese chiamato M. Tullio Cotizone, il quale spacciavasi per Sebastiano Re di Portogallo: ridevasi della comune credenza di riputarlo morto in quella battaglia, e del loro errore; essere egli scappato dalle mani de' Mori, quando essi rissando contendevano insieme della preda. Gli emuli degli Spagnuoli davano fomento alla favola, onde fu sparsa voce, il Re Sebastiano esser vivo, ed incognito scorrere le province d'Italia. Furono posti aguati, e fatte gran diligenze per arrestarlo, siccome fortunatamente avvenne, che preso il Calabrese fu condotto in Venezia: da poi in grazia degli Spagnuoli cacciato dallo Stato di quella Repubblica, capitò travestito in Fiorenza, dove da quel Duca fu fatto arrestare e condurre prigione in Napoli, in tempo, che governava il Regno il primo Conte di Lemos[338]. Si fece diligente inquisizione per appurare il fatto e fabbricatosene processo, fu destinato Giudice Delegato di questa causa il famoso Reggente Gianfrancesco de Ponte. Narra questo Scrittore[339], che compilato il processo fu scoverta l'impostura; poichè restò convinto per la deposizione della propria moglie e de' suoi congiunti, ch'egli teneva in Calabria, che lo riconobbero; ond'egli poi colla sua propria bocca spontaneamente confessò tutta la favola. Erasi deliberato di farlo morire sulle forche; ma datosene, prima di ciò eseguire, la notizia in Ispagna al Re Filippo III, con prudente consiglio fu riputato di non farlo morire, ma affinchè la falsità fosse da tutti conosciuta, e si abolisse dalle menti degli uomini questo sospetto e varietà d'opinioni, comandò il Re, che si condannasse a remare nelle Galee di Spagna, affinchè ivi e per ogni luogo fosse da tutti veduto, siccome fu eseguito; ed in cotal guisa sparve la larva e finì la favola.

(Giuseppe Ebreo[340] narra un simil fatto accaduto ad un tal Alessandro, il quale voleva esser creduto per figliuol di Erode M. ma scoverta l'impostura da Ottaviano Cesare fu pure condannato a remare).

§. II. Emendazione del Calendario Romano.

Merita, che fra le cose memorande accadute nel governo del Principe di Pietrapersia non si tralasci questa emendazione, che rese l'anno 1582 per tutti i secoli memorabile; tanto più che non meno negli altri Regni della Cristianità, che nel nostro, prima di riceversi, fu quella appo noi ben esaminata e discussa.

L'anno antico de' Romani, non già di diece mesi, come vollero Giunio Gracco, Fulvio Varrone, Ovidio e Suetonio, ma di dodici si componeva, siccome per sentenza di Licinio Macro, e di L. Fenestella scrisse Censorino, de' quali il primo era il mese di marzo, e l'ultimo quello di febbrajo.

I mesi di marzo, maggio, luglio ed ottobre erano ciascuno di 31 giorni: gli altri erano di 29 eccetto febbrajo, il qual solamente si componeva di 28 giorni, di maniera che l'antico anno de' Romani era di giorni 355, e mancava dall'anno degli Egizj di diece giorni, onde fu bisogno dell'intercalare, la qual intercalazione si faceva in ciascun biennio nella maniera, che viene rapportata dal Presidente Tuano[341]. Ma riuscendo questa intercalazione viziosa, si diede ansa ai Sacerdoti, li quali si presero questa briga d'emendar i tempi, di regolare a lor modo il corso dell'anno, mettendovi, per supplire, il mese intercalare, ch'essi chiamavano Mercedonio, di cui ne facevano autore Numa Pompilio. Ma siccome fece veder Plutarco nella di lui vita, questo aiuto era assai debole per emendar quegli errori e confusioni, che ne nascevano ne' mesi dell'anno: onde i sacrificj e le ferie trascorrendo a poco a poco cadevano, come dice Plutarco nella vita di Cesare, nelle parti contrarie dell'anno: li Sacerdoti per ciò (essendosi quest'affare ridotto al lor arbitrio) come a lor piaceva, e sovente per odio de' Magistrati, ora tardi, ora presto intercalavano. Pertanto Giulio Cesare s'accinse a far egli una più esatta Emendazione dell'anno; ed avendo, mentr'era in Alessandria[342] preso il parere da que' valenti Matematici, e consultato l'affare con altri Filosofi, con più emendata diligenza notando i Segni celesti, promulgò per mezzo d'un suo editto una nuova Emendazione, e mostrò la propria via, la quale attesta Plutarco, che insino a' dì suoi usavano i Romani.

(La Scuola d'Alessandria fiorì sempre di valenti Astronomi, tal che i Vescovi di Roma per non fallire il dì della celebrazione della Pasqua, secondo il prescritto del Concilio Niceno, solevano ogni anno consultarsi col Vescovo d'Alessandria per sapere il giusto equinozio di Primavera prossimo al plenilunio di che fra gli altri è da vedersi Francesco Balduino[343]).

Bacon di Verulamio[344] non tralasciò di commendare la suddetta sua Emendazione, chiamandola un perpetuo documento, non meno del suo sapere, che della sua potenza, e che debbia attribuirsi alla sua gloria d'aver conosciuto non meno in Cielo le leggi delle Stelle, che d'averle date in terra agli uomini per governarli. Ma non mancaron degl'invidiosi, che, come dice Plutarco, non biasimassero tal emendazione; e Cicerone, essendogli da taluno stato detto, che la Libbra nasceva l'altro giorno, gli rispose, sì secondo il Bando; quasi che questo ancora si dovesse ricevere da Cesare ed accettare dalle persone.

Ma in decorso di tempo l'editto di Cesare mal interpretato da' Sacerdoti, non fu riputato sufficiente, e la sua emendazione ebbe bisogno poi d'altra ammenda; onde Claudio Tolomeo, che fiorì intorno a 180 anni dopo Cesare, considerando la gran varietà de' pareri in determinare l'anno naturale, ne descrisse un'altra, tanto che variando dalle prime, ne nacque un grande turbamento ed una grande confusione.

Nell'Imperio di Costantino Magno i Padri del Concilio di Nicea, volendo stabilire il giorno di Pasqua, ne statuirono un'altra, dal qual tempo seguì di nuovo una gran confusione negli Equinozj. Da poi Dionigi il Piccolo intorno l'anno 526, avanzandosi sempre più il disordine, cercò con nuova computazione darci rimedio, ma quello fu per pochi anni, onde si tornò a' disordini di prima.

(Il Panzirolo[345] scrive, che l'Imperador Andronico Paleologo pensò pure ad una nuova emendazione, ma si sgomentò a porci mano, così per le guerre che gliel'impedirono, come perchè dubitava non fosse stata dagli altri Principi ricevuta: Id antea, e' dice, Andronicus Paleologus Imperator facere cogitavit, sed pluribus bellis impeditus, et quia alios Principes novo anno non assensuros dubitavit, a negotio destitit. Niceph. Gregor. Lib. 8 de Paschatis correctione).

Riputando pertanto i Pontefici romani, dover essere della loro incombenza di rimediarvi, furono per ciò solleciti, per prevenire anche gli altri Principi e l'Imperadore, di fare una nuova Emendazione: e cento anni prima, il Pontefice Innocenzio VIII fece venire in Roma Giovanni Regimontano celebre Matematico di que' tempi, perchè correggesse gli errori del Calendario; ma fu fama, che i figliuoli di Giorgio Trapezunzio, i quali non potevano sofferire che un Germano fosse a' Greci anteposto, l'avessero fatto avvelenare: per la qual cosa non potè soddisfare al desiderio del Papa. Con tal occasione scrissero a quei tempi del giusto computo dell'anno Pietro Alliacense Vescovo di Cambray e poi Cardinale, il Cardinal Cusano, e poco da poi Roberto Lincolniense e Paolo Midelburgense Vescovo di Fossombrone, il quale sopra ciò compose un gran volume, che lo dedicò a Massimiliano I Imperadore.

Essendosi da poi aperto il Concilio in Trento, credendosi, che que' Padri, ad esempio di ciò, che si fece nel Concilio Niceno, volessero stabilire questa Emendazione, s'affaticarono i primi ingegni d'Europa intorno a questo soggetto, e fra gli altri Giovanni Gennesio Sepulveda Cordovese, Gioan-Francesco Spinola Milanese, Benedetto Majorino, il famoso Luca Gaurico familiare di Paolo III, e Pietro Pitato Veronese, il quale con un particolar suo libro refutò la sentenza del Gaurico. Ma il Concilio, essendosi terminato con molta fretta, non potè occuparsi ad una cotanto intricata materia, che per diffinirla richiedeva molto tempo.

Pertanto Gregorio XIII dubitando di non esser prevenuto dagl'Imperadori di Germania, come affare appartenente alla ragion dell'Imperio, si pose con molta sollecitudine ad affrettar questa Emendazione, e per ciò mandò per tutte l'Accademie d'Italia, e scrisse al Senato Veneto acciò che da' Matematici e Filosofi di Padova ricercasse il lor parere intorno a questa correzione. Fu dato prima il pensiero a Giuseppe Molettio Messinese, il quale due anni prima di quest'Emendazione diede fuori le Tavole Gregoriane. Ma ricercato ancora il celebre Niccolò Copernico, famoso Astronomo di que' tempi, del suo giudizio, insorsero vari pareri, ed essendo ancora venuto in campo Sperone Speroni, s'accesero fra costoro le contese. Matteo Magino vi ebbe ancora la sua parte, e Giuntino ricercato dal Pontefice, s'uniformò all'opinione di coloro, che volevano che diece giorni si scemassero dell'anno: ma Alberto Leonio d'Utrecht, avendo perciò composto un libro, provò, che se ne dovevano scemare undici: il Duca Francesco Maria d'Urbino in grazia del Pontefice ricercò ancora del suo parere Vido Ubaldo peritissimo di questa scienza, il quale lo diede, uniformandosi però alla correzione fatta da' Padri nel Concilio Niceno. Scrissene eziandio Gregorio al Re di Francia, il quale ne diede il pensiero a Francesco Foix Candale, famoso Astronomo, che parimente diede fuori sopra ciò il suo giudizio.

Papa Gregorio intanto, perchè non si lasciasse perdere sì opportuna occasione d'ingrandire l'autorità della sua Sede, richiedeva sì bene di ciò gli altri Principi, ma voleva, che dapoi si dovesse stare a quel che egli sopra ciò stabiliva; onde esaminati tutti i pareri, finalmente per suggestione d'Antonio Lilio celebre Medico di que' tempi, s'appigliò all'emendazione di Luigi Lilio suo fratello, la qual in breve conteneva, che dovessero dell'anno scemarsi diece giorni, che per difetto d'intercalazione si trovavano soverchi, e si prescriveva il modo, sicchè tal difetto non accadesse per l'avvenire. Questa correzione in un picciol volume compresa, dopo avutane l'approvazione di Vincenzo Laureo Vescovo di Monreale, il giudicio del quale sopra queste cose egli stimava tanto, la mandò a tutti i Principi Cristiani ed alle più famose e celebri Accademie d'Europa.

Ma ebbe quest'emendazione del Lilio forti oppositori, fra gli altri Giuseppe Scaligero gran Letterato di que' tempi, il quale in quella sua maravigliosa opera De emendatione temporum, scovrì gli abbagli da colui presi. Impugnò parimente il computo Liliano Michele Mestino Professore nell'Accademia di Tubingen con grandi Commentarj. Ma contra costoro in difesa del Lilio sursero Cristoforo Clavio Gesuita, celebre Professore in Roma, ed Ugolino Martello Vescovo di Glandeves.

Pubblicata ch'ebbe Gregorio questa sua Emendazione, perchè fosse ricevuta da tutti i Principi Cattolici e sopra ogni altro dall'Imperadore e da' Principi d'Alemagna, spedì a Cesare il Cardinal Lodovico Madruccio Vescovo di Trento; ma essendosi nella Dieta d'Augusta proposto quest'affare, dai Principi quivi assembrati fu riputato un grande attentato del Pontefice d'aver posto a ciò mano, e di grande oltraggio all'autorità di Cesare e dell'Imperio, nè doversi permettere la pubblicazione del nuovo Calendario in Germania. Appartenere ciò agl'Imperadori di farlo, siccome fece Giulio Cesare, e da poi nell'Imperio d'Occidente Carlo Magno, il qual diede egli a' suoi Germani il Calendario in lingua Tedesca. Ciò che fecero i Padri nel Concilio Niceno, fu per autorità di Costantino Magno Imperadore, per comando del quale s'era convocato quel Concilio: doversi pertanto rifiutare il nuovo Calendario, tanto maggiormente, che quello fu fatto, non ricercati i Principi dell'Imperio, nè il consenso degli Ordini. Cesare vedendo la costante risoluzione de' Principi, e delle città della Germania, che aveano ricevuta la Confessione Augustana, di non riceverlo, differì di trattar quest'affare, e comandò che ne' giudizj della Camera s'osservasse l'antica forma sin allora tenuta[346].

(In Germania presso i Protestanti nella fine del secolo XVII si fece una nuova emendazione del Calendario, togliendone dall'anno 1700 undici giorni, la quale è ancora in uso presso i medesimi, la di cui istoria meglio sarà, che qui si noti colle parole istesse di Burcardo Struvio[347]. Ad finem properabat seculum decimum septimum, dum fasti Mathematicorum consilio varie emendarentur. Erhardus Weigelius, nostrae olim Academiae fidus, in diversis non sulum Protestantium aulis, Suecia potissimum, et Danica, sed etiam in Comitiis Ratisbonensibus, IV. Octobris St. v. 1699 Calendarii emendationem proponebat, modo simul exhibito, qua ratione fieri possit. Agebatur de hoc negotio in Corpore Evangelicorum, consultabantur alii Mathematici, horumque rationibus auditis, XXIII septembris 1699, conclusum Corporis Evangelicorum fuit factum, ut undecim dies post XVIII, februarium St. v. sequentes, ex anno 1700 ejicerentur, celebratio Paschatos, neque juxta Cjclum Dionysianum in Juliano Calendario receptum: sed secundum calculum astronomicum, uti Concilii Nicaeni tempore factum, instituatur, atque abusus Astrologiae judiciariae ex Calendariis tollantur. Mathematici de reliquis imposterum inter se conferant. Pubblicabatur ex eo novum Calendarium (der verbesserte Calender) cujus adhuc usus est apud Germanos Protestantes. Scripta huc facientia reperiuntur in Fabri Staats-Cantzley[348]. Facit huc etiam Jacobi Brunnemanni Dissertatio de jure undecim dierum Calendario subtractarum. Rink pag. 1350. Questo stesso Scrittore avendo fatto ristampare in Jena, nell'anno 1730, la stessa opera in due Tomi in folio, con aggiungervi alcune altre note, allungandola sino all'anno 1730, e variando in una sola parola il titolo, surrogandovi, in vece di Syntag. quella di Corpus Hist. Germ. al periodo 10 sect. 10 sect. 13 de Carolo VI § 36 Tom. 2, pag. 4101 aggiunge: De celebrando Paschate anni 1724 oriebatur controversia, an illud cum Catholicis die XVI. Aprilis secundum Cyclum Dionysianum, atque Gregorianum sit celebrandum, an vero secundum verum calculum Astronomicum, prout in Concilio Niceno sit decretum. Prolata igitur Societatis Scientiarum et variorum Mathematicorum sententia conclusum fuit in conferentia Evangelicorum d. XXX. Januarii 1724, ut non solum Calendarium emendatum in Protestantium terris conservetur, sed etiam Paschatos festum An. 1724 d. IX Aprilis secundum verum calculum Astronomicum celebretur, idemque an. 1744, 1778 et 1798, quibus annis terminus Paschatos ab illo Catholicorum differat, observandum, probcque cavendum, ne Pascha Christianorum cum Judaeorum Paschate coincidat. Extant acta apud Fabrum Tom XLI c. 10 Tom. XLII c. 10, Tom. XLIII c. 12, Tom. XLIV, c. 14 Tom. XLV, c 8, Tom. XLVI, c. 11 Tom XLVII, c. 10 Tom. XLVIII, cap. 8. Facit huc Collegae nostri honoratissimi, Jo. Bernhardi Wideburgii dissertatio, de imperfectione Calendarii Gregoriani, ejusdemque anno 1724 discrepantia a Calendario correcto Jenae 1724, 4 atque Ulrici Junii schediasma, de Paschate Protestantium An. 1724, celebrando; Lipsiae 1723,4)

In Francia per la morte del Tuano e per l'assenzia d'Achille Arleo non fu sopra ciò fatto lungo esame, ma il Re promulgò egli un Editto, che fu ubbidito dal Parlamento, col quale la nuova emendazione fu ricevuta; e scemati i diece giorni all'anno fu stabilito, che li diece di Dicembre si contassero per venti, onde in quell'anno il giorno di Natale fu celebrato a' 15 di quel mese. Parimente ad emulazione del Re di Francia, il novello Duca del Brabante Francesco, per cattivarsi la benevolenza del Pontefice, ottenne anche da' Protestanti, che fosse la sua emendazione ricevuta in Fiandra, siccome fu ricevuta in Olanda, e nella Frisia Occidentale e nell'altre province[349].

In Ispagna e ne' Dominj del nostro Re Filippo II particolarmente nel Regno di Napoli, pubblicata che fu da Gregorio questa emendazione, prima che si ricevesse, fu quella esaminata e fu richiesta la permissione e 'l beneplacito del Re Filippo, siccome in tutti gli altri Regni erasi fatto, appartenendo a' Principi, per ciò che riguarda i loro Stati, regolare i giorni e per le celebrità de' loro natali, incoronazioni e per ogni altro, ma sopra tutto per le Ferie de' loro Tribunali. Il Re Filippo informato, che con accordo e partecipazione di molti Principi della Cristianità erasi fatta, questa emendazione, e che coloro l'aveano ricevuta ne' loro Dominj, così egli fece ne' suoi Regni; onde governando il nostro in questi tempi il Principe di Pietrapersia, mandò al medesimo il nuovo Calendario riformato da Gregorio, scrivendogli a' 21 agosto di quest'anno 1582, che avendo il Pontefice Gregorio con matura deliberazione e comunicazione de' Principi Cristiani, ed accordo di tutto il Sagro Collegio dei Cardinali riformato il Calendario, per ridur la Pasqua di Resurrezione ed altre Feste Mobili al giusto e vero punto della loro antica istituzione, per ciò l'ordinava che lo facesse eseguire nel Regno di Napoli ed in tutte le Chiese di quello.

Ma contenendosi in quel Calendario alcune cose pregiudiziali alle sue preminenze, scrisse nel medesimo tempo un'altra lettera a parte al suddetto Principe, avvertendogli di mirar molto bene, che se in quel che tocca alla proibizione, che s'aggiunge in quello, cioè che non lo possa imprimere altri, che Antonio Lilio, o altri di suo ordine, vi fosse cosa da notare di pregiudizio alla sua Regal Giurisdizione, o ritrovandosi altro inconveniente, o novità di considerazione, trattenga l'impressione, e ne l'informi, ed aspetti da lui nuova risposta[350]. In cotal maniera e con tali moderazioni fu il nuovo Calendario appo noi ricevuto ed osservato; e narra il Summonte[351], che per ciò in quest'anno li 4 d'ottobre furon contati per 14 e li pagamenti di tutti gli affitti si fecero per tanto meno, quanto era la valuta di que' diece giorni. Parimente fu osservato, che conservandosi nella Chiesa di S. Gaudioso una caraffina di Sangue di S. Stefano portata in Napoli, secondo che scrive il Baronio[352], da S. Gaudioso Vescovo Affricano, la quale era solita liquefarsi da se stessa il dì terzo d'Agosto secondo il Calendario antico: da poi che Gregorio fece questa emendazione non bolle il sangue, che alli 13 d'agosto, nel qual dì, secondo la nuova riforma, cade la festa di S. Stefano; onde Guglielmo Cave[353] scrisse, che questa sia una pruova manifesta, che il Calendario Gregoriano sia stato ricevuto in Cielo, ancor che in Terra alcuni paesi abbiano ricusato di seguitarlo.

(Lo stesso narrasi esser accaduto nel bollimento del sangue di S. Gennaro a' 19 settembre. E Panzirolo in prova della verità dell'emendazione Gregoriana rapporta nel cap. 177 de Clar. Leg. Interp. una Istorietta che merita esser trascritta colle sue stesse parole: Haec anni emendatio divinitus est comprobata; quoddam enim Nucis genus reperitur, quod tota hieme usque ad noctem D. Joannis Baptistae foliis, ac fructibus velut arida caret; mane ultro ejus diei, more aliarum foliis, fructibusque induta reperitur. Haec post ejus anni correctionem decem diebus priusquam antea consueverat, id est eadem nocte D. Joannis quae retrocessit, et non ut antea virescere coepit.)

§. III. Fine del Governo del Principe di Pietrapersia, e leggi che ci lasciò.

Da questi tempi in poi osserviamo, che il Re Filippo II avesse stabilito e prefisso il tempo de' governi de' suoi Vicerè di Napoli, prescrivendo, che non dovesse regolarmente durare, che per tre anni; poichè prima era riposto nell'arbitrio del Re, nè era circoscritto dentro tali confini; onde terminato, che fu ai 11 novembre di quest'anno 1582 gli convenne partire per Ispagna, e dar luogo al Duca d'Ossuna suo successore. Partì con dolore di tutti, lasciando di se, per le sue commendabili doti di pietà, mansuetudine ed assiduità nell'audienze, fama d'un ottimo Vicerè. Nel suo triennio oltre delle cose memorabili di sopra scritte, accadde a' 23 d'ottobre del 1580 nella città d'Elves la morte della Regina Anna moglie del Re Filippo, lasciando di se al Re due figliuoli D. Diego d'anni otto e D. Filippo di due, essendo gli altri due Ernando e Giovanna premorti. Egli terminò la fabbrica dell'Arsenale, e vi fece quella magnifica Porta, che guarda su 'l Molo. Fondò nelle carceri della Vicaria l'infermeria per comodo degli ammalati prigioni; e finalmente per perenne monumento della sua prudenza civile, ci lasciò intorno a trentatrè Prammatiche, ricolme di savi provvedimenti, le quali possono osservarsi nella Cronologia prefissa nel primo tomo delle medesime.

(Non solo dalla rimozione del Principe, finito il triennio, ciò si rende manifesto, ma dal diploma del Viceregnato; che da Ferdinando II fu spedito a D. Pietro di Giron Duca d'Ossuna, successore, ristretto ad unum triennium, a die captae possessionis computandum. Questo Diploma si legge presso Lunig[354]).

CAPITOLO IV. Governo di D. Pietro Giron D'Ossuna, e sue leggi.

Per compensare in parte alle esorbitanti spese, che in servizio della Corona di Spagna avea fatte il Duca d'Ossuna, nelle guerre di Granata, nella conquista di Portogallo, ed altrove, piacque al Re Filippo II gratificarlo con uno de' maggiori governi, che si possa dare da qualunque Principe d'Europa, qual è quello del nostro Regno di Napoli. Giunse D. Pietro in questa città dopo la Legazione di Portogallo, con gran pompa e magnificenza nel mese di novembre di quest'anno 1582. Il suo natural contegno, ed un genio soverchio altiero e disprezzante, lo fece tosto cadere nel biasimo della Nobiltà; ciò che resegli il governo un poco difficile e non cotanto commendabile; di che egli molto tardi accorgendosi, cercando togliere il concetto, che s'avea di lui, che poco stimasse la Nobiltà, fecesi annoverare tra' Nobili della Piazza di Nido. Ma il successo di Starace cotanto celebre e rinomato per tutta Europa, che fu stimato degno di essere anche narrato nella sua Istoria dal Presidente Tuano[355], rese il suo governo molto più torbido ed inquieto. Non accade di quello far qui nuovo racconto, essendo stato (oltre a Tommaso Costo, di cui si valse il Tuano) minutamente descritto dal Summonte, dove questo Scrittore termina la sua Istoria, avendo qui ancora finita la sua il di lui traduttore Giannettasio.

Le continue istanze, che venivan di Spagna, perchè dal Regno si mandasse denaro per le continue spese per li bisogni del Re, agitavano non poco l'animo del Duca. Si pose in trattato d'imporre per ogni botte di vino un ducato; ma non acconsentendovi tutte la Piazze, restò quello escluso: ad ogni modo, colla promessa di nuove grazie e privilegi, si fecero al Re in tempo del suo governo due donativi: l'uno d'un milione e ducentomila ducati nel Parlamento celebrato a' 2 gennajo del 1583, dove intervenne per Sindico Muzio Tuttavilla Mobile di Porto; l'altro d'ugual somma in ottobre del 1584 essendone Sindico Scipione Loffredo di Capuana, e con effetto nell'una e nell'altra congiuntura s'ottennero quelle grazie, che si leggono nel volume de' nostri Capitoli. Pure il zelo, che egli avea di far amministrare, senza distinzione di Nobile, o di plebeo, ugualmente la giustizia a tutti, e la sollecitudine che praticava nella spedizione dei negozj, gli fecero meritare la benivolenza del Popolo. Maggiori encomj e benedizioni se gli resero per li molti beneficj, che Napoli ed il Regno ritrasse dalla sua vigilante cura ed applicazione ne' quattro anni che ci governò. Egli fu quello, che fece riparare l'Acquedotto, che dalla Villa della Polla conduce l'acqua ne' formali di Napoli. Più magnifico fu l'edificio della Real Cavallerizza, che dalle rive del Sebeto presso il Ponte della Maddalena, ov'era stato da' Re di Aragona di Napoli collocata, per la corruzione dell'aria cagionata dalle Paludi, che ivi eransi multiplicate, trasportò fuori la Porta Costantinopoli, vicino il palagio de' Duchi di Nocera. Egli fece spianare le strade, innalzare più ponti sopra fiumi, che trovansi nel cammino di Puglia, acciocchè con più sicurezza e facilità condur si potessero le vettovaglie ed altre merci per l'abbondanza di Napoli. Egli in fine ci lasciò molte prudenti ordinazioni, che si leggono in quarantasei Prammatiche, le quali ancor ci restano, e che si possono vedere nella Cronologia prefissa al primo tomo delle medesime.

CAPITOLO V. Governo di D. Giovan di Zunica, Conte di Miranda reso travaglioso per l'invasione degli sbanditi. Suoi monumenti e leggi che ci lasciò.

All'espettazione d'un prudente governo, che per la fama precorsa delle sue virtù, s'avea del Conte di Miranda, non difforme dell'altro Zunica suo zio, ben corrisposero i successi: e dal vedersi, d'essere stato egli mantenuto per nove anni continui dal Re Filippo in questo governo, si fece manifesta la soddisfazione, ch'egli incontrò non meno del proprio Principe, che de' popoli a sè soggetti. Fu ricevuto egli in Napoli dopo la partenza del Duca d'Ossuna, nel mese di novembre di quest'anno 1586 con molta contentezza ed applauso. Ma nuovi accidenti resero pur troppo faticosi e molesti gli anni del suo governo. Ancorchè ne' tempi de' suoi antecessori avesser gli sbanditi cominciato ad inquietare le province del Regno; nientedimeno il male ne' suoi principj non riputandosi cotanto grave, se non fu trascurato, almeno non s'usarono que' rimedj, che si convenivano per toglierlo affatto, ed in su lo spuntare dalle radici estirparlo. Questo fece che tuttavia crescendo, si videro a schiera que' masnadieri rinselvarsi ne' boschi, assassinare i viandanti, e svaligiare i Regj Procacci; e sempre più avanzandosi la loro audacia e ribalderia, arrivarono sino a saccheggiare le Terre anche murate, e metter tutto in desolazione e ruina, tal che il traffico non era sicuro, e 'l commercio impedito. A tutto ciò s'aggiungeva la difficoltà di praticare il rimedio, che sovente riusciva peggiore del male, poich'essendo pur troppo multiplicati, per dissiparli, si mandavano soldatesche, le quali apportavano maggiori incomodi e desolazione a' luoghi ove capitavano, e sovente inutilmente, e senza buon successo; poichè tra' monti e balze niente giovavano le milizie regolate, ed erano bene spesso deluse, e sovente anche malmenate.

Il Conte di Miranda non per ciò tralasciò d'impiegarvi per estirparli tutti i suoi talenti, e vennegli fatto d'avere in mano quel famoso bandito Benedetto Mangone, di cui rimane ancora l'infame memoria per le tante scelleratezze commesse nella Campagna d'Eboli. Fu, per altrui spaventoso ed orribile esempio, sopra un carro fatto tirare per le strade della città, strappandosegli con tenaglie le carni, e poi condotto al Mercato a' 17 aprile del seguente anno 1587 sopra una ruota a colpi di martello gli fu tolta la vita. Ma niente giovò questo terribile spettacolo; non guari da poi s'udirono le incursioni d'un altro famoso ladrone detto Marco Sciarra Apruzzese, che imitando il Re Marcone di Calabria, si faceva anche chiamare il Re della Campagna: avea egli unita una comitiva di seicento ladroni, a' quali comandava. E per la vicinanza d'Apruzzo collo Stato della Chiesa teneva corrispondenza con gli banditi di quello Stato, col quali davansi scambievolmente la mano: il Vicerè non trascurò ripararvi: proccurò in prima col Pontefice Sisto V, successor di Gregorio, che in vigor degli antichi concordati tra la Santa Sede ed il Regno di poter perseguitare i Banditi ne' loro Territorj, e scambievolmente ajutare in ciò l'un l'altro, se gli accordasse di poter mandare Commessarj nello Stato Ecclesiastico a questo fine, senza richieder ad altri licenza; e Sisto a' 14 maggio di quest'anno 1588 ne gli spedì Breve, nel quale gli dava potestà, che tanto esso quanto i Commessarj da lui destinati per la persecuzione de' Banditi e delinquenti, potessero entrare nello Stata della Chiesa, e quelli perseguitare e pigliare per tre mesi senza cercare ad altri licenza[356]. Oltre a ciò mandò più Commessarj forniti di soldatesche per sterminarli; ma furono inutili tutte queste spedizioni e cautele; poichè per le carezze, colle quali lo Sciarra generosamente trattava i naturali delle Terre dove dimorava, era fedelmente avvertito dell'imboscate, che gli si tendevano dalle genti di Corte: e la sua vigilanza era grandissima, poichè alloggiava sempre in siti inaccessibili, distribuiva le guardie, piantava le sentinelle e ripartiva la gente in luoghi proprj ed opportuni. Erasi per ciò reso poco men che invincibile, onde in molti cimenti si disbrigò sì bene, che il danno de' suoi fu poco, e la strage degli aggressori era molta.

Sopraggiunsero in questi tempi non leggieri sospetti conceputi per le stravaganti e boriose azioni del Pontefice Sisto V, il quale essendo d'un ingegno agreste, come lo qualifica il Presidente Tuano[357], non la preghiera, o la sommessione il piegava, ma solo il timore, o la forza. Quindi il Re Filippo avea date istruzioni al Conte di Miranda, che usando di questi ultimi mezzi il tenesse a freno. Il Vicerè per tanto presa quest'occasione di perseguitare i banditi, con animo per altro impegnato di sterminare Sciarra, fece ammassare quattromila soldati tra fanti e cavalli, e datone in quest'anno 1590 il comando a D. Carlo Spinelli, lo spinse contra colui per sterminarlo, ma pure riusciron contrarj gli effetti alle concepute speranze; poichè in quella azione mancò poco, che lo Spinelli stesso non vi lasciasse la vita; onde in vece d'abbatterlo, crebbe tanto il suo ardire, che senza contrasto saccheggiò la Serra Capriola, il Vasto e la città istessa di Lucera, dove restò miseramente ucciso il Vescovo Colpito in fronte da una archibugiata, mentre affacciavasi ad una finestra del Campanile, dov'erasi posto in salvo. Resesi vie più baldanzosa la sua insolenza, per la corrispondenza, che a dispetto del concordato di Sisto col Vicerè, e' coltivava co' banditi dello Stato del Papa, co' quali davansi scambievoli ajuti: a tutto ciò s'aggiungeva la protezione, che dava loro Alfonso Piccolomini ribelle del Gran Duca di Toscana, il quale ricovratosi nello Stato di Venezia, militava sotto gli stipendi di quella Repubblica nella guerra, che allora avea mossa contro gli Uscocchi.

Ma nuovi accidenti, poco da poi seguiti, tolsero alle Sciarra tutti questi sostegni. Il Gran Duca di Toscana, perchè i Vineziani discacciassero da' suoi Stati il Piccolomini, avea loro proposto, e assiduamente inculcavagli, che meglio era servirsi dello Sciarra contra gli Uscocchi, che del Piccolomini; ma avvenne, che ciò, che per questa via non potè ottenere, gli riuscì per un'altra; polche il Piccolomini, per avere in certa occasione arditamente risposto a' Capi di quel Governo, fu scacciato dallo Stato di Venezia, ed inciampato negli aguati tesigli dal Gran Duca, fu fatto in fine da costui violentemente morire. I Vineziani perciò chiamavano lo Sciarra per ispedirlo contra gli Uscocchi; ma egli non molto curava i loro inviti. Finalmente morto il Pontefice Sisto, e succeduto in suo luogo Clemente VIII, questi nutrendo i medesimi sentimenti del Conte nostro Vicerè, e tutto inteso contra i banditi dello Stato della Chiesa, vi spedì Gianfrancesco Aldobrandini per estirparli.

Il Vicerè dall'altra parte, richiamato lo Spinelli dal governo delle armi, sperimentate sotto la sua condotta poco felici, diede la cura di questa impresa con assoluta potestà a D. Adriano Acquaviva Conte di Conversano; il quale uscito da Napoli nella Domenica delle Palme del 1592 con fresche milizie, ne ammassò altre paesane, come più pratiche della campagna: ed astenendosi d'alloggiar in luoghi abitati, per non aggravarli, si conciliò totalmente gli animi de' Paesani, che tutti cospirarono con esso alla sterminazione dei banditi. Così lo Sciarra, spogliato della protezione del Piccolomini, e vedendosi stretto non meno dalle genti del Vicerè, che del Pontefice, deliberò finalmente di abbracciare il partito che gli offerivano i Vineziani; onde traghettando il mare con sessanta de' suoi sopra due Galee della Repubblica, portossi in Venezia. Ma non per ciò coloro, che rimasero, s'astenevano di danneggiar la campagna, guidati da Luca fratello di Sciarra, e fomentati dallo stesso Sciarra, che da Venezia di quando in quando ritornava ad animarli, finchè, una volta, giunto alla Marca con parte della sua Comitiva, non fosse stato ucciso da un suo compagno chiamato Battimello, che in premio del tradimento ottenne dall'Aldobrandini per sè e per altri tredici suoi compagni il perdono. Questo fine ebbe lo Sciarra, che per lo spazio di sette anni continui avea travagliato lo Stato della Chiesa ed il Regno. Cessarono con la sua morte le scorrerie de' banditi, sterminati poi interamente dal Conte di Conversano, che ritiratosi con molto onore in Napoli, fu dal Vicerè molto ben visto e careggiato. Ma se cessarono al presente, non fu però, che non pullulassero ne' seguenti anni, travagliando il Regno sotto altri Capi, non men di quello che aveano fatto sotto lo Sciarra e Mangone. La gloria di doversi affatto estirpare e di perdersene fra noi ogni memoria, l'avea riserbata il Cielo all'incomparabile D. Gaspare di Aro Marchese del Carpio, a cui il Regno, fra tanti, deve questo inestimabile e grande beneficio.

Non meno per queste incursioni, che per le continue premure, che venivan di Spagna per denari e per gente, riuscì travaglioso al Conte il suo governo. L'impegno, nel quale il Re Filippo era entrato contra l'Inghilterra e la Francia, finì d'impoverire il Regno, per tante spese e donativi, che fu d'uopo somministrare. In quella grande Armata, che con infelice successo spinse egli contra l'Inghilterra, vi ebbe ancor parte il nostro Regno: nel nostro Arsenale furono fabbricate quattro Galeazze, che dal Conte di Miranda furon mandate nel Porto di Lisbona per accrescere quella armata, la quale dissipata dalle tempeste nel 1588, e assorbita dal mare, rovinò la Spagna, e sparse tutti i suoi disegni al vento, e le mal concepite sue vaste idee. Per la guerra che i Franzesi aveano accesa in Savoja, furono parimente dal nostro Regno nel 1593 inviati dal Conte quattromila e cinquecento pedoni sotto il comando del Prior d'Ungheria, acciò che nella Savoja fossero impiegati contra i Franzesi. Per supplire adunque alle spese di tante spedizioni ne' nove anni di questo suo governo, nel 1586, 1588, 1591, 1593 e finalmente nel 1595, si estorsero dal Regno cinque donativi, ciascuno de' quali fu d'un milione, e ducentomila ducati[358].

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Note 1 · Thuan. l. 47 Hist.Note 2 · Thuan. l. 71 in fin. tom. 2.Note 3 · Thuan. l. 47. Pessimo exemplo in Principe orbis Christiani familia inchoato, et inde ad nobilitatem, et a nobilitate ad plebem usque se exteNote 4 · Thuan. Hist. lib. 31 pag. 1062.Note 5 · Opusc. Amm. disc. 8.Note 6 · Thuan. Hist. lib. 51 pag. 1057.Note 7 · Thuan. tom. 2 lib. 55 in princ.Note 8 · Thuan. lib. 55 pag. 48.Note 9 · Summ. par. 4 lib. 11 fol. 393.Note 10 · Chiocc. tom. 5 M. S. de Casib. Mistis.Note 11 · Tuano lib. 62 in princ. tom. 2.Note 12 · Summont. part. 4 lib. 1.Note 13 · Thuano lib. 52. Hist. in princ.Note 14 · T. 2 p. 1362.Note 15 · Summ. l. 4 l. 11.Note 16 · Summ. l. c.Note 17 · Somm. t. 4 l. 11.Note 18 · Thuan. lib. 69 et 70.Note 19 · Baco de Verulam. Hist. Henrici VII Angl Reg.Note 20 · Thuan. lib. 69 tom. 1.Note 21 · Thuan. lib. 59.Note 22 · Summont. part. 4 pag. 415.Note 23 · Thuan. lib. 59.Note 24 · Thuan. lib 59 in fin.Note 25 · Thuan. lib. 70 tom. 2.Note 26 · Bacon. in Histor. Henr. VII.Note 27 · Thuan. lib 65 t. 2 pag. 229.Note 28 · V. Thuan. Hist. l. 126 tom. 3 p. 952.Note 29 · Jo. Fianc. de Ponte De Potest. Pror. tit. 10 § 1 De Insigniis, et Armis.Note 30 · Lib. 17 c. 17.Note 31 · V. Thuan. l. 76 to. 2 p. 441.Note 32 · Dione lib. 43.Note 33 · Lib. 1 de Leg. Constant. M.Note 34 · Baco de Aug. scient. l. 1.Note 35 · De Clar. Legum Interpr. a. 177.Note 36 · Thuan. lib. 76 p. 444.Note 37 · Syntag. Histor. German. Dissert. 37 § 97.Note 38 · Tom. IV pag. 144. Theatr. Europ. Tom. XV p. 691.Note 39 · Thuan. loc. cit.Note 40 · Chioc. M. S. Giurisd. toni. 4 De Reg. Exeq. pag. 92.Note 41 · Summont. pag. 428 tom. 4.Note 42 · Baron. Martyrolog. die 3 Aug.Note 43 · Cave Hist. della Vita de' Martiri.Note 44 · Tom. 2 pag. 1358.Note 45 · Thuan. Hist. tom. 3 lib. 82 in princ.Note 46 · Chiocc. tom. 17 var. de Convent. etc. super persecut. bannit.Note 47 · Thuan. tom. 3 lib. 1.Note 48 · Annotazioni del Costo sopra il Compendio del Collenuccio.
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