Volume 8 — LIBRO TRENTESIMOSECONDO (continued 3)
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Visse il resto di sua vita in Genevra con gran moderazione e modestia. Non volea esser chiamato Marchese, poichè vivea suo Padre; e dopo la di lui morte, l'Imperadore ai suoi figliuoli avea fatta la grazia di succedere nel Marchesato suddetto: con tutto ciò, tutti lo chiamavano Mr. le Marquis. Non era personaggio di conto, che passasse per Genevra, che non volesse vederlo, siccome fecero D. Francesco e D. Alfonso da Este fratelli del Duca di Ferrara, il Principe di Salerno, Ottavio Farnese Duca di Parma e di Piacenza ed altri Signori.
Fu in fine assalito da una lunga e grave malattia d'asma, la quale 37 maggio del 1586, mentr'era di 69 anni e 4 mesi, gli tolse la vita.
Dopo undici mesi, morì anche sua moglie Anna Fremery, dalla quale non ebbe figlioli.
Giovanni Jaquemot de Bar-le-Duc, uno de' migliori Poeti de' suoi tempi, per conservar di loro onorata memoria gli compose i due seguenti epitafj.
I.
Illustri Domino D. Galeacio Caracciolo, Marchionatus Vici, in Regno Neapolitano, unico et legitimo Hæredi
P. P. L. P.
Italiam liqui Patriam, clarosque Penates, Et laetam antiqua nobilitate domum; Caesareaque manu porrectos fortis honores Contempsi, et magnas Marchio divitias; Ut te, Christe, ducem sequerer, contemptus et exul, Et pauper varia pressus ubique cruce. Nam nobis Coeli veros largiris honores. Et patriam, et census annuos, atque domos. Excepit profugum vicina Geneva Lemanno, Meque suo civem fovit amica sinu. Hic licet exigua nunc sim compostus in urna. Nec claros cineres alta sepulchra premant, Me decus Ausoniae gentis, me vera superbis Majorem pietas Regibus esse facit.
II.
Lectissimæ, Matronæ, Annæ Fremeriæ, Illustris Domini D. Galeacii Caraccioli Uxori.
P. P. L. P.
Vix vix undecies repararat cornua Phaebe, Conspicitur tristi funus in Urbe novum. Anna suum conjux lacrymis venerata maritum, Indomito tandem victa dolore cadit. Illa sui cernens properantia tempora lethi Dixit tunc demum funere laeta suo; Quam nunc grata venis quam nunc tua jussa libenter, Mors, sequor, ad sedes nam vehor aethereas. Hie ubi certa quies concessa laboribus aura, O conjux, tecum jam meliore fruar. Pectore quem loto conceperat illa dolorem Sola superveniens vincere mors potuit.
Il Cardinal di Granvela, appena giunto al governo del Regno, permise, che due vecchie Catalane, che non vollero abjurare il Giudaismo, fossero condotte in Roma, dove persistendo nella loro ostinazione, furono pubblicamente fatte morire.
Parimente nel governo del Duca d'Ossuna, scrisse questo Vicerè una lettera Regia al Governadore di Calabria sotto li 14 novembre del 1583, nella quale gli diceva, che il Cardinal Savelli in nome di Sua Santità gli avea scritto, che per cose toccanti al S. Ufficio v'era bisogno in Roma della persona di Giovan-Battista Spinelli Principe della Scalea: che perciò desiderando egli di dare ogni soddisfazione ed ajuto alle cose toccanti al detto S. Ufficio, gli ordinava e comandava, che portatosi di persona dove quegli si trovava, lo incarcerasse e lo conducesse prigione nella Regia Udienza, e dando malleveria di ducati venticinquemila di presentarsi dirittamente fra un mese nel S. Ufficio della Città di Roma, e non partirsi di là senza licenza di quel Tribunale, lo lasciasse libero, e non dandola, lo ritenesse carcerato, e ne lo avvisasse[72].
Questo medesimo Vicerè ordinò ancora a' 9 dicembre del 1585 al Reggente di Vicaria, ch'essendogli stato scritto da Roma dal Cardinal Savelli, che per cause toccanti alla Religione teneva bisogno nel S. Ufficio della persona di Francesco Conte Capitano dell'Isola di Capri, che lo 'ncarcerasse, e dando malleveria di duc. 1000 di presentarsi in quel Tribunale, lo scarcerasse. Consimile ordine spedì a' 8 marzo del 1586 a Callo Spinello Reggente della Vicaria, comandandogli, che mandasse carcerato colla guardia del Capitan di Campagna, o Terra di Lavoro nel S. Ufficio di Roma Francesco Amoroso, Capitano che fu di Pietra Molara, e lo consegnasse a que' Ministri.
Il Conte di Miranda calcò le medesime pedate, e pur che si ricercasse licenza, o Exequatur Regium, che con facilità era conceduto, prestavasi all'Inquisizione di Roma ogni ajuto e favore, in pregiudizio gravissimo del Regno, e de' suoi naturali. Di che poi ne nacquero maggiori disordini, perchè pretendendo la Corte di Roma non istar sottopposte le sue commessioni ed ordini a verun Placito Regio, facea quelli valere, senza ricercarne permesso; onde sovente i Commessarj del S. Ufficio destinati da Roma, la quale soleva per lo più mandar le commessioni a' Vescovi, incarceravano i laici senza licenza del Vicerè, e gli mandavan subito in Roma.
§. III. Inquisizione occultamente tentata da Roma introdursi in Napoli ne' Regni di Filippo III e IV e di Carlo II, ma sempre rifiutata, ed ultimamente con Editto dell'Imperador Carlo VI, affatto sterminata.
L'Inquisizione di Roma era a questi tempi arrivata a tanta alterigia, che pretendeva, che gli Re stessi ed i maggiori Monarchi della Terra stessero a quella soggetti. Introdussero perciò un doppio modo di procedere, uno aperto ed a tutti noto, del qual si servivano contro al popolo ed alle vili persone, che condannava a morte; l'altro segreto ed occulto, per lo quale i Re e le persone Regali erano di nascosto condannati; e si trovò anche modo di poter eseguire contra i medesimi le loro condanne, dichiarandoli decaduti dal Regno, con dar permesso a' sediziosi e malcontenti, concedendo loro, per maggiormente invitarli, indulgenze e sicurezza di coscienza, di cacciargli dal Regno, ovvero occultamente d'insidiar loro la vita. Il cui misterioso ed occulto modo di procedere lo appalesò a noi Francesco Suarez[73] Gesuita Spagnuolo nel suo libro, che intitolò Defensio Fidei. E Richerio[74] rapporta, che per mezzo de' Gesuiti sovente ponessero in pratica questo occulto procedimento, e forse tale fu quello tenuto in Francia contro alla persona di Errico III. Diedesi parimente alla luce nell'anno 1585 un libro stampato in Roma, intitolato Directorium Inquisitorum, dove s'unirono insieme tante sconcezze, che portarono orrore a tutto il Mondo: che l'Ufficio Santo dell'Inquisizione avesse potestà di sentenziare capitaliter in Haereticos, et Fautores Haereticorum: che il Papa ha l'una e l'altra spada spirituale e temporale, per giudicare tutti, anche i Re: che questo S. Ufficio debba procedere per delationem, aut denunciationem et inquisitionem, lasciando da parte stare il procedere per accusationem, perchè questo è un modo multum periculosus, et multum litigiosus: che s'ammettano tutti a render testimonianza, anche i nemici e le persone infami, anche spergiuri, ruffiani, meretrici ed ogni altro: che non debbiasi dar nota dei testimonj e de' loro detti: non si ricevano appellazioni. In breve, rotte tutte le leggi della difesa e tutti gli ordini giudiziarj, senza ordine e senza dependenza d'alcuno, gl'Inquisitori procedessero. Quindi si videro in Roma nella fine di questo secolo strepitose esecuzioni contra i sospetti d'eresia, fra' quali fu Giordano Bruno da Nola Domenicano, il quale nell'anno 1600 fu bruciato in Roma, essendogli stato imputato, che insegnasse la pluralità de' Mondi, e tenesse che i soli Giudei erano discesi da Adamo, e che Mosè fosse stato un gran Mago[75].
Quindi nel nostro Regno non si proccurava più Regio Placito alle loro commissioni, e si procedeva con tal'independenza, siccome in tempo del governo del Duca d'Alba nel 1628 faceva il Vescovo di Molfetta, come Commessario del S. Ufficio di Roma, ed il Nunzio Appostolico di Napoli. E pretendendo ostinatamente poterlo fare, bisognò che s'impegnassero prima i migliori Giureconsulti di que' tempi a farne veder gli abusi, e poi il Re istesso a levarli. Diede alle stampe con tal'occasione Fabio Capece Galeota, allora Regio Consigliere ed Avvocato del Regal Patrimonio, un suo Discorso indrizzato al Duca d'Alba, ed alcune allegazioni: parimente il Presidente di Camera Vincenzo Corcione diede fuori altre sue allegazioni, mostrando essere contra non meno al dritto, che all'inveterato costume del Regno, poner mano ad incarcerarsi nessuna persona di quello per causa d'eresia, senza prima darne notizia al Vicerè che governa, e con sua licenza.
Dal che ne nacque una carta del Re Filippo III, per la quale fu ordinato, che gli ordini del S. Ufficio di Roma non potessero in verun modo eseguirsi nel Regno senza saputa del Vicerè: dichiarandosi, che ciò non s'intendeva per gli Tribunali del S. Ufficio della Corte de' Vescovi ed Arcivescovi del Regno, li quali facendo il loro ufficio ordinario per le cause di religione non han bisogno d'Exequatur Regium. Ma che non possano eseguire quel che loro vien commesso dalla Congregazione, o da Sua Santità da Roma senza darne parte a Sua Eccellenza[76].
Non fu per questa carta del Re Filippo III bastantemente rimediato a' pregiudizj del Regno: poichè non per ciò all'Inquisizione di Roma si proibivano le Commessioni a' Vescovi, che procedessero come loro Delegati, ma contenti solo dell'Exequatur, si dava loro tutto il favore, i processi li fabbricavano essi, s'imprigionava, ed i carcerati si mandavano a Roma: quando per le lettere del Re Filippo II a' soli Vescovi del Regno, come Ordinarj, non come Delegati del S. Ufficio di Roma, dovea permettersi il procedere nelle cause di Religione.
Videsi ciò nell'anno 1614 nella famosa causa di Suor Giulia di Marco da Sepino, nel Terz'Ordine di S. Francesco, del P. Agnello Arciero Crocifero, e del Dottor Giuseppe de Vicariis, li quali in Napoli, facendo mal uso della Mistica, diedero in mille spropositi e laidezze; ed avean dato principio ad una abbominevol Compagnia, alla quale aveano arrolati più loro discepoli, e maschi e femmine. Procedeva in quella Fr. Diodato Gentile Vescovo di Caserta, il quale dimorava in Napoli con carica de' negozj del S. Ufficio, conferitagli dall'Inquisizione di Roma, dalla quale prima gli venne imposto, che Suor Giulia si chiudesse in Monastero; e da poi per ordine della medesima Inquisizione fu fatta trasferire a Cerreto in altro Monastero. Il P. Agnello fu chiamato dal S. Ufficio di Roma, ove si presentò, da cui gli fu tolta la facoltà di udir più confessioni, e gli fu imposto, che non tornasse più in Napoli. Creato da Paolo V il Vescovo di Caserta Nunzio di Napoli, fu data la carica d'Inquisitore al Vescovo di Nocera Fr. Stefano de Vicariis, il quale proccurò da Roma licenza, che Suor Giulia si fosse trasportata in Nocera, come fu eseguito. Ebbe Giulia partigiani molto potenti, fra' quali fu Fabio di Costanzo Marchese di Corleto, e Reggente Decano del Consiglio Collaterale, il quale ottenne alla Congregazione del S. Ufficio di Roma, di cui allora era Capo Inquisitore il Cardinal d'Aragona, che Giulia potesse ritornare in Napoli, siccome tornò, e D. Alfonso Suarez allora Reggente e Luogotenente della Regia Camera le diede un comodo appartamento nel suo Palazzo, dove, per l'opinione della sua finta santità, tirò a se gran concorso non meno di Signori grandi e di Nobili, e particolarmente di Spagnuoli, ch'erano il più inclinati a simili Fanatismi, ma anche di Dame, e gentili donne. Ma i PP. Teatini per mezzo delle confessioni, che alcuni incauti discepoli di Suor Giulia fecero ad essi, scovrirono le laidezze, che si commettevano in quella Compagnia, ed indussero coloro a denunciarli a Monsignor Vescovo di Nocera Inquisitore, e presero l'assunto di fargli vedere co' proprj occhi nelle stanze di Suor Giulia l'empie nozze, e gl'infami congiungimenti d'uomini e donne. E fatto questo, sospettando i Teatini del Vescovo di Nocera, da essi creduto troppo parziale del partito di Suor Giulia, scrissero in Roma a' Cardinali del S. Ufficio ragguagliando loro di quanto occorreva, li quali commisero quest'affare a Monsignor Maranta Vescovo di Calvi, il quale come Delegato dell'Inquisizione di Roma cominci a procedere.
Ebbero i Teatini in questa causa per oppositori i PP. Gesuiti, li quali, essendo loro emuli antichi, favorivano Suor Giulia, ed avevano aggregato al loro Oratorio Giuseppe de Vicariis: e tanto più vigorosamente n'intrapresero la difesa, quanto che vedevano, che il Vicerè istesso, il Conte di Lemos, indotto da' partigiani di Giulia n'avea presa la protezione; poichè avendo il Vescovo Maranta voluto procedere all'esame de' testimonj, fu tosto chiamato dal Vicerè, che gli domandò, se egli procedeva con commessione del S. Ufficio di Roma. Ma il Maranta oltre avergli mostrato le commessioni di Roma, scoprì al Vicerè le scelleraggini, che si commettevano in quella Compagnia, avanzandosi insino a dirgli, che non facesse praticare i discepoli di Suor Giulia con la Viceregina sua moglie. Il Vicerè sorpreso per tal avviso, dando fede alle parole del Vescovo gli permise, ch'incarcerasse tosto Suor Giulia e Giuseppe de Vicariis, li quali furono portati nella prigione dell'Arcivescovado.
Questa sì improvisa carcerazione pose in romore la città; poichè i partigiani di Giulia, ch'erano per lo più Signori, Ufficiali e Religiosi di Ordini cospicui, commossero tutta la città, ed altamente strepitando d'un cotal modo di procedere di fatto, ricorsero dal Vicerè, dicendogli, che ciò che s'imputava a coloro, era tutta calunnia e malignità de' PP. Teatini, li quali s'eran mossi per livore ed invidia, ch'essi hanno contra i Gesuiti, e per levar loro il concorso, che avevano per cagione de' discepoli di Suor Giulia, che frequentavano le coloro Chiese. Furono così efficaci e calorosi questi ufficj presso il Vicerè, che cominciò a dubitare, non fosse ciò tutta impostura dei Teatini, per iscreditare i Gesuiti; onde tornò a chiamarsi il Vescovo Maranta, e parlatogli con molta severità e rigidezza, colui per sua discolpa, e per maggiormente renderlo certo, che non eran calunnie, gli diede il processo da lui fabbricato contra de' rei, acciocchè si rimanesse di favorirli. Il Vicerè lo diede ad osservare a' suoi Ministri, onde facilmente vennero i protettori di Giulia a sapere le denuncie, ed i testimoni, e per ciò s'accinsero ad una valida difesa, ed elessero per Avvocato de' Rei il famoso Scipione Rovito.
Dall'altra parte i Teatini, sopra i quali veniva a cader la tempesta, diedero immantenente avviso agl'Inquisitori di Roma de' disordini accaduti per avere il Maranta pubblicato il processo: ciocchè dispiacque a Roma; onde ordinarono al Vescovo di Calvi, che più non s'intromettesse in questa causa, anzi lo chiamarono in Roma a renderne conto; e nell'istesso tempo delegarono la causa a Monsignor Nunzio, con ordinargli, che in quella severamente procedesse, secondo le leggi di quel Tribunale.
Il Nunzio, senza che gli si facesse ostacolo alcuno, procedè come Delegato nella causa, secondo l'ordine del S. Ufficio di Roma: prese nuova e più rigorosa informazione; trasferì dal carcere dell'Arcivescovado Suor Giulia e Giuseppe e li rinchiuse nel carcere del suo Palazzo, e datone avviso in Roma, gli fu dagl'Inquisitori comandato, che con buone guardie e sicure cautele mandasse i prigioni al S. Ufficio di Roma, dove ancor essi aveano in duro carcere ristretto il P. Agnello già Confessore di Suor Giulia. Eseguì il Nunzio con molta segretezza di notte tempo l'ordine di Roma, e prima giunsero in Roma, che si sapesse in Napoli il loro trasporto. Appena ciò saputosi da' partigiani di Giulia, che immantinente loro corsero dietro Girolamo di Martino, e D. Giovanni Salamanca per assistere alla lor difesa: ma giunti appena in Roma, furono anch'essi dagl'Inquisitori imprigionati; sebbene alquanti mesi da poi, a' 14 marzo del seguente anno 1615 il Salamanca fu liberato, con sicurtà di tremila scudi di Camera di presentarsi in Roma ad ogni ordine degl'Inquisitori, ed il Martino a' 11 aprile, con maggior sicurtà, e colle medesime condizioni.
Paolo V con particolar attenzione fece esaminare con molta diligenza ed assiduità dagl'Inquisitori la causa e convinti i rei de' loro falli, furono dichiarati eretici il P. Agnello, Suor Giulia, e Giuseppe de Vicariis; e, come tali, furono condannati alla pubblica abjura, ed a carcere perpetuo: onde a' 12 luglio dell'anno 1615 essendosi fatto ergere nella Chiesa della Minerva un più solenne apparato, in presenza del Collegio de' Cardinali, di molti altri principali Signori e d'un infinito Popolo, tutti e tre abjurarono i loro errori e nelle abjure confessarono tutte le loro sporcizie, ed i loro mistici delirj, ed affinchè i partigiani di Suor Giulia finissero di credere la sua falsa santità, per ordine dello stesso Pontefice furono a' 9 agosto letti nel Duomo di Napoli, non senza stupore ed ammirazion di tutti, i sommarj de' loro processi.
La somma accortezza e vigilanza della Corte di Roma, ed all'incontro la trascuraggine, o sia connivenza fra noi usata da' Ministri Regj, fece sì, che non ostanti gli editti de' nostri Re, si tollerassero in Napoli e nel Regno Inquisitori deputati da Roma e che sovente come Delegati procedessero contra gl'Imputati d'eresia o d'ebraismo, sino a permettere, che incarcerassero i Rei e li mandassero in Roma, dov'erano condannati ad abjurare nella Chiesa della Minerva: di che, se non fosse il rispetto d'alcune famiglie, che ancor durano, potrebbero recarsi molti esempj.
Ma nel Regno di Filippo IV l'indiscreto procedere di Monsignor Piazza, Ministro deputato da Roma per affari del S. Ufficio, pose di nuovo in romore la Città, tanto che i Napoletani fatti più accorti, attesero da dovero a toglier dal Regno ogni reliquia d'Inquisizione. Costui venuto in Napoli nel 1661, mentre governava il Regno il Conte di Pennaranda, pose sua residenza nel Convento de' PP. Girolamitani del B. Pietro di Pisa, dove riceveva le denunzie, e procedeva per commessione di Roma contra i sospetti d'eresia: avvenne in quell'anno, che un Religioso diede a leggere ad un Bolognese, che dimorava in Napoli, certo libro, ed avendo paruto a costui, che in quello vi fossero sentimenti poco cattolici, senz'altro riguardamento tosto andò a denunziare il Frate a Monsignor Piazza, ed a consignargli il libro. Trascorsi alquanti giorni chiese il Frate al Bolognese il libro; ma costui allegando varie scuse, differiva la restituzione; onde vedendosi il Frate burlato, trovandosi amico del barbiere del Duca delle Noci, andò da lui a chiedergli ajuto. Il barbiere con sua comitiva portossi immantenente dal Bolognese e minacciandolo agramente se non restituiva il libro, lo costrinse a prometterglielo il dì seguente. Tosto il Bolognese andò a pregare Monsignor Piazza, che gli desse il libro, narrandogli l'angustie, nelle quali si trovava, e che sarebbe capitato male, se non lo restituiva al padrone. Ma Monsignor Piazza in vece di dargli il libro, pose in aguato alcuni suoi Cursori, dando loro ordine, che arrestassero non meno il barbiere, che tutti coloro, che avevano insultato il denunciante, siccome in effetto furono imprigionati.
Una sì imprudente e scandalosa carcerazione riferita al Duca delle Noci, lo fece entrare in tanta stizza, che fattene gravi doglianze con molti Nobili, fece tosto unir le Piazze, ed egli spronato dall'ira portossi immantenente dal Vicerè, al quale, non potendo reprimer l'impeto della sua passione, parlò con sentimenti troppo audaci, e poco rispettosi: il Vicerè sorpreso di tanto ardire, prevedendo l'incendio, che ne poteva nascere, dissimulando discretamente la colui arroganza, per quietarlo, fece tosto per ambasciata avvertito Monsignor Piazza, che liberasse prigioni, come fu eseguito.
Ma ciò non bastò per acchetar la città posta in romori e sospetti, che si volesse per queste esecuzioni di fatto e di processi occulti poner Inquisizione formata, contro alle grazie, che n'avea ricevute dal Re Cattolico, dall'Imperador Carlo V, e dal Re Filippo II, e che perciò bisognava toglier ogni reliquia d'Inquisitori, appartenendosi la conoscenza delle cause di Religione a' Vescovi, i quali senza delegazione lor venuta da Roma, per la loro potestà debbiano procedere per via ordinaria, senza giudicj occulti, siccome procedono negli altri delitti Ecclesiastici. Ed essendosi perciò unite le Piazze, furono creati Deputati, affinchè rappresentassero al Vicerè li sentimenti della città ed attendessero sopra quest'importante affare con la maggior diligenza e vigilanza. I Deputati esposero al Conte di Pennaranda i sensi della città, risoluta a non soffrire più Inquisitori, rammentandogli gl'inconvenienti passati e l'abborrimento de' sudditi al nome d'Inquisizione. Il Conte veduta così costante risoluzione reputò con molta saviezza soddisfargli, ed avendone di ciò fatte lunghe rappresentazioni al Re, fece intanto intendere a Monsignor Piazza, che ratto sgombrasse la città e 'l Regno, siccome di fatto ne fu mandato via. E nell'istesso tempo crucciato col Duca delle Noci e con alcuni de' Deputati, che troppo arditamente e con soverchio ardore avean promosso quest'affare, fece porre il Duca nel Castel Nuovo, e poscia il mandò prigione in Ispagna, dove poi essendosi giustificato delle imputazioni, che gli si davano, tornò libero nel Regno nel mese di novembre dell'anno 1663. De' Deputati alcuni ne fur fatti prigioni, altri sequestrati nelle lor case e D. Tiberio Caraffa Principe di Chiusano, D. Rinaldo Miroballo e D. Andrea di Gennaro, per isfuggire i primi rigori del Vicerè si ricovrarono in Chiesa. Ma essendo alle rappresentazioni fatte al Re venute clementissime risposte, per le quali Filippo IV dichiarava, che non si dovesse sopra ciò permettere novità alcuna, e che dovessero alla città e Regno inviolabilmente osservarsi le ordinazioni de' suoi predecessori Monachi, e spezialmente del Re Filippo II suo avolo; il Vicerè con suo particolar biglietto[77] ne diede notizia agli Eletti della Città ed a' suddetti Deputati, li quali essendo stati reintegrati nel favore del Conte, coll'occasione della natività del Re Carlo II andarono a rendergliene le dovute grazie. E si credette con ciò, che per l'avvenire non si dovesse Roma più impacciare di mandar nel Regno Inquisitori, o spedir delegazioni e commessioni a' suoi Vescovi per affari di Religione.
Il discacciamento di Monsignor Piazza fece arrestare alquanto gl'Inquisitori di Roma, ma non per ciò tralasciar affatto la pretensione, e di tentare, quando gli veniva in acconcio, nuove imprese. Si vide ciò chiaramente nel Regno di Carlo II per l'occasione di una nuova Filosofia introdotta in Napoli, la quale ponendo in discredito la Scolastica professata da' Monaci, non molto poteva piacere a Roma.
L'Accademia instituita in Napoli sotto il nome di Investiganti, della quale se ne dichiarò protettore il Marchese d'Arena, tolse la servitù, infin allora comunemente sofferta di giurare in verba Magistri, e rendette più liberi coloro che vi s'arrolavano di filosafare, postergata la Scolastica, secondo il dettame della ragione. Gli Accademici ivi aggregati erano tutti uomini dottissimi, ed i più insigni letterati della città, onde s'acquistarono molto credito presso gl'intendenti, e sopra tutto presso i giovani, a' quali non bisognò penar molto, per far loro conoscere gli errori ed i sogni della filosofia de' Chiostri. Aveano in Francia le Opere di Pietro Gassendo acquistata grandissima fama, così per la sua molta erudizione ed eloquenza, come per aver fatta risorgere la Filosofia d'Epicuro la quale al paragone di quella d'Aristotele, e spezialmente di quella insegnata nelle Scuole, era riputata la più soda e la più vera. Si proccurò farle venire in Napoli, e quando furono lette, fu incredibile l'amor de' giovani verso questo Scrittore, presi non men dalla sua dottrina, che dalla grande e varia letteratura; onde in breve tempo si fecero tutti Gassendisti; e questa filosofia era da' nuovi filosofanti professata; ed ancorchè Gassendo vestisse la filosofia d'Epicuro con abiti conformi alla religion cattolica, che professava, nulladimeno, poichè il maggior sostenitore di quella era Tito Lucrezio Caro, si diede con ciò occasione a molti di studiar questo Poeta, infin a que' tempi incognito, e sol a pochi noto. Gl'Investiganti però, non men di quello, che avea fatto Gassendo, scoprivano gli errori del Poeta, e gli detestavano a' giovani ed insegnavano, che quella filosofia non fosse da seguirsi in maniera, sì che non dovesse sottoporsi alla nostra Religione.
(Con tutto che dagli Accademici Investiganti fosse usata in ciò molta precauzione e prudenza; non poterono i giovani Napoletani sfuggire i falsi rapporti, che spargevano per Europa i Monaci, accaggionandoli, che per questi studj non ben sentivano dell'immortalità dell'anime umane. Sicchè Antonio Arnaldo in quell'accurato e dotto Libro, Difficultés proposées a Mr. Steyaert, declamando contra gli abusi introdotti in Roma di proibir i Libri senza discernimento, si duole, che Roma avea proibite le Opere di Renato delle Carte, per le quali era dimostrata quest'immortalità; ed all'incontro i Libri di Gassendo giravan franchi e liberi, con tutto che per le relazioni, che venivano da Napoli, erano assicurati, che avessero cagionato nella gioventù napolitana gran danno per le opinioni contrarie surte per la lettura dell'Opere di Lucrezio e di Gassendo).
Lo facevano ancora atterriti da ciò ch'era accaduto al famoso Galileo de' Galilei, il quale mal grado della sua veneranda canizie, fu costretto abjurar in Roma la sua opinione intorno al moto della Terra
Ma non trascorsero molti anni, che furono in Napoli portate l'opere di Renato des Cartes, e narrasi, che Tommaso Cornelio, famoso medico e filosofo di que' tempi fosse stato il primo ad introdurvele. Si diedero perciò i giovani, e spezialmente i Medici, a studiarle, e in poco tempo abbandonata la filosofia di Epicuro, s'appigliarono a quella di Renato; e coloro che prima erano Gassendisti, divennero a lungo andare fieri ed ostinati Renatisti.
Il vedersi per questi nuovi studj non solo abbandonate le Scuole de' Monaci: ma essi derisi per le tante fole che insegnavano, si cagionò un odio implacabile dei Frati contro a novelli filosofanti, a' quali imputavano perciò molti errori di Religione, cavillando ogni loro proposizione, e trattandoli da miscredenti.
Tanto bastò agl'Inquisitori di Roma, perchè ripigliassero le loro armi, e di nuovo tentassero d'introdurre in Napoli Commessarj del S. Ufficio per invigilare sopra gli andamenti di costoro. E non pur lo tentarono, ma svelatamente vi stabilirono un loro Inquisitore, il quale riceveva le denuncie, imprigionava, e quel ch'era più teneva in S. Domenico maggiore suo proprio carcere. Era costui Monsignor Gilberto Vescovo della Cava, il quale esercitava quest'ufficio con processi occulti e con tanto rigore e petulanza, che sovente costringeva molti con loro ignominia ad abjurare, solo perchè sostenevano opinioni filosofiche contrarie a quelle delle Scuole, ancorchè in quelle niun difetto di miscredenza si potesse notare; di che spesso sentivansi in Napoli, querele e disordini.
Mossi da ciò i Deputati del S. Ufficio ebbero ricorso al Conte di San Stefano, che allora si trovava Vicerè, al quale avendo esposti i desiderj della città determinata di non voler Inquisitore alcuno, ancor che con limitata facoltà, ma che nel Regno i Negozj di religione dovessero trattarsi per le vie ordinarie da' suoi Vescovi, gli fecero istanza, che il Vescovo della Cava prestamente uscisse dalla città e dal Regno, si togliesse la prigione che teneva in S. Domenico, ed i carcerati si trasportassero nelle carceri dell'Arcivescovo di Napoli, per doverli colui punire secondo il prescritto de' Canoni, e con via ordinaria. Il Vicerè avendo proposto l'affare nel Collateral Consiglio, con accordo del medesimo, ordinò, che uscisse tosto da Napoli e dal Regno l'Inquisitore, s'abolissero le carceri in S. Domenico, ed i carcerati si trasportassero in quelle dell'Arcivescovo, siccome fu eseguito; di che il Conte con suo particolar biglietto[78], spedito a' 27 di settembre dell'anno 1691, ne diede avviso agli Eletti, perchè la città rimanesse consolata della risoluzione presa conforme a' suoi desiderj.
Rappresentò ancora il Conte al Re Carlo II tutto ciò, ed il Re con sua real carta spedita da Madrid sotto li 25 Marzo del seguente anno 1692, non solo approvò tutto l'operato, ma ordinò ancora, che per l'avvenire s'osservassero inviolabilmente li privilegi sopra ciò conceduti alla città e Regno da' suoi predecessori; e che si passassero ufficj col Cardinal Arcivescovo di Napoli, che prendesse egli la conoscenza delle cause di que' carcerati; e che il Nunzio non si intromettesse affatto nelle cause d'Inquisizione; e per via del medesimo (siccome anche egli avea ordinato al Duca di Medina Celi suo Ambasciadore in Roma, che lo facesse) si facesse sentire al Pontefice, con renderlo certo, che la repugnanza di non ammettere Inquisitore alcuno in Napoli, era di tutta la città, non già d'alcuni particolari, siccome gli Ecclesiastici l'aveano dato a sentire[79].
Parimente essendosi per opera degl'Inquisitori di Roma fatti carcerare in Madrid due Napoletani, il Dottor Basilio Giannelli e Gio. Battista Menuzio, e correndo lo stesso pericolo Francesco Sernicola Inviato della città alla Corte, ebbero ricorso i Deputati del S. Ufficio al Re, rappresentandogli il gran rammarico di tutta la città per questo modo di procedere dell'Inquisizione di Roma, e pregandolo della loro scarcerazione. Ed il Re clementissimamente spedì altra sua regal carta sotto li 27 dello stesso mese, diretta al Conte di S. Stefano Vicerè, colla quale ratificando ciò che nella precedente avea comandato, consolò questo Pubblico avvisando, come il Menuzio era già libero, e che per ciò che riguardava la persona del Giannelli, avea già fatti passare con l'Inquisitor Generale premurosi ufficj, che senza dilazione lo scarcerasse, siccome fu poco da poi eseguito[80].
Ma tante risolute repulse, tanti pressanti e vigorosi ordini de' nostri Re, e la cotanta vigilanza de' Deputati nè meno bastò per far quetare gl'Inquisitori Romani. Essi non valendo loro più il procedere, come prima, alla svelata, con occulte e sottili invenzioni tentarono nuovi modi. Fecero nell'anno 1695 pubblicare un Editto in Roma, nel quale, secondo il procedere di quel Tribunale, si prescrivevano a' Vescovi ed Inquisitori varj regolamenti, come dovessero esercitare il lor Ufficio; e poichè riputano, che a' loro Editti, in tutta la Repubblica Cristiana, non vi sia bisogno di Placito Regio, ma che basti la pubblicazione fatta in Roma, per obbligar tutti; perciò occultamente tentarono, che tal Editto senza il Regio exequatur si pubblicasse in una Diocesi del Regno.
Parimente trovarono espediente di mandar le loro Commessioni agl'istessi Vescovi, imponendo loro che procedessero non come Ordinarj, ma come loro Delegati; e di vantaggio negli stessi Tribunali de' Vescovi vi creavano Ufficiali loro dipendenti con commessioni del S. Ufficio, valendosi per lo più di Frati e di Monaci.
Bisognò per tanto, che s'avesse nuovo ricorso al Re per estinguerne ogni vestigio e reliquia. L'opera fu cominciata nel Regno di Carlo II, ma ebbe il suo perfetto compimento nel Regno del nostro Augustissimo Imperadore Carlo VI. Sin da che entrarono nel Regno le sue felicissime armi, la città, come d'un affare importantissimo, lo tenne sollecito, perchè affatto spegnesse fra noi ogni vestigio d'Inquisizione.
Per far argine al primo inconveniente, spedì una sua regal carta da Barcellona a' 27 agosto nel 1709, drizzata al Cardinal Grimani Vicerè, per la quale colla maggior precisione e premura espressamente comandò, che non si desse esecuzione alcuna a qualunque Bolla, Breve, o altra Provisione che venisse da Roma, concernente affari d'Inquisizione, o che avessero la minima, anzi la più remota connessione, con l'idea d'introdurla nel Regno[81].
Per rimovere il secondo attentato d'introdurre nelle Corti vescovili Ufficiali dipendenti dall'Inquisizione di Roma, vi rimediò efficacemente il Cardinal Grimani Vicerè; poich'essendosi da' Napoletani scoverto, che un cotal Frate Teresiano Scalzo chiamato F. Maurizio frequentava spesso l'arcivescoval Corte di Napoli, con delegazioni segrete del S. Ufficio di Roma, del quale si vantava esser egli Commessario, fecero che immantenente l'Eletto del Popolo ricorresse dal Vicerè, affinchè ne cacciasse via il Frate, e facesse insinuare alla Corte arcivescovile, che nelle cause di S. Ufficio procedesse con via ordinaria, senza aver bisogno d'altri Ufficiali straordinari. Il Vicerè avendo tosto unito un Collaterale straordinario, con accordo del medesimo, s'uniformò a' desiderj della città, ed ordinò, che Fr. Maurizio fra due giorni diloggiasse dalla città, e otto dal Regno, siccome fu prontamente eseguito, ed il Cardinale con suo particolar biglietto[82], spedito a' 2 agosto del medesimo anno, ne diede avviso all'Eletto, per consolare il Popolo, della resoluzione presa.
Ma intanto non si tralasciava da' Deputati di pregare in Barcellona il Re, affinchè, per togliere ogni pretesto, che gli Ecclesiastici, con le loro sottili invenzioni, non li sovverchiassero ed opprimessero, degnassesi con suo regal dispaccio apertamente ordinare, che per l'avvenire nelle cause di Fede si proceda dagli Ordinari, per la via ordinaria, conforme si procede negli altri delitti comuni, e sta disposto dai sagri Canoni.
Il Re consentì alla domanda, e confermando alla città tutti i privilegi sopra ciò lor conceduti da' Re suoi predecessori, e spezialmente quello di Filippo II, precisamente ordinò al Cardinal Grimani suo Vicerè, che non permettesse de ninguna manera, que en las causas pertenecientes a nuestra Santa Fee, procedan sì no los Arzobispos, y demas Ordinarios de esse Reyno, como Ordinarios, con la via ordinaria, que se practica en los otros delitos, y causas criminales Ecclesiasticas, come si legge nel suo diploma[83] spedito in Barcellona a' 15 settembre del riferito anno 1709. Per le quali ultime parole, che non si leggevano nel diploma di Filippo II, si tolse ogni pretesto agli Ecclesiastici di cavillare gli antichi privilegi, e d'inventare nuove sottigliezze.
Così rimase affatto estinto e dileguato presso di noi ogni vestigio d'Inquisizione; ma con tutto ciò non rimangono i Deputati, che con tanto zelo ed oculatezza invigilano sopra quest'affare, sicuri e fuor d'ogni timore di nuove sorprese. Per ciò bisogna esser perseveranti, e con indefessa applicazione in vigilar sempre su gli andamenti degli Ecclesiastici; li quali, per esser pur troppo accorti e diligenti, non tralascieranno le occasioni, quando lor verrà in acconcio, di tentar improvvisamente altre nuove e non pensate imprese.
CAPITOLO VI. Nuova spedizione di Solimano collegato col Re di Francia sopra il Regno di Napoli, sollecitata dal Principe di Salerno, che si ribella. Nuovi donativi per ciò fatti dal Regno, per lo bisogno della guerra, che finalmente si dilegua.
Dopo l'impresa dell'Affrica, e la guerra che Cesare nel 1552 ebbe a sostenere con Maurizio Duca di Sassonia, per sostegno della quale si mandarono pure da Napoli cinquantamila ducati, quando, essendo cessati i rumori per cagione dell'Inquisizione, si credeva doversi nel Regno godere una tranquilla e riposata pace, s'intesero nuovi apparecchi d'una guerra assai più spaventosa di quante mai ne furono; poichè i Principi, che insieme aggiunti la mossero, erano i più potenti e formidabili in Europa. Morto Francesco I Re di Francia, Errico II suo successore ereditò insieme col Regno l'odio e l'inimicizia con Cesare molto maggiore, che il suo predecessore; e acciocchè se gli facilitasse l'impresa, che meditava sopra lo Stato di Milano, erasi a' danni di Cesare collegato con Solimano, con cui fatto trattato, avevano conchiuso d'assalire per mare il Reame di Napoli, ed unire insieme le loro armate, quella di Francia dovea moversi da Ponente, nell'istesso tempo che quella di Solimano si movea da Levante. Infiammò maggiormente gli animi, e fu sollecitata la spedizione dal Principe di Salerno, il quale per private inimicizie che nudriva col Vicerè, datosi a credere, che essendogli stata tirata una archibugiata, mentre da Napoli ritornava a Salerno, per la quale restò leggermente ferito, il colpo fosse venuto dal Toledo, e non trovando nella Corte di questa accusa facile credenza, per le insinuazioni in contrario mandate dal Vicerè, rimanendo per ciò mal soddisfatto, guarito che fu, partì dal Regno, con iscusa di volersi andare a curare in Padova d'una simulata lesione di nervi restatagli dalla ferita; e quando chiamato dall'Imperadore, con ubbidire alla chiamata, avrebbe potuto superare le inquisizioni ed i sospetti, che il Vicerè gli addossava, egli mandando alla Corte Tommaso Pagano, che con impertinenza grande voleva, che Cesare gli promettesse di farlo venire su la sua parola, di che alterato Cesare gli rispose come si conveniva, mal sofferendo il Principe la risposta, con non minor imprudenza che leggerezza, risolvette di non andarvi; e per ciò, ribellandosi da Cesare, deliberò di andare a servire Errico Re di Francia; onde abboccatosi col Cardinal di Tournon, con gran prestezza se n'andò in Francia, ove da quel re fu ricevuto con onore; al quale dando per facile l'espedizione di Napoli, l'infiammò sì, che apparecchiate alcune Galee, gli diede il comando di quell'armata, che dovea venire ad incontrarsi coll'armata del Turco. Per iscusare questo suo fallo diede fuori un manifesto, dove si sforzava di mostrare d'aver prestati molti servigi e fatti d'armi in onor di Cesare, ed all'incontro averne da lui e da' suoi Ministri ricevute pessime ricompense di che avutone notizia il Vicerè, che godè molto di sua pazza risoluzione, soleva dire, che il Principe di Salerno si avea dimenticato nel manifesto di mettervi un più importante servigio fatto all'Imperadore, ed era quest'ultimo, ch'ei riputava il maggiore, cioè di avergli donato un Principato così bello e grande come era quello di Salerno. Però nè all'Imperadore, nè al Vicerè questa sua ribellione sembrò cosa nuova, avendolo sempre in sospetto, e per affezionato al Re di Francia, di cui non finiva mai di lodarne il valore e la liberalità. Fu per tanto egli dichiarato ribelle, e condannato a morte, e confiscato il Principato di Salerno col rimanente del suo Stato.
Il Vicerè avvisato di questi apparecchi, non meno del Re di Francia che del Turco, considerando, che la confederazione di questi due potenti nemici avea da partorire molti travagli nel Regno, non perdè tempo a fortificarsi; e poichè il più efficace rimedio era di tener pronta una sufficiente quantità di denaro, per fare una valida difesa, perciò avendo convocati tutti i Baroni, ed esposto loro, che la confederazione di questi due potentissimi Principi non era per dissolversi così presto, nè per mancamento di forze, nè di volontà, e che il lor disegno non era altro, che di conquistare il Regno, per ciò bisognava trovar il rimedio avanti che sopravvenisse la necessità; e il rimedio sarebbe d'unire una somma di trecentomila ducati, con che si potessero mantenere trentamila uomini, i quali sarebbero destinati solamente alla difensione di questo Regno, in caso che fosse all'improvviso assaltato da esercito nemico, e che questi denari sarebbero conservati da uomini deputati dalla città in cassa comune; soggiungendo, che solamente la fama di questo preparamento sarà cagione che gli nemici pensino molto bene ad assalirci, e forse sgomentati desisteranno dall'impresa. Piacque la proposta del Vicerè a tutti; onde con grandissima prestezza si misero in cassa comune i denari, i quali ancorchè non servissero allora, furono da poi ne' seguenti anni cagione della salute del Regno, contro la lega di Francia, di Papa Paolo IV e d'altri Principi d'Italia, come diremo più innanzi.
Mentre in Napoli s'attendeva a far queste provvisioni, venne l'avviso, che l'armata del Turco sollecitata non men da Errico Re di Francia, che dal Principe di Salerno, era uscita da Costantinopoli; e pochi giorni da poi, a' 15 luglio di quest'anno 1552, fu veduta da' Napoletani numerosa di 150 Galee grosse guidate da Dragut Rais sotto il comando di Sinam Bassà, ed ancorata ne' mari di Procida, pose spavento grandissimo nella città; ed intanto alcune Galee venivano quasi ogni giorno sino al Capo di Posilipo a scaramucciare con alcune Galee di Genova, che quivi si trovavano. Dimorò l'armata del Turco ne' mari di Procida dalli 15 di luglio insino a' 10 di agosto, nel qual giorno si vide all'improvviso partire, facendo vela verso Levante. Fu fama, che ciò seguisse per opera di Cesare Mormile, il quale entrato in competenza col Principe di Salerno, e mal soddisfatto del Re di Francia, che lo avea posposto al Principe, partito di Francia erasi ricovrato in Roma, dove con l'Ambasciadore di Cesare, e col Cardinal Mendozza trattò della sua reintegrazione nella grazia dell'Imperadore; ed avendo ottenuto da Cesare ampio privilegio non solo dell'indulto, ma anche della restituzione di tutti i suoi beni, ed assicurato anche con lettere del Vicerè, venne da poi incognito in Napoli a maneggiare con quel Bassà la sua partita; il quale, avendogli il Mormile offerto in nome del Vicerè, purchè partisse, ducentomila ducati, contentandosi dell'offerta, sborsati che gli furono, partì colla sua armata verso Levante, liberando con ciò tutto il Regno da grandissimi travagli. Il Mormile fu molto accarezzato dal Vicerè; ma poichè fra di loro per le cose precedute non era affatto estinta l'antica nemicizia, nell'esecuzione del privilegio gli furon fatti molti ostacoli, tanto che non solo non potè ricuperare i suoi beni, che si trovavano già venduti, ma travagliò molto per averne un secco contraccambio.
Intanto il Principe di Salerno, ch'era stato mandato dal Re di Francia colle sue Galee ad incontrare l'armata Turchesca, giunto ne' mari di Genova, intese che quella era già partita verso Levante; con tutto ciò volle seguirla, ed otto giorni da poi, che l'armata del Turco partì dal Golfo di Napoli, fu sopra Ischia con 26 Galee, ed informato meglio da Roma dell'accordo fatto col Mormile, tanto più pien di cruccio le corse dietro, e passato il Faro, nè trovandola, proseguì il cammino fin che la raggiunse; ma nulla potè impetrare dal Bassà, perchè facesse ritorno, rispondendo, ch'essendo già uscito d'Italia, non poteva ritornar indietro, senza nuovo ordine del suo Signore: lo persuase per tanto a venire in Costantinopoli, perchè l'anno seguente Solimano gli avrebbe dati più validi ajuti. Andò il Principe in Costantinopoli, ove stette tutto l'inverno aspettando la promessa di Solimano; ma la sua dimora in quella Città fece scovrire la sua vanità e leggerezza; poichè datosi agli amori ed alle dissolutezze, perdè presso quel Principe tutto il credito e la riputazione; e fatto già favola del volgo, entrò in sommo disprezzo di tutti; tal che al tempo promesso non ottenne l'armata, che desiderava per l'impresa del Regno; perchè fu conceduta a Pietro Corsio per l'acquisto di Corsica: egli se ne ritornò in Francia, ove mentre visse Errico ebbe assai buoni trattamenti, ma quello morto, insorte in quel Reame le civili contese, e seguitando egli in quella divisione la parte degli Ugonotti, riduttosi in estrema miseria, morì in Avignone nel 1568 in età di 71 anno non men ribelle al suo Re, che alla Religione Cattolica da lui prima professata.
Così dileguossi questa crudel tempesta, che minacciava Napoli; ma non finirono ne' seguenti anni le scorrerie del famoso Corsaro Dragut, il quale mandato dal Gran Signore in grazia del Re di Francia a danni del Regno, per travagliar l'Imperadore, tenne infestati sempre i nostri mari, e le Terre delle nostre marine: de' quali mali non furon giammai esenti; poichè professandosi fra i Re di Spagna, e l'Imperador de' Turchi guerra eterna, ed irreconciliabile, non mai tregua fu, ma sempre odio implacabile, ancorchè il danno fosse maggiore il nostro; poichè per gli riscatti dei nostri non bastavan più milioni l'anno, ed all'incontro niente era da sperarsi da' Turchi, i quali niente si curano di riscattar i loro; con tutto ciò per zelo di religione non si curava il danno gravissimo che il Regno ne soffriva. Ora essendo questo Reame divelto dalla Monarchia di Spagna, e governandosi dagl'Imperadori d Alemagna, ha avuta la sorte, che nelle tregue, che si fanno coll'Imperio, vengavi anche compreso il Regno; onde si veggono cessate le tante ostilità, e permesso con Turchi commerzio, con utile grandissimo del Regno.
CAPITOLO VII. Spedizione di D. Pietro di Toledo per l'impresa di Siena, dove se ne morì. Seconde nozze di Filippo Principe di Spagna con Maria Regina d'Inghilterra; e rinuncia del Regno di Napoli fatta al medesimo da Cesare, il quale abbandonando il Mondo si ritira in Estremadura, dove nel Convento di S. Giusto finì i suoi giorni.
Don Pietro di Toledo, posto fine alle turbolenze di Napoli, governava il Regno con piena autorità: ma siccome era da tutti ubbidito, così da molti era intrinsecamente odiato: poichè scovertasi la ribellione del Principe di Salerno, e sospettandosi che in quella vi fossero altri intesi, procedè contra i sospetti con molto rigore; e la morte per ciò data ad Antonio Grisone, e l'inquisizioni fatte per la medesima cagione con altri, avea reso il suo governo molto terribile ed odioso. Avvenne, che in quest'anno 1552 tra le molte rivoluzioni accadute in Italia, Siena parimente si sconvolgesse.
Era questa Repubblica sotto la protezione di Cesare, il quale v'avea mandato a governarla D. Diego Urtado Mendozza: costui diede a' Sanesi sospetto di voler loro togliere la libertà, perchè designava fabbricare in Siena una Cittadella così forte, che con essa potevano gli Spagnuoli in poco numero difendersi dalla città. I Sanesi per ciò determinarono ricorrere al Re di Francia, il quale accettando la lor difesa, diede ordine a' suoi Ministri, che teneva in Italia, di provvedere al bisogno. Fu tra essi conchiuso, che il Conte di Pitigliano, ed i due Conti di Santa Fiore facessero con secretezza seimila fanti e molti cavalli, il che fu tosto eseguito: il Conte di Pitigliano entrò nella città e gridando libertà, libertà, e conducendo seco tremila fanti, unitosi col Popolo, costrinse Otto di Monteaguto, il quale mandato da Cosmo de' Medici Duca di Fiorenza era entrato per soccorso degli Imperiali, a ritirarsi sotto la Cittadella, non senza morte dell'una, e l'altra parte. Il Duca Cosmo s'apparecchiava mandar ad Otto grosso soccorso: ma la Repubblica gli mandò Ambasciadori a fargli intendere, ch'essa non voleva levarsi dalla fedeltà dell'Imperadore, ma sì bene rimettersi nella libertà, della quale n'era a poco a poco stata spogliata dal Mendozza: il Duca ciò credendo, conchiuse colla medesima trattato, che gli Spagnuoli dall'una parte se ne uscissero da Siena, e dall'altra Otto se ne ritornasse salvo colle sue genti in Fiorenza; ma quando i Sanesi gli videro usciti, tosto buttarono a terra la Cittadella, e vi posero dentro presidio franzese, attendendo a fortificarsi contra gli Spagnuoli. L'Imperadore, ciò inteso, trovandosi allora all'assedio di Metz di Lorena, scrisse al Toledo, che assoldasse un esercito, e che andasse egli a far guerra a Siena; e venne ancora in quel tempo in Napoli a sollecitarlo D. Francesco di Toledo, uomo dell'Imperadore appresso il Duca Cosimo. Il Vicerè, ancorchè il tempo che correva d'un orrido inverno fosse contrario, incominciò con prestezza secretamente ad apparecchiar l'esercito; e mentre questo si faceva, fu assalito da un catarro con febbre, dal quale ogni anno era spesse volte l'inverno gravato, onde per ciò per consiglio de' Medici in quella stagione soleva dimorare in Pozzuoli; ma non per questo si rallentava l'apparecchio, e già la fama cominciava a spargersi, che quello era per la guerra di Siena, ove dovea in persona comandare il Vicerè, il quale per ciò dovea partire ed abboccarsi col Duca Cosimo suo genero. Pubblicata questa partenza, s'offerivano molti Baroni di seguirlo, ma il Vicerè a pochi il concesse, e ringraziò gli altri; e creato D. Garzia suo figliuolo Luogotenente dell'esercito, lo mandò per terra con dodicimila valorosi soldati spagnuoli, italiani e tedeschi. Partì D. Garzia nel principio di gennajo del nuovo anno 1553, e passò per le Terre dello Stato Ecclesiastico pacificamente, nel qual passaggio entrò in Roma con molti Cavalli a baciare il piede al Papa, e giunto finalmente nel territorio Sanese, senza perder tempo, prese molte Castella. In questo mezzo il Vicerè fece imbarcare nelle Galee del Principe Doria il resto delli soldati spagnuoli con la sua Corte; e lasciando per suo Luogotenente nel Regno D. Luigi di Toledo suo secondo figliuolo, entrò egli in mare, e partissi per la volta di Gaeta, ove fermatosi tre giorni passò a Civita Vecchia, nel qual viaggio per fortuna di mare se gli accrebbe il male, e smontato poi a Livorno, mandò subito a D. Garzia gli Spagnuoli ad unirsi col suo esercito, ed egli forzato dal catarro e dalla febbre si fermò ivi con la sua Corte. Ma vie più aggravandosi il male, e veduto da' Medici, che quel luogo posto in mezzo all'acqua, era contrario al clima di Pozzuoli ed al suo male, partì alla volta di Pisa, e declinando alquanto il male, se ne andò a Fiorenza; ove dal Duca Cosimo suo genero fu accolto con molta affezione e splendidezza. Vennero in quel mezzo a ritrovarlo Ascanio della Cornia ed altri Colonnelli dell'esercito a pigliar da lui l'ordine, che s'avea da tenere per quell'impresa; ed essendo già tutte le cose ben disposte, mostrando allora la di lui infermità esser alquanto in declinazione, mandata avanti per ciò tutta la sua Corte, si preparava egli per cavalcare la mattina; ma ecco, che gli sopravvenne di nuovo il catarro tanto furioso, che l'inquietò tutta quella notte, e sopraggiuntagli la febbre, ogni virtù gli andò mancando.
Corse alla fama del suo pericolo D. Garzia suo figliuolo a visitarlo, e per dargli conto di quel che e' faceva nell'esercito; ma il Vicerè volle, che senz'aspettar l'esito della sua infermità, tornasse come suo Luogotenente a comandare a quell'impresa, e lo benedisse; e non guari da poi aggravando tuttavia il male, tra gli abbracciamenti di sua figliuola e genero, spirò l'anima a' 12 febbraio di quest'anno 1553. Fu fama che fosse stata la sua morte sollecitata con veleno dal genero, per sospetto, ch'e' avesse d'avergli il Toledo insidiata la vita: parimente, che l'Imperadore per levarlo del governo di Napoli (ciò che avea determinato di farlo fin dal tempo de' rumori di quella città) avesse trovata quest'occasione della guerra di Siena. Altri non consentono nè all'uno, nè all'altro, allegando certa lettera dell'Imperadore, capitata in Fiorenza prima ch'egli morisse, nella quale non sapendo ancora, che fosse partito da Napoli, scrivea, che in niun modo fosse andato a quella impresa, per aver inteso, che stava infermo, ma che vi mandasse D. Garzia suo figliuolo. Che che ne sia, governò egli il Regno anni venti, mesi cinque, e giorni otto, con tanta prudenza, che superò tutti i passati Governadori, e meritevolmente dal comune consenso gli è attribuito il titolo di Gran Vicerè.
Della sua prima moglie D. Maria Ossorio Pimentel, lasciò più figliuoli, poichè della seconda da lui sposata, essendo già vecchio, non ne ebbe alcuno. D. Federigo primogenito, D. Garzia, che morendo il lasciò suo Luogotenente nella guerra di Siena e D. Luigi, rimaso Luogotenente nel Regno, quando egli partì da Napoli. Ebbene ancora di quella quattro femmine, la primogenita D. Isabella la casò con D. Giovan Battista Spinelli Duca di Castrovillari e Conte di Carriati. La seconda D. Eleonora fu maritata nel 1539 a Cosimo de' Medici Duca di Toscana. La terza D. Giovanna fu moglie di D. Ferrante Ximes d'Urrea primogenito del Conte d'Aranda, e l'ultima D. Anna di D. Lope Moscoso Conte d'Altamira.
D. Luigi, rimaso in Napoli Luogotenente, non potè mostrare nel governo del Regno gli alti suoi talenti, perchè non lo tenne che pochi mesi; essendo stato dall'Imperadore, intesa la morte di D. Pietro, mandato per suo successore il Cardinal Pacecco, il quale trovandosi a Roma nel giugno di quest'anno, si portò subito a Napoli.
Il Cardinal Pacecco, rinomato non men per la sua famiglia cotanto illustre in Ispagna per lo Marchesato di Vigliena e Ducato d'Escalona, che ivi possiede, che per eccellenza di dottrina, e per li buoni servigi prestati in Trento in quel Concilio, fu dal Pontefice Paolo III, essendo Vescovo di Giaen, promosso al Cardinalato a richiesta dell'Imperadore, e dichiarato parimente Vescovo Saguntino; e trasportatosi il Concilio a Bologna, rimase egli in Roma per affari di Cesare, il quale intesa la morte del Toledo, lo mandò, come si disse, suo Vicerè nel Regno.
Il concetto che s'avea del suo rigore, spaventò prima Napoli, ma rimase poi ingannata dall'evento; poichè reso placido e soave, non solo trattò con mansuetudine i Napoletani, ma gli favorì molto presso Cesare, da cui impetrò l'esatta osservanza de' suoi privilegi, che Carlo V gli avea di nuovo spediti in Brusselles, a richiesta del famoso Girolamo Seripando, nell'ultimo giorno dell'anno 1554. Non s'intesero più carcerazioni di fatto, nè tormentare, o procedere all'esazione di pene criminali contra i delinquenti, col solo processo informativo. Furon dati provvidi ordini e norme da osservarsi nelle collazioni della Cappellania Maggiore, Prelature Regie, Protomedicato, Ufficiali di Giustizia e Castellanie del Regno; e nel suo Governo furono dalla benignità di Cesare concedute alla città e Regno molte altre grazie e privilegi[84].
Intanto a Filippo Principe di Spagna, essendo rimaso vedovo di Maria di Portogallo sua prima moglie, s'aprì, secondo la felicità di questa augustissima Casa, una ben ampia via d'unire alla Monarchia di Spagna il Regno d'Inghilterra; e se la morte di Maria senza lasciar prole di questo matrimonio, e le tante rivoluzioni accadute in Inghilterra, non avesser frastornato sì bel disegno, la impresa erasi condotta a fine; poichè proclamata a' 20 di luglio dell'anno 1553 per Regina d'Inghilterra Maria, prima figliuola d'Errico VIII, ed incoronata Reina con solennissima pompa nel primo d'ottobre in età di trentasette anni non avendo marito, da' Baroni del Regno fu fatta istanza, che per assicurare la successione del Regno, dovesse tosto maritarsi. Ella per ciò s'elesse per isposo Filippo Principe di Spagna; onde in gennajo del nuovo anno 1554 mandò Ambasciadori a Cesare notificandogli il suo pensiero. Con incredibile contento accettò l'Imperadore l'offerta, e senza perdervi tempo fu tosto il matrimonio conchiuso, e chiamato Filippo dalle Spagne, acciò si conducesse a tal effetto in Inghilterra: i Baroni Inglesi di quest'elezione fatta dalla Regina, ne rimasero mal contenti, e perchè odiavan gli Spagnuoli, e perchè aveano a male, che quel Regno venisse ne' discendenti dell'Imperadore.
Parti ciò non ostante, a' 16 luglio di quest'anno 1554, Filippo di Spagna dal Porto di Corugna con grossa armata e splendidissima Corte, e giunto al Porto d'Antonasi, diece miglia distante da Vincestre, ove la Regina l'aspettava, quivi si celebrarono le nozze con gran festa e trionfo.
Ma l'Imperadore, reputando mal convenire ad una sì gran Regina sposarsi Filippo, che non era ancora Re, mandò Figurino Reggente di Napoli in Inghilterra a portargli la cessione del Regno di Napoli e di Sicilia e dello Stato di Milano. Così Filippo, reso più augusto con questi titoli Regj, accrebbe l'allegrezza ed il giubilo delle nozze. I nuovi Sposi trattenutisi molti giorni in Vincestre in giuochi e tornei, ai 19 d'agosto si partirono, e con doppia Corte, e quasi con tutta la nobiltà di Spagna e d'Inghilterra, con pompe e ricchi apparati fecero la loro trionfale entrata nella Real città di Londra, dove i mal contenti Baroni, sperimentata la dolcezza e mansuetudine di Filippo, rimasero soddisfatti.
Filippo, avuta la cessione dal padre del Regno di Napoli, mandò subito il Marchese di Pescara a prenderne in suo nome il possesso, che con pubblica celebrità, e grandi applausi dal Cardinal Pacecco Vicerè, a' 25 di novembre del medesimo anno, gli fu data: nel medesimo tempo che l'Imperadore Carlo V, o fastidito dalle cose mondane, o per iscansare i colpi della fortuna, ch'egli credeva cominciare a mostrarsegli avversa, meditava abbandonare i tedj del secolo.
Era allora egli in Fiandra afflitto da continue e fastidiose podagre, e stanco ormai di sostener più il peso dell'Imperio, onde deliberò ritirarsi dalle cure mondane. Chiamò per tanto a se da Inghilterra il Re Filippo suo figliuolo, e giunto in Brusselles ove dimorava, prima d'ogni altro lo fece Capo dell'Ordine de' Cavalieri del Toson d'oro: poi in una gran sala, al cospetto di tutti i Consiglieri di Stato, di tutti i Cavalieri degli Ordini e Nobiltà, a' 25 ottobre del nuovo anno 1555, fece il gran rifiuto, rinunziando al Re suo figliuolo tutti i Paesi Bassi, con gli Stati, Titoli e Ragioni di Fiandra e di Borgogna. Gli rinunziò li Regni di Spagna, di Sardegna, di Majorica e Minorica, e tutti i nuovi Paesi scoverti nell'Indie, con tutte l'altre Isole e Stati appartenenti e dependenti dalla Corona di Spagna.
Rinunziò colla medesima solennità il governo dell'Imperio a Ferdinando suo fratello, eletto già Re de' Romani, e tre anni da poi, pochi mesi prima di morire, mandò la rinunzia dell'Imperio al Collegio Elettorale, il quale, il dì 14 marzo del 1558, elesse in suo luogo il medesimo Ferdinando.
Ritiratosi poi nella città di Gant sua patria, licenziò tutti gli Ambasciadori de' Principi, ch'erano appresso di lui, e tutti i Capitani d'armate; ed imbarcatosi nel seguente anno 1556 a' 17 settembre navigò per Ispagna, e si ritirò in Estremadura, dove dimorò il rimanente de' suoi giorni in un Convento abitato da' Monaci di S. Girolamo, chiamato San Giusto. Menò quivi vita solitaria, e morivvi il dì 21 di settembre dell'anno 1558 l'anno 59 di sua età.
CAPITOLO VIII. Stato della nostra Giurisprudenza, durante l'Imperio di Carlo V, e de' più rinomati Giureconsulti, che fiorirono a' suoi tempi.
L'imperador Carlo V, e più i suoi Vicerè, che durante il Regno suo governarono questo Reame, ci lasciarono molte leggi, delle quali per essersene, secondo la distinzione de' tempi, ne' quali furono stabilite, tessuta nell'ultima edizione delle nostre Prammatiche un'esatta Cronologia, non accade qui, per non gravar maggiormente quest'Opera, ripeterle.
La Giurisprudenza nel Regno suo, per essere stati i nostri Tribunali cotanto favoriti dal Vicerè Toledo, e ridotti in una più ampia e magnifica forma, si vide se non più culta, almeno in maggior splendore e lustro per lo gran numero de' Professori, e per la loro dottrina e scienza legale.
Per le cagioni, di sopra dette, non potè ricevere appo noi in questo secolo quella nettezza e candore, che i Franzesi l'aveano posta in Francia. Era agli Spagnuoli sospetta ogni erudizione, e si guardavano molto di non far introdurre novità nelle scienze, o nel modo d'Insegnarle e professarle. Fu continuato per ciò lo stile degli antichi; ma non per questo, se mancava l'erudizione e la notizia dell'Istoria Romana, onde poteva ricevere quel lume, che le fu data in Francia, mancarono Giureconsulti eccellenti non inferiori a quelli delle altre Nazioni.
Sembrava veramente cosa molto impropria, che avendo la Giurisprudenza per la prima volta in Italia cominciato a ricevere maggior lustro da Andrea Alciati Milanese, il quale fu il primo, che insegnò la legge con erudizione ed eleganza, questo studio si fosse poi abbandonato in Italia, ed avesse avuto costui in Francia, non già in Italia, tanti che l'imitassero e lo superassero, onde potesse perciò la Francia vantarsi di tanti famosi Giureconsulti, che fiorirono in questi tempi, e non l'Italia. Ella vantava in questi tempi il famoso Guglielmo Budeo di Parigi, Francesco Duareno suo discepolo, Professore di legge in Bourges, che morì nell'anno 1559 in età di 50 anni; il famoso Carlo Molineo, morto l'anno 1568. Il non mai a bastanza celebrato Jacopo Cujacio nativo di Tolosa, che fu Professore in Bourges, in Tolosa, in Caors, in Valenza, ed in Torino, e che fu un prodigio in questa scienza, denominato per ciò con ragione dal Tuano il primo, e l'ultimo fra' più eccellenti interpreti della legge. Antonio Conzio nativo di Nojon contemporaneo di Duareno e di Cujacio, che professò parimente legge in Bourges, e morì l'anno 1586. Francesco Ottomano, Pietro Piteo e tanti altri, dei quali il Presidente Tuano in tutto il corso della sua Istoria non tralasciò farne distinta ed onorata memoria.
Noi all'incontro, se per le Cattedre, per la riferita cagione e per altre, che s'intenderanno ne' libri seguenti di quest'Istoria, non possiamo oppore a' Franzesi Giureconsulti di tanta vaglia, per coloro però che nel Foro e ne' Magistrati impiegarono i loro talenti, non abbiamo che invidiargli, li quali nè per dottrina legale, nè per numero furono a quelli inferiori
Fiorirono a questi tempi ne' nostri Tribunali molti insigni e rinomati Giureconsulti. Antonio Capece del Sedile di Nido si rese prima illustre nel Foro col patrocinio delle cause, e da poi dal Re Ferdinando il Cattolico nel 1509 fu creato Consigliere, non tralasciando intanto nell'Università de' nostri Studi di leggere Giurisprudenza, dove occupò la prima Cattedra vespertina del Jus Civile, e nel 1519 insegnò anche ivi il Jus feudale, dalla cui scuola uscirono Bartolommeo Camerario, Sigismondo Loffredo, e tanti altri famosi Giureconsulti. Per li moti della Sicilia insorti sotto il governo d'Ettore Pignatelli Conte di Montelione, andò egli per comandamento del Re in quell'Isola, e della di lui opera il Conte si valse per reprimere gli autori di que' tumulti, dove compose alcune sue decisioni. Ritornò poi in Napoli, e con tutto che la sua carica di Consigliere non gli concedesse molto ozio, pure distese una Repetizione sopra il Cap. Imperialem, de prohib. feud. alien. per Feder. ed avea posta mano ad un'altra opera insigne intitolata: Investitura feudalis, la quale non potè condurre al suo compito fine. Compilò varie decisioni, che ai suoi tempi si fecero nel S. C. di S. Chiara, le quali, unite insieme con quelle che distese in Sicilia, vanno ora per le mani de' nostri Professori. Morì in fine egli in Napoli nel 1545, e giace sepolto nella Cappella della sua famiglia dentro la Chiesa di S. Domenico maggiore di questa città[85].
Bartolommeo Camerario di Benevento si distinse sopra gli altri nello studio delle leggi, e nel 1521 diede in Napoli alla luce una Repetizione sopra il § Æque de Actionibus; ma sopra ogni altro si rese costui eminente per la grande applicazione, ch'ebbe nelle materie feudali. Egli si pose ad emendare i Commentarj de' Feudi d'Andrea d'Isernia, li quali, per difetto de' Copisti, s'erano dati alle stampe scorrettissimi, e gli ridusse a perfetta lezione; e vi si affaticò tanto nello spazio di tre anni continui, applicandovisi sedici ore il giorno, che come e' dice[86], vi perdè un occhio. Lesse nell'Università de' Nostri Studi ventiquattro anni i libri feudali; da poi dalla Cattedra, nell'anno 1529, passò ad esser Presidente di Camera, rifatto in luogo di Giannangelo Pisanello. Indi nell'anno 1541 fu, dall'Imperador Carlo V, creato Luogotenente della medesima. Ma venuto in odio a D. Pietro di Toledo per le cagioni altrove rapportate, e per l'inclinazione, ch'ebbe sempre a' Franzesi, diede di se gravi sospetti; onde al Toledo gli s'aprì la strada di farlo cadere anche dalla grazia di Cesare: di che egli accortosi, ricevè l'onore offertogli dal Re di Francia, che l'avea creato suo Consigliere, e se n'andò in Francia, ricovrandosi sotto la protezione di quel Re. Il Vicerè Toledo, datogli tosto il successore, che fu Francesco Revertero, fece trattar subito la sua causa: fu dichiarato rubelle, e nel 1552 gli furono confiscati tutti i suoi beni. Nel tempo che dimorò in Francia, stando quivi in gran moto le cose della Religione, e le opere di Lutero e di Calvino facendo in quel Regno danni notabilissimi, poichè egli si era ancora applicato alla Teologia, si pose a confutarle; onde nel 1556 stampò in Parigi un trattato, De Jejunio, Oratione, et Eleemosina; e nell'istesso anno diede anche alla luce un'altra opera scritta in forma di Dialogo, introducendo sè e Calvino per interlocutori, alla quale diede il titolo: De Praedestinatione, ac de Gratia, et Libero arbitrio, cum Johanne Calvino disputatio; e nel seguente anno 1557, ritiratosi in Roma, diede quivi alla luce un altro trattato: De Purgatorio igne.
Vedendo, che in Francia i suoi meriti non erano ricompensati secondo le concepute speranze, si ritirò in Roma, dove dal Pontefice Paolo IV, fiero nemico non men di Cesare, che del Re Filippo suo figliuolo, fu ricevuto con onore; e l'ammise a' suoi Consiglj, attribuendosi a Camerario, come diremo più innanzi, che Paolo non pubblicasse la sentenza contro al Re Filippo profferita della privazione del Regno: ed avendo nella guerra, che allora ardeva tra il Pontefice, ed il Re Filippo, il Duca d'Alba assediata Roma, il Papa lo creò Commessario Generale del suo esercito, e lo fece di più Prefetto dell'Annona di Roma; onde per mostrar al Pontefice la gratitudine del suo animo, stampò allora in Roma nell'anno 1558 il suo Commentario ad l. Imperialem, de prohib. feud. alien. per Feder. e lo dedicò a lui, promettendogli nell'epistola dedicatoria, che se egli avrà ozio, gli avrebbe ancora dedicati sette altri libri feudali, da lui composti. Finì il rimanente della sua vita in Roma, dove morì nel 1564, e fu sepolto nella Chiesa de' SS. Appostoli dei PP. Conventuali di S. Francesco, dove si vede la sua tomba con iscrizione. Oltre delle riferite sue opere, si leggono di lui alcuni Dialoghi, in materia feudale, li quali mancando di quella grazia e venustà, ch'è propria di quel modo di scrivere, sono riusciti insipidi e freddissimi.
Sigismondo Loffredo discepolo d'Antonio Capece del Sedile di Capuana, si diede agli studi legali, dappoi che nelle lettere umane avea fatti maravigliosi progressi, e per la sua dottrina fu nell'anno 1512 dal Re Ferdinando il Cattolico creato Presidente della Regia Camera, ed appena furono passati cinque anni, che si vide innalzato al supremo grado di Reggente di Cancelleria, chiamato poi in Ispagna ad assistere nel supremo Consiglio d'Aragona, come Reggente di Napoli. Morì nel 1589 lasciando di se chiara memoria ne' suoi dotti Consiglj e ne' suoi Commentarj alla l. Jurisconsultus de gradibus, che furono dati in istampa in Venezia nell'anno 1572[87].
Rilusse a par di lui il famoso Cicco Loffredo, già rinomato Avvocato, e poi nell'anno 1512 creato Regio Consigliere. Per la sua grande abilità fu inviato Oratore in Fiandra al Re Carlo dalla città a prestargli in suo nome ubbidienza ed a cercargli la conferma de' suoi privilegi. Fu da poi nel 1522 innalzato al supremo onore di Presidente del S. C. che l'esercitò insino all'anno 1539, nel qual anno passò nel Consiglio Collaterale, dove fu fatto Reggente. Morì in Napoli nel 1547 e fu prima seppellito nel Duomo di questa città nella sua Cappella gentilizia; ma da poi Ferdinando Loffredo Marchese di Trivico suo figliuolo trasferì le sue ossa nella Chiesa di S. Spirito da lui fondata, dove si vede la sua tomba con iscrizione; e da questo famoso Giureconsulto discendono i presenti Marchesi di Trivico[88].
Fiorirono ancora, intorno a questi medesimi tempi, Girolamo Severino: Tommaso Salernitano: Giannandrea de Curte: Scipion Capece: Marino Freccia: ancor essi celebratissimi Giureconsulti.
Girolamo Severino del Sedile di Porto, essendo ancor giovane, fu nel 1516 creato Avvocato de' Poveri, indi dal Vicerè Lanoja nel 1517 fu fatto Giudice di Vicario. Per la sua dottrina ed eloquenza, nella venuta di Carlo V in Napoli, fu eletto dalla città per suo Oratore a riceverlo, e nel 1536 lo crearon Sindico; essendosi nel Parlamento generale degli 8 di gennaio di quell'anno conchiuso per sua industria un grosso donativo da farsi a Cesare, fu dall'Imperadore in ricompensa de' suoi segnalati servigi, creato Reggente di Cancelleria, e del Supremo Consiglio d'Italia, onde gli convenne partir con Cesare per Ispagna; ma da poi nel 1541 fu innalzato al supremo onore di Presidente del S. C., ed indi nel 1549 fu fatto anche Viceprotonotario del Regno: ed avendo esercitato il carico di Presidente per quindici anni, non valendo per la sua vecchiaia a sostener più tanto peso, tornò nell'anno 1555 nel Consiglio Collaterale; da dove pure per l'età sua decrepita si licenziò, ritenendosi solo l'ufficio del Viceprotonotario, che da lui, per non obbligarlo a molta fatica, fin che visse fu esercitato. Morì finalmente in Napoli nell anno 1559 e fu sepolto in S. Maria della Nuova, nella Cappella de' suoi maggiori, dove si vede il suo tumulto con iscrizione[89].
Tommaso Salernitano appena giunto all'età di 18 anni diede saggi così maravigliosi di quanto intendesse nella scienza delle leggi, che fu ammesso in quell'età ad interpetrarle ne' pubblici Studi di Napoli: si diede poi ad avvocar cause, e riuscì così eccellente, che non guari da poi fu creato Presidente della Regia Camera. Nel Regno di Filippo II fu adoperato nei più gravi affari di Stato, e mandato in Germania per la famosa causa del Ducato di Bari; onde da poi nel 1567 fu creato Presidente del S. C. e da poi nel 1570 Reggente di Cancelleria. Ci lasciò di se illustre memoria per le dotte decisioni da lui compilate, le quali impresse vanno ora per le mani de' nostri Professori. Morì egli in Napoli nel 1584, e fu sepolto nella Chiesa di S. Maria delle Grazie nella Cappella sua gentilizia, ove si vede il suo tumulo con iscrizione. Paolo Regio Vescovo di Vico Equense e famoso Predicatore di que' tempi, gli compose un'orazion funebre, dove cotanto estolse le sue virtù e le famose sue gesta[90]; ed il nostro rinomato Poeta Bernardino Rota non mancò ne' suoi versi altamente di lodarlo[91].
Giovan Andrea de Curte, di cui Uberto Foglietta[92] tessè grandi encomj, secondo questo Scrittore trasse sua origine da Pavia; ma i nostri[93] vogliono che procedesse dalla Cava. Fu egli figliuolo di Modesto, Giudice della Gran Corte della Vicaria, il quale applicatosi allo studio delle leggi riuscì un chiarissimo Giureconsulto; e dopo avere alquanti anni seduto in Vicaria, l'Imperador Carlo V lo creò Consigliere di S. Chiara. Ne' tumulti accaduti in Napoli nel 1547, per cagion dell'Inquisizione, poco mancò che dalla plebe non fosse stato, insieme co' suoi figliuoli, tagliato a pezzi; poichè vedendo egli la città tutta in arme, deliberò (seguendo le vestigia degli altri uomini pacifici e da bene) colla sua famiglia uscirsene; il che saputosi da' popolani, i quali l'ebbero sempre per partigiano del Vicerè Toledo, gli corsero furiosamente dietro, ed ancorchè si fosse egli ricovrato in un Convento di Frati, ruppero le porte, fecero violenza ai Monaci, affinchè glie lo additassero; ma essi costantemente negando essere presso di loro, e per altra via affermando essersi salvato; dopo avere spiati tutti i nascondigli del Monastero, rabbiosamente corsero insino alla Torre del Greco, dove avean inteso essersi ricovrati i di lui figliuoli, e sarebbero questi innocenti capitati male, se i paesani di quel luogo non fossero accorsi colle armi alle mani a reprimere il lor furore. Uno di questi suoi figliuoli fu Mario cotanto dal Foglietta celebrato, con cui, mentre fu in Napoli, contrasse stretta amicizia, il qual poi riuscì un gran Teologo, ed uno de' famosi Predicatori appresso il Re Filippo II, dal quale fu Giovan-Andrea, in premio della sua dottrina e de' suoi segnalati servigi, innalzato al supremo onore di Presidente del Consiglio. Morì egli nel 1576, e giace sepolto nella Chiesa di S. Severino nella Cappella sua gentilizia, dove si vede il suo tumulo con iscrizione. Di lui ancora altamente cantò Bernardino Rota[94], ed il Presidente de Franchis[95] non tralasciò di farne onorata memoria.
Ma sopra tutti costoro, non meno per dottrina legale, che per varia e profonda letteratura, rilusse Scipion Capece figliuolo d'Antonio. Fu ne' suoi primi anni dato allo studio delle lettere umane e della filosofia, e nel poetare e nell'orare riuscì eminentissimo, tanto che fu riputato per uno de' più culti Poeti de' suoi tempi. Compose egli due libri De Principiis Rerum, che dedicò al Pontefice Paolo III, cotanto lodati dal Cardinal Bembo e da Paolo Manuzio, che non ebbero difficoltà di paragonarli a' libri di Tito Lucrezio Caro. Scrisse ancora in versi eroici la vita di Cristo e le lodi del suo precursore Giovan-Battista, in tre libri, che intitolò: De Vate Maximo: li quali da Giovan-Francesco di Capua Conte di Palena furono dedicati al Pontefice Clemente VII. Ed alcune sue Elegie ed Epigrammi meritarono il comun applauso de' più insigni Letterati di que' tempi, de' quali il Nicodemo[96] tessè lungo catalogo.
Non meno in questi studi, che ne' più rigidi e severi delle nostre leggi riuscì eminente. Egli non men nel Foro che nelle Cattedre tenne a suoi tempi il vanto: ne' nostri supremi Tribunali fu riputato il primo fra gli Avvocati, e nell'Università degli Studi occupò nell'anno 1534 la Cattedra primaria vespertina del Jus civile, che la tenne insino all'anno 1537. Venuto in Napoli l'Imperador Carlo V, a Scipione fu dato il carico di fargli l'orazione pel suo ricevimento; onde Cesare in ricompensa della sua dottrina, e di sì eminente letteratura, lo creò Consigliere di S. Chiara. Compose egli molti Commentarj sopra vari Titoli delle Pandette, da lui esposti nell'Università de' nostri studi, de' quali solamente si vede impresso quello, che compilò sopra il titolo De Aquirenda Possessione, che fu dedicato a D. Lodovico di Toledo figliuolo di D. Pietro Vicerè, nel quale promette fra breve darne alla luce un altro sopra il titolo Soluto Matrimonio. Compose eziandio un breve trattato intitolato, Magistratuum Regni Neapolis qualiter cum antiquis Romanorum conveniant, Compendiolum, il qual prima fu impresso in Salerno nel 1544, e da poi in Napoli nel 1594. Morì quest'insigne Scrittore nell'anno 1545, e giace sepolto nella Chiesa di San Domenico Maggiore nella Capella sua gentilizia, dove si vede il suo tumulo[97].
Bisogna unire al Capece Marino Freccia, che oltre alla Giurisprudenza, ebbe buon gusto dell'istoria, e fu il primo fra noi, che di questo difetto riprese i nostri Scrittori, li quali, avendola trascurata, inciamparono in mille errori: fu egli vago delle nostre antiche memorie, ed a lui dobbiamo alcuni frammenti d'Erchemperto, che furono da poi impressi da Camillo Pellegrino nella sua Istoria de' Principi Longobardi. Il libro ch'egli compose De subfeudis e dedicò al Cardinal Pacecco, mentre governava il Regno, dimostra quanto gli fosse a cuore d'illustrare le cose del nostro Regno, e quanto fosse benemerito delle nostre antichità. Trasse egli sua origine da Ravello e per la sua eminente dottrina legale, e spezialmente de' feudi, da lui prima nelle Cattedre de' nostri studi esposti, fu dall'Imperador Carlo V nel 1540 creato Consigliere del nostro Sacro Consiglio, di cui parimente da poi fu Propresidente. Compose ancora un altro trattato De formulis Investiturarum, il quale, prevenuto dalla morte, non potè ridurlo a perfezione: ed essendo ancor giovanetto di venti anni distese il trattato De Praesentatione Instrumentorum, che corre ora per le mani de' nostri Professori. Morì egli nell'anno 1562 e fu sepolto nella sua Cappella gentilizia in S. Domenico Maggiore, ove s'addita il suo tumulo con iscrizione[98].
Fiorirono ancora intorno a' medesimi tempi Jacobuzio de Franchis, Antonio Baratuccio, Giovan-Tommaso Minadoi, Tommaso Grammatico, Giovan Angelo Pasinello e tanti altri, i quali, per non tesserne qui una più lunga e nojosa serie, possono vedersi presso il Toppi nella Biblioteca Napoletana, e ne' suoi libri dell'Origine de' nostri Tribunali, dove di lor fece lunghi e copiosi cataloghi.
CAPITOLO IX. Politia delle nostre Chiese durante il Regno dell'Imperador Carlo V.
In questo sedicesimo secolo ricevè il Pontificato Romano una delle più grandi e ruinose scosse, che dopo il suo innalzamento avesse avuto giammai. Per le cagioni, già riferite dell'eresia di Lutero, fece in Europa perdite lagrimevoli ed irreparabili. Molte province d'Alemagna si sottrassero; le Fiandre: l'Inghilterra, che fu un tempo la più sua ligia e fruttifera: la Scozia, ed i Regni del Nort si perderono affatto: la Francia ne fu pure in gran pericolo, e l'Italia dava di se gravi sospetti. Perdite, che mal si potevano compensare co' nuovi acquisti, che si facevano nell'Indie e nell'America: acquisti per Roma sterili ed infruttuosi. Turbava ancora l'animo de' Romani Pontefici il pensiero della convocazione d'un nuovo Concilio, riputato allora precisamente necessario per sedare le grandi rivoluzioni di Religione, onde tutta Europa era agitata e scossa. Ma non per tutto ciò si perderon di animo; nè co' Principi quantunque loro aderenti e congiunti (a' quali parimente premeva, che ne' loro Stati la Religione non s'alterasse) furono punto più indulgenti in rilasciando forse il rigore delle pretensioni, che nutrivano sopra le Chiese de' loro Dominj, e per altre loro pretensioni. L'Imperador Carlo V da poi che da Clemente VII riscosse quelle esorbitanti somme per riscatto della di lui persona, si curò poco, che nel nostro Regno gli Spogli delle nostre Chiese vacanti, e le Incamerazioni ricominciassero più severe che mai; s'imponessero spesse Decime a' Cleri ed a' Monasterj, dond'egli ne difalcava pure la sua parte; e per gli vantaggi ch'egli (siccome fecero dopoi tutti i Re suoi successori) ricavava con permissioni de' Pontefici dai Regni di Spagna, si curava poco de' suoi diritti, e molto meno de' nostri interessi, e di quelli delle nostre Chiese.
Nel trattato della pace, che come si disse, fu poi tra Cesare e Clemente conchiusa nell'anno 1532, venne largamente a disputarsi intorno alla presentazione delle Chiese Cattedrali del nostro Regno, pretese dai nostri Re di Patronato Regio. Essi fondavano il patronato, per avere i loro predecessori fondate le più insigni Cattedrali, che v'erano, e di ricche rendite e poderi dotate. I Normanni, come si è potuto vedere ne' precedenti libri di quest'Istoria, sin da' fondamenti n'ersero moltissime; e non fu picciolo beneficio d'averne molte sottratte dal Trono Costantinopolitano, e restituite al Trono Romano. Gli Angioini eziandio ne fondarono altre; onde siccome le Cattedrali di Spagna per questa ragione sono riputate tutte di Presentazione Regia, doveano parimente tali reputarsi le nostre, e per conseguenza tutti gli Arcivescovadi e Vescovadi, quando vacavano, doveano tutti provvedersi a presentazione e beneplacito del Re; ed ancorchè nel Regno degli Angioini si fosse tolto l'Assenso, che prima veniva ricercato nell'elezioni de' Prelati in tutte le nostre Chiese, siccome per ciò non si tolse l'Exequatur Regium, come altrove fu mostrato, così molto meno quella convenzione apposta nell'investiture, potè abbracciare le Chiese di Patronato Regio, dalla quale espressamente ne furono eccettuate; ond'è, che nel Regno moltissime Chiese e Beneficj, in tutte le nostre Province, siano rimasi di collazione o presentazione Regia; de' quali il Chioccarelli, il Tassone ed altri ne fecero lunghi cataloghi.
Il Reggente Muscettola, destinato allora Ambasciadore in Roma per Carlo V, per quest'affare sostenne la pretensione de' nostri Re; ma (siccom'è lo stile di quella Corte, che, sempre che il negozio si riduce in trattato, si cerca poi di tirarlo a composizione, col pretesto di togliere le discordie, ed un più lungo esame) si convenne con Clemente VII, che ventiquattro Chiese Cattedrali, cioè sette Arcivescovadi, e diciassette Vescovadi rimanessero di presentazione e nominazione Regia, e l'altre fossero riserbate alla disposizione del Papa. Furono dichiarate di Regia presentazione nella provincia di Terra di Lavoro li Vescovadi di Gaeta, di Pozzuoli e della Cerra. Nel Contado di Molise, il Vescovado della città di Trivento. In Principato citra l'Arcivescovado di Salerno, ed il Vescovado della città di Castellamare. In Principato ultra, il Vescovado della città d'Ariano. In Calabria citra, il Vescovo della città di Cassano. In Calabria ultra l'Arcivescovado di Reggio, e li Vescovadi di Cotrone, e di Tropea. In Basilicata (secondo la disposizione presente delle Province) l'Arcivescovado di Matera, al quale va ora unita la Chiesa di Cerenza, ed il Vescovado della città di Potenza. In Terra d'Otranto, l'Arcivescovado della Città d'Otranto, quello di Taranto, e l'altro di Brindisi, al quale andava allora unita la Chiesa d'Oira, il Vescovado di Gallipoli, e quelli di Mottula, e d'Ugento. In Terra di Bari, l'Arcivescovado della città di Trani, e li Vescovadi di Giovenazzo, e di Monopoli. In Apruzzo citra ed ultra, il Vescovado della città dell'Aquila, e quello di Lanciano, ora resa questa Chiesa Arcivescovile, ma non già Metropoli, per non avere suffraganeo alcuno. In Capitanata, non v'è Vescovado di Regia presentazione, ancorchè nella Chiesa di Lucera tutte le Dignità, e la metà de' Canonicati siano di collazione Regia, come altrove fu rapportato.
Questa fu la divisione, che si fece allora delle Chiese Cattedrali, che durò sino al presente, e fu inserita negli articoli di quella pace, nella quale espressamente s'esclusero gli altri Beneficj e Chiese non Cattedrali di patronato Regio, che sono moltissime, delle quali i nostri Re sono in possesso, quando vacano, di provvederle, e nelle loro vacanze destinar Regj Economi per l'esazione delle rendite, parte delle quali si assegnano per la loro reparazione e sostentamento, ed il rimanente si riserba a futuri successori.
Si curò anche poco l'Imperador Carlo, per le cagioni accennate, che s'imponessero da Roma nel nostro Regno nuovi gravamenti, fra quali il maggiore a' suoi tempi fu, che non essendosi quivi potuto introdurre il Tribunale dell'Inquisizione, se ne stabilisse un altro tutto nuovo, chiamato della Fabbrica di S. Pietro, di cui, come in suo luogo, bisogna qui rapportare l'origine e l'introduzione.
§. I. Origine del Tribunale della Fabbrica di S. Pietro, e come, e con quali condizioni si fosse fra noi introdotto, e poi a nostri tempi sospeso.
Il Pontefice Giulio II, volendo emulare la magnificenza del Re Salomone, gli venne in pensiero di fabbricare un Tempio in Roma in onore di S. Pietro Capo degli Appostoli, che fosse il più magnifico e sorprendente di quanti mai ne fossero al Mondo; reputando, che siccome Roma era divenuta Capo della Chiesa Spirituale, e s'era innalzata sopra tutte le altre Chiese della Terra, così era di dovere, che la sua Chiesa Materiale soprastasse a tutte le altre, non altrimenti che S. Pietro, a cui si dedicava, soprastò a tutti gli altri Appostoli, ed a tutti i Fedeli, che in Cristo credettero; ma non avendo le ricchezze di Salomone, rivoltò tutti i suoi pensieri per trovar miniere, donde per quest'opera potesse venire in Roma argento ed. oro. Cominciò prima per via d'indulgenze plenarie, concedendole a larga mano a tutti coloro, che lasciavano o donavano per la fabbrica di quel Tempio; ma vedendo che per ciò non si giungeva all'intento, inventò un nuovo modo, e per sua Costituzione stabilita nell'anno 1509, oltre d'avergli concedute molte prerogative, stabilì, che tutti i Legati pii, che si trovavano lasciati a luoghi incapaci, ovvero, che dagli eredi non si soddisfacessero, s'applicassero a questa Fabbrica. Instituì per tanto un Tribunale in Roma, i cui Ministri doveano non meno invigilare per la costruzione del Tempio, che a riscuotere per questa via danari per tutto il Mondo Cattolico per loro Commessarj.
Questa Bolla di Giulio fu da poi confermata e molto più amplificata da Lione X e da Clemente VII e dagli altri Pontefici suoi successori. Ma dovendosi, per esser fruttifera, farsi valere negli altrui Dominj, molti Principi s'opposero all'esecuzione, chi affatto rifiutando tal introduzione chi moderandola, e chi riformandola. Lione X tentò nel nostro Regno introdurre Commessarj di questo Tribunal di Roma, e nell'anno 1519 spedì Breve a lor diretto, concedendo loro facoltà di poter esigere per tre anni tutti i Legati pii, e per tal effetto costringere i debitori a soddisfargli, ed eziandio i Notai ad esibire ad essi i protocolli, gli istromenti ed i testamenti che dimandavano. Ma essendosi esibito il Breve al Vicerè, affin che se gli desse l'Exequatur, da D. Raimondo di Cardona, che avea allora il governo del Regno, nell'anno 1521 gli fu conceduto, ma colla clausula, praeter quam contra laicas personas; in guisa, che volendo i Commessarj suddetti costringere i laici, essendo di nuovo ricorsi al Cardona, questi ordinò agli Ufficiali Regj, che facessero loro giustizia contra i laici, con astringerli alla soddisfazione de' Legati pii, e parimente procedessero contro i Notai, obbligandoli ad esibire i protocolli e gl'istromenti[99].
Clemente VII da poi prorogò queste Commessioni, e nel 1532 spedì altro Breve, al quale D. Pietro di Toledo Vicerè diede l'Exequatur con alcune dichiarazioni, per le quali però non si toglievano i molti pregiudizj che s'apportavano al Regno, e le estorsioni e disordini che commettevansi da' Commessarj destinati per le Province; onde nel Parlamento tenuto in Napoli nel 1540 in nome della città e Regno fu pregato il Toledo, che trattasse col Papa d'estinguere affatto questo Tribunale, per li tanti aggravj ed estorsioni che faceva[100]; ed avendo poi il Vicerè nel 1547 col Pontefice Paolo III trattato quest'affare, si vennero a togliere molti abusi, ed a riformarlo in gran parte, tanto che si fecero nuove moderazioni ed altre dichiarazioni, in guisa che negli anni seguenti era rimaso poco men che sospeso Ma da poi il Duca d'Alba, Vicerè, nel 1557 fece ordinare, che il Tribunal della Fabbrica ritornasse nel suo primiero stato, secondo il concordato del 1547, fatto da Paolo III col Toledo.
Per la qual cosa si venne poi a stabilire, che il Commessario della Fabbrica residente in Napoli, che suol essere il Nunzio, non potesse conoscere delle cause di questo Tribunale, nè deciderle, se non col voto degli Assessori laici, i quali si destinerebbono dal Re, o suo Vicerè in tutte le tre istanze; onde nacque lo stile, che per le prime e seconde istanze si deputassero per lo più Regj Consiglieri, ovvero Presidenti della Regia Camera, e per Assessore o sia Giudice delle terze un Reggente di Collaterale; e parimente, che i Commessarj destinati per le Province, non potessero per se conoscere, o decidere, ma debbano avere gli Assessori laici da nominarsi dalle Comunità de' luoghi[101]: onde il Cardinal Granvela nel 1574, in esecuzione di tal Concordato, ordinò agli Ufficiali del Regno, che non impedissero l'esecuzione agli ordini di questo Tribunale, sempre che si facessero da Consultori Regj deputati da lui e suo Collateral Consiglio, e che alle loro provvisioni prestassero ogni ajuto e favore.
Ma con tutto ciò non si riparava a' disordini ed alle estorsioni de' Commessarj, nè si toglievano gli altri infiniti pregiudizj, che per questo Tribunale s'apportavano al Regno: poichè, se bene in vigor di questo Concordato il Tribunal della Fabbrica di Roma non poteva impacciarsi nelle cause contenziose del Tribunal di Napoli, ma solamente deputare il Commessario, l Economo, ed altri ufficiali minori di quello; con tutto ciò, siccome ce ne rende testimonianza l'istesso Cardinal di Luca[102], la Congregazione di Roma, per via di relazioni ed estragiudiziali informi, aveva preso a ritrattare quelle medesime cause, le quali in tutte le istanze s'erano agitate e già decise in Napoli. Parimente la Congregazione di Roma s'avea appropriate tutte le cause, che non erano contenziose, cioè, tutte le composizioni, alle quali le Parti desideravano essere ammesse senza litigare, avendo anche in ciò ristretto al Nunzio, o sia Commessario Generale, che risiede nel Regno, ed all'Economo la potestà di poter transigere nelle cause gravi, e dove vi potea nascere una grossa composizione; e così per tirar più denaro in Roma, come per ridurre le cause contenziose a poco numero nel Tribunal di Napoli, facilitava le transazioni, con ammettere a quelle ogni uno, che pagasse denari, importando poco, che soddisfacesse o no il peso imposto dal testatore, o l'adempimento de' Legati pii: perchè essi dicevano, che l'opera pia la compensavano col tesoro inesausto, ch'essi hanno in Roma, il qual chiamano Mare Magnum, una goccia del quale basterebbe a soddisfare tutti i Legati pii del Mondo; e per ciò facilitandosi per denari la composizione in Roma, la volontà de' pii disponenti non veniva a verun patto ad eseguirsi.
Ma quello, che più d'ogni altro rendeva odioso tal Tribunale, erano le estorsioni e disordini, che nella città e nelle province commettevano i Commessarj, delle quali estorsioni l'istesso Cardinal di Luca[103] ne rende pure a noi testimonianza. Essi, secondo una relazione, che si legge tra' M. S. Giurisdizionali[104] fatta sin dall'anno 1587, subito che giungevano nelle Terre del Regno, ancorchè piccole, affiggevano cartoni, e sonavano campanelli, e con voce tremenda ed orribile minacciavano scomuniche latae sententiae ai Notari, e a tutti coloro, che avessero testamenti, dove erano disposizioni pie, e non gli portassero a loro. Recati che loro si erano, li Commessarj citavan tutti gli eredi de' disponenti, ancor che quelli fossero morti cento anni a dietro, a mostrar la soddisfazione de' Legati pii; e non comparendo, erano dichiarati contumaci, e da poi per pubblico cedolone scomunicati; e quando venivano a purgarsi, non pensassero d'essere intesi, se prima non pagavano gli atti della contumacia, e da poi non gli assolvevano, se non mostravano la soddisfazione, o non pagavano di nuovo; e coloro, che non avevano modo di farlo, o pure erano tardi a venire, ed intanto il Commessario erasi partito da quel luogo, erano costretti, per essere assoluti, venire a Napoli; e molti, che per la loro povertà estrema, non aveano modo di portarsi in quella città, rimanevano scomunicati, e venendo a morte, era a' loro cadaveri negata l'Ecclesiastica sepoltura. Maggiori estorsioni si soffrivano in Napoli: poichè, anche se prontamente si portava la soddisfazione del Legato, non perciò l'erede ne usciva franco, ma dovea sborsare i diritti del decreto (quantunque non ricercato, nè voluto) che non fosse molestato; e passati alquanti anni si tornava da capo, con nuove richieste e nuovi decreti; e se la disgrazia portava, che la soddisfazione non potesse mostrarsi con iscritture, ma con testimoni, per liberarsene, era duopo fabbricarsi un voluminoso processo con gravissimi dispendj. Quindi atterriti i testatori stessi, s'astenevano di far più Legati pii, ovvero espressamente comandavano, che questo Tribunale non s'avesse ad impacciare in modo alcuno nelle loro disposizioni.
Per evitar tali ed altri moltissimi disordini, che qui si tralasciano, essendosi tal Tribunale reso odioso e grave a' nostri maggiori, s'ebbero di volta in volta continui ricorsi dalla città, e Regno a' nostri Re, perchè affatto si togliesse: finchè mosso il nostro Augustissimo Principe dalle querele de' suoi sudditi, con sua regal carta spedita da Vienna nel 1717 ordinò, che il Nunzio e Commessario insieme di questo Tribunale tosto sgombrasse dal Regno, e si chiudessero i suoi Tribunali; e giunto in Napoli quest'ordine nel mese d'ottobre del medesimo anno, fu prontamente eseguito, e fu soppressa non meno la Nunziatura, che la Fabbrica; e da poi fu spedito da Vienna, a' 8 ottobre del seguente anno 1718, altro imperial dispaccio, col quale s'ordinava al Conte Daun allora Vicerè, che minutamente lo informasse delle estorsioni ed abusi de' Tribunali suddetti, e del remedio che poteva darsi, siccome fu eseguito; e sebbene il Nunzio tornasse da poi, nel mese di giugno del seguente anno 1719, e fossessi restituito il Tribunal della Nunziatura, nulladimeno la restituzione seguì con molte restrizioni e dichiarazioni, come altrove diremo: ed il Tribunal della Fabbrica non fu restituito, ma rimase siccome infin ad ora ancor dura, sospeso e casso.
(Fra i Capitoli accordati al Popolo Napoletano in Tempo del Duca d'Arcos a' 7 di settembre del 1647 che si leggono presso Lunig[105], il 29 fu questo: Ch'essendo finito il tempo della istituzione ed erezione del Tribunale della reverendissima Fabbrica di S. Pietro di Roma, detto Tribunale si dismetti).
§. II. Monaci, e Beni Temporali.
Se mai in alcun tempo le nuove Religioni portarono nuove ricchezze, onde perciò bisognò unire coi Monaci i beni temporali, in questo secolo ne sursero due, che fecero maggiormente conoscere, che il monachismo non può a verun patto scompagnarsi dall'acquisto de' beni mondani; poichè, non ostante che le leggi fondamentali della istituzione loro li proibissero, nulladimeno, cattivatasi per quest'istesso la divozione de' Popoli, e resigli perciò più facili a donare, fu loro poscia agevole ottenere da Roma (cui molto cale i loro acquisti) dispense, ed interpretazioni per rendersene capaci.
Sursero in questo secolo molte Congregazioni di Cherici Regolari; ma una delle più principali fu quella de' Teatini. Fu così chiamata a cagion di Gianpietro Caraffa Vescovo della città di Chieti, da' Latini detta Theate, che insieme con Marcello Gaetano Tiene Gentiluomo Vicentino e Protonotario Appostolico, la istituì, prima di passare ad altre Chiese ed al Pontificato. Clemente VII, nell'anno 1514 l'approvò, e nei seguenti anni fu confermata da Paolo IV, dall'istesso Fondatore essendo Papa, e da Pio V nel 1567 e dagli altri Pontefici successori. Da Venezia vennero a noi (secondo che narra Gregorio Rosso[106] Scrittor contemporaneo) nel mese di maggio del 1533, nel qual anno da' Napoletani furono ricevuti con molto desiderio, e fra gli altri da Antonio Caracciolo Conte d'Oppido, il quale ebbe il pensiero di riceverli in un suo luogo fuori la Porta di S. Gennaro, ma poco da poi se n'entrarono dentro la città: furono accolti da Maria Francesca Longa (celebre per essere stata ella Fondatrice del famoso Ospedale degl'Incurabili) la quale assegnò loro alcune sue case per abitarvi. Ma mancò poco, che non se ne ritornassero in Venezia, siccome aveano risoluto, per l'angustia della loro abitazione: se non che D. Pietro di Toledo Vicerè per non farli partire, proccurò, che lor si desse per abitazione l'antichissima Parrocchia di San Paolo, dove si trasferirono nel 1538[107].
Ancorchè professassero una stretta povertà, e quantunque il loro istituto fosse di non poter nemmeno cercare limosine, ma totalmente abbandonarsi alla Divina provvidenza, la quale, siccome avea cura de' gigli del campo e degli uccelli dell'aria, così dovea anche prender di lor pensiero; con tutto ciò i Napoletani corsero loro dietro ad arricchirli a lor dispetto, ed a cumularli d'ampie facoltà e ricchezze, donde sursero i tanti magnifici e superbi lor Monasterj, che gareggiano colli più eccelsi edificj del Mondo. Si distinsero costoro sopra gli altri per la vigilanza che tenevano, perchè li novelli errori surti in questi tempi in Germania, non penetrassero in Napoli; onde, come si è detto, furono i più fedeli Ministri degl'Inquisitori Romani. Ed in decorso di tempo la divozione che i Napoletani portarono al B. Gaetano Tiene, uno de' loro Institutori, crebbe tanto, che gli ersero una statua di bronzo nella Piazza di San Lorenzo, e sopra tutte le Porte della Città parimente collocarono una sua statua, in segno del particolar culto, che sopra tutti gli altri suoi Protettori gli portavano.
Ma intorno a' medesimi tempi surse un Ordine, che col correr degli anni si rese assai più famoso e più diffuso di tutti gli altri: questo è quello de' Gesuiti di cui tanto si è parlato, e scritto. Ebbe in Francia i suoi principj dal famoso Ignazio di Lojola spagnuolo, e l'introduzione di questo nascente Ordine in quella Provincia, partorì de' gravi contrasti, de' quali ne sono piene l'istorie del Presidente Tuano[108]. Vi furono finalmente i Gesuiti ammessi, ed ancorchè, sotto il Regno d'Errico IV, fossero stati costretti nell'anno 1594 ad uscirsene, vi ritornarono poi nel 1603. Nell'altre province d'Europa fecero maravigliosi progressi ed acquisti, ed in Roma ed in Italia si distinsero sopra tutti gli altri; e quantunque in Venezia sotto il Pontificato di Paolo V fossero parimente stati costretti da' Vineziani a sgombrare dalla loro Repubblica, con tutto ciò vi tornarono poi nel Pontificato d'Alessandro VII.
(Resi accorti i Gesuiti da ciò che avvenne in Francia ed in Venezia, per essersi dati in quelle brighe dalla parte del Pontefice Romano, ne' tempi posteriori, avendo già poste profonde radici, ed acquistate immense ricchezze, pensarono più saviamente di gettarsi in casi simili a quel partito che potesse loro esser più profittevole, poco curando delle censure, ed interdetti di Roma, siccome si vide poi in Italia nelle brighe insorte tra il Pontefice Urbano VIII con Odoardo Farnese Duca di Parma; il quale solennemente scomunicato dal Papa nell'anno 1643, e minacciandogli interdetto sopra tutti i suoi Stati, i Gesuiti accortamente non vollero esporsi al pericolo d'essere di là scacciati: ma disprezzando le Papali Censure, si mostrarono assai leali e riverenti al Duca, e prestandogli ogni fedeltà s'uniron al di lui partito, scomunicato e maledetto, ch'e' si fosse. Vedasi Le Vassor (Hist. de Louis XIII), che ne rapporta l'istoria; e la Bolla di queste Censure fulminate da Urbano, si legge pure presso Lunig[109]).
Ma nel nostro Reame non ebbero a sostenere opposizione alcuna; anzi venutici nel 1551, sotto la guida del P. Alfonso Salmerone, furono da' Napoletani accolti con non men desiderio che i Teatini. S'acquistarono in breve tempo l'amicizia de' Nobili, e particolarmente d'Ettorre Pignatelli Duca di Montelione, il quale assegnò loro per abitazione una Casa al vicolo del Gigante, dov'era una picciola Cappella: quivi si posero ad istruir i giovani nella dottrina Cristiana, dando norma a' Preti secolari di farlo anch'essi. Tratti i Napoletani da quello loro pietose e caritatevoli opere, nel 1557 diedero ad essi una più comoda abitazione e comprarono la Casa del Conte di Maddaloni presso la Chiesa di Monte Vergine, fabbricandovi una Chiesa sotto il titolo del Nome di Gesù, dove essi incominciarono ad insegnare i fanciulli senza mercede alcuna, a predicarvi, e far altri spirituali esercizj, sicchè tirando molta gente, il gran concorso rendendo incapace quella Chiesa, il Cardinal Alfonso Caraffa Arcivescovo concedè loro la Chiesa de' SS. Pietro e Paolo, la quale nell'anno 1564, da' Gesuiti fu diroccata, e renduta più grande; ma da poi diedero principio ad un magnifico edificio per costruirvi quel famoso lor Collegio, che ora occupa più contrade della città, per la magnificenza del quale sin dal principio del secolo passato tirarono il solo Principe della Rocca a spendervi ventimila ducati[110]. Sono pur troppo noti gli altri immensi e maravigliosi acquisti, che in meno d'un secolo fecero in questa città e Regno; gli altri eccelsi e stupendi loro edifici degli altri loro Collegi e Case Professe ne' luoghi più scelti della città e Regno, per li quali si lasciarono indietro tutti gli altri Ordini più numerosi e più ricchi, che insino a quel tempo v'erano stati.
Nè ponendosi mente al modo tenuto per acquistar tante ricchezze, deve parer ciò cosa strana: essi considerando, che gli Mendicanti avuta ch'ebbero da Roma la facoltà d'acquistare, perderono il credito e la divozione del popolo, onde non fecero poi gran progressi; quelle Religioni, che vollero persistere in una ferma e stabile povertà, si mantennero sì bene il credito e la buona opinione, ma non acquistarono ricchezze; onde bisognava pensar un modo nuovo, che fosse misto di povertà e di abbondanza; colla povertà acquistar il credito e la divozione; e di poter per altra mano ricevere quel che alla Compagnia era offerto e donato. Per ciò istituirono le Case Professe ed i Collegi; le Case Professe non possono a patto veruno acquistare, nè possedere stabili: in queste si professa povertà, ed è la meta dove qualunque lor operazione deve terminare; ma i Collegj possono acquistare e possedere stabili, dove ricevono, ed istruiscono la gioventù per allevarli nella virtù, affinchè si renda poi atta a vivere nella povertà Evangelica. Con che viene la povertà ad essere lo scopo ed il fine loro essenziale, ma accidentalmente ricevono possessioni e ricchezze. Con tutto ciò, da quello che si vide poi negli effetti, e dal gran numero de' Collegj e dalle poche Case Professe, ogni uno ha potuto conchiudere quello, che veramente sia loro l'essenziale, e quale l'accidentale. Sin dal principio del secolo passato si faceva il conto, che i Gesuiti, di Case Professe, non ne aveano più che 21; all'incontro il numero de' Collegj arrivava a 293 S'aggiunga a questo gli altri Collegj e gli altri grandissimi acquisti, che han fatto da poi per un altro secolo sino al presente, e vedrassi non esservi stato Ordine, che in un secolo e mezzo possedesse tanti stabili, ed avesse cumulate tante ricchezze e tesori, come questo.
Si fecero pure a questi tempi molte Riforme degli Ordini antichi, come quella de' Frati Minori Cappuccini, l'altra de' Recolletti, ovvero Zoccolanti, e quella de' Penitenti; per li Carmelitani, la Riforma introdotta da Santa Teresa, che cominciò dalle femmine, e poi si stese anche agli uomini, donde sursero i Teresiani Scalzi; e per gli Agostiniani, la Riforma de' Romiti d'Agostino. Si fecero ancora nuove Fondazioni, come quella de' Fratelli della Carità, che hanno per istitutore S. Giovanni di Dio: l'altra de' Cherici Regolari Sommaschi, istituiti nel 1531 da Girolamo Miano, o Emiliano, Nobile Veneziano, per l'educazione degli Orfani, e nel 1540 approvati da Paolo II, li quali da poi nel 1568 furono, da Pio V, ammessi a' voti Monastici; ed alcune altre: ma tutte queste Riforme, e nuove Fondazioni non s'introdussero nel Regno subito, che furono istituite: vennero a noi più tardi nei seguenti anni, onde, secondo l'opportunità, se ne terrà conto ne' libri seguenti di quest'Istoria.