Volume 3 — LIBRO UNDECIMO
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Ruggiero, che da qui a poco lo diremo I Re di Sicilia e di Puglia, avendo con tanta celerità, e senza richiederne investitura dal Papa, preso il possesso di queste nostre province, alle quali per la morte di Guglielmo senza figliuoli era succeduto, esacerbò in maniera l'animo d'Onorio, che non fu possibile, nè con Legazioni, nè con offerte che gli si fecero della città di Troja, placarlo; nè finalmente il timore di perdere Benevento, potè rimoverlo. Egli scomunicò Ruggiero tre volte[440]; e vedendo che questi fulmini erano infruttuosamente lanciati, si rivolse alle armi temporali; e per maggiormente accalorare la spedizione, che intendeva fare contro questo Principe, portossi immantenente in Benevento, ove incoraggiò molti a prender l'armi per vendicarsi dell'offesa, che riputava aver ricevuta; e quelle già ragunate, l'affretta a tutto potere verso la Puglia, ove Ruggiero col suo esercito erasi accampato. Ma questo accorto Principe scorgendo, che l'armata del Papa era composta di truppe somministrategli da alcuni ribellanti Baroni, e che (siccome l'ira e lo sdegno d'Onorio) non poteva lungamente durare in quell'unione, non gli parve d'usargli ostilità, ma schivando ogn'incontro, lasciò passar quell'està senza combattere. Nel cominciar dell'inverno si dileguò tosto quell'unione, e restò il Papa senza gente; quindi abbandonando l'impresa tosto in Benevento tornossene. Ruggiero che non voleva con lui brighe, gli fece richieder di nuovo la pace, ed abboccatisi insieme presso Benevento sopra un ponte che fecero drizzare nel fiume Calore, fu quella subito conchiusa nel principio di quest'anno 1128[441], ed i patti furono, che Ruggiero, siccome i suoi predecessori aveano fatto, giurasse fedeltà al Papa, con promettergli il solito censo; ed all'incontro Onorio gli desse l'investitura del Ducato di Puglia e di Calabria, secondo il tenore dell'altre precedenti, siccome fu eseguito[442]. Riuscì cotanto profittevole per la Chiesa romana questa pace, che ribellandosi poco da poi i Beneventani, Ruggiero, che con buona armata si trovava nella Puglia, tosto v'accorse, e ridusse quella città nell'ubbidienza della Chiesa.
Ma questo Principe avendo con tanta sua gloria composte le cose di queste province, ed acquistata l'amicizia del Pontefice Onorio, ritirossi in Palermo; e vedendosi per tante prosperità e benedizioni Signore di tante province, reputò mal convenirsi più a lui i titoli di Gran Conte di Sicilia, e di Duca di Puglia; ma un più sublime di Re doversene ricercare. Al che diede maggiori stimoli Adelaida sua madre, la quale essendo stata moglie di Balduino Re di Gerusalemme, ancorchè da poi ripudiata, riteneva il titolo Regio, ed alla conquista di quel Regno istigava il figliuolo Ruggiero, che movesse l'armi; aggiungendosi ancora il riflettere, che coloro, i quali anticamente aveano dominata la Sicilia, con titolo di Re aveanla signoreggiata[443]; stimò dunque prender questo titolo, ed avendo costituita Palermo capo del Regno, Re di Sicilia, del Ducato di Puglia e di Calabria, e del Principato di Capua, volle chiamarsi; ed in cotal guisa da' suoi sudditi per Re salutato, ne' diplomi e nelle pubbliche scritture questi furono i titoli, che assunse: Rex Siciliae, Ducatus Apuliae, Principatus Capuae. Quindi il Fazzello narra, che nel mese di maggio dell'anno 1129, correndo allor il costume che i Re dalle mani de' loro Arcivescovi ricevessero la Corona e l'unzione del sacro olio, si facesse egli in Palermo in presenza de' principali Baroni, di molti Vescovi ed Abati, e di tutta la Nobiltà e Popolo, coronare per Re di Sicilia, e di Puglia da quattro Arcivescovi, da quelli di Palermo, di Benevento, di Capua e di Salerno: il che non poteva essere più legittimamente, e con più avvedutezza, e con maggior celebrità fatto. Altro non si ricercava perchè Ruggiero a tal sublimità s'innalzasse, e legittimamente il titolo di Re ricevesse. Al volere del Principe concorreva ciò che principalmente, anzi unicamente sarebbe bastato, cioè la volontà de' Popoli, che lo acclamarono, la quale prima d'essersi introdotta la cerimonia di farsi ungere e coronare da' Vescovi, era riputata sufficientissima. Così fu da noi altrove osservato, che Teodorico Ostrogoto fu gridato Re d'Italia, e così gli altri Re longobardi. I riti e le cerimonie furon sempre varie, siccome le Nazioni, alcune usavano innalzare l'eletto sopra uno scudo; altre si servivano dell'asta, ed altre d'altro segno[444].
Ma trovandosi ora introdotto il costume, che questa celebrità si faceva per mano de' Vescovi, li quali ponevano all'eletto la Corona sul capo e l'ungevano coll'olio sacro: non fu trascurato in quest'occasione da Ruggiero; poichè essendo stato egli acclamato Re, oltre della Sicilia, anche del Ducato di Puglia e di Calabria, e del Principato di Capua e di Salerno, che abbracciava queste nostre province, furono perciò adoperati que' quattro Arcivescovi, a' quali per antica usanza s'apparteneva d'ungere e coronare i loro Principi; i quali rappresentando per le loro province, delle quali erano Metropolitani, tutta la Sicilia, e tutta questa nostra cistiberina Italia, venivan a coronarlo quasi di quattro Corone in un istesso tempo, cioè l'Arcivescovo di Palermo per la Sicilia, ed i nostri tre Arcivescovi per tutte quelle province, che anticamente eran comprese ne' Principati di Benevento, di Capua e di Salerno: il che non si fece senz'esempio, poichè avevano potuto osservare che gli altri Re solevano di tante Corone coronarsi di quanti Regni essi aveano; nè perciò da un solo Vescovo, ma da più era solito farsi incoronare, siccome Hinemaro Vescovo di Rems narra della coronazione di Carlo il Calvo fatta a Metz nell'anno 869.
Non poteva dunque essere più legittimamente fatta la coronazione di Ruggiero, nè poteva alcun dolersi, che questo Principe senza ricercar altro lo facesse. Ma i Pontefici romani, come si è altrove notato, fra le altre loro magnanime intraprese, onde proccuravan d'ingrandire la loro autorità, erano entrati nella pretensione, che niun Principe cristiano potesse assumere il titolo di Re senza loro concessione e permesso. E tanto più s'erano resi animosi a pretenderlo, quanto che l'istessa autorità s'arrogavano nell'elezione degli Imperadori d'Occidente, pretendendo che senza di essi niun potesse innalzarsi a quella sublimità, e che dalle loro mani dipendesse l'Imperio, nè s'arrossivano di dire che l'Imperio, siccome tutti gli altri Regni, dipendessero da loro, come credettero Clemente V ed Adriano. Nè mancò chi scrivendo all'istesso Imperador Federico I non avesse difficoltà di dirgli in faccia, che l'Imperio fosse un beneficio de' romani Pontefici, di che Federico ne fece quel risentimento che ciascun sa, obbligando quel Papa, per emendare la sua jattanza a ricorrere a guisa di pedante a spiegar la parola beneficio, ed in qual senso egli avessela presa. Essi adunque co' Principi si vantavano di poterlo fare, e d'aver tal potestà come Vicarj di colui, per quem Reges regnant. Ed i Principi all'incontro n'erano ben persuasi, e credevano, che siccome i Re d'Israele erano con molta solennità unti da' Profeti, così essi per esser riputati Re dovean da loro farsi ungere e coronare. Quindi nacque che molti Principi della Cristianità non aveano difficoltà di promettergli perciò tributo, o rendersi Feudatari della Chiesa romana. Così fin dall'anno 846 Etelulfo Re d'Inghilterra portatosi in Roma, e fattosi confermare il titolo di Re da Papa Lione IV, rese i suoi Regni tributarj alla Sede Appostolica d'anno in anno d'uno sterlino per famiglia, e cotesto tributo, che denominossi il denajo di S. Pietro, fu da poi pagato per insino al tempo d'Errico VIII. E vie più ne' tempi posteriori crescendo la loro ignoranza e stupidezza, si videro altri Principi seguitare quest'esempio, e rendergli tributo. Nel 1178 Alfonso Duca di Portogallo, avuto da Alessandro III il titolo regio per gli egregi fatti da lui adoperati contro i Mori di Spagna, gli promise il censo. Lo stesso fece Stefano Duca d'Ungheria, quel di Polonia, d'Aragona, ed altri Principi; tanto che l'istesso Bodino[445] non ebbe difficoltà di dire, i Re di Gerusalemme, d'Inghilterra, d'Ibernia, di Napoli, Sicilia, Aragona, Sardegna, Corsica, Granata, Ungheria, e dell'isole Canarie essere Feudatarj della Chiesa romana. E l'accortezza de' Pontefici romani fu tanta, che per conservarsi con quei Principi questa sovranità, ancorch'essi fossero veri Re, e così da Popoli salutati, e dagli altri Principi d'Europa reputati, nulladimanco vedendo che non si curavano di ricever da essi questi stessi titoli, con facilità perciò loro gli davano, e quelli coll'istessa facilità gli accettavano, non badando all'arcano che si nascondeva sotto quella liberalità: così negli ultimi tempi a Paolo IV nostro Napoletano gli venne fantasia d'ergere l'Ibernia in Regno, e se bene Errico VIII l'avesse prima fatto, e questo titolo fosse continuato da Odoardo, da Maria e dal marito, nulladimanco dissimulando il Papa di saper il fatto d'Errico volle fare apparire ch'egli ergesse quell'isola in Regno, perchè in quella maniera il Mondo credesse, che de' soli Pontefici romani fosse l'edificare, e spiantar Regni, e che il titolo usato dalla Regina fosse come donato dal Papa, non come decretato dal padre. Lo stesso i nostri maggiori videro nella persona del Duca di Toscana, innalzato da' Pontefici con titolo di Gran Duca. E se la cosa si fosse ristretta a' soli Pontefici romani sarebbe stata forse comportabile, ma si giunse, che fino gli Arcivescovi di Milano s'arrogavano l'autorità di far essi i Re d'Italia, come si è veduto ne' precedenti libri di questa Istoria.
Ma dall'altra parte non era meno strana la pretensione, che aveano gl'Imperadori d'Occidente, di poter essi ancora dar titoli di Re, ed ergere gli Stati in Reami: essi lo pretendevano perch'essendo risorto l'Imperio d'Occidente nella persona di Carlo M., ed essendo successori di quell'Augusto Imperadore, credevano ben come tali di poterlo fare in tutto Occidente; e se il Senato romano intraprendeva ben questa potestà nello Stato popolare di fare Re, molto più essi credevano a loro appartenersi. Sopra tutti gl'Imperadori Federico I ebbe questa fantasia: egli mandò la spada e la Corona regale a Pietro Re di Danimarca, attribuendogli il nome di Re per titolo d'onore solamente, con espressa riserva (come rapporta Tritemio[446]) della sovranità del suo paese all'Imperio; il che fu dannoso allo stesso Imperio, poichè perciò li Re di Danimarca presero a poco a poco occasione di sottrarsi dalla soggezione dell'Imperio, e da poi si sono resi affatto Sovrani in conseguenza del titolo di Re.
(Girolamo Muzio Chron. Germ. lib. 20 Crusius Annal. Suevie. part. 3 lib. 2 cap. 2 Bodin. de Rep. lib. 2 cap. 3 ciò attribuiscono a Federico II non al I: vedasi Sigonio de Regno Italiae Lib. 13 che rapporta il fatto di Barisone creato Re di Sardegna ad istanza, e con denari de' Genovesi).
L'istesso Imperadore diede titolo di Re al Duca d'Austria; ma a costui avvenne tutto il contrario che a' Re di Danimarca, poichè avendo ottenuto questo titolo con egual riserba della sovranità, volle troppo presto allontanarsi dal suo Sovrano, ed avendo rifiutato d'ubbidirlo, ne fu privato dodici anni da poi di questa qualità di Re, e costretto chiamarsi solamente Duca. Questo medesimo Imperadore diede ancora titolo di Re al Duca di Boemia con la medesima ritenzione di Sovranità: nel che non ci ebbe da poi alcuna mutazione, sì per la picciolezza del suo Reame vicino alla sede imperiale, come perchè questo Re è uno degli Elettori.
Altrove fu notato, che alcuni credettero, l'Inghilterra avere un tempo ancor ella salutato l'Imperadore come Feudataria, come fra gli altri scrisse Cujacio[447], la Francia non giammai. Ma gl'Inglesi glie ne danno una mentita, ed Arturo Duck[448] dice, che Cujacio senza ragione ciò scrisse; poichè nell'istesso secolo, che la Francia scosse la dominazione dell'Imperio, la scosse ancora l'Inghilterra, e che non meno i Franzesi, che i Brittanni sono indipendenti dall'Imperio.
Da queste pretensioni, che il Papa e l'Imperadore tennero di poter creare Re, e che tutti i dominj dipendessero da loro, ne surse da poi presso i nostri Dottori, secondo le fazioni, un ostinato contrasto, e chi sosteneva secondo i sentimenti di Clemente e di Adriano, che l'Imperio e tutti i Regni dipendessero dal Papa: chi all'incontro dall'Imperadore; e Bartolo[449] sostenitore delle ragioni dell'Imperio, s'avanzò tanto in questa opinione, e passò in tale estremità, che non ebbe difficoltà di dire esser eretico chi niega l'Imperadore esser Signore di tutto il Mondo: ciocchè meritò la riprensione di Covarruvia[450], e d'altri Scrittori, che riputarono cotal proposizione degna di riso.
Ma se bene erano fra lor divisi in sostenere le pretensioni, o dell'uno o dell'altro, furono però d'accordo in dire, che tutte le Sovranità del Mondo cristiano dipendessero, o dal Papa o dall'Imperadore. Proposizione quanto falsa, altrettanto repugnante al buon senso, ed a quel che osserviamo negli altri Regni e Monarchie; poichè la Sovranità non procede altronde, che o dalla conquista, o dalla sommessione de' Popoli; nè il Papa, secondo quel che si sarà potuto notare in più luoghi di quest'Istoria, come successore di S. Pietro, o Vicario di Cristo ha ragione di poterlo pretendere, non essendo stata questa la potestà data a S. Pietro da colui, che si dichiarò il Regno suo non esser di questo Mondo, ma quella fu tutta spirituale, e tutta drizzata al Cielo, come a bastanza nel primo libro. quando della politia ecclesiastica ci fu data occasione di ragionare, fu dimostrato. E se oggi lo vediamo Signore di tanti Stati, ed aver sì belle ed insigni prerogative negli Stati altrui, tutto fu o per concessione de' Principi e loro tolleranza, o per consuetudine, che col tempo introdotte, per la loro esquisita diligenza ed accortezza, avendo a lungo andare poste profonde radici, non poteron poi in molte parti più sradicarsi, come ne può esser ben chiaro esempio questo nostro Reame, che per volontaria esibizione de' suoi Principi fu reso a quella Sede feudatario, i quali o per loro concessione o tolleranza molte cose su di esso le permisero: delle quali avremo molte occasioni di notare nel corso di questa Istoria.
E molto meno gl'Imperadori d'Alemagna potean ciò pretendere; poichè se si parla di que' Regni, che da Carlo M. non furono conquistati, come le Spagne, e tanti altri, non vi può cader dubbio alcuno, che rimasero vere Monarchie, e dall'Imperio independenti. Nè restituito l'Imperio d'Occidente nella persona di quell'Augustissimo Principe si fece altro, che siccome egli parte per successione, parte per conquista, si vide ingrandito di tanti Regni e province, onde meritamente potesse darsegli titolo d'Imperadore; così essendosi da poi in tempo de' suoi successori molti Regni e molte province perdute, e sottratte dall'Imperio, ritornarono essi così come erano prima, che Carlo M. assumesse quel titolo; e per conquista, o per sommessione de' Popoli, essendo passati sotto la dominazione d'altri Principi, questi come veri Monarchi e veri Re independenti gli possederono, siccome fu l'Inghilterra, ed il Regno di Francia; ed i Franzesi pretendono, che la Francia non solo non fu unita da Carlo M. all'Imperio, ma vogliono che più tosto l'Imperio, fosse stato membro della Monarchia franzese.
Così Ruggiero, per quel che s'attiene alla Sicilia, come quella che non mai fu da Cario M. conquistata nè all'Imperio d'Occidente sottoposta, ma più tosto a quel d'Oriente, non avea alcun bisogno, volendo ridurla in forma di Regno, come fu anticamente, di ricorrere all'Imperador d'Occidente. E se bene, per quel che riguarda a queste nostre province, v'avessero avuta i medesimi in alcune d'esse la Sovranità, e per Sovrani da' Principi longobardi fossero riputati, come furon quelle, che nel Ducato beneventano, quando era nella sua maggior grandezza, erano comprese; nulladimanco i Normanni le sottrassero da poi totalmente dall'Imperio, così dall'occidentale, come, per quel che riguarda la Puglia e la Calabria, dall'orientale, e come independenti da quest'Imperj le dominarono. E quantunque dagl'Imperadori d'Occidente avessero nel principio ricevute l'investiture della Puglia, nientedimeno, come si è veduto, ciò non ebbe alcun effetto, perchè i Normanni da poi più tosto si contentarono essere Feudatarj della Sede Appostolica, che dell'Imperio. Nè gl'Imperadori d'Occidente molto se ne curarono. Egli è però vero, che così Lotario II come gli altri suoi successori, quando le occasioni loro si presentavano, non si ritennero di movere queste loro pretensioni di Sovranità: così Lotario, quando s'ebbe da investir Ranulfo del Ducato di Puglia e di Calabria contro il nostro Ruggiero, pretese volerlo egli investire, e pretendendo il Papa Innocenzio II all'incontro ciò appartenersi a lui; per non far nascere infra lor discordie, delle quali se n'avrebbe potuto profittar Ruggiero, inimico comune, si convenne che tutti due insieme l'investissero, come fecero investendolo per lo stendardo. E del Principato di Salerno e d'Amalfi, del quale i Papi non si trovavano aver ancora fatta alcuna investitura a' Normanni, vi fu tra Innocenzio II e l'istesso Lotario contrasto; pretendendo Lotario doverlo investir egli: al che s'oppose fortemente il Papa, onde nacquero fra loro quelle discordie, delle quali si seppe ben valere il nostro Ruggiero[451]. E per quest'istesse pretensioni in tempi men a noi lontani Errico VII, il primo Imperadore che fu della illustre Casa di Lucemburgo, citò Roberto Re di Napoli, e Conte di Provenza avanti il suo Tribunale a Pisa, perchè pretendeva che il Regno di Napoli fosse Feudo dell'Imperio: come in fatti lo bandì, e lo depose dal Reame, del quale investì Federico Re di Sicilia, il quale in effetto venne in Calabria per conquistarlo, e prese Reggio, e molte altre Piazze di quella riviera. Ma essendo poco da poi morto Errico, svanì l'impresa ed egli deluso in Sicilia fece ritorno.
Ma essendosi da poi l'Imperio di costoro ristretto nell'Alemagna, ed oggi giorno considerandosi come semplici Principi, senza che possan pretender Sovranità nell'istesso Imperio, dove in effetto quella risiede come ha ben provato Bodino; ed all'incontro essendosi gli altri Principi per lungo corso di anni ben stabiliti ne' loro Stati e Reami con totale independenza dall'Imperio, vantano oggi con ben forte ragione essere i loro Stati vere Monarchie, siccome se ne vanta il nostro Reame, non ostante l'investiture che i nostri Principi ricevano da' Sommi Pontefici; le quali, come vedrassi nel corso di quest'Istoria, non derogano punto all'independenza ed alla sovranità, ed alle supreme regalie, delle quali sono adorni, e per le quali son reputati, come lo sono, veri Monarchi.
Ma ritornando alla coronazione del nostro Ruggiero se bene in questi tempi gl'Imperadori d'Occidente pretendessero Sovranità sopra queste nostre province; nulladimeno i Pontefici romani l'aveano di fatto esclusi e solamente era loro rimasa la pretensione. I Principi normanni non si curavano per ciò aver da essi l'investiture, e niun pensiero se ne prendevano. Ma all'incontro era in ciò, ed a questi tempi così grande l'autorità de' Papi, che i Principi senza di loro stimavano non poter assumer nè titolo di Re, nè altro più spezioso, che vi fosse, e sopra gli altri ne stavano ben persuasi i Principi normanni, e Ruggiero stesso.
Anzi non sono mancati diligenti Autori, che scrissero Ruggiero non mai aver avuto quest'ardimento per se solo d'incoronarsi Re, ed assumere quel titolo senza loro permissione e beneplacito; e che una sola volta fosse stato incoronato da Anacleto nell'anno 1130 non già due, una da se solo nell'anno 1129, l'altra da Anacleto nel seguente anno. Nel che non vogliamo miglior testimonio dell'accuratissimo Pellegrino[452], il quale per l'autorità di Falcone beneventano, e dell'Abate Telesino, sostiene che sol una volta Ruggiero si facesse incoronare, e ciò per autorità d'Anacleto: poich'essendo per la morte d'Onorio, accaduta in febbraio dell'anno 1130 nato lo scisma tra Innocenzio II ed Anacleto II, eletti ambedue nell'istesso giorno da due contrarie fazioni per romani Pontefici, piacque a Ruggiero seguire il partito d'Anacleto, il quale riputando ciò a sua somma ventura, perchè munito di sì valido appoggio potesse resistere al partito d'Innocenzio, proccurava di non negargli cosa che gli cercasse; in fatti venuto Anacleto in Avellino nel mese di ottobre di quest'istesso anno, quivi s'appuntò di coronarlo, siccome nell'istesso mese ritornato in Benevento, in questa città gli spedì la Bolla, che si legge presso il Baronio; ed avendo Anacleto mandato in Sicilia un suo Cardinale perchè lo incoronasse, fu Ruggiero dal medesimo coronato in Palermo nel mese di dicembre dell'istesso anno nel giorno di domenica della Natività di N. S. con quella celebrità ed apparato, che ci descrive l'Abate Telesino Scrittor contemporaneo, che vi fu presente, e che fu molto famigliare, e cotanto caro a Ruggiero. Falcone Beneventano, Pietro Diacono[453], ma sopra tutti più minutamente l'Abate Telesino[454], e tutti gli antichi parlando di questa coronazione la narrano come la prima e l'unica, nè fanno memoria alcuna d'altra coronazione che Ruggiero per se stesso avessesi proccurata nell'anno precedente. Ed a dir il vero, se mai vi fosse stata, certamente l'Abate Telesino, che così a minuto scrisse i fatti di questo Principe, e con tanta esattezza quella che seguì per Anacleto, non avea motivo di tralasciar la prima, poichè avrebbe rapportato un fatto ch'egli come cotanto benevolo e familiare di Ruggiero, avrebbe approvato, nè in grazia di Ruggiero l'avrebbe taciuto. Nè avrebbe tralasciato di riferire tanta celebrità e pompa, nè il consenso di tanti insigni Prelati e Signori che narrasi essere intervenuto in questa prima coronazione, celebrata in tempo, che non vi era scisma alcuno nella Chiesa, anzi quando Onorio per la pace fatta con Ruggiero, rimase con questo Principe amicissimo.
Il primo che di tal coronazione, seguita con tanta celebrità per mano di quattro Arcivescovi, ci dasse riscontri fu il Fazzello[455], da cui forse il Sigonio l'apprese. Ma questi con tanta incoerenza unisce insieme molte cose, che non ci dee far molta autorità. Altri per dar credenza a questo racconto, allegano una Cronaca[456] non ancor impressa d'un tal Maraldo Monaco Cartusiano; ma non dicono di quanta antichità fosse; nè Maraldo fa menzione che d'una sola coronazione. Per questi argomenti, e perchè tutti gli Antichi la tacciono, nè d'essa fanno alcuna memoria, il Pellegrino porta opinione che Ruggiero non si fece coronare se non una sol volta, e ciò per autorità di Anacleto, ch'egli in quello scisma riputava, come lo riputavano allora non solo i suoi Regni, ma gran parte d'Italia, ed i Romani stessi, vero Pontefice, come colui che ebbe la maggior parte de' Cardinali che lo elessero, se bene Innocenzio un poco più prima di lui fosse stato eletto dalla minor parte. So che Inveges non acquetandosi a questi argomenti del Pellegrino, porta opinione contraria; narra, che Ruggiero, essendosi coronato per propria autorità, eletto che fu Innocenzio, avessegli richiesto, che con sua Bolla gli confermasse questa coronazione; ma che poi non avendo potuto ridurre Innocenzio a confermarla, abbandonando il partito d'Innocenzio, fosse ricorso ad Anacleto, il quale volentieri gli compiacque. Che che ne sia, o fosse stata questa la prima, ovvero la seconda coronazione di Ruggiero, egli è certo che questo Principe reputò non bene, nè stabilmente o legittimamente poter assumere quel titolo, nè ergere i suoi Stati in Reami, se non vi fosse stato il permesso, o conferma di Anacleto ch'egli reputava vero Pontefice, al quale avea renduti i suoi Stati tributari, e de' quali i suoi maggiori ne aveano ricevute l'investiture.
§. I. Investitura d'Anacleto data a Ruggiero I Re di Sicilia.
Allora fu che Anacleto, cui tanto premeva l'alleanza ed amicizia di Ruggiero, oltre ad averlo costituito Re, ed ordinato a tutti i Vescovi ed Abati de' suoi dominj, che lo riconoscessero per tale, e gli giurassero fedeltà, concedè a questo Principe una più ampia investitura, che i suoi predecessori Duchi di Puglia non aveano potuto mai ottenere: poichè oltre ad investirlo della Sicilia, della Puglia e della Calabria, gli diede ancora l'investitura del Principato di Capua, e quel che parrà strano, altresì del Ducato napoletano, come sono le parole della Bolla[457], e come eziandio rapporta Pietro Diacono[458].
Che glie le dasse del Principato di Capua, ancorchè pure fosse cosa molto strana, che nell'istesso tempo, che quello veniva posseduto da Roberto, il qual n'era Principe, volesse investirne altri; poteva però sostenersi il fatto, ed era scusabile, perchè avendo i Principi di Capua suoi predecessori da' Papi ricevuta l'investitura di quel Principato, tal che venivano riputati ancor essi Feudatari della Sede Appostolica, non altrimenti che i Duchi di Puglia e di Calabria, ed avendo voluto quel Principe seguitare il partito di Innocenzio suo inimico, avrebbe potuto forse così colorirsi e darsi al fatto comportabile apparenza. Ma del Ducato napoletano, ch'era dall'Imperio d'Oriente dipendente, e che in forma di Repubblica si governava dal suo Duca, che in quel tempo era Sergio, con qual appoggio potesse farlo Anacleto, non si sa veramente comprendere; e se pure i Napoletani, ciò che lor s'imputava, seguivano il partito d'Innocenzio, ciò non recava a lui ragione di disporre di quel Ducato, che per niuno pretesto poteva appartenergli. Ma tutte queste considerazioni niente impedivano allora a' Pontefici romani di far ciò che poteva ridondare in maggior loro grandezza: erano già avvezzi d'investire altrui di paesi che essi non possedevano, e sopra de' quali non vi avean che pretendere, come fecero della Sicilia e di quest'altre nostre province.
Nè a Ruggiero molto premea d'andar esaminando cotali diritti, bastava con ciò aver un minimo appoggio, affinchè quel che il Papa gli concedeva colla voce e colle scritture, potesse egli conquistarlo con le armi; credendo così giustificare le sue conquiste, siccome ben seppe fare poco da poi, che discacciato Roberto da quel Principato, e mossa guerra a' Napoletani, si rese padrone così dell'uno, come dell'altro Stato.
Ma potrebbe per avventura recar maraviglia come in questa occasione non fosse stato investito Ruggiero anche del Principato di Salerno. Ciò avvenne perchè i Pontefici romani pretendevano che quel Principato interamente s'appartenesse alla Chiesa romana, se bene non si sappia per qual particolar ragione. Perciò Gregorio VII, perciò tutti gli altri suoi successori lo eccettuaron sempre nell'investiture, come abbiamo osservato. Ed in fatti quando Lotario, avendolo tolto a Ruggiero se ne rese padrone, e volle appropriarselo, Innocenzio se ne offese, ed acremente se ne dolse, dicendo, che quello s'apparteneva alla Chiesa romana, ciò che fu motivo di discordia fra il Papa e Lotario, come rapporta Pietro Diacono[459]. L'investitura fu data a Ruggiero, a' suoi figli, ed eredi di quelli jure perpetuo. Ed il censo fu stabilito di seicento schifati l'anno[460].
CAPITOLO I. Papa Innocenzio II collegatosi coll'Imperador Lotario move guerra al Re Ruggiero. Il Principe di Capua, ed il Duca di Napoli s'uniscono con Lotario, sono disfatti, e Ruggiero occupa i loro Stati.
Intanto Innocenzio, vedendo che il partito d'Anacleto, a cui Ruggiero erasi unito, era più potente del suo, e che egli dentro Roma non poteva contrastargli la Sede, come quegli, ch'era figliuolo di Pier Lione, ricco e potente cittadino romano, erasi partito nascostamente da Roma con que' Cardinali, che l'avevano creato Papa, ed andossene a Pisa, ove fu da' Pisani come vero Pontefice ricevuto con tutti i segni di stima e d'ossequio. Pisa in questi tempi, infra le città d'Italia, erasi molto distinta per la potenza e valore de' suoi cittadini, ma molto più per le forze ed armate marittime che manteneva; onde Innocenzio, imbarcatosi di là ad alcun tempo su le lor galee, se ne passò in Francia per indurre il Re Lodovico a prender la sua protezione contro agli sforzi del suo rivale. Quivi giunto ragunò un Concilio nella città di Rems, ove scomunicò Anacleto e tutti coloro, che seguivano la sua parte; ma vedendo, che il Re di Francia non poteva somministrargli quegli aiuti, de' quali allora avea bisogno, proccurò impegnar Lotario Imperadore alla sua difesa, nel quale trovò maggior disposizione e prontezza che in Lodovico. Aspirava egli di togliere a Ruggiero queste province, che credeva essergli state usurpate da questo Principe; e con tal opportunità di indurre ancora il Papa a concedergli le cotanto contrastate investiture. In effetto la prima cosa che cercò ed ottenne da Innocenzio furono le investiture, le quali tosto le furono accordate, come scrive Pietro Diacono[461] Autor contemporaneo. Il Baronio dando una mentita a questo Scrittore, dice, che avendo Lotario ciò preteso, gli fu fatta resistenza da Bernardo Abate di Chiaravalle, il quale consigliò Innocenzio, che non v'assentisse, e che secondo il suo consiglio Innocenzio ne l'avesse escluso, allegando lo Scrittore della vita di questo Santo, che fu Bernardo di Bonavalle Scrittore di tempi più bassi.
Che che ne sia, Innocenzio dispose l'Imperadore a calar tosto in Italia, e giunto in Roma insieme con lui, trovandosi occupata la chiesa di S. Pietro da Anacleto, Innocenzio albergò nel Palagio di Laterano, e l'Imperadore con suoi soldati s'attendò alla chiesa di S. Paolo. Frattanto al partito d'Innocenzio eransi aggiunti molti Baroni della Puglia mal soddisfatti di Ruggiero. I più segnalati fra gli altri furono Rainulfo Conte d'Airola e d'Avellino, Roberto Principe di Capua e Sergio Duca di Napoli. Rainulfo ancorchè cognato del Re, come quegli che teneva per moglie Matilda sua sorella, erasi disgustato con Ruggiero per cagion, che trattando egli troppo severamente la moglie, obbligò Ruggiero a togliergliela, e fattala venire a lui, l'inviò in Sicilia con un figliuolo di lei, e del Conte chiamato Roberto; ed avendo intimata al Conte la guerra gli tolse Avellino e Mercogliano, ed oltre a ciò, venuto in suo potere Riccardo fratello di Rainulfo, il quale parlava baldanzosamente contro di lui, gli fece cavar gli occhi e tagliar il naso. A Rainulfo unissi Roberto Principe di Capua mal soddisfatto degli andamenti del Re, il quale apertamente aspirava a togliergli il suo Principato, del quale, non ostante che Roberto ne fosse in possesso, si fece da Anacleto dar l'investitura. In questi medesimi sospetti per le medesime cagioni era entrato Sergio Duca di Napoli, il quale se bene (se deve prestarsi fede all'Abate Telesino, poichè l'Arcivescovo Romualdo, e Falcone beneventano non fanno in questo tempo menzione alcuna di tal fatto) dimorando il Re in Salerno dopo la vittoria ottenuta sopra gli Amalfitani, atterrito dalla sua potenza ed estremo valore, venisse a sottoporre la città di Napoli al suo dominio; nulladimanco tale sommessione, se vi fu, non ebbe alcun effetto, poichè da poi volle sostenere con tutto lo spirito la libertà della sua città, e fugli fiero inimico congiurandosi insieme con Roberto e Rainulfo in favore del partito d'Innocenzio; e non bastando a questi tre aver infra di loro fermata questa lega, sollevarono ancora molte altre città della Puglia, e trassero con loro molti Baroni, che ribellando contro il lor Sovrano presero le armi contro chi men doveano e contro il proprio Principe le rivoltarono, ponendogli sossopra queste province di qua del Faro. E maggiore fu la baldanza di questi congiurati, quando seppero che Lotario insieme con Innocenzio in quest'anno 1133 era entrato in Italia, e giunti a Roma, ad una nuova e più vigorosa spedizione contro Ruggiero si apparecchiavano; onde per accelerar l'impresa tosto si portarono in quella città il Principe Roberto, il Conte Rainulfo e molti altri Baroni di queste province insieme con molta altra gente per discacciar Ruggiero affatto da tutta la Puglia.
Accadde allora nel mese di giugno di quest'anno 1133 la coronazione di Lotario seguita in Roma con molta pompa per le mani d'Innocenzio, nella cui celebrità essendo concorsi molti Duchi, Marchesi e altri Baroni d'Italia, fu data occasione a Lotario, siccome i suoi maggiori solevano fare in Roncaglia, di stabilire a loro richiesta alcune leggi feudali, onde dopo Corrado il Salico, fu egli il secondo, che su i Feudi promulgasse leggi scritte; e fu allora da lui confermata la celebre legge di Corrado intorno alla successione de' nepoti e de' fratelli, della quale si fece da noi menzione ne' precedenti libri, quella appunto che vedesi registrata nel secondo libro de' Feudi[462], e che malamente fu dal Molineo e dal Pellegrino attribuita a Lotario I, dando occasione all'errore, per vedersi per incuria degl'Impressori in luogo d'Innocenzio esservi stato posto il nome d'Eugenio, come avvertì saggiamente Cujacio. Nè dovea moversi l'avvedutissimo Pellegrino a credere, che non potesse tal costituzione essere di questo Lotario poichè nell'iscrizione che porta, si legge: Constitutiones Feudales Domini Lotarii Imperatoris, quas ante januam B. Petri in Civitate Romana condidit: quasi che non potesse sentirsi di questo Lotario, il quale non potè con Innocenzio stabilire queste leggi ante januam B. Petri, quando siccome narra Ottone Frisingense[463], il Palazzo di S. Pietro veniva allora occupato da Anacleto; poichè, o l'iscrizione è viziata, siccome in vece d'Innocenzio fu per ignoranza ancora posto Eugenio, o pure non è incredibile, che Anacleto avesse ciò permesso a Lotario, quando ciò niente dovea importargli; tanto maggiormente che presso appurati Scrittori si legge[464], che giunto Lotario in Roma per mezzo d'uomini saggi e religiosi ebbe molti trattati con Anacleto di levare così grave scisma nella Chiesa, e ben potè in questo mentre seguire quella celebrità avanti la porta del Palazzo di S. Pietro.
Ma non minore fu in ciò l'errore del nostro Andrea d'Isernia, il quale reputando, e con verità, che le Costituzioni, che stabilì Lotario in quest'anno in Roma, non potevano obbligare queste nostre province, le quali da Ruggiero s'erano affatto all'Imperio sottratte, non potè darsi a credere che fra i Sapienti delle altre città di Italia, che intervennero in quella Assemblea co' Duchi, Marchesi ed altri Baroni della medesima, come di Milano, Pavia, Cremona, Mantova, Verona, Trivigi, Padua, Vicenza, Parma, Lucca e Pisa, vi avessero potuto anche intervenire quelli della città di Siponto, come si legge in quella Costituzione: città a questi tempi ancor celebre della Puglia, come da' precedenti libri di questa Istoria s'è potuto in più occasioni notare, la quale al dominio di Ruggiero era sottoposta: onde si diede ad indovinare, o che il luogo fosse corrotto, ed in vece di Syponti, dovesse leggersi Senarum, ovvero (ciò che deve condonarsi alla rozzezza di quel secolo nel quale scrisse) che vi fossero un'altra città in Lombardia, o nella Toscana chiamata Siponto. Poichè niente strano deve sembrare, che vi fossero in quella Radunanza intervenuti ancora i Sapienti di Siponto, a chi considera, che quella si tenne in tempo nel quale, se bene quelle province, che oggi compongono il nostro Regno, fossero state già da Ruggiero all'Imperio sottratte; nulladimeno per la congiura in questo tempo ordita dai Baroni contro questo Principe, i quali seguendo il partito di Roberto Principe di Capua, e di Rainulfo Conte d'Avellino eransi ribellati, ed aveano costretto Ruggiero ad abbandonar la Puglia, e di ritirarsi in Sicilia per unire le sue armate e reprimere la ribellione, come da poi fece: non potè Ruggiero impedire la loro andata in Roma, li quali tanto più si resero animosi contro di lui, quando intesero che Lotario era colà giunto per movere, insieme uniti, guerra contro di lui: e perciò non poterono i Sapienti di Siponto, allora ribelli, recar pregiudicio a Ruggiero, in maniera che fossero obbligati i di lui vassalli osservare quella Costituzione di Lotario suo inimico, come diremo ad altro proposito.
Ma tanti apparati di guerra e tanti inimici di Ruggiero insieme aggiunti, non poterono mai costernare l'animo di questo invitto Principe: egli tornato da Sicilia con poderose armate, dopo varia fortuna, che lo rese ora perdente, ora vincente, finalmente dissipò i suoi inimici: obbligò Lotario a tornarsene senza alcun frutto in Alemagna: costrinse Innocenzio a ritirarsi di nuovo in Pisa, ove celebrò un altro Concilio. Abbattè l'orgoglio di Rainulfo e di Roberto; e repressa la ribellione de' Baroni di Puglia, restituì questa provincia alla sua ubbidienza: e niente altro rimaneva perchè tutto questo Reame passasse sotto la sua dominazione, fuorchè Napoli, Benevento e Capua, e gli Stati del Conte Rainulfo; onde fermato in Salerno, alla conquista di queste città fu totalmente rivolto, e sopra ogni altra di Capua e di Napoli; onde a tal fine fece ritorno in Sicilia per approntar nuove forze per conquistarle.
Il Principe Roberto, che ben prevedea il male, che gli soprastava, non tralasciò ogni sforzo per impedirlo, s'unì co' Pisani, e gito in Pisa ottenne da' medesimi valido soccorso di molte navi e soldati[465]. Proccurò anche che a' Pisani si unissero in suo ajuto i Genovesi, ed i Veneziani; onde ritornato nel Principato di Capua, andossene in Napoli, ove fu caramente ricevuto da Sergio, e dal Conte Rainulfo che in questa Piazza erasi ritirato. Espose a' medesimi la lega, che nuovamente avea conchiusa in Pisa in presenza d'Innocenzio co' Pisani, Genovesi e Veneziani, e come avea promesso a' Pisani, acciocchè fossero venuti in suo soccorso, tremila libbre d'argento. Fu con gran giubbilo intesa da Sergio, e da' suoi confederati questa novella, onde senza frapporvi dimora, tolsero ambedue gli argenti delle Chiese di Napoli e di Capua, e fattane quella somma di moneta, prestamente la mandarono a' Pisani.
Ma ecco che mentre costoro così si sforzano di resistere a Ruggiero, che questo Principe ritornando da Sicilia con sessanta galee, giunge in Salerno, e tosto sopra Napoli pose l'assedio; ma difendendosi questa città con estremo valore, abbandonolla, e verso Capua drizzò li suoi eserciti; ed avendo presa Nocera, e molti altri castelli di quel contorno, fu Capua assalita, la quale incontanente gli si rese[466]. Il Re entrato in quella, vi fu a grande onor ricevuto, ed avendo dopo breve contrasto conquistati gli altri luoghi del Principato, tornò di nuovo a cinger Napoli di stretto assedio.
Ecco come in quest'anno 1135 Ruggiero dopo varj casi unì agli altri suoi Stati il Principato di Capua, del quale aveane già avuta l'investitura da Anacleto. Egli poco da poi ne investì Anfuso suo figliuolo, dandogli di sua mano lo Stendardo, ch'era a questi tempi la cerimonia, che s'accostumava nelle investiture; e fu perciò Anfuso da' Capuani per lor Principe salutato, giurandogli fedeltà. Ma egli è ben da notare, che i Capuani giurarono fedeltà ad Anfuso, salva tamen Regis, et filii ejus Rogerii (Ducis Apuliae) fidelitate, qui ei in Regnum successurus erat, come rapporta l'Abate Telesino; poichè avendo Ruggiero al suo Regno unito il Principato di Capua, ancorchè ne avesse investito Anfuso, non volle però che lo reggesse independentemente dalla Corona, e da lui, e dal suo figliuolo Ruggiero Duca di Puglia, dichiarato successore del Regno.
Avea il Re Ruggiero dalla sua prima moglie, che fu Alberia figliuola d'Alfonso Re di Spagna, generati cinque figliuoli. Il primo, che dovea succedergli al Regno, ed il quale il padre l'avea perciò istituito Duca di Puglia, fu chiamato Ruggiero[467]; ma questi essendo a lui premorto nell'anno 1148 diede luogo agli altri suoi fratelli secondogeniti alla successione. Da questo Ruggiero narrasi, che fosse nato Tancredi, quegli, che succedè al Regno di Sicilia, riputato suo figliuolo bastardo, come si dirà più innanzi. Il secondo fu Tancredi, al quale il padre avea assignato il Principato di Bari, o veramente di Taranto, perchè allora non avea acquistato ancora quel di Capua: e questi pure prima di tutti gli altri suoi fratelli, premorì al padre prima dell'anno 1144.
Il terzo fu questo Anfuso, o come altri dicono Alfuso, onde Girolamo Zurita suspica che lo dicessero così dal nome d'Alfonso Re di Spagna suo avo materno: ma Wolfgango Lazio[468] è di parere, che sia nome Goto, derivato da Idelfonso, e questo da Hildibrunzo, vocabolo gotico, a favore scilicet et amore foederis. Costui da Ruggiero in quest'anno 1135 fu creato Principe di Capua; il quale poco da poi nell'anno 1139 essendo già passato il Ducato napoletano sotto la sua dominazione, fu fatto anche Duca di Napoli, secondo che scrive il Pellegrino; ma questi seguitò la sorte degli altri suoi fratelli maggiori, poichè premorendo pure al padre, finì li giorni suoi nel medesimo anno 1144.
Il quarto fu Guglielmo I quegli che dopo la morte d'Anfuso creato dal padre Principe di Capua e Duca di Napoli, e morto da poi Ruggiero altro suo fratello, fatto Duca di Puglia in suo luogo; finalmente nell'anno 1151 fu da Ruggiero assunto per suo Collega al Regno, e fu coronato e dichiarato suo successore; siccome morto suo padre gli successe, e per più anni tenne il Regno di Sicilia e di Puglia; poichè Errico altro suo fratello morì giovanetto vivente il padre avanti la morte di Ruggiero suo maggior fratello.
Ebbe Ruggiero altre mogli: Sibilla sorella del Duca di Borgogna, dalla quale presso i più diligenti Scrittori non si legge che avesse procreati figliuoli: Beatrice, dalla quale gli nacque Costanza, quella che destinata a cose più grandi con varie vicende si vide moglie d'Errico VI Imperadore, e dalla quale nacque il famoso Federico II. le cui gesta saranno ben ampio soggetto di quest'Istoria. E vi sono chi a queste tre mogli di Ruggiero aggiunge la quarta, che dicono essere stata N. sorella d'Anacleto, della famiglia di Pier Lione; e la quinta chiamata Airolda figliuola del Conte de' Marsi[469].
Ma mentre Ruggiero tenendo assediata Napoli, per mare travagliava questa città, scorgendo, che per l'estremo valore de' suoi cittadini non era per rendersi così subito, partissi dall'assedio, lasciando a' suoi Capitani la cura di quello, ed egli in Salerno fece ritorno; ove imbarcatosi sopra la sua armata passò in Sicilia per poter nella vegnente primavera ritornar con esercito più numeroso ad espugnarla, siccome narra Alessandro Abate di S. Salvatore della Valle Telesia, il quale qui termina i quattro libri della sua latina istoria normanna.
Intanto il Principe di Capua Roberto era andato in Pisa a cercar soccorso; ma non fu a tempo, poichè tornato da quella Città, ritrovò Capua già presa, e furono inutili tutti gli altri suoi sforzi, che fece da poi per riacquistarla; onde vedute disperate le sue cose, fece di nuovo in Pisa ritorno. Il Duca di Napoli Sergio ancora, vedendo in tale strettezza la sua città, temendo dell'ultima sua ruina, se non avea presti ajuti, imbarcatosi sopra un naviglio passò anch'egli in Pisa per soccorso, ma non avendolo potuto ottenere, tutto afflitto se ne tornò indietro a Napoli.
Ma il Principe Roberto avendo ritrovato in Pisa Papa Innocenzo, fu da costui stimolato a passare in Alemagna, e a chiedere in suo nome, ed in nome del Pontefice soccorso a Lotario Imperadore. Giunto egli in Lamagna fu caramente dall'Imperadore accolto, il quale lo rimandò tosto in Pisa con certa promessa di venire nel seguente anno in Italia a liberar la Chiesa di Roma dallo scisma, ed a restituire Roberto nel suo Principato. In questi tempi per la sua dottrina, e più per la bontà de' costumi Bernardo Abate di Chiaravalle aveasi acquistata in Europa gran fama di santità; onde non meno presso l'Imperadore, che del Papa Innocenzio era in somma stima tenuto, ed i suoi consigli erano di grande autorità, ed avendo proccurato Innocenzio in questo scisma trarlo alla sua parte contro Anacleto, non può dubitarsi che fu uno de' mezzi più adoperati ed efficaci a favor d'Innocenzio, e che prendendo le sue parti con ardore non gli portasse molto ajuto e conforto. Egli non si ritenne in queste congiunture scrivere calde e pressanti lettere all'Imperador Lotario, che come avvocato e difensore della Chiesa, calasse tosto in Italia a reprimere l'orgoglio de' Scismatici, ed a vendicarsi di Ruggiero. Ed il suo zelo fu tanto, che in una lettera che scrisse a Lotario, non ebbe alcun ritegno di chiamar Ruggiero usurpatore, e che ingiustamente aveasi usurpata la Corona di Sicilia, non altramente, che Anacleto la sede di S. Pietro: Caesaris est, e' diceva a Lotario, propriam vindicare Coronam ab usurpatore Siculo. Ut enim constat Judaicam sobolem Sedem Petri in Christo occupasse injurias sic proculdubio omnis, qui in Sicilia Regem se facit, contradicit Caesari; come se la Sicilia Ruggiero l'avesse sottratta all'Imperio d'Occidente, e Lotario dovesse reputarsi come un altro Ottaviano Augusto a riguardo di tutte le province del Mondo.
Furono però quest'inviti cotanto efficaci, che finalmente Lotario si dispone a calar la seconda volta in Italia con eserciti più poderosi e con forte deliberazione di abbattere lo scisma, e discacciar Ruggiero da queste province; scrisse perciò ad Innocenzio, che nella festività di S. Jacopo di quest'anno 1136 si sarebbe egli partito di Lamagna[470]. Papa Innocenzio tantosto inviò tal novella al Duca di Napoli Sergio, ed il Principe Roberto con cinque navi cariche di vettovaglia andò a soccorrer Napoli, che grandissima fame pativa, per tenerla i soldati del Re così stretta, che da niun lato per terra potevano introdursi viveri. E fatti certi Sergio ed i Napoletani della venuta dell'Imperadore, ritornò prestamente il Principe Roberto a Pisa, e di là n'andò ad incontrar Lotario, il quale ritrovò aver già passate le Alpi, ed essersi attendato a Cremona.
§. I. Lotario cala la seconda volta in Italia, ed abbatte le forze di Ruggiero.
Fu nel declinar di questo anno 1136 nel mese di novembre, che questo Imperadore fermato in Roncaglia (che come altre volte abbiam detto, è un campo piano e largo posto sopra il Po non molto lontano da Piacenza)[471] ragunò, secondo il costume de' suoi maggiori, una Assemblea di tutti gli Ordini così ecclesiastico di Arcivescovi e Vescovi, come de' Nobili, di Duchi, Marchesi, Conti, ed altri Baroni, e de' Magistrati delle città d'Italia, ove a richiesta de' medesimi per mezzo d'una sua Costituzione stabilì alcune altre leggi feudali, che riguardano principalmente la proibizione di poter alienare i Feudi. Questa Costituzione noi l'abbiamo nel libro secondo de' Feudi[472]; ed anche nel libro terzo delle leggi longobarde[473]. Nè l'istesso Pellegrino[474] può negare che sia di questo Lotario; onde da ciò ancora si convince, che il Compilatore delle leggi longobarde, unì le Costituzioni degl'Imperadori come Re d'Italia, cominciando da Carlo M. sino a quest'ultimo Lotario (poichè quella di Carlo IV fu aggiunta molto tempo da poi di questa Compilazione) perchè gli altri Imperadori che dopo Lotario tennero l'Imperio d'Occidente, e che sovente calati in Italia presso Roncaglia stabilirono altre leggi, atteso che queste riguardavano solamente i Feudi: i Compilatori delle Consuetudini Feudali, che furono a tempo di Federico I non stimarono unirle alle leggi longobarde, ma facendo una Compilazione a parte l'unirono al Corpo delle Consuetudini Feudali, onde ne surse un nuovo Corpo di leggi dette Feudali, che ultimamente da Cujacio fu distinto in cinque libri, come trattando di questa Compilazione a suo luogo più distesamente diremo.
Non vide Ruggiero più fiera procella di quella, che gli mosse Lotario in questa seconda volta, che calò in Italia. Si vide in un baleno sottratte dal suo Regno le più belle province, com'erano queste di qua del Faro: al suo arrivo si rinvigorirono le speranze de' suoi nemici, ed i mal contenti si resero più animosi a prorompere in aperte sedizioni; poichè in prima non mancò Lotario, avvisato delle angustie, nelle quali era ridotta la città di Napoli, e che i suoi cittadini per le case, e per le piazze perivan di fame, di mandar lettere ed Ambasciadori a Sergio, ed ai Napoletani, confortandogli a durare per picciol tempo nell'assedio, ch'egli tantosto sarebbe venuto in lor soccorso. Ed in fatti non tardò guari, che s'incamminò verso Apruzzi, e pervenuto al fiume Pescara, valicatolo, soggiogò Termoli con molti luoghi di quella provincia; e passato in Puglia, prese la città di Siponto, ed atterrì in maniera i Pugliesi, e gli pose in tanta costernazione, che tutte le città di quel contorno insino a Bari, ove Lotario era passato, si diedero in sua balìa.
Intanto Innocenzio, che dimorava a Pisa, erasi già partito di colà, e passato a Viterbo per incontrarsi con l'Imperadore, il qual intesa la venuta del Papa in quella città, gl'inviò tosto Errico suo genero con tremila soldati, e gli mandò a dire che proccurasse di conquistare le terre della Campagna di Roma, e di restituire il Principato di Capua a Roberto, perch'egli per altro cammino avrebbe proccurato di toglier a Ruggiero l'altre province della Puglia: onde Innocenzio con altro esercito venne a S. Germano, che tantosto se gli diede. Indi passato a Capua non vi essendo chi potesse resistergli, tosto si rese padrone di quella città, e ripose in essa e nel suo Principato il Principe Roberto[475]. E scorso da poi in Benevento, dopo breve contrasto, i Beneventani si resero a lui. Indi partissi per girne a ritrovar Lotario in Puglia, il quale avea già presa Bari[476], e sol gli restava d'espugnare la sua forte Rocca, la quale Ruggiero avea edificata, e di grosso e valoroso presidio munita; ma quella finalmente espugnata, portossi l'Imperadore ed Innocenzio sopra Melfi di Puglia: ed avendola per alcun tempo tenuta assediata, l'ebbero alla fine in lor balìa.
Fu in questo anno 1137 che Lotario avendo tolta a Ruggiero la Puglia pensò di crearne un nuovo Duca, ed avendo fatto in Melfi a tal fine ragunare un Parlamento, ove fece chiamare tutti i Baroni di quella provincia, trattò ivi della creazione di questo nuovo Duca, mandando in tanto i suoi eserciti verso Salerno per assediare quella città. Insorsero per tal occasione gravi contese tra Lotario ed Innocenzio intorno a quest'elezione[477]: pretendeva Innocenzio per le ragioni altre volte addotte, che siccome i suoi predecessori aveano investito i Normanni del Ducato di Puglia, così ora essendosi tolto a costoro, suo dovesse essere il potere di investirne altri. All'incontro Lotario pretendendo esser queste province dipendenti dall'Imperio d'Occidente, essere degl'Imperadori la facoltà dell'investire altri[478], siccome di fatto l'Imperador Errico ne avea investiti i Normanni. La discordia s'accese in maniera, che se non fosse stato il timore conceputo, che Ruggiero lor comune nemico non se ne profittasse, sarebbe terminata in aperta guerra. A questo fine si pensò un espediente, col quale proccurossi di non recarsi pregiudizio alle ragioni dell'Imperio, nè della Chiesa; e fra lor si convenne che il nuovo Duca si dovesse da ambedue investire[479]. Fu eletto Rainulfo Conte d'Avellino di nazione normanna, non Germano, come credette il Sigonio[480], cognato del Re, e figliuolo del Conte Roberto, il quale era nato dal vecchio Conte Rainulfo fratello germano di Riccardo I Principe di Capua[481].
Fu adunque Rainulfo creato nuovo Duca di Puglia, e gli fu dato lo Stendardo, con cui fu investito del Ducato per mano d'ambedue, d'Innocenzio e di Cesare. E Falcone Beneventano aggiunge, che a' 5 di settembre l'istesso Papa Innocenzio nella chiesa arcivescovile di Benevento unse Rainulfo in Duca di Puglia, essendo a questa unzione presenti il Patriarca di Aquileja, molti Arcivescovi, Vescovi ed Abati. Così insino a questo punto i due più fieri nemici di Ruggiero, i quali si erano così ben distinti a favor di Lotario e del Papa, riceverono i premj de' loro sudori e travagli: Roberto fu restituito nel Principato di Capua, e Rainulfo a più sublime dignità fu promosso. Rimaneva l'altro, ch'era Sergio co' suoi Napoletani, i quali finora avean con inaudita costanza in mezzo a tante calamità e penurie sostenuto l'assedio della loro città; perciò Lotario ed Innocenzio verso queste parti rivoltarono tutti i loro sforzi, e tenendo i loro eserciti presso Salerno, pensarono di espugnar prima questa città, e da poi passare a levar l'assedio di Napoli, aspettando in tanto il sospirato soccorso di Pisa, senza il quale non poteva per via di mare portarsi soccorso alcuno in quella città, e senza il quale non era da sperare di poter ridurre Amalfi e gli altri luoghi marittimi d'intorno, sotto la dominazione di Cesare. Ma ecco che pur troppo opportunamente i Pisani con cento legni armati, siccome avean promesso, giunsero in Napoli, ed introdotto soccorso in questa città, tanto che non vi era più timore di rendersi, non guari da poi fu loro da Cesare comandato, che passassero in Amalfi affin di ridurre quella città co' luoghi vicini, siccome vi passarono con quaranta sei galee, e quivi giunti, espugnarono Amalfi, Scala e Ravello, e facendo gran bottino in quella città, e nella sua riviera, ridussero Amalfi sotto la dominazione dell'Imperadore.
CAPITOLO II. Ritrovamento delle Pandette in Amalfi; e rinovellamento della giurisprudenza romana, e de' libri di Giustiniano nell'Accademie d'Italia.
Fu in quest'incontro, che la città d'Amalfi ancorchè espugnata, si rese luminosa e chiara ne' secoli seguenti sopra tutte le altre città d'Europa: poichè alla sua gloria d'aver un suo cittadino trovata la bussola, s'accoppiò quella d'essersi con tal occasione trovato in questa città il volume delle Pandette di Giustiniano Imperadore da taluni creduto che fosse propriamente quello istesso, che questo Imperadore fece compilare. Gli esemplari di questo volume erano quasi che sepolti, per le molte Compilazioni seguite appresso de' Basilici, e per le molte altre cagioni, che si dissero nel settimo libro di quest'Istoria: solo per la Francia, come fu altrove notato, ne girava attorno qualcheduno, poichè osserviamo che Ivone Carnotense, che fiorì a' tempi di Pascale II verso l'anno 1099 nelle sue epistole allega sovente le leggi delle Pandette[482]. Ma in Italia n'era affatto perduta ogni memoria: solamente, come si disse, il Codice, le Istituzioni, e le sue Novelle erano conosciute, più per diligenza de' romani Pontefici, e per li Monaci, appresso i quali era allora la letteratura, che per altro.
In fatti molte leggi del Codice vediamo noi da' Pontefici romani rapportate nelle loro decretali, come in quelle di Gregorio III e d'altri Pontefici[483]: delle Istituzioni, e delle Novelle non era così rara la notizia, poichè abbiam veduto che il celebre Abate Desiderio nella sua Biblioteca Cassinense ne conservava gli esemplari; ma la più bella parte, ch'era quella delle Pandette, ed ove racchiudesi il candore e la pulitezza delle leggi Romane, era a noi molto più nascosta, e rara la notizia. In Ravenna non è ancor deciso il dubbio, se veramente se ne conservasse qualche parte. Guido Pancirolo[484] rapporta l'opinione di alcuni, che credevano nell'anno 1128 in Ravenna in un'antica Biblioteca essere state ritrovate le Pandette, le quali offerte a Lotario, avendole riconosciute per legittimo parto dell'Imperador Giustiniano, avesse ordinato, che pubblicamente si spiegassero nelle Scuole. Ma l'istesso Pancirolo riputa più vera l'opinione di coloro, che scrissero in Ravenna il Codice di Giustiniano essersi ritrovato, non già le Pandette, le quali in Amalfi in quest'anno 1137 per l'occasione già detta furono scoverte. Alla città dunque di Amalfi non molto da Napoli lontana si dee questa Gloria; non già a Melfi di Puglia, come alcuni Oltramontani scrissero i quali non ben intesi de' luoghi particolari, e delle città di queste nostre Province, hanno sovente preso abbaglio in confonder l'una coll'altra città; siccome per contrario il Concilio celebrato in Puglia a Melfi nell'anno 1059 sotto Niccolò II, dissero che si fosse celebrato ad Amalfi. Alcuni altri, forse tratti dall'amore della gloria della loro patria, non si ritennero di dire che non in Amalfi, ma che in Napoli i Pisani mentre entrarono a soccorrerla, l'avessero trovate, e che toltele a' Napoletani in Pisa le trasportassero; della qual credenza ancorchè vana, e che non ha alcun appoggio, e ripugnante a tutta l'istoria, è gran maraviglia che avesse trovato chi ne restasse preso come fu il Summonte e Francesco de' Pietri, il quale fra gli altri suoi deliri, onde tessè la sua istoria, non tralasciò inserirvi anche questo. E novellamente un moderno Scrittore pugliese pur sognò che nè in Amalfi, nè in Napoli si fossero trovate le Pandette, ma in Molfetta, e non per altra ragione, se non per la somiglianza del nome, e se non perchè Molfetta era la patria dello Scrittore: così oggi (non altramente, che della patria d'Omero e del Tasso) contrastano molte città per appropriarsi la gloria di questo ritrovamento.
Ma oltre agli antichi Annali, non deve ciò parer cosa strana a coloro, i quali dal corso di quest'Istoria avranno appreso quanto gli Amalfitani fossero stati per le navigazioni celebri, e quanta fosse la frequenza de' traffichi e del commercio, che avean nelle parti d'Oriente e nella Grecia, ciocchè non l'ebbero quelle città, le quali ancor esse aspirano a questa gloria; onde fu cosa molto propria, che gli Amalfitani fra le altre cose che da Levante portarono nella loro città, v'avessero anche portate le Pandette, volume così raro, e nel quale era riposto il candore delle leggi romane; ed in fatti comunemente si narra[485], che per opera d'un Mercante paesano, navigando in Levante, l'avesse quivi comprate, e nel suo ritorno ne avesse fatto un dono alla patria. Nè può recarsi in dubbio, che i Pisani fra le altre prede, che fecero in Amalfi, fu questa delle Pandette, e questa sola, in premio delle loro fatiche sofferte in quell'impresa, cercarono ardentemente a Lotario Imperadore, il quale gliele concedette di buona voglia; onde trasportate da loro in Pisa, acquistarono perciò il nome di Pandette Pisane, che lo ritennero poco men di tre secoli insino all'anno 1416, nel quale surta guerra fra i Pisani e' Fiorentini, Guido Caponio Capitano de' Fiorentini avendo espugnata e presa la città di Pisa, come una gran parte del suo trionfo, trovate in quella le Pandette, le trasferì in Fiorenza, ove oggi giorno con venerazione, e come cosa di gran pregio si conservano nella Biblioteca de' Medici in due tomi divise: onde quando prima erano appellate Pisane si dissero da poi Fiorentine, come oggi giorno ritengono il nome. Gli antichi Annali di Pisa appresso Plozio Grifo, Rainero Grachia Pisano antichissimo Istorico, che scrisse sono più di 300 anni de Bello Tusco in cotal guisa narrano questo ritrovamento insieme e trasportamento da Pisa in Firenze, e Plozio presso Taurello afferma, aver tenuto egli in casa un antico istromento di questa donazione che Lotario fece a' Pisani delle Pandette Amalfitane. Così ancora lo rapportano il Sigonio[486], Raffael Volaterrano, Angelo Poliziano[487], Antonio Gatto[488], Francesco Taurello[489], Arturo Duck[490], e tutti gli altri Scrittori, insino a Burcardo Struvio[491], ch'è l'ultimo fra i moderni a confermarlo.
(Dopo tutti costoro, ultimamente Errico Brenemanno nella sua Historia Pandectarum, impressa ad Utrecht l'anno 1722, esaminando questo punto d'istoria, tolse ogni dubbio, con far imprimere pag. 410 le parole della Cronica antica o siano Annali Pisani, che egli trascrisse da un antico Codice manuscritto, che si conserva nella Biblioteca de' Domenicani di Bologna: dove parlandosi della guerra, che Papa Innocenzio, e Lotario coll'aiuto de' Pisani, mossero contro il Re Ruggiero di Sicilia, si leggono queste parole: Li Pisani pridie nonas Augusti armorono 46 Galee, et forono a la costa de' Malfi, et quello dì per forzia lo presero con septe Galee et doe Nave; in la quali ritrovarono le Pandette composte dalla Regia Maestà di Justiniano Imperatore, e dopoi quella brusorono etc.)
Lotario se bene avesse a' Pisani conceduta una cosa di tanto pregio, essendo egli un Principe dotto, e sopra a tutto riputato saggio facitor di leggi, non trascurò di osservarle, e scorto che in esse v'era il candor delle leggi romane, pensò non doversi trascurare 1'utile che poteva da quelle ritrarsi, e che non doveano, siccome prima, rimaner così tra le tenebre nascoste e sepolte. Evvi gran contrasto tra i Bolognesi e gli altri Scrittori, se Lotario avesse con suo editto stabilito che le Pandette pubblicamente si leggessero in Bologna, ovvero per privato studio d'Irnerio si fossero ivi insegnate insieme con gli altri libri di Giustiniano. Li Dottori bolognesi narrano, che Lotario diede ordine ad Irnerio, il quale in Bologna leggeva filosofia, che pubblicamente le dichiarasse, il che egli cominciò a fare nell'anno 1128 ciò che sarebbe accaduto prima, che le Pandette si fossero trovate in Amalfi. Corrado Uspergense dopo aver narrata l'istoria di Lotario, dice che Irnerio lo facesse a petizione della Contessa Matilda; e negli Argomenti dell'Istoria di Bologna, che s'attribuiscono a Carlo Sigonio, nell'anno 1102 si legge che la Contessa Matilda ad Irnerio che ivi leggeva filosofia, avesse imposto spiegarle, e che vi facesse le prime chiose. Ma Burcardo Struvio[492] stima favoloso ciò che Corrado narra della Contessa Matilda, che mentre imperava Lotario avesse ciò imposto ad Irnerio, essendo indubitato, che Matilda morì nell'anno 1115 prima dell'Imperio di Lotario, e l'istesso Sigonio riprova ancora ciò che Corrado dice, per questa istessa ragione[493]. Quindi Struvio crede, che quegli Argomenti, che si leggono dopo l'istoria di Bologna non han potuto esser mai opera del Sigonio, il quale manifestamente nella sua Istoria del Regno d'Italia dice il contrario, e riprende Corrado che l'avea scritto.
I più gravi Autori perciò condannano per favoloso questo racconto, e rapportano che Irnerio, nè per autorità della Contessa Matilda, nè per comando di Lotario avesse nella Scuola di Bologna interpretati i libri di Giustiniano, ma per privato studio, e per soddisfare la sua ambizione.
Irnerio a questi tempi, ne' quali la Giurisprudenza insieme colle altre discipline cominciavano a risorgere, fu riputato uno de' migliori Giureconsulti. Della sua patria contendono i Germani ed i Milanesi, ed i Fiorentini pur ne vogliono la lor parte: egli prima fu dato a' studj di Filosofia e delle Lettere umane secondo che comportava l'uso di que' tempi, e si crede che navigasse in Levante, ed in Costantinopoli le avesse apprese; indi a Ravenna tornato, avessele quivi insegnate, ed acquistasse gran fama d'uomo di lettere. Ma dismesso poi lo studio di Ravenna, fu da' Bolognesi chiamato nella loro città, dove si pose a leggere Filosofia. Erasi in Bologna stabilita una Scuola, ove s'insegnava anche giurisprudenza, ed eravi Pepone che la professava; ed essendo tra' Professori insorta disputa sopra la parola AS denotante le dodici oncie, Irnerio con tal occasione si diede a studiare i libri di Giustiniano, e divenne famoso Giurista, tal che oscurò la fama di Pepone. Fece sommo studio sopra il Codice, e sopra le Instituzioni e le Novelle di Giustiniano, accorciandole, ed adattandole poi alle leggi del Codice, perchè si conoscesse in che le Novelle discordavan da quelle; fece ancora le prime sue chiose a questi libri; ed egli fu il primo che nell'anno 1128 commentasse le leggi romane. Coloro che scrissero in Ravenna in quest'anno essersi trovato un altro esemplare de' Digesti, oltre di quello, che correva per la Francia, dicono che Irnerio prima che fossero in Amalfi trovate le Pandette (che Angelo Poliziano[494] credette essere quelle istesse che pubblicò Giustiniano, nel che discordano Andrea Alciato[495], ed Antonio Augustino[496], e dalle quali egli è almen certo, per essere antichissime, che furon tratti gli altri esemplari[497]) impiegasse i suoi talenti anche sopra i Digesti, e che insieme con gli altri libri di Giustiniano le insegnasse in Bologna, e vi facesse le prime sue chiose. Ma gli altri, che ciò niegano, e dicono che i primi esemplari delle Pandette fossero usciti in Italia da quelle d'Amalfi, sostengono che Irnerio spiegasse in quella Accademia i Digesti da poi che furono ritrovate in Amalfi, ma non già per autorità e comandamento che ne avesse avuto dall'Imperador Lotario: ma per privato suo studio, siccome prima in Bologna faceva sopra gli altri libri di Giustiniano, e sopra l'altre discipline, senza ordine dell'Imperadore. Nè quell'Accademia in questi tempi fu istituita da Lotario, nè per suo editto si legge, che avesse comandato, che quivi si dovessero spiegare, ed insegnare per sua autorità i libri di Giustiniano, siccome sostiene Federico Lindenbrogio[498]; soggiungendo Ermanno Conringio[499], che se Lotario avesse ciò ordinato, e gli fosse stato tanto a cuore la Scuola di Bologna, trovate che furono in Amalfi le Pandette, non a' Pisani, ma a' Professori bolognesi ne avrebbe fatto dono.
Ma quantunque sopra ciò non si leggesse particolar editto di Lotario, non è però, che questo Principe non favorisse questi studj, e che a' suoi tempi la Scuola di Bologna non fiorisse molto più che ne' passati, avendovi Irnerio sopra le leggi romane fatti progressi maravigliosi; onde avvenne che questi studj furon coltivati e promossi, e molti vi s'applicarono in guisa, che dalla Scuola d'Irnerio ne uscirono poi valenti Dottori, i quali o in voce, e per mezzo delle loro chiose in iscritto, illustrarono le leggi di Giustiniano, e diffusero il loro studio, non pure in Bologna, ma per tutte le Accademie d'Italia. Sursero quindi Martino da Cremona: Bulgaro, che a' tempi di Federico Barbarossa fiorì cotanto in Bologna: Ugone, e Giacomo Ugolino, Ruggieri, Ottone e Placentino, che si resero cotanto celebri nell'Accademia di Montpellier in Francia. Pileo discepolo di Bulgaro, che in Bologna ed in Modena si rese illustre per le sue Quistioni Sabbetine. Alberico della Porta di Ravenna: ed il di lui discepolo Azone, il quale fra i Giureconsulti della sua età tenne il primo luogo, maestro del nostro Roffredo Beneventano, di Balduino e di tanti altri.
Da questo risorgimento de' libri di Giustiniano nell'Accademie d'Italia, e dalla Scuola d'Irnerio comunemente si crede, che avessero origine le solennità da poi praticate in creare i Dottori, attribuendosi ad Irnerio, che per autorità di Lotario concedesse a' Professori di legge il grado del Dottorato, leggendosi, che avesse dichiarati Dottori Bulgaro, Ugolino, Martino e Pileo[500]. E narra Acerbo Morena[501], ch'essendo Irnerio nell'ultimo di sua vita, se gli accostarono i suoi scolari, e gli domandarono, chi voleva, che dopo la sua morte fosse il lor Dottore, ed egli lor nominò Bulgaro, Martino e Ugone, ma che tenessero Giacomo in suo luogo, onde questi fu costituito lor Dottore. Ma Itterio[502] e Conringio[503] reputano, che queste solennità in conferire i gradi di Dottore nell'Accademie, traesse origine da' Francesi, donde poi l'appresero gl'Italiani.
Credettero il Sigonio[504], Arturo Duck[505], ed altri, che Lotario, oltre d'aver comandato, che i libri di Giustiniano si leggessero per sua autorità nelle pubbliche Accademie, ordinò che anche ne' Tribunali si allegassero, e che tralasciate le leggi longobarde, quelli solamente i Giudici seguissero. Ma la costoro opinione non ha fondamento veruno d'istoria, non leggendosi, non pure editto alcuno di Lotario, come sarebbe stato necessario che ciò comandasse, ma nemmeno Istorico contemporaneo, che lo scrivesse; ond'è che i più gravi Scrittori[506], e lungamente Lindenbrogio[507] ripruovano il costoro errore. Quel che poi manifestamente convince il contrario, è il vedersi, che le leggi longobarde in Italia, e più in queste nostre province lungamente da poi si mantennero, e ne' Tribunali secondo quelle si decidevano i litigi, e la legge romana come per tradizione era mantenuta da' provinciali; nè a questi tempi da' libri di Giustiniano era allegata, i quali non aveano ancora acquistata nel Foro autorità alcuna, siccome tratto tratto l'acquistaron da poi per uso più, e per forza della ragione, che per legge di alcun Principe.
Ma se mai di Lotario fossevi stata legge, che ciò comandasse, quella certamente nelle nostre province, ch'erano sotto la dominazione del Re Ruggiero suo inimico, non avrebbe avuto alcun vigore. Questo Principe, come qui a poco vedremo, ricuperò ben tosto tutte quelle province, che Lotario avea invase, e debellò tutti i suoi nemici, riunendole al suo Regno di Sicilia, che stabilito in forma di vera Monarchia non ubbidiva altre leggi, se non quelle, che i Longobardi v'introdussero, e quelle che egli stabilì da poi. E ciò non pur accadde imperando Lotario, e durante il Regno di Ruggiero, ma anche nel tempo de' Re normanni suoi successori, i quali continuando perpetua guerra con Corrado e Federico I che a Lotario successero, non permisero mai, che le costoro leggi fossero in queste province osservate, e che avessero alcuna forza ed autorità; ed in fatti come più innanzi vedrassi, non per le leggi romane contenute in questi libri, ma per le leggi longobarde, e per le romane, che come per tradizione erano ritenute da questi Popoli, si decidevano le liti. Nè appresso di noi vi fu anche occasione che questi libri si potessero leggere nelle nostre pubbliche Scuole; poichè insino a Federico II gran fautore delle lettere, che l'introdusse in Napoli, noi non avevamo Accademie; nè se non ne' tempi più bassi, essendo gli ultimi a seguitare l'esempio delle altre città d'Italia, cominciarono in queste province gli studj di questi libri, e ad allegarsi nel Foro più per forza di ragione, che di legge, come si vedrà nel corso di quest'Istoria.
CAPITOLO III. Il Re Ruggiero prosiegue la guerra con Innocenzio: morte d'Anacleto, seguita poco da poi da quella di Lotario Imperadore, e di Rainulfo Duca di Puglia: Ruggiero ricupera le città perdute; e tutte queste province col Ducato napoletano al suo Imperio si sottomettono. Innocenzio è fatto prigione, e pace indi seguita tra lui e 'l Re, al quale finalmente concede l'investitura del Regno.
Espugnata da' Pisani Amalfi, e gli altri luoghi di quel contorno, ordinò Lotario a' medesimi, che andassero ad oste a Salerno, alla quale impresa fece anche venir da Napoli il Duca Sergio, e da Capua il Principe Roberto, ed egli v'inviò il Duca Rainulfo con mille de' suoi Alemanni; dalle quali genti insieme unite, fu strettamente Salerno assediato.
Era questa città difesa da Roberto Cancelliero del Re Ruggiero, il quale non teneva altra milizia per difender quest'importante Piazza, che solo quattrocento soldati con alcuni Baroni de' circonvicini castelli; ma al picciol presidio suppliva la fede e l'amor de' Salernitani verso Ruggiero, i quali per essere stati lungo tempo sotto il dominio di quel Re, gli erano come a loro antico Signore fedelissimi. S'aggiungeva ancora la gratitudine per la quale erano tanto obbligati a questo Principe, da cui sopra tutti gli altri erano stimati, ed in gran pregio tenuti, avendo scelta tra tutte le città di questo Regno, Salerno per fede della sua regal Corte; e siccome nell'isola di Sicilia egli avea posta la sua residenza in Palermo, così quando era obbligato per gli affari di queste province di passare il Faro, non altrove, che in Salerno faceva dimora. Per le quali cagioni con molto valore si difendevano dagli insulti degli assalitori; tanto che i Pisani, sperimentata la loro fortezza, per vincer la loro costanza fecero comporre una macchina per isforzar le mura della città, della quale ebber tanto spavento i Salernitani, che cominciarono a disperar della difesa; onde essendo sopraggiunti all'assediata città il Pontefice e l'Imperadore, i Salernitani inviando a Cesare loro messaggi si sottoposero a lui, con condizione, che i soldati stranieri potessero girne ove lor meglio gradiva, onde alcuni d'essi partirono, ed altri insieme co' Baroni e Capitani, che colà erano, si ritirarono alla Rocca della città, valorosamente mantenendola sotto il dominio del lor Signore. I Pisani avendo saputo essersi i Salernitani resi all'Imperadore, ed essere stati da lui ricevuti senza dirne nulla a loro, sdegnati fieramente di tal dispregio, arsero tantosto le macchine, che avean composte per espugnar Salerno, ed apprestati lor legni volevan ritornare a Pisa; e l'avrebber posto ad esecuzione se il Pontefice, cui molto premea la loro alleanza, non gli avesse con molte preghiere, e con larghe promesse trattenuti; ma sì fatta discordia cagionò, che non s'espugnasse la Rocca, la quale perciò rimase alla divozione di Ruggiero.
Maggiori furono le discordie, che nacquero per questa stessa cagione tra l'Imperadore ed Innocenzio, pretendendo questi la città di Salerno appartenersi alla romana Chiesa, e sebbene finora non si sappia per qual particolar ragione, con tutto ciò si vede che Gregorio VII non volle in conto alcuno investirne Ruggiero, siccome nè tampoco gli altri suoi successori, per questo istesso che pretendevano quella città alla Sede Appostolica appartenersi; ma Lotario opponendosi fortemente a tal dimanda, fece che Innocenzio s'acchetasse[508], non volendo quest'accorto Pontefice romper con lui in vantaggio di Ruggiero, il quale da queste discordie avrebbe per se ritratto maggior profitto: non fu però che Innocenzio non sentisse di ciò grave dispiacere, e che non cominciassero perciò gli animi ad alienarsi da quella concordia, nella quale prima erano uniti.
Partirono alla fine (credendo aver terminata la loro spedizione) da queste nostre province Innocenzio e Lotario, il quale avendovi lasciato Rainulfo suo Capitano con molti altri Ufficiali perchè potesser opporsi a Ruggiero, e mantener gli acquisti fatti, se ne andò col Pontefice in Roma, e di là per la via di Toscana prese il cammino per Alemagna[509]. Ma Ruggiero, che infino ad ora cedendo all'impeto di tante procelle, aspettava tempo migliore per riacquistar in uno tratto il perduto, appena ebbe avviso, che Lotario erasi dalla Campagna partito, che ragunò in Sicilia una grossa armata; e come intese ch'egli era in Roma per passar in Alemagna, calò prestamente in Salerno colla sua armata[510]. Tosto si rese questa città al suo antico padrone, e di là gitone ad oste a Nocera, la ripose tantosto sotto il suo dominio, ed il somigliante fece di tutte le terre colà d'intorno, di cui era Signore il Duca Rainulfo. Indi andò sopra Capua, e fieramente sdegnato col Principe Roberto per essere stato il primiero istrumento della venuta di Lotario in Italia, quella prese a forza, e vi fece dare uno spaventevole sacco. Andò poscia col vincitore esercito in Avellino, e quello preso con tutti i circonvicini luoghi, verso Benevento avanzossi. I Beneventani sgomentati anch'essi per la felicità di Ruggiero mandarono parimente a sottoporsi a lui, e lasciando il partito d'Innocenzio, al quale poco anzi aveano giurata fedeltà, aderirono ad Anacleto per far cosa grata al Re, il quale venuto, passò poi a Montesarchio, che tantosto se gli rese: indi entrato nella Puglia cominciò con molto valore a sottoporsi molte città della medesima. Il Duca Rainulfo, come vide Ruggiero entrato nella Puglia, ragunò dalle città di Bari, Trani, Melfi, e da Troja 1500 valorosi soldati, e s'avviò contro Ruggiero, disposto di voler piuttosto morire combattendo, che cedere vilmente al nemico.
Intanto erano pervenuti a notizia d'Innocenzio i progressi di Ruggiero, e vedendo lontano l'Imperadore, e che non vi era da fondar molta speranza nè nel Duca Rainulfo, nè ne' Capitani di Cesare, pensò di mandare al Re Bernardo Abate di Chiaravalle, al quale diede in incombenza di trattar la pace, e di ridurre in concordia il Re col Duca; ma riuscite vane le pratiche di Bernardo in que' tempi molto riguardevole e per la sua dottrina, e molto più per la santità della vita, vennero il Duca ed il Re alle mani, e pugnatosi vigorosamente, restò in questo incontro Ruggiero perdente; ma niente però importandogli tal perdita, ritirato in Salerno, rinvigorisce le sue truppe per di nuovo invadere la Puglia. Non lasciava però l'Abate di Chiaravalle di trattar continuamente col Re per ridurlo in pace col Pontefice; e finalmente ottenne da lui, che venissero tre Cardinali d'Innocenzio, e tre altri d'Anacleto innanzi a lui, perchè udite le ragioni d'amendue, avrebbe poi deliberato quel che gli fosse paruto più convenevole. In effetto Innocenzio gli mandò il Cardinale Aimerico Cancelliere di S. Chiesa, ed il Cardinale Gherardo uomini di molta autorità, insieme coll'Abate Bernardo; ed Anacleto gli mandò similmente tre altri suoi Cardinali, quali furono Matteo parimente suo Cancelliere, Gregorio, e Pietro Pisano uomo riputato in questi tempi di molta eloquenza e dottrina, e molto versato nella Sacra Scrittura[511]. Giunti in Salerno, volle il Re per più giorni sentirgli; indi ragunato tutto il Clero salernitano, e buona parte del suo Popolo coll'Arcivescovo Guglielmo, e gli Abati de' monasteri, postasi la cosa in deliberazione ed in iscrutinio, non si venne mai a conchiuder per opra di Ruggiero, il quale, secondo narra Falcone beneventano, proccurava tirar in lungo queste ragunanze per trattenere con questi trattati di pace Innocenzio ed il Duca Rainulfo, affinchè intanto potesse egli rifarsi de' danni patiti, ed unir nuovo esercito. L'Abate di Bonavalle ed il Cardinal Baronio narrano altrimenti il fatto di ciò che ne scrisse Falcone Autor contemporaneo: dicono aver solo Bernardo con Pietro Pisano trattato quest'accordo con Ruggiero, e che sebbene Pietro restasse convinto dalle ragioni di Bernardo, il Re però non volle unirsi mai con molta pertinacia ad Innocenzio, tanto che obbligò l'Abate di Chiaravalle a partirsi di Salerno, e di ritornare in Roma. Che che ne sia, Ruggiero senza conchiuder niente se ne partì ancora, e salendo su la sua armata andò in Sicilia, per ritornare in Puglia con eserciti più numerosi.
Ma ecco mentr'egli dimorava in Sicilia, in quest'anno 1138 a' 7 di gennaro accadde in Roma purtroppo opportunamente la morte d'Anacleto, la qual fece, che questo scisma, che per otto anni avea travagliata la Chiesa si spegnesse. I figliuoli di Pier Lione, e gli altri seguaci d'Anacleto tosto avvisarono al Re la morte del lor Pontefice, con dimandargli se e' reputava espediente, che se gli creasse successore. Ruggiero, a cui premeva di nudrire simili discordie, perchè il partito d'Innocenzio, al suo contrario, non molto s'avanzasse, rispose che tosto lo creassero: siccome in fatti i Cardinali del partito d'Anacleto unitisi insieme, elessero per successore Gregorio Romano Cardinale de' Santi Appostoli, a cui posero nome Vittore IV. Ma in questo incontro fu tale l'opera dell'Abate Bernardo, che alle sue persuasioni così Vittore, come i suoi Cardinali che l'elessero, si sottoposero ad Innocenzio, ed avendo deposto Vittore tutte le insegne del Papato a' suoi piedi, s'estinse del tutto lo scisma[512] laonde i Romani cotanto si lodarono di Bernardo, che per onorarlo gli diedero perciò il nome di Padre della lor patria; ma egli che faceva profession di Santo, avendo a noja gli onori di questo Mondo, partendosi di Roma, in Francia, al suo monastero di Chiaravalle, fece ritorno. Pietro Diacono[513] che appunto qui termina la sua Giunta alla Cronaca di Lione Ostiense narra in altra guisa il fatto: dice che Innocenzio per mezzo d'uno grosso sborso di denari che diede a' figliuoli di Pier Lione, ed a coloro che gli aderivano, gli trasse alla sua parte: onde i Cardinali, che aveano eletto Vittore, destituti d'ogni ajuto, per dura necessità si sottoposero ad Innocenzio. Vi è chi lo scusa, anche ammesso ciò per vero, dalle colpe di simonia, allegando altri consimili esempli, come fece l'Abate della Noce in questo luogo.
Innocenzio veduti racchetati gli affari di Roma, e libero da tali discordie, rivolse tutti i suoi pensieri contro Ruggiero, ed alla guerra della Puglia; onde gitone ad Albano ragunò grosso esercito per unirsi col Duca Rainulfo: dall'altra parte il Re avendo parimente unite le sue truppe, passò dalla Sicilia a' confini della Puglia per riporre sotto il dominio le rimanenti città di quella provincia. Non mancò il Duca Rainulfo d'opporsi, ma invano, onde il Re all'impresa di Melfi voltò tutti i pensieri, ma non potendo espugnarla per la valida difesa, prese tutti i castelli d'intorno, e dopo ciò tornato a Salerno quindi partissi di nuovo per Sicilia.
Accadde in quest'istesso anno 1138 nella Valle di Trento la morte di Lotario Imperadore: Principe oltre al valor delle armi, dotato di molte virtù, e soprattutto amator delle lettere e del giusto: e merita esser sopra tutti gli altri rinomato, per essersi a' suoi dì restituito in Italia lo splendor delle leggi romane, e permesso che quelle si insegnassero nell'Accademie d'Italia. Cagione, che da poi col correr degli anni riacquistassero tanta autorità, e che si rendessero cotanto chiare e luminose, che oscurate le altre leggi delle altre Nazioni oggi sono la norma di tutte le Genti, e nell'Accademie meritamente tengono il primo luogo e per le quali la più illuminata parte del Mondo si governa. Ed è ben degno, che dagli amatori della legal disciplina sopra tutti gli altri venga d'immense lodi commendato.
Fra gli Elettori dell'Imperio occorsero gravi contese per rifar il successore. Aspiravano al soglio Corrado Duca di Suevia suo nepote, ed Errico di Baviera suo genero; ma finalmente escluso Errico fu Corrado innalzato a sì grande dignità, e fu salutato Imperadore da' Duchi, Principi, Marchesi e da tutti i Grandi dell'Imperio, non essendosi ancora ristretta quest'autorità a' soli sette, come si fece da poi[514].
Dall'altra parte Innocenzio, cui non altra cura premeva, che di abbattere il partito di Ruggiero, avendo nell'entrar dell'anno 1139 fatto convocare un Concilio in Roma, scomunicò ivi di nuovo Ruggiero, e tutti coloro, che avean seguite le parti d'Anacleto[515]. Ma fulmine assai più ruinoso sopravvenne ad Innocenzio non guari da poi; poichè nell'ultimo giorno d'aprile il Conte d'Avellino e Duca di Puglia, che con sì fiera e continua guerra avea travagliato il Re suo cognato, ammalandosi d'una grave malattia morì in Troja di Puglia, e fu dal suo Vescovo Guglielmo e da' suoi cittadini, dolorosissimi della sua morte con molte lagrime nel Duomo sepolto.
Pervenuta in Sicilia la novella della sua morte, quanto contento apportasse al Re Ruggiero non è da dimandare: egli allora tenne per finita la guerra; onde uniti prestamente i suoi soldati passò in Salerno[516]; ed ivi congregati tutti i Baroni, che seguivano la sua parte, andò a Benevento, indi avendo soggiogati molti luoghi del Conte d'Ariano, il quale fuggì a Troja, prese parimente in breve tempo tutte le città e castelli di Capitanata. Ebbe il Re, come dicemmo, tra gli altri suoi figliuoli natigli da Alberia sua prima moglie, Ruggiero primogenito, il qual perciò fu da lui creato Duca di Puglia: questi pareggiando il valor del suo padre, ch'era passato all'assedio di Troja, soggiogò da poi tutti gli altri luoghi della Puglia, tanto que' posti infra terra, quanto quegli ch'erano alla riviera del mare[517]: la sola città di Bari, ch'era allor valorosamente difesa dal Principe Giaquinto non potè avere in sua balìa; onde egli disperando della resa, prese consiglio d'andarsene al Re suo padre, che stava campeggiando la città di Troja. Era questa città difesa da Ruggieri Conte d'Ariano, che colà con grosso numero di soldati erasi rifugiato, difendendola egli con molta ostinazione, obbligò il Re a partirsi dall'assedio, il quale unitosi col figliuolo volse i suoi eserciti verso Ariano, facendo preparar molte macchine di legno per espugnarla.
Intanto Papa Innocenzio avendo intesa la rea novella della morte del Duca Rainulfo, ed i felici progressi del Re in Puglia, non volendo lasciar que' luoghi senza difesa, ragunate le sue truppe, e messosi alla testa delle medesime, uscì da Roma, e venne a S. Germano. Ruggiero che per questa spedizione di Innocenzio veniva frastornato nel meglio de' suoi progressi tentò, prima di venir con lui alle armi, se potesse riuscirgli di placarlo con dimandargli pace, inviò a questo fine suoi Messi offrendosi pronto ad ogni suo volere. I Messi furono ricevuti cortesemente da Innocenzio, il quale mandò altresì a Ruggiero due Cardinali ad invitarlo, ch'egli venisse a S. Germano per potere con effetto pacificarsi insieme. Il Re era allora tornato di nuovo all'assedio di Troja, ed avendo ricevuti onorevolmente i Cardinali, levatosi da quell'assedio insieme cui Duca suo figliuolo s'avviò prestamente a S. Germano: fu per otto giorni[518] maneggiato quest'affare; ma essendosi Innocenzio ostinato a pretendere la restituzione del Principato di Capua al Principe Roberto, e non volendo il Re a cotal fatto in modo alcuno consentire, fu disciolto ogni trattato, ed avendo ragunati i suoi soldati partì da S. Germano. Il Papa intesa la sua partita se ne andò colle sue genti al castello di Galluccio, cingendolo di stretto assedio: la qual cosa venuta incontanente a notizia del Re, ritornò velocemente indietro, e giunse improviso a S. Germano; per la cui presta venuta il Pontefice, ed il Principe Roberto ch'era con lui, fur percossi da subito spavento in guisa tale, che senza alcuno indugio si tolsero dall'assedio del castello di Galluccio per ritirarsi in luogo sicuro; ma il Re inviò subito il Duca di Puglia suo figliuolo con ben mille valorosi soldati, acciocchè tendendogli aguati assaltasse per lo cammino il Pontefice. La qual cosa mandata felicemente ad effetto, andò la bisogna in modo, che fur rotte e poste in fuga le genti papali, ed Innocenzio istesso non senza ingiurie e dispregi fu condotto prigioniero al Re insieme col Cancelliere Almerico, e con molti Cardinali, ed altri uomini di conto, ponendosi anche i vittoriosi soldati a rubar i ricchi arnesi del Pontefice, ove fu ritrovata grossa somma di moneta, salvandosi solo colla fuga Roberto Principe di Capua.
Ecco a qual fine infelice han sempre terminate le spedizioni de' Pontefici contro i nostri Principi, ed ecco il frutto che han sempre ritratto, quando deposto il proprio mestiere, han voluto a guisa de' Principi del Mondo alla testa d'eserciti armati coprirsi di elmo in vece di tiara, e vestir di corazza in vece di stola e di dalmatica.
Questo memorando avvenimento succedette li ventuno di luglio di quest'anno 1139[519] come ben pruova l'avvedutissimo Pellegrino[520] contro quello che il Baronio, e D. Francesco Capecelatro scrissero, i quali non intendendo il luogo di Falcone, scrissero la prigionia d'Innocenzio esser succeduta a' dieci di questo mese. Nè lascerò qui di dire, conforme molto a proposito avvertì il medesimo Capecelatro nella sua Istoria de' Re normanni, ch'è tra le moderne la più accurata di quante mai narrano i successi di questi Re, esser manifesto l'errore di coloro, che questa rotta e prigionia d'Innocenzio scrissero esser avvenuta nel principio del suo Pontificato e tutta altrimente di quel, ch'ella avvenne, e che perciò si cagionasse lo scisma d'Anacleto; poichè gli Autori contemporanei, e quei che poco da poi mandarono alla memoria de' posteri questi successi, in quest'anno e nel modo che s'è narrato la rapportano, come la cronaca di Falcone antichissimo Scrittor beneventano, l'Anonimo Cassinense, le Istorie dell'Arcivescovo Romualdo e di Ottone Frisingense, e le molte lettere scritte sopra tal materia da S. Bernardo Abate di Chiaravalle: per l'autorità di sì gravi e vecchi Scrittori il Cardinal Baronio, il riferito Capecelatro, e l'incomparabile critico de' nostri fatti Camillo Pellegrino in tal guisa rapportano questi avvenimenti.
Ma non meno per questa prigionia d'Innocenzio, che per quella di Lione, rilusse la pietà de' Normanni verso la Sede Appostolica; ancorchè Ruggiero, secondo ciò che dettavano le leggi della vittoria, avesse potuto trattar Innocenzio come suo prigioniero, come si sarebbe fatto ad ogni altro Principe del Mondo; nulladimanco non sapendo egli distinguere differenti personaggi nel Pontefice, gli rese tutti quegli onori, che sono dovuti al Vicario di Cristo: gli mandò suoi Ambasciadori a chiedergli perdono, e a pregarlo che si fosse pacificato con lui. Innocenzio vinto più da questa generosità e grandezza d'animo di Ruggiero, che dalla sua forza, consentì volentieri alle sue dimande: e ben presto dopo quattro giorni[521] nel dì che si celebrava la festività di S. Giacomo fu presso Benevento la pace conchiusa. Per parte del Papa si tolsero tutte le scomuniche fulminate contro Ruggiero, e contro i suoi aderenti: onde il Re col suo figliuolo Ruggiero andarono a mettersi a' suoi piedi e a riconoscerlo per vero Pontefice; e gli giurarono perciò ambedue sopra i santi Evangeli fedeltà così a lui, come a tutti i Pontefici suoi successori legittimamente eletti, e gli si resero ligj, con promettergli il solito censo di 600 schifati l'anno e di restituirgli Benevento. All'incontro il Papa consegnandogli di sua mano lo stendardo, come allor si costumava, l'investì del Reame di Sicilia, del Ducato di Puglia e del Principato di Capua, riconoscendolo per Re, e confermandogli tutti quegli onori e dignità che a' Re s'appartengono.
L'investitura spedita dal Pontefice sopra ciò, fu trasportata dai registri della libreria di S. Pietro di Roma dal Cardinal Baronio, e si legge ne' suoi annali[522]; nella quale occorrono più cose degne d'essere osservate. Primieramente dice Innocenzio, ch'egli calcando le medesime pedate de' suoi predecessori, ed avendo avanti gli occhi i meriti di Roberto Guiscardo e di Ruggiero suo padre, i quali con tanti sudori e travagli aveano estirpato dalla Sicilia, e da queste province i Saraceni implacabili nemici del nome Cristiano, s'erano resi degni d'immortal fama; gli confermava perciò il Regno di Sicilia a lui dal suo antecessore Onorio investito, con la preminenza di Re, e con tutti gli onori e dignità Regali; aggiungendo ancora il motivo e la ragione per la quale doveasi Ruggiero possessore di quell'isola innalzare al titolo di Re, e la Sicilia in Regno, che è quell'istessa che rapporta l'Abate Telesino, perchè anticamente quell'isola ebbe le prerogative di Regno, e' propri suoi Re che la dominarono: Regnum Siciliae (sono le sue parole) quod utique, prout in antiquis refertur historiis, Regnum fuisse, non dubium est, tibi ab eodem antecessore nostro concessum cum integritate honoris Regii, et dignitate Regibus pertinente, Excellentiae tuae concedimus, et Apostolica authoritate firmamus; reputando con ciò fra le altre potestà de' sommi Pontefici esser quella d'ergere, o restituire i Reami, e' Regi, e tanto maggiormente in quello di Sicilia, della quale i predecessori di Ruggiero dalla Sede Appostolica ne furono investiti.
Gli conferma l'investitura del Ducato di Puglia, che dal suo predecessore Onorio eragli stata data; e del Principato di Capua, vivente ancora il Principe Roberto, che ne fu spogliato; e quando prima avea usati tanti sforzi per farglielo restituire, ora ne dà l'investitura a Ruggiero, soggiungendo: Et insuper Principatum Capuanum integre nihilominus nostri favoris robore communibus, tibique concedimus: ut ad amorem, atque obsequium B. Petri Apostolorum Principis, et nostrum, ac successorum nostrorum vehementer adstringaris: pretendendo in cotal guisa giustificare per legittimo l'acquisto fatto di questo Principato da Ruggiero Jure belli; e non per altro fine, affinchè siano Ruggiero, e' suoi successori più riverenti ed ossequiosi alla Sede Appostolica, non altrimente di quello, che si dichiarò Gregorio VII nella sua investitura.
§. I. Il Ducato napoletano, Bari, Brindisi, e tutte le altre città del Regno si sottomettono al Re Ruggiero.
Merita ancora riflessione di non essersi in questa investitura fatta menzione alcuna del Principato di Salerno; poichè i Pontefici romani, ancorchè non si sapesse per qual particolar ragione, sempre pretesero questo Principato appartenersi alla Sede Appostolica, non altrimente, che Benevento. Non si vede nella medesima nè pur nominato il Ducato napoletano, onde vanno di gran lunga errati coloro, che scrissero Innocenzio avere investito Ruggiero anche di Napoli: nè possiamo non maravigliarci quando nell'Istoria Napoletana ultimamente data fuori dal P. Giannettasio[523] leggiamo, che da questo punto Napoli da libera Repubblica passasse sotto la regia dominazione di Ruggiero; e l'Autore quasi dolendosi di questo fatto pel sentimento che mostra d'aver perduta la sua patria il pregio di essere libera, accagiona Innocenzio, come 'l permetesse, quando quella città apparteneva all'Imperio d'Oriente; quasi che anche se fosse stato vero il fatto, fosse cosa nuova de' Pontefici romani investire de' Stati, che loro non s'appartenevano; e se ciò parvegli novità, come non sorprendersene, quando vide da' Papi investire i Normanni della Puglia e della Calabria, province, che a' Greci s'involavano, e sopra le quali vi aveano non minori ragioni, che sopra il Ducato napoletano. Questo Ducato passò a' Normanni non già per investitura datagli da' romani Pontefici, ma per ragion di conquista, e per sommessione de' Napoletani, come qui a poco diremo. Solo nella Bolla d'Anacleto, dopo l'investitura del Principato di Capua si soggiunse: Honorem quoque Neapolis, ejusque pertinentiarum; che non denotava altro che l'onore d'esserne Duca, con restare la città con l'istessa forma e politia; e solamente Pietro Diacono[524] scrisse, che Anacleto, oltre al Principato di Capua investisse anche Ruggiero del Ducato di Napoli; ma ciò che fece Anacleto, non volle Ruggiero dopo la pace fatta con Innocenzio, che gli giovasse; e del Ducato di Napoli, siccome di quello d'Amalfi, di Gaeta, del Principato di Taranto e di Salerno, non volle altri che ve n'avesse parte se non la ragion della conquista, e la sommessione de' Popoli.
In effetto, ritornando là donde ci dipartimmo, avendo Ruggiero dopo questa pace, liberamente lasciata al Papa la città di Benevento, mentre quivi dimorava, vennero i Napoletani sgomentati anch'essi della felicità di Ruggiero a sottomettere la loro città al suo dominio, come già prima avea fatto Sergio lor Duca. Questo Duca, se dobbiamo prestar fede ad Alessandro Abate Telesino, molti anni prima avea sottomessa la città di Napoli a Ruggiero, ma da poi pentitosi del fatto s'unì col Principe Roberto e col Conte Rainulfo di lui nemici, e lungamente gli fece guerra: tornò poi al partito di Ruggiero, tanto che militando sotto le di lui insegne, nella battaglia che perdè Ruggiero presso Salerno, restò morto con altri Baroni dalle genti di Rainulfo.
In quest'anno adunque 1139 sperimentando i Napoletani il valor di Ruggiero si sottoposero stabilmente al suo dominio: ed essendo rimasi per la morte di Sergio senza Duca, elessero col consentimento del Re in lor Duca Ruggiero suo figliuolo[525]. Inveges, pruova Ruggiero, non Anfuso essere stato eletto Duca. Il Pellegrino vuole, che fosse Anfuso. Che che ne sia, ancorchè questo Ducato passasse sotto la regia dominazione di Ruggiero, non volle però egli che si alterasse la forma del suo governo e la sua politia, furono i medesimi Magistrati, e le medesime leggi ritenute, e confermò alla città tutte quelle prerogative e privilegi che avea, quando sotto gli ultimi Duchi, sottratta all'intutto dall'Imperio d'Oriente, avea presa forma di libera Repubblica; e per questa ragione osserviamo, che anche dopo Ruggiero insino all'anno 1190 come il Capaccio[526], o qual altro si fosse l'Autore della latina istoria napoletana, rapporta, vi siano stati altri Duchi di Napoli, come un altro Sergio, ed un tal Alierno, in tempo del quale fu conceduto a' negozianti d'Amalfi, dimoranti in Napoli, quel privilegio rapportato da Marino Freccia, e di cui fassi anche menzione nella riferita istoria. Non è però, come stimarono alcuni, che Ruggiero gli lasciasse l'intera libertà, a guisa d'uno Stato libero ed indipendente. Credettero così, perchè rapporta Falcone beneventano, che Ruggiero dopo la presa di Troja e di Bari nel seguente anno 1140 fece ritorno in Napoli, dove narra, che fu da' Napoletani lietamente e con molta festa accolto, e con tanta pompa e celebrità, che niuno Re, nè Imperadore fu giammai in essa con tanto onor ricevuto: che il seguente giorno cavalcando per la città, salito in barca passò poscia al castel di S. Salvatore posto sopra una isoletta dentro del mare non guari da Napoli lontana, che diciamo oggi il castel dell'Uovo per la sua figura, ed ivi essendo, avendo a se chiamati li cittadini napoletani, con quelli de libertate Civitatis, et utilitate tractavit, come sono le parole di Falcone, dalle quali ingannati credettero, che i Napoletani quivi trattassero con Ruggiero della libertà della loro città, quando, come ben dimostra l'avvedutissimo Pellegrino[527], di niente altro trattò il Re, se non dell'immunità e franchigia che pretendevano da lui i Napoletani, che fu loro tosto da Ruggiero accordata; ed avrebbe potuto togliersi da quest'errore il Capaccio per quell'istesso privilegio, ch'egli adduce, dove i Napoletani concedendo libertà a' Negozianti del Ducato d'Amalfi commoranti in Napoli, per libertà non intendono altro, che una tal sorte di franchigia ed immunità, come da quelle parole: Ut sicut ista Civitas Neapolis privilegio libertatis praefulget, ita et vos negotiatores, campsores, sive apothecarii in perpetuum gaudeatis; ma di qual libertà parlasi nel privilegio? ut nulla condictio, come siegue, de personis, et rebus vestris, sive haeredum, et successorum vestrorum negotiatorum in Neapoli habitantium requiratur; sicut non requiritur de Civibus Neapolitanis.
Non fu dunque che lasciò Ruggiero il Ducato napoletano all'intutto libero ed indipendente: lo lasciò bensì colle medesime leggi e Magistrati, e con quell'istessa forma di Repubblica; il che non denotava altro, se non la Comunità, non la dignità delle pubbliche cose, come nel primo libro di quest'Istoria fu notato; nell'istessa guisa appunto, che lasciolla Teodorico, quando ordinò, che godesse di quelle stesse prerogative, che avea; onde si ha che Ruggiero lasciasse la giurisdizione intorno all'annona a' Nobili ed al Popolo, che sotto nome d'Ordini di Eletti, o Decurioni, ovvero Consoli venivano designati; e la giurisdizione intorno alle cose della giustizia, il Re la volle per se, come appunto fece Teodorico, che mandava i Comiti ad amministrarla, costituendovi ora Ruggiero il Capitanio col Giudice, siccome nell'altre città e castelli del Regno si praticava.
Egli è però vero, che Ruggiero non usò tanta cortesia e gentilezza in niuna altra città del suo Reame, quanto che in Napoli; poichè oltre di lasciar intatti i suoi privilegi, a ciascun Cavaliere diede in Feudo cinque moggia di terra con cinque coloni a quella ascritti, promettendo ancora di maggiormente gratificargli, se serbando a lui quella fedeltà che gli aveano giurato, mantenessero la città quieta ed in pace sotto il suo dominio[528]. Nel che non possiamo non maravigliarci del Fazzello[529], il quale, non bastandogli d'aver malamente confuso intorno a questi fatti le cose, i tempi e le persone, aggiunge ancora di suo cervello, che dopo essersi conchiusa la pace tra Innocenzio e Ruggiero, fosse questi entrato in Napoli con gran plauso, e che in quel giorno avesse creati cento cinquanta Cavalieri, e che quivi per due mesi in feste e passatempi si fosse trattenuto, contro tutta l'istoria, e contro ciò, che Falcone beneventano rapporta intorno a questi successi.
Mostrò ancora Ruggiero un'altra particolare affezione verso i Napoletani, perchè fece misurar di notte le mura della città per saper la sua grandezza, e quella ritrovò essere di giro 2363 passi; ed essendo nel seguente giorno innanzi a lui ragunato il Popolo napoletano, domandò amorevolmente loro se sapevano quanto era il cerchio delle lor mura, ed essendogli risposto di no, il Re loro il disse: di che ebber maraviglia, e rimasero insiememente lieti dell'affezione di lui[530].
E vedi intanto le vicende delle cose mondane, questa città, che in tempo di Ruggiero a riguardo delle altre, che erano in queste province, era di così brevi recinti, ora emula dell'istesse province, non solo si è resa metropoli e capo di un sì vasto Reame; ma la sua grandezza è tale, che agguaglia le città più insigni e maravigliose del Mondo.
Ma prima che Ruggiero entrasse in Napoli questa seconda volta con tanto plauso e giubilo, avea già restituita tutta la provincia di Capitanata sotto il suo dominio; avea presa Troia capo della medesima, nella qual città non volle mai entrare, ancorchè il Vescovo Guglielmo ed i cittadini per loro messi lo pregassero che v'entrasse; ma rispondendo egli che finchè quel traditor di Rainulfo fra di loro dimorasse non voleva vedergli, temendo i Troiani l'ira del Re, fecero prestamente rompere il sepolcro di Rainulfo, e ne trassero il suo cadavere già corrotto, e messogli una fune al collo lo strascinarono per le pubbliche strade della città, e poscia il gettarono in un pantano di brutture; il qual miserabil caso venuto in notizia del figliuolo Duca di Puglia e di Napoli, andò a ritrovar suo padre, e tanto s'adoperò col medesimo, che fu a Rainulfo data di nuovo sepultura[531].
Avea ancora dopo questa espedizione espugnata Bari e fatto miseramente morire il Principe Giaquinto; e ritornato da poi in Salerno tolse tutti gli Stati a coloro, ch'erano stati suoi nemici, dando loro bando da' suoi Reami; ed inviò prigionieri in Sicilia Ruggiero Conte d'Ariano insieme colla sua moglie. Scacciò anche affatto Tancredi Conte di Conversano, e gli tolse Brindisi ed altre sue terre, tanto che fu costretto d'andarsene oltremare in Gerusalemme. Ed essendosi in cotal guisa, con presta e maravigliosa fortuna, restituite tutte queste province sotto la sua dominazione, passò in Sicilia, donde mandò i Giustizieri e Governadori in ciascheduna provincia, acciocchè i Popoli soggetti godessero una tranquilla pace, stabilendo altresì nuove leggi per lo ben del Reame, delle quali quindi a poco farem parola. Ed entrato poscia l'anno 1140, avendo ragunato un nuovo esercito, inviò quello sotto il comando del Principe Anfuso suo figliuolo, acciocchè avesse soggiogata quella parte di Abruzzi posta di là del fiume Pescara, che aspettava al Principato di Capua; ove tantosto che giunse il Principe prese molti luoghi, distruggendone anche molti altri, che gli avean fatta resistenza: nella qual provincia poco appresso il Re inviò parimente il Duca Ruggiero con grosso numero di soldati, il quale congiuntosi col fratello, soggiogarono interamente quei luoghi sino a' confini dello Stato della Chiesa, assicurando il Pontefice, che ne temeva, che non sarebbero per infestare in conto alcuno i confini del suo Stato. Intanto il Re era colla sua armata tornato di nuovo in Salerno, e di là passato in Capua, ed avendosi richiamati i suoi figliuoli, per assicurar meglio Innocenzio, passò poscia ad Ariano, ove tenne una Assemblea, che fu la prima che questo Re unisse in Puglia, nella quale intervennero due Ordini, quello de' Baroni, e l'altro ecclesiastico de' Vescovi e Prelati per mettere in migliore stato le cose di quella provincia. Indi fece battere una nuova moneta d'argento mescolata con molto rame, che fu chiamata Ducato; ed un'altra più picciola, detta Follare, tutta di rame, la qual volle che valesse la terza parte d'un Romasino, che valeva dodeci grana e mezzo della comunale moneta di rame, che oggi corre; ed otto Romasini facevano il Ducato da lui stampato, proibendo sotto gravi pene, che non si spendesse ne' suoi Reami la moneta antica assai miglior della sua, con grave danno, e de' Popoli soggetti, e di tutta Italia. Andò poi a Napoli, ove trattò co' Napoletani con quella magnanimità e cortesia, che si disse poc'anzi; ed indi tornato in Salerno, imbarcatosi su la sua armata fece di nuovo ritorno in Palermo, lasciando al Governo di Puglia il Duca Ruggiero, ed in Capua il Principe Anfuso, come narra Falcone beneventano, il quale qui pon fine alla sua Istoria, siccome poco prima finì la sua Alessandro Abate Telesino.