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Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3

Volume 3 — LIBRO UNDECIMO (continued 3)

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Quello, che oggi è nella Casa de' Principi d'Avellino, non è che un Ufficio dipendente da questo, di cui ora trattiamo; poichè le sue prerogative si ristringono solamente sopra il Collegio de' Dottori, e le di lui funzioni non altre sono che di promovere al grado del Dottorato, tener Collegio di Dottori a questo fine per esaminare i Candidati, approvargli, riprovargli, e far altre cose a ciò attinenti; poichè presso noi il dare il grado di Dottore non è dell'Università degli Studj, ma del Principe, il quale ne ha delegata questa sua potestà al Gran Cancelliere, e suo Collegio. Molti di questi Cancellieri ebbe la Francia, come il Cancelliere dell'Università di Parigi, ch'era anticamente un Ufficio di tale importanza, che Bonifacio VIII per li grandi affari, ch'egli aveva in Francia se l'appropriò a fin d'avere l'autorità particolare sopra quell'Università principalmente verso i Teologi, i quali dal Cancelliere hanno i gradi, la benedizione e commessione di predicare per tutto il Mondo; ma dopo la morte di Bonifacio, l'Università di Parigi fece tutti gli sforzi per riaver quest'Ufficio, tanto che da Benedetto XI suo successore le fu renduto; onde per evitare per l'avvenire simile usurpazione, fu dato ad una Canonia della Chiesa cattedrale di Parigi[616].

E per questa cagione Marino Freccia trattando di questi Ufficj, avendo avanti gli occhi solamente ciò che si praticava a' suoi tempi, pose il Gran Cancelliero nell'ultimo luogo, poichè il Gran Cancelliero d'oggi, che vien reputato uno de' sette Ufficj del Regno, non è che un rivolo di quel fonte: non esercita, che una delle molte prerogative, che prima adornavano quella dignità essendosi oggi quasi ch'estinto, e attribuita la Cancelleria al Re, che perciò per esercitarla vi eresse un nuovo Tribunal supremo, detto di Cancelleria, amministrato, come s'è detto, da' Reggenti.

Non è però da tralasciare, che in tempo dell'Imperadore Federico II e del Re Carlo d'Angiò, ancorchè quest'Ufficio fosse molto decaduto dall'antico suo splendore, riteneva però la giurisdizione sopra tutti i Cherici del palazzo reale, e sopra tutti i Cappellani regj: di che molto si maravigliava Marino Freccia[617], come un laico sopra i Cherici potesse stender la sua giurisdizione, quando questi, e per ragion divina, canonica ed imperiale sono da' laici esenti; onde per togliere questa, che a lui sembrava stranezza, volle ricercarne le cagioni. Disse che ciò era, perch'essendo questo Regno del patrimonio di S. Pietro, bisognava credere, che i Re anche fossero stati investiti dalla Sede Appostolica di questa prerogativa, e perciò si debbiano reputare, come Ministri e Delegati della Sede Appostolica. Nè ciò deve sembrar strano, e' dice, perchè i Re non devono considerarsi come meri laici, poichè s'ungono, e prima erano anche Sacerdoti. E ciò non bastandogli soggiunge, che Federico e Carlo ebbero specialmente tal autorità dalla Sede Appostolica, acciocchè deputassero un Giudice sopra tutti i Cherici della Casa regale; e che da poi parendo cosa disdicevole, e non decorosa, che un laico come Delegato della Sede Appostolica esercitasse giurisdizione sopra i Cherici, da Alfonso I, si fosse destinato un de' suoi Cappellani per Giudice, il quale esercitando giurisdizione sopra tutti gli altri Cappellani e Cherici della cappella del Re, si fosse perciò detto Cappellano maggiore, e ciò con licenza della Sede Appostolica; onde si fece che non fosse più del Gran Cancelliere quest'incumbenza, ma del Cappellano maggiore.

Ma non dovea cotanto maravigliarsi Freccia, se a questi tempi il Cappellan maggiore era subordinato al Gran Cancelliere, ed assistesse alla sua Cancelleria; poichè in Francia, come rapporta Pietro di Marca[618], praticavasi lo stesso nella linea de' Re carolingi; nel qual tempo nel palazzo regale presedevano il Maestro del Palazzo per le cose dell'Imperio, ed il Cappellano maggiore, detto ancora Arcicappellano per le cose ecclesiastiche e del Sacerdozio, il quale, come avverte Inemaro, Vice Regis in consessu Episcoporum et Procerum jus dicebat, nisi causae gravitas exigeret Regis praesentiam. E non già a tempo d'Alfonso I d'Aragona, ma molto tempo prima si vede essersi distaccata questa preminenza dall'Ufficio di Gran Cancelliere; e fu quando, avendo Carlo I d'Angiò collocata la sua Sede regia in Napoli, fu destinato uno de' suoi Cappellani per Giudice, il quale esercitasse giurisdizione independentemente dal Gran Cancelliere, sopra tutti gli altri Cappellani e Cherici della Cappella regia onde prese il nome di Protocappellano regio, ovvero di Maestro della Cappella regia, e finalmente di Cappellano maggiore; del cui ufficio, siccome dei simiglianti introdotti da Carlo I d'Angiò nella sua Casa regale di Napoli, dovremo nel Regno suo favellare.

Così in decorso di tempo, passate le grandi e molte prerogative di quest'Ufficiale nella Cancelleria del Re; passata ancora quest'altra nel Cappellan maggiore con totale independenza; oggi non rimane altro al Gran Cancelliero, che il conferir i gradi del Dottorato, in legge, teologia, filosofia e medicina, e la soprantendenza nel Collegio de' Dottori[619]. Ritiene bensì l'onere della porpora, di sedere ne' Parlamenti, e nelle altre funzioni pubbliche ove interviene il Re; ma nel sesto luogo, ed a man sinistra allato del Re dopo il Gran Protonotario, e tra i sette Ufficiali del Regno vien anche annoverato.

§. IV. Del Gran Giustiziero.

L'Ufficio del Gran Giustiziero se bene presso i Franzesi fosse subordinato al Gran Cancelliere, ch'era il Magistrato de' Magistrati e Capo di tutti gli Ufficiali di giustizia, e sotto il Regno di Ruggiero la sua autorità non fosse cotanto ampia; nulladimeno avendo Guglielmo suo successore istituito il Tribunal della Gran Corte, e da poi Federico II, avendo stabilito per più Costituzioni che il Maestro Giustiziero, che a quel Tribunale soprastava, fosse il Capo e supremo sopra tutti gli altri Giustizieri delle province, si fece che questo Ufficio non solo fosse riputato un de' maggiori e più grandi del Regno, ma che occupasse il secondo luogo dopo il Gran Contestabile: per questa cagione egli siede il primo alla sinistra del Re, veste di porpora, ed ha per sua particolar insegna lo stendardo; di che presso noi è ancor rimaso vestigio, poichè in congiuntura di doversi eseguire la condanna di alcuno sentenziato a morte, si caccia questo stendardo fuori di un balcone, in segno dell'autorità del Gran Giustiziero. E quanto più da Federico II, fu innalzato il Tribunal della Gran Corte costituendolo supremo e superiore nel Regno sopra tutti gli altri, ove dovessero trattarsi non solamente le cause civili e criminali, ma anche le cause feudali, delle Baronie, de' Contadi, de' Feudi quaternati, e di più tutte le cause d'appellazioni; ed oltre a ciò non solo volle che si riportassero per via d'appellazione quelle, che si erano agitate ne' Tribunali degli altri Giustizieri delle province, ma anche le cause delegate dal Re; avendo sottoposti alla sua giurisdizione tutti i Duchi del Regno, i Principi e tutti gli altri Baroni; ed in oltre che potesse conoscere anche de' delitti di Maestà lesa: tanto il Giustiziero, che avea la soprantendenza di questo Gran Tribunale, crebbe sopra tutti gli altri Ufficiali della Corona, e Gran Giustiziero meritamente appellossi; e Federico in una sua Costituzione[620] lo chiamò perciò luminare majus, per lo splendore del quale si oscurano gli altri minori, onde è che visitando egli le province, cessano gli altri Giustizieri.

Nel che dovrà notarsi, che sin da questo tempo de' Re normanni si cominciò quella divisione delle province, che oggi in gran parte ancor riteniamo, le quali in questi tempi non aveano nome di province, ma di Giustizierati preso da' Giustizieri, da' quali venivano governate[621]; non altrimenti che ne' tempi dei Longobardi, si dissero Castaldati da' Castaldi, che ne aveano il governo. Infatti abbiamo, ne' tempi del Re Guglielmo II, Tancredi Conte di Lecce Giustiziero della Puglia e di Terra di Lavoro; il Conte Pietro Celano e Riccardo Fondano, essere stati Giustizieri delle stesse province[622]. Così sovente ne' tempi posteriori leggiamo ne' registri rapportati dal Tutino[623], che mandandosi questi Giustizieri nelle province, si nominavano perciò non Magistri Giustizieri, o Magni Giustizieri, a differenza del Giustiziero del Regno, ma di quelle sole province delle quali aveano avuto il governo. Così Giovanni Scotto si disse Giustiziere d'Apruzzo, e Guglielmo Sanfelice Giustiziere di Terra di Lavoro, donde le province presero queste denominazioni, e surse lo Justiziariato di Calabria, lo Justiziariato di Puglia, di Terra di Lavoro ed altri, che oggi province si chiamano; anzi in quest'istessi tempi de' Normanni e de' Svevi ancora, sovente una provincia era governata da due Giustizieri, siccome nei tempi di Guglielmo II nella provincia di Salerno vi erano due Giustizieri, Luca Guarna e Filippo da Cammarota. E nell'anno 1197 abbiamo[624], che Roberto di Venosa e Giovanni di Frassineto furono ambedue Giustizieri della terra di Bari. E nel 1225 Pietro d'Eboli e Niccolò Cicala furono Giustizieri di Terra di Lavoro[625]. Il che da poi da Federico II fu in miglior forma mutato e stabilito, che per ciascuna provincia, fosse uno Giustiziero, il quale dovesse avere un sol Giudice ed un Notaio d'atti, che oggi diciamo Mastrodatti, siccome stabilì nella Costituzione Occupatis al libro primo. Ciò che fu da poi ritenuto dagli Angioini, li quali in ciascuna provincia mandavano un solo Giustiziero, che oggi da noi Preside s'appella.

Chi fosse stato nel Regno di Ruggiero Maestro Giustiziero, non abbiamo, che un sol riscontro nell'Archivio della Trinità di Venosa, in un istromento rapportato dal Tutini, ove si legge che nell'anno 1140 fu Giustiziero dei Re Errico Ollia. Ego Henricus Ollia Dei gratia Regalis Justitiarius; ma ne' tempi de' due Guglielmi suoi successori, così presso Romualdo Arcivescovo di Salerno, come nella Cronaca di Notar Riccardo da S. Germano, se ne incontrano molti; come Roberto Conte di Caserta, Ruggiero Conte di Andria e Luca Guarna, come diremo ne' Regni di questi Principi; onde fassi chiaro l'error di coloro, che reputarono questo Ufficio averlo introdotto nel Regno Federico II. Fu sì bene da questo Imperadore in più sublimità e in miglior forma stabilito per mezzo delle sue molte Costituzioni attinenti a quest'Ufficio, non già che egli fosse stato il primo ad introdurlo, come dalle medesime sue Costituzioni ciascuno potrà conoscer chiaramente. Altre leggi furono da poi promulgate a' tempi degli Angioini intorno all'Ufficio del Gran Giustiziero e molti Capitoli abbiamo sopra ciò di Carlo II, che trattano della sua giurisdizione ed incumbenza; ma dovendo di quest'Ufficiale trattare più ampiamente, quando del Tribunale della Gran Corte della Vicaria farem parola, riserbiam perciò in quel luogo di discorrere così del suo incremento, come della sua declinazione; poichè essendosi in decorso di tempo sotto i Principi aragonesi ed austriaci eretti altri Tribunali, siccome quello della Gran Corte perdè sua antica autorità e dignità, così ancora il Gran Giustiziero restò in gran parte spogliato del suo splendore e delle sue preminenze; tanto che oggi è rimaso solo a titolo d'onore, nè ritiene altro se non la precedenza sopra gli altri Ufficiali dopo il Gran Contestabile, di cuoprirsi di porpora nelle funzioni e celebrità pubbliche, e di godere quelli onori e preminenze che godono gli altri Ufficiali della Corona.

§. V. Del Gran Camerario.

Ciò che nel Regno di Francia era chiamato il Gran Tesoriero, per la soprantendenza, che teneva delle Finanze, presso di noi Gran Camerario appellossi, essendo egli il Capo Ufficiale della Camera de' conti del Re. Prima la sua incumbenza era di aver custodia della persona del Re, dentro la sua Camera accomodare il suo letto, aver la cura e il pensiero di provvedere il Re e i suoi figliuoli di abiti: disponere le sentinelle per custodia della persona del Re nella sua Camera, ordinare gli uscieri, distribuire le vesti per la famiglia del Re, e custodire le gioie ed altri monili preziosi, l'oro, l'argento ed i panni di lana o di seta. Ma la sua principal incumbenza era di ricevere tutto il denaro, che si manda alla Camera del Re; soprantendere a tutti gli altri Tesorieri del Regno, levargli ed in suo luogo sostituire altri. Era ancora sua incumbenza di aver notizia di tutte le ragioni appartenenti al regio Fisco, delle rendite, delle gabelle e di tutti gli Ufficiali. Avea perciò giurisdizione sopra tutti li Tesorieri e Commessari delle province, sopra tutti gli erari e Percettori dell'entrate del Regno, e tenea conto del denaro del Re, che a lui per qualunque cagione era da' Percettori inviato, i quali doveano a lui render conto di tutte l'esazioni ed entrate. Quindi avvenne, che siccome in Francia, essendo li Tesorieri dispersi in tutto il Regno, e la loro carica divisa per le province, fu riputato necessario ergere un Tribunale supremo e generale delle Finanze, dove si formasse lo stato intiero di quelle, e se ne facesse il ripartimento a ciascuno de' Tribunali particolari delle province, e dove finalmente tutto si riportasse: così presso di noi surse perciò un nuovo Tribunale supremo e generale delle Finanze, ove tutto si riportasse: Capo del quale era il Gran Camerario, essendo egli il supremo sopra tutti gli altri Ufficiali, che sono impiegati intorno alle cose fiscali, a' diritti ed alle esazioni, rendite e gabelle del Re, come sono i Camerarj delle province, i Portolani, i Secreti, i Doganieri, gli Erarj ed ogni altro, da' quali egli riceve i conti; onde perciò fu appellato Capo ufficiale della Camera de' conti, che ha molta simiglianza al Comes sacrarum largitionum presso i Romani; e siccome presso coloro più erano gli Quaestores pecuniarum, così ancora presso noi più furono i Tesorieri minori, i Camerarj, i Portolani, i Secreti, i Doganieri ed altri, de' quali era incumbenza di raccogliere il denaro del Re. Questo Tribunale in tempo di Federico II e dei Re della Casa di Angiò si reggeva per li Maestri Razionali nella Corte della Regia Zecca; i quali erano detti Maestri Razionali, perchè la maggior loro incumbenza era di invigilare, affinchè i minori Camerarj, Tesorieri, Doganieri ed altri rendessero ragione della loro amministrazione, e ricevevano perciò da essi i conti dell'esazioni fatte e del denaro che mandavano alla Camera del Re.

Grandi privilegi e prerogative furono concedute dal Re Lodovico d'Angiò e da Giovanna I, a questi Maestri Razionali[626], li quali erano anche chiamati M. Razionali della Gran Corte, ed a' tempi de' Re angioini da' personaggi, che sostenevano queste cariche, si vede quanto chiara ed illustre fosse questa dignità; poichè si legge, che il famoso Andrea d'Isernia, il celebre Niccolò Alunno d'Alife, ed altri insigni Giureconsulti sotto il Re Carlo II, Roberto ed altri Re suoi successori furono Maestri Razionali.

A' tempi posteriori degli Aragonesi, il Re Alfonso II, a questo Tribunale unì l'altro da lui eretto della Summaria, il qual si reggeva per quattro Presidenti legisti e due idioti, dandogli un Capo, che vi presedesse in luogo del Gran Camerario, onde prese il nome di suo Luogotenente[627]. Si vide per ciò questo Tribunale in maggior splendore ed autorità; poichè oltre alla cura del patrimonio regale, gli fu data anche la cognizione delle cause feudali, le quali prima s'appartenevano alla Gran Corte. Surse quindi il nome della Camera Summaria, e Presidenti della Summaria, prendendo tal denominazione (senza che ci andiamo lusingando con etimologie più speziose di summa rei, ovvero rationis, come vaneggia Luca di Penna[628], seguitato a torto da Marino Freccia[629], di che a ragione ne fu ripreso dal Reggente Moles) dalla cognizione sommaria, che doveano prendere sopra i conti, declaratorie, o significatorie, che da' Maestri Razionali si spedivano. Onde siccome appresso i Franzesi questo Tribunale si appella la Camera de' conti, ovvero delle Finanze: così presso di noi per l'istessa cagione fu detta Camera della Summaria. Ciò che maggiormente si conferma da un privilegio dell'istesso Re Alfonso inserito nelle nostre prammatiche[630], dove il Re chiaramente dice, essersi questo Tribunale chiamato della Summaria, quod rationes ipsae in Camera per Praesidentes, et Rationales ibidem ordinatos SUMMARIE viderentur: di che ci tornerà occasione di parlare più ampiamente, quando dell'istituzione di questo Tribunale della Camera seguita nel Regno d'Alfonso I, ci toccherà di favellare.

Questo supremo Ufficio di Gran Camerario, siccome è vero ciò che dice Freccia, che fu da Carlo I d'Angiò ristabilito in miglior forma, a somiglianza di quello di Francia: non è però che fosse stato Carlo il primo ad introdurlo, essendo stato conosciuto dai nostri Re normanni e svevi; e di molti Camerarj fassi nel Regno di questi Principi memoria: molti se ne leggono nel Regno di Ruggiero istesso, ma i loro nomi essendo stati a noi involati dall'antichità del tempo, non abbiam potuto qui registrargli. Ben nei tempi di Guglielmo I suo successore, infra gli altri, leggiamo Maestro Camerario del palagio reale, Gaito Joario; dopo la morte del quale fu creato Maestro Camerario Gaito Pietro Eunuco, ambedue Saraceni[631]. Era presso questi il nome di Gaito, nome di Ufficio, che non voleva denotar altro, che Capitano[632]. E nel Regno di Guglielmo II, pur leggiamo, che Gaito Riccardo fu Maestro Camerario del regal palagio[633]; e che Gaito Martino avea cura della regal Dogana. E sotto il medesimo Re pur abbiamo menzione de' Camerari di Calabria, che risedevano in Reggio, fra i quali fu Giovanni Colomeno, di cui ci tornerà occasione di parlare nel Regno di questo Principe[634]. Così ancora ne' tempi de' loro successori Svevi, e nelle Costituzioni di Federico[635] si leggono molte leggi attinenti a quest'Ufficio, così del Maestro Camerario, come degli altri Camerarj inferiori delle province, Doganieri, Maestri Secreti ed altri, de' quali il Toppi tessè lungo catalogo.

Carlo d'Angiò lo ridusse in miglior forma a modo del Regno di Francia, stabilendo un solo Gran Camerario, al quale tutti gli altri Camerarj delle province ubbidissero, ed a cui tutto si riportasse, costituendolo Ufficial supremo di tutte le Finanze. E ci diede molte leggi scritte e stabilimenti intorno alla sua incumbenza, formando un particolar regolamento di questo Ufficio, nel quale non potè nè meno dimenticarsi de' vocaboli franzesi; poichè stabilì, che fosse dell'autorità del Gran Camerario di deputare, sustituire e correggere i Graffieri, de' quali l'incumbenza era scrivere e notare, siccome degli Antigraffieri di controscrivere e notare, che noi ora nel Regno chiamiamo Credenzieri, affinchè non si commettesse frode nell'esazioni. Stabilì ancora i Maestri degli Arresti, onde è che ancora presso noi fosse rimase questo vocabolo franzese, e diciamo perciò gli Arresti della Camera, siccome essi chiamano le determinazioni e sentenze de' loro Parlamenti[636].

Ne' tempi posteriori, e men a noi lontani, cominciò il Gran Camerario a perdere queste tante sue prerogative, ma non già il Tribunale della Camera; perchè reggendosi questo dal suo Luogotenente, co' Presidenti e Razionali della medesima, come che il crearlo non s'appartiene più a lui, ancorchè si chiami suo Luogotenente, ma al Re; quindi è nato che se bene questo Tribunale si fosse innalzato al pari degli altri Tribunali supremi del Regno il Gran Camerario però è oggi rimaso per solo titolo di onore, nè più s'impaccia degli affari del medesimo, ne è della sua incumbenza d'intrigarsi nell'entrate della Camera del Re, ma tutto si fa dal Luogotenente e suoi Ministri, i quali al Vicerè, che è in luogo del Principe, son obbligati dar conto della loro incumbenza, avendo un particolar Tesoriero da chi viene conservato il denaro del Re. Ritiene però le sue preminenze, così nel sedere alla parte sinistra del Re dopo il Giustiziero[637], occupando il quarto luogo, come nelle congiunture solenni di nozze, o altre funzioni pubbliche, di vestirsi di porpora, e tra i sette Ufficj della Corona è ancora annoverato, ed insino agli ultimi tempi se gli pagava il soldo.

§. VI. Del Gran Protonotario.

Pietro Vincenti, che distese un libretto de' Protonotarj del Regno, piuttosto tessè un catalogo di coloro, che esercitarono questa carica nel Regno, che ci descrisse il loro Ufficio ed impiego. Il Protonotario, ovvero Logoteta non vi è dubbio che presso di noi prese il suo principio da' Greci, siccome denota la voce istessa; ma ciò non fa che quest'Ufficio non fosse conosciuto da' Romani sotto altro nome. Nell'Imperio, essendo egli il Capo de' Notai era perciò chiamato Primicerius Notariorum, ed era decorato della dignità Proconsolare, e dopo due anni d'esercizio diveniva illustre. Avea nell'antico Imperio sotto di se tre sorte o gradi di Notai, che sono apertamente distinti nel Codice Teodosiano[638]. I primi erano intitolati Tribuni Praetoriani, et Notarii; ed anche, come l'attesta Cassiodoro[639], erano chiamati Candidati; e questi avevano la dignità de' Conti. I secondi erano semplicemente detti Tribuni, et Notarii; e questi aveano la dignità de' Vicarii. Finalmente i terzi erano chiamati Notarii familiares, ovvero domestici, li quali avevano l'ordine, o dignità della Consularità.

Ma non bisogna confondere questi Nomi con quelli d'oggi, che i Romani appellarono Tabelliones, i quali come diremo, aveano funzioni diverse, ed erano Ufficj differentissimi. Siccome non bisogna confondere l'Ufficio del Gran Protonotario a' tempi de' nostri Re normanni, svevi, angioini ed aragonesi, con quello del Viceprotonotario d'oggi, ristretto alla sola creazione de' Notai e Giudici cartularj, ed alle legittimazioni.

L'Ufficio del Gran Protonotario era ne' tempi di questi Re cotanto illustre, che in gran parte somigliavasi a quello del Primicerio de' Notai presso i Romani. Questi, secondo ce lo descrive Cassiodoro[640] e Giacomo Gottofredo[641], era del Concistoro del Principe, avea il pensiero e la cura di notare tutti gli atti ed i secreti del Principe, che si facevano nel suo Concistoro: per lui uscivan fuori i responsi ed i decreti imperiali, e sovente le orazioni degl'Imperadori fatte al Senato si recitavano dal Primicerio: in breve egli era il Secretario fedele del Principe, a cui non vi era secreto o consiglio, che non si confidasse, e perciò l'obbligo della sua carica lo astringeva continuamente ad assisterlo, e con indefessa applicazione attendere alle spedizioni de' suoi imperiali comandamenti. Teneva perciò sotto di se que' tre gradi di Notaj, che ridotti a forma di Milizie, o di Collegio, militavano sotto di lui, i quali aveano molta somiglianza a' Secretarj d'oggi di Stato, o del Gabinetto e della casa del Re, de' quali favelleremo nel Regno di Carlo II d'Angiò.

Uguale era l'Ufficio e potestà del Gran Protonotario ne' tempi di questi Re. Il suo principal impiego non era già della creazione de' Notai e de' Giudici cartularj, ma d'assistere continuamente appresso la persona del Re, ricevere le preci e i memoriali, che si portavano a quello, sentire nell'udienze coloro che aveano al Re ricorso, e farne al medesimo relazione: per le sue mani passavano tutti i diplomi, e da lui s'istromentavano. Tutte le nuove costituzioni, gli editti e le prammatiche, che il Re stabiliva, erano dal Protonotario dettate e firmate. Ciò che il Principe, o nel suo Concistoro, o in ogni altro suo Consiglio sentenziava o decretava, egli riducevalo in forma di sentenza o di decreto, ovvero in forma di diploma o privilegio[642], e si vide nel Regno di Carlo II, d'Angiò in quanta eminenza arrivasse, quando questo Ufficio era esercitato da Bartolomeo di Capua, per mano del quale passavano i più gravi e rilevanti affari della Corona.

Ma siccome in decorso di tempo il Tribunale della Gran Corte della Vicaria abbassò il Gran Giustiziero riducendolo in quello stato, che oggi si vede, così l'erezione del Consiglio di S. Chiara a' tempi d'Alfonso I Re d'Aragona fece quasi che sparire il Gran Protonotario; e quantunque Alfonso concedendo al Presidente di quello ugual potestà, si dichiarasse ch'egli non intendeva pregiudicare alle preminenze del Gran Protonotario, tanto che o egli, o il suo Viceprotonotario era ammesso a presiedere in quel Consiglio, e sovente a commettere le cause, non altrimenti che faceva il Presidente; nulladimanco a poco a poco l'Ufficio di Gran Protonotario fu ridotto poi a titolo di onore, e rimase fuori di quel Consiglio; e s'arrivò a tale, che dovendo il Gran Protonotario assistere di persona, nè senza nuova permissione del Re potendo elegger altri per Viceprotonotario, che assistesse in suo nome, non concedendosi più dal Re tal facoltà, siccome si legge[643] essersi conceduta da Carlo II a Bartolomeo di Capua: il Viceprotonotario non più si creava da lui, ma a dirittura dal Re, come si pratica tuttavia. Per questa cagione fu introdotto, che il Gran Protonotario, quando era dal Re eletto, pigliava con molta solennità il possesso nel Consiglio di S. Chiara, con intervenire insieme col Presidente, e tutti gli altri Consiglieri in tutte le sentenze, che si profferivano quella giornata; e per questa coerenza s'introdusse ancora, che il Re creava Viceprotonotario l'istesso Presidente del Consiglio, onde quasi sempre si videro queste cariche unite in una medesima persona, come più diffusamente diremo nel Regno d'Alfonso I.

In decorso di tempo essendo innalzati a quest'Ufficio i primi Baroni, non più Giureconsulti, come ai tempi di Bartolomeo di Capua: i Gran Protonotarj, come personaggi d'alta gerarchia, quasi sdegnando d'intervenire di persona nel Consiglio di S. Chiara, i Viceprotonotarj venivano ad assistervi; ma questi poi non essendo più creati da essi, ma dal Re, vennero per ciò affatto i Gran Protonotarj ad esserne esclusi, e di non aver poi parte alcuna in quel Consiglio. Dall'altra parte i Presidenti del Consiglio, l'autorità de' quali era grandissima, esclusero poi i Viceprotonotarj dalle commesse delle cause, e da tutte l'altre preminenze, che rappresentando la persona del Gran Protonotario prima aveano; onde venne a restringersi la loro autorità alla sola creazione de' Notai e de' Giudici cartularj, ed alle legittimazioni, che ora gli rimane.

Ma quantunque l'Ufficio di Viceprotonotario si fosse ristretto a queste tre sole incumbenze: portando la creazione de' Notari e de' Giudici, il visitare i loro privilegi e protocolli, grandi emolumenti: sursero gravi contese fra i Gran Protonotarj, che pretendevano quelli a loro doversi, ed i Viceprotonotarj, che come destinati dal Re, tutti ad essi se gli appropriavano: intorno a che Marino Freccia[644] rapporta una fiera lite, che a' suoi tempi per ciò s'accese fra il Duca di Castrovillari Gran Protonotario, ed il famoso Cicco Loffredo Viceprotonotario. Presentemente tutte queste contese son finite, poichè il Viceprotonotario non riconoscendo da altri, che dal Re quella carica, se l'appropria solo, ed ora l'Ufficio di Gran Protonotario è rimaso a sol titolo d'onore, senza soldo e senza emolumenti; ritiene però gli onori di vestire di porpora, e di sedere ne' Parlamenti nella parte destra del Re dopo il Grand'Ammiraglio.

Ma egli è ben da avvertire, che i Notari d'oggi, la creazion de' quali s'appartiene al Viceprotonotario, non hanno conformità alcuna con que' Notari, delli quali si parla nel Codice Teodosiano, e di cui parla Cassiodoro, i quali, come si è detto, aveano più somiglianza con gli Ufficiali della Secretaria, o Cancellaria del Re, li quali hanno il pensiero degli atti, e delle scritture del Re, che co' Notari presenti, la cui incumbenza si raggira agl'istromenti, ed atti de' privati, ancorchè il lor Ufficio pubblico fosse. Hanno costoro più coerenza co' Tabellioni degli antichi Romani, l'Ufficio de' quali era a questo somigliantissimo; con una sola differenza, che nella persona dei Notari d'oggi si vedono uniti insieme l'Ufficio dei Tabularii, e quello de' Tabellioni.

Presso i Romani coloro, ch'erano destinati ad aver la custodia de' pubblici Archivj, ove si conservavano i pubblici istromenti, ed i monumenti delle cose fatte, si chiamavano Tabularii, poichè il luogo, dove quelli si serbavano, era appellato Tabularium; ed i Greci lo chiamavano Grammatophylacium, ovvero Archium[645]; e sovente la cura di questi luoghi era commessa ai servi pubblici, cioè comprati con pubblico denaro delle città, o delle province; e questi Tabularj, perchè pubblici, non solo per la Repubblica, ma anche per ciascheduno privato potevano intervenire e stipulare, acquistare, e in lor nome prender anche la possessione[646]. L'Imperador Arcadio poi discacciò dal Tabulario i servi pubblici, e comandò che i Tabularj fossero uomini liberi[647], i quali come persone pubbliche potessero stipulare per altri, non altrimenti che il Magistrato[648]. Ma l'Ufficio di questi Tabularj non era altro, che custodire nell'Archivio i pubblici istromenti e monumenti delle cose fatte, e come persone pubbliche di poter intervenire e stipulare per altri.

Li Tabellioni erano quelli, i quali avanti a' Tabularj dettavano e scrivevano i testamenti, e stendevano i contratti, facendone pubblici istromenti[649], che si davan poi a conservare a' Tabularj. Questi Tabellioni erano ancora chiamati Nomici cioè Juris studiosi, perchè in quelli per concepir bene, e dettare gl'istromenti, ovvero testamenti, vi si ricercava ancora qualche perizia delle leggi[650]. Altri interpretarono la voce Nomicus, cioè Legitimus, perchè egli rendeva legittimi tutti gli atti. Che che ne sia, egli è certo, che i Tabellioni, che oggi noi appelliamo Notari, eran tutto altro da' Tabularj, i quali erano preposti all'Archivio, siccome fra di loro vengon distinti da Giustiniano nelle sue Novelle[651], e non bisogna confondergli, come fecero Accursio[652], Goveano[653], e Forcatolo[654].

Queste due funzioni però s'uniron poi nelle persone de' nostri Notari; poichè siccome prima i Tabellioni avanti a' Tabularj scrivevano gl'istromenti, e presso questi nell'Archivio si conservavano: poi fu introdotto, che gl'istromenti o testamenti avanti a' Tabellioni si scrivessero, senza più ricorrere a' Tabularj, e ch'essi medesimi gli conservassero, facendone protocolli, e custodendogli non più ne' pubblici Archivj, ma nelle proprie case. Quindi nacque, che confondendosi quest'uffici, fosse il Notaro riputato persona pubblica, e che siccome i Tabularj potevano stipulare per altri, potessero anch'essi farlo.

Divenne perciò l'Ufficio de' Notari di maggior fede e confidenza: ond'è che i Principi nel creargli vi stabilirono certe leggi, e ricercarono molti requisiti, d'essere incorrotti, e di buona fama, fedeli ed intelligenti; che sappiano scriver bene, ben intendere le convenzioni delle parti per poterle poi nettamente ridurle in iscritto: siano secreti, liberi, cristiani, conoscano i contraenti, e perciò nazionali de' luoghi, ove desiderano esercitare. Quindi richiedendo quest'Ufficio una somma fedeltà, si vide ne' tempi antichi esercitarsi presso di noi da persone nobili; e siccome un tempo non si sdegnavano i Nobili, particolarmente i Salernitani, esercitar medicina, così ancora molti Nobili de' nostri Sedili, non si sdegnarono ne' tempi antichi farsi Notari; e Marino Freccia[655] testifica aver egli veduto molti istromenti, registri, inventarj, ed altri antichi monumenti scritti per mano di Notari nobili, le cui famiglie, egli dice, non voler nominare, per non dar dispiacere a' loro posteri leggendole. Quindi nacque ancora presso i nostri Autori la massima, che per l'esercizio del Notariato, non si perdano i privilegi della Nobiltà, e che non debbano i Notari noverarsi fra gli artegiani[656].

§. VII. Del Gran Siniscalco.

Siccome presso i Franzesi, dopo la suppressione de' Maestri del palazzo, quattro Ufficj della Corona furono grandemente accresciuti, che riguardavano la guerra, la giustizia, le finanze, e la casa del Re; e per quel che si attiene alla guerra, surse il Gran Contestabile, per la giustizia il Gran Cancelliere, e per le finanze il Gran Tesoriero Capo ufficiale della Camera de' conti: così ancora per quel, che riguarda la casa del Re, innalzossi il Gran Maestro di Francia, anticamente chiamato Conte del palazzo, cioè Giudice della casa del Re, ch'ebbe il governamento della medesima.

Non altrimenti nella Corona di Sicilia, oltre gli altri Ufficiali annoverati, si vide ad esempio di quello di Francia il Gran Maestro di Sicilia, chiamato con vocabolo ancor franzese Siniscalco, ovvero Maggiordomo della casa del Re, il quale avea il governamento della medesima, e la cura ed il pensiero di provedere il regio Ospizio di ogni sorte di viveri, secondo il bisogno richiedeva: era ancora della sua incumbenza di provedere delle biade ed altre vittovaglie per li cavalli della stalla del Re, tener cura delle foreste, e delle caccie riserbate per divertimento del Re, de' familiari, ed altri servidori della casa reale, sopra i quali teneva giurisdizione di correggergli, e castigargli eccetto che sopra i Ciambellani, i quali per essere intimi servidori e Cubicularj del Re, che pongono il Re in letto, e lo scalzano, e sono nella Camera secreta del Re, perciò furono esenzionati dalla giurisdizione del Gran Siniscalco, siccome li Collaterali del Re, che erano partecipi del consiglio segreto del Re, e riputati come parte del corpo del Re[657].

Era egli perciò il Giudice della Casa reale, e sotto la cura sua era tutta la famiglia del palazzo regio, e tutti gli altri Ufficiali minori della casa del Re, i quali secondo i particolari loro impieghi assunsero varj nomi; onde sursero molti Ufficj detti non già della Corona, ma solamente per questo fine, della Casa del Re.

Noi a tempo de' Normanni non abbiamo riscontri di questi minori Ufficiali, ma sì bene del Gran Siniscalco, che si disse così per esser il maggiore, e sopra tutti gli altri Siniscalchi minori dell'Ospizio regio; e se bene a' tempi di Ruggiero non abbiamo fra le reliquie dell'antichità, chi fosse stato suo Gran Siniscalco; egli è però che in tempo di Guglielmo I suo successore leggiamo suo Gran Siniscalco Simone cognato del famoso Majone, di cui abbiamo anche memoria presso il Pellegrino[658] al quale anche Guglielmo diede il governo della Puglia[659]; onde non è da dubitare, che quest'Ufficio insieme con gli altri fosse da' Normanni introdotto fra di noi.

Ma siccome ciò è vero, così anche è certissimo, che in tempo degli Angioini, e particolarmente di Carlo II ricevè miglior forma, e su 'l quale furono dati varj provedimenti, e stabilito nuovo modo, e dategli altre incumbenze, secondo la Tabella stabilita per quest'Ufficio, che rapporta Freccia; ond'è che in Napoli si videro sorgere quegli altri Ufficj minori della casa del Re, dipendenti dal Gran Siniscalco: e la ragione si fu, perch'avendo Carlo I d'Angiò fermata la sua regia sede in Napoli, il Gran Siniscalco si distinse sopra tutti gli altri Ufficiali della casa reale, che furono molti: abbiamo perciò nel Regno di questi Angioini sovente memoria de' Maggiordomi della casa reale, de' Maestri de' cavalli regi, de' Maestri Panettieri regi, dei Maestri de' Palafrenieri e della scuderia regia, de' Maestri dell'Ospizio regio, de' Maestri delle razze regie, de' Maestri Massari, e de' Siniscalchi dell'Ospizio regio, siccome ne' tempi di Giovanna I leggiamo: Phichillus Gaetanus Reginalis hospitii Senescallus; e sotto Carlo III si legge: Nobilis vir Bartholomeus Tomacellus miles Regii hospitii Senescallus; e sotto Ladislao si trova Paolino Scaglione Siniscalco dell'Ospizio di detto Re ed altri rapportati dal Tutini[660]. Così ancora Ufficiali della casa del Re subordinati al Gran Siniscalco erano il Preposito della cucina del Re: il Preposito della buccellaria regia. Il Giudice dell'Ospizio regio. I Ciambellani Regj. I Valletti della Nappa del Re. I Cacciatori Regj. Il Custode degli uccelli del Re. I Falconieri del Re, ed altri, de' quali ci tornerà occasione di favellare nel Regno di questi Principi più distesamente.

Ma siccome ne' tempi degli Angioini il Siniscalco per li tanti Ufficiali a se sottoposti fu nel maggiore incremento e sublimità, e furono le sue prerogative ritenute ancora ne' tempi degli Aragonesi, per cagione che questi Re mantennero la loro residenza in Napoli così da poi passando questo Regno sotto la dominazione degli Austriaci, e perdendo questa città il pregio d'esser sede regia, si scemarono in gran parte le prerogative del Gran Siniscalco, e mancarono molti de' soprannomati Ufficiali della Casa del Re, e finalmente per quest'istessa cagione in progresso di tempo restò presso noi a sol titolo d'onore, senza funzione e senz'esercizio.

Per questa suppressione s'innalzarono molti di quegli Ufficj dipendenti da lui, e ad esser riputati (se bene non delli sette della Corona) almeno de' maggiori del Regno, e ad altri non subordinati, come il Maestro delle razze regie, che chiamarono il Cavallerizzo del Re. Il Gran Montiere Maggiore, ovvero il Maestro della caccia del Re, che sopra i Cacciatori regj, e sopra tutte le foreste del Re e caccie ha la soprantendenza; ed altri de' quali ci tornerà occasione di parlare a più opportuno luogo. Nel che non dobbiamo tralasciar d'avvertire, che siccome di quasi tutti gli Ufficiali sinora annoverati possiamo far qualche paragone ed aver qualche riscontro tra gli Ufficiali nella Notizia dell'Imperio: de' Gran Montieri però non bisogna cercarne de' simiglianti, poichè gl'Imperadori romani non erano inclinati alla caccia, come furono i nostri Re, che reputando quest'esercizio proprio della professione delle armi, alle quali erano inclinati, e che sovente perciò non per ministri, ma per essi guerreggiavano: stimarono per la caccia così rendersi esperti de' siti e positure de' monti, valli, poggi, piani, e fiumi, che regolarmente hanno l'istesse positure, e siti in tutta la terra.

Così oggi presso di noi l'Ufficio del Gran Siniscalco per la lunga assenza de' nostri Re dal Reame, tenendo altrove collocata la regia loro sede, è quasi estinto, ed è sol rimaso a titolo d'onore: ritiene bensì nelle congiunture di qualche Parlamento o pubblica celebrità le sue prerogative e preminenze: veste di porpora, e siede nell'ultimo luogo a' piedi del Re, e tra sette Ufficj della Corona è annoverato.

Ecco come Ruggiero stabilisse il suo Regno; ecco quali fossero le leggi e la politia che v'introdusse, gli Ufficiali per i quali veniva amministrato, e come dopo tanti travagli lo riducesse in una ben ferma e tranquilla pace. Ma non contento il magnanimo suo cuore d'avere stabilita in cotal guisa la Monarchia, fu da poi tutto inteso agli acquisti di nuovi Reami e province, ancorchè poste nelle parti più remote e lontane dell'Affrica.

CAPITOLO VII. Spedizione di Ruggiero in Affrica; sue virtù, e sua morte.

Intanto il Pontefice Innocenzio dopo aver governata quattordici anni la Chiesa romana, il dì 24 di settembre dell'anno 1143 morì in Roma molto afflitto per li travagli, che gli diedero gli Arnaldisti ed i Romani, i quali erano entrati nell'impegno di voler riporre la lor patria nell'antica sua libertà, e di ristorare in Roma l'antico Ordine senatorio ed equestre per abbassare l'Ordine ecclesiastico, e per tal cagione facevan continui tumulti contro il Pontefice.

Fu in suo luogo eletto Guido Castello Cardinale del titolo di S. Marco ed acclamato Papa sotto il nome di Celestino II, il quale, appena erano scorsi sei mesi del suo Ponteficato, che insospettito della grandezza di Ruggiero, tentò di rompere la pace fatta dal suo predecessore con questo Principe; ma sopraggiunto poco da poi, il dì 8 di marzo dell'anno seguente 1144 dalla morte, non potè farlo. Crearono i Cardinali per suo successore Gerardo Caccianemico da Bologna Cardinal di Santa Croce, che si nomò Lucio II.

Questo Pontefice, seguitando le pedate di Celestino ebbe animo non ben pacato con Ruggiero, e proccurando questo Principe d'averlo amico, s'abboccarono insieme nel monastero Cassinense; ma non potendo riuscir l'accordo per le difficoltà, che frapposero i Cardinali, il Re entrò ostilmente nello Stato della Chiesa, prese Terracina, e molti altri luoghi della Campagna di Roma[661]: non ci bisognò altro perchè i Cardinali tosto cedessero alle difficoltà frapposte: venne il Papa subito a concordia, il quale avendo conceduto a Ruggiero molte prerogative, gli fu restituita Terracina con gli altri luoghi perduti. Allora fu che questo Pontefice per maggiormente stabilir la Monarchia di Sicilia, oltre di quello, che a Ruggiero era stato accordato da Urbano II gli concedette l'Anello, i Sandali, lo Scettro, la Mitra e la Dalmatica e che non potesse inviar ne' suoi Reami per Legato se non colui, che egli volesse[662] (quantunque il Sigonio[663] dica, che questi ornamenti furono conceduti a Ruggiero nell'anno seguente 1145 da Onorio III non da Papa Lucio II) onde è che in Sicilia i Re vantano d'esser Signori non men del temporale, che dello spirituale; ed in fatti nelle monete, che fece battere Guglielmo I, dall'un de' lati si vede il Re coronato con corona di quattro raggi, avere la Verga in mano, la Stola o Dalmatica avanti il petto incrocicchiata, ed assiso nel regio Trono mostrare i Sandali[664].

(Dalle accuse però, che i Romani portarono all'Imperadore Corrado contro Ruggiero, rapportate da Goldasto[665], si vede, che la concessione della Verga, Sandali ed Anello s'attribuisce a Papa Innocenzio II nell'anno 1140 non già a Lucio II, e molto meno ad Onorio III secondo il parer del Sigonio).

Gli Arnaldisti, che continuavano a travagliar Roma sotto il famoso Arnaldo da Brescia lor Capo, che era stato condannato da Innocenzio II nel Concilio di Laterano, accusarono Lucio a Corrado Re de' Romani, significandogli, che il Papa per mezzo di molta moneta, avea conceduto a Ruggiero queste prerogative, e che s'era perciò con lui, ch'era suo inimico, collegato a suo danno[666].

Fece da poi Ruggiero ritorno in Palermo, ed in questo medesimo tempo gli morì Anfuso Principe di Capua suo figliuolo, il cui Principato egli concedette a Guglielmo, che fece anche Duca di Napoli; e che gli fu poi successore ne' suoi Reami. Agostino Inveges[667] e Camillo Pellegrino[668] rapportano, che fra questi due anni 1142 e 43 gli fosse morto anche Tancredi suo secondogenito Principe di Bari e di Taranto, che fu il primo de' figliuoli che morì, e poi Anfuso terzogenito in quest'anno 1144. Ruggiero in questo medesimo anno tornò in Capua, ove celebrò la primiera generale Assemblea; poichè quella, che avea guari innanzi celebrata in Ariano, fu solo di Prelati e Baroni di Puglia: intervenne nella medesima fra gli altri suoi figliuoli il nominato Guglielmo con gli Arcivescovi, Vescovi ed Abati, ed altri molti Conti e Baroni; nella quale diede molti provvedimenti per lo buon governo del Regno, e compose altresì varie liti, e particolarmente una, ch'era nata fra Giovanni Vescovo di Aversa, e Gualtieri Abate di S. Lorenzo della medesima città sopra la pescagione del lago di Patria[669]; ed il diploma è rapportato dal Chioccarelli[670].

Morì poco da poi nell'anno 1145 in Roma Papa Lucio II, e Bernardo Abate di S. Anastagio, discepolo di S. Bernardo, fu eletto in suo luogo da' Cardinali, sotto nome di Eugenio III, il quale con tutto che i Romani e gli Arnaldisti non cessassero di inquietarlo, avendo avviso che in Soria le cose de' Cristiani andavano di male in peggio, si rivolse a soccorrere quei santi luoghi, e per mezzo delle sue lettere e delle persuasioni di S. Bernardo mosse l'Imperador Corrado e Lodovico Re di Francia a gire con grande e poderosa armata in Terra Santa. Ruggiero non volle entrare a parte in questa lega, perchè si faceva per conservare il Regno di Gerusalemme a Balduino III quando egli, come fu detto, era stato sempre istigato da Adelaida sua madre alla conquista del medesimo; onde avendo posti i suoi Regni in tranquilla e sicura pace, per esser egli d'animo grande ed avido di regnare, pensò stendere le sue conquiste in altre più remote parti. Si accinse per tanto all'impresa dell'Affrica, ed avendo ragunata in Sicilia una grande armata se ne passò con essa nel Reame di Tunisi, ed assaltato quel Re, gli tolse la città di Tripoli, Affrica, Stace e Cassia, e 'l travagliò di modo anche negli altri luoghi del Regno, che il costrinse, pacificandosi con lui a pagargli ogni anno il tributo[671], che per trenta anni continui così a lui, come al suo figliuolo Guglielmo fu pagato; onde avvenne come rapporta Inveges[672], che la Chiesa tripolitana d'Affrica si rendesse suffraganea a quella di Palermo. Ruggiero tutto glorioso per aversi reso tributario il Re di Tripoli, per sua impresa militare si servì di quel verso, che lo fece anche scolpire nella sua spada:

Appulus, et Calaber, Siculus mihi servit, et Afer.

Portò ancora le sue vittoriose armi in Grecia; poichè essendo a questi tempi morto l'Imperador Calojanne, e succeduto nell'Imperio Emanuele suo figliuolo, questi inviò suoi Ambasciadori al Re, richiedendolo d'imparentarsi seco, e Ruggiero per porre in effetto tal domanda, inviò in Costantinopoli altresì suoi messaggieri; ma il perfido Greco cangiatosi di pensiero, dopo avergli un pezzo tenuti a bada, fece anche porgli in prigione; di che fortemente sdegnatosi Ruggiero, posto insieme grosso stuolo di vascelli in Otranto, gl'inviò con molti suoi baroni in Grecia, sotto il comando di Giorgio d'Antiochia suo Grand'Ammiraglio, il quale presa la città di Mutine, assaltò l'isola di Corfù; e passato quindi colla sua armata alla Morea, e da poi scorrendo nel seno Saronico appresso Cenerea Porto di Corinto, pose a ferro e fuoco tutti que' campi; indi diede il guasto in tutta l'Acaia e ruinò Tebe, nè lasciò luogo alcuno ne' contorni di Negroponte, nè di Boezia che non danneggiasse; donde, oltre alle ricche prede, trasse parimenti i Maestri, che sapeano comporre drappi di seta e seco poscia in Sicilia, ed in queste nostre province gli condusse, non essendo prima di que' tempi pervenuta notizia di tal arte in Italia; e se non fosse stato impedito da' Veneziani, i quali richiesti dall'Imperador Emanuele erano venuti con sessanta galee in suo soccorso e l'obbligarono a tornarsene in Sicilia, avrebbe portato le sue vittoriose insegne insin sotto le mura di Costantinopoli.

Ma tutti questi trionfi furono conturbati dalla morte d'Errico suo quintogenito, rimanendogli ora, di tanti figliuoli, sol due, Ruggiero Duca di Puglia e Guglielmo Duca di Napoli e Principe di Capua. Camillo Pellegrino dice, Errico esser morto in età molto infantile, ma con manifesto errore, poichè se fu figliuolo della Regina Albiria, e questa morì nell'anno 1134, per certo Errico a questo tempo era almeno giovanetto di 14 anni. E s'accrebbero i travagli, quando scoverse, che l'Imperador Corrado in quest'anno 1149 s'era a suoi danni confederato coll'Imperador Emanuele, e quando poco da poi nel medesimo anno gli morì Ruggiero Duca di Puglia; vedendosi tra pochi anni privo di quattro figliuoli, rimanendogli solo Guglielmo, al quale per la morte di Ruggiero diede il Ducato di Puglia[673]. Pensò il vedovo Re casarsi perciò di nuovo, e prese per moglie Sibilia sorella del Duca di Borgogna; ma questa Principessa nell'anno seguente 1150 trapassò anch'ella in Salerno, e fu sepolta nella chiesa della Trinità della Cava, dove ancor ora s'addita il suo tumulo[674].

§. I. Coronazione di Guglielmo I, e morte di Papa Eugenio e dell'Imperador Corrado, a cui succedette Federico Barbarossa.

Ruggiero vedutosi così solo assunse per suo collega Guglielmo, e lo fece coronare ed ungere Re di Sicilia in Palermo in quest'istesso anno 1150 la qual cerimonia si fece da Ugone Arcivescovo di Palermo, onde Inveges[675] rapporta, che se bene la famiglia Caravella pretenda esser di suo diritto il coronare i Re di Sicilia, i Palermitani però glie lo contrastano, dicendo questa ragione non esser d'altri, che del loro Arcivescovo. Che che ne sia, dal 1150 nelle scritture si noverano gli anni del Regno di Guglielmo, nel quale il padre l'associò. E Ruggiero, morta Sibilia così di repente, senza che vi avesse potuto generar figliuoli, tornò a maritarsi, e prese per moglie Beatrice sorella del Conte di Retesta, la quale dopo la sua morte rimanendo gravida gli partorì Costanza che tolse per marito, essendo d'anni 30 e non mai stata monaca, come con errore hanno scritto multi Autori, Errico di Svevia, che per sua cagione divenne poscia Re di Sicilia, come al suo luogo più diffusamente diremo; quindi si vede quanto fosse favoloso ciò che si narra di Ruggiero e delle richieste da lui fatte all'Abate Gioachimo intorno a' vaticinj, che si contano fatti dal medesimo sopra Costanza; ond'è, che altri, come il Villani, non a Ruggiero, ma a Guglielmo riferiscono quegli avvenimenti.

Morì nel seguente anno 1151 l'Imperador Corrado in Alemagna nella città di Bamberga, non senza sospetto che fosse stato avvelenato per opra di Ruggiero, per l'inimicizia che sempre tennero fra di loro, siccome tutti gl'Imperadori ebbero co' Re di Sicilia, per conciliar i quali non bastarono le interposizioni di Pietro Abate di Clugnì, uomo in questi tempi per la sua bontà e dottrina assai celebre e rinomato. Fu eletto successore il suo nipote Federico Duca di Svevia detto Barbarossa prode e savio Principe, i cui fatti ci somministreranno ben ampio soggetto nel seguente libro.

Fu seguitata nell'anno seguente 1152 la morte di Corrado da quella d'Eugenio, il quale dopo aver racchetate le cose di Roma, essendo stato in questa città lietamente accolto, anch'egli poco da poi se ne morì, ed in suo luogo fu nel 1153 creato Pontefice il Cardinal Corrado romano, e fu nomato Anastasio IV.

Ruggiero intanto, dopo aver per opra de' suoi Capitani conquistata in Affrica la città d'Ippona celebre al Mondo per avervi in quella Cattedra seduto il grande Agostino, messi da parte i pensieri della guerra, fermatosi in Palermo, lasciò in questi altri due anni di vita che gli rimasero, monumenti perenni, non meno della sua magnificenza, che della sua pietà; poichè oltre aver edificato un magnifico Palagio in Palermo, ed aver ivi eretta una nobil Cappella regia sotto il titolo di S. Pietro; ed in Messina un'altra chiesa dedicata a S. Niccolò: fondò in Bari un magnifico tempio a Niccolò Vescovo di Mira.

Eransi, come si disse, sin dall'anno 1078 trasferite in Bari l'ossa di questo Santo; ed ora si resero di stupore al Mondo, per lo liquore che si vide grondar da loro: crebbe la fama del portento, ed in questi tempi si rese perciò questo santuario, e Bari cotanto celebre in Oriente, che portava venerazione agl'istessi Imperadori Greci, come si vide dell'Imperador Emanuele, il quale nelle sue Novelle fece ancor memoria di sì insigne miracolo. Ruggiero, tratto da divozione, sovente portavasi in Bari, ond'è, che graziosamente confermasse a' Baresi le loro consuetudini; ed eresse quivi al Santo questo magnifico tempio, con dichiararlo sua cappella reale[676], nè volle, che fosse sottoposto all'Arcivescovo della città, ma assolutamente al Pontefice romano, creandovi il Priore, e molti Canonici: l'arricchì di molte rendite di castelli, ed altri poderi: la qual cosa si scorge da una scrittura in marmo, che colà si vede benchè il Beatillo, che ha scritta l'Istoria della città di Bari, e la vita di detto Santo, non faccia menzione alcuna di tal fatto, dando a detta chiesa e priorato più antico e diverso principio. Altri vogliono, che Carlo d'Angiò, non Ruggiero istituisse quel priorato, e dichiarasse cappella regia quel Tempio; di che altrove ci tornerà occasione di ragionare.

Donò ancora Ruggiero molti nobili arredi d'oro e d'argento alla cappella di S. Matteo in Salerno, ed il dominio di molte terre; ed altri ricchi doni al Monastero della Trinità della Cava; ed ancorchè non gli piacesse usar la forza co' Saraceni e Giudei ch'erano in Sicilia per la loro conversione, usava però gran diligenza ed industria, che ne' suoi Reami si convertissero alla fede di Cristo.

Ma ecco, che questo Principe, dopo essersi reso cotanto chiaro ed illustre al Mondo per li suoi fatti egregi, ammalatosi nel principio di quest'anno 1154 nel mese di febbrajo lasciò in Palermo la terrena spoglia in età di 58 anni di sua vita[677]: breve età alle magnifiche cose da lui adoperate; la cui morte fu poco da poi nel mese di dicembre del medesimo anno seguitata da quella del Pontefice Anastasio, nel cui luogo fu eletto Adriano IV.

Principe veramente grande e glorioso, che le sue magnanime imprese lo innalzarono ad essere uno dei più potenti e grandi Re della terra, che pose terrore non meno agl'Imperadori d'Occidente che d'Oriente, e che seppe in mezzo a questi due potenti Imperj far sorgere il suo Regno, a' medesimi di spavento: egli provido di Consiglio e valoroso nelle armi, usò non men somma costanza nell'avversa fortuna, che moderazione nella prospera. Amicissimo non meno d'uomini valorosi nell'arme che nelle lettere, che sin da' remoti e lontani paesi fattigli a se venire, gl'innalzò a' primi onori del Regno. Egli saggio facitore di nuove leggi governò con somma giustizia i suoi Stati. Careggiò, ed amò sommamente i Francesi, traendo di Francia i suoi maggiori il legnaggio. Della sua pietà lasciò ben chiari monumenti, e se bene altri l'incolpa d'aver usata troppa crudeltà con suoi nemici e rubelli: ciò però non era in lui da biasimare; poichè usò tutte quelle arti, ch'eran proprie e necessarie ad un Principe, che intendeva stabilire un nuovo Regno.

So che S. Bernardo, e l'Imperadore Emanuele parlarono di lui come d'un Tiranno e d'un usurpatore: ma il primo seguendo il partito d'Innocenzio e di Lotario, fecesi lecito di quelle cose, che gli dettavano allora la sua fazione: come si vide chiaro, che pacificato Ruggiero con Innocenzio, finirono l'usurpazioni e le tirannidi, delle quali prima dalla fazione d'Innocenzio e di Lotario era incolpato; ond'è che si leggano dell'istesso Bernardo molte lettere scritte da poi a Ruggiero piene di molte lodi, che dà a questo Principe. Ed il nostro moderno Istorico napoletano, non prima di questa pace, dice che Ruggiero da pessimo si fece buono; poichè presso gli Scrittori di questa tempra, il Principe pessimo è colui, che per difendere le supreme sue regalie, si oppone a' Pontefici romani, siccome il buono è quello, che s'umilia e che cedendo, proccura con loro aver pace. Dall'Imperador Emanuele non poteva aspettarsene il contrario per esser suo capital inimico, siccome furono tutti i Principi normanni agli Imperadori d'Oriente per le continue guerre che arsero infra di loro; quindi fu, che la Principessa Anna Comnena trattò come un ladrone il famoso Roberto Guiscardo per la crudel guerra, che mosse ad Alessio Comneno suo padre.

So ancora che altri riprendono questo Principe per aver seguito le parti d'Anacleto falso Pontefice e rifiutato Innocenzio; ma dovrebbero avvertire, che imputando ciò a Ruggiero, vengono anche ad incolpare quasi tutto il Mondo cattolico, che credette allora Anacleto, non Innocenzio esser il vero Papa. Furono creati amendue nell'istesso giorno, e se bene Innocenzio fosse stato il primo eletto, nulladimanco Anacleto ebbe maggior numero di voti; nè poterono giovare ad Innocenzio i suffragi de' Cardinali, i quali dopo aver eletto Anacleto passarono al suo partito. Il Popolo romano, ed i principali di quella città, se bene prima aderissero ad Innocenzio, nulladimanco per più manifesti divolgarono da poi al Mondo, che essi avendo conosciuta poi la verità, aveano Anacleto per vero Pontefice. I Monaci Cassinensi col loro Abate per tale anche lo tennero: molti Vescovi e Cardinali ed i maggiori Prelati della chiesa, favorivano le parti d'Anacleto. Così anche fecero molti altri Principi e Regni; e la Francia prima del Concilio ragunato a Stampis, città posta tra Parigi ed Orleans, che determinò a favor d'Innocenzio, n'era in gran dubbio. Errico Re d'Inghilterra, avea gran timore se riconosceva Innocenzio per Pontefice, ed insino che S. Bernardo non lo assicurasse in sua coscienza, non volle riceverlo per tale[678]. E se la Germania seguì le parti sue, fu mossa più dall'impegno di Lotario, che dal non averne dubbio. La verità non poteva allora porsi in chiara luce fra le tante e sì contrarie fazioni che l'avean tutta involta: fu il Mondo allora spettatore d'una lagrimevol tragedia: Innocenzio da un canto scomunicava Anacleto co' suoi aderenti: dall'altro Anacleto scomunicava Innocenzio co' suoi seguaci: contendevan insieme Bernardo e Pietro Pisano, e questi era non men del primo riputato savio e dotto. Molte dispute insorsero tra i più gravi Teologi di que' tempi, tanto che per l'impegno di ciascheduna delle parti, rimase la cosa almen dubbia presso le genti. Nel qual dubbio, come ben disse S. Antonio[679] parlando dello scisma accaduto tra Urbano VI e Clemente VII ancorchè sia necessario di credere, che siccome è una la chiesa cattolica e non più, così ancora uno debbe essere il suo capo e non più; con tutto ciò se accade per qualche scisma crearsi in un medesimo tempo più Papi, non è necessario per la salute di credere assolutamente questo o quello, ma solamente uno d'essi, che fosse legittimamente eletto: e l'indagare chi delli due fosse legittimamente eletto, non siam obbligati di farlo, nè di saperlo: ed i Popoli in ciò devono seguire i suoi maggiori, e ciò che fanno i Prelati delle loro regioni; onde questo stesso Scrittore non imputa a peccato a S. Vincenzo Ferreri del suo medesimo ordine, il quale quasi tutto il corso di sua vita consumò in Avignone sotto l'ubbidienza di Benedetto XIII che quivi avea trasferita la sua Corte, ancorchè gl'Italiani e con essi molte altre Nazioni, lo reputassero Apostata e Scismatico, avendo Urbano per vero Pontefice; poichè fu per errore ed ignoranza di fatto, che gli fece credere, che Benedetto fosse tale; ed un semplice errore non fa niuno nè eretico, nè scismatico: tanto più in cosa cotanto intrigata e dubbia, e sovente molte cose ci possiam far lecite quando sia dubbio, che non dovremmo, quando la cosa fosse esposta in chiara luce. Se alcuna ombra di colpa rendè men chiari i pregi di questo Principe, solo fu, perchè anche da poi che quasi tutto il Mondo riconobbe Innocenzio per vero Pontefice, ed anche da poi morto Anacleto, volle pertinacemente mantener l'impegno, con far in suo luogo crear altri; ma ben è chiaro che non lo fece per altro che per fini di Stato, non di religione: voleva tenere per cotal via depresso Innocenzio suo inimico implacabile, con mantener ancor viva la fazion contraria, affinchè Innocenzio si riducesse ad aver con lui pace. Ma ciò non bastò all'ostinato Pontefice, il quale volle egli porsi alla testa d'eserciti armati per fargli guerra e ruinarlo. Ma tutto al rovescio andò la bisogna, fu egli preso in battaglia e fatto suo prigioniero. Questo fatto maggiormente fece rilucere la pietà di Ruggiero, che con tutto che avesse potuto usar sopra di lui le leggi della vittoria, lo riverì e lo riconobbe allora come Vicario di Cristo, con lui volle aver pace, e fu da poi il maggior difensore, ch'avesse la Chiesa romana contro gli sforzi degl'Imperadori non meno d'Oriente che d'Occidente, siccome lo era stato il famoso Roberto Guiscardo, e lo furono i due Guglielmi suoi successori.

Non lasciò altri figliuoli questo Principe dalle tante mogli ch'ebbe, toltane Costanza sua postuma, che Guglielmo suo successore nel Regno, e prevedendo che, siccome lo lasciava erede ne' Regni, non poteva sperarne che da lui ereditasse le sue virtù, vedendosi con suo cordoglio mancare tutti gli altri suoi figliuoli, e che la morte togliendo i migliori, lasciava stare i rei, l'associò ancor vivente al Regno e volle averlo per collega, affinchè regnando insieme, apprendesse da lui l'arte di ben reggere i Popoli a se da Dio commessi.

Lasciò bensì dalle quattro concubine, che ebbe in varj tempi alcuni figliuoli. Erra il Fazzello, che scrisse, che Tancredi Principe di Bari, o di Taranto fosse figliuolo d'una concubina di Ruggiero[680]; poichè questi come si disse fu suo figliuolo legittimo, natogli da Albiria sua prima moglie. Nè l'altro Tancredi, che fu il quarto Re di Sicilia, fu figliuol di questo Ruggiero Re, fu bensì suo nipote nato da Ruggiero suo primogenito Duca di Puglia; onde quali figliuoli da questa prima concubina Ruggier lasciasse, non se ne ha niente di certo. Dalla seconda ebbe Simone, al quale il padre lasciò in testamento il Principato di Taranto: ma il Re Guglielmo suo fratello glielo tolse, e gli diede il Contado di Policastro. La terza fu madre di Clemenzia Contessa di Catanzaro, che prima si maritò con Ugone di Molino Conte di Molise, e da poi fu pretesa da Matteo Bonello genero del Grand'Ammiraglio Majone. La quarta fu madre di colei, che la Regina Margherita moglie del Re Guglielmo I casò con Errico suo fratello bastardo, con dote del Contado di Montescaglioso.

Nè deve sembrar strano, se questo Principe cotanto religioso, avesse anche tenute nel suo palazzo le concubine: non era in questi tempi il concubinato un nome cotanto vergognoso, come oggi si sente. Prima presso i Romani, come altrove fu notato, era riputato una congiunzion legittima, e le concubine erano quasi che mogli, siccome il concubinato era chiamato semimatrimonio. E quando non si faceva difficoltà a' Preti di potersi ammogliare, era anche a costoro permesso di aver una, o sia moglie, o concubina, come si legge nel Concilio Toletano I. Quindi poi nacque che non avendo la Chiesa latina voluto permetter a' Preti le mogli, come la greca, si stabilirono da poi tanti Concilj per togliere ancora a' medesimi l'uso delle concubine, il qual costume però bisognò per più secoli travagliare per estirparlo, cotanto avea poste profonde radici, come in altre occasioni si disse; ma ne' laici durò il concubinato per molti secoli; e sebbene in Oriente Lione per mezzo d'una sua Novella lo proibì affatto; la qual fu da poi rinovata da Costantino Porfirogenito: in Occidente però i Longobardi lo ritennero, siccome molte altre Nazioni; e Cujacio rapporta, che sin ne' suoi tempi, alcuni Popoli della Francia presso i Pirenei ancor lo ritenevano. I Normanni che furono esatti osservatori delle leggi e costumi de' Longobardi, anche lo ritennero; onde non dee recar maraviglia, se Ruggiero oltre alle mogli, avesse nel suo palazzo avuto anche delle concubine in tempi diversi; non essendo stato mai permesso, che in un istesso tempo avesse alcun potuto avere e moglie e concubina, ovvero due mogli, o due concubine insieme, se non presso gli Ebrei ed i Turchi, appo i quali la poligamia non fu vietata; onde siccome era loro permesso tener più mogli, così anche si facevan lecito aver più concubine. Fu ne' tempi posteriori dalle leggi civili tolto affatto il concubinato, e da più Concilj tenuti da poi indifferentemente a tutti proibito e vietato; tanto che oggi è riputato non già, come prima, una congiunzion legittima ed onesta, ma vergognosa ed opprobriosa, in maniera che ora hassi più in orrore il tener la concubina, che commetter adulterj, incesti e stupri, e contaminarsi d'altre più nefande libidini. Così il tempo muta le cose, e fa che quel, che prima era onesto, rendasi poi biasimevole e vergognoso.

FINE DEL VOLUME TERZO.

Notes in this chapter

Note 1 · Loyseau Des Offic. loc. cit.Note 2 · Freccia de Subfeud. lib. I de Off. M. Canc. nu. 24 et 25.Note 3 · Marca de Concord., lib. 4 cap. 7 num 3 et lib 8 cap. 14 num. 6.Note 4 · V. Tappia de Jure Reg. tit. de Offic. M. Canc. num. 9. Tassone de Antef. vers. 3 obs. 3 num. 271 et 283.Note 5 · Constit. honorem lib. 1.Note 6 · Pellegr. in disser. Duc. B. p. 78.Note 7 · Pell. ad An. Cass. an. 1208.Note 8 · Tutin. de' Maestr. Giustiz. in princ.Note 9 · Nell'Archivio della Certosa di Capri instrum. Sig. V. 1197.Note 10 · Ricc. di S. Germ. Cron. 1.Note 11 · V. Capece Galeot. resp. fisc. 1 n. 51.Note 12 · Costanzo hist. lib. 18.Note 13 · Luc. de Penna l. si quando la 3 C. de Bonis vacantib. lib. 10 col. 2.Note 14 · Freccia de Subfeud. de Offic. M. Camer. num. 4 V. Surgent. de Neap. illustr. cap. 7 num. 2 et 3 et cap. 26 num. 24 in fin. vers. dicta est aNote 15 · Pragm. 1 de Offic. Procur. Caesar.Note 16 · Ugo Falcand.Note 17 · Capecelatr. lib. 2 pag. 107.Note 18 · Capecelatr. lib. 3 pag. 119.Note 19 · Capecelatr. lib. 3 pag. 128.Note 20 · Constit. si quando forte, sub tit. de forma qualiter sint locandae res Fiscales Constitut. Authoritatem Magistris. Constit. Magistris ProcurNote 21 · V. Freccia loc. cit. num. 11 et 12.Note 22 · Freccia loc. cit. num. 11 et 12.Note 23 · Cod. Th. l. 3 de Primic. et Notar.Note 24 · Cassiod. lib. 4 Epist. 3.Note 25 · Cassiod. 6 var. 3 10 et 16 et 11 var. 18.Note 26 · Goth. l. 1. 2. C. Th. de Primic. et Notar.Note 27 · Freccia de Subfeud. de Offic. Logot. et Proton. num. 1 et 2.Note 28 · Frec. loc. cit. num. 17.Note 29 · Frec. loc. cit. num. 22.Note 30 · Budeus in annot. reliquis in PP.Note 31 · V. Aulis. in Comment. ad tit. de Verb. Oblig. cap. 2 qu. 2.Note 32 · L. generali, C. de Tabular. lib. 10.Note 33 · Institut. §. cum autem, de Adopt.Note 34 · Nov. 44 de Tabell. Nov. 97 de instrum. Caut. l. 1 C. Th. de Crim falsi.Note 35 · Nov. 66 §. 1 in princ.Note 36 · Nov. 44.Note 37 · Accurs. l. si pupillus absens, D. Rem pupil. salv. fore, et l. non aliter, D. de Adoption.Note 38 · Govean. 2. lect. 10.Note 39 · Forcat Dialog. 98 n. 3.Note 40 · Freccia de Subfeud. lib. 1 tit. de Offic. Logot. numer. 14.Note 41 · V. Tapp. de Jur. Regn. de Offic. Notar. num. 6. 7. 8.Note 42 · Freccia de Subfeud. lib. 1. Offic. M. Senescal.Note 43 · Pellegr. in Notitia Judicat. pag. 257.Note 44 · Capecelatr. lib. 2 pag. 77.Note 45 · Tutin. degli Offic. del Regn. in princ.Note 46 · Pelleg. in Anon. Cassin. ann. 1143. Cron. di Fossanova, an. 1144.Note 47 · Otho Frising. de reb. gest. Frid. lib. 2 cap. 27. 28.Note 48 · Sigon. de Regn. Ital. l. 11.Note 49 · Inveges l. 3 hist. Paler.Note 50 · Goldast. Constitut. Imperial. Tom. I pag. 261.Note 51 · Otho Frising. de gest. Frid. lib. 1 c. 27. 28. Et siculus dedit ei multam pecuniam pro detrimento vestro, et Rom. Imperii.Note 52 · Inveg. hist. Pal. tom. 3.Note 53 · Pellegr. part. 1. in Stem. Pr. Capuae.Note 54 · Capecelatr. hist. lib. 1 pag. 51.Note 55 · Chiocc. de Archiep. Neap. ann. 1118 in Marino.Note 56 · Anon. Cassin. ann. 1145. Fr. Tolom. di Lucca Chron. tom. 3. Hisp. illustr. fol. 375.Note 57 · Inveg. hist. Paler. tom 3.Note 58 · Romuald. in Chron.Note 59 · Anon. Cassin. an. 1150. Obiit Sibilia Regina, Rex Rogerius constituit Gulielmum Ducem filium suum Apuliae Regem.Note 60 · Inveg. hist. Pal. tom. 3.Note 61 · Capecelatr. lib. 1 pag. 59.Note 62 · Camil. Pellegr. ad Anon. Cassin. ann. 115. Capecelatr. hist. lib. 1 pag. 59.Note 63 · Auct. vitae S. Bernardi.Note 64 · Anton. 3 part lib. 22 cap. 2 tit. 2.Note 65 · V. Inveges lib. 3 hist. Pal.
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