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Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3

Volume 3 — LIBRO DECIMO

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Il Duca Roberto, che non facendo vedere a Bacelardo suo nipote il diritto della paterna successione, non già come Tutore del medesimo, ma come proprj amministrava i Ducati di Puglia e di Calabria, per maggiormente stendere i confini del suo dominio sopra l'altre province, e meglio assicurarsi degli acquisti fatti, proccurava con ogni sommessione, ammaestrato dall'esempio di Lione, tener soddisfatti i Pontefici romani; anzi reputava per questa via, avendogli per amici, di giustificare le sue imprese, e renderle al Mondo commendabili, e senza taccia d'usurpazione. All'incontro i Pontefici rendutisi ora per le scomuniche più tremendi a' Principi, non trascuravano le occasioni di profittare dell'opinione, che s'aveano presso tutti acquistata della loro superiorità e potenza. Perciò nel Ponteficato di Niccolò II si stabilirono fra noi con maggior fermezza le papali investiture; al che conferì molto una sollevazione accaduta in Puglia nel medesimo tempo, che il Duca Roberto trionfava in Calabria.

Bacelardo mal soddisfatto del suo zio Roberto sovente dolevasi essergli stata tolta la successione dei paterni Stati, e movendo perciò la compassione di molti, avea tirato al suo partito molti Pugliesi, i quali apertamente sollevandosi invasero alcune Piazze della Puglia. Ma la vigilanza di Roberto tosto ripresse i mal conceputi disegni, perchè precipitosamente essendovi accorso, ridusse i luoghi sollevati, e spense subito l'incendio; anzi con tal occasione scorrendo nella più remota parte di Capitanata, ove i Greci si mantenevano ancora in alcune Piazze, le sorprese, e conquistò infra l'altre la città di Troja, che i Greci alquanti anni prima aveano edificata, ed aveanla costituita capo di quella provincia.

L'acquisto della città di Troja diede su gli occhi al Pontefice; poichè i Pontefici romani aveano in questi tempi pretensione, che questa città, non altramente, che Benevento, loro si appartenesse per singolar diritto[276]. Ma tutti gli Autori tacciono, onde mai questa particolar ragione sia lor venuta; poichè questa città, secondo quel che per l'autorità di Lione Ostiense[277] fu da noi rapportato, era nel dominio dei Greci, avendola nell'anno 1022 da' fondamenti edificata sotto il Catapano Bagiano, alla quale, per memoria della famosa Troja nella Frigia minore, diedero nome di Troja, e riputaronla come una colonia di quella.

E quantunque quando Errico calò in Italia con quell'esercito formidabile, si fosse accampato sopra questa città, come narra l'istesso Lione[278], ed avesse costretti i Trojani a rendersi a lui; nulladimanco loro perdonò poi[279], ed abbandonando que' luoghi, fece in Germania ritorno; nè si legge, che n'avesse fatto dono alla Chiesa romana, come si legge di Benevento. Ma comunque ciò siasi, Niccolò II il qual, seguendo il costante tenore de' suoi predecessori, mal sofferiva questi vantaggi di Roberto, col pretesto, che appartenesse quella città alla Sede appostolica, gli fece intendere, che dovesse a lui restituirla. Molto eran lontani i Normanni di restituire vilmente ciò, ch'essi aveano acquistato sopra i Greci colle loro armi, e con tante fatiche e travagli; onde Roberto, poco curandosi delle dimande del Papa, ripigliò il suo cammino verso la Calabria.

Non era in istato il Pontefice Niccolò II seguitando l'esempio di Lione, di movergli contro un esercito; eran lontani gli ajuti che poteva sperare dagl'Imperadori d'Occidente; anzi questi cominciavano ad alienarsi da' Pontefici romani, ed avergli in avversione per cagione, che contrastavan loro l'elezione del Papa e l'investiture degli altri beneficj, delle quali erano insin allora stati in possesso. Nè era da sperar soccorso dagli altri Principi longobardi vicini, poich'essendo il Principato di Capua passato sotto la dominazione de' medesimi Normanni, eran molto deboli le forze di coloro di Salerno, e molto più degli altri di Benevento. Molto meno era da sperare da' Greci, inimici implacabili de' Pontefici romani, per lo scisma famoso, ch'avea fra queste due Chiese poste già profonde radici, e che avea alienati i Greci da' Latini.

Dunque non restava altro a Niccolò II che di ricorrere alle armi spirituali ed alle scomuniche. I Pontefici romani aveano già cominciate ad adoperarle contro i Principi, come s'è veduto ne' precedenti libri; nulladimanco s'erano mossi allora per cagioni ch'essi almeno credevano più oneste, e sovente per occasione di religione, e per le loro detestabili eresie; se ne valsero anche per rompere le confederazioni, che i Principi cristiani spesso facevano con i Saraceni infedeli, come fece Giovanni VIII co' Napoletani ed Amalfitani, ciò che riteneva uno spezioso pretesto di pietà e di religione. Ma da poi, come suole avvenire, che il buon uso degenera in abuso, cominciarono a valersene indifferentemente per mondani rispetti, o per gratificare qualche Principe, o sopra tutto per conservare i beni temporali della Chiesa, ovvero per ingrandirgli con nuovi acquisti. Così abbiam veduto, che perchè i Beneventani non vollero aprire le porte della loro città all'Imperador Errico, questi gli fece scomunicare da Clemente II, che come un suo corteggiano lo menava seco in Germania.

Le scomuniche nella primitiva Chiesa, siccome allora tutta la cura de' Prelati era sopra le cose spirituali, così non eran adoperate, se non contro gli Eretici, ovvero per la correzione de' pubblici peccatori: il principal uso era contro coloro, che non ben sentivano della nostra religione, i quali se dopo le tante ammonizioni non si ravvedevan de' loro errori, eran separati dalla Chiesa; ed in secondo luogo, per evitar gli scandali, eran adoperate contro i pubblici peccatori. Nè era altro il loro effetto, che di privargli di tutto ciò, che la Chiesa dava a' suoi Fedeli di Sacramenti, e d'altre cose spirituali. Ma da poi, e spezialmente a questi tempi, essendo diminuita ne' Prelati la cura spirituale, ed all'incontro cresciuta nell'Ordine ecclesiastico l'avidità de' beni temporali, siccome prima s'usavan solamente per la correzione dei pubblici peccatori, e per gli Eretici, così da poi eran più frequentate per li beni temporali, così per difesa di quelli, come per ricuperargli, se per caso la poco cura de' predecessori gli avesse lasciati perdere.

Ma inutilmente si sarebbero adoperate quest'armi, se insieme non si fosse fatto credere a' Popoli, che in qualunque maniera lanciate, se non si restituivano le robe, erano i possessori irremissibilmente dannati, imputando ciò ad effetto della censura, più che del peccato. E per renderle più formidabili aveano ancora proccurato introdurre una nuova dottrina, che i scomunicati non pur fossero indegni di ciò, che la Chiesa dava a' suoi Fedeli, qual era l'effetto della scomunica, ma ancora che la scomunica disumanava, infamava, gli rendeva abbominevoli, esosi, vitandi, quasi appestati ed orribili, togliendo loro anche l'uso della vita civile e del commercio, stabilendo perciò molte decretali, che non potessero far testamenti, contratti, istituire azione alcuna in giudizio, adottare e far altri atti legittimi, non potessero esercitar uffici nella Repubblica e mille altre cose, di che forse ci sarà data occasione altrove di più diffusamente ragionare.

Per queste cagioni non si può credere quanto fosse in questi tempi il terrore e spavento delle censure non pur nella plebe, ma ne' personaggi di conto e nei Principi stessi; ed era veramente cosa da stupire, che i Capitani ed i soldati, uomini per altro scelleratissimi e senz'alcun timor di Dio, e che senz'alcun riguardo d'offenderlo s'usurpano quello del prossimo, per timore poi delle scomuniche guardavano con gran rispetto le cose della Chiesa, nè vi era in questi tempi da poter usare maggiore difesa per conservar i beni temporali, se non di porgli sotto la custodia e protezione della Sede appostolica.

Da ciò ne nacque (come altrove fu avvertito) un'altra utilità grandissima per l'aumento de' beni temporali della Chiesa, poichè mossi da ciò molti di poco potere e di deboli forze, che per se stessi non erano bastanti di conservar il loro dall'altrui violenza, che per la corruttela del secolo eran cresciute, desiderosi d'assicurar le loro sostanze, ne facevano donazioni alla Chiesa con condizioni, che rimanendo appresso di loro la roba, ella glie le dasse in Feudo con una leggiera ricognizione; poich'erasi in questi tempi introdotto il costume, che i privati gli Alodj mutavano in Feudo, con farne donazioni a' Principi da chi ne erano investiti. E di questa sorte di Feudi chiamati Oblati pur ne abbiamo memoria ne' nostri libri feudali, e Cujacio ne tratta ben a lungo. Questo assicurava li beni, che da' Potenti non erano toccati, come quelli, la di cui protezione e diretto dominio era della Chiesa, la quale entrava perciò volentieri, nel caso d'invasione, alle censure per difendergli: e dall'altra parte il vantaggio della Chiesa era grandissimo, non tanto per la ricognizione che ne ricavava, ma perchè se ben vivente il possessore non ne ricavava altro, nulladimanco mancando poi la successione masculina de' Feudatari, come spesso accadeva in questi tempi per le frequenti guerre e sedizioni popolari, i beni cadevano alla Chiesa.

I Normanni non meno degli altri prendevano delle scomuniche spavento e terrore; poichè venuti di fresco alla religione cattolica, ed essendo di somma pietà e zelo verso la medesima, come lo dimostrano le frequenti loro peregrinazioni ne' più celebri Santuari di Occidente e d'Oriente ancora, e divotissimi della Sede appostolica più che ogni altra Nazione, come si vide da' trattamenti che fecero a Papa Lione; mal volentieri volevano esporsi a questi fulmini, di cui essi aveano il più gran terrore. Animato da ciò Niccolò II, volle provarvisi, e riputando in questa maniera, ciò che Lione non avea potuto con eserciti armati, di poter ottener egli colle censure, scomunicò solennemente Roberto co' suoi Normanni.

Furono però questi fulmini lanciati a voto; poichè i Normanni, non men ch'essi, si sapevano molto bene conservare ciò che co' loro sudori in mezzo a mille perigli aveansi acquistato, e lor pareva somma viltà cedere quel che acquistato con tanti travagli possedevano; e per riverenti che fossero de' Pontefici, e della Sede appostolica, nulladimanco quando si trattava di lasciar ciò che avean preso, seguendo gli esempi degli stessi Pontefici, non così volentieri si persuadevano a farlo; ed ancorchè delle censure scagliate contro di loro n'avessero sommo spavento e terrore, con tutto ciò non era tanto, che riputandole per questo fatto ingiuste, si dovessero disporre a lasciare niente di ciò che aveano preso.

Essendosi adunque portate le cose a questo stato, nel quale non vi poteva esser riposo e quiete tra l'una parte e l'altra: ciascuna venne seriamente a pensare, come potessero uscir da tanti sospetti ed inquietudini per mezzo d'un accordo, che fosse per ambedue vantaggioso.

Roberto fra se medesimo considerava, che se bene stesse sicuro di non potere colla forza da' Pontefici romani esser costretto lasciar le sue conquiste, nelle quali s'era per tante vie stabilito; nulladimanco che non bisognava avergli inimici, poichè quantunque secondo lo stato presente delle cose non potessero ricever aiuti dagl'Imperadori d'Occidente, nè da altri Principi convicini; nulladimanco erasi per lunga esperienza veduto, che non sarebbon loro mancate occasioni, quando l'opportunità d'altro tempo lo portava, di turbargli: che le maggiori inquietudini ed ostacoli la sua Nazione gli avea sofferti da' Papi, più che dai Greci stessi. Lo spaventavano le censure, e più gli eventi infelici, che aveano sovente portato agli altri Principi: che presso i Popoli, a cui eran in sommo orrore, non potesse nascere qualche sollevazione, e particolarmente appo i Pugliesi, che non ben s'erano rassodati: che i suoi acquisti eran recenti in paesi stranieri, ove bisognava più tosto farsi degli amici, che degl'inimici: che i tumulti nati per Bacelardo suo nipote potrebbero esser fomentati di nuovo, con porre in su quel partito, nel che i Papi solevano usare ogni accortezza, tanto maggiormente che si portava opinione essergli da lui stata usurpata la successione: finalmente che bisognava aver amico il Papa, non solo per ciò che s'era acquistato, ma molto più per quel che rimaneva a conquistare nell'altre province, affinchè per l'autorità che s'aveano i Papi presa, potesse confermarlo nella possessione di ciò che sperava di avere.

Dall'altra parte il Papa considerava, che co' Normanni erano inutili le scomuniche; ch'essi non erano gente da lasciare niente, se non s'adoperassero quei medesimi mezzi, che avean tenuto per conquistarle; che queste forze non eran da sperare dagli Stati della Chiesa, o dagli altri Principi vicini, e molto meno dagl'Imperadori d'Occidente, i quali essendosi da loro alienati per cagione dell'investiture e per l'elezione de' Pontefici, ancorchè Niccolò in un Concilio tenuto poc'anz'in Roma avesse proccurato soddisfare ad Errico; nulladimeno per l'avversione de' Romani erano vicine le cose a prorompere in aperte dissensioni e guerre crudeli: che per poter sostenere la causa del Clero, e del Popolo romano, e de' Sommi Pontefici contro gl'Imperadori, bisognava pensare da ora ad appoggiarsi ad un Principe forte e valoroso, perchè altrimenti sarebbe riuscita vana ogni loro impresa: ch'egli non poteva far miglior elezione di Roberto, il quale colle sue forze avrebbe potuto opporsi efficacemente, e restituire alla Chiesa romana quella prerogativa, che gl'Imperadori s'aveano usurpata: che finalmente vi poteva esser modo, col quale la Sede appostolica accordandosi con Roberto più tosto ne ritrarrebbe vantaggio, che nocumento.

Erano per queste considerazioni gli animi ben disposti per mezzo d'un accordo di far terminare ogni contesa, e far nascere la pace in mezzo a tanti sconvolgimenti. Roberto volle prevenire il Papa, ed essendosi ritirato in Calabria, inviogli un Ambasciadore con offerte generose di voler egli soddisfarlo in tutto ciò che desiderava, e che per tal effetto lo invitava ad un congresso, di cui gli prometteva, che avrebbe gran soggetto d'essere soddisfatto[280].

Il Papa, che non desiderava altro, e che avea ancora i suoi disegni, ne fu contentissimo, e ricevuta quest'offerta, coll'occasione di dover tenere un Concilio per riformare in qualche parte i detestabili costumi degli Ecclesiastici, gli mandò a dire, ch'egli quel Concilio l'avrebbe intimato in Melfi, dove sarebbesi portato in persona, ed ove uniti insieme avrebbero con soddisfazione comune composta ogni contesa.

La corruttela de' costumi ch'era nell'Ordine ecclesiastico in questi tempi, era in eccesso: e sopra tutto, tolta ogni vergogna, non aveano nè tampoco difficoltà tener le concubine pubblicamente nelle proprie case, ed i figliuoli nati da quelle, come con dolore narra Pier Damiani. Niccolò nel Concilio romano diede contro tali Concubinari, qualche provvidenza; ma in queste nostre province avea questo vizio poste sì profonde radici, che non v'era nè Vescovo, nè Prete, nè Diacono, nè minimo Cherico, che non se ne provedesse: Niccolò perciò in quest'anno 1059 nella città di Melfi tenne Concilio, ove condannò e detestò l'abuso, ponendo molte pene contro i concubinari, e depose ancora il Vescovo di Trani. Ma non perciò potè svellersi la mala radice; pareva quasi che impossibile, che i Preti potessero distaccarsene, e quindi è che ne' Concili tenuti da poi, non si vide inculcar altro, che di toglierle a' Preti, ma sempre invano; anzi in queste nostre province era così pubblico questo uso delle concubine, ed il numero fu tale, che arrivarono sino a pretendere l'esenzione dal Foro secolare, e di non star sottoposte alle pene, che i Principi secolari contro i concubinari avean stabilite, dicendo, ch'essendo della famiglia de' Preti, doveano non meno che questi godere del privilegio del Foro. Ed è cosa maravigliosa il sentire, che Carlo II d'Angiò ordinasse ne' suoi tempi, che le concubine de' Preti non stassero sottoposte alla pena della perdita del quarto, come l'altre de' secolari, ancorchè non gli piacesse esentarle dal Foro, come i Preti pretendevano.

Essendo adunque il Papa al Concilio in Melfi, sopraggiunse ivi il famoso Roberto, che portò seco il Principe Riccardo con tutta la Nobiltà normanna; le allegrezze e l'accoglienze furono grandi; ma si venne da poi a quel che più importava.

I Normanni per assicurar meglio i loro Stati, proccuravano impegnare i Papi nella loro difesa, particolarmente contro gl'Imperadori, i quali avean ragione di ricuperargli, poichè ad essi si toglievano: la Puglia e la Calabria era cosa fuori di controversia, che agli Imperadori d'Oriente si toglievano, non già a' Pontefici romani, i quali non v'aveano alcun diritto. Dall'altra parte gl'Imperadori d'Occidente pretendevano, che ciò che I Normanni possedevano in queste nostre province, lo tenessero da loro in Feudo, avendogli investito Errico II, e che come vassalli dell'Imperio dovessero riconoscergli per Sovrani: Riccardo che avea involato il Principato di Capua a Landolfo, dovesse riputarsi come lor vassallo, non altramente che vi furono gli altri Principi di Capua longobardi suoi predecessori, essendo quel Principato sottoposto agl'Imperadori d'Occidente come Re d'Italia; pretendevano queste istesse ragioni sopra i Principati di Benevento e di Salerno, che Roberto intendeva d'invadere. Doveano adunque impegnarsi i Papi contro questi due potenti nemici, sopra i cui Stati finalmente si raggirava l'accordo.

Si pensò per tanto un modo, nel quale ciascheduno trovava il suo vantaggio. Era già, come s'è detto, introdotto costume, che ciascuno per conservar meglio i suoi beni gli sottoponeva alla Chiesa romana, alla quale, obbligandosi i possessori con una leggiera ricognizione, si dichiaravano ligi, giurandole fedeltà. I Pontefici romani in questi rincontri sempre v'aveano i loro vantaggi, poich'essi niente davano del loro, ed all'incontro, oltre della fedeltà giurata, ed il censo, nel caso di mancanza di prole legittima e maschile, i Stati si devolvevano alla Chiesa, ed era in loro arbitrio d'investirne da poi altri. I Popoli ed i Principi poco curavano d'esaminare se potessero farlo, o no, e donde venisse questo lor dritto d'investire, farsi giurare fedeltà, e di conceder anche titoli di Conti e di Duchi: bastava ad essi che fossero difesi colle scomuniche, delle quali si aveva tanto spavento, osservando, che i loro nemici sovente s'astenevano di mover loro guerra per non esporsi a' fulmini della Chiesa. S'aggiungeva ancora il vedere la potenza de' Pontefici romani essere in sì sublime grado ridotta, che s'arrogavano la potestà d'assolvere i loro vassalli da' giuramenti, e di poter ancora deponere gl'Imperadori ed i più grandi Monarchi della terra; onde molto meno recava loro maraviglia se potessero dar titoli di Conte e di Duca, quando presumevano di far essi gl'Imperadori stessi d'Occidente, e trasferire l'Imperio da una Nazione in un'altra.

Ma quello, che veramente portava stupore era il vedere, che s'erano persuasi, che non solo potessero i romani Pontefici investire e farsi dar giuramenti di fedeltà di quelle terre, che erano a loro offerte a questo fine; ma anche di province e Regni, che doveano ancora conquistarsi. E presso coloro che s'accingevano alla conquista, trovava ciò facile credenza, perch'era cosa per loro molto acconcia, di poter in cotal guisa essere non pur animati all'impresa, ma assicurarsi delle future conquiste, perchè volendosi opporre i possessori, che erano spogliati, doveano ancora esporsi agli fulmini della Chiesa, che loro si opponeva.

Fu dunque cosa molto facile venire a capo di quest'accordo, come quello che finalmente si raggirava, come meglio sopra gli Stati altrui potesse ciascuno profittare. Niente importava che sopra le spoglie dei Greci e de' Longobardi si pattuisse. Niente ancora si badò al Principe Bacelardo, che si teneva dal zio spogliato. Niente al Principe Landolfo discacciato da Capua; ma ciascuno rimirando a' suoi propri comodi e disegni, conchiusero di buon accordo il tutto in cotale guisa. Che Roberto co' suoi Normanni fossero assoluti da tutte le censure. Che a Roberto si confermasse il Ducato di Puglia e di Calabria, ed oltre a ciò, che cacciando i Greci ed i Saraceni, che in gran parte tenevano occupata la Sicilia, dovesse il Papa investirlo anche di quell'isola con titolo di Duca; ed in fine, che a Riccardo Principe di Capua si confermasse il Principato, che a Landolfo avea usurpato.

All'incontro fu convenuto, che Roberto e Riccardo ed i loro successori si mettessero sotto la protezione del Papa, il quale confermava loro la possessione di tutti i Stati che aveano in Italia, e della Sicilia quando essi l'avessero conquistata sopra i Saraceni: che gli prestassero perciò il giuramento di fedeltà come Feudatari della Santa Sede, alla quale dovesse Roberto per ciascun anno pagare il censo di dodici denari di Pavia per ogni paio di buoi; siccome narra Lione Ostiense[281]; e Fr. Tolomeo di Lucca aggiunge, che Roberto non s'obbligò a quest'annuo censo, o costretto, o ricercato dal Papa, ma di sua spontanea e libera volontà.

Questo fu stabilito in Melfi in quest'anno 1059 ed ancorchè alcuni scrivano, che ciò anche fu confermato nel Concilio dal Papa ivi tenuto; nulladimeno non essendo quest'affare appartenente al medesimo, che erasi sol ragunato per riformare i costumi degli Ecclesiastici, altri non ardiscono di dirlo, ma solamente che mentre il Papa coll'occasione del Concilio si trovava in Melfi, avesse ricevuto da' Normanni il giuramento della fedeltà, e data l'investitura. Che che ne sia, egli è certo, che si eseguì il trattato fedelissimamente da una parte e dall'altra; e Roberto prestò il giuramento di fedeltà, che il Baronio dice aver egli trovato nel Codice del Vaticano detto Liber censuum, ove vien riferita la formola, colla quale il Duca Roberto giurò al Papa fedeltà, che comincia: Ego Robertus Dei gratia, et S. Petri Dux Apuliae, et Calabriae, atque utroque subveniente futurus Siciliae. Nota il Sigonio, che il Papa non il confermò Duca colla cerimonia francese usata da' Duchi di Normannia, e di sopra rapportata, cioè con dargli l'anello nel dito, il berrettino in testa, e col cingergli la spada al fianco: ma colla cerimonia italiana, dandogli lo Stendardo nella destra, e facendolo Gonfaloniero di S. Chiesa; onde Guiscardo da quest'anno cominciò a valersi di questo titolo Ducale: Dux Apuliae, Calabriae, et futurus Siciliae.

Alcuni anche rapportano, che Roberto allora avesse restituita a Papa Niccolò la città di Benevento, e la città di Troja; ma lo dicono senz'alcun fondamento di verità; poichè in questi tempi la città di Benevento era in potere di Landolfo Principe di Benevento, e di suo figliuolo Pandolfo, i quali erano stati già restituiti nel loro Principato, come rapporta l'Autore contemporaneo della Cronaca de' Duchi e Principi di Benevento; nè se non molto tempo da poi fu alla Chiesa romana, per le ragioni, che vi pretendeva, da Roberto restituita, quando, vinti ch'ebbe i Principi longobardi, che tennero quel Principato, gli cacciò da' loro Stati, come diremo più innanzi. Nè della città di Troja presso gravi e vecchi Scrittori si ha memoria alcuna, che si fosse al Papa restituita, non costando come mai v'avessero potuto avere diritto alcuno, quando poc'anni da poi, che fu da' Greci edificata, fu a' medesimi tolta dai Normanni; e par che i successi, e quel che anche oggi giorno veggiamo, confermino quanto si dice, poichè solamente Benevento si vede essere della Chiesa romana, ma di Troja non si legge, che fosse stata in alcun tempo sotto il di lei dominio.

Ecco il fondamento del diritto, che pretendono i Pontefici romani sopra i Reami di Napoli e di Sicilia: fondamento ancorchè a questi tempi debole e vacillante, nulladimanco in progresso di tempo renduto più fermo e stabile, potè per l'accortezza de' successori di Niccolò II sostenere fabbriche sì grandi ed eccelse, che arrivarono a disporre di questi Regni a lor piacere ed arbitrio, ed a trasferirgli di gente in gente, come s'osserverà nel corso di quest'Istoria.

Essi deono questo benefizio e questa parte sì considerabile della loro grandezza temporale a' Normanni, i quali per impegnarli nella loro difesa, o particolarmente contro gl'Imperadori d'Oriente, i quali potevano pretendere, che una gran parte di ciò di che questi conquistatori s'erano impadroniti, loro s'appartenesse; ovvero che la tenessero da quei d'Occidente in Feudo, da chi n'aveano prima ricevute l'investiture: essi non fecero punto di difficoltà di dichiararsi ligi de' Pontefici romani, a fin che loro non si potesse far guerra senz'esporsi a' fulmini della Chiesa.

Questi furono i primi semi, che coltivati da poi da esperte mani, posero col correre degli anni radici così profonde, ed inalzarono piante così eccelse, che finalmente fu riputato il Regno di Sicilia essere spezial patrimonio di S. Pietro, e Feudo della Sede Appostolica romana. Quindi nacque, che presso i nostri Scrittori fosse stato creduto, che la Chiesa romana come suo patrimonio n'avesse investito i Normanni, chi allegando perciò la donazione di Costantino M., e chi quella di Pipino e di Carlo M., e chi le donazioni degli altri Imperadori d'Occidente. Vissero costoro in queste tenebre per l'ignoranza dell'istoria, infino che Marino Freccia[282] non cominciò fra' nostri ad aprir gli occhi, ed a ricever lume dall'istoria, con iscoprire l'inganno, e ad avvertire che queste investiture non possono fondarsi in altro che nella consuetudine, in vigor della quale la Chiesa romana è stata solita investire. E parlando di quest'investitura di Niccolò II e dell'altre seguite in appresso, non ebbe difficoltà di dire: Ecclesia non dedit, sed accepit: non transtulit, sed ab alio occupatum recepit; compassionando il suo affine Matteo d'Afflitto, che scrisse aver Costantino M. donato questo regno alla Chiesa, con dire, affinis meus hìstoricus non est, auditu percepit, etc.

Questa prima investitura, perciò che riguarda la persona di Roberto, non abbracciava altro che il Ducato di Puglia e di Calabria, come cantò il nostro Guglielmo Pugliese[283]:

Robertum donat Nicolaus honore Ducali, Unde sibi Calaber concessus, et Appulus omnis.

E per Riccardo abbracciava solamente il Principato di Capua. Ma v'erano semi tali, che ben poteva comprendersi, che il medesimo si sarebbe fatto per tutte le altre province, che insino a questo tempo non erano ancora passate sotto la dominazione de' Normanni: fu investito Roberto anche della Sicilia, che dovea ancora togliersi a' Greci ed a' Saraceni che la tenevano invasa. L'istesso certamente dovea credersi del Principato di Salerno, dell'altro di Benevento, d'Amalfi, di Napoli, di Bari, di Gaeta, e di tutto ciò che oggi compone il Regno, siccome l'esito lo comprovò; perchè conquistati che furono da' Normanni, e discacciati interamente i Greci ed i Principi longobardi, vollero anche da' Pontefici esserne investiti, i quali di buon gusto lo facevano, niente a lor costando, anzi il vantaggio era per essi assai maggiore, che di coloro che lo desideravano.

I Normanni all'incontro non molto si curavano di farlo, perchè oltre que' vantaggi, che si sono poc'anzi notati, essi per allora niente di danno ne sentivano; poichè toltane quella piccola ricognizione del censo, appresso loro rimanevano le supreme regalie, governando i loro Stati con assoluto e libero imperio, come supremi ed indipendenti, e si riputavano piuttosto tributarj della Sede Appostolica, che veri Feudatarj; poichè in questi tempi l'essere uomo ligio, non era preso in quel senso, che ora si prende presso i nostri Feudisti, ma denotava una sorta di confederazione, e lega che l'inferiore con astringersi a giurargli fedeltà, prometteva al superiore di soccorrerlo in guerra, ovvero pagargli ogni anno certo tributo o censo[284]. Ciò che tra' Principi istessi era solito praticarsi, siccome fece Roberto Conte di Namur con Odoardo III Re d'Inghilterra[285], il Duca Gueldrio con Carlo Re di Francia, ed in fra di loro Filippo di Valois Re di Francia, ed Alfonso Re di Castiglia[286].

Co' Pontefici romani per le cagioni di sopra rapportate era più frequente il costume. I Re d'Inghilterra s'obbligarono alla Sede appostolica pagare il tributo, il quale sopra quel Regno sino a' tempi d'Errico VIII fu esatto, chiamato il denaro di S. Pietro; anzi non vi fu quasi Principe d'Europa, che non sottoponessero a tributo i loro Regni alla Chiesa romana; tanto che Cujacio parlando di questo costume renduto a questi tempi frequentissimo, ebbe a dire, et qui non Reges olim? I Pontefici romani in questi principj si contentavano del solo censo per render soave il giogo, ma tanto bastò, che in decorso di tempo potessero per la loro accortezza aprirsi il campo a pretensioni maggiori, come lo seppero ben fare nell'opportunità, che si noteranno più innanzi nel decorso di questa Istoria.

CAPITOLO I. Il Ducato di Bari passa sotto la dominazione de' Normanni.

Terminato in Melfi in cotal guisa il Congresso con soddisfazione d'amendue le parti, il Papa tornossene in Roma, e Roberto in Calabria, per finir di ridurre alcune altre Piazze, che erano ancor rimase in potere de' Greci. Tosto se ne rese padrone; e scorgendo che il Conte Ruggiero suo fratello in quell'imprese s'era portato con estraordinaria fortezza e valore, lasciò il medesimo in Calabria per finire quel che restava, come fece valorosamente, ed egli intanto in Puglia ritornato, pensò nuovi modi per istabilirsi meglio le conquiste, e nell'istesso tempo aprirsi altre vie per maggiori acquisti.

Pensò per tanto d'acquistarsi alleanze e parentadi co' Principi longobardi, ed avendo scorto, che il Principe di Salerno per tanti Stati s'era sopra tutti gli altri avanzato, mandò Ambasciadori a Gisulfo II, che a Guaimaro IV suo padre era in quel Principato succeduto, a chiedergli la sorella per isposa. Il partito se bene non dovea rifiutarsi da Gisulfo, pure vi trovava qualche difficoltà, così perchè conoscendo il genio della Nazione, che pur troppo sapeva profittare sopra i Stati altrui, temeva non por questo parentado gli venisse qualche danno, come ancora perchè nell'istesso tempo che Roberto gli chiedeva sua sorella, egli avea Alverada per moglie, dalla quale avea generato il famoso Boemondo. Ma replicando egli che aveala ripudiata, e credeva averlo potuto fare per essere sua parente, al che allora si stimava non potersi rimediare colle dispense del Papa, le quali non erano così frequenti: per non disgustarsi con lui sì apertamente, Gisulfo non osò di rifiutarlo; laonde diegli in maritaggio la primogenita delle sue sorelle appellata Sicelgaita[287]. E nel medesimo tempo sposò un'altra sua sorella minore, Gaidelgrima nomata, ad un altro Principe normanno, dandole in dote Nola, Marigliano Palma, Sarno, ed altri luoghi convicini, i quali non furon mai sottoposti a' Principi di Capua, ma a' Principi di Salerno[288]. Questi fu Giordano I figliuolo di Riccardo Conte d'Aversa, il quale dopo aver tolto a Landolfo ultimo de' Principi longobardi il Principato di Capua, ne avea fatto Principe Giordano suo figliuolo. Avealo ancora fatto Duca di Gaeta, come lui; non è però che Gaeta non avesse anche sotto questi due Principi i suoi Duchi particolari; ebbe Goffredo, ovvero Loffredo Ridello nell'anno 1072 ed altri; ma si diceano così, non altrimente, che si disse Pandulfo Conte di Capua, al quale Giovanni VIII l'avea conceduta, con tutto che vi fosse Docibile Duca, che a Pandolfo era sottoposto, sicom'era ora Goffredo ai Principi di Capua normanni.

Roberto intanto facendo ritorno in Calabria con questa novella sposa, s'accinse alla magnanima impresa della Sicilia[289], e dopo aver quivi col suo fratello Roggiero fatte molte conquiste, che si diranno in più opportuno luogo, in Calabria fece ritorno; e poichè i Greci ancora si mantenevano in Bari, in Otranto, ed in alcune altre Piazze dell'antica Calabria, a discacciargli da quest'angolo, e principalmente da Bari, ove tenevano raccolte tutte le loro forze, drizzò tutte le sue cure ed ogni suo pensiero.

Ma pria che s'accingesse a quest'impresa bisognò che dissipasse una nuova congiura, che Goffredo e Gocelino principali Cavalieri normanni, col pretesto di riporre Bacelardo figliuolo d'Umfredo nel Contado di Puglia, del quale n'era stato spogliato da Roberto, aveano ordita. Tosto che questo valoroso Campione n'ebbe notizia, dissipò in maniera i Congiurati, che molti ne imprigionò, e fece punire con estremo rigore, disperdendo il resto: Gocelino per asilo si ritirò appo de' Greci in Costantinopoli; Goffredo in una fortezza; e l'infelice Principe Bacelardo salvossi in Bari, donde dopo alcun tempo portossi in Costantinopoli a dimandar soccorso all'Imperadore Costantino Duca, che nell'anno 1060 ad Isaacio era succeduto, per impegnarlo contro Roberto a riporlo ne' suoi Stati.

Erasi mantenuta la città di Bari insino a questi tempi sotto la dominazione degl'Imperadori d'Oriente, e come capo di quella provincia riteneva ancora la sede de' primi Magistrati greci; anzi in questi tempi gl'Imperadori di Costantinopoli l'aveano innalzata ad esser metropoli d'un nuovo Principato, che di Bari fu detto, ed era prima chiamato Ducato, poichè vi aveano costituito Argiro per Duca, ed anche secondo il solito fasto de' Greci, Ducato d'Italia lo appellarono. In questa città essi tenevano raccolte tutte le loro forze, ed il maggior loro presidio; per la qual cosa per molti anni era stata la sorgiva delle sedizioni contra i Principi normanni, ed un asilo sicuro per li sediziosi: il che fece meditar per lungo tempo al Duca Roberto il disegno d'assediarla.

Ma avvisati appena i Baresi de' disegni di questo Principe, ne mandarono tosto la novella in Costantinopoli all'Imperadore, il quale stimolato anche da Gocelino, mandò tosto per difesa della città un nuovo Catapano, Stefano Paterano, ovvero Sebastoforo nomato. Questi venuto in Bari si dispose ad una forte difesa, ed intanto Roberto avendo unito il suo esercito, non reputandolo allora sufficiente per l'assedio di quella capitale, andava scorrendo i luoghi vicini, e prima di portarlo in Bari, lo mise in Otranto, e tanto afflisse questa città insino che gli venne resa[290]: indi avendo fatto venire molti vascelli dalla Calabria, accresciuto il suo esercito d'altre truppe, si dispose finalmente in quest'anno 1067 a cingere Bari di stretto assedio per mare e per terra[291]. Fu quest'assedio assai memorabile, e pieno d'azioni gloriose così per l'una, come per l'altra parte, che l'istituto della mia opera mi costringe a doverle tralasciare, come fo volentieri, non mancando Scrittori, che minutamente le rapportano[292].

Durò quest'assedio, come narrano Guglielmo Pugliese[293] e Lione Ostiense[294], poco meno che quattro anni, e fu guerreggiato con estremo valore ed ugual ferocia. La difesa che fece il nuovo Catapano fu ostinata e valorosa, siccome gli aggressori intraprendenti ed arditi; ed avrebbe l'impresa de' Normanni sortito infelice esito, se non fosse stata soccorsa l'armata di Roberto da Roggiero suo fratello, il quale resosi padrone di buona parte della Sicilia, mandogli di là un'altra armata in soccorso. Vinse alla perfine Roberto l'ostinazione degli assediati, e gli constrinse a render quella importantissima Piazza; onde nel mese d'aprile dell'anno 1070 gli furono aperte le porte, dandosi senz'alcuna condizione in potere della sua clemenza e valore[295]: il Duca Roberto entrato nella città, trattò i Baresi con tutta umanità: onorò il Catapano, al quale pose in suo arbitrio se volesse coi suoi Greci rimaner in Bari, che sarebbero stati da lui bene impiegati, ovvero tornarsene liberi in Costantinopoli, siccome risolvettero di fare; e dopo essersi fermato per molti giorni nella città spendendogli in pubbliche feste ed allegrezze, se ne partì dopo tre mesi con un'armata di 58 vascelli, che condusse seco in Sicilia all'espugnazione di Palermo[296].

Ecco come il famoso Roberto trionfò di Bari, città la quale dopo essersi mantenuta sì lungamente sotto il dominio de' Greci, e per varie vicende ora tolta, ed ora ripresa, finalmente in quest'ultima volta uscì dalla loro dominazione, e con essa la speranza di più riaverla; poichè senz'essere mai più ritornata in lor potere, ancorchè altre volte avessero tentato di ricuperarla, ma sempre inutilmente, si mantenne sotto il dominio di Roberto, che la tramandò a' suoi posteri. Ed ecco come il Ducato di Bari da' Greci passò a' Normanni sotto Roberto, il quale per amministrarlo vi creò un nuovo Duca, sotto il quale si reggeva. Così tratto tratto s'andavan unendo queste province in una sola persona, come poi fortunatamente avvenne al Conte Roggiero, ch'ebbe la gloria di porre unita sopra il suo capo la Corona di Sicilia e del Regno di Puglia.

CAPITOLO II. Conquiste de' Normanni sopra la Sicilia.

Intanto essendo accaduta in Firenze nell'anno 1061 ne' principj di luglio la morte di Papa Niccolò II, che per due anni e mezzo tenne il Ponteficato[297], insorsero in Roma i soliti disordini e tumulti per l'elezione del successore. Il famoso Ildebrando per sedargli, unitosi co' Cardinali e con la Nobiltà romana, dopo tre mesi, elessero finalmente il Vescovo di Lucca di patria milanese, che Alessandro II appellossi. Nell'elezione non vi fecero aver parte alcuna all'Imperadore, il quale perciò fortemente sdegnato, fece eleggere il Vescovo di Parma suo Cancelliero per Papa, che Onorio II chiamarono per opporlo ad Alessandro; e non bastandogli questo, lo mandò in Roma con molte truppe per discacciarne il suo Competitore. Cominciarono quindi le discordie tra i Pontefici romani, e gl'Imperadori d'Occidente a prorompere in manifeste guerre e fazioni, e ciascheduno si studiava d'ingrossare il suo partito. Nè mancarono dalla parte dell'Imperadore gl'istessi maggiori Prelati della Chiesa, e' più insigni Teologi di quell'età, che sostenessero la sua causa; ma contro tutti questi con inaudita arditezza e vigore faceva testa l'intrepido Ildebrando, il quale, perchè l'Arcivescovo di Colonia avea ripreso Alessandro, che senza il consenso di Cesare contro ciò ch'erasi dinanzi praticato, aveva avuto l'ardire di ricevere il Ponteficato: egli con tutto il vigore ed intrepidezza, gli rispose in faccia, che quella era una corruttela dannabile e cattiva più tosto, che consuetudine, contro i canoni della Chiesa; e che nè il Papa, nè i Vescovi, nè i Cardinali, nè gli Arcidiaconi, nè chi si voglia altro potevan farlo: essere la Sede Appostolica libera, e non serva: che se Niccolò II l'aveva fatto, stoltamente portossi, nè per l'umana stoltizia dovea la Chiesa perdere la sua dignità: che non si sarebbe mai per l'avvenire sofferta tanta indegnità, che i Re di Alemagna potessero costituir i Pontefici romani.

Crebbero perciò, e maggiormente s'esacerbarono le contenzioni, ma cresciuto il partito d'Alessandro per la accortezza e vigore d'Ildebrando, restò depresso quello d'Onorio, il quale in quest'istesso anno, che s'intruse nel Ponteficato, fu da quello deposto e condennato nel Concilio di Mantua, ma però non volle mai deporre l'insegne pontificali.

Nel Ponteficato d'Alessandro II, per l'accordo poco prima fatto col suo predecessore, non vi furono occasioni di contese tra lui, e' Principi normanni; anzi Alessandro confermò a Roberto ciò, che gli avea conceduto Niccolò II, e mandò al Conte Roggiero, nel mentr'era per accingersi all'impresa di Sicilia, lo stendardo per la conquista di quella; essendo allor costume, come narra il Baronio[298], che i Papi quando volevano eccitare alcun Principe cristiano alla conquista d'un nuovo Regno, di mandargli lo stendardo, dichiarandolo Gonfaloniere di Santa Chiesa. I Normanni perciò proccuravano i loro vantaggi nell'istesso tempo, che mostravano avere tutto il rispetto alla Sede Appostolica; nè mancavano intanto lasciar di loro monumenti di pietà e di munificenza verso le Chiese, e precisamente verso il monastero di Monte Cassino, nel quale presidendo l'Abate Desiderio, Riccardo Principe di Capua gli fece donazioni sì larghe e generose, che narrano Lione e Pietro Diacono, non essere mai stato miglior tempo e più accettabile per quei Monaci[299]. Questo Principe, oltre di molti castelli e luoghi vicini a quel monastero, gli donò il castello dì Teramo, che per la fellonia del Conte, essendo stato prima secundum Longobardorum legem, com'ei dice nel Diploma riferito dal P. della Noce[300], aggiudicato al Fisco, passò a quel monastero. Molte altre Chiese donò al medesimo, essendo allora le Chiese in commercio e fra l'altre quella di Calena posta nel Gargano vicino la città di Vesti; poichè secondo la divisione fatta in Melfi, Siponto col Monte Gargano a Riccardo toccò in sorte. Perciò Desiderio, Abate, ancorchè di sangue longobardo, s'attaccò ai Normanni e fu loro dipendente, nè molto curavasi della depressione de' Principi longobardi, ancorchè prima mostrasse per la sua Nazione contrari sentimenti.

Ma questo Principe Riccardo, sentendo i progressi che i Normanni della stirpe di Tancredi d'Altavilla, aveano fatto nella Puglia e nella Calabria, e che ora facevano in Sicilia, imputando a sua codardia il non corrisponder egli a quel valore, punto da sì acuti stimoli, non fu contento del Principato di Capua, che avea tolto a Pandolfo, ma ad imprese più generose e grandi si volle accingere. Egli pensava profittare delle gravi discordie, che passavano tra 'l Papa e l'Imperador Errico per le cagioni esposte, e per ciò non ebbe alcuno ritegno d'invadere la Campagna di Roma, e di avvicinarsi presso Roma istessa per prevenire ad Errico, che intendeva doversi portare a quella città per ricevere dalle mani del Papa la corona imperiale[301]. Com'egli fu avvicinato presso Roma, tentò tutti i mezzi co' Romani, perchè gli dessero il Patriziato, ch'era un sommo onore, e che soleva precedere all'altro dell'Imperio; ma Errico avendo avuta tal notizia, non perdè un momento di tempo a calar tosto in Italia con grand'esercito, portandosi ancora in suo soccorso Goffredo Marchese di Toscana. I Normanni, conosciutisi di impari forze, furono costretti abbandonar l'impresa, e ritirarsi dalla Campagna: e dopo alquante scaramucce, finalmente essendovisi frapposto Papa Alessandro, Riccardo accordossi con Goffredo, e fece a Capua ritorno.

Il Papa essendo poco da poi stato invitato dall'Abate Desiderio per consecrar la Chiesa di M. Cassino, da lui magnificamente rifatta, vi si condusse con Ildebrando e molti Cardinali, ove con solenne cerimonia e grande apparato, celebrò la funzione, intervenendovi dieci nostri Arcivescovi, e 43 Vescovi. E per renderla Desiderio più magnifica v'invitò anche tutti i nostri Principi così normanni, come longobardi che tenevano allora queste province, come ancora i Duchi di Napoli e di Sorrento. Vi venne Riccardo Principe di Capua con Giordano suo figliuolo, e col fratello Rainulfo. Fuvvi Gisulfo Principe di Salerno co' suoi fratelli: ma ciò che dovrà notarsi al nostro proposito sarà, che in questa celebrità, come narra Ostiense[302], intervenne anche Landolfo Principe di Benevento, confermandosi per l'ocular testimonianza di Lione che vi fu presente e trovavasi Bibliotecario di Monte Cassino, quel che scrisse l'Anonimo Beneventano nella Cronaca de' Duchi e Principi di Benevento, che Landolfo fu restituito al Principato di Benevento, nè se non molto tempo da poi s'estinse il Principato dei Longobardi, passando la città sotto il Papa ed il resto di quello sotto i Normanni. V'intervenne ancora Sergio Duca di Sorrento; poichè Sorrento erasi distaccato dal Ducato di Napoli, al quale prima era sottoposto, come molto tempo prima avea fatto Amalfi; e questi due Ducati, essendo Amalfi già passata sotto i Principi di Salerno, in forma di Repubblica co' loro Duchi e Consoli si governavano ancorchè dependenti dall'Imperio greco[303]. Furonvi anche i Conti di Marsi, e molti altri Baroni longobardi e normanni, de' quali fin da questi tempi era un buon numero in queste province.

Solo il famoso duca Roberto quivi non convenne. Ritrovavasi egli insieme col Conte Ruggiero suo fratello in Sicilia, ove all'assedio di Palermo avea rivolti tutti i suoi pensieri e le sue forze. Quest'isola, che caduta sotto il giogo de' Saraceni, erasi sotto Maniace, coll'aiuto de' Normanni, restituita in buona parte all'Imperio d'Oriente, disgustati i Normanni, e succeduti a Maniace Governadori poco abili, era stata ripigliata di bel nuovo da' Saraceni, i quali aveano discacciati i Greci da tutte le Piazze, e solo Messina era loro rimasa; ma alla fine furono costretti nell'anno 1058 anche abbandonarla, e lasciare tutta quell'isola alla discrezione e balia di quest'Infedeli. Roberto Guiscardo col suo fratello minore Ruggiero la invase, e dopo aver soggiogate quasi tutte le sue più principali città, era solo rimasa Palermo da conquistarsi; Piazza la più forte e principale dell'isola, ove i Saraceni aveano riposto tutto il loro presidio; ma l'assedio che vi posero questi due valorosi Campioni fu così stretto e vigoroso, che non passarono cinque mesi, che furono obbligati i Saraceni a renderla nelle mani di Roberto, il quale insieme con Ruggiero entrarono nella città con infinite acclamazioni de' Popoli. Roberto conquistato ch'ebbe Palermo, per cattivarsi gli animi de' Saraceni renduti ormai siciliani, diede loro libertà di religione, facendogli intendere, che stesse in loro libertà, o di farsi Cristiani, ovvero rimanere nella loro religione maomettana. Allora fu che Roberto investì[304] di tutta quest'isola Ruggiero suo fratello, creandolo Conte di Sicilia, colle forze ed egregie virtù del quale aveala acquistata. Ritenne per se la metà di Palermo, di Valle di Demona e di Messina; e lasciato in Sicilia suo fratello, in Puglia fece ritorno, ed in Melfi fermossi[305]. Quindi è che Ruggiero non ricercò investitura dal Papa, perchè la teneva da Roberto suo fratello.

Così questi due Principi, regnando uno in Puglia col titolo di Duca, l'altro in Sicilia con titolo di Conte, ponevan terrore a' vicini. Alcuni, perciò che Roberto investì della Sicilia Ruggiero suo fratello, han voluto dire, che questi riconoscendo da lui il dominio, ed il titolo di Conte di Sicilia, quest'isola fosse subordinata a' Duchi di Puglia; e che il titolo regio ch'ebbe da poi Ruggiero da Anacleto Antipapa, di Re di Sicilia, confermatogli da Innocenzio II, come diremo, s'intendesse di questo nostro Regno, che si disse Regno di Puglia, e non dell'isola di Sicilia[306]. Altri per contrario, come Inveges[307], dicono, che questo nostro Regno fosse subordinato all'isola di Sicilia.

Ma da ciò che abbiam narrato, e molto più da quello che saremo per notare, si conoscerà chiaro, che nè il Regno di Puglia fu subordinato a quello di Sicilia, nè la Sicilia alla Puglia, avendo avuto ciascuno sue leggi ed istituiti particolari, ed essendo stati governati da' proprj Ufficiali. Egli è vero, che riguardandosi che i Normanni dopo aver conquistata la Puglia e la Calabria, si resero padroni di quella isola, e che come aggiunta al Ducato di Puglia e di Calabria, ne avesse da poi Roberto investito Ruggiero, par che la Sicilia dovesse dirsi subordinata a' Duchi di Puglia; nulladimanco avendo Roberto fermata la sua sede in Puglia, e Ruggiero in Sicilia, e governati questi due Stati independentemente l'uno dall'altro, non può assolutamente dirsi, che l'uno stesse subordinato all'altro. E quantunque morto Roberto, Ruggiero succeduto anche nel Ducato di Puglia e di Calabria avesse fermata la sua regia sede in Palermo, ove la tennero anche i Re normanni suoi successori, non è però che il Regno di Puglia fosse stato subordinato a quel di Sicilia, ma come due Regni per se divisi si governavano, nè che fosse stato mai l'uno reputato come provincia dell'altro, come si farà chiaro nel proseguimento di quest'Istoria.

Roberto intanto ritornato in Melfi fu ricevuto con grande applauso e giubilo da tutti i Baroni di Puglia e di Calabria, i quali come loro Sovrano, si congratularono con esso lui della conquista di Palermo[308]. Solamente Pietro figliuolo del Conte di Trani non volle mai rendergli quest'onore, affettando questi un'intera independenza, ed avea perciò rifiutato di dargli soccorso per la spedizione di Sicilia[309]. Sdegnato perciò Roberto lo condannò a rimettergli in sue mani la città di Trani ed alcune altre terre che erano sotto di lui; ma Pietro opponendosi con intrepidezza, cagionò a se medesimo la sua ruina, poichè Trani assediata, e ben presto presa, l'altre Piazze di sua dipendenza, come Bisceglia, Quarato e Giovenazzo seguirono tosto l'esempio di Trani. Ritirossi per tanto Pietro in Andria, ove egli poteva difendersi assai lungo tempo: ma avendo avuto bisogno di viveri: ed essendo uscito con una buona scorta per andare a cercarne nella campagna, portò la sua disgrazia, che nel ritorno fosse preso da' soldati del Duca. Roberto veggendolo così depresso, usogli grand'indulgenza; poichè avendosi fatto prestar giuramento di fedeltà, gli restituì generosamente tutte le Piazze, riserbandosi solamente Trani.

Intanto per la morte d'Alessandro II, accaduta nel mese d'aprile di quest'anno 1073, Pontefice che menando una vita tutta solitaria e privata, avea commesso il governo della Santa Sede al famoso Ildebrando: questi senza farne ricercare l'Imperadore, fece tosto unire il Clero ed il Popolo romano per l'elezione del successore; e nell'istesso giorno nel quale morì Alessandro fu acclamato egli per Pontefice. Domandò Ildebrando all'Imperador Errico la conferma di sua elezione; ma questo Principe stette qualche tempo a risolvere, e mandò il Conte Eberardo a Roma per prendere informazione in qual maniera fosse stata fatta un'elezione tanto sollecita. Ildebrando fece tante carezze al Conte, che l'indusse a scrivere in suo favore; ed Errico vedendo che l'opporsi all'elezione già fatta, non avrebbe avuto alcun effetto, perch'era Ildebrando di lui più potente in Roma, vi diede il consenso. Così fu egli ordinato Sacerdote, e poi Vescovo di Roma nel mese di giugno del medesimo anno 1073 e nella sua ordinazione prese il nome di Gregorio VII.

CAPITOLO III. Conquiste di Roberto sopra il Principato di Salerno ed Amalfi.

Roberto dopo aver domata la Sicilia entrò tosto in pensiero d'unire sotto la sua dominazione l'altre province, che rimanevano in queste nostre parti; e per un'opportuna occasione che diremo, gli venne fatto di conquistare il Principato di Salerno sopra Gisulfo suo cognato.

Gli Amalfitani, che, come si disse, caduti sotto la dominazione del Principe di Salerno Guaimaro, aveano sperimentato pur troppo aspro il di lui governo, per sottrarsi dal giogo invasero la città, e presso il lido del mare insieme con gli altri congiurati crudelmente l'uccisero; ma repressi da Guido suo fratello, dopo il quinto giorno sedati i tumulti, riebbe la città, ed a Gisulfo suo nipote figliuolo di Guaimaro fu restituita. Ma con tutto ciò Gisulfo assai più aspramente che il padre trattava gli Amalfitani, i quali pensarono di ricorrere al Duca Roberto perchè interponendosi con suo cognato, impetrasse da lui qualche umanità e clemenza per loro. Il Duca mosso da questi ricorsi, inviò Ambasciadori a Gisulfo pregandolo di rilasciare tanto rigore, con cui trattava gli Amalfitani: ma il Principe riguardando questa preghiera qual importuna rimostranza, ricevette di mal garbo coloro, che glie la vennero a fare; e cercando occasione di querela, pretese, che la Costa dopo Salerno infino al Porto del Fico appartenesse a lui; dichiarossi ancora di voler far rientrare nel suo dominio Areco e Santa Eufemia, di cui il Duca erasi impadronito. Roberto alla prima proccurò di guadagnare suo cognato per le vie delle dolcezze, ed accomodar amichevolmente le cose[310]; ma Gisulfo rifiutò ogni trattato, fidato forse al soccorso che sperava da Riccardo Principe di Capua, il qual era entrato a parte ne' suoi interessi, essendo allora in discordia con Roberto Guiscardo. Costui per non aver da combattere con due nemici, trattò secretamente d'aggiustarsi con Riccardo, siccome, fattegli offerte assai vantaggiose, l'indusse a prendere il suo partito contra del Principe di Salerno[311]. Egli ancora firmò un trattato particolare con gli Amalfitani, e gli prese sotto la sua protezione, ed avendo messa la guarnigione dentro la loro città, si dispose a venire, seguito dalle sue truppe, e da quelle del Principe di Capua, a mettere l'assedio alla città di Salerno.

Tutti coloro, che prendevano parte negl'interessi di Gisulfo, l'avvertivano a prevenir la tempesta; e Gregorio VII che l'amava come suo figliuolo, e l'Abate Cassinense Desiderio ch'era suo grand'amico, lo consigliavano ad aver pace con Roberto[312]; ma egli ostinato nè meno volle dar loro risposta. Nè perciò desistette Desiderio, ma sapendo che Roberto avea già assediato Salerno impegnò il Principe Riccardo a venire con esso lui a disporre Gisulfo; ma nè meno poterono conseguire cos'alcuna, anzi non cessava di pubblicare con alterigia mal fondata, che non prezzava punto l'amicizia del Duca, alla quale per sempre rinunziava.

Roberto sdegnato, non guardò più alle maniere dolci, ma strinse l'assedio, e serrò quella città sì da presso che nel fine di cinque mesi, fu ridotta ad una estrema carestia. Quelli che la comandavano veggendo, che non poteva più mantenersi, pensarono alla loro sicurezza[313]. Uno de' principali ch'erano dentro la Piazza era Bacelardo figliuolo d'Umfredo, il quale dopo aver inutilmente aspettato gli ajuti dell'Imperadore di Costantinopoli tornossene in Puglia, e cercava per ogni parte di vendicarsi di suo zio; e per questo motivo egli era entrato in Salerno, affine di soccorrere Gisulfo, ma temendo di sperimentare il rigore del Guiscardo, s'egli cadeva nelle sue mani, fuggissene la notte; ed andò a ricovrarsi in una Piazza vicina, chiamata Sanseverino, che gli aprì le porte. Il Duca scrisse al Conte Ruggiero, che venisse al più presto da Sicilia ad assediar Sanseverino, fin tanto ch'egli fosse venuto a fine della spedizione di Salerno. Ma non si tardò molto ad espugnarlo, poichè le mura della città cominciarono ad aprirsi per tutte le parti, e gli abitanti stessi vennero ad invitar Roberto ad entrare per la più larga breccia, affine di prevenire ancora le disgrazie d'una Piazza presa per assalto. Gisulfo intanto non si rese per questo, ma si difese nella Cittadella; ma assalito più ferocemente dal Guiscardo, alla perfine fu obbligato di mostrare altrettanta sommissione, quanta fierezza avea prima mostrata: egli si rese alla clemenza del vincitore, e dimandogli per ogni grazia quella della sua libertà; fugli conceduta, essendosi prima ritirato in Monte Cassino, da poi si ricovrò sotto la protezione di Papa Gregorio VII, il quale nella Campagna romana gli assegnò alcune terre, ove potesse abitare, non lasciando intanto egli di appellarsi Principe di Salerno, Duca di Puglia e di Calabria, come suo padre Guaimaro, non già di Sicilia, come per isbaglio si legge nello Stemma de' Principi di Salerno del Pellegrino.

Il Duca fece di bel nuovo fortificare Salerno, ma senza dimorarvi molto tempo, marciò tosto contro Bacelardo per togliergli il tempo di fortificarsi in Sanseverino. Egli vi giunse poco dopo suo fratello Ruggiero, che già aveva attaccata la Piazza; onde cintala più strettamente, fu forza rendersi a patti, ciocchè fece che Bacelardo insieme col suo fratello Ermanno pensassero di nuovo di ritirarsi in Costantinopoli: dove questi infelici Principi menarono il resto della lor vita in grande miseria, nella quale dopo molti anni morirono.

Ecco come in quest'anno 1075 secondo l'Anonimo Cassinese, Fr. Tolomeo di Lucca, e Camillo Pellegrino, il Principato di Salerno s'unì al Ducato di Puglia, di Calabria e di Sicilia, in poter de' Normanni, sotto il famoso Duca Roberto, il quale tenendo anche Amalfi, già minacciava l'altre parti, che restavano, di farle passare ancora sotto il suo dominio. Ed ecco come in Salerno s'estinsero i Principi longobardi; ma non però restò in tutto estinta questa Nazione; rimasero ancora, non altramente che nel Principato di Capua, molte famiglie dell'istesso sangue ne' Contadi vicini[314]. Rimasero Guaimaro Conte di Capaccio; Pandolfo Conte di Corneto; Giordano Signor del castello di Corneto del Cilento nipote del Principe Guaimaro; Astolfo figliuolo del Conte Gisulfo; Romualdo figliuolo di Pietro Conte di Atenolfo; Castelmanno figliuolo d'Adelferio Conte; Berengario figliuolo d'Alfano Conte; Giovanni e Landulfo figliuoli d'Ademaro Conte, che fu detto il Rosso; Giovanni figliuolo di Guaimaro Conte; Glorioso figliuolo di Pandolfo Conte; i quali erano ancor viventi negli anni 1110 e 1114. E Sicelgaita figliuola di Glorioso vedova di Marino Cacapece di Napoli ancor vivea nell'anno 1155[315]. Così ancora da' Conti Guaiferio ed Alberto di questo sangue, narra Pellegrino, esser derivata in Salerno la nobile famiglia di Porta, la di cui posterità con ordine certo insino all'anno 1335 si ritrova nell'antiche carte: siccome di molti altri Conti salernitani per sette e otto generazioni insino a quel tempo esservi ne' vetusti monumenti riscontro, attesta questo medesimo Autore. E se oggi per ordine certo sarà quasi che impossibile trovar la serie de' medesimi, non è però, che fosse in questo Principato estinto affatto il sangue longobardo, e forse anche al presente starà nascosto sotto ruvidi panni di gente rusticana e selvaggia. Documento, niente essere la nobiltà del sangue, quando lo splendore e le ricchezze da lei si dipartono.

CAPITOLO IV. Il Principato beneventano passa interamente sotto la dominazione de' Normanni, e la città di Benevento alla Chiesa romana.

Il discacciamento del Principe Gisulfo da Salerno e da Amalfi, diede a Gregorio VII molto da temere per l'ingrandimento, che in conseguenza vedeva ne' Principi normanni; ma sopra tutto desiderando di riporre Gisulfo, cui tanto amava, nella sede donde ne era stato discacciato, perchè in questa maniera potesse bilanciar le forze di questi Principi, aspettava opportunità di farlo. Fu ancora più volte istigato di metter su un altro partito contro Roberto, e di proteggere i suoi nepoti discacciati; ma non tardò guari che l'istesso Roberto insieme con Riccardo gli aprirono una ben larga strada alle contenzioni e brighe. Non erano questi Principi soddisfatti d'aver cacciato Gisulfo da Salerno, ma vedendo che questi avea sotto Gregorio trovato nella Campagna romana ricovero, pensarono inseguirlo fin dove era, e con tal occasione invadere la Campagna; laonde spinsero incontanente verso quella volta le loro truppe, ed occuparono parte della Marca d'Ancona[316]. Ma da che in Roma ebbesi la novella, ch'egli e Riccardo s'avanzavano nelle terre della Chiesa, Gregorio che sopra tutti i Pontefici non era per sofferire un simil affronto, e che non aspettava altro che questo per dichiararsi loro inimico, ragunato in Roma un Concilio con pubblica cerimonia e solennità scomunicò questi due Principi, e' loro aderenti[317]. Ma scorgendo ch'essi non molto curavansi di questi fulmini, adoperò nell'istesso tempo un mezzo più efficace: egli inviò contra di essi una buona armata, che fece loro tosto voltar cammino. Il Duca ed il Principe per non perder occasione di proccurarsi in altri luoghi altre conquiste, vennero nell'istesso tempo a portar l'assedio alla città di Benevento ed a Napoli. Il Duca strinse Benevento, ed il Principe Napoli.

La città di Benevento insino a questi tempi era stata governata da Landolfo VI. Questo Principe ancorchè avesse generati molti figliuoli, nulladimanco fu al Mondo padre infelice, poichè pianse la loro morte esso vivente. Pandolfo ch'egli avea al Principato associato, fu nell'anno 1074 ucciso da' Normanni presso Montesarchio: onde sopravvivendo a quest'unico figliuolo ch'eragli rimaso, tenne il Principato sino all'anno 1077, ma essendo già d'età grave e cadente, dopo aver regnato in Benevento 39 anni finì i giorni suoi in quest'anno 1077, nè lasciando di se altra prole, mancò in lui la successione de' Principi di Benevento. Ecco il periodo di questo Principato; e vedi intanto l'instabile condizione delle cose mondane. Questo Principato che sopra tutti gli altri stese i suoi confini, e che in tempo d'Arechi abbracciava quasi tutto ciò, che al presente è Regno di Napoli, ora s'estingue affatto, il quale infortunio non ebbero gli altri Principati di Capua e di Salerno; poichè sebbene in questi mancassero i Principi longobardi, non però s'estinsero i Principati, ma passati sotto i Normanni, si mantennero lungamente, e Ruggiero ancorchè riducesse queste province in forma di Regno, non perciò l'estinse, assumendo fra gli altri titoli anche quelli di Principe di Capua e di Salerno, e ne onorò anche i suoi figliuoli. Ma quello di Benevento mancò all'intutto; poichè ricaduta la città in potere del romano Pontefice, l'altre terre e città del Principato passarono sotto la dominazione de' Normanni, che all'altre province da essi conquistate l'aggiunsero: e quindi è che ne' loro titoli non abbiano nemmeno ritenuto quello di Principe di Benevento, come affatto estinto.

Per la morte adunque accaduta di Landolfo VI ultimo Principe di Benevento senza prole, mancando la successione di quel Principe; tosto Gregorio pretese doversi la città restituire alla Chiesa romana. All'incontro Roberto, che molte terre di quel Principato avea occupate, pretese ridurre anche Benevento sotto la sua dominazione, come avea fatto di quelle terre le quali riconoscevano per loro capo Benevento. Perciò dando il pensiero a Riccardo Principe di Capua dell'assedio di Napoli, egli a quello di Benevento fu tutto rivolto. Ma queste due città, quella di Benevento per l'opera e vigilanza di Gregorio, l'altra di Napoli per lo valore de' suoi cittadini, difendendosi valorosamente, portarono in lungo gli assedj.

Intanto ammalossi Riccardo, il quale avendosi proccurata la grazia di Gregorio, assoluto da costui delle censure, poco da poi ne morì. Giordano suo figliuolo, che gli successe, nudrendo diversi sentimenti da suo padre, levò tosto l'assedio da Napoli, e staccatosi dalla lega che suo padre avea fatta con Guiscardo, s'unì col Papa. Roberto ancora avendo lasciato alquante truppe all'assedio di Benevento, erasi ritirato in Calabria; onde Giordano per l'assenza sua, unitosi col Papa, portò tanto innanzi la cosa, che ricevuta da' Beneventani grossa somma di denaro, fece togliere immantenente l'assedio da quella città, mandando a terra tutti gli ordegni e macchine, che il Duca Roberto avea apparecchiate per ridurre quella città nelle sue mani.

Tanto bastò, che Roberto fortemente sdegnato dei portamenti di Giordano, tornasse tosto dalla Calabria in Puglia, ove ridotte Ascoli, Monte Vico ed Ariano, andò contro il Principe sopra il fiume Sarno per presentargli battaglia; e sarebbero fra di loro venuti alle mani, se l'Abate Desiderio non si fosse frapposto per la pace, il quale seppe con tanta efficacia e destrezza placare l'animo sdegnato di Roberto, che lo piegò a farla, rimanendo questi Principi come prima nella stessa amicizia[318]. Proccurò ancora Desiderio, che Roberto si rappacificasse con Papa Gregorio, e seppe così ben portarsi che andato in Roma proccurò che fosse dal Papa assoluto dalla scomunica, siccome ottenne, ed ebbe la gloria di por pace tra questi Principi nell'istesso tempo che le gare e discordie loro s'eran esacerbate in maniera, che si temeva non dovessero prorompere in più crudeli guerre.

Così i Normanni pacificati col Papa ottennero da lui l'assoluzione delle censure, ed all'incontro Roberto ridotte le terre di Monticulo, Carbonara, Pietrapalumbo, Monteverde, Genziano e Spinazzola, sotto il suo dominio, più non curò di rinovare l'assedio alla città di Benevento; ma lasciatala così libera a Gregorio come la pretendeva, dall'ora cominciò questa città a reggersi per la Chiesa romana, la quale introducendovi nuova politia, per Rettori, che per lo più erano Cardinali, si governò in appresso[319].

Ecco come la città di Benevento passò in dominio della Chiesa romana, prima che queste province fossero ridotte ed unite in forma di Regno; e per questa ragione nell'investiture, che diedero da poi i Papi del Regno di Napoli, si riserbavano la città di Benevento, come quella che non era ivi compresa, ma fuori di quello, ed alla Chiesa romana sottoposta; quindi è che i Beneventani siano reputati come forastieri, e non naturali del Regno.

E vedi intanto come queste nostre province ch'erano a tanti Principi sottoposte si uniscono pian piano insieme nella persona di Roberto, le quali finalmente sotto Ruggiero Conte di Sicilia s'unirono in forma di Reame. Ora niente restava a Roberto di conquistare che il picciolo Ducato di Napoli. Questo Ducato, ancorchè riconoscesse gl'Imperadori d'Oriente per Sovrani, scorgendosi dalle scritture anche di quest'ultimi tempi, che si ponevano i nomi di quegl'Imperadori, come si osserva in quella portata dal Summonte, la quale si legge fatta sotto il nome d'Alessio Comneno; nulladimanco mantenevasi in forma d'una picciola Repubblica retta da' suoi Duchi e Consoli, i quali per la declinazione de' Greci in queste parti, aveano quasi che scossa ogni dipendenza e subordinazione, che prima aveano cogl'Imperadori d'Oriente. Tutto il rimanente era passato già sotto la dominazione de' Normanni: sotto Roberto Guiscardo la Puglia, la Calabria, il Principato di Bari, di Salerno, Amalfi, Sorrento, e le terre del Ducato di Benevento. Sotto Riccardo il Principato di Capua, ed il Ducato di Gaeta; la qual città ancorchè avesse i suoi particolari Duchi, era però subordinata al Principe di Capua.

CAPITOLO V. Litigi, ch'ebbe l'Imperador Errico con Papa Gregorio, il quale ricorre al Duca Roberto, che lo libera dall'armi dell'Imperadore.

La pace che Desiderio proccurò tra il Papa ed il Duca Roberto fu sì opportuna per ambedue, che ciascuno ne ricavò per quella molti vantaggi, ma sopra tutto Gregorio, che in altra guisa sarebbesi trovato in angustie più gravi ed insuperabili; poichè certamente senza gli ajuti di Roberto, sarebbe stato da Errico oppresso. Le discordie tra lui e l'Imperadore erano esacerbate in maniera, che prorompendo in manifeste contenzioni, finalmente terminarono in sedizioni, guerre e scismi ostinati. I primi semi di tante discordie furono le impedite investiture, ed il vedersi escluso l'Imperadore nell'elezione del Papa; s'aggiunse ancora il dispetto, che la Contessa Matilda gli fece, per aver donate molte terre e castelli della Liguria, e della Toscana alla Sede Appostolica[320]. Gregorio all'incontro accagionando Errico, che per denaro, e con privata autorità investiva i Vescovi ed Abati, lo riprese prima acremente, ma da poi nell'anno 1076 venne alle censure. Errico essendo stato ancora offeso per una superba ambasceria, che Gregorio gli avea mandata, fece tosto ragunar un Concilio in Vormazia, nel quale accusato Gregorio di molti delitti ed enormità, fu deposto; da poi mandò egli in Roma i suoi Ambasciadori con lettere piene di disprezzo e di contumelia, per le quali se gli notificava di dover deporre il Ponteficato. All'incontro Gregorio ragunato in Roma un altro Concilio scomunicò tutti i Vescovi, che alla sua deposizione in Vormazia avean consentito: depose Errico del Regno di Germania e di quello d'Italia, ed assolse tutti i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà, che gli avean dato, proibendo loro di prestargli più ubbidienza, ed esortando tutti i Principi a prendere l'armi contro Errico. I Principi d'Alemagna considerando, che per la guerra che i Sassoni allora aveano mossa ad Errico, non era punto tempo da nudrire queste contese, persuasero all'Imperadore di proccurar la pace col Papa, e nell'istesso tempo proccurarono, che il Papa venisse in Alemagna, ove si sarebbero riconciliati, e accordato il tutto. Simulò Gregorio di volervi andare, ma essendo giunto a Vercelli, ritirossi a Canossa ch'era un castello posto nel distretto di Reggio. Errico premuto da' Sassoni voleva ad ogni suo costo aver pace col Papa, onde tosto passando l'Alpi venne ivi a trovarlo, e chiedergli perdono[321]. Gregorio non volle prima ammetterlo; ma dopa averlo fatto per tre giorni aspettare scalzo alla porta di quel castello, essendosi interposti li familiari del Papa, e' Principi dell'Imperio, finalmente gli concedette il perdono.

Ma comprendendo, che per la sua acerbità, Errico maggiormente si sarebbe irritato, ed avendogli ancora Matilda avvertito, che l'Imperadore gli tendeva insidie per averlo in sue mani, tosto se ne tornò in Roma, ove nell'anno 1080, con maggiore celebrità, di nuovo scomunicollo, lo depose della Corona dell'Imperio, sciolse i suoi vassalli dal giuramento, vietò a tutti i Cristiani il prestargli ubbidienza: e diede il Regno di Alemagna a Rodolfo Duca di Suevia, esortando tutti i Principi di Germania ad eleggerlo Imperadore. Quando Errico riseppe che i Sassoni aveano eletto Rodolfo Imperadore per opporlo a lui, lasciò l'Italia, e passato in Francia presentò a Rodolfo la battaglia; pugnossi la prima volta ferocemente da ambedue, e fu fatta strage infinita, ma non bastando il tempo, si riserbò ad un'altra giornata: si tornò a combattere, e finalmente cedendo la parte di Rodolfo, venne fatto ad Errico di disfarlo. Restò in questa pugna Rodolfo miseramente ucciso, il quale in presenza de' suoi Capitani mostrando la sua mano tutta bruttata di sangue per le ferite, avanti di morire sì gli disse[322]: Vedete questa mia mano tutta bruttata di sangue; con questa io giurai al mio Signore Errico di non insidiare alla sua vita, ed alla sua gloria; ma il Pontefice romano mi ridusse a trasgredire i giuramenti dati, e ad usurparmi quell'onore che a me non era dovuto. Qual fine io n'abbia conseguito voi già il vedete: lo vedranno ancora quelli che m'hanno istigato a questo.

Errico, sconfitto il suo rivale, memore degli oltraggi ed ingiurie ricevute da Gregorio, tosto ritornò in Italia; ed avendo fatto convocare prima in Magonza, e da poi in Breslavia un Concilio di Vescovi, fece deporre Gregorio, ed in suo luogo eleggere per Papa l'Arcivescovo di Ravenna, che Clemente III appellossi: indi calando in Roma con una potente armata, discacciato Gregorio, collocò Clemente in quella sede[323], dal quale volle anche ricevere la Corona imperiale. Gregorio intanto erasi ritirato nel castello di S. Angelo co' suoi, ove non potendo ricevere aiuto da' Romani, nè volendo altri soccorrerlo, essendo le forze dell'Imperadore pur troppo grandi, può credersi in quanta costernazione vivesse. S'aggiungeva ancora che Giordano Principe di Capua co' suoi Normanni, temendo che Errico da formidabili eserciti circondato non gli discacciasse dal Principato, proccurarono unirsi con lui contro Gregorio[324], onde le cose del Papa erano ridotte in istato pur troppo lagrimevole.

Non vi restava altro, che il ricorrere agli aiuti del famoso Roberto. Ma questi trovavasi molto lontano per soccorrerlo. Avea questo Principe ne' precedenti anni collocata in matrimonio una delle sue figliuole chiamata Elena, col figliuolo dell'Imperador Michele Ducas, appellato Costantino, Principe di tanta bellezza e sì ben disposto, che la Principessa Anna Comnena non fa punto di difficoltà di chiamarlo una principale opera della mano di Dio. Costei ancora non può trattenere il suo sdegno contro dell'Imperador Michele, per aver dato un figliuolo sì bello alla figliuola d'un uomo come Roberto, cui ella tratta, secondo il fasto ed alterigia de' Greci, qual miserabile ladrone, ed indegno d'imparentarsi con gl'Imperadori d'Oriente; ma Elena infelice Principessa era caduta pochi anni da poi in uno strano eccesso di miseria; poichè Niceforo Botoniate avendo discacciato Michele dall'Imperio d'Oriente, avea confinata tutta la sua famiglia in un monastero, e con inaudita inumanità avea fatto castrare Costantino marito della Principessa Elena. Un'ingiuria sì crudele ridondava in molto disprezzo ancora del Duca Roberto, il quale non poteva far di manco di non sentirla; ma d'altronde riguardava con occulto piacere l'occasione di portare le sue armi in Oriente.

Per la qual cosa egli ascoltò benignamente un Greco, che comparve alla sua Corte, e si spacciava per l'Imperadore Michele stesso, il quale per dar credenza all'impostura, minutamente narrava il modo, col quale era scappato via dal monastero, in cui era stato racchiuso in odio solamente, come e' diceva, dell'alleanza che avea contratta co' Normanni. Il Duca fece fare a questo personaggio onori straordinari, come se effettivamente fosse stato l'Imperadore[325]; contuttochè molti Signori, ch'erano stati a Costantinopoli, ed aveano veduto Michele, confessavano che non lo ravvisavano per desso, o che bisognava che fosse molto cangiato. Ma Guiscardo non voleva entrar in questo dibattimento, se questi fosse il vero, o il falso Michele: tutto eragli una cosa per giugnere al suo intento. Egli pretendeva solamente ricondurlo a Costantinopoli alla testa d'un'armata, e di restituirlo al Trono imperiale, disegnando forse d'innalzarvisi egli medesimo, se si trovasse che questi non fosse il vero Michele. In fatti non si dubitò, che fosse un giuoco per allettare più facilmente i Greci, e per aver un pretesto più plausibile d'intrigarsi negli affari dell'Imperio d'Oriente: qualunque si fosse il supposto Michele, che Anna Comnena dice essere stato un Monaco greco, appellato Rettore, non lasciò Roberto di profittare del carattere, che gli fece sostenere.

Ma mentre che il Duca avea apparecchiato tutto ciò, ch'era necessario per una spedizione tanto importante, ebbe avviso, che in Costantinopoli era nata una nuova revoluzione, che avea messo fuori la Principessa Elena dallo stato miserabile, in cui ella prima si trovava; poichè Alessio Comneno essendo stato poc'anzi dalle Legioni proclamato Imperadore in Tracia avea deposto dal trono, e fatto tosare Niceforo Botoniate; ed egli era entrato trionfante in Costantinopoli ove avendo fatto uscire dal monastero la Principessa Elena la trattava con grand onore, disegnando così guadagnarsi il Duca Roberto, cui grandemente stimava e vie più temeva, che non gli contrastasse sì be' principj.

Ma tutto ciò non bastava per arrestare i disegni di Roberto, il quale avendo già tutto all'ordine per quella spedizione, non volle perder tempo a darvi principio; ond'essendosi a tal effetto portato in Otranto, ove dovea imbarcarsi con tutta la sua armata, provide prima al governo de' suoi Stati ch'e' lasciava in Italia. Lasciò il governo de' medesimi nelle mani di Ruggiero soprannomato Bursa suo figliuolo secondogenito, che egli avea generato da Sigelgaita sua seconda moglie, dichiarandolo erede in presenza del Popolo del Ducato di Puglia, di Calabria e di Sicilia[326]. Questi era un Principe di tutto garbo, e di estremo valore; e gli lasciò per Ministri il Conte Roberto di Loritello suo nipote ed il Conte Girardo persona di somma esperienza, e di conosciuta integrità.

Egli s'imbarcò insieme colla Duchessa Sigelgaita, che volle seguire suo marito come un'Eroina alla testa delle sue truppe. Portò seco ancora il valoroso Boemondo suo figliuolo avuto dalla prima moglie Adelgrita, ed alquanti Baroni normanni. Giunti che furono nell'anno 1081 nell'isola di Corfù cominciarono ad invadere quelle Piazze per ridurre quell'isola sotto la loro dominazione: Alessio Imperadore avvisato della mossa di Roberto, tosto fece apparecchiar un'armata per reprimerlo; e quindi cominciò fra questi due Principi una guerra sì crudele, che ebbe avvenimenti sì grandi che spinsero la Principessa Anna Comnena figliuola dell'Imperadore Alessio a tesserne l'istoria, nella quale, con tutto che cercasse ingrandire le gesta di suo padre, non potè però parlare di Roberto, se non con elogi d'estremo valore e fortezza. E condennandomi il mio istituto a tralasciare sì illustri avvenimenti, rimetto i curiosi all'istoria di questa Principessa, ed a ciò che Malaterra e Guglielmo Pugliese ne scrissero. In breve dopo aver Roberto espugnata la città di Durazzo si rese padrone di quell'isola, ed aspirando a cose maggiori, spinse da poi le sue conquiste nella Bulgaria, facendo tremare tutto quel paese del suo nome fino alle porte di Costantinopoli.

Mentre che questo glorioso Eroe era intrigato in questa guerra con Alessio Comneno, ebbe pressanti e calde lettere dal Pontefice Gregorio[327], il quale nell'istesso tempo, che si rallegrava delle sue vittorie che riportava in Oriente, gli esponeva l'urgente bisogno che avea la Sede Appostolica del suo soccorso, e lo stato lagrimevole in cui trovavansi per le forze d'Errico. Il Duca era stato fin da che partì da Otranto avvisato de' sforzi d'Errico, il quale non essendo ancor partito da quella città, gli avea mandati Ambasciadori per tirarlo dalla sua parte; ma Roberto rimandatine tosto gli Ambasciadori, n'avea anche avvisato il Papa, con sentimenti sì obbliganti, sino a dichiararsi, che se non fosse già seguito l'imbarco delle sue truppe, l'avrebbe egli medesimo condotte alla volta di Roma; ma con tutto che lo stato de' suoi affari lo chiamassero necessariamente altrove, non perciò lasciava di raccomandar gl'interessi della Santa Sede al Conte Roberto suo nipote, ed al Conte Girardo suo grande amico[328].

Ma ora ch'erasi disbrigato dalla conquista di Corfù, e che in Bulgaria avea portate le sue vittoriose armi, avendo intesa l'urgenza del bisogno, con tutto che si trovasse nel colmo delle sue conquiste, le interruppe per girne a prestar al Papa quell'aiuto, che gli avea promesso: e lasciando il governo della armata al suo figliuolo Boemondo ed al Conte di Brienna, ripassò in Italia sopra due vascelli con un piccolo numero delle sue genti, e venne ad approdare in Otranto.

Per bramoso ch'e' si sentisse di marciare immantinente verso Roma, non potè farlo sì presto, e si contentò mandare al Papa una grossa somma di denaro, aspettando che fossero terminati nella Puglia gli affari, che richiedevano indispensabilmente la sua presenza; poichè alcune città, presa l'opportunità della sua lontananza, aveano proccurato sottrarsi dal suo dominio, e poco dopo la sua partenza da Otranto, gli abitanti di Troia e d'Ascoli, aveano incominciato i primi ad ammutinarsi, ricusando di pagar i tributi al suo figliuolo Ruggiero, ed alcune altre città, e molti Baroni aveano seguitato questo malvagio esempio, e nel tempo medesimo ch'egli sbarcava in Otranto, Goffredo Conte di Conversano andava ad assediare la città d'Oria. Ma appena vi giunse il Duca, che dissipò gli Assalitori, i quali abbandonando l'impresa si diedero alla fuga. Colla stessa facilità, colla quale fece togliere l'assedio d'Oria, punì la città di Canne, distruggendola interamente, per essersi ammutinata con più ostinazione dell'altre. Queste gloriose spedizioni acchetarono ne' suoi Stati tutti i movimenti sediziosi, che dianzi erano surti.

Nulla più avrebbe impedito d'andare a Roma, se non Giordano Principe di Capua. Questo Principe, avendo, come si disse, preso il partito d'Errico contro del Papa, signoreggiava la Campagna colle sue truppe, onde bisognava a Roberto, per passare in Roma, di toglier quest'ostacolo: ma questo valoroso Campione non solo fugò le nemiche truppe, ma portò l'assedio alla città d'Aversa per ridurla nelle sue mani. Giordano però difese la Piazza valorosamente; onde Roberto vedendo che non così presto poteva sperarsene la resa, sollecitando il Papa il soccorso, abbandonò l'assedio, ed in Roma portossi, ove trovò Gregorio strettamente assediato nel castello di S. Angelo, nell'istesso tempo che l'Imperadore e 'l suo Antipapa facevano tranquillo soggiorno nel Palagio di Laterano. Errico che si trovava in Roma con piccolo presidio, pensò uscir dalla città; Roberto all'incontro cinse Roma colla sua armata, e accostatosi sul bel mattino alla Porta di S. Lorenzo, che vide esser men guardata delle altre, fece appoggiar le scale alle mura, e montandovi sopra, aprì immantenente a tutta l'armata le porte. Ella passò senza difficoltà per le strade di Roma, e giunta al castel di S. Angelo, cavò fuori il Papa, e lo condusse onorevolmente al Palagio di Laterano[329].

I Romani del partito d'Errico restarono sorpresi d'una così valorosa azione; e quantunque da poi ripreso un poco di coraggio, avessero proccurato di ordire contro i Normanni una congiura, tosto Roberto v'accorse, e la ripresse in guisa, che i Romani costernati, risolvettero cercar pace al Papa, che loro la concedette.

Il famoso Guiscardo disbrigato da sì gloriosa impresa e sedati i tumulti, fece da poi uscir di Roma le sue truppe per ritornar in Puglia; ma Gregorio non fidandosi ancora de' Romani, e temendo d'esporsi un'altra volta a' loro insulti, risolvette di seguire l'armata de' Normanni ed il Duca Roberto. Partissi intanto egli da Roma seguitato da' Cardinali e da un gran numero di Vescovi, e fermatisi per alquanti giorni nel monastero di Monte Cassino, ove dall'Abate Desiderio furono splendidamente trattati, ritirossi in Salerno, senza voler giammai ritornar più in Roma, la cui fedeltà gli fu sempre sospetta.

§. I. Investitura data da Gregorio VII al Duca Roberto.

In questo viaggio, che fece il Papa col Duca Roberto, fu rinovata da Gregorio l'investitura, che questo Principe da Niccolò II, e da Alessandro suoi predecessori avea avuto del Ducato di Puglia e di Calabria e di Sicilia, la qual si legge nelle Epistole[330] decretali di questo Pontefice, e porta la data di Cepperano, luogo, che si rendè poi celebre, per lo tradimento, che quivi il Conte di Caserta fece al Re Manfredi. In questa investitura è da ammirare la fortezza dell'animo, e intrepidezza d'Ildebrando, il quale non ostante i così segnalati e recenti beneficj, che avea ricevuti da Roberto, non volle però acconsentire, con tutto che si trovasse in mezzo dell'esercito de' Normanni, di ampliare l'investitura al Principato di Salerno, al Ducato d'Amalfi, e parte della Marca Firmana, che avea Roberto conquistato dopo l'investitura di Papa Niccolò, e che allora possedeva; ma solamente volle investirlo di ciò che i suoi predecessori Niccolò ed Alessandro aveanlo investito, lasciando sospesa l'investitura per quest'altri luoghi.

E perchè per quest'atto non s'inferisse pregiudicio alle pretensioni delle parti, ciascuna espressamente riserbossi le sue ragioni. Roberto nel giuramento di fedeltà, che diede a Gregorio, promettendo d'aiutare la Sede Appostolica, e di difendere la regalia e le terre di S. Pietro contro tutte le persone, nè invaderle, nè cercare d'acquistarle, ne eccettuò espressamente Salerno, Amalfi e parte della Marca Firmana, sopra le quali, com'e' dice, adhuc facta non est diffinitio. All'incontro Gregorio nell'investitura dichiarò solamente investirlo di ciò, che i suoi predecessori Niccolò ed Alessandro gli avean conceduto, soggiungendo, de illa autem terra, quam injuste tenes, sicut est Salernus, et Amalphia, et pars Marchiae Firmanae, nunc te patienter substineo in confidentia Dei omnipotentis, et tuae bonitatis, ut tu postea exinde ad honorem Dei, et Sancti Petri, ita te habeas, sicut et te agere, et me suscipere decet, sine periculo animae tuae, et meae. Ciò che mostra quanto fosse accorto questo Pontefice, il quale nell'istesso tempo, che lasciava in sospeso Roberto, volle tenerlo anche a freno, per lo bisogno nel quale lo lasciava di lui, e de' successori suoi per aver di questi luoghi l'investitura; e di vantaggio volle mostrare essere de' soli Pontefici romani dare e togliere gli Stati altrui, e di giustificare o riprovare le conquiste de' Principi secolari a lor voglia, riputandogli giusti o ingiusti a lor talento; trovando ancora un mezzo assai ingegnoso tra gli acquisti giusti ed ingiusti, cioè di sostenere gli ingiusti possessori in confidentia Dei omnipotentis, acciochè, siccome coloro si portavano colla Chiesa romana, così i Papi si regolassero di dichiarargli giusti o ingiusti Conquistatori.

E vedi intanto a ch'era giunta in questi tempi l'autorità de' romani Pontefici, e la stupidezza de' Principi del secolo, i quali per timore ch'essi aveano delle censure, per tema di non essere deposti, ed assoluti i loro vassalli da' giuramenti, non si curavano dipendere dal loro arbitrio, e riconoscere in essi tanta autorità, per non vedere in sedizioni e ruine sconvolti i loro Stati, atterriti dall'esempio pur troppo recente dell'Imperador Errico, che avea veduto ardere di crudel guerra la Germania, perch'ebbe poco amico Gregorio.

CAPITOLO VI. Conquiste del Duca Roberto in Oriente: sua morte, seguita poco da poi da quella di Gregorio VII.

Mentre che Roberto impiegava con tanta utilità le sue armi in Italia in servigio della Sede Appostolica; veniva dall'altra parte ricompensato di molti successi felici, che l'illustre Boemondo suo figliuolo si proccurava in Oriente. Questo valoroso Campione nell'istesso tempo che suo padre ebbe la gloria di fugare in Roma l'Imperador d'Occidente, venendo a battaglia con Alessio Comneno, ebbe anche la gloria di fugare in Bulgaria l'Imperadore d'Oriente.

La novella ch'ebbe Roberto di questa vittoria riportata da Boemondo sopra l'Imperadore Alessio, l'invogliò a passare di bel nuovo in Oriente per compiere ciò che suo figliuolo, vi avea sì felicemente incominciato. Egli dopo aver dati providi ordini a' suoi Ufficiali per lo governo di questi Stati che lasciava in Italia, si mise in mare con una flotta considerabile, portando seco l'altro figliuolo Ruggiero, e molti altri Baroni principali; ed andò ad incontrare la flotta dei Greci, che era di forze non inferiore alla sua, essendosi unita a quella de' Veneziani infra l'isole di Corfù e di Cefalonia. Si combattè con tanto valore, che i Greci invece di stargli a fronte, si diedero alla fuga, e lasciarono la flotta de' Veneziani affatto sola: allora i Normanni mandate a fondo molte galere, dissiparono l'armata nemica, e facendovi più di duemila e cinquecento prigionieri, trionfarono questa seconda volta de' loro nemici in Oriente[331]. Ma per una grave corruzione d'aria accaduta in quell'orrido inverno, che obbligò far riposare le sue truppe, s'attaccò nell'armata un'infermità così contagiosa, che menò a morte più di diecimila persone, e la più bella parte di quella: Boemondo ne fu sì violentemente attaccato, che non si trovò altro rimedio, che di farlo ripassar in Italia per prendere un'aria migliore: e vi è chi scrisse[332], che questa malattia di Boemondo fosse stato effetto della malvagia volontà di Sigelgaita sua madrigna, la quale avea risoluto farlo morire, temendo che questo Principe non togliesse a Ruggiero suo proprio figliuolo, dopo la morte del Duca, i Stati di Puglia e di Calabria. Non si sono trattenuti ancora di dire, che Sigelgaita, essendosi scoverta tanta enormità dal Duca suo marito, per sospetto che avea, che il Duca se ne fosse vendicato, avesse disegnato ancora d'avvelenarlo, e che l'anno seguente avendolo eseguito, se ne fosse fuggita col suo figliuolo Ruggiero, e con gli altri Signori ch'erano del suo partito, per mettere in possesso Ruggiero degli Stati d'Italia in pregiudizio di Boemondo. Checchè ne sia (poichè gli Autori, che hanno scritto nel tempo, e nel paese stesso, ove regnavano i Normanni, rapportano cose affatto contrarie della Duchessa Sigelgaita) da poi che Boemondo fu partito, il Duca inviò il suo secondogenito Ruggiero ad assediar Cefalonia, ch'erasi poc'anzi da lui ribellata.

Ma ecco, mentre questo invitto Eroe era tutto intento a quell'impresa, assalito il Duca nel mese di luglio da una febbre ardente fu costretto per curarsene a ritirarsi in Casopoli, picciol castello posto nel promontorio dell'isola di Corfù. Vi accorse immantenente Sigelgaita, ma intanto l'ardore della febbre era divenuto sì violento, che ben tosto nell'età sua di 60 anni lo privò di vita.

Sarà quest'anno 1085 sempre al Mondo memorando per l'infelice e luttuosa morte di quest'Eroe, e di due altri gran personaggi d'Europa. Fu infausto per i Normanni per la grave perdita di Roberto Guiscardo. Fu luttuoso per la Chiesa di Roma per la morte del famoso Ildebrando. E fu deplorabile per la Gran Brettagna per la perdita del celebre Guglielmo il Conquistatore Duca di Normannia, e Re d'Inghilterra[333].

La morte di Roberto sparsa fra le truppe normanne in Oriente, pose in tale costernazione l'armata, che non s'attendeva ad altro che a piangerlo; onde Sigelgaita ed il suo figliuolo Ruggiero s'affrettarono a portar il corpo del Duca in Italia. Giunti in Otranto, s'accorsero, che già cominciava a putrefarsi, il che fece risolvergli a lasciar in quella città il cuore e l'interiora, e dopo aver di bel nuovo imbalsamato il resto del corpo, lo trasportarono in Venosa, luogo della sepoltura degli altri Principi normanni. La città di Venosa, secondo che rapporta Guglielmo Pugliese[334] (il quale qui termina i cinque libri del suo Poema latino) non meno per li natali d'Orazio, che per serbare le tombe di tanti illustri Capitani, deve andarne altiera e superba sopra tutte l'altre città della Puglia. Quivi ancora riposano oggi giorno le ceneri di questo Eroe, che meritamente lo possiamo soprannominare il Conquistatore. Egli non ha dovuto che al suo valore ed alla sua industria il vantaggio d'esser passato da semplice Gentiluomo al numero de' Sovrani e d'un Sovrano il più temuto d'Europa, capace non solo ad imprendere contro i Principi più potenti del Mondo del suo tempo, ma ancora di vincergli, e di dar loro legge. Le virtù sue e le sue perfezioni del corpo e dell'animo furono così ammirabili, che i suoi più grandi inimici, come fu la Principessa Anna Comnena, ancorchè secondo il solito fasto dei Greci parlasse con disprezzo de' suoi natali, non è però che non l'attribuisca tutte quelle eminenti qualità, che si richiedono por acquistare il titolo di Conquistatore. E quantunque queste sue grandi azioni andassero accompagnate da soverchia ambizione di dominare, che sovente l'obbligò ad usar crudeltà e dissimulazioni, questi son soliti difetti, da' quali niun Conquistatore al Mondo ne fu, o ne potè esser lontano. Del resto egli colla sua pietà verso la religion cristiana, colli considerabili ajuti che prestò alla Chiesa romana, colla munificenza che praticò con molte Chiese, e singolarmente col monastero Cassinense, seppe ben coprire appresso il volgo questi difetti, che per altra parte venivan difesi appresso gli uomini di Mondo colle massime dell'umana politica.

Regnò Roberto sotto il nome di Conte di Puglia e di Calabria quattro anni; sotto quello di Duca dodici; e quattordici sotto nome di Duca di Puglia, Calabria, di Sicilia, e di Signor di Palermo. Visse in Italia dal 1047 insino al 1085 anni trentanove; e lasciò da due mogli due figliuoli maschi. Alcuni rapportano, che perchè tra' suoi figliuoli non si disputasse della successione de' Stati che lasciava, avesse nel suo testamento lasciata la Sicilia a Ruggiero suo fratello, della quale già in vita ne l'avea investito con titolo di Conte. A Boemondo suo primogenito tutto ciò che avea conquistato nell'Oriente. Ed al secondogenito Ruggiero natogli da Sigelgaita il Ducato di Calabria, il Principato di Salerno, e tutto ciò che possedeva in Italia. Rapportano ancora, che intanto avesse trattato meglio il secondo figliuolo del primo, così perchè nel far questo suo testamento si trovò presente Sigelgaita, che proccurò gli avanzi di suo figliuolo, posponendo il figliastro, come perch'essendo nato Boemondo dalla prima moglie, ch'egli suppose non esser legittima, per esser sua parente, riputava esser meglio nato Ruggiero, che Boemondo, e perciò antepose questi a quello. Ma, o che non avesse egli fatto testamento, come alcuni ne dubitano, o che questi suoi figliuoli non fossero contenti di quello; Ruggiero e Boemondo pretendevano ugualmente di succedere, ed ebbe ciascuno considerabili fazioni. Ma l'accortezza di Sigelgaita, impegnando a favor del proprio figliuolo Ruggiero Conte di Sicilia suo zio, fece che il partito di costui restasse il più forte; onde succeduto al Ducato di Puglia e di Calabria, ed a tutti gli altri Stati d'Italia conquistati da Guiscardo, cominciò egli ad amministrare queste province[335]. Ed avendo in oltre Ruggiero Conte di Sicilia mantenuto con esso lui più strette alleanze, che con Boemondo, per affezionarselo di vantaggio, gli cedette ancora molte Piazze della Calabria, che il Duca Guiscardo avea al Conte di Sicilia riserbate. Così dichiaratosi manifestamente il Conte del partito di Ruggiero, in tutte le occasioni s'affaticò di sostenerlo contro gli sforzi di Boemondo, il quale spesse volte, ma sempre inutilmente, tentò di sturbare i suoi Stati.

Fu memorabile ancora quest'anno 1085 per la morte accaduta in Salerno del famoso Ildebrando: morte per la Chiesa romana pur troppo luttuosa e deplorabile. Ella perdette un Papa il più forte ed intrepido di quanti mai ne fiorirono in tutti i secoli: egli non si curava punto d'esporsi a' più evidenti pericoli, ove vi correva il rischio della sua stima, e sovente della libertà, per difendere contro i maggiori Re della Terra, e Monarchi del Mondo quelle prerogative e preminenze ch'e' riputava appartenersi alla Sede Appostolica; e persuaso che tutto ciò, ch'intraprendeva fosse appoggiato a fondamenti giustissimi, rendevasi per ciò più animoso e forte sopra i Principi stessi. Egli fu che alzando il suo pastorale sopra scettri e Corone, come se l'esser Capo della Chiesa universale, portasse ancora con se esser Monarca del Mondo, e Re de' Re, ed Imperadore degl'Imperadori, trattava i Principi e gl'Imperadori stessi con tanto strapazzo ed alterigia, che non si ritenne di scomunicargli, di deporgli da' loro Stati, trasferirgli in altre Nazioni, e sciorre i vassalli dalla loro ubbidienza.

E mostrando esser persuaso di poterlo fare, nè moversi se non per zelo di giustizia, e per difesa della Sede Appostolica, acquistò appresso molti gran plauso di zelante e di pio, di uomo ripieno di religione, giusto, dotto Canonista, e buon Teologo, e difensore intrepido de' diritti e libertà ecclesiastiche. Alle quali cose aggiungendo alcune altre virtù, delle quali era adorno, come d'una vita austera, e d'indefessa applicazione agl'interessi di quella Sede, d'un animo misericordioso verso i poveri, di prender la difesa degli oppressi, e di proteggere gl'innocenti, acquistonne fama di Santo; tanto che sebbene avesse di se lasciata presso alcuni Scrittori suoi contemporanei fama diversa, dandogli alcuni il titolo di novatore, d'ambizioso, di crudele, senza fede, altiero, di perturbatore de' Regni e di province, d'autor di sedizioni, di morti e di crudeli guerre, e d'aver voluto stabilire un dominio insoffribile nella Chiesa, tanto sopra lo spirituale, quanto sopra il temporale; non sono mancati però altri, secondo che le fazioni portavano, di averlo per un Pontefice tutto zelo per il servizio di Dio, tutto saggio, tutto pio e misericordioso: e che avendo con rara unione insieme accoppiato alla santità de' costumi la fortezza e l'intrepidezza d'animo, sopra tutti i Principi della terra, abbia trovato negli ultimi nostri tempi chi[336] l'abbia dato il soprannome di Grande, non altrimente di ciò che fu appellato Gregorio I, detto Magno. Ma niun altro più meglio, e più al vivo ci diede il ritratto di questo Pontefice, quanto quel giudizioso dipintore che lo dipinse nella Chiesa di S. Severino di Napoli. Vedesi quivi l'immagine di questo Papa, tra le altre de' Pontefici dell'Ordine di S. Benedetto, avere nella sinistra mano il pastorale co' pesci, nella destra, alzata in atto di percotere, una terribile scuriada, e sotto i piedi scettri e Corone imperiali e regali, in atto di flagellargli. E dopo avere così mostrato essere stato Gregorio il terrore, ed il flagello de' Principi, e calpestare scettri e Corone, volendo ancora far vedere, che tutto ciò poteva ben accoppiarsi colla santità e mondezza de' suoi costumi, sopra il suo capo scrisse in lettere cubitali queste parole: Sanctus Gregorius VII.

CAPITOLO VII. Boemondo travaglia gli Stati di suo fratello; Amalfi e Capua si sollevano; ed origine delle Crociate.

La morte di Gregorio portò disordini grandissimi alla Chiesa di Roma, poichè imbarazzati i Romani nell'elezione del successore, a cagion che l'Antipapa Gilberto s'era impadronito d'alcune chiese di Roma, e voleva farsi riconoscere per legittimo Papa: finalmente dopo un anno si determinarono eleggere per successore Desiderio celebre Abate Cassinense, secondo ciò che Ildebrando istesso avea consigliato che dovendosi ricercare per li bisogni della Chiesa un Papa, che avesse mano co' Principi del Mondo, non s'appartassero da Desiderio. Ma questi s'oppose in maniera, e con tal resistenza, che finalmente quasi per forza, e suo malgrado lo acclamarono Papa sotto il nome di Vittore III. Ma repugnando egli ostinatamente, fu di mestieri che si ragunasse in Capua un Concilio, ove furono anche invitati i Principi normanni, perchè s'impiegassero a far accettare il Ponteficato a Desiderio. Fu in quest'occasione l'opra di Ruggiero Duca di Puglia così efficace, che ridusselo ad accettare; e condottolo in Roma, tolsero a forza a Gilberto la chiesa di S. Pietro, e fecero ordinar Vittore. Ugone Vescovo di Die Legato di Gregorio VII e promosso all'Arcivescovado di Lione, pretendeva parimente il Ponteficato; e fu uno di coloro, che più fortemente si opposero all'ordinazion di Vittore. I Romani del partito di Gilberto si posero di nuovo in possesso della chiesa di S. Pietro, e dopo molti atti di ostilità, Vittore fu costretto a ritirarsi nel suo monastero di Monte Cassino, del quale uscì nel mese d'agosto per tenere un Concilio in Benevento, composto di Vescovi della Puglia e della Calabria, nel quale fece un discorso contro Gilberto, e di nuovo scomunicollo. Vi scomunicò parimente l'Arcivescovo di Lione, e 'l Vescovo di Marsiglia, e vi rinovò i divieti di ricevere le Investiture de' beneficj per le mani de' Laici. Ma nel tempo, in cui tenevasi questo Concilio, Vittore infermossi, il che l'obbligò a tornarsene in fretta a Monte Cassino, dove morì il dì 16 di settembre di questo anno 1087, dopo aver destinato Ottone Vescovo d'Ostia per suo successore.

Ricadde per tanto per la morte di Vittore di bel nuovo la Chiesa romana in angustie per l'elezione del successore; finalmente i Romani elessero per Papa Ottone, ch'era un Francese di Chastillon della diocesi di Rems, il quale tolto dal monastero di Clugnì per essere Cardinale, avea prestata una gran servitù a Gregorio VII, che l'avea inviato Legato in Alemagna contro Errico. Fu eletto in un'Adunanza di Cardinali e di Vescovi tenuta in Terracina, e nomato Urbano II.

Questo Papa sopra tutti gli altri fu il più ben affezionato a' Normanni; egli vedendo che Boemondo mal soffriva, che Ruggiero suo fratello si godesse tanti Stati in Italia, e che ritornato in Otranto avea mossa per ciò nuova guerra al fratello, si frappose fra loro, e gli accordò con queste condizioni, che Boemondo, oltre di quello che possedea, avrebbe di più la città di Maida e di Cosenza, ma da poi commutarono queste città, ed a Boemondo in cambio di Cosenza si diede Bari, rimanendo Cosenza al Duca Ruggiero. Portossi in quest'anno 1089 Papa Urbano in Melfi[337] coll'occasione di celebrarvi un Concilio, ove espose il progetto della gran Crociata, e fu conclusa la lega contro gl'Infedeli: il Duca Ruggiero ivi andò ad onorarlo, e da Urbano fugli confermata l'Investitura, siccome i suoi predecessori aveano fatto a Roberto di lui padre[338].

Intanto essendogli ribellata Cosenza, il Duca ricorse al Conte di Sicilia suo zio, il quale tosto la ridusse; ed allora fu che Ruggiero, riconoscente di tanti beneficj ricevuti dal zio, gli donò la metà della città di Palermo, ove il Conte d'allora cominciò a farvi innalzare il castello, che oggi giorno s'appella il Palazzo regio[339]. Così regnando l'uno Ruggiero in Sicilia, l'altro in Puglia, vennero a stabilirsi col volger degli anni questi due Regni, che fra lor divisi, ciascuno colle sue proprie leggi ed istituti, e co' proprj Ufficiali si governavano.

Il Conte Ruggiero, il quale, per la morte di due suoi figliuoli, Goffredo e Giordano, erasi renduto padre infelice al Mondo, ebbe, in quest'anno 1093, la gioja di veder nascere dalla Contessa Adelaida sua moglie un altro figliuolo, che Simone appellossi: ciò che lo mise in istato di poter passare più deliberatamente in Calabria per reprimere un nuovo tumulto, che cominciava a surgere nella sua famiglia.

Il Duca Ruggiero suo nipote avea fatta un'illustre alleanza in isposandosi Adala nipote di Filippo I, Re di Francia, e figliuola di Roberto Marchese di Fiandra[340]. Egli n'avea avuti due figliuoli, Guglielmo e Luigi, che doveano essere suoi successori. Ma essendosi il Duca non molto tempo da poi ammalato gravemente in Melfi, erasi sparso ancora rumore che fosse morto. Boemondo che allora dimorava in Calabria, non aspettò altri riscontri: immantenente prende le armi, ed invade le terre di suo fratello, protestando nientedimeno, che lo faceva in favore de' figliuoli del Duca, insino a che fossero in età di governare. Il Conte di Sicilia, che ebbe questo zelo per sospetto, e che si sdegnò perchè osasse di dar questi passi senza consigliarnelo, v'accorse con una potente armata, e subito che vi fu giunto, obbligò Boemondo a ritirarsi. Intanto il Duca essendosi riavuto con perfetta salute contro ogni speranza, Boemondo si portò incontanente in Melfi per dimostrargliene gioja, e per rimettergli tutto il paese, di cui erasi impadronito, giustificando quanto gli fu possibile la condotta, ch'egli avea tenuta.

Ma non finirono qui le turbolenze; un'altra assai più pericolosa se ne scoverse in Amalfi. Il Duca Ruggiero, fidando troppo de' Longobardi per la considerazione di Sigelgaita sua madre ch'era di questa Nazione, come quella che fu sorella dell'ultimo Principe di Salerno, non faceva difficoltà di commettere il governo delle sue Piazze a' Longobardi stessi, a' quali egli e suo padre l'avean tolte: fra l'altre diedero Amalfi in guardia de' Comandanti longobardi, i quali vollero ben tosto profittare de' disordini accaduti poco prima in Cosenza; poichè applicati il Duca ed il Conte suo zio a reprimere la fellonia de' Cosentini, essi cacciarono da Amalfi tutti i partegiani del Duca, e trapassando ad aperta ribellione, ricusarono di ricevere lui medesimo. Il Duca fortemente irato di tanta fellonia, per ridurre la città, pensò allettar Boemondo suo fratello, pregandolo a prestargli soccorso, siccome questo Principe lo fece con tutta la sua milizia, che dalla Puglia e dalla Calabria teneva raccolta: invitò il Duca anche Ruggiero Conte di Sicilia a soccorrerlo; ed in fatti in quest'anno 1096 venne il Conte con ventimila Saraceni, e con infinita moltitudine di altre Nazioni a porre l'assedio ad Amalfi[341]. La Piazza fu investita da questi tre Principi con tutte le loro forze, e l'assedio fu così stretto, che se non fosse stata l'impresa attraversata da congiunture assai strane, certamente Amalfi si sarebbe resa.

Notes in this chapter

Note 1 · Freccia de Subfeud. lib. 8. Speciali quodam jure sibi vindicet, sicut Beneventum.Note 2 · Ostiens. l. 2 c. 40.Note 3 · Ostiens. cod. loc. c. 39.Note 4 · V. Baron. A. 1022.Note 5 · Gulielm. Appul. l. 2.Note 6 · Ostiens. lib. 3 cap. 16. Hisdem quoque diebus, et Richardo Principatum Capuanum, et Rothberto Ducatum Apuliae, et Calabriae, atque Siciliae Note 7 · Freccia de Subfeud. lib. 1 pag. 53.Note 8 · Guil. Apul. lib. 2.Note 9 · V. Pratejum. Lex Jurid.Note 10 · Frossard hist. lib. 1 cap. 14.Note 11 · V. Bodin. de Republ. lib. 1.Note 12 · Ostiens. l. 3 c. 16.Note 13 · Pell. in Stem.Note 14 · Ostiens. loc. cit.Note 15 · Ostiens. l. 3 c. 16.Note 16 · Goffredo Malaterra lib. 2 cap. 43.Note 17 · Beatil. Istor. di Bari, lib. 2.Note 18 · Guil. Appul. lib. 2.Note 19 · Ostiens. loc. cit.Note 20 · Malater. lib. 2. cap. 42.Note 21 · Guil. Ap. lib. 2. Lupo Protosp.Note 22 · Ostiens. lib. 3 cap. 21.Note 23 · Baron. A. 1066 n. 2.Note 24 · Ostiens. lib. 3 cap. 17 et 18.Note 25 · Abb. de Nuce ad Ostiens. lib. 3 cap. 18.Note 26 · Ostiens. lib. 3 cap. 25.Note 27 · Ostiens. lib. 3 cap. 3.Note 28 · V. Carol. Borrel. in Vindic. Neap. Peregr. in Campan. circa fin.Note 29 · Ostiens. lib. 3 cap 16. Sicque fratrem Roggerium de tota investiens Insula, et medietatem Panormi, et Demonae, ac Messanae sibi retinens.Note 30 · Malaterra lib. 2 cap. 4. V. Fazzel. Hist. Sicul.Note 31 · Tutino de' Contestabili del Regno.Note 32 · Inveges istor. di Palermo, tom. 2.Note 33 · Gul. Appul. lib. 3.Note 34 · Gul. App. Dux Petro suspectus erat, quia prorsus eunti ad fines Siculos vires adhibere negarat.Note 35 · Malat. lib. 3 cap. 2.Note 36 · Gul. Appul. lib. 3.Note 37 · Paul. Diacon. l. 3 c. 45.Note 38 · Malat. lib. 3 cap. 4.Note 39 · Pellegr. in Stemm. Princ. Salernit.Note 40 · Pellegr. in Stemm.Note 41 · Paul. Diac. l. 3 c. 45.Note 42 · Baron. in fin. lib. Epist. Gregorii VII. Celebravit Synodum Romae, in qua excommunicavit Robertum Guiscardum Ducem Apuliae, et Calabriae, etNote 43 · Petr. Diac. Auct. l. 3 c. 45.Note 44 · Anon. in Chr. Duc. et Princ. Ben. n. 15 apud Pellegr. Post cujus Principis obitum, recta est Civitas per Romanam Ecclesiam.Note 45 · Auctuar. P. Diac. in Ostiens. l. 3 c. 49.Note 46 · Auctuar. P. Diac. l. 3 cap. 49.Note 47 · Hemoldus Chronici Sclavorum lib. 1 cap. 29.Note 48 · Auctuar. P. Diac. lib. 3 cap. 50 et 53.Note 49 · Auct. P. Diac. lib. 3 cap. 50.Note 50 · Malat. lib. 3. Anna Comnen. lib. 4.Note 51 · Gugl. App. lib. 4. Advenit interea Conjux, Comitesque rogati, Egregiam sobolem multo spectante Rogerum. Accersit Populo, cunctisque videntNote 52 · Malat. lib. 3.Note 53 · Gul. Appul. lib. 4. Roberto Comiti committitur, atque Girardo. Alter fratre satus, fidissimus alter amicus.Note 54 · Auct. P. Diac. lib. 3 cap. 53.Note 55 · Vol. 3. Epist. decretal. Greg. VII. L'Investitura data da Gregorio VII al Duca Roberto vien anche rapportata da Lunig. nel Codice DiplomaticNote 56 · Anna Comn. lib. 5.Note 57 · Order. Vital. lib. 7.Note 58 · Protospata, l'Anonimo di Bari, Orderico. La Cronaca di Fossanova, tom. 1. Ital. Sacr. Ughel. col. 46. La Cronaca de' Duchi di Benevento nellNote 59 · Gugl. App. Urbs Venusina nitet tantis decorata sepulchris.Note 60 · Malater. l. 3 c. 42.Note 61 · Pallavic. hist. del Conc. di Trent.Note 62 · Pellegr. ad Lupum Prot. A. 1089.Note 63 · Romuald. Arc. Salern. apud Baron.Note 64 · Malat. lib. 4 c. 17.Note 65 · Malat. lib. 4 c. 19.Note 66 · Pellegr. ad Lup. A. 1096.
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