PARTE TERZA
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I.
Quella notte sulle dieci Loris dovette cenare col principe nel salotto azzurro di Tatiana; ella li aveva fatti invitare dal maggiordomo, e il principe si era affrettato a parlarne con Loris. Questi, ridivenuto padrone di sè medesimo, ascoltò colla massima freddezza le sue spiegazioni.
— Non sareste malcontento, gli si rivolse, che qualcuno l'umiliasse.
Il principe titubò.
— Quella donna è la fine della vostra vita. Adesso, nell'impossibilità di farvi amare da lei, non vi resta che l'amore di un altro, il quale la spezzi, per possederla almeno in frantumi. Ma voi non l'amate abbastanza per aspettare di ottenerla così.
Il volto del principe esprimeva un'angoscia umiliata.
— Vi ho indovinato come la prima volta. Avreste dovuto soggiogarla, perchè la donna è nata schiava; può preferire un amante, ma soggiacerà sempre ad un padrone.
— Voi non avete dunque le idee correnti sull'emancipazione della donna?
Loris alzò le spalle.
— Ogni vittoria è maschile. Se avessimo ucciso lo Czar, ne avreste rivelato il segreto a vostra moglie per ingigantirvi nella sua fantasia; non è vero? Ebbene, ella vi avrebbe invece creduto un vile assassino, e vi avrebbe denunciato.
— Voi non conoscete l'alterezza del suo carattere.
Il principe si era alzato nervosamente guardando Loris. Tutta la segreta ambizione della sua vita si era infranta nella volontà di quel giovane, che sembrava sfuggire alle crudeli necessità delle passioni, nelle quali si consumano le anime più forti.
— Ella vi subirà, mormorò il principe.
Loris aspettò.
— A voi non sfuggirà quello che le manchi. Lasciate che mi confessi con voi, seguitò con voce quasi umile, voi siete qui il mio superiore, l'unico uomo, al quale possa dire un segreto, di cui tutti riderebbero. Voi, che non amate e non volete essere amato, potrete facilmente scoprire nell'imbroglio di una passione il suo segreto micidiale, come un medico legge fra i sintomi di una malattia quale ne sia la causa.
— E quando pure lo indovinassi?
— Mi aiuterete. Io sono vecchio, anche più di quanto lo sembri. Vi farò entrare nel Comitato Esecutivo, del quale v'impadronirete in pochi giorni, mentre io non vi sono riuscito in cinque anni. Avete ragione: la politica non sopporta altre passioni, bisogna amarla per sè stessa rinunciando a tutto per mettersi al disopra di tutti. Io non lo posso; sento che per Tatiana sarei pronto a dimenticare tutto. Vedete; da che sono ritornato, non mi riconosco più lo stesso uomo. Quando poco fa la stringevo svenuta fra le braccia, mi è sembrato per un momento che morisse, e ho provato l'angoscia del vuoto eterno.
— Non odiate più nemmeno lo Czar?
Gli occhi del principe rifiammeggiarono.
— Quell'uomo, esclamò, ha potuto non amarla! La sua profondità di bruto supera quella stessa dello spirito.
— L'avreste ucciso, se ella lo avesse amato?
— Sì, ma non si amarono: ecco il mistero. Potevo uccidere lo Czar; e poi? Gli ha ella ceduto in quel colloquio? Vi ho pensato spesso, spogliandomi di ogni qualità di marito, e non sono giunto a decidermi per alcuna soluzione. Odio istintivamente quell'uomo; eppure non sono certo di credere che sia stato l'amante di mia moglie. Ella da quel giorno fu impenetrabile d'indifferenza; se ha voluto lo Czar ai propri piedi, o non le riuscì o non le basterebbe più. Adesso la vita di Tatiana è spezzata come la mia. Nulla al mondo l'interessa; la solitudine del suo orgoglio è l'ultimo impero, che le rimane.
Loris si era fatto pensieroso. Quella confessione del principe, così nobilmente umile davanti a lui, gli mostrava un nuovo aspetto della natura umana, mettendogli nell'anima un sottile senso di paura. Che cosa era dunque questa passione di amore, che riempiva tutta la vita di un vecchio, al quale la fatalità della rivoluzione si era pure rivelata da molti anni? Quanti uomini avevano in cuore altre passioni individuali, e dimenticavano quindi, o dimenticherebbero poi, le supreme esigenze della rivoluzione? Dopo quell'attentato fallito, nel quale tutte le Russie avrebbero potuto rinnovarsi, ecco che ritrovava da capo la vita ordinaria colle sue passioni effimere ed assolute, perchè gl'individui devono inevitabilmente preferire sè stessi a tutto il resto.
Il principe sembrava ricaduto in una meditazione.
Tatiana entrò nel salotto, ove l'attendevano da mezz'ora. Era vestita di un casimiro nero, senza nè ricami nè sbuffi; il corsetto attilato rivelava tutta la superba bellezza del suo busto, dandole col solino dritto e rigido un'aria anche più imperiosa alla testa. Era pettinata alla greca, bizzarramente, coi capelli attorcigliati sulla nuca, e gonfi a riccioli sulla fronte. Dal collo alto e sottile le scendevano tre o quattro fila di coralli ardentemente rossi su tutto quel nero, e un grosso brillante le sfolgorava all'anulare della mano destra, lunga, sottile e bianca.
Accettò la presentazione di Loris senza notare la falsità del suo cognome; quindi sedette invitandoli col gesto. Il tavolo era rotondo. Loris le stava quasi di fronte, per qualche momento la conversazione non fu possibile. Malgrado la propria freddezza Loris non poteva a meno di trasalire guardando il volto bianco di Tatiana, che si dorava ai riverberi dei capelli, mentre negli occhi ingranditi dalla malattia le tremolava un dolore indefinibile. Con quell'abito nero, sotto al quale il seno piuttosto basso, forse libero da ogni busto, le disegnava una curva molle, resa più voluttuosa dagli angoli acuti delle spalle, pareva anche più magra. Le maniche strette le modellavano le braccia esili, animate tratto tratto dalla nervosità delle mani.
Stava seduta rigidamente, colla testa inclinata a sinistra.
Il principe la serviva con attenzioni affettuose di padrino.
Ella guardava Loris, ma questi, deciso a non parlare pel primo, affettava il contegno riservato di un gentiluomo alla tavola rotonda di un grande albergo.
Finalmente il principe potè annodare la conversazione sui soliti nonnulla. Parlarono di Mosca, di Pietroburgo, della vita russa in campagna, di tutte quelle notizie volgari, che riempiono i giornali e i salotti delle signore.
Il principe raccontava le proprie impressioni della neve in quell'ultimo viaggio.
— È una rivelazione dell'infinito, disse Tatiana, quel bianco, che nulla può macchiare o esaurire nelle nostre steppe. L'anima russa vi ha attinto forse la sua massima virtù.
— Quale? chiese Loris.
— La pazienza.
— Forse per ciò nessun poeta russo ha saputo cantare l'inverno: la pazienza non può essere che del popolo.
— Se il popolo rimase paziente nella forza del proprio numero, perchè un individuo non lo diventerebbe nella grandezza della propria passione?
Il principe aspettava la risposta, Loris sorrise.
— La passione, aspettando, confessa a sè medesima la propria debolezza, e soccombe generalmente a questa rivelazione. Quando l'orso è davvero affamato, lascia l'agguato per rimettersi in caccia.
— Questa potrebbe riuscirgli molto meno sicura, osservò il principe. Avete mai cacciato l'orso, Loris?
— Non ebbi che fanciullo uno scontro coi lupi nella foresta di Kourlak.
— Quella del tuo castello, Tatiana: la conoscete bene, Loris?
— Me ne rammento ancora, ma la principessa avrà seguitato a cacciarvi, e la ricorderà meglio di me.
— Non la dimenticherò mai, ribatto Tatiana portandosi la mano al seno, e fingendo di accarezzarsi i coralli rossi per dissimulare il tremito delle mani. Vi sono certe prime impressioni, che rimangono indimenticabili come un delitto.
— Infatti solo i grandi delinquenti sanno scordarsi dei propri crimini, e questo loro oblìo è forse la sfida più temeraria, che un uomo possa gittare a tutte le leggi. Voi, principe, che siete senatore, ne avrete forse conosciuto qualcuno di questi grandi uomini, che fanno della propria galera una Sant'Elena, o salgono al patibolo come ad un trono. Qualunque sia il giudizio, che la società è costretta a portare sovra di essi, bisogna confessare che la ribellione della loro volontà è una delle glorie più altere del carattere umano.
— Non credete ai loro rimorsi? replicò Tatiana prevenendo il principe e scrutando il volto di Loris, che si nascondeva dietro il velo sottile di una allegria da tavola.
Quella battaglia di allusioni al passato, inintelligibile al principe, le aveva già messo nell'anima un orgasmo pieno di trepidazione.
— Almeno non ne mostrano, ma è difficile sapere se il delinquente creda di aver torto. Le nostre idee del bene e del male secondo i codici non sono quelle di tutti gli uomini; fra cento delitti, forse almeno in novanta, colui che li commise, giudicò allora di aver ragione, o se li permise come un compenso alle proprie sofferenze. Naturalmente la società non può accettare questi conti, e costretta a difendersi immobilizza o sopprime il delinquente, che in questo caso si considera piuttosto vinto che colpevole. Ecco perchè la maggior parte dei delinquenti mostrano davanti alla morte il medesimo coraggio degli eroi.
— Così voi togliete alle vittime l'estrema consolazione di credere che la loro superiorità morale si riveli agli assassini più umiliante di tutte le condanne.
In quel momento un servo recava entro un vassoio d'argento un gelato a piramide, sul quale era piantata una larga paletta d'oro dal manico attorcigliato.
— Dite dunque alla principessa, voi magistrato, che le vittime hanno sempre torto di essere tali, o perchè la natura le gettò sul sentiero dei più forti, o perchè nella loro ingenua vanità pretesero di combatterli. Guardate questa verità nella zona più frivola della vita: chiunque, non sapendo farsi amare, fu respinto o tradito malgrado tutta la sincerità della propria passione, non potrà mai ottenere compensi alle proprie pene se non innamorando con una seconda trasformazione il proprio avversario.
Il principe a questa allusione ironica sussultò; Tatiana aveva perduta la prima disinvoltura, e teneva gli occhi bassi, ma sentendosi quelli del principe sopra li alzò macchinalmente. Una contrazione quasi invisibile di dolore le animava la bocca, mentre l'altro la guardava, trepidando sotto quello scherno di Loris, che li riavvicinava. Ma Tatiana in questa nuova umiliazione sentiva come una dolcezza inesprimibile evaporare da tutto il suo essere di donna, e confondersi coll'amore del principe. Una bianchezza luminosa le passò sulla faccia, allorchè alzando gli occhi verso Loris coll'indefinibile umiltà degli innocenti, che soffrono, gli rispose in un murmure:
— L'amore reietto diventa così nella creatura amore divino.
Poi la conversazione cadde.
Quando Tatiana si levò da tavola per passare nell'altro salotto, Loris tardò abbastanza perchè il principe dovesse offrirle il braccio. L'accento sottomesso di Tatiana in quel primo scontro gli aveva dato un compiacimento di superbia, nel quale vibravano già alcune note voluttuose. Malgrado tutti i propositi non aveva potuto schermirsi da un senso di viva ammirazione contemplando quella fragile ed altera bellezza di Tatiana, così dissimile dalla fanciulletta di un giorno, ora che una malattia forse inguaribile, isolandola tratto tratto nell'impotenza del sesso, aveva dato alla sua fisonomia una spiritualità dolorosa. Quella malattia era forse l'orma lasciata sovr'essa da Topine; Loris non potè dubitarne nemmeno un istante, e la sua stessa brutalità ne fu scossa. Quel martirio di tutta la vita era troppo per un fallo, che la storditezza della gioventù avrebbe dovuto scusare.
Ma la sventura, innalzando Tatiana sulle cime più pure dell'essere femminile, aveva raffinata la sua anima collo stesso esercizio dei santi, che lungi dai contatti del mondo cercano la vita nelle indicibili rivelazioni dell'ideale.
Un ricchissimo samovar d'argento fumava tenuamente sopra un tavolino. Il salotto era piccolo, tutto in legno come una cabina; molte pelli di orsi e di leoni pendevano alle pareti da grandi chiodi neri; sul pavimento di quercia a quadrelli un breve tappeto persiano dai colori smaglianti sembrava una fiorata. Nessun specchio. Un lume enorme a petrolio, in bronzo verde, sostenuto da una catena ardeva come un braciere; nell'angolo un pianoforte verticale nero, in quella chiarezza di tutto l'altro legno, diventava cupo come l'abito di Tatiana. Sedie e poltrone erano di modello americano a bastoni ricurvi, piegati a vapore, con una tela rada e fine di scorza.
La canzone del samovar saliva gorgogliando.
Loris si guardò attorno; se il salottino avesse oscillato si sarebbe creduto in alto mare.
Mentre Tatiana preparava il the, il principe fumava cogli occhi socchiusi; Loris imbarazzato da quella loro disattenzione cercò sulle pareti qualche oggetto, cui interessarsi. Non vide che il ritratto di un cavallo. Nell'aria caldissima passava il soffio continuo della bocca del calorifero cerchiata di ottone. Quando il the fu pronto, Tatiana ne portò la prima tazza al principe, trattandolo così piuttosto da padre che da marito; poi venne coll'altra verso Loris colla fredda disinvoltura di una gran dama. Gli porse la tazza, e andò a sedersi presso il principe.
Un silenzio si appesantì nel salotto. In quel momento Loris pensava che se il principe Kovanski gli avesse concessa la mano di Tatiana, egli l'avrebbe amata forse per sempre, e la sua vita si sarebbe svolta signorilmente in un castello, fra l'amore di una famiglia e il rispetto di tutto il mondo. Ma subito un amaro orgoglio gli fece disprezzare quella visione di pace; il suo sguardo cadde su loro come una scudisciata.
— Quanto contate di restare al castello, principe? gli chiese con voce quasi imperiosa.
— Non lo chiederete già per lasciarci troppo presto: non è vero, Tatiana? Questa è forse la prima visita, che ricevi nell'anno.
— La principessa ne riceverà ancora; le grandi dame non fanno altro.
— Invece io sono sempre sola.
— Voi sola ne saprete la ragione. Generalmente il mondo lo si evita quando non si seppe conquistarlo; ma vi sono, aggiunse ironicamente, oltre i re decaduti quelli che ricusarono la corona.
— E gli uni e gli altri sono egualmente incomprensibili alla satira del volgo, osservò il principe.
— Il volgo satireggiando un re non s'abbandona ancora che al proprio corruccio di schiavo incapace di distruggere ciò che gli nuoce. Se ho consentito ad accompagnarvi qui, caro principe, speravo che non vi ci fermereste troppo a lungo: m'accorgo ora che avrei torto di togliervi alla felicità di questa solitudine.
— Perchè non riposereste qui voi stesso qualche tempo? La vostra grande opera non ne soffrirà; siete ancora nell'età, che permette le vacanze.
— Potrei chiedervi, signore, domandò Tatiana con voce aggressiva, quale è l'opera, cui vi siete votato?
— Perchè ve lo direi, principessa? A voi sembrerebbe assurda poichè l'amore non vi entra.
— Sareste per caso un nichilista? Oggi, aggiunse sorridendo, si trovano anche nella migliore società.
— Infatti, anche lo czarevich è sospettato di nichilismo: ma voi, principessa, rassicuratevi, io non credo abbastanza alla rettorica per essere un nichilista.
— Credete rettorica una setta, che ha ucciso uno czar?
— Forse appunto per questo. Alessandro II era così bello, che tutte le signore lo venerano oggi come un martire. Infatti lo è stato. La sua morte fu inutile anche a coloro che la vollero; credevano di uccidere un tiranno, e non ammazzarono che l'amante della principessa Dolgorouki.
— Voi sembrate scherzare su quell'orribile delitto.
— Ne trovo ridicoli gli autori, mentre voi giudicate un santo la vittima. Vedete bene che in due forniamo di quello czaricidio il giudizio più ortodosso.
Loris pronunziò queste parole con così sprezzante ironia, che Tatiana fremè. Da qualche momento ella ritrovava in lui gli accenti e gli atti imperiosi del fanciullo, quando improvvisamente si ribellava alla tirannia de' suoi capricci.
— La principessa Dolgorouki, sposata da Alessandro II, avrebbe dato alla Russia quella costituzione, per la quale si sono commessi tanti delitti; ne aveva già persuaso lo czar.
— Sciaguratamente le donne possono dominare gli imperatori, non gli imperi. Ora la principessa Dolgorouki è vedova, e la Russia, aspetta ancora la costituzione. Chi sa se un'altra donna, innamorando Alessandro III, non possa compiere il voto di Alessandro II?
Una fiamma di rossore sali al volto di Tatiana.
— Se non credete all'influenza delle donne, negherete anche quella di Sofia Perowskaia nell'attentato contro Alessandro II.
— Sofia Perowskaia vi morì come lo Czar. Essa amava Jeliaboff, forse più che Alessandro II non amasse la principessa Dolgorouki: ma essendo egualmente principessa non potè sottrarsi alla fatalità dell'amore romantico in un'impresa storica. Adesso le grandi dame la ripudiano; un giorno i poeti, svisando tutto al solito, la confonderanno forse colla principessa Dolgorouki.
— Avete conosciuta la principessa Dolgorouki?
— L'ho vista a Pietroburgo. Una donna, che si deve essere creduta onnipotente per avere innamorato un uomo!
— Vi è forse qualche cosa più potente dell'amore? domandò Tatiana, guardandolo ansiosamente.
— Non credo che Colombo sia andato la prima volta in America per cercarvi un'amante.
— Così, replicò con un sorriso, che avrebbe voluto essere di scherno ed invece era doloroso, chiunque non ami può stimarsi un Colombo?
Loris si voltò al principe.
— Certo, non amando, un uomo può facilmente dominare gli altri.
— Voi non amaste mai? gli chiese insidiosamente il principe.
— Da fanciullo, come si crede da fanciullo.
— Chi ha amato amerà, replicò il principe. Tatiana andò al pianoforte aperto. Il principe si affrettò a raggiungerla, fingendo di volerle porgere la musica da una cassetta nascosta nell'angolo dietro il pianoforte.
— Confessa, mia cara Tatiana, che vuoi rispondere alle desolanti opinioni del signor Loris con qualche pezzo del tuo Schumann.
— Non amate la musica? gli si rivolse Tatiana.
— Ho questo di comune coi veri poeti, l'antipatia per un linguaggio, che non può nulla precisare.
Tatiana, già seduta sullo sgabello, si torse verso di lui; Loris si raddrizzò in tutta l'alterigia del proprio portamento. Era bello, ma la durezza dei suoi lineamenti doveva in quel momento renderlo antipatico.
— Voi stesso sapete suonare, esclamò ricordandosi imprudentemente di avergli ella stessa insegnato la musica.
— Da fanciullo.... come amavo, come credevo.
Il principe si accorse che Tatiana era battuta, ma leggendo ne' suoi occhi una angosciosa ripulsione per Loris si abbandonò istantaneamente alla più pazza speranza. Convinto di aver ben compreso il carattere di Loris, lo giudicava incapace di attardarsi in un amore, specialmente allora colla responsabilità di un attentato fallito e col frenetico proposito di una rivincita. I suoi modi freddi e dominatori avevano offeso naturalmente in Tatiana le fibre più delicate del sentimento femminile. Per un momento pensò d'intervenire gettando una frase melanconica ed affettuosa nel loro diverbio, ma vedendo Loris pronto a riprendere l'offensiva stava maliziosamente per lasciarlo fare, quando Tatiana impallidì.
— Ti senti male? gridò il principe con voce spaventata, lanciandosi verso di lei.
Loris rimase impassibile.
Tatiana, che realmente si era sentita salire nel cervello come, una nebbia, ebbe un gesto elegantissimo di smarrimento; poi si rinfrancò, e reagendo con bruscheria sopra sè stessa tornò a sdraiarsi sulla lunga poltrona presso il principe.
Loris non aveva ancora fumato, il principe gli offerse l'astuccio delle sigarette.
— La principessa potrebbe soffrirne, e la sua voce era sempre così dura.
Tatiana abbassò il capo, ma riprendendo dalle mani del marito l'astuccio glielo presentò aperto colla più squisita cortesia.
— Fumate pure, la mia malattia non può più inasprirsi pel fumo di una sigaretta.
— Siete davvero ammalata?
Ella lo guardò con una attonitaggine quasi spaventata, tanto le pareva insultante quel dubbio in bocca sua.
— Le signore sanno ammalarsi con così poco e così a tempo, che spesso esigono di non essere credute.
— Lo sono, mormorò con un accento di lontano rimpianto.
— Ma guarirai, mia cara, solo che tu lo voglia, tornando a Pietroburgo. Qui non hai nemmeno medici, disse il principe con voce intenerita.
Ella scosse tristamente il capo.
— No, amico mio, non si guarisce più: è troppo tardi.
Loris era diventato pensieroso. Nella profondità de' suoi occhi verdi tremava un sentimento di pietà, ma Tatiana non se ne accorse.
— Credete, signor Loris, gli chiese, che potrei guarire?
Questa domanda lo colse sprovveduto; gli parve di sentirvi un appello, un grido, come quando Tatiana, dibattendosi sotto la stretta di Topine, lo chiamava per nome: Loris.... Loris!
Ma cangiando ancora fisonomia ella esclamò:
— Perchè infine, non potrei guarire? Anche l'inverno è una malattia, della quale la terra guarisce in primavera. Chi è, signor Loris, il primo medico di Pietroburgo, ma il primo davvero?
— Lo ignoro.
— Avete conosciuto a Parigi Charcot?
— No.
— Mi avevano consigliata di consultarlo, lo dicono un grand'uomo; però, se avesse amato, non potrebbe esserlo secondo voi, insistè con malizia.
— I grandi medici non sono quasi mai grandi scienziati; come Amerigo Vespucci, non descrivono che terre già scoperte.
Ella ebbe una moina di sdegno.
— Principe, mi accompagnerete a Parigi, se vorrò andarci?
— Lo volessi tu davvero!
— Partite dunque presto, principessa, disse Loris indovinando il segreto di quella mossa: il principe ha diritto alla vostra salute.
Ella s'accorse di non poter lottare. Allora dinanzi a Loris, bello ed implacabile, senti riavvampare la fiamma di quell'amore, che l'aveva gettata per disperazione nelle braccia del principe, facendole indarno sognare l'impero sullo Czar come un compenso al proprio cuore ammalato. E Loris, superbo in quell'eleganza signorile, che per lei era una condizione essenziale, stava presso il principe, piccolo e giallo come Topine. Una nausea le salì dal fondo della coscienza a quel ricordo, che le tornava sempre, ad ogni minuto di quella malattia inguaribile, colla quale Loris si era impadronito di lei.
Egli solo avrebbe ora potuto salvarla.
Improvvisamente non potè reggere alla sua presenza. Aveva bisogno di essere sola per rivedere Loris ed avvicinarglisi maggiormente, perchè il suo contegno verso di lei non le permetteva di avanzare.
Ma sotto le sue parole dure, attraverso quelle teoriche disperanti, per le quali passavano come dei soffi polari, aveva ritrovato Loris fanciullo, quando l'amava nell'ingenuità della propria primavera, prima che il principe Kovanski, spezzandolo brutalmente con due colpi di scudiscio, lo gettasse lungi dal castello dei loro giuochi nell'ignoto della vita, ove l'aveva creduto per sempre perduto.
S'alzò.
La sua faccia bianca pareva brillare di una luce interna come una lampada di alabastro.
— Vuoi ritirarti? le chiese premurosamente il principe afferrandole la mano sinistra.
Ella in piedi, così vestita di nero, coi coralli che le grondavano dal collo come goccie di sangue, e la testa leggermente gettata indietro per salutare il principe, stese l'altra mano a Loris, offrendoglisi nella curva sapiente di uno scorcio, che era come un abbandono di tutte le proprie bellezze.
Loris, stringendo quella mano palpitante, credette di sentirsela salire lungo il braccio, sotto le carni, sino al cuore.
Tatiana la ritirò vivamente, salutò il principe, ripetè un cenno cortese a Loris, ed uscì.
I due uomini rimasero alquanto in silenzio. Il principe osservava Loris già ridivenuto freddo come al solito; poi si voltò a guardare l'uscio, dal quale Tatiana era scomparsa. Sul suo volto passò un grande rammarico.
— E così?
— Seguitela dunque, ribattè Loris con quella brutalità signorile, che era tanto offensiva nelle sue maniere.
II.
Passarono alcuni giorni.
Una mattina il principe recò a Loris i giornali di Mosca e di Pietroburgo: tutto era scoperto, ma degli autori dell'attentato solo Lemm era noto. Il suo vecchio soldato era stato arrestato col dwornik della casa, e poco dopo l'orefice che aveva affittato a Loris l'appartamento, Matrona e l'altro dwornik. La Gazzetta di Mosca dava i più minuti particolari del nuovo attentato, domandandosi con un senso di paurosa ammirazione come mai non fosse riuscito. Il filo caduto entro la doccia della casa era stato tagliato; perchè? Le congetture del giornale si moltiplicavano a perdita di vista senza trovare una conclusione. La polizia doveva quindi essere in moto da molto tempo cercando febbrilmente gli czaricidi. Loris lesse freddamente i giornali, ma scorrendoli si era già posto tutti i problemi: dov'erano Olga e Lemm? Evidentemente Olga non era stata uccisa, se il piccolo ebreo aveva potuto salvarla; ma sfuggirebbero ancora alla caccia della Terza Sezione? Quel gruppo di studenti, al quale aveva proposto la guerra civile, indovinerebbe in questo attentato l'opera sua, e tradirebbe o si tradirebbe involontariamente coll'imprudenza della giovinezza?
Loris non aveva conservato molta stima del loro carattere dopo quel rifiuto alla cena del conte Ogareff, però non osava concludere alla necessità di una delazione. Un profondo disgusto gli era rimasto nell'anima da quell'insuccesso: egli medesimo non vi aveva agito con tutto il rigore della logica, associandosi Olga senza valutare esattamente la debolezza del suo carattere femminile. Dov'erano adesso Olga e Lemm? Questi doveva aver conservato qualche danaro, quindi il colmo dell'abilità sarebbe per loro di fuggirsene all'estero coi falsi passaporti. Ma Lemm, essendo già scoperto, consentirebbe ad imbarazzarsi di Olga?
Quel colpo di pistola, sotto al quale Olga era caduta come morta, era stata l'ultima scempiaggine di quell'impresa fallita, giacchè avrebbe potuto attirare i vicini, impedendo ogni ritirata. Se Loris nella frenesia del primo sdegno non avesse perso al tutto la testa, avrebbe dovuto restare a Mosca qualche giorno per mettere in salvo i propri complici; invece coll'impeto cieco di un fanciullo aveva tutto compromesso.
— Ho scritto al Comitato per avere informazioni su Olga e su Lemm; posdomani forse riceveremo un telegramma in gergo, disse il principe osservando Loris.
Questi era impassibile.
— E voi siete sicuro di non essere già sospettato?
— Io.....
— Se vi avessero riconosciuto nella mia drioska!
Il principe sorrise intrepidamente.
— Ho nella Terza Sezione due alti funzionari, che mi debbono tutto: mi avrebbero già avvisato.
Appena rientrato nella battaglia, Loris aveva già ritrovato tutta la propria terribile elasticità.
— Nullameno la mia presenza qui è un errore. Non fate pompa inutile di coraggio, seguitò duramente tagliandogli la parola con un gesto: il compromettersi sarebbe per voi, che non voleste mai davvero la battaglia, un'imprudenza senza merito. Se Olga e Lemm saranno presi, Lemm forse confesserà: credo più al carattere di Olga. Essa è una di quelle sentimentali, che gustano nella morte la poesia del sacrificio. Quanto agli studenti, sono fanciulli chiacchieroni, che si salveranno forse per la loro poca importanza. È d'uopo provvedere; domani partirò per Pietroburgo.
— A che fare?
— Bisogna ritirare il deposito dal mio banchiere; è tutto il nerbo di guerra che ci rimane.
— Correreste un rischio inutile. Firmate uno chéque per un altro banchiere, farò io ritirare la somma.
— Siete sicuro di non arrischiare alcuno?
Il principe non rispose nemmeno: Loris seguitò:
— Conducete con voi Tatiana a Pietroburgo, non è bene restar qui. Tornerete nel Comitato e vi agirete potentemente per deciderlo; io mi metterò subito in campagna. Bisogna cancellare ai più presto il ridicolo dell'ultimo smacco; verrò ad un'altra seduta, appena disposte le prime file.
Ma arrestandosi bruscamente, considerò il principe, che pareva di una grande svogliatezza.
— Voi non credete più a nulla!
— Avete indovinato.
— Separiamoci dunque. Voi sperate di vivere, almeno gli ultimi giorni, coll'amore di vostra moglie. Quella donna, ve l'ho già detto, è la vostra fine. Io comincerò la guerra.
A questo punto intese il fruscio di una veste nel corridoio.
— Silenzio! fece con un gesto al principe, che non aveva udito nulla.
Comparve Tatiana in veste da camera, salutò leggermente Loris.
— Vi ho cercato per tutto il castello, disse al principe, finalmente ho pensato che foste qui: mi perdonerete, se vi ho disturbato, si volse a Loris.
— Che cosa vuoi, mia cara?
— Non lo so. Ero sola nel mio gabinetto, ho dovuto fuggirne.
Il principe le prese premurosamente le mani, che essa ritirò.
— Desideri che ti teniamo compagnia?
— Impossibile, giacchè dovreste desiderarlo voi stessi. Avevo persino pensato di fare una lunga corsa sulla neve in slitta: mi accompagnereste, signori?
— Ma con tutto il cuore! esclamò il principe.
Loris s'inchinò cortesemente scusandosi.
— Perchè non venite? gli chiese il principe.
— Sapete pure quante lettere urgenti debbo scrivere: la principessa comprenderà che si possono avere dei doveri superiori alla cortesia.
Tatiana strinse impercettibilmente le labbra per nascondere il dispetto, e prendendo il braccio del marito uscì dalla stanza. Però sull'uscio potè rivolgersi, senza che questi se ne accorgesse, guardando Loris.
Appena rimasto solo, Loris s'abbandonò a una collera furiosa. Dacchè era fuggito da Mosca, il suo spirito non aveva potuto sfogarsi in nessuna violenza liberandosi dall'ammasso di passioni, che vi stavano compresse sotto da un ultimo sforzo della volontà. Tutto era crollato intorno a lui; si trovava ancora solo, già vinto prima di aver combattuto. Quell'attentato, che doveva dargli in mano tutta la Russia, era riuscito al più spregevole insuccesso, con una pistolettata ad Olga. Adesso questa stava nascosta o fuggiva con Lemm, forse egualmente pentiti entrambi di avere partecipato per un momento a tanta impresa, e parlando di lui come di un pazzo presuntuoso. Secondo la moda delle ultime teoriche psicologiche, tutte la eccezioni erano stimate pazzie, l'eroismo e il delitto, il genio e la santità. Ma la sua stessa ragione, ritorcendosi contro di lui, gli struggeva quella confidenza, che fino allora aveva avuto in sè medesimo. Perchè volendo impadronirsi della politica era rimasto sempre così solo nell'orgoglio di una superiorità inintellegibile agli altri? Per non aver mai voluto ubbidire, non aveva adesso a chi comandare. Tutta la terribilità logica del suo sistema rivoluzionario non aveva concluso che allo stupro di Tatiana, brutalità meschina ed inutile, che un politico vero avrebbe saputo risparmiare; poi a costeggiare dappertutto le forze politiche senza saperle afferrare. Gli rimaneva solo il tentativo di sollevare qualche villaggio, ma anche questo sarebbe impossibile senza l'aiuto dei vecchi nichilisti.
Nell'amarezza disperata di quel bilancio della propria vita arrivava freddamente al problema del suicidio.
Per essere forte aveva voluto essere solo. Non aveva genitori, amici, amanti; non era nemmeno sicuro di amare il popolo, questo individuo immenso, del quale il numero distrugge la personalità. Se altra volta gli era sembrato di sentirsi in cuore tutti i suoi dolori e la sua fede, ora gli pareva di averli perduti nell'immensità del vuoto.
La vita normale, che nessun individuo può frangere, era più forte di lui, riconducendolo attraverso tutti i sogni rivoluzionari dinanzi a quella donna abbandonata lontanamente sul margine della prima giovinezza. Senza avere ancora fatto nulla, si trovava come tutti gli uomini volgari preso tuttavia nel problema del primo amore. Che cos'era dunque la sua predestinazione, quell'orgoglio inaccettabile, col quale respingeva tutti inebriandosi segretamente della propria grandezza, quasi fosse un altro Napoleone intento a studiare incognito i campi delle proprie future battaglie? Come Cesare a trent'anni aveva pianto la prima volta dinanzi al ritratto di Alessandro, egli piangeva ora silenziosamente davanti al grande fantasma di sè stesso.
La vita lo respingeva, la vita, che non vuole tiranni capaci di dominarla.
Da quattro giorni la tranquillità di quell'esistenza al castello gli faceva la stessa impressione del mare ad un naufrago; nessuno di quella gente pensava o sentiva come lui, nessuno avrebbe potuto comprenderlo. Egli si ritraeva istintivamente in sè medesimo, provando nei brividi di un freddo sempre più intenso le prime emozioni della morte.
Poi Tatiana gli era ricomparsa nell'amore del principe, mentre anche questi si ritraeva sfinito dalla lotta, coll'esperienza inconsolabile della sua inutilità; ma il principe, rimasto uomo, poteva ancora amare Tatiana, rientrando nell'oblio della piccola vita individuale. Forse Tatiana non lo amerebbe mai; e che importa? La felicità è piuttosto nell'amare che nell'essere amato.
Loris pensava a tutto questo colla furia di chi, presentendo già la sconfitta, la ricusa doppiamente; sentiva di avere avuto torto, ma nella intatta potenza delle proprie forze non s'arrendeva ancora. Che cosa avevano fatto i più illustri alla sua età? Malgrado le recriminazioni implacabili della ragione, era certo di essere diverso da coloro, il cui solo ufficio è di riprodursi nella serie delle generazioni: perchè come tutti non vi sarebbe allora già entrato. Non avrebbe già potuto amare Tatiana? Tatiana non l'amava ancora?
Il principe solo, nella cecità della propria passione, non se n'era accorto.
Tatiana ondeggiava agli occhi di Loris come una di quelle immagini, che a certi momenti affascinano la memoria esaurendola nella loro contemplazione. La rivedeva fanciullina al castello nei primi mesi del loro amore, poi più grandicella, quasi donna, sino al giorno che gli aveva sorriso da quella finestra sul cortile, mentre lo attraversava agonizzante nell'angoscia di quelle due frustate; quindi a tutte le stazioni del suo lungo pellegrinaggio, di notte e di giorno, fra le vampe della luce e nelle oscillazioni dell'ombra, a Zurigo, a Parigi, Tatiana gli era riapparsa, sempre, più alta dell'orgoglio dei suoi istessi sogni, più bella della vanità delle sue speranze. Egli, vissuto casto, non aveva avuto che un rimpianto sensuale, negato indarno a sè medesimo, il rimpianto di quello stupro, l'invidia delirante di Topine, al quale aveva gettato Tatiana in un impeto di follia. Si era sentito ben grande in quell'ora; ma dopo aveva capito di non essere più uomo, e che nessuna donna potrebbe mai più accettarlo. Egli aveva rotto il ponte fra le due parti dell'umanità, rilegandosi per sempre nel campo degli uomini, isolato fra essi dall'impossibilità d'amare. Quindi Tatiana gli saliva nel cielo dell'immaginazione come i santi nelle risurrezioni dei vecchi quadri, fiammeggiante e serena dopo il martirio, guardando ancora verso di lui, dall'alto, come guardano le stelle.
Nullameno a che pro amare? La sua vita era diversa da ogni altra; l'umanità in tutti i tempi aveva imposto ad alcuni individui di non amare, perchè potessero concedere tutti sè medesimi ad un'idea. Il monachismo, comune a tutte le religioni, non aveva altre origini ed altro ufficio. Egli non amerebbe quindi ora, che stava per cominciare una guerra civile senza pietà e forse senza fine.
La sera era già calata. Dagli alti vetri si travedeva ancora la campagna in una nebbia malinconica, alcune isbe fumavano. A quell'ora tutti nel villaggio erano raccolti intorno alle immense stufe per la veglia; le sacre iconi sogguardavano dall'alto alla tremula fiammella di un lumicino, acceso sui loro piedi; la gente andava e veniva nella penombra, gli angoli dei vasti stanzoni si perdevano nel buio. Tutti quei poveri, felici nella loro abbiettezza, s'amavano spesso promiscuamente, trovando l'amore nell'irritazione della fame o nel gorgoglio dell'ebbrezza.
Loris guardava dalla finestra. Egli conosceva quelle isbe, che sognava di trasformare in casematte. La neve s'allontanava nell'infinito della sera, sotto il cielo plumbeo, bianca e fredda senza una macchia. Così per duecento giorni, in tutti gli inverni; quindi la primavera scoppiava improvvisa come un petardo, poi l'estate avvampava come un incendio e non molto più lungo, e da capo l'autunno coi presentimenti lividi dell'inverno, e i giorni che sembrano cadere anzi tempo nella notte; finalmente l'inverno, candido, gelido, uniforme, col silenzio di ogni attività, ricacciava tutta la gente nelle isole, costringendola a rannicchiarsi in sè medesima e a perdere col ricordo dell'ultima estate anche la speranza della futura primavera.
Nella Russia il vero Czar, il tiranno, era l'inverno, che vi arrestava la vita rallentando la storia.
Loris si tolse dalla finestra, udendo battere alla porta. Era un servo, che veniva a pregarlo da parte del principe di passare nel gabinetto della principessa.
Loris sorprese il primo sguardo di Tatiana, che lo spiava ansiosamente.
— Avete avuto torto di non accompagnarci, disse il principe con allegria forzata: ci avreste tenuto caldo solo colla vostra presenza.
Ma il calore del gabinetto era quasi insopportabile, Loris ne fece l'osservazione.
Tatiana sembrava di buon umore.
Si mise al pianoforte e suonò un valtzer di Chopin. Era una di quelle fantasticherie piene di singulti e di appelli, che il grande infermo aveva ritmato sul tempo di un ballo quasi per schernirne dolorosamente l'idealità; e vi si sentiva una angoscia profonda, mentre alcune frasi luminose vi si increspavano sopra, come acque lucenti di un gorgo, nel quale molti fossero periti. Tatiana suonava mollemente.
Il principe si era disteso sopra una poltrona, voltandole quasi le spalle.
Improvvisamente ella s'interruppe per cercare nella cassetta della musica.
— Non me lo ricordo più.
Quando lo ebbe ritrovato, lo spiegò sul leggìo e lo ricominciò. Loris, che si era accostato per aiutarla nella ricerca, rimase addossato al pianoforte.
Questa volta ella suonava vivacemente, guardandogli nel volto con un impudore dolente; pareva chiedergli perchè quella volta avesse voluto farla stuprare da un mostro come Topine. Il suo occhio azzurro aveva una fissazione interrogatrice, che l'altro non seppe sostenere; ma allora, leggendogli nell'anima tutto quanto egli stesso aveva sofferto suo malgrado in quella vendetta, sorrise trionfalmente. Il suo sguardo lo respingeva sempre con quella fissità inquisitoriale, ma la sua bocca tremava già dolcemente nell'invito del perdono.
Poi strinse il tempo del valtzer, quasi cedendo ad una rapina interiore, nella quale anche a Loris parve di essere travolto.
Quando Tatiana tornò presso il principe, si strinse nuovamente nell'abito come ripresa dal freddo.
Loris accese una sigaretta per darsi un contegno.
— Avete finito quelle lettere? gli domandò il principe con accento sornione.
— Quante? chiese infantilmente Tatiana.
— Nessuna.
— Allora era un pretesto.
— Non me ne servo mai, replicò duramente, ma accorgendosi di essere stato villano soggiunse: non lo so, ma mi sarebbe stato impossibile accompagnarvi, avevo bisogno di rimanere solo.
— La vostra opera forse...., ella lo punse gaiamente.
— Forse.
E il suo accento parve pesante a Tatiana.
Quindi cominciò un dialogo, scintillante di arguzie da parte di Tatiana; il principe sorrideva a quella sua pretesa di una rivincita con Loris, che le opponeva il più freddo riserbo, rispondendo ai suoi frizzi leggieri con gelide formule pessimiste. Ma Tatiana, usa al volteggio dei saloni, finiva qualche volta per avere il sopravvento.
— Voi siete un ambizioso, signor Loris.
— In questo caso, principessa, non ve ne sareste accorta: le donne ignorano l'ambizione costretta a dimenticarle.
— Anche gli ambiziosi secondo voi non possono amare?
— Infatti, non sono amabili.
Poi la conversazione deviò, parlarono delle campagne russe. Involontariamente Loris s'abbandonò al racconto di quanto aveva veduto in quei tre anni di pellegrinaggio, sfoggiando tanta ricchezza d'osservazioni, che il principe stesso lo ascoltò ammirando. Tatiana ignara di tutto pendeva dal suo labbro. Quel mondo segreto le pareva di una grande bellezza attraverso il racconto di Loris, quantunque egli non facesse la più piccola allusione alla propria vita di quel tempo; ma ella credeva di indovinarla colla fantasia, sentendosi in cuore un rammarico profondo di non averla divisa. Perchè non era fuggita con lui? Come era egli diventato ricco, poichè il principe glielo aveva presentato per tale? Avrebbe voluto saperlo a qualunque costo; quindi guardava Loris coll'insistenza di una vecchia intimità, che finì col turbarlo.
— Lo Czar può dormire tranquillo, concluse il principe: non si farà una rivoluzione per molto tempo.
— Perchè una rivoluzione? chiese Tatiana.
— Per farvi almeno sentire, minacciandoli, la grandezza dei vantaggi, che vi sono toccati, ribattè Loris.
— Essere principessa.... è questo il vantaggio?
E ridivenne malinconica.
Poco dopo un servo venne ad annunziare il pranzo: questa volta Loris dovette dare il braccio a Tatiana. Egli divenne più rigido, ella invece vi si sospese mollemente; passando dinanzi un uscio, mentre il principe restava loro dietro, mormorò in un soffio:
— Loris....
A tavola Tatiana si mostrò di nuovo vivace, Loris invece si ostinava a parlare di politica col principe, esaminando le probabilità di una alleanza tra la Francia e la Russia per resistere alla nuova coalizione europea capitanata dalla Prussia. Tatiana tentava indarno di scompigliare quella grave conversazione, ma agitandosi sulla scranna, il suo piede finì sotto la tavola per urtare in quello di Loris. Ella trasalì guardandolo, Loris era rimasto impassibile; allora ella non lo ritirò più, provando una gioia profonda ed infantile a tenerlo così presso il suo, senza rompere la riserva del pudore. Nè Tatiana, nè il principe, nè Loris bevevano secondo il costume russo; quindi il pranzo, malgrado la sontuosità del servizio, restava parco.
Un servo in caffettano rosso recò la posta sopra un vassoio di lacca cinese. V'erano molti giornali; Tatiana cercò vivamente fra essi il Vestinik Evropy, ma il principe le disse berteggiando:
— Aspetti un articolo di madama Blavatsky? Sapete, Loris, Tatiana è spiritista. Madama Blavatsky è per lei la più grande incarnazione dello spirito nel nostro secolo.
— È più facile negare che distruggere le prove spiritiste, ella rispose gravemente.
Loris sorrise.
— Nemmeno voi, signor Loris, ci credete?
— Non sono abbastanza ateo per avere questa fede.
A questa profonda risposta il principe, che aveva già lacerato la busta di una lettera, si volse; Tatiana rimase col giornale in mano.
— Non vi pare, principessa, un'ingiuria verso Dio pretendere di dominare i suoi spiriti, richiamandoli dopo morte nel nostro mondo per rivolgere loro domande, che esprimono solo la nostra curiosità?
— Ed essi poi risponderebbero facendo battere i piedi di un tavolo! Confessa, mia cara Tatiana, che questo plagio dell'alfabeto telegrafico non fa molto onore allo spirito de' tuoi spiriti. Ho conosciuto madama Blavatsky a Pietroburgo in una seduta, che essa diede in casa del principe Karaguine. Se tu la vedessi, perderesti subito almeno la metà della tua fede in lei; è una donna orribilmente brutta, pare un uomo.
— Dio non è generalmente meglio rappresentato del popolo, replicò Loris.
Tatiana, come una bambina ostinata, scosse la testa sfogliando il giornale.
— Sentite, Loris, esclamò poco dopo il principe, che scorreva una lettera, ammiccando: quei due sono già ad Amburgo, lo studente, che mi mostraste con quella bella ballerina.
Loris frenò un sospiro di soddisfazione.
— Si sposeranno certamente, rispose in tono allegro.
Tatiana si era sprofondata nella lettura di un articolo.
Allora i due uomini la punsero sulla sua credulità; il principe raccontava la seduta in casa Karaguine, mettendo in burla quegli esperimenti, e la nuova società psicologica fondata a Londra. I suoi motti di spirito esprimevano idee di una mirabile giustezza. Quella sera passò più gaiamente. Loris, alleggerito di un gran peso, dopo quella notizia si mostrava più amabile; Tatiana sfavillava accettando la corte del marito così trasfigurato da tale fortuna, che l'altro stentava a riconoscere in lui il vecchio congiurato.
Poi Loris si ritirò per primo.
Tatiana, leggendogli nello sguardo, ebbe un sorriso di trionfo.
Appena nella propria camera, della quale non chiudeva mai l'uscio, Loris si mise a letto. Oramai la sua risoluzione era presa; fra due giorni partirebbe, poichè restando in quella casa sentiva diminuire le proprie forze. Adesso Tatiana l'amava più che egli non l'avesse amata un giorno, ma colla pretesa inevitabile di una rivincita pari all'atrocità della tragedia patita; mentre Loris, quasi pentito di quella vendetta, pensava involontariamente che avrebbe ancora avuto tempo di riprendere Tatiana, e di possederla. Forse così avrebbe esaurito in sè stesso l'amore come tutti gli altri uomini, accettando e soggiogando la natura invece di respingerla. Ma oramai era tardi! Un amore, in quel momento, sarebbe stato l'abbandono di ogni disegno, l'abdicazione di tutti i propositi, che lo avevano condotto dal furto dell'ecarté all'omicidio di quella spia e all'attentato contro lo Czar.
Nella camera calda Loris stava col busto fuori dalle coperte; una candela di stearica entro una bugia di argento agitava larghe ombre leggiere.
Erano passate due ore.
D'un tratto si volse. Tatiana era entrata silenziosamente, avvolta in una veste scura da camera a risvolti sanguigni, ampia che le nascondeva ogni linea del corpo. Nullameno Loris travide le sue pianelline trapunte d'oro.
Non aveva lume in mano, s'avvicinò al letto. Era più pallida; i capelli biondi, pettinati per la notte, le cadevano bipartiti sulle orecchie, dandole un'aria di madonna; egli notò che un merletto della camicia le usciva al collo dall'incrociatura della veste.
Tatiana s'avanzò sino al letto senza alcuna civetteria nel passo. Loris aveva gettato istintivamente un'occhiata alle coperte, appoggiando un gomito sul cuscino.
Poi ella lo guardò con una grande sincerità negli occhi, e gli disse:
— Non lo sapevo.
Loris comprese. Tatiana toccava col grembo il letto, le mani le cadevano inerti lungo i fianchi; ma, siccome egli tardava a rispondere, ripetè semplicemente:
— Non lo sapevo.
Allora Loris abbassò gli occhi; quella donna, da lui assassinata col più turpe dei delitti attribuendole una qualunque complicità nelle due scudisciate, era innocente. Gli parve di vacillare nella rivelazione di una mostruosità, che quel perdono rendeva anche più inintelligibile.
Ella seguitò a bassa voce, col volto intenerito e sofferente:
— L'ho capito solamente molto dopo: voi avevate creduto che io ridessi, sapendo tutto anche prima. Il principe se ne pentì amaramente, benchè non indovinasse il resto.
La sua voce tremò.
— Tatiana! esclamò Loris.
Ella aveva inconsciamente posata una mano bianca e sottile sulle coperte.
— Foste ben crudele.... mormorò, scoppiando in un singhiozzo.
Era rimasta a testa bassa, in un atteggiamento puro, inconsapevole della propria posizione in quel momento. Loris invece si sentiva tremare sotto la superiorità di quella donna, che gli parlava così semplicemente.
Il suo corpo si agitò sotto le coperte, ma Tatiana quasi scossa da quel brivido risollevò il capo.
— Ho voluto parlarvene per non rimanere dei torti verso di voi. Quando vi ho visto la prima volta nel salone, sono svenuta; l'impressione era troppo forte. Da un pezzo lo desideravo, perchè avevo bisogno di essere almeno creduta innocente. Quello, che ho sofferto, adesso lo posso sopportare.
— Credete di essere stata sola a soffrire? ribattè Loris finalmente, cercando di sottrarsi all'umiliazione di quella grandezza col parlare di sè.
Ella attese.
— Sia pure, m'ingannai, seguitò con voce dura e concitata, ma ella s'accorse dello sforzo: era impossibile non ingannarsi.
Tatiana scosse leggermente il capo.
— Voi eravate principessa, io ero un ragazzo raccolto per carità o per vanità, poco importa. I poveri hanno torto di accettare simili condizioni. Il principe fece benissimo a frustarmi, e di lui non mi sarei mai vendicato.
— Egli vi amava.
— Non si amano coloro, cui si fa l'elemosina; ebbi torto di scordarmene. Ma nessuna donna, anche czarina, ha diritto d'umiliare un uomo. Se lo sono diventato, lo debbo forse in parte al vostro disprezzo.
Ella negò.
— Voi non riuscite comprenderlo nemmeno adesso, ma quello che poteva parervi scherzo, diventava per me, nella differenza della nostra posizione sociale, oltraggio: ecco perchè doveva finire così. Non vi è conciliazione possibile fra le due classi, e tutti coloro, che la tentano, debbono in un modo o nell'altro soccombervi. Se il principe non mi avesse frustato, avrei dovuto diventare il vostro giocattolo agli occhi del mondo e ai miei. Non mi conoscevate.
Tatiana si accorse di smarrirsi dal momento che Loris era rientrato sui proprio terreno; ella rivedeva già il suo volto ridivenuto lapideo nell'orgoglio. Allora un grande avvilimento la prese, di essere così venuta in camera sua, a quell'ora, in veste da camera, mentre egli sembrava non accorgersene nemmeno, immobile nella rigidezza del loro passato. Tutto il suo spirito l'abbandonò, non si ricordò più quello che si era detta prima di prendere quella grande risoluzione.
— Oh! Loris....
Egli le appressò vivamente il volto, Tatiana indietreggiò.
— Aspetta, gridò Loris.
— No, adesso lo sapete: non mi disprezzerete più. Volevo questo.
— Perchè vi disprezzerei? Il destino lo ha voluto. Non avete sofferto sola; ma la vostra vita di donna non è senza compensi.
— Quali?
Egli titubò, Tatiana si avvicinò d'un passo.
— Perchè siete venuta? le chiese Loris cogli occhi scintillanti.
— Ve l'ho detto.
— Solamente?...
Ella si torse, ma Loris tornò a gridare sommessamente:
— Aspettate, è l'ultima volta forse che ci parliamo. Domani partirò: perchè avete sposato il principe?
— Ma, non avevo altri....
— Non lo amate?
Ella rispose cogli occhi.
— Il principe vi adora: forse non sarà il solo.
Tatiana alzò la testa; il suo viso divenne nobilmente imperioso.
— Vi ha egli detto che sono stata l'amante dello Czar?
— E se lo avessi indovinato?
— Vi sareste ingannato; a voi posso dirlo, a lui no.
Loris si sentì vinto da capo.
— Come mi avete ridotta, non posso più amare: ecco perchè volevo dirvi che ero innocente. Voi siete l'unico uomo, che abbia il dovere di saperlo; tutti gli altri sono così lontani dalla mia vita, che non li incontrerò mai. Il principe crede di amarmi, sa il mio segreto, perchè ho dovuto dirglielo per la mia dignità, e non ha capito nulla. Il suo amore sarebbe l'ultima degradazione; egli pure è infelice.
Loris, colla fronte aggrottata, rivedeva in quel momento Topine, il solo, che in quella tragedia avesse avuto un istante di felicità bestiale, e si pentiva di non averlo ucciso. Se quell'uomo ricomparisse per caso agli occhi di Tatiana, ella malata ne morrebbe forse di orrore. Una immensa pietà gli strinse il cuore. Quindi con un gesto rapido e disperato si portò le mani alla fronte. Tatiana si appressò ancora, toccava nuovamente il letto; la candela, agitando sulla sua faccia bianca la propria luce, vi aumentava il turbamento. Quando Loris la guardò, ella aveva già ripreso quell'aspetto dolcissimo, e gli stese amichevolmente la mano.
— Adesso conosciamo tutto.
— Non partite.
Ella sorrise ritraendosi.
— Qualunque sia il mio torto, la mia vita ha uno scopo anche più alto.
— Addio, Loris, ella ripetè languidamente dal mezzo della camera.
Loris sentiva ardere delle fiamme sotto le coperte; avrebbe voluto slanciarsi giù dal letto, ma un pudore stravagante lo ratteneva dal mostrarsi a lei, la prima volta, in quell'atteggiamento, mentre il suo orgoglio ricalcitrava ancora dinanzi a quella donna così tranquilla nella propria superiorità.
Tatiana scomparve silenziosamente dall'uscio.
III.
L'indomani Loris non partì; voleva un altro abboccamento con Tatiana.
Ella invece si mostrava di una cortesia impenetrabile. Pareva che sicura di averlo umiliato colla rivelazione della propria innocenza non si curasse più di lui, solamente di quando in quando Loris si sentirà i suoi occhi addosso, e ne provava al cuore come il vellico di una fiamma.
In un momento, che rimasero soli nel salone, Loris le disse imperiosamente:
— Ho da parlarvi.
L'altra aperse gli occhi con grande meraviglia.
Loris frenò a stento un impeto di sdegno, accorgendosi di essere giuocato.
Con suprema abilità femminile, invece di rinfacciargli l'infamia di quello stupro, di cui porterebbe il lutto per tutta la vita e dal quale le era venuta quell'affascinante fisonomia di martire, Tatiana gli aveva lasciato travedere qualche resto di passione per lui; quindi era rientrata nella sicurezza di una castità ancora più garantita dalla malattia che dall'offesa sofferta.
Per la prima volta Loris trovava un ostacolo più forte della propria volontà.
— Verrete stanotte in camera mia?
E già l'interrogazione era quasi un comando.
Ella si levò per andarsene.
Loris la seguì fino all'uscio fermandola brutalmente per un braccio. Tremava; Tatiana a quel contatto sussultò, lasciando trasparire sul volto una gioia così soave che a Loris cadde la mano.
— Tatiana...
— Che cosa volete? mormorò, rannicchiandosi voluttuosamente sotto il suo sguardo.
— Debbo parlarvi a lungo, non qui.
— Perchè?
— Ve lo dirò.
— È impossibile. Volevo che mi conosceste innocente, ora lo sapete: mi basta.
— Tutto è finito?
— Voi distruggeste tutto.
Loris indietreggiò, ma la passione lo risospinse ancora, e dimenticando ogni pudore le chiese con voce tremula e una grande sfacciataggine negli occhi:
— Siete ammalata così?...
Tatiana uscì, Loris rimase in preda ad una collera pazza. Sentiva di essersi nuovamente innamorato di Tatiana, ora che colla rivelazione della propria innocenza ella aveva umiliato la superbia del suo delitto, lasciandogliene nell'anima il più irritante rammarico. Loris non avrebbe potuto più vincerla che innamorandosi così perdutamente da apprenderle il contagio della propria passione. Ma anche allora la donna avrebbe trionfato di lui.
Per calmarsi uscì a piedi dal castello, nel freddo della campagna, ma rientrò poco dopo. Tatiana canticchiava nel gabinetto di legno la grande romanza del Tannhauser; quando vide Loris smise.
— Disturbo?
— No, ma non voglio darvi il diritto di ridere della mia voce. Scommetto che non ammettete nemmeno il nostro grande Bortniansky, voi che non amate la musica.
— Perchè non citate piuttosto l'autore dell'inno imperiale, l'illustre Alexis Lvof, ribattè sottolineando sardonicamente le ultime parole.
Ma appena fatta quella villana allusione se ne pentì.
Tatiana lasciò cadere su lui uno sguardo di disprezzo. Loris di malumore andò a gettarsi sopra una sedia; il principe gli si accostò per dirgli di aver già mandato a Pietroburgo lo chèque, e che sarebbe riscosso entro la settimana. Questo semplice discorso parve a Loris una spinta a partire. Infatti perchè restare ancora dopo quelle dichiarazioni al principe, mentre la sua presenza poteva attirare su quella casa pericoli altrettanto enormi che inutili. Bisognava ricominciare il pellegrinaggio forse verso la morte, senza quella consolatrice poesia della prima giovinezza.
Un freddo lo colse in quel gabinetto, ove si respirava quasi a stento per l'eccessivo calore. La sera s'avvicinava nuovamente, gettandogli le proprie ombre sul cuore. Decise di partire.
Tatiana rideva col principe.
— Mostratemelo.
— No, no, voi siete troppo intelligente; lo trovereste ridicolo.
— Badate, Tatiana, con tutte queste riserve finirete col darvi davvero l'aria di un pittore.
— Allora ve lo mostro.
Ella aveva in un acquerello tentato di riprodurre un effetto di neve sopra un albero del parco, dipingendolo dalla finestra della propria camera, chiusa per non prendere freddo. Evidentemente era stata una fanciullaggine, ma al principe sembrava di ringiovanire in quegli scherzi con Tatiana.
— Venite anche voi, signor Loris; forse v'intendete d'arte meno del principe, e mi difenderete dalle sue critiche.
Prese il suo braccio, conducendolo nel proprio appartamento. In quella luce degradante della sera passavano di camera in camera talora avvolti nell'ombra di un cortinaggio più denso; Tatiana, sospesa al braccio di Loris, gli sfiorava col seno il gomito; egli la stringeva furiosamente sino a farle male, camminando a testa alta.
Quando furono nella camera alta e vasta, la luce vi era già così scarsa che non si sarebbe potuto esaminare l'acquerello, posto sopra un piccolo telaio da ricamo. Tatiana si sciolse ridendo dal braccio di Loris e, mentre il principe cercava sulla parete un bottone del campanello elettrico per chiamare un servo ad accendere i lumi:
— No, gli disse, accendo io; e vispa, leggera, corse al letto, che si vedeva largo e bassissimo biancheggiare sul tappeto scuro. Quindi tornò subito con una candela rosea e trasparente entro una piccola bugia d'oro. A quella fiamma apparve la stanza molle ed elegantissima, coi mobili biancastri di acero, sui quali il tremolio della luce accendeva improvvise iridescenze di madreperla. Il letto nascosto da un'immensa coperta bianca, lattiginosa, s'allargava sotto un padiglione di merletti rialzati da cordoni più scuri, che forse di giorno erano cilestri. Intorno al letto cinque o sei poltroncine, disposte quasi a circolo, parevano rivelare che Tatiana ricevesse qualche volta in letto. Ma la camera aveva pochi mobili; nello specchio di un piccolo armadio balenava a quando a quando una lucentezza di gorgo, le pareti erano piene di quadri, di borsine, di lavori femminili, irreconoscibili in quel momento.
Un odore vago di fieno riempiva tutta la camera; nell'angolo sinistro, presso al letto, l'iconostase incrostato di pietre preziose gettava qualche bagliore.
Tatiana avvicinò la candela all'acquerello.
— Confessate, esclamò gaiamente, che a questa luce pare un albero.
— E la neve, mia cara?
— La neve è fuori, qui si scioglierebbe. Difendetemi dunque, signor Loris, gli si rivolse vedendolo assorto nella contemplazione della camera.
— Aspetto il giudizio del principe.
Tatiana l'aveva forse condotto in quella camera per insegnargliene la strada?
Egli ne respirava l'aroma con un senso malinconico di amore, che gli toglieva ogni forza. Tatiana in piedi, vicino a lui, fingendo di tenere occupato il principe, gli rispondeva con ogni atto del corpo e con ogni inflessione della voce.
Il principe depose sorridendo l'acquerello sul telaio.
— E così? ella si volse improvvisamente a Loris.
— Non potrei, rispose Loris, difendere il vostro quadro, che il principe non si è degnato di chiedervi, se non pregandovi di regalarmelo come un ricordo.
— Vorreste il mio albero? Principe, vedete, non siete stato gentile.
— Intendevo di aspettare che vi dipingeste sopra la neve.
— La vostra freddura è anche più gelida.
Ritornando, Loris nel passaggio di un uscio, baciò improvvisamente Tatiana sui capelli; ella quasi svenne.
Quindi discorsero di Pietroburgo. Tatiana acconsentiva già al disegno del principe, che andava arrischiando qualche parola di cura. Veramente il governo russo era mostruoso d'incuria; nelle campagne mancava ancora ogni servizio sanitario. Il principe con accento grave si abbandonava a critiche, delle quali Tatiana non poteva malgrado la propria intelligenza cogliere tutta l'importanza. Ella pensava già a Pietroburgo, ripresa dal bisogno di vivere e di brillare dopo quella lunga solitudine nel castello, ove si era terribilmente annoiata.
— Quando tornerete a Pietroburgo, signor Loris?
— Non saprei dirvelo, probabilmente passeranno molti anni.
— Sempre la vostra opera! Io vi ho mostrato il mio acquerello, non potreste essere altrettanto cortese dicendo il vostro segreto? Si può almeno domandarvi dove andrete?
— Forse in Polonia.
— Il ghetto degli ebrei.
— Potevate anche dire l'accampamento degli ultimi patriotti e la patria dei poeti.
Tatiana, alla quale il vecchio principe aveva inspirato un grande disprezzo per i polacchi, non insistette, ma avrebbe voluto sapere a che cosa Loris attendesse; era già gelosa di quel mistero. Quindi ricominciò a punzecchiarlo. Il discorso cadde naturalmente sull'amore; Tatiana ostentava di parlarne accademicamente, come di cosa che non l'avesse mai riguardata, domandandone notizie a Loris e al principe, i quali per aver molto vissuto dovevano saperne qualche cosa. Loris senza confessare alcuno dei propri sentimenti pareva non accordargli più importanza che a tutte le altre passioni della giovinezza; il principe invece lanciandosi nella metafisica vi scorgeva il principio essenziale e la forza più viva della vita.
— Si crede scioccamente che oggi si ami meno. Anche sotto la stessa corruttela elegante, troppo analizzata dai romanzieri, l'amore persiste in tutta la propria interezza, giacchè senza di esso la sensualità non potrebbe arrivare al delirio di tutti i sacrifici per donne, che la coscienza non può accettare. D'altronde l'amore è sempre una trasfigurazione di colui che si ama: perchè la bruttezza morale potrebbe impedirla più della bruttezza fisica? Si ama non ciò che è, ma ciò che si vede.
— Voi, Loris che cosa ne pensate? gli chiese il principe.
— Che non si ama. Il dolore umano depone contro l'amore di Dio per l'umanità, la storia depone contro l'amore dell'umanità per sè medesima.
— Adesso comprendo che siete un nichilista, ella disse.
— V'ingannate ancora; i nichilisti pretendono di sacrificarsi per l'amore del popolo, che non li ama.
— Chi siete voi dunque? esclamò gaiamente come non avendo capito la profondità di quelle risposte.
Ma ella voleva ottenere da lui, con caparbietà imprudente di donna, in faccia al principe una parola di amore; il suo bel volto si rannuvolò.
Uscì e non ricomparve che a pranzo.
Ma quella sera si mostrò in una grazia irresistibile di bambineria, facendosi più piccola e più sciocca quasi per sentir meglio la loro superiorità; la sua voce trovava dei trilli argentini, mentre le sue movenze, qualche volta petulanti, lasciavano perfino dubitare della sua sincerità.
Loris tentò di premerle il piede sotto la tavola, ma Tatiana lo ritirò.
Ella mangiò di tutto, beccando nel piatto come un uccellino; bevve anche un bicchiere di Portho. Il principe, che la sorvegliava inquieto, le portò via il piatto delle frutta candite.
— Ti faranno male.
— Volete esser voi il mio medico?
— Ti guarirei senza dubbio, solo che tu volessi dar retta.
— Così diventereste il mio padrone, ribattè con un adorabile sorriso.
Ma poco dopo divenne malinconica, un pallore perlaceo le si diffuse dalla fronte. Invece di passare nel gabinetto, presero il thè a tavola; Tatiana lo fece preparare dal cameriere.
Il principe, mostrandola a Loris con un'occhiata, parve dirgli: glielo avevo pur detto!
Però quel piccolo disturbo passò presto. Quando furono nel gabinetto di legno, Tatiana mise il discorso sull'appartamento del principe: era nell'ala opposta e, fra le altre meraviglie, conteneva una bellissima sala d'armi, che Loris aveva già vista. L'appartamento di Tatiana ne rimaneva diviso dall'altro di ricevimento, composto di due saloni e tre gabinetti. Tatiana s'attardava in tutta questa topografia, parlando della necessità di alcuni cambiamenti, perchè così non si sarebbe nemmeno potuto dare una vera festa da ballo.
Loris ascoltava leggendo un giornale; a un momento alzò gli occhi.
Ella si ritirò presto.
Loris rimase nell'appartamento del principe sino oltre mezzanotte. Benchè si mostrasse più infervorato che mai dell'impresa, lasciava travedere un doloroso scetticismo sul suo risultato per quell'invincibile indifferenza del popolo. Nullameno andrebbe a Varsavia per accontarsi con qualche grosso mercante di grano, giacchè senza gli ebrei nulla sarebbe stato possibile; quindi bisognava far centro lungo uno dei grandi fiumi per il contrabbando delle armi e la facilità delle comunicazioni, troppo pericolose per terra. Egli spiegava una grande scienza di particolari, insistendo per un aiuto da alcune forze nichiliste.
— Quando vi metterete in campagna? gli chiese il principe, scrutandolo con un'occhiata.
— Entro la settimana.
Erano al mercoledì.
— E voi, quando tornerete a Pietroburgo colla principessa?
— Credete che verrà? Che cosa pensate di lei?
— Nulla.
— Le avete fatto una grande impressione.
— Può darsi.
E alzò le spalle con indifferenza così assoluta che il principe tacque.
— Voi non amerete mai, Loris? gli domandò dopo una pausa.
— Come mai pensate sempre all'amore, non avendo nemmeno il coraggio di usare di vostra moglie? Perchè non andate questa notte stessa da lei, se tutta la vostra vita è sospesa al filo di questa speranza?
Il principe si fece triste.
— Ecco quello che voi non potete capire.
Ma Loris si era alzato:
— Lo so, voi amate quella donna; prendetela dunque. Vi resisterà, ne morrà, voi credete, io non lo credo; e quand'anche morisse? Potrete morire con lei, poichè non sapete viverne senza, ma almeno vi sarete cavato questa voglia, che vi consuma. Invece non l'osate, vorreste essere amato. A che pro? Avreste di più in questo caso?
— Come siete forte! esclamò il principe.
Poi Loris si rimise ancora a parlare di rivoluzione, e non lo lasciò che un'ora dopo mezzanotte.
Appena entrò nella propria camera, vi rimase in piedi dieci minuti guardando fissamente la candela.
Il suo volto esprimeva una grave concentrazione. Risolutamente soffiò sulla candela, ed uscì nel corridoio dirigendosi al buio verso l'appartamento di Tatiana; per arrivarvi aveva visto di non dover passare per la camera o dinanzi alla porta di alcun domestico. Nel salone la finestra socchiusa lasciava filtrare un po' di luce, poi tutto tornò buio. Ricordandosi meravigliosamente la posizione di ogni mobile non vi fece rumore, ma nel traversare il gabinetto di legno urtò in uno spigolo; quindi s'avviò alla camera di Tatiana, mentre la memoria cominciava a tremargli. Si sentiva battere il cuore. Gli parve di cogliere a volo quell'odore di fieno, e di seguirlo, senza quasi camminare più, come trascinato in un viaggio, che gli si allungava sempre dinanzi.
Finalmente scoperse una luce lontana sul pavimento; la porta di Tatiana era socchiusa.
Tatiana avvolta in un immenso accappatoio bianco, tutto a merletti, stava sdraiata sopra una lunga poltrona leggendo.
Evidentemente lo aspettava. Loris s'inoltrò senza chiudersi dietro la porta e senza guardarsi attorno; oramai ogni prudenza sarebbe stata inutile.
Si fermò dinanzi a lei; le tese le mani, ella le prese, e si alzò. La sua testa bionda, bella ed imperiosa, sorgeva come da una nuvola bianca, ma pareva anche più bianca, mentre gli occhi cerchiati di nero le contrastavano vivamente colle labbra troppo rosse.
— Sono venuto a chiedere la vostra mano, disse Loris con un suono grave nella voce; quindi, come pentito di avergliele già prese tutte due, le abbandonò. Restarono l'uno in feccia all'altro in atteggiamento quasi rigido.
Loris seguitò:
— Vostro zio mi fece frustare per questo la prima volta. Voi non lo sapevate; la mia legittima vendetta non è più che un errore, di cui siamo entrambi innocenti. Volete darmi la vostra mano?
Tatiana gliela porse, e Loris se la portò alle labbra con un gesto compassato; ma come scrollato da quel contatto, respinse Tatiana sulla poltrona, cadendole ai piedi. Se non che quell'atteggiamento gli ripugnò ancora, ed afferrando uno sgabello, sedette così vicino a lei, che le toccava coi ginocchi i ginocchi.
— Vi ho uccisa, non è vero? Dal giorno che non vi ho voluta, gittandovi ad un mostro per infrangere la vostra anima di donna e di principessa, vi domino. Voi non potevate comprenderne allora tutto il perchè, ma io non ero solo in quella rivincita; milioni di uomini e di donne si vendicavano su voi in tale momento. Siamo sopravissuti entrambi, eccomi dinanzi a voi.
Tatiana lo ascoltava colle labbra frementi.
— Che vi resta ora della vita? Sapevo che questa notte mi avreste atteso, perchè una spiegazione è necessaria: parlate.
Ma Tatiana non ne aveva la forza. Benchè preparata a quella scena, Loris l'aveva presa così dall'alto, che ella non poteva ancora ritrovarvisi.
— Mi aspettavate, Tatiana?
— Sì.
— Io non volevo pensare più a voi dopo quel giorno, e nullameno eravate sempre come una sbarra sulla mia strada. Adesso ci urtiamo ancora; sarò io l'infranto questa volta? La vostra vita esige una rivincita, se la mia idea non sarà ancora più forte della fatalità, che ci spinge nuovamente l'uno sull'altro. A voi sta il decidere: quando m'avete poco fa data la vostra mano, avete voluto prendermi? Qualunque siano le conseguenze di quest'incontro, voi potete chiedermi tutto. Nessun uomo potrebbe tenervi simile linguaggio.
Ella arrovesciò la testa sulla spalliera della poltrona, colle braccia molli, sfinite lungo i fianchi, in una inesprimibile prostrazione d'amore. Allora Loris tacque in preda ad una strana confusione di aver saputo parlare così, mentre venendo in quella camera ignorava quello che avrebbe detto; ma si sentiva l'anima inesprimibilmente alleggerita.
Una freschezza di primavera gli scendeva per le vene.
Tatiana si staccò languidamente dalla poltrona, gli prese una mano e, stringendogliela affettuosamente, gli disse con accento di purezza verginale:
— Lo sapevo che dovevate essere così: Dio è buono!
Quindi prosegui:
— Io vi ho amato dopo; prima, me ne sono accorta, non era amore. Ma dopo eravate dentro di me. Non ho nemmeno tentato di reagire: avrei potuto dimenticare anche attraverso la malattia il marchio, che mi avevate impresso, ma non smuovervi di mezzo al cuore. La mia vita si svolgeva intorno a voi. Ero sicura che ci saremmo ritrovati. Chi siete ora? Non lo so.... siete qui dinanzi a me, come vi ho sempre visto nel mio avvenire, ai miei ginocchi, voi, davanti ai quale io non sono nulla.
Loris infatti era scivolato involontariamente ai suoi piedi; Tatiana gli buttò le braccia al collo.
— Voi mi amate, Loris: era impossibile che Dio vi permettesse di non amarmi dopo quello, che tentaste contro di lui. La sua giustizia è sempre migliore dei nostri cuori, che s'ingannano spesso senza mentire. Ora sono felice.
Queste ultime parole passarono sulla bocca di Loris come un effluvio. Cinse Tatiana colle braccia e, sollevandola robustamente come una bambina, la portò sul letto. La vasta camera restava in una penombra misteriosa, rischiarata appena dalla candela del tavolo, sul quale Tatiana aveva deposto il giornale. Il letto bianco sembrava anche più grande.
Tatiana vi si adagiò confidenzialmente sugli origlieri, tenendo sempre per mano Loris, che si era seduto sulla coperta coi piedi sul tappeto.
Ella pareva in una calma così stravagante, quasi di moglie col marito dopo una lunga abitudine di amore, che egli stesso ne subiva l'irresistibile ascendente.
Poi Tatiana chiuse gli occhi nella felicità di quel sogno; al suo tenue respiro si sarebbe creduto che dormisse.
A Loris parve di vaneggiare. Quella beatitudine appassionata ed innocente, della quale non aveva nemmeno mai sospettato la possibilità, lo rigenerava. Tatiana era la prima donna, che incontrava nella vita; tutte le altre non erano state che femmine. Allora un lampo sinistro lo abbarbagliò, e pensò al principe, che adorava Tatiana con una passione inesprimibile a tutte le parole; quell'uomo era un altro Topine, il secondo mostro del loro dramma, nel quale egli si spezzerebbe. La mano della morte gli strinse il cuore così violentemente, che Tatiana, desta da quel soprassalto, aperse gli occhi, e si sollevò sulle reni per interrogarlo.
— Come sei bello, mio Loris! esclamò, accarezzandogli il volto come ad un bambino. Adesso vattene: ho bisogno di riposarmi per questa felicità. Non ne voglio morire.
E pigliandogli una mano lo fece alzare; egli ubbidì fanciullescamente. Tatiana gli baciò la mano, quasi come avrebbe fatto con quella della propria madre, ma tirandoselo leggermente contro, gli soffiò in un orecchio:
— Te lo dirò....
E tranquilla, beata, bianca nella veste e sul letto bianco come la neve, chiuse gli occhi.
IV.
— Ecco il vostro chèque sulla banca Fitz di Varsavia, disse il principe a Loris: ho già fatto attaccare la vostra droiska.
Era il sabbato, l'ultimo giorno della settimana, che Loris si era assegnato per rimanere al castello. Il suo sguardo cadde imprudentemente su Tatiana, che a quelle parole aveva impallidito aprendo smisuratamente gli occhi, ma Loris per impedire al principe di accorgersene lo trasse alla finestra, ponendosi fra lui e lei. Nullameno anche il suo volto era agitato.
Il principe sembrava scrutarlo.
— Sono sospettato?
— Si.
— Avete notizie da Pietroburgo?
— Dal Comitato; gli studenti hanno parlato di voi.
Loris si sentiva internamente tornare di ghiaccio; un momento perdette di vista il principe per rivolgersi tutto al nuovo pericolo, che veniva a destarlo da quel breve sogno di amore. Non pensava già più a Tatiana.
Il principe seguitò a bassa voce:
— È stata notata la mia uscita dal teatro, non altro su me. Invece lo stalliere, presso al quale tenevate la droiska, ha dato i vostri connotati, e concordano colle indicazioni di coloro, che vi hanno conosciuto a Mosca.
— Infatti deve essere così.
Parlavano così piano che ella non poteva intenderli.
— Partirò.
— Subito?
Loris alzò il capo.
— Vi pentireste già di avermi ospitato?
— Non mi perdonerei di farvi arrestare in casa mia.
— Il pericolo non può essere così urgente.
— Allora restate.
E un sorriso enigmatico commentò quella risposta troppo breve.
Un dubbio aveva ad un tratto illuminato la mente di Loris, che il principe mentisse per cacciarlo di casa, sospettando de' suoi amori con Tatiana. Involontariamente si voltò verso di lei, seduta sulla poltrona ed in preda ad una visibile commozione; ma non ebbe nemmeno il tempo di pentirsene, che il principe proseguì con voce fredda:
— Se intendete di restare ancora qui, manderò via Tatiana; ella è troppo cagionevole di salute per potersi trovare impunemente alla scena spiacevole di una fuga o di arresto. Credo che voi stesso sarete di questa opinione.
Nessuna obbiezione era possibile; il principe gli voltò le spalle per andarsene.
— Aspettate, disse Loris alzando la voce: parto.
Il principe si rivolse colla maniglia dell'uscio in mano, ma il suo occhio atono non espresse nulla.
Tatiana, che aveva abbassato gli occhi, mentre egli le passava dinanzi, ascoltò allontanarsi i suoi passi; poi scattando dalla poltrona si slanciò ai collo di Loris.
— Bada! egli susurrò respingendola.
Ella aveva il viso sconvolto.
— Tatiana, disse Loris severamente per richiamarla all'impero di sè stesso: parto.
— Perchè?
— È inevitabile.
— Perchè subito?
— È inevitabile.
Ella sentì in queste parole la fatalità.
— Vengo con te.
— È impossibile.
— Ebbene, verrò dopo.
Parve loro di udire un passo nell'altra camera,
Tatiana balbettò rapidamente:
— Torna a mezzanotte, verrò ad aprirti dalla porticina della serra.
— Sì.
Loris ebbe appena il tempo di ricomporsi, che il principe era già sulla soglia del gabinetto; la sua faccia si conservava sempre così impassibile.
— Ho ordinato a Dmitri Soudaieff, il secondo cocchiere, di accompagnarvi sino a Wyasa.
Loris lo trasse di nuovo in disparte.
— Avete fatto male; nessuno dei vostri servi deve seguirmi. Sarà già troppo che mi abbiano conosciuto qui per dieci giorni, se dovranno essere interrogati. Lo credete probabile?
— Quanto voi.
Loris avvampava di collera davanti a quella freddezza impenetrabile, dietro la quale indovinava un proposito geloso. Ma bisognava compiere correttamente la ritirata per non mutarla in fuga; quindi cangiando tono gli chiese:
— Dove mi scriverete?
— Voi stesso ora non sapreste indicarmelo: vi fermerete dove potrete, assumendo il nome e la fisonomia che meglio vi converrà; poi mi scriverete. Alterate la calligrafia, e non firmate nemmeno coll'ultimo nome.
— È giusto, mormorò Loris accorgendosi di essere battuto.
— Farete anche benissimo disfacendovi dei cavalli e della droiska a una delle prime tappe.
— Voi pensate a tutto.
— A tutto, ribattè il principe con strana inflessione di voce, anche a quello, cui non si vorrebbe pensare.
Era impossibile resistere. Loris si volse a Tatiana domandandole con un inchino il permesso di andare nella propria camera a mettersi la pelliccia, per ritornare a salutarla. I due coniugi rimasero soli. A Loris sembrava di agire sotto l'impulso di un sogno. Nessuna idea gli rimaneva chiara nella mente, nemmeno quella che il principe conoscesse il suo amore con Tatiana, e lo cacciasse di casa. Si mise rapidamente la pelliccia e tornò nel gabinetto. Aveva bisogno di far presto, di essere fuori, per non tradirsi.
Il principe e la principessa erano ancora nel medesimo atteggiamento, come se non avessero parlato. Quando Loris entrò, Tatiana per frenare uno scoppio di pianto s'irrigidì così duramente che non potè muoversi. Loris invece andò verso il principe disinvoltamente: solo nella voce gli restava un certo tremito.
— Ci rivedremo alla guerra, caro principe, gli susurrò a bassa voce con accento quasi allegro.
— Forse.
— Ricusereste di battervi?
— Io non posso più dare che una battaglia, ma non la perderò.
Quindi andando verso Tatiana, le disse con voce meno cupa:
— Il signor Loris deve partire improvvisamente, mia cara.
Loris le tese la mano; ella gli mise negli occhi uno sguardo luminoso, e levandosi con improvvisa energia gli prese il braccio.
— Venite dunque in camera mia a prendere quell'albero che vi ho promesso, e fissò così alteramente il principe che questi capì di non poterli seguire. Un pallore cinereo gli si diffuse sulla faccia, le labbra diventate bianche gli tremarono; ma furono pochi istanti. Loris tornava già sorridente col rotolo dell'acquerello in mano.
— Arrivederci, caro principe; non mi accompagnate, l'aria è troppo rigida fuori.
Il principe gli allungò la mano.
— À la guerre comme à la guerre, esclamò Loris con gaiezza che all'altro parve insultante.
Pochi minuti dopo il principe udiva tintinnire la campanella della droiska lanciata vigorosamente a tutta carriera. Tatiana si ritirò nella propria camera. Il pomeriggio era cominciato da poco; fuori, nel sereno della giornata freddissima, la luce della neve abbarbagliava. Il principe rimase lungamente alla finestra in una meditazione, che di quando in quando gli traeva sul volto nuvole fosche. La sua veste da camera di seta cinese, a larghi fiorami vividissimi, rendeva col contrasto anche più malata la sua fisonomia di vecchio; portava in testa un berretto ricamato, dono di Tatiana.
La voce di questa lo riscosse.
— Siete ancora lì.
Nel suo accento non v'era che una curiosità benevola. Aveva mutata la veste per un abito di un rosso cupissimo a merletti neri, corto che le lasciava scorgere le scarpine dal tacco alto, di pelle bronzata, e scollate. Una sottile freccia color d'oro le saliva per le calze di seta nera perdendosi sotto le gonnelle.
Sedette negligentemente e prese un giornale.
— Che avete dunque quest'oggi? gli domandò.
Il principe sentì l'agguato in questo attacco; invece di rispondere venne a sedersele vicino, ma entrando così nel raggio della sua bellezza tutta la sua risoluzione si sciolse. Non gli rimaneva più che un'idea limpida ed irresistibile, la necessità di un'ultima spiegazione con Tatiana, però ella stessa evidentemente vi si era preparata.
— Quando vorrete partire per Pietroburgo? le chiese scioccamente, non sapendo come incominciare.
— Ma, non lo so; l'inverno non è che a mezzo, avremo sempre tempo di arrivare agli ultimi balli. Resterete ancora al castello?
— Aspetto i vostri ordini.
— Sapete pure che per voi non posso averne, amico mio, e la sua voce era dolce come nei momenti più buoni della loro pace.
Egli ne provò un'immensa amarezza.
— Non vorrete averne mai per me?
Tatiana meravigliata gli rispose con un sorriso. Allora il principe proruppe: s'accorgeva di perdersi, ma la passione lo trascinava.
— Perchè finalmente? esclamò. Io vi ho amata sino dal primo giorno, come nessuno potrà mai amarvi; voi siete sempre rimasta egualmente insensibile, quasi fra noi vi fosse uno di quegli abissi, che solo il delitto può scavare. Nessuna grandezza d'animo basta dunque per trovare grazia ai vostri occhi?
— Vi credete grande? ella ribattè con calma irritante. Può darsi che abbiate ragione, io non saprei giudicare della passione di cui parlate, però confessate che grande non lo foste sempre. Per esempio, quando veniste a dirmi che ero l'amante dello Czar, non mostraste in quest'accusa molta grandezza.
— Non vi difendeste.
— Nè mi difenderò. Chiedendo la mia mano, mi offriste cortesemente di diventare la vostra vedova; più tardi vi ho offerto, e ve lo offro ancora, di divorziare: di che cosa vi lagnate? Se io sono l'amante dello Czar...
— Non lo siete.
— Ora non lo credete più, e sia; probabilmente crederete fra non molto che sono l'amante di un altro.
Il colpo era così diritto, che il principe barcollò.
— Se lo credessi....
— Sentiamo.
— Neghereste anche questa volta di difendervi?
— Provate ad accusarmi.
Tatiana si conservava calma, senza quella imperiosità abituale, accorgendosi di avere il sopravvento; quindi colla temerità della donna arrischiò tutto per tutto.
— Perchè è partito così improvvisamente il signor Loris? Voi, che siete il suo amico, dovete saperlo.
Egli la guardò, quasi sbigottito; ma Tatiana precipitò l'ultimo attacco.
— Ah! è dunque il signor Loris, che io amo? Lo credete?
— Tatiana...
— Perchè questa volta non osate dirlo? Vi pare che sarei discesa troppo bassa, avendo cominciato dallo Czar? Eppure potreste dirlo francamente, perchè non siamo marito e moglie, e la sua voce era ritornata stridula. Se non volete divorziare, non so per quali ragioni, siamo egualmente liberi; nè io mi sono mai interessata alla vostra condotta, nè voi potete sindacare la mia.
— Vi sentite libera, assolutamente?
— Assolutamente. In faccia a voi il mio onore di donna è salvo. Quando dovetti farvi quell'orribile confessione, vi offersi prima il divorzio: potevate accettarlo, e siccome mi sarei assunta qualunque torto vi fosse meglio piaciuto, il vostro matrimonio di tre mesi con me, non sarebbe stato per voi una grande disgrazia. Sposare la principessa Tatiana Neginsky non poteva essere un disonore per alcuno, aggiunse con sovrana alterigia.
Il principe ne convenne con un gesto, Tatiana parve fare uno sforzo.
— Allora vi cedetti; era lo scotto dell'inganno, nel quale vi avevo tratto, poi avevate creduto nobilmente alla mia confessione.
— E ora? egli esclamò con voce dolorosa.
Ella finse di non comprendere, accomodandosi una piega dell'abito.
— Tatiana, non mi amerete mai?
— Mai.
— Ne amerete un altro?
— È possibile.
Il principe si alzò in piedi, fremendo.
— Voi scherzate con una passione che non conoscete. È vero, siete libera: il nostro matrimonio è una apparenza, che non mi dà nessun diritto; poi le donne, come voi, vanno conquistate. Ma la passione ha dei misteri anche per chi ne è la vittima: badate! Io vivo da molti anni nella vostra ombra, so tutto quello che soffrite, tutto quello che desiderate, tutto quello che amate. Non s'inganna una passione come la mia; non potete formare un pensiero nella mente, che io non lo senta subito nel cuore.
— Diventereste anche voi spiritista?
— Non insultate, Tatiana: la mia passione merita almeno il vostro rispetto. Io vi amo col delirio del naufrago; non voglio sapere nulla, non voglio discutere. Sì, siete libera, potete aver amato lo Czar, se egli ha potuto piacere alla vostra anima: in questo caso avrebbe conquistato un impero migliore di tutte le Russie. Ma voi non lo avete amato, lo so; egli non poteva comprendervi, non basta per questo essere Czar. Sentite, Tatiana: io non amo che voi, voi sola, non vivo che di voi: non ho più che questa speranza, la mia vita è vuota senza di voi. Ecco come sono: non posso uccidermi perchè vi veggo, e non posso vivere senza.
Le parole gli mancarono improvvisamente. La sua faccia convulsa era diventata più brutta, uno schianto di tosse gli scrollò il corpo magro entro quella lussuosa veste da camera. Egli se ne accorse e si avvilì, ma nell'orgasmo di una risoluzione suprema non potè arrestarsi.
— Bisogna che me lo diciate subito. Vi lascierò poi tutto il tempo che vorrete, perchè credo alla vostra parola. Tatiana, siate mia.
Ella si alzò.
— No, le gridò con nuovo impeto, ascoltatemi, sarà magari per l'ultima volta. Possibile che non comprendiate il mio stato! Siate mia, vi porterò più alto dello Czar, perchè vi è qualche cosa in Russia, davanti alla quale lo Czar trema, e che può da un giorno all'altro rovesciare il suo trono. Non ho bisogno che di voi. Non potete amarmi, ebbene lo so.... Sì, aggiunse rabbiosamente: non sono amabile, avete ragione. Non lo sono! Lasciatevi amare, siate l'elemosina che mantiene la mia vita, e Dio, voi che ci credete, vi compenserà. No, no, ascoltatemi ancora. Non ho nessun diritto, non chiedo nulla, non lo merito.... ma, solo quando vorrete! Avrete i vostri giorni buoni: quando avrò molto sofferto, sofferto come voi sola potete ricompensare, verrò ai vostri piedi; non mi respingerete. È orribile quello che vi chiedo, orribile per voi che non mi amate, per me che vi amo. Lo so, ma è così: non posso, non posso....
Sotto quella bufera ardente Tatiana non provava che un freddo di orrore, come quella volta nella caverna, quando aveva incontrato lo sguardo bianco di Topine fisso sul proprio. Involontariamente indietreggiò; il principe ebbe un gesto delirante.
— Ah! ella gridò con ribrezzo così vivo, che l'altro si arrestò immobile.
Tatiana si mosse verso la porta.
— Una parola, mormorò il principe con voce strozzata.
Ella si rivolse.
— Dunque non volete.... badate di non avervene a pentire.
— Minacciate?
Egli era tremendamente cupo, Tatiana tornò indietro. I loro sguardi s'incontrarono; ella sfavillava d'orgoglio, i capelli biondi sembravano farle sulla testa un'aureola sulfurea.
Il principe chinò la fronte con un gemito.
— Le vostre ultime parole sono vili, se avete inteso con esse di mettermi paura. Le donne, seguitò dopo una pausa con un sorriso micidiale di disprezzo, non si conquistano così.
Egli la fissò con uno sguardo, che la fece rabbrividire.
— E voi avete torto di pretendere, che si possa vivere così.
Tatiana quel giorno si fece un dovere di comparire a pranzo, fingendo di aver tutto dimenticato. Il principe, che vi sarebbe mancato volontieri, dovette per imitare il suo contegno comprimere gli spasimi del cuore: in un'ora era invecchiato di molti anni. Se Tatiana non fosse stata innamorata, avrebbe avuto pietà di quella passione ma l'egoismo assoluto dell'amore le toglieva perfino di comprenderla: però nessuno dei due, malgrado ogni ostentazione di disinvoltura, potè mangiare.
Invece di ritirarsi subito dopo il pranzo, Tatiana passò con lui nel gabinetto di legno e vi sostenne una lunga conversazione sullo spiritismo.
Il principe non ostante la propria incredulità aveva anche su tale questione, ridivenuta così ardente per tutta l'Europa in questi ultimi anni, una vasta cultura, quindi ella con grazia squisitamente femminile insisteva per farlo parlare. Sembrava voler sapere come la grande filosofia considerasse quel problema, che la grande scienza aveva da un pezzo cessato di sdegnare.
A poco a poco il principe cedeva ad un'altra speranza; forse Tatiana non era al tutto inaccessibile, perchè le passioni vere finiscono per diventare contagiose come tutte le verità.
Il suo sguardo espresse luminosamente questa fede, ma allora l'altra tornò rigida.
Quindi s'alzò per ritirarsi.
— Andate a letto?
— Sì, sono stanca.
— Io non posso più dormire: voi avete ucciso in me il sonno, come ha detto Shakespeare.
Appena nella propria camera Tatiana fu ripresa dall'emozione, ma dominandosi si fece spogliare da Polemska, la vecchia cameriera, per mettersi subito a letto. A rovescio di molte dame, ella non aveva mai concessa alcuna intimità a quella donna, che l'aveva veduta nascere: e non ne stimava il carattere, accettandone i servigi piuttosto per lunga abitudine che per elezione. La vecchia temeva la padrona.
Quando Tatiana fu coricata, Polemska le accomodò il servizio da thè presso il letto, sopra un piccolo tavolino intarsiato, e si ritirò mutamente. Tatiana non aveva mai voluto domestici nel proprio appartamento; d'altronde era tutto così pieno di bottoni elettrici, che avrebbe potuto suonare comodamente in qualunque posizione si trovasse. Tutti nel castello sapevano che di notte la porta del suo appartamento non era mai chiusa a chiave: ma quella sera ella vi pensò con rammarico. Quindi l'orgasmo la riprese poco dopo così vivamente che dovette rivestirsi. Trasse dall'armadio la più elegante delle proprie vesti da camera, in seta cilestra, marezzata, e foderata di raso bianco: davanti e di dietro, dalla sommità del seno e delle spalle, ne cadeva come una lunga stola, raddoppiata e trapunta di sottilissimi fili argentei. Le maniche larghe e lievi lasciavano travedere le braccia fin sopra al gomito.
Si mise calze e pianelle cilestrine. Voleva essere supremamente bella. In quello studio paziente occupò più di un'ora; il suo volto pareva tranquillo, ma tratto tratto le mani le tremavano.
Quando quella lunga acconciatura fu terminata, scoperse da un cofanetto giapponese lo scrigno delle gioie, e si mise al collo un magnifico cordone di perle nerastre; per un momento dubitò di insinuare fra i capelli uno spillone incappellato di un grosso diamante, perchè vi brillasse come una stella, poi si pentì. Invece si spruzzò col polverizzatore i ricci sulla fronte di una tenue essenza di fieno.
Era pronta, il cuore cominciava a battere. Allora un senso di pudore la sorprese; il letto disfatto le parve volgarmente sguaiato. Sorridendo seco stessa si pose a rifarlo, forse per la prima volta in vita sua, ma la cosa le riuscì meno facile che sulle prime non avesse immaginato; nel mezzo vi restava sempre una piccola depressione, e l'immensa coperta, ammassandosi sul tappeto, vi faceva molte pieghe antipatiche.
Poi sedette attendendo.
Mancava un'ora a mezzanotte, Loris non poteva mancare.
Ella lo amava perdutamente, giacchè nelle due notti, che Loris era venuto a trovarla in quella camera, aveva finalmente provato l'amore dell'uomo, quel mistero, cui la sua anima anelava da tanti anni attraverso l'orrore della doppia violenza di Topine e del principe. Ella ne rimaneva ancora vibrante. La malata sensibilità del suo temperamento, che poche carezze bastavano a prostrare, le faceva riassaporare dopo, lungamente, l'effimera violenza di quelle gioie, nelle quali le pareva sempre di morire; mentre Loris, bello come un arcangelo, la stringeva furiosamente fra le braccia, o allentava d'un tratto la stretta, vedendola imbiancarsi nel volto colla fisonomia di un agonizzante.
Tatiana era felice; seguirebbe Loris dove e come vorrebbe. La sua posizione col principe era nettissima, perchè anche non amandolo ella lo stimava abbastanza per saperlo incapace di una volgarità e di negarle il divorzio, qualora glielo avesse reclamato. Ma Tatiana non avrebbe mai osato chiedere a Loris di sposarla. Sentiva nella sua anima un immenso segreto, una grandezza, della quale non provava che il freddo anche nei momenti più soavi del loro abbandono. Loris non s'obliava mai. Ella lo credeva nichilista, la più terribile originalità allora conosciuta nella Russia, inorgogliendo generosamente del proprio amore, che potrebbe un giorno farla diventare sua complice.
Colla foga delle anime appassionate Tatiana aveva già rinunciato nell'amore di Loris a tutti i pregiudizi e le abitudini della propria classe per sposare quella rivolta, che aveva inspirato tanti martiri e tanti eroi. L'eccesso medesimo della vendetta, praticata su lei da Loris, le dava le vertigini dell'ammirazione, pensando di che cosa un uomo simile potrebbe essere capace in una guerra. La sua fantasia lo paragonava a Napoleone, alto sui popoli e sui re, con quel profilo di aquila e quel pallore tragico, che nessuna emozione aveva mai potuto alterare. Ella timida e malaticcia, cresciuta come un fiore di serra ed ammirata sino allora come un fiore di salone, era colta alfine dal gran vento della steppa, ed abbandonandovisi colla dolcezza di una paura quasi confidente errava già sotto i cieli frigidi di serenità e sulle pianure scintillanti di neve, mentre le città dileguavano all'orizzonte come una macchia nerastra, e il sole riapparendo all'improvviso la avvolgeva nella pompa dei propri raggi.
Poco prima della mezzanotte accese una candela entro una piccola vaschetta di cristallo, si raccolse la veste in pugno, e discese coraggiosamente.
Per la scaletta di legno, che dall'ultimo gabinetto del suo appartamento comunicava col vestibolo presso le cucine, non incontrò alcuno; tutti i servi erano ritirati, ma incontrandoli avrebbe risposto al loro inchino ossequioso senza dire una parola e senza tremare. Dal vestibolo infilò tre grandi sale, una volta occupate dall'amministrazione, adesso vuote da parecchi anni, quasi senza mobili. Tatiana aveva detto più volte di volerne fare tre saloni da ballo, poichè finivano alla serra, ma nemmeno questa era gran cosa. Si componeva di un rettangolo a vetriate, pieno di piante, senza disegno alcuno di architettura, addossato all'ala del castello come un ripiego posticcio e non bello.
Quando Tatiana v'entrò, il calore della stufa e l'umidità aromatica delle piante le tolse quasi il respiro; istintivamente, parendole per la trasparenza delle vetriate di essere all'aperto, riparò sotto una manica la vaschetta della candela. I sassolini dei viali, fra i vasi, stridevano sotto il suo passo. Tatiana non degnò la serra nemmeno di uno sguardo, non vide alcune piante mostruose, dai rami, che parevano braccia stese verso di lei; non badò ai bagliori bianchi di certi fiori, al silenzio anelante, che opprimeva tutta quella folla vegetale.
Arrivò difilata all'usciolo chiuso dall'interno, e l'aperse.
Loris, nascosto da due ore dietro un grosso abete, entrò con un buffo di aria così rigida che quasi la rovesciò; egli stesso rinchiuse la porticina. Tatiana, senza parlare, risalì alla propria camera. Quella freddezza le era venuta da un subito senso di sconvenienza aristocratica, ricevendo così, a quell'ora e a quel modo, colla viltà di un sotterfugio l'uomo amato.
Ma appena nella propria camera la confidenza le tornò.
Loris aveva la faccia livida e chiazzata pel freddo sofferto; sul bavero della pelliccia il suo alito si era congelato in sottili cristalli. Tatiana gli si appressò, e umiliandosi colla inimitabile grazia della gran dama a fargli da cameriera, gli trasse la pelliccia, che andò quasi a nascondere sopra una sedia dietro l'armadio. Poi lo condusse ad una poltrona, e gli si fermò dinnanzi per attendere un bacio.
L'altro sembrava accigliato.
— Hai chiuso a chiave l'appartamento?
Tatiana sembrò meravigliata.
— Perchè? non verrà, sono libera.
Loris la contemplò senza che lo spettacolo della sua voluttuosa eleganza gli traesse un'onda di sangue al viso. Tatiana sedette, quasi devotamente, davanti a lui.
Loris le prese la mano.
— Perchè sei partito mio Loris? gli domandò accostandogli sempre più la fronte.
— Tu non puoi saperlo, d'altronde non lo capiresti.
— Ma io ti amo; capirò sempre tutto quello che vorrai.
— Adesso non voglio che tu capisca, egli rispose con un sorriso.
Ma Tatiana, che aveva un bisogno insopportabile di abbracciarlo, gli si gettò al collo, quasi mordendolo a più riprese; così seduto egli barcollò sulla poltrona, e per resistere dovette tirarsela sulle ginocchia. Ella felice raggiò.
— Non ami che me, Loris? Non hai mai amato che me, mi amerai sempre?
— Quante cose, bimba mia!
— No, dimmelo subito.
Ma Loris restava aggrondato. Tatiana afflitta si levò dalle sue ginocchia, e si rimise a sedere vicino a lui; una dolorosa umiliazione gli apparve sul volto a quella sua impotenza di donna. Poi Loris riprese:
— Tu credi che non verrà? Verrà.
— Qui! nel mio appartamento? ella replicò con quell'accento altero, che era uno dei fascini della sua bellezza.
Loris accennò di sì col capo.
— No, sono libera. Oggi stesso, dopo che tu eri partito, ce lo siamo reciprocamente ripetuto. Egli non è mio marito: abbiamo associato inutilmente i nostri due nomi, domani possiamo dissociarli.
— Verrà, ti dico. Tu non comprendi la sua passione, egli ti ama sino alla morte.
— Mi ama dunque più di te? ribattè con una interrogazione sfolgorante. Vuoi che vada a chiudere la porta dell'appartamento?
— È inutile.
E ricadde in una meditazione.
La faccia di Loris diventava sempre più fredda. Pensava di aver fatto male a tornare nel castello, dove il principe lo sorprenderebbe fra poco, poichè sapeva già tutto indubbiamente. Forse lo aveva visto entrare dalla porticina della serra; era impossibile che un uomo del suo carattere, e con quella sua passione, si fermasse a mezzo. Quanto tarderebbe a comparire? Loris se lo chiedeva con freddezza misteriosa anche per lui stesso. Dal momento che aveva promesso a Tatiana di ritornare nella notte, gli era parso di sentire come spaccarsi una frana nella propria vita: non era più possibile andare avanti. Amava egli Tatiana? Se non l'amava, era tornato solo per vanità, perchè ella non lo credesse così pauroso da arrestarsi davanti a simile pericolo? Ma così volgare amor proprio che cosa aveva di comune colle necessità politiche di quel momento, e colla tremenda impossibilità, alla quale si era educato da sè medesimo tanti anni per assorgere al tipo ideale di capo-partito. Un rimorso amaro e velenoso gli zampillava dalla coscienza. L'ora della debolezza era suonata anche per lui, come per tutti gli uomini, anche i maggiori, quell'ora che li uguaglia ai più piccoli, e sottomette i loro più alti disegni al capriccio del più meschino fra la gente, o del più bestiale fra i piaceri. Adesso Tatiana lo dominava. Ella lo aveva voluto in quella camera, sotto la vendetta del principe, certo non credendovi, per una fantasia erotica di donna nei primi giorni di un primo amore; ed egli era venuto come uno scolaro vanaglorioso e ridicolo, invece di gettare quella donna ai pruni della propria memoria per ritrovarne poi molti anni dopo qualche brandello.
— Loris, disse Tatiana, tu sei nichilista.
— No, è troppo poco.
L'altra tremò.
— Che cosa sei dunque?
— E tu che cosa hai voluto, facendomi ritornare qui?
— Te ne penti?
— Non mi pento mai.
— Volevo chiederti, ella mormorò finalmente, dove mi avresti aspettata.
— Sarebbe stato impossibile: egli rispose, come se tutto fosse già finito, quello che stava per accadere.
Si levò, ma la sua fronte ridivenne minacciosa.
— Hai voluto che ti ami.... e sarà forse la legge comune! ma bada di non avere voluto troppo. Al di sotto di questo amore, che ubbriaca tutti, uomini ed animali, vi è un'altra legge, che sospinge le migliaia delle generazioni ad una meta oscura, lasciando loro appena il tempo necessario a riprodursi. Quella è la legge vera, che crea i popoli e li distrugge a pro di una civiltà sempre più alta. In quella legge non si ama, perchè ogni progresso si è ottenuto solo colla morte. Io volevo essere l'uomo di quella legge: avevo raccolto tutti i dolori, mi ero nutrito col sangue di tutte le piaghe. Tu hai voluto che io ami.
— Ma io ti amo, Loris.
— Il tuo amore non è che un riverbero di neve, che si squaglia nel sole: domani non amerai più.
Ella si nascose il viso fra le mani.
— Tu non puoi nemmeno comprendere tutta l'ironia della tua vittoria di donna.
— Se tu non sei nichilista, vorresti però fare una rivoluzione: io posseggo tre milioni di rubli, prendili. Adesso non hai più il diritto di ricusarmi. Poi saltandogli al collo dalla gioia esclamò: l'ho trovata, l'ho trovata!
Così barcollando caddero sul letto. Tatiana aveva l'occhio morente, Loris la baciava sul collo; ella lo teneva stretto con tutte le forze senza lasciargli modo di muoversi, e parlandogli all'orecchio.
— Se no, no, mormorò Tatiana, alzando leggermente la voce.
Egli le rispose con una stretta più convulsa, ma rivolgendo istintivamente il capo verso l'uscio, diede un balzo irresistibile.
Il principe era in piedi, dinanzi alla porta, con una rivoltella in pugno. Da quanto tempo li spiava?
— Dio! urlò Tatiana inorridita.
A questo nome Loris si senti passare una tenebra sugli occhi: l'espiazione lo sorprendeva nell'atteggiamento medesimo del delitto, da lui commesso sopra Tatiana. Eppure lo sapeva, gli sembrava di averlo già previsto. Quella vasta camera, annegata in una molle ombra femminile, diventava l'arena del suo ultimo scontro, improvviso ed inevitabile malgrado tutti i disegni della sua ragione. Si ricordò di aver lasciato il revolver nella tasca interna della pelliccia, non aveva un'arma, nulla intorno poteva diventarlo.
Il principe lo guatava.
Sotto la fissazione di quello sguardo mortale sentì scattare violentemente tutte le proprie energie, quasi nella stessa suprema emozione dei condannati all'apparire del patibolo. La sua immensa guerra sociale si riassumeva in quel duello senz'armi.
Il principe s'inoltrò; Loris mosse verso di lui, ed incrociando le braccia attese provocantemente.
L'altro, insensibile a quella sfida, camminava colla rigidità di uno spettro.