PARTE SECONDA (continued 3)
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Allora tutte le forti qualità del suo carattere apparvero improvvisamente. Il suo grado sociale lo rendeva già capitano fra quei rivoluzionari, usciti quasi tutti dalle file della plebe e, malgrado ogni negazione sistematica, ancora sensibili alle vanità della gerarchia. Poi il suo ingegno e il suo coraggio gli conquistarono un'alta autorità. Quando si allargò il moto terrorista, egli si schierò col gruppo più moderato senza contrastarvi, perchè la sua fatalità s'imponeva oramai a tutti.
La sua vita si riempì così di una immensa ambizione: essere il presidente di quella segreta repubblica di minatori, che volevano far saltare il trono più grande del mondo. Ma, diplomatico cresciuto nei circoli del governo, affettò il maggiore riserbo in faccia al Comitato, che allora dirigeva quella guerra.
La morte di Alessandro II, disorganizzando il nucleo terrorista, lo mise fra i membri del nuovo Comitato esecutivo, ove recò la terribile prudenza di quell'odio signorile, così diverso dal rancore dei rivoluzionari di piazza. Nessuno conosceva come lui la cancrena delle alte classi, e sentiva più profondamente la necessità di togliere loro il potere a qualunque costo; nessuno forse metteva in tale passione rivoluzionaria una più acuta sete di rivincita, dacchè respinto da tutte le carriere politiche e libero da ogni vincolo di affetti domestici, in sul declinare di una vita malaticcia, non gli restava più che una suprema ambizione di sovrastare a tutti coloro, dai quali era stato sconfitto.
Per opera sua il Comitato mutò subito di tattica, sospendendo gli attentati contro Alessandro III. Il principe, che conosceva bene le campagne e sapeva come tutti i contadini tenessero nella propria isba al di sopra delle sacre immagini il ritratto di Alessandro I, lo Czar martire, temeva una rivolta rurale, che avrebbe fatto indietreggiare la rivoluzione di forse un secolo. Tutta la sua attività si rivolse ad una riorganizzazione dei gruppi per una nuova forma di propaganda: bisognava penetrare in tutte le recenti assemblee della vita provinciale, ed insinuarsi nell'amministrazione per cessare di temerla.
In quel tempo s'innamorò di Tatiana coll'ardore di un uomo rimasto sino allora, per l'indole del carattere e la povertà della salute, quasi casto.
Le donne non avevano mai avuto significato nella sua vita, tranne una amata molti anni addietro, mentre era già fidanzata ad un altro, e che credeva di aver reso madre. Ma quest'amore troppo breve gli si era mutato in una tenerezza poetica per quella bambina, della quale riceveva notizie, pressochè ogni settimana, senza che gli fosse mai permesso di vederla, perchè quell'altro suo padre era stato uno di coloro da lui denunciati negli scandali delle amministrazioni.
Nella solitudine di quella vita il suo carattere era divenuto sempre più cupo, impregnandosi di quell'inesprimibile odio rivoluzionario, che faceva delirare anche le teste più forti. I medesimi eccessi del governo nella propria difesa contro i rivoluzionari lo costrinsero grado a grado a mutare ogni tradizionale idea di giustizia, perchè nessuna onestà sarebbe stata logica in questa lotta contro di esso, che padrone di tutte le forze violava egualmente tutte le leggi. Il suo lungo disprezzo per l'aristocrazia, ligia al governo per viltà ed ostile al progresso per avarizia di privilegi, gli faceva persino invocare una strage, nella quale sparisse per sempre lasciando libero il campo ad una nuova classe più moderna di idee e sana di cuore.
Ma, innamorandosi di Tatiana, tutti i suoi istinti di uomo si ridestarono come una reazione a quell'assorbimento settario, che lo aveva a poco a poco isolato dalla vita. Al pari dei caratteri troppo duri si spezzò.
Tatiana fu per lui il ritorno alla vita, non ancora veramente vissuta.
Ma quel riserbo di lei, dopo il matrimonio, gli fece presentire un dramma. Quindi diventò più guardingo, affettando quasi le maniere di un padre, ed aspettando da una inevitabile crisi la soluzione. Egli aveva di sè stesso, fisicamente, una opinione così desolata, che non avrebbe mai osato pretendere dalla moglie i diritti coniugali per timore di leggergliene sul volto il disgusto. Era questo il suo martirio quotidiano.
Tatiana con donnesca furberia ne aveva approfittato. Il principe, non avendole lasciato trapelare nulla della propria posizione politica, doveva assentarsi spesso dal castello, quantunque si sforzasse con ogni espediente di diminuire il numero di quelle assenze o di renderle più brevi.
E ogni volta Tatiana gli porgeva la fronte da baciare con languida cortesia come ad un padrino.
Una sera d'estate il principe, tornato improvvisamente, entrò nelle sue stanze e la sorprese, sola alla finestra, immersa in un raggio di luna. Tatiana, oramai rimessa, era diventata più bella. La notte era piena di soffi e di aromi.
— Ebbene, mia cara, le disse dopo averla baciata in fronte, sedendole vicino e prendendole risolutamente una mano nelle mani: sei contenta della tua vedovanza?
Ella si levò bruscamente, l'altro credendo di averla offesa scostò la sedia. Tatiana si rimise alla finestra, ma si volse poco dopo. Anche lei aveva presa una risoluzione.
— Sedete, gli disse con accento grave.
La sua voce tremava.
— Voi volete che io sia vostra moglie.
— Non lo siete forse?
Ella l'interruppe.
— Pensateci prima... Certamente ho avuto torto verso di voi; non avrei dovuto sposarvi. È inutile rinfacciarmelo, perchè non ne ho bisogno per pentirmene. No, no... non interpretate così le mie parole, esclamò ad un suo gesto: non è di voi che mi pento, ma di me. Voi avevate diritto ad un'altra donna. Ora il male è fatto.
Ella si torse sulla sedia verso di lui, che la guardava immobile, e seguitò:
— Ma tutto è ancora riparabile. Voi potete divorziare; sono pronta ad accettare tutti i pretesti che si converranno, perchè sono io che ho torto.
Un singhiozzo invano frenato le tagliò la voce; il principe allungò istintivamente la mano per soccorrerla, ma ella lo respinse.
— Ecco la mia condizione, perchè ne pongo una. Voi mi crederete sulla parola: se un dubbio solo vi passa nell'anima, e lo nascondete, sarete più vile di me. Io me ne andrò, e non mi vedrete più.
Il principe non parlava. La passione di Tatiana era così sincera che si sentì preso, tutta la sua anima era sospesa nel terrore. Tatiana si levò. La sua alta figura parve crescere nella penombra, erse il capo.
— Principe, vi ho ingannato... non sono una fanciulla. Non mi chiedete di più. Se volevate una fanciulla... Ah! io sono stata violata da un mostro.
Egli aveva indietreggiato.
— Badate! proruppe Tatiana avanzandosi quasi minacciosamente contro di lui. Se credete questa una scena, colla quale io voglia ingannarvi, non parliamone più. Non posso dirvi come fui violata, ne morrei. Immaginatevi quanto di più turpe una donna, sorpresa in un bosco, possa sopportare da uno sconosciuto più immondo di qualunque animale, e non arriverete alla verità. Mi volete così per vostra moglie?
Tatiana gli si era chinata sul volto per leggerne l'espressione; era pallida, non respirava. Il principe parve sospeso un attimo, poi le aperse le braccia, la cinse senza quasi toccarla, e travolto dalla passione l'abbracciò, baciandola sul collo. Egli traballava.
Quando si furono rimessi, il principe sedè sopra una poltrona, traendosi Tatiana sui ginocchi.
— Mi ami... un poco? le sussurrò timidamente.
— No, ella disse con dolcezza, volendo essere sincera fino in fondo, ma vi stimo.
Il principe provò al cuore un morso lancinante di serpente, ma non allentò le braccia, che le teneva sulla cintura. Aveva troppo la coscienza della propria bruttezza per non indovinare il sentimento di Tatiana, e le fu quasi grato della franchezza. Il corpo di Tatiana lo bruciava entro quel raggio di luna, che sembrava dare una purezza eterea al candore del suo bel volto desolato.
— Tatiana! esclamò, stringendosela furiosamente sul petto: non mi vorrai dunque?...
Tatiana chiuse gli occhi abbassando languidamente la testa.
Dopo quella scena rimasero dolorosamente imbarazzati. Il principe avrebbe voluto sapere come Tatiana era stata violata, perchè un dubbio sottile gli era penetrato in fondo al cuore attraverso l'irresistibile sincerità di quella confessione, mentre Tatiana stessa se ne accorgeva fra il disgusto insormontabile di quel primo contatto maritale. Non poteva amare il principe. Tutta la riconoscenza per le sue maniere e la stima del suo ingegno non bastavano a riempire l'orribile lacuna rimastale in cuore; quell'uomo le richiamava Topine. Nei momenti più convulsi dell'amore ella non vedeva che la sua faccia gialla di malato diventare più brutta, mentre alla veemenza di certi suoi scatti le pareva quasi di essere preda di un animale. Quindi il sangue, invece d'infiammarsi, le si gelava; il principe lo sentiva, mordendosi le labbra e chiudendo gli occhi per nasconderne il lampo di dolore.
L'indomani ella dovette rimanere a letto; il principe ne fu così vergognoso che non osò nemmeno restare a lungo nella sua camera. Ella invece si concentrava in lunghe meditazioni, provando ancora quella stessa angoscia nauseata, che l'aveva sorpresa dopo la violenza di Topine. Che il principe fosse suo marito, il fatto ne diveniva anche peggiore, giacchè con Topine aveva potuto resistere sino a non soccombere che quasi morta. Adesso si rimproverava acerbamente quel matrimonio, accettato per paura della solitudine e per la vergogna di presentarsi così ad un giovane, che sposandola per il danaro non le avrebbe certamente creduto. E il suo pensiero tornava a Loris, terribilmente bello in quella caverna, quando le aveva gettato addosso Topine, e più terribilmente cattivo dopo con quel sorriso di scherno. Se egli sapesse ora il suo matrimonio col principe, sarebbe capace di credere che Topine le avesse inoculato il gusto dei mostri. Quell'uomo, certamente superbo della propria bellezza, si sarebbe sentito anche più bello immaginando lei fra le braccia del principe, e rammentandosi di avere già un'altra volta ricusato di possederla.
Quando Tatiana lasciò il letto, dopo una settimana, al principe stesso parve di guarire; ma non osò per lungo tempo parlarle d'amore. Tatiana affettava una tale aria di sacrificio nel proprio languore di convalescente, che una straziante vergogna qualche volta gl'impediva persino di guardarla. Ma la sua passione così repressa raddoppiava di violenza; egli amava quella donna col delirio di tutta la propria carne, e lo spasimo inconsolabile di non poter essere amato. Tutta in lei tradiva questa impossibilità. Dandogli la mano o fissandolo negli occhi, non aveva mai la più fugace di quelle intimità della donna coll'uomo, al quale ha conceduto sè medesima; mentre al tornarle dei colori sulla faccia, quando pareva riaprirsi alle gioie della giovinezza, il principe indovinava nella voluttà di certe sue pose un desiderio femminile, che lo oltrepassava forse sulla traccia di un altro uomo.
Chi era colui, che aveva violato Tatiana?
Il principe non voleva dubitare di quella sua confessione, ma una gelosia, resa più dolorosa dal sentimento della propria inferiorità fisica, gli faceva spesso pensare ad un amante, cui Tatiana avesse ceduto. Benchè non fosse mai stato donnaiuolo, conosceva troppo le donne per poter essere senza dubbi. Chi era colui? Nullameno il carattere di Tatiana, così forte nella propria dolorosa franchezza, s'imponeva alla sua ammirazione, mentre un abisso s'allargava continuamente fra loro. Tatiana non lo interrogava mai, non si preoccupava di nulla, pareva estranea alla sua vita; nella stima, che gli mostrava, v'era una indifferenza micidiale. Egli pensò perfino di rivelarle la propria vita politica per apparirle così sotto un aspetto migliore. Chi sa se la grandezza del pericolo, al quale era sempre esposto, non l'avesse commossa; ma la voce rauca dell'esperienza gli diceva che anche questo sarebbe indarno. L'amore è anzitutto una frenesia fisica, che nessuna ammirazione morale o intellettuale può produrre. Sciaguratamente Tatiana nell'ingenuità del proprio sentimento aristocratico stimava i nichilisti una setta di assassini, e parlando della tragica morte di Alessandro II se ne commuoveva come per una sventura domestica. Nell'inverno a Pietroburgo Tatiana, profittando finalmente della propria condizione di moglie, si sottopose alla cura di uno specialista, dal quale si fece naturalmente proibire ogni contatto maritale. Poi tornò ai saloni sfoggiando un'eleganza fine come l'incanto, che le veniva dalla stessa malattia. I suoi occhi umidi d'isterismo avevano uno splendore di poesia, alla quale le donne stesse rimanevano prese; i suoi languori, le sue debolezze improvvise, mentre alle volte ballava colla foga più pazza, il tono amaro della sua conversazione originale le diedero per una stagione l'impero della moda. I giornali la citavano nei loro articoli mondani; a tutte le feste ella compariva come una gloria, davanti alla quale tutte le altre s'inchinavano.
Troppi s'innamorarono di lei, ma affettando molto scetticismo galante nei discorsi ella respinse ogni omaggio. Nessuno le aveva tocco il cuore. Allora una segreta opposizione le si formò intorno, alimentata dal rancore delle donne meno belle e degli uomini respinti; si cominciò a ridere della sua originalità trovandola ostentata, del suo matrimonio col principe Vladimiro, della sua onestà senza ragione dal momento, che mostrava tanta indifferenza pel marito e tanto dispregio per la virtù coniugale. La sua malattia servì di pretesto alle più immonde invenzioni femminili; alcune signore parlando di lei sfoggiavano ignobili nozioni mediche.
Ella se ne offese.
Intanto un bisogno, lentamente cresciuto, le occupava tutto il cuore. Voleva l'amore come tutte le altre donne, ma un amore, che la purificasse dalla sozzura, lasciatale da quel mostro nell'animo. Quindi in preda alle fantasie di una testa giovane e disoccupata tesseva romanzi su romanzi, senza nemmeno guardarsi attorno per cercare l'uomo, che potesse amarla davvero. Se qualcuno le avesse chiesto di quell'uomo, come doveva essere, non avrebbe forse saputo rispondere. Lo sognava bello e grande, nello splendore della gioventù e nell'onnipotenza della forza: il suo amore per lei, che il mondo avrebbe certamente conosciuto, doveva essere una di quelle glorie della passione egualmente ammesse dai più umili e dai più illustri — Byron o Napoleone, un re dell'idea o un re della guerra. Solo così avrebbe potuto ripensare senza vergogna a Topine, come ad una espiazione anticipata del trionfo, perchè tutto si paga nella vita, e non s'arriva sulle sue alte cime che passando per le valli profonde.
Ad un ballo dell'ambasciata inglese fu presentata alla principessa Dolgorouki, amante, poi sposa morganatica, ora vedova di Alessandro II. La principessa ancora bella e corteggiata, quantunque decaduta da quella potenza, che per tanti anni l'aveva resa arbitra di tutte le Russie, si mostrò tenerissima per Tatiana, colla quale non avrebbe potuto rivaleggiare.
Tatiana riportò di lei un'impressione così gradevole, che nei giorni seguenti si fece raccontare tutti gli aneddoti più contradittori sul conto suo, al tempo de' suoi amori imperiali. Quella donna aveva potuto credersi grande, vedendo talvolta l'Europa intera sospesa ad un suo capriccio.
Involontariamente pensò ad Alessandro III, all'amore dello Czar, minacciato di morte come Alessandro II e fermo contro tutti i pericoli, buono e colossale come un guerriero dei tempi eroici.
Da principio non fu che una fantasia, quindi le si mutò in un desiderio ancora oscuro, nel quale lo Czar era piuttosto l'ultimo termine di un problema ideale che un uomo. Tatiana non aveva la più piccola idea sulla vera vita della principessa Dolgorouki fra tutti quegli intrighi di palazzo, e la lotta incessante per conquistare o conservare una influenza equivoca ed effimera; avrebbe voluto solo che lo Czar s'innamorasse perdutamente di lei vedendola.
Laonde, non essendo ancora andata ad una festa di corte, quell'inverno volle esservi presentata solo per parlare allo Czar. Ne rimase abbagliata; l'imperatore, che le aveva diretto appena alcuni complimenti insignificanti, le parve un semidio.
Tornata a casa non pensò più che a lui. Il principe Vladimiro, che si permise una osservazione sprezzante sullo Czar, fu vivamente colpito del calore, col quale ella lo difese.
— Non siete principe voi?
Questa volta egli s'ostinò.
— Non è che robusto, può alzare un quintale d'acciaio con una mano; è un po' più facile che sollevare un'idea.
Tatiana non s'arrese; il principe finì col sorridere del suo fervore monarchico. Ma siccome quella sera ella sembrava anche più fresca, arrischiò un motto d'amore. Da sei mesi ne aspettava il momento. Era ridiventato timido. Tatiana lo guardò quasi meravigliata, confrontandolo colla gigantesca figura di Alessandro III, come le era rimasto nell'immaginazione.
Allora una collera fredda irrigidì la faccia del principe, che nullameno con uno sforzo incredibile potè ancora frenarsi.
Ella gli aveva già letto nell'anima, ed alzò duramente la testa.
— Siete cattiva meco, mormorò con accento insinuante.
— Non intendo di ammalarmi.
Ma egli la fissò in modo da farle comprendere che quella scusa non poteva ingannarlo: Tatiana arrossì. Il principe le prese una mano fra le sue ardenti dalla febbre.
— Non diverrete dunque mai mia moglie?
— Volete dunque prostituirmi, dacchè il medico vi ha pur detto tutto! gridò volgendogli le spalle sdegnosamente.
Il principe rimase atterrato.
Qualche tempo dopo dovette andare a Sebastopoli per coordinarvi alcuni circoli nichilisti, nei quali pericolosi dissensi minacciavano di produrre una catastrofe. Partì colla morte nell'anima. Si credeva sicuro che Tatiana non lo ingannerebbe con alcun uomo, ma quel suo ultimo rifiuto irrevocabile gli toglieva l'estrema ragione della vita. A che pro lottare ancora? La passione rivoluzionaria veniva languendo nel partito, scompaginato dall'ultimo sforzo terrorista; era quindi impossibile sognare una prossima rivincita, colla quale giungere simultaneamente alla gloria e al potere. Egli stesso si sentiva troppo vecchio.
A Sebastopoli il partito si sfasciava. Egli si informò appena delle sue condizioni, dimenticando persino quella prudenza, che aveva sempre usato per nascondere i propri rapporti coi rivoluzionari; molti lo credettero malato. Ma una mattina ricevette per la posta questo biglietto:
«Vostra moglie è stata ricevuta dallo Czar: guardatevene.»
Invece della firma v'era la sigla del Comitato Esecutivo.
Il principe riconobbe il carattere di colui che l'aveva scritto; era il suo rivale, ma appunto per questo non potè dubitare della sua sincerità. Fu uno schianto di morte. Ripartì subito col primo treno, scordandosi persino le valigie. Il viaggio lunghissimo gli parve eterno, sebbene non vi pigliasse alcuna decisione. Viaggiava in uno scompartimento di prima classe, affagottato nella pelliccia, nascondendovi il volto, così che gli altri viaggiatori credevano sempre dormisse, e parendogli in quel rullìo incessante del vagone di essere sopra una nave abbandonata alla tempesta in alto mare. Non sapeva raffigurarsi nemmeno chiaramente Tatiana. Quando bisognava scendere per mutare treno, sembrava smarrito; non mangiò e non bevve.
Ma arrivando a Pietroburgo si sentì nell'animo come un colpo di vento gelido, che ne spazzò tutte le nebbie. Si gettò nel primo fiacre e si fece condurre al palazzo. Erano le undici del mattino, Tatiana doveva essere alzata. Entrando nel suo gabinetto passò dinanzi ad uno specchio, e vi si vide talmente disfatto che rabbrividì di sè stesso.
Il suo volto era terribilmente livido; ella balzò in piedi arretrando e questo atto la tradì. Una luce quasi fumida ondeggiò sugli occhi del principe.
Era impossibile dubitare. Rimasero così qualche secondo, squadrandosi, quasi egualmente pietrificati da quella confessione.
Tatiana vacillò.
Allora il principe abbassò gli occhi e, traendosi dalla tasca interna della giacca nera il biglietto, glielo porse. Tatiana in quell'attimo lo aveva già osservato. Il principe aveva gli abiti spiegazzati, il colletto della camicia sudicio e pesto; il giallore cinereo del suo volto, in quell'insonnia disperata di due giorni senza riposo e senza cibo, era diventato spaventevole, ma i suoi occhi sprofondati nelle borse, che gli penzolavano floscie sulle gote, brillavano come due carboni.
Ella gittò macchinalmente uno sguardo al biglietto, e lo lasciò cadere sul tavolo mirabilmente incrostato di madreperla. Il principe fece un passo, lo riprese gualcendolo furiosamente, e se lo rimise nella tasca dei calzoni.
— Vero!? stridè a denti stretti.
La sua voce parve a Tatiana di agonizzante, ma la sua bocca tremava di una tale minaccia, che davanti al pericolo ella ritrovò tutto il proprio coraggio.
L'altro ripetè quella parola con un gesto.
— Se lo credete, perchè chiedermelo?
— Confessate?...
— Che cosa?
Il principe sentì di perdersi nell'uragano, che lo squassava; la donna, come sempre in questi casi, aveva già riacquistata la propria superiorità. Ma il principe nella confusione di un dolore anche più violento della collera non capì quello, che stava per dire; gli rimaneva solo la coscienza di uno strazio inesplicabile, e come un fanciullo gridò singhiozzando:
— Perchè dunque?
Ansava. Si vedeva che non poteva piangere e nemmeno pensare. Tatiana lo contemplava, accumulando inconsciamente le energie della resistenza; l'egoismo vitale le toglieva di partecipare a quell'angoscia.
Ma quando il principe potè parlare, le loro volontà si cozzarono come due montagne di ghiaccio. Erano troppo forti per minacciarsi scambievolmente, e tuttavia le loro spiegazioni avevano la terribilità della morte.
— Mi avete tradito.
— Non fui mai vostra moglie.
— Sia, ma la vostra parola...
— Adesso avete la mia vita.
— La vostra vita! esclamò con uno scoppio di rimpianti, che la fece fremere: la mia vita eravate voi, ora non ho più nulla. Un assassino non potrebbe offrire la propria vita ad una mamma dopo averle ucciso il figlio. Allora, perchè ucciderlo prima? Ma vi è un mistero qui...
Ella non rispose.
— Voi non amate lo Czar; è un facchino, mentre io....
Un sorriso tagliente passò sulle labbra di Tatiana; egli lo colse, e fremette di un nuovo spasimo.
— Una donna si rivela nell'uomo che sceglie.
— Infatti io vi ho sposato, e avrei per amante lo Czar.
— Lo confessate?
— Accetto la vostra affermazione. Dal momento che mi accusate sulla fede di una lettera anonima, non posso difendermi scendendo più basso di chi la scrisse. Aspetto la vostra decisione. Quando ebbi qualche cosa a confessarvi, lo feci non richiesta. Avete tutto il tempo per riflettere, aggiunse con calma ironica: lo Czar non mi difenderà.
— Non lo potrebbe, nemmeno volendo, perchè sua potenza non arriva sino alle anime! Noi siamo qui dinanzi al problema della nostra vita. Io non ho amato che voi; perchè? Voi potete saperlo forse, io no. Quando una passione mette così una persona umana nella dipendenza di un'altra, questo tremendo mistero non può rivelarsi alla creatura, che vi soccombe. Io vi ho amata inevitabilmente, così come vi veggo, perchè ho gli occhi. Quando mi diceste di essere stata violata fanciulla da un mostro, lo credetti: se mi diceste ora di non esservi abbandonata allo Czar, lo crederei ancora. Ma voi non amate lo Czar, non avete ceduto che al suo grado: ecco il vostro mistero. La vanità non può essere una passione, è troppo piccola.
— Avete ragione.
Il principe a poco a poco si ricomponeva: una severità solenne gli apparve sul viso. Aspettò qualche momento, poi le si volse:
— Ditemi ora quello che intendete di fare. Io appartengo a qualche cosa di così alto, che debbo sempre sapere dove sia la mia vita. In Russia l'amante dello Czar potrebbe, anche involontariamente, riuscire fatale a molti.
A questo discorso Tatiana tremò; il principe proseguì:
— Il vostro potere finisce in me: al di là vi è un'altra ragione, che nessuna passione può travolgere. Ecco perchè devo chiedervi che cosa intendiate di fare. L'amante dello Czar può chiamarsi principessa Dolgorouki come principessa Tewceff, ma il mondo ha diritto di conoscerla. Volete restare nel mio palazzo come portate il mio nome? Ditemelo, è il mio diritto di uomo, non di marito, poichè non avete voluto mai essere mia moglie. Volete divorziare? Ditelo, è il vostro diritto di donna. Non chieggo altro: regolerete i vostri rapporti, come vi piacerà, e mi farete apparentemente nel mondo la posizione, che vorrete. Che importa? La vanità è troppo piccola per essere una passione.
— Si può diventar vani anche per disperazione, ella ribattè con una allusione egualmente torbida.
Ma il principe la richiamò alla realtà di quella strana situazione.
Tatiana si sentiva travolta, nullameno potè ancora dirgli:
— Decidete voi stesso se dovrò restare presso di voi o divorziare.
Non vi era più che una parola da dire.
Allora il principe provò come un altro improvviso avvallamento. Quella terribile scena era finita troppo presto, e quasi volgarmente nell'apparenza, malgrado la tensione dei sentimenti e delle idee, che vi si appiattavano. La fatalità della decisione lo sorprese.
Tatiana, tuttora vibrante della prima emozione, gli parve in quel momento più bella di purezza. Un lampo lo abbagliò; e se quel membro del Comitato Esecutivo si fosse ingannato per un caso inesplicabile? Tatiana era tal donna da lasciarsi accusare di adulterio, subendone tutte le conseguenze, piuttosto che scendere a difendersi. Infatti la sua bocca era rimasta contratta in un sorriso doloroso, mentre la fronte le splendeva superbamente, e negli occhi limpidi e cilestri come il cielo delle albe più vivide le s'allargava una divina trasparenza. Simile all'incredulo, nel quale rimase il bisogno della preghiera, egli sentiva la fede in quella donna invadergli nuovamente l'anima, contemplando la sua immagine sempre più lontana, quasi immobile sul filo luminoso del proprio sguardo, come l'ultimo fantasma della vita, quando le onde della morte stanno per sommergerla.
— Restate.