PARTE SECONDA (continued 2)
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Oggi i cosacchi, una volta così efficaci nella storia russa, non sono più che una varietà della sua vita; altri popoli più selvatici di loro furono aggregati all'impero, e vi accampano come prigionieri, che l'impossibilità della rivincita mutò gradatamente in servi o in coloni. Interi regni turchi sono ora provincie russe; Kirghiz Mussulmani e Kalmouks buddisti macchiano della propria presenza l'ortodossia russa, conglomerati nel governo imperiale, di cui sentono solamente la forza. E l'impero dilaga nell'Asia. Tutte le religioni, le civiltà, le barbarie e i climi hanno la propria zona nell'impero russo; gli ebrei addensati nella Polonia vi soffrono di una schiavitù più atroce della polacca; sulle altezze impervie del Caucaso, ove l'umanità trovò la sua massima bellezza, gli antichi villaggi indipendenti ripensano ancora nel silenzio dell'oppressione le gesta di Schiamil, il loro ultimo eroe; sulle sponde del mar Bianco, nel regno eterno dell'inverno, gli uomini passano come fantasmi, e vivono sotterra come animali. La Russia è più che metà dell'Europa, la Siberia è quasi metà dell'Asia.
Loris errò tre anni senza scopo e senza meta: voleva tutto vedere e conoscere.
Coll'invidiabile facilità della propria razza potè adattarsi rapidamente a tutti gli ambienti, associandosi alle carovane, unendosi ai pellegrinaggi, o errando solo e fermandosi ovunque era possibile, colla curiosità di un dotto e la passione indefinibile di un predestinato, che credesse così di compiere la propria preparazione. Era diventato più alto e più robusto. In quella vita, dalla quale bisognava conquistare giorno per giorno il pane, egli si era fatto a tutti i rischi e a tutti gli usi; poteva soffrire lungamente la fame, e dormire sulla steppa o nei boschi, mendicare o rubare secondo i compagni del momento.
La terribile empietà della sua prima educazione gli era scoppiata nell'anima, polverizzando la fragile crosta dei sentimenti più civili assorbiti in quella vita al castello. Una sinistra poesia raddoppiava l'energia della sua volontà in quella lotta insensata di un'esistenza, concepita oltre ogni ordine legale; nessuna morale inceppava la logica implacabile del suo pensiero. Attraverso le sofferenze di tutti quegli oppressi, egli non raccoglieva che il grido soffocato della vendetta o il rantolo dell'odio impotente, e quando capitava tra una festa di popolo, quella allegria in tanta abbiezione di miseria gli faceva male.
I suoi compagni, quasi sempre malandrini o mendicanti, non gl'ispiravano che disprezzo; i più vivevano così, perchè preferivano quell'ozio avventuroso alla fatica di una qualunque altra esistenza regolata.
La sua prima compagnia fu una banda di zingari, che traversavano la steppa verso l'Asia; visse a lungo con essi, imparandone il gergo e i mestieri, ma senza innamorarsi di quella loro libertà fraudolenta, che li rende così enigmatici nella storia e seducenti nella poesia. Poi dai pescatori del Volga, l'immenso fiume, apprese a reggere una barca e a frequentare i mercati. Quella rude operosità lo stancò presto. Percorse i conventi più celebri, fingendosi pellegrino, iniziandosi a più di una setta religiosa; stette coi cosacchi, guardiano di puledri, guidò le greggie dei pastori, che le contano a migliaia e migliaia.
Come i romei non possedeva che una scodella, una bisaccia e un bastone. I suoi abiti cadevano a lembi, parlava sempre in dialetto colla più aspra volgarità. I suoi capelli e la sua barba, incolti, gli davano un'aria strana e malgrado tutto signorile, che gli attirò spesso l'attenzione pericolosa della polizia: tre o quattro volte fu gettato nelle carceri con altri vagabondi, ma potè sempre uscirne grazie alla prontezza del suo spirito e all'arbitrio capriccioso della polizia stessa. Si serviva di un passaporto rubato nelle più tristi circostanze ad un vagabondo, che gli somigliava. Nei più rigidi inverni si arrestava dove poteva. In un convento, ove i frati lo accolsero ingannati dalla sua devozione e dal racconto fantastico della sua miseria, rimase tre mesi copiando antichi manoscritti greci. Poi fece parte di una banda di ladri da cavalli, che nascondevano i puledri rubati entro una foresta, e da essa li avviavano a mandre verso un altro governo. In questo esercizio pericolosissimo, perchè i mugiks si associano in truppa per dare la caccia ai rapitori, e li uccidono senza pietà ovunque li sorprendono, il suo coraggio e il suo ingegno gli assicurarono presto un'autorità indiscussa sui compagni. Egli rubava indifferentemente ai mugiks e ai signori, ma divideva il guadagno colla banda largheggiando verso di essa con modi da capitano. Però una volta furono colti; egli e due altri solamente poterono salvarsi nel bosco.
Era stata la stagione più bella della sua vita, dopo la quale si mise in un'associazione di giuocatori di frodo, che si recavano alle fiere suonando varî istrumenti. Avendo accumulato qualche danaro in tutti questi mestieri, lo portava cucito nelle vesti, ma viveva sempre colla più avara frugalità.
Alla grande fiera di Ninhny Nowgord s'incontrò con uno strannik, un errante, personaggio bizzarro di una fra le più stravaganti sette russe. Era un ometto di bassa statura, tarchiato, di una incredibile forza muscolare. Sebbene non avesse più di quarant'anni ne mostrava cinquanta, e vestiva di pelli di montone anche nell'estate, coi sandali ai piedi, fasciandosi le gambe di cenci immondi. I capelli lunghi e crespi, di un colore incerto fra il rosso ed il castano, gli crescevano a cespuglio dalla testa, sulla quale non portava berretto di sorta. Sotto la barba lunga un lupus gli divorava l'angolo sinistro della bocca. I suoi occhi piccoli e bianchi sotto la fronte bassa, quasi sorretta da due enormi sopracigli villosi, parevano spenti: e rideva spesso scoprendo una rastrelliera di denti corrosi, attraverso i quali passava un alito fetido. Si chiamava Topine.
Loris l'incontrò col proprio gruppo sull'imbrunire a non molta distanza dalla città. Cadeva il tramonto, dalla campagna venivano soffii profumati, che ammollivano l'aria troppo calda. Loris, che aveva fatto anche lo stregone e sapeva dire la buona ventura, lasciò andare innanzi i compagni per strologare un crocchio di ragazze tornanti dalla falciatura dei prati. In quella passò Topine a passo rapido, trascinando faticosamente una gamba, che gli doleva. Le ragazze se lo mostrarono con un grido di orrore, egli rispose loro con un gesto osceno.
Quando Loris le ebbe contentate, ricevendone pochi kopeks per le solite fandonie profetiche, allungò indarno il passo per raggiungere gli altri; ma conoscendo la bettola, ove andrebbero ad alloggiare, cedette insensibilmente alla blandizie della sera. D'un tratto, alla svolta della strada, udì uno strepito di voci, e scoperse un gruppo di mugiks schiamazzanti intorno a qualcuno, che bestemmiava con voce più aspra. Quando fu loro presso, Loris s'accorse che avevano circuito Topine e, dileggiandolo, volevano costringerlo a ballare. Uno fra essi aveva già cominciato a scuoterlo, ma Topine rivoltandosi ferocemente lo aveva atterrato con un pugno. Naturalmente s'impegnò una rissa. Topine faceva sforzi sovrumani per saltare fuori dal loro gruppo, ma stretto da ogni parte, malgrado tutta la sua robustezza, non poteva riuscirvi. Un pugno gli aveva scrostato i grumi del lupus, così che un sangue giallastro gli colava per la barba. Loris, ubbidendo ad un irriflessivo istinto generoso, si slanciò al suo soccorso, rovesciò un mugik, pervenne nella sorpresa sino a Topine e lo liberò dalle mani, che lo tenevano avvinghiato. Quindi si postò fieramente dinanzi a lui, senza parlare, brandendo un lungo coltello.
L'effetto ne fu irresistibile, gli altri arretrarono. Loris ordinò a Topine di andare innanzi, e rimase in faccia a tutti, guardandoli così terribilmente che non osarono attaccarlo. Ma Topine si era fermato a poca distanza per sostenerlo in un nuovo assalto.
Quando ripresero la via insieme erano già amici.
Loris gli confessò di andare a Ninhny con una compagnia di suonatori ambulanti, l'altro gli rivelò la propria setta. Era un errante, di coloro che come gli antichi profeti si erano ritirati nella solitudine, in fondo alle foreste, nelle quali non penetravano ancora i servitori dell'Anticristo, lo Czar. Aveva abbandonato moglie, figli e comune per non avere più alcun rapporto colla società legale; portava al collo una croce benedetta a Gerusalemme sul sepolcro del Redentore, e la mostrava ai gendarmi dicendo loro: Ecco il mio passaporto vidimato dal Re dei Cieli. Naturalmente i gendarmi lo arrestavano, ma egli s'ingegnava per evitarli. Nel suo delirio settario affermava che l'epoca dell'Anticristo era già incominciata, e che lo Czar era il nemico di Dio, come i ricchi lo erano dei poveri, mentre egli non voleva aver nulla di comune con essi. Vivendo solo nel pensiero di Dio, girava da dieci anni per tutto l'impero russo, alloggiato e nutrito segretamente da quei correligionari, che imperfetti nella fede restavano ancora nel mondo comunicando di nascosto coi perfetti, gli erranti. Loris conosceva già confusamente quella setta. Poi Topine gli chiese con accento cupo:
— Sei tu un credente?
Loris alzò le spalle.
Presso la città si separarono.
— Giacchè rimarrai parecchi giorni a Ninhny, ti rivedrò, disse Topine.
Due giorni dopo, sull'imbrunire, Loris fu fermato da Topine in un vicolo già oscuro della città.
— Vuoi venire con me? gli mormorò misteriosamente: ti condurrò da Ouliana, la Boghiniia.
— Boghiniia, una madre di Dio! esclamò Loris meravigliato.
— Sì, la Boghiniia, replicò Topine con accento ispirato: essa è l'ultima nipote di Ivan Timofewich Souslof. Sotto il regno di Pietro I, Dio Padre discese frammezzo a nuvole di fuoco sul monte Gorodine, nel governo di Vladimir, e vi si fece uomo sotto la forma di Daniele Philippovich. Quindi generò da una donna vecchia di cento anni un contadino per nome Ivan Timofewich Souslof, e lo riconobbe per proprio Cristo prima di risalire al cielo. Iwan Timofewich Souslof scelse dodici apostoli, coi quali predicò sulle rive dell'Oka i dodici comandamenti del suo padre Sabaoth; poi lo Czar lo fece imprigionare, flagellare, torturare, e finalmente crocifiggere presso la porta santa del Kremlino. Fu seppellito il Venerdì, ma risuscitò a confusione degli infedeli nella notte dal sabato alla domenica. Allora lo arrestarono di nuovo e lo crocifissero. Questa volta lo scorticarono e, perchè non potesse più risorgere, la sua pelle fu ridotta in cenere. Ma una donna avendo ottenuto di gettare un lenzuolo sul suo cadavere, Ivan Timofewich Souslof risuscitò ancora. Adesso la sua pelle è formata di quel lenzuolo, e Ivan Timofewich si è ritirato sul monte Gorodine, dal quale ritornerà nella pienezza dei tempi.
La sua voce gutturale si era fatta a mano a mano più stridente durante la lunga filastrocca. Loris lo ascoltava curiosamente.
— Vuoi tu venire dalla Boghiniia? Io sono un suo servo; le porto l'elemosina dei credenti di Jaroslavt, disse traendo di sotto la pelle di montone un sacchetto, e battendovi colle dita orgogliosamente.
— Oro?
— Tutto.
— E perchè non te lo tieni?
— E scritto nei dodici comandamenti «non rubare. Se qualcuno ha rubato solamente un kopek, gli si metterà nel giorno del giudizio finale quel kopek sulla testa, e il peccato non gli sarà rimesso, che quando il kopek si sarà fuso al calore del fuoco.»
— È bella la Boghiniia?
— Più di te, e Topine lo guardò con ammirazione.
Loris sapeva qualche cosa della setta dei Klysty e sulla loro adorazione della donna, ma non aveva mai potuto accertarsi della verità dei loro riti pazzi e licenziosi. Quell'incontro con Topine cominciava a divertirlo. Quindi tentò d'interrogarlo, ma Topine rispondeva di ignorare i loro segreti, tradendo involontariamente un grande terrore.
— La Boghiniia è bella ma terribile, una sua parola basta a dare la morte.
— Perchè dunque mi conduci da lei?
— Tu sei bello, rispose sottovoce; se ella vuole, può farti diventare come lei. Non mi hai tu salvato la vita? esclamò con orgoglio selvaggio, sentendo di rendergli un beneficio anche maggiore.
Erano usciti dalla città, annottava.
Loris, all'idea di un abboccamento con una donna bella e potente, aveva sentito rinfocolarsi tutto il suo odio ripensando a Tatiana. Da tre anni la ferita del suo cuore sanguinava come il primo giorno, sebbene non amasse più quella fanciulla, della quale l'immagine gli stava confitta nella memoria come una placca rovente. Ma da tre anni ruminava la propria vendetta, preparandosi in quella peregrinazione ad impadronirsi dell'anima popolare. Sotto i suoi cenci qualche volta si sentiva più potente dello Czar prigioniero dei propri funzionari, in fondo ad un palazzo di marmo, nel quale non giungeva dal di fuori alcuna voce. Ma prima di scendere nella lotta dovrebbe ancora entrare nel mondo dei signori per impararne i segreti come di quello dei poveri. Quindi a forza di meditare la propria vita si era convinto di essere un predestinato. Tutto era stato strano e terribile nella sua fanciullezza; la sua educazione, la morte del padre, il suicidio della madre, l'accoglienza e poi la cacciata dal castello. Egli aveva dovuto amare Tatiana per spremersi dal cuore l'unica goccia d'amore, diventando invulnerabile a questo sentimento, che perde tutti gl'individui.
Chi era quest'altra donna, contro la quale lo gettava il destino?
Con rapidità spaventevole concepì tosto il disegno di sopraffarla. Il fanatismo istintivo di Topine non poteva ingannarsi se, malgrado il terrore che di lei provava solo nominandola, osava così senza preparazione alcuna condurre lui vagabondo e cencioso da una boghiniia. L'anima semplice di quello strannik aveva dunque sentito che egli era un predestinato?
Camminavano in silenzio, la strada era deserta.
Si fermarono davanti ad una casa in muratura, chiusa da un altissimo stecconato nero interrotto da un cancello a grosse sbarre di ferro foderate da lamiera per togliere ogni vista ai curiosi; pareva una fortezza. Alti pini le coprivano quasi interamente il tetto coi rami; si distingueva poco più lungi un altro caseggiato.
Topine rattenne Loris per una mano, poi improvvisamente, a più riprese, imitò il fischio della vaporiera.
Il cancello si aperse, e comparve un vecchio in caffetano rosso, tutto raso. Topine gli pronunciò all'orecchio una parola, quegli squadrò Loris, e li accompagnò fino alla porta. La casa aveva i muri a scarpa, colle finestre piccole e nere.
Topine disse a Loris:
— Resta qui.
— Alla porta? E invece lo spinse avanti così vivamente che l'altro non osò resistere.
Il servo accese una piccola lanterna, quindi li condusse per una scala di legno attraverso alcune stanze sino ad un gabinetto tutto giallo. I suoi mobili erano dorati, le pareti rivestite di damasco.
Loris si guardava attorno meravigliato, Topine tremava.
Poco dopo entrò una donna vestita di rosso, con una lunga veste a coda: era alta, bianchissima, con un'immensa capellatura nera. Topine le si gettò ai piedi, baciandole le pantofole rosse ricamate d'oro, e senza far motto, le pose innanzi sul tappeto il sacchetto.
Ma ella esaminava Loris, rimasto ritto col berretto spelacchiato sulla testa; in quella camera, così stracciato ed altero, pareva anche più bello.
— Chi è il tuo compagno? chiese a Topine, percuotendogli con una pantofola la fronte per farlo alzare; ma egli rimase nullameno bocconi.
— Il mio salvatore: senza di lui mi avrebbero ucciso e rubato il sacchetto.
Ella pareva perplessa; la sua fisonomia diventò terribilmente severa. Tornò a guardare Loris, poi riabbassando su Topine un'occhiata d'un disprezzo infinito si torse verso l'uscio, donde era entrata.
Allora Loris s'avanzò.
— Grazie! mormorò Topine con voce soffocata.
— Alzati, Topine, gli disse Loris: la commedia è più breve di quanto supponevo. Per sdebitarti della vita, che mi devi, bai creduto nella tua semplicità di farmi conoscere una Boghiniia! L'ho vista, è abbastanza bella per fare da madre di Dio.
E il suo accento aveva una ironia così signorile, che la donna si voltò.
— Perchè, fu pronto Loris a seguitare, componendosi nell'eleganza di un gentiluomo, non potrei io stesso quantunque così vestito essere un personaggio come voi? Se il mio presentatore, aggiunse con fine sorriso, non mi ha presentato, la colpa è ancora più mia che sua, giacchè non gli ho ancora detto il mio nome. Ma nemmeno vi chiederò il vostro. Chiunque io mi sia....
— Ma, signore, riprese la donna, che cominciava a subire l'ascendente di quella disinvoltura, la vostra presenza in questa casa....
— La casa non è dunque vostra? Che cosa potete temere da me? Quel sacchetto è pieno d'oro, non avrei potuto prenderlo a Topine? Forse consentiste a divenire pei vostri credenti una madre di Dio per l'oro? Topine mi disse che eravate bella con accento di così mistico terrore che desiderai di vedervi. Volevo giudicare le facoltà estetiche del nostro popolo. La Russia ha ancora abbastanza fede, se può adorare Dio nella manifestazione della vostra bellezza.
L'imbarazzo della donna cresceva visibilmente; l'alterigia fredda del suo classico viso di statua era scomparsa. Loris si accorse che la signorilità di quella conversazione gli dava un vantaggio enorme.
— Voi non saprete mai chi io mi sia. Se mi supponete un funzionario del governo, così travestito per sorprendere i riti della vostra setta, stimereste troppo il governo. Chi può ancora servirlo e per uno scopo così basso, per impedire a uomini, che nulla più consola, l'estasi di adorare una bellezza di donna, che pare loro un anticipo sul paradiso? Voi, che non credete in Dio, giacchè rappresentate la parte di sua madre, potete comprendere come non tutti gli erranti debbano somigliare a Topine, e la bellezza non sia il solo sintomo di un'altra predestinazione. La vostra è una setta di deboli, i quali obliano il proprio dolore nella contemplazione della bellezza; ma il loro dolore, passando nella vostra vita, vi ha reso così tragicamente bella. Il dolore, seguitò con accento cupo, è presso a trionfare nella Russia; presto avrà il suo eroe. Vi pensaste mai nella solitudine divina, che i vostri adoratori vi hanno fatto?
Loris aveva parlato con modi aristocratici, ma il suo sguardo sfavillava.
— Chi siete voi, signore? ella esclamò finalmente.
— Quando una donna è curiosa, il suo cuore è ancora muto, altrimenti ella avrebbe già indovinato. Andiamo, Topine.
E si voltò verso di lui tuttora ginocchioni, cogli occhi spalancati, senza intendere verbo. Topine ubbidì macchinalmente.
Ella era sempre così incerta. Topine le si rigettò ai piedi baciandoli.
— Andiamo, ripetè Loris con voce imperiosa. L'altro lo seguì.
Quando furono nella strada, Loris gli disse:
— Domani tornerai dalla Boghiniia, e se ti dice di cercarmi, mi troverai alla stalla dei tre Magi tutta la giornata.
La bellezza della Boghiniia aveva riacceso gli ardori del suo sangue giovane, mutandogli quel disegno di conquistarla nella necessità di un trionfo improvviso. Con quella donna sperimenterebbe per la prima volta la propria potenza. Ella doveva essere senza dubbio un forte carattere per imporsi così all'adorazione di numerosi fanatici. L'imponenza del suo volto, lo splendore ardente de' suoi grandi occhi, e sopratutto quella indefinibile alterigia, che nullameno si era scomposta sotto la fredda lusingatrice violenza del suo attacco, rivelavano una natura superiore. In quella setta misteriosa dei Klysty, derivata da un ritorno puerile al vangelo primitivo, e discesa grado grado nel più demente e lascivo misticismo, l'adorazione della donna non poteva essere che l'ultima sconfitta della virilità. Come la loro ragione si era prima smarrita sulla traccia di Dio per chiedergli la spiegazione della vita, il loro sentimento si perdeva nel senso dinnanzi alla donna. L'estasi della rivelazione, ottenuta coll'ebbrezza dell'amore sensuale, era per quei fanatici la soluzione del problema umano e divino; quindi la donna, nella quale si elabora la generazione, questo mistero dei misteri, doveva essere per loro il maggiore dei simboli.
Loris si domandava per quale strano processo quella donna aveva potuto elevarsi tanto alto. Evidentemente la Boghiniia era ricca, e poichè Topine lo aveva condotto da lei, giudicandolo bello, questa vivente divinità si permetteva i capricci di tutte le altre donne. Diventando l'amante della Boghiniia arriverebbe dunque alla ricchezza. Loris sapeva che i capi di tutte le sette religiose nella Russia sfruttavano con pari destrezza la credulità dei loro adepti.
I suoi compagni erano ritornati malconci alla stalla dopo aver giuocato in una stamberga, ove erano stati scoperti e bastonati così da dover scampare, abbandonando anche quel poco danaro, che possedevano prima.
Quindi destarono Loris per chiedergli qualche rublo.
Egli rispose con male parole di non averne, e si riaddormentò. L'indomani non uscì di casa aspettando Topine, che venne solo a sera.
Pareva più misterioso, ma Loris s'accorse che era anche più allegro.
— Ella stessa m'invita? Che cosa ti ha detto di me quando ti ha richiamato?
— La Borghiniia non confida i propri segreti ad un povero verme come me, ma può fare di un verme un angelo.
L'appuntamento era alle dieci della notte.
— E tu dove abiti?
— Nel suo canile. Verrai solo, io stesso ti aprirò il cancello.
— Ma chi è la Borghiniia? chiese Loris con impazienza.
Topine se ne andò senza rispondere.
Alle dieci Loris si fermava dinanzi al cancello di quella casa, e Topine lo introduceva nello steccato. Appena dentro gli parve d'intendere uno strano ronzio di voci. Invece di dirigersi alla porta girarono dietro la casa verso un enorme capannone bruno, del quale era impossibile indovinare l'uso. A Loris sembrò che le voci crescessero; poi entrarono per una porticina, al buio, in una specie di andito pieno di un forte odore di terriccio. Adesso non poteva più dubitare, il capannone era pieno di gente ed illuminato; la luce filtrava dalle fessure dell'assito. Più innanzi v'era un uscio a vetri.
— Mettiti lì, gli disse Topine e scomparve.
L'uscio, chiuso dal di dentro e bipartito, aveva nel mezzo di ogni battente un largo vetro tenuemente colorato in rosa.
Quel capannone era un'immensa sala, tutta parata di bianco in mussolina indiana sapientemente panneggiata e frangiata d'argento; la sua vôlta scompariva sotto un tulle candido e cilestro, come un cielo che si vedesse tra nuvole lattee. Egli n'ebbe una grande impressione di soavità, attraverso quel vetro rosa, che toglieva a tutto quel bianco la inevitabile crudezza dei toni opachi. Trenta o quaranta persone, vestite di lunghi accappatoi bianchi, strette nel mezzo a circolo intorno ad una lunga tinozza bianca, posta sopra un tripode acceso, giravano lentamente tenendosi per mano e salmodiando. Le loro teste gittate indietro, così che i colli ne divenivano gonfi violentemente, guardavano al cielo. Un alito leggero di vapore saliva dall'acqua bollente della tinozza, perdendosi nell'aria.
Loris osservava estatico. Tra quella gente v'erano fanciulli e vecchi, donne dai capelli bianchi spioventi sulle faccie grinzose, e giovinette dal viso fresco di primavera, che parevano impallidite per una dolorosa emozione. Tutti gli accappatoi erano uguali, tutte le teste e i piedi nudi; un tappeto bruno sul pavimento imitava la terra. Molte lampade dorate, sospese a cordoni bianchi, penzolavano dalla vôlta, spandendo colle incerte fiammelle una luce misteriosa; dinnanzi alla tinozza, coperto di un drappo nero, saliva per tre gradini una specie di trono, agli angoli del quale ardevano quattro alti candelabri. E il circolo girava sempre lentamente, mormorando, strisciando sul tappeto i lunghi accappatoi; si sentiva già lo sforzo di qualche respiro, alcuni si portavano le mani al collo come per sottrarsi allo spasimo di una soffocazione. Poi si fermarono, e una voce declamò questo versetto:
«E accadrà negli ultimi giorni, dice il Signore, che spanderò il mio spirito in ogni carne, e i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, e i vostri giovani vedranno delle visioni e i vostri vecchi sogneranno dei sogni.»
Il circolo ricominciò a girare, prima adagio alternando ritmicamente i piedi e scuotendo le teste, poi crescendo a grado a grado di velocità. Era la danza sacra dei dervischi, la ronda stordente, che prelude alla frenesia della rivelazione. Cominciavano i rantoli e le grida. Quindi d'un tratto il circolo si spezzò; gli uomini scaraventarono lungi le donne per restringersi in un cerchio più piccolo e più rapido, ma esse si riattaccarono fra loro a grandi urla, e si scagliarono in una ridda inversa circuendoli. Allora la visione s'intorbidò; non si distinsero più che due pareti bianche, formate dagli accappatoi, sui quali ondeggiavano penzoloni le teste coi capelli svolazzanti, due pareti circolari, aggirantisi come sopra un perno segreto, rapite da una bufera insensibile. Non si poteva sorprendere una fisonomia, afferrare una forma, nel volo di quel bianco abbacinante. Loris ne risenti l'impressione angosciosa.
Essi giravano sempre più rapidi, trasportati dal reciproco impulso, nell'impossibilità di arrestarsi. Si udiva il fischio rantoloso del loro respiro, s'indovinavano nei tremiti di una impossibile caduta gli spasimi di un deliquio, che l'energia dei più forti ritardava.
Loris si tolse da quel vetro per ritornare nel buio dell'andito. Una collera profonda ruggiva nel suo spirito allo spettacolo di quell'ultima degradazione della preghiera umana. Avrebbe voluto essere già fuori da quel corridoio, ma nelle tenebre non trovava più la porta, per la quale era entrato. Perchè dunque era venuto a questa suprema imbecillità religiosa? Attraverso l'assito gli giungeva ancora il rumore turbinoso della danza come un sordo murmure di acqua, che s'inabissi nelle bocche di un molino. Involontariamente tornò ad ascoltare. Così nell'ombra contemplava ancora quelle due pareti umane, bianche e rigirantisi sopra sè stesse, colle teste che trabalzavano cadavericamente; vedeva certi sorrisi tormentati, certe occhiate livide, certi denti balenanti dalle bocche spalancate, come gli era parso di osservare dianzi. Ma essi turbinavano sempre; se li sentiva intorno, quasi al di dentro, colla vertigine di un vortice. Poi un urlo immenso, lacerante, lo colpì.
Tornò a spiare dal vetro. La ronda era finita, tutti giacevano in un alto mucchio bianco, palpitante e semivivo, come sepolti sotto la neve negli ultimi conati dell'agonia. Le lampade sacre agitavano leggermente gli azzurri lucignoli come stelle tremolanti nel cielo lontano; dalla tinozza il vapore dell'acqua s'alzava in una nuvola sempre più densa, ondeggiante nell'aria al pari di un incenso.
Loris tentò di aprire l'uscio per accostarsi a quell'ammasso di caduti, che subitamente si rialzarono come sferzati da uno scudiscio invisibile, mettendosi a saltare soli, dimenandosi nelle più incredibili contorsioni. Dopo la preparazione collettiva di quella ridda cominciava il tormento singolo dell'attesa in ognuno, l'estremo sforzo verso l'estasi col sommovimento di tutte le fibre. Qualcuno preso da un tremito convulsivo sembrava oscillare come una canna, colle ginocchia piegate e la faccia cinerea; altri balzava furioso come un cavallo slanciandosi nell'aria, chi si dondolava in una specie di valtzer; un vecchio roteava sopra sè stesso, colle mani in croce e gli occhi chiusi, insensibile a tutto. Loris vide una giovinetta bella, dal volto marmoreo, che colle braccia abbandonate e la bocca aperta protendeva il ventre in un conato mostruoso, che le spezzava le reni e la faceva singhiozzare. Poi coppie di uomini e di donne saltellavano prendendosi per le mani, urtandosi rabbiosamente coi petti, e cantavano. Una donna, coll'accappatoio rigettato sui lombi sino alla cintura, scopriva un seno grasso, dondolante, di una carne stanca; verso di lei veniva un'altra donna colle braccia tese e l'occhio fisso come dietro un fantasma, che si fosse involato dal vapore ondulante sulla tinozza. Molti caduti in ginocchio si percuotevano le mammelle, o si rotolavano sul tappeto.
Uno gridava monotonamente: oh! oh! spiccando balzi prodigiosi per ghermire una lampada sospesa troppo in alto; una vecchia, dopo aver corso pazzamente intorno alla sala, venne a cadere moribonda sul primo gradino del trono.
Quello scoppio di demenze individuali era anche più insopportabile della prima ridda. Invano Loris si richiamava alla memoria quanto aveva letto su questi riti orientali, e le spiegazioni nevropatiche che ne dava la scienza moderna; la scomparsa totale della personalità umana in quei bianchi fantasmi, grottescamente saltellanti come per forza magnetica, sconvolgeva la sua stessa ragione. Non solo non poteva comprendere quale stato intellettuale si formasse in essi con quella voluta agonia di tutte le forze fisiche, ma egli stesso si sentiva cogliere da qualcuno di quegli spasimi così intensi, che nessuna crisi della vita vera, malgrado tutte le sue tragedie, avrebbe potuto provocare.
Essi saltavano sempre con una energia inesauribile. Le loro faccie, sudicie di sudore e bianche come la calce, esprimevano un tormento senza nome; dai loro occhi, nei quali lo sguardo si era spento, uscivano lampi vitrei, mentre le loro bocche incapaci di formulare più una parola si stiravano nell'avidità febbrile della sete.
— Oh! oh! oh!
Qualcuno mormorava ancora torcendosi nelle ultime convulsioni; quella vecchia caduta sui gradini del trono li saliva leccandovi come delle orme invisibili, e colle mani incrociate dietro la schiena chiamava tutti gli altri.
Allora da una porta laterale apparve un'alta figura di donna.
Loris palpitò.
La Borghiniia aveva i capelli sciolti come un immenso manto nero, che toccava quasi il terreno; sulla fronte le tremolava una grossa stella di brillanti. Era vestita di un accappatoio azzurro, stellato d'argento. Si fermò sull'uscio colle braccia alte, guardando al cielo. Il suo volto statuario, insopportabilmente bianco, pareva quello di una Niobe, tanto era il dolore che ne gelava i lineamenti; ma le sue labbra erano più rosse di una ferita, e i suoi occhi ingranditi dalle occhiaie livide nuotavano in una fiamma azzurrognola. Lentamente salì al trono. Tutti erano caduti ginocchioni, colle mani tese; alcuni piangevano.
Ella li guardò con una inesprimibile passione d'amore, incrociandosi le braccia dietro la nuca, e arrovesciando la testa così che i capelli le si confusero sul velluto nero del trono. Nel largo manto aperto si scoprì nuda alla adorazione dei credenti.
Loris dal proprio uscio la vedeva di fronte, atteggiata scultoriamente sul fondo turchino dell'accappatoio come dentro una nuvola; il suo seno pareva di vergine, coi capezzoli rosei, e il suo ventre di madre. La linea ondulante delle anche si piegava ai ginocchi di un'estrema finezza, interrompendosi agli stinchi, chiusi da due monili di brillanti; mentre le coscie, leggermente divaricate in quella violenza del ventre proteso, mostravano ai fedeli la gloria della sua maternità in un divino impudore.
Sorrideva. Brividi luminosi le scendevano dalla fronte per tutte le carni, spegnendosi sul velluto del tappeto.
L'adorazione cominciava.
Tutti i volti di quei fanatici s'illuminavano della sua bellezza come fiori ai primi raggi del sole. La tinozza le innalzava ai piedi una nuvola molle e vorticosa, e le lampade intorno al trono impallidivano ai bagliori della stella brillantata, che le tremolava sul capo.
Quella vecchia, rannicchiata sui gradini del trono, le si nascose sotto il manto accovacciandovisi come una scimia e salendole colle lunghe mani grinzose lungo le reni, mentre il viso incartapecorito le sorrideva animalescamente al contatto aromatico di quelle carni brinate e marmoree. Poi una giovinetta montò tremando gli scalini per abbandonarsi sul corpo della dea, e cadde colla bocca sulla sua bocca. Ambedue oscillarono; ma la dea si scosse rovesciando la giovinetta svenuta ai propri piedi. Allora un hurrà fece palpitare i veli della vôlta. Tutti i fedeli si rialzarono stringendo un'altra ronda furiosa intorno al trono. La diva, insensibile, con quel cadavere ai piedi e quella bestia fra le gambe, quasi sostenuta da quel manto azzurro, e pura come il marmo, pareva sfidare coll'enigma del proprio sorriso dolentemente voluttuoso la loro passione. Un fascino divino emanava dal suo corpo potente di tutte le forze della maternità e fulgido di tutti gli splendori virginei; il suo ventre palpitava più del suo seno, il sorriso le errava come una fiamma sulla bocca rossa. Essi cantavano, urlavano sgambettando, stirandosi, stracciandosi quasi le membra, mentre i loro accappatoi sollevati dal vento li nascondevano quasi, e la frenesia del loro entusiasmo scoppiava in gesti e grida cannibalesche.
Quindi la catena si spezzò in tanti anelli, che rotolarono sul pavimento, rimbalzando intorno al trono.
La dea si raddrizzò. La sua testa olimpicamente altera conservò sulla bocca quell'espressione dolorosa, le mani le caddero lungo i fianchi, e le sue coscie le si allargarono ancora, mentre il ventre palpitando più violentemente sembrava soffrire quasi le angoscie del parto.
Tutti si avventarono simultaneamente al trono per salirne i gradini, schiacciandosi con trasporto frenetico. Erano grida rauche, urli e lotte disperate, nelle quali l'oblìo del sesso e dell'età permetteva ogni trionfo della forza. Ma sulla piattaforma, presso la dea, ridiventavano improvvisamente immobili. Poi s'inginocchiavano, la baciavano ai piedi, sui ginocchi, sotto al ventre; quindi si rialzavano barcollando, gli uomini le baciavano il seno per memoria del latte succhiato alla nutrice, e le donne invece si stendevano sulla sua bocca.
Ella rimaneva immota. I suoi occhi fisi sopra una lampada non avevano un tremito, il suo ventre solo tremava sempre. Un effluvio di amore e di terrore saliva intorno a lei coll'alito ardente di tutti i fedeli; qualcuno dimentico delle prescrizioni terribili le errava un istante colle mani tremule sulle carni, altri stringeva il suo manto. Una fanciulla le era caduta bocconi ai piedi, e si lasciava schiacciare dai sorvenienti, piuttosto che muoversi. Solo la vecchia accovacciata, sotto il manto, sorrideva nell'orgoglio del proprio privilegio, e sfidando il loro riserbo spaventato accarezzava colle dita il dorso della dea.
Loris si era obliato nell'incanto.
Improvvisamente la dea vibrò, tutti si ritrassero; ella, spiccando un salto, giunse all'uscio di Loris, l'aperse e scomparve.
Loris si trovò stretto fra le sue braccia prima di aver tempo di muoversi.
Ella lo aveva sollevato e lo portava correndo; traversarono il prato, salirono nella casa, al buio, sino a quel gabinetto. Loris si sentì gettato sul divano.
Poco dopo ella ritornava vestita modestamente di bruno, e si metteva ai suoi piedi guardandolo.
Quindi gli abbandonò la testa sui ginocchi.
Loris rimase in quella casa oltre un mese. Ouliana, innamorata sino alla sommissione, avrebbe voluto abdicare al grado di Boghiniia per andare a vivere con lui a Mosca; ma non era abbastanza ricca per questo. In danaro contante non possedeva allora che trentamila rubli, il resto lo aveva profuso in gioielli e nel lusso dell'appartamento. Loris non le aveva nemmeno detto il proprio nome, contentandosi di cangiare i vecchi cenci in un modesto abbigliamento di gentiluomo campagnuolo.
Topine rintanato nel canile, con due grossi veltri, che lo amavano, viveva inorgoglito di quel trionfo di Loris come di un successo personale. Nella demenza delle proprie idee settarie egli ammetteva solamente l'amore vagabondo per non riconoscere nel matrimonio un patto sociale; e non diversa era l'opinione dei Klysty e della Boghiniia, che ogni tanto prescieglieva qualcuno fra i propri adoratori. Però in quella casa, malgrado l'intimità di una vecchia serva, colla quale s'amavano nel più sozzo libertinaggio, Topine fu presto ripreso dal proprio umore randagio. Una mattina ne parlò a Loris, che passeggiava meditabondo entro lo steccato.
— Dove vai? questi gli chiese.
— A Voronege.
— Conosci il villaggio di Kourlak?
— Ho vissuto molti mesi nelle tane della sua foresta. Nel villaggio vicino di Twer vi sono quattro imperfetti.
Loris si oscurò nel volto.
— Aspettami laggiù, nella foresta, fra un mese: lo voglio.
Allora Topine gli spiegò in quale tana era solito ad abitare, ma Loris non la conosceva. Convennero quindi che Loris si sarebbe presentato a Sevastianucko, lo stregone di Twer.
Topine partì.
Venti giorni dopo Loris rientrando nella camera di Ouliana le disse freddamente:
— Mi occorrono ventimila rubli.
Ella balzò radiante dal letto: era la prima volta che Loris le chiedeva qualche cosa. Aprì uno stipetto e gli presentò in un pacco tutti i buoni di banca, che possedeva. Loris era sempre così cupo.
— Chiudili in una busta da lettera, e mettili sul tavolo da notte della mia camera.
Ma siccome la busta vi rimase intatta quindici giorni, Ouliana finì col credere che Loris avesse voluto fare un'esperienza su lei, domandandole quella somma.
Poi Loris scomparve lasciandole questo biglietto laconico:
«Un giorno sarete superba per l'impiego del vostro danaro».
Nessuna firma.
Loris era partito in ferrovia per Voronege; di là venne a Twer, e seppe da Sevastianucko che Topine doveva ritornare la sera stessa dal villaggio di Zeutko. Quindi si avviarono insieme verso la foresta per incontrarlo a mezza strada.
Era il plenilunio, una di quelle notti russe, quando il sole discende appena sotto l'orizzonte, delle quali nessuna parola e nessun pennello potrebbe esprimere la divina trasparenza e la delicatezza delle sfumature. La luce pallida aveva al tempo stesso qualche cosa di etereo e di vivente; si sarebbe detto che i due crepuscoli si fossero fusi nella stessa trepidazione. Traversando quei luoghi Loris non potè difendersi dalla tristezza delle memorie; camminava a testa bassa, in silenzio, senza avvertire la bellezza della sera. Quando entrarono nella foresta senza aver incontrato Topine, lo stregone prese un sentiero a destra; dopo quindici minuti si fermarono dinanzi ad un albero, intorno al quale densi ed alti cespugli facevano macchia. Lo stregone v'entrò. L'albero, vacuo al piede, dava accesso ad una grotta abbastanza ampia, nella quale Topine dormiva sopra un grosso mucchio di fieno. Riconoscendo Loris, diè un grido.
Lo stregone aveva acceso una piccola lanterna da tasca.
— Lascia questa e vattene, gli disse Loris.
L'altro parti senza rispondere. Allora Loris uscì dalla grotta per esaminare se la luce di quella lanternina fosse visibile fra i cespugli; s'accorse di no.
— Sono venuto a dormire con te, dammi metà del tuo fieno.
Il suo disegno, non ancora ben chiaro, era d'impadronirsi di Tatiana. L'indomani mandò Topine dallo stregone per sapere notizie del castello. Questi, che vi aveva qualche aderenza nel servidorame, fu largo d'informazioni: il vecchio principe, declinando sempre più, non usciva che di rado in carrozza con madama di Aubrivilliers e Andrea l'intendente. Tatiana era stata lungamente ammalata, e proprio uno stregone, non egli, l'aveva guarita. Ora brillava di salute e di bellezza.
Dal principio della primavera si era data a percorrere le campagne con Vaska, cacciando e correndo sempre a cavallo. Era l'ammirazione di tutti. Qualche volta usciva sola sopra un alto baio, incredibilmente secco e leggero, un cavallo inglese, del quale lo stregone parlava con disprezzo.
Adesso erano in visita al castello le contessine Oglobine.
Lo stregone promise di andare al castello; tre giorni dopo recò altre notizie. L'indomani, nel pomeriggio, le signorine attraverserebbero la foresta per recarsi allo stagno di Asok; Tatiana monterebbe il suo cavallo inglese, le contessine la seguirebbero su due morelli russi. Ma Tatiana aveva detto segretamente con Vaska, che le perderebbe a mezzo la foresta, prendendo il sentiero degli androni per giungere prima allo stagno.
Loris da tre giorni nascosto in quella tana, ove Topine gli portava i viveri dal villaggio per mezzo di Sevastianucko, concepì tosto l'agguato. Era sicuro di Topine. Lo Strannik non aveva che due vizî, la vodka e le donne; pel resto si poteva fidarsene a tutta prova. La notte usciva spesso dalla tana per andare al villaggio di Twer, dove aveva più di un'amica, e ne ritornava quasi sempre ubbriaco. Loris l'interpellò bruscamente:
— Andrai subito a Kourlak da Elia Mitolka, il fabbro; comprerai dieci metri di filo di ferro del numero cinque. Se torni ubbriaco ti spacco la testa, gli disse mostrandogli una piccola rivoltella.
La faccia di Loris era fosca.
— Che c'è, barine?
— Domani tenteremo la prima vendetta; ne va della nostra vita.
Topine eseguì puntualmente la commissione.
In tutto il resto della giornata Loris studiò la foresta per indovinare da qual punto entrerebbe la comitiva, e come si dividerebbe pei sentieri. Quasi tutti conducevano allo stagno di Asok, famoso nei dintorni per la pesca delle anguille; ma il più breve ed insieme il più pericoloso era appunto quello degli androni, attraverso un'avvallamento del suolo dovuto ad antico lavorìo delle acque, abbastanza bello di selvaggia orridezza. Loris sapeva che fra quelle anfrattuosità v'era una caverna, nella quale più di una volta aveva riposato da fanciullo col babbo. La rinvenne. Un folto di pruni selvatici, fra cui i cani stessi avrebbero stentato a cacciarsi, la nascondeva ad ogni sguardo. Ordinò a Topine di portarvi la lucernina, provò se dal di fuori la sua luce si scorgesse, e vi fece disporre due grossi fasci di fieno. Uno avrebbe servito da letto, l'altro per otturare ermeticamente l'ingresso.
— Di chi ti vendicherai, barine?
— Di una principessa.
— Oh! esclamò Topine passandosi con atto goloso una mano sulla barba sempre impegolata di marcia: pane bianco! Come faremo?
— Te lo dirò domani.
Quella notte Loris avrebbe scommesso di avere la febbre. Gli pareva di vedere Tatiana in mille modi, ascoltava la sua voce fra un murmure lontano di applausi e di fischi per quest'opera di vendetta, nella quale una principessa bella e vergine avrebbe pagato per tutta l'aristocrazia. Poi, a certi momenti, temeva di venir meno nella stretta suprema, e si sferzava colle ingiurie per esasperare il proprio odio.
Prima ancora che l'alba sorgesse vagava già per la foresta. Tutto era incanto. Le macchie splendevano di fiori, l'erba mormorava; gli uccelli vagavano a stormi o cantavano solitari, gli insetti ronzavano a nuvole entro le pezze di sole distese fino a terra dai rami degli alberi. Una freschezza innocente saliva dagli antri più cupi della foresta, dove l'ombra ed il freddo, in altra stagione, soffiavano indefinibili terrori.
Ma Loris s'irritò di quella pace. Nella caverna trovò Topine attaccato al fiasco della vodka.
— Non voglio che t'ubbriachi quest'oggi, gli gridò strappandoglielo.
Poi uscirono assieme. Loris credeva di non ingannarsi sul punto, ove entrerebbe la comitiva: sarebbe nello spiazzo della grande betulla di Sant'Elia, perchè un'immagine del santo era confitta nel suo tronco biancastro. Topine sollevava difficoltà per ostentare la propria conoscenza della foresta; finalmente convennero di tutto.
— Ma se pigliano invece dallo sbocco della Cerva? obbiettò ancora Topine.
Loris gli rispose con una bestemmia, e andò a mettersi in agguato. Fumava. Topine, che non poteva ammettere questo per le proprie idee settarie, gli chiese un mozzicone di sigaro per farne una cicca.
Attesero lungamente. L'aria era snervante malgrado il vento odoroso, che susurrava fra gli alberi. Tratto tratto minimi rumori sembravano ingigantirsi e vanire; qualche animale invisibile passava stornendo fra i cespugli. Loris s'incantò a guardare un ramarro, che lo spiava. Poi udirono delle voci e dei passi frettolosi; erano due servi del castello, e due mugiks carichi di attrezzi da pesca, che si affrettavano verso lo stagno. Avevano preso per quel sentiero degli androni.
Passò ancora del tempo. Loris e Topine erano sdraiati a poca distanza, questi pareva sonnecchiare; sulla faccia di Loris passavano a quando a quando delle nuvole. Era vestito elegantemente di un panno cenerino, due stivali molli e giallognoli gli arrivavano alle ginocchia; una camicia di seta a fiorelli su fondo paglino, aperta sul collo e rattenuta da una cravatta svolazzante, gli scopriva la sommità del petto bianco come quello di una donna. La barba tagliata a punta dava un'aria marziale al suo viso, rimasto ancora delicato malgrado il sole e il freddo della steppa. Aveva gettato sull'erba il cappello bianco a larga tesa.
— Eccola! esclamò.
S'udiva da lungi il latrato di un cane. Loris e Topine s'alzarono a disporre l'agguato, nascondendosi reciprocamente dentro la macchia, per la quale passava il sentiero e tendendovi il filo. Ne avevano piegato i capi a cerchio, tenendoli stretti in pugno con un fazzoletto per non farsi tagliare le dita dallo strappo, quando il cavallo vi avrebbe urtato. Se non fosse stata Tatiana, bastava abbassare il filo sino a terra, che niuno se ne sarebbe accorto.
Loris si sentiva battere furiosamente il cuore, non poteva star fermo. Ogni tanto sporgeva la testa dai cespugli, non capiva quasi più, e si pentiva bestemmiando ferocemente per affrettare la catastrofe. Distinse il fremito di un uccello fra le fronde.
Poi un galoppo poderoso risuonò, le piante stormivano; una voce femminile gridò:
— Ohep!
Loris alzando imprudentemente il capo vide a poca distanza una figura di donna con un lungo velo bianco svolazzante dal cappello a cilindro, curva sul collo di un gran cavallo baio lanciato alla carriera.
— Topine! gridò.
Fu un attimo. Forse la donna aveva udito, ma non avrebbe potuto frenare il cavallo; poi un impeto come di valanga rovesciò tutto, e Loris e Topine si trovarono addosso al cavallo caduto, colla faccia graffiata dagli stecchi, travolti, quasi schiacciati, perchè il filo non si era rotto. Il cavallo pareva tramortito, la donna, sbalzata di sella a cinque passi, si rialzava. Ci fu un minuto d'incertezza.
Ella si rivolse.
— Topine! urlò Loris già in piedi. L'altro si levò pesantemente, ma scorta la donna si slanciò; parve un lupo, la rovesciò, le gettò le sottane sul capo, gliele fasciò strettamente, e con quel fardello, tutt'altro che leggero sulle braccia, si mise a correre rapidamente. Quel latrato si perdeva in lontananza.
Il cavallo, che si era rotta una gamba, gettò un nitrito doloroso tentando di rizzarsi.
Loris si voltò involontariamente a guardarlo dalla svolta del sentiero, precipitandosi dietro Topine.
Fu una corsa di pochi minuti, penetrarono nella macchia quasi contemporaneamente. Nella caverna la lanternina agitava una luce fioca. Topine gettò la donna sul mucchio di fieno, appoggiandosi per non cadere alla parete, e cercando cogli occhi il fiasco della vodka.
La donna balzò in piedi; le vesti le si abbassarono sugli stivali, si tastò istintivamente il cappellino a cilindro, di felpa nera, tutto ammaccato. Era rossa dalla soffocazione delle vesti. I suoi occhi gonfi sulle prime non discernerono nulla, poi vide Loris senza riconoscerlo; Topine restava dietro di lei. Tatiana travide la sua figura mostruosa, colla barba, così vestito di pelli, e rinculò guardando l'altro.
Allora le sfuggì un grido.
Loris spinse l'altro fascio di fieno all'imboccatura della caverna.
Quando si rivoltò, Tatiana non si era ancora riavuta. Adesso la poca luce della lucerna bastava a tutti e tre per esaminarsi minutamente. Nessuno parlava, si sentiva il rantolo di Topine diminuire a poco a poco.
Loris incrociò teatralmente le braccia. Gli era caduto il cappello, la sua bella testa aveva un'espressione satanica di trionfo, guardandola cogli occhi fissi.
Ella levò il capo.
— Un agguato! esclamò con voce tremula.
L'altro non rispose.
Tre persone erano troppe in quella caverna, nella quale si sarebbero toccate al più piccolo gesto. L'amazzone verde di Tatiana, diventata nera nella penombra, era rimasta colla coda sul fieno; ella se ne avvide e con un moto di pudore istintivo se la ravvicinò ai piedi. Il loro imbarazzo cresceva.
— Perchè mi avete rapita? gridò finalmente Tatiana con tutta l'alterigia del proprio carattere.
— Credo che vi sarà difficile indovinarlo.
— Infatti se avete sperato, che cederei così alla vostra violenza, vi siete ingannato grossolanamente.
— Meno di voi, principessa, che vi credete ancora tanto amata che vi si rubi per possedervi, ribattè Loris con gelida ironia.
Tatiana vacillò, non comprendeva più.
Egli parve contemplarla con ammirazione. Infatti così vestita, con quell'amazzone che le guantava mirabilmente il busto, un grande mazzo di capelli biondi rialzato sulla nuca sotto il cappellino, cui le ammaccature sembravano dare un'aria biricchina, pareva anche più bella. Il velo bianco le era caduto sul ventre come una falda di neve.
— Eppure, seguitò Loris lentamente, siete diventata più bella. Ti piace, Topine?
— Vieni qui, esclamò improvvisamente.
Topine gli si accostò.
— Ti piace? Guardala bene, è una principessa.
Topine aveva sbarrato gli occhi, e guatava estatico quell'incantevole figura di giovanetta tremante, col seno che le palpitava perdutamente. Ma guardandola un luccichìo gli si accendeva negli occhi bianchi, poi sbirciava il padrone come un cane.
— E bella, non è vero? Nella tua miseria non ne hai avuto mai un'altra come questa. Solo le donne dei signori sono così belle, ma sono anche più vili delle altre donne. Sono capaci di far frustare un povero che le ami, e di riderne.
Tatiana fremè; avrebbe voluto rispondere, ma un terrore inesplicabile la dominava. Le sue labbra tremavano, chiuse gli occhi. Loris attese che li riaprisse.
Tatiana si sentiva girare quella caverna intorno, un brivido freddo le scendeva lungo il dorso sino ai piedi. Un tremito della lucerna le parve l'ultimo incomprensibile schianto. Balzò indietro spaurita, urtando nel fieno, quasi vi cadde.
Loris ebbe ancora un sorriso.
— Ti piace? mormorò posando una mano sulla spalla di Topine e carezzandolo come un animale: da migliaia d'anni i pari tuoi soffrono tutte le fami.
Sulla faccia di Topine apparve un sogghigno bestiale.
— Mangia, disse Loris spingendolo violentemente su Tatiana.
Allora avvenne una scena orribile. Topine traballando cadde quasi su di lei, e l'abbracciò così che si rovesciarono entrambi sul fieno. Ella si dibatteva furiosamente, quasi soffocata dalla stretta erculea di quell'uomo, che non sapeva ancora tutto quanto voleva, e le pesava addosso con tutto il corpo. Topine le stava sopra alla bocca colla vasta ulcera del lupus, schiacciandole quasi il petto, mentre ella faceva sforzi prodigiosi per scostare la faccia, cercando cogli speroni di ferirgli le gambe.
— Ah! mordi, gridò ad una speronata, che gli ferì il polpaccio. Quindi sollevandola robustamente la conficcò con una mano nel fieno e le calcò un ginocchio sul ventre.
Tatiana rantolò.
Ma al contatto di quel corpo Topine si sentiva infiammare. Un calore spasmodico gli serpeggiava nelle vene e sulla pelle, facendogli come scottare i cenci che la coprivano. Era diventato scarlatto, cogli occhi bianchi pieni di sangue, la bocca aperta famelicamente; una riga di marcia gli colava adagio per la barba. Egli contemplava Tatiana, quasi svenuta sotto la sua mano, sentendo col ginocchio il palpito molle del suo ventre.
Un urlo sordo sfuggì al petto di Topine, che ritirò vivamente la mano dal collo di Tatiana per portarsela sotto la casacca. A quell'atto Loris si sentì come uno schiaffo sul volto. Ma fu un attimo. La mano di Topine era già scomparsa sotto le gonnelle di Tatiana, raspando ferocemente. Ella tentò ancora di sollevarsi, ma Topine più rapido le entrò tutto fra le ginocchia slargandole, e le traboccò sul collo.
La lotta ricominciò più atroce e più pazza. Ella si divincolava cercando di sfuggire sul fieno, egli le aveva messo un gomito sul collo e la soffocava tenendole sempre la mano sotto le sottane, oscillando alle scosse, che ella gli imprimeva, e perdendo spesso l'equilibrio.
Rantolavano. Il cappellino di Tatiana rotolò sul fieno e cadde dall'altro lato con suono sordo; ella si volse macchinalmente a guardarlo. Topine ne profittò per spingersi oltre, ritirando un istante la mano e ricacciandogliela subito dopo sotto il ventre.
Tatiana gettò un urlo insopportabile.
— Loris... Loris!...
Con una suprema convulsione di vergine fece arco della testa sul fieno e, puntando ambo i pugni al volto di Topine, lo respinse.
Loris vide Topine staccarsi dal suo grembo, ove le sottane lo nascondevano a mezzo. Tatiana rimase scoperta fino a mezzo le coscie; i suoi stivali alla scudiera parevano stravaganti in quel momento. Ma Topine le si riavventò addosso mormorando fra i denti, lottarono ancora; Loris intese un'altra volta il proprio nome, poi Topine furibondo scagliò un pugno sulla testa di Tatiana, che gettò un sordo gemito, e sollevandole tutte in pugno le sottane le si distese rabbiosamente sopra.
Ella tremava ancora. La sua testa semisvenuta si muoveva spasmodicamente sul fieno, mentre il petto le si sollevava spaventosamente.
— Ah! le sfuggi in un gridò straziante, cui ne segui un altro selvaggio di Topine, che si squassava su lei.
Loris incontrando lo sguardo agonizzante di Tatiana dovette abbassare il proprio.
Tatiana si senti morire.
Quando rinvenne, si trovò sotto Topine assopito sulla sua faccia; la marcia del lupus le aveva macchiato tutto il mento. Ebbe uno sguardo vago, poi vide Loris colle braccia incrociate, che la contemplava, pallido come un morto.
Allora con un balzo respinse Topine, e cadde dall'altro lato del fieno raggomitolata alle pareti. Si sentiva ferita, sanguinante. Tutto un mondo era crollato dentro di lei; Topine stava rovesciato per terra, laidamente sozzo di sangue e di bava.
Loris volse le spalle a Tatiana afferrando Topine per un braccio.
— Vattene.
L'altro si riassettava istintivamente con una mano, cercando Tatiana collo sguardo.
— Vattene, gli ripetè con voce piena di fremiti Loris, spingendolo verso rimboccatura, e spostandone con un piede il fascio, che l'otturava.
Topine esitava.
Ma Loris si cacciò vivamente la mano in tasca, ne trasse la rivoltella, e a denti stretti gli susurrò:
— Vattene o ti uccido.
Topine uscì.
Loris non si rivolse, voleva dar tempo a Tatiana di rimettersi. Quei minuti gli parvero un secolo. Non poteva più respirare in quella caverna, nè ritrovare il proprio equilibrio; finalmente intendendo un moto di Tatiana si voltò.
Ella aveva già raccolto il cappellino, era disfatta, incredibilmente più bella. Si vedeva che non poteva camminare; una vergogna inconsolabile trapelava dal suo stupore di ammalata.
Loris s'intese prendere alla gola da una pietà quasi egualmente desolata, ma facendo un ultimo sforzo raccolse il proprio cappello bianco a larga tesa, e si avanzò d'un passo.
Temeva quasi di non poter parlare: Tatiana lo guardava intontita, come interrogandolo sul perchè di quell'assassinio con tale tragica incoscienza che Loris indietreggiò.
Perchè aveva egli fatto così?
Allora Loris, che non voleva perdere dopo la vittoria, trovò nella perfidia della propria vanità una suprema ingiuria:
— Ora, principessa, vi sfido a denunziarmi.
Ed uscì.
IV.
Loris era all'università di Kazan, l'antica capitale mussulmana, quando il 13 marzo 1881 Alessandro II soccombette al grande attentato diretto da Sofia Perowskaia. L'impressione ne fu immensa per tutto l'impero; all'università gli studenti radicali ne delirarono. I nomi di Sofia Perowskaia, di Jeliabof, Kibalchich e Rissakof s'involavano dalle loro labbra fra gli inni più ardenti. La grossa borghesia rimase atterrita, il popolo minuto compianse lo Czar, i mugiks invece lo credettero assassinato dai signori per tema di una seconda ripartizione di terre, e sarebbero insorti massacrando tutta la classe intelligente ad una sola parola di Alessandro III. Nessun acido rivoluzionario aveva potuto intaccare la loro massa rurale; fra la plebe senza numero delle campagne e lo scarso patriziato individuale delle scuole, anzi che contatto ed influenza reciproca, v'erano sfiducia ed ostilità aperta.
La passione d'apostolato, conducendo nel popolo tanti rivoluzionari, non aveva servito che a svegliarvi sospetti; e se qualche missionario era parso più avventurato nel comporre alcune drouynes di contadini, gettandone i più temerari in qualche processo politico, questa lustra di propaganda era tosto vanita. I mugiks nel partecipare a quei moti avevano presi i nichilisti per emissari segreti dello Czar.
Loris era a Kazan dal principio dell'inverno. Non aveva nemmeno tentato d'inscriversi all'università per difetto dei titoli necessari, e per ripugnanza alla tirannica disciplina imposta dal terrore del governo agli studenti. Si era presentato come un figlio di pope, orfano, venuto per frequentare solamente la biblioteca. Un passaporto falso, in piena regola, comprato al solito da un agente della polizia per cinquanta rubli, lo metteva al sicuro delle prime sorprese col nome di Loris Vassilich Orobine.
Viveva con certa modesta eleganza affettando una grande austerità di costumi, e non concedendo la propria intimità che a pochi sicuri. Il suo disegno era di penetrare nello spirito del giovane radicalismo per valutarne le forze e studiarne le passioni. Mentre la negazione anarchica era nel suo spirito diventata manomania, per una facoltà abbastanza comune nell'ingegno russo una tendenza critica, sostenuta da forti qualità realiste, lo rendeva poco incline all'ammirazione di quel moto terrorista.
Fra tutti quegli studenti, che il principe di Bismark doveva definire benissimo un proletariato di baccellieri, non sentì che dolori personali provocati dall'indigenza e consolabili da un qualunque impiego. Moltissimi vivevano su borse istituite dal governo o dai privati; gli stessi ultimi czaricidi erano borsieri nutriti e educati a spese dello Czar. Gli studenti, per la maggior parte usciti dalle ultime file popolane, non avevano alcuna educazione nè morale nè intellettuale; ma spinti in alto dall'istinto delle loro famiglie, che sognavano così un avanzamento sociale, recavano negli studi colla passione di un guadagno immediato la mortificazione di una nuova superbia spirituale.
Poi la polizia, invitandoli a scuola, li sottoponeva alle più insopportabili precauzioni di sempre nuovi regolamenti, mentre l'amministrazione, anche più ostile, chiudeva loro dopo il corso dell'università quello degli impieghi.
Quindi gli studenti vivevano nella più squallida povertà, così derisi dal popolo che molti dovettero smettere l'uniforme per sottrarsi alle ingiurie nei quartieri più bassi della città. Alcuni erano alloggiati presso famiglie di artigiani o di piccoli mercanti, cui davano la magra pensione in cambio di più magri alimenti; altri s'ammassavano in case grandi come falansteri, uomini e donne in una promiscuità di miseria, nella quale i sogni politici ed amorosi nascevano colla stessa facilità. Pochi erano davvero nichilisti, allora che dopo il piccolo congresso di Lipetsk i terroristi avevano cominciato quel terribile duello a colpi di attentati e di patiboli. I più sguazzavano ancora nel radicalismo negativo, senza originalità di pensiero o di passione, che aveva ispirato gli eroi da romanzo a Tchernicewski a Tourgnenief e a Pisemski. Nemmeno lo scoppio della Comune di Parigi era bastato a dare un indirizzo più pratico alla logica del loro malessere coll'esempio della guerra civile. Gli ebrei, per l'indole dello spirito assolutista e una più dolorosa persecuzione nelle parti più delicate della vita, meglio atti a fornire un contingente rivoluzionario, erano presso che esclusi dalle università, e non potevano soggiornare nelle capitali senza diploma professionista o permesso speciale della polizia. Fra la studentesca e le alte classi nessun rapposto amichevole: gli studenti formavano una corporazione più spregiata che temuta, ora che il governo aggravava sovr'essi la mano. Poi la mendicità toglieva ogni poesia alle loro aspirazioni liberali, giacchè che appena fuori della scuola si sarebbero venduti al più miserabile degli impieghi. D'altronde la borghesia dei mercanti, quasi la sola, era troppo ignorante per indovinare il mondo ideale, che si apriva in quegli studi. Nullameno le scuole e per i bisogni fomentati, e il gusto acuito dell'investigazione, e la confidenza ispirata nel diritto, e le curiosità svegliate, e i confronti suggeriti creavano una minoranza eletta di studenti capaci d'interpretare i propri patimenti colle idee di una nuova civiltà e i dolori di tutto un popolo.
La morte dello Czar produsse nel loro piccolo cenacolo una esplosione; tutti i pareri erano unanimi. Slotkin e Kriloff, più anziani, perchè passavano di poco i vent'anni, tempestavano ferocemente; due studentesse ritornate a mezzo il corso da Zurigo s'abbandonavano ad una sorta di cannibalismo sul cadavere di Alessandro II. Si sarebbe voluto festeggiare quella strage con un banchetto e una luminaria, se la polizia avesse potuto permetterlo. Gli amori, oramai noti, di Sofia Perowskaia con Jelabof infiammavano quei giovani cuori, sebbene l'orrore di quella morte sulla forca gittasse molto freddo sul loro entusiasmo. Una colletta iniziata segretamente per coniare una medaglia commemorativa, colle due teste di Sofia Perowskaia e Jelabof da un lato e di Alessandro II dall'altro, fallì; pochi avevano danari, pochissimi osarono contribuire. Attraverso tale tumulto di frasi Loris constatava in essi una gran gioia di non essere coinvolti in quel dramma per poterlo meglio vantare a distanza. La morte dello Czar veniva considerata colle norme del classicismo, già abolito nelle scuole per timore del repubblicanesimo greco-romano, poi sostituito colle scienze naturali, e da capo reintegrato dopo che le teoriche positive delle nuove scuole erano sembrate dare frutti anche più pericolosi. Lo Czar era la vittima antica offerta in olocausto pei dolori del popolo; quella folla di studenti straccioni si vergognava momentaneamente meno dei propri cenci, pensando che un imperatore era caduto per strada sotto i colpi di miserabili pari a loro, e che pochi risoluti avevano potuto trionfare così del più potente governo del mondo.
Slotkin, incontrando Loris fermo dinanzi ad un bazar turco nella contemplazione di un magnifico tappeto persiano, gli disse:
— È arrivato Dmitri Orchanski, segretamente, uno studente di Pietroburgo.
Entrando in casa di Kriloff non vi trovarono alcuno. Per prudenza il convegno era stato mutato. La sera si riunirono fuori di Kazan in una strada deserta; erano pochi. Orchanski, giovane d'aspetto, povero, dava particolari su particolari dell'attentato colla vanteria ingenua di avervi partecipato almeno indirettamente; quindi raccontò lo scavo di Mosca, la mina al Palazzo d'Inverno, l'attentato fallito di Odessa. Una veemenza rettorica dava una grande efficacia di persuasione alle sue parole.
— Che ne dici dunque? si rivolse Slotkin a Loris.
— Aspetto la conclusione.
Orchanski offeso di quella freddezza guardò gli altri, come interrogandoli sulla fiducia, che si poteva avere in Loris, ma questi soggiunse:
— Naturalmente voi concluderete proponendo di metterci sotto il Comitato Esecutivo.
— Perchè no?
— Perchè sì piuttosto? Hanno ucciso lo Czar, sta bene: e poi? Perchè non tentare un colpo di mano sul governo? Se non miravano a questo, a che serve aver ucciso lo Czar?
— Siamo pochi ancora.
— Anche Catilina aveva pochi congiurati, ma costretto a fuggire formò un esercito, si battè e fu vinto. Egli era un grand'uomo.
— La storia romana adesso!...
— La storia è uguale in tutti i tempi.
L'accento delle loro repliche diventava sempre più aspro. Gli studenti tacevano; qualcuno s'andava voltando per assicurarsi di essere soli, ma in cuor loro propendevano per Loris. La giustezza delle sue critiche coincideva colla loro paura istintiva. La discussione proseguì ancora.
— Finora siete andati a predicare nel popolo: io lo conosco tutto, seguitò Loris con superbia, esso non vi ha creduto. Siccome eravate per lui scienziati borghesi, vi ha sospettato imbroglioni: il popolo è ancora per lo Czar. Dovevate sedurre l'esercito. Volete fare una guerra senz'armi? Avete voluto uccidere uno czar, ma il suo cadavere ve ne costa parecchie centinaia. È stato un duello ridicolo.
A questa violenza tutti protestarono.
— Ridicola Sofia Perowskaia! esclamò Kriloff.
— Anche lei. Che importa il valore personale in una rivoluzione, che solo l'idea e il metodo possono far trionfare?
Orchanski era diventato rosso dalla collera.
— Chi siete voi per permettervi tali ingiurie sull'unica gloria rimasta alla Russia?
Loris sogghignò, l'altro rispose concitato:
— Non vi conosco.
— Io invece potrei sospettarvi.
Li separarono. Orchanski predicava sempre, gli altri tornavano ad infiammarsi. Quando furono presso la città, siccome Loris accennava a separarsi, gliene chiesero il perchè. Egli si limitò ad alzare le spalle. Orchanski, che non aveva ancora digerito la prima ingiuria, intervenne daccapo. Questa volta Loris si mantenne più calmo.
— So già quello, che egli seguiterà a dire, e ciò che voi altri farete: non vi iscriverete al partito.
— Ci credi vigliacchi?
— No, ma non vi inscriverete. Questo signore non potrà vantarsi a Pietroburgo di aver fatto proseliti, ecco tutto.
— Potrei vantarmi d'avervi data una lezione.
— Vorreste battervi meco? Perchè fra tanto romanticismo politico, non avreste anche questo romanticismo borghese! Consultatevi con questi signori; se saranno del vostro avviso, vi consentirò.
Quella scena acquistò a Loris grande autorità, ma gli diminuì le simpatie.
L'ascendente del suo carattere e della sua posizione, relativamente agiata, gli avevano conquistato una vera superiorità. Egli non parlava mai come gli altri del come si sarebbe poi guadagnata la vita, e mentre tutti farneticavano sempre dell'ultimo volume letto, Loris affettava il più grande disprezzo pei libri. Il suo scetticismo sembrava ridere di tutte le forme passionate della rivoluzione; ogni precursore era per lui un sognatore, e ogni scrittore un parolaio, perchè la rivoluzione bisognava farla colla guerra, e la guerra colle battaglie. Ma, caso strano, egli non pareva loro un prudente, che parlasse così per evitare i pericoli delle congiure. Quando trasportati dall'impeto della giovinezza essi dimenticavano gli ideali rivoluzionari per smarrirsi in facili amori, egli rimaneva svogliatamente cinico e superbo.
Qualcuno propose fra loro una società segreta, questo fascino irresistibile per tutte le giovani immaginazioni, ma Loris s'oppose. Allora sarebbe valso meglio il dispotismo del Comitato Esecutivo, che disponeva almeno di qualche mezzo; però secondo lui il Comitato Esecutivo non si sarebbe più mosso per lungo tempo. Gli altri credevano invece fermamente ad un nuovo attentato per l'incoronazione di Alessandro III, dopo la dichiarazione stampata sulla Norodonia Volia. Loris invece lo dichiarava altrettanto inutile che impossibile.
— Allora?
— Una insurrezione. Sareste pronti ad arruolarvi sotto un capitano? disse loro squadrandoli così penetrantemente, che molti titubarono. Il capitano verrà forse più presto che non si pensi, forse non potrà vincere subito, ma anche sconfitto avrà fatto avanzare di un passo la rivoluzione. I martiri servono solo alle religioni, che possono venderne le reliquie.
Ma nell'alterezza di quest'idea non sapeva mescersi agli altri, simpatizzando coi loro difetti e attirando le loro forze. Il suo odio, troppo profondo contro la società, lo rendeva inabile alla vera politica, che sarà sempre la conquista delle adesioni incoscienti della folla. Un orgoglio smisurato gli impediva di agire, perchè ogni inizio essendo fatalmente piccolo gli pareva indegno di sè; i dispareri lo irritavano, talvolta s'impermaliva alla contraddizione. Nel suo sogno di vendetta si vedeva gigante sul mondo, al di sopra di tutti, senza amici, come Maometto e Napoleone. Così giungeva all'adorazione di sè stesso, triste pania di tutti gli ingegni, che si isolano, e di tutti i caratteri, che non operano.
Non leggeva e non scriveva. Poi lo riprendevano i desideri della gran vita mondana, facendogli sentire spasmodicamente l'indifferenza delle dame e dei signori, che nemmeno avvertivano la sua presenza. Allora gli pareva bella la posizione dello Czar, minacciato di morte da tutti i rivoluzionari, e nullameno fermo a non concedere nulla alle loro recriminazioni.
Benchè dicesse di essere venuto a Kazan per la biblioteca, non vi aveva ancora posto il piede, dacchè viveva in una famiglia di piccoli mercanti di grano, che gli avevano affittato una stanza. Il suo riserbo, la sua educazione, la sua stessa bellezza lo avevano reso l'idolo della casa, mentre la padrona, donna grassa sui quarant'anni, si era invano innamorata di lui, e i bambini invece lo sfuggivano istintivamente.
Nelle lunghe sere che gli studenti venivano a trovarlo, offriva loro la vodka; si leggevano i giornali clandestini, il Vpered, Zemlia e Volia, le opere di Marx, assurdamente permesse mentre quelle dello Spencer erano proibite. Quindi s'accendevano discussioni letterarie, nelle quali egli si manteneva indifferente. Allora uno degli scrittori prediletti era Ernesto Renan; Loris, che ne aveva letto poco, lo giudicò succintamente:
— Un musicista!
Non accettava nemmeno Zola, perchè il suo naturalismo gli pareva più falso di qualunque altro idealismo. Quei personaggi, viventi solo di sensazioni sensuali, erano manichini; il popolo non poteva essere così nemmeno in Francia. Una volta disse che i casuisti della morale ortodossa conoscevano l'uomo meglio di lui.
— Zola non ha mai dipinto un grand'uomo: gli sfugge dunque la parte più importante della vita. I mugiks non furono finora che candidati all'umanità.
Stimava più utile alla rivoluzione l'impianto di un opificio che un attentato; nel 1861 la Russia era senza grande industria, in quel momento possedeva già 85000 manifatture, dentro le quali si veniva elaborando il proletariato operaio. Ma la Russia non farebbe mai che una rivoluzione rurale. Questa secchezza di giudizi non piaceva. Egli non toccava mai le tesi predilette del radicalismo, la soppressione dell'eredità, l'abolizione della proprietà individuale, il libero amore, il collettivismo, il comunismo, tutti i sogni dei falansteri e l'utopie bonarie di una felicità futura nell'uguaglianza dei diritti e delle funzioni. Il solo libro, che si era degnato ultimamente di leggere, il Capitale di Marx, diventato la bibbia di tutti i rivoluzionari, non gli era piaciuto; trovava anzi ridicolo che gli economisti borghesi non avessero saputo rispondergli. Carlo Marx giudicava assurdo il sistema capitalista, senza aver saputo scoprire per quale vera ragione organica aveva potuto durare migliaia d'anni nella storia.
A che pro' la critica? Essa non migliorava l'arte e non distruggeva i fatti. Chi si sentiva capace d'insorgere doveva tentarlo, non fosse che per conquistare un posto migliore.
— Tu sei dunque individualista?
— Potrei diventare un ribelle se non lo fossi?
Poi una malinconia cupa s'impadronì del suo spirito. Qualche volta l'immagine di Tatiana, sanguinante e piangente sotto l'orribile figura di Topine, gli tornava all'immaginazione. Era essa davvero colpevole delle frustate di Vaska? Ridendo l'ultima volta a quella finestra, sapeva veramente del suo supplizio? Certo Loris allora non amava più; ma questa fredda superiorità di cuore, mettendolo al di sopra dei compagni, glieli faceva spesso invidiare, quando li vedeva felici nell'ebbrezza dei loro labili amori.
Come tutti i rivoluzionari, subiva inconsciamente il fascino dell'antica idea messianica. Se ogni fantastica ricostituzione della società finiva anche per lui alla ricostruzione di forme viete fra il convento e la caserma, l'azione storica gli si presentava ancora come opera individuale. Solamente un grande, sconosciuto ed inconoscibile da principio, potrebbe organizzare entro la propria superiorità i concetti amorfi della massa, dando coscienza alle sue vaghe aspirazioni. La predestinazione del grand'uomo era un dogma oscuro ed orgoglioso del suo pensiero; tutto gli sarebbe stato possibile tranne il considerarsi pari al popolo.
Gli mancava l'oblio di sè stesso, così necessario per trovare l'anima della moltitudine, e quella passione ardente dei minuti particolari, che forma davvero la caratteristica degli uomini d'azione. Non vi sono grandi fatti nella vita, ma grandi risultati spesso non visibili che a grandi distanze. I maggiori artefici della storia cominciarono sempre inconsapevolmente; le loro passioni coincisero col sentimento delle masse, mentre l'egoismo della loro carriera li salvò dall'incertezza dialettica dei sistemi. Credendo operare nel proprio vantaggio ubbidirono alle impulsioni popolari, finchè si ruppe l'impercettibile accordo del loro individuo colla moltitudine, e morirono abbandonati.
Loris, sentendo in Proudhon, in Lassalle e in Marx tre delle nature più vanitosamente aristocratiche del secolo, credeva di somigliare loro; e si scordava che questi oligarchi rivoluzionari, capaci di spregiare tutto nel nome del popolo senza credergli, dovevano pure per una antitesi forse inintelligibile a loro stessi avere coll'anima popolare qualche profonda affinità.
Ma nella studentesca era già scoppiato un dualismo nel giudizio su Loris; alcuni, offendendosi che non fosse studente, gli negavano ogni valore. Chi era? Che cosa faceva a Kazan? A sentirlo non v'era in tutta l'Università un professore decente, sebbene non avesse mai intesa una loro lezione; nessun autore aveva per lui abbastanza autorità. Ma gli altri insorgevano: perchè domandare ad un uomo chi è, quando il suo valore è manifesto? Non si sapeva forse che le Università russe erano le ultime del mondo? Se Loris non credeva a nulla, era questa la caratteristica del secolo, la sua superiorità sugli altri, che avevano ubbidito a idee riconosciute oggi false. I più rivoluzionari intervenivano allora: egli insultava i martiri senza avere ancora fatto nulla. Quali erano le sue idee? Parlava di guerra senza provare che la guerra fosse possibile. Il suo ingegno era ancora un enigma; però lo conoscevano coraggioso. In parecchie risse di studenti o fra studenti e popolani Loris si era sempre gittato in mezzo con una temerità superiore ad ogni complimento. Era questa la base della sua autorità, poi non faceva debiti; qualche volta prestava danaro. Nessuno lo aveva mai visto ubbriaco.
L'opposizione maggiore veniva da un piccolo gruppo, che si vantava nichilista; essi lo chiamavano per dileggio Catilina da quella sua frase.
— Catilina era amico di Cesare, ecco perchè Loris non odia lo Czar.
Una sera in un tractir s'accese fra studenti una grossa lite. Loris aveva parlato male di Tchernicewski, il martire sepolto vivo nella Siberia, analizzandone succintamente tutte le opere: la sua risposta a Stuart Mill, poco scientifica e meno filosofica, quasi sempre combatteva un testo capito al rovescio; il suo romanzo «Che fare?» diventava ridicolo come arte dopo quelli di Dostoievski e di Tolstoi; la sua stessa prigionia in Siberia, non abbellita da alcun tentativo di fuga, perdeva ogni interesse.
— Non vale più del suo partito, che non ha osato nemmeno il rischio di farlo evadere.
I più violenti s'alzarono in piedi, parlavano tutti in una volta. Loris li lasciò dire, poi volgendosi al gruppo nichilista, che fomentava gli odî contro di lui:
— Se voi amaste Tchernicewski, esclamò, invece di essere qui a Kazan, vantandole sue opere, sareste in Siberia per salvarlo.
Fu una doccia fredda.
— Occorrerebbero denari.
— In Siberia? basta il coraggio; io ho girato tutta la Russia per tre anni senza un kopek.
— Vanteria!
Scoppiò una collutazione fra i nemici e gli amici di Loris; egli vi assistè impassibile.
L'indomani era chiamato in polizia, una settimana dopo aveva passata la frontiera.
Rimase cinque anni all'estero viaggiando per l'Europa. Quando giunse a Parigi non gli rimanevano che poche migliaia di rubli; ma il suo disegno era fisso irrevocabilmente. Piuttosto che sottomettersi lavorando a qualcuno, avrebbe rubato sino al giorno, nel quale potrebbe iniziare la lotta. Su questo non aveva alcun dubbio morale nella coscienza. Con perfetta lucidezza comprese subito che di tutti i furti il più facile e il più proficuo è quello del giuoco. Da Parigi venne ad Aix-les-Bains, ove era sicuro di trovare dei maestri, avendo già scelto come giuoco più propizio l'écarté. Dopo un mese aveva stretta relazione con alcuni bari e ricevute tutte le lezioni; allora scomparve. Per sei mesi, con una pazienza da prigioniero, si addestrò nella propria camera a togliere dal mazzo delle carte il re con tale disinvolta rapidità, che fosse impossibile accorgersene; egli poi lo avrebbe tentato solamente nei momenti più opportuni, a seconda del carattere dell'avversario e del luogo. Quando credette di essere perfetto, si vestì da operaio e si mise a frequentare le bettole per tentare in basso le prime armi, e giudicare della propria forza. L'esperimento andò bene; allora ridivenne un elegante, e andò a Nizza. Si faceva chiamare come a Kazan Loris Orobine, spacciandosi per un emigrato politico; ma la sua cultura e i suoi modi squisitamente signorili dovevano ottenergli dappertutto la stessa simpatica considerazione.
Viveva solo, in un riserbo quasi troppo aristocratico, non concedendosi alcun vizio. Alcune relazioni con veri signori russi a Cannes gli valsero l'ingresso nella buona società.
Non giuocava che all'écarté dopo aver misurato il valore dell'avversario, affettando pochissima passione al giuoco, e non rubando che nel momento più favorevole. In quella vita mondana gli si era attaccata una così grande vanità signorile, che avrebbe profondamente sofferto di un qualunque scandalo proprio; quindi sulle prime vinceva appena di che intrattenere quella appariscente eleganza. Evitava colla massima cura le grandi cortigiane e gli avventurieri; per quattro mesi divenne il compagno indivisibile, quasi l'infermiere, di un vecchio lord spinitico, che aveva comprato sulla spiaggia di Cannes una villa incantevole. In questa continua tensione obliava quasi lo scopo rivoluzionario della propria vita. Finalmente un'estate, ai bagni di Trouville, potè vincere ad un americano quarantamila franchi. Ciò gli permise di arrischiare più grosse partite ogni qualvolta lo stimasse opportuno; dopo tre anni sebbene possedesse trecentomila lire non ne spendeva più di mille al mese. L'anno seguente ad Amburgo vinse un altro centinaio di migliaia di lire. Si era proposta la somma di mezzo milione.
Poi venne nella Svizzera per mettersi in rapporto coi rivoluzionari.
A Zurigo si mescolò fra la folla degli studenti e delle studentesse russe, a Ginevra conobbe i maggiorenti della rivoluzione, ma non vi fu bene accolto. Poi informazioni giunte forse dalla Russia gli rassicurarono la fama. Allora si vide circuito perchè s'inscrivesse nel partito, ma questo era già diviso in sette, che si combattevano fra loro. I compagni di Bakounine e gli scolari di Marx si facevano una guerra mortale. Nelle riunioni si agitavano più questioni accademiche che non si allestissero complotti; sopratutto mancavano i danari, quantunque l'Europa supponesse molto ricco il partito nichilista. Loris avrebbe voluto acquistarvi grande importanza senza farvi prima il gregario; ma i modi patrizi e il carattere altero glie lo impedirono. I più lo giudicavano un dilettante, di coloro che simpatizzavano platonicamente colla rivoluzione senza volervisi compromettere; però la fredda violenza delle sue idee e la inesorabile perspicacia delle sue critiche lo facevano sospettare di ben altra natura. Allora fu sorvegliato. Si seppe che era un giuocatore, si dubitò della sua onestà; fra i rivoluzionari si affollavano avventurieri di ogni sorta, troppo addestrati in tutti i giuochi per non sorprendere quello di Loris. Infatti una sera, in un caffè, Loris, avendo fatto in una partita di cento lire saltare il re, un baro se ne accorse.
Questo difetto non gli avrebbe molto nuociuto in tale ambiente, se si fosse gettato a capo fitto nel partito, ma la sua indipendenza da ogni legame e la poca stima, che mostrava pei maggiori uomini e le massime imprese nichiliste, gli attirarono molti odî. In un duello rimase ferito.
Ma ogni giorno si sentiva più scontento di sè stesso. Una sete di gloria gli bruciava il sangue facendolo sognare di un gran colpo, che lo mettesse alla testa della rivoluzione, e gettasse il suo nome a tutti gli echi d'Europa. Visitò la Germania, l'Inghilterra, per fermarsi da capo a Parigi. Era tornato allo studio nella solitudine delle proprie ore.
Un vuoto freddo e buio gli si allargava nell'anima, incapace di più amare, ora che quella fortuna al giuoco lo aveva sottratto alle più pungenti umiliazioni della miseria. In che dunque consisteva la sua preparazione? Fino a quando avrebbe durato? Napoleone a venticinque anni era già generalissimo d'Italia. Nelle più cupe malinconie qualche volta pensava al suicidio, dicendosi che i tempi non erano maturi, e forse nemmeno egli possedeva le qualità indispensabili al futuro grand'uomo.
Quell'isolamento morale, da cui non avrebbe potuto uscire nemmeno scendendo all'azione, lo condannava ad immolarsi per una grande idea o a suicidarsi, perchè nessuno può resistere nel vuoto. Egli vi si dibatteva da cinque anni. Un'amara svogliatezza dava un'aria romantica al suo volto rigido, mentre una maggiore esperienza della vita gli rendeva egualmente antipatici i gentiluomini mondani e gli emigrati politici, le cortigiane e i giornalisti, gli avventurieri e i politicanti, fra i quali era costretto a vivere. I giorni gli sfuggivano a uno a uno come a quei malati, che sanno di non poter più guarire.
E a poco a poco la Russia l'attirava, col suo popolo vergine e colla sua estensione di continente metà europeo e metà asiatico, solcata da tutte le tradizioni, agitata da tutti gli istinti, terrorizzata da un gruppo di studenti, che aveva potuto dichiarare guerra all'impero, uccidendo uno czar e tenendo l'altro prigioniero nel suo palazzo. Là tutto era ancora possibile. La Russia autocratica e piena di piccole repubbliche cosacche, col comune socialista e un governo senza libertà, si avanzava lentamente come una inondazione nell'Asia, tentando di arrestare contemporaneamente in sè medesima il progresso della civiltà. Solo nella Russia l'incredulità pessimista rinnovava ancora i miracoli delle fedi religiose, e il dolore del popolo poteva essere il prognostico più sicuro della sua grandezza.
L'inverno seguente Loris ritornava a Pietroburgo.
V.
Tatiana rimase sola nella caverna; a quell'ora le contessine Oglobine e Vaska dovevano essere sulle sue traccie, spaventati da quell'assenza. Uscì tentando di correre malgrado le fitte, che l'arrestavano, mentre la foresta le oscillava intorno come squassata da un uragano.
Da lungi risuonava un galoppo.
Il suo bel cavallo, sempre così sdraiato, aveva la gamba destra anteriore spezzata; ella ebbe appena il tempo di sdraiarglisi accanto e di prendergli la testa sulle ginocchia, che Vaska arrivava a tutta carriera. Sebbene fosse disfatta, nessuno sospettò dell'accaduto; la disgrazia di Giaour spiegava tutto.
Tatiana ammalò, ma imitando lo zio non voile medici. Per lunghe settimane rimase a letto, poi si chiuse nella propria camera in un silenzio di malaugurio, che nemmeno lo zio vivamente impressionato di quel mutamento osava rompere. Il suo volto dimagrito, illuminato dai grandi occhi cilestri, esprimeva tratto tratto uno di quei grandi dolori, che cangiano le epoche della vita, e d'una fanciulla fanno una donna, o di questa una vecchia. Aveva perduto ogni brio, non strapazzava più nemmeno i servi. Questi la credevano toccata dalla grazia del Signore, avendola più di una volta sorpresa in ginocchio davanti alle iconi nel fervore della preghiera. Infatti Tatiana, resa quasi pazza dal terrore di essere incinta, si prosternava dinanzi ai santi, chiedendo loro la grazia di farla piuttosto morire. Furono quattro mesi di una tortura inesprimibile, poi un altro spavento la colpì. Agli angoli della bocca le comparvero alcune granulazioni: sarebbe mai l'ulcera del mento di Topine?
Avrebbe voluto consultare un medico, ma una paura anche maggiore glielo impediva; e se questi avesse indovinato tutto?
Non dormiva quasi più. Malgrado ogni sforzo si vedeva sempre in quella caverna, soffocata sotto la stretta di Topine, mentre Loris la guardava con quella faccia di marmo, che ella non potrebbe più dimenticare. Quei due uomini la possedevano ancora, la possederebbero sempre; li sentiva dentro di sè come un ferro, che le fosse rimasto nella ferita, o una demenza, che le si allargasse consciamente nel pensiero. Perchè Loris le aveva fatto così, a lei sola? Ella si ricordava il suo volto diventato più bello; le era persino sembrato in un momento d'indovinarvi un dolore.
Tatiana avrebbe voluto morire di quella prostituzione inguaribile.
Le si era manifestato una malattia uterina. Quindi dopo lungo titubare se ne aperse colla vecchia cameriera, che le suggerì dei bagnuoli con alcuni succhi d'erbe altrettanti innocui che misteriosi. Cominciava a soffrire di vertigini; poi colla nevrosi vennero le convulsioni. Allora lo zio fece venire da Veronese il migliore medico, ma Tatiana si chiuse nella propria camera in preda ad una crisi così spaventosa, che lo zio dovette rimandarlo senza nemmeno averglielo presentato. Quantunque dimagrasse le sue forme acquistavano una afflitta grazia femminile, che la rendeva più bella; gli occhi le brillavano di iridi, ingranditi da un cerchio nero, che le scavava le orbite mentre la bocca le si appassiva, e il collo, allungandosele, si piegava teneramente sopra la spalla sinistra.
Non suonava più. Invece si era data alla lettura del romanzi di Zola, facendoli comprare segretamente dalla vecchia cameriera. Era quella la passione? Quello l'ideale? Eppure Loris, amandola, non era stato così: perchè si era poi mutato? Se lo zio aveva potuto frustarlo per la richiesta della sua mano, quale colpa ne aveva ella? E rivedendosi da capo in quella caverna, si sentiva ancora l'alito fetido ed oleoso di Topine sulla bocca, si vedeva seminuda, colle gambe scoperte, gli stivali in aria, tutte le sottane sul ventre bruciato come da un ferro rovente, mentre Topine la schiacciava con un gomito sul collo, e Loris pallido come un morto si curvava su lei contemplandola.
Allora impeti d'odio la facevano urlare; avrebbe voluto tenere Loris sotto i piedi per ucciderlo o farlo uccidere col più feroce dei supplizi, ma non avrebbe osato rivedere Topine. Il suo aspetto solo l'avrebbe uccisa. Come vivrebbe ella in appresso? A qual uomo potrebbe raccontare quello che le era accaduto? Quale uomo lo crederebbe? Tutto era dunque finito: la sua vita non sarebbe più che l'indomani di quella catastrofe, un indomani atrocemente monotono, senza una speranza, nella solitudine di un rimpianto inconsolabile, colla sensazione inesauribile di quel momento infernale.
Poi lentamente migliorò.
L'anno seguente, nel Novembre, lo zio fu contentissimo di accompagnarla a Pietroburgo, malgrado tutti i vecchi giuramenti di non rivedere più la grande capitale. Egli sperava che il mondo guarirebbe Tatiana di quella ipocondria incomprensibile, sentendosi egli stesso molto invecchiato, mentre madama d'Aubrivilliers invece pareva sempre la stessa, sebbene non occupandosi più di Tatiana. Quindi si era fatta prendere da molte piccole manie, annusava tabacco e coltivava i cagnolini: poi guadagnando sempre più autorità nella casa cominciava ad assumere arie di padrona, esigendo la più meticolosa pulizia nell'appartamento. Oramai tutta la sua attività si consumava nel sorvegliare la spolveratura dei mobili e la compitezza dell'arredo, così che una macchia o un ragnatelo le avrebbero dato il senso di una rovina.
A Pietroburgo Tatiana dovette riannodare almeno le più alte relazioni della propria famiglia. Il suo nome, la sua gioventù, la sua bellezza e sopratutto l'immenso patrimonio le attirarono ogni sorta di corteggiamenti; il suo spirito un po' selvatico parve originalità, la sua malinconia una tendenza sentimentale. Ma considerandosi dopo quella degradazione come morta al mondo, ne indovinò facilmente sotto l'eleganza dei modi la volgarità dei calcoli e la bassezza delle intenzioni. Tutte quelle dame si disputavano l'attenzione della folla come in una fiera di vanità, i vecchi, non avendo rimasto che dei vizi, cercavano di collocare le figliuole o di fare avanzare i figli in una qualunque carriera; la sola passione segreta, ma universale, era il danaro. Nessuno amava o stimava un altro. Le sue compagne, ingelosite di già, l'aspreggiavano con ogni maniera di calunnie sotto una rugiada di carezze; coloro, che aspiravano alla sua mano, ed erano troppi, non vi scorgevano che un magnifico affare.
Laonde la sua anima s'innalzava istintivamente ad un mondo, ove gli uomini potessero inspirare il sacrificio e comprendere la sventura. Se lo zio fosse stato in grado d'accompagnarla, sarebbe partita per un lungo viaggio. Forse lontana, sotto altro cielo, incognita fra incogniti, avrebbe potuto dimenticare e trovare un uomo, cui dir tutto, così grande da purificarla col proprio amore. Una dolcezza umida ed ombrosa come nelle incantevoli sere dell'autunno russo le scendeva da questo sogno, quando rientrava stanca dalle veglie, e lasciandosi spogliare dalle cameriere non voleva pensare alla solitudine, che l'attendeva nella notte. Allora cominciò a fumare sigarette e a bere qualche fine rosolio per scaldarsi il sangue. Erano piccole ebbrezze, che le richiamavano intorno i fantasmi di tutte le gioventù come la sua, rimettendole nei sensi ancora vergini le bramosie della donna. Quindi ribellandosi alla propria condizione si diceva colla scienza dello scetticismo mondano che nulla era ancora perduto, perchè molte altre ragazze erano anche meno immacolate, e nonpertanto disposte al matrimonio: che quello era stato un caso, come ne aveva letti tanti nei racconti dei viaggiatori attraverso i continenti misteriosi. Perchè la brutalità mostruosa di Topine avrebbe mutata la sua natura di donna e di principessa? Il mondo non sapeva quella infame vendetta, e non l'avrebbe creduta a Loris, neppure se questi la raccontasse. Nullameno sotto ogni sorriso ironico di uomo ella pensava a Loris, tremando d'essere sospettata. Loris la dominava ancora dall'alto del proprio rifiuto; egli non aveva voluto violarla, e dopo due anni Tatiana doveva ancora indovinarne la ragione. Come mai un uomo volendo violare una fanciulla anche troppo bella, faceva compiere questo delitto da un altro, invece d'inebbriarsene lui stesso? Ma Loris, amandola, e Tatiana ne era sicura, aveva potuto nullameno gittarla a Topine, come si getta un tozzo di pane immondo al proprio cane. Che cosa era avvenuto di Loris dopo quel giorno? A Pietroburgo ella non aveva ancora trovato un giovane che lo valesse; erano tutti eleganti frivoli, o diplomatici già ridicolmente inamidati nella gloriola del proprio grado, che le vantavano la sua bellezza, non pensando che al suo patrimonio, mentre Loris aveva tenuto in pugno quella bellezza senza degnarsi di delibarla. Questa ingiuria misteriosa le diventava ogni giorno più cocente, perchè nessun uomo si era ancora innamorato così pazzamente di lei da riconfermarle la fede nella sua superiorità di donna.
— Mi farai morire nel dolore di lasciarti abbandonata, le diceva lo zio.
— Voi non morrete così presto, perchè io non lo voglio: non vi sarebbe garbatezza dal canto vostro, ella rispondeva con giocondità simulata.
— Perchè non vuoi maritarti? Nessuno di quei giovani ti piace; forse non hai torto, ma in fatto di mariti la nostra società non offre molto di meglio. Se tu sogni un vero uomo, sarà difficile trovarlo: la gioventù studiosa è rivoluzionaria, quella aristocratica incretinisce nei saloni, o si corrompe nel governo.
— Allora lasciatemi attendere; c'è sempre tempo a rovinarsi.
Nell'estate Tatiana andò alle acque di Ems, che dovevano giovare anche allo zio; il viaggio invece le nocque così che dovettero rimpatriare accompagnati dal principe Vladimiro Gregorevich Tewceff, un uomo sulla cinquantina, già amico dello zio, venuto egli stesso a quelle acque per rinfrancarsi di una lunga convalescenza. Era un signore di grande educazione, coltissimo, dallo spinto severo e mordente, che piacque a Tatiana malgrado tutti gli svantaggi fisici dell'età e della figura. Egli passò una settimana al castello di Kourlak, che parve a Tatiana e allo zio una delle migliori dopo molti anni.
Poi questi essendo ricaduto sotto un secondo attacco di bronchite, nell'autunno Tatiana lo ricondusse a Pietroburgo per costringerlo a curarsi malgrado tutta la sua caparbietà di vecchio. Tatiana gli si era attaccata colla disperazione del naufrago, che sente sfuggirsi in mezzo alla tempesta l'ultima tavola. Con chi vivrebbe dopo la morte dello zio? Madama d'Aubrivilliers le era diventata così insopportabile, che l'aveva lasciata al castello con autorità di sovraintendenza. Tatiana non abbandonava più la camera dello zio, il principe Tewceff veniva spesso a trovarli; a poco a poco la loro intimità si strinse.
Un giorno lo zio le disse:
— Peccato che Vladimiro Gregorevich non sia più giovane: era l'uomo per te. Non approvo le sue segrete idee rivoluzionarie, ma val meglio averne di queste che non averne affatto.
Tatiana sorrise.
Il principe Vladimiro Gregorevich veniva tutte le sere, e spesso restava a pranzo. Tatiana, conscia della sua passione, gli era grata del riserbo che s'imponeva, quasi egli stesso sembrasse riconoscere per primo l'impossibilità di quell'amore attraverso tanta differenza di bellezza e di età. Ma il principe Vladimiro Gregorevich era forse il solo uomo a Pietroburgo che pensando a Tatiana avesse dimenticate le sue ricchezze. Questa sincerità di passione dava a Tatiana una sensazione dolcissima di nuovo orgoglio.
Finalmente lo zio le rivelò il grande segreto: il principe Vladimiro gli aveva confessato tutto. Naturalmente non aveva nemmeno pensato a chiedere la sua mano, ma il suo amore era arrivato a tanto, che non si sentiva più la forza di seguitare quelle visite; non potendo essere amato voleva almeno evitare di essere ridicolo. Lo zio diceva tutto questo lentamente, come giudicando egli stesso il caso troppo assurdo. Tatiana rimase pensierosa. Quella sera, quando venne il principe, ella fu più grave con lui; egli parve diventare più timido. Lo zio si lagnava.
— E il principio della fine, rispose al principe Vladimiro: sono come gli dei della vecchia Russia, me ne vado.
Questa parola sconsolata gelò la camera.
Infatti non era possibile farsi molte illusioni. Il vecchio tossiva e dimagrava a vista d'occhio; l'infiammazione dai bronchi era scesa ai polmoni allargandosi alla pleura. Il respiro gli diventava tratto tratto difficile.
Dopo altri discorsi insignificanti egli disse improvvisamente con voce stentata:
— Vladimiro Gregorevich, quando sarò morto, tu sarai il protettore di mia nipote in questo mondo di banditi eleganti, che sono peggiori degli altri.
— Mio buon amico, questa sera tu hai più malinconia che spirito. Signorina, dite dunque a vostro zio che domandare certi favori a vecchi amici, e la voce gli tremava guardando Tatiana, è quasi un supporli incapaci di farli.
— Tatiana resterà sola; non si può star soli.
Ella senti inumidirsi gli occhi: tutta la sua sventura le si addensò al cuore.
— Si è sempre soli nella vita....
— Credete che le fanciulle della vostra età, maritandosi, rimangano egualmente sole? intervenne il principe Vladimiro Gregorevich.
— Forse più di prima.
— Anche diventando madri?
Il principe Vladimiro si era già pentito della risposta; si alzò per andarsene. Il vecchio ebbe un accesso di tosse, e sputò dolorosamente sopra una pezzuola. Tatiana corse al comò per prendere una bottiglia; quando l'accesso fu passato, il il principe Vladimiro gli stese con dolcezza la mano:
— Dovresti riposare di più; non è vero, signorina?
— Partirai domani? domandò l'infermo.
Il principe Vladimiro tardò a rispondere, la sua faccia giallastra era diventata pallidissima; pareva lui stesso più ammalato dell'altro, ma lo zio, intento a guardare Tatiana, non se ne accorse. Ella era turbata.
— Allora, esclamò lo zio, dico tutto: già è il mio dovere.
Tatiana e il principe si guardarono istintivamente; ella arrossì, l'altro attese senza un gesto, ma lo zio non sapeva più come esprimersi.
— Ecco, disse finalmente: non ha chiesto la tua mano.
La formula era così bizzarra che Tatiana non potè schermirsi dal sorridere.
— Non ha chiesto la tua mano, perchè neanche lui può farlo: ora pensaci tu, e si rigettò sui cuscini chiudendo gli occhi, felice di essere finalmente riuscito a porre quel problema. Ma un imbarazzo si era aggravato istantaneamente sugli altri due, inchiodandoli sul tappeto presso il letto di quel morente. Tatiana si sentiva come dentro un suono diffuso e confuso.
Poi intese la voce del principe Vladimiro. Questi aveva rialzato il capo; il suo volto, sempre così malaticcio, era divenuto potente d'espressione, i suoi occhi brillavano.
— Signorina.... vorreste essere la mia vedova? Pensateci bene. Se amate qualcun altro degno di voi, io sarò sempre egualmente ai vostri ordini; vi basterà volere una cosa, perchè io non viva più che per ottenervela. Forse io sono più potente che la mia posizione sociale non lasci supporre: tenetevi pur sicura che nessuno potrà nuocervi impunemente, finchè sarò vivo.
Queste ultime parole, che parevano sfuggirgli in una esaltazione generosa d'orgoglio, furono pronunciate con un suono così terribile di minaccia, che Tatiana stessa ne tremò.
— Ebbene, principe, Tatiana ti risponderà; bisogna lasciare tempo alle ragazze. Io non ho più diritto nemmeno di dare consigli, ma la mia opinione potrò esprimerla. Tatiana è in grado di giudicare da sè. Tu, amico mio, ti sei espresso benissimo; sciaguratamente bisognerebbe che tu fossi un po' meno vecchio... anch'io lo sono troppo. Ecco il perchè.
Il principe Vladimiro, per quanto uomo di salone, non trovava il modo di andarsene; avrebbe voluto attendere una risposta, che allora capiva impossibile. Finalmente s'inchinò a Tatiana, che si lasciò stringere la mano, ed uscì come potette.
Due mesi dopo Tatiana aveva sposato il principe Vladimiro Gregorevich Tewceff senza pompa e senza seguirlo nel suo palazzo. Tale matrimonio confuse tutti i calcoli della grande società mondana, incapace d'indovinare la profondità di certi sentimenti.
Tatiana, fredda e riservata, non aveva voluto mutare nulla alle proprie abitudini di ragazza; era uscita un momento per la cerimonia, ed era ritornata al capezzale dello zio, che non lasciava più il letto. Il principe Vladimiro, quella sera, non osò chiederle che un bacio, tornando al proprio palazzo; ella gli offerse la fronte. La devozione di Tatiana per il malato era l'ammirazione di tutti; quando morì, ella fu ripresa da grandi convulsioni, che la compromisero seriamente, e volle ritornare al castello di Kourlak.
Dopo tre mesi di matrimonio si trovava col principe come alla vigilia; egli adorandola non si era permesso nè un lamento nè una allusione, ma Tatiana tratto tratto leggeva ne' suoi occhi una passione così intensa, che le faceva paura.
Infatti il principe era più temuto che amato nella stessa propria società, per la quale non aveva mai nascosto il disprezzo; ma lo si credeva generalmente un dotto, che vivesse di studi, quantunque non avesse mai stampato un libro, e nascondesse la propria vasta erudizione.
All'epoca dell'emancipazione dei servi aveva sostenuto il partito più liberale, attirandosi molti sospetti di appartenere a quello rivoluzionario; poi impegnatosi in una lotta colla polizia per difendere un cugino nichilista aveva corso nuovi pericoli. Però la sua vita aristocratica, la sua apparente devozione ortodossa allo Czar, e sopratutto il suo grado e la sua parentela lo rendevano invulnerabile. Quindi di commissione in commissione era entrato nel senato come uno dei membri più giovani. Reggeva allora il ministero dell'interno il conte Tolstoi, spirito mediocre e violentemente reazionario, che divenne presto l'uomo più impopolare della Russia; fra questi e il principe s'accese una rivalità al ministero, nelle commissioni, a corte, da per tutto. Il principe Vladimiro pareva un originale, cui la dura onestà del carattere permettesse molti atteggiamenti ribelli. In tutti i rami dell'amministrazione, ove l'avevano messo, n'era uscito promuovendo grossi scandali ma con così fine abilità da non dar presa ad alcuno dei propri nemici.
Una volta per allontanarlo da Pietroburgo gli fu offerta l'ambasciata di Danimarca; ricusò
Poi malgrado lo splendore del nome e la molte ricchezze non aveva mai voluto prender moglie, vivendo quasi sino ai cinquant'anni con una sorella, vedova senza figli, alla quale aveva testimoniato la più nobile affezione, ma che non avrebbe nemmeno essa potuto dare molti particolari sulla sua vita segreta. Non ostante quella vita a parte, passava però per un uomo di grande autorità, capace di rendere eminenti servigi allo stato, se i caratteri della sua tempra avessero potuto davvero trovarvi posto.
Segretamente era un rivoluzionario.
Come molti signori della sua classe, egli aveva cominciato a simpatizzare colla rivoluzione per il liberalismo della propria educazione occidentale. Già l'ardore del temperamento e la vivacità dell'ingegno lo avevano messo da giovinetto fra i più caldi ammiratori di Hertzen; quindi l'esperienza sempre più vasta della corruzione imperiale, cui nessuna riforma poteva nemmeno arrestare, aveva tenuta in lui viva la passione dell'ideale. I primi drammi nichilisti, dei quali tutte le migliori anime russe si esaltarono, quelle deportazioni in massa, la persecuzione a tutti gli scrittori abbastanza coraggiosi per dire la verità, lo esasperarono profondamente. Alcuni suoi compagni di scuola furono condannati alla Siberia; un suo cugino, giovane focoso e da lui sinceramente amato per la dolcezza del suo carattere, fu cacciato nelle mine, e vi morì. Questi non era stato più colpevole di molti altri, ma la Terza Sezione volle ostinatamente farne una vittima. In tale lotta per salvarlo il principe Vladimiro scese a contatti coi veri rivoluzionari, rimanendo vivamente impressionato della loro grandezza morale. Essi invece lo circuirono, lusingando i suoi più nobili istinti. Presto corsero aiuti in danaro e di ogni altra maniera. Il principe comprò una casipola a Pietroburgo per tenervi nascosto il cugino, affittandola ad altri nichilisti; quando tutti furono arrestati, la Terza Sezione sospettò di lui, ma il principe era ancora troppo ben visto a corte per poter essere travolto in simile processo.
Poi il principe, costretto dal proprio disprezzo pel governo e dall'impossibilità di impiegare in modo migliore la propria attività ad entrare nel partito, divenne pei rivoluzionari uno dei più sicuri ukrivateli, nasconditori. Molti trovarono rifugio nelle sue terre lontane; la sua posizione a corte e la sua conoscenza nell'amministrazione lo posero in grado di fornire notizie e passaporti, sventando spesso i disegni della Terza Sezione. Laonde a questa caccia dovette presto farsi cacciatore per non diventare selvaggina.