MISCELLANEA.
Reading edition
Codice membranaceo dei secoli XIV e XV, in foglio, a due colonne, di carte 101, delle quali l'ultime due bianche: segnato già N. 143, Aula II-A; ed ora, conforme la segnatura del Bibliotecario, sig. prof. cavaliere Liborio Veggetti, N. 158. Comunque i caratteri sieno di più tempi, di varie forme, e di diverse penne, leggonsi tuttavia sufficientemente bene. Nella prima carta, recto, trovasi scritto quanto segue, di mano moderna, e forse del finire del passato secolo: Manoscritti italiani antichi, Cod. Saec. XIII e XIV, Adjectis nonnullis XV. A mio avviso nulla vi ha, che appartenga al sec. XIII. Pervenne a questa Regia Biblioteca Universitaria dalla munificenza di Papa Benedetto XIV. Vi si contengono le seguenti cose:
I. — Segni che sirano inazi al dì del iudicio.
È l'opuscolo diviso in 15 brevi rubriche, secondo la partizione delle 15 giornate che indicano i Vangelisti. Si contiene nella metà della prima carta, verso, unica non a colonnette; e comincia: El primo dì. El mare salzara ecc. Finisce: poi la gete resuscitara al iudicio.
II. — Doue, e, linferno, dei suoi nomi, e che paduli de fuocho e fiumi i saui li descriuano.
Occupa il rimanente della pagina suddetta, e comincia: Inferno, e, ditto perche ifra, cioe posto di sotto. Finisce: E così luochi etiadio de purgatorio. Seguitano tre versi in latino delle pene dell'inferno.
III. — Leggenda o Storia di santa Anfrosina.
Si comprende in 132 strofe di vario metro, cioè ora di sei, ora di sette e talvolta di otto versi. Comincia col titolo seguente: Anfrosina beata vergene puedente humile e soferete Tra monaci moristi monacata. Segue la prima strofa, che comincia:
Per dir la storia tua e la legenda Co diuotion cio posto intendimento E pche chiaramete ognom lanteda Prima diro com fu tuo nascimento Po del conoscimento Cauesti a dodici ani Poi co uestisti i pani Dun secular per essere monacata.
Finisce:
E simile mente ancor si aduocata Di chi lalegie canta e sta a odire Virgine benedecta si pregata Pregar per noi al somo et'no sire Che ce faccia coprire Di manto di salute A la soma virtute Si che nostra aima sia glorificata.
IV. — Le Noie.
È un curioso componimento satirico, in terza rima, di Antonio Pucci, già edito fra le sue Rime, ed il quale pur trovasi al codice N. 147 con questo titolo: Le Noglie del Patecchia. Comincia:
Io prego la diuina maiestade Supna alteza soma sapieza Lume infinito eterna ueritade Che nella mia ingnorante itelligenza Spiri alquanto del beato lume Che fa riluminare la coscienza
Finisce:
A noia me quado elli e dimandato Limosina per dio a più psone Chel pouero sia dapiu pouero cacciato.
V. — Doctrina de lo Schiavo de barj.
Sono varie Sentenze o Proverbi già più volte stampati nel secolo XV e XVI, o sotto questo medesimo titolo, o con quello di El Savio Romano. Trovasi eziandio quest'opuscolo in alcuni mss. intitolato: Ammaestramenti di Salamone. Secondo il nostro codice, una ristampa io ne feci nel passato anno, tenendone però a confronto un altro della libreria de' Cann. di S. Salvatore di qui, e uno Laurenziano. Comincia:
Al Nome sia de Dio e de buono incomiciare Tutte le cose che lomo vene a fare. Intedi figliuol se uuoli imparare Sapienza
Finisce:
Copiuto e oramai questo dittato Abbia quei che fece esto tractato In questo mondo da Dio buono stato, e si nellaltro.
VI. — Cinque Sonetti e una Lauda.
Nè i Sonetti, nè la Lauda han nome d'Autore. Ecco i capoversi di soli quattro de' prefati Sonetti, giacchè uno d'essi, ed è per ordine di scrittura il terzo, resta inintelligibile.
Il giouene che uol portare honore.
Questo Sonetto leggesi riportato dal Mai nel suo Spicilegium romanum; vol. 1.º, pag. 688, come di un Ciano o Cino del Borgo S. Sepolcro.
O no posso trovar chi ficchi lagho
Leggesi fra le Rime del Burchiello. In alcuni codici però si ascrive all'Orcagna, e come di lui si diè fuori dall'egregio sig. prof. Francesco Corazzini, a pag. 321 della sua Miscellanea di cose inedite o rare; Firenze, Baracchi, 1853, in 12.º
Da la fortuna si vole imparare Denon dinegare ch sia pisano.
Riporteremo per saggio il seguente, che credo inedito.
Da la fortuna si uole emparare Spirituale e temporale usanza In questo modo no preder baldaza Ma serui a Dio p altro aquistare Quando se sano procaccia d'avanzare Si che nel difecto no abbi machaza Nellaltrui ben non auer speraza Che ciascun ama se piu chel copare Pero quado tu se in giouenitate Procaccia si che sel tepo taualla No tiritroui uecchio in pouertade Che tal co techo dalegreza galla No che ti desse denari o derrate El no tidarebbe del loto de la stalla Ma se da te arai nell'altrui scala Non ti fia detto come ala cichala.
La Lauda, che è di strofe 26, comincia:
Misericordia eterno Dio Pace pace Signor pio Non guardare al nostro errore.
Finisce:
A honore e laude sia De la Vergine Maria Questa sentenza ria Da noi levi oni.... ore.
Non meno i Sonetti che la Lauda, sono preceduti dalle seguenti parole:
I segni de stultitia sono questi Tosto essere iganato. prouerb. cap. X. Impetuosamente parlare, proverb. XV. Apena essere correcto, o coreggerse. prov. VII. Ageuolmente irarsi. Eccl. IVI. Con stolti usare. Prov. XV. Idilecti seguitare. Prov. I.
VII. — Miracoli diversi.
Sono alcune pie Narrazioni ed Ammonizioni, dettate certamente nell'aureo secolo del trecento. Risguardano tutte miracoli o prodigi intervenuti per grazia della Vergine Maria, i quali però nulla hanno che fare col libro intitolato propriamente: Miracoli della Madonna, pure scritti nel buon tempo della favella italiana, e più volte stampati nei secoli XV e XIX assai scorrettamente, ed aventi bisogno che una pietosa mano vi medicasse le piaghe, di che in molte parti sono bruttati. I Miracoli, e Ammonimenti contenuti in questo nostro codice, occupano poco più che 10 carte, e salvo il primo, che è assai lungo e che tiene 26 colonne intere, gli altri tutti sono discretamente brevi. Eccone gli argomenti per ordine, col principio e la fine.
1. Miraculo duna donna teptata dal cognato scampata da pericoli, ritornata in gratia per sua castita, e diuotione de la Vergine Maria. E poi facta monacha.
Comincia:
Truovasi che fu nella cita di roma uno huomo potentissimo dauere e di persona ingratiato molto da citadini e dal populo di roma et era sauio et saputo e dimolto buono consiglio in utilita del suo comune.
Finisce:
E per tanto ognj uomo de pigliare esenpio di fare senpre bene e guardarsi di mal fare e Dio per la sua grazia e misericordia cene faccia dono Amen.
Questa narrazione, insieme con un'altra, si dette fuori per mia cura nel 1861, col titolo: Novelle d'Incerti Autori del sec. XIV; Bologna, tip. del Progresso.
2. La Vergine Maria scampa labadessa grauida del cuoco, dale mani del uescouo.
Comincia:
Truouasi che fue una badessa duno munisterio la quale era di molta santa uita, onde laltre monache li portauano grande inuidia.
Finisce:
Poi morto il uescouo, e questo fanciullo fuchiamato uescouo, e la Vergine Maria gli die la gratia e poi la gloria. Amen.
Quasi simile esempio, ma assai più prolisso, pubblicai tra i Dodici Conti Morali d'Anonimo Senese; Bologna tipi del Progresso, 1861.
3. Una donna mori che non confexo uno peccato per uergogna, de che il benfare nolli ualse.
Comincia:
Truouasi che fue uno huomo e una donna la quale era sua moglie, e istando insieme per più tempo e no poteuano avere niuno figliuolo.
Finisce:
E percio no e bisogno che tu prieghi idio per me chio mai non posso auere misericordia da Dio. Amen.
4. Duno abbate luxorioso, che uoti di non avere afare con niuna dicta Maria.
A saggio dello stile e della lingua usati dall'Anonimo scrittore di queste devote e superstiziose narrazioncelle, per chi non avesse la Novella predetta (N. 1), darem per intero la seguente, come una delle meno prolisse.
Truouasi che fue uno abate il quale era uno grande amicho di Dio e dera questo abate ungrande luxurioso, e stando cosi tutta uia pensaua modo e uia chom egli potesse trouare medicina di questo pechato. Questo abate auea grande diuozione alla Vergine Maria congni die gli facieua ispeziale orazione, e auea promesso di stare netto echasto allordine ora disse questo abate e promise di maj non auere afare con niuna femmina la quale auesse nome Maria, ora uene questi efue tentato duna garzonetta e uegniendo latentazione siebbe il chonsentimento e ando agiaciere chollej. Istando questo abate achasa di chostei edera nellatto disse questi, tristo a me per che nono io tenuto io quello chio promesso, allora chiamo chostei e disse dimi chome tu ai nome, e questa disse Maria. Allora questo abate fu punto duno dolore grandissimo e inchomincio apiangere molto fortemente, e in questo pianto lanima si parti dal chorpo e fu menata in paradiso, ora rimase questa garzonetta e uedeua chostuj morto e non sapea chessi fare, se non che uenne e debelo sotterrato sotto illetto, ora disse Idio io non uoglio chelle grazie della mia Madre sieno ochulte, in mantanente tutte lechampane della terra chominciarono asonare sanza toccharle persona, allora lagente sicomincio molto amaravigliare e il ueschouo etutta lagente furono raghunati alla chiesa magiore della terra, esendo cosi questa femina uegendo chera uolonta di Dio che questa opera si sapesse, mossesi e andonne al ueschouo e chon molte lagrime gli ebbe questo fatto (sic) udendo il ueschouo questo fatto pensosi che questo era grande amicho di Dio e chegli auea grande diuozione alla Vergine Maria, mossesi tutta la gente e andaro etrouaro questo abate, e dal chapo edalpiede auea uno torchio grandissimo accieso, e stauano e non si uedeano chi li tenesse. Allora fu tolto il chorpo e portato alla Chiesa e questi torchi si li andauano dinanzi e non si uedeua chigli portava, e sotterrato chostui, e amenduni itorchi si nandaro in cielo, si che dice che questo abate per lachontrizione chegliebbe alla Vergine Maria che merito di andare in uita eterna epoi il chorpo suo facieua molti miracholi. Amen.
Questa ridevole narrazioncella leggesi anche ne' Miracoli della Madonna, ed in più altri antichi testi; ma diversificano tra loro nella dicitura, ed in qualche particolare circostanza.
5. Duno conte che indugio tornare a penitentia e uiuo ando all'inferno.
Comincia:
Truovasi che fue uno chonte edera uno grande pecchatore e stando grande tempo nel peccato e Domenedio laspettava che tornasse a lui.
Finisce:
Ora pensi ogni persona questo fatto perche none istia nel pecchato perche troppo la Domenedio permale chi pena troppo a tornare alla sua misericordia.
Si pubblicò nel passato anno in numero di soli 12 esemplari numerati. Somiglia a una narrazione del Passavanti, e a un'altra di fra Filippo da Siena.
6. Duno riccho diuetato pouero che non uolle rinegare la Vergine Maria per auere richeze.
Comincia:
Truovasi che fu un uomo il quale era molto riccho e staua sempre in grande chonviti.
Finisce:
E uene il uescouo e si glidiede molte riccheze per amore della Vergine Maria ed ella gli diede riccheze ispirituale e achatogli qui la grazia e poi la gloria.
7. Duno fratello duno re che per lacto di dinuntiare la morte, mori, e presa la penitentia fu salvo.
Comincia:
Truovasi che fu in una terra uno Re il quale istava sempre tristo, e giamai non si ralegraua per niuna chagione.
Finisce:
E nella gloria diuita eterna allaquale ci chonducha Iddio perla sua misericordia. Amen.
8. Questioni del Corpo di Christo, e risposte per exempli de la substantia, de la grandeza, de la diuisione e non diminutione.
Comincia:
L'uomo die credere fermamente che nellostia che tu uedi alaltare che uisia quello medesimo chorpo che Iesu Christo trasse.
Finisce:
E dandare auita beata nella quale Idio che ci amaestrj e aluminia della sua grazia in questo mondo e nellaltro la gloria. Amen.
9. Exemplo che lomo non de indugiare ilfare penitentia, e non dire domane faro, laltro di faro.
Comincia:
Truovasi che fu uno prete ilquale era grande amicho di Dio, e haveva questo prete uno suo chericho chavea nome Esau.
Finisce:
Allora comincia apiangere negia non gli uale che giamai non puote fare penitenzia dè suoi pecchati. Amen.
10. Exemplo de chi non esce di peccato, è simile al falcone.
Comincia:
Aviene alchuna volta che luomo legha il falchone in su la stangha, e quando luccello ista in su lastanga e vede passare la preda ec.
Finisce:
E achiechalo del chuore edella mente perche maj non escha del pecchato. Amen.
11. A fuggire il peccato fuggi ipensieri.
Comincia:
Diciesi che luomo dee istare fermo adifendersi dalle tentationi.
Finisce:
Luomo de fugire icharnali pensierj sopra tutte lechose. Amen.
12. La predicatione di Christo.
Comincia:
Dicie il glorioso euangelista missere santo matheo, che predicando una fiata el nostro benigno Salvatore ec.
Finisce:
Chi udirà uoluntieri la parola de Dio, fia cosa impossibile che non abbia la gloria de uita eterna. Amen.
VIII. — Fiore diuirtu.
Quegli che fece prima le schede de' mss. giacenti in questa Biblioteca, in iscambio di Fiore di virtù, lesse Hore diurne, e aggiunse che vi si contenevano diversi Ragionamenti morali sopra le virtù ed i vizii. E di fatto egli non aggiunse male, però che in questo libricciuolo si tratta propriamente delle virtù e de' vizii. Occupa pagine poco più che 41. Dal capitolo dell'Avarizia, sino alla fine, la scrittura è di altra mano. Tutte le iniziali sono scritte in rosso, e qui e qua trovansi spazii in bianco da dipingervi figure allusive all'argomento, secondo che vedesi in altri codici di simile operetta. Manca il prologo, non per difetto del Codice, ma sì bene dell'amanuense: l'indice precede l'operetta, che comincia tosto col primo capitolo. La lezione sembrami non delle più antiche. E vano il parlare di quest'aurea scritturina, tante e tante volte ne' tempi antichi e ne' moderni stampata e ristampata, e della quale stanno più codici in questa Regia Biblioteca.
IX. — Articoli di Dottrina cristiana, ed altro.
Si comprendono in sei colonne, e sono i seguenti: Virtu de aqua benedecta. — Segni de la stultitia, cioe del matto. — Proprietadi del core duro, dice sancto Bernardo a Eugenio libro primo. — Come ipeccati descendono luno dalaltro. — Quante sono le uirtu, e come insieme ligate. — Perche non sono piu che quattro. — De i doni de lo Spirito Sancto come aiutano a cacciare i uitij e le passioni delanima. — Di questi Doni seguitano effecti. — Unione dei Doni con le uirtudi. — Effecti che nascono dei Doni dello Spirito Sancto uniti con le decte uirtudi, secondo etiandio lo euangelio di sancto Matheo.
X. — Sposizione del Simbolo Apostolico.
È preceduta da un lungo prologo, ove si parla in genere della Fede; dopo di che si passa alla dichiarazione del Credo. Il tutto è compreso in 7 pagine. Comincia:
Scrivesi nel decreto de Consecratione distintione. iiijº Capitolo: Vos ante omnia etc. che el santolo, cioe coluj che tene altri abaptismo etenuto amostrare albaptizato la Fede. Et perche tu figliuolo non se baptizato da persone intendenti che tisapesseno derozare, e forse io non siro altempo che tu arai intendimento perfetto. Acio che tu leggendo ticonfermi in la Fede, nella quale tu se baptizato leggi questa catacumina, cioe digrossatione de Fede.
Finisce:
Non potrà intrare in quella uita chi non diuentera tale quale uno fanciullo, e conuerra che di peccato ueniale sia netto. E Christo dixe. Senon diuenterete come questo fanciullo non intrarete nel regno del Cielo etc. E conuene che lanima stia tanto in purgatorio, che di venialj sia monda. Altramente non entrerà in Cielo.
Molte sono, e fra loro diverse (delle quali pur taluna si trova in istampa) le Sposizioni del Simbolo degli Apostoli, ma questa, secondo il mio conoscimento, reputo affatto inedita.
XI. Trattatello sopra i peccati ueniali.
Vi si parla stesamente de' peccati veniali, toccando anche in fine e annoverando i mortali. Sta in 5 Colonne, e comincia:
Come per natura lomo et ogni cosa desidera elbene, e per questo si vede che levirtu sono da natura che sono cosa bona et perfetta. Cosi per lo contrario ogni homo et creatura, a in odio et horrore elmale che e contra natura.
Reputo che questo Trattatello null'altro sia, se non che un frammento capitolo d'opera maggiore.
XII. — Regule de la Confexione.
Sta in 15 colonne: comincia:
Come de essere la confexione. Sia simplice, humile, feruente, pura e fedele.
Il Trattatello finisce coi Comandamenti di Dio. Secondo che è a mia notizia, lo giudico inedito, ed è affatto dissimile da quello che pubblicò nel 1851 il benemerito e celebre letterato ab. Giuseppe Arcangeli. Quantunque faccia seguito agli altri sopra indicati articoli di Dottrina cristiana, pure ciò non è avvenuto che casualmente, essendo i mss. che contengono le prefate materie del tutto disuguali e nelle membrane e nella forma de' caratteri.
XIII. — Maledizione di M.º Ant.º da ferrara despregiando amore.
Non conosco in istampa questo Componimento; è in trentatre terzine. Daremo per saggio la prima e l'ultima.
Diuiso sia per luniuerso pace Per gli animi aciesi dellettenalj pene Chomio seghuendo questo dir mi face De uolgi il poter tuo aumilta Si che pietosa questa dona truoui Per linfiniti guai che dato ma.
XIV. — Disperata del Sauiozzo da Siena.
È una Canzone di strofe 7, che comincia:
Le infastidite labra incuj gia posi
Finisce:
Poi che Iddio me contro e 'l mondo in ira.
Questo poeta, che scrisse molte Rime, delle quali poche abbiamo in istampa, fioriva sul finire del secolo XIV. Egli si chiamò Simone Forestani di Ser Dino Sanese, e fu appellato il Saviozzo. La predetta Canzone, composta dall'autore pochi dì prima ch'ei s'uccidesse in carcere, si stampò in Firenze dal Bonaccorsi nel 1490, a cura di Cesare Torto, che la inserì nella Raccolta di Rime di Agostino Staccoli.
Seguita nel Codice un Titolario appartenente al secolo XV, che occupa presso che 7 colonne, in un carattere quasi inintelligibile: indi il Sonetto che comincia: Molti volendo dir che fusse amore, ecc. Poi l'Ave Maria disposta in 16 terzine, che comincia: Ave stella diana luscie serena. Amendue questi componimenti sono senza nome d'autore. Il primo però, come è noto, è di Dante; ed il secondo di Maestro Antonio da Ferrara: fu pubblicato da Monsignor Telesforo Bini, a fac. 37 delle Rime e Prose del buon secolo della lingua ec.; Lucca, Giusti, 1852, in 8.º: offre varietà di lezione.
XV. — Cantari de la Reina doriente.
Comincia:
Superna maiesta da cui procede Ciò che nel mondo da ogni sustanza E se cortese a chi tirichiede Diuotamente con fede e speranza Humilemente ti chieggio mercede Che doni gratia ame pien dignoranza Chio rimi sì la presente legenda Che tutta gente dilecto ne prenda.
Carte 9 e una colonna alla decima. Ogni pagina contiene circa 9 ottave. Mancano a quel che si pare due carte, cioè il fine del tertio cantare e il principio del 4.º Generalmente la lezione è buona, ma il carattere è logoro, e si legge con qualche difficoltà. È un curiosissimo popolare cavalleresco poemetto, in ottava rima, diviso in 4 Cantari. Vogliono alcuni dotti, che sia il più antico poema di cavalleria che originalmente venisse scritto in Italia. L'autore, che si svela egli stesso al fine del primo cantare, si è Antonio Pucci fiorentino, che vivea sul finire del secolo XIV. Ne abbiamo edizioni antiche, delle quali una si annovera dal cav. Gius. Molini, a faccie 114, N. 13 delle sue Operette bibliografiche: due dal prof. Libri nel suo Catalogo, ed una dal P. Blasi, che di questo Romanzo fece una diligente analisi, alla pagina 243 de' suoi Opuscoli di Autori Siciliani, al vol. XX. Oltre le predette, infinite ristampe se ne fecero poi appresso per uso del popolo.
XVI. — Sonetti sopra i sette peccati mortali.
Stanno in tre colonne, compreso il riepilogo, che qui sotto trascriveremo. In molti codici questi sette Sonetti trovansi senza nome d'autore, come accade nel nostro ms.; in altri vengono attribuiti a Fazio degli Uberti; e in altri finalmente a maestro Antonio da Ferrara. Più volte pertanto si pubblicarono ora sotto il nome dell'uno, ed ora sotto quello dell'altro. Il conte Alessandro Mortara ce li dette, come lavoro di quest'ultimo, nel 1820, riducendoli a più corretta lezione di qualunque altra antecedente stampa, e vi tolse molti di quegli errori, onde erano deturpati nelle prime edizioni. In buona lezione li ristampò altresì il ch. sig. avv. Gustavo Galletti. In questo nostro codice, ai Sonetti seguono i seguenti versi:
Superbia fa lom esser arrogante Inuidia de laltrui ben mal dire Ira pien dodio e mal parlante Accidia il fa con desinor morire
Auaritia il fa falso e desliale Luxuria sfrenato e bestiale Gula insensato e del corpo male
Humilta in ciel lo fa salire Carita ilfa doni ben amante Patientia ilfa ben e mal sofrire Bene operare adio il mette auante
Largheza cortese e gratioso Castita benigno e amoroso Temperanza chiaro sauio e gioioso
ritornello Però prego ciaschun che iuitij scacci E da le septe uirtu mai non si slacci.
XVII. — Cantilena sopra la Passione e Morte di Cristo.
È un componimento poetico disposto in versi rimati a due a due, e scritti in ordine di sestine. Compreso il Lamentatio Matris, la Pietà di Giuseppe d'Arimatia, ed il Pianto della Maddalena, che seguono la Passione e Morte: sono in tutto 88 Sestine, che occupano 12 colonne. Comincia:
Paxio domini nostri Iesu Christi Secondo channo scripto iuangelisti A gram consiglio furon ipharisei Principi sacerdoti e graui iudei Si come gente ciecha e fuor del senno Di prender Christo lor consiglio fenno. El di duna gram festa sapressaua ec.
Finisce:
Non lauete trouato la ouel fu posto Non uindugiate piu andate tosto E dite chel uedranno senza dimoro In galilea dinanzi da loro, Si come alor promisse e disse Nel tempo che infra lor al mondo uisse.
XVIII. — Incomincia il cantare de Apollonio di tiro.
Omniposente Dio Signor superno Senza cominciamento e senza fine Che per deliberarci dallinferno Portar degnasti corona di spine Celestiale di noi se Padre eterno Da cui procedon le gratie diuine Donami gratia ora qui al presente Chio dica cosa che piaccia alla gente.
Carte 12: ogni pagina contiene circa 11 ottave: sventuratamente manca l'ultima carta; il carattere è bello e intelligibile, ma la lezione, a parer mio, non è troppo corretta: per chi volesse imprenderne una nuova edizione, sarebbe necessario consultare altri codici, di cui non abbiamo difetto nelle Biblioteche Toscane. Alcune antiche stampe vengono allegate dai Bibliografi, ma tanto sfigurate, camuffate e rimodernate, da non farsene verun capitale. Anche di questo poetico componimento, in sei cantari diviso, non v'ha dubbio, è autore Antonio Pucci. Si conosce chiaramente dallo stile e da certi suoi modi peculiari; senza che egli stesso lo dice, conforme suo costume, in fine al primo cantare:
Nell'altro canto uidiro il tenore Comel pescator del pescio coce E come si porto ben dapollonio Al uostro honor rimo questo Antonio.
Ci viene dal greco, nella cui lingua in origine barbaramente fu scritto; donde poi, come cosa assai popolare, nel medio evo si tradusse in tutte le lingue d'Europa. Una lata versione in prosa dal latino se ne fece nel buon secolo di nostra lingua, di cui trovansi più codici nelle Librerie Fiorentine. Di questo volgarizzamento favellò il cav. Salviati ne' suoi Avvertimenti. Esso venne citato dagli Accademici della Crusca nel loro Vocabolario come testo di lingua, secondo un codice che fu di Gio. Batt. Strozzi, oggi nella Riccardiana. Si pubblicò la prima volta con somma diligenza e assennatezza per cura dell'illustre filologo sig. avv. Leone Del Prete nel 1861.
XIX. — Trattato di Cucina.
È preceduto da due faccie contenenti l'indice delle rubriche; indi seguita il Trattato che si comprende in cinque carte; ma vuolsi notare che questo non è che un frammento, mancandone parecchie a mezzo e in fine: i caratteri precedono per avventura di qualche anno il Libro che segue, e così, per mio avviso, lo stile e la lingua. Eccone un saggio:
Se uuoli fare blasmangieri.
Se uuoli fare blasmangieri per xij. signori tolli.iij. libre di mandorle et una meza di riso et.iiij. capponi et due libre di sugnactio frescho et mezo quarto di garofani et serba.l. mandorle monde et lautre fae macinare et stempera con acqua chiara et colale bene et tolli lo riso bene lauato a tre acque et rasciugalo bene colla touallia et fallo pestare et stacciare et tolli petti di polli et falli uno poco lessare et filali sotili et falli istare tutta nocte nel lacte delle mandorle et struggi lo sugnaccio in una pentola per se et metti a fuoco lo lacte et serbane due iscodelle et quando il lacte bolle bene stempera la farina dello riso con questo lacte crudo et mettilo a bollire et tienlo indietro in su la brasia et metti incontenente le polpe filate et metti del zuccaro in quantita et quando è bene cotto poni in prima sopra le scodelle un poco d'acqua rosata poi zuccaro poi mandorle soffritte et bianche e poi garofani chabbiano dato uno bollore in acqua. Questa uiuanda uuole essere biancha come nieue e spessa e stretta.
Se uuoli fare buono burro.
Tolli vj. casci freschi o passi et pestali bene et stemperali con lacqua chiara e fredda el grasso tornera di sopra et questo si puote operare in ogni mangiare o a frigere huoua chi non uolesse lardo.
Se uuoli fare giunchata di lacte.
Tolli lacte di peccora et mettilo a bollire in uasello istagnato et no lasciare leuare il bollore impero che diuenterebbe granelloso trailo di quello uasello et mettilo in uno altro et quando è freddo mettiui il presame et mesta forte et quando e preso fa giuncata.
Se uuoli fare pamcia di carne.
Tolli per xij signori libre.vij. di pamcia magra et lessala et battila bene et tolli una libra di cascio gratugiato et.xxiiij. huoua et una merola di pane et speci dolci et forti et gruoco et iiij scudelle di brodo di cappone o di bue et tutte queste metti in uno cattino et poi le metti a bollire senza acqua et mesta bene et fa che sia bene saporoso di spetie et ispessa.
XX. — Libro de la cocina.
È pure preceduto dall'indice dei Capitoli, che occupa tre colonne: il carattere sembrami del finire del sec. XIV, o al più de' primissimi anni del susseguente; e di quel tempo medesimo, o circa, sembrami la dettatura: fu da me preferito questo all'antecedente, perchè completo. Sta in diciannove pagine, non compreso l'indice sopraddetto. Ogni argomento è scritto in rosso: in fine leggonsi alcune ricette medicinali, scritte da altra penna. Non è a mia cognizione che fosse giammai stampato. Eccone un saggio nella grafia del codice.
A fare i cauli bianchi bene cotti.
Tolgli itorsi del caulo e mondali bene siche de le frondi niente ce -magna e troncali nel tenero de la cima, et quando bolle la pentola con oglie et aqua gittaui dentro i detti torsi o uero biancho de cauli, e mettiui del biancho de finocchi. E falli tanto bollire che sia bene spesso. E se uuoli puoi ponerui dentro oglio o brodo de carne o de capone, pepe, poluere di spetie, ova debattute, zaffarano a colorare, e da al signore.
Finisce il codice Miscellaneo, come segue:
Contra 'l male de chi auesse la borsa grossa.
Recipe fegato di gallo, ardilo, fanne poluere, mescola cum duetanto comino pesto sottile, mettiui bolio armenico per la meita che e el comino, mesta insieme, poi prendi di questa poluere uno cuchiaio per uolta e dallo a bere con uino biancho caldo.
Anche quando uene la rottura usa la radice del nagalico pesta. fanne frittelle nell'oglio. mescolaui peli di lepore tagliati bene triti. Stempera con acqua piouana tanto che ne facci frictelle o migliaccio.
Impiastro proprio a questo defecto a porre di sotto.
Recipe pece nauale. ℥. ij. litargiro. sangue de dragone. cera biancha o uoi rossa. pece greca. galbino. ana. ℥. ij. bolio armenico. ℥. ij. giesso. gomma arabica. ℥. iiij. mastice. ℥. 4. aristologia lunga e tonda ana. ℥. vj. trementina. ℥. ij. verditerra. ℥. 4. galla. ℥. j. consolida maggiore e minore ana. ℥. ij. Sangue de homo da uena dal barbieri de fresco libre. j. et confea cori. — Tolli una pellicella de montone frescha con peli come è scorticata. cocila in acqua piouana e bolla per spatio d'una hora. poi cola questa acqua. poi mettila in una pentola roza. fa bollire tanto che torni a mezo. poi ui metti cera et litargiro. pece greca. mastice. olibano. gomma arabica. galbano lamoniaco. e la galla. Facto questo reponi la decta pentola al fuoco. metteui el gesso et holio. e poi il sangue del omo. tuttauia mesta con diligentia a fuoco lento, poi mettiui l'aristolagia poi l'aloe epatico, mummia et sangue de dragone. Fa queste cose cocere tanto che sieno spesse si che si possino fasciare che non coli, e poni sopra la parte rotta. tegna 'l braghieri. stia in posa e nonsie maledicente. Guarditi da pasti uentosi e da gridare. e de non essere stiticho. usi cassia o manna. Non ponti a l'uscire del corpo.