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I Bianchi e i Neri

ATTO QUARTO.

Reading edition

Però bestemmio in prima la natura E la fortuna con chi ne ha potere, Di farmi sì dolere; E tocchi a chi si vuol, ch'io non ho cura; Che tanto è il mio dolore, e la mia rabbia, Ch'io non posso aver peggio di ch'io m'abbia. Fazio degli Uberti.

SCENA I.

Scena come nel secondo Atto. È giorno.

BIANCA.

Triste un silenzio di morte qui regna.

Qual fora mai cominciamento all'odio

Se tal cominci, o amore? — Il padre or come

Trovare io posso? — inoltrarmi non oso.

SCENA II.

Geri, e detta.

Geri

Bianca, che cerchi?

Bianca

Il padre.

Geri

O Dore?

Bianca

Il padre.

Ma fie a me sempre, così piacque al cielo,

Di Dore il volto un gaudio, perchè volto

È d'uom giusto...

Geri

Dal mio diverso tanto?

Bianca

La lode al buono è vitupero al tristo...

Tal ti se' fatto, che ti giunga amara

Del cugin tuo la lode?

Geri

Io! — no... ma il padre,

Dimmi, a che cerchi?

Bianca

Il fratel suo mi manda

A chiedergli se fie sua vita salva

Nella casa paterna...

Geri

Oh! ben ne venga

Lo dolce zio! — Riedi per esso; — digli

Gualfredo testè giunto, alto aver mosso

Lamento, onde nè in casa mai nè in via

Gli occorresse; — ch'ei venga; — nè per ratto

Muoversi farà mai che il gran desire

Ne' suoi consorti di abbracciarlo agguagli.

Bianca

Vado.

Geri

Bianca, — la suora di tua madre,

A Dio sacrata, di ferventi preci

Empie e di pianto la romita cella;

Or dirle cessi il lamentare, e Dio

Avere inteso il suo sospiro; — insomma

La nostra gioia dirle — non saria,

Bianca, pietade?

Bianca

Io ben pensava a questo,

Fratello; — ma deh! pregoti, di pompa

Abbian mie nozze nulla, di terreno

Nulla... tutto di Dio... Dei convitati

Parco il numero; — all'anima che intera

Nell'amor si abbandona ei son di freno

Insoffribile; — caste nell'ornato,

Dovizia abbian di affetti.

Geri

È tuo disire

Legge. — Or va; — ma perchè ristai pensosa?

Bianca

Fratel!...

Geri

Sorella!...

Bianca

Il priego di una afflitta

Puote in te nulla?

Geri

Onde mertar sì fatta

Domanda che fec'io?

Bianca

Parla sincero...

L'anima tua veracemente l'ira

Depose?

Geri

Il lieve dolore del corpo

Rimase spento dal gaudio dell'alma: —

Ella è serena — come ciel d'Italia.

Bianca

I canti delle vergini la lode

Esaltino del pio, dell'uom potente,

Che offeso perdonò; sol questo è calle

Per cui la polve fino a Dio s'innalza.

Il ciel cortese di pietosa donna

Ti sia, e di figli onore ai tuoi verdi anni.

Conforto ai tardi, — a tutti gaudio... Addio.

SCENA III.

GERI.

Dove mai questo cor toccar potesse

Gemito di pietà... tu mi faresti

Piangere...

SCENA IV.

GUALFREDI, e detto.

Gualfredi

Or dove mai Dore si asconde?

Geri

Testè a diporto pel giardino errante

Lo vidi.

Gualfredi

Fate ch'ei qui venga.

Geri

Padre...

Il fratel vostro...

Gualfredi

Lemmo!

Geri

È in queste case. —

Gualfredi

Che fa? perchè non viene? Andate, solo

Convenire amo con esso.

SCENA V.

GUALFREDI, LEMMO.

Gualfredi

A che stai?

Fratel, non osi? — temi? — In questa casa

Pensa che visse il padre tuo, — fratello...

Lemmo

Oh nome! — quanto mai fur queste orecchia

A non lo udire; — egli nasconde un suono

Che di amoroso brivido mi scuote. —

Deh! torna a dirmi, o mio fratel... fratello.

Gualfredi

Fratel mio dolce, — fin dagli anni primi,

Più che le dotte carte, a me la spada

Piacque, la scienza a te; pur mai dai nostri

Labbri volò l'oltraggio. — Un mal consiglio

Ci divise, — pur mai nemici fummo.

Indurarci la mente al ciel non piacque:

Ella era amica, ma taceva; — i figli

Non ci videro il cor che in suo secreto

Forte piangeva la perduta pace. —

Ei crebbero nell'ira; — essi son rei

Di nostre colpe; — seminammo l'odio, —

Raccogliamo il misfatto.

Lemmo

Il ver pur troppo

Parli. — Oh! se mai lo malo esempio il padre

Della colpa, che poi rampogna al figlio,

Avesse offerto, di gran pianto franca

Saria la stirpe umana; ma di polve

Figli, — dannati al male, — non ci è dato

Schifar, ma solo riparare al fallo.

Gualfredi

E si ripari. — Il fato che gli eventi

Regge, senza cercarla, offre una via

Soave, un laccio d'oro, onde torniamo

Amici nell'amor dei nostri figli.

Lemmo

Se eterno di quest'anima sospiro

La pace sia, fratel comprendi. Tale

Mi fai proposta, che volendo ancora

Ricusar non potrei. — Anch'io talvolta

Magnanimo mi credo; or veggo a prova

Che tu vinci d'assai. Regale stato

Non ho da offrire, e tu nol speri, a Bianca;

Ma un viver mite, quale ad uom privato

Conviene e a cittadino.

Gualfredi

A me di farle

Stato la cura lascia; — in ciò lo ingegno

Adoprerò e la spada.

Lemmo

Oh! dunque il tempo

A più mite consiglio non ti volse? —

Perchè di Dio la creatura intendi

Contristar nel servaggio? — A che mai questa

Tra le nequizie dell'uomo infinite

Ultima, e la più cruda? — In ben ti torna? —

Sale il tiranno e muore, e le insultanti

Strida, e il riso feroce dell'oppresso

Lo disperano al letto della morte:

Suo scettro è fuoco che la man che il serra

Arde, dannata per giudicio eterno

Alla viltà di non lasciarlo. Il giorno

Temi delle vendette. Iddio soverchia

Chi sta sopra la legge, e la tremenda

Ira di pazienza offesa.

Gualfredi

Onesta

È tua ragione, come di uom che i casi

Della vita, raccolto entro sua cella,

Specola. — Ma cosa è questo vantato

Viver libero che serbar non sanno

Omai, nè ponno? — A chi la coglie è gemma

Per via gittata; ed io che possa assembro,

E senno deggio far che in man non cada

Di chi in mal la converta. Di Dio poi

Nè io, nè tu sappiamo nulla; e speme

Ch'ei non abbia mal grado invece accolgo

Di surrogare un vivere civile

A sanguinente libertà. — La spada.

Io tel ridico, a ogni altro basta.

Lemmo

Sali

Tu dunque; — opprimi, e sali. — Io per me, quando

La fiumana trabocca e mena in volta

Dei tapini la vita, ed a frenarla

Non valgo, sto sopra la riva e piango,

Nè sulla libra dell'ira di Dio

Dei miei delitti pongo il peso. — Oh! pera

Il nome, asconda il corpo e la memoria

La terra del sepolcro, ma non viva

Scritta di sangue per la storia; — il pianto

Non la rammenti: ore alla gloria è chiusa

Lodevol via, basti alla polve umana

Di uno amico la lagrima o di un figlio

Al gran tragitto dal tempo all'eterno...

Gualfredi

Credimi, Lemmo, è tal nostra natura.

Che il ferro stesso che al suo mal la stringe

Vuolsi a condurla al bene.

Lemmo

Ad ogni costo

Salir tu vuoi; — ma pensa ch'uom non sorge

Senza mozzare molti capi in terra

Ov'ei fu cittadino; — e quando al sommo

Verrai, in che fie di un secol pianto un detto

Tuo solo, — pensa, il buon voler non basta;

Erra la mente, e si trascorre al male.

Gualfredi

Ma e ch'egli è mai questo uomo, onde tu tanto

Ti travagli per esso? Ah! mal conosci

Di queste sedi la stirpe esecrata. —

Virtù maligna dalle stelle piove

Che il cuor dell'uomo indura e lo fa tristo. —

Anch'io nei primi giorni della vita,

Quando i sogni son di Angioli, e la mano

L'agnello e il serpe palpa, e il labro ride

Al fior della bellezza, e al fior de' morti,

Alla cicuta e alla rosa, — uno amico

Vagheggiava pur io sopra ogni volto.

Stolto! e credei che l'anima, non altri,

Informasse le voci. — Ahi! che ben presto

Conobbi a dura prova unirci l'odio. —

Fa al figlio il padre scontare il delitto

Di averlo ingenerato; — fa l'amico

Scontare amaro all'amico il delitto

Di aver posto in lui fede; — l'uomo all'uomo

Eterna è guerra; — in chi la scure teme,

O Dio, non è di sangue, ma di frode. —

Guai! se il timor di Dio cessasse; — guai!

Se della scure il timore: — avventarsi

Tu vedresti l'un l'altro, — trucidarsi. —

Ma vivi lascia la strage di tutti

Sol due: — si scorgono, — l'odio rattiene

L'anima che fuggiva, — egri, — carponi

Strascinansi; — son presso, — alzan la mano

Per percuotersi entrambi, — a mezzo l'atto

Tronca la morte, — spirano. La tomba

Gli uomini in pace unisce sola.

Lemmo

E verga

Del Signor fatti: egli è temuto Dio,

Ma è maladetto il fulmine. — Ah! non spenta

È virtù; — vive questa via di stelle;

Questa nei piani di Betuelle apparsa

Mistica scala, che alla terra il cielo

Aggiunge, — vive: — vedi dalle mura

Diroccate, dal suol sparso di sale

Della regia Milano assorge cinto

Di aureola immortal l'Italo genio: —

Vedi fuggire i Federighi, e in altre

Portar terre la rabbia di mal spenta

Fame, e il furore di un orgoglio oppresso. —

Vili fummo divisi, — uniti, invitti.

Natura invan co' monti e con le nevi

Ci difende; non v'è figlio d'Italia

Che accorra all'Alpi. — Lo straniero scende

A suo grand'agio; — averi toglie e vite,

E ci deride. — patria mia, ti strigni

Con Fiorenza, e con lei Milano; — o stati

Di poche spanne, in battagliarvi eterni

Che fate voi? — un regio manto in brani

Siete... V'unite, e surgeran più belle

Le itale glorie che non fur mai morte;

Però che il sole e la virtude spenti

Fieno a un punto in Italia.

Gualfredi

L'amistanza

Che sia del forte non intendi; — meglio

Servaggio intero, — meglio morte. — Il petto

Nostro, se perir dessi, oh!... per altrui

S'apra: per noi non già. Ma se t'è dato,

Con l'ala del pensier sorgi tant'alto

Che al baleno dell'occhio il mondo tutto

Scorga, ed i piani del passato. — Vedi,

Questa è vicenda di bene e di male;

Ma gemesi mille anni nel dolore

Per un lampo di gioia, e per la notte

Vagasi in traccia un secolo di un punto

Luminoso che appresso ha falsa luce. —

Son tenebre per tenebre: — che giova

Travagliarci? soffrire è la condanna

Dell'uomo. Or se fortuna dagli oppressi

Mi scevra, — accetto: — un più vetusto patto

Ho con natura; di fuggire il danno.

Lemmo[18]

Cielo d'Italia, perchè non ti anneri.

Poichè la gente che il tuo azzurro allegra

Tanto è diversa? A che mai sorgi, o Sole?

Qui non contempli più le ardue battaglie

Che illuminavi un dì... qui non le geste.

Qui non tombe di eroi; — ma colpe e sangue.

O campi, o selve d'orror sacro piene,

Copritevi di lutto; — il vostro aspetto

Ridente mi contrista; — echi educati

Agl'inni dell'onore, or vi ammutite.

Qui non suona che gemito; sia nero

Il manto della bara, — oscuro: — insulto

È qui letizia; — è un oltraggio il sorriso.

SCENA VIII.

NELLO, e detti.

Nello

Gualfredo! — a rumor mossa

È la terra, — qui piegano aspramente

Feriti i Bianchi: — per Dio! sorti...

Gualfredi

Oh! tutti[26]

Si trafiggano, — tutti; — e il corpo mio

Faccia coperchio alla universa tomba.

SCENA IX.

GUIDO, e detti.

Guido

Damiata è cinta: — ognun di voi domanda,

Messere, e traditor vi appella.

Gualfredi

Il tristo.

Buon tempo egli è che pei sembianti appresi

Starsi, — non per le cose. — Il nome è nulla, — E

E poichè infame io non la temo... guardo

Fiso la morte, e alla morte sorrido.

SCENA X.

Altro Servo, e detti.

Servo

Messer... la porta scassinata... a terra

Cadde. — Lazzarri, il fier nemico vostro.

Porta un capestro, e di appiccarvi grida

Al balcon del castello.

Gualfredi

Oh! nequitosa

Plebe! — me appeso! — me d'infame morte

Ucciso! — Ov'è una spada? — Or proverai

Che sia destar lion quando si posa. —

Io niuno stringo; — seguami chi vuole...

Qualche bel colpo or la mia morte onori.

SCENA XI.

GERI, MANENTE.

Geri

Inferocisti alfine! — Or corri ratto

Manente a Uberto: — per la minor porta

Esca, — furtivo i Neri a tergo assalga. —

Io finch'ei giunga terrò fermo: — vola, —

Pensa qui andarne di morte o di vita.

Notes in this chapter

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