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Gli eretici d'Italia, vol. III

NOTE: (continued 4)

Reading edition

È probabile che ora nessuno più lo eserciterà.

La ritrattazione fu ricevuta con solennità da Pio VI nel natale del 1778, e diffusa per la Germania principalmente. L'autore notificolla alla diocesi di Treveri, protestando averla fatta sincera e libera, e che darebbe fuori una confutazione degli errori in quella enunciati, come fece infatti nello J. Febronii j. c. commentarius in suam retractationem, Pio VI pontifici m. kal. nov. submissam, Francoforte 1781, dove per verità parve alquanto circonvolgersi nelle ritrattazioni. Lo Zaccaria fece una collezione Theotimi Eupistini de doctis catholicis qui cl. Justino Febronio in scriptis suis retractandis ab anno 1580 laudabili exemplo præiverunt. Roma 1791. Ivi può leggersi la ritrattazione del De Dominis.

E un Mantovani cronista scriveva: «I Giansenisti si unirono ai preti chiaritisi giacobini: alcuni lanciaronsi sfacciatamente in pubblico, ma i più avveduti vi si mischiarono con qualche riserva. Mi pareva di travedere scontrandomi in alcuni di costoro, protetti di là d'ogni lor merito dal cessato Governo, accompagnatisi per istrada con gente screditatissima, parlare dell'arciduca e del Wilzek come di ministri i più ingiusti e dispotici».

Vi precede una vita del Tamburini scritta col fiele, massime contro quei ribaldi del temporale, e al fine di essa è detto che negli ultimi suoi anni vergò questa storia dell'Inquisizione, e la confidò al nipote del suo amico Zola.

Che c'è di vero in ciò? quest'opera deve essa pesar sulla memoria del professore bresciano, col cui nome fu ed è annunziata sui muri delle città fra le figure di miseri straziati, e di monaci strazianti?

Alcune frasi che ho citate già fecero sospettare al lettore un alito più recente, se anche non avesse dubitato che un vecchio ottagenario, potesse compiere un lavoro che, a quel tempo, richiedeva, a tacer il resto, una ricerca di libri e documenti, non solita al Tamburini, al quale il corredo storico, per rinfiancare le sue controversie era esibito dallo Zola.

Il Tamburini poi potè errare nella mutilazione d'alcune verità, nell'applicazione d'alcune dottrine, ma queste appartenendo alla scuola che non rinnega il cattolicismo, e tanto meno il cristianesimo; e cui carattere era di disobbedire protestando obbedienza: di spinger all'eccesso il rigor della morale e gli atti di pietà, e assiderar col gelo razionale il calor della vita cristiana, badando più alla giustizia di Dio che alla sua misericordia.

Ora in quest'opera v'è capitoli che si direbbero d'un pio scrittore, ma altre volte, e massime nella conclusione, v'è conculcata affatto la credenza avita, come potrebbe fare qualunque folliculare odierno, con assoluta intelligenza dei tempi ed ostinata mancanza di giudizio; non solo col soffio, ma colla fraseologia di Quinet e Michelet, vi presenta il mostruoso simulacro chiamato il pontefice: ripete le plebee sciatterie contro il papa-re; e vuol perfino vedere nelle streghe un sintomo della continua riconquista che il diavolo fa sopra Dio. E computando tutte le persone che perirono, non già per l'Inquisizione, ma pel cristianesimo conchiude che 17,899,600 furono le vittime della rabbia religiosa cristiana.

Oltre questi sentimenti affatto consoni alle effervescenze d'oggi, molte frasi tengono o del moderno come i profughi tolti delle madri al caro eloquio: o affatto del forastiere come Lancre che menò di galoppo il processo a briglie sciolte (IV, 38). Un modo che caratterizza non solo un autore, ma un tempo, si è l'esposizione drammatica, venuta a noi coi romanzi di Walter Scott. E veri romanzi vi sono inseriti, come quello d'un Rusconi di Como, di Menico e Agnese Sturlini, di Rosalione de' Lambertenghi, probabilmente cavati da alcuno de' romanzi che imbrattano oggi la letteratura. Donde può dedursi che questa storia è una compilazione indigesta di opere, molte delle quali comparvero al fine della vita del Tamburini o dopo la sua morte, per esempio il Lorente.

Ma fin nel compilare costui si dimentica dell'esser proprio e p. e. chiama nostro regno il Napoletano (III, 504, 508, 515): e cita Ferdinando del Pozzo e Carlo Botta (IV, 398) e perfino un breve di Gregorio XVI. Più se ne dimentica ove, descrivendo a minuto e fuor affatto di proposito la biblioteca Ambrosiana, vi indica il monumento del Bossi, opera del Canova, i busti di Byron del Monti, del Pecis, della Paravicini, del Branca, dell'Oriani, fin il pavimento donato dai Litta Modignani.

La mia Storia della Diocesi di Como è di qualche anno posteriore alla morte del Tamburini, eppure mi troverei plagiario, poichè in quest'opera leggesi parola per parola (IV, 38) quanto io narrai delle streghe del Comasco e della Valtellina. Quel processo degli untori di cui tanto parlare si fece in questi anni, lo avea riferito per disteso il Tamburini molti anni prima (IV, 101) e, vedete combinazione, colle identiche mie parole. Se non che io vi soggiungeva alcuni fatti di pretesi avvelenatori, perseguitati a Parigi nel 1835, e il pseudo Tamburini, questa volta ricordandosi d'esser morto assai prima, gli applica (pensate con quali incoerenze) alla febbre gialla di Livorno nel 1800, sempre però colle mie parole.

Manzoni ha pubblicato uno de' più bei lavori apologetici sulla Morale Cattolica, credendo ribattere il Sismondi. S'ingannò. Fu il Tamburini che, per mostrare quanto malo gl'Italiani intendessero la libertà e quanti danni abbia lor recato il cattolicismo, stese due capitoli, che sono ad verbum i due famosi che il Manzoni confutò trionfalmente, supponendoli del Sismondi.

Non occorre di più per indurre ad assolvere il professore bresciano dall'aver commesso un libro degno solo dell'invereconda letteratura di bottega; un libro dettato collo sguajato disprezzo che oggi si usa verso un pubblico abbandonantesi alla credulità, ch'è uno de' più generali effetti delle rivoluzioni.

Io ripresi che mi converrebbe ottener prima la licenza del mio imperatore.

— O che! mi ricusereste questo piacere? (replicò egli). Parmi che non arrischiereste nulla, adoperandovi per la pace del mondo.

— Di ciò per appunto dubito, io ripigliai sorridendo. Temo che non sia pace quella che vostra maestà propone al papa. Si degnerebbe manifestarmi il suo disegno?

— Eccovelo, disse Napoleone quietamente. Da qui innanzi la sede della Chiesa non sarà più a Roma, sarà a Parigi. — Io feci un moto d'ammirazione e un sorriso d'incredulità.

— Sì, continuò il terribile uomo. Io fo venire il papa a Parigi, e vi fermo la sede della Chiesa. Ma voglio che il papa sia indipendente: gli accomodo presso la capitale una dimora convenevole; gli regalo un palazzo, e affinchè sia in casa propria, dichiaro neutro il territorio per la circonferenza di alcune leghe. Colà avrà il suo corpo diplomatico, le sue Congregazioni, la sua Corte, e acciò che di nulla difetti, gli assicuro una dotazione annua di sei milioni. Credete voi che rifiuterebbe?

— Certo sì, e tutta Europa lo sosterrà nel rifiuto; il papa vedrà, e giustamente, che egli sarebbe prigioniero coi vostri sei milioni, quanto è in Savona.

Napoleone si indispettì, e mi tempestò con cento clamorose querele. In ultimo io gli dissi: — Vostra maestà mi strappa un segreto. L'imperatore d'Austria ha avuto questo disegno medesimo. Si accorge che vostra maestà non vuol ricollocare il papa in Roma: egli non vuole che resti in cattività, e pensa altresì fargli uno Stato. Vostra maestà conosce il palazzo di Schönbrunn; l'imperatore lo dà al papa, con un circuito di dieci o quindici leghe, neutro del tutto, e gli aggiunge una rendita di dodici milioni. Se il papa accoglie questa proposizione, ci consente vostra maestà?»

Lo sforzo di conciliare l'ordine ecclesiastico col civile fu fatto anche nel tempo de' Francesi. Giuseppe De Poggi nato a Piozzano nel piacentino il 1761, allo scendere de' Giacobini uscì dagli Ordini, come molti altri, ebbe incarichi dalla Repubblica Cisalpina, al cader della quale si fissò in Parigi, ove stette fin al 1842 quando morì. Fu lui che procurò la pubblicazione della Storia d'Italia di Carlo Botta. Giovanissimo stampò De Ecclesia tractatus, nelle idee febroniane, poi le Emende sincere (1791) tutte in sostegno de' diritti del principe nelle discipline ecclesiastiche e in lode del Ricci e di P. Leopoldo, e le pungenti Lettere di frà Colombano. Venuta la repubblica, sostenne i diritti di questa contro la Chiesa; il che è logico: stampò il giornale il Repubblicano Evangelico, la Concordanza della Democrazia col Vangelo, un'Istruzione dei Cattolici sul giuramento della Repubblica Cisalpina. Oltre varie opere d'erudizione e di storia naturale; tradusse in versi l'empia Guerra degli Dei di Parny (Parigi 1830), e fece un poema della natura delle cose, ove sostiene l'eternità della materia.

Eterna ed una, dell'immenso tutto Somma cagion, visibile, verace, Alma natura, che qual sempre fosti E sarai sempre, sei ciò ch'è, che fue, Che in avvenir sarà: sta delle cose In te il principio, la ragion, l'essenza, Il moto, la virtù, la vita, il senso, ecc.

Frequenti nasceano le occasioni di Te Deum, accompagnati da pastorali dove i vescovi esaltavano il presente ordine, e, ispirati dal ministero, lanciavano qualche motto contro gli scismatici Russi, gli eretici Inglesi, le persecuzioni che i cattolici soffrivano in Irlanda: non doveano mai mancar le lodi al restaurator della Chiesa, e venivano rimproveri se fossero scarse. Introdusse di far leggere nelle chiese i bullettini dell'esercito, ma poi gli parve che con ciò si desse ai preti un'ingerenza nelle cose politiche, ch'ei non voleva. Da ciò il volere che i preti non potessero salire a gradi nel ministero dei culti senza aver laurea dall'università (30 luglio 1806), la quale potrebbe ricusarla «a chi fosse conosciuto per idee oltramontane, pericolose all'autorità». Che se anche semplici curati dessero segno d'indipendenza, faceali mettere prima in conventi, poi in prigioni; e quelle di Vincennes, di Santa Margherita, di Fenestrelle, d'Ivrea furono piene di sacerdoti, non processati, non condannati, che o morirono, o furono liberati alla caduta di lui, senza sapere il perchè fossero stati presi. Ciò in appresso, ma fin dal principio lagnavasi altamente delle sofisticherie di Pio VII, e assicurava che con ciò portava la ruina della religione. Minacciava che la Francia fosse per divenir protestante, e al nunzio Caprara rimproverando qualche opposizione, diceva: «Non è più il tempo che i preti faceano miracoli. Richiamate quel tempo, ed io vi lascio tutto. Nelle circostanze presenti, dovete lasciar fare ogni cosa a me, prestandomi appoggio fin dove la religione lo consente. Le differenze nostre han fatto nascere fra gl'increduli e gli atei l'idea di gettarsi nel protestantismo, che, dicono, non porta discussioni, e i cui capi fanno ogni opera per trarre il mondo in questa via».

Volle anche procacciarsi il monopolio della parola, e a Portalis, ministro de' culti, il quale avea messo il molto suo ingegno a tutto servizio di lui, scriveva di abolir tutti i giornali religiosi, e ridurli a un solo Giornale dei Curati: eppur si sbigottiva quando questo contenesse alcuna cosa avversa alle libertà gallicane. Non è da tacere che, fin dai primi tempi, ma viepiù in appresso, falsificava o alterava i documenti emanati dalla santa sede nel riprodurli sul Moniteur o nel tradurli, nè esitava di darvi interpretazioni e ispiegazioni fallaci.

Intanto egli s'intrigava di cose strettamente religiose, come la festa del 15 agosto, per la quale fe comparire un san Napoleone, fin allora ignoto al calendario francese, e che doveva escluder la memoria dell'Assunta. Era una nuova occasione ai vescovi di far elogi all'imperatore, e pur troppo vi strabbondarono in frasi, che ormai non sono che de' giornalisti.

Volle anche farsi definitore dogmatico nel famoso catechismo. Già negli articoli organici soggiunti al concordato, aveva imposto non vi sarebbe che una sola liturgia, un solo catechismo per tutte le chiese di Francia. Roma, che ama l'unità, non disgradì questa determinazione. Napoleone, non volendo allora cozzar subito col papa che l'avea coronato, incaricò di stenderlo un teologo italiano, addetto alla legazione del cardinale Caprara: ma avendolo fatto male, l'abate Emery suggeriva di prender il catechismo di Bossuet, prelato pel quale Napoleone mostrava la più gran venerazione non per altro se non perchè pareagli ligio a Luigi XIV. Nella spiegazione del quarto comandamento del decalogo si era sempre stati contenti d'impor l'obbedienza in generale; e il catechismo di Bossuet diceva: «Il quarto comandamento impone di rispettar tutti i superiori, pastori, re, magistrati e altri», nè di più avea preteso l'imperioso Luigi XIV. Qui bisognò far un intero capitolo sopra l'obbedienza dovuta ai principi, poi scendere in particolare a Napoleone I.

Quel catechismo fu tradotto, ad uso del regno d'Italia, e nella lezione VII si legge:

D. Quali sono i doveri dei Cristiani verso i principi che li governano, e in particolare i nostri verso Napoleone I, imperatore e re?

R. I Cristiani devono ai principi, o noi in particolare dobbiamo a Napoleone, nostro imperatore e re, l'onore, il rispetto, l'obbedienza, la fedeltà, il servizio militare, i tributi per la conservazione dell'impero o del suo trono. Inoltre gli dobbiamo fervide preghiere per la salute sua, e la prosperità spirituale e temporale dello Stato.

D. Perchè siam tenuti a questi doveri verso il nostro imperatore e re?

R. Primo, perchè Dio, che creò gl'imperi e li distribuisce a volontà, colmando l'Imperatore di doni in pace e in guerra, lo stabilì nostro sovrano, lo rese ministro della sua potenza, e sua immagine in terra. Onorare e servire il nostro imperatore e re è dunque onorare e servire Dio stesso. Secondo, perchè nostro signor Gesù Cristo colla dottrina e coll'esempio ci insegnò quel che dobbiamo al nostro sovrano: nacque obbedendo all'editto di Cesare Augusto: pagò l'imposta: e come ordinò di render a Dio quello che è di Dio, così ordinò di rendere a Cesare quel che è di Cesare.

D. Non vi sono doveri particolari che ci attacchino più fortemente a Napoleone I, nostro imperatore?

R. I doveri che ci legano all'Imperatore, ci legheranno anche ai successori suoi legittimi, nell'ordine stabilito dalla costituzione dell'Impero.

Il cardinale Caprara, allora legato pontifizio, non sapeva più contraddir nulla all'imperatore: e sebbene, allorchè primamente ne fe motto, il cardinale Consalvi avesse apertamente disapprovato il catechismo inviato a Roma, e detto che non si poteva imporlo a tutti i vescovi, e tanto meno conveniva all'autorità secolare arrogarsi una facoltà, da Gesù Cristo confidata solo alla Chiesa e al suo vicario, il Caprara tenne celata tale disapprovazione, e il catechismo apparve come autorizzato dal nunzio nell'agosto 1806, benchè alcuni vescovi trovassero esorbitante la parte che l'imperatore si assumeva nelle cose ecclesiastiche.

Ai dì nostri due preti in maniera opposta visitarono o giudicarono Roma: Lamenais e Lacordaire. L'uno come Lutero non seppe vedervi che ambizione, che intrighi, che sottofini, che coperte vie; e andatovi con orgoglio, le volgeva lo spalle per divenir apostolo del comunismo e della ribellione.

L'altro, ravveduto da un'eccessiva ammirazione della ragione, venerava la rivelazione e i suoi depositarj, pur non lasciando di proclamare l'associazione della libertà colla Chiesa. E diceva: «Il mondo cerca la pace e la libertà, ma sulle vie della turbolenza e della servitù. Sola la Chiesa ne fu la sorgente pel genere umano; sola, nel seno oltraggiato dai suoi figli ella serba il latte inesauribile. Quando le nazioni saranno stanche d'essere parricide, colà troveranno il bene ch'esse non posseggono più. Per ciò il prete non si mescolerà alle quistioni sanguinose e sterili del suo secolo; pregherà pel presente e per l'avvenire:... predirà senza stancarsi alle generazioni contemporanee, che non v'ha pace nè libertà possibile fuor della verità:... ringrazierà Dio di viver in un tempo, in cui l'ambizione non è più possibile: comprenderà che, più gli uomini sono agitati, più possente è la pace che regna sulla fronte e nell'anima del prete; più gli uomini sono nell'anarchia, più possente è l'unità della Chiesa; più il secolo profetizza la morte del cristianesimo, più il cristianesimo ne diverrà glorioso, quando il tempo, fedele all'eternità, avrà spazzato quell'orgogliosa polvere, la quale non dubita che, per esser qualcosa nell'avvenire bisogna esser qualcosa nel presente, e che il nulla mena al nulla. — In fine il prete sarà quel ch'è la Chiesa, inerme, pacifico, caritatevole, paziente, viaggiatore che passa beneficando, e che non si meraviglia d'essere mal conosciuto dal tempo, perchè egli non è del tempo.

«O Roma, siffatta io t'ho vista. Serena fra le tempeste dell'Europa, tu non avevi alcun dubbio di te stessa, alcuna stanchezza: il tuo sguardo, rivolto alle quattro plaghe del mondo, seguiva con sublime lucidezza lo svolgersi degli affari umani nel loro legame coi divini: solo la tempesta, che ti lasciava calma perchè lo spirito di Dio soffiava in te, mescolava agli occhi del semplice fedele, men avvezzo alle variazioni del secolo, qualche compassione alla sua ammirazione... Roma, lo sa Dio, io non ti sconobbi perchè non vedessi i re prosternati alle tue porte; ho baciato la tua polvere con una gioja e un rispetto indicibili: tu m'apparisti qual sei veramente, la benefattrice del genere umano nel passato, la speranza del suo avvenire, la sola cosa grande che oggi viva in Europa, la captiva d'una universal gelosia, la regina del mondo».

«Parlare di dommi, di diritti, di sacramenti per combattere la fede, si chiama filosofia; parlarne per difenderla, si chiama entrare in teologia, voler fare l'ascetico, il predicatore; si pretende che la discussione prenda allora un carattere meschino e pedantesco. Eppure non si può difendere la religione, senza discutere le questioni poste da chi l'accusa, senza mostrare l'importanza e la ragionevolezza di ciò che forma la sua essenza. Volendo parlare di cristianesimo bisogna pur risolversi a non lasciar da parte i dommi, i riti, i sacramenti. Che dico? perchè ci vergogneremo di confessare quelle cose in cui è riposta la nostra speranza? perchè non renderemo testimonianza nel tempo d'una gioventù che passa, d'un vigore che ci abbandona, a ciò che invocheremo nel momento della separazione e del terrore?»

Il Broglia, al 28 marzo 1835, imputava Gregorio XVI di inesperienza e soverchia clemenza. «Sua Santità è dotta assai, e nelle cose ecclesiastiche versatissima, ma nelle governative dice essa stessa che punto non se n'intende... La vera dottrina religiosa in Roma si trova quasi solo presso gli Ordini religiosi, e ad essi nei casi difficili le sacre Congregazioni richiedono consiglio o, come dicesi, il voto. Dalla condizione dei tempi, tolta a Roma quella influenza, della quale si valeva a pro della Chiesa e dei popoli, ben pochi sono coloro che da paesi lontani, come anticamente, si recano in quella dominante per consacrarsi alla prelatura: quasi tutti i prelati ora sono italiani e con mezzi pecuniarj ristretti, di modo che a fatica sostengono certe idee di grandezza che rimangono dell'antica prelatura. Le imposizioni sono assai gravose, e non vi è mezzo d'alleggerirle... L'alta classe è molto malcontenta; conserva però uno spirito di rettitudine, che la rende aliena da ogni divisamento illegale o turbolento. Nelle province lo spirito pubblico è pessimo, affatto avverso al Governo... Altre volte quel governo passava per mano de' più accorti: ora la bonarietà è il suo pregio distintivo... Le Congregazioni che trattano di affari ecclesiastici e delle cose spirituali, sono presedute da uomini di pietà e dottrina. Sotto questo rapporto le cose camminano bene... Le potenze scismatiche nutrono disegni contrarj alla santa sede. Delle cattoliche, varie ancora rimangono colle antiche impressioni di gelosia. Il fu imperatore Francesco d'Austria da alcun tempo si era accostato alla santa sede; ma il suo governo continuò sempre ad avere le massime di Giuseppe II e di Leopoldo. L'eminentissimo Albani, che era a parte dei secreti austriaci, in un momento di fiducia mi disse chiaramente che l'Austria non era la migliore amica del papa... Il papa è sommamente venerabile per la santità de' principj e de' costumi suoi, ma non emerge sopra la comune degli uomini per sublimità di talenti politici», pag. 404.

E dopo narrato del poco conto che Roma potea fare sull'Austria, soggiunge: «Esulta la santa sede dello spirito di cattolicismo che vede rinascere ed infiammarsi ne' popoli di altre nazioni, e a queste sembra voglia appellarsi, in deficienza di altri mezzi. Il santo padre, tutto fidando per ciò che riguarda gl'interessi temporali nella divina providenza, stretto e vincolato nelle sue attribuzioni spirituali da varj sovrani cattolici non che dagli eterodossi, a ben pochi può rivolgere la sua fiducia, epperò oserei dire che sarà forzato a simpatizzare coi movimenti di quei popoli cattolici, che fossero per adoperarsi in favore della indipendenza della Chiesa». Pag. 423; 25 gennajo 1839.

Anche quando fu conquistata la Lombardia, il giugno 1859, il governatore Vigliani vi proclamava che «l'Austria esercitava sulla Chiesa un patrocinio che riusciva ad una vera servitù», mentre «valida guarentigia debbono essere pel clero le tradizioni della real casa di Savoja, la quale in ogni tempo si distinse per illuminata sollecitudine dei più preziosi interessi della religione e della morale». Poi vi facea tener dietro i comandi più dispotici per l'intrinseco e pel modo.

E poi costoro urlavano quando alcun forestiero sparlasse dell'Italia.

I Francesi tengono il concordato, non soltanto come contratto, ma come legge civile dello Stato. Ledru-Rollin, autorità non sospetta, dice che «pris dans son sens général, le mot concordat signifie une espèce de transaction. Conservant toujours cette idée fondamentale, il se divise en accord ou transaction entre beneficiers, et transactions entre le chef du pouvoir spirituel et le chef du pouvoir temporel d'un État, ayant pour bût de regler les rapports généraux, qui unissent les deux pouvoirs dans les divers pays de la Chrétienneté» (Répertoire général de la jurisprudence, ad vocem; e vedasi pure Dupin, Manuel du Droit publique ecclesiastique français, Parigi 1845, § 6, introduction). Dal 1802 al 1866 quanti governi non cambiò la Francia! Passò dall'impero al sistema parlamentare, alla repubblica, a un nuovo e diverso impero, e non credette mai annullato il concordato.

Il vescovo di Faenza fu condannato a trentasei mesi di carcere e seimila lire di multa: quel di Piacenza a quattordici mesi di carcere e millecinquecento lire di multa: Arnaldi vescovo di Spoleto tenuto in carcere senza processo: processati quelli di Bergamo, di Fano, il vescovo vicario di Milano: a tre anni di carcere e lire duemila di multa il vicario capitolare di Bologna: tenuti in castello due vicarj generali di Napoli col canonico penitenziere: così quel di Piacenza, e innumerevoli altri.

Egli stesso, divenuto prefetto di Napoli, domandò al ministero la facoltà di proibire ogni funzione religiosa fuori delle chiese: e le proibì nel veneto il ministro Tecchio, il 20 luglio 1867.

Fra i molti opuscoli e libri in senso diverso, discerniamo per la sua brevità ed ordine uno pubblicato in Olanda col titolo Le gouvernement pontifical jugé par l'histoire, le bon sens et le droit. Le sue conchiusioni sono: 1º non v'è incompatibilità fra la missione di capo della Chiesa e di principe italiano; 2º il papa non è nemico della libertà, della civiltà, del progresso; 3º il governo pontifizio non è peggiore degli altri; 4º non v'è malcontento generale negli Stati romani, nè nimicizia fra il papa re e i sudditi suoi; 5º allo Stato romano non mancano codici, nè la giustizia vi è male amministrata; 6º l'insegnamento in ogni grado non vi è negletto, nè le finanze in ruina, nè in decadenza l'agricoltura, l'industria, il commercio; 7º i preti non sono incapaci di presedere all'amministrazione laica di un paese.

Aggiungasi il Paciaudi, teatino torinese, bibliotecario di Parma e istigatore o stromento del Dutillot nelle riforme religiose e nel perseguitare i Gesuiti, che chiamava mercanzia pestifera. Giovan Battista Riga, avvocato fiscale, scrisse sulle parole di Cristo Regnum meum non est de hoc mundo, e per sostenere il matrimonio de' preti.

Ai membri del Concilio ecumenico protestante tenutosi il 1845 in Berlino, fu diretta questa circolare:

«Voi foste convocati per renderci l'unità delle dottrine, del culto e della costituzione ecclesiastica. A spiegarci con serena schiettezza, noi non crediamo verun di voi così profondamente sepolto nei secoli andati, che non vegga addirittura esser oggimai di pochissima importanza il secondo punto, considerato come principalissimo all'epoca dell'unione. In materia di unità di culto e liturgia, il cattolicismo produsse quanto v'ha di più grande e più perfetto: alla Chiesa nostra manca ciò che dà al culto il più bello e il più incantevole, l'antichità immemorabile e il carattere tradizionale, doti del solo cattolicismo. Ricevete pur dunque proposizioni e progetti; ma non isprecate un tempo prezioso nell'esaminare codesti mezzi con cui le immaginazioni poetiche vagheggiano un culto protestante omogeneo, e il figurarsi migliaja di templi protestanti, mentre assistono alla liturgia, echeggianti d'una stessa prece e di un canto stesso.

«In quanto alla confessione del domma, senza accordar piena libertà non può l'unità di confessione produrre altro che tirannia e servaggio, o scismi e sètte: sicchè ogni Comune confesserà ciò che gli talenta, il pastore predicherà ciò che a lui piace, e non s'addosserà altro dovere che di attestare, nel prender possesso dell'impiego, d'essere cristiano, e voler servire alla Chiesa. Nulla più può da lui esigere la Chiesa. Deve dunque il pastore in ogni occasione pronunciare la fede sua personale, ma esprimendola in termini biblici, per evitare scandalo. Così i fedeli, come sempre dee accadere, compiranno a modo loro e secondo la personale lor fede, ciò che egli lor dice: ma pure dovranno riguardar la parola di lui come parola di Dio. Che se voi riduceste la formola della fede alle idee di coloro che credono di più, è facile prevedere nascerebbero nuove sètte.

Vi si objetterà forse che in tal guisa voi distruggete la Chiesa e spezzate il vincolo dell'unità. A ciò gli uomini di libertà risponderanno che da lungo tempo la Chiesa venne meno, nè ha più valore alcuno. Già da due generazioni, anzi da tre secoli, l'arbitrario irruppe nella Chiesa, e governolla. La Chiesa secondo l'idea sua primitiva, appartiene al cattolicismo, e tutto ciò che nel sistema protestante tende a ritornarvi, non solo rinnega il protestantesimo, ma non giungerà mai ad esser altro che un pallido riverbero dell'unità, che è visibil gloria del cattolicismo. Noi vogliamo solo la Chiesa cristiana e niente più; non vogliamo unità di fede circoscritta ad una misura qualunque; giacchè nel cristianesimo la sola cosa essenziale è di essere cristiano. Cercherete di più? volete una confessione che includa anche solo il minimo dei dommi? Ecco tosto per l'unità divien necessario un potere papale, sia di un uomo o di una scrittura; anzi, se l'intento vi riuscisse occorrerebbero tribunali di fede ecc.».

Non so se più bella apologia potesse scriversi dell'autorità e dell'organamento cattolico.

I duchi di Savoja non cessarono mai di ribramare Ginevra finchè nel 1754 vennero a trattative, secondo le quali il re di Sardegna, riconoscendone la indipendenza, concedeva per venticinque anni l'esercizio del culto riformato nel tempio di Bossey pei villaggi di Troinex, Bossey e Carouge: e per quattro anni per Chêne: cessava affatto a Valeiry e Neydans, ma gli abitanti aveano libertà di coscienza per quindici anni, entro i quali doveano o migrare o farsi cattolici. Molti allora migrarono: ma nel 1780 il senato, a nome del re, autorizzava i Protestanti a esercitare gli uffizj religiosi ne' villaggi vicini, e ai pastori di venir ad adempierli ne' villaggi appartenenti alla Savoja.

Ciascun de' villaggi poggianti sul Solève fu oggetto di discussione in tre congressi: e di quelli ceduti allora alla Savoja, che conteneano settemila persone, la più parte tornarono ginevrini ne' trattati del 1815, restando cattoliche le popolazioni.

D'una cospirazione per tirare non solo Ginevra ma tutta la Svizzera sotto la monarchia di Savoja, nel 1843 e ne' seguenti anni, è traccia nel Bianchi, Storia documentata della diplomazia europea, vol. IV, pag. 190.

È noto come Ginevra tremasse sempre di tornar cattolica; i giorni delle solennità si chiudeano a chiave le porte: era multato in dieci scudi chiunque incontrasse il vescovo d'Annecy nella visita pastorale. Ora mezza la città è cattolica: il consiglio di Stato dovette cedere ai Cattolici un terreno per 13,000 lire, ove fabbricar un'altra Chiesa cattolica. Nel 1864 celebrandosi il terzo centenario della morte di Calvino, non si riuscì a organizzare una dimostrazione antipapale. Appunto mentre scrivo si radunò a Ginevra un congresso della pace (settembre 1867), e le bestemmie che qualche italiano spettorò contro il papa eccitarono tale indignazione, come offesa alla libertà religiosa e alla creanza civile, che l'adunanza dovette sciogliersi.

Vedasi la «Protestazione giudiziale» sporta dal Bert da Torre Pellice, il 17 luglio 1861, ove si dice che nel colloquio «i discorsi furono improntati di tale violenza da recare spavento ad alcuni membri stessi del corpo ecclesiastico»; e il decano Monastier rimproverò il Pylat di «essere peggiore le mille volte di un eretico impostore».

Nel 1863-64 l'ospizio de' catecumeni in Pinerolo fu minacciato di soppressione. Accorse con tranquillità serena di anima e forza incontrastabile di argomenti a proteggerlo come doveva, e a rassicurarlo monsignor Renaldi, vescovo di quella città, e commise all'abate Bernardi, suo vicario, di redigere una storia della origine e della condizione di tale benefico istituto, «cui dà vita la carità insieme e la cattolica religione; che accoglie e istruisce, che sostenta il povero perseguitato e disconosciuto, e lo sorregge negli intimi convincimenti della coscienza, e nell'adempire agli impulsi e ai lumi che derivano dalla grazia di Dio: non fa nè mercato nè mistero delle altrui credenze e delle sue libere e benefiche prestazioni, e tiene le sue porte aperte così per coloro che, condottivi da legittimi motivi vi accorrono, come per quelli che bramano uscirne, non opponendo mai alla volontà degli accolti la minima resistenza».

«Cette grande entreprise a pour appui les gouvernements protestants, et ceux des gouvernements catholiques qui sont momentanément entre les mains des ennemis de l'Église. Elle a pour appui la Société Biblique, dont le revenu, qui s'élève, dit-on, à 80 milions, est emploié en grande partie à acheter des apostasies. Ainsi dans cette inombrable armée de pervertisseurs, il y a des princes, des ministres, des diplomates, des capitalistes, des magistrats de toutes les catégories. Aussi avez vous entendu les crìs qu'ils poussent quand on vient à toucher même légérement à quelques uns de leurs émissaires. On avait peine à comprendre ce que signifiait l'émeute diplomatique qui se fit en faveur des Madiaï. Aujourd'hui le mystère se laisse pénétrer. Quelques commis-voyageurs de la société étaient compromis, il fallait les sauveur, et pour cela l'Europe s'est mise en mouvement. Jamais l'agitation religieuse n'avait été aussi universelle. Jamais il n'y a eu tant d'acord pour combattre la vraie religion..... Ces tentations de démoralisation seraient sans danger si le ministère sard n'y donnait son appui... Ce ministère semble, en cela, obéir au mot d'ordre qui a été donné à tous les gouvernements, de faire la guerre à l'Église (pag. 9)... Le gouvernement anglais s'est mis au service de la Société Biblique. Personne n'a oublié toutes les sourdes attaques, toutes les menaces du gouvernement anglais contre Naples, contre Rome et contre l'Italie. Pour peu que l'on examine au-dessous de cette action britannique, on y trouve la haine du pape et du catholicisme» (pag. 290).

Nel 1835 a Ginevra si radunarono 250 ministri protestanti pel terzo loro giubileo, e combinarono i modi di propagare la loro credenza, per mezzo di unioni protestanti; da quell'ora sinodi e ritrovi moltiplicaronsi. Egli scrive che «en 1853, vingt-un catéchistes, colporteurs, journalistes, écrivains de libelles diffamatoires on été lancé sur la Savoie pour y fonder des prédications et tenter des conquêtes à l'hérésie. En Piémont comme en Savoie, le voltairianisme aux prises avec l'Église, a cru devoir appeller l'hérésie à son secours. Après avoir réussi à mettre le pouvoir à sa disposition, il a ouvert des temples aux prédicants, et des routes aux colporteurs de mauvais livres. Il a fondé des journaux pour diffamer tout ce qui est honnête et combattre tout ce qui est vrai. L'Italie entière, la France, la Suisse catholique, les Provinces Rhénanes sont en tout sens parcourues par les émissaires de la grande conspiration religieuse, qui, dans son zèle de prosélytisme, embrasse le monde entier».

Anche un giornale svizzero evangelico si doleva che «mentre la Chiesa cattolica continuamente accoglie protestanti i più illuminati, e distinti per moralità, la nostra è ridotta a non reclutare che frati lascivi e concubinarj».

«La difesa imprudente del dominio temporale del papa nuoce al clero cattolico e per la parte spirituale e per la parte nazionale. Per la prima nuoce, perchè è repugnante alla religione, alla storia, alla necessità delle cose che il vicario di Cristo debba esser necessariamente principe della terra: nuoce per la seconda, perchè il dominio temporale del papa essendo ridotto una vera piaga d'Italia, un ostacolo alla ricostituzione della sua nazionalità, e diciamolo francamente un ostacolo alla quiete e alla sicurezza degli altri Stati cristiani, mette il chiericato in contraddizione coi suoi doveri verso la patria, e tutto ciò per il funesto spirito di fazione soffiato in questi ultimi anni dall'antica pretensione curialesca, e più ancora dalla rincrudita sètta gesuitica.

«... Il gran nipote del gran Napoleone compirà l'opera, per la quale il pontefice avrà regno senza aver sudditi, cioè vittime; l'Italia avrà la sua nazionalità senza aver una lotta clericale degna del medioevo, e non de' giorni nostri: la religione cattolica riprenderà tutto il suo divino splendore astersa dalle macchie di un regno tirannico e incivile; l'Europa, anzi il mondo tutto avrà pace, perchè dugento milioni di cattolici saranno confermati nella purità evangelica da un sacerdozio che direttamente o indirettamente non corromperà la morale, mischiando al vangelo le pretensioni mondane d'un potere proscritto da Dio e dalla coscienza umana».

Su tutto ciò possono vedersi Revue Germanique, février 1863.

Neigebauer, Das Glaubens Bekenntniss der italianischen evangelischen Kirche, nebst einer kurzen Nachricht über die neusten religiösen Bewegungen in Italien. Magdeburg 1855.

C. Nitzsch, Die evangelische Bewegung in Italien nach einem mehrjährigen Aufenthalt in Italien geschildert. Berlino 1863.

Una memoria nel Magazin für die Literatur des Auslands 1863, n. 32, 33.

Das Evangelium in Italien, ein zeitgeschitlicher Versuch von Leopold Witte. Gota 1861.

Turano, Il Cattolicismo esposto ai Valdesi. — Poi Risposta al signor Giorgio Appia valdese, in occasione del suo opuscolo Roma e la Scrittura. Inoltre il De Giovanni confutò il libro di P. Leorati Che cosa è la messa; Petronio Grima scrisse Sulla Confessione, monsignor Celesia vescovo di Patti una pastorale: Giuseppe De Castro, L'Apostasia in vendita e la fede in cattedra ecc.

E del Gavazzi scrive che «non sa se non divertire un branco di scimuniti, ostentando la camicia rossa e gesticolando come un istrione», p. 14.

Un giornale mazziniano di Genova scriveva: «Noi non crediamo di aver molto a consolarci del fatto del proselitismo protestante per le sue conseguenze politiche, stante le dottrine che sono inculcate; molto meno per gli effetti religiosi. L'Italia nostra non è destinata a rifare il cammino che da tre secoli percorrono la Svizzera, la Germania e l'Olanda... Il volgersi delle opinioni alle dottrine de' Protestanti sarebbe in Italia una sventura e un regresso». Italia e Popolo, febbrajo 1854.

«Se i cultori della filosofia si limitassero a difendere i veri principj e i veri diritti della ragione e della loro scienza, non meriterebbero che elogi. La vera e sana filosofia ha un posto elevatissimo. Spetta ad essa il far una ricerca diligente della verità, coltivare con cura e certezza e rischiarar la ragione umana, la quale, sebbene offuscata dalla colpa originale, non fu però distrutta; concepire, ben comprendere, metter in luce quel ch'è oggetto della conoscenza di essa ragione, e una folla di verità; dimostrar quelle molte che anche la fede propone alla nostra credenza, come l'esistenza di Dio, la sua natura, gli attributi suoi, e far tale dimostrazione con argomenti dedotti dai proprj suoi principj; giustificar tali verità, difenderle, e così preparar la via ad un'adesione più dritta nella fede a questi dogmi, e anche a quelli più reconditi, che sola la fede potè comprendere; di modo che siano in certo modo compresi dalla ragione. Questo dee fare la bellissima ed austera scienza della vera filosofia».

Nella sua Religione del secolo XIX, vol. II, p. 266, così giudica i preti che s'intitolano liberali: «La bontà del prete in che consiste? Nell'ossequio e nell'adempimento delle leggi della sua Chiesa e nello zelo ardente e costante che mette, conforme al proprio grado, a propagare la sua fede, inculcare i suoi precetti, mantenere i suoi diritti, il suo culto, la sua gerarchia, la sua disciplina.... Un sacerdote non può essere liberale se non a patto di essere un cattivo prete... Uno strano abuso di parole commettono i patrioti a chiamare preti buoni i ribelli alla Chiesa, e preti cattivi i fedeli alla loro professione. Il linguaggio di quasi tutta la stampa liberale pecca di una simile immoralità. Contro di chi sono rivolte le sue quotidiane invettive? Contro quei vescovi, parrochi, preti e frati, che, consapevoli del giuramento prestato alla Chiesa nella loro ordinazione, spendono la vita ad osservare e far osservare in tutto il suo vigore quella legge ch'essi tengono dettata dalla bocca stessa di Dio. Ed all'opposto a chi sono profusi i loro elogi cotidianamente? A quegli altri ecclesiastici, che, fastiditi del loro stato e degli obblighi con esso contratti, rinnegano con le parole e con le azioni il loro abito, disdegnano il loro ministero, e si ribellano dai loro superiori. Non vi ha qui un giudizio sommamente ingiusto? Come ecclesiastici non sono anzi i primi che meriterebbero lode e biasimo i secondi? Il clero è una milizia che ha necessariamente la sua disciplina particolare: chiunque fa parte di quella, si assoggetta volontariamente a questa. Rimaner sotto le bandiere e calpestare i regolamenti è un procedere che, chi rispetta, non dico la legge morale ma il senso comune, non approverà giammai per riguardo a nessun corpo regolare. Quando poi, non pago dello scandalo e del disordine della sua insubordinazione, un soldato se l'intenda col nemico e parteggi per lui, in tutte le lingue del mondo il fatto suo si chiama un tradimento. E nella milizia ecclesiastica non deve forse valere lo stesso principio e lo stesso criterio? Ma i panegiristi dei preti liberali e i vituperatori dei preti reazionarj rovesciano di pianta e l'uno e l'altro, imputando agli uni l'indisciplina a merito e il tradimento a gloria, ed agli altri la subordinazione a colpa e la fedeltà a delitto...».

In alcune storie moderne della framassoneria trovo data molta importanza a Lelio Soccino, come se nel 1546 a Vicenza avesse formato una cospirazione contro il cattolicismo coll'Ochino. La società fu dispersa per le persecuzioni, e si venne al nucleo degli Illuminati. L'Ochino vi giovò assai, talchè l'illuminismo sarebbe nato in Italia.

«Fatevi il segno della croce. — In nome del padre della patria, del figlio del popolo, dello spirito di libertà, così sia.

«Chi vi ha creato soldato? — Garibaldi.

«A qual fine? — Per onorar l'Italia, amarla e servirla.

«Come compensa Garibaldi quei che amano e servono l'Italia? — Colla vittoria».

Fin qui non è che scherzo: dopo comincia l'empietà sulle tre persone che sono in Garibaldi, sulla seconda che si fece uomo per salvar l'Italia ecc. Poi vengono i comandamenti: Non ammazzare se non quei che s'armano contro l'Italia: Non fornicare che a detrimento dei nemici d'Italia: Non rubare che l'obolo di san Pietro ecc.».

Di rimpatto in quell'occasione avendo un deputato riflesso che, come rapivansi alla congregazione cattolica le sue proprietà, avesse a farsi lo stesso colle israelitiche e le valdesi, parve indegno l'accomunare ad altri un'intolleranza, che si dee gravar solo sulla religione di tutta la nazione. Perocchè nel tempo stesso domandavasi che «le concessioni fatte alla Chiesa cattolica si estendessero contemporaneamente non solo a tutti i culti e a tutte le credenze, ma a tutti i privati cittadini» (Atti, pag. 1287). Anche il protestante Guizot vedeva che «la libertà religiosa è in Italia nel più grande scompiglio; poichè, mentre è accordata al protestantesimo, è negata ai Cattolici. Il nuovo Governo d'Italia violentemente attacca la libertà della Chiesa cattolica non solo ne' suoi rapporti con lo Stato, ma anche nel suo organismo proprio e interno: le nuove sètte divengono libere, e la libertà della Chiesa vi è conculcata». L'Eglise et la société chrétienne, ch. 18.

Fra i molti libri intorno all'Eirenicon è a raccomandare La pace nella verità del Harper.

Il 25 novembre 1865 fu tenuto un sinodo degli Unionisti inglesi con rappresentanti della Chiesa russa, per divisare come togliere lo scisma colla Chiesa romana. Gli Unionisti vorrebbero si mettesse da banda il dogma, e tutti si accordassero nella preghiera. Ma vi si risponde con sant'Agostino, Lex orandi, lex credendi: poter noi pregare pei, non coi fratelli separati; e l'unità non poter essere generata che dalla verità.

È qui luogo a citare l'opera d'un italiano, che compare adesso a Parigi col titolo La Primauté de Saint-Pierre prouvée par les titres que lui donne l'Église russe dans la liturgie, par le P. C. Tondini barnabite. Egli mostra ne' libri liturgici, che la Chiesa russa ricevette dalla bisantina, contenersi evidenti prove della supremazia di san Pietro e de' suoi successori; e non solo supremazia d'onore, ma anche di giurisdizione, e allega ben quarantasei passi, che crede potrebbero di molto aumentarsi.

Testè, nel Morning Herald giornale protestante, leggevo: «Il romanismo s'introduce sotto mille sembianze ne' nostri templi, ed è accettato benevolmente da gran parte dell'aristocrazia inglese. I nobili dell'Westend e di Belgrav vanno a confessarsi, e vi mandano i loro figliuoli. Questa perversione allaga la maggior parte della nostra città». E Finch soggiungeva: «Davvero io temo non v'abbia fra l'aristocrazia una sola famiglia esente dall'infezione del papismo».

Si sa quanto ivi proceda il ritualismo anche nella Chiesa legale, talchè si fanno altari stabili e non più solo di legno, si ardono ceri e incensi, si pongono crocifissi ecc. Di rimpatto in questi ultimi tempi la corte des Arches ebbe grandissima importanza per la grave quistione portatavi nel 1851 contro Gotham, ministro della Chiesa officiale, che sosteneva non esser necessario il battesimo: poi testè contro gli autori degli Essays and Reviews, che negavano l'autenticità e divina ispirazione de' libri santi, quindi l'unità della specie umana, la colpa originale, la redenzione, e perciò la personalità di Cristo e dello Spirito Santo ecc. Wilson e Williams furono condannati sopra alcuni punti speciali, ma sull'insieme furono rimandati. Appellaronsi al Consiglio Privato, e questo gli assolse. Tanto quella Chiesa legale è radicalmente impossibilitata a respingere l'eresia.

I. Pascha, quod transitum sonat, theologice est transitus Dei ad hominem lapsum, hominisque lapsi ad Deum suum: unde vicissim reconjunctio fit post divisionem inter eos allatam a peccato originali.

Hujusmodi antem reconjunctio unius ad alterum stat et exurgit de mysterio corporis et sanguinis Jesu Christi, mediatoris inter Deum et hominem, qui propterea vinculum est hujus reciprocæ reconjunctionis hinc-inde-et-in se.

Per ipsum enim, et cum ipso et in ipso Creator redit ad creaturam suam, et vicissim creatura ad suum Creatorem; ac restauratur completurque hujusmodi regnum Dei, quod destructum fuit ab origine mundi. Christus est regnum Dei, et vita æterna; per ipsum enim regnat perpetuo Deus in hominem ob assumptam sibi humanitatem, ac perpetuo vivit in homine. Ultro oblatus est in cruce sacrificatus Christus pro peccatis mundi, ut iterum viveret vita æterna; abluit peccatores in sanguine suo, sibique eos adnectit tamquam palmites ad vitem, quod fit per sacramentum baptismatis. Sed sicut palmes diu nequit vivere in vite, neque crescere, nisi ipsa vites eidem tribuat de semetipsa in ejus alimoniam, et palmes sedulo accipiat, ita homo Christo insitus nequit diu vivere Christo, nisi Christus eidem se tradat in alimoniam, et christianus sedulo accipiat et manducet.

Quare Christus fecit ad hoc semetipsum panem ac potum, porrigitque carissimis germinibus, ut edant et inebrientur et crescant in regnum Dei, et vitæ æternæ fructus faciant uberrimos. Ita sane fuit Pascha Domini et fidelium, et hoc stat in mysterio corporis et sanguinis salutaris Dei.

II. Verumtamen Pascha, seu transitus Dei ad regnum in hominem lapsum, et vicissim hominis lapsi ad regnum in Deum, nondum impletum est. Necesse est enim ut ipsa natura humana lapsa assumatur in Christum, Christo unificetur, ac sic regnet in Deum, et Deus in eam. Tunc tantum plene restitutum erit regnum hoc, plenumque fiet Pascha inter Deum et hominem lapsum. Hæc est beata spes quam expectamus, et unde solummodo consummabitur homo in Deum.

Principio nonnisi caro hominis lapsi a verbo assumpta est in semetipsum, qui erat vita æterna. Caro autem hominis lapsi non est humana natura lapsa; et hæc uti talis nondum regnat in Deo. Modo humana lapsa natura non participat et communicat Deo, nisi prout communicat et participat Christo, mediatori inter Deum et homines; participat autem et communicat Christo, prout Christus participat et communicat cum homine lapso. Sed cum non assumpserit Verbum in semetipsum humanam naturam lapsam, bene vero carnem tantum hominis lapsi, patet quod Christus non participat et communicat humanæ lapsæ naturæ, nisi solummodo in ejus similitudine quatenus lapsa est. Licet enim Christus sit verus et realis homo, nullimode tamen de lapsis est, cum sit quidem in similitudinem lapsi hominis factus, sed absque peccato.

Quæ cum ita sint, omnino liquet huc usque hominem lapsum non participare et communicare Deo per Christum nisi per similitudinem, in quam lapsus est. Nondum enim Christus in naturam propriam accepit lapsam naturam humanam ipsam. Quare Pascha hoc Dei impletur in mysterio corporis et sanguinis Christi, quod est ipsum Pascha ac regnum nostrum ac Dei: implebitur autem mysterium corporis et sanguinis Christi cum implebitur ipse Christus: implebitur autem ipse Christus cum in ipso natura humana lapsa recepta fuerit; recipietur autem in Christo humana lapsa natura, cum electum de plebe a Patre ac de semine David Christus susceperit in semetipsum, et quocum unum fiet consummatum.

III. Pascha hoc in corpore et sanguine Christi, unde fiet tantopere desideratum a Deo regnum et expectatum ab hominibus, inceptum per Verbi incarnationem progressive pergit usque ad suum complementum.

Hinc, posito opere primo tamquam fundamento, manducaturus Christus Pascha suum cum discipulis suis, in ultima cœna, sic Lucæ 22 testatus est: «Dico vobis quia ex hoc (puncto temporis) non manducabo illud (Pascha) donec impleatur regnum Dei». Immediate enim ac statim a principio non potuit a Verbo in semetipsum suscipi lapsa humana natura, quæ maculata erat, maledicta et sub servitute peccati. Oportuit ergo ut a Verbo prius susciperetur humana caro simpliciter, et in ea homo factus pateretur, sicque in sanguinis sui pretio hominem lapsum redimeret, ablueret a peccatis et sanctificaret, ac, uno verbo, renovaret in ipso opus Dei. Quod cum perfectum sit, lapsa natura humana ejus qui Christo vivit, susceptibilis facta est in Christi naturam; et cum ipse eam susceperit implebitur Pascha et mysterium regni Dei, seu adveniet regnum Dei plenum.

Ex hisce sequitur quod hoc opus sit complementum Redemptionis a Redemptione exurgens; fit enim in virtute pretii sanguinis Christi, per quem passum et crucifixum, factus est homo lapsus denuo filius Dei, ac proinde susceptibilis in naturam ipsius Dei primogeniti ut fiat unum cum ipso, sicque regnum Dei appareat. Ipse Christus est qui meruit ut humana lapsa natura per semetipsum, cum semetipso, in semetipso uniretur Deo in perpetuum, unum facta in natura cum Christo ipso. Quare opus hoc, quod credimus et testamur perfectum esse his diebus, appellandum est Pascha de Paschate, redemptio de redemptione, crux de cruce.

Pascha quidem de Paschate, quia per transitum primum in Christo Dei in hominem, et hominis in Deum, quo posteriori Paschate hinc semper perfruuntur qui Christo vivunt, ac illud perficiunt in semetipsis magis magisque quo sæpius ac dignius sacramento corporis et sanguinis, ubi stat Pascha hoc, Christi impinguantur: tunc enim fit et completur Christus in multis, ac multi in Christo.

Redemptio de redemptione; quia per redemptionem primam qua Christus redemit hominem a servitute peccati, ac transtulit ad libertatem filiorum Dei, fit hæc secunda redemptio, primæ complementum, unde homo lapsus, ac in sanguine Christi regeneratus, in Christo modo assumitur de maledictione terræ ad regnum in Deum. Homo totus tunc est in Deo per Christum, ac per eumdem gloria et honore coronatur, paulo minus ab angelis imminutus accipit regnum Dei, in universa terra omnia subjiciens sub pedibus suis, dominans in medio inimicorum suorum, confringens reges, et conquassans capita, judicans in nationibus. Deus a dextris suis; propterea cum regnum acceperit in universa terra, de torrente omnipotentiæ ejus in via hac bibet, et exaltabit caput. Ita sane per redemptionem primam, qua homo lapsus in sanguine Christi ereptus est a servitute peccati ad libertatem filiorum Dei, a statu maledictionis ad illum benedictionis, dignus factus fuit qui etiam eriperetur ab exterioribus peccati et maledictionis consequentiis, quæ miseriæ sunt scilicet vitæ hujusmodi labores, dolores, humilatio humanæ dignitatis, mors etc. Quæ cum omnia in Christo victa sint dum homo lapsus in Christi naturam recipitur, ea sic vincit humana natura lapsa in Christo; accipitque in eo jura omnia restituta. Hæc est altera redemptionis victoria, ab illa exurgens et complens regnum Dei expectatum, et in terra revelandum in sua potestate, gloria et majestate. Revelabitur autem regnum hoc sic completum in Christo, cum revelabitur Christus ipse completus in gloria sua, et lætabuntur in rege suo et una cum eo regnum accipient in universa terra, a mari usque ad mare et a termino usque ad terminum orbis terrarum, donec omnia renovaverit et subjecerit sub pedibus suis, et evacuaverit omnem principatum et potestatem, et regnum tandem plenum et perfectum eorum qui scripti sunt in libro vitæ attulerit ad Patrem, reddita unicuique mercede sua.

Crux de cruce, quia, dum per hoc Pascha homo lapsus in Christum et vicissim transit, homo iste consequenter subit ipsam crucifixionem Christi in natura sua. Christi sacrificium in cruce consummatum manet naturaliter semper in hoc mundo, nec præterit; oportet enim illud continuo offerri Deo pro peccatis actualibus post baptismum commissis; ergo manet hic quotidie Christus crucifixus. Crucis hoc sacrificium non deficiet, nisi cum advenerit ævum sanctum, quando erit deleta iniquitas, et finem acceperit peccatum in populo Dei, et cum Christus etiam manebit in hunc mundum solummodo in gloria, in majestate sua, penitus devicta morte. Subiens iste ergo homo Christum in hac vita, ut fiat unum ac idem naturaliter cum eo, necessario subit crucifixum; in illo crucifigitur crucifixione ejus, seu ipsam crucifixionem ejus portat vere et naturaliter. Insuper fit ille qui positus est hic in signum, cui contradicetur: sicque denuo apparet contradictionis signum cui tenebrarum filii necessario contradicunt, et contra illud fremunt. Hinc reapse crux de cruce, unde renovabitur ac perficietur Jerusalem; cum vero hoc Paschatis mysterium revelabitur, videbitur Christus crucifixus se se offerens in sanguine suo citra mortem, cum sit ipse Christus mortuus resurrectus.

IV. Hisce de paschate lapsi hominis in Christum persolutis, modo nobis est inquirendum quomodo hoc mysterium fieri possit quin Christus immutetur, aut homo assumptus destituatur nullomodo. Quare hoc dicimus factum esse per consecrationem, et eodem ferme modo, quo sub speciebus panis et vini constituitur Christus in Missæ sacrificio, licet cum aliqua differentia. Quemadmodum enim, dum verba consecrationis proferuntur, panis et vinum, ut ita dicam, moriuntur et sub illorum speciebus Christus statuitur; ita etiam, proferente Deo eadem verba in homine, ille homo moritur, et ejus loco divina victima statuitur sub ejusdem figura. Non moritur ille homo uti homo, sed moritur uti homo ille, seu cessat esse homo ille qui erat, et reapse amplius non est ille homo qui erat, sed est homo Deus Christus. Caro, sanguis et anima ejus conversa sunt in carnem, sanguinem et animam Christi. In sacramento Eucharistiæ facta est destructio panis et vini substantiæ quæ pertransiit; in hoc autem nulla facta est detractio hominis; sed tantum immutata est per Dei omnipotentiam; adeo ut quæ fuit substantia simplicis hominis ea hominis-Dei facta sit. Nulla ergo hic fit detractio hominis substantiæ, sed natura ejus sic conversa et immutata in Christum adest, et adest meliori modo quam antea, seu eo melius existit quo meliorem eum fecit immutatio. Fecit igitur illum Deus corpus, sanguinem et animam Christi sui in terra viventium; et si ita fecit eum, ita est absque ulla contradictione, et est Jesus Mariæ filius, qui de ea natus est, passus est, atque mortuus resurrectus.

Sed dices: Si in hoc mysterio substantia hominis non destruitur assumpti, tunc esset in Christo duplex anima, et in ipso immixta essent caro et sanguis, quæ de virgine nata non sunt. Hinc immutaretur Christus, quod est absurdum. Anima hominis producta et inspirata fuit ab anima Verbi initio, quod autem e substantia Verbi emissum est non potest denuo ab illo absorbi?... Et hoc est quod evenit quoad animam hominis illius: absorpta est, et non destructa, et subsistit subsistentia Verbi, facta Verbum ipsum. Caro autem et sanguis Christi in ultima ejus ætate num ea fuere precise identice ipsa quæ de Virgine nata sunt? Non sane: quia in tempore substituta fuere ab alia carne et sanguine, quod per cibum efformatum fuit. Nihil ergo efficit quod caro et sanguis alius accedat ad Christum, dummodo substantialiter et in natura ei uniatur. Nam tunc illud carnis et sanguinis, in ejus naturam transactum, est reapse caro et sanguis Christi qui de Virgine natus est.

Assumpsit ergo Christus sibi naturam hominis illius, illamque sibi adjunxit perpetuo in naturam: et ille homo non est amplius homo ille, sed est homo-Deus Christus Jesus. Deo Gratias.

APPENDIX.

Et post hebdomadas sexaginta duas occidetur Christus. Daniel. cap. 9.

Christus veluti hostia pro peccatis quotidianis populi sui in terra singulis diebus offerenda manens sub eucharisticis speciebus, si nullum esset omnino aliquando peccatum in populo suo, nihil omnino tormentorum ipse passionis suæ sentiret, quibus patiendis in hoc statu victimæ semper subjectus est, eorum renovata causa, idest peccato. Palmites huic divinæ viti insiti per baptisma, ac propterea unum cum ea facti, ejus crucifixionem suscitant quotidie quoties per peccatum moriuntur in ipsa. Hæc mortis plaga in membris Christi Christum dilaniat, rursum adapertis vulneribus crucifixionis ejus, iterum idcirco crucifigentes sibimetipsis filium Dei. Et nisi victima hæc ea simul esset quæ et resurrexit, adeo ut, resumpta perpetuo anima sua post mortem, impossibile sit quod eam denuo deponat, plusquam sane millies in die iterum pateretur Christus, quo cœpit peccatum renasci, ac inundare in populo sanctificato. Sustinet tamen agones omnes, et omnia tormenta mortis, licet non possit anima ejus a corpore separari, quod propterea imo est mors continuata absque termino, quæque toties multiplicatur, quoties a singulis membris post susceptum baptisma, et rursum post acceptam pœnitentiam semper peccata multiplicantur.

Quare in sacramento corporis et sanguinis Christi, ubi positum redemptionis opus continuatur, mortem Domini annuntiamus donec veniat; donec scilicet veniat et in hunc mundum ea gloria corporis sui, qua gaudet in cælis ad dexteram Patris. Tunc enim necessario deficiet hæc hostia et sacrificium, cum appareat in passibilitate sua. Hisce præmissis tamquam fundamento, demonstramus quomodo Christus in hominem lapsum transitus per Pascha, de quo sumus locuti, iterum et directe ab hominibus crucifigatur revera prout de eo prædictum est.

Aggredientes igitur demonstrationem hanc, dicimus per hoc Pascha Christi in naturam hominis lapsi, in comperto est quod Christus novam subierit incarnationem, ac propterea humanitate informatus sit, quæ crucifixionem ejus passa non est; et, cum ea humanitas sit ipse Christus, patet quod ille per Pascha hoc refectus, restauratus, ac quodam modo renatus evaserit. Sic mulier circumdedit virum (de quo mysterio docebit vos Spiritus, quia modo non potestis portare) sic terra germinavit salvatorem, et ipse tamquam virgultus ascendet coram Deo de terra sitienti. Attamen certum est quod nihilominus resideat in intimo, ut ita dicam, Christi virus crucifixionis ejus, idcirco supressum et curatum quod ibidem veluti sepultum ac suffocatum, reviviscere nequit, nec inde irrumpere in humanitatem ejus ad eam dilaniandam atque ad eam crucifigendam. Ad hoc enim necessarium est ut virus illud ab hominibus directe suscitetur in personam Christi apparentis, quemadmodum a principio crucifixionem ipsam in eum intulerunt, directione saltem operis, si non intentionis. Directe autem ab hominibus, directione saltem operis, virus illud contra Christum excitatur, dum Christi personam sic in nova carne apparentem negant, blasphemant, contumeliis afficiunt, opprobriis saturant, in carcerem detrudunt, inter sceleratos eum reputantes.

Tunc enim saltem directe peccatur in Christi personam, cum prosternendo unius peccati effectus ac gravatus apparet, dum excitat in ipsum crucifixionis virus sepultum ac curatum, quod propterea crudeliter irrumpit in novam ejus humanitatem, in qua sic denuo crucifigitur, et quidem crucifixione prima in toto suo effectu a populo suo. Nec populus excusationem a crimine deicidii habere potest ne hac quidem vice secunda, cum Pater sufficienter clarificaverit Filium suum, ut saltem deterrererentur a necessario opere, et edocti ipsa Filii gratia sumptibus ostinationis, perfidiæ judaicæ antea scrupolose viderent, consulerentque scripturas.

Ast nihil horum. Istum dicunt esse Christum? Ergo prosternamus eum, ergo crucifigatur. En sane argumentum et hodierna die pontificum sacerdotum, qui propterea concitaverunt plebem contra Christum Domini, ut Pilatus in eum conjiceret manus, et de eo faceret juxta voluntatem eorum. Cum autem compleverit Christus et hoc secundum sacrificium, per quod accipit regnum a Patre, revelabitur in hac sua crucifixione, et videbunt quid fecerunt et in quem pupugerunt. Completum erit hoc alterum Christi sacrificium de primo exurgens quum pervenerit hora ad hoc a Patre designata ut compleatur. Sane lux magna, ad confusionem ac terrorem Pharisæorum, fulgebit super caput ejus a Patre, et Angeli eripient eum de Cruce ac sepulchro suo.

Ex quibus videtur quomodo intelligenda sint verba Christi de Joanne apostolo tunc quum dixit: «Sic eum volo manere donec veniam»; Joannes enim erat figura humanitatis illius quæ in filium Mariæ Virginis evadenda erat, ac crucifigenda prout diximus.

Illa ergo humanitas crucifigenda erat reapse in Christo, sicque crucifixa hic remanere debet pro peccatis quotidianis, dum ipse Christus veniat in gloria sua.

«Questo articolo dice che la religione cattolica è la sola religione dello Stato, per denotare essere volontà di tutta la nazione che nel regno non si professino, e non siano riconosciute fuori di quella altre religioni, quand'anche avessero un'esistenza di lunga durata, o fossero penetrate in altre società: e ciò perchè considero la religione cattolica la sola vera, l'unico e solo elemento sociale, che imperando sui cuori colla santità delle dottrine, con la dolcezza de' precetti, mantiene potentemente la moralità nei cittadini.

«Si limita poi quell'articolo a dichiarare che tollera gli altri culti, non già perchè voglia approvarli, o gli abbia in affezione, ma perchè vide esser forza di sopportare quegli abusi, quelle credenze non ortodosse, abbracciate da una parte di popolo che sarebbe stato, non che impolitico, crudele di privare della patria. Facendo bene attenzione che non si estese la tolleranza a tutti i culti che esistono nel mondo, o possono esservi introdotti; lo Statuto restrinse la tolleranza a quelli che ora, al presente, vale a dire all'epoca di sua promulgazione, avevano un'esistenza riconosciuta, cioè erano stati approvati dalle leggi e dai regolamenti in questi regj Stati. In una parola non havvi che la religione cattolica e romana che goda in tutta la sua pienezza del diritto di città, mentre gli altri culti sono considerati come stranieri, ammessi soltanto nell'esercizio ed al godimento di determinati diritti, sotto speciali condizioni dalla legge imposte.

«Se è vero, che ciascun cittadino può quella religione accogliere, che più a lui piace, egli non può in questi Stati professarla, a meno che non sia la cattolica romana, od uno de' culti tollerati: ben inteso che io prendo le parole professare una religione, nel significato di confessare pubblicamente, di riconoscere palesemente i principj di essa; e come corollario riconosco che un cittadino, il quale abbracciasse una tutt'altra religione, un tutt'altro culto, e non la professasse mai, sotto l'impero dello Statuto non incorrerebbe in veruna sanzione penale».

«Ciò posto, io argomento: Iddio non può concedere ad un falso profeta la podestà di autenticare con veri miracoli la sua missione, non potendo Dio cooperare alla seduzione e all'inganno. Ora Iddio ha concesso a don Grignaschi la potestà di autenticare con veri miracoli la sua missione, perchè è cosa pubblica che convertì innumerevoli peccatori, e istantaneamente, dove sta il massimo dei miracoli; e li convertì per autenticare la missione di don Grignaschi, col convertirli confermava altresì nella credenza, che don Grignaschi era Gesù Cristo, poichè la conversione accresceva la loro convinzione, e i più perfettamente convertiti erano anche i più fermi nel credere. Dunque don Grignaschi non è un falso profeta. Ma questi concede di essere Gesù Cristo quando da alcuno viene sinceramente riconosciuto per tale. Dunque lo è veramente, perchè altrimenti sarebbe un falso profeta. Il che non può essere come abbiam detto, perchè Dio avrebbe cooperato alla seduzione ed all'inganno».

Dibattimento nella causa criminale vertita davanti il magistrato d'appello di Casale contro il sacerdote F. A. Grignaschi già parroco di Cimamulera e complici, adorno del ritratto del sacerdote Grignaschi. Casale 1850; sono 288 pagine.

Oltre l'opuscolo Crux de Cruce, ci fu dalla cortesia di monsignor Bernardi procurato, con altre curiosità, un manuscritto dove si spiegano le dottrine del Grignaschi. Quel titolo deduceva egli dal motto delle profezie di Malachia, secondo le quali Pio IX è appunto intitolato Crux de Cruce. E asserisce che dai primi tempi della Chiesa fino al secolo X il mistero della doppia croce era conosciuto; la qual seconda croce, più grande per esprimere una crocifissione più dolorosa, porta un sacerdote avente sul petto il monogramma C. H. S., e dalla bocca gli escono le profezie, che gli angeli raccolgono, ecc.

Nelle lettere che accompagnano l'opuscolo è detto che i sovvertimenti della Toscana e della Romagna avverrebbero anche in Piemonte: che Pio IX non vedrebbe la fine del 1849: che Roma cesserà d'essere la regina del Tebro; e la sede della cristianità sarà in una città del Piemonte, e piemontese il suo capo: non vi saranno più sètte, e la cristianità fiorirà come ne' primi tempi: l'Italia sarà una, prospererà, diverrà una nuova Palestina, ma dopo gravissimi disastri, pei quali il mondo sarà decimato, non rimanendo che gli eletti. Tutto ciò fu comunicato a Carlalberto.

Il cristianesimo è un fatto che si svolse in relazione diretta coll'idea che lo creò. La Scrittura, come non ebbe la missione speciale di far nascere la grande idea, così non la racchiude in sè; bensì è nello spirito del lettore. Ma gli è essa comunicata già perfetta al primo presentarsi alla sua intelligenza, o svolgesi per gradi nel cuore e nell'intelligenza di lui? Sarebbe assurdo sostenere che la lettera morta del vangelo racchiudesse tutte le modificazioni possibili che questo potesse subire attraversando il mondo. Il cristianesimo differisce dalle altre filosofie e religioni non per la sua specie, ma per la sua origine; non per la natura sua, ma pel carattere fondamentale, che è l'esser vivificata continuamente non dall'intelletto solo, ma dall'alito divino. Può dunque crescer di sapienza e d'altezza come religione del genere umano, ma l'autorità che esercita e le parole che pronunzia ne attestano l'origine miracolosa.

Come religione universale e perpetua, modificherà necessariamente i suoi rapporti e il modo suo d'azione, giusta il mezzo sociale tra cui s'attua. I principj, mentre son fermi, domandano sempre applicazioni nuove: queste sono sviluppi, e talvolta i falsi sviluppi ne provocano di nuovi. Lutero, attenendosi alla Bibbia, ne traeva un nuovo modo di spiegare la giustificazione. Il Concilio di Trento, confutandolo, dicea qualche cosa nuova; nuova di deduzione e di forme, qual non erasi usata prima che occorresse d'opporla alla falsa.

E Protestanti e Cattolici hanno un'autorità identica a priori, la Scrittura. Ma i Protestanti rinfacciano a noi d'aggiungervi opinioni discutibili come verità fondamentali. Pure la Scrittura non può essere base solida; non ha in sè la pruova della sua canonicità; non dà assoluta risoluzione di un'infinità di quistioni supreme, quali il rito o il modo della remissione de' peccati dopo il battesimo, lo stato delle anime nell'altra vita e dopo la risurrezione; eppure come si darebbe un reale sviluppo nel cristianesimo, se si togliesse la disciplina della penitenza?

Una seria riflessione conduce a credere che le profezie antiche e le rivelazioni nuove e tutta la storia sacra presuppongono un graduale svolgimento della dottrina cristiana; e così doveva essere, giacchè, se l'uomo precipita ne' suoi atti, Iddio che è eterno manifesta lentamente i suoi disegni. È pertanto necessaria nel cristianesimo un'autorità che determini e ajuti questo svolgimento e pesi la diversa importanza di ciascun punto dogmatico; è viepiù necessaria, perchè il cristianesimo si presentò al mondo non come un'istituzione, ma come un'idea. Quest'autorità è la Chiesa.

Si dirà che dell'infallibilità di questa non si ha certezza assoluta: ma degli apostoli e della Scrittura abbiam forse altro che una certezza morale? Se il cristianesimo, come fatto dogmatico e sociale deve empire i secoli, bisogna possieda un'autorità infallibile; altrimenti saremmo esposti a perdere l'unità di dottrina conservando l'unità di forma, o viceversa dovremmo scegliere tra un agglomeramento d'opinioni e uno sbricciolamento di partiti, tra l'indifferenza dei più e il fanatismo d'alcuni. Qualunque controversista o storico per trattare la gran quistione del cristianesimo bisogna adotti una ipotesi, e la più semplice, naturale, soddisfacente è quella d'un'autorità infallibile, anzichè quelle del caso, dell'anticristo, dell'evoluzione, della filosofia orientale, di non so quali altre.

Se la rivelazione dovette svilupparsi, e a tal fine le era necessaria un'autorità infallibile, giusti sono e legittimi gli svolgimenti odierni, sono manifestazioni dell'ordine divino, come appare dalla loro continuità e dall'armonico loro ampliarsi. Se sorgessero sant'Atanasio o sant'Ambrogio, ritroverebbero la loro comunione, la loro dottrina nel cattolicesimo, che sviluppò il cristianesimo sotto l'autorità del papa e de' Concilj nelle sue forme e nelle sue istituzioni, man mano che la corruzione dei tempi e gli attacchi degli eretici faceano sentirne il bisogno.

Ciò valga di giudizio intorno al libro della principessa Cristina di Belgiojoso Formazione del dogma cattolico. Pio IX scriveva ai vescovi dell'impero austriaco il 17 marzo 1856: «È falso che non v'abbia progresso di religione nella Chiesa di Cristo. Progresso v'è, e grandissimo: ma è il vero progresso della fede, non il cambiamento: bisogna che l'intelletto, la scienza, la saviezza di tutti, come di ciascuno in particolare, delle età, dei secoli, di tutte le Chiese, come degli individui, cresca e faccia grandissimi progressi, affinchè più chiaramente si comprenda ciò che prima credevasi oscuramente; affinchè la posterità abbia il vantaggio d'intendere ciò che l'antichità venerava senza intenderlo; affinchè le pietre preziose del dogma divino siano lavorate, adattate esattamente, artisticamente ornate, e arricchiscansi di grazia, di splendore, di bellezza, nel medesimo senso, nella sostanza medesima; di modo che, servendosi di parole nuove, non però si dicano cose nuove».

E quanto alla condanna di eresie che sembra nuova, San Tommaso riflette: Multa nunc reputantur hæretica, quæ prius non reputabantur, propter hoc quod nunc est magis manifestum quod ex eis sequatur. Summa, pars I, quæs. 33, art. 4.

Giacchè abbiamo recato le pasquinate, rechiamo pure un anagramma, che certo è uno de' più meravigliosi.

Ave Maria gratia plena Dominus tecum

si converte perfettamente in

Inventa sum deipara ergo immaculata.

È pur bello quest'altro:

Sixtus quintus de Monte alto

in

Mons tutus in quo stat lex Dei.

Voltaire nel 1768 al conte Schwaloff ambasciatore di Russia diceva; «Non c'è che la vostra illustre sovrana che abbia ragione: essa paga i preti: essa apre o chiude loro la bocca: essi stanno a' suoi ordini e tutto è tranquillo».

Pio VI, nelle lettere apostoliche del 10 marzo e 13 aprile 1791, diceva: «Noi riconosciamo appieno, anzi vogliamo che le leggi del governo politico spettanti alla potestà civile restino affatto distinte dalle leggi della Chiesa. Ma quando affermiamo che bisogna obbedire alle prime, vogliam pure che quelle appartenenti alla nostra autorità non siano violate dal potere laico. La maggior parte de' vescovi previdero questo nostro sentimento a tal riguardo, dichiarandosi disposti a prestare il giuramento civico per tutto ciò che spetta alla giurisdizione secolare. Ma si proclama una libertà senza limiti, e non si lascia neppure al cittadino francese la libertà di coscienza».

Qual dei due è più liberale?

A dipingere poi l'Italia di questi tre secoli, infila le declamazioni di Enrico Martin, del Sismondi, del Quinet, di lady Morgan, di Lamennais, di Didier, di Briffault, di Cambry, di Maltebrun, di giornalisti, di tutti quelli mai che compiansero l'ignoranza, la grossolanità nostra, la sudiceria di Bergamo e di Venezia, la corruttela di Firenze, la ciarlataneria di Napoli, l'accattonaggio universale, e «l'abjetta povertà di quella Roma dove s'inghiottirono le ricchezze di tutta Europa». Ognun vede come sarebbe facile opporvi altrettanti passi laudativi: ma l'autore, che nulla vi mette del suo, conchiude: «Vorreste voi abitare la Calabria? terreste per moglie una napoletana? vi venne mai in capo d'esercitar il vostro commercio a Venezia, la vostra penna a Roma? Confidereste il ben vostro, il vostro onore a questi frati mendicanti; a questi gesuiti, ai cardinali che siedono a' teatri fra donne galanti? (sic)... Al papato, al solo papato devesi l'onta dello stato attuale d'Italia: ella è così, perchè il cattolicismo non può far di meglio».

Si noti che l'autore scrive in Francia, paese cattolico: ma a libri siffatti non bisogna confutazione: basta a combatterli il più vulgare buon senso.

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