AGGIUNTE E CORREZIONI ALL'OPERA
Reading edition
Nessuna speciale agevolezza a suoi studj l'autore ritrovò, sia ne' privati sia ne' governi del suo paese, e tanto meno nell'odierno. Biblioteche e archivj non potè usare se non come un cittadino qualunque: alcun favore chiesto ad uffizj pubblici gli fu negato; possessori di carte e di libri non sempre vollero essergliene cortesi. Gli è forza accennarlo per iscusar un difetto di tutti i suoi lavori, qual è di non aver usato le migliori edizioni, e non sempre essersi valso delle medesime ad assicurare le citazioni, come avrebbe solo potuto se collocato in una biblioteca.
E nel presente lavoro, moltissimi anni meditato traverso a quelle crisi che portano seco tanti frantumi d'umana dignità, neppure ottenne le facilitazioni, che a qualche straniero si erano abbondate, perchè richieste diplomaticamente da governi che non disgradano le lettere, e con troppo scarso esito ha invocato la limosina di consigli e avvertimenti nella lunga incubazione dell'opera sua. Siffatta è l'abitudine degli studj in Italia, che chi vi si applica deve nascondere ciò che fa, quasi una colpa che trami, onde non offendere anticipatamente le incontestate glorie de' mediocri: tanto meno può chiedere ajuti e collaborazione. Dopo pubblicata l'opera, forse neppur un giornale d'Italia l'ha tolta ad esame. È una discolpa che egli cerca alle imperfezioni di un lavoro, il cui intento essendo nuovo, avrebbe avuto tanto bisogno di coadjuvamento, di consigli, di materiali. È ben sconfortante il trovarsi solo, senza chi vi accompagni negli studj, vi soccorra nelle ricerche, vi applauda o vi critichi, s'interessi a quel che fate! Pure ciò ha procurato a questo, come agli altri libri dell'autore, maggiore indipendenza, non avendo avuto a sacrificare ad amici, come non voleva tremar di nemici.
Ridotto alle uniche forze sue, egli trovò durante la pubblicazione molte cose: e in parte le inserì forse dov'erano meno opportune, a scapito di quella geometrica disposizione, della quale egli si mostrò sempre geloso. Il conte Pietro Guicciardini raccolse da seimila volumi ed opuscoli di eterodossi e di loro contradditori, e volgarizzamenti della Bibbia, e trattati socciniani, e ne fe dono alla biblioteca Magliabecchiana. Per negligenza officiale rimasero lunghissimamente nelle casse, e appena adesso si stanno sballando e disponendo. Con festosa premura ne avrei offerto almeno il catalogo se ancora fosse fatto: così non potei che profittare della parte che già è disposta. Da qui l'autore trasse materia di nuove aggiunte, che colle correzioni suggeritegli da qualche amico o dal tempo e dalla riflessione metterò qui, per assettarle poi se mai il libro ottenesse quel che tutti gli altri suoi, il vantaggio di nuova edizione, almeno postuma, e giovarne le traduzioni che già ne sono cominciate.
I pochi lettori serj vogliano avergliene compatimento, e ai futuri studiosi augurino tempi e compagni migliori.
VOLUME I
Pag. 37, linea 15, leggi:
Ne' canoni apostolici, apocrifi ma del secolo III,
Pag. 40, lin. 25, aggiungi:
parve aderirvi, comunicando con alcuni con cui non comunicava Atanasio.
Pag. 63, lin. 1, leggi:
nel Ligurino, se pure non è apocrifo, come si sostiene,
Pag. 71, nota 3, leggi:
Cardinali vescovi erano quelli di Ostia, Porto, Santa Rufina, Albano, Sabina, Tusculo, Preneste, vicarj del papa qual parroco di San Giovanni Laterano. I cardinali preti succedettero ai venticinque preti delle chiese di Roma, specie di parrocchie. I cardinali diaconi presedevano agli istituti di carità, e curavano i diritti e i beni della chiesa.
Pag. 71, lin. 33, leggi:
Dopo il concilio di Clermont del 1092.
Pag. 74, alla nota 15, aggiungi:
Nella patria sua pochissima o nessuna efficacia esercitò Arnaldo, anzi fu cacciato da Brescia Ribaldo che n'era uno de' consoli, perchè n'avea favorito la parte: pochi anni dopo la morte di esso, negli statuti del 1200 si ordinava che il podestà di Brescia, entrando in uffizio, giurasse ad S. Dei Evangelia, quod infra octo dies regiminis dabo banum perpetuale comunis Brixiæ in publico arengo, more solito coadunato, Gazaris, Leonistis, Speronistis, Circumcisis, Arnaldistis, et omnibus hæreticis.
Noto è che Ribaldi chiamaronsi gl'infimi soldati di ventura (vedi il Du Cange e la Crusca), e che questo nome, come quello di masnadiere, prese un significato cattivo in grazia dei pessimi comporti di coloro. Ma è notevole l'essersi confuso Ribaldo con Arnaldo, sino a divenire sinonimi in senso obbrobrioso. Nello statuto di Brescia del 1380, pag. 219, leggiamo: Item statutum est quod aliquis Arnaldus seu Ribaldus, cum erit seu vixerit extra civitatem Brixiæ, non audeat nec præsumat ire, sive exire infra scriptas stratas etc. E nella pagina seguente: Item statutum est quod... Arnaldus seu Ribaldus, non audeat nec præsumat habere nec portare lanceam, nec arma etc. — Item statutum est quod aliquis Ribaldus sive Arnaldus; nec aliqua suspecta persona de damno dando in clausuris Brixiæ non possit etc.
Anche lo statuto di Como, c. 187, ha: Non fiat nec teneatur aliqua barataria... per aliquos stipendiarios, baratarios, Arnaldos. E in quello di Vercelli, libro v, pag. 126: Non debeat emere vel... ab aliqua persona ignota... meretrice, Arnaldo vel Ribaldo...
Il titolo di ribaldo rimase qualificativo, mentre prima era nome proprio usitato: l'altro cadde in obblio.
È una delle scoperte più disputate oggi, e delle più interessanti qualora ne fosse men dubbia l'autenticità, quella delle poesie di Aldobrando da Siena, che, nato nel 1112 e morto nel 1186, scriveva già in pretto italiano. Anch'egli lancia dei versi contro Arnaldo, poichè in una canzone ove celebra i tempi della lega lombarda, e un non sappiamo quale illustre personaggio di Siena, loda questo dall'aver distolto i cittadini dalle colui eresie.
Or del fellon Arnaldo già vicina Prevedeste la ruina, E manti (molti) pur toglieste all'infernale Sentina d'onni male Che 'l folle fra le fiamme, ahi membranze, Tutte purgò fallanze.
Al qual proposito il signor Grottanelli emenda le molte inesattezze degli storici e romanzieri intorno al luogo ove fu arrestato Arnaldo. Fu alle Briccole, sulla strada per Roma, a dieci leghe da Siena. I visconti del vicino castello di Campiglio lo tolsero di mano al maestro ospitaliero, e lo venerarono: ma Federico Barbarossa li costrinse a darlo a lui, che lo consegnò al prefetto di Roma perchè lo giustiziasse.
Pag. 99, alla nota 1, aggiungi:
apud Dom Bouquet, T. X, p. 23.
Alla nota 9 in fine, aggiungi:
Dal Muratori (Ant. mæd. æv. Diss. LX) è citato un trattato inedito, Magistri G pergamensis contra Catharos et Passagios, che potrebbe esser del Guala vescovo di Bergamo.
Pag. 114, aggiungi:
Dopo l'opera nostra, fu pubblicato a Perugia un opuscolo, col titolo I Guglielmiti del secolo XIII; una pagina della storia milanese documentata dal d. Andrea Ogniben veronese medico militare. Prima edizione, volume unico: e sono 130 pagine. Tanto per fare secondo i tempi, vorrebbe l'autore scorgere in quel processo un movente politico che appena adombra, ma principalmente dimostrare che la Guglielmina fu una santa donna, e i processati tanti allucinati, mossi in parte da furore erotico, in parte da manìa religiosa, riscaldata dalle quistioni che allora si agitavano sulla grazia efficace (?), sullo stato delle anime avanti il giudizio, sulla rovinosa teoria del libero arbitrio (sic e più sotto la dice fatale teoria) per cui «nel solo ducato di Milano (sic) vi aveano allora ben tredici sette di religione». Di questa teomania trova egli esempj dove vuole, e dice che «il filosofo ed il psicologo, squarciando il velo misterioso d'una fede imposta alle menti umane dal despotismo sacerdotale, ci mostrano chiaramente l'origine umana d'una religione tutta amore e santità». Col che vuol far intendere che Cristo era un delirante, come erano «evidenti manie sensoriali quelle del Rapito di Patmos»; e visionarj i fondatori degli Ordini religiosi.
Dà egli tradotto un compendio del processo del 1300, o piuttosto d'un estratto che ne fece il notaro Beltrame Salvago, molti anni dopo. I fatti che ne risultano son quelli che accennai nel testo. Delle oscenità conformi a quelle de' vecchi Gnostici e dei moderni Quietisti, non trovasi quasi orma, a malgrado di quanto asserirono i primi cronisti e storici. Già i Montanisti consideravano Cristo non come ultimo termine del progresso morale e religioso, ma che sarebbe seguito da una nuova rivelazione; concetto svolto poi dal Lessing nell'Educazione progressiva del genere umano. L'illustre filosofo e filologo Postel credette e sostenne di una vergine veneziana press'a poco quel che i Guglielmiti della pia Boema. Perocchè pare che la Guglielmina non vantasse nè la sua divinità nè le rivelazioni, bensì le credessero o le spacciassero Andrea Saramita, la Manfreda e alcuni altri, massime dacchè fu morta. Un Mirano, cappellano della chiesa di San Fermo, che, morta la Guglielmina, era ito col Saramita a recarne l'annunzio al re di Boemia, rispondeva: «Da Andrea Saramita e da suor Manfreda di Pirovano e da altri devoti della Guglielmina, ho inteso che questa era lo Spirito Santo, terza persona della Santissima Trinità; che dovea risorgere, ed ascendere in cielo, alla presenza de' suoi devoti. Fui presente quando Andrea e Manfreda annunziavano tali cose ai devoti. Udii pure da loro che, siccome Cristo sotto forma d'uomo, così Guglielmina deve soffrire sotto forma di donna per li peccati dei falsi cristiani, e di coloro che crocifissero Cristo, e dopo che la Guglielmina fosse risorta ed ascesa al cielo, dovea mandare a' suoi discepoli, nel giorno di pentecoste, lo spirito paracleto; doveansi mutar leggi, rinnovare vangeli, ordinare i cardinali; e la risorta diverrebbe arcivescovo pontefice. Esso Andrea, Albertino di Novate, Franceschino Malcalzati portarono ostie da Chiaravalle. Alcuni devoti fanno dipinger l'immagine della Guglielmina sotto il nome di santa Caterina. Suor Manfreda istruiva i discepoli a non dir la verità quando interrogati dalla Inquisizione; che sarebbero ajutati dallo Spirito Santo; e soffrano tutto per la Guglielmina come gli apostoli per Gesù. Che il papa presente (Bonifazio VIII) non poteva assolvere nè condannare, perchè creato non legalmente. Esservi tante indulgenze a chi visitava il sepolcro della Guglielmina a Chiaravalle, quanto per Terrasanta. Andrea e suor Manfreda diceano veder la Guglielmina, essa parlare con loro, benedir la loro mensa. Prepararono una clamide di porpora con fibbia d'argento, una vesta di porpora e sandali d'oro, di cui si rivestirebbe dopo risorta. Suor Manfreda, per mezzo della Guglielmina aveva grazia, virtù ed autorità maggiore, che non n'abbia avuto mai san Pietro».
Altre volte il Saramita disse ch'essi vestivano a bruno perchè così la Guglielmina; «e perchè essa fu chiamata Felice, e si credea lo Spirito Santo, molti davan ai loro figliuoli il nome di Felicino e Felicina e Paracleto. Quando andavamo a Chiaravalle a venerar la Guglielmina, l'abate ci facea dare pane, vino ed altro. Que' monaci nella solennità faceano panegirici di essa e della sua congregazione. Fui presente allorchè la Guglielmina morì, e andai al marchese di Monferrato pregandolo mi desse una scorta onde portarlo con sicurezza a Chiaravalle, stando allora in guerra Milanesi e Lodigiani. Ella disse a quei che la circondavano: «Voi credete vedere, e non vedrete per la vostra incredulità», alludendo alle cinque piaghe che avea sul suo corpo. Credo che la Guglielmina è lo Spirito Santo, e che deve risorgere, e che fece molte cose simili a Cristo. Ma essa non disse mai che fosse lo Spirito Santo, ne cercò mai persuadercelo: bensì disse a Manfreda che l'arcangelo Raffaello ne annunziò la nascita alla beata Costanza sua madre, e quando fu concepita e quanto tempo stette nel ventre, perchè essa era nata il giorno di pentecoste, e pareami dovesse tutto ciò esserle accaduto a somiglianza di Cristo. Non dissi che in gloria divina superasse Maria e ogni altro santo: pur credo essa sia la terza persona della Trinità e di essenza divina, e l'avrei detto a tutti se non temessi destarne orrore. Il corpo suo non essendo ancora glorificato, nol tenevo per più glorioso di quel della beata Vergine».
Altre volte invece confessò averle essa detto che era discesa dal cielo su marmoreo seggio, sfolgorante di vivissima luce; essere lo Spirito Santo: e la Manfreda avere udito altrettanto dalla Guglielmina: e che dal 1262 non era stato consacrato il solo corpo di Gesù Cristo, ma quello pure dello Spirito Santo ch'era il suo. Credeva suor Manfreda dover essere papa vero, e con piena e reale giurisdizione: vicario dello Spirito Santo in terra, cessando il papato presente, i suoi riti, la sua autorità, succedendovi la Manfreda che dovrà battezzare Giudei, Saraceni e gli altri non battezzati: i quattro vangeli si conserveranno finchè suor Manfreda sia investita della pacifica potenza di Pietro: allora cesseranno, e quattro sapienti mandati da Guglielmina ne scriveranno dei nuovi, che porteranno i nomi de' loro autori.
La Manfreda confessò aver composto le litanie della Guglielmina e aver creduto a questa, e tenere conferenze dove si recitavano gli evangeli, le epistole e alcuni miracoli. Essa conserva dell'acqua con cui fu lavato il cadavere della Guglielmina, ma non l'ha adoprata per divozione nè per guarire infermità.
Sibillia, vedova di Beltrame Malcolzati, disse avere udito dal Saramita e dalla Manfreda che Guglielmina era lo Spirito Santo, vero dio e vero uomo, che doveva risorgere, ed apparire col corpo, e visibilmente ascender al cielo, presenti i suoi devoti, e mandare lo Spirito Santo in forma di lingue infocate: e che essa dovea redimere i Giudei e quanti erano fuori del cristianesimo. Che suor Manfreda avea ricevuto in consegna la Chiesa di essa, e le chiavi del regno de' cieli: che Franceschino Malcolzati canterebbe la prima messa al sepolcro della Guglielmina, e Manfreda la seconda. Essa Sibillia aveva in casa la cassa in cui primamente fu sepolta la Guglielmina, portatale dal Saramita perchè i vicini di essa, in via di san Pietro all'orto, la richiedeano, mentre i monaci di Chiaravalle voleanla per sè, come quelli presso cui la Guglielmina avea scelto di esser sepolta.
Tiene pure in casa un padiglione di zendado vermiglio che fu messo sopra la bara quando fu trasferita a Chiaravalle. La Manfreda prese colle sue mani un'ostia portatale da Chiaravalle, e gliela pose in bocca ad onoranza della Guglielmina.
Tornata poi al Sant'Uffizio, la Sibillia confessò che suor Manfreda erasi vestita degli abiti pontificali, di dalmatiche due altre suore, il Saramita e il Malcolzati; altri di cotte: e accomodato una specie d'altare, vi posero il calice e quanto occorre per la messa: la Manfreda celebrò; Andrea recitò il Vangelo, Albertone Novati l'epistola. Il Saramita le disse che, entrato in camera della Guglielmina, la trovò che orava, e alzatasi, gli disse ch'era lo Spirito Santo, venuto in forma di donna perchè, se fosse venuto in forma di uomo, sarebbe morta come Cristo, e tutto il mondo ne perirebbe. Di subito apparve una cattedra, e Guglielmina la convertì in un bue, e a lui disse: «Tienlo se puoi», e subito sparve. Soggiungeva che il nome suo non morrà, e per essa molti saranno consolati, e molti tribolati.
Nel processo, molti son nominati quali devoti della Guglielmina, e aveano comprato bellissimi drappi e tovaglie in venerazione di essa, e per ornarla al suo ritorno in terra.
Lo strano consiste nella connivenza de' monaci cistercensi, i quali credeano bensì che ella fosse de' reali di Boemia, ma non lo Spirito Santo. La casa in san Pietro all'orto ov'essa abitava, era proprietà del loro monastero, e diceano che da sei anni accendevano lampade al sepolcro della Guglielmina, udendo che liberava molti da infermità: avendo il Saramita detto che la Guglielmina era lo Spirito Santo, alcun di loro andò difilato alla casa di lei a interrogarnela, ed essa indignata rispose: Ite, ego non sum Deus, ma esser di carne e d'ossa, e aver condotto seco a Milano un figliuolo; e se non facessero penitenza di quelle credenze, andrebbero all'inferno. Dal che, e da molti altri riscontri può indursi che la Guglielmina non fosse che una pia donna, e tutto il resto invenzione o fantasia della Manfreda e del Saramita.
A quel processo segue qualche brano d'un altro, fatto il 1295 contro un Mangiarocca muratore, abbruciato per eretico, e un Ventura Rosso che avealo chiamato il miglior suo amico.
Il processo della Guglielmina si connette con quello che fu poi fatto contra Matteo Visconti, poichè nella lettera di papa Giovanni XXII del 1 aprile 1324 ove colpisce questo di anatema, è mentovato come sua prossima parente materna la Manfreda, che asseriva essersi lo Spirito Santo incarnato in una tal Guglielma, lo perchè fu data alle fiamme: e si facea colpa a Matteo di aver molto supplicato per la liberazione di essa, locchè smentisce quei cronisti antichi che lui incolpano d'aver denunziata quella setta. Dalla lettera stessa e da quella data il 1322 dalla chiesa di Valenza diocesi di Pavia, dall'arcivescovo frate Aicardo che nel sinodo Bergolicense fece condannar esso Matteo, appare che altri progenitori di questo erano stati sospetti o condannati d'eresia, cioè il nonno, una zia, Giacomo ed Obizzone: e che Galeazzo, figlio di Matteo, professava gli errori della Manfreda, onde fu arrestato, ma poi rilasciato per le minaccie di Matteo.
Quando Giovanni e Luchino Visconti si riconciliarono colla Chiesa, supplicarono fosse riveduto il processo del loro padre, il quale in fin di vita erasi pentito. Allora Benedetto XII rimproverò severamente l'eccessivo rigore di Aicardo, e annullò le sentenze proferite in quel sinodo. Nos, qui sumus omnibus in justitia debitores, nolentes justitiam denegare, hujusmodi processus et sententias archiepiscopi et inquisitorum, per nonnullos ex fratribus nostris S. R. E. cardinalibus examinari fecimus, et ipsorum relatione audita, nos, una cum eisdem et aliis fratribus nostris in concistorio, ipsos processus et sententias cum maturitate et discussione debitis examinavimus... et inique factos invenimus... et auctoritate apostolica inique facta ac nulla et irrita declaramus etc. La bolla è del settimo anno di Benedetto XII, e riferita dall'Ughelli ne' vescovi di Milano.
Ove nel testo diciamo che i Guglielmiti furono bruciati il 9 agosto leggasi settembre.
Pag. 120, alla nota 26, aggiungi:
Quelle sentenze sono stampate nel Richa, Chiese fiorentine, tom. III, pag. 19.
Alla nota 27, aggiungi:
Il Razzi, nella vita di san Pietro Martire, racconta che un giovane libertino di Firenze, vedendo dipinta in Santa Maria Novella l'uccisione del santo, esclamò: «Oh se fossi stato io, l'avrei ben percosso più gagliardamente». Ed ecco di tratto ammutolì: finchè riconosciuto l'error suo, e chiestone perdono, ricuperò la favella.
Alla casa ove nacque san Pietro in Verona è posta una statua di esso coll'iscrizione: Sum Petrus Martyr nutritus et editus infans his domibus: fiat testis imago mea. Alcuni lo fan di casa Milani, altri di casa Rosini.
Pag. 122, lin. 18, leggi:
Questi scritti sono, la Concordia del nuovo coll'antico Testamento, il Commento sull'Apocalissi, il Salterio delle dieci corde: moltissimi altri gliene vengono attribuiti forse a torto, come un commento a Geremia e Isaia, pieno di profezie contro gl'imperadori svevi, un libro sulla Sibilla Eritrea e sul profeta Merlino, e sulle profezie di Cirillo.
Pag. 130, al fine, si sostituisca quanto segue:
Quel versetto dell'Apocalisse, c. XIV, 6, et vidi alterum angelum volantem per medium cœli, habentem evangelium æternum, parve ad alcuni significar un evangelo che surrogherebbe quel di Cristo: sicchè, dopo l'età del Padre, in cui pontificavano i padrifamiglia, verrebbe l'età del Figlio o del Nuovo Testamento, col sacerdozio celibe e la vita attiva; da ultimo l'età dello Spirito Santo, che comincerebbe al 1260, caratterizzata dalla perfezione e dalla potenza della vita contemplativa de' cenobiti, opposta alla splendidezza de' prelati.
Primo apostolo di quest'ultimo evangelo era stato l'abate Gioachino. Se foss'egli un profeta, o un impostore o un visionario è difficile determinare fra le tante tradizioni che lo resero legendario: certo gli scolastici non osarono attaccarlo finchè visse: potè francamente rimproverare i traviamenti della Chiesa, divenuta feudale; gli errori in cui cadde sulla Trinità furono riprovati solo nel 1215 dal quarto concilio lateranese, però senza nominare quell'abate, benemerito della Chiesa.
Fu tra i discepoli suoi che venerossi l'Evangelo eterno; ma il testo essendone perduto, non possiamo che congetturare sopra quanto ne dissero gli scrittori, principalmente un Concilio d'Anagni ove gli errori ne furono condannati. Secondo loro, l'Evangelo di Cristo non sarebbe stato perfetto, e dovea surrogarsegli questo nuovo della vita contemplativa. All'attuazione dell'antico Testamento presedettero tre grand'uomini, Abramo, Isacco, Giacobbe, quest'ultimo accompagnato da dodici patriarchi: al nuovo tre grandi, Gioachino, Giovanni Battista e Gesù Cristo, accompagnato da dodici apostoli: all'eterno presederanno tre grandi, l'abate Gioachino, san Domenico e san Francesco co' suoi dodici seguaci. Nel 1200 fu abrogato l'Evangelo di Cristo, che nessuno condusse alla perfezione. Ora vi sottentrerà il nuovo. Nel 1260 s'avrà una grande tribolazione, e l'Anticristo apparirà: poi dopo breve pace avverrà nuova tribulazione, ancor più pericolosa perchè tutta spirituale.
Così preparavasi una nuova religione; una riforma ben più radicale di quella del XVI secolo, e non solo religiosa ma sociale, abolendo la proprietà.
Alcuni gioachiniti avendo cominciato a spiegar questo Evangelo nell'università di Parigi, que' dottori, meno ideali e più pratici come sono i Francesi, se ne sbigottirono e lo fecero condannare dai papi Innocenzo IV e Alessandro IV nel 1255, pur usando riguardo ai Minoriti che l'insegnavano. Da ciò nacque che restasse arcano il nome dell'autore, che i più credono Giovanni Burallo da Parma, nato verso il 1209, entrato francescano verso il 1232, professore a Bologna, a Napoli, a Parigi. Divenuto settimo generale de' Francescani, volendo tra questi ripristinare la stretta regola, visitò a piedi tutti i conventi, ove il suo rigore gli procacciò nemici. Da Innocenzo IV spedito a tentar la riconciliazione de' Greci scismatici, acquistò la stima dell'imperatore Vatace, del patriarca, del clero, del popolo, ma nulla conchiuse. Accusato di aderire alle dottrine dell'abate Gioachino, fu nel capitolo generale di Ara Cœli deposto, o indotto a deporsi da generale, e gli fu surrogato san Bonaventura, che ne fece fare il processo. Due suoi discepoli Leonardo e Gerardo rimasero condannati in perpetuo al pane della tribulazione e all'acqua dell'angoscia: per Giovanni intercesse il cardinale Ottoboni, sicchè potette ritirarsi nel convento della Greccia presso Rieti, ove visse trentadue anni. Ottenuto poi d'uscirne per tornare ad apostolar in Grecia, a Camerino morì. Gli si attribuirono miracoli e passò per beato, titolo confermatogli dalla sacra Congregazione de' riti nel 1777.
Ma che l'Evangelo Eterno sia opera sua non pare. Di fatto a principio era piuttosto una dottrina che un libro, sostenuta da mendicanti Predicatori o Minori. A questi dunque fu attribuito il libro quando comparve, ma i Predicatori lo ripudiarono, tanto più che nessun di essi era indicato come autore. Ma fra i Minori si nominò qual autore Gerardo da Borgo San Donnino, altri l'abate Gioacchino, mentre Giovanni da Parma avrebbe fatti il Liber introductorius in Evangelium Æternum. Probabilmente l'Evangelo Eterno non sussistette mai, ma solo per esporne le dottrine si fece quest'Introduttorio; ardito tentativo di consolidar la dominazione degli Ordini mendicanti mediante una nuova religione, perfezionamento di quella portata, dodici secoli prima, da Cristo(1). E appunto Renan, nella Revue des Deux Mondes del luglio 1866, con ricchissima erudizione sostenne che il titolo d'Evangelo Eterno davasi alle tre opere che mentovammo dell'abate Gioacchino. L'Introduttorio che epilogava le dottrine di questo, spesso venne indicato come l'Evangelo Eterno, e sarebbe opera di Giovanni da Parma o piuttosto di Gherardo da Borgo San Donnino nel 1254.
(1) Vedasi un articolo di Daunou su Giovanni da Parma, nel tom. XX della Histoire littéraire de la France.
Dom Gervaise, Hist. de l'abbé Joachim.
Meyenberg, De pseudo evangelio æterno. Helmstadt 1725.
Pag. 135, alla nota 7, aggiungi:
Nella Biblioteca Magliabecchiana, Manuscritti, classe XXXIV, n. 76, esiste un libro di 121 carte, che taccia d'eresia le decretali di Gio. XXII contro i Fraticelli; il processo e le proteste di frà Bonagrazia da Bergamo, e tutti gli atti relativi alla quistione, e a difesa da frà Michele, con moltissime particolarità anche di persone. Incomincia:
«Questa è una parte degli articholi heretici tratti dalle IIII decretali fatte contro alla povertà di Cristo e degli apostoli per Giovanni di Caorsa detto papa XXII, riprovati.
È sempre violento, e per es.: «Nell'anno XIIII dello suo papato ereticale fece un'altra costituzione, ovvero destituzione, ovvero destruzione, la quale incomincia, ecc.
«Qualunque queste cose latamente e diffusamente saper desidera, ricorra alle opere del venerabile padre maestro frate Michele, per addietro generale dell'Ordine de' frati Minori, nelle reprobazioni della prima, seconda, terza e quarta decretale: ed all'opera del maestro Francesco d'Ascoli sopra la quarta decretale: e all'opere del maestro Guglielmo Ocham sopra alla quarta decretale... ed altro le quali esse feciono, delle quali queste poche cose tratte sono: ma quivi più profondamente si trattano, et pruovasi e mostrasi la verità, e riprovasi l'eresia e la iniquità (carte 21).
Segue un altro trattato della stessa materia;
«In nomine Domini nostri Jesu Christi pauperis crucifixi et gloriosi sancti Francisci. Incomincia il primo motivo della quistione nata nella corte di Avignone nel tempo di papa Giovanni vigesimosecondo, della povertà di Cristo e degli Apostoli, e il processo e l'ordine d'essa medesima quistione». E narra i fatti, cominciando da frà Michele da Cesena. Son carte 62.
Segue la spiegazione d'un'omelia di Giovanni Crisostomo, ove si rincalza sempre la pretesa eresia di papa Giovanni.
Dello stesso argomento è un altro manuscritto, già nella Palatina, Cl. I, 6, di cui vedi Palermo i, 221.
Contro i Fraticelli così scriveva il b. Giovanni Dalle Celle: «Voi chiamate la Chiesa carnale, perchè usa lo ricchezze, e fate male; imperocchè le ricchezze sono buone a chi le sa bene reggere e governare secondo Iddio. Cristo non solamente ebbe discepoli poveri, ma gli ebbe ricchissimi; e più fede trovò in un ricco centurione, e più umiltà che in niuno del popolo d'Israele, e che non trova sotto cotesti vostri cappucci pieni d'arroganza. E acciocchè Cristo non mostrasse di riprovare le ricchezze, volle istare in casa del ricco Zaccheo; e udendo come molto le dispensava bene, il lodò, e non gli disse che le rendesse. Così il ricco Nicodemo meritò di ricevere nelle sue braccia il santo corpo di Cristo. Così il nobile decurione Giuseppe meritò di avere Cristo nel sepolcro suo. Adunque non si debbe chiamare carnali que' chierici che hanno le ricchezze, se le dispensano bene, come dispensava Cristo quelle ch'erano messe nella borsa che Giuda teneva; e come san Pietro dispensava quel prezzo, che gli era messo a' piedi, delle possessioni che si vendevano; e come le dispensava san Benedetto, luce del mondo, e san Bernardo dottore santissimo. E la Chiesa di Dio, avvegnachè sia dall'oriente all'occidente, nondimeno per dignità e autorità riluce ed e più possente nella sedia di san Pietro, che in niun altro luogo. Onde dice san Bernardo, che stando Cristo sul renajo, chiamò gli apostoli; e tutti andavano a lui, ciascheduno in su le navicelle loro, ma solo san Piero non andò con la navicella, ma andò per lo mare; a significare ch'egli era generale pastore. E perciò la Chiesa Romana è capo di tutto le altre, e principale sposa di Cristo. E voi dite che grande falsità è appropriare al papa quello che significa tutta la Chiesa, cioè l'arca; e dite ch'è arca di vizj e non di Cristo. Oh eretico miserabile! tu fai ingiuria a Cristo, bestemmiando la maestade e il vicario suo. Onde di voi parla Giuda apostolo nella sua epistola, e dice: E' bestemmiano la maestade! E tu fosti, o misero ardito, di bestemmiare colui ch'è più che uomo? Con che coscienza il secolare può giudicare il religioso, la pecora, il pastore, il cieco, l'illuminato della santa scrittura, il morto il vivo? Morti gli chiama il Signore, quando disse al discepolo: «Lascia sotterrare a' morti i morti». E il salmo dice: «Come i morti del secolo». Non porre dunque mano all'arca di Dio, cioè al sommo pontefice; e le stelle de' religiosi (così chiama la Scrittura) non iscurare co' nugoli della tua ignoranza e superbia.
«Or vediamo che segnali hanno i veri vangelisti. Disse Gesù: «In questo conosceranno che siete miei discepoli (cioè veri vangelisti) se voi v'amerete insieme». E ancora: «Di niuna cosa è il mio comandamento, altro che dell'amore» a dimostrare che la legge del cristiano e il vero vangelo, è l'amore. Ancora, il vero vangelista è colui che sta nella comunione e unione della Chiesa e de' suoi membri. E acciocchè questa unità fosse ne' veri vangelisti suoi, Cristo orò al Padre più volte, e disse: «Padre, conserva costoro nel nome mio, acciocchè siano una cosa come noi». Ancora, per tutti coloro che dovevano credere in Lui orò per questa unità: cinque volte priegò per questa unità, la quale voi miseri avete divisa e squarciata. Adunque, questo è il vero vangelo, amore e unità; delle quali virtù vi siete così pericolosamente ispartiti. E la seconda parte, nella quale istà il santo vangelo, si è la croce. Della quale Cristo parla, e dice: «Chi vuol venire dopo me (cioè, chi vuol essere vero vangelista) tolga la croce sua, e seguiti me». La quale croce voi fuggite quanto potete. Che è croce? È una mortificazione della propria volontà, e di tutti i sensi; e questa è la vera obbedienza. Di questa dice san Paolo di Cristo: «Fu fatto obbediente infino alla morte, e morte di croce». E Cristo di se medesimo dice: «Non venni per fare la mia volontà». Ma voi dietro a Cristo portate una croce con Simone Cireneo, per prezzo temporale; il quale è vanagloria, prezzo di tutti gl'ipocriti; e siete lodati in Firenze dalle femminelle e dagli uomini ciechi, e queste lodi vi sono tutte veleno. Voi predicate, e non siete mandati a predicare; e chi non è chiamato o mandato, non dee predicare. E sempre tutti gli eretici, dice un santo dottore, ebbono una intenzione, cioè acquistare gloria della singolarità della scienza. E l'empietà e malignità della loro singolarità intitolano col nome della religione; e non sono contenti d'abbandonare la via, ma ingegnansi di disertare la vigna di Dio. Ma tieni quello che ti dirò, come parola di verità: infine a tanto che tu non ti vedi peccatore e gli altri giusti, ma farai il contrario, tu se' nelle tenebre, figliuolo di superbia e di presunzione» (Mss. nella Magliabecchiana).
Pag. 136, nota 13, aggiungi:
Contro di frà Dolcino, che tenea la spada in una mano, il calice della voluttà nell'altra, mossero le genti di Trivero, di Mosso e di Biella, e guidati da Rainero degli Avvocati vescovo di Vercelli coll'immagine della Madonna d'Oropa, li sconfissero.
Pag. 154, alla nota 19, aggiungi:
La quistione di Dante eretico fu ripigliata nel Calendario Evangelico che si stampa a Berlino, dove il dottore Ferdinando Piper, professore di teologia in quella università, nel 1865 trattò di Dante und seine Theologie. Conviene egli che Dante pone come supremo bene Iddio, nè poter l'uomo raggiunger esso bene se non acquistando la beatifica visione: questa acquistarsi colle virtù teologiche: alle quali ci ajutano le sacre carte, l'esperienza e la ragione, che però nelle cose soprasensibili piegasi alla rivelazione. Dante propriamente non può dirsi uscito dalla Chiesa di Roma: le sue dottrine però menano dritto alla evangelica. E non solo quanto alla riforma del capo e delle membra, e quanto al poter temporale: ma anche nel dogma. In fatti (è sempre il Piper che ragiona) egli non ammette l'infallibilità del papa, giacchè colloca fra gli eretici Anastasio II papa: non ammette che niun altro che il presbiterato possa ingerirsi nella Chiesa, poichè egli stesso se ne ingerisce raccomandando la riforma: non ammette che le decretali possano esser fonte del vero quanto le sacre carte.
Veda ogni cattolico se questi siano argomenti valevoli a segregar uno dalla nostra unità.
Pag. 183.
Meritava qualche maggior discorso questo Matteo Palmieri. Come ambasciadore della repubblica fiorentina, accompagnando Alfonso re di Napoli a Cuma, finge che la Sibilla lo conduca ai Campi Elisi; e, seguendo un'opinione di Origene, figura che le anime nostre siano gli angeli che non si ribellarono al Dio, ma stettero indifferenti, sicchè Iddio le prova in questo mondo, finchè dopo molto errare, tornino alla città di vita.
Sono tre canti in terzine; non furono mai stampati, ma rumor grande se ne levò. Il Tritemio, il Genebrardo, Giosia Simler, Elia Dupin, Giovanni Rioche, Oudin, Vossio, Zeno ed altri dissero che Matteo fu bruciato come eretico, e lo Zilioli lo fa ardere in Cortona, appoggiandosi alla cronaca di frà Filippo da Bergamo, che però non dice nulla di ciò. Altri (come il Gelli ne' Capricci del Bottajo) vogliono ne fosse disotterrato ed arso il cadavere, o almeno gittato fuor di terra sacra.
Bruciar solo il libro si fa dal Giovio, dal Guazzo, dal Lami; mentre il Verino, il Landino, Giovan Matteo Toscano ed altri si limitano a dire che fu proibito. Alcuni poi nominano l'autore senza nulla accennare di tutto ciò; il che viene preso per un'artificiosa dissimulazione, ne, conchiude il Vossio, hominis eruditi beneque meriti de literarum studiis nomen ac gloriam labe non exigua aspergere viderentur.
Il Richa, nelle Chiese Fiorentine, s'estende a ridur queste asserzioni al vero, provando che l'autore ebbe solenni esequie il 1475, e Alemanno Rinuccini recitogli l'orazione funebre, ove leggesi: Postremo etiam poeticam ausus tentare facultatem, hunc, quem suo pectori suppositum cernitis pergrandem librum, ternario carmine composuit, quem propterea Vitæ Civitatem nuncupavit, quod animam terreni corporis morte liberam, varia multiplicia loca peragrantem, ad supernam tandem patriam civitatemque perducit, ubi beato fruatur ævo sempiterno.
Il Palmieri era stato tenuto in onore da' suoi contemporanei, deputato dalla patria al Concilio ivi adunato, ambasciadore a pontefici, e il suo libro scrisse con buona intenzione, e al fine notò Laus honor imperium et gloria sit omnipotenti Jesu Christo per infinita sæcula sæculorum. Amen.
Compiuto il suo lavoro, lo diede a censurare al canonico Leonardo Dati, che fu poi segretario del papa e vescovo di Massa; il quale lo ringraziò di questo præclarum opus, mihi longe gratissimum; e che sarebbe meritorio per lui, e utile ai Cristiani, cui ajuterebbe ad acquistare la città eterna.
Il suo ritratto restò sull'altare di San Pier Maggiore, in atto d'adorar la Madonna in un quadro, dipinto da Sandro Botticelli, ma invenzione d'esso Palmieri, che rappresentava l'Assunta, con zone d'angioletti che le facean corona. Sparsesi strane voci sul libro di lui, e accolte colla leggerezza che suole il pubblico, si credette scorgere eresia anche nel quadro; ognuno vi riscontrò quel che più voleva; tanto che gli ecclesiastici dovettero coprir quella tela, finchè, passato il bollore, la restituirono alla venerazione.
Pag. 198, alla nota 35, aggiungi:
Gaspare di Verona, cronista pubblicato da G. Marini Degli Archiatri Pontifizj, Roma 1784, appendice al vol. II, p. 179, dice che Paolo II amava raccogliere manuscritti, statue, pitture, medaglie, e n'era giudice competentissimo. Francesco Filelfo scrive a Leonardo Dati: Quod non debetur et a me et a doctis omnibus summæ immortalique sapientiæ Pauli II? Epist. L. XXX. E vedasi Quirini, Pauli II vita, præmissis vindiciis adversus Platinam aliosque detractores. Roma 1740.
Pag. 210, lin. 2, aggiungi in nota:
(1) Bisogna fosse comune l'uso di ciarlar in chiesa, perocchè il Vespasiano nella vita di sant'Antonino scrive: «Andando in Santa Maria del Fiore il dì quando si cantava il divino ufficio, dove erano quelle pancate delle donne a sedere con questi iscioperati e vani giovani intorno, l'arcivescovo dava una volta intorno dove egli erano, e non v'era niuno che non si partisse, per la riverenza e timore che avevano di lui».
Pag. 210, lin. 24, leggi:
detto, il Mantovano, che fu generale dei Minoriti(1).
(1)
Venalia nobis Templa, sacerdotes, altaria, sacra, coronas, Ignis, thura, preces, cœlum est venale, Deusque... Ita lares italos et fundamenta malorum Romuleas aras et pontificalia tecta Colluviem scelerum. De calamitate temporum, lib. 3.
Pag. 212, lin. 7 ultima, aggiungi in nota:
Revelatio sanctæ Birgittæ, lib. I, c. 41, edizione romana 1628.
Pag. 259, alla linea terz'ultima, leggasi:
Questo Ulrico di Hutten, nato a Eberstein il 1488... a sedici anni fuggì dal convento, studiò qua e là, e a Pavia nel 1512; messosi, ecc.
Pag. 260, lin. 6:
Oltre una ad Maximilianum in Venetos exhortatorium, le conquiste de' quali dichiara pesca insidiosa; tanto più dacchè osò illa tridentinos invadere montes: e dice che
Vendidit hæc Turcis urbes, hæc vendidit aras Hæc Bysantenum prodidit imperium;
dei Tedeschi son tutte le vittorie: Cesare solo, padrone della terra come Dio del cielo, sovrano de' mortali come Giove degli Dei; deve punir Venezia, domare la penisola:
Non opus est flavi ducantur in arma Britanni, Atque armet populos Gallia magna suos. Adde nihil nobis, si quid Germania priscæ Laudis habet, si quid martia turba potest.
Bastano i Tedeschi, purchè le Alpi del Tirolo versino come un torrente il cavaliere di Franconia, il cacciatore dell'Assia, il gigantesco Vestfaliano, il Sassone reso invincibile da un fiasco di vino, e tutti i guerrieri cui nutrono la pescosa Marca, la fertile Turingia, le sponde dell'oceano germanico. Tempo è che l'Italia riconosca il suo padrone, e Roma lo coroni: i poeti germanici sono pronti a celebrare il vincitore.
Pag. 260, lin. 12, aggiungi:
Scorre l'Italia insultandola(1).
(1)
Dicit io quia se novit Germania, dicit Mobilis Italia est: nobilis ante fuit.
Pag. 260, lin. 21, aggiungi:
Pubblicò pure una raccolta di lettere del XI secolo, De schismate quod fuit inter Henricum IV imperatorem et Gregorium VII, ove trasportandosi nel calore della lotta fra il pastorale e la spada, esortava l'imperatore a ripigliar la sua delegazione divina, pari a quella del papa, e vergognarsi di aver baciato il piede del pontefice. E sempre egli mostrasi furibondo contro i papi, perchè difesero l'indipendenza italiana dagli Enrichi, dai Federichi, dai Carli.
Pag. 260, lin. 25, aggiungi:
Nel Vadiscus si riuniscono le tre opposizioni della letteratura, della politica, della religione, esaminando come Roma usi di questo triplo potere intellettuale, politico, religioso. Impedisce di stampar Tacito; occupa Roma, capitale dell'impero, e non soffre che l'imperatore sia re di Napoli: ha prelazioni e nomine, riserve di casi papali, indulgenze, Concilj; pure non vivit sine capite corpus, neque auferre caput necesse est: tantum inde resecare quæ vitiosa sunt. È la terra italica, l'aria romana che viziò la fede dell'unità cattolica, e in conseguenza la Chiesa. I Romani non si occupano che di passeggiare, palleggiare, amoreggiare: se pensano è per fraudare, mentire, spergiurare: i ricchi vivono del sudore de' poveri, di usura, di spogliare i Cristiani: i poveri vivono d'erba, d'aglio e cipolle. Il caro dei viveri, la perfidia, l'incostanza del cielo rendono insopportabile il soggiorno di Roma: se ne riporta cattiva coscienza, stomaco guasto, borsa vuota. In questa grande taverna, dove si trovano uomini d'ogni nazione, denari d'ogni conio, conversazioni in ogni lingua: dove non s'incontra che cortigiani, preti e scrivani: dove si vaga tra luoghi santi e luoghi sospetti e vecchie ruine: è impossibile conservar la fede nelle cose sante, la fedeltà ai giuramenti e la sanità: si lavora incessantemente a tre cose senza mai compirle: la santificazione delle anime, il restauro delle chiese, la crociata contro il Turco. Nulla vi si beffa tanto come gli esempj antichi, il pontificato di Pietro, il giudizio finale: nulla v'è creduto meno che l'immortalità dell'anima, la comunione de' santi, le pene eterne. Vecchio oro, donna giovane, messa corta, ecco i desiderj». E altrove: «No, a Roma non è la vera Chiesa. Come? Questa città ove di pien giorno s'incrociano, con cardinali e frati, femine da conio e spadaccini venali; ove carri, cavalli, muli, asini minacciano schiacciarvi, sarebbe la capitale del mondo cristiano? Cotesta folla di chierici d'ogni colore e vesti, avvocati, auditori, notari, procuratori, cancellisti, tabellioni, che passa la vita a suggere il nostro sangue e sudore, e ci rincarano ogni anno il regno de' Cieli, sarebbe la Chiesa?»(1)
(1) Klag und Vermahnung wider den Gewalt des Pabst. Dice aver preso a scrivere tedesco per essere capito da tutti.
Latein ich von geschrieben hab Das was eim iedem nit bekandt Jetz schrei ich an das vaterlandt.
Pag. 269, alla nota 5, premetti:
Qui chalybe et duris amicitur Julius armis, Terribilis barba, terribilisque coma, Cui torvos horrore oculos frons occulit atros, Tartareæ ignescunt cujus in ore minæ. Fraude capit totum mercator Julius orbem, Vendit enim cœlum, non habet ipse tamen.
Pag. 269, alla nota 7, soggiungi:
A Croto Rubiano:
De statu romano epigrammate ex urbe missa. Vidimus Ausoniæ semiruta mœnia Romæ, Hic ubi cum sacris venditur ipse Deus. Ingentem, Crote, pontificem sacrumque senatum, Et longo proceres ordine cardineos. Tot scribas, vulgusque hominum nihil utile rebus, Quos vaga contecto purpura vestit equo, Tot, Crote, qui faciunt, tot qui patiuntur, et illos Orgia qui vivant cum simulant Curios, Romanas, neque enim Romanis, omnia luxu, Omniaque obscœnis plena libidinibus. Desine velle sacram, imprimis, Crote, visere Romam. Romanum invenies hic, ubi Roma, nihil.
Pag. 270, alla nota 21, aggiungi:
Nell'Indice de' libri proibiti è notata Epistola contra vitam monasticam ad Bernardum Mattium collegam olim suum, dell'Alciato.
Pag. 271, alla nota 33, aggiungi:
Kerker, Erasmus und sein theologischer Standpunkt, nei Theol. Quartalch. di Tubinga 1839.
Pag. 297, alla nota 19, aggiungi:
Hutten, nel dialogo Febris prima, rinfaccia al Cajetano d'esser venuto solo a sossoprar la Germania, e fare buona vita: dorme nella porpora, mangia nell'oro; vive così delicato che giudica nessun tedesco esservi che possa vantarsi di possedere un palazzo: condanna le pernici e i tordi perchè non somigliano a quelli d'Italia; fa le boccacce alla selvaggina delle foreste germaniche; trova insipido il pane; e tracannando il vin del Reno, rimpiange quello d'Italia.
Pag. 319, lin. 5 ultima, aggiungi in nota:
Il Gioberti, nelle opere filosofiche, vuol provare che l'essenza dell'eterodossia consiste nell'idea panteistica; Lutero e Calvino furono fatalisti, e il fatalismo è logicamente inseparabile dal panteismo. Zuinglio poi lo professa, giacchè nel trattato della Provvidenza, dice: Creata dicitur, cum omnis virtus numinis virtus sit, nec enim quidquam est quod non ex illo, in illo et per illud, immo illud sit; creata virtus dicitur eo quod in novo subjecto et nova specie, universalis aut generalis ista virtus exhibetur. E non intende solo dell'universalità di Dio come causa prima, poichè soggiunge: Cum autem infinitum, quod res est, ideo dicatur, quod essentia et existentia infinitum sit, jam constat extra infinitum hoc esse nullum Esse posse... Cum igitur unum ac solum infinitum sit, necesse est præter hoc nihil esse.
Tornavasi dunque al panteismo idealista de' Nominali del medioevo, che già insegnavano l'unità e universalità delle cose, la necessità di quanto succede, e perciò anche del male; l'uomo incatenato dai decreti della provvidenza: il fedele sciolto dalla legge morale; la certezza infallibile della salute, cioè il ritornar di tutti gli uomini a Dio.
Pag. 352, alla nota 37, aggiungi;
Anche Ulrico di Hutten scriveva: Atqui non sum luthericus, verum magis quam luthericus, hostili adversus impiam Romam animo (Bulla, dialog.). E ad Erasmo: Jam palam clamant isti omnium horum auctorem te esse, atque ab hoc fonte omnia profluxisse.
Pag. 353, alla nota 46, premettasi:
Della spedizione del 1532 contro i Turchi faceano parte i capitani italiani Guido Rangone, Gabriele Martinengo, Alfonso del Vasto, Pietro Maria de' Rossi conte di San Secondo, Fabrizio Maramaldo, Filippo Torniello. G. B. Gastaldo, Marzio e Pietro Colonna, don Ferrante Gonzaga: il duca di Ferrara mandò cento cavalleggeri: il papa stipendiò diecimila cavalli ungheresi a guerra finita. Suo nipote cardinale ecc.
Pag. 371, alla fine, aggiungi in nota:
Una lettera del 25 maggio 1538, di cui esiste la minuta nella Magliabecchiana (Manuscritti classe VIII, 51), al nunzio di Spagna, parla a lungo della politica di Clemente VII, e come il suo intento, nel colloquio di Marsiglia, non fosse già di maritare la nipote, bensì di conciliare l'imperatore col re, dar assetto all'Italia, e soprattutto riparare all'eresia. A quest'effetto credeva opportuno il Concilio, e l'assenti all'imperatore colla sola condizione che ne fossero contenti anche gli altri principi. Che se dalle risoluzioni del papa derivano poi effetti cattivi, non sono da imputare più che quel padre di famiglia del Vangelo, che seminò buon grano, ma il nemico sorvenuto ne sopraseminò del cattivo.
Pag. 373, alla nota 3, inserisci:
Luigi Gradenigo, ambasciadore veneto a Roma, nella sua relazione del 1523, dice che Adriano fu eletto dopo un'orazione in lode di esso, recitata dal cardinale Cajetano, il quale mostrava come non potesse scegliersi uno di vita migliore. Anch'egli attesta lo stupore successivo de' cardinali, ed è persuaso che rimarrebbe in Ispagna, anzichè venire a Roma.
Pag. 374, alla nota 19, aggiungi:
Intorno ad Adriano VI molto si occupò, e in senso ostile, il signor G. A. Bergenroth nella recente opera Calendar of State Papers, relating to the negotiations betwen England and Spain, preserved in the Archives of Simancas and elsewhere. Londra 1867. Il secondo volume comprende gli anni 1509-1525. Vi sono le trattative per far papa il famoso Wolsey e quelle pel divorzio di Enrico VIII. Un contemporaneo, riferito dal Bergenroth, dice di Adriano: Quamvis simulatione ingenii et errore hominum ad pontificatum obrepsisset, tamen, si ejus in privata vita doctrinam et eminentem, quam quotidie sacris faciundis ostentabat, religionem spectes, inter optimos antistites haberi poterat. Sicuti contra, si post adeptum pontificatum ejus avaritiam, crudelitatem, ac principatus administrandi inscitiam considerabimus, barbarorum quoque quos secum adduxerat, asperam feramque naturam, qui sine ingenio et humanitate erant, intuebimur, merito inter pessimos pontifices referendus videtur.
Pag. 375, alla nota 29, aggiungi:
Trattavasi dunque della difesa, non solo del dogma ma dell'intera società, e ciò darebbe spiegazione delle istruzioni che il Campeggi stesso presentò all'imperatore, e che il Ranke dice avere trovate in una biblioteca a Roma. Gli insinuava in quelle d'adoprar promesse e minaccie e alleanze con principi cattolici onde restaurare la fede: e «quando alcuni perseverino nella diabolica via, metta mano alla vanga di ferro per isvellere dalle radici la pianta velenosa. Quel che più monta è di confiscare i beni dei pertinaci, e mandar buoni e santi inquisitori, che con somma diligenza ne cerchino ogni avanzo, e procedano contro di essi colle norme che in Ispagna si praticano coi Marrani. Sia scomunicata l'Università di Wittenberg, e dichiarati indegni de' favori imperiali e papali quei che vi compiono gli studj. Si mandino al fuoco i libri d'eretici; nessuno di questi sia tollerato alla Corte; i frati disertori siano rimessi ne' loro conventi. Ma sopratutto fa mestieri di vigorosa esecuzione: quand'anche la maestà vostra non colpisse che i principali, ne trarrebbe molto denaro, ben necessario per guerreggiare i Turchi».
Vedi Leop. Ranke, Deutsche Geschichte im Zeitalter der Reformation. Berlino 1852, tom. III, pag. 186, e Die römischen Päbste. Berlino 1854, tom. I, p. 112: tom. III, p. 27. Instructio data Cæsari a. r. Campeggio. Il Ranke crede autentica quell'istruzione, e in fondo essa mira solo a colpir i principi ribelli in quello ove peccavano, cioè nell'usurpazione dei beni della Chiesa, col titolo di osteggiare i Turchi. Ai 10 giugno 1530 Carlo V entrava in Monaco, e fra altre feste, furono rappresentati Ester e Assuero, Tamiri e Ciro, Cambise. Il Campeggio disse all'imperatore che quei fatti «potrebbero applicarsi agli eretici, contro i quali, se non vorranno la pace di Dio, si userà la verga ferrea». E l'imperatore rispose che «non col ferro ma col fuoco era mestieri castigarli» (Ap. Laemmer, Mon. vat., p. 38). Cioè l'imperatore credea necessario un rigor maggiore che non la verga ferrea, che non la punizione legale, giacchè di questa, non di uccisioni intendeva il Campeggio. Certamente la lettera circolare che l'imperatore, d'accordo col papa, stese a Bologna per convocare la dieta d'Augusta, è tutta dolcezza e studio di concordia.
Vero è che altre volte il Campeggio esortava a sveller l'eresia con ogni modo. «La cattolica maestà vostra si disponga di voler al tutto estirpar queste eresie... Ed in questa gloriosa, santa, e ben veramente cattolica impresa... mostrerassi a tutto il mondo, siccome è col nome, così eziandio esser nelle operazioni sue vero ed indubitato successore di quel Carlomagno, del quale, fra le più magnanime imprese ancora risuona la fama della espugnazione che fece delli Sassoni, con la quale fu stabilita allora la santa e cattolica fede». Parere del legato Campeggio apud Lanz Staatspapiere, pag. 49. Ed al Campeggio scriveva il cardinale Salviati: «Sua santità giudica il medesimo che lei, che la parte infetta di Germania possa mai sanarsi se non con ferro e fuoco, e quando sua maestà cesarea si risolvesse di pigliarla per tal via, sua beatitudine dal canto suo non è per mancare d'ajutare la maestà sua con tutto quello che potrà» (13 luglio 1531, ap. Laemmer).
Fra le ragioni che il papa adduceva per non ajutare di denari quelle guerre, era l'essersi esausto per le somme che avea date all'esercito imperiale acciocchè non saccheggiasse Firenze dopo l'assedio.
Sui maneggi d'allora buoni indizj reca Giuseppe De Leva nella Storia documentata di Carlo V in correlazione all'Italia, che si pubblica ora a Venezia per fascicoli.
È notevole che Melantone, al congresso d'Augusta, asseriva trattarsi solo d'una leggiera dissomiglianza di riti (la confessione particolareggia il matrimonio de' preti, la messa privata, il calice ai secolari), ma i nostri capivano che la quistione era se le istituzioni ecclesiastiche fossero d'origine divina o di umana.
Pag. 381, alla nota 7, premetti:
Versi in appendice al libro di Lorenzo Humfred, Johannis Juelli Angli vita et mors. Londra 1573, ove pure si legge:
Prædicet assiduo divinum Martyra Tuscus, Calvinumque suum Gallia in astra ferat.
(Va trasportata in questa nota la 3 del Discorso XXIX).
Pag. 399, lin. 32, in nota aggiungi:
Gl'intendimenti del Flaminio appajono da questa lettera alla signora Teodorina Sauli.
«L'affezione che porto a vostra signoria per l'amore ch'ella porta a Gesù Cristo nostro Signore mi fece scrivere quella che le scrissi. Ma se io fui presuntuoso ed arrogante, vostra signoria è tanto più umile e modesta pregandomi ch'io le insegni a edificar sopra quel fondamento che si contiene nella mia... Tre cose so per qualche esperienza che giovano sommamente alla edificazione della vita spirituale. E sono: l'orazione mentale, l'adorazione cristiana e la meditazione. Per orazione mentale intendo un desiderio fervente d'impetrare da Dio alcuna cosa: e le cose le quali principalmente dobbiamo desiderare d'impetrare da Dio sono la fede, la speranza e la carità; e perchè l'uomo può sempre desiderare, per conseguente può sempre orare, come ci esorta san Paolo che facciamo. La fede cristiana consiste nel dar credito a tutte le parole di Dio, e in particolare all'Evangelio di Cristo. L'Evangelio non è altro che la felicissima nuova, che hanno pubblicata per tutto il mondo gli apostoli, affermando che l'unigenito figliuolo di Dio vestitosi della nostra carne, ha satisfatto alla giustizia del suo eterno padre per tutti i peccati nostri. Chi crede questa felicissima nuova, crede l'Evangelio, e dando fede per dono di Dio all'Evangelio, si parte dal regno del mondo, ed entra nel regno di Dio, godendo del perdono generale; diventa di creatura carnale, creatura spirituale; di figliuolo di ira, figliuolo di grazia, di figliuolo di Adamo, figliuolo di Dio; è governato dallo Spirito Santo; sente una giocondissima pace di coscienza; attende a mortificare gli affetti ed appetiti della carne, conoscendosi morto col suo capo Gesù Cristo; attende a vivificare lo spirito, e a vivere una vita celeste, conoscendosi resuscitato col medesimo Gesù Cristo. Questi e altri stupendi effetti fa la fede viva nell'anima del cristiano, e per ciò dobbiamo sempre instare con l'orazione al signor Dio che ce la doni e ce l'accresca, se l'abbiamo. La speranza cristiana consiste nell'aspettare con pazienza e con desiderio e allegrezza continua, che Dio adempia in noi quelle promesse ch'egli ha fatto a tutti i membri del suo diletto figliuolo, promettendo di farli conformi all'immagine gloriosa di lui, il che sarà adempiuto quando, fatta la resurrezione de' giusti, saremo glorificati nell'anime e nei corpi. Chi ha questa speranza grida sempre col cuore, Adveniat regnum tuum: il qual regno allora verrà perfettamente, quando Gesù Cristo, dopo il giudicio universale, consegnerà il regno al suo eterno padre. La carità consiste nell'amare Dio per se stesso, ed ogni cosa per Dio, dirizzando tutti i pensieri, tutte le parole e tutte le operazioni a gloria di sua divina maestà. La qual cosa non potrà mai fare chi non crede all'Evangelio, e chi non gusta colla speranza i beni della vita eterna. Adunque il cristiano dee vivere in un continuo desiderio che Dio gli accresca la fede, per la quale si conosca giustificato, e fatto figliuolo di Dio per li meriti di Cristo; che Dio gli accresca la speranza per la quale aspetti con desiderio la risurrezione de' giusti; che Dio gli accresca la carità, per la quale ami Dio con tutto il cuore, odiando l'amor proprio, fonte d'ogni peccato. La carità sostenta la fede e la speranza, perchè l'amore fa che l'uomo creda e speri facilmente. La speranza della vita eterna fa che il cristiano non si curi della vita presente, e per conseguente è modesto e umile nelle prosperità, e forte e paziente nelle avversità. La fede viva ci mantiene incorporati in Cristo, e per conseguente vivificati dallo spirito di Cristo, il quale è spirito fecondissimo, e perciò nell'anima del vero cristiano produce frutti dolcissimi, come è la carità, il gaudio, la pace, la benignità, la bontà, la mansuetudine, la fedeltà e la speranza. L'anima, che si sente del tutto sterile di questi ed altri simili celesti frutti, tenga per fermo che non ha in sè lo spirito di Cristo, e chi non ha lo spirito di Cristo non è di Cristo, come dice san Paolo.
«L'adorazione cristiana consiste in spirito e verità, e allora il cristiano adora in spirito e verità, quando si umilia sotto la potente mano di Dio, benedicendo il suo santo nome in ogni tempo, e ringraziandolo di ogni cosa sì avversa che prospera, tenendo per certo che niuna cosa gli avviene senza la volontà di Dio. Con la quale volontà conformando la sua, il cristiano viene ad unirsi con Dio, e diventa uno spirito con essolui, e gode una tranquillissima quiete, sicuro da tutti i tumulti ed errori del mondo: perciocchè vengano pur sopra di lui le infermità, la persecuzione, la povertà, la perdita de' figliuoli, e tutte le altre avversità, che egli le riceve con la faccia allegra e serena, sapendo che vengono per volontà di Dio, la quale egli ha fatta sua, volendo tutto quel che vuol Dio, il quale usa di purificare nella fornace delle tribulazioni le anime de' suoi eletti, conducendogli alla felicità del paradiso per quella medesima via che condusse l'unigenito suo figliuolo Gesù Cristo.
La meditazione consiste nel pensare a Dio e alle sue perfezioni, e ai beneficj, i quali dalla sua onnipotenza, sapienza e infinita bontà sono comunicati liberalissimamente a tutte le creature, e particolarmente a veri cristiani, e consiste nel pensare a Gesù Cristo passibile e mortale, a Gesù Cristo impassibile e immortale. In Gesù Cristo passibile e mortale considera il cristiano l'umiltà, la mansuetudine, la carità, l'obbedienza a Dio, l'estrema povertà e le continue ignominie e persecuzioni, le quali finalmente l'uccisero acerbissimamente sul legno della croce. Questa cose considera ogni giorno il vero cristiano per imitare il suo maestro, per diventare umile, mansueto, amorevole, obbediente a Dio, per vincere la vergogna del mondo, per essere paziente e costante nelle tribolazioni, e pigliare la sua croce ogni giorno, e seguire arditamente il suo signore. In Gesù Cristo impassibile e immortale e glorificato, considera il cristiano, che egli per la sua obbedienza è stato esaltato da Dio ad un'altissima sublimità, e ha acquistato un nome, che è sopra ogni altro nome: considera che egli è nostro pontefice, perciocchè intercede ogni ora per noi; che è nostro Signore, perchè ci ha redenti e comperati col suo preziosissimo sangue: che è nostro re, perciò che ci governa col suo spirito santo, così nelle cose temporali come nelle spirituali; che è nostro capo, perciocchè, siccome dal capo umano discende una virtù che dà vita e sentimento a tutto il corpo, così da Cristo glorioso discende ne' suoi membri mistici una virtù divina, che li mistifica d'una vita sempiterna, e gli empie di doni e sentimenti spirituali e celesti; considera che egli ci porta un infinito amore; che ha più cura di noi che non abbiamo noi medesimi; che copre con la purità e perfezione sua tutte le nostre imperfezioni; che abita col suo spirito nelle anime nostre, e che finalmente ci farà abitare seco in paradiso, glorificandoci a immagine della gloria sua. Chi sarà colui che, considerando queste cose stupendissime con fede, non abbruci d'amor divino? che non s'innamori ardentissimamente di Dio e di Cristo? che non giudichi, e tenga per un vilissimo fango tutti gli onori, tutte le ricchezze, e tutti li contenti e piaceri del mondo? che non consacri l'anima sua e il corpo suo al suo Dio e a Cristo?
Signora mia, pensate sempre a Dio e a Cristo, e viverete una vita celeste in terra, vedrete in ogni cosa Dio e Cristo, farete ogni cosa per gloria di Dio e di Cristo, e amerete ogni cosa per amor di Dio e di Cristo.
Signora mia, in Cristo osservandissima, per obbedirvi mi son condotto presuntuosamente a parlare delle cose spirituali, nelle quali mi conosco poco esperto: ma siami conceduto di errare per questa volta; per l'avvenire cercherete persone sufficienti a tanta impresa, e lascerete stare me nel mio silenzio, pregando il signor Dio che mi dia orecchie da udire quello che egli parla secretamente al mio cuore. Prego sua divina maestà, che vi faccia sempre orare, adorare e meditare ad onore e gloria sua».
In Napoli il giorno XII di febbrajo MDXLII.
Pag. 414, alla linea 9, aggiungi:
Michelangelo e Vittoria Colonna consolavansi della lontananza scrivendo, ma ella gli mandava di frenarsi, «chè, volendo continuare con tanto calore, io mancherei di stare la sera con le suore nella cappella di Santa Caterina, e voi di andare di buon'ora a lavorare a San Pietro: e così l'una mancherebbe alle spose di Cristo, l'altro al suo vicario».
La frase non è d'eretica a eretico.
Pag. 416 in fine, aggiungi in nota:
È rimasto fra' nomi più esecrati Fabrizio Maramaldo, l'uccisore di Ferruccio. La marchesa di Pescara scrive al principe d'Orange una lettera, ove esalta le virtù di Maramaldo, «malgrado che le cattive informazioni che oggidì usano possano far dubitare a vostra eccellenza esser possibile cosa, remota da ogni possibilità»: attesta che il fu suo marito ne sperimentò molte volte le virtù, sincerità e fede, e parrebbele strano che la candida fede d'un tal cavaliere, affinata per tal mano, la malizia d'un tristo potesse offenderla.
Pag. 425, alla nota 18, aggiungi:
Le lettere del Flaminio, del Vergerio, d'altri sospetti d'eresia trovansi nella prima edizione di Aldo, e anche nella seconda fatta in Venezia il 1549 con privilegio di Paolo III: ma nelle successive sono levate, è perfin taciuto il nome di siffatti ogniqualvolta ricorra in lettere altrui.
Pag. 426, alla nota 24, aggiungi:
Nel pubblicare le lettere del cardinale Polo, il cardinale Querini non conobbe le molte che stanno nell'archivio de' Frari a Venezia; 349 delle quali sono scritte fra il 1548 e il 1558, con molte altre indicazioni relative alla storia inglese d'allora. Vedi Report upon the documents in the archives and public libraries of Venice, by Thomas Duffus Hardy ecc. Londra 1867.
Pag. 427, alla nota 26, aggiungi:
Durante quella guerra, il cardinale Farnese incaricò Brunamente Rossi, governatore d'Orvieto, di visitare spesso la marchesa di Pescara, in aspetto per onorarla, in fatto per ispiarla. Il 1 aprile 1541 egli scriveva al cardinale: «Non sono mancato, nè mancherò di visitare la signora marchesa con quella maggior gratitudine che sia possibile, in nome di vossignoria reverendissima ed illustrissima. La quale, tanto in parlare, quanto nelle altre azioni sue, si dimostra tanto devota e affezionata di nostro signore e di vossignoria reverendissima ed illustrissima quanto si possa. Sua Eccellenza si è rinserrata nel monastero di San Paolo, sola con due serve. E due servitori tiene di fuori, che la provvedano di quanto le fa mestieri. E vive con quella religione che soglion vivere le persone di santa e onesta vita».
VOLUME II
Pag. 6, linea 6, aggiungi in nota:
Alessandro Farnese duca di Parma, che, mandato governatore delle Fiandre a nome di suo zio Filippo II, acquistò gloria col reprimere i Protestanti di colà, fu denunziato all'Inquisizione spagnuola come sospetto di luteranismo e fautore degli eretici, e che mirasse, col favor di questi, a farsi re de' Paesi Bassi: molti testimonj appoggiavano ciò, ma non bastarono a convalidare l'accusa.
Pag. 11, mettasi in nota:
Giovanni Guidiccioni, uno de' pochissimi poeti patriotici di quel secolo, ha un sonetto ove si lagna che l'aquila imperiale minacci e guasti l'Italia, e intanto
Non vede i danni suoi, nè a qual periglio Stia la verace santa fè di Cristo Che (colpa io so di cui) negletta more.
Ha pure tre sonetti in lode dell'Ochino quando predicò a Lucca:
O messaggier di Dio, che in bruna veste, L'oro e i terreni onor dispregi tanto, E nei cor duri imprimi il sermon santo Che te stesso e più 'l ver ne manifesta. Il tuo lume ha via sgombra la tempesta Del core ove fremea, dagli occhi il pianto. Contra i tuoi detti non può tanto o quanto De' feri altrui desir la turba infesta. L'alma mia si fe rea della sua morte Dietro al senso famelico; e non vide Sul Tebro un segno mai di vera luce.
Si crederebbe veder qui un assenso alle dottrine dell'Ochino. Al quale pure dà lode perchè sappia commuovergli il freddo cuore.
Servo fedel di Dio, quel che divento Allora è don delle tue voci sante. Tu cui solo è dato Spesso gl'infiamma (i miei spiriti) e lor mostra e rivela Gli ordini occulti, e 'l bel del paradiso.
In lettera del 1538 da Carignano sua villa scrive ad Annibal Caro: «Ho udito in Lucca pochi dì sono frà Bernardino da Siena, veramente rarissimo uomo, e mi piacque tanto, che gli ho indirizzati due sonetti».
Pag. 18, metti in nota:
Qualche nuova luce può trarsi dal libro di Guglielmo Maurenbrecher Carl V und die teutschen Protestanten (Dusseldorf 1866) per conoscere gli sforzi di quell'imperatore onde ridurre la Germania a unità di credenza. Alle cose italiane poco s'attiene, se non per le contese con Paolo III.
Pag. 45, lin. 26, aggiungi:
Giulia Gonzaga duchessa di Trajetto, restava commossa dalle prediche dell'Ochino. Un giorno ch'ella usciva da San Giovanni Maggiore, il Valdes vedendola agitata la accompagnò fino al palazzo, mentre essa sfogavasi con lui parlandogli delle speranze, delle lotte, degli sconforti suoi. «Dentro di me sento una battaglia. Le parole di frate Ochino mi riempiono di terrore dell'inferno, ma temo le male lingue. Ochino mi dà l'amore del paradiso, ma sento al tempo stesso l'amor del mondo e della sua gloria. Come sottrarmi, a questo conflitto a cui soccombo? Col metter d'accordo le due inclinazioni o col sopprimerne una?»
Il Valdes la rassicurava che quell'agitazione era segno che l'immagine di Dio si ripristinava in essa. «La legge vi ha fatto la ferita, l'Evangelo ve ne guarisce. Solo temo che cerchiate regolar la vostra vita cristiana in modo, che quei che vi stanno intorno non si accorgano di cangiamento... Voi dovete scegliere fra Dio e il mondo. Ed io vi farò conoscere la via della perfezione. Amate Dio sopra ogni cosa e il prossimo come voi stesso.
Ed ella: «Ma se ho sempre inteso che solo i voti monastici guidano alla perfezione.»
E il Valdes: «Lasciate dire. I monaci non hanno perfezione cristiana se non in quanto hanno l'amor di Dio; non un soldo di più». E seguitò mostrandole l'unico mezzo per cui questa carità, che è la perfezione, si produce nel nostro cuore. Le opere nostre son buone solo quando fatte da persona giusta. Come fuoco bisogna per dare il calore, così vuolsi la fede viva per produrre la carità. La fede è l'albero; la carità è il frutto. Ma per fede intendo quella che vive nell'anima, che viene dalla grazia di Dio, che attaccasi con confidenza illimitata a tutte le parole di Dio. Quando Cristo dice chi crederà, fia salvo, il discepolo che crede non dee aver più il minimo dubbio sulla sua salute».
Come ella protestava di non ceder a chichessia quanto alla fede, il Valdes soggiungeva: «Badate bene. Se vi chiedono se credete gli articoli della fede, assicurate di sì: ma se vi chiedono se credete che Dio ha perdonato i vostri peccati, voi rispondete che lo credete, ma non ne siete sicura. Se accettate con piena fede le parole di Cristo, allora, anche provando pentimento dei vostri peccati non esiterete a dire con tutta sicurezza: Iddio medesimo ha perdonato i miei peccati».
Giulia l'interrogò qual fosse cotesta via della salute, e il Valdes rispondeva: «Tre vie conducono alla cognizione dell'onnipotenza di Dio. Il lume naturale che fa conoscere l'onnipotenza di Dio; l'antico Testamento che ci mostra il Creatore come terribile all'iniquità; finalmente Cristo, via luminosa e maestra. Cristo è amore: laonde quando conosciam Dio per mezzo di lui, lo conosciamo come un Cristo d'amore. Dio ha soddisfatto pel peccato: solo il Dio infinito potea pagare un debito infinito. Ma non basta crederlo: bisogna sperimentarlo. Ogni giorno, qualche momento consacrate a meditare sul mondo, su voi stesso, su Dio, su Gesù Cristo senza astringervi in modo superstizioso: fatelo in libertà di spirito, scegliendo la camera che vi par più opportuna; foss'anche quando vegliate nel vostro letto. Due immagini abbiate sempre davanti agli occhi: quella della perfezione cristiana, e quella della vostra imperfezione. Questi libri vi faranno avanzare in un giorno, più che gli altri in dieci anni. La stessa scrittura, se non la leggete con tale umiltà di spirito, potrebb'essere un veleno per l'anima vostra. La predica ascoltate con umile spirito.
«Ma se (interruppe ella) il predicatore è del gran numero di quelli che, invece di predicar Cristo, ciarlano cose vane e inutili, tratte dalla filosofia o da non so qual teologia: che contano baje e favole, volete ch'io lo segua?»
Valdes. «Fate in tal caso quel che vi pare preferibile. I momenti più cattivi per me sono quelli che perdo a sentir predicatori quali voi li descrivete; onde rado mi succede.»
Giulia. «Due parole ancora: qual uso fare della libertà cristiana?»
Valdes. «Il vero cristiano è libero dalla tirannia del peccato e della morte: è padrone assoluto delle sue affezioni; ma è anche il servo di tutti»(1).
(1) Valdes conservò questo dialogo in forma ben più estesa, nel suo Abecedario spirituale, chiamato così perchè destinato a far conoscere gli elementi della perfezione cristiana. Ultimamente fu riprodotto nella Enciclopedia di Herzog.
Pag. 47, linea penultima, aggiungi questa lettera del Tolomei:
«Ritornando alli dì passati di villa in Roma, mi fu subito detto una nuova, la quale non solamente mi parve nuova, ma stolta, incredibile e spaventosa. Mi fu detto che voi, non so con quale istrano consiglio, siete passato dal campo de' Cattolici agli alloggiamenti de' Luterani, consecrandovi a quella sètta eretica e scellerata. Tutto subito mi raccapricciai, e, come si dice, mi feci il segno della croce. Di poi, essendomi da quattro, da sei, e finalmente da ciascuno confermato il medesimo, fui costretto a mio malgrado a crederlo, parendomi aver udito assai più stravagante nuova, che se mi fosse stato detto che le colombe si convertissero in serpenti, o le caprette diventassero pantere. Ma pensando poi come Lucifero bellissimo angelo divenne diavolo, cominciai ad avvedermi che agevolmente potevano avvenire queste orribili trasformazioni; onde molti giorni sono stato in dubbio s'io dovevo scrivervi, oppur s'egli era meglio il tacere, ristringendo intra me stesso il dolore ch'io ho sentito e sento per questa vostra nuova e spaventevole mutazione; perciocchè da un lato mi pareva non poterci guadagnare scrivendo, poichè avete sì fisso il pensiero in questa nuova sètta, e mostrato al mondo non solo con le parole, ma con l'opere ancora, il risoluto animo vostro; e più tosto temevo che voi col rispondermi non mi travagliaste la mente, ch'io sperassi di potervi ritirare indietro da questo viaggio che avete preso; perchè io so bene quanta sia la dottrina vostra, quali e quante sieno le fiamme della vostra eloquenza, le quali due cose agevolmente avrebbon potuto nella loro dolcezza invaghirmi, e invaghito in qualunque pericoloso luogo trasportarmi. Ma d'altra parte temeva tacendo di non essere poi costretto a far poco onorato giudizio di voi; che, non sapendo le vostre ragioni nè quale spirito vi abbia mosso a partirvi, io non saprei mai appresso molti che v'accusano, scusarvi abbastanza; e solo mi rimane un luogo volgare d'iscusazione, dicendo ch'io non posso credere che un frate Bernardino Ochino, mostratosi per uomo di molta prudenza, di bontà singolare, di somma religione, sia ora senza giusta cagione trapassato in una tale diversità di pensiero e di vita. La quale allegazione, sebbene forse a qualcuno parrà verosimile, nondimeno a me soddisfa poco, ed agli altri molto meno, parendo loro che l'innovar le cose stabilite nella religione, il disobbedire al suo superiore, il trapassar da' cattolici agli eretici non sia cosa nè da prudente nè da religioso; e finalmente che il partirsi da questa santissima verità, la quale dai primi apostoli s'è di mano in mano insino ai nostri tempi conservata nella Chiesa romana; che il partirsene (dico) non sia lecito nè concesso in caso veruno; anzi si deve sopportare ogni pena per confessarla, per difenderla, laddove gli strazj si convertono in piacere, le carceri in libertà, i tormenti in gioja, la povertà in ricchezze, la morte in vera ed eterna vita, siccome già fecero tanti antichi martiri, i quali non si vollero mai discostare dagli articoli confessati dalla Chiesa cattolica, la quale è (come disse san Paolo) colonna e firmamento della verità. Quando dunque io sento che così si parla di voi, allora tutto mi conturbo, e mi attristo in tal guisa, che alla fine mi son risoluto scrivervene, pregandovi, s'egli è onesta preghiera, che mi rispondiate, e vi sforziate d'illuminarmi le tenebre di questa vostra non aspettata mutazione; perchè insino a tanto ch'io non ne ho altra luce, non posso se non credere che ella non abbia avuto la luce di Dio.
Forse mi dirà qualcuno che voi vi siete partito d'Italia perchè vi siete stato perseguitato, e che in ciò avete imitato l'esempio di Cristo e di Paolo e d'alcuni altri santi, i quali, essendo perseguitati, si fuggirono dalle mani e dalle unghie de' perseguitatori; e mi dirà che spesse volte gli accusati dal mondo sono iscusati da Dio, e i dispregiati dal mondo sono onorati da Dio. Ma io non so in prima come a ciascuno sia lecito il fuggirsene via contro i comandamenti e decreti del suo maggiore, al quale egli è sottoposto ed obbligato ad obbedire, siccome è intervenuto a voi; di poi non intendo qual sia stata questa persecuzione, nè qual sia questa accusazione, o qual disonore v'è stato fatto, onde vi fosse necessario il fuggire. Ben mi ricorda che in Italia eravate apprezzato, onorato, riverito, e quasi cosa divina adorato, e predicando voi il santo nome e la vera legge di Cristo, eravate con tanta divozione da tutta Italia ascoltato, che nè in voi maggior grazia, nè in lei miglior spirito si poteva desiderare. Nè per essere voi in tanto onore e riverenza nel mondo, eravate (come credo) in minor grazia di Dio; anzi in tanto maggiore, quanto maggior frutto facevate, ed ispiravate continuo amor di Dio nelle anime cristiane, siccome ancor fu il nostro primo padre e maestro san Francesco, il quale da' popoli e da' principi sommamente riverito, fu nondimeno così caro servo a Dio, ch'egli meritò d'esser segnato di quelle stimmate che soffrì il nostro signor Gesù Cristo in Croce.
Ma si dirà che nelle ultime vostre prediche alcune cose dette da voi furono avvertite, notate, riprese ed accusate, come piene di non sana nè cattolica dottrina. Che dirò io qui, se non che quella accusazione era giusta o ingiusta? Se ingiusta, di che temevate voi? perchè non piuttosto, chiamato, venivate a Roma, e qui dinanzi a questo giustissimo principe, il quale sommamente v'amava, avreste come oro nel fuoco raffinata quell'opinione che s'aveva della bontà e della virtù vostra? Ecco san Bernardino nato, pur nella vostra patria e dell'Ordine vostro, il quale accusato come idolatra, venne a Roma, e si purgò chiaramente; onde molto più venne gloriosa e lucente la santità della vita sua, e ne seguì maggior frutto nel popolo di Dio. Non poteva esser tanta la malignità dei vostri accusatori, che non fosse maggiore la forza della verità, sostenuta e difesa ancora da quel favore che era per voi, non pur in Roma, ma in tutta Italia.
Ma se la loro accusazione era giusta, io non so quel che si possa dir qui, se non che, o per ignoranza o per malizia era sparsa da voi quella dottrina nel volgo; di che, per dire il vero, l'uno mi par malagevole, e l'altro quasi impossibile a credere. Ma sia stato pur o l'uno o l'altro. Se fu per ignoranza, grande obbligo avevate agli accusatori vostri, i quali accusandovi, erano cagione che voi doveste riconoscere il vero, e partendovi dalle tenebre dell'errore, potevate ridurvi nella luce della verità, la qual cosa non era altro che ridursi a Cristo, somma verità, fonte, principio ed origine di tutti i veri; e se fu per malizia, reo pensiero è questo, nè so qual luogo da difendervi ci rimanga, quando che questo fine è biasimato nell'uomo, abborrito nel cristiano, condannato nel religioso, anatemizzato in colui che predica la parola di Dio: e crederei quasi che, chi si conduce a sì reo effetto, già più non sia uomo, ma ch'egli siasi trasformato in demonio.
Ben gli ricorderei che il pietosissimo Iddio non abbandona chiunque ricorre a lui, e che dolcissimi sono i frutti di quel santo sacramento della penitenza; onde non può scegliere la più vera via, nè pigliare il più vivo e saldo rimedio, che piangere come Pietro amaramente il peccato suo.
Forse ancora mi si dirà che nè ignoranza è stato tutto ciò, nè malizia, ma una maggiore illuminazione nelle cose di Dio, e che Cristo v'ha aperte molte verità, delle quali insino a quel tempo gli piacque illustrar la mente di Paolo, e convertirlo dal giudaismo alla vera fede. Dunque Cristo insegnò o rivelò il contrario che ai suoi, ai successori degli apostoli, e insegnò loro falsa dottrina? e così di somma verità si trasformò in istrana bugia? Dunque Clemente, Anacleto, Evaristo, Aniceto e quegli altri grandi spiriti di Dio furono ingannati, e insieme ingannarono altrui? Dunque Ignazio, nel cui cuore si trovò scritto il nome di Cristo, non ebbe da Gesù vera dottrina? Che dirò di tanti altri che successero di poi? Crederemo mai che Ireneo, Origene, Cipriano; crederemo che Atanasio, Didimo, Damasceno; crederemo che quei due gran lumi di Cappadocia, Gregorio e Basilio; crederemo che Ambrosio, Gerolamo, Agostino, Bernardo e tanti e tanti altri santissimi dottori della legge di Cristo abbiano tutti errato? e in luogo di mostrarci la luce ci abbiano inviluppati nelle bugie? Non può essere sano d'intelletto chi crede queste falsità, dicendoci massimamente Cristo, salvator nostro, che dove è il corpo quivi si congregano le aquile. Ma che più, Cristo adunque per molto tempo ha abbandonata la sua Chiesa, perchè, quando questa verità cattolica innanzi all'empio Lutero si credeva pertutto, se quel che si credeva non era vero, Cristo ci aveva abbandonati affatto: la qual cosa è orribile pur a pensare, dicendoci Gesù Cristo: Ecco ch'io sono con voi sino alla consumazione de' secoli. Egli è necessario (credetemi) che in questo mare torbido e tempestoso delle varie opinioni ci sia una ferma stella, alla quale si riguardi, e la quale c'indirizzi al vero cammino della strada di Dio. Questa, siccome da molti santi e dotti uomini è stato mostrato, non è, nè può esser altro che la Chiesa romana, incominciata da Pietro, in cui Cristo prima fondò la sua Chiesa, e per continua successione de' papi pervenuta intiera ai presenti tempi.
Nè vi varrebbe contro di ciò l'allegare luoghi della Scrittura, intesi ed esposti a vostro modo, perchè sempre (quanto a me s'appartiene) mi ricorderò di quel buono e fedele consiglio d'Origene Adamanzio il quale dice: Ogni volta che qualcuno vi mostra scritture canoniche contro quel che osserva ed usa la Chiesa, alla quale consente il popolo di Cristo, par che dica proprio, Ecco, in quelle cose è la parola della verità: ma noi non gli dobbiamo credere nè partirci dalla paterna ed ecclesiastica tradizione, nè ci si convien credere, se non come la Chiesa anticamente ci ha insegnato.
Finalmente io dico che nissuno buono si partì mai dalla Chiesa cattolica, e nissuno che se ne partisse fu mai stimato buono; di che si possono tante vere ragioni allegare, che forse non è verità in dottrina alcuna, che sia di questo vero più vera. Onde, quanto più in questa cosa ripenso, più mi trovo inviluppato nella difesa della vostra causa, e vorrei volontieri non v'amar tanto, per non sentire quel dolore ch'io sopporto ora, per cagione di questa vostra nuova calamità. Siami lecito con questo diverso, e forse non atto vocabolo, temperare quello errore che nasce dalla volontà vostra.
Ma poichè ancora in me vive quello amore, che già v'accesero le singolarissime virtù vostre, piacciavi almeno di darmi qualche consolazione, col farmi sapere le ragioni del consiglio vostro: se non potessero levarmi il dispiacere affatto, potrebbono forse addolcirlo ed alleggerirmelo alquanto. Ben vi consiglierei che, se, come io credo, vi siete partito d'Italia per salute della persona vostra, più timoroso forse che non bisognava, vi consiglierei, dico, che vi fermaste a questo segno dove or siete, nè trapassaste più innanzi; non predicaste, non iscriveste, non parlaste cose contrarie alla dottrina cattolica: anzi d'ogni cosa detta o fatta da voi, vi rimetteste umilmente al giudizio della Chiesa romana: perchè, facendo come vi dico, sarà solo ripreso in voi un timore nato da non troppo consiglio. Ma se vi governate altrimenti, coll'inasprir le cose ogni giorno, allora sarete d'una pertinace ostinazione e d'una ostinata eresia condannato. Nel primo caso standovi quieto ed umile, si solleverà tutta Italia in favor vostro, vi desidereranno, vi chiameranno, pregheranno. E per voi, e con molto loro contento v'impetreranno ogni grazia. Ma seguendo voi il secondo, si spegneranno in tutti quelle reliquie d'amore che ancora in molti cuori si mantengono calde, e in loro luogo v'entreranno l'odio e lo sdegno e l'ira contro di voi. Io certo son ridotto a tale, che dove prima (come sapete) vi pregai molte volte che pregaste Iddio per me, al presente, conoscendo il contrario bisogno, non fo altro che pregare Iddio per voi, ed ora di nuovo umilmente lo prego che gli piaccia d'illuminarvi ed ajutarvi.
Di Roma alli XX ottobre MDXLII.
Pag. 77, lin. 24, aggiungi in nota:
Nell'Indice tridentino è registrata: Historia vera de vita, obitu, sepultura, accusatione hæreseos, exhumatione Martini Buceri et Pauli Fagii. Item historia Catharinæ Vermiliæ, Petri Martyris Vermilii conjugis, exhumatæ, ejusque ad honestam sepulturam restitutæ.
Pag. 86, alla nota 4, aggiungi:
Th. Heyer, secretario della società di storia e archeologia di Ginevra, il 23 marzo 1854 vi lesse una nota su Galeazzo Caracciolo, ove porta le lettere direttegli ed altre testimonianze. Appare di là che la seconda sua moglie morì di 64 anni, il 28 aprile 1587, e lasciò eredi l'ospedale, il collegio, la borsa francese e la italiana, oltre molti legati al Beza, a Pompeo Diodati, a G. Colladon ecc.
Pag. 103, al fine, aggiungi:
Celio Curione, dedicando alla regina Elisabetta le opere della Morata, mulieris pietate ac literis clarissimæ monumenta, a me tamquam ejus ingenii reliquias, cui illa moriens commendavit et legavit collectas, dà a questa regina le più smaccate e retoriche lodi. Hujus quanta fuerit eruditio: quantum, quam ardens veræ religionis studium; quanta in malis adversisque rebus quæ multa perpessa est patientia: quanta constantia ex his libris majestas tua facile judicabit. Ricorda d'aver egli fatto menzione della regina nel suo supplemento alle storie del Sabellico, e dedicati a re Eduardo i commenti alle Filippiche.
La Morata tradusse dal Boccaccio la novella d'Abramo giudeo. Scrivendo a Flacio Illirico, lo ringrazia che primo abbia recato gran soccorso agli Italiani, poveri di celesti beni. Che se mai traduca in italiano qualche opuscolo tedesco di Lutero (il che farebbe alla medesima se il tedesco capisse), o se comporrà alcunchè in italiano, gioverà assai ad estirpar gli errori.
Ad Anna d'Este principessa di Guisa manda esortazioni affinchè s'applichi allo studio delle lettere sacre: essa non aver altro bene che in ciò. Da quando per grazia di Dio rinnegò quell'idolatria italiana, è incredibile quanto Iddio mutasse l'animo di lei, che, mentre aborriva dalle Scritture, allora di esse sole si dilettò, sprezzando ogni altra cosa. Nè basta saper la storia di Cristo, che neppur il diavolo ignora, ma bisogna avere quella fede che opera per l'amore, e fa professar Cristo fra' suoi nemici. Nè martiri esisterebbero se avessero occultato la loro fede. La esorta a non temere l'avversione de' suoi, e offre mandarle libri cristiani.
Ha pure molte lettere a Celio Curione.
Pag. 108, lin. 13, aggiungi in nota:
Un nunzio, scrivendo al papa nel 1521 la comparsa di Lutero davanti all'imperatore e agli Stati, dice: «Il pazzo era entrato ridendo, et coram Cæsare girava il capo continuamente qua e là, alto e basso: poi nel partir non parea così allegro. Qui molti di quelli che lo favoreggiavano, poichè l'hanno visto, l'hanno existimato chi pazzo, chi demoniaco: molti altri santo et pieno de Spiritu Sancto; tuttavolta ha perso in ogni modo molta riputazione della opinione prima».
Pag. 112, si levino le linee 4-10.
Pag. 114, lin. 31, pongasi:
Il Vergerio era ancor laico, eppure fu fatto vescovo di Modrusc in Croazia, poi di Capodistria sua patria, dove entrò solo nel 1545, nove anni dopo eletto, e dal suo fratello Giambattista vescovo di Pola vi ebbe in un sol giorno tutti gli ordini e l'unzione vescovile. Nella Ritrattazione descrive egli per filo e per segno la sua entrata a vescovo, la benedizione, la cresima, il battesimo d'una campana, la vestizione d'un chierico, la consacrazione della chiesa di Pirano; funzioni che allora il movevano a pietà, dappoi a scherno.
Ritiratosi alla patria ecc.
Pag. 137, alla linea 21 si aggiunga la nota
(25) Abbiamo lettera di don Ferrante Gonzaga, che l'11 maggio 1550 scriveva a Carlo V: «E monsignor Vergerio... mentre fu cattolico fu servitore del cardinale di Mantova mio fratello, e fu mio stretto amico; poi, perseguitato da papa Paolo, oppur dallo stesso suo peccato, si ridusse fra' Grigioni. E quivi fa molte prove di sè. A costui, immaginando io che potesse venirgli agevolmente fatto, ho mandato a persuadere che metta in carico di coscienza a quelle genti il tenersi usurpata la Valtellina, membro importantissimo di questo Stato e a lui necessarissimo, e che debbano restituirla, e che possono farlo di tal maniera, che, senza perder punto di reputazione, ne conseguiscano alcuna onesta ricompensa». Aggiunge aver promesso diecimila scudi al Vergerio se riesce.
(Qui si trasporti la nota 5 del Discorso XLII; poi vi si soggiunga):
Il Vergerio secondò il pensiero del barone Ungnad, del Carnio e del Truber di tradurre in slavo la Bibbia e scritti luterani: si fecero venire dalle montagne dell'Istria persone istrutte, e si stampò qualche cosa. I caratteri fusi a tal uopo si spedirono poi a Lubiana per istabilirvi una stamperia: ma nel traversare l'Istria furono sequestrati; e dopo rimasti lungo tempo in obblio, furono donati a un Francescano istriota, che li portò a Fiume; di là passarono a Roma, dove la Propaganda gli adoprò per libri cattolici.
Pag. 465 in fine, aggiungi in nota:
Del Paleario sta alla Magliabecchiana un'orazione, fra molti altri carmi in lode d'un Bandini. Inoltre nei Carmina poetarum nobilium Jo. Pauli Ubaldini studio conquisita, Milano 1561, vi sono degli esametri suoi nelle nozze di Nicola Marino con Luigia Mendoza, aventi per ritornello:
Huc ades, o Hymenæ Hymen; ades, o Hymenæe,
e alcuni altri carmi, ove nulla che sappia di religioso.
Pag. 194, alla nota 9, aggiungi:
Dalle buone relazioni del Sadoleto con Melantone e della speranza della costui conversione è curioso testimonio una lettera del nunzio Girolamo Rorario al cardinal Verolano da Pordenone, il 21 febbrajo 1539:
«Scrissi alli 17 del presente al reverendo Sadoleto e a vostra signoria illustrissima significandole come don Michele Brazetto mio compatriota, già mesi tre partì da qui per Vittemberga, dove si è con gran famigliarità intrinsecato con Filippo Melantone, di modo che gli ha aperto tutto il cor suo, ed ha fatto conoscere la buona mente sua verso la sede apostolica: e di ciò etiam ne porta testimonio con una sua, scritta al reverendo Sadoleto in risposta d'una di sua signoria reverendissima. Ed io ne tengo fermezza grande, fondata sopra un natural presupposito, che, essendo lui il più dotto di Germania, e in altri luoghi ancora avendo pochi pari, è da giudicare che lui conosce la via della verità: la qual conoscendo, e ritrovandosi in povertà grande, ed aver un figlio, non è da credere che lui voglia viver povero e dannato, e lasciar il suo figlio in la medesima e maggior dopo lui povertà e dannazione, possendo provveder all'uno e all'altro. E tanto più quanto da chi l'ha conosciuto è stato conosciuto per modestissima persona: e Dio volesse gli altri arrabbiati d'Alemagna fossero stati simili a lui! E io mi ricordo in Augusta all'ultima Dieta, Melanton, cercando poner pace e riconciliar la Germania alla sede apostolica, scrisse una sua, ancorchè fosse presente, a M. Luca Bonfilio, allor secretario del reverendissimo Campeggio, ricercando gli fosse concesso tre cose: comunicare sub utraque specie; matrimonio de' sacerdoti; del terzo non mi ricordo, ma mi par era cosa più leggiera di ciascuna di queste due: e prometteva che del resto s'acquieteriano, ed io parlandone col reverendissimo Campeggio, mi rispose in conclusione che conosceva le domande non esser tali che la sede apostolica gliele potesse senza scandalo concedere: ma che li conosceva ghiotti, e che quando avesse concesso questo, non stariano contenti, e domanderiano etiam delle altre cose, persuadendo alli popoli che, così come erano stati gabbati in queste, non altrimenti erano nel resto....» (Archivio vaticano, Nuntiatura Germaniæ, VIII).
Pag. 200, alla nota 31, aggiungi:
Nell'Indice de' libri proibiti pei cattolici di Spagna (Madrid 1667), dove sono indicati i varj luoghi da espungere o cambiare negli autori, molte colonne occupa il titolo del Castelvetro. E prima sono segnate molte emende al suo commento alle rime del Petrarca, stampato in Basilea il 1582, a istanza di Pietro de Sedabonis. Altre nella poetica d'Aristotele, massime sostituendo podestà a vescovo, cavaliere ad abate, santissima vita a ottima vita, sètta a religione pagana, maestro a prete.
Pag. 302, alla nota 7, aggiungi:
Più curioso è l'Index librorum prohibitorum et expurgandorum novissimus pro catholicis Hispaniarum regnis Philippi V etc. Madrid 1667, grosso volume in-4º, dove son notati i varj passi che dagli autori devono espungersi o correggersi.
Pag. 307, nota 23, aggiungi:
Frà Paolo scriveva al Casaubono ogni male contro il Baronio, ma l'avvertiva a non intaccarlo di mala fede. Cedet in publicam utilitatem opus tuum procul dubio. Verum quod illum fraudis et doli mali convincere paras, vereor an probaturus si sillis, qui morum hominis gnari fuerint. Vellem potius levitatis et temeritatis accusares. Ep. ad Casaubonum, 8 giugno 1612.
Pag. 318, alla linea 14, aggiungi in nota:
(1) Clemente VII, stando in Bologna per l'incoronazione di Carlo V, il 15 gennajo 1530 pubblicò una bolla indirizzata a frà Paolo Botticelli inquisitore delle diocesi di Ferrara e Modena, prescrivendogli di procedere contro gli eretici, specialmente i Luterani, con ampia facoltà di ricevere in grembo della Chiesa chi abjurasse gli errori: con ciò voler frenare l'impetuoso prorompere del torrente ereticale, e risanar l'Italia da tanti travagli. Essa bolla fu diretta a tutti gl'inquisitori, con indulgenza ai confratelli della società della Croce, e sta nel volume Bullarum et privilegiorum etc.
Varj libri furono pubblicati anche a Bologna contro gli eretici, e nominatamente un'Opera contro le perniciosissime heresie luterane, di frà Giovanni da Fano; 1532.
Pag. 338 in fine, aggiungi in nota:
Sul Mollio da Montalcino vedi Zeitschrift für das gesammte lutherische Theologie und Kirche, von Budelbach und Gueriche. Anno 1862.
Pag. 343, lin. 2, leggi:
fu condannato, ma non è vero quel che dice il Tuano che fosse bruciato, avendo fatto ecc.
Pag. 345, linea terzultima, aggiungi;
Di Bologna abbiam detto come il Mollio vi diffondesse molto l'errore, e qual terribile fio ne pagasse. Spogliando i libri de' giustiziati, vi si trovano condannati dalla Santa Inquisizione, nel 1468, frà Giovanni Favelli servita veronese, incantatore ed eretico, che avea composto un libro Fiore Novello, pieno d'enormità: al 1481 Giorgio di Monferrato, scolaro dell'Università, arso vivo per ostinatezza nell'eresia: al 1567 Bernardino Brescaglia di Modena, Baldiserra pittore veneziano, Martino Fenì ciabattino francese, arsi per luterani ostinatissimi, e al marzo maestro Bernardino delle Agucchie milanese, al settembre Pellegrino Righetti e Pietro Antonio da Cervia: nel 1568 Silvio Lanzoni mantovano, cugino del duca di Mantova e del signore della Mirandola: nel 1572 Antenore Gherlinzano pittore; nel 1579 Giacomo Salicati detto Cattaneo. Nel 1587 Ercole del Tollé fu impiccato per aver dato asilo a un eretico: come sappiamo che nel 79 un Ascanio Lojani di Bologna era stato bruciato a Roma per eresia.
Sull'Università bolognese, nel 1615 stava Assuero di ventisette anni, figliuolo di Giovanni Bispiach della diocesi di Munster; ed essendo caduto infermo, esaminato sui primi fondamenti della fede, si conobbe in errore, e fu mandato al Sant'Uffizio. Per quanto si facesse, mai non volle disdirsi o pentirsi, onde fu condannato ad esser arso vivo il 1618. Ostinandosi fino all'estremo, si lasciò piegare dai conforti dei confratelli della buona morte, e firmò un'abjura, onde fu appiccato. «Piaccia allo Spirito Santo, a Dio benedetto, alla Madre Santissima, che l'intrinseco accompagni l'estrinseco, perchè fu da tutti giudicato essere morto bene in grazia di Dio, ma questi sono suoi segreti iudicare il cor delli homini. Requiescat in pace. Amen». Così finisce la relazione che se n'ha ne' libri de' giustiziati(1).
(1) Un Auto da Fè in Bologna... pubblicato da M. G.; Bologna 1860.
Pag. 355, alla nota 9, aggiungi:
Talmente era reputato generale l'obbligo di perseguire gli eretici, che lo professano anche società affatto laicali. E, per esempio, l'arte di Calimala, cioè de' lanajuoli di Firenze, nel suo statuto antico mette per articolo 1:
Della fede cattolica.
«La fede cattolica e santa osserveremo e onoreremo e manterremo, e al reggimento di Firenze daremo ajuto e consiglio a distruggere la eretica pravità, se da quello reggimento ne saremo richiesti: e ciò faremo a buona fede secondo lo statuto del Comune di Firenze».
Pag. 435, linea 29, aggiungi:
Dichiaratione del Doni sopra il XIII cap. dell'Apocalisse contro gli heretici con modi non mai più intesi da huomo vivente. Che cosa siano la nave di san Pietro, la Chiesa Romana, il Concilio di Trento, la destra della nave, la sinistra, la rete e i 153 pesci dell'Evangelo di san Giovanni, e ciò che significhino: con altre intelligenze della sacra scrittura secondo i cabalisti (In Vinegia, Giolito 1562).
Pag. 470, lin. 23, leggi:
tra cui primi Guglielmo Balbani. Francesco Cattani, Girolamo Liena, che era stato nel 1542 multato per aver favorito l'evasione d'un Agostiniano sospetto d'eresia; poi fuggirono Cristoforo Trenta, Vicenzo Mej, Filippo ecc.
Pag. 473, dopo la linea 4, aggiungi:
Giovanni Antonio Pelligatti (Annali di Lucca, manuscritto nell'Archivio di Stato, tom. II, parte II, pag. 121) scrive: «Se trovò resistenza da principio il cardinal vescovo all'amorevole invito che fece con la preaccennata lettera agli oriundi lucchesi in Ginevra, non però restò questo del tutto invano, poichè, tocchi coll'andare del tempo alcuni delle nobili famiglie antiche dei Calandrini e Minutoli dal lume della grazia divina, riconoscendo gli errori dei loro antenati abjurarono l'eresia, e prestando ubbidienza alla santa Chiesa, tornarono a ripatriare. Ma mancando quivi delle sussistenze necessarie al proprio mantenimento, per essere stati i loro effetti devoluti al fisco al tempo della fuga dei primi apostati, il senato, godendo di veder ritornati alla santa fede questi suoi cittadini, gli provvide non solo di ajuti opportuni a poter vivere con decoro, ma gli reintegrò ne' già perduti onori, che oggi godono e goderanno dapoi».
Nell'Archivio stesso (atti del Consiglio Generale, registro 160, cart. 55) sotto il 18 marzo del 1681 è registrato che nel Consiglio Generale fu letto un memoriale del magistrato de' segretarj, ove si esponeva che, avendo il cardinale Spinola vescovo di Lucca fino dal 1679 scritto una lettera ai discendenti delle famiglie lucchesi riparate in Ginevra ed eretiche, non ha ricevuto risposta alcuna «ma in questo giorno sono comparsi avanti di noi li spettabili Ottaviano e Nicolao Diodati, Bartolomeo ed Attilio Arnolfini, Ottavio Manzi e Francesco Marcello Burlamacchi, presentandoci ciascheduno di essi un libro stampato in Ginevra, il cui titolo è Lettera dell'eminentissimo signor cardinale Spinola vescovo di Lucca alli oriundi di Lucca stanziati in Ginevra, con le considerazioni sopra di essa fatte. E insieme ci hanno esibito le lettere che a ciascheduno di essi sono state inviate con detto libro dalli suddetti di Ginevra..... Scopertosi ciò da noi, abbiamo in primo luogo fatto diligenza per investigare come siano stati introdotti nella città li detti libri, e abbiamo penetrato come da un mercante di Livorno, calvinista, corrispondente a detti Ginevrini, siano stati consegnati in forma di pacchetti, sigillati con tre sigilli per ciascuno libro, ad un navicellajo di Pisa, con il soprascritto diretto a detti nobili cittadini; quale navicellajo non abbiamo potuto avere peranco avanti di noi, non ostante le diligenze usate col solo fine di avere il numero preciso di detti pacchetti, giacchè siamo entrati in sospetto che possino essere stati sette in tutto, e a noi non ne sono stati esibiti che sei».
I segretarj raccontano poi che stimarono conveniente consegnare essi libri al vescovo, il quale, dicesi nel memoriale predetto, ha in estremo gradita la dimostrazione di religiosa pietà che se li è data in sopprimere veleno sì pernicioso, assicurandoci che ne avrebbe scritto a nostro signore con tutti i vantaggi della Repubblica. Terminano in questa guisa: «Stimerebbemo parte propria della gran pietà dell'eccellentissimo Consiglio e della sua costante reverenza e devozione verso la santa Chiesa, di dare qualche pubblica dimostrazione del suo sdegno, che a parer nostro sarebbe di fare abbrugiare detti libri per mano del ministro della giustizia, togliendo prima i fogli ne' quali è stata impressa la lettera di Sua Eminenza. Il che, si come manifesterà al mondo quanto sia qui dispiaciuto l'operato di detti oriundi lucchesi con la pubblicazione di detto libro, e l'aborrimento che ognuno tiene del loro invito, così farà conoscere che in pubblico e in privato non si vuole in alcun modo dar adito a trattare con persone separate dal consortio della vera religione e dall'obbedienza verso la santa sede, e per confermarci sempre più ne' sentimenti delli antenati nostri che ne riportarono tanta commendatione dalla santa memoria di papa Pio IV per li decreti fatti in quel tempo».
Il gonfaloniere disse che anche il settimo libro ereticale era stato consegnato, pochi istanti avanti. Per decreto del Maggior Consiglio dello stesso giorno furono i libri abbruciati per mano del boja sulla pubblica piazza di San Michele.
Pag. 473, alla nota 9, aggiungasi:
Tra i rifuggiti a Ginevra era la famiglia Lombardi, della quale fu capo Cesare, di cui conservasi il testamento pubblicato dal Gaberel nel vol. I Pièces justificatives, p. 212. Fra questi documenti sono date le lettere di Carlo IX e Caterina de Medici al Consiglio di Lucca a proposito de' decreti contro i profughi. Nous avons avisé (dice il re) de vous faire la plainte, pour vous faire entendre de combien nous sont odieuses telles tailles et façons de procéder a l'encontre de ceux de votre nation qui sont retirés ou a Lyon ou ailleurs en notre Royaulme: estant cette façon de faire inusitée en celuy, et que nous ni voulons aucunement permettre ni soufrir avoir lieu, pour la protection, sauvegard et recomandation en laquelle nous avons pris et mis les susdits Lucquois, leurs femmes, familles et biens, se retirant par deça.... Ce faisant autrement, nous serions contraints de chercher les voyes de vous en ressentir, et dont, pour l'amytié et affection que vous nous portons, nous serions bien marry.
Pag. 479, alla nota 7, aggiungi:
Gaberel aggiunge i Micheli. E racconta che il padre del primo Micheli che fuoruscì era gonfaloniere di Lucca, e che «nel suo testamento lasciò un attestato della fede e del coraggio suo cristiano, poichè, invece d'invocare, secondo l'uso, la Madonna e i santi, scrisse: «Rimetto l'anima mia nelle mani di Dio onnipotente, perchè sia redenta col prezioso sangue di Cristo. Prego il Signore di ricevermi nel numero de' suoi eletti, non per i meriti miei, ma per mera sua grazia». Se il notaro (soggiunge Gaberel) che raccolse questo atto l'avesse denunziato al Sant'Uffizio, il capo della famiglia Micheli avrebbe col sangue suo suggellata questa coraggiosa confessione di fede» (Vol. I, p. 481).
Possiamo assicurare il signor Gaberel che migliaja di Cattolici, allora come adesso, ripetono questa formola, senza il menomo bisogno di coraggio o alcun pericolo di martirio.
Pag. 479, lin. 39, aggiungi:
vedi il nostro Discorso XLIII.
Francesco Turrettino è contato fra' principali oratori riformati: profondo, incisivo, trovava parole che colpivano l'immaginazione e la coscienza degli uditori. Udendo lamenti sulla lunga durata delle prove inflitte alla Chiesa dalla intolleranza del despota francese, prese il testo «Dio è paziente perchè è eterno», e fece un magnifico discorso ove, tra il resto, disse: «La giustizia divina va con calzari di lana, ma quando raggiunge il colpevole, lo piglia con una mano di ferro».