NOTE: (continued 2)
Reading edition
In una lettera latina del 12 maggio 1609 di frà Paolo al Lescasserio, leggiamo:
«Fulvio Sarcinario di Rieti uccise un suo concittadino nemico. I figli dell'ucciso, da Clemente VIII ottennero un breve ove dichiara che ad essi e a chichessia è lecito in buona coscienza e in qualunque luogo e per qualunque strada, sia giudiziale o comunque, procurar la morte dell'uccisore. Questo Breve fu divulgato con iscandalo di molti, e come avviene, vi s'aggiunse che gli uccisori avranno indulgenza plenaria; mentre nel Breve non è detto se non che questo può farsi in buona coscienza, e senza tema di irregolarità. Posso aver copia del Breve; è autentico in pubblico: ma non essendo del tenore che a costui fu riferito, soprassedo: se vorrai, tel manderò. Io non approvo che possa il pontefice, nella giurisdizione d'altro principe, fino ad autorizzare ad uccidere in buona coscienza: perocchè esso principe non potrebbe punir l'uccisore, il che vale quanto far il papa signore e principe supremo».
Cum ille frater Paulus calvinianæ hæresi, quam cucculatus favebat, per eorum dissidiorum occasionem aditum aliquem quærens, nullum invenerit, aut senatus inducere ausus sit, insidiosissimus licet, ad infringendam sedis apostolicæ majestatem. Bossuet, Defensio declar. cleri gallicani. T. I, p. 2, lib. 8, c. 12. E nella Histoire des variations: «Sous un froc il cachait un cœur calviniste, et il travaillait sourdement à décréditer la messe, qu'il disait tous les jours».
Il Courayer dice che, come Erasmo, era catholique en gros et protestant en détail.
Calorosissimo sostenitore dell'autorità temporale de' papi fu ai dì nostri l'abate Gioberti. Sul bel principio del suo Primato stabilisce che la debolezza degli spiriti italici viene dall'aver separato la nazionalità dal principio religioso: errore già balenato nel medioevo, più applicato al risorgimento, e nei tentativi sconsigliati e spesso colpevoli di Crescenzio, Arnaldo, Cola Rienzi, Porcari, Baroncelli, come nell'eroico sogno di Dante, e nella folla di scrittori che tanto nocquero allo spirito patrio, fra' quali Machiavello e Sarpi son principali. Questi due scrittori, entrambi uffiziali civili di una repubblica, in ciò consentono che reputano il papa per un fuordopera della civiltà italiana, anzi per un impedimento, per non dir un flagello: ma in ciò si dividono, che l'uno aspira a ricomporre una Italia unita, forte e nazionale, ma animata dagli spiriti gentili, e fondata principalmente sul ferro, come ai tempi di Cammillo e di Scipione: l'altro (per quanto si può conghietturare il suo pensiero) par voglia una Italia cristiana, ma protestante, divulsa e al più confederata, come la Svizzera e l'Olanda, non informata da un principio unico, e signoreggiante le ambizioni parziali. Il primo ammira un modello antico e grande, ma pagano; il secondo vagheggia un esemplare coetaneo, ma acattolico e forestiero (p. 30). La Providenza suscitò contro i Ghibellini la sètta dei Guelfi, (p. 34). L'idea guelfa è in sè stessa giusta e santa, e io la tengo come la sola soluzione ragionevole dell'intricato problema agitato tante volte intorno all'essere nazionale degli Italiani. Essa è... praticamente la sola che si possa effettuare senza colpa e senza delirio (p. 35). E vedasi il seguito di tutta quell'opera, che, eliminandone la retorica, sarebbe utile a difondere.
Del genio di frà Paolo Sarpi in ogni facoltà scientifica e nelle dottrine ortodosse tendenti alla difesa dell'originario diritto de' sovrani ne' loro rispettivi dominj ad intento che colle leggi dell'ordine vi rifiorisca la pubblica prosperità. Venezia 1785, due volumi s. n. d. ma è di Francesco Grisellini, e fu dilapidato dal Bianchi Giovini. L'autore dicea avere Bouschet raccolte le opere tutte di frà Paolo a Losanna, poi a Venezia, donde tre traduzioni francesi, ad Amsterdam, Londra, Ulma, e da Lebretin in tedesco. Costui è un ciarlatano: finge che un incendio gli abbia guaste molte carte: in fatto adulava ai papofobi del secolo passato, e fu premiato e impiegato a Milano. Agatopisto Cromaziano lo confutò nel lavoro Della Malignità storica.
Fu poi stampata a Lugano una vita del Sarpi, che fu de' primi esercizj a cui si provò uno che dovea riuscire fra' più ribaldi pubblicisti dell'età e del paese nostro. Credo di costui mano anche la vita premessa all'edizione delle Scelte lettere inedite del Sarpi (Capolago 1847), repugnante al buonsenso e alla creanza, e tutta ingiurie da taverna contro Roma e i preti in generale. Quattro sole pagine (dalla 108 alla 112) di queste Lettere inedite contengono contro i Gesuiti più infamie e stolidezze che non sapesse diluirne il Gioberti in cinque grossi volumi. Perocchè, come se parlasse alla gente più ignorante del globo, quel brutale editore assicura essere «dottrina insegnata concordemente dai Gesuiti, approvata dai loro teologi e generali, che è lecito l'assassinar l'accusatore e il giudice, lecito il furto, il giuramento falso, la simonia; che l'onania, il procurato aborto, la bestemmia, la ribellione contro il principe, il contrabbando, l'omicidio, il suicidio, il parricidio, il regicidio, e mille altre abominazioni sono o giustificate o dichiarate lecite, od anche in certi casi obbligatorie; i precetti di Dio e della Chiesa non obbligano alcuno, la rivelazione, i profeti, i vangeli si possono credere e non credere; anzi son cose credibili sì ma non evidentemente vere...» Di mezzo alle quali gli sfugge la confessione che non conveniva abbattere la dominazione della Chiesa: «È vero che la politica romana si mostrava oscillante e malferma; pure era necessaria al contrappeso politico della penisola, contribuiva a conservare l'agonizzante indipendenza dei governi nazionali d'Italia. Lo Stato pontifizio era un governo nazionale, buono o cattivo che fosse, ma per quei tempi più buono che cattivo, e sotto cui i popoli viveano men peggio che altrove, massime che sotto il dominio de' forestieri; nè si sarebbe potuto abbatterlo senza far sorgere gravi disordini».
Del Sarpi è annunziata una nuova vita, scritta da una signora inglese dopo che ebbe spogliato gli Archivj di Venezia. Contro le opinioni del Sarpi dicesi facesse una protesta l'Ordine dei Serviti ai quali apparteneva: certo molti di essi tolsero a confutarle. Principale fra essi fu Lelio Baglioni De potestate atque immunitate ecclesiastica; per la qual opera gli fu da Paolo V data la commissione di confutare il De Dominis, il che non potè fare per morte. Esso Baglioni mosse ogni pietra per far tornare frà Paolo alla verità, e alfine, come generale, lo citò a Roma, senza frutto. È pur notabile la Difesa delle censure pubblicate da n. s. Paolo V nella causa delli signori Veneziani, fatta da alcuni teologi serviti in risposta alle considerazioni di frà Paolo e al trattato dell'interdetto (Perugia 1707).
Il Sarpi aveva avuta molta mano nel compilare le costituzioni de' Serviti, e suo fu il capo de judiciis, molto lodato. Il rigore di cui lo imputammo era forse reso necessario dal disordine in cui era caduto quell'Ordine, prima che con vigorosa mano lo riformasse il generale Jacobo Tavanti.
Il processo del De Dominis è riferito dal Limbroch nella Storia dell'Inquisizione.
Col De Dominis era fuggito in Inghilterra un Benedettino, che vi si fece protestante. Tornato con lui, si rimise cattolico, e faceagli da mastro di casa. Invaghitosi d'una vicina, ne uccise il marito, e fe sposar la druda a un servo del De Dominis. Ma quando il denaro gli venne meno, cominciò a uccidere e rubare. Stava allora in Roma il padre Bzovio domenicano polacco, che scrivea la continuazione del Baronio; colui entrò a forza nella camera di questo, e ucciso il servo, rubò quanto potè. Alfine scoperto, fu impiccato. Nicius Erytraeus, Pinacoth, I, p. 200.
Del De Dominis si occupa spesso il carteggio del 1617 fra il cardinale Guido Bentivoglio e il cardinale Scipione Borghese, insistendo principalmente sul trovarsi quello mal provigionato dall'Inghilterra e perciò scontento. La lettera del Bentivoglio da Parigi, 11 aprile 1617, dice: «L'arcivescovo di Spalatro si trattiene tuttavia in casa dell'arcivescovo di Cantuaria (Cantorbery), dove gli viene proveduto quanto bisogna: ma di provisione di denari non s'intende che sinora egli abbia più di novecento scudi. Egli sollecita l'impressione della sua opera. Il suo senso però in materia di religione non piace del tutto, perchè non è del tutto conforme al senso anglicano» La nunziatura di Francia del cardinale Guido Bentivoglio ecc. Firenze 1863.
E al 25 aprile: «In Inghilterra corre voce che il detto arcivescovo sia uomo molto carnale, e che spezialmente abbia avuto a fare con una sua propria nipote: del che mi ha detto il conte di Scarnafigi, che la regina parlò a lui medesimo».
E al 9 maggio: «L'arcivescovo di Spalatro va stampando la sua opera, ed è già finito di stampare il primo libro. Il re ha deputato uno dei più eminenti fra loro in dottrina a rivedere di mano in mano quello che si va mettendo alle stampe. Egli si trattiene tuttavia in casa dell'arcivescovo di Cantorbery, e vien custodito affinchè non sia ammazzato, come egli mostra di temere. Il re gli ha conferito ultimamente il decanato di Windsor, che vale tremila scudi».
Al 27 maggio il Borghese gli scriveva da Roma: «D'Inghilterra s'intende che quel De Dominis vada stampando quell'empia sua opera, e che saranno tre libri. L'imperatore ha già dato ordine in Germania che non corrano e siano proibiti, e l'istesso si spera che farà sua maestà cristianissima».
Al 27 settembre: «In Inghilterra si mira a far che la sua opera sia piuttosto di scismatico che di eretico, per la maggior speranza che si ha di facilitare qui fra cattolici e altrove lo scisma, piuttostochè l'eresia aperta».
Il 25 ottobre 1617 narra le premure da lui fatte col cancelliere e il guardasigilli perchè i libri De Republica Ecclesiastica non fossero posti in vendita. Il guardasigilli propose che la Sorbona facesse una censura dell'opera per venire a un'espressa proibizione, «sebben qui la libertà è tanto grande, e sì grande l'ardire degli Ugonotti, che non si può sperare quel frutto che si dovrebbe da così fatte diligenze».
Il 22 novembre il cardinale Borghese lo avvisa che, «sebbene il libro è pessimo e tutto pieno d'eresie gravissime e di odio e veleno contro la santa sede... ciò non ostante, per la gravità e importanza del negozio, il quale sarà facilmente fomentato dal re d'Inghilterra e da' suoi ministri, sua santità gli raccomanda stia vigilantissimo e procuri di scoprire e sapere tutto quello che s'anderà facendo».
Il 5 dicembre il Bentivoglio annunziava che la Sorbona s'è risoluta di fare una severa censura d'esso libro.
L'8 dicembre il cardinale Borghese da Roma fa noto essersi proibita «l'opera De Republica Ecclesiastica, che il già arcivescovo di Spalatro promise di dare in luce in un suo libretto che stampò con l'occasione della sua andata in Inghilterra: poichè si vide chiaramente dal contenuto dell'istesso libretto, che la suddetta opera era tutta piena d'eresie, e di odio e veleno contro questa santa sede. E ora, essendo usciti in luce i primi quattro libri, s'è trovato che sono pessimi, e s'è già dato ordine di rinnovare la proibizione».
Il 17 gennajo 1618, il Bentivoglio da Parigi annunzia la censura fattane dalla facoltà teologica di Parigi; e come questa fosse criticata per aver censurato solo alcune proposizioni, e non tant'altre che più lo meritavano; ma la Sorbona non avea voluto toccare i punti concernenti la potestà temporale, per evitare cozzi col parlamento. Al 31 poi manda una predica italiana fatta dal De Dominis nella cappella delli Mercieri in Londra, stampato in-16º, ch'è una rarità bibliografica, e che attesta quanto poco valesse quell'apostata, e come ci fosse una chiesa italiana acattolica in Londra. Il 20 giugno annunziava un nuovo libro italiano di esso, che dev'essere Gli scogli del cristiano naufragio.
Al 18 luglio informa che M. De l'Aubépine, vescovo d'Orleans, piglia l'impresa di confutare il De Dominis, «e benchè qui non si usi molto a scrivere in latino, egli potrà essere ajutato facilmente». Non so se l'Aubépine abbia fatto questa particolar confutazione: bensì scrisse opere di gran pregio, e nominatamente sull'antica disciplina della Chiesa.
Ciò che discorriamo in questo capitolo fu da noi esposto altre volte nella Storia della diocesi di Como, e nel Sacro macello di Valtellina. Opera capitale in proposito è la Historia Reformationis ecclesiarum ræticarum ex genuinis fontibus et adhuc maxima parte numquam impressis, sine partium studio deducta.... a Petro Dominico Rosio de Porta, T. 2. Coira 1771. Quanta possa essere l'imparzialità si rivela dalla dedica — Almæ matri — ecclesiæ J. C. — vocatis sanctis — venerandis ampliss. ac magnificis communitatibus — in exc. trium Rætiæ fœderum rep. — religionem — ad ss. evangelium reformatam — fidem semel sanctis traditam — corde tenentibus — ore profitentibus — opere defendentibus — Dominis suis clementissimis — beatæ reformationis — historiam — in devotæ mentis monumentum — dedicat. E nella lettera seguente, sempre in latino, dice: «Se v'ha benefizio, pel quale noi e i figli nostri a Dio siamo eternamente obbligati, è certo la riforma... Ad essa dobbiamo l'aver cacciata la crassissima ignoranza che avea coperto il nostro cielo di tenebre cimerie». E parlando delle difficoltà della sua opera, duolsi che fossero, anche al tempo suo, negletti gli studj, e che «i preti cattolici non intendeano altro che messe e purgatorj, cioè quel che serve alla cocina: gli Evangelici credono aver fatto ogni dovere quando recitarono una predica imparata a memoria».
Tali prevenzioni non promettono l'imparzialità, che in fatto si desidera sempre. Pure quest'opera sì poco conosciuta è delle meglio importanti del secolo passato, lontanissima dallo sprezzo che allora faceasi della storia; cercando la verità negli archivj e ne' carteggi privati, divisando il carattere degli attori, descrivendo i luoghi, mostrando continuamente amore alla patria, alla religione e al proprio soggetto.
Si lagna della pochissima attenzione che gli prestarono i suoi compaesani, del non averlo ajutato, nemmanco per la trascrizione; e non tenuto conto del suo lavoro — modi troppo abituali anche oggi, e massime dov'io scrivo.
Uno dei più assidui cercatori delle memorie istriane, il Kandler, nel 1861 mi scriveva d'aver fatto molte ricerche sul Vergerio, ed esser venuto nella persuasione fosse «uno sfortunato, che non seppe regolarsi nelle agitazioni mosse da quel birbo suo conterraneo e compagno di gioventù, che fu Girolamo Muzio. Tutta quella storia mi è sembrata guerra di Francescani, mossa al vescovo per vendetta d'avere scoperte e punite certe irregolarità. Il Vergerio non fu preparato alle cose di Chiesa; da più di dieci anni era vescovo, senza aver neppure la tonsura; e contro voglia si pose al governo di chiesa, o dovette porsi; credo avesse più udito parlare della fede protestante che della cattolica, occupato come fu sempre in diplomazia. Nè fu miglior protestante; incerta assai la sua fede; sol fermo nel voler conservare la dignità episcopale, di cui il titolo mai non volle deporre; teneva, contro la Corte romana, or coi Reti, or coi Polacchi, or coi Tedeschi, mai però non dimenticando l'appanaggio d'un buon benefizio. Sarebbe anche rientrato in seno della Chiesa se avesse potuto recuperare l'episcopato. Le persecuzioni che patì furono da' suoi patrioti; dal Grisoni sopra gli altri, dallo Stella, dal Muzio; l'Inquisizione, ch'era in mano di Francescani, fu attivissima; processi, carcerazioni, abjure, liste di eretici, di ereticanti, di sospetti d'eresia; si dissero infetti i monasteri, le fraglie, i capitoli, i letterati; ma in fondo a tanto rimescolamento rimase la credenza, fossero cattiverie ed esagerazioni; gli esuli, o perseguitati contro ragione, od avventurieri che cercavano con quell'abito qualche fortuna.
«Tutto questo baccano doveva, a mente dei novatori, produrre l'alzamento della lingua slava, contando convertire gli Slavi fra la Giulia e Costantinopoli, onde si stamparono assai cose. Ma gli Slavi non sapevano leggere, e sol tardi lo seppero; i caratteri, fusi a spese de' Protestanti, passarono per caso a Roma, e servirono a stampare messali e breviarj».
Fra le opere anonime o pseudonime del Vergerio è quella Delle commissioni et facultà che papa Giulio III ha dato a monsignor Paulo Odescalco comasco, suo nuncio et inquisitore in tutto il paese dei magnifici Grisoni, 1553.
Stampò pure Illustri atque optimæ spei puero D. Ebherardo ill. principis Christophori ducis Wirtembergensis filio primogenito, munusculum, 1554. Ma Celio Curione dice ch'è traduzione di un'opera di Giovanni Valdes.
Remissionem peccatorum, Credo etiam, certusque cano, intrepidusque repono Unius haud aliis quam Christi sanguine sacris Placatum semel, afflictis mortalibus ipsum Condonasse Deum peccatum quidquid ubique est, Christigenas ut nulla usquam fortuna moretur Durior, aut trepidas tortura piacula mentes Usque adeo adscribi magnum est in pignora summi Chara patris, Christi auspiciis, nil tale merentes Carnis resurrectionem. Quin fateor ventura olim nova secula, quando His vetus indomitis ardescet in ignibus orbis Cunctorum in pœnas et tristia fata malorum. Tum vero sanctorum hominum clarissima moles Carnis in æthereum mutabitur altera sortem, Cognatæque illis terrenæ ab origine labes Seu functi repetant vitam, seu forte supersint, Cunctarum omnipotens rerum quid non queat auctor.
«Per ordine del reverendissimo Federico Corner vescovo di Bergamo, e dei reverendi Aurelio Odasio de' predicatori, inquisitore della città e distretto di Bergamo, s'intimi ai magnifici cavalieri Gerolamo e M. Antonio fratelli del N. S. Antonio di Grumello, e alla M. signora Medea loro madre, che, tre giorni dopo fatta questa intimazione, sotto pena di scomunica e di cinquecento zecchini da togliere a chi di loro disobbedisca, e applicarsi alla fabbrica del Sant'Uffizio, debbano licenziare dalle case loro il sig. Ercole Salis, che da alquanti giorni dimora nella loro casa; e ciò per urgenti ragioni ecc.
Bergamo, dal palazzo vescovile, 18 aprile 1572».
270.
Di Milano, 24 maggio 1584.
«In materia dei negozj Grigioni scrivo assai pienamente al signor cardinale Savello. La lettera al solito le viene aperta, per informazione di lei; ma oltre ad essa, vi sono alcuni particolari, ch'ella avrà qui allegati per poscritto, pur nella medesima materia, ed ora gliene dirò d'un altro moto più secreto di tutti, il quale sebbene è stato conferito meco da questo governatore confidentemente e con ogni secretezza, niente di meno ho giudicato bene scriverlo a vossignoria solamente, acciocchè ella lo faccia sapere a nostro signore, e non ad altri, come per avviso. Sappia adunque che i popoli cattolici di Valtellina, afflitti ed oppressi nelle cose della religione cattolica dal governo e dominio de' signori Grigioni, l'anno passato fecero ricorso a' ministri regj qui in Milano per esser ajutati ad uscir di tanti travagli, e per poter vivere cattolicamente, come si conviene, senza gl'impedimenti che hanno sentito e sentono negli ajuti spirituali. E per far questo non dimandavano se non il soccorso di quattrocento fanti per pochi giorni, li quali dicono esser abbastanza per levarsi in un tratto da quella ubbidienza, e serrare i passi a' Grigioni che volessero passar di qua de' monti: mostrando aver modo assai facile per mantenersi poi colla gente della Valle. Scrissero questi ministri al re; ed egli ora ha risposto che si dia loro l'ajuto che dimandano, ed ogni altro per ajutarli nelle cose della religione cattolica in quei paesi dove ci sia questo interesse. Fuori di questo rispetto, non si moverebbe per modo alcuno. Ora avutasi questa risposta, i ministri suddetti hanno soprasseduto fin adesso per veder l'esito del negozio della Lega, il quale ora che è svanito, vedo che andranno pensando se lor possa riuscire questo: il che quando fosse, ho speranza in Dio che in pochi anni si farà tanto frutto in quella valle e paesi tutti di qua da' monti, che si smorberà quasi quella peste eretica. Ma quando anco non riuscisse, vedranno i Grigioni da questa commozione che in ogni modo que' popoli non potranno durare in quello stato; e stando in continuo dubbio di trattati simili, per non darne loro più occasione, si risolveranno alla fine di permetter loro la libertà che dimandano. Nel qual caso ultimo che, risentitisi i popoli suddetti, con le armi in mano, se pure questa libertà per la quale si moverebbono, non seguisse, e le cose fossero in rumore e rivolta, V. S. sappia che l'ambasciatore di Francia, che è negli Svizzeri, ha sopraintendenza di tutti i negozj del suo re ne' paesi de' Grigioni, e con esso ho fatto diversi ufficj per l'ajuto spirituale di detti popoli sudditi; ed egli mi si ha mostrato animatissimo di ajutar le cose cattoliche, e specialmente il loro giusto desiderio. E però crederei in quel caso, con l'opera di detto ambasciatore che entrerebbe come mezzano fra i signori ed i sudditi, ed anco con l'intrinsechezza ch'io ho con li Cantoni cattolici degli Svizzeri, che si farebbero intendere per la protezione di essi sudditi, con procurare la libertà suddetta, e trattare e conchiudere fra loro la concordia, anco con molto vantaggio per la religione cattolica. Quando all'incontro la cosa riesca con pace e quiete, mi dà l'animo di ottener dal re che si contentasse di restituire quei paesi a' Grigioni, con condizioni molto gagliarde per la fede nostra; poichè egli ha dato risoluzione a' suoi ministri di non volersi ingerire in simil negozio, se non quanto che tocca alla religione cattolica. In questa materia io non m'impaccio in modo alcuno, e mi riguardo tanto maggiormente dal non cercarne altro, quanto che penso che ora vi si attenderà, ed io non tengo per ajutare quei popoli altra via che la spirituale. Di qua fo fare generali e particolari orazioni a Dio signor nostro, acciocchè se n'abbia buon successo, a gloria del suo santo nome; ma non si palesa perciò la qualità del negozio. Così desidero che V. S. faccia costì, raccomandandolo molto ai religiosi e ad altri, e facendolo anco raccomandare da' predicatori, ma copertamente.
«Io poi coll'occasione che ho da far qualche frutto ne' paesi degli Svizzeri, come della visita di Locarno, che n'è bisognoso molto, e mi se ne fa istanza, ed in altri luoghi anco di là da' monti, come della consecrazione della nuova chiesa de' Cappuccini del colonnello Lussi, sì per mantenere vivo il buon desiderio di detti popoli sudditi, e sì per mantenere l'opinione che hanno avuto fin ora di me, ch'io vada, come in effetto vo, solamente per il loro bene spirituale, come anco per esser più vicino e presto a ogni rumore che succedesse di armi, anderò trattenendomi in quei contorni, dove avrò anco occasione di trattar col suddetto ambasciatore di Francia presenzialmente, acciocchè si ottenga questa libertà cattolica in quelle valli, o per la via già indirizzata con lui, per la quale si farà anco ogni diligenza opportuna, massimamente che il nuncio di nostro signore in Francia mi avvisa che il re gliene manderebbe commissione, per l'istanza ch'egli ne ha fatto, di commissione di sua santità; ovvero non essendo successo quest'ultimo negozio, ed essendo già suscitati i tumulti, si rimedii per via d'accordo, come ho già detto».
«Queste parole mi fecero ricordare di quel che, già sei anni sono, quando io venni qua, intervenne ad un infelice gentiluomo mercante milanese, al quale fu dato carico e denari secretamente, senza passar mai per scrittura, acciocchè assoldasse tanta gente che bastasse a impadronirsi della Valtellina; e non avendo potuto avere effetto il trattato, i Grigioni saltarono su a dolersi, e questo pover uomo, dopo lunghi sbattimenti fu mandato in galera. E mi ricordo che vidi una mattina sua moglie con alcuni suoi piccoli figliuoli gettarsi ai piedi del duca di Terranova, governatore di Milano, e domandare per sè e per li minori misericordia, e che s. e. la ributtò quasi con il piede, e le disse che non era stata poca la mercede che al marito egli avea fatto, poichè non l'avea fatto morire: ed è più chiaro che non è il solo che da lui fu eletto a quella impresa e per quello effetto datogli denaro».
E il 27 marzo 1591, raccomanda alla granduchessa «una figliolina di Rinaldo Tettone, banchiere di questa città, che pe' suoi negozj andò a traverso, e fu necessitato assentarsi, e lasciò la moglie qui con alquanti piccoli figliuoli. In questa sua tenera età balla tutti i balli, suona onestamente di liuto e di clavicordo singularmente, canta di musica, e intavola ella medesima i madrigali, e scrive ragionevolmente».
«Papa Gregorio III, mosso da compassione e zelo, coll'interposizione del cardinal san Carlo, nell'anno 1581 persuaso a Carlo di Terranova di sorprendere la Valtellina, e per verità seguiva se in quel mentre non moriva il detto cardinale». Manuscritto nell'archivio vescovile di Como.
«Noi delle eccelse tre Leghe commissarj e consoli, congregati a Davos, d'ordine e comando de' nostri signori e superiori delle Comunità, facciam noto che sono comparsi avanti il nostro consiglio li nostri cari confederati reverendi signori Giorgio Latzino e l'ecc. signor don Andrea Ruinelli, li quali ci hanno proposto qualmente, già molti anni sono, nella riformazione della nostra chiesa fu da noi nelle pubbliche Diete ordinato a tutti li predicanti del nostro dominio e giurisdizione di Valtellina e contado di Chiavenna, quaranta scudi; de' quali sinora bisognavano contentarsi. Ma stante la presente continua carestia, ci supplicano, in compenso della loro fatica e fedel servitù di accrescergli il loro annuo salario, per poter più agiatamente campare.
«Avendo dunque considerata e ponderata detta causa, affinchè il servizio non sia impedito, e che li ministri siano tanto meno gravati di spese e vitto quotidiano,
«Ordiniamo e comandiamo che a tutti i predicatori di Valtellina e contado di Chiavenna (benchè ne fosse uno o più per Comune) sia per il loro annuo stipendio pagato senz'altra condizione scudi cinquanta, sino ad altro ordine de' superiori;
«Comandando perciò a tutti i nostri officiali di Valtellina e contado di Chiavenna presenti e futuri, che paghino a tutti li predicanti di dette nostre provincie il sopranominato salario di cinquanta scudi, o dei beni di chiesa o delle Comunità, ad arbitrio e beneplacito de' superiori, sotto pena della disgrazia a qualunque a questo nostro ordine, contrafarà.
«In fede di ciò abbiamo la presente nostra sentenza in più copie pubblicata e suggellata col sigillo delle Dieci Dritture.
«Datum Davos, li 22 ottobre 1588.
Paolo Bül Notajo in Davos.
Al 23 giugno del 1568, il residente del granduca di Toscana a Milano scrive a questo:
«Ha da sapere V. E. che in Oltolina et altre terre de' Grigioni era un predicante luterano scelleratissimo, che già fu frate mendicante dell'ordine de' Minori. Il quale per le sue male qualità fu condannato al fuoco, sendosi egli ritirato a predicare ne' Luterani. Il quale era avvisata sua santità che incognito veniva in questo Stato, e in tutta Lombardia a fare diversi mali ufficj, per il che ella ha procurato, per quello che intendo, che si facesse ogni esatta diligenza, come s'è fatto dall'Inquisitore per porlo prigione, sendo egli stato condotto ai confini di questo Stato, e dicono li nostri, dieci passi nella giurisdizione dello Stato, dove è stato preso. Il che inteso da' Grigioni, che pretendono la captura si è fatta sopra la loro giurisdizione, dopo alcune diligenze che dicono aver fatte con S. E. e l'Inquisitore, non vedendo seguir la liberazione di detto frate, si ha avviso ch'hanno fatto porre prigioni molti frati che si trovano in un monastero d'Oltolina, sotto il loro dominio, pubblicando che il medesimo che patirà il detto suo predicatore, lo faranno patire a loro, et oltra di ciò hanno protestato in iscritto a' confini e con li Svizzeri loro confederati, d'ogni danno che perciò potesse seguire».
Questo raccolgo dall'Archivio diplomatico di Firenze: dal quale ho pure un aneddoto intorno al famoso santuario di Einsidlen, appartenente ai Grigioni. Gedeone Strucker, il 27 settembre 1614, così scriveva al granduca:
«Essendo io partito li 24 di settembre di Santa Maria d'Hermitte (Einsiedelen), due giorni appresso havendo un bredicatore bredicato secundo il solito, è stato un burghese di Zurichio presente, mentre che il ditto bredicatore attendeva alla sua bredicatione, quel Zurichese dette una mentida con alta voce. Subito fu il preso dela guardia et fatto brigione, et il popolo se dubitorno ch'el saria truncato la testa, o per il mancho fenduta la lingua, ma la giustitia è statto misericordioso, et hanno sentenziato che alla dominica prossimo dele 28 di settember egli debeno menar alla hora della bredica sopra il pergamo, et redire la mentita data, et ch'el habia parlato falsamente, come un tristo mentitor, et dimandar perdono al bredicatore et alla giustizia et a tutti cattolici auditori quali sono stati presente. Quando fa bel tempo, se bredica sopra una bela campagnia, avante una capela, et circondato con la guardia, et compagnato nel tempio della dita guardia, et recompagniato con torggie, et singulare reputatione, circa lontano dal tempio una buona tyrata d'argebuso». Arch. dipl. di Firenze.
Delle cose di Valtellina si occupa spesso il carteggio fra il cardinale Borghese, ministro di Stato a Roma, e il Bentivoglio nunzio a Parigi. Nominatamente il 20 luglio 1618 quegli ripeteva come bisognasse esortar i Cantoni cattolici e la Francia a proteggere i vescovi di Sion e di Coira, confinanti coll'Italia e molto molestati: e massime dacchè i Grigioni aveano eretto un loro collegio a Sondrio, «il che è cosa pestifera non solamente a quella valle, ma all'altre vicine del bergamasco e bresciano, e per conseguenza all'Italia».
quos secta, propago Cocyti, cœlo perfricta fronte sacravit Martyres, heu reguum cultris qui viscera ledunt, etc.
Ne fece un poema (il Parlamento, Como, Arcione, 1610) Cesare Grassi comasco, che in un altro rozzo poema (Il popolo pentito ib. Frova 1639) descrive i mali del suo tempo.
«Nelli Grisoni le cose sono ancora irresolute, però con più avantaggio delli Luterani che de' Cattolici. Tuttavia si tratta una sollevazione per servizio delli Cattolici, e potendosi quella effettuare, portaria non poco giovamento alla nostra fede. Tuttavia le pratiche per la parte de' Veneziani sono tanto grandi, che ci priva della speranza di qualche buon fine. Con tuttociò dovemo sperare ch'Iddio non abbandonerà li suoi».
E nel carteggio di Milano, riferendosi le informazioni avute, si trova al 3 giugno 1620:
«In Svizzera sempre si è mandato soldati alla sfilata, essendone partiti di qua fin ad ora 900, e sebbene questo negozio sia trattato con grandissima segretezza, si scoprì in ogni modo che tutto si fa per ajutar certi banditi grigioni i quali, risoluti di tornar ne' loro paesi, tentano ogni strada perchè li riesca. E tanto che hanno determinato, per un lungo cammino che fanno, di entrare nell'Egnadina Alta e poi nella Val Tellina, per impadronirsi di quella valle, che, quando li sortisca, sarà di grandissimo utile a' Spagnuoli, che senza apparire a niuno, otterranno il loro intento d'esser padroni della Val Tellina, che per la qualità del sito e pel transito comodissimo nel Tirolo, sarebbe cosa di grandissima conseguenza».
Al 24. «A ogni punto si aspetta di sentire quel che haveranno fatto i Banditi grigioni ne' loro paesi, sentendosi che alli 25 si haveva a dar dentro, e che tutti i soldati mandati di qua per questo effetto erano lesti per muoversi dove gli fussi stato comandato...»
Al 30 giugno, negli avvisi di Svizzera c'è: «Sono passati a questi giorni alquanti carichi di denari, che da Milano mandano in Germania, sebbene i banditi hanno pubblicato che devono servire contro a' Grigioni».
Al 1 luglio. «In Grigioni si doveano effettuare i tentativi de' banditi il giorno di san Giovanni, ma perchè le genti del serenissimo Leopoldo (l'arciduca?) non potettero esser all'ordine per quel tempo, per questo si è differita l'esecuzione tutto il mese di giugno passato. E mi ha detto il signor duca di Feria che adesso aspetta avviso del seguito a ogni punto, e spera che s'abbia a sentire qualche bel colpo per l'estirpazione degli eretici di questi paesi. Mi soggiunse che, avendo fatta istanza al papa per semplice consiglio, come si dovesse incamminar il negozio, che non ha mai potuto haver risposta, e se ne dolse gagliardamente».
Al 8 luglio. «I maneggi trattati dai banditi grigioni per entrare nell'Engaddina bassa non sono riusciti, per essere stati scoperti, et avvertiti i lor nemici... Non si resta però di fare ogni diligenza per ajutar quelle pratiche. Jersera incassarono cento colli di polvere, archibusi et moschetti, si dice per mandarli in quei paesi».
«Como tanti Macabei confidati nel divino ajuto assalirono gli eretici... La qual impresa quanto sia stata accetta a Dio l'ha testificato con diversi miracoli ecc.». Relazione manuscritta.
«Il che successe con tanta facilità et felicità, che ben si vide la mano di Dio assistente ad opera tanto santa; poichè in tutta la valle non si mossero più di cento persone, sebbene ci fu il consenso di tutti gli altri, et nondimeno ammazzarono tanto numero di heretici et ufficiali Grigioni». Supplica al re cattolico.
«Di Teglio il fatto glorioso sgombra l'oscurità dell'eresia, abbellisce il cristianesimo, empie di gioja il mio cuore e d'altri fedeli, e tutte le lingue si debbono snodare per celebrarlo d'opera sì sublime ed alta, conveniente alla sublimità ed altezza ove siede». Il Rusco o descrizione del contado ecc.
L'Alberti però nelle Antichità di Bormio dice Fortissimum consilium quod vos ad salutaria arma capienda compulit, et Grisonum hereticorurn jugum excutere suasit faveat exercituum Deus pietati et fortitudini vestræ. Gregorio XV, breve del 9 marzo 1623. Ed il Quadrio, Della Rezia Cisalpina, Diss. IV. «Parve che il cielo stesso dichiarar si volesse a favore del loro disegno, poichè, dove tutta la notte caduta era abbondevole pioggia.. si mostrò il cielo all'apparir dell'alba terso affatto d'ogni nube e sereno». Esso Quadrio vorrebbe contro il vero insinuare che si aveva riguardo alle donne come cose mobili per natura: che a Teglio otto donne e tre fanciulli rimasero per accidente sacrificati, ecc.: ma non era egualmente un assassinio e su queste e su gli uomini? che «da' prudenti fu lodata la rivolta, non già il modo».
Al fine del vol. III degli Atti e monumenti della Chiesa Gallicana, 1631, in-fol. è inserita una Storia delle stragi di Valtellina di Abbot arcivescovo di Cantorbery, ma non è che la traduzione dell'opuscolo tedesco di Gaspare Waser, illustre teologo zuricano, riprodotto nella Biblioteca dell'Höttinger, e tradotto subito in italiano, in francese, in inglese. Egli dà a minuto le particolarità della strage, e per esso tutti gli uccisi sono martiri, de' quali racconta il coraggio, la costanza, i detti pietosi, alla guisa de' martirologi. Va con esagerazione opposta il libro Kelchkrieg, koder urzer und wahrhaftiger Bericht des Kelchkriegs so ron den calvinischen Pundtneren, und Zwinglischen, Zürcheren und Berneren in Veltlin vollbracht worden, 1620. Altorf: e l'anno stesso a Milano in italiano.
Una relazione contemporanea che ho trovata nell'Archivio generale di Firenze, dice tra le altre cose: «Nel mentre che si sono assicurati li posti et passi, li soldati paesani et massime li contadini sono andati alla caccia dei fuggiti heretici, et havendo trovata la maggior parte, gli hanno ammazzati tutti, specialmente d'una villa chiamata de Mossini sopra Sondrio, lavandosi le mani nel sangue loro, et hanno preso molti predicanti, alcuni de' quali tengono vivi per cavare da essi la verità della macchinazione et trattato di ammazzare li cattolici, et estirpare la fede Cattolica, poi li tratteranno come meritano.
«Il numero de' morti heretici sarà da 500, ma non può dirsi preciso perchè se n'ammazzano ogni giorno, trovati nelle caverne. Altri sono fuggiti oltre a monti, altri nel Venetiano.
«Non si lascia di dire che, tra li morti di Tirano vi era uno grisone come gigante, che giaceva in terra con moltissime ferite, et perchè doppo quattr'hore et più parve che movesse il capo, un figlioletto cattolico de cinque anni andò a dargli con una mazzetta sopra il capo dicendo, Quel traditore lùtero non vuole anco morire.
«Già s'è accettato il calendario gregoriano et introdotte le feste alla romana, et per stabilire meglio la fede cattolica s'addimandano predicatori, massime capuccini, amatissimi, a' quali si faranno due monasteri almeno, cessata la furia de' presenti moti, sperandosi nella misericordia divina che aggiusterà la causa sua, et nella pietà della maestà cattolica, che accetterà nella protettione sua quei popoli devotissimi suoi, et membri si può dire del Stato di Milano come diocesani di Como».
Tra i libri proibiti figura il Memoriale alla santità di nostro signore papa Gregorio XV, il clero e cattolici di Valtellina, come pure la Vera narratione del massacro degli Evangelici fatto dai Papisti ribelli nella maggior parte della Valtellina.
Poco lontano dal forte di Fuentes furono fatti prigioni tre predicanti, i quali sono stati condotti a Milano, e si trovano in custodia del Sant'Offizio. Fra questi vi è una monaca vicentina, che già 15 anni sono fuggì di Vicenza» (Carteggio di Milano, nell'Archivio generale di Firenze).
Re di Francia — Ite, et reddite quæ sunt Cæsaris Cæsari etc.
Marchese di Cœvre — Bonum est nos hic esse, faciamus tria tabernacula.
Venezia — Attollite portas, principes, vestras, et elevamini portæ æternales.
Valtellini — Circumdederunt nos dolores mortis.
Grigioni — Erit fletus magnus et stridor gentium.
Marchese di Bagno — Et ego per aliam viam revertar in regionem meam.
Papa — Ego dormio, sed cor meum vigilat.
Duca di Savoja — Qua hora non putatis veniam.
Repubbl. di Genova — Veni et noli tardare.
Re di Spagna — Omnia quæcumque volui feci.
Signori di Valtellina — Ecce relinquimus omnia et secuti sumus te.
Duca di Feria — Adjuva me, Domine, ponam inimicos tuos scabellum pedum tuorum.
Stato di Milano — Non habemus regem nisi infantem.
Arciduca Leopoldo — Quæsivi et non inveni.
Imperatore — Os habent et non loquentur, manus etc.
Duca di Parma — Doce me facere voluntatem tuam.
Duca di Modena — Quotidie vobiscum sum.
Duca di Mantova — In pace amaritudo mea amarissima.
Duca di Lucca — Clausa est janua.
Duca di Urbino — Dereliquit me virtus mea et lumen oculorum meorum.
Granduca — Pulsate et aperietur vobis.
Leibniz nel 1673 essendo a Roma, scrisse un poema dedicato ad Alexandrum VIII ut christianos ad bellum sacrum hortetur, dove proponeva la spedizione d'Egitto, e vuolsi che di là ne traesse l'idea Bonaparte.
Avendo noi ripetuto che Lutero dissuadeva dalla guerra contro i Musulmani, giustizia vuole che accenniamo come Melantone vi esortava Carlo V, e soggiungeva: «Per cominciar la guerra turca, bisogna ch'e' passi in Egitto con una flotta ben fornita, onde forzar le armate turche ad abbandonare l'Europa. È serbato al nostro secolo di veder questa eroica impresa, che, a parer mio, è divinamente preparata e che sarà il segnale della decadenza dell'impero turco». Corpus reformatorum, edizione di Bretschneider, t. VII, 683.
Gioberti, Introd. allo studio della filosofia. Conciliarlo col riferito più sopra non è impresa che ci torremmo.
Il medesimo Sismondi al famoso predicatore americano Channing scriveva qui: Ceux qui croient que la moralité ne consiste qu'en quelques préceptes vite épuisès, me semblent des observateurs bien superficiels. Plus au contraire on l'etudie, plus on voit le champ s'elargir. Ou peut s'en convaincre en lisant les milliers de livres ecrits sur des cas de conscience dans l'Église catholique. Le secret du confessional, la necessité d'accorder enfin l'absolution et de maintenir le pouvoir sacerdotal, ont certainement fait dévier les casuistes, et créer avec leur aide ce qu'on a appelé la moral jésuitique: toutefois des grands progrés ont été faits par eux dans cette noble science, et nous leurs devons peut-étre plus qu'à la Bible elle-méme l'etablissement du système de moralité chrètienne.
Questi indizj sarebbero da aggiungere a quanto dicemmo sulla morte del Bruno, oltre quelli recati dal professore Berti in una vita di esso, di cui una parte stampò dopo quel nostro discorso.
Esso Bruno fu infervorato del sistema di Copernico, cui salutava come un nuovo Colombo che sorpassa i confini, e abbatte le muraglie fantastiche, e sprigiona la ragione umana da altri ceppi inventati dalla filosofia plebea. Eppure, sebbene processato, non troviamo che al Bruno si facesse colpa di tale opinione.
Accarisi, Terræ quies, solisque motus demonstratus (Era qualificatore della santa Inquisizione) Roma 1637.
Grandamico, Nova demonstratio immobilitatis terræ. Flexiæ 1645.
Dubois, Liber de veritate et auctoritate s. scripturæ in naturalibus contra Christophorum Wittichium. Trajecti 1654. Contro di questo fu scritta Demonstratio mathematica ineptiarum J. Durandi in oppugnanda hypothesi Copernici et Cartesii de mobilitate terræ. Roma 1656.
Anche nel 1806, un Domenico Pino milanese stampava a Milano L'incredibilità del moto della terra, opuscolo ove compendia quanto disse in tre tomi dell'Esame del newtoniano sistema intorno al moto della terra. Non si sgomenta delle opinioni contrarie, giacchè anche la teoria dei vortici di Cartesio fu per un pezzo abbracciata e promossa comunemente. Naturalmente è condotto a parlare del processo di Galileo. A sostener la sua tesi si vale della scienza, e non solo dell'autorità.
Quando il dottor Cullen fu elevato arcivescovo di Dublino, un giornale asserì che esso avea pubblicato un libro sostenendo il sistema tolomaico, e ribattendo il copernicano, e con esso tutti gli acquisti della scienza moderna: così esigere la Chiesa cattolica. Il fatto era falsissimo, ma come tante altre falsità continuò e continua ad essere ripetuto: e qualvolta si vuole screditar la Chiesa cattolica come nemica del sapere, si cita l'arcivescovo Cullen e il suo libro che nessuno ha veduto: e pur dianzi ne parlava con orrore il Times, come si parla e riparla della tortura di Galileo.
Noi diciamo per espiazione a qualche velleità d'ambizione.
È notevole che l'aver censurato il Tasso fu apposto come gran colpa alla scuola di noi altri Lombardi, che allora eravamo chiamati romantici, e dappoi clericali.
Guglielmo Libri, che denigra a tutta possa l'operar della Chiesa in quest'affare, non tace che, quando il domenicano Caccini declamò contro Galileo, il Maruffi generale di quell'Ordine ne scrisse scuse a Galileo, dolendosi di dover essere partecipe a qualunque bestialità facessero trenta o quarantamila frati. In Inghilterra, nella patria de' grandi pensatori e non cattolica, e molti anni più tardi, quando Newton insegnò il metodo delle flussioni, v'ebbe dottori che dal pulpito metteano in avviso contro codesti «novatori, gente perduta che cadeano nelle chimere», ed esortavano ad evitare il loro commercio, «pernicioso per lo spirito e per la fede». Saverien, Dictionnaire des mathématiques, tom. I.
Non è inutile ricordare che del Bellarmino stesso l'opera De romano pontifice fu messa all'Indice, poi levatane. La Chiesa non considerò mai come infallibili i decreti delle Congregazioni.
Les fondateurs de l'astronomie; par Joseph Bertrand.
La lettera di Galileo al padre Ranieri, dove racconta per disteso il suo processo, e che dal Tiraboschi fu data come autentica, era stata inventata dal duca Gaetano per prendersi gabbo di esso Tiraboschi. Quando Roma fu invasa dai Francesi, nel 1809, nulla fu più pressante agli spogliatori che di metter la mano sul processo di Galileo. Fu portato a Parigi, e quando nel 1814 Pio VII recuperò gli archivj delle sacre Congregazioni, questo non fu reso, dicendo era bruciato, poi che era smarrito in quell'oceano di carte. Solo Gregorio XVI potè riaverlo; e Pio IX lo consegnò a monsignor Marini che tanto erasi adoprato al suo ricupero; indi reduce da Gaeta, nel 1850 lo donò agli Archivj Vaticani, e fu poi pubblicato da esso monsignor Marini col titolo Galileo e l'Inquisizione (Roma 1850): dov'è compreso anche il processo del 1615.
Della tortura si trova bensì cenno nel processo. Et ei dicto quod dicat veritatem, alias devenietur ad torturam, respondit... Io non tengo nè ho tenuto questa opinione del Copernico dopo che mi fu intimato con precetto ch'io dovessi lasciarla. Del resto son qui nelle loro mani, facciano quello che lor piace.
Et cum nihil aliud posset haberi, remissus fuit ad locum suum.
Ciò prova talmente non essergli stata inflitta, che lo stesso Arduini conchiude: «Dunque Galileo ebbe la tortura morale, la più dolorosa delle torture, quella ove egli è tanto grande ai nostri occhi; e chi gliela inflisse riman condannato per sempre».
Oltre i conosciuti, apparvero, nel 1865 e 66, eccellenti articoli di Adolfo Valson nella Revue d'économie chrétienne sul movimento scientifico e intellettuale nel secolo XVII; e nella Revue des sciences ecclesiastiques altri dell'abate Bonix, il quale mostra che il decreto del Sant'Uffizio non ottenne mai le formalità necessarie per trasformarla in atto pontificale.
Nel Dublin Review viene esaminata la condanna di Galileo in relazione alle Congregazioni Romane, e l'autore prova che la decisione fu resa in parte come decreto disciplinare, in parte come dottrinale d'una congregazione, il che non porta mai l'infallibilità: il papa non ha proferito. Del resto l'autore sostiene che la Congregazione non fallò, giacchè l'ipotesi di Galileo era inverisimile, secondo le cognizioni d'allora, e poichè pareva intaccare i testi scritturali, era prudente e quasi necessario non abbandonare il senso tradizionale di questi per una teoria poco provata. L'importanza stava nel serbare il principio della interpretazione del testo sacro, ben più prezioso che non la verità scientifica. E la Chiesa, che non s'arrogò men di definire le verità fisiche, non fece che vegliar all'esattezze delle interpretazioni teologiche presentate da Galileo.
— Forma di sentenza e abjurazione contra un eretico formale non relasso e penitente.
Noi frà N., Inquisitore ecc. ecc.
Noi N., Vicario ecc.
Essendo che tu N. N. fosti denunziato in questo Sant'Officio di N.
Che ti fossi dato a comporre alcuni libri sopra la sacra scrittura, e specialmente sopra la divina Apocalissi, quali si pretendeva fossero molti empj e cattivi; e ripreso non avessi voluto desistere da così diabolica, operazione:
Che avessi ereticalmente trattato della materia del digiuno ecclesiastico; e, essendoti per difesa della santa fede cattolica argomentato contra, avessi allegata l'autorità degli eretici, che di ciò hanno scritto sinistramente, e per ischerno:
Che avessi detto, la Chiesa da cinquecento anni in qua esser corrotta, mostrando di non credere l'autorità del sommo pontefice, e della santa Chiesa cattolica e apostolica romana, con dire che credevi in Cristo e nelle Scritture, e che niuno poteva astringerti a creder quello che crede la suddetta santa Chiesa romana:
Che essendoti da persona pia e zelante, con vivi argomenti dimostrato che la detta santa Chiesa cattolica romana è la vera Chiesa, avessi parlato in contrario, approvando l'empie e sacrileghe sètte di Giovanni Us, di Martino Lutero e di Calvino:
Che avessi detto d'aver fatto venir di fuori una gran quantità di libri per notabil somma di denari, dando, col tuo modo di dire, ad intendere che fossero libri cattivi ed ereticali:
Fosti perciò d'ordine nostro carcerato in questo Santo Officio, e fattati la perquisizione de' libri e scritture, furono appresso di te ritrovati molti e molti libri eretici di Calvino e Calvinisti, e anco Luterani, stampati, con un libro scritto a mano, appunto sopra la divina Apocalissi, e altri fogli e quinternetti contenenti atrocissime eresie e orrendissime bestemmie contro la santa fede cattolica.
E successivamente furono contro di te pigliate altre informazioni, per le quali rimanesti di più indiciato,
Che avessi detto ad alcune persone, quali recitavano l'officio della Beatissima Vergine, non sapendo esse il latino, che non giova il dirlo, mentre non intendevano quello che leggevano; adducendo sopra ciò alcuni, benchè inetti esempj, e quella volgata autorità, legere et non intelligere, negligere est:
Che avessi dissuaso il frequentare la confessione sacramentale, con dire che bastava confessarsi una volta sola, e non peccare mai più; e che il confessarsi spesso, e poi tornar a peccare, era un burlare Dio:
Che avessi detto che il digiuno solito osservarsi dai Cattolici non è altrimenti comandato da Dio, ma che è cosa della Chiesa, e che nostro signor Iddio non guarda se si mangia un poco più o un poco meno:
Che, ragionandosi della divozione de' santi del cielo, e delle orazioni che si debbono loro fare, avessi detto che, quando facciamo orazione, dobbiamo pregare Dio e non i santi:
Che avessi detto che, se tu avessi comprata una certa villa, forse avresti ordinato d'essere sepolto in detta villa, come facevano gli antichi, aggiungendo altre parole per le quali mostravi di credere sinistramente intorno alla sepoltura ecclesiastica:
Che avessi biasimato l'andar spesso ad ascoltar la messa, con dire ad una persona, la quale ciò piamente faceva, che vanno a messa quelli che hanno buon tempo, e che detta persona doveva aver buon tempo:
Che avessi detto che la Chiesa fa delle cose assai, e che li frati e preti vanno sempre assottigliando, e fanno per guadagnare e tirare a loro:
Che avessi parimenti biasimato l'andar co' piedi scalzi a visitar la chiesa d'un tal santo del paradiso, con dire che la misericordia di Dio è quella che ci può salvare, non certe cose pinzocchere; aggiungendo molte altre parole con le quali mostravi di credere sinistramente intorno alla venerazione e invocazione de' santi:
Che avessi più volte, senza alcun legittimo impedimento, e con pericolo di grave scandalo tralasciato d'andar a sentir messa ne' giorni di festa, scusandoti con dire che non eri vestito come volevi.
Sopra le quali cose avanti di noi più volte col tuo giuramento esaminato, avendo già riconosciuto in giudicio tutti i libri eretici e perniciosi trovati appresso di te, col libro e fogli scritti a mano, dopo molte scuse, negazioni e tergiversazioni confessasti d'aver creduto tutti gli errori ed eresie da te espresse in detto libro e fogli scritti di tua mano, e altre eresie contenute ne' suddetti libri eretici di Calvino, Calvinisti e Luterani. Ed in particolare,
Che l'empia e diabolica sètta calvinista sia la vera Chiesa di Cristo dallo Spirito Santo figurata nella sacra Apocalissi per quella donna che apparve in cielo vestita di sole e coronata di stelle, e che in detta perversa e sacrilega sètta si trovi la vera dottrina evangelica e la salute eterna:
Che la sacrosanta, cattolica e apostolica romana Chiesa sia la sinagoga di Satanasso, e la meretrice babilonica, madre di fornicazioni e abominazioni, e Sodoma spiritualmente, quanto alla dottrina che tiene e insegna:
Che la suddetta santa Chiesa romana non sia dotata dell'autorità delle chiavi, non creda che si trovi Iddio non sappia, che cosa sia spirito d'intelligenza, non abbia inteso bene le parole di Cristo circa l'autorità concessagli, nè ammetta dispute nè ragioni; ma col ferro distrugga i suoi nemici a torto e crudelmente, e perseguitati empiamente i martiri del Signore, intendendo per martiri gli empj e scellerati eretici, giustamente da lei fatti morire per conto di religione, e appunto come meretrice spogli altrui delle facoltà, e riduca li principi e il mondo in misera servitù:
Che il sacrosanto Concilio di Trento rappresentante la santa Chiesa romana, per aver egli proibito i libri d'autori eretici, sia il dragone descritto nella detta sacra Apocalissi, che con la coda tirava a terra la terza parte delle stelle; e che i Padri congregati in detto Concilio per lo spazio di ventidue anni non abbino fatto altro che offendere la Divina Maestà, e che il detto santo Concilio a guisa del suddetto dragone abbia proferito bestemmie contro Dio e contro Cristo, e ingannata la Chiesa, come il dragone ingannò Eva nell'orto:
Che li suddetti empj e scellerati eretici siano stati istrumenti della fede, a Dio grati e profetati, e dallo Spirito Santo onorevolmente figurati in più luoghi della divina scrittura da te espressi distintamente nel processo:
Che Iddio abbia ripudiata la santa Chiesa romana come meretrice, e datala in concubina a Satanasso, condannando l'uno e l'altro al fuoco eterno:
Che tutti quelli che seguitano la dottrina della Chiesa romana siano veramente eretici.
Che niun cristiano possa essere astretto dalla Chiesa romana a creder quello che detta Chiesa romana crede e insegna:
Che la Chiesa sia corrotta, e che però l'orazione, la quale Cristo disse aver fatta per Pietro apostolo che non venisse meno la sua fede, sia adempita in Calvino, Lutero e altri eretici; li quali pareva a te avessero per mezzo della loro dottrina superata e gittata a terra la Chiesa romana:
Che sia bestemmia orrenda il dire che la sacra scrittura prenda autorità dalla Chiesa:
Che il papa non sia capo della Chiesa, ma anticristo, rettor di tenebre, e capo del diavolo, anzi il diavolo istesso, e non li convengano in modo alcuno i titoli di santissimo e beatissimo:
Che i romani pontefici distruggano quello che Iddio ha fatto, e voltino la grazia in servitù, e la cristiana libertà in perdizione, e leghino gli uomini non solo nel corpo, ma anco nell'anima, e sottopongano il cielo alla terra, e facciano peggio che il diavolo:
Che, se fosse vera la dottrina del romano pontefice in materia di religione, la passione e morte di Cristo sarebbe stata più dannosa del peccato di Adamo: e che esso romano pontefice con la sua dottrina cagioni che qualsivoglia legge, ancorchè stolta e pazza, in paragone della legge cristiana paja sapienza:
Che i Cattolici, e particolarmente i papi, nel far morire gli eretici siano peggiori del diavolo, successori di Cain, imitatori di Giuda traditore e di Pietro negante, Giudaici venditori del sangue giusto, e persecutori della parola di Dio:
Che il papa sia imitatore contrario di Cristo nel negozio della sacra messa:
Che sia atto d'idolatria il riverire il papa e i cardinali:
Che i Cattolici della sacrosanta Chiesa romana siano anticristiani.
Che i sacramenti della Chiesa di Cristo siano solamente due, cioè il Battesimo e la Cena, e non contengano nè conferiscano la grazia; ma siano solamente segni di essa:
Che nel santissimo sacramento dell'eucaristia non si contenga altrimenti il vero corpo e sangue di nostro signor Gesù Cristo, ma che detto sacramento sia solamente un segno del corpo e sangue di Cristo, e una memoria della sua passione e morte; e che in questa forma sia stato instituito da Cristo; e che ciò avevi creduto per un tempo, e dopo, mutato proposito, avevi tenuto
Che in detto santissimo sacramento, fuori dell'atto del riceverlo, non vi sia altrimenti il corpo e il sangue di nostro Signore, e perciò sia atto d'idolatria l'adorarlo e portarlo in processione:
Che proferite le parole della consacrazione resti anco la sostanza del pane e la sostanza del vino con la sostanza del corpo e del sangue di Nostro Signore:
Che la Chiesa romana abbia errato nell'articolo della transustanziazione:
Che nell'ostia consacrata si trovi solamente il corpo senza il sangue, e nel calice consacrato solamente il sangue senza il corpo di Cristo:
Che sia necessario alla salute nostra che tutti ricevino il detto sacramento sotto l'una e l'altra specie:
Che la sacra messa non sia vero, proprio e propiziatorio sacrificio instituito da Cristo nella Chiesa, e che non giovi niente, anzi sia un incantesimo, e uno spirito d'abominazione, e non debba celebrarsi con vesti d'oro; e che i riti e cerimonie, quali usa la Chiesa nel celebrarla, siano soverchie, e che non sia ben fatto celebrarla in onor de' santi:
Che i santi in cielo non veggano le cose nostre, e che perciò sia cosa vana e soverchia l'invocarli:
Che il culto delle sacre immagini sia specie d'idolatria, e che però esse sacre immagini non debbano venerarsi:
Che dopo questa vita presente non vi sia purgatorio, ma solamente il paradiso e l'inferno:
Che la confessione sacramentale di tutti i peccati mortali avanti al sacerdote non sia necessaria:
Che rimessa la colpa, venga anco rimessa tutta la pena, e che perciò la soddisfazione per li peccati sia vana:
Che i penitenti vengano a soddisfare per i suoi peccati solamente per la confidenza che hanno nella passione e morte di Cristo:
Che le nostre soddisfazioni oscurino e diminuiscano il merito della passione di Cristo:
Che la vera penitenza sia il non peccar più:
Che i sacerdoti non abbiano autorità di rimettere i peccati:
Che gli ordini o instituti monastici siano cattivi, e in essi non si trovi salute: e che li preti e frati eziandio quanto allo stato che professano siano peggiori de' Turchi; e che s'inganni colui che si fa frate per salvarsi:
Che l'officio della santa Inquisizione sia cattivo, e instituito per distruggere il Verbo eterno:
Che tutte le tradizioni, le quali tiene e crede la santa Madre Chiesa romana, non si debbano credere, ma solamente quello che si contiene espressamente nella scrittura sacra:
Che tutte le cerimonie e riti che usa la detta santa Chiesa romana nell'amministrare i santi sacramenti, e in tutte l'altre occorrenze ecclesiastiche siano scioccherie da fanciulli:
Che l'opre buone non siano meritorie nella vita eterna;
Che la sola fede basti a giustificarci:
Che sia lecito a ciascuno il tenere e leggere la sacra scrittura in lingua volgare; e ciò non si possa proibire senza carico di coscienza; e che tal proibizione sia contra Dio e la sua deità:
Che le indulgenze nella Chiesa di Dio siano nulle; e in particolare, che i giubilei, le stazioni, gli anni santi, le medaglie, le corone e i grani benedetti siano cose di gioco, e vane:
Che i vescovi creati dal pontefice romano non siano veri e legittimi vescovi, ma una finzione umana:
Che lo stato conjugale sia megliore di quello de' continenti e vedovi;
Che tutte le censure ecclesiastiche siano vane:
Che il digiuno solito osservarsi nella Chiesa cattolica non sia cosa comandata da Dio, nè vi sia obbligo alcuno di osservarlo ne' modi e tempi ordinati dalla suddetta santa Chiesa romana:
Che l'uomo per il peccato di Adamo abbia perso il libero arbitrio, e che tutta la nostra giustificazione venga da Dio senza alcuna nostra operazione: e qualunque opera buona che noi facciamo venga solamente da virtù divina, senza alcun concorso del libero nostro arbitrio; e che l'uomo pecchi necessariamente:
Che sia lecito a' religiosi, sacerdoti e chierici costituiti negli ordini sacri prender moglie a suo volere:
Che i matrimonj occulti siano validi, ancorchè non vi siano testimonj nè il parroco, come comanda il sacro Concilio di Trento, e che in ciò basti il giuramento delle parti:
Che ogni luogo sia buono per sepellirvi i morti, e che non giovi niente, anzi sia mala cosa sepellirli in Chiesa e in altro luogo sacro, e fare le altre cerimonie solite farsi dai Cattolici:
Che i pellegrinaggi ai luoghi santi, il far i voti e adempirli, gli ornamenti delle chiese e degli altari, la venerazione delle reliquie de' santi, l'osservanza delle feste fuorchè delle domeniche, Natale, Pasqua, Ascensione e Pentecoste, siano cose erronee, e da non farne conto:
Che i miracoli fatti dai santi del Signore nella Chiesa cattolica e apostolica romana siano invenzioni umane, e alle volte anco diaboliche:
Che i sacri dottori scolastici della suddetta Chiesa romana siano stati falsi dottori, e piuttosto umani che evangelici, e anzi filosofi che imitatori di Cristo, e che in materia di religione abbiano scritto per compiacere al loro capo, cioè al papa:
Che il recitare l'officio della sacratissima Vergine Maria madre di Dio, e nostra signora, e altre orazioni latinamente, se non s'intende quello si dice non giovi:
Che alla custodia di ciascun uomo e donna, infino dalla natività, non sia deputato da Dio un angelo, ma che un solo venga posto alla custodia d'una provincia; e che il credere che ognuno abbia un angelo custode sia un imitar l'idolatria degli antichi pagani.
Oltre a ciò confessasti che con animo e mente ereticale avevi ne' suddetti tuoi scritti asserito la maggior parte delle suddette eresie, e sforzatoti, come in detti scritti chiaramente si vede, di confermarle e corroborarle con autorità e figure della sacra scrittura, e specialmente della divina Apocalissi, con mescolarvi esecrande bestemmie, acerbissime ingiurie, asprissime e per avventura non mai più sentite calunnie contra la santa fede cattolica. E che molti anni sono ti furono lasciati i suddetti libri eretici rinchiusi dentro una cassetta da una persona oltramontana, con dirti che erano scritture de' suoi conti; e che venutoti voglia di vedere cosa ciò fosse, avevi aperta la suddetta cassetta, e visto ch'erano libri eretici gli avevi letti con gusto e aderito ai loro errori, e poscia datoti a scrivere contro la suddetta santa fede cattolica; e che eri perseverato nelle eresie sino a dieci giorni dopo la tua carcerazione nel Sant'Officio: negando d'aver imparato da altri le suddette eresie, nè insegnatele ex professo ad alcuna persona, nè meno aver in esse alcun complice nella città, ovvero luogo di N. nè altrove, e dicendo d'esser pentito, d'aver tenuto e creduto le suddette eresie ed errori, e di credere al presente tutto quello che tiene e crede la detta santa cattolica e apostolica romana Chiesa:
E avendo noi data piena informazione di questa tua causa e de' meriti di essa alla sacra Congregazione della santa e universale Inquisizione romana, d'ordine espresso della santità del N. S. per aver da te l'intera verità, dopo averti assegnato il termine a far le tue difese, nel quale niuna cosa adducesti a tua discolpa, ti esponessimo, senza però alcun pregiudizio delle cose da te confessate, e contro di te dedotte nel processo al rigoroso e anco repetito esamine, dal quale non essendo risultata alcun'altra cosa di nuovo, similmente d'ordine espresso di sua beatitudine siamo venuti contro di te all'infrascritta diffinitiva sentenza.
Invocato il santissimo nome di nostro signore Gesù Cristo, della gloriosissima madre sempre vergine Maria, e di san Pietro martire nostro protettore, avendo avanti di noi li sacrosanti evangelj, acciò dal volto di Dio proceda il nostro giudicio, e gli occhi nostri veggano l'equità; — nella causa e cause vertenti tra il signor N. fiscale di questo Sant'Officio da una parte e te N. suddetto, reo, indiciato, processato, convinto e confesso, come di sopra dall'altra parte; — per questa nostra diffinitiva sentenza, qual, sedendo pro tribunali, proferiamo in questi scritti, in questo luogo ed ora da noi eletti; — diciamo, pronunziamo, sentenziamo e dichiariamo che tu N. suddetto, per le cose da te confessate e contro di te provate, come di sopra, sei stato eretico, e conseguentemente sei incorso in tutte le censure e pene che sono dai sacri canoni e altre costituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Ma perchè hai detto d'esser pentito de' suddetti tuoi errori ed eresie, e di credere al presente, e voler credere fino alla morte tutto quello che tiene e crede la detta santa madre Chiesa cattolica e apostolica romana, e del tuo grave eccesso dimandato misericordia e perdono, saremo contenti assolverti dalla scomunica maggiore, nella quale per le suddette eresie ed errori sei incorso, e riceverti nel grembo della detta santa Madre Chiesa, purchè prima con cuor sincero e fede non finta, vestito dell'abito di penitenza, ornato del segno della santa croce quale dovrai portare per l'avvenire sopra gli altri tuoi vestimenti, abjuri, maledici e detesti pubblicamente, avanti di noi, li suddetti errori, eresie e sètte, e generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e sètta che contraddica alla detta santa Madre Chiesa cattolica, come per questa nostra diffinitiva sentenza ti comandiamo che facci nel modo e forma che da noi ti sarà data.
E acciocchè questi tuoi gravi errori non ti restino senza il dovuto castigo, e sii più cauto nell'avvenire ed esempio agli altri che si astengano da simili eccessi.
Ti condanniamo a tutte le pene degli eretici, contenute ed espresse ne' suddetti sacri canoni e costituzioni pontificie, e a dover perpetuamente, senza alcuna speranza di grazia, esser immurato nel Sant'Officio, dove abbi a piangere la grave offesa da te fatta al sommo creatore Iddio e all'unico redentor nostro Gesù Cristo e alla diletta sua sposa detta, santa, cattolica e apostolica romana Chiesa, madre e maestra di tutte le altre Chiese, fuori del cui grembo non può alcuno trovare la vera e sempiterna salute, e al santissimo pontefice romano sommo e supremo capo e sposo visibile di lei.
Ordinando che a maggior detestazione delle suddette tue empietà ed edificazione di tutti i Cattolici, i libri e scritti eretici da te tenuti siano abbruciati in pubblico.
E acciocchè dal benignissimo e clementissimo Dio Padre delle misericordie ottenghi più facilmente la remissione e il perdono de' suddetti tuoi errori ed eresie, per penitenze salutari t'imponiamo,
Che per tutto il rimanente della vita tua digiuni ogni primo venerdì di ciascun mese semplicemente, e tutti i venerdì di marzo, e anco il venerdì santo, in pane ed acqua:
Che per il detto tempo reciti una volta la settimana i sette salmi penitenziali, con le litanie e preci seguenti, e appresso la corona della beatissima sempre vergine Maria, e ogni domenica cinque volte il Pater noster e l'Ave Maria, e una volta il Credo, inginocchiato avanti qualche sacra immagine. E finalmente
Che durante la vita tua, come di sopra, confessi sacramentalmente quattro volte l'anno i tuoi peccati al sacerdote che da noi ti sarà deputato, e di sua licenza ti comunichi nelle quattro principali solennità, cioè nella Natività e Resurrezione di nostro signore Gesù Cristo, della sacra Pentecoste e di tutti li Santi,
Riservando alla detta sacra Congregazione del Sant'Officio di Roma l'autorità di mitigare e rimettere, o condonare in tutto o in parte le dette pene e penitenze.
E così diciamo, pronunziamo, sentenziamo, dichiariamo, condanniamo, ordiniamo, penitenziamo e riferiamo in questo e ogni altro miglior modo e forma che di ragione potemo e dovemo. —
Nella Revue des questions historiques, v livraison, dopo il mio lavoro fu pubblicato un articolo notevolissimo del signor Enrico de l'Epinois sopra Galileo, dove si valse di tutti gli autori antecedenti, e del processo originale comunicatogli a Roma. Arriva alle medesime conclusioni nostre per altra via; il che tanto più le conferma. «Il decreto dichiarò falsam una dottrina astronomica, che in fatto non lo era: la dichiarò contraria alla Scrittura, e non l'era: s'è dunque ingannato; tutti il concedono, ma lo stato delle cognizioni d'allora non permetteva d'ammettere la nuova teoria del movimento della terra, che non fu mai discussa avanti al tribunale come dottrina scientifica, bensì come contraria al senso tradizionale delle sacre scritture. Per ciò al principio del XVII secolo il tribunale la condanna: nel secolo XIX il tribunale stesso l'adotterebbe, senza perciò modificare i principj sui quali appoggiavasi la sentenza. Fra le due epoche è cangiato non un principio teologico, ma un fatto scientifico, cioè che la teoria di Copernico oggi non è un'improbabilità scientifica, ma una verità constatata dalla scienza. Il decreto del 1616 fu un semplice provedimento di prudenza, perchè non ne soffrisse la verità cattolica: ne in perniciem catholicæ veritatis serpat. Questo è il motivo: e a tal riguardo è notevole la differenza fra le espressioni de' consultori e quelle del decreto della Congregazione. I consultori decretano insensata, assurda, eretica quell'opinione: la Congregazione ommette tutti quegli epiteti, e si limita a dichiararla falsa e contraria alla Scrittura. Nella stessa censura de' consultori, la prima opinione è condannata senza riserva; la seconda, cioè l'immobilità del sole, è detta solo erronea. Dunque anche dal lato scientifico il tribunale è men colpevole che non si dica. Secondo Galileo, il sole non aveva alcun movimento locale: oggi è dimostrato il contrario: e l'immobilità del sole è proposizione assurda in cosmografia. Che conchiuderne, se non che la dottrina del moto della terra era ben lontana dall'essere scientificamente stabilita? e come rimproverare, non ad una commissione scientifica, ma ad un tribunale ecclesiastico, di non averla immediatamente adottata, modificando l'interpretazione secolare d'un testo della sacra scrittura?» (pag. 100)
Ivi sono moltiplicate le prove del rispetto e della benevolenza de' Romani e dei papi verso Galileo, e dell'assurdità della tortura inflittagli, sulla quale l'ostilissimo Libri non sa addurre altra prova se non che «essa era talmente abituale, che non si prese neppure la fatica d'accennarla». Il qual Libri adduce pure che i manuscritti di Galileo furono saccheggiati e dispersi dai famigli del Sant'Offizio, e la più parte perì, e che poco mancò non si gettasse in una fogna il cadavere di lui. È noto che il granduca Leopoldo II fe fare l'edizione delle opere di Galileo, i cui manuscritti conservava nella preziosissima sua Biblioteca Palatina.
Dall'esame del processo stesso risulta che fu una precauzione per lo meno inutile quella di monsignor Marini di non pubblicarlo integralmente. Ivi sono testualmente queste parole di Galileo: «Per maggior conformazione del non aver nè tenuta nè tener per vera la dannata opinion mia della mobilità della terra e stabilità del sole, se mi sarà conceduta, sì come io desidero, abilità e tempo di poterne fare più chiara dimostrazione, io sono accinto a farla; e l'occasione v'è opportunissima, attesochè nel libro già pubblicato sono concordi gl'interlocutori di doversi, dopo certo tempo, trovar ancor insieme per discorrere sopra diversi problemi naturali separati, della materia nei loro congressi trattata. Con tale occasione dunque dovendo io soggiungere una o due altre giornate, prometto di ripigliar gli argomenti già recati a favore della detta opinione, falsa o dannata, e confutarli in quel più efficace modo che da Dio benedetto mi verrà somministrato».
E altrove: «Già molto tempo avanti la determinazione della sacra Congregazione dell'Indice, e prima che mi fosse fatto quel precetto, io stavo indifferente, ed avevo le due opinioni di Tolomeo e di Copernico per disputabili, perchè e l'una e l'altra poteva esser vera in natura. Ma dopo la determinazione sopradetta, assicurato della prudenza de' superiori, cessò in me ogni ambiguità, e tenni, siccome tengo ancora, per verissima ed indubitata l'opinione di Tolomeo, cioè la stabilità della terra e la mobilità del sole».
Qui soggiungerò che sta nell'Archivio di Firenze una cronaca del Settimanni, dove quasi giorno per giorno son notati gli avvenimenti. Il cronista è avversissimo agli ecclesiastici: pure non fa cenno di brutali trattamenti a Galileo. Scrive: «A dì X febbrajo 1632 (stile toscano) giovedì giunse in Roma G. Galilei, celebre astronomo fiorentino, chiamato dalla Congregazione del Sant'Uffizio, e fu arrestato nel palazzo del serenissimo granduca, situato alla Trinità de' Monti, dove abitava l'ambasciadore fiorentino. — Dicembre 1633. Il dottissimo matematico G. Galilei, dopo essere stato circa mesi 5 a disposizione del Sant'Uffizio di Roma, arrestato nel palazzo dell'ambasciadore fiorentino, ed aver abjurato l'opinione di Copernico circa il sistema del mondo, e di poi per ordine del medesimo Sant'Uffizio essere stato circa altri mesi cinque insieme nell'abitazione di monsignor arcivescovo Piccolomini, essendogli stata data libertà di star in campagna, ritirossi alla sua villa di Bellosguardo».
Nel carteggio de' cardinali, in esso Archivio, filza LXXXII, sono lettere del cardinale Federico Borromeo e del cardinale Orsino, che promettono al granduca ogni appoggio al Galilei quando era citato a Roma.
Quelle aménité! Ce mond social est si délicat! Le pape punit à regret; le grandduc voudrait sauver le philosophe: Niccolini s'y emploie: Bali Cioli le porte dans son cœur. Partout convenence, bonne grâce, révérences attendries, obéissance acceptée: une régularité accomplie. De justice et d'équité pas un mot. On ne le jette pas en prison, ce qui serait trop féroce. Son agréable ennemi Firenzuola vient le voir, lui sourit, l'interroge, le plaint, l'allaite d'espérances... Les dernières annèes du grand astronome se passérent dans cette ville solitaire. Aucun geólier ne le surveillat, et cette pénitence enfantine aigrissait l'ennuie de la retraite, jointe à de vives souffrances physiques. Le sentiment de sa faiblesse intime, de ses détours inutiles ét de ses inutiles concessions devait y ajouter bien de l'amertume; et le peu du fruit qu'il recueillait de sa longue humilité, devait le lui faire regretter cruellement... Tout savant qui voulait plaire et arriver aux honneurs le couvrait d'injures dans un gros livre dedié aux puissances: on disait et on imprimait tout ce qu'on voulait contre lui: lui ne pouvait rien imprimer ni rien répondre à qui que ce fût... Les Grassi, les Caccini, les Firenzuola se frottaient les mains en achevant cet assassinat à coups d'épingles et à coups de matelas. O personnes dislingués! o mœurs adoucies! ce que vous avez de pire c'est que vous avilissez et dégradez vos victimes... Mais, grand homme, pourquoi vous laissez-vous dégrader? On peut comparer ces doux assassinat qui a duré huit ans, et n'a fini qu'avec sa vie, au meurtre du malheureux Prina, dont les bourgeois d'une autre ville italienne se defirent en 1814 à coups de parapluie lentement, doucement, hommes civilisés qui détestaient ce bruit, opéraient comme les envieux de Galilée, avec componction, sagesse et convenence.
Il protestante Federico De Rougemont (L'homme et le singe, ou le matérialisme moderne. Neuchatel 1865) esclama: On nous parle beaucoup d'un Galilée emprisonné il y a plusieurs siècles par l'Inquisition romaine, et l'on oublie que, l'autre jour, pour ainsi dire, les republicains de 1793 interdisaient à 25 milions de Français le culte de la religion chrétienne.
Or come il Libri s'ingannò o perchè ingannò?
Il Cavalieri era frate gesuato, e il Libri lo scambiò per padre gesuita: inde iræ.
Il marchese Francesco Nerli, ambasciadore del duca di Mantova a Roma, scriveva al duca:
«Languivano le antiche glorie nella Corte di Roma, non senza discapito della nostra santa religione negli ultimi periodi del vivere d'Innocenzo X, avendo non solo la più infetta Germania e le rabbiose lingue di tutti gli eretici, ma le bocche profane d'empj cristiani, vomitato ignominiosi improperj contro la sacrosanta maestà papale: o che li ministri del defunto pontefice, o che l'avara natura dei più cospicui nella Casa Pamfilia, fosse bastevol materia ad eccitar da ogni parte contumaci clamori. Con queste obbrobriose memorie caduto infermo per alcuni mesi, l'odiato pontefice terminò con l'idropica sete di respirare l'aure vitali».
Guerra a Cesare muove e propon pace, Pronto sempre egualmente a pace e guerra Quel ch'è sì glorioso in guerra e in pace, Arbitro della pace e della guerra. Guerra, dic'egli, io porto, e porto pace, Ciò che vuol scelga il mondo, o pace o guerra: Giust'è la guerra a dir non vuol la pace, Bell'è la pace a dir non vuol la guerra. Fin di mia guerra è il non voler la guerra: Voler la guerra è il fin dell'altrui pace, O facciam pace in pace o guerra in guerra. Che gran re! che gran guerra! e che gran pace! Manda la pace a principiar la guerra, Manda la guerra ad esibir la pace.
346.
Et tout le partit Protestant Du Saint-Père en vain très-content. Le chevalier de Sillery En parlant de ce pape-cy Souhaitait pour la paix publique Qu'il se fast rendu catholique. La Fontaine, Œuvres postumes, p. 171.
Ministro. Sebben l'esser nostro è infinitamente lontano dall'esser di Dio, non può darsi che l'uomo non sia. Anzi è cosa sì chiara, che più nota non può trovarsi, e mostra d'esser in tutto privo di giudizio chi non crede essere. Però ti prego, illuminato mio, che tu mi dica s'egli ti par essere o no.
Illuminato. Mi par essere: ma per questo non so certo che io sia: imperocchè in parermi d'essere, forse m'inganno.
Ministro. È impossibile che a chi non è gli paja d'essere: però, poi ch'ei ti par essere, bisogna dire che tu sia.
Illuminato. Così è vero.
Chiaretta, Sull'Eucaristia.
Ciaffoni, Apologia della morale de' Santi Padri.
Bozi, La Tebaide sacra.
Gambacorta, Le immunità ecclesiastiche.
Giovanni Garrido, Sui Benefizj.
Romolo Cortaguerra, L'uomo, il papa, il re.
Grillenzoni Giovanni, De l'ansietà dell'anima.
Scipione Calandrini, Origine delle eresie.
Feliciano Oliva, La giurisdizione ecclesiastica.
Bonini di Chiavari, L'ateista convinto.
Carlo Cala, Il contrabando de' preti.
Sul Borro altre notizie si hanno nell'Archivio di Firenze, Strozziane, filza CCXLIV; e filza LXXIX del tomo XI Segretaria Vecchia, coll'abjura di esso.
Le visioni del beato Amedeo, grosso volume di ducenquindici carte che si conserva manuscritto nella stessa Magliabecchiana, asserisce che gli errori saranno vinti da coloro che aderiranno al sommo pastore, quorum potior pars reperietur in urbe Florentina, tamquam capite religionis, non auctoritate qua Roma potestatis caput est, sed adhesione. Nulla nam civitas ita rebus Christi adherebit sicut illa. Conservabitur et illa de qua tibi alias dixi pro liberatione ab alienis totius Italiæ.
Molti de' libri proibiti allora riguardano la mistica. Tale il Tesoro mistico scoperto all'anima desiderosa d'orazione continua... dato in luce da un sacerdote genovese (proibito il 1605). — Passi dell'anima per il cammino di pura fede, di Giovanni Paolo Rocchi (proibito il 1687). — Petrucci Pier Matteo, Lettere e trattati spirituali e mistici. — I mistici enigmi disvelati. — La contemplazione mistica acquistata. — Il nulla delle creature, il tutto di Dio (condannati il 1686). — Alfabeto litterale, fantasmatico, mistico, acquisito, contemplativo, col quale resta formata risposta circolare ad una religiosa pusillanime nel dibattimento della contemplazione mistica acquisita (proibito il 1687).
Lotto spirituale per le povere anime del purgatorio (proibito il 1703).
Dialogo della bellezza, e arte di ben servirsi delle finestre dell'anima (proibito il 1732).
Di Michele Cicogna, molti libri di devozione, come, Ambrosia Celeste, o soave cibo dell'anima contemplativa. — Fontana del divino amore. — Cristo Gesù appassionato. — Fiamme d'amor divino dell'anima desiderosa di far il bene.
Di Falconi Giovanni, Alfabeto per saper leggere in Cristo. — Lettera ad una figliuola spirituale, nella quale s'insegna il più puro e perfetto spirito dell'orazione.
Alla Magliabecchiana stessa esiste di Celso Cittadini l'Esposizione del pater noster, offerta a don Cosmo de' Medici il 1602, la prima volta che andava a Siena (Manuscritti, Classe XXXV, n. 19). Nella prefazione dice aver già esposto l'Ave Maria e la canzone del Petrarca alla Vergine, dedicandola alla granduchessa.
Ivi pure trovo cenno d'una solennissima missione, che nel 1714 fece il padre Segneri (juniore) sulla piazza di Santa Croce; il quale fu ricevuto colle accoglienze che altri secoli serbano ai principi o ai ciarlatani; e alle sue prediche assistevano gran popolo, la miglior nobiltà e il granduca.
Anche A. W. Dieckhoff (Die Waldenser in Mittelalter, zwei historische Untersuchungen. Gottinga 1851) tende a provare che i varj scritti, i quali si sogliono riferire ai cominciamenti dei Valdesi, sono mera imitazione degli Ussiti. Questi scritti sarebbero: L'Anticristo, Aiço es la causa del nostro despartiment de la Glesia romana, colla data del 1120; e la Nobla Leizon, del 1100. Ad ogni modo sarebbero troppo posteriori all'età apostolica, cui taluno farebbe risalire quelle credenze: ma la buona critica non riconosce tanta antichità alla prima d'esse opere, dove è citato Agostino Trionfo, che morì nel 1328, e forse non è che traduzione di un lavoro de' Fratelli Boemi, portante il titolo stesso. La Nobla Leizon non può collocarsi che alla fine del XII secolo.
Vedi Charvaz, Ricerche storiche sulla origine dei Valdesi, e carattere delle primitive loro dottrine. Parigi 1836.
È strano che frà Paolo Sarpi, al principio della sua Storia del Concilio di Trento, dopo detto che tutto il mondo era all'obbedienza della Chiesa romana, soggiunge: «Solo in una piccola parte, cioè in quel tratto di monti che congiungono le Alpi con li Pirenei, vi erano alcune reliquie degli antichi Valdesi, ovvero Albigesi. Nelle quali però era tanta semplicità e ignoranza delle buone lettere, che non erano atti a comunicar la loro dottrina ad altre persone, oltrechè erano posti in così sinistro concetto di empietà e oscenità appresso i vicini, che non vi era pericolo che la contagione potesse passare in altri».
È alle stampe l'istruzione che la Corte di Roma dava al padre Corona il 28 luglio 1621, mandandolo alla Corte di Torino e di Francia, specialmente per indurre ad un'impresa sopra Ginevra, città che, non avendo territorio o dignità propria, nè merito guerresco o scientifico, non ha ragione d'esistere indipendente; mentre è una sentina di mali per l'Italia: e dovrebbe appartenere al duca di Savoja, salvo jure episcopatus. Il duca aveva intenzione di occuparla, ma ne l'impedì la guerra, che esaurì i suoi mezzi. Ora sarebbe propizio il momento, ma bisognerebbe far capo dell'impresa il papa, acciocchè non si accusasse l'ambizione del duca di Savoja. A questo però conviene rivolgersi prima, e se nicchiasse, andare al re di Francia; indotto il quale, certo il duca non esiterebbe. Al re bisogna mostrare quanto il papa desideri il riacquisto di Sedan, della Rochelle, di Oranges ecc., e sopratutto di Ginevra: non potersi dire ch'esso re osteggi di buona fede gli Ugonotti se poi protegge Ginevra, ch'è la loro Roma: il tempo essere a proposito, mentre Svizzeri e Grigioni sono occupati per la Valtellina: nè si può temere dell'Inghilterra o dei Bernesi: Friburgo vedrebbe volentieri la vicina Ginevra restituita ai Cattolici: tanto più l'arciduca Alberto per l'Alsazia e il Tirolo: l'imperatore godrebbe degl'incrementi d'un vicario dell'impero: i principi italiani non v'hanno interesse, e il re di Spagna si sovverrà di quanto Filippo II fece per servire a tal uopo il duca di Savoja. Anche i Bernesi vedrebbero Ginevra più volontieri nelle mani di questo che non del re di Francia, il quale potrebbero essi temere se ne valesse per metter la briglia alla Svizzera e alla Savoja.
Beza (nel Réveille-matin des Français. Introduction, p. 12), oppone a Carlo IX la tolleranza di Emanuele Filiberto. Vous pourriez imiter l'exemple de monseigneur de Savoie, tout aussi catholique que vous, et qui entretient les pasteurs et ministres de notre réligion aux dépens des trop gras révenus des trois baillages de Thonon, Gex et Ternier, où il ne souffre nullement d'être dit une seule méchante petite messe basse: étant au reste si bien obéi d'eux, qu'il n'a nuls de ses sujets desquels il se puisse mieux assurer que de ceux-ci et de ceux de val d'Angrogne, auxquels il donne presque une semblable liberté.
Pure nel 1568 l'avvocato generale della Savoja significò ai pastori protestanti il divieto di combattere o riprendere ne' loro sermoni la religione romana, attestando che l'eresia sarebbe bentosto estirpata (Clapared et Noeff, Hist. du pays de Gex). L'Ordine de' santi Maurizio e Lazzaro fu istituito o riordinato per proteggere la religione cattolica, e Gregorio XIII nel 1575 lo arricchiva de' beni ecclesiastici de' baliaggi occupati dai Protestanti, soggiungendo che «quando gli abitanti di que' paesi venissero alla luce del vero, i loro vescovi stabilirebbero bastanti parrocchie, prendendo all'uopo sui beni ceduti ai cavalieri di san Maurizio e Lazzaro una rendita di cinquanta ducati per cura».
A san Francesco di Sales re Carlalberto fece erigere una statua nella basilica vaticana, opera di Adamo Tadolini, che costò lire trentamila. Carlalberto fece istanza presso Gregorio XVI acciocchè riconoscesse il culto che da immemorabile si prestava al beato Umberto, al beato Bonifacio arcivescovo di Cantorbery, alla beata Lodovica, tutti de' conti di Savoja; aggiunti a questi la venerabile Clotilde moglie di re Carlo Emanuele IV, e il beato Amedeo IX e la beata Margherita terziaria domenicana. Se ne fece una relazione dalla sacra Congregazione de' riti, tale che Gregorio XVI esclamò: «Ma questa è una casa di santi».
Nel 1631 fu pubblicata a Ciamberì un'Apologia per la serenissima Casa di Savoja contro le scandalose invettive intitolate Première et seconde savoysienne. Toglie essa a negare che i duchi di Savoja abbiano usurpato terre alla Francia o all'Impero, nè recato gravi offese alla Chiesa, asserendo che «la santa sede e la Chiesa non hanno mai avuto figli più obbedienti dei Reali di Savoja, che i sovrani pontefici in riconoscenza del loro zelo, onorarono dei più grandi elogi».
Della costante devozione di Casa di Savoja, così movea lamento la Revue des Deux Mondes il novembre 1866: Il n'est pas de race royale plus constamment soumise. Sa devotion portée jusqu'aux minuties du cloître, lui donne un physionomie à part, où les traits de l'ascète et du moine se mêlent souvent à ceux du politique et du guerrier... Ils se font volontiers moines, évéques, cardinaux et papes. Rome les canonise; elle ne sait rien refuser à ces saints; et tandis qu'elle ne laisse aucun pouvoir étranger prendre pied sur le sol italien, elle se montre conciliante envers celui-ci, elle en vient avec lui aux accomodements et aux concordats.
Del resto è noto che, quando Enrico III, reduce o profugo dalla Polonia, passò dalla Savoja, gli si chiesero, in ricompensa d'una colezione, le città di Pinerolo e di Savigliano, ed egli la consentì al duca: il quale poco dopo, vedendo Enrico III impigliato nella guerra civile, invase il marchesato di Saluzzo, protestando glielo renderebbe, ma intanto deponendo tutti gli uffiziali di Francia, e facendo battere una medaglia con un centauro che calpesta una corona, e il motto opportune, per indicare che avea saputo cogliere il tempo. Altri luoghi della Provenza occupò dopo ucciso Enrico III, talchè Enrico IV per frenarlo occupò la Savoja, e fe battere una medaglia con un Ercole che prostrava il centauro, e col motto opportunius. Questi fatti sono ricordati nella Première et seconde savoisienne, libercoli pubblicati quando Enrico IV obbligò il duca di Savoja a cedergli il marchesato di Saluzzo. Solo Clemente VIII riuscì a calmare Enrico, che da tutti i politici, e massime dal cardinale d'Ossat, era consigliato a ritenersi la Savoja e tutto il Piemonte, per punire l'infido duca, e serbarsi aperto il passo all'Italia: ed Enrico, più generoso che prudente, restituì ogni cosa a Carlo Emanuele.
«Faccio fede, et attesto io sottoscritto Lorenzo Bernardi, podestà di Bubbiana (Bibiana) hauer il giorno, e festa di san Lorenzo hor scorso, che fu li dieci d'agosto dell'anno hora scorso, proceduto alla visita e recognitione de' cadaueri vccisi dalli ribelli Religionarj, venuti la mattina d'esso giorno nel presente luogo, et hauerne ritrouato il seguente numero tutti del presente luogo. Et primo il nob. M. Matteo Barbero, huomo di conditione, carico di otto figliuoli, d'età d'anni cinquantacinque, Maria Bonauda d'età d'anni ottanta circa, donna pouera et miserabile mendica, Andriano et Anna figliuoli del fu Marcellino Sebraro d'età d'anni, cioè detto Andriano di quattordici, e detta Anna di tredici, lauoratore di campagna, Cattarina et Maria figliuole di Giovanni Domenico Porta, d'età d'anni, cioè detta Cattarina di sedici, et detta Maria di venti, miserabili, e d'honorate qualità, Antonio Buffo servo di Gerolamo Cocho, d'età d'anni quindici circa, miserabile, Catterino e Giouannina giugali de' Borghi, d'età d'anni venti circa caduno, lauoratori di campagna, Gabrielle Alloa, d'età d'anni quaranta circa, carico di due figliuoli piccoli, lauoratore di campagna, Andrea Chiaberto, d'età d'anni venticinque, lauoratore di campagna, Giouanna Bertotta, d'età d'anni settanta circa, mendica, Giacomo Antonio figliuolo di Bartolomeo Barone, d'età d'anni quattordici, lauoratore di campagna, Madalena figliuola di Bernardo Richa e moglie di Giouanni Pietro Sebraro, gravida a punto di partorire, d'età d'anni venti, di campagna, Giouanni Francesco Smoriglio, chierico della Motta, qual faceua sua douzena in questo luogo per la scuola, d'età d'anni quindici circa, d'onorate qualità, Madalena e Lorenzo madre e figliuolo de' Veroni, d'età d'anni, cioè detta Madalena di sessanta, e detto Lorenzo di quindici circa, persone pouere e di trauaglio, che in tutto sono cadaueri diecisette, come dal detto atto di visita, et informationi di recognitione di quelli appare, de' quali mi offerisco farne fede ad ogni richiesta. In fede del che ho fatto la presente, et mi sono manualmente sottoscritto. Bubbiana, li otto genaro dell'anno mille seicento sessantaquattro.
Bernardi, podestà».
«Faccio fede io sottoscritto Lorenzo Bernardi nodaro, et podestà di Bubbiana, siccome alla venuta che hanno fatto li ribelli religionarj della valle di Luserna nel presente luogo, il giorno et festa di san Lorenzo hor scorsa, che fu li dieci d'agosto, sono entrati nelle seguenti chiese e case de' particolari, e quelle saccheggiate come segue: E primo sendo entrati nel conuento e chiesa de' RR. padri Missionarj del presente luogo hanno rotto la porta, esportato la piscide, calice, messo a pezzi l'imagine della Madonna, e tutte le paramente, cioè pianete, mantili et altre, come dalle informationi da noi tolte a pieno risulta. Più nella chiesa de' Disciplinanti del presente luogo, rotto le sedie, esportate le vesti di essi, et le paramente del sacerdote, et altare, come anche il calice e diverse altre cose come da dette informationi appare. Più hanno saccheggiato la casa del signor Pietro Moreno, come dalle informationi transmesse all'eccellentissimo signor marchese di Pianezza si vede. Più la casa del signor capitano Tommaso Barbero, la casa di Andrea Bonino, la casa di madonna Simonda Moresca vedoua, la casa di M. Andrea Buffa, la casa di Bartolomeo Castella, la casa di Francesco Bonino, la casa di Giacomo Antonio Orcello, la casa del signor luogotenente Giovanni Geraudo, la casa di Matteo Borgo, la casa di M. Francesco Falco, la casa di Marcellino Paolo, et la casa di M. Matteo Barbero, hauendo rotte le porte, e condotti via caualli, bestiami bouini, aperto i coffani, et esportate moltissime lingierie, denari et effetti, come parimente resulta dalle suddette informationi, et a noi infrascritto podestà dopo hauerli ributtati dalla mia porta, quali con colpi di massa metteuano a basso, hanno rotto le porte d'una mia cassina poco discosta dal presente luogo, e mi hanno preso vna caualla di prezzo di doppie sei, come ne consta da informatione ricevuta dal detto signor Pietro Morello nodaro et compodestà del presente luogo. In fede mi sono manualmente sottoscritto. Dat. in Bubbiana, li 13 genaro 1664.
Bernardi, podestà».
Rorengo, Memorie historiche della introdutione delle heresie.
Autentic detail of the Valdenses in Piemont and other countries, with abridged translations of L'histoire des Vaudois par Bresse, and La rentrée glorieuse d'Henri Armand; with the ancient Valdesian catechism; to which is subjoined original letters, written during a residence among the Vaudois of Piemont and Wurtemberg in 1825. Londra.
Gilly, Narrative of an excursion to the mountains of Piemont in the year 1825, and researches among the Vaudois or Waldenses protestants, inhabitants of the Cottien alpes. With maps. Ivi 1820.
Jones, the history of the Christian Church, including the very interesting acount of the Waldenses and Albigenses. 2 vol.
Lowthec's, Brief observations on the present state of the Waldenses. 1825.
Acland, A brief sketch of the history and present situation of the Vaudois. 1826.
Allix, Some remarks upon the ecclesiastical history of the ancient churches of Piedmont.
Peyrun, Notice sur l'état actuel des églises vaudoises. Parigi, 1822, li sostiene coevi del cristianesimo.
A. Muston, Hist. des Vaudois des vallées du Piémont. 1834.
L'Israel des Alpes, ou les martyrs vaudois li fa oriundi da Leone, che nel IV secolo si separò da papa Silvestro, quando questi accettò beni temporali da Costantino.
I Tomisti oltre la Grazia sufficiente, che all'uomo dà il poter fare il bene, ammettono la Grazia per sè efficace, la quale dà il farlo effettivamente: e considerano questa necessaria ad ogni opera buona, sia nello stato di natura innocente, sia di corrotta; la predeterminazione fisica ad ogni opera buona essendo indispensabile ad ogni atto della creatura, giacchè Dio è causa prima e primo motore degli atti delle volontà create.
Il padre Molina non ammette Grazia per sè efficace, giacchè questa toglierebbe la libertà dell'uomo; ma vuol che, ogni Grazia attuale provenendo da Dio, sufficientemente conferisca alla nostra volontà la forza d'operare attualmente, coll'arbitrio di valersene o no; valendosene la rende efficace; se no quella rimane inefficace.
I Congruisti ripongono l'efficacia della Grazia nella congruità delle circostanze in cui essa vien data alla persona che deve operare: poste le tali circostanze, Dio prevede che l'attrattiva della sua Grazia farà effetto sull'anima di quella persona, la quale se ne lascerà vincere e farà il bene: se no, non opererà.
Il padre Tommassino pone l'efficacia della Grazia nel concorso di molti ajuti estrinseci e intrinseci, coi quali essa circonda la volontà dell'uomo, in modo di determinarne il consenso moralmente, non fisicamente.
Gli Agostiniani dicono che, nello stato d'innocenza, la Grazia fu versatile, determinandosi dal consenso dell'uomo; ma nello stato di natura decaduta è necessaria la Grazia per sè efficace, acciocchè l'uomo possa far il bene, attesa la debolezza venuta dal peccato originale. L'efficacia della Grazia consiste nella dilettazione assolutamente vincitrice, per la quale non fisicamente, ma moralmente la volontà è determinata.
Giansenio porrebbe l'efficacia della Grazia anche nella dilettazione relativamente vincitrice; se la celeste supera la terrena, vince; no se al contrario. Ma il padre Berti sostiene che la dilettazione maggiore vince sempre, pure non necessita al consenso. Così pure il Noris.
Il Liguori mette bensì che, per operare il bene e adempiere i precetti, non basta la Grazia sufficiente, ma vi bisogna la efficace, la quale determina la volontà umana a operar il bene; e la determina le più volte per la dilettazione vincitrice, e talvolta per motivi diversi, speranza, timore ecc.; ma la Grazia sufficiente dà a ciascuno l'attività di pregare se vuole; e colla preghiera si ottiene la Grazia efficace.
Quella che mossero Colaggiù in terra Al più probabile Ingiusta guerra;
e sant'Ignazio conviene che dal probabilismo deriva l'ateismo, che con esso si rende lecito ogni atto, giusto ogni contratto.
A donna nobile Si porge un'esca Che non concedesi Alla fantesca. Con quella zucchero S'adopra e miele, Con questa assenzio E amaro fiele. Teatri e veglie E l'aer bruno Nuocer non sogliono: Nuoce il digiuno;
e recita le parole ch'e' disse morendo a' suoi, raccomandando
Dunque si solchino Le vie più pure, Le più probabili, Le più sicure. E per non perdere Il ver cammino Guidar lasciatevi Dal Sol d'Aquino.
La quistione è ben esposta in Audisio, Diplomazia ecclesiastica, pag. 35 e seg., ove pruova come le nunciature fossero un gran mezzo, 1º per fondar la società cristiana, 2º per conservarla, 3º per restaurarla.
Un testimonio non dubbio, Eugenio Sue, riprova questa école dont Voltaire était le chef: école stupide ou menteuse, qui attaquait le Christ et sa religion au nom du peuple et de la liberté... le Christ dont l'œuvre tout entière se résumait par ces deux mots, Liberté, Charité... le Christ qui était mort pour le peuple... le Christ qui faisait tomber les chaînes des esclaves... le Christ enfin qui substituait l'avenir au néant, l'espérance au désespoir, l'amour à la haine, la communion à la personalité: e si meraviglia di coloro che fanno l'apothéose à Voltaire, à celui qui a insulté la France dans la gloire la plus pure et la plus chaste; à celui qui s'est roué, en écumant, sur Jeanne d'Arc comme ces libertins ignobles et impuissants, qui injurient ce qui ils n'ont pu deshonorer. Vigie de Koat-ven. L. III, c. 7, lib. VII, c. 7.
All'occasione della statua che si propose d'erigerli, fra altri scritti va distinto quello di C. F. Chevé.
L'Enciclopedia (Lausanne, 1779), che occupa trentadue colonne alla voce Hermafrodite e appena sei a Hérésie e Hérétiques, riflette bene che la voce Eresia, da ἅιρεω scelgo, equivale a classe, sètta, e non ebbe dapprincipio verun senso cattivo; san Paolo, per propria difesa, dice ch'egli apparteneva alla sètta farisea, la più stimata; eresia cristiana si disse dapprincipio la nostra; e le prime sètte che vi nacquero non teneansi offese dal nome d'eresia, ch'era cattivo solo in vista degli errori che proclamasse.
Piano d'istruzione pubblica.
Trattato dell'imposta.
Ricerche sulla scienza del Governo (trad. in francese da Guilloton. Beaulieu 1795).
Mémoires sécrets et critiques des Cours, des Gouvernements et des mœurs des principaux Etats de l'Italie. Paris 1793.
In queste racconta che il cardinale Orsini parait persuadé que le pape pourrait, en se restreignant à la possession d'une partie de l'Italie, former avec les autres souverains qui la composent un pact fédératif, dont le resultat serait une république, infiniment supérieure à celles qui ont existé jusqu'ici, et surtout à l'Empire que l'on s'obstine à appeller romain... C'est dans le developpement de ce système qu'Orsini deploie son éloquence verbeuse.
Il Botta, che sceglie senza critica le autorità, ripete questo disegno di suprema importanza per l'Italia. Ognuno vi ravvisa il progetto che poi volle attuarsi nella pace di Zurigo, e che si perdette nell'unità.
Il Barruel, che nella Storia del Giacobinismo rivelò prima e meglio di tutti l'efficienza politica di questa società, si fa premura di scusar ogni tratto la buona fede di coloro che non vi vedeano se non un'associazione di beneficenza e di cortesia. Uno dei loro li qualificò «i babbei dell'ordine». Mirabeau, che vide in Germania il gran movimento delle società secrete, nel 1788 scriveva: «Vedete in Germania tanti principi, ebri della speranza e dell'aspettazione de' mezzi soprannaturali di potenza, evocare gli spiriti, esplorar l'avvenire, tentar di scoprire la medicina universale, e di fare la grand'opera e i suoi secreti, e per ispegnere la sete insaziabile di dominazione e di tesori, strisciare alla voce dei loro taumaturgi, diretti da uno scettro sconosciuto. Vedete i ministri protestanti, dimenticando i motivi che li separano dal cattolicismo, loro antagonista eterno, lodare, predicare, difondere libri di religione, imbevuti di tutta la misticità del XVI secolo; essi medesimi pubblicare scritti per proclamare i riti del cattolicismo, ricevere gli Ordini sacri, pur restando ministri protestanti, o almeno esserne accusati pubblicamente senza potersene difendere ricisamente e senza ambagi: vedete tutto ciò, e tremate sui pericoli delle associazioni secrete..... Forse, finchè le associazioni scerete dureranno con un'importanza pari a quella che hanno oggidì, le buone teste e i cuori generosi devono entrarvi, anzi cercare d'esercitarvi una parte attiva. È il mezzo più sicuro di sventarne le sotterranee macchinazioni, di mandarne a vuoto gl'infami complotti, e anche di distruggerle. — Io non saprei operare là dove non sono — disse un uom virtuoso, profondamente versato in questa materia». De la Monarchie Prussienne, v. 86.
Un Essai sur la secte des Illuminés, 1789, senza data nè nome d'autore, avversissimo alle sètte ma non meno ai Gesuiti, dice che le même fanatisme qui les conservait (i Gesuiti) a ressuscité depuis trente ans l'ordre de francs maçons languissant et gardant sans peine un secret que personne ne s'empressait de savoir. Ha un capitolo intero Du jésuitisme comme source première du système théosophique. Egli stesso trova strano il ravvicinamento fra' Gesuiti che han per base lo studio, e gli Illuminati che fan professione d'ignoranza: quelli si estendono da un polo all'altro, questi s'appiattano: quelli difendono la fede, questi la combattono: quelli non faceano voti indissolubili che a trentatrè anni, s'educavano attentissimamente, aveano costumi severissimi, poche pratiche religiose, non cercavano dignità, non voleano abbattere i troni, ma divenirne i gerofanti, annunciavano la gloria de' loro protettori: mentre i Massoni sono il preciso contrario. Ma da' Gesuiti appresero l'obbedienza cieca a un capo, la perfetta eguaglianza di tutti sotto di lui, lo spirito di corpo, il soccorrersi a vicenda.