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Giovanni Tolu, vol. 1/2

PARTE SECONDA IL BANDITO DI FLORINAS (continued 2)

Reading edition

Era acciecato d’amore — e l’amore doveva perderlo!

Da qualche tempo il Governo aveva promessa l’impunità ed un premio in danaro a qualunque bandito avesse ucciso, o fatto arrestare Agostino Alvau. I due cugini Careddu pensarono di ottenere l’una e l’altro, vendicando in pari tempo il loro congiunto tradito.

In un giorno piovoso si trovarono riuniti nell’ovile di Campanedda Paolo Careddu, Antonio Santo, e Agostino Alvau. Si giuocava alle carte, e Paolo si era seduto a fianco di Agostino. A un certo punto Antonio Santo esclamò con stizza:

— Ma perdio! c’è un fumo d’inferno qua dentro!

E così dicendo si era alzato con impeto, fingendo correre alla porta per aprirla; ma giunto vicino all’uscio, si voltò di scatto, e vedendo Agostino intento alla partita, gli puntò il fucile addosso e fece fuoco[32].

Quantunque mortalmente ferito in pieno petto, l’Alvau balzò in piedi, e portata la mano all’elsa del suo lungo stocco, cercò snudarlo per avventarsi sul traditore. Paolo, però, che stava attento, gli afferrò le due braccia da tergo, in modo che l’arma non uscì che a metà dal fodero.

L’Alvau, ad un tratto, si contorse, mandò un sordo rantolo, e stramazzò come fulminato. Era morto.

Antonio Santo era uscito con furia all’aperto per correr dietro a compare Maurizio; il quale venuto all’ovile in compagnia d’Alvau, era rimasto in una stanza vicina. Prevedendo la catastrofe, costui si era salvato saltando da una finestra e cacciandosi nel vicino bosco.

A poca distanza dall’ovile — nella Valle del legname — trovavasi certo Giovanni Manunta; il quale, saputo il caso, montò in sella e a spron battuto si recò a Sassari per informare le autorità, che Antonio Careddu e Antonio Santo erano degni di premio, avendo ucciso il terribile bandito algherese.

Maurizio, alla sua volta, era corso a Portotorres per annunziare ai carabinieri l’uccisione di Agostino Alvau.

Nel frattempo Antonio Santo, afferrato il cadavere d’Agostino per i piedi, lo aveva trascinato all’aria aperta, fino al limite del piazzale.

Accorsi primi i carabinieri di Portotorres, scaricarono i loro fucili sul cadavere, fingendo aver ucciso il bandito algherese in uno scontro.

Il governatore di Sassari però, che in precedenza aveva ricevuto l’avviso della morte di Alvau, non tardò a concedere la promessa libertà ai due cugini uccisori, ed a punire i carabinieri per l’assalto simulato che venne scoperto e facilmente provato[33].

Questa la versione veridica della fine di Agostino Alvau, da me attinta a fonte non dubbia.

CAPITOLO IX. Il bandito Derudas.

Ho già parlato dei due banditi Antonio Maria Derudas e Giovanni Maria Puzzone, di Cargeghe, datisi alla campagna dopo aver ucciso il capitano dei barracelli, che li disturbava nelle loro imprese rapaci. Questi giovani vagabondi erano ladruncoli, che prendevano diletto a uccider buoi e cavalli, a danno del barracellato.

Poco dopo l’uccisione del capitano, un altro giovine di Cargeghe — Angelo Masala — uccise certo Manconi suo compaesano, e sfuggì alla giustizia dandosi alla macchia. Si ebbero così, in breve tempo, tre banditi di Cargeghe.

Il fratello dell’ucciso — Giovanni Manconi — volendo vendicarsi dell’assassino, chiese l’aiuto dei due banditi Derudas e Puzzone; e tutti e tre riuscirono a freddare con una fucilata Angelo Masala, che sotterrarono in campagna, senza che alcuno li vedesse.

Il prete Luigi Tolu di Cargeghe, mio cugino, un giorno si rivolse a me, pregandomi di proteggere il bandito Derudas, che voleva liberare ad ogni costo, ritenendolo un disgraziato, più che un cattivo soggetto. E fu dietro alle sue insistenti raccomandazioni, che mi decisi ad unirmi col Derudas e col Puzzone, coi quali rimasi per circa un anno, sebbene non di continuo.

Un giorno, insieme al Derudas, attraversavo il sito detto Sa funtana de sa piarosa, di fronte alla cantoniera di Campomela, nel tenimento di Don Battista Solinas di Cargeghe. A un certo punto il mio compagno si fermò, e, indicandomi una zolla, mi disse sorridendo:

— Vedi? Io, Puzzone e Manconi abbiamo qui seppellito il cadavere di Angelo Masala!

Trascorsi quattro o cinque mesi, il Puzzone fu arrestato; ed io continuai a tener compagnia al Derudas, separandomene però di tanto in tanto, poichè diffidavo di lui.

Due volte, in quel tempo, mi riuscì di sfuggire ad un agguato di carabinieri.

La prima volta fu nel salto di Banari. Mi ero cacciato in una grotta della Scala di Antonio Faedda (territorio di Florinas) dove passai una notte ed un intiero giorno. Recatomi in seguito nell’ovile Panzano (a Giunchi) i nostri cani abbaiarono fermi — indizio che vedevano gente ferma. In quei dintorni, infatti, erano appiattati una ventina di carabinieri. Pensai di attraversare il campo deludendo la loro vigilanza. Mi cacciai il cappuccio sugli occhi, chiesi a un pastore le pecore, e mi diedi a guidarle, passando arditamente in mezzo a’ miei nemici, che continuavano a tener d’occhio l’ovile. Fui salvo.

La seconda volta mi trovavo nello stesso ovile, dove avevo passato la notte insieme a Derudas. Verso l’alba diedi ordine ad un mandriano d’esplorare i dintorni, raccomandandogli, che, nel caso avesse visto carabinieri, si fosse affacciato alla roccia de sas coas de medallu, gridando: — I buoi non ci sono! — Quel semplicione, invece, gridò forte al suo padrone:

— Zio Antonio Luigi, ci sono i carabinieri!

Ne avevo veduto sei a cavallo nella pianura; gli altri erano appostati nel bosco, credendo che per di là noi si scappasse. Svegliai il Derudas che dormiva; girammo la collina, salimmo la montagna, e di là scorgemmo i carabinieri, che ci aspettavano al varco. Anche questa volta, con un po’ di astuzia, ero riuscito a sfuggire a un agguato, preparato con molta sagacia militare.

Lascio i carabinieri per narrare i miei casi col Derudas.

Nel territorio di Banari era il molino di proprietà della contessa Musso. Il mugnaio, che lo aveva in affitto, viveva in continui litigi colla propria moglie, poichè costei teneva seco una bambina illegittima, che turbava la pace domestica.

Tanto io, quanto il mio compagno Derudas, capitavamo con frequenza nel molino, e la moglie del mugnaio si sfogava con noi, mettendoci a parte dei disaccordi coniugali.

Un giorno che mi trovai solo con essa, la moglie inasprita mi raccomandò caldamente di liberarla dal peso del marito, uccidendolo.

Feci di tutto per smuoverla dal suo proposito: — Metti giudizio, e sta savia! — le dicevo — Non dar retta ai tristi consigli della tua coscienza. Fa la pace con tuo marito, e vivete tranquilli!

Il mugnaio era un buon uomo; ci dava ospitalità con piacere, e di tanto in tanto mi regalava qualche scudo. M’irritavano, dunque, gli eccitamenti di quella femmina, che ad ogni costo voleva diventar vedova.

Ma la donna è tenace ne’ suoi proponimenti di vendetta; e la moglie del mugnaio, vedendo la mia ripugnanza a compiacerla, mi lasciò in pace. Ella si rivolse segretamente al mio compagno, a cui offrì sessanta scudi per eseguire il colpo.

Il bandito Derudas si lasciò, convincere dal danaro e dalle tenerezze della bella mugnaia; e un bel giorno, con una buona fucilata, le tolse dal fianco l’importuno marito.

Quando appresi il fatto, rimproverai acerbamente il mio compagno:

— Che cosa hai fatto? Perchè uccidere l’uomo che ci dava a mangiare e ci offriva asilo nei giorni del pericolo? Sei un tristo e un miserabile!

Il Derudas si strinse nelle spalle e mi disse:

— Oh, sta a vedere che un bandito dovrà lasciarsi vincere da uno scrupolo!

Avvenne intanto, che il mio compagno erasi pazzamente innamorato di Maria Grazia, la bellissima vedovella di un altro mugnaio, il quale conduceva il molino di San Lorenzo, nei dintorni di Florinas, da me pure frequentato. Antonio Maria Derudas fece di tutto per celarmi la sua fiamma; ma non tardai ad accorgermi che sospettava di una segreta relazione fra me e la vedova.

Io rideva delle sue smanie gelose, poichè sapevo che la vedovella, una bellissima donna, era realmente innamorata di un terzo: di un giovane, col quale erano passati accordi di matrimonio.

Il giovane innamorato erasi con me aperto, svelandomi che le relazioni colla vedova erano di natura molto intima. Egli chiedeva un mio consiglio.

Io, che sapevo scaltra la vedova, poichè nelle assenze del giovane cercava di tirare a sè anche il Derudas, gli dissi:

— Apri gli occhi, fratello! Tu devi fidare nella mia sola amicizia. Quando ti avviserò di non andare più da lei, ubbidiscimi!

E il giovane, infatti, aveva cominciato a rendere più rare le visite al molino, dopochè si era accorto che la vedovella aveva un cuore sì largo, da poter dare ricovero a due.... ed anche a tre!

Nondimeno la scaltra mugnaia, accompagnata dal suo giovane amante, un bel giorno fece una gita a Sassari, insieme ad altro mugnaio colla rispettiva moglie. Le due coppie presero alloggio in un’osteria, ordinando una camera separata, per ciascuna. Questo fatto fece mormorare i maligni, e specialmente i coniugi mugnai, ch’erano stati testimoni della scandalosa intimità dei due compagni di viaggio. Tornata la vedovella al molino, non tardò a notare la freddezza del giovane e la corte più assidua che le andava facendo Derudas, ignaro del fatto dell’osteria. Temendo che il mugnaio e sua moglie, colle chiacchiere, riuscissero a far aprir gli occhi a Derudas sull’episodio di Sassari, la vedovella si strinse vieppiù a quest’ultimo, esortandolo ad uccidere i due testimoni pericolosi, non so per quali torti, che diceva aver ricevuto.

Il Derudas un bel giorno venne a confidami le apprensioni della vedova, la quale gli consigliava ad uccidere il mugnaio e la moglie, perchè ci facevano la spia.

Io, che tutto sapevo dal giovane amante, gli risposi infastidito:

— Ma non ti accorgi dunque, che sei menato per il naso? Da qualche tempo a questa parte mi vai contando frottole, che mi rivelano la tua poca lealtà. Fammi toccare con mano che i coniugi mugnai ci fanno la spia, e mi prenderò io l’incarico di spararli, poichè nel tiro sono di te più esperto. Cessa, però dallo spacciarmi tante fandonie. Apri gli occhi da una buona volta, ed ascoltami! Il giorno che tu torcerai un capello a quel buon uomo, od a sua moglie, avrai da farla con me! I capricci e gli amori ti costeranno ben cari!

Il Derudas si offese, e mi tenne il broncio; ed io mi accorsi che cercava vendicarsi. Legato alla vedova da relazione amorosa, si erano entrambi proposti di farmi arrestare, colla speranza di conseguire la loro felicità. La causa del Derudas era meno grave della mia, ed egli sperava di ottenere dal Governo l’impunità, a prezzo della mia cattura o della mia morte, ottenute col mezzodì una delazione o di un tradimento.

Era questo il sogno di Maria Grazia, che voleva disfarsi di me, per unirsi in matrimonio con un bandito graziato. Il giovane si era stancato di lei, ed ella non voleva perdere il secondo partito.

Ricordando le mie minaccie, e temendo il mio furore, il Derudas tornò a parlarmi della convenienza di uccidere i due mugnai, che ci facevano la spia. La vedovella pareva preoccupata di quel certo caso dell’osteria di Sassari, che poteva mandare a monte il suo matrimonio.

Ero sul punto di tutto svelare al mio compagno, ma mi contenni. Mi limitai a rispondergli con malagrazia:

— Di nuovo colle supposte spie? Decisamente le donne t’empiono la testa di vento. Te l’ho pur detto di non più parlarmene!

E così dicendo mi alzai con stizza, come per uscire dalla capanna, in cui entrambi si era.

— Dove vai? — mi chiese Derudas con tono risentito.

Mi voltai, squadrandolo con disprezzo:

— Vado dove mi pare e piace! D’ora innanzi, se ti è cara la mia compagnia, dovrai venirmi dietro come un cane. Io non ti comunicherò più le mie intenzioni!

— Allora sarà meglio che ciascuno faccia la sua strada! — mi disse con aria brusca.

— È precisamente quello che desidero! — risposi secco. — Ti predico, però, che dentro l’anno cadrai nelle mani della giustizia..... e ti arresteranno addormentato. Io conosco quanto vali!

Così dicendo piantai il mio compagno; e da quel giorno ci guardammo in cagnesco. Io voleva solamente accertarmi del suo proposito di farmi la spia, di concerto colla scaltra vedovella. Una volta avute in mani le prove della loro perfidia, avrei io pensato al modo di fargli pagar caro il tradimento.

CAPITOLO X. Giusta pena e pena ingiusta.

Farò un passo indietro per narrare due casi avvenutimi, durante il tempo ch’ebbi a compagno il bandito Derudas.

Antonio Maria Cosseddu, di Banari, da qualche tempo cercava di farmi la spia. Era stato tre volte in carcere, ed uscitone, volle seco in compagnia due pastori banaresi (certi fratelli Antonio Maria e Salvatore Carta) perchè non venisse molestato dai nemici. I due fratelli erano ricchi, onesti, e molto stimati nel paese.

Il Cosseddu aveva in custodia molti porci e capre, a lui affidati da un agiato proprietario di Banari.

Incorsi in una contravvenzione, i fratelli Carta erano stati condannati a un mese di carcere. Poco dopo pubblicata la sentenza, fui invitato a pranzo nel loro ovile, dove mi trovai in compagnia di Derudas, di Gio. Antonio Nuvoli, e del prete florinese Massidda. Appresa la recente condanna, tutti d’accordo consigliammo i due fratelli a costituirsi in carcere l’uno alla volta, perchè così potessero sorvegliare il proprio bestiame. Promisi, da mia parte, che avrei tenuto d’occhio la loro proprietà, durante il tempo della prigionia dell’uno e dell’altro.

E così, infatti, essi fecero.

Durante il tempo che Gio. Maria scontava il suo mese di carcere, la spia Cosseddu ebbe un vivo diverbio coll’altro fratello Salvatore, e fu sul punto di ucciderlo, facendo accorrere sul luogo i carabinieri. Quest’intervento dell’arma benemerita era stato forse concertato con la spia, allo scopo di farmi sorprendere nella capanna insieme al mio compagno Derudas. Scampai al pericolo — ma giurai di vendicarmene.

Costituitosi in carcere Salvatore (dopo uscitone il fratello Gio. Maria) quest’ultimo si mostrò molto risentito del perfido contegno del Cosseddu, e mi pregò di ucciderlo.

Io gli risposi:

— La vendetta sarebbe giusta; ma che avverrà in seguito? Tutti ormai sanno che siete nemici del Cosseddu; e se io l’uccidessi, voi sareste arrestati come esecutori o mandanti. Anch’io avrei bisogno di punirlo, ma questa volta la mia vendetta non tornerebbe che a danno vostro.......

— Che fare, dunque?

— Cercare il mezzo di ottenere lo scopo senza compromettere la vostra libertà.

— E questo mezzo? Consigliami tu!

— Rispondi. È egli vero che Antonio Maria Cosseddu è un volgare sicario, che ha sulla coscienza molte pelli?

— È ben noto al paese!

— Tu e gli amici tuoi, siete in grado di conoscere i delitti da costui commessi?

— Li conosciamo.

— Puoi tu mettere insieme otto testimoni delle scelleraggini di quel cattivo soggetto?

— Anche venti!

— Mi bastano otto. Quando li avrai riuniti, dammene avviso, ed io ti dirò quanto devono fare.

Radunate le otto persone in campagna, col pretesto d’una partita di caccia, Gio. Maria Carta mi diede l’appuntamento.

Salutata la comitiva, presi la parola, e dissi loro:

— Siete voi tutti consapevoli degli assassinî commessi da Antonio Maria Cosseddu?

— Sì.

— Proprio in coscienza?

— Ognuno di noi può asserirlo con prove di fatto.

— Or bene, allora fate così. Quattro di voi si presentino al procuratore del re di Sassari, denunziandogli i fatti che si conoscono. Ritornati questi, partiranno gli altri quattro, per fare altrettanto. Raccolte dal fisco le denunzie in iscritto, egli ha il dovere di spiccare il mandato di cattura, e istruirà il processo.

Il mio consiglio fu seguito scrupolosamente; e il Cosseddu venne arrestato, processato, condannato a morte, e impiccato a Sassari.

Dopo la condanna, dissi al pastore Gio. Maria:

— Vedi tu come si fanno le cose? Tu non sei rovinato nella persona e nella roba; io non ho la pelle di un sicario sulle spalle; il nostro nemico è punito; e la giustizia può andar lieta di aver tolto dal mondo un miserabile assassino!

Il Cosseddu aveva a Banari un cognato prete; e il paese diceva che costui era riuscito a strapparlo tre volte alle carceri, per mezzo delle fattucchierie. Dopo la condanna a morte, una mattina, il prete fu trovato svenuto sul pavimento della sacristia; e fu detto che il diavolo lo avesse abbandonato, perchè non era riuscito a strappare il cognato al carnefice. Il povero prete, dopo l’impiccagione del Cosseddu, si chiuse in casa per sei anni, e non volle più vedere anima viva[34].

I fratelli Carta erano buona gente, ed io volevo, ad ogni costo, toglierli alle seccature. Costava poco, a un bandito, uccidere un uomo come Cosseddu; ma non volevo compromettere i due amici, dai quali avevo sempre ricevuto gentilezze. Ero certo che su loro sarebbero caduti i sospetti dell’uccisione della spia, per gli screzi e le minaccie che in precedenza si erano verificati. La spia Cosseddu aveva scontato le sue perfidie e i suoi delitti — e la mia coscienza era tranquilla.

***

Mi trovavo ancora a Banali, quando, un giorno, m’imbattei nel bandito Derudas, prima della nostra rottura. Egli mi confidò che due ladri d’Ittiri avevano derubato un suo fratello, togliendogli persino i sacchi, che teneva sotto il basto del cavallo che montava. Quest’audacia lo inasprì talmente, che mi dichiarò di odiare tutti gli ittiresi.

In compagnia di diversi amici ci trovammo l’indomani a Badu Sinaghe, dove si mangiò allegramente, e si bevette non poco. In sul finire del pranzo, mentre si chiacchierava col padrone del luogo, venne un pastore ad avvertirlo, che quattro ittiresi erano entrati nel tenimento per tagliar legna.

Il padrone, indignato, ordinò al servo di mandarli via.

— Perchè non andiamo noi a trovarli? — esclamò vivamente Derudas, alzandosi. — Non posso dimenticare che hanno derubato mio fratello.

— Non saranno certo gli stessi! — osservai scherzando.

— Che importa? sono ittiresi, e basta!

Così dicendo il mio compagno si mosse, e noi gli tenemmo dietro.

Il padrone sgridò quei ladri sfacciati, ed io tolsi loro i picchi e le ronche, dicendo che li avrebbero ripresi un’altra volta.

Uno dei ladruncoli — che certamente non ci conosceva — si fece innanzi con baldanza, e venendomi incontro mi gridò con disprezzo:

— Tu fai il gradasso perchè sei armato di fucile!

Il sangue mi fe’ velo agli occhi, e gli saltai addosso, strappandogli di mano la scure.

L’ittirese mi afferrò allora per la barba; ed io, cieco, lo percossi colla scure, ferendolo gravemente al braccio.

Mi accorsi, lo confesso, d’essere stato troppo focoso, e di aver commesso una brutta azione. Sebbene l’afferrare un sardo per la barba sia l’insulto più atroce che si possa fare, pure riconobbi che il torto era mio, ed ebbi vergogna di me stesso. Debbo dichiarare, che di questo eccesso ebbi ad arrossire per tutta la vita. In quel momento non avevo pensato che a vendicare il mio compagno Derudas, senza badare quanto sia ingiusto e ridicolo bisticciarsi per conto di un terzo.

Pochi giorni dopo ricevetti una lettera dal cav. Suzzarello, colla quale mi esortava a restituire i ferri ai quattro ittiresi, uno dei quali era un suo servo. Meno male che il Suzzarello non mi tenne rancore; egli, più tardi, mi raccomandò di procurargli un buon mastino per caccia grossa, avendogli un robusto cinghiale sbranato nove cani, in una partita di caccia a Giunchi. Lo compiacqui, e se ne mostrò soddisfatto.

L’ittirese da me ferito non tardò a guarire, e ne fui lieto.

Racconto questi episodi per darvi un’idea della vita di noi banditi. Ne taccio molti altri insignificanti, per non tediare chi leggerà la mia storia.

***

A Banari, come in tutti i paesi del circondario, destavo sempre una curiosità singolare. Quando passavo in quella regione, il medico Peppe Canu avvertiva i cavalieri, i quali colle loro famiglie si recavano a far pranzo in campagna, per il solo gusto di conoscermi da vicino.

Quei cavalieri m’invitarono molte volte a prender parte ai loro pranzi; e per consueto mi s’incaricava di fare le porzioni a tavola, meravigliati, i commensali, della mia abilità nel tagliare le carni, che distribuivo in un momento, con equa misura. Si era talvolta in venticinque o trenta individui in campagna, e tutti si mostravano avidi di conoscere qualche episodio della mia vita di bandito, ch’io raccontavo loro con piacere.

Un giorno, nel salto di Badu Sinaghe, in Giunchi, dovendosi preparare i soliti regali a Monsignore e a diversi signori di Sassari, venni incaricato dell’uccisione del bestiame; e uccisi ben quattordici porci e troie a palla, dando spettacolo di valentìa col colpirli tutti nell’occhio, per non far loro perdere il sangue[35].

Ho antecipato un po’ gli avvenimenti; ed ora ritorno al mio compagno Derudas, prima di abbandonarlo al suo triste destino.

CAPITOLO XI. La penna vale il fucile.

Da poco tempo ero separato dal Derudas, quando egli uccise il bandito, che aveva scelto a suo nuovo compagno. Dirò brevemente il fatto.

Un ricco possidente d’Ossi si era bisticciato vivamente con un suo servo — certo Antonio Elias; e s’inasprì talmente, che lo percosse. Il servo, più robusto di lui, si avventò al suo padrone, e dopo averlo picchiato si salvò colla fuga.

Il ricco proprietario, volendo vendicarsi dell’atroce insulto, mi chiese un abboccamento in campagna. Egli mi propose una larga ricompensa, se avessi tolto dal mondo quel servo prepotente ed ingrato. Gli risposi che si fosse ad altri rivolto, poichè io non solevo uccidere chi non mi aveva offeso.

Appresi in seguito che il padrone si era rivolto a Derudas, proponendogli la stessa uccisione. Il Derudas osservò che non osava fare il colpo, perchè temeva la mia collera e la mia vendetta.

Allora il proprietario di Ossi, coll’intento d’incoraggiarlo, gli fece credere avergli anch’io promesso di sbarazzarlo dal servo audace.

— Pensaci, dunque, se vuoi guadagnare ottanta scudi!

Anche questo colloquio era venuto a mia conoscenza, per la relazione di confidenti, che a me non mancavano.

Avevo intanto saputo, che il bandito Elias, il servo prepotente, si era dato a scorrazzare la campagna insieme al Derudas, che se lo aveva associato come compagno di ribalderie.

Un giorno Derudas osò venirmi incontro. Avendolo poco prima veduto con Elias, gli dissi seccamente:

— E perchè ti presenti solo? Non è forse degno il tuo compagno d’essermi presentato? Chiamalo pure, se lo hai nascosto!

Derudas si accostò al ciglione, e lo chiamò con un lungo fischio. Quando comparve l’altro bandito, lo apostrofai:

— Perche ti accompagni con Derudas? Non hai capito ancora che egli fu pagato per ucciderti? Abbandonalo, se ti è cara la vita!

Il Derudas mi fulminò con un’occhiata, ma tacque. Senz’altro dire, fece un brusco cenno al compagno, e si allontanarono.

Ero sul punto di fargli fuoco addosso, ma poi mi contenni. Due o tre volte era venuto a tiro del mio fucile, ma sempre lo risparmiai, non volendo si dicesse che io uccidevo i miei compagni. Uccidere il proprio compagno è per i banditi la più grande delle vergogne e delle vigliaccherie; poichè darebbe a sospettare che l’uccisione sia seguita nel sonno. Aspettai un’occasione più propizia. Volevo d’altronde accertarmi, che insieme all’amica mugnaia egli mi facesse realmente la spia.

Non trascorse una settimana da quel nostro incontro, quando Derudas uccise il giovane Elias, per la cui morte gli vennero sborsati ottanta scudi dal ricco proprietario d’Ossi. Questa somma gli abbisognava per la liberazione. In noi banditi era radicata la credenza, che la giustizia avesse bisogno di soldi per chiudere gli occhi ed alleggerire la mano — e la giustizia d’allora non era quella d’oggi! I giudici erano anch’essi complicati nei partiti, e ciascuno aveva i suoi bravi protetti e protettori, specialmente a Sassari.

Verso quel tempo Derudas aveva tentato di separarsi dalla vedovella; ma questa gli disse:

— Bada, Antonio Maria, a quello che fai! Ricordati che per te ho licenziato un giovane che mi voleva bene. Se persisti ad abbandonarmi perchè stanco di me, ti prevengo che mi raccomanderò a Giovanni Tolu per aggiustare la faccenda!

Questa minaccia sortì il suo effetto, poichè Derudas aveva paura di me. Egli finì per sposare la vedovella in casa del rettore, a Banari. La teneva in un molino, dove andava a trovarla di tanto in tanto, dandole appuntamenti in questo o in quel punto, come usano tutti i banditi ammogliati, che non possono avere una casa coniugale.

Non corse lungo tempo, che Derudas venne arrestato, avverandosi la mia profezia. I carabinieri lo avevano colto mentre dormiva. L’imbecille si era svegliato in carcere!

La mancanza di prove testimoniali favoriva la causa di Derudas. I processi erano per la maggior parte indiziarî; e correva la voce della probabile assoluzione del bandito mio compagno. Si accennava da taluni a persone influenti, a qualche giudice a cui si erano dati gli 80 scudi di Elias per diventare più giusto. Non mancò chi mi pose in avvertenza, dicendomi che la bella mugnaia era intesa col detenuto marito per ottenere l’assolutoria, facilitandola colla mia cattura.

Quest’ultima diceria — che correva da qualche tempo — mi aveva messo i brividi addosso. Sentivo di essere feroce. Ero pentito di non aver ucciso Derudas; maledicevo gli scrupoli e i riguardi ridicoli, che avevano trattenuto il mio braccio.

Quale umiliazione per me, se si fosse avverato il pronostico! Io in carcere, e Derudas in libertà? questo pensiero mi torturava.

Avevo bisogno di convincermi, che realmente Maria Grazia mi tendesse un’insidia. Non volevo prestar fede ai molti che mi assicuravano, che fra il detenuto e la moglie (annuente la polizia) correvano segreti rapporti.

Vivevo irrequieto; le mie notti erano turbate da sogni angosciosi. Avrei voluto travestirmi da guardia carceraria per uccidere il mio perfido compagno nella sua cella di San Leonardo.

S’ei fosse uscito dal carcere prima della mia cattura, sarei stato più contento, poichè avrei potuto ucciderlo al fianco della propria moglie; ma chi mi assicurava che la sua libertà non era subordinata alla mia perdizione?

In preda a questi tormenti non pensai che a procurarmi le prove del tradimento a mio danno.

Aggirandomi un giorno nelle vicinanze del molino della moglie di Derudas, mi cacciai nel vicino bosco, dove vidi la sua bella servetta, che andava in traccia d’un maiale sbandato. Siccome in altri tempi le avevo fatto un po’ di corte, me le avvicinai sorridendo:

— Buon giorno, Catterina. Come stai?

— Oh! beato chi ti vede! È un bel pezzo che non vieni a trovarci nel nostro molino!

— Dacchè hanno arrestato il tuo padrone ho sospeso le visite al molino per non dar pasto alla maldicenza.

— Che scrupoli! E perciò hai avuto paura di rivedermi? Ben gentile!

— Riparerò al mio torto fra breve. Verrò a salutare Maria Grazia... e te più di lei.

— Possibile! e quando? La mia padrona sarà tanto contenta di rivederti. Mi parla sempre di te.

— Verrò... Tra due giorni; venerdì, o sabato... dopo l’imbrunire.

— Davvero?

— Bada di non dirlo a nessuno, Catterina! Addio, belloccia!...

— Tieni le mani a posto!

— Sei proprio adirata con me?

— Te lo dirò quando verrai al molino.

E la servetta, si allontanò, saltellando come una capriola.

Nè il venerdì, nè il sabato mi mossi per andare al molino; ma la sera stessa pregai un mio parente, perchè si appiattasse per tre giorni in un punto lontano, per sapermi riferire le persone che sarebbero andate a far visita alla mugnaia.

— È questione forse di gelosia?

— No: è un mio capriccio. Bada di non farti vedere!

La domenica mattina il mio congiunto tornò a me. Era alquanto turbato.

— Ebbene? — gli chiesi — Hai scoperto il misterioso visitatore?

— Altro che visitatore! Venerdì sull’imbrunire mi sono imbattuto in sei carabinieri sulla strada di Codrongianus. Erano diretti al molino, e li ho visti sparire nel vicino boschetto. Certo si trattava di un appiattamento, perchè vi sono rimasti due notti. Erano guidati dal maresciallo, il quale entrò due volte nel molino, dopo le dieci.

La trama era scoperta, ed io non potevo più dubitare della perfidia di Maria Grazia, che cercava di vendere la mia pelle per salvare quella di suo marito.

Dovevo dunque pensare alla vendetta: punire il marito dentro carcere, e strapparlo per sempre alla moglie; e tutto ciò senza far uso del mio fucile.

Il tempo stringeva. Il dibattimento di Derudas era incominciato, ed ogni ritardo poteva pregiudicare il mio disegno.

Mi ricordai della confidenza fattami un anno addietro da Derudas, dinanzi alla cantoniera di Campomela.

Senza frapporre indugio mi recai al villaggio di Mores, per abboccarmi con Antonio Masala di Cargeghe. Era costui il fratello di Angelo — dell’uomo assassinato da Derudas e da Puzzone per incarico e col concorso di Manconi.

Trovato il Masala gli dissi:

— È una vergogna, o Antonio! Com’è ch’hai fatto sì poco conto di tuo fratello assassinato?

— E che doveva io fare, quando mi sono ignoti gli uccisori? o per dir meglio, quando mi mancano le prove?

— Le prove si trovano sempre, quando si cercano!

— Così fosse! Che cosa mi consigli di fare?

— Fidarti di me. Hai tu avvocato a Sassari?

— Sì. Il dibattimento credo sia già incominciato.

— Chi è il tuo avvocato?

— Cossu, il grande.

— Ebbene, bisogna scrivere al tuo avvocato.

— Scrivere che cosa?

— Presso a poco nei termini che io ti suggerirò.

— Sentiamo.

Ed io dettai, accentuando le parole:

Illustrissimo Signor avvocato,

«Le do alcuni ragguagli, che Ella si affretterà a comunicare al procuratore del re. I testimoni Ignazio Tolu e Giovanni Manconi, già esaminati dal giudice istruttore subito dopo l’assassinio di Angelo Masala, tacquero quanto sapevano perchè i banditi Derudas e Puzzone battevano allora la campagna, e li avrebbero uccisi se avessero deposto il vero. Ora però, che l’uno è morto, e l’altro è in carcere, essi possono parlare. Oso sperare, che l’eccellentissimo Tribunale vorrà perdonare ai due disgraziati testimoni, i quali deposero il falso, solamente per timore di perdere la vita. Angelo Masala disparve, nè si ebbero le prove della sua morte per malefizio. Il suo cadavere fu sotterrato dagli assassini nel tenimento di Don Battista Solinas nel sito sa funtana de sa piarosa, in faccia alla cantoniera di Campomela. Si mandi a dissotterrare il cadavere, seguendo le traccia che a calce della presente verranno indicate.» (E qui diedi i più minuti schiarimenti sulla località da me conosciuta).

Questa lettera fu distesa e mandata all’avvocato Cossu.

Il dibattimento, che era in corso, venne sospeso e rinviato. Si esumò il cadavere; si fece la perizia; furono uditi i testimoni indicati — e il risultato del nuovo giudizio fu la condanna di Antonio Maria Derudas ai lavori forzati a vita. Egli morì in galera dopo quattro anni di pena.

Il mio procedimento ebbe il risultato propostomi. Mi ero vendicato di un compagno traditore e di una moglie spia. La società venne liberata da un malfattore volgare; ma ben pochi seppero che la giustizia era stata illuminata dal bandito Giovanni Tolu![36]

CAPITOLO XII. Cambilargiu, Spano, Fresu.

Darò alcuni ragguagli su tre banditi, ch’ebbi per qualche tempo a compagni, e di cui mi occuperò nel corso della narrazione.

La prima volta che io vidi Pietro Cambilargiu fu a Monte fenosu, verso Scala di Ciogga, nell’ovile di Pietro Migheli, suo cugino.

Pietro Cambilargiu fu ritenuto come il bandito più celebre del Logudoro. Le sue gesta sanguinarie sono tuttora argomento dei racconti del popolo. Tesserò brevemente la sua storia, quale l’ho udita tante volte da lui stesso, durante i sei mesi che gli fui compagno. Riferirò quanto egli narrò a me e ad altri banditi, senza rendermi garante delle vicende riguardanti la sua vita in continente ed in Corsica.

Non devo tacere che Cambilargiu aveva la debolezza di menar vanto delle sue scelleratezze: nessun altro bandito conobbi mai più millantatore di lui, nè più crudele nel vendicarsi. Più che la morte, egli voleva lo strazio della vittima.

Pietro Cambilargiu non era un uomo d’armi, nè di campagna, come noi lo eravamo. Modesto e povero calzolaio, aveva trascorso in giovinezza nel suo paesello d’Osilo, dando continue prove della sua irascibilità e della sua impertinenza.

Contava appena 18 anni, quando Nicolò Cherchi, il suo mastro calzolaio, gli diede uno schiaffo. Indispettito della punizione ricevuta, esplose una pistola contro il suo principale, ferendolo leggermente. Venne arrestato, e condannato a tre anni di lavori forzati. Mentre scontava la pena nell’ergastolo di Cagliari, riuscì ad evadere, e battè le campagne d’Osilo, come bandito. Uccise poco dopo certo Pietro Marongiu, perchè dicevasi volesse fargli la spia. Vedutolo un giorno a cavallo, gli mosse incontro, e gli diede una fucilata, dopo avergli detto: — ti do quello che ti spetta!

Egli si era unito a due altri banditi — a Pietro Dore e a Giomaria Ledda, suoi compaesani. Il Ledda per ottenere la libertà gli fece la spia, e i barracelli un bel giorno, nel sobborgo di S. Vittoria, riuscirono ad arrestarli tutti e tre.

Cambilargiu fu condannato alla galera in vita. Frustato prima dal boia, (come voleva la giustizia d’allora) fu in seguito condotto ad Osilo col remo in spalla e con la corda al collo, per fargli baciare il piede della forca, piantata dinanzi alla fontana di Rinnu. Dicesi che, attraversando così il paese, ad ogni sbocco di via gli si presentasse sogghignando il Ledda, quasi per gioire del suo supplizio; e Cambilargiu per due volte gli disse: — Prega Iddio che non abbiamo a rivederci un giorno!

Cambilargiu fu mandato all’ergastolo di Villafranca, e il Ledda, graziato per lo spionaggio fatto, si ritirò ad Osilo per esercitarvi il mestiere di fabbro.

Nell’ergastolo di Villafranca il Cambilargiu lavorò da calzolaio, e divenne abile nella professione. Uno dei superiori del Bagno penale lo incaricò di provvedere di calzatura la famiglia, ed era tanta la fiducia in lui riposta per la buona condotta, che lo si lasciava andare a comprar le pelli e la suola nei negozi della città, accompagnato da una sola guardia ciurma. I lavori di calzoleria inappuntabilmente eseguiti, le belle maniere del giovane osilese, la sua condotta esemplare, fecero sì che Cambilargiu si attirasse la benevolenza dei superiori.

Intanto il galeotto era riuscito colla furberia ad informarsi delle distanze e dell’accidentalità del terreno fra Villafranca e la frontiera francese, nonchè del fiume che bisognava guadare per raggiungere la terra straniera.

Un bel giorno, uscito come al solito in compagnia della guardia per provvedersi di pelli in città, invitò a bere il suo compagno in un’osteria, fino ad ubbriacarlo; e portatolo in un certo punto, all’estremità del paese, gli propose di sedere alquanto per riposare. Quando vide la guardia sonnolente per il vino bevuto, gli strappò di mano la carabina, svoltò una viottola, e si diede a correre come un capriolo per guadagnar la campagna.

La guardia balzò in piedi barcollando, credendo si trattasse di uno scherzo; ma quando si avvide del brutto tiro fattogli, si diede a gridare al soccorso con quanto fiato avea in corpo.

Cambilargiu, correndo, aveva raggiunto la montagna, e si era cacciato in un folto cespuglio, dove rimase appiattato tre giorni e tre notti. Ivi riuscì a liberarsi della catena per mezzo di una lima, e cambiò la giubba e il berretto da galeotto con altri panni che aveva seco portati. Non volte spingersi fino al ponte, poichè sapeva che di qua e di là era guardato dalle sentinelle italiane e francesi. Alla mezzanotte del terzo giorno uscì dal nascondiglio e si diresse al fiume, che costeggiò per breve tratto, fino a trovare un guado possibile. Cambilargiu si spogliò; assicurò le vesti e le scarpe alla punta di una lunga pertica di cui si era munito, e giunse a toccare l’opposta sponda, coll’acqua fino alla gola.

Il primo passo era fatto. Egli si trovava in terra francese.

Rivestitosi de’ suoi panni, l’evaso continuò a camminare con coraggio e disinvoltura, finchè capitò fra gli agenti di polizia, che lo tradussero dinanzi ad un Commissario. Egli dichiarò di essere un soldato italiano disertore, il quale voleva servire la Francia.

— Come ti chiami?

— Michele Serra.

— A qual reggimento appartieni?

— Al reggimento della Regina.

— Il nome del tuo capitano?

— Cav. Luigi Bianchi.

— Vuoi servire come soldato, o ti piace lavorare?

— Preferisco il lavoro, perchè il mio mestiere era quello di calzolaio.

Dopo essere rimasto una ventina d’anni in Francia, per lo più a Marsiglia, Cambilargiu passò in Corsica; e trovò occupazione presso una calzoleria, in cui lavoravano una diecina di operai. Egli entrò nelle grazie del principale e della moglie di costui, che presero a volergli bene ed a proteggerlo.

Certo è, che quell’uomo singolare, evaso due volte da galera, non aveva che un pensiero fisso: vendicarsi di colui che ad Osilo gli aveva fatto la spia, per consegnarlo ai carabinieri.

Morì intanto il proprietario della calzoleria; e Pietro Cambilargiu, giovane ancora, e audace quanto libertino, si die’ a fare la corte alla vedova, riuscendo a mettersi in intima relazione con lei.

Questa vedova aveva quattro fratelli, di carattere violento ed energico, come d’ordinario lo sono i corsi; e mal soffrendo la tresca scandalosa, che faceva mormorare il paese, imposero a Michele Serra (così Cambilargiu continuava a farsi chiamare anche in Corsica) di sposare la sedotta loro sorella. Siccome gli affari della calzoleria andavano maluccio, e Cambilargiu smaniava di far ritorno al suo paesello natio per vendicarsi di Giomaria Ledda, egli finse di accondiscendere all’invito dei futuri cognati — e chiese alcune settimane di tempo per aggiustare le sue cose in Sardegna, e per munirsi delle carte necessarie per il matrimonio.

Sbarcato sul litorale di Castelsardo egli riparò nelle campagne d’Osilo, deciso di allontanarsi per sempre dalla Corsica.

Capitato nell’ovile di alcuni suoi parenti, vi fu ravvisato da una vecchia zia, quantunque parlasse in francese e si fosse spacciato, prima per un mendicante di Villasor, e poi per un negoziante di bestiame. Veduto ch’era inutile mantenere l’incognito, si diede a conoscere a suo cugino Pietro Migheli, e svelò addirittura la sua intenzione di uccidere il maniscalco Giomaria Ledda, già suo compagno bandito, e allora libero per il tradimento fattogli a Santa Vittoria.

Per mezzo di diverse persone, fra le quali l’arciprete, egli mandò a salutare l’antico collega, facendogli dire che avrebbe avuto il piacere di riabbracciarlo fra breve!

Il Ledda credette scherzo l’ambasciata, sicuro com’era che Cambilargiu scontava la pena nell’ergastolo di Villafranca.

Il giorno di S. Vittoria, Cambilargiu, favorito da alcuni suoi parenti, si appiattò in un cortile ch’era di contro all’officina di Giomaria Ledda.

Certo Matteo Serra, volendo ferrare un suo cavallo, si era quel giorno portato dal fabbro maniscalco.

Mentre il Ledda, sulla strada, era intento a ferrare il cavallo — fra il servo che teneva sospesa la zampa della bestia, e il Serra che assisteva all’operazione — quest’ultimo si accorse del bandito, nascosto in una catasta di legna. Cambilargiu gli fe’ cenno colla mano di scostarsi. Matteo Serra indietreggiò, balbettando: — Giomaria! Giomaria! Ledda indovinò tutto, e fece alquanti passi per afferrare il suo fucile, ch’era appoggiato allo stipite della porta. Non giunse a toccarlo, perchè cadde fulminato dalle palle di Cambilargiu.

Da quel giorno Pietro Cambilargiu divenne celebre in tutta l’isola. Le sue gesta sanguinarie, che si seguirono senza tregua, venivano in mille modi esaltate dai parenti e da’ suoi compaesani; però, in fondo, egli non aveva alcun valore, nè per destrezza, nè per abilità nel tiro. Dovette la sua fama alle sue volgari astuzie, alla sua crudeltà, all’impeto feroce con cui assaliva i nemici. La vendetta più assennata fu per lui l’uccisione del maniscalco spia; in seguito lasciossi trasportare a eccessi feroci, prestandosi anche a togliere per danaro la vita ad altri per conto di terzi.

Si unì prima col bandito Antonio Spano di Ossi; poi con Francesco Palmas e Salvatore Fresu, e in ultimo con me, come si vedrà più tardi.

Il paese d’Osilo era impressionato dalle continue scelleratezze di quel ribaldo. Approfittando del terrore che Cambilargiu destava nei dintorni, i suoi parenti commettevano ogni sorta di delitti. Scorrazzando per le campagne, essi rubavano frutti, uccidevano bestiame, chiedevano danaro; e nessuno fiatava, temendo che il bandito prendesse le difese de’ suoi congiunti ladri.

Era giunta a tal segno l’esaltazione entusiastica, che un gran numero di malviventi si spacciavano parenti di Cambilargiu, solo per poter commettere impunemente le più audaci imprese.

Eppure, chi lo crederebbe? dinanzi al nemico, Pietro Cambilargiu non dava mai prove di destrezza nè di coraggio. In faccia al pericolo perdeva facilmente il suo sangue freddo, ed agiva per impeto, senza riflessione.

Citerò un solo fatto. Un giorno quattro carabinieri avevano ordito un appiattamento per dar l’assalto a Cambilargiu, che trovavasi in compagnia del nulvese Peppe Luigi Santona, nel molino d’una sua cugina, presso Nulvi. Furono entrambi bloccati dentro casa.

Come avvertirono il suono delle sciabole dei carabinieri, Peppe Luigi uscì risoluto sul piazzale, e, messo il fucile in faccia, prese di mira il maresciallo, che ferì mortalmente. Cambilargiu, invece, sbigottito, non osando venir fuori all’aperto, perdette la testa; e, veduta un’ombra attraversare il piazzale, fece fuoco su di essa, e colpì in pieno petto il suo compagno Santona, che cadde fulminato. Per fortuna egli riuscì a sfuggire ai carabinieri, gettandosi capofitto sotto la cascata del molino, con pericolo della vita. Di quest’errore Cambilargiu si dolse sempre; e con ragione, poichè non tornava ad onore della sua perspicacia.

Fra gli omicidi più crudeli commessi dal bandito osilese, noterò quello del giovinotto Leonardo Satta. Fui quasi testimonio, involontariamente, del fatto.

Come dirò in seguito, da qualche tempo ero in relazione coi banditi Cambilargiu, Spano e Fresu, coi quali mi accompagnavo con frequenza.

Un giorno, tornando insieme da Florinas, Pietro ci pregò di tenergli compagnia fino ad Osilo, poichè aveva bisogno di abboccarsi colà con un suo compare, al quale desiderava parlare in presenza di testimoni.

Movemmo insieme sull’imbrunire, e nella notte ci recammo in casa del notaio Giovanni Satta. Dopo scambiati i saluti, Cambilargiu gli disse:

— Compare Giovanni; per la fede di battesimo che ci unisce, sono in dovere di darvi un’avvertenza. Badate! io so che vostro nipote Leonardo è in rapporti intimi col commissario dei carabinieri, il quale ha la consegna di farmi la spia. So pure che fra loro esiste una corrispondenza epistolare. Se voi non lo persuaderete a mettere giudizio, penserò io ad aggiustare le cose. Ve lo prevengo!

Il notaio, invece di prendere in buona parte le parole di Cambilargiu, montò addirittura sulle furie, e gli rispose con tono minaccioso:

— Se oserete toccare un sol capello a mio nipote, l’avrete da fare con me!

Conoscendo il carattere bestiale di Pietro, m’interposi fra l’amico e il notaio, e dissi a quest’ultimo:

— Lei parla male, signor notaio! Le buone parole sono più persuadenti delle minaccie, massime fra compari di battesimo. Lei non dovrebbe ignorare, che suo fratello Gavino Satta, stabilito a Florinas, fa il fatto suo, nè si occupa di me. Se egli se ne fosse occupato, a quest’ora non sarebbe vivo. Ritiri dunque le minaccie, e si aggiusti con compare Pietro!

Cambilargiu, vivamente piccato dal linguaggio del notaio, gli rispose aspramente:

— Compare Giovanni; poichè la prendete così in alto, vi prometto di dare a vostro nipote la lezione che merita. Lo ucciderò sotto ai vostri occhi!

Ciò detto gli volse bruscamente le spalle, ed uscimmo tutti.

Pochi giorni dopo un amico riferì a Cambilargiu, che il giovane Leonardo sarebbe andato a Sassari per conferire coi carabinieri. Vedutolo da lontano a cavallo, insieme al prete Canalis, che se lo aveva preso in groppa, il bandito spronò la cavalla e gli tenne dietro per un buon tratto di strada. A un certo punto — verso la fontana del fico — il giovane smontò e si unì ad un gruppo di agricoltori che lavoravano in un campo.

Comparso Cambilargiu, Leonardo saltò alcuni muri e si diede a correre. Allora il bandito gli fece fuoco addosso, e lo ferì leggermente ad un piede.

Smontato da cavallo, Cambilargiu saltò anch’esso i muri, e corse dietro al giovane, gridando:

— Fermati, chè non ti farò alcun male!

Leonardo si fermò tremante.

— Dunque ti ostini a farmi la spia? — gli gridò il bandito.

— Non è vero.

— Dimmi la verità!

— Io sono innocente.

— Questa non è la verità! Inginocchiati e prega, perchè ti uccido!

Leonardo cadde in ginocchio, e congiunse le mani con aria supplichevole, mentre Cambilargiu armava il grilletto.

Un vecchio agricoltore, che si trovava presente, cercò intenerire il bandito:

— Perdonalo, Pietro! Non vedi che è un ragazzo?

Il bandito si rivolse a lui:

— Ebbene? e dai ragazzi mi lascerò dunque rovinare? Anch’io ho diritto di vivere; e chi mi fa la spia deve pagarla cara!

Così dicendo mise il fucile in faccia; e dopo aver puntato il giovinotto supplicante, lo fulminò con tre palle nel petto.

Il feroce bandito ebbe il coraggio di frugare nelle tasche del cadavere, e dopo avervi tolto alcune lettere, alla presenza di tanti agricoltori terrorizzati, rimontò a cavallo e si allontanò freddamente com’era venuto.

Il bandito osilese commise quel giorno una vera vigliaccheria, che più volte gli rinfacciai.

Tralasciando per ora le altre uccisioni fatte da Cambilargiu, dirò poche parole sui due altri miei compagni di ventura.

***

Ad Antonio Spano, di Ossi, era stata uccisa barbaramente la madre: una donna ancor giovane, bellissima ed onesta. L’avevano freddata in un oliveto, mentre raccoglieva le olive, perchè non aveva voluto cedere alle disoneste proposte di alcuni giovinastri, a cui rispose con parole di sdegno e di minaccia.

Il figliuolo Antonio, ferito nell’anima, si era proposto di vendicare l’insulto fatto alla madre, e per diversi anni attese l’occasione per mantenere il suo giuramento.

Trascorso un po’ di tempo, trovatosi Antonio in lieta comitiva in un territorio fra Sassari e la Nurra, si bisticciò vivamente con uno dei compagni, minacciandolo di punizione.

Costui, per canzonarlo, gli volse le spalle; e chinandosi gli disse, tra il serio e il faceto:

— Sparami sotto la schiena, se è vero che sei così valoroso!

Cieco di sdegno, Antonio Spano spianò il fucile, e uccise l’amico.

Dopo quest’accidente, egli si diede alla macchia, e sentì più forte il bisogno di vendicare l’oltraggio fatto alla madre.

Pietro Cambilargiu, a cui Antonio si era unito, era molto amico del capo degli uccisori della bellissima donna; e tanto influì sull’animo del giovane bandito, che lo indusse a risparmiargli la vita. Nondimeno Antonio non volle rinunciare alla vendetta, e tolse dal mondo parecchi dei giovani libertini, che gli avevano uccisa la madre.

Il capo degli infami uccisori della donna venne più tardi arrestato; ma Cambilargiu, valendosi della sua influenza, subornò i testimoni, e riuscì a farlo assolvere dai giudici di Sassari.

Avendo molti parenti ladri e sicari, Antonio Spano si era dato a commettere non pochi furti e scelleratezze, e finì per fare anche il sicario per danaro, prestando facile orecchio ai cattivi consigli dei congiunti.

***

Il terzo mio compagno — Salvatore Fresu d’Osilo — si era dato anche lui alla macchia, dopo avere ucciso un ortolano in un campo di granone. Unitosi poco dopo a Cambilargiu (suo cugino in secondo grado) gli fu compagno fedele per due o tre anni. Il Fresu, che aveva moglie e molti figliuoli, era un miserabile. Egli si mascherava con frequenza, e scorrazzava di qua e di là per estorcere denari e bestiame a questo e a quello, in nome sempre del cugino Cambilargiu, ed anche in nome mio.

Antonio Spano, mio coetaneo, era allora trentenne; Cambilargiu e Fresu avevano oltrepassata la cinquantina.

CAPITOLO XIII. I quattro banditi.

Di ritorno dalla Nurra per recarmi a Florinas, mi fermai un giorno all’ovile di Pietro Migheli in Scala di Ciogga, dove trovai Pietro Cambilargiu e Antonio Spano.

In quel tempo io avevo a compagno Leonardo Piga, giovane bandito, a me raccomandato dai parenti.

Come mi presentai all’ovile, lo Spano mi disse:

— Se tu fossi qui venuto in compagnia di Leonardo Piga, lo avrei ucciso!

— Ed io avrei ucciso te! — gli risposi bruscamente. — Perchè tant’odio contro di lui?

— Perchè Leonardo mi ha ucciso un amico la cui perdita mi addolora l’anima!

— Se il tuo amico si fosse comportato bene non avrebbe forse perduto la vita. Ma, purtroppo, certi uomini si fanno forti dell’amicizia di un bandito per dar fastidio agli altri!

Cambilargiu mi diede ragione; e quando presi commiato da entrambi, mi disse:

— Senti, figlio mio! — (soleva darmi questo nome) — tu ci farai un favore. Dovendo attraversare il territorio di Florinas per recarci a Torralba, abbiamo bisogno di una guida, pratica dei dintorni.

— Vi accompagnerò ben volontieri — risposi — Trovatevi a Pedras serradas, nell’ovile di mio cognato, il luogo è sicuro. Di là muoveremo insieme.

Fedeli all’appuntamento, vennero in tre: Cambilargiu, Antonio Spano e Salvatore Fresu.

Nell’ovile di mio cognato si erano riuniti alcuni nostri amici, smaniosi di conoscere i tre famigerati banditi. Quel giorno si fece pranzo insieme, in aperta campagna, lontani dall’ovile — com’è costume dei banditi, per evitare sgradite sorprese.

Insellati quindi i cavalli (cortesemente favoritici) movemmo, uniti, per Torralba. Io guidavo i compagni.

Fatta un po’ di strada, i tre banditi mi esternarono il desiderio di passare in Banari, dove avevano un amico.

— Chi è costui? — chiesi loro.

— Antonio Luigi Pischedda.

— Nè voi, nè io, andremo da lui!

— Perchè?

— Perchè gli hanno ucciso due nipoti.

— Eppure ha promesso di farci un regalo, se saremmo andati a visitarlo!

— Pischedda è in urto con tutto il paese, per l’uccisione dei due nipoti; nè voi riuscireste ad uscire di là, senza aver le giacche forate dalle palle dei banaresi. Siete sotto la mia custodia, e non dovete andarci!

Li condussi invece in casa di Gio. Antonio Pais, che era assente dal villaggio. Fummo ricevuti dalla moglie, che mandammo subito a comprar vino. Ci fermammo tutti sulla pubblica piazza a mangiare ed a bere; ed io mi divertiva a gettar noci e mandorle in mezzo alla folla, per il gusto di vedere i ragazzi impigliati fra le gonnelle delle vezzose forosette.

Riposati alquanto, ci rimettemmo in viaggio e visitammo Bessude, dove Cambilargiu aveva un amico — certo Pietro Chessa, suo antico compagno di galera.

Salendo poscia per il monte Pelau, arrivammo a Bonnanaro, e condussi i compagni in casa di un mio zio, a cui li presentai come barracelli d’Osilo in cerca del mancamento[37].

Lo zio mi scambiò con mio fratello Giomaria, ch’era barracello di Florinas.

— Non sono Giomaria — mi affrettai a rispondere — sono Giovanni Tolu.

Lo zio sbarrò tanto d’occhi:

— Tu..... sei Giovanni?!

— Sì... e i miei compagni sono anch’essi banditi.

Il buon uomo pareva sulle spine, non riuscendo a celare la grande paura che aveva in corpo.

Cenammo nondimeno allegramente, e poi si andò a riposare. Ci sdraiammo vestiti su due letti, colle armi vicine.

Mio zio sembrava inquieto, e balzava ogni tanto in piedi, tendendo le orecchie.

— I cani, stanotte, abbaiano troppo! — diceva.

Volendo tranquillarlo, lo pregai di mandar subito a chiamare il capitano dei barracelli di Bonnanaro, ed altri amici.

Vennero in quattro, e si combinò di uscir tutti in campo aperto, per essere più sicuri. Ci sdraiammo sull’erba, e allo zio tornò l’animò in corpo. — Erano le due dopo mezzanotte.

Verso l’alba ci fu servito il caffè, fra le roccie, ed a mezzo giorno divorammo allegramente il lauto pranzo, che lo zio aveva preparato agli ospiti famigerati.

Sull’imbrunire mandammo un espresso a don Ciccio Corda, di Torralba, perchè venisse subito da noi. Egli venne con tre servi: uno ne spedì per i cavalli, e due per la provvista dei viveri.

Sopraggiunta la notte, don Ciccio ci fece condurre in altra sua tanca, tutta in campo aperto, per riposare più sicuri.

Di là, verso l’alba, passarono a cavallo don Francesco Corda di Clave, don Giovanni Diez, e due loro servi.

Avendoci riconosciuti, don Francesco si accostò a noi.

— Perchè siete qui?! don Ciccio non è uomo che possa farvi male, ma certo non sa custodire persone gelose, quali voi siete! Questo non è luogo sicuro!

— Ci ha fatto fermare qui — risposi — perchè deve mandarci due cavallini.

— Aspetterà forse che i cavalli nascano per regalarveli! — esclamò don Francesco, sghignazzando. — Venite con noi, chè vi daremo cavalli nati. Voi potrete stare nelle nostre terre sette od otto giorni, senza il pericolo di venir molestati!

Ci alzammo in piedi e movemmo incontro ai quattro individui, ch’erano intanto smontati da cavallo. Le quattro bestie dovevano servire per otto uomini. Io presi in groppa uno dei due servi, e Salvatore Fresu fece altrettanto con l’altro. Cambilargiu sedette in groppa al cavallo di don Francesco Corda, e Antonio Spano in groppa a quello di don Giovanni Diez.

Così accomodati, due uomini per cavallo ci mettemmo in cammino, a mezzo trotto.

Curioso, invero, vedere i quattro più famosi banditi del Logudoro trottare con tanta audacia e disinvoltura sulla strada maestra! Se ci avessero quel giorno messo a cimento, Dio sa qual battaglia sanguinosa ne sarebbe avvenuta!

A mezzogiorno in punto i quattro cavalli, carichi di otto uomini, attraversavano allegramente il villaggio di Torralba, passando sotto la caserma dei carabinieri. Noi guardammo alle finestre con aria di trionfo. Chi lo sa? Forse a quell’ora, attraverso ai vetri, qualche carabiniere assisteva al passaggio dell’allegra cavalcata, ben lontano dall’immaginare che quattro uccelli grossi sfidavano la vigilanza dei benemeriti cacciatori!

Arrivati a un certo punto, al di là del paese, smontammo da cavallo; e i due cavalieri coi rispettivi servi tornarono indietro, per riprendere la via di Sassari.

La sera, per altro cammino, volgemmo di nuovo a Bonnanaro, e sostammo in casa del cav. Delogu, il quale ci offrì buon vino e polvere eccellente. Si chiacchierò a lungo; finchè sopraggiunta la notte, uscimmo dal villaggio per salire alla punta di Monte Santo — uno dei rifugi più sicuri in quel tempo, perchè tutto boscoso.

Fummo, lassù, ricoverati dall’amico bonorvese Baldassare Saba; il quale volle uccidere due bestie, per mettere molta carne al fuoco.

Spuntata l’alba, uscimmo sulla spianata, per divertirci alquanto al bersaglio.

***

La mattina stessa scendemmo da Monte Santo per recarci ad Ardara. Arrivati alle falde, Cambilargiu vide alcuni maialetti, e ne sparò uno colla pistola.

Alla detonazione accorsero alcuni pastori.

— Figli miei! — esclamò Cambilargiu con aria compunta — badate: vi ho ucciso un porcetto!

Uno dei pastori gli rispose umilmente, col riso sulle labbra:

— Se è vero che lo avete ucciso, lo metteremo al fuoco — se non lo avete ucciso, lo uccideremo!

Fatta colazione in fretta e furia, uno dei miei compagni chiese ai pastori un buon cagnetto di razza.

— Ve ne darò uno eccellente fra qualche mese. Lo sto allevando.

— Verrò io stesso a prenderlo! — dissi; e il pastore a me rivolto:

— Se verrà Giovanni Tolu, lo porterà via; ma se non venisse, prometto che il cane morrà in mio potere, poichè non lo darò mai più a nessuno![38]

A proposito di questo cane, narrerò per inciso un episodio.

Alcuni mesi dopo, ripassando in quell’ovile per ricordare l’adempimento della promessa, trovai il pastore (Bastianu Zamburru) in urto fortissimo col proprio cognato Gio. Maria Sanna. Le cose erano tese al punto, da rendere inevitabile una catastrofe.

Volli fare un’opera buona. Valendomi dell’influenza che esercitavo sulle due famiglie, mi recai in persona all’ovile di Sanna, e costrinsi costui a recarsi dal cognato per far la pace. Io stesso invitai le donne delle due famiglie a riunirsi ad un pranzo comune, a cui presi parte. Si passò la giornata allegramente, e ricordo di aver fatto un brindisi al cagnetto, a cui si doveva la riconciliazione dei due cognati.

Non lo dico per millantarmi. Tutte le volte che io riusciva a fare un’opera buona ed a pacificare fra di loro gli avversari, provavo un’intima soddisfazione, pari a quella di una vendetta compiuta. Amavo la pace degli altri; eppure non ero mai riuscito a pacificarmi coi miei nemici!

***

Riprendo la gita dei quattro banditi.

Arrivati ad Ardara ci presentammo a quel rettore, nativo di Nughedu.

Egli ci squadrò sospettoso. Cambilargiu gli disse:

— Non tema, signor rettore!

— Non ho paura! — rispose il prete. — Conosco agli occhi l’uomo dalle sinistre intenzioni. Qui siamo in campagna, nè si può avere quello che si vuole. Mangeremo alla buona qualche uovo e un po’ di pane. Ho mandato a Sassari per la provvista del vino, nè può tardare ad arrivarmi.

E infatti, il buon uomo, ci trattò bene, e fummo soddisfatti.

Appena pranzato, pregammo il rettore che facesse venire suo fratello, il capitano dei barracelli, col quale volevamo conferire.

— Che volete da lui?

— Ci abbisognano quattro buoni cavalli per portarci fino a Florinas.

— Ve li provvederò io![39]

Arrivati, dopo un’ora, all’ovile di un comune amico, nelle vicinanze di Ploaghe, rimandammo con un servo i cavalli al rettore di Ardara, e passammo subito in altra capanna di Salvatore Casula. Ciò per abituale precauzione, temendo che il servo potesse rivelare ad altri il luogo del nostro rifugio.

Ci fermammo all’ovile tutta la giornata.

Venne intanto a trovarci un amico de’miei compagni — scaltro furbone — che guardai subito con diffidenza. Non tardai a capire, che la sosta dei tre banditi nelle vicinanze di Ploaghe aveva per scopo quell’abboccamento, dato in precedenza a mia insaputa.

Ciò mi spiacque, ma feci l’indifferente. Non dovevo dimenticare che io mi ero prestato come guida ai tre compagni nei territori del mio paese.

Il furbone disse ai tre banditi, senza preoccuparsi della mia presenza:

— Io ho una lite con Gio. Antonio X, e corro il serio pericolo di venire ucciso da lui. Mi rivolgo dunque a voi perchè mi liberiate dal mio avversario.

Cambilargiu, un po’ impacciato alla mia presenza, gli rispose:

— Giacchè la tua vita è minacciata, perchè non togli di mezzo Gio. Antonio?

— Io?! Siete voi che dovete ucciderlo. A me spetta il compensare le vostre fatiche.

I tre banditi si scambiarono un’occhiata e ammutolirono. Io pensai un poco, e poi dissi, accentuando le parole:

— Se non mi fossi trovato qui, in vostra compagnia; se non avessi sentito la proposta del vostro amico, non mi sarei certo occupato dei fatti vostri. Avendo però assistito al vostro discorso, è duopo che le cose prendano una piega diversa. Voi non ucciderete Gio. Antonio e se lo ucciderete, ne farò tale uno scandalo da mettervi in impicci colla giustizia, facendovi perdere molti buoni amici. Io non sono qui venuto per servir di guida a sicari! Siamo nel territorio del mio paese!

Aspettavo che i miei compagni aprissero bocca, per piantarmeli là bruscamente; ma in vece nessuno più parlò di uccisioni alla mia presenza.

Venuta la sera ci mettemmo tutti in viaggio a piedi, prendendo la montagna, per recarci ad Osilo. Fu appunto in quel giorno, che Cambilargiu ci pregò vivamente di accompagnarlo in casa del notaio Satta, lo zio di quel tal Leonardo, ucciso barbaramente verso la fontana del fico.

All’indomani lasciai i miei tre compagni ad Osilo, e feci ritorno a Florinas.

***

Poco tempo dopo, Pietro Cambilargiu si era separato da Antonio Spano, del quale diffidava.

Anche Salvatore Fresu finì per essere licenziato dal cugino, poichè egli non faceva che scroccare danari a questo e a quello per poter mantenere la moglie e i figliuoli poveri.

Non passò gran tempo dalla separazione quando Fresu cadde in potere dei carabinieri. Egli venne arrestato colla maschera sul volto, e messo in prigione. Fattogli il dibattimento, venne assolto. Solita giustizia dei giudici, i quali condannano tanti innocenti, per dare la libertà a tanti birbanti matricolati. Noi banditi vedevamo troppo spesso simili spropositi, i quali certamente non facevano che raffreddare la nostra fede verso i tribunali.

Continuai nonpertanto la mia relazione cogli altri due banditi, e specialmente con Pietro Cambilargiu, ch’ebbi a compagno per altri sei mesi, come vedremo in seguito.

CAPITOLO XIV. In bocca al lupo.

Farò intanto un passo indietro.

Scorrazzava da qualche tempo nei territori di Florinas una compagnia di ladruncoli, i quali svaligiavano le case, e vi uccidevano anche i proprietari, se il bisogno lo richiedeva. Due volte avevo sorpreso e conosciuto quei furfanti, ma non volli denunziarli. Siccome però ero amico dei barracelli, e mi stava a cuore la tranquillità del mio paese, provavo un vivo dispetto per quell’accolta di vagabondi, i quali, non rispettando la roba d’altri, comprometteva gli interessi de’ miei amici e compaesani. Deciso di dar loro una buona lezione, aspettai l’occasione propizia.

Mi erano ben noti questi ladri. Due di essi mi avevano un giorno proposto di unirmi a loro e ad un terzo (che nominarono) per andare a Giave. Scopo della gita era quello di depredare una vecchia signora, che possedeva oltre otto mila scudi, in contanti, e che viveva sola in casa con una serva. Risposi loro sdegnosamente, che non intendevo rendermi complice di simili ribalderie.

Nondimeno quei ladri, non volendo rinunziare all’impresa, si recarono in tre a fare il colpo: Gio. Antonio Gasu, Pietro Sanga di Bosa, e Antonio Maria Deia di Giave — incaricato quest’ultimo di indicare la casa della ricca signora e di diriggere la spedizione.

Aperta la porta ed entrati in casa, i tre furfanti imposero alla serva, con minaccie, di soffocare i latrati del cagnolino.

Penetrarono quindi nella camera della vecchia, che trovavasi a letto.

— O consegnaci la chiave dello scrigno in cui custodisci il danaro, o rassegnati ad essere scannata.

La vecchia tentò gridare, ma uno dei ladri fu pronto a cacciarle una mano in bocca; e siccome colei glie la stringeva fra i denti, il morsicato le tagliò la gola col pugnale.

Sgozzata la donna, i tre assassini si diedero a frugare da per tutto, finchè rinvennero una cassetta pesante, che portarono via. Quando i ladri l’aprirono per dividersi il bottino, rimasero di sasso. La cassetta non conteneva che i moccoli di cera, sopravanzati alla festa delle Anime dei purgatorio, che ogni anno soleva farsi per cura e spese della vecchia devota.

Un altro giorno gli stessi due ladri m’invitarono a fare il sesto in una comitiva, organizzata per derubare la bottega di un negoziante di Bosa. Questa volta, non solo rifiutai di prender parte alla grassazione, ma osai arditamente rimproverarli per le azioni turpi che commettevano.

I ladri si strinsero nelle spalle, e fecero a meno di me. Guidati dall’orefice bosano Andrea Licheri, si recarono a Bosa. Facevano parte della combricola, fra gli altri, Deia, i fratelli Pietro e Francesco Rassu, e Giomaria Ghiu. Aperta coi grimaldelli la porta della casa del negoziante, non vi rinvennero che gli attrezzi dei fuochi d’artifizio, ch’erano serviti alla festa di Santa Filomena, ricorrente all’indomani.

Delusi anche questa volta, lasciarono Bosa; e usciti dal paese scalarono un cortile per rubarvi una ventina di galline, che si divisero — unico bottino di quella malaugurata spedizione.

Malgrado i miei sdegnosi rifiuti, quei malandrini mi tentarono una terza volta. Secondo loro, un bandito non doveva rifiutarsi ad una ribalderia.

Nelle vicinanze di Florinas, venne a me Sanga il bosinco, e mi invitò ad unirmi ad una comitiva, formatasi per derubare Gavino Matteo Marche.

— Chi tutti siete? — gli chiesi con premura, fingendo aderire per conoscere il nome dei complici.

— Me compreso siamo in dodici; — i fratelli Rassu con due loro amici, Deia, Lichinu, Giomaria Ghiu, Gio. Antonio Giasu, e Don Ciccio bosinco. (Quest’ultimo era un cavaliere di Nulvi, ammogliato a Florinas, molto povero e ladro.)

Sdegnato del furto che si voleva commettere nel mio paese, cercai di sventarlo senza inasprire i ladri.

— Badate: a Florinas c’è il barracellato, al quale appartengono due miei fratelli. Chi va per rubare è disposto anche ad uccidere... non si sa mai! Eppoi, ve lo dichiaro: c’entra di mezzo la mia riputazione, e tengo alla tranquillità del mio paese, che mi sa bandito. Voglio che queste cose non si facciano... e voi non le farete!

La mia dichiarazione ebbe il suo effetto. Sanna il bosinco riferì le mie parole ai compagni, e fu sospesa la grassazione che doveva consumarsi in casa di Marche, entro popolato.

Essendo dunque a me noti gli individui componenti la comitiva dei ladri, mi adoperavo perchè il mio paese fosse da essi rispettato. Se a Florinas avevo nemici, avevo pure molte persone di cui godevo la stima, e che contavano sulla mia protezione.

***

Narrerò ora, come quest’odio ai ladri e quest’amore al mio paese mi tornarono quasi fatali. È un aneddoto ben noto all’arma benemerita, e più volte lo rammentai al maggiore dei carabinieri Cav. Ferrè.

Una notte, dopo aver scorrazzato per la campagna, volli spingermi fin dentro paese, e venni ricoverato in una fida casa, dove si fece cena con diversi amici.

Volle il caso, che in quella stessa notte si fosse concertato un segreto appianamento fra i carabinieri ed i barracelli di Tissi; i quali avevano circondato le case di due dei ladri da me menzionati, perchè in sospetto di aver preso parte a un furto audace commesso in Tissi, a danno di un certo signor Selis. Questi due ladri avevano domicilio a Florinas.

Finito ch’ebbi di cenare, abbandonai la casa ospitale, accompagnato fino all’uscita del paese da un amico guardaboschi, col quale avevo combinato di andar l’indomani a mangiar fichi in una campagna vicina. Il guardaboschi aveva invano insistito perchè io rimanessi un altro giorno a Florinas.

Essendo stato durante la giornata a caccia di pernici, avevo il fucile carico a pallini — cosa rare volte avvenutami, dovendo il bandito tenersi sempre pronto in caso di una sorpresa.

Uscimmo insieme all’aria aperta. Erano le due dopo mezzanotte, e faceva un buio pesto.

Attraversando il largo in cui erano le case abitate dai ladri, scorsi due individui seduti, addossati alla porta di Antonio Maria Deia di Giave. Sospettai subito che qualche cosa di sinistro si tramasse a danno di un mio compaesano.

Mi scostai risoluto dal mio compagno e mi diressi in punta di piedi verso i due ladri, colla speranza di sventare qualche brutto tiro.

Uno di essi era appoggiato allo stipite e pareva dormisse.

— Non ti svegli, dunque? — Gli gridai con tono energico.

Desto di soprassalto, quell’uomo balzò di scatto in piedi, e vedendo a sè dinanzi un armato, con movimento rapido spianò il fucile e mi fece fuoco a bruciapelo.

La palla, fischiante, mi passò sotto l’ascella.

L’altro compagno fece anch’esso un brusco movimento, come per assalirmi; ma io, pronto come il lampo, scaricai sull’uno e sull’altro le canne del mio fucile, carico a pallini.

Chi lo avrebbe detto? Quei due uomini non erano altri che il maresciallo dei carabinieri ed un barricello di Tissi — entrambi là appostati per sorprendere i ladri, che dovevano rientrare in casa, di ritorno dalla grassazione di Selis. Dalla parte opposta, nel cortile, erano molti altri carabinieri e barracelli, parimenti appiattati per lo stesso fine.

Avevo colpito il maresciallo in piena mammella, ma il colpo al barracello mi era andato fallito, per l’oscurità della notte[40].

Come mi avvidi dell’errore, feci un salto indietro, mi diedi a correre come un capriolo, e guadagnai la campagna.

Il maresciallo, ferito a pallini, non tardò a guarire.

Allo scoppio delle tre fucilate erano accorsi i barracelli ed i carabinieri che si trovavano nel cortile; e, saputo il caso, e chi io mi fossi, diedero in ismanie. Mi venne riferito, che uno dei carabinieri (certo Ribichesu), quando accorse sul luogo dello scontro, si millantò che non sarei riuscito a sfuggire alla sua palla, se invece del collega fosse stato lui a sedere sulla soglia.

Si vedrà, nel corso della narrazione, come la fatalità trasse sui miei passi questo carabiniere millantatore.

Quest’incidente fu uno dei più curiosi della mia vita. Per voler sorprendere e punire i ladri del mio paese, ero andato a cadere fra le braccia di un barracello e del maresciallo dei carabinieri. Io, che da mattina a sera studiavo i mezzi per sfuggire ai lupi, ero andato a cacciarmi come uno sciocco nella loro bocca.

Manco male che la lezione non andò perduta, poichè in avvenire fui più cauto nel pedinare i malandrini. Non si sa mai: sotto alle vesti di un ladro può nascondersi anche un carabiniere!

Il mio incidente fu risaputo, e destò rumore. Lo narrai, minutamente, al maggiore Ferrè, quando mi chiamò in salvacondotto per interrogarmi sull’uccisione del bandito Gianuario Murgia di Siligo. Io conchiusi:

— Ella vede, signor Maggiore, com’è facile ad un bandito uccidere un carabiniere, anche senza volerlo!

***

Eppure non fu quella la sola volta che caddi in bocca al lupo; i casi furono molti, ma io mi fermerò sui più salienti, seguendo l’ordine della narrazione.

Ripiglierò la storia, ritornando ai famosi banditi, ch’ebbi a compagni nella mia vita avventurosa.

Antonio Spano, dopo un vivo diverbio, si era separato da Pietro Cambilargiu; e siccome era ricercato dalla giustizia e mi aveva in uggia, carezzò il pensiero di acquistare la sua libertà, con un agguato a mio danno.

Di ciò informato per mezzo degli amici, mi misi in guardia.

Il fratello di lui, Salvatore Spano, introdottosi un giorno per far erba nel predio di Dionisio Matti di Sassari, fu da questi sorpreso e acerbamente rampognato. Inasprito dalle parole, Salvatore gli puntò la pistola sul petto. Dionisio denunziò il fatto all’autorità giudiziaria, e l’aggressore fu arrestato e condannato a sei mesi di carcere.

Questo fatto era capitato parecchi mesi dopo la morte del figlio tredicenne di Dionisio, ucciso accidentalmente dentro la propria bottega, nello scontro avvenuto fra i Saba ed i Macioccu.

Nel frattempo che Salvatore scontava in carcere la pena, Antonio Spano volle vendicare il fratello; e travestitosi cogli abiti del muratore Antonio Depalmas, riuscì ad uccidere Dionisio con una fucilata.

Poco dopo la mia gita ad Osilo coi tre banditi (dai quali mi ero separato), Pietro Cambilargiu si recò all’ovile di mio cognato Gio. Antonio Bazzone, nelle vicinanze di Florinas, e lo pregò di fargli ottenere un abboccamento con me.

Due giorni dopo andai a trovarlo.

— Che volete, zio Pietro?

— Ascolta, figlio mio. Tu sei solo, e solo sono io. Perchè non unirci? In due si sta meglio che soli: non ti pare?

— Uniamoci pure! — risposi.

E così, per oltre sei mesi, fummo compagni quasi indivisibili.

***

Eravamo insieme da parecchi mesi, quando un giorno, in territorio d’Osilo, venne a trovarci la moglie di Cambilargiu. — Era costei la vedova di un suo cugino, da lui resa madre, e poi sposatala per minaccia dei fratelli e dei parenti.

Si pranzò tutti insieme. Io ero serio e taciturno.

— Cosa hai, figlio mio? — Mi chiese il compagno, appena la moglie andò via.

— Ho l’umor nero, nè so perchè.

— Ebbene, cercherò allora di divagarti. Andremo a passar la notte in un molino di Nulvi; di là passeremo a cogliere un po’ di carciofi nella vigna di un mio cugino prete, e li faremo cuocere per la cena.

Movemmo insieme verso Nulvi. Fermatici alquanto nella cardiera del prete, per spiccarvi non più di due dozzine di carciofi, continuammo la nostra strada, quando udimmo alcune fucilate nella vigna di Giorgio Vacca, posta in regione di Nuzzi, a mezz’ora da Osilo.

— Hai sentito? — Dissi rivolto al compagno.

— Sarà il padrone della vigna: un medico di casa, che mi è amico.

Ci fermammo dinanzi al cancello. Io dissi a Pietro:

— Entra tu per il primo, poichè vi sei conosciuto.

Cambilargiu passò avanti; io mi fermai a rinchiudere il cancello, e gli tenni dietro.

Fatti alcuni passi udimmo abbaiare un cane, che comparve sulla porta della casa, distante una trentina di passi dal cancello. Quasi subito venne fuori un zappatore, il quale, dopo aver imposto al cane di tacere, guardò verso di noi e si fermò con senso di sgomento.

In un attimo sbucarono dalla casa sette carabinieri, che si schierarono sul piazzale, come per meglio esaminarci. Il zappatore, certamente, aveva pronunciato il nome di Cambilargiu.

Questi si volse a me dicendo:

— Coraggio, figlio mio, non temerli: sono carabinieri!

Io diedi un salto all’indietro e corsi ad aprire il cancello gridando:

— Vieni fuori subito! Ci sono io qui!

Cambilargiu mi raggiunse; e allo stesso tempo una scarica di quattro o cinque fucili mandò in ischeggie parte del cancello. Il denso fumo della polvere c’impedì di vedere i carabinieri; nondimeno, io e Cambilargiu puntammo i fucili in direzione degli armati e facemmo fuoco, dandoci poi alla fuga.

Eravamo illesi per vero miracolo. Una palla mi aveva spezzato la bacchetta del fucile, ed un’altra era strisciata lungo la manica della mia giacca, senza toccarmi la carne e senza farmi versare una stilla di sangue.

Era il 10 giugno 1853, di venerdì.

L’indomani ci venne riferito, che un carabiniere era caduto morto, e ad un altro la palla aveva spezzato il calcio della pistola. Se alla mia palla, o a quella di Cambilargiu, si dovesse la morte del carabiniere, nessuno di noi seppe mai: certo è che i carciofi del prete, anche questa volta, mi avevano cacciato in bocca al lupo[41].

Avendo noi preso, nello scappare, due diverse direzioni, ci perdemmo di vista, e non ci trovammo insieme che la domenica, due giorni dopo lo scontro fatale.

Chi avrebbe mai detto, che anche in quel giorno io doveva essere messo a più dura prova? Eppure così volle il destino, come dirò nel capitolo seguente.

CAPITOLO XV. A «Monte Fenosu».

Era la domenica. Trovato per caso Cambilargiu, mi pregò di tenergli compagnia fino all’ovile de’ suoi cugini Migheli, posto sul Monte fenosu, in faccia a Scala di Ciogga. Messici in cammino, mi confidò di aver dato colà appuntamento ad una persona distinta, che desiderava conferire con lui.

Arrivati alla capanna, chiesi a Cambilargiu il nome dell’uomo che aspettava.

— È un sassarese: Carlo Tiragallo.

— Chi è costui?

— Un regio impiegato; un segretario dell’Intendenza; un signore ricco.

— Ben soventi questi signori ci fanno la spia!

— Non è di questi tali. Trattasi di persona ammodo, molto distinta.

— Caro zio Pietro; i signori si vendicano sempre, quando si presenta loro l’occasione, ed è meglio non fidarsene.

I fratelli Migheli, punti dalle mie osservazioni, soggiunsero a me rivolti:

— Tu sei un miserabile, un pusillanime, e non vali nulla!

— Basta — conchiusi con calma — ora qui siamo, e qui resteremo; però vi dichiaro, che non pranzeremo insieme. Voi starete nell’ovile colla famiglia, e noi all’aperto, in un punto vicino, dove ci porterete da mangiare, ed accompagnerete l’uomo distinto, che verrà per conferire con Cambilargiu.

— Si direbbe che tu hai paura!

— Amo la prudenza. Voi siete abituati a trattare coi signori di Sassari, i quali vi danno i buoni bocconi, in cambio dei magri agnelli che uccidete per loro. Ci avete il tornaconto, lo so; ma badate che i bocconi della città non vi facciano nodo alla gola!

Quantunque io avessi insistito, Cambilargiu fu di parere di far pranzo comune dentro la capanna, insieme al signore che sarebbe arrivato da Sassari.

I fratelli Migheli, colle rispettive mogli, figli e servi, abitavano in due distinte capanne vicinissime. D’ordinario le due famiglie convivevano insieme.

Mezzogiorno era appena trascorso, quando comparve Carlo Tiragallo, in compagnia del figliuolo ventenne Giuseppe. Le carni erano cotte, e ci mettemmo quasi subito a tavola, apparecchiata nella capanna più grande.

Carlo Tiragallo (come in seguito appresi dallo stesso Cambilargiu) si era recato a Monte Fenosu per chiedere informazioni sull’individuo che aveva sparato suo padre (il maggiore Agostino Tiragallo) mentre si trovava in un suo predio di Sassari.

— Se lo hai sparato tu — gli aveva detto il signor Carlo — siamo disposti a perdonarti; ma se il tiro gli venne dal bandito Antonio Spano, io ne voglio vendetta, e mi affido a te per compierla.

Il maggiore Tiragallo aveva inseguito il suo aggressore, ma non potè raggiungerlo, nè riconoscerlo. L’uomo che gli aveva dato la fucilata (andata a vuoto) era realmente Antonio Spano.

Riprendo la narrazione.

Sedemmo a tavola, io, Cambilargiu, i due Tiragallo padre e figlio, e i due fratelli Migheli colle rispettive mogli e figli; una ventina in tutti, compresi i seni e le serve, e senza contare i quattro uomini posti a vedetta fuori della capanna, com’è usanza fra banditi, quando si riuniscono in un luogo chiuso.

Era la una dopo mezzogiorno.

Con sorpresa avevo notato, che Carlo Tiragallo, prima di sedere a tavola, si era tolto dalle saccoccie due pistole nuovissime; una ne aveva deposto sul letto delle donne, l’altra se l’era messa alla cintola, dopo averne montato il grilletto.

Quest’operazione mi aveva messo in diffidenza; ond’è che io, per precauzione, volli sedermi armato di pugnale e di fucile tra i due Tiragallo — deciso di pugnalarli entrambi se si fossero rivolti contro di noi, o se avessi avvertito la presenza dei carabinieri. Da questo lato, lo confesso, io era il più intransigente dei banditi.

Si chiacchierò allegramente durante il pranzo; e Tiragallo, colle sue barzellette, fece ridere le donne. Terminato di pranzare, Cambilargiu disse a me rivolto:

— Figliuolo mio, tu devi scusarmi se ti lascio solo un momento, per andare all’aperto a conferire col signor Tiragallo.

E i due commensali uscirono per recarsi sul promontorio ingombro di macchie, che sovrastava la seconda capanna, distante da noi una quarantina di passi. Ivi sedettero, per parlare non visti e senza testimoni.

Pochi minuti dopo si alzò da tavola anche Giuseppe Tiragallo, e con lui tutti i commensali, che uscirono all’aperto per ridere e chiacchierare. Era un giorno di festa e si era tutti allegri.

Dentro la capanna non ero rimasto che io, ed una giovinetta quindicenne, a cui avevano affidato una bambina che si teneva sulle ginocchia. Non volli uscir fuori perchè temevo d’esser veduto dalla punta di Scala di Giocca, dove non mancano sassaresi a passeggiare, massime nei giorni di festa.

Mentre Cambilargiu e Tiragallo discorrevano sul promontorio boscoso, e le donne e i bambini ridevano e scherzavano sul piazzale, Pietro Migheli — uno dei due proprietari dell’ovile — era rientrato nella capanna per scambiare qualche parola con me.

A un tratto si udirono abbaiare i cani, e il Migheli si fe’ all’uscio.

— Non è nulla — disse rientrando. — Lo schiamazzo dei bambini e il riso delle donne rende inquiete le bestie.

Dopo alcuni minuti i cani tornarono ad abbaiare più forte; Migheli tornò ad affacciarsi alla porta, e rientrò subito pronunciando una sola parola:

— Carabinieri!

— Va fuori! — gli gridai balzando in piedi — e lasciami solo!

La giovinetta quindicenne, che conobbe il pericolo, si diede a piangere; e volgendomi ad essa le gridai imperiosamente:

— Va fuori anche tu, e sta zitta!

Rimasi tutto solo dentro la capanna.

In un lampo, con mente serena, abbracciai la situazione. Guai al bandito che nei momenti del pericolo perde il suo sangue freddo: egli è morto!

Nove carabinieri a cavallo, guidati dal maresciallo, correvano all’impazzata dall’una all’altra capanna dei fratelli Migheli. Erano venuti dal versante di mezzogiorno, senz’essere avvertiti dalla vedetta, che imprudentemente aveva abbandonato il suo posto.

Altri venti carabinieri a piedi (come appresi più tardi) si erano appostati alle falde boscose di Scala di Ciogga, di fronte a Monte Fenosu.

Come Cambilargiu avvertì dall’altura i soldati che salivano la collina, aveva piantato Carlo Tiragallo, e se l’era svignata cacciandosi di macchia in macchia, inosservato. Affettando indifferenza, Tiragallo era venuto giù, passo passo, fino al piazzale della capanna, dov’io mi trovavo.

Il momento era solenne; ma mi erano bastati pochi secondi per prendere la decisione estrema. Assicurai con una cordicella la mia pistola al polso destro; afferrai la pistola lasciata da Tiragallo sul letto, e me la legai parimenti al polso sinistro. Mi accertai che la lama del mio pugnale uscisse liberamente dal fodero; montai i grilletti del mio fucile a due colpi, e mi cacciai in fondo alla vastissima capanna, nell’angolo più oscuro, pronto all’assalto ed alla difesa. Avevo di fronte la porta (esposta a levante) e vedevo chiaramente quanto accadeva sul piazzale. Sentivo il pianto delle donne, gli strilli dei bambini, e il rumore delle sciabole dei carabinieri, i quali correvano di qua e di là come indemoniati.

Il maresciallo, a cavallo al par degli altri, si piantò dinanzi alla porta, alla distanza di cinque o sei passi. Egli si rivolse a Carlo Tiragallo, che gli era vicino, ma ch’io non vedevo:

— C’è nessuno dentro la capanna?

— Nessuno. La capanna è vuota! — rispose deciso Tiragallo, certamente persuaso che anch’io fossi uscito all’aperto, riuscendo a mettermi in salvo prima dell’arrivo dei carabinieri.

Il maresciallo si rivolse a’ suoi dipendenti:

— Qualcuno di voi smonti da cavallo e s’introduca nella capanna.

Un carabiniere smontò di sella, e cacciò più volte la testa dentro la capanna, senza però varcarne la soglia. Era titubante ed aveva paura.

L’oscurità in cui mi trovavo gli impediva di vedermi.

La situazione diventava più critica. Se i carabinieri si fossero assembrati dinanzi alla porta, la mia uscita sarebbe stata impossibile.

Feci due passi in avanti, risoluto di slanciarmi con impeto all’aperto, dando uno spintone al carabiniere che stava sulla porta. La mia sorte era decisa: o salvarmi per miracolo coll’audacia, o cader fulminato dalle palle di venti carabine.

Il carabiniere che con titubanza cacciava la testa nella capanna, senza decidersi ad entrare, si era alquanto scostato, lasciando libera la porta.

Il maresciallo allora, o che avesse avvertito la mia presenza, o che volesse sgomentare un bandito nascosto, puntò il fucile verso l’interno della capanna e fece fuoco. La palla andò a conficcarsi nello stipite, ed una scaglia colpì al labbro il carabiniere vicino.

Costui, sentendosi ferito, indietreggiò, dicendo che gli avevano fatto fuoco dall’interno della capanna.

Gli altri carabinieri smontarono allora da cavallo, e si fecero alla porta, gridando:

— Compagni, coraggio!

Colla furia di un gatto selvatico mi slanciai fuori all’aperto, col fucile in faccia. Scaricai una delle canne a destra, e l’altra a sinistra, e vidi un carabiniere stramazzare. I compagni, da una parte e dall’altra, fecero un movimento istintivo, come per scansare il colpo — ed io ne approffittai per saltare come un capriolo in mezzo ai miei aggressori. Svoltai a sinistra, in faccia a Scala di Ciogga; gettato a terra il fucile scarico, impugnai le due pistole, e giù a capofitto, fra gli armati, a raggiungere il ciglione del monte.

Oltrepassata di una diecina di metri la capanna, dietro un piccolo promontorio coperto di macchie, mi trovai a sinistra dinanzi a quattro carabinieri in agguato. Con un coraggio disperato mossi loro incontro, puntando le due pistole; essi abbassarono la testa per schivare il colpo; ma io, colla rapidità del lampo, mi voltai di scatto, raggiunsi il ciglione della roccia a picco, tesi in alto le braccia stringendo in pugno le pistole, spiccai un leggero salto, e mi lasciai cadere nel vuoto, per un’altezza di oltre venti metri.

La falda della montagna era tutta roccie e bosco, con piante altissime di elci.

Il salto dalla roccia di Monte Fenosu
Il salto dalla roccia di Monte Fenosu

Caddi in piedi, senza urtare per miracolo in alcun ramo; battei leggermente la schiena contro un sasso, ma arrivai a terra illeso. Ero salvo. Non avevo perduto che il berretto ed il fucile. Pensai allora che i carabinieri sovrastanti mi avrebbero fatto fuoco dal ciglione, dandomi la caccia. Strisciai come un serpe fra macchie, roccie e grossi sassi lungo il dorso del monte, fino a che giunsi ad un tratto nudo e roccioso, che io non poteva attraversare senza sfuggire all’occhio vigile de’ miei cacciatori. Camminai carponi, mi aggrappai alle roccie e alle macchie, strisciai tra i lentischi e gli elci, mi lasciai rotolare dove il passo era impossibile, e mi trovai alfine alla base del monte. Lamentai allora la perdita del fucile, perchè sentivo di essere un uomo nullo.

Continuai a camminar carponi, finchè m’internai nel bosco un’altra volta, dove i carabinieri non mi potevano scorgere, nè inseguire.

Sedetti alcuni minuti, perchè avevo bisogno di riposo; indi mi diedi a contemplare l’alto monte, compiacendomi dell’avventura toccatami.

Trenta carabinieri si erano recati lassù per arrestare il terribile Cambilargiu, ed invece era stato io l’eroe della giornata. Circondare un bandito dentro il suo covo, e lasciarselo scappare, non era certo un’impresa degna di encomio per l’arma benemerita!

Ma perchè i carabinieri non mi fecero fuoco addosso? Ne suppongo la ragione: — quelli che circondavano la capanna si erano disposti in modo da impedire la mia fuga; ma non avevano pensato, che venendo io fuori, essi non avrebbero potuto spararmi senza ferirsi a vicenda. I quattro, che trovai in agguato a poca distanza dal ciglione, tacquero di avermi veduto, forse per non esser puniti.

Il carabiniere da me colpito a Monte Fenosu era Ribichesu: precisamente colui che a Florinas si era vantato che mi avrebbe ucciso, se si fosse trovato dinanzi alla porta di Antonio Maria Deia. Fu il destino che me lo cacciò fra i piedi![42]

Camminai a grandi passi per una mezz’ora, finchè giunsi dinanzi all’ovile di Giovanni Mangattia. Mi accorsi che vi erano donne, e per non spaventarle finsi l’indifferente e mi accostai cantarellando.

— Non ci sono uomini, qui?

— Li abbiamo in giro. Che volete, Giovanni?

— Vorrei una cavalla. Ho saltato una roccia e mi son fatto male ad un piede. Le precauzioni non sono mai troppe!

La donna andò a slegare una cavalla, che si diede a tirar calci.

— Che vuol dir ciò? è stata sempre docile, ed ora fa la matta!

La donna non si era accorta, che la cavalla aveva sentito l’odore della polvere. Quando avviene uno scontro, c’è sempre uno spirito infernale che si mette di mezzo; e questo spirito s’era impadronito della cavalla di Mangattia. Non tutti ci credono, ma io l’affermo perchè ne ho avuto l’esperienza. Infatti, quando una cavalla (che vede più d’un uomo) adocchia sulla strada uno spirito, s’impunta; e se noi, smontando, non facciamo il segno della croce, non c’è verso che essa vada innanzi[43].

Saltai sulla cavalla, dicendole:

— Ora che ti ho sotto, sbuffa, starnuta, calcitra, o crepa: l’hai da fare con me!

E rivolto alle donne:

— Fra un’ora ve la rimanderò.

— Tienila quanto vuoi.

Attraversai a mezzo trotto Badde Olia, Cannedda, Bunnari, Planu de murtas. Fatta un’ora di strada giunsi ad un’alta punta, nel sito chiamato Scala Ruja, in territorio d’Osilo. Di là potevo scorgere chiaramente la sommità di Monte Fenosu, dov’era avvenuto l’attacco.

Il sole era vicino al tramonto, ed io vidi il lucicchio di un gran numero di fucili.

Seppi più tardi, che, poco prima della mia fuga dalla capanna, s’era mandato un espresso a Sassari per chiamare un aumento di forza. Fu spedita sul luogo una compagnia di soldati, guidata dallo stesso colonnello. Ma era tardi. I due uccelli avevano preso il volo.

Arrivati dinanzi alla capanna, il colonnello esternò il sospetto di qualche nascondiglio nell’interno, che servisse di rifugio a Cambilargiu; e senz’altro diede ordine di appiccarvi il fuoco, dopo averne fatto togliere le masserizie.

Si era dunque avverata la mia profezia ai fratelli Migheli: — badate che i bocconi della città non vi facciano nodo alla gola!

Carlo Tiragallo e suo figlio Giuseppe furono sospesi dall’impiego per ordine del Governo. Il primo, tradotto a Cagliari, fu condannato a diversi mesi di carcere, sotto l’accusa di favoreggiare i banditi. La presenza di Carlo Tiragallo a Monte Fenosu, e la sua affermazione che nella capanna non c’era nessuno, lo avevano pregiudicato. Noi credemmo, invece, ch’ei si fosse prestato a farci un po’ la spia. Quantunque punito dal Governo per la menzogna e per l’insuccesso della spedizione, ho sempre creduto che anche il suo arresto fosse una commedia, per metterlo in salvo dalle nostre vendette. Non è neppure improbabile, che lo scorno fatto subire alle armi regie nella giornata del 12 giugno 1853 avesse provocato lo sdegno del Governo. I Tiragallo erano coraggiosi ed audaci, e la loro venuta a Monte Fenosu per vendicare l’insulto fatto al Maggiore Agostino, non era forse estranea al complesso degli avvenimenti.

CAPITOLO XVI. Questua per un fucile.

Dalla punta di Scala Ruja mi recai all’ovile di mio cognato (in su Crastu mal’a servire) nel territorio di Codrongianus e di Cargeghe.

Colà appresi, dal mio congiunto, essersi già divulgata la voce, ch’io fossi rimasto ucciso, od arso vivo, nell’assalto di Monte Fenosu.

Arrivati insieme nelle vicinanze di Florinas, dissi a mio cognato:

— Dammi il fucile ed il berretto, e precedimi nel paese. Io resterò qui, fino al tuo ritorno.

Mio cognato trovò molta gente che faceva ressa dinanzi alla porta della nostra casa. La mamma, le sorelle, i miei fratelli piangevano la mia morte. I signori di Florinas si fingevano addolorati per la disgrazia toccatami, e cercavano di consolare i miei congiunti; ma in fondo erano contenti di essersi liberati di me.

Mio cognato entrò in casa tutto allegro, e rivolto ai signori e a’ miei parenti, esclamò:

— Cessate il pianto e consolatevi! Nulla di grave è avvenuto. È appena una mezz’ora che ho lasciato Giovanni, sano e salvo come siamo noi!

La mamma e le mie sorelle, pazze dalla contentezza, ringraziarono Dio; ma non so davvero se i signori florinesi abbiano fatto altrettanto!

Mi fu subito mandato da casa un berretto nuovo; e pregai mio cognato che mi lasciasse per un po’ di tempo il suo fucile.

Una settimana dopo venne a trovarmi Pietro Cambilargiu, per informarsi s’ero stato ferito, e se avessi riportata qualche contusione nella caduta.

Narratogli il mio caso, lo esortai ad unirsi a me per raggranellare dagli amici la somma necessaria per l’acquisto di un nuovo fucile.

Si andò insieme a trovare Salvatore Pinna, il capitano dei barracelli di Florinas; il quale, a nome di tutta la compagnia barracellare, mi sborsò dieci scudi, prelevati dalla cassa sociale. Si mandò in seguito un’ambasciata anche a Gianuario Masia e a certo Marongiu, capitano e tenente dei barracelli d’Ossi.

Essi risposero, di lasciarci vedere nell’ovile dello stesso Masia, nella Nurra, dove si sarebbe stabilita la somma da consegnarsi.

Pietro Cambilargiu, sempre diffidente ed ombroso, mi disse con certo risentimento:

— Mi avvedo oramai che gli abitanti d’Ossi sono tutti d’accordo per farmi arrestare, collo scopo di procurare la impunità al loro compaesano Antonio Spano. È un complotto fatto!

— Hai torto a parlare così! Essi pensano solamente a soccorrermi, non a tendere un’insidia al mio compagno.

Pochi giorni dopo Cambilargiu volle farmi una confidenza:

— Senti, figlio mio. Ti avverto che, a tua insaputa, ho fatto scrivere a mio nome una lettera a Monsignor Varesini. Gli ho chiesto cento lire, dicendogli che ti abbisognavano per comprare un fucile, avendo perduto il tuo nello scontro di Monte Fenosu. L’arcivescovo di Sassari mi fece avere la somma... ed io me ne sono servito. Aggiusteremo i conti un’altra volta[44].

A Cambilargiu erano abituali queste truffe, che io detestava. Un giorno gli consegnai una somma, pregandolo di acquistare ad Osilo l’orbace necessario, per farmi fare una giacca dalla moglie, molto abile in simili lavori. Non vidi più denaro, nè giacca!

Una sera, finalmente, il capitano dei barracelli d’Osilo mi avvertì, che un mercante di panno, certo Vigliano Altea, aveva un buon fucile da vendere. L’arma mi piacque, e il capitano l’acquistò per cento lire, che prelevò dalla cassa sociale del barracellato.

Quel giorno Cambilargiu mi disse:

— Ed ora siamo in pace; tu possiedi il fucile, ed io mi tengo le cento lire dell’Arcivescovo di Sassari!

Non fiatai; ma il mio compagno non era contento. Parecchie settimane dopo mi fece una nuova proposta:

— Senti, figlio mio. Giacchè il capitano dei barracelli d’Ossi non si è ancora degnato di sborsarti la somma promessa per l’acquisto del fucile, andiamo a rubargli un cavallo; e poi gli diremo che se vuol riscattarlo ci dia qualche soldo.

Secondai questa volta l’amico per un doppio scopo. Ci recammo insieme ad un’aia, dove sapevamo essere un buon cavallo, appartenente ad uno zio di Antonio Spano, l’antico nostro compagno, col quale eravamo in rottura, ed a cui volevamo fare un dispetto.

Il cavallo era stato ritirato dal padrone pochi giorni prima; ed allora portammo via un’altra buona cavalla, del valore d’una trentina di scudi. Allo stesso tempo mandammo a dire al capitano dei barracelli d’Ossi, che la bestia era in nostro potere, e che lui poteva da noi ritirarla mediante lo sborso di soli sei scudi.

Il capitano Masia ci mandò subito 35 lire, che Cambilargiu intascò avidamente.

— No — diss’io — bisogna essere di parola. Ho detto sei scudi, e non devono essere sette!

Ed imposi al mio compagno di rimandare al capitano uno scudo e la cavalla.

Anche estorcendo l’altrui danaro, bisognava essere onesti e galantuomini!

CAPITOLO XVII. Ricettatori.

I fratelli Migheli, dopo lo scontro avvenuto nei loro ovili di Monte fenosu, temendo giustamente d’essere presi di mira per aver dato ricetto a due famosi banditi, si erano dati alla macchia. Non tardarono a cadere nelle mani della giustizia, e furono chiusi in carcere.

Diversi signori di Sassari, amici loro, volendo mettere in libertà i due innocenti, si rivolsero a me ed a Cambilargiu, per impaurire alcune autorità colle minaccie.

Da qualche tempo, infatti, i giudici usavano un rigore eccessivo contro i nostri ricettatori; e bastava che io o Cambilargiu fossimo accolti in un ovile, perchè i poveri pastori venissero perseguitati e messi in carcere. Ai ricorsi anonimi seguiva immantinenti il processo, e la condanna.

Simile misura ingiusta ci amareggiava l’anima. Che colpa, infatti, ai poveri pastori od ai contadini, se ci davano ricetto e vitto quando ci presentavamo alle loro capanne? E come avrebbero osato negarci un soccorso, quando la nostra vendetta poteva farli pentire del rifiuto datoci?

L’ospitalità sarda è generosa, illimitata, cieca; nè vi ha capanna, nè ovile, nè casolare di campagna che abbiano mai negato rifugio e pasto ad uno straniero, che si presenta per chiederli! Non è solamente la paura di un bandito che provoca la generosità di un pastore o di un signore: nessuno nega un soccorso a chi lo chiede; ed è meglio cento volte essere tacciato di ricettatore, che macchiarsi d’infamia vendendo il proprio ospite.

L’ospitalità non si concede ai soli banditi. Cento volte io venni rifugiato, sfamato, soccorso, senza sapere ch’io mi fossi. Il pastore, infatti, si guarda bene dal chiedere il nome dell’ospite che capita nel suo ovile, poichè ben sa che nessuno ha il dovere di declinarlo.

La giustizia ha dunque torto di perseguitare e punire i ricettatori di un bandito. Quanti furti, quante grassazioni, quanti omicidi risparmiati per quell’asilo concesso, per quel tozzo di pane dato, per quel riposo consentito! Le compagnie barracellari dovevano all’amicizia dei banditi la sicurezza delle campagne; poichè senza di essi non avrebbero potuto conseguire benefizio alcuno. Il vero bandito sardo fu il terrore dei ladri di campagna; una sua minaccia li atterriva. Io ben so, che la giustizia fa il suo dovere — ma so ancora che molti giudici, diventati liberi cittadini, non si rifiutarono mai a dar ricetto ai latitanti. È rarissimo il caso di un tradimento. Quanti nomi di persone ragguardevoli potrei io qui registrare, le quali mi hanno dato asilo e soccorso, mantenendo il più scrupoloso silenzio sulla loro generosa protezione in nome dell’ospitalità, ed anche colla coscienza di aver contribuito a fare un bene e non un male alla società! — Avrei voluto vederli i signori giudici al posto dei nostri ricettatori, che vivevano solitari in aperta campagna!

La persecuzione crudele verso i ricettatori, lo ripeto, ha sempre indisposto i banditi; ond’è che io e Cambilargiu non potevamo rimanere insensibili alla dura sorte toccata ai fratelli Migheli; i quali in ogni tempo ci avevano dato ospitalità, più per bontà del loro animo, che per il vincolo di parentela che li legava a Cambilargiu.

Fra i più severi e inesorabili nemici dei ricettatori era il giudice Satta, ploaghese, stabilito da molti anni a Sassari. Costui era un vero cerbero; faceva arrestare a diritta ed a manca quanti concedevano un giaciglio o un tozzo di pane ad un bandito.

Dissi un giorno a Cambilargiu:

— Senti: bisogna che da una buona volta ci decidiamo a fare qualche cosa per giovare alla causa dei nostri amici e tuoi cugini fratelli Migheli. Ho studiato il modo di rendere mansueto e tollerante il giudice Satta.

— Che hai pensato?

— Ho una bella idea: mettere il giudice Satta nella critica condizione dei ricettatori. Vieni con me, e secondami.

Il giudice Satta possedeva a Sassari, nella regione Eba ciara, una piccola campagna, dove soleva passare una buona parte del maggio e dell’ottobre, insieme alla famiglia. Sapendo che il giudice trovavasi colà da qualche settimana, io mossi a quella volta in compagnia di Cambilargiu.

Era mezzogiorno, quando arrivammo sotto al colle dei Cappuccini.

Aprimmo il cancello, attraversammo il viale, e ci spingemmo fino alla modesta casetta. Dall’acciottolìo dei piatti e dal rumore delle posate ci accorgemmo ch’era l’ora del pranzo.

Notes in this chapter

Note 1 · Altri disse, che una donna, complice del progettato assassinio, a un certo punto si era alzata dal tavolo per aggiustare il lucignolo di unaNote 2 · Il cadavere di Alvau fu portato sulle fascine a Sassari; venne subito esposto fuori Porta Sant’Antonio, e l’indomani in Piazza Castello.Note 3 · Non era certamente il diavolo, ma era il dolore e l’onta per la condanna infamante, che avevano fulminato quel poveretto. Valga anche questoNote 4 · Questa raffinatezza di ghiottoneria, inferocendo sulle povere bestie, farà arricciare il naso alla società protettrice degli animali, per i Note 5 · Siamo giusti. Se la denuncia all’autorità giudiziaria fosse stata fatta da altri in odio a Tolu, non so se costui l’avrebbe trovata encomiabNote 6 · Mancamento dicesi in sardo il bestiame mancante, denunziato ai barracelli dai proprietari.Note 7 · Noti il lettore il prestigio che esercitavano i banditi sui pastori, e lo studio di questi per ingraziarseli.Note 8 · Avrà notato il lettore i buoni accordi che correvano fra banditi e barracelli. Gli uni servivano gli altri.Note 9 · Il fatto avvenne il 16 Settembre 1852. Fu ferito con arma da fuoco il brigadiere del cavalleggieri Giuseppe Andorno. Vi ha processo; ma con Note 10 · Riassumo dagli atti del processo i fatti, secondo la relazione dei carabinieri e dei due contadini presenti. «Il maresciallo dei cavalleggieNote 11 · Vi ha processo per l’omicidio del carabiniere Antonio Rebichesu di Sassari, in atto di ribellione e resistenza; più per ferimento di altri dNote 12 · Riporto le credenze di Tolu, senza commenti.Note 13 · Anche gli Arcivescovi avevano paura dei banditi e cercavano di amicarseli!
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