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Giovanni Tolu, vol. 1/2

PARTE SECONDA IL BANDITO DI FLORINAS

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Illustration from Giovanni Tolu, vol. 1/2: Storia d'un bandito sardo narrata da lui medesimo

CAPITOLO I. Si torna agli esorcismi.

Percorso un buon tratto di strada, sempre al trotto, prima di arrivare allo stradone m’imbattei in Sebastiano Zara (un cugino del prete Pittui) il quale mi fe’ cenno colla mano di fermarmi.

— Perchè corri così a precipizio? C’è forse niente di nuovo a Florinas?

— Vanne, e lo saprai! — gli risposi di mala grazia, e continuai la mia strada.

Seppi più tardi dagli amici, che quando costui apprese l’accaduto, minacciò l’aria col pugno, gridando:

— Eh, se lo avessi saputo! Avrei arrestato Giovanni Tolu sulla strada!

Stupida millanteria, poichè lui era inerme ed io armato, e sapevo di vincerlo in forza ed in destrezza!

Per oltre una mezz’ora mantenni alla corsa il mio cavallo, non scostandomi mai dalla strada reale. Dal Prato a Badu ludrosu, e da Pedru Majolu alla Punta Dunossi non mi fermai un minuto. Qui mi diedi a saltare un muro, ma urtando col piede in un grosso sasso mi feci male.

Smontai da cavallo, e impiegai un’altra ora a piedi nel far la salita di Giunchi, fino alla Rocca bianca, territorio di Florinas, tra Banari ed Ittiri.

Colassù rimasi tutta la giornata senza prender cibo. La lunga corsa a cavallo, a dorso nudo, mi aveva pesto orribilmente; dippiù il mio piede si andava gonfiando per l’urto ricevuto a Punta Dunossi. Ero impensierito, perchè non mi trovavo in condizione di battere i boschi in campagna aperta, senza pericolo d’una sgradita sorpresa.

Venuta la sera deliberai di far ritorno segretamente a Florinas. Avevo bisogno di mettermi sotto cura in luogo sicuro.

Abbandonai il mio cavallo (a cui avrebbero pensato i barracelli o i miei parenti) e, favorito dalle tenebre, rientrai sul tardi nel mio paese. Corsi non visto a casa di Chiara, la mia sorella maritata, la quale mi custodì gelosamente.

Colà rimasi una diecina di giorni, medicando la mia storta e le mie piaghe con incenso sbattuto nel bianco d’uovo, bagni d’acquavite, e polvere di carbone impastata con sevo: tutti medicinali, di cui noi, agricoltori, facciamo uso con ottimo risultato.

Ogni notte mi s’improvvisava un letto; ma di giorno io stavo dentro ad una luscia[16], prestando orecchio alle chiacchiere che sul mio conto facevano le comari, quando venivano a condolersi con mia sorella.

La notte stessa del mio arrivo, appresi da Chiara, che il prete Pittui era stato trasportato a casa sopra una sedia, malconcio in modo che dava a temere per i suoi giorni. Era sempre a letto, in preda a dolori atrocissimi, e parlava a stento. Al terzo giorno il medico lo dichiarò fuori di pericolo, ma gli raccomandò di non fare alcun movimento, poichè la cura sarebbe stata piuttosto lunga. La notizia non mi fece certo piacere!

Durante il tempo della mia convalescenza, i carabinieri, guidati da spie, erano venuti più volte a Florinas per perlustrare le case sospette, dove si sperava di potermi sorprendere. Nessuno immaginò di certo, che la prima settimana della mia latitanza io la passassi dentro Florinas, in casa di mia sorella. Non si pensò neppure a visitare l’abitazione di Chiara, nè quella di mia madre, poichè non era possibile ch’io fossi stato così gonzo da cacciarmi in bocca al lupo.

***

Guarito completamente della storta e delle piaghe, mercè le affettuose cure di mia sorella, abbandonai sul tardi il villaggio e mi recai a piedi fino alla cantoniera di Scala di Ciogga, dove giunsi verso mezzanotte. Riposavo in un macchione, dietro la casa, quando dodici carabinieri si fermarono dinanzi la porta, e obbligarono il cantoniere ad alzarsi per dar loro da bere. Ripresero quindi la strada di Florinas, forse alla mia ricerca, poichè l’attentato sacrilego contro un prete aveva suscitato molto rumore, e la Giustizia si dava attorno per impadronirsi del reo.

Andati via i carabinieri, continuai la mia strada verso Sassari. Giunsi all’alba all’oliveto della signora Murro, in Serra secca, dove ogni giorno si recavano a zappare alcuni miei parenti. Ivi rimasi il resto della giornata. Sull’imbrunire presi una zappa sulle spalle, ed entrai in Sassari arditamente, confuso coi zappatori che a quell’ora ritornano dai lavori di campagna. Nel 1850 la città di Sassari era un luogo sicuro per i banditi, poichè scarso vi era il numero dei carabinieri, a cui piaceva viver comodi e tranquilli.

Mi recai difilato in casa di Don Antonico Berlinguer, allora Maggiore di piazza, il quale mi trattava con benevolenza, poichè mi sapeva onesto e buon lavoratore[17]. Chiesi a lui consiglio; e siccome mi sentivo minacciato dai soliti dolori per le fattucchierie del prete Pittui, lo pregai che mi raccomandasse a un certo Frate Agostino dei minori osservanti, designatomi come valentissimo negli esorcismi. Era costui un sassarese, in fama di mantener relazione colla moglie di un falegname, dal quale era stato sorpreso e bastonato[18].

Don Antonico mi tenne nascosto in casa sei giorni, dandomi da mangiare e da bere; e volle accompagnarmi in persona fino al convento di San Pietro, per presentarmi al frate.

Prima di lasciare la città volli provvedermi di polvere e di palle. Avevo lasciato il fucile nella capanna di mio cognato Bazzone, marito di mia sorella Giustina.

Uscimmo di casa dopo il meriggio. Don Antonico mi precedette facendo l’indifferente: io gli tenni dietro a una certa distanza, per non compromettere l’amico nella carica delicata di Maggiore di Piazza. Dopo un quarto d’ora eravamo dinanzi al Convento.

Frate Agostino ci accolse con molto garbo e ci offrì una tazza di buon caffè. Poco dopo Don Antonico se ne andò per i fatti suoi.

Rimasto solo col frate, questi mi ordinò d’inginocchiarmi, mi lesse la solita orazione, mi gettò addosso la solita acqua benedetta, e mi licenziò dicendomi, che sperava di avermi sciolto dalle legature.

Sbrigato il mio affare feci ritorno all’oliveto di Serra secca, e di là m’incamminai verso il Curraltu mal’a servire, in fondo alla valle di Sette Chercos, territorio di Cargeghe, dov’era l’ovile di mio cognato.

Rimasi nella capanna alcuni giorni, sempre in angustie, per timore che una grave malattia mi rovinasse.

Dissi ad un mio cugino:

— Il prete Pittui è ancora in vita, e continua a perseguitarmi colle sue maledizioni. Temo troppo che gli esorcismi di frate Agostino rimangano senza effetto!

Un mio amico, che si trovava presente — certo Pietro Rassu, già mio vicino di casa — disse a me rivolto:

— Ma perchè non ti rechi dal rettore di Dualchi, uno dei più famosi per scongiurare le legature?

Non volendo lasciare intentato alcun mezzo per togliermi alle malìe del prete Pittui, indussi mio fratello Peppe ad accompagnarmi a Dualchi, villaggio al di là di Macomer.

Ci recammo insieme a cavallo fino a Padria, dove fummo ospitati dall’amico Salvatore Masia, tenente dei barracelli. Di là l’indomani continuammo il viaggio, attingendo qua e là informazioni sulle scorciatoie, non essendo noi pratici dei luoghi. Dopo due ore e più di strada, c’imbattemmo in un vecchio, il quale ci avvertì ch’eravamo sulla strada che conduceva a Sindia e a Scano Montiferro. Saputo ch’eravamo diretti a Bortigali, suo paese, il vecchio si esibì a servirci di guida. Arrivati al villaggio, egli ci condusse in sua casa, dove ci rifornì di vino e di formaggio. Andammo quindi in casa di certo Pietro Maria Murgia, al quale l’amico di Padria ci aveva raccomandato. Era assente dal paese; ma la moglie e la suocera, appreso il motivo della nostra gita, ci dissero con un certo orgoglio:

— Presentatevi pure in nome nostro al rettore di Dualchi, e ditegli, che vi riceva colla stessa cortesia con cui suol ricevere Pietro Maria Murgia, che gli fu servo per ventott’anni.

Ringraziammo le due buone donne, che ci avevano offerto asilo e cena, e all’alba rimontammo a cavallo. Dopo tre ore di strada, sostammo dinanzi alla casa del rettore.

Il prete e la sua Perpetua[19] ci accolsero cortesemente e ci vollero ospiti.

Il rettore di Dualchi, Pietro Maria, era sopranominato su caddu de Ottava, perchè possessore di un famoso cavallo di corsa, ritenuto a quei tempi uno dei migliori dell’isola.

Quando gli esposi il motivo della mia venuta — il desiderio, cioè, di venir liberato dalle legature fattemi da un prete — egli mi domandò con una certa curiosità:

— Come si chiama questo sacerdote?

— Giovanni Maria Pittui.

— Lo conosco. So che ha un eccellente cavallo di corsa.

— V’ingannate. Il possessore del buon cavallo è un altro Pittui: suo nipote.

— Ho capito, e poco importa. Posso solamente assicurarti, che il mio cavallo di corsa è migliore del suo; e questo potrebbe significare, che sarò parimenti più fortunato nella cura del tuo male. Ti applicherò una pezza, che nessuno riuscirà a strapparti.

Fui lieto dell’esordio. Il prete soggiunse:

— Anzitutto hai bisogno d’una bottiglia d’olio, ch’io dovrò benedire.

Mio fratello Peppe corse subito a comprarla; ma, mentre la porgeva al prete, gli sfuggì di mano e andò in frantumi.

Fui vivamente impressionato del mal augurio; ma il rettore esclamò sorridendo:

— E così? Manca forse dell’olio in casa mia?

Fatta riempire un’altra bottiglia dalla serva, il prete si adattò la stola, mi fece inginocchiare, lesse l’ufficio, mi versò sul capo l’acqua santa, e per ultimo benedisse la bottiglia dell’olio.

Nel frattempo la serva, ferma sull’uscio, assisteva all’operazione con curiosità maliziosa, come se da lungo tempo fosse abituata a simili cure, a cui non credeva.

Il bandito dal Rettore di Dualchi
Il bandito dal Rettore di Dualchi

Terminata la funzione, il rettore mi fece alzare, e mi consegnò gravemente la bottiglia dell’olio ed un involto contenente quaranta pezzi d’ostia.

— Ogni giorno, a digiuno — egli mi disse — tu metterai in bocca uno di questi pezzetti, che trangugierai con una boccata d’olio. Bada di non spaventarti se i tuoi dolori aumenteranno: saranno i chiodi vecchi che ti verranno fuori dalle carni. Ti esorto parimenti a non impressionarti se ti verrà il sangue alla bocca. Prima di consumare i pezzetti d’ostia (cioè a dire, prima di quaranta giorni) ho bisogno di rivederti![20]

Albeggiava appena quando all’indomani io e Peppe ci rimettemmo in viaggio, prendendo questa volta la direzione di Borore, per misura d’abituale prudenza.

Pernottammo in quest’ultimo paese.

Riposai con animo tranquillo, ma verso l’alba, dopo ingoiata l’ostia, ebbi lo sbocco di sangue preannunziatomi dal prete. Allo stesso tempo fui colto da dolori acutissimi alle ginocchia.

Mi feci coraggio. Presi un nuovo sorso d’olio ed un pezzetto d’ostia, e sollecitai la partenza.

Rimontati a cavallo, percorremmo un lunghissimo tratto di strada. Era ancora giorno quando ci trovammo in vista del Crastu mal’a servire; ma aspettammo le ombre della sera prima di avvicinarci all’ovile di mio cognato: — altra precauzione di tutti i banditi.

Arrivati all’ovile, consultai Peppe e mio cognato sulla ricompensa da offrire al prete esorcista. Fu determinato d’inviare nostra madre a Sassari per fare acquisto di tre fazzoletti da due lire, di un chilogramma di caffè e di otto libbre di zucchero: regalo destinato al rettore ed alla sua Perpetua. Fu pure combinato di ripartire per Dualchi al più presto possibile, prima cioè che la voce della mia latitanza pervenisse all’orecchio di quel rettore.

Il rettore di Dualchi accettò con piacere il dono fattogli; e dopo aver rinnovato l’esorcismo e ribenedetta la mia bottiglia, mi disse con una certa confidenza:

— Mano mano che l’olio diminuirà, tu non avrai che aggiungerne dell’altro: la benedizione avrà la stessa efficacia.

Ho sofferto per parecchie settimane dolori atroci, ma debbo dichiarare, che le mie punture cessarono. Il rettore di Dualchi mi aveva radicalmente sciolto dalle legature di prete Pittui.

Ricorderò quanto mi disse la prima volta:

— Tu guarirai, poichè il rimedio che ti ho dato è infallibile. Devo però prevenirti, che le potenti fattucchierie, di cui fosti vittima, ti hanno fatto perdere la metà delle forze, la metà del valore e la metà dell’astuzia!

CAPITOLO II. In casa di prete Pittui.

Dopo il terzo giorno — come già dissi — il medico del villaggio aveva dichiarato che prete Pittui era fuori di pericolo; però gli ordinava di stare a letto e di non muoversi.

Durante quel tempo la casa del sacerdote era assediata dalle visite. I fedeli parrocchiani ed i famigliari più intimi correvano al letto del proprio pastore per prendere informazioni sullo stato di sua salute; e, imprecando all’assassino sacrilego, facevano voti all’Eterno per una pronta guarigione.

Se il prete fosse morto in seguito alle mie percosse, nessuno certamente lo avrebbe compianto; anzi si sarebbe ringraziato Iddio per aver liberato il paese da un cattivo soggetto di quella fatta. Sapendolo però vivo, ognuno si studiava di entrare nelle sue grazie con una pietà falsa, che avrebbe potuto più tardi fruttare qualche favore, o almeno una maggior dolcezza di trattamento.

Sebbene ancora indolenzito per le percosse ricevute, e accasciato per le lunghe sofferenze, appena il prete si accorse di essere scampato alla morte, non pensò che allo sfregio ricevuto, e si die’ a escogitare tutti i mezzi possibili per vendicarsi di me: cosa che gli sarebbe riuscita assai facile, avendo al suo comando molti cagnotti, e potendo esercitare la sua influenza presso le autorità di Sassari, colle quali si manteneva in stretta relazione.

Se il corpo del prete era inchiodato al letto, la sua mente era libera e ruminava a mio danno. La casa Pittui era diventata il luogo dei convegni misteriosi, dove si tramava la mia perdizione.

Io stava in guardia, poichè avevo molti parenti ed amici che mi tenevano informato di quanto accadeva in paese.

Fra i più assidui visitatori di casa Pittui (durante il periodo della malattia) erano il Piana, lo Zara, il Serra, Peppe il sorsinco, i fratelli Dore d’Osilo, ed i fratelli Rassu di Tiesi, domiciliati a Florinas.

Darò di essi alcuni brevi cenni[21].

Giovanni Antonio Piana, mio coetaneo, era da poco tempo marito della matura serva di prete Pittui, la quale poteva essergli madre. Cugino del prete e zio di mia moglie, quel gradasso si dichiarava capace di darmi la caccia.

Sebastiano Zara, pur parente di mia moglie e del prete, era il millantatore che per il primo avevo incontrato uscendo dal villaggio, il giorno dell’attentato. Egli aveva pronosticato la mia futura morte per opera sua.

Il terzo visitatore assiduo, Francesco Serra, aveva la debolezza di credersi un potente, solo perchè si era dato a fare il commissario dei carabinieri. Io però sapevo, che costui, insieme a Paolo ed a Francesco Rassu, nonchè ad altri due ittiresi, aveva preso parte come mandante all’assassinio di don Peppe Serafino di Tiesi. Uno però della combricola (che poi finì sulla forca) era stato in seguito arrestato alla festa di S. Paolo in Monti, per un orologio d’oro colle iniziali dell’ucciso, da lui venduto al parroco del detto paese.

Riservandomi a parlare a lungo della famiglia Rassu (ch’ebbe larga parte nei casi della mia vita) mi fermerò per ora sui due fratelli osilesi.

I fratelli Giuseppe e Giomaria Dore, osilesi, quantunque notissimi ladri e sicari, erano sempre riusciti a sfuggire alla giustizia, mercè l’astuzia e l’intrigo.

Giuseppe era compare di battesimo di prete Pittui; dal quale, aveva preso un salto in affitto, in società col fratello Giomaria e con un tal Peppe di Sorso.

I due fratelli erano veduti di mal occhio a Florinas, e già da tempo si pensava al modo di sbarazzarne il paese.

Ho già detto che a Florinas, nel pomeriggio dei giorni festivi, si soleva andare fuori dal paese, per la gara del tiro a segno. Come premio al vincitore, si metteva per bersaglio una gallina viva, un coltello, una berretta, od altro oggetto.

Una domenica eravamo in numerosa comitiva, e ricordo fra gli altri i due fratelli Dore, Pietro Rassu, i preti Massidda e Pittui, il pretore, il cancelliere, e diversi cavalieri e giovani di distinta famiglia.

In quel tempo (verso il 1847) era stata ordita fra i signori florinesi una specie di congiura per liberare il paese dai due fratelli sicari, dei quali si aveva paura, poichè gettavano ovunque il terrore. La giustizia in quei tempi dormiva, od era cieca, ed erano le popolazioni che pensavano a liberarsi dai malfattori. Fu deciso di uccidere Giuseppe a smarro (cioè a dire come per caso accidentale). Pietro Rassu si era incaricato del colpo, e per essere più sicuro nell’eseguirlo, aveva dato di piglio al fucile ad una canna del cancelliere: fucile a fulminante e non a piastra — cosa rara a quel tempo. Dopo diversi tiri al bersaglio (eseguiti fra il buonumore e gli scherzi della brigata) il Rassu, fingendo mettere la capsula nel luminello, lasciò partire il colpo in direzione di Giuseppe Dore, che gli stava vicino. La palla passò tra le gambe di quest’ultimo, ma non l’offese. Vi fu scambio di parole vivaci per l’imprudenza del tiratore, ma tutto finì lì, ascrivendo il falso tiro alla imperizia del Rassu nel maneggio dell’arma nuova.

Volle il caso, che quella sera, forse per la soverchia carica di polvere, si spezzasse a Giuseppe il calcio del fucile. Nel rientrare in paese vi fu chi pensò trar partito da quell’accidente, che toglieva all’odiato sicario i mezzi di difesa. Verso la mezzanotte Giuseppe Dore venne assalito nella propria abitazione da una mezza dozzina di individui, i quali riuscirono a smantellargli il tetto della casa per fargli fuoco addosso. La moglie scappò sulla strada, in camicia; ed il marito seppe difendersi così abilmente, che rese vano l’attacco dei nemici.

Persuaso, infine, che il vivere a Florinas era per lui pericoloso, Giuseppe Dore si decise a battere la campagna insieme al fratello Giomaria, per campare dal furto e per fare il sicario: mestiere molto lucroso a quei tempi, stante le inimicizie che dividevano le famiglie.

I due fratelli osilesi avevano uno zio mugnaio (pur chiamato Dore) il quale era in urto col proprio genero Bertolo Bazzoni, agricoltore. Lo zio chiese aiuto ai nipoti per sbarazzarsene, e questi accettarono il mandato.

Ucciso Bertolo, il vecchio Dore voleva costringere la propria figlia a passare in seconde nozze con un di lui cugino mugnaio, che gli avrebbe prestato aiuto nella professione; ma la vedovella, inorridendo, si rifiutò di ubbidire ad un padre, che gli aveva ucciso il primo marito. In preda a spasimi atroci, la povera figliuola ne morì di crepacuore pochi mesi dopo.

Appena compiuto il mandato di sangue, i due fratelli sicari si erano ritirati a Giunchi, presso una loro sorella zitellona.

Andando a far legna sulla montagna, capitai un giorno in quella regione, ed assistetti per caso ad un vivo diverbio tra i fratelli Dore e certo Carboni; motivo per cui mi vidi citato come testimonio.

Nel frattempo era stato arrestato lo zio Dore, uccisore del genero Bazzoni. I due nipoti, designati dalla voce pubblica come sicari, si erano dati alla latitanza durante l’istruttoria del processo.

Fattosi a Sassari il dibattimento, alcuni testimoni di vista deposero essere il solo suocero l’uccisore di Bertolo; altri invece (comprati dalla ricca moglie dell’arrestato) riuscirono a provare, che nè lo zio, nè i nipoti avevano preso parte all’assassinio. La conclusione fu, che vennero tutti assolti. La voce pubblica imprecò alla corruzione di testi... ed anche di qualche giudice; ed io posso asserire in coscienza, che giammai sentenza più iniqua e più scandalosa fu pronunciata da un tribunale. Ed ora fidate nei dotti giudizi di una magistratura stipendiata, e deplorate l’istituzione dei Giurati![22]

Poichè la Giustizia era stata così cieca o così venale in quel processo, non mancò chi volle surrogarsi ad essa. Tre mesi dopo, nell’agosto, un fratello dell’ucciso sborsò una somma ai due banditi Cambilargiu e Antonio Spano, i quali freddarono con una fucilata il suocero di Bertolo Bazzoni.

Non voglio parlare d’altri brutti fatti, avvenuti per opera dei due fratelli Dore e del loro compagno Peppe il sorsinco. Accennerò solamente a quello dei quattro agricoltori partiti da Sorso, e venuti a Florinas, col pretesto di andare in cerca di uomini per la messe. Essi avevano dato ad intendere, che scopo della gita era quello di voler assalire nelle proprie case diversi nemici, che avrebbe loro indicati la sorella dei Dore. Il sindaco di Florinas, prendendo sul serio la minaccia, eccitò la popolazione alla propria difesa, suscitando un baccano che rasentò il ridicolo; ma la commedia si chiuse con una scenata in piazza, dove si addivenne ad una parvenza di pace generale, giurata fra molti bicchieri di vino e le baldorie carnevalesche.

***

Ed erano queste le persone, a cui il prete Pittui aveva affidato le vendette, e che attorniavano il suo letto nel gennaio del 1851. Tutti si erano compromessi di mettermi le mani addosso; e i fratelli Dore e il sorsinco avevano già ricevuto dal prete ottanta scudi, obbligandosi a darmi vivo o morto nelle mani della giustizia.

Ma non erano i soli. Ad uno dei soliti convegni assistevano (insieme al Piana, allo Zara ed ai Rassu) due notabili signori di Florinas, i quali si erano vantati che non avrei tardato a cader vittima dei loro agguati.

Ricordo un fatto. Poc’ora prima che mi si riferisse quest’ultima congiura, mentre me ne stavo sotto una roccia, a poca distanza dal paese, vidi passare a tiro del mio fucile i menzionati signori. Il destino ha voluto salvarli! Se di qualche ora avessero ritardato il viaggio, li avrei uccisi entrambi come due pernici. In seguito sbollì l’ira mia, e volli risparmiarli.

I miei nemici convenivano in casa di prete Pittui per deplorare l’accaduto; e imprecando al sacrilego maledetto e al vile assassino, offrivano coraggiosamente il loro braccio vendicatore per ottenere la mia morte o la mia cattura. Essi potevano millantarsi a mio riguardo, perchè ero povero, e lontano dal paese; il prete invece era ricco e potente, e dovevano ingraziarselo per procurarsene la protezione. Quasi tutti avevano la camicia sporca, e temevano i ricorsi, palesi o anonimi, alle autorità di Sassari. Il ministro di Dio era in intimi rapporti coi ministri della giustizia — e fra ministri se la intendevano!

I congiurati credevano di operare nel segreto, ma tutto io sapeva, poichè tutto mi si riferiva da persone intime della casa. Molti visitatori facevano una doppia parte, volendo allontanare da me il sospetto per sfuggire alla mia collera. Ben sapevano i furbi, che il prete poteva aggiustarli coi magistrati di Sassari, e proteggerli dentro paese; ma non così fuori di casa. Ero io il re della campagna — e alla campagna dovevano tutti venire, contadini e signori, per lavorare o sorvegliare le terre. E perciò si voleva, nel tempo stesso, lusingare il bandito ed il prete, col proposito di tradirci entrambi. Che importava loro delle persone? o cadessi io nelle mani del prete, o cadesse il prete nelle mie mani, era sempre una battaglia vinta per essi, perchè si liberavano da un nemico!

Ed io ascoltava il consiglio di tutti, ma stavo in guardia, perchè di tutti dubitavo. Quantunque giovane ed inesperto, capivo che la paura legava a me quei consiglieri, ai quali tornava ugualmente vantaggioso il perdermi, od il salvarmi.

CAPITOLO III. La famiglia Rassu.

L’essermi dato alla macchia impressionava non poco i miei nemici di Florinas. Ero per loro un bandito, un disperato che non avrebbe potuto frenarsi per alcun sentimento di riguardo personale, o di pietà. Si aveva paura di me, si temeva che una falsa informazione, un falso rapporto, un malinteso avessero apportato conseguenze fatali. Non pochi si erano messi al sicuro, per allontanare le cause che potessero destare un mio sospetto.

Gavino Pintus, per esempio, (il padre della Maddalena Bua) aveva licenziato dalla sua casa il cognato Serra, perchè bazzicava troppo coi Dore e coi Rassu ed era commissario dei carabinieri.

I fratelli Rassu erano di famiglia tiesina, domiciliati a Florinas. Con costoro ero in buoni rapporti, poichè uno di essi (Giuseppe) aveva sposato una mia zia. Tuttavia li guardavo di mal occhio, sapendoli gente abituata al malfare, e capace di prestarsi a qualunque delitto, senza scrupoli di sorta.

La famiglia Rassu si componeva di quattro fratelli — Pietro, Francesco, Paolo e Giuseppe — e di uno zio attempato, Giovanni Andrea, dal quale andavo a consigliarmi spesso, perchè lo ritenevo uomo di senno.

Il giovane Paolo era stato di recente ucciso a Siligo, a causa d’una ragazza, di cui si era innamorato. L’uccisore era stato punito con una fucilata, datagli da uno dei fratelli di Paolo.

La casa di Pietro Rassu era attigua a quella di mio suocero — come attigua a questa era la casa mia, quando l’abitavo insieme a mia moglie. Vedendoci e visitandoci con frequenza, si viveva di accordo come due buoni vicini, e il paese ci considerava quali amici.

Dopo la mia latitanza si accrebbe l’odio mio verso i fratelli Rassu, poichè li sapevo d’accordo col prete per congiurare la mia rovina.

Ero appena da quindici giorni bandito, quando uno strano accidente mi liberò da uno di essi: da Pietro Rassu.

Fra i molti delitti da costui commessi impunemente, se ne annoverava uno, la cui istruttoria era in corso, e si aspettava da un giorno all’altro l’ordine di spiccare il mandato d’arresto.

Un giorno Pietro, nel suo ovile di Corona majore, aveva diviso il pranzo con Monsiù Maronero, il brigadiere dei carabinieri, che andava in perlustrazione. Prima di separarsene, volle dare a lui due capretti, dicendogli scherzando:

— Te ne faccio un regalo, perchè tu mi usi un po’ di riguardo quando verrai per arrestarmi.

Il brigadiere aveva risposto:

— Siamo troppo amici, e farò di tutto per sottrarmi a questo doloroso incarico. Altri carabinieri ti arresteranno, non io di certo!

Pietro Rassu soggiunse, serio:

— Ed io ti prometto, dal mio canto, che in carcere non ci andrò, a costo di farmi ammazzare. Ci sono già stato quattro volte, e ormai ne sono stanco!

Fu lo stesso Pietro, che mi confidò questo incidente.

Trascorso un po’ di tempo, venne spiccato l’ordine d’arresto, e si aspettava l’occasione propizia per mettere in gabbia l’uccello.

I buoni rapporti apparenti che io manteneva con Pietro, per essere egli stato mio vicino di casa, diedero a sospettare che anche bandito io andassi qualche volta a trovarlo. Una sera sul tardi, mio suocero, origliando alla parete che lo divideva dalla stanza di Pietro Rassu, credette di riconoscere la mia voce, e si affrettò ad avvisarne il prete Pittui. Questi mandò subito un espresso a Codrongianus per far venire i carabinieri.

Il brigadiere Monsiù Maronero, con altri suoi compagni, accorsero nella stessa notte a Florinas, e si portarono segretamente in casa del notaio Giovanni Antonio Fiori, che aveva la moglie agonizzante. Ivi caricarono i fucili a mitraglia.

Era il 17 gennaio 1851 — giorno di Sant’Antonio.

Da poco era trascorsa la mezzanotte, quando il brigadiere dispose l’appiattamento. Collocò un carabiniere dinanzi alla porta che dava alla strada; ed egli, a cavallo, si collocò in faccia alla finestra della camera posteriore, che dava ad un piccolo cortile, verso la campagna.

Il brigadiere bussò al finestrino, dicendo:

— Pietro, apri!

— Aspetta un momento! — rispose Pietro, che immaginò si trattasse della sua cattura; e corse ad armarsi.

Trascorsi alcuni minuti aprì la finestra, e si trovò di fronte al brigadiere a cavallo, che gli impediva l’uscita.

— Datti a una parte! — fece Pietro, come avvertendo che voleva uscir fuori; ma quegli non si mosse.

Allora Rassu, fattosi alla bassa finestra, die’ uno spintone al cavallo colla canna del fucile, e lo costrinse a indietreggiare.

Monsiù Maronero, intanto, aveva puntato il fucile alla finestra, in attesa che l’uomo saltasse per fargli fuoco addosso.

Pietro Rassu, coll’audacia dei coraggiosi e dei disperati, montò il grilletto, e scavalcò d’un salto il davanzale della finestra, scaricando l’arma su Monsiù Maronero.

In pari tempo scattò il grilletto del fucile del brigadiere. Si udirono due detonazioni, ed entrambi caddero a terra come fulminati.

Quando accorsero gli altri carabinieri non trovarono che due cadaveri boccheggianti.

Sono queste le stupide bravate di molti carabinieri; i quali, fidando unicamente nel proprio valore, non si mantengono mai sani di testa. Prima della spedizione essi hanno già in corpo Dio sa quanti bicchieri di vino e di acquavite, ed espongono ciecamente la vita, senza raggiungere l’intento.

Il brigadiere Maronero non aveva mantenuto la parola data a Pietro Rassu... ed ebbe il fatto suo!

Il caso della doppia uccisione (che aveva avuto a solo testimonio mio suocero, nella casa vicina) era stato così singolare, che per lungo tempo si tardò a prestarvi fede. La versione data fu questa: che io realmente mi trovassi in casa di Pietro Rassu; che questi, saltando dalla finestra, fosse stato ucciso dal brigadiere; che il brigadiere, alla sua volta cadesse morto per una mia fucilata; e che io, finalmente, fossi riuscito a raggiungere la campagna, prima che accorressero gli altri carabinieri.

Ed era una versione stupida. Mi si voleva dare un’audacia valorosa, che non mi spettava. Avrebbe dovuto bastare il fatto della doppia detonazione e delle due canne scariche per convincersi della verità; ma non si voleva incolpare mio suocero di una falsa denunzia!

Il prete Pittui si morse le dita per dispetto; e mio suocero fu talmente impressionato dal pensiero della mia vendetta, che da quel giorno si chiuse in casa, si ammalò, e non volle più vedere nessuno.

Quando appresi l’accaduto, esclamai con amaro sorriso:

— E uno! Dio ha voluto farmi risparmiare una carica di polvere.

***

Continuerò la storia dei Rassu.

Pietro e Francesco, sovratutti, erano in fama di ladri e di sicari; e dicevasi che il primo fosse il depositario delle ruberie che si commettevano.

Cinque mesi dopo la morte di Pietro, avvenne l’assassinio della sua vedova, Giovanna Angela Manconi, rinvenuta scannata col rosario in mano.

La voce pubblica non tardò ad affermare, che la poveretta fosse stata tolta dal mondo per mandato del proprio cognato Francesco, designato come tutore ad amministrare i beni dei nipoti minorenni.

Il giorno precedente al barbaro assassinio mi trovavo per caso a Scala ruja, territorio di Florinas, quando m’imbattei in Francesco Rassu, il quale, a cavallo, si diriggeva verso il paese, portando in groppa un bandito.

Come mi viddero e mi riconobbero, il bandito smontò da cavallo e mi chiamò a nome.

Io feci il sordo e continuai la mia strada, seguito da un grosso mastino.

Persistendo il bandito a darmi la voce, mi fermai.

— Che volete? — chiesi.

— Vieni con noi; abbiamo bisogno di sbrigare un affare urgente.

Mi accorsi subito che non aveano rette intenzioni a mio riguardo. Sapevo già della congiura fatta in casa del prete, e diffidavo di Francesco.

— Fate buon viaggio e andate per la vostra strada! — gridai rimettendomi in cammino, e risoluto di far fuoco su entrambi, se avessero persistito a tormentarmi col loro invito.

Capitai poco dopo nella capanna di un mio zio — Gio. Maria Giavesu — a cui narrai l’accaduto:

— Vedi? — gli dissi con amarezza — oggi ho corso il pericolo di romperla con Francesco Rassu. Mi sono contenuto per seguire il tuo consiglio!

— Ed hai fatto bene. Non voglio che tu l’uccida. Egli è nostro parente, poichè ha in moglie una tua cugina, e sarebbe un’onta se si dicesse che noi beviamo il sangue nostro!

La stessa sera sul tardi, invitato da un amico, passai la notte a Florinas. Verso l’alba del giorno seguente ci venne data la notizia dello sgozzamento della vedova di Pietro Rassu. Il cognato Francesco, forse per allontanare i sospetti, nel momento in cui veniva consumato l’assassinio, discorreva in piazza col proprietario del bestiame datogli in custodia.

Trascorso qualche giorno, si sparse ad arte la voce, che il vero uccisore dei coniugi Rassu ero io. Compresi lo scopo della diceria: si voleva aggravare il mio attentato contro la vita di prete Pittui, designandomi come sanguinario.

***

Il terzo fratello dei Rassu — Giuseppe — era mio parente, perchè ammogliato con Maria Rosa Bazzone, sorella di mia madre. Era costui d’animo malvagio come gli altri fratelli, ma dominato da mia zia, donna energica e di carattere forte, finì per contenersi.

— Bada Giuseppe! — gli diceva la moglie — se hai caro di non morire in galera, devi allontanarti da’ tuoi congiunti, due dei quali morirono di palla. Rimani in casa con me, e non avrai malanni!

Francesco Rassu, nominato tutore dei figli di Pietro, fu deluso nelle sue speranze. Egli non aveva trovato nessun deposito di danaro in casa della cognata; e divenne così irascibile e intrattabile, che i nipoti non vollero convivere con lui.

Si diceva in paese, che i danari della vedova assassinata fossero stati nascosti in campagna dal figliuolo sedicenne Salvatore, che li aveva rinvenuti. E la diceria veniva avvalorata dal fatto, che Salvatore era uscito dalla casa paterna, non appena lo zio vi era entrato come tutore. Il fiero giovane era andato a convivere con lo zio Giuseppe, marito di mia zia.

In quel tempo Ignazio Piana (marito di mia sorella Andriana) abbisognando nella Nurra d’uomini di lavoro, aveva preso seco il giovane Salvatore, come servo di fiducia.

Mio cognato mi diceva spesso:

— La donna che sposerà mio nipote farà la sua fortuna, poichè possiede molto danaro.

Ed io gli rispondevo:

— Se avessi cento figlie non ne darei una a tuo nipote, poichè il danaro ch’ei possiede non è che il frutto di furti e grassazioni.

Stando al servizio di Ignazio Piana, Salvatore si era più volte recato a Florinas per ritirare il suo denaro, che aveva dato in custodia ad una zia convivente con un prete.

Un giorno mi pregò di comprargli un pistola, ma andato in paese per chiedere quindici scudi, gli vennero rifiutati dal prete e dalla zia.

***

Lascio per ora indietro il giovane Salvatore, per parlarvi di Francesco, il più forte, il più coraggioso e il più temuto dei fratelli Rassu, e sul quale il prete Pittui faceva assegnamento per potersi sbarazzare di me.

Non pochi erano i misfatti commessi da costui, sebbene la giustizia non fosse ancora riuscita a coglierlo in fallo. Ci odiavamo entrambi cordialmente; ma l’odio nostro era sotto cenere. Il ramo di parentela, che ci univa, ci obbligava a vivere sul tirato; ma si aspettava da entrambi un appiglio per poter cacciar fuori tutto il fiele che avevamo in corpo.

Fra i delitti di Francesco Rassu citerò il più vigliacco: l’assassinio dell’Eremitano di Santa Maria di Ese (o Sea) — un bonaccione, un mezzo scemo, chiamato Peppe.

Insieme alla mamma e a diversi piccoli fratelli, quel disgraziato viveva in parecchie casette basse, a guardia della chiesa campestre. Come tutti gli eremitani sardi, egli aveva l’obbligo di aprire la porta della chiesa a tutti i devoti che vi si recavano per farvi orazione. La povera famigliuola non viveva che delle magre limosine che i visitatori le davano, dello scarso frutto di un lembo di terra coltivabile, e dell’allevamento di qualche bestia, a mezzadria.

Un giorno certo Andrea Alichinu, già orefice ed allora bandito, capitando tutto solo nel casale di Santa Maria (fra Banari e Florinas) adocchiò una troia coi porcellini che stavano sull’uscio di casa.

— Me ne regali uno? — egli chiese a Peppe.

— Non posso regalartelo, poichè siamo molto poveri. La troia non è tutta nostra: l’abbiamo a metà col proprietario che ce l’ha data in custodia.

Il bandito tacque e tirò oltre; ma recatosi sul tardi in casa di Francesco Rassu, gli parlò del porcellino, della troia, e del rifiuto.

— Perdio! — fece Rassu — Peppe t’ha negato un porcetto, e noi glieli prenderemo tutti!

La stessa notte Alichinu, Rassu, e parecchi altri si recarono alla chiesetta campestre per rubarvi i porcellini.

L’eremitano dormiva. Al grugnito della troia si svegliò, tese l’orecchio, die’ di piglio al fucile e uscì fuori.

Francesco Rassu, ch’era appiattato in vicinanza per favorire il rapimento, fece fuoco addosso allo scemo e lo rese cadavere. I ladri si affrettarono a piombare sui porcellini, e li portarono via, ridendo del bel tiro riuscito.

Impossibile descrivere la disperazione della famigliuola per il caso luttuoso. Più volte ebbi occasione di passare dinanzi alla casetta di Santa Maria, e vidi la povera madre e i figliuoletti, laceri, scalzi, in uno stato miserando. Lasciavo loro qualche lira, qualche pane, e qualche pezzo di carne. Una sera la povera vecchia si presentò a me seminuda, ed io mi tolsi una flanella di cotone (ne avevo due indosso) e glie ne feci dono. Un altro giorno portai a quella famiglia un maialetto regalatomi da mia sorella, promettendo di dargliene la metà quando lo avrebbero ingrassato. Venuto grande glie lo lasciai per intiero.

Non vi sembri ridicolo. Il barbaro assassinio dell’eremitano, consumato vigliaccamente da Francesco Rassu, non fu l’ultima causa dell’odio implacabile ch’io nutriva verso di lui. Ho sempre detestato i vili ed i vigliacchi, tormentatori delle donne o dei deboli.

Mi sono alquanto dilungato, per presentarvi alcuni membri della famiglia Rassu, che rivedremo più tardi. Ora ho bisogno di tornare indietro, per riprendere il filo della mia storia.

CAPITOLO IV. Si apre la campagna.

Ero finalmente guarito dalle legature di prete Pittui.

Cominciai dunque il mio pellegrinaggio per monti e per pianure, per boschi e per valli, recandomi da un ovile all’altro, sempre sospettoso, coll’occhio aperto, l’orecchio teso, la mano al fucile od al pugnale.

Il primo mese di banditismo mi riuscì penoso, insopportabile. Abituato com’ero ad una vita attiva, all’assiduo lavoro, quell’errare incerto da un punto all’altro, ignaro del dove avrei passato la notte, colla mente sempre intenta a sfuggire un pericolo, coll’animo deliberato a lottare disperatamente contro i nemici della mia libertà, mi rendeva irrequieto, irascibile, di cattivo umore. Le giornate mi parevano eterne, le notti interminabili.

Scorrendo le campagne da mattina a sera, io vedeva dovunque donne e uomini intenti ad arare, a seminare, a raccogliere le olive; m’imbattevo assai spesso in frotte allegre che andavano o tornavano dal lavoro chiacchierando e cantando; ed io continuava il mio eterno giro per i campi aperti e per le terre altrui: io, il grande ozioso in mezzo a tanti lavoratori!

La mamma, la mia povera mamma, a quando a quando, dietro l’ambasciata ch’io le mandava per mezzo di qualche fido parente, veniva a recarmi un po’ di provvista nei punti da me indicati; e faceva persino due ore di strada, a piedi, per portarmi un pane fresco, o la biancheria da cambiarmi. Le lagrime di quella buona vecchia, che pregava la Vergine e i Santi per la mia conservazione, erano per me stille di piombo che alimentavano l’odio verso i miei nemici.

Mi ero spinto più volte fino alle lontane terre della Nurra ed alle campagne d’Osilo, di Sorso e di Alghero; ma finivo sempre per tornare ai dintorni di Florinas, dove avevo parenti da consultare, vendette da compiere.

Per rendere meno penoso il mio ozio involontario mi procurai un sillabario. Colla paziente perseveranza del bandito, passavo due o tre ore al giorno a compitare stentatamente le sillabe, senza aiuto di alcun maestro. Rammentavo qualche lezione appresa alla scuola del villaggio, e leggevo a voce alta, con meraviglia del mio cane, che mi guardava con tanto d’occhi. Il messale della parrocchia, che avevo maneggiato per tre anni, lungo la mia carriera di sagrestano, mi era servito per apprendere le lettere maiuscole; ma le benedette minuscole mi riuscivano di difficile lettura, e mi facevano sudar freddo. Avevo pazienza. Non erano i lavori di campagna che mi toglievano il tempo!

Poco per volta, dopo il primo mese, mi ero abituato alla vita errante: l’ozio non mi tormentava più. Io pensava a’ miei nemici, al modo di assalirli, o di difendermi da essi — ed anche questa è un’occupazione come un’altra. Lavoravo colla mente, invece di lavorare col braccio — ecco tutto!

Per più di un anno non ebbi per compagno che un cane terribile, cui posi nome Pensa pro te! Aveva l’intelligenza di un cristiano. Bastava ch’io gli dicessi: — Togli il berretto a quell’uomo! — Avventati! — Sta fermo! — Oppure: Va con quell’amico e non fargli male! — perchè esso mi capisse. In sua compagnia io poteva affrontare quattro nemici; ed era capace ad un mio cenno di sbranarli tutti. Appena mi vedeva addormentato, esso si coricava vicino a me e mi poneva il muso sulla coscia. Se udiva il minimo rumore, mi svegliava con lunghi gemiti, ma senza abbaiare per non compromettermi.

Quantunque vivente nell’isolamento, ero minutamente informato delle mosse de’ miei nemici: nemici di due specie — i palesi, da cui sapevo guardarmi: e quelli che congiuravano nell’ombra, fingendo proteggermi di pieno giorno.

La mia carriera di bandito era aperta. L’uomo che si dà alla macchia non ha che tre sole preoccupazioni: vendicarsi anzitutto dei nemici a cui deve la propria disgrazia; sfuggire alle insidie della giustizia che gli manda dietro i carabinieri; e punire severamente le spie, che per danaro od altra ragione, tramano la morte o la cattura dei latitanti.

Quasi ogni giorno mi si comunicava qualche notizia, attinta ai convegni segreti di casa Pittui. Era dunque cominciata la caccia feroce al sacrilego schiaffeggiatore di un prete! Le poste erano state assegnate dal capo cacciatore, e i cani venivano sguinzagliati contro il cinghiale della foresta. Ma io stava all’erta; ero tutt’occhi, tutt’orecchi, perchè disposto a vender cara la mia pelle.

I fratelli Dore avevano già ricevuto un acconto sul prezzo del tradimento a mio danno, nè più si recavano a visitare la casa del prete infermo[23].

Pochi giorni dopo l’uccisione di Pietro Rassu e del brigadiere Maronero, venni avvertito, che la notte di San Sebastiano (in gennaio) il commissario Francesco Serra, in compagnia di Francesco Rassu, avevano fatto una visita a tutti gli ovili ed ai molini di Florinas e d’Ossi, con lo scopo di darmi la caccia, o di attingere indizî sui luoghi del mio rifugio. Essi operavano sotto la direzione e dietro i suggerimenti di prete Pittui, il cui odio contro di me, come il mio verso di lui, dovevano spegnersi colla morte di entrambi.

Mi trovavo un giorno insieme al bandito Antonio Rassu d’Ittiri (lontano parente dei famosi sicari). I compagni dei banditi non possono essere fior di galantuomini, ed il mio era già stato sette anni in galera, per aver ucciso un giovane a pugnalate.

Ci recammo insieme all’ovile di Antonio Luigi Carboni (in sas coas de medallu) dove sapevo di trovare l’osilese Giuseppe Dore, uno dei famosi sicari incaricato di uccidermi, ed a cui il prete aveva già sborsato un acconto di ottanta scudi.

Come la sera c’imbattemmo nel Dore, questi esclamò vivamente, rivolto al mio compagno:

— Se tu non fossi stato in compagnia di Giovanni Tolu, ti avrei ucciso!

Gli dissi pacatamente:

— E avresti fatto male.

— Avrei fatto bene, poichè costui è un mio nemico!

— Non ti è nemico — soggiunsi con sussiego — Quando fosti aggredito dentro casa a Florinas, Antonio non faceva parte della combricola degli assalitori. Ci saranno stati i Rassu, suoi parenti, ma non lui. Tu ben lo sai quali siano i tuoi veri nemici!

Le gesta di Dore mi erano tutte note. Due giorni addietro, in compagnia d’altri, aveva dato l’assalto ad un ovile d’Ossi, maltrattando un povero servo, a cui rubò quattro pecore.

Scambiate con lui poche altre parole, salutai Dore dicendogli, ch’eravamo diretti ad Ittiri.

— Non vi lascio andar via! — esclamò Dore con affettuosa premura — Stanotte mangieremo un boccone insieme. Ci ho carne grassa da far cuocere!

Era quella delle pecore rubate.

Venne messa intanto la carne al fuoco, ed entrammo nell’ovile. Ero in casa del sicario del prete, e dovevo stare ad occhi aperti.

Avevo meco Pensa pro te, il fido cane, che conducevo a mano con una catena. Anche Dore era seguito da una buona cagna, che mi sbirciava cogli occhi iniettati di sangue.

Si era nel mese di maggio, e verso le nove sedemmo a tavola per mangiare — coi fucili fra le ginocchia, s’intende!

Non avevamo ancora terminato il pasto, quando udimmo i cani abbaiare.

Balzammo in piedi di scatto, e uscimmo tutti e quattro all’aria aperta: io, Rassu, un giovane pastore e Giuseppe Dore. Quest’ultimo si era armato in un attimo di fucile, di pistola e di daga, poichè si considerava come un mezzo bandito.

— Se sono carabinieri — esclamò con spavalderia — li farò saltare in aria!

Io sorrisi. Coll’occhio intento ad ogni sua mossa, gli stavo alle costole, temendo qualche brutto tiro.

Uscimmo fuori per esplorare i dintorni.

La notte era chiara, serena. Non spirava un filo d’aria.

L’uno dietro l’altro c’inoltrammo per un tratto di terreno, tutto coperto di cardi selvatici.

Io osservai:

— Parmi non sia prudenza andare così uniti. Sarà meglio sbandarci alquanto, per metterci al sicuro da qualche agguato.

Rompemmo infatti l’allineamento, e prendemmo diverse direzioni, l’uno discosto dall’altro.

Siccome non perdevo d’occhio Giuseppe, mi avvidi che due volte mi aveva sbirciato. Egli pensava, forse, di saldare il suo debito col prete!

A un tratto il giovane pastore si fermò; e voltandosi, ci avvertì con voce sommessa di aver veduto qualche cosa muoversi lungo la costiera. Aggiunse che temeva si trattasse di gente appiattata.

Si continuò la strada guardinghi. Tanto il giovane, quanto Dore, fecero diversi spari in direzione della costiera. Io mi guardai dal far fuoco, poichè il bandito col fucile scarico è un uomo morto. I colpi non devono andar perduti!

Ci eravamo così sbandati; ma dopo una mezz’ora, per diverse parti, rientrammo nell’ovile.

Uno solo mancava di noi quattro: Giuseppe Dore; e invano lo aspettammo...

L’indomani all’alba fu rinvenuto sdraiato bocconi, sull’erba. Lo si credeva addormentato, ma invece era morto da una fucilata.

— Chi l’avrà ucciso?! — esclamò con terrore il giovane pastore.

— Lo saprà Iddio! — risposi facendomi il segno della croce. E a fior di labbro mormorai:

— Decisamente i sicari dei preti non hanno fortuna![24]

Un Dore era sparito, ma restava l’altro.

***

Qualche tempo dopo la morte di Giuseppe, un certo Sanna (un amico che aveva conti da aggiustare con l’altro fratello Giomaria) m’invitò a tenergli compagnia per togliere di mezzo quel cattivo soggetto. Trattandosi di un nemico che odiavo mortalmente, accettai volentieri.

Dovevamo incamminarci verso Sorso, dove allora Giomaria si trovava.

A metà strada c’imbattemmo per caso nei tre banditi Pietro Cambilargiu, Antonio Spano e Salvatore Fresi; i quali ci confidarono essere diretti a Sorso, incaricati dell’uccisione di Giomaria Dore. Ci unimmo a loro, tacendo che lo scopo della nostra gita era il medesimo.

Movemmo tutti e cinque insieme, guidati da una spia, che doveva indicare la vittima, sconosciuta ai tre sicari.

Arrivati alla punta di un ciglione, la spia si fermò; e dopo averci indicato un individuo lontano, che stava in mezzo ad un campo, proseguì tutto solo per la strada di Sorso.

Come ci appressammo all’uomo designato, io e Sanna (che conoscevamo di persona Dore) avvertimmo i compagni che non facessero fuoco, perchè non era lui.

Intanto la spia, arrivata a Sorso, si era data premura di annunziare che i cinque banditi (me compreso) avevano ucciso Giomaria Dore.

La notizia era falsa, perchè quel giorno ci fu impossibile trovare Dore. Ad altro era riserbata tanta fortuna. Giomaria fu mortalmente ferito una settimana dopo. Ebbe tre palle nella schiena e sopravvisse sette giorni.

La morte dei fratelli Dore fu accolta con viva gioia dagli abitanti di Sorso, di Florinas, d’Ossi, e d’altri villaggi circonvicini. Nessuno pianse la scomparsa dal mondo dei due ladri e sicari. E questa pubblica dimostrazione di contento valse pure a tranquillare la coscienza degli uccisori, che avevano reso un buon servizio al paese.

***

Avevo veduto tante volte i miei nemici in sogno — e ai sogni io credeva.

Un giorno sognai di camminare in una viottola stretta, accompagnato da Pensa pro te. Ad un tratto vidi venirmi incontro i due fratelli Dore e Peppe il Sorsinco. Spianai il fucile contro di essi, ma mi si ruppe il calcio. Diedi allora di piglio alla daga, e ne pugnalai uno. Gli altri due scomparvero nella nebbia. Ma perchè nel sogno non avevo pensato ad aizzare il mio cane contro di essi?

Mi svegliai colla fronte madida di sudore. Pochi giorni dopo, a breve distanza dall’ovile di Sas coas de medallu, venne ucciso Giuseppe.

Un’altra volta vidi in sogno due poliziotti. Ne uccisi uno, ma l’altro scomparve, non so come. All’indomani, a caccia, mi trovai di fronte a due grossi cinghiali: uno ne atterrai, l’altro mi sfuggì, senza che io lo vedessi correre.

Lo confermo: i miei sogni si avveravano sempre![25]

***

Nei primi mesi della mia latitanza mi aggiravo da una campagna all’altra, sempre sperando d’imbattermi in qualche mio nemico; ma debbo pur dire, che quasi tutti i misfatti che in quel tempo si commettevano, venivano a me caricati. Sotto il mio nome non pochi compivano le loro vendette, o assassinavano per furto, sfuggendo alle ricerche della giustizia. Triste condizione dei banditi! — Basti il fatto, che nel giro di poche settimane vennero istruiti tredici processi per delitti consumati nel territorio di Florinas; e in quasi tutti venni complicato per i raggiri e gli intrighi de’ miei nemici, che si raccoglievano a consiglio nella camera da letto del sacerdote Pittui.

Uno di costoro — Giovanni Antonio Piana, marito della serva del prete e zio di mia moglie — mentre un giorno in campagna conversava con diversi suoi amici, ebbe il braccio spezzato da una fucilata, datagli da incognita mano. Trasportato all’ospedale di Sassari gli vennero estratte le palle, e guarì dopo lunga e penosa malattia.

Anche per questo colpo fu messo in campo il mio nome; ma lo stesso ferito dichiarò, che il tiro non poteva venirgli che da due ladri di buoi, che egli, come capitano dei barracelli, aveva fatto arrestare, costringendoli ad attraversare il villaggio col cuoio rubato sulle spalle. La diceria a mio carico questa volta non mi spiacque: mi spiacque solamente che la fucilata data a Giovanni Antonio gli avesse rotto il braccio, invece di troncargli la vita. Ma su questo fatto tornerò più tardi[26].

Nel medesimo tempo era stato ucciso con arma da fuoco un certo Congiatu, mentre lavorava nella vigna di suo cognato Sebastiano Zara, lo spavaldo cugino del prete. Si affermò da taluno (e diceva il vero!) che l’uccisione era stata fatta per sbaglio da un congiunto dello stesso Zara, che andava in cerai di me. Tuttavia non mancò chi mi volle colpevole, asserendo aver io tolto di mezzo il Congiatu, solo per dare un avviso di minaccia al mio nemico, parente dell’ucciso. Tutte fandonie e calunnie!

La morte del cognato impressionò talmente Salvatore Zara, che egli si chiuse in casa, nè volle recarsi in campagna, temendo ch’io lo uccidessi. Alcuni miei amici e diversi signori di Florinas vennero a me per pregarmi di far grazia allo Zara, che aveva bisogno di lavorare per vivere. Cedetti infine alle preghiere, e feci dire al mio nemico, che andasse pur liberamente in campagna, ma badasse al fatto suo. Egli mi ringraziò, tornò al lavoro, e da quel giorno visse tranquillo. Io ben comprendeva che questi poveri diavoli si atteggiavano a spavaldi, solo per far piacere al prete; poichè infine non potevano odiarmi, dal momento che nessun’offesa avevano da me ricevuto.

Fui parimenti accusato in quei giorni dell’assassinio d’un contadino, che aveva rubate alcune pecore, e il cui cadavere fu rinvenuto in un salto di Giunchi.

L’intenzione di complicarmi in nuovi processi si era manifestata ne’ miei nemici, anche prima ch’io attentassi alla vita di prete Pittui.

Il giorno di S. Francesco (in ottobre) mentre tra la folla assisteva ai fuochi artificiali, veniva ucciso con un colpo di pistola certo Bartolo Piras. L’uccisore finì per essere scoperto e condannato alla galera in vita; eppure, non so ancora perchè, il fisco pretendeva di rendermi complice di quella morte. Mi diedi ragione dell’accusa, quando appresi che l’ucciso era fra i più intimi confidenti di prete Pittui: l’uomo, cioè, di cui egli si serviva per consegnare in mano delle autorità di Sassari i famosi ricorsi, a danno dei nemici che voleva ad ogni costo perdere.

Era questo il prediletto sistema di quei tempi disgraziati. Si sapeva, che una volta cacciato l’uomo in carcere, reo o innocente, esso vi marciva per mesi ed anni, in espiazione delle molestie date ai signorotti del paese, od ai ministri di Dio. Nel 1850 era questa la bella giustizia di Sardegna!

Rassegnato al mio destino, io sopportavo pazientemente le calunnie de’ miei avversari, ma non le dimenticavo. Il rettore di Dualchi aveva sciolto le mie legature, ed io smaniavo di vendicarmi: non solo di quanti erano stati causa della mia disgrazia, ma anche dei vigliacchi che per lucro, per millanteria, o per malvagità, si prestavano a darmi la caccia, o a farmi la spia.

Non potevo sperar tregua, finchè respiravano Francesco Rassu e il sacerdote Pittui.

Nell’ardore de’ miei vent’otto anni mi tormentava la sete della vendetta — ma avevo anche la pazienza di aspettare!

CAPITOLO V. Chi nasce, e chi muore.

Alzatosi da letto, guarito dalle contusioni, il prete Pittui si mostrò più feroce che mai contro di me. Da lungo tempo la sua casa era stata il convegno de’ più tristi del paese. Fu là che i fratelli Rassu, i fratelli Dore, il commissario Serra, Giovanni Maria Piana avevano congiurato la mia cattura. Ma non erano ancora riusciti nell’intento, e parecchi di essi erano stati puniti per mano mia, o per mano del destino.

Il sacrilegio da me commesso mi aveva attirato addosso le ire di molti compaesani; il cui scopo, d’altra parte, non era stato che quello d’ingraziarsi l’influente prete, intimo amico dei principali giudici ed avvocati di Sassari

Si conoscevano da lungo tempo, in paese, le tresche, i raggiri, le prepotenze, e sovratutto i ricorsi che il buon ministro di Dio soleva mandare alle autorità di Sassari, contro gli sconsigliati che cadevano in sua disgrazia.

Dopo essere stato un mesetto in casa, il prete tornò a dir messa all’Oratorio di Santa Croce; nè aveva voluto rinunziare alle sue gite a Sassari, dove si recava ogni tanto, sempre scortato da tre o quattro carabinieri, che richiedeva alle autorità per la propria sicurezza.

Trascorso qualche mese, e sbollite le ire, non mancarono in paese le persone che deploravano la non riuscita del mio attentato; perocchè il prete continuava ad inasprire gli animi colle prepotenze, creando i malcontenti.

Certo Pietro Sanna, bosano, e certo Antonio Maria Deiana, vennero un giorno da me, in campagna, offrendosi a facilitarmi il mezzo d’introdurmi in casa di prete Pittui per ucciderlo. Costoro appartenevano ad una combricola di ladruncoli, i quali si vantavano possessori di grimaldelli, che aprivano qualunque porta. Li ringraziai, ma non volli accettare la loro offerta, perchè diffidavo di essi: temevo qualche perfidia da parte del sacerdote, capace di ogni tranello, pur di avermi nelle mani.

Delle congiure che si facevano in casa del prete — come dissi altra volta — io veniva informato da persona intima della famiglia; e posso aggiungere (non lo rivelai finora a nessuno!) che la stessa serva del prete, la zia di mia moglie, mi aveva più volte fatto avvertire, che mi guardassi dai Rassu, dai Dore, e da altri. Non seppi mai spiegarmi tanta tenerezza da sua parte. Temeva forse per suo marito? aveva paura della disperazione di un bandito? sentiva forse rimorso e compassione per la disgrazia toccatami? od era forse qualche recente rancore col suo padrone che la spingeva a sventargli le trame? Non son riuscito a spiegarmelo. Certo è, che dovetti alle sue avvertenze l’essere scampato a molti agguati; e potei, mercè sua, conoscere la perfidia di certi parenti ed amici, che mi tradivano in segreto. Non bisogna negare che la paura di un bandito desta in tutti una viva apprensione, e tutti fanno a gara per offrirgli protezione ed aiuto, per riceverne in cambio aiuto e misericordia — salvo più tardi a tradirlo quando capita il destro.

Una sera stavo seduto a ridosso d’un’alta roccia, a poca distanza dal paese. Vidi ad un tratto sullo stradone due preti che venivano verso Florinas dalla parte di Sassari. Mi parve di riconoscere in uno di essi Giovanni Masala Pittui, e decisi di farla finita con una buona fucilata.

Montai il grilletto, spianai l’arma, e aspettai che i due transitanti mi venissero a tiro.

Come si avvicinarono, mi avvidi di aver preso abbaglio. Erano due preti che venivano da Sassari con la solita provvista dell’olio santo per la parrocchia di Florinas.

Rimisi il fucile in spalla, e mi allontanai dal paese, sperando di essere più fortunato un’altra volta. L’assassino della mia pace domestica, il perfido istigatore di mia moglie, non doveva morire che per le mie mani. Lo avevo giurato!

***

E Maria Francesca?

Posciachè erano riuscite vane le trattative di pace per mezzo dei missionari, venuti nel settembre a Florinas, e più ancora dopo il mio attentato, vi furono malumori e dissidi fra mia moglie e i suoi genitori. Mio suocero aveva più volte cacciato da casa la figliuola, ritenendo che il vivere insieme dopo la mia latitanza non era cosa prudente, nè per l’una nè per gli altri. Si temevano gli eccessi di un genero e di un marito datosi alla macchia.

Era stata da tutti respinta, la disgraziata; e il prete stesso, che tre mesi prima l’aveva persino costretta a recarsi ai balli pubblici per farmi dispetto, ora non la guardava in faccia. Anche nel cuore di quel cane parlava forse la paura!

Si era giunti intanto ai primi di marzo, mese in cui si aspettava il parto di Maria Francesca. I suoi parenti, con soddisfazione pietosa e maligna, dicevano:

— Se Giovanni Tolu non potrà venire per assistere al battesimo della sua creatura, poco male: — non mancherà gente in paese per accompagnare il neonato, o la neonata in chiesa!

Ciò riferitomi da alcuni miei fidi, mandai un’ambasciata ai parenti di mia moglie, assicurando loro che nessuno si sarebbe permesso di accompagnare la mia creatura al fonte battesimale.

— Se a quel tempo sarò vivo — aggiunsi — nessuno potrà vantarsi di questo accompagnamento, che costerebbe troppo caro. Il frutto di mia moglie non sarà portato in chiesa che dalla sola levatrice... come si pratica per i nati illegittimi!

Il minaccioso mio avvertimento sortì il suo effetto.

Il giorno 5 di marzo (1851) Maria Francesca partorì una bambina; e si avverò in seguito il mio pronostico. Fu portata al fonte battesimale senza che nessuno l’accompagnasse. I parenti di mia moglie, a cui avevo dato qualche lezione, si erano ben guardati di contrariare il mio desiderio. Sapevano che non scherzavo, e che avrei potuto mantenere la parola.

La scelta del nome di battesimo, da imporsi alla neonata, creò impicci ai parenti e provocò lunghe discussioni. Fu deciso infine, con molto senno, che la piccina fosse chiamata Maria Antonia, in ricordo delle due nonne: — della mia, Maria Antonia Scanu, e di quella di mia moglie. Maria Gàmbula.

Avvenuto il parto, i genitori di Maria Francesca si mostrarono più risoluti che mai a non volere in casa la figliuola, temendo fastidi da parte mia. Ond’è, che la disgraziata, per maggior sua punizione, fu costretta a rintanarsi in una catapecchia isolata, nel centro del villaggio, dove campava stentatamente, facendo il mestiere di cucitrice d’abiti da uomo e da donna. Da nessuno ebbe un soccorso, e cominciò a risentire gli effetti della sua caparbietà e della sua disubbidienza.

Mi era stata comunicata la nascita della figliuola con tutte le formalità più scrupolose. Poche settimane dopo, Maria Francesca mi mandò un’ambasciata per mezzo di un fido amico:

— Tua moglie — ei mi disse — è richiesta come balia a Sassari, presso una famiglia di signori ricchi ed influenti, i quali potrebbero impegnarsi per la tua liberazione.

Io gli risposi:

— Dirai a Maria Francesca, che io non voglio accettare la libertà da colei che mi ha reso schiavo. Dio le ha imposto la missione di allevare la sua creatura: — faccia dunque il suo dovere!

Trascorsi alcuni giorni Maria Francesca tornò ad inviarmi lo stesso ambasciatore, prevenendomi, che aveva deciso (col mio consenso, o senza) di recarsi a Sassari come balia, affidando la propria bambina alle cure d’altra balia, in Florinas.

Risposi minaccioso:

— Dirai a mia moglie, che si guardi bene dal mettere in azione il suo proposito. Il giorno in cui ella andrà a Sassari per far la balia, io le ucciderò il padre e la madre, perchè rei di non aver saputo correggerla. In seguito penserò anche a lei!

Dietro questa minaccia, Maria Francesca desistette dal suo proposito, e rimase a Florinas per allevare la sua creatura. Ella continuò a vivere miseramente nel suo tugurio, lontana dai genitori, che la trascurarono.

***

Mio suocero, come ho detto, era sempre malaticcio e non usciva di casa. Dopo la morte di Pietro Rassu e del carabiniere Maronero egli temeva la mia vendetta — poichè si era venuto a sapere, che l’agguato era stato ordito dietro il suo falso rapporto a mio riguardo. Egli sperava sempre che il prete e i suoi sicari fossero riusciti ad uccidermi, o a mandarmi alla forca.

Prete Pittui, completamente ristabilito, continuava a stancare la pazienza di tutti colle sue prepotenze, i suoi ricorsi, e i malumori che suscitava dovunque. Il suo contegno bestiale, indegno di un ministro del Signore, aveva chiamato l’attenzione dell’alto clero, nè si tardò ad inoltrare reclami contro la sua condotta scandalosa.

A Cargeghe io aveva un cugino — certo Paolo Tolu — molto amico di monsignor Varesini, allora arcivescovo di Sassari. Questo Tolu era ammogliato con la nipote del canonico Scarpa rettore di Cargeghe, e più tardi canonico turritano.

Quando nel maggio monsignor Varesini, nel suo giro per la Cresima, si fermò a Cargeghe, il rettore Scarpa si affrettò ad informarlo di quanto era avvenuto fra me e il prete Pittui. Mio cugino Tolu, per le confidenze fattegli dall’amico rettore, fu in grado di fornirmi i seguenti ragguagli:

Recatosi Monsignore da Cargeghe a Florinas, volle interessarsi della mia causa. Anzitutto rampognò il prete Pittui di aver trasgredito gli ordini suoi; poichè, interdetto a dir messa per il sangue versato dietro le mie percosse, esso aveva continuato a consacrare. In seguito chiese schiarimenti ai tre preti di Florinas sulla condotta del loro compagno; ma le informazioni date non furono troppo lusinghiere.

Allora l’Arcivescovo mandò a lui il sagrestano maggiore per invitarlo a venire in chiesa: ma n’ebbe in risposta, che non poteva muoversi perchè ammalato.

Costretto finalmente a presentarsi dinanzi a Varesini, questi lo esortò severamente a smettere la superbia e la prepotenza, e a dare il buon esempio della mansuetudine cristiana, col non intromettersi nei fatti altrui.

Prima di lasciar Florinas, monsignor Varesini impose a prete Pittui di presentarsi entro la settimana alla Curia di Sassari, avendo urgente bisogno di conferire con lui.

Il Pittui — colla solita scorta di carabinieri — venne a Sassari dopo gli otto giorni. Presentatosi verso le nove all’Episcopio, monsignor Varesini gli fece dire dal suo segretario che lo avrebbe ricevuto alle dieci. Ritornato all’ora indicata, lo si pregò che tornasse alle undici. E così di seguito, tre volte alla mattina e tre volte alla sera, fu per otto giorni rimandato il ricevimento, costringendo il povero prete a tante passeggiate inutili ed umilianti. Era questa una delle punizioni ecclesiastiche, che s’infliggevano dall’Arcivescovo ai sacerdoti colpevoli[27].

Trascorsi gli otto giorni, il prete Pittui si era dato a letto, dicendosi ammalato. Egli aveva preso alloggio nella casa di una mia zia — certa Catterina Angela Cugurra, moglie ad Antonio Alivesi — abitante dietro la Munizione vecchia. La famiglia Alivesi era molto amica del prete; il quale, durante la malattia, ebbe da essa cure assidue ed affettuose.

La malattia fu piuttosto lunga. Per una diecina di giorni il prete fu assalito da febbri violenti, e nel delirio non faceva che contorcersi fra le coltri, gridando ogni tanto, rivolto a mia zia:

— Eccolo... È là!.... egli viene!... Giovanni Tolu mi uccide!

E col mio nome sulle labbra, in preda a fissazioni di percosse e di ferimenti, egli morì a Sassari, nella casa in cui di consueto veniva ospitato[28].

Ebbi ragguagli della sua fine dalla stessa mia zia Catterina.

Il prete Giovanni Masala Pittui scese nel sepolcro sette mesi dopo le percosse da me ricevute — nè furono esse la causa della sua morte, come alcuni osarono asserire. Forse fu Monsignore che l’uccise!

La sua scomparsa dal mondo mi allegerì di un gran peso. Avevo la convinzione che le mie legature fossero finalmente sciolte, e che non tarderei a riacquistare l’intiera mia forza — quella forza, che il rettore di Dualchi diceva in me diminuita!

CAPITOLO VI. Duello a morte.

Morto il prete, i congiurati divennero più mansueti. Non avevano più impegni da soddisfare, nè odî da sposare per conto di terzi. Diversi avevano già ricevuto una buona lezione, come lo Zara ed il Piana, e non volevano cimentarsi meco, poichè avevano bisogno di vivere dal lavoro.

Lo Zara, per mezzo di amici intermediari, era venuto a spiegazioni, e gli promisi di non più molestarlo; e così parimenti avvenne di Giovanni Antonio Piana, il marito della serva. Costui, dopo la rottura del braccio, viveva in continua agitazione, e finì per raccomandarsi ad amici comuni perchè io non l’offendessi.

Un giorno lo fecero abboccare con me. Io gli dissi:

— Io non ho più ragione di dolermi di te. Fa il fatto tuo, e non verrai molestato. Ben so che sei lo zio di mia moglie; ma puoi vivere in pace, senza immischiarti nelle nostre questioni coniugali. Siamo intesi!

Il Piana fu assai lieto della nostra conciliazione; tanto più che il prete era nell’altro mondo, ed egli nulla aveva da guadagnare tenendomi il broncio.

Da quel giorno visse tranquillo, e sembrò un altro uomo; tuttavia non riebbe mai la mia intiera fiducia, poichè le riconciliazioni non mi andarono mai a sangue. Perdono sì — ma confidenza col vecchio nemico, mai!

Fatta la pace, un bel giorno Giovanni Antonio mi pregò di accettare un regalo. Egli mi donò una vecchia pistola ed un lunghissimo pugnale, che già appartenevano al prete Pittui. Accettai l’una e l’altro.

***

Il solo congiurato inconciliabile, dopo la morte del prete, era stato Francesco Rassu. Fra me e lui era un odio profondo, che ci celavamo a vicenda, in attesa di un’occasione per manifestarcelo apertamente.

Francesco mi vinceva di otto anni; era un uomo robusto, coraggioso, temerario, e fra i più forti del paese. Me ne guardavo, perchè sapevo che mi avrebbe ucciso, se gli fossi venuto a tiro. La lontana parentela, da cui eravamo vincolati, ci consigliava un po’ di ritegno; ma era un’ipocrisia reciproca.

La prima volta che mi trovai solo con lui fu nelle aie di Corona maggiore, territorio di Florinas. Era di settembre, ed egli dormiva saporitamente sotto ad una pianta. Lo fissai per alcuni minuti, indeciso se io dovessi cogliere l’occasione per ucciderlo. Due pensieri me ne distolsero: la raccomandazione di mio zio, e la storia dei Reali di Francia[29].

— Ucciderlo nel sonno — pensai — sarebbe una vigliaccheria. Ho impresse le parole che il Duca Salardo rivolse a Fioravanti dormente: «— Se lo uccido, diranno che l’ho riconosciuto più forte di me! —»

Mi chinai, e lo scossi.

— Dormi così, eh?

Francesco Rassu balzò sulle ginocchia e mi squadrò quasi atterrito.

— Sì... dormivo.

Gli porsi alcuni aranci, e mangiammo.

— Come vai? — mi disse con un certo interesse.

— Così: piano piano!

Stette un momento soprapensiero, indi soggiunse:

— Ho i saluti da darti per parte di Francesco Serra di Tiesi.

— Vieni di là?

— Sì.

Il Serra ere il famoso commissario dei Carabinieri.

— Se fosse stato a Florinas — risposi con sarcasmo — non te li avrebbe dati i saluti per me! Qui però non potrebbe trovarmi... a meno che tu non mi facessi la spia!

Francesco mi guardò bieco:

— Io farti la spia... per lui?

— Guardati bene, veh? che tu non pianga i peccati di Francesco Serra!

Ci guardammo alcuni istanti in cagnesco, e lo piantai là, senz’altro dire.

Passarono alcuni mesi da quel giorno; ma quantunque odiassi a morte quell’uomo, volli rispettare la raccomandazione di mio zio, e aver riguardo al vecchio Rassu, col quale ero in buoni rapporti.

Stanco infine delle continue minaccie di Francesco, che mi venivano riferite, ero deciso di farla finita: o ammazzarlo, o farmi ammazzare.

Un giorno, che mi trovavo nell’ovile di mio zio, esclamai con amarezza:

— Io vivo da qualche tempo in angustie per il contegno di quel perfido; non mi trattiene che il tuo consiglio. Temo, però, che qualche giorno io debba pagar cara la mia ubbidienza!

Lo zio quel giorno si strinse nelle spalle, e mi rispose, senza guardarmi:

— Fa come vuoi!

Non disse altro; e poco dopo mi allontanai dal suo ovile.

Mi diedi a girovagare per la campagna, pregando la mia buona stella che mettesse Francesco a tiro del mio fucile. Ben sapevo che da qualche tempo andava vantandosi, che non avrei potuto sfuggire all’odio suo.

Il giorno seguente — vera fatalità — mentre stavo sdraiato a ridosso d’una roccia, vidi passare nella strada sottostante Francesco Rassu, a cavallo.

Balzai in piedi di scatto, spianai il fucile, e feci fuoco, quasi senza prenderlo di mira.

— Misericordia, son morto! — gridò Francesco, e precipitò di sella.

Una paesana, che veniva dietro a lui, m’impedì di constatare la sua morte. Temendo d’essere riconosciuto, mi cacciai prestamente nelle macchie, e presi il largo senz’essere avvertito.

Errai di qua e di là tutta la notte, contento del colpo fatto. Verso l’alba capitai in un ovile, ed ivi appresi che Francesco era stato trasportato a Florinas, ferito alla milza, e non mortalmente.

Mi morsi le dita per dispetto; e tanta fu la mia stizza per il colpo mancato, che decisi di recarmi la stessa sera a Florinas, per uccidere il mio nemico dentro casa.

E così feci. Approfittando delle tenebre, giunsi fin sulla soglia dell’abitazione di Francesco Rassu, risoluto di fucilarlo sul suo letto; ma, per mia sfortuna, il medico, il pretore, e il cancelliere avevano fatto trasportare il ferito nella camera che dava al cortile, nè mi fu possibile tradurre in atto il mio proposito. Rimandai il colpo a un’altra volta, facendo voti che il mio nemico guarisse presto!

Un mese dopo, completamente guarito, Francesco si era alzato da letto per accudire alle sue faccende.

Quantunque non mi avesse veduto, egli era certo che il colpo non poteva essergli venuto che da me. Seppe però abilmente dissimulare, nè con alcuno mosse lagnanza dell’accaduto. Era scaltro e sapeva il fatto suo!

Un giorno chiamò a sè i miei fratelli Peppe e Giomaria, e disse loro che aveva bisogno di parlarmi.

Quando mi comunicarono il desiderio di Francesco, risposi a’ miei fratelli:

— Datemi prima da mangiare, e poi conducetemelo. Mi troverete alla Serra, vicino al villaggio.

In compagnia de’ miei fratelli e di un suo cognato, Francesco Rassu venne sul tardi all’appuntamento.

— Buona notte! — disse con tono secco.

— Buona notte! — risposi — Come vai?

— Coi piedi! — esclamò bruscamente.

— Non ti chiedo notizie dei piedi, ma della tua ferita!

Francesco capì che bisognava cambiar tono.

— Non vedi — disse — che mi hanno bucato le costole? Sono qui venuto per parlarti a quattr’occhi!

— Perchè a quattr’occhi? Qui non vedo che tuo cognato e i miei fratelli. Siamo dunque in famiglia, e puoi parlare in faccia a tutti. Nessuno dei presenti ti vuol male, poichè ci unisce un vincolo di parentela.

Francesco, com’era venuto, si era messo al mio fianco; ed avevo notato che teneva le mani sotto al cappotto, carezzando forse la sua pistola. Io stava ad occhi aperti, colla destra sul pugnale, risoluto a freddarlo al minimo movimento. Per fortuna non si mosse, perchè i miei fratelli gli piantavano gli occhi addosso.

— Che vuoi dunque? — gli chiesi, vedendo che esitava a parlare.

— Mi hanno bucato le costole! — ripetè con amaro sorriso — ed io vengo per chiederti aiuto nella vendetta. Sarai compensato con danaro, o con pari aiuto se ne avrai bisogno.

Sogghignai amaramente, e gli risposi con calma glaciale:

— Te ne sei accorto troppo tardi! Tu ben lo sai, che non son buono a nulla! — Quando hai tentato di uccidere Pietro Pintus, ti sei rivolto ad altri, e non a me; e ciò sa tutto il mondo!

Quando hai ucciso Giomaria Ledda, fosti pagato dal signor Antonio Luigi; ma non avesti bisogno del mio braccio. — Quando hai freddato l’uccisore di tuo fratello Paolo (ch’era in tresca con una sua sorella) non chiedesti il mio aiuto, nè compenso in danaro; e con ragione, perchè la tua vendetta era santa. — Quando vilmente hai assassinato l’eremitano di Santa Maria d’Ese per rubargli i porcellini, non è a Giovanni Tolu che hai chiesto mano forte. — Quando a Tissi hai commesso la grassazione in casa del signor Sercis e della sua signora, non hai avuto bisogno dell’opera mia. — Quando, infine, dentro Florinas, hai derubato la casa di Salvatore Piras, non è a me che ti sei rivolto per tenerti il sacco. Te lo ripeto: io non son buono a nulla; e con ragione non mi hai cercato!

— Hai finito?

— Non ancora. Devo dirti una sola cosa, che terrai a mente: — se tu verrai ucciso facendo il fatto tuo, puoi star sicuro che ne proverò dispiacere; ma se mai ti uccideranno facendo il fatto altrui, ti prevengo che godrò della tua morte. Bada, dunque, a’ tuoi affari, Francesco, se vuoi vivere tranquillo! Ricordati, che a Florinas non sono pochi quelli ch’ebbero la disgrazia di essere, come te, feriti; eppure, ravveduti dei loro errori, non hanno più ricevuto alcuna molestia dai nemici. Così pure potrà avvenire di te... se metterai giudizio.

Francesco, a capo chino, ascoltò fino in fondo la mia tirata, senza un atto di dispetto nè d’impazienza.

— Ho capito, e sta bene! — borbottò; e senz’altro fece cenno a suo cognato d’incamminarsi, e si mosse lentamente verso Florinas — seguito dai due miei fratelli; i quali avevano il dovere di scortarlo fino alla sua abitazione, come si usa in simili convegni.

***

Una settimana dopo venni avvertito, che Francesco si era scatenato contro di me senza alcun ritegno — non curandosi di celare la sua ferma intenzione di uccidermi, dovunque mi avesse trovato. Egli si recava sfacciatamente a far visita di casa in casa in Florinas, e d’ovile in ovile in campagna, col proposito di farmi la spia.

I barracelli — quasi tutti in mio favore — mi tenevano informato d’ogni sua mossa, e mi avvertivano di stare in guardia e di non fidarmi.

Infastidito di questi continui rapporti, capitai una sera nell’ovile dello zio Rassu, col quale mi tenevo in buoni accordi. Lo trovai sulle furie contro il suo nipote Francesco, col quale la mattina si era bisticciato, a causa del passaggio di un branco di pecore sul fiume vicino.

Approfittando del suo stato d’animo, gli dissi con risentimento:

— Zio Giovanni Andrea; devo dirvi che più non riesco ad aver pace per colpa di Francesco. Non siete dunque più buono a correggere vostro nipote?

— La sola palla riuscirà a correggerlo — lasciò scapparsi il vecchio, ancora sdegnato per il diverbio avuto col nipote.

— Dunque...?

— Dunque, se hai conti da liquidare con Francesco, sei matto se non ti aggiusti!

Il vecchio non disse altro, nè d’altro gli parlai, per paura di fargli cambiar idea. Mi allontanai dicendogli:

— Buona sera... e a rivederci!

— Buona sera!

Per tre giorni consecutivi diedi a Francesco una caccia senza tregua. Arrivai persino ad impostarlo, dopo l’imbrunire, a pochi passi dalla sua abitazione, dentro Florinas; ma non mi venne fatto d’imbattermi in lui. La gente era per le vie, lungo le viottole, ed io non volevo troppo espormi.

Non è facile nei nostri villaggi tendere l’agguato ad un uomo; poichè colui che crede di aver nemici non batte mai la stessa strada, sì nell’uscire, come nell’entrare in paese.

Dopo la terza notte ch’io tentavo Francesco, mi venne l’idea di fargli la posta in un punto non troppo lontano dal paese, per dove speravo potesse ei passare per recarsi in campagna. Il mio nemico cambiava cento volte di strada, ed io doveva affidarmi al solo caso.

L’inferno questa volta volle favorirmi.

Ero stato colà tutta la notte, intirizzito dal freddo. Mancavano ancora due ore all’alba, ed eravamo ai primi di gennaio.

Mi ero dato a percorrere per lungo e per largo la regione di Badu ludrosu, quando vidi un individuo a cavallo che percorreva una viottola, seguito da un braco.

Non ne feci caso, perchè avevo notato che quell’uomo aveva le brache di lino, e non i calzoni neri che soleva portar Francesco. Tuttavia volli tenergli dietro per curiosità, perchè mi parve di riconoscere il suo cane.

Rifeci un lungo giro per le tanche, fino a trovare una posta comoda e sicura.

Era proprio lui: Francesco Rassu, armato, e a cavallo. Io era a piedi.

Mi fermai al punto di Pedru majolu; montai il grilletto del fucile, e, quando Francesco mi venne a tiro, gli sparai.

Il colpo non partì; ed egli continuò la sua strada senz’alcun sospetto.

Gli tenni sempre dietro saltando siepi e scavalcando muri, e tornai a montare il grilletto, dopo aver rinnovato il fulminante.

Mancatomi il colpo anche questa volta, mi venne in mente una rivelazione fattami parecchie settimane addietro. Francesco Rassu, dopo esser stato da me ferito, era andato a consultarsi da un suo zio frate; il quale lo aveva esorcizzato, assicurandogli che di piombo non sarebbe più morto.

Per alcuni sassi da me smossi saltando un muro, Francesco si accorse finalmente d’essere pedinato; e allo sbocco d’una stretta gola smontò da cavallo, con animo deliberato di affrontare l’avversario. Era un uomo coraggioso ed audace, e faceva assegnamento sulla propria forza.

Senza più esitare gli andai arditamente incontro; spianai il fucile, e feci scattare il grilletto.

Neanco questa volta l’arma prese fuoco.

Il Rassu, colto all’improvviso, fece un brusco movimento, come per scansare il colpo; ma io, vedendomi ormai perduto, colla sveltezza di un gatto selvatico, gettai a terra il fucile, spiccai un salto, e mi riuscì di afferrare la canna della sua pistola, nel momento che egli me la scaricava quasi a bruciapelo. Era un pistolone antico, a piastra; la pietra focaia aveva acceso la polvere nella cassetta, ma il colpo non era partito.

Io stringeva colla destra il suo pugno, e colla sinistra giunsi ad afferrarlo per i lunghi capelli, che gli scendevano sulle spalle. Francesco, alla sua volta, mi teneva per la barba, e cercava di colpirmi alla testa colla canna della pistola.

Restammo alcuni minuti in piedi, lottando corpo a corpo con tutte le forze, per disvincolarci. Era questione di vita o di morte: uno di noi quel mattino doveva scomparire dal mondo.

I nostri due cani abbaiavano, ma non osavano avventarsi, poichè nessuno di noi si curò di aizzarli.

Finalmente il mio avversario vacillò, perdette l’equilibrio, e stramazzò supino, dando fortemente della testa sopra una grossa pietra, ch’era in mezzo alla strada. Il sangue gli colava dalla nuca.

Continuammo la lotta disperata. Nel silenzio di quel mattino tenebroso non si udivano che i latrati dei due cani, e il rantolo affannoso che usciva dalle nostre strozze.

Uccisione di Francesco Rassu
Uccisione di Francesco Rassu

Francesco riuscì a rizzarsi sulle ginocchia e continuava a percuotermi colla canna del pistolone. Ricadde.

Finalmente mi venne fatto di portare la mano all’elsa del mio pugnale; lo tolsi dal fodero, e glie lo immersi nel petto.

Egli allora gridò con quanto fiato aveva in gola:

— Perchè mi uccidi, Giovanni Tolu?!

— Oggi le paghi tutte! — gridai inferocito e ansante; e continuai a ferirlo a più riprese, passandolo parte a parte, fino a che dal suo labbro non uscì neppur l’alito[30].

Chi lo avrebbe mai detto? La lama di prete Pittui, lunga due palmi, mi era servita a liberarmi dal più odiato de’ suoi sicari!

Ricacciato il pugnale nel fodero, continuai soddisfatto la mia strada, seguito dal mio fido Pensa pro te.

L’altro cane era rimasto vicino al cadavere del suo padrone, poco distante dal cavallo, il quale rosicchiava tranquillamente qualche ramo verde che usciva da un cespuglio.

CAPITOLO VII. Gli ultimi Rassu.

Quando più tardi giunsi a conoscere la perizia giudiziaria sull’assassinio di Francesco Rassu, un sorriso di compassione mi venne sulle labbra. Il medico ed i periti avevano dichiarato, che la vittima era stata assalita da quattro uomini, e che la prima ferita alla nuca era stata prodotta da un colpo di bastone. Fu parimenti dichiarato, che Francesco era stato grassato, dopo aver ricevuto oltre trenta ferite. Fidatevi ora delle perizie ordinate dall’autorità giudiziaria!

Appresi in seguito, che il primo che s’imbattè nel cadavere di Francesco fu un suo zio, fratello della suocera, il quale si era impossessato del pistolone, che tempo addietro aveva regalato al nipote. Da ciò l’asserzione dei periti.

Il sole era appena spuntato, quando capitai in un podere, in cui lavoravano alcuni miei amici. Fra essi era Giovanni Antonio Piana, col quale mi ero riconciliato.

Come mi vide, costui mi venne incontro per dirmi ch’era mancato un bue, e che si sospettava lo avesse rubato Francesco Rassu. Mi raccomandava di fare indagini per rintracciarlo.

— Posso assicurarti — risposi — che il ladro non è Francesco. L’ho lasciato or ora a Pedru majolu, e in condizioni tali, che non potrà più rubar buoi... nè farmi la spia!

E così dicendo lanciai uno sguardo significante al marito della serva del prete, per fargli capire che avrebbe fatto la stessa fine, se non si fosse in tempo ravveduto.

La stessa mattina andai a trovare mio fratello Giomaria e un mio cognato, che zappavano in un podere vicino. Confidai loro che avevo ucciso Francesco Rassu.

Verso sera, passando dinanzi all’ovile di Giovanni Andrea (lo zio di Francesco) volli entrarvi per salutare il vecchio.

Appena egli mi vide, mi si piantò di botto dinanzi; e dopo avermi a lungo fissato cogli occhi spalancati, mandò dalla gola rantoli e sbuffi. Uscì infine in queste parole:

— Non è la morte di Francesco che mi dispiace; ma lo scempio fatto al suo cadavere! Crivellarlo con trenta pugnalate? è azione indegna, vigliacca!

Il sangue mi montò alla testa; e facendo un passo verso il vecchio gli mostrai il pugno, gridandogli minaccioso:

— Segno che tante glie ne abbisognavano!

E aspettai una seconda frase insultante, per freddare a’ miei piedi un altro Rassu.

Per fortuna egli non fiatò, nè si mosse; ed io mi allontanai voltandogli le spalle, senza neppur salutarlo.

***

Per distrarmi alquanto mi recai alla Nurra, dove rimasi alcune settimane.

Mi trovai colà più volte con Salvatore, il figlio di Giuseppe Rassu, che da qualche tempo era al servizio di mio cognato Ignazio Piana. Quantunque il giovane cercasse di avvicinarsi a me, io lo tenevo a debita distanza, perchè nipote de’ miei nemici.

Intanto nell’estate (tempo in cui si sogliono condurre le pecore al Fiume Santo per abbeverarle) Salvatore ebbe un diverbio con un suo compagno; e dopo avergli spezzato il cranio con un grosso sasso, si era dato alla macchia. Portatosi allora segretamente a Florinas, per chiedere alla zia ed al prete parte del danaro lasciato loro in custodia, gli fu risposto:

— I tuoi danari ci serviranno per toglierti alle mani della giustizia; e così potrai goderteli!

Essendo figlioccio del prete, col quale la zia conviveva, Salvatore si rassegnò ad aspettare; ma intanto, passando per Cargeghe, volle ivi consultarsi col bandito Antonio Maria Derudas (che in quel tempo mi era compagno, come dirò in seguito).

Poco dopo venni chiamato da zio Giovanni Antonio Rassu; il quale mi confidò, che il pretore di Ploaghe desiderava abboccarsi col giovane Salvatore, per giovargli nella causa. Egli chiedeva il mio parere.

— Se tuo nipote andrà dal pretore, te lo manderà in galera! — risposi.

Il vecchio allora mi disse con accento di preghiera:

— Perchè non lo prendi in tua compagnia per guidarlo?

— Perchè non lo voglio! — risposi recisamente — Egli si mostrò disubbidiente col babbo, colla mamma, collo zio, e lo sarà parimenti con me. Non assumo una simile responsabilità. Se Salvatore venisse ucciso, si darebbe a me la colpa!

Così risposi, perchè non potevo fidarmi del vecchio nè del giovane Rassu, dopo quanto mi era accaduto a Pedru majolu. Sarebbero stati capaci di un tranello per vendicare il loro congiunto da me ucciso.

Quantunque nessuno mi avesse veduto, la voce pubblica mi accusava della morte di Francesco; ed i parenti ne erano certi, perchè io non avevo cercato di smentire la diceria. Nessuno di quelli a cui avevo confidato l’omicidio poteva parlare; poichè in quei tempi l’esser chiamato a testimonio era doppiamente pericoloso: verso la giustizia, e verso i protettori dell’ucciso.

Il giovane Salvatore, a cui era nota l’intenzione di volerlo a me affidare, aveva esclamato imprudentemente:

— Perdio! avrei vergogna di accompagnarmi coll’uccisore di mio zio Francesco, ch’io devo vendicare. Toglierò dal mondo Giovanni Tolu!

— Bambino imbecille! — esclamai, quando mi vennero riferite le sue parole.

***

Annoiato della mia solitudine, durata per oltre un anno, mi ero unito in quel tempo ai banditi Antonio Maria Derudas e Gio. Maria Puzzone, di Cargeghe; i quali battevano la campagna dopo l’assassinio del capitano de’ barracelli, da loro freddato nel piazzale della chiesa del paese, mentre rincasava.

Un giorno il vecchio Giovanni Andrea Rassu ebbe l’imprudenza d’invitare il Derudas ad unirsi a Salvatore per sbarazzarsi di me.

— Mio nipote è troppo giovane — gli aveva detto — e da solo non potrebbe fare il colpo.

Il Derudas tenne il segreto per alcuni giorni; ma siccome in precedenza mi aveva informato dell’abboccamento chiestogli dal vecchio Rassu, finì per tutto confessarmi.

Da quel giorno Salvatore fece il gradasso, fidando forse nell’aiuto del Derudas. Sulle prime presi le cose in scherzo; ma in seguito, persistendo egli a darmi noia, decisi di dargli una lezione.

Non tardò anche lui a seguire lo zio. Egli venne ucciso da una fucilata vicino alla lacana d’Ossi, in territorio di Florinas. Il cadavere fu trasportato sulle fascine al villaggio[31].

***

Ed ecco quattro dei Rassu — Pietro, Paolo, Francesco e Salvatore — tolti dal mondo per mano mia, o per mano d’altri!

Ne restavano ancora due; ma di essi volle occuparsi l’Eterno, poichè io feci loro grazia.

Giuseppe Rassu, l’ultimo dei quattro fratelli, (come ho già detto) era ammogliato con una mia zia, la quale mi voleva un bene dell’anima.

Un giorno andai a trovarla, e le dissi:

— Cara zia, bada! temo molto che non tarderai a diventar vedova!

— Che intendi dire? Mio marito è sano e robusto.

— Ma io l’ucciderò, se non farà da bravo. Egli ha sinistre intenzioni a mio riguardo.

— Non temere, Giovanni. Tu sai ch’io ti voglio bene. Se io mi accorgessi che Giuseppe avesse intenzione di farti male, sarei la prima a renderti avvisato. Egli mi è marito, e tu mi sei nipote: vi ho cari entrambi. Non potrei permettere che tu l’offenda, perchè c’è di mezzo il giuramento del matrimonio; — ma parimenti vedrei di mal occhio che egli torcesse un capello a mio nipote. Va tranquillo, figliuolo mio; finchè io vivo non riceverai il minimo danno da lui!

E mantenne la parola. Donna energica e risoluta, ella seppe imporsi al marito, che mi lasciò in pace, come in pace lasciai lui.

Risparmiai parimenti il vecchio zio Giovanni Andrea Rassu, che si rassegnò alla perdita dei suoi quattro nipoti, puniti dalla giustizia di un Dio, che odia i traditori e le spie.

L’uno e l’altro morirono tranquilli sul proprio letto — quantunque non meritassero una simile fortuna!

CAPITOLO VIII. Agostino Alvau.

Recatomi un giorno alla Nurra, capitai nell’ovile di Campanedda, dov’era stato ucciso Agostino Alvau: il giovane algherese, che finì la sua carriera di bandito, quasi nello stesso tempo in cui io la cominciava. Ebbi dai pastori minuti ragguagli sulla morte di costui; ed io ne tesserò brevemente la storia, quantunque essa non abbia relazione con la mia vita.

Agostino Alvau era un giovane studente di Alghero. D’animo focoso, audace, e coraggioso fino alla temerità, un giorno era andato a caccia senza porto d’armi. Sorpreso dai carabinieri, e invitato a cedere l’arma, egli rispose colla ribellione. Riuscito a fuggire, si diede alla macchia, e iniziò la sua carriera di bandito, senza aver sparso una goccia di sangue umano.

Quantunque giovanissimo, senza un pelo in faccia, e di fattezze femminili, divenne in breve famoso per le sue gesta, tanto audaci quanto feroci.

Mi era simpatico perchè lo avevo conosciuto di persona. Qualche tempo prima ch’io prendessi moglie, mi trovavo a capo d’una compagnia di mietitori, nelle aie di Florinas. Avevo sotto al mio comando molti lavoratori. Tra i quali Rafaele Alvau — fratello di Agostino — uno degli incaricati della trebbiatura. Una quantità di cavalli e di cavalle, condotti dai paesi vicini, trottavano sulle aie per pestare i covoni, com’è costume nei nostri villaggi.

Agostino Alvau (già famoso nell’isola) era venuto in quel tempo a Florinas, per visitarvi il fratello Rafaele. Travestito da zappatore sassarese, ma armato di fucile e di coltello, si presentò a noi come acquisitore di grano, in compagnia del massaio Antonio Sanna e di certo Vincenzo Paschino, padrone delle cavalle del signor marchese (?).

Siccome Rafaele era al mio servizio per la trebbiatura, i tre visitatori vennero ad alloggiare in mia casa. Fu allora, che, in tutta confidenza, Agostino mi si diede a conoscere. L’ospitai per un giorno, e sul tardi tornò alla campagna.

Per pochi anni Agostino Alvau fece il bandito, ma bastarono per renderlo celebre. Mentre un giorno attraversava un ponte sulla strada che da Alghero conduce alla Murra, fu circondato da molti carabinieri, che gli avevano teso un agguato; ma egli colla pistola alla mano, seppe affrontare gli armati, e sfuggì loro audacemente tra il fischio delle palle.

Poco dopo egli cercò di disfarsi di certo Antonio Maria Tanchis, che la voce pubblica designava qual commissario dei carabinieri. I commissari saranno sempre i benemeriti della società, ma per i banditi non sono altro che spie!

Fra gli amici più fedeli di Agostino Alvau erano i fratelli Paolo e Antonio Sechi della Nurra — il primo dei quali fra i migliori tiratori ch’io mi conobbi. Lo ricevevano con molta cordialità — come d’altronde si ricevono tutti i banditi... per amore o per forza!

Abitava a Sassari in quel tempo un tal Antioco Agus, di Bonorva, in fama di uomo faceto e di poeta estemporaneo. Poeta e faceto era del pari il commissario Tanchis, che pretendeva superarlo nell’improvvisare i versi

Intimo dei pastori nurresi, ed uomo doppio, l’Agus cercava di strappare qualche segreto al commissario, sapendo che costui congiurava contro la libertà degli amici. Un giorno lo invitò ad entrare in una bettola, col pretesto di una sfida poetica; ma il Tanchis lasciò sfuggirsi:

— Oggi non posso, perchè devo recarmi ad Osilo coi carabinieri, per un bandito che dobbiamo tradurre a Sassari. Accetterò con piacere la gara al mio ritorno!

Fu sollecito l’Agus d’informare del caso i due pastori Secchi e l’Alvau; i quali vennero a Sassari, e in compagnia del poeta si recarono sul tardi al Molino a vento, per preparare un agguato al commissario Tanchis, che di là doveva passare coi carabinieri, diretti ad Osilo.

Giunti a cavallo sul luogo designato, i quattro uomini si appiattarono di fronte al predio del prete Ciboddo.

Finalmente, ad ora tarda, passarono di là dodici carabinieri, che circondavano il commissario Tanchis, loro guida.

Fu primo Alvau a far fuoco sulla spia; ma il colpo gli andò fallito. Sparò in seguito Paolo Secchi, e la sua palla attraversò il corpo del Tanchis, che cadde fulminato da cavallo.

Sgomentati per gli spari nell’oscurità, i carabinieri tornarono indietro a spron battuto. I due Secchi e l’Alvau ripresero la via della Nurra; ma l’Agus, a cui era scappato il cavallo, si vide costretto a rientrare a piedi in Sassari per la porta di Sant’Antonio. Volendo allontanare il sospetto, il poeta ebbe l’accortezza di presentarsi l’indomani al capitano dei barracelli, per denunziare la bestia che gli era mancata.

Altra impresa ardita, a cui l’Alvau dovette la popolarità, fu l’uccisione di Antonio, detto Ammmazzacavalli — uno dei più famosi cavallerizzi e domatori del tempo. Commissario anch’esso dei carabinieri, si era vantato bastargli l’animo di arrestare il forte algherese, inseguendolo a cavallo.

Informato il giovane bandito della minaccia di quel millantatore, giurò di ucciderlo. Temerario com’era, osò una sera vestirsi da prete e presentarsi alla casa di Ammazzacavalli, posta nel rione di San Donato. Ma il colpo gli andò a vuoto.

Immaginò allora un nuovo strattagemma, togliendo a pretesto il carnevale.

Era usanza a Sassari di andar mascherati a cavallo, per trar sollazzo dal getto dei confetti.

Abbisognando di un compagno per eseguire il suo disegno, l’Alvau si era rivolto ad Antonio Sechi.

In un giorno festivo, in cui la piazza Castello rigurgitava di maschere e di curiosi, i due amici salirono per il Corso, inforcando due superbi cavalli. Avevano una gonnella al collo, la maschera al viso, e le pistole nascoste sotto le vesti. Inoltravano al passo, distante l’uno dall’altro, come se ciascuno si divertisse per proprio conto.

Antonio Sechi, che si spingeva avanti, aveva ricevuto la consegna di gettare i confetti sulla folla, non appena avesse adocchiato l’Ammazzacavalli. Al resto doveva pensare l’Alvau.

Erano giunti così fino al centro di piazza Castello, dove la folla era immensa. Da per tutto si ballava, si gridava, si faceva getto di coriandoli, per far disperare le signorine che ridevano come matte.

Finalmente l’Alvau, che aspettava con ansia il segnale convenuto, vide il compagno lanciar con furia manate di confetti alla folla. Spinse avanti il cavallo, e scorse a breve distanza lo Ammazzacavalli, che se la rideva in mezzo ad un crocchio d’allegri amici.

Gli fe’ cenno colla mano di avvicinarsi, e quegli incautamente gli obbedì:

— Che vuoi, maschera?

— Fammi un piacere. Accorciami di un punto la cinghia che regge la staffa. Sto male in sella.

L’Ammazzacavalli, senza nulla sospettare, si fe’ presso al cavaliero, e si chinò ad aggiustargli la staffa.

Colla rapidità del lampo, il giovane bandito gli puntò la pistola sulle spalle, lasciò partire il colpo, die’ di sprone al cavallo, ed uscì dalla porta Castello, facendosi largo tra la folla compatta.

L’Ammazzacavalli era caduto bocconi, mortalmente ferito. Gli astanti, atterriti, gridarono al soccorso, all’assassino, e si sbandarono di qua e di là, come sfuggendo ad un pericolo immaginario.

Antonio Sechi, come nulla avesse veduto, continuava indifferente il getto dei confetti, mentre l’Alvau, a precipizio, divorava la strada che conduceva al Pozzo d’Arena. Montava un ottimo cavallo (fattosi prestare da Gavino Spanedda di Nurra) e l’inseguirlo non era impresa facile.

Alcuni carabinieri — che conducevano a mano i cavalli all’abbeveratoio — udendo le grida della gente, cercarono fermare il fuggitivo; ma questi, mostrando loro la pistola, seppe tenerli lontani.

Arrivato allo stabilimento Lombardi, Agostino rallentò la corsa, mise il cavallo al passo, ed entrò tranquillamente in Porta d’Utzeri, internandosi verso turritana, per riparare in casa di alcuni amici nurresi.

Dicesi che la stessa sera Agostino Alvau, vestito da donna, avesse osato presentarsi all’ospedale (dove il moribondo era stato ricoverato d’urgenza) risoluto di finirlo a pugnalate. Egli dichiarò d’essere la madre del ferito; ma non fu lasciato entrare, stante l’ora tarda.

***

Questo giovane coraggioso, audace in modo straordinario venne ucciso a tradimento nella Nurra; e dirò come.

Fra gli ovili che l’Alvau soleva visitare, era quello di Giovanni Careddu, ammogliato con giovane e bella donna, e senza figli. Spensierato e fidente nel proprio coraggio, il galante bandito si era dato a corteggiare la moglie dell’amico. Costei conviveva con una sorella belloccia, fidanzata a Giuseppe Sale, giovane sassarese, che pur frequentava l’ovile.

Accortosi il Sale della tresca dell’Alvau, disse un giorno alle due sorelle:

— Perchè accogliete quell’uomo in casa vostra? Mandatelo via, se non volete aver danno!

La moglie del Careddu riferì segretamente al suo Agostino le parole del Sale, facendogli quasi intendere che di lui fosse geloso.

Alvau, senz’altro, tolse di mezzo l’importuno con una fucilata.

Poco tempo dopo, trovandosi insieme i due banditi cugini, Antonio Santo Careddu di Sorso e Paolo Careddu di Sennori, dissero ad Agostino Alvau:

— Senti, giovinotto. A noi pare che le tue visite all’ovile di Campanedda siano troppo frequenti. Si direbbe che ti sei liberato di Giuseppe Sale, per renderti padrone anche della sua fidanzata. Intendiamoci bene! — noi siamo disposti a far giuramento di non offenderci a vicenda; ma se tu non ti allontani dalla casa del nostro congiunto Giovanni, ci terremo sciolti da ogni promessa. Lo sai!

Agostino Alvau — sdegnoso sempre d’ogni consiglio, e sempre più invaghito della giovane moglie — non solo si astenne dalle visite all’ovile di Careddu, ma vi andò con più frequenza, e rese più scandalosa la tresca.

Notes in this chapter

Note 1 · Recipiente di forma cilindrica, intessuta di canne, per custodirvi il grano quando si ritira dall’aia.Note 2 · Era allora Luogotenente, non Maggiore di piazza.Note 3 · Pare che i preti e i frati d’allora attingessero la potenza dell’esorcismo alle illecite relazioni. È cosa che io ignoravo fino ad oggi!Note 4 · Giovanni Tolu chiamava Perpetue tutte le serve dei preti.Note 5 · Lo ripeto. Dovremo noi ridere della superstizione di Tolu, quando la vediamo incoraggiata in siffatta guisa da preti così ignoranti, o così Note 6 · Lascio a Giovanni Tolu tutta la responsabilità delle biografie contenute nella presente storia. Per quanto scrupoloso e veritiero egli fosseNote 7 · Badi il lettore che io riporto fedelmente, senza rispondere dei giudizi e delle asserzioni di Giovanni Tolu.Note 8 · Fra Tolu e i Dore pare vi fosse ruggine antica. Vi ha un processo contro Tolu per insulti fatti a Giuseppe Dore mediante arma da fuoco, il 1Note 9 · Narro il fatto colle precise parole del bandito, che non aggiunse altro. Era facile intendere, com’egli avesse preso di mira il suo nemico, Note 10 · La fede nei sogni era un’altra superstizione del Tolu.Note 11 · Il ferimento avvenne il 19 aprile 1851. I sospetti caddero su Tolu, come mi risulta da un processo; però, con ordinanza del 17 dicembre 1852Note 12 · Pare che questa punizione fosse adottata nella sola Diocesi di Sassari.Note 13 · Morì a Sassari il 21 agosto 1851, in età di 56 anni.Note 14 · Il Tolu leggeva spesso i Reali di Francia, come vedremo in seguito.Note 15 · Francesco Rassu fu ucciso il 4 gennaio 1853. Aveva 39 anni, come rilevai dai registri parrocchiali di Florinas.Note 16 · Salvatore Rassu venne ucciso il 23 settembre 1854. Tolu mi fece comprendere di averlo ucciso lui, quantunque non si fosse istruito alcun pro
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