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Giovanni Tolu, vol. 1/2

PARTE PRIMA PRIMA DELLA COLPA

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Testata allegorica sui personaggi della storia
Testata allegorica sui personaggi della storia

CAPITOLO I. Infanzia e prima giovinezza.

La nostra famiglia è di Florinas.

I miei nonni — Felice Tolu e Francesca Cossu — vivevano agiatamente, perchè possessori di terreni, di case, e di molto bestiame. Dalla loro unione erano nati sei o sette figli, fra i quali Pietro Gavino — mio padre.

I tempi intanto si facevano tristi. Dopo la carestia dell’ottanta — ci diceva il babbo — le terre diminuirono di prezzo, e la piccola fortuna del nonno cominciò a venir meno[2].

Il vecchio Felice scese nel sepolcro lasciando i figliuoli in giovanissima età; e la povera vedova, sperando di poter tirare innanzi la famiglia nell’agiatezza in cui era stata allevata, fu costretta a vendere i pochi beni che ancora le rimanevano. I suoi sforzi, però, riuscirono vani. I giorni calamitosi si succedettero senza tregua, nè si tardò a provare tutte le strettezze della miseria.

Pietro Gavino, per campare la vita, si era adattato a prestare l’opera sua presso alcuni parenti facoltosi; ed una sua sorella, non potendo più oltre mantenere l’antico sfarzo, fece dono della sua ricca veste alla Madonna del Rosario, presso la quale (com’è tradizione nella nostra famiglia) conservasi tuttora.

Sebbene alquanto innanzi negli anni, il mio babbo Pietro Gavino tolse in moglie la giovane figlia di un pastore — Vincenza Bazzoni — che gli regalò una dozzina di figli, diversi dei quali morirono bambini.

Mia madre era in fama per i parti doppi; e infatti per tre volte ebbe figliuoli gemelli, nel numero dei quali sono anch’io compreso.

Ecco i nomi dei figli sopravvissuti: — Felice, il primogenito; Chiara, la seconda; in seguito tre coppie di gemelli, cioè: Peppe ed io — Giammaria e Nicolò — Giustina ed altro che visse pochi giorni — e finalmente Maria Andriana[3].

È cosa ormai assodata: quando Dio non può mandare ai poveri un po’ di fortuna, concede loro la grazia di molti figliuoli!

Pietro Gavino Tolu, mio padre, era un tipo di agricoltore fiero, energico, scrupoloso. Uomo di stampo antico, era rigido e severo nell’educazione della famiglia. Soleva dare poca confidenza ai figli, nè voleva che essi s’intromettessero in alcuna questione di famiglia. I figli, da parte loro, gli ubbidivano ciecamente, non permettendosi la minima osservazione, nè atti sconvenienti alla sua presenza.

Egli ci diceva spesso:

— Figli miei: o buoni, o morti! Voglio che rispettiate gli altri, perchè gli altri vi rispettino.

Guai se egli avesse saputo che i figli si permettevano d’introdursi nei poderi altrui! Sarebbe stato capace di picchiarci senza misericordia.

Ci eravamo tutti abituati al regime rigoroso del babbo, ed in famiglia si viveva tutti di buon accordo.

L’ho detto: al mondo non venni solo. Io sono una grossa metà. Nacqui ad un parto col fratello Peppe, il 14 marzo del 1822 — a Florinas[4].

Entrambi fratelli fummo mandati a studiare presso un maestro prete, nostro parente, il quale ci sgridava sempre, e qualche volta ci picchiava colla sferza. Peppe, più paziente, imparò a leggere, ed anche un po’ a scrivere; io, invece, inasprito delle brusche maniere del prete, mi ribellai, e non volli più sapere di scuola.

All’età di nove anni, tanto io quanto il mio gemello, fummo accettati nella chiesa parrocchiale, in qualità di sagrestani. Mio fratello, dopo un annetto, lasciò bruscamente la Sagrestia, dichiarando di volersi dare al lavoro dei campi; io rimasi al mio posto per altri due anni.

Tenevo alla carica di sagrestano, poichè lusingava il mio amor proprio. I sacerdoti mi volevano bene, ed io cercai di cattivarmi la loro stima, col mandare a memoria (giacchè non riuscivo a leggere) tutte le risposte latine relative alle funzioni ecclesiastiche — oltre la dottrina cristiana, che sapevo a menadito. Indossavo con un certo sussiego la sottana e la cappetta, ed ero diventato esperto nella professione. Assistevo con disinvoltura alla messa; cantavo con voce squillante nei funerali; accompagnavo il parroco in tutte le cerimonie — tanto nelle visite che faceva alle partorienti dopo il battesimo, quanto alla casa dei moribondi per somministrar loro il viatico. Ond’è, che masticavo molti confetti, e mi ero abituato al tristo spettacolo degli agonizzanti, che nei primi tempi mi facevano una penosa impressione.

Mi pareva di essere diventato quasi il padrone della chiesa e della sacristia. Preparavo gli arredi sacri, regolavo e custodivo il vino, aiutavo i preti a vestirsi e a spogliarsi, ed avevo imparato a mettere in assetto gli altari con un certo gusto. Anche la clientela delle devote mi era affezionata. Tutte le penitenti si raccomandavano a me; ed io trovavo modo di far sbrigare al confessionale le peccatrici che mi andavano più a genio, e che volevo favorire. Le più noiose ed insistenti erano le vecchie, le quali d’ordinario sono quelle che si confessano con più frequenza, forse perchè non hanno più occasione di peccare.

Ero infarinato delle cose ecclesiastiche, e giunsi perfino a capire, che quando il prete nella messa recita più di tre orazioni, egli compie una brutta azione, cioè a dire, fa le legature a danno di qualche nemico[5].

Raggiunta l’età di 12 anni, mi avvidi che il mestiere di sacrista non faceva più per me; sentivo di essere un ozioso, e temevo di esser fatto segno alle beffe de’ miei compagni. Un bel giorno buttai in un canto la sottana, e mi diedi, come gli altri fratelli, a lavorare i campi.

Mio padre era stato accettato come socio da un suo compare agiato, parimenti agricoltore; il quale gli forniva la semente, i buoi e la terra, lasciandogli a benefizio un terzo del guadagno, e tenendo per sè gli altri due terzi, secondo la usanza del paese. Questa società ebbe la durata di otto e più anni, con piena soddisfazione del compare; il che dimostra che mio padre era un abile lavoratore, ed onesto fino allo scrupolo.

Gettata all’ortiche la sottana di sacrista, volli andare a lavorare con mio padre, per servirgli di aiuto. Maneggiavo la zappa, o guidavo i buoi, secondo i casi; e quando per me non c’era lavoro, mi adattavo a trasportar pietre sullo stradone, tanto per non stare in ozio, e per non essere di peso alla famiglia.

Ho l’orgoglio di vantarmene. Fin da giovane avevo la fama di abile lavoratore, di sobrio, di onesto, di docile; nè pochi erano gli agricoltori che chiedevano l’opera mia. Ma io preferiva di aiutare il babbo ne’ suoi lavori di campagna. Pieno di amor proprio e di buon volere, mi sentivo spronato al lavoro dall’emulazione, e godevo di essere mostrato a dito dai compagni, con una compassione che mi sapeva d’invidia.

Ero appena diciasettenne quando perdetti mio padre, morto a 54 anni. Lo piansi amaramente, e da quel giorno mi dedicai con più lena al lavoro, poichè volevo recar sollievo alla mamma ed alla famiglia.

Felice, il nostro fratello maggiore, aveva intanto preso moglie. Si era unito a Giovanna Serra di Giave, ed erasi allontanato da noi per mettere su casa, a parte.

Io era ritenuto come il figliuolo più serio e più lavoratore; tanto è vero, che a diciotto anni mi si erano affidate le redini della casa. Peppe, più delicato e più debole di me, era rimasto addietro, e subiva la mia influenza.

Provvistomi d’un cavallo mi diedi a lavorare per i paesi circonvicini, facendo il viandante. Trasportavo viveri e merci da un punto all’altro; mi recavo con frequenza a Sassari per vendervi grano; e di là ripartivo con un carico di vino, che mia madre rivendeva in paese per trarne qualche lucro.

L’ho detto: mio padre ci aveva educati rigidamente, e si viveva tutti in buon accordo. Ciascuno di noi portava alla mamma i propri guadagni, e godevamo di una certa agiatezza, relativa alla modesta nostra condizione. Il lavoro non ci mancava mai, ed i viveri erano a buon mercato. Ricordo che verso il 1840 la carne si vendeva a due libre mezzo reale (circa 30 centesimi il chilogramma).

I principali proprietari di Florinas richiedevano continuamente l’opera mia e quella di Peppe; ma non volevamo legarci ad alcuno, poichè la mamma era gelosa di noi, e temeva che coll’abbandono venisse meno l’accordo in famiglia.

Quando Chiara — la nostra sorella maggiore — toccò i 23 anni, fu chiesta in moglie da un bravo giovane. La scelta fu di nostro gradimento, e raddoppiammo di attività nel lavoro, tanto per poter riuscire a preparare un po’ di fardello alla sposa.

La nostra casa era il nido della pace e della concordia. La vecchia mamma non faceva che ringraziare il Cielo, per averle dato figliuoli così buoni ed affettuosi.

Contavo appena venti anni, quando in paese si sparse la notizia che nell’agro sassarese si prevedeva un raccolto straordinario di olive. Volendo guadagnare qualche soldo in più, mi allontanai da Florinas, per collocarmi nella qualità di sorvegliante a Sassari, presso due proprietari di molini ad olio; nell’uno lavoravo di giorno, nell’altro di notte. Dopo parecchie settimane di assiduo lavoro, feci ritorno a Florinas. Mi sentivo stanco e abbattuto, ma avevo raggiunto lo scopo, mettendo a parte una diecina di scudi, che consegnai alla mamma.

E così continuai a cercar lavoro da un punto all’altro: nei dintorni di Florinas, nelle campagne di Sassari, e nei salti della Nurra. Nessuna fatica mi spaventava quando mi sorrideva la probabilità di un guadagno.

Coi risparmi fatti, decisi più tardi di acquistare un buon cavallo. Me ne offrì uno bellissimo, di manto nero, il reverendo Pittui, per il prezzo di sedici scudi. Ricordo anzi, a questo proposito, che allor quando sborsai la somma al prete, in presenza della serva, mi scivolò di mano una pezza da cinque soldi, che andò a rotolare sul pavimento. Ci chinammo tutti e tre per raccoglierla, ma non ci fu possibile rintracciarla. L’inferno l’aveva inghiottita. Dovetti cacciar fuori dalla borsa altra simile moneta, che non mi venne più restituita. Ricordai più volte questo fatto, ripensando al prete Pittui, che più tardi doveva esser causa d’ogni mia sventura.

Diventato proprietario di un buon cavallo, che battezzai col nome di Moro, continuai la mia vita di lavoro con più coraggio. Passavo intiere settimane fuori di Florinas, e non vi rientravo che alla vigilia dei giorni festivi.

Le domeniche erano per me giorni di noia. Il mio unico divertimento consisteva nel tiro al bersaglio: passatempo di molti giovani del paese nella sera dei giorni di festa, ed al quale prendevano pur parte i signori, ed anche qualche prete. La bettola, i balli, e sovratutto il bel sesso, non ebbero mai per me alcun’attrattiva. Devo anzi confessare, che fin da giovinotto ero un orso e fuggivo quasi le donne. Non provavo la smania di far loro la corte, poichè gli amori inutili mi ripugnavano, non volendo perdere il mio tempo. A che trattenere una ragazza e perdersi in sciocchezze, quando l’uomo non ha intenzione di torsela in moglie? Nei nostri villaggi bisogna andar cauti colle zitelle; il far lo spasimante diventa pericoloso, poichè i parenti della donna potrebbero immischiarsene; e il meno peggio che possa capitare, è il matrimonio forzato con donna che non ci piace. Non amavo le leziosaggini, nè le mollezze femminili, che sfibrano il carattere e ci espongono qualche volta al ridicolo. Sdegnavo di cacciarmi nei pubblici balli, o di piantarmi come un palo dinanzi alle case, per fare il cascamorto colle ragazze che sedevano sulle soglie. Preferivo andarmene fuori del paese con la combricola dei tiratori, per vincere una scommessa al bersaglio. Il fucile era la mia prima passione — il cavallo la seconda.

Non mi fecero pertanto difetto le avventure amorose; ma io nella donna temevo le malìe — cioè a dire le legature, come noi le chiamiamo. Citerò due soli episodi.

Recatomi una sera in casa di un amico, vi trovai la moglie insieme ad una giovane sorella di costei, di fama un po’ equivoca.

La donna maritata, fra il serio e il faceto, mi disse:

— Guarda mia sorella, com’è bellina! Perchè non te la baci?

Fui quasi spaventato dello strano invito; del che accortasi la scaltra donna, cambiò tono, e mi chiese il favore di accompagnare la sorella ai balli, che avevano luogo quella sera in piazza.

Benchè a malincuore, accondiscesi al suo desiderio. Quando fummo di ritorno, le due sorelle si affrettarono ad offrirmi alcuni amaretti e un bicchierino di rosolio; ma io mi guardai dall’accettare, temendo volessero farmi qualche legatura. Appresi più tardi, che la moglie del mio amico aveva contato sulla mia inesperienza, per mantellare col sacramento del matrimonio il primo fallo della sorella.

Moglie tentatrice, e il villaggio di Florinas
Moglie tentatrice, e il villaggio di Florinas

Due mesi dopo, a breve distanza da Florinas, mentre rientravo dalla campagna, fui fermato con mistero da una giovane donna, maritata ad un vecchio. Ella cominciò col parlarmi di una sua amica, la quale era alquanto innanzi negli anni, ma possedeva un piccolo vigneto ed una casa bassa, che le procuravano una vita abbastanza comoda. Avendo costei desiderio di marito, me la proponeva come moglie, cercando persuadermi che avrei fatto un buon affare; poichè, anche con una moglie attempatella, non mi sarebbe mancato l’affetto di qualche amica più giovane. Rifiutai con ripugnanza; e allora la giovane si sfogò meco in tenerezze, e mi tenne un linguaggio così singolare, che mi costrinse a fuggire da lei, come un casto Giuseppe dalla moglie di Putifarre[6].

Tale io era con le donne a vent’anni. In seguito, naturalmente, ebbi qualche scrupolo di meno, sebbene non sia mai riuscito a cambiare la mia opinione[7].

CAPITOLO II. In cerca d’una moglie.

Raggiunta l’età di 25 anni, non tardai a sentire tutto il peso della mia vita solitaria, monotona. L’amore al lavoro ed al guadagno, la ripugnanza all’ozio ed ai compagni crapuloni, mi rendevano più penoso l’isolamento. Non bastava più mia madre, non bastavano i miei fratelli, nè le sorelle, a darmi un conforto, quando stanco rientravo in seno alla famiglia, dopo una settimana d’incessante e faticoso lavoro. Desideravo qualche cosa di più attraente che mi eccitasse ogni sera a far ritorno alla mia casetta.

Felice, il primogenito de’ miei fratelli, aveva preso moglie; gli altri pensavano a prenderla; le mie sorelle già parlavano di marito — ed io non sentiva la virtù del sagrifizio, senza uno scopo determinato. Il pensiero di abbandonare la mamma era quello che mi tormentava; ma io avrei potuto ritirare la vecchierella presso di me; avrei potuto darle una compagna, quando le sorelle e i fratelli miei si fossero allontanati dalla casa materna, per crearsi una famiglia.

Pensai dunque ad una compagna.

Avevo fermato l’attenzione sopra una bella giovinetta quindicenne, che ogni domenica io aspettava sul piazzale della chiesa, all’entrata ed all’uscita della messa. Parecchie volte ero stato ai balli con essa, e mi pareva che non gli fossi del tutto antipatico. Il contegno modesto di quella ragazza mi aveva profondamente colpito. Maria Francesca, la prediletta del mio cuore, era al servizio del prete Gio. Maria Masala Pittui, insieme ad una sua zia.

Questa zia — Giovanna Maria Meloni Ru — si trovava da molti anni in casa del prete. Tanto lei, quanto una sua sorella maggiore, si erano allontanate dal paese natio (Scano Montiferro) ferme nel proposito di collocarsi come serve in casa di qualche prete, a Florinas, o altrove. L’una di esse, infatti, riuscì ad essere accettata dal reverendo Pittui — l’altra si collocò presso un altro sacerdote, in Codrongianus.

Le due donne avevano un fratello a Florinas — Salvatore Meloni Ru — già servo del prete Pittui, che gli aveva dato in moglie certa Catterina Merella.

Da queste nozze era nata, fra gli altri figli, Maria Francesca, la ragazza che mi aveva colpito. Costei, fin da bambina, frequentava la casa del prete, dove si recava per visitarvi la zia; e quando crebbe negli anni vi fu accettata come servetta, con piena soddisfazione dei genitori; i quali ascrissero a grazia divina l’aver potuto collocare la loro bella figliuola in casa di un sacerdote benestante, influente, e temuto più che amato nel paese.

Il prete Pittui aveva fatto di tutto per dar marito all’antica sua serva Giovanna Maria, ma non vi era riuscito. In paese correvano molte dicerie sul conto di quella donna, e nessuno voleva caricarsela. Fra gli altri designati, il prete si era rivolto a due suoi nipoti, promettendo loro la protezione, e non so che altro, se avessero appagato il suo desiderio; ma i due nipoti non vollero sapere di dar la mano ad una donna attempatella, a cui si cercava un marito con tanta insistenza.

Il rifiuto dei due giovani inasprì alquanto lo zio, che tenne loro il broncio per lungo tempo, sebbene non mancasse di prenderne le difese, quando credeva compromessa la dignità del sangue di famiglia.

Il prete Pittui trovò finalmente il desiderato Cireneo della sua Giovanna Maria: un suo servo agricoltore — certo Giovanni Antonio Piana; il quale, sebbene molto giovane (eravamo coetanei) si decise a sposare quella donna, che poteva essergli madre.

Giovanni Masala Pittui era un prete, che aveva oltrepassata la cinquantina. Burbero, prepotente, di modi piuttosto aspri, si sentiva capace di affrontare venti nemici petto a petto. Possedeva una Cappellania, che dicevasi gli fruttasse da quattro a cinquemila scudi; ed aveva l’obbligo di dir la messa tutti i giorni festivi nell’Oratorio di Santa Croce — chiesetta un po’ fuori di mano, perchè posta all’estremità del villaggio.

Erano in quel tempo in Florinas altri tre preti: i due viceparroci e il rettore Gio. Angelo Dettori; ma nessuno poteva vantare l’influenza del prete Pittui, che tutti temevano. In relazione con cavalieri, avvocati, giudici, ed altre autorità di Sassari, egli dispensava promesse o minaccie a diritta ed a manca, e nessuno osava contraddirlo, poichè si sapeva che le minaccie avrebbero avuto il loro effetto.

Il prete Pittui andava sempre armato, ed era ben provvisto di fucili, di pistole, di pugnali. Possedeva una quindicina di cani, fra i quali due feroci mastini, capaci di sbranare quattro nemici a un semplice cenno del padrone. Si vantava di essere un valente cacciatore (e lo era di fatto), e si dilettava parimenti della pesca nei fiumi; però, non mangiava mai pernici, nè lepri, nè anguille, che per solito regalava agli amici.

Io era in buoni rapporti coi preti di Florinas, poichè tutti mi avevano conosciuto sagrestano. Anche prete Pittui mi trattava con una certa confidenza. Non poche volte gli avevo assistito la messa, e assai spesso mi ebbe a compagno nelle solite gare al bersaglio della domenica. Guai però a contraddirlo, o a prendersi troppo confidenza con lui! Corrugava la fronte, rispondeva brusco, e voltava le spalle con aria spavalda e prepotente.

Per dare un’idea del suo carattere focoso e della fiducia che riponeva nelle autorità di Sassari, di cui si vantava amico, narrerò un episodio.

Un giorno io lavoravo in un suo tenimento, insieme ad altri compagni, fra i quali uno dei due nipoti che si era rifiutato a sposargli la serva Giovanna Maria. Avvenne che uno dei contadini che lavoravano insieme a noi, non so per qual contesa insorta, mettesse le mani addosso al nipote del prete, che per caso era presente. Io corsi in difesa dell’aggredito, e afferrato un bastone percossi senza misericordia l’aggressore.

Il prete, cieco di bile per l’insulto fatto al parente, mi si accostò inferocito, gridandomi alle spalle:

— Uccidilo! uccidilo, Giovanni! chè penserò io a strapparti alla Giustizia!

Queste parole mi fecero tornare in me, e sospesi la correzione — tanto più che l’avversario non mi aveva opposto resistenza. Il prete si limitò a licenziare il contadino audace; ma mi accorsi che non era soddisfatto della mia disubbidienza.

Riprendo la narrazione.

Colpito, dunque, dall’avvenenza e dalla modestia di Maria Francesca, e fermo nel proposito di prender moglie, mi decisi a confidare in famiglia i miei progetti, chiedendo un consiglio. Ottenni la generale approvazione per la buona scelta fatta. Lieto che tutti fossero contenti, incaricai la mamma di recarsi in casa del prete Pittui per chiedergli la mano della ragazza. Si sa che in simili casi i genitori passano in seconda linea, poichè spetta ai padroni disporre dell’avvenire delle serve.

Mia madre, dopo essersi vestita degli abiti migliori, si recò dal prete per far la domanda. Io rimasi ad aspettarla in casa, ansioso di conoscere la risposta.

Trascorsa una mezz’ora, mia madre fu di ritorno. Per quanto affettasse disinvoltura, mi accorsi subito che la sua missione non era pienamente riuscita.

— Ebbene....? — le chiesi, andandole incontro.

— Bisogna ancora aver pazienza, figlio mio!

— Un rifiuto?!

— Non rifiuto, veramente! Mi disse solo, che avessi prima pensato a maritare le tue sorelle Giustina e Maria Andriana, poichè per Maria Francesca ci sarebbe stato tempo, avendo essa di poco oltrepassato i quindici anni.

Questa risposta, che mia madre si studiava di raddolcirmi, mi tenne alquanto di malumore. Tuttavia, non disperai, deciso di tornare all’assalto in un momento più opportuno.

Lasciai trascorrere alquante settimane. Nel frattempo in paese si era fatta correre una voce, la quale in sulle prime mi fece sorridere, ma in seguito mi destò qualche inquietudine. Dicevasi dalle comari, che io mi era pazzamente invaghito di Maddalena Pintus Marongiu, figlia di Pietro Paolo, la cui fama non correva troppo buona in paese. Si era pur detto, precedentemente, che tanto la ragazza, quanto i suoi genitori, studiassero tutti i mezzi per accalappiarmi con un matrimonio.

L’origine e lo scopo della diceria erano palesi. La zia di Maria Francesca aveva confidato alle comari la mia domanda di matrimonio; e la famiglia Pintus, al cui orecchio era pervenuta la notizia, aveva messo in giro la storiella del mio amore, per dar pretesto al prete di rifiutarmi la mano della ragazza.

Un caso innocente, avvenuto poche settimane dopo, diede corpo all’ombra ed alimento ad una diceria, che servì di appiglio ai disgustosi incidenti che amareggiarono in seguito la mia esistenza.

CAPITOLO III. Alla festa di Mara.

Si era verso la metà di Settembre del 1848, e si avvicinava il giorno della famosa festa di Nostra Signora di Bonuighinu, che suol farsi presso una chiesa campestre, nelle vicinanze del villaggio di Mara. Questa festa, con annessa fiera, è una delle principali dell’isola, e chiama tuttora dal Logudoro e dalla Planargia una folla considerevole di curiosi e di devoti[8].

Essendo Mara molto distante, i florinesi hanno bisogno di quattro o cinque giorni per effettuare la gita e godere del divertimento; e forse per questo motivo l’attrattiva è maggiore, e cresce nei festaioli la smania di prender parte alla baldoria.

Già da tre anni mi ero prefisso di recarmi a N. S. di Bonuighinu per sciogliere un voto fatto, e nello stesso tempo per divertirmi un poco. Lavoravo tutto l’anno con assiduità, e mi pareva di aver diritto a un po’ di svago. Circostanze impreviste avevano impedito che si effettuasse il mio disegno; ond’è che quella volta fui irremovibile nel mio proposito.

Mia madre non vide di buon occhio la mia gita, e me lo disse con una certa amarezza:

— Bada, Giovanni! A me pare, che in questa circostanza non ti convenga recarti alla festa. Non vorrei che la tua gita avesse a procurarti qualche dispiacere!

Io mi strinsi nelle spalle. Mia madre, certamente, voleva alludere alle trattative in corso per la domanda di matrimonio; ma io sentiva di aver la coscienza netta, nè dovevo temere serie conseguenze da un passatempo innocente.

Anche il nostro vicino di casa — Gavino Pintus — aveva deciso di andare alla festa insieme alla figliuola, e si era dichiarato contento di avermi a compagno di viaggio.

Questo Pintus, agricoltore benestante, era fratello dell’altro Pintus, della cui figlia mi dicevano invaghito. Le due cugine avevano lo stesso nome: Maddalena.

All’alba del giorno designato insellai il mio Moro; Gavino Pintus prese la figliuola in groppa, e partimmo insieme.

Svoltate appena due stradicciuole, il Pintus fermò il cavallo e mi disse:

— Aspettami qui un momento. Mi spingo fino alla casa di Pietro Paolo, per sapere se insiste nell’idea di venire alla festa.

Fu tanta la mia sorpresa, che non risposi neppure. Mi lusingavo già che si trattasse di un semplice atto di convenienza, quando vidi sboccare da una viottola i due fratelli a cavallo, colle rispettive figliuole in groppa.

Quell’incidente impreveduto mi gelò il sangue. Mi venne persino in mente di piantare la comitiva e di andarmene tutto solo alla festa; ma ebbi vergogna di una debolezza, che poteva venir interpretata paura o vigliaccheria. Ripensai allora alle parole di mia madre, la quale non s’ingannava mai ne’ suoi pronostici.

Che dovevo fare? Feci l’uomo di spirito, e mi rassegnai ad essere il compagno di viaggio dei due fratelli e delle due cugine, deciso però a mostrare il broncio alla coppia malaugurata, che aveva messo in giro la diceria de’ miei amori. Volevo che si notasse quanto poco gradita mi fosse la compagnia dei due intrusi.

La figliuola di Gavino, appena quindicenne, era di un’ingenuità infantile; la cugina, invece, a diciott’anni, rivelava una furberia singolare, ed era molto addentro negli intrighi amorosi.

Il padre di costei, povero quanto Giobbe, tirava a stento la vita, ma studiavasi di comparire agli occhi del mondo meno miserabile di quello che era.

I nostri tre cavalli trottavano di conserva sulla strada. Mi ero messo alla sinistra di Gavino per togliermi alla vista di Pietro Paolo e della figliuola. Mi divertivo invece a scherzare e a conversare colla più giovane delle Maddalene, lasciando l’altra ad annoiarsi fra il babbo e lo zio.

Arrivati dopo un’ora di strada al sito denominato Sas funtanas, smontammo tutti per abbeverare i cavalli.

Stando insieme sul ponte, Gavino si lamentò meco della lentezza del suo cavallo, incapace di poter portare due persone sul dorso. Io gli dissi:

— Se per quindici giornate tu mi aiuterai ad arare la terra, porterò la tua figliuola in groppa.

Il babbo mi rispose, scherzando:

— Anche per venti giorni avrai l’aiuto mio, se vorrai alleggerirmi di Maddalena!

Dopo avermi aiutato ad assicurare il sellone sul mio cavallo, Gavino sollevò da terra la figliuola e me la sedette in groppa.

Ci rimettemmo in viaggio.

Mi sentivo proprio contento del servizio reso a Gavino Pintus. Il mio cavallo trottava, ed era facile lasciarmi addietro gli altri compagni, la cui conversazione mi riusciva oltremodo impacciante.

Così trottando, colla donna in groppa, volli mangiare un boccone. Tolsi dalla mia bisaccia un po’ di pane e di noci, e ne offersi a Maddalena, la quale si divertiva un mondo alle mie facezie.

Arrivati dopo cinque ore di viaggio alla cantoniera di Giave, Pietro Paolo invitò tutti a smontare da cavallo, offrendoci le sue provviste per far collazione.

— Ho giù mangiato e non ne ho voglia! — risposi.

— Mangiato! e quando? — mi chiese sorpreso Pietro Paolo.

— Or ora in viaggio — risposi — ed ho anche bevuto. Anzi, se volete approfittare, ci ho ancora vino nel mio fiasco!

Mi ero proposto di nulla accettare da quella gente. Sebbene avessi giustificato il mio rifiuto, mi accorsi ch’esso spiaque ai due fratelli, i quali pertanto si guardarono dall’insistere.

Terminata la collazione continuammo il viaggio, e dopo altre due ore di strada sostammo a Padria, ospiti del comune amico Salvatore Masia, il quale volle offrirci una lauta cena.

Come più ci avvicinavamo a Mara, più numerose diventavano le comitive dei festaiuoli, accorrenti da ogni punto dell’isola a N. S. di Bonuighinu.

All’alba del giorno susseguente rimontammo a cavallo, e un’ora dopo entravamo nel villaggio di Mara, accolti generosamente da Antonio Francesco Peralta, che ci volle ospiti, insieme ad altri festaiuoli che ci avevano preceduto.

I miei compagni lasciarono in paese i cavalli, e si recarono a piedi alla chiesetta campestre, distante appena una mezz’ora. Io feci quel tragitto a cavallo, sempre con Maddalena in groppa.

Pietro Paolo si era rassegnato a far la strada a piedi, poichè la figliuola, sprovvista di sellone, era stata adagiata alla meglio su due cuscini. Il vero scopo della sua gita era il solito commercio d’uova; e si sentiva giustamente umiliato della propria miseria, tanto più sapendo che a me non mancavano soldi da spendere[9].

Durante la breve gita da Mara alla chiesa campestre, io continuai le facezie colla mia compagna di viaggio, quasi per far dispetto alla cugina, della quale volevo vendicarmi. Ero ancora inasprito delle dicerie messe fuori dai genitori di una ragazza, la quale pretendeva di essere corteggiata per forza. La mia natura superba rifuggiva da simili donne!

Un’immensa folla occupava i dintorni della chiesetta; e vi erano rappresentati la maggior parte dei comuni dell’isola.

Attiguo alla chiesa è un vasto cortile con un lungo loggiato per comodità dei visitatori e dei mercanti. Vi si vendeva di tutto, e si macellava all’aria aperta carne di bestiame, proprio... o rubato.

Siccome mi ero recato alla festa per sciogliere un voto, non mancai di far le mie preghiere in chiesa; dopo di che, pensai a darmi un po’ di spasso. Ho sempre mantenuto la mia parola, anche con Dio e coi santi!

Da Mara erano venuti, insieme a noi, molti curiosi e devoti; e non poche forosette, in allegra brigata, avevano voluto accompagnare le due cugine Pintus.

Eravamo arrivati alla chiesa verso il Vespro, dopo aver fatto a Mara le provviste per la cena.

Io non stavo indietro ad alcuno nello spendere; anzi mi ero proposto di fare il generoso. Avevo comprato molte libbre di pesce d’Oristano cotto, nonchè una ragguardevole quantità d’aranci, che dispensai largamente a quanti componevano la numerosa comitiva.

Cenammo in una delle loggie del vasto cortile della chiesa.

Terminata la funzione del Vespro, s’iniziarono i balli. Era un gridìo incessante di mercanti e di compratori, di giovanotti allegri e di donnette di buonumore. Al chiarore dei lampioncini, dei falò, dei razzi, si correva da un punto all’altro scherzando, ridendo, altercando. La festa era stata allietata dalla presenza dei principali cavalieri e signori di Bonnanaro, di Torralba, di Bessude, di Borutta e di Tiesi, che gironzavano di qua e di là, in compagnia delle loro donne.

Dopo aver preso parte ai balli, come attori o come spettatori, fu proposta la visita a tutti i liquoristi e torronai; e da una baracca all’altra non si faceva che bere ed acquistare dolciumi per i bambini. Com’è usanza in simili feste, ci alternavamo nello spendere; e ciascuno cercava di distinguersi nella prodigalità.

A Pietro Paolo non erano rimasti in tasca che sette soldi e mezzo, ed io non avevo cessato di superarlo negli acquisti.

Verso la mezzanotte si die’ principio alla solita gara dei poeti estemporanei, con botta e risposta. I due fratelli Pintus vollero assistere alle sfide in versi, poichè uno di essi — Gavino — si piccava d’essere poeta. Io, invece, con le due cugine Pintus, preferimmo di prender parte al ballo.

Terminate le danze la Maddalena Bua mi disse:

— Andiamo a bere alla fonte!

La fonte è lontana un quattrocento passi dalla chiesa, e la folla vi affluiva di continuo.

Volli appagare il desiderio delle donne, e le accompagnai.

La moltitudine che andava e ritornava dalla fonte rendeva penosa la nostra gita. Frotte di allegri giovinotti, un po’ brilli, davano la baja a questa o a quella forosetta, e bisognava lottare, or colle buone ed ora colle brusche, per aprirci un passaggio. Io stava attento perchè le mie donne non si sbandassero, trascinate dalla folla che ci seguiva, o da quella che ci veniva incontro.

A un certo punto Maddalena Bua (la più giovane) si fermò e mi disse ingenuamente:

— In questo modo non potremo andare avanti! Perchè non ci dai il braccio?

E senza aspettare che io l’offrissi loro, le due donne mi presero a braccetto: l’una a destra, l’altra a sinistra. Sudavo freddo, immaginando le chiacchiere dei maldicenti florinesi che assistevano alla festa.

Dopo essere stato alla fonte, ricondussi le Maddalene verso la chiesa, e le accompagnai fino alle loggie. Erano le due dopo mezzanotte, e volevano riposare.

Offersi il mio cappotto alla più giovane, perchè se ne servisse come guanciale, e tornai indietro per raggiungere i miei compagni, che erano intenti al giuoco, ai canti, ed alle gare poetiche.

Mancavano due ore all’alba quando mi diressi tutto solo alle loggie, in cerca di un cantuccio per poter dormire. Passando lungo lo scompartimento assegnato alle donne, fui colpito dalla vista di una nera sottana, che provocava le grasse risa e gli scherzi degli astanti. Era quella di un prete di Mara, venuto per le funzioni religiose. Volendo star comodo, egli si era cacciato alla chetichella nel loggiato delle donne, sordo alle chiacchiere e alle facezie di quanti lo avevano veduto. Io gli dissi, scherzando:

— Ella ha scelto un buon posto, reverendo! Fra sottane e gonnelle ci corre poco!

— Lasciatemi dormire, chè ne ho bisogno, canaglia! — brontolava il prete con stizza. — Tu per il primo, Giovanni Tolu, non vorrai rinunziare alla mia messa! Non è così?

— Sicuro, che è così! — risposi — poichè mi vanto di essere un buon cristiano. Non solamente ascolterò la vostra messa, ma vi prometto di assistervela come antico sagristano. A condizione però, che diciate una messa da cacciatore: brevissima.

— Siamo intesi, e buona notte!

— Dite meglio: buon giorno! — conchiusi.

La giornata susseguente non fu meno chiassosa del Vespro, quantunque quest’ultimo abbia sempre maggior attrattiva.

Fedele alla parola data, volli assistere il prete nella messa, e mi ci misi d’impegno. La maggior parte dei devoti l’ascoltarono all’aria aperta, poichè la chiesa non poteva capire che un duecento persone.

Terminata la funzione religiosa si ricominciarono le danze, i canti e le visite alle baracche.

Si pensò intanto alla collazione. Pietro Paolo si era incaricato di provvedere il pesce; ma siccome aveva pochi soldi da spendere, ne portò una quantità insufficiente. Allora andai io a far l’acquisto, e tornai con un grosso involto di muggini e di aranci, bastevoli per saziare dodici persone. Devo confessarlo: quel giorno volevo fare il signore.

Fu sempre mia opinione, che l’uomo non deve badare ad economie in certe circostanze; e quando non si hanno i mezzi per poter spendere, si rimane a casa per evitare una brutta figura.

Dopo la collazione si andò tutti alla messa solenne; in seguito ebbe luogo la processione, la corsa dei cavalli, e di nuovo i canti e le danze.

Verso la una dopo mezzogiorno i festaiuoli si unirono in diversi gruppi, per i preparativi della partenza.

Fin dal giorno innanzi avevo ordinato che da Mara mi si portasse il cavallo. Montai in sella, ripresi in groppa la figlia di Gavino Pintus, e feci al passo il breve tragitto, per andar di conserva co’ miei compagni di viaggio, ch’erano tutti a piedi.

L’ho detto: quel giorno volevo fare il signore.

CAPITOLO IV. Ritorno dalla festa.

Arrivati al villaggio di Mara si fece sosta, e si pranzò in casa Peralta. Al pomeriggio si giunse a Padria, dove passammo la notte. All’alba del giorno seguente ci recammo a Tiesi, per accompagnarvi i desini, che ci furono compagni alla festa. Ivi passammo il resto della giornata e la notte, sempre in baldoria.

In quest’ultimo paese Pietro Paolo fece un carico d’uova, ed affidò la figliuola allo zio Gavino, che se la prese in groppa.

Di là si andò tutti a Banari per accompagnarvi la comitiva dei banaresi, e vi si passò allegramente la giornata. Verso sera ci movemmo dal paese per far ritorno a Florinas.

Prima di allontanarmi dalla chiesetta di N. S. di Bonuighinu, ebbi cura di far la provvista di confetti e torroni per portarli alla mia famiglia ed a quella di Gavino Pintus. Non si deve far ritorno da una festa senza pensare a quei di casa.

Pietro Paolo Pintus, fin dal mattino, si era messo in viaggio per Florinas col carico delle uova, avvertendoci che alla sera ci sarebbe venuto incontro per riprendere la figliuola. Giunto a Florinas (come seppi più tardi) si era presentato a mia madre, chiedendole se avesse un sellone da donna per adagiarvi la sua Maddalena.

La mia vecchia, già inasprita per la diceria messa in giro sul mio conto, gli rispose bruscamente:

— Invece di sella, perchè non vai alla ricerca di due fascine, per collocarvi la tua figliuola?!

Pietro Paolo si allontanò, fingendo prendere l’insulto come uno scherzo innocente. Ognuno sa che sulle fascine si trasportano i feriti od i morti per malefizio.

Eravamo a metà strada da Banari a Florinas, quando Pietro Paolo venne a incontrarci. Egli si affrettò a dirmi:

— Pare che la tua mamma sia in collera!

— Se mia madre è in collera — risposi asciutto — avrà le sue buone ragioni. Ella non si adira mai, senza un motivo.

La ragazza ch’io aveva in groppa, impressionata dalle parole dello zio, voleva ad ogni costo smontare da cavallo.

— Tua madre l’ha con me — diceva impaurita — ed io non voglio essere da lei sgridata!

— Sta tranquilla! — le risposi — con te la mamma non può aver rancori.

E siccome la ragazza persisteva a non voler più stare con me, il padre le gridò con voce autorevole:

— Rimani dove sei! Nessuno oserà farti rimprovero. Ci sono io, qui!

Mi rivolsi allora a Maddalena, e soggiunsi risoluto:

— Se tu smonterai da cavallo, vi pianterò qui tutti, e rientrerò solo in paese!

Lo zio e la cugina di Maddalena Bua non fiatarono.

L’incidente non ebbe altro seguito. Facemmo insieme la strada, e si parlò d’altro.

Intanto a Florinas era pervenuta la notizia delle mie avventure a Nostra Signora de Bonuighinu. Alcuni festaiuoli florinesi, arrivati il giorno precedente, avevano parlato della mia gita alla fontana, a braccetto di Maddalena Marongiu. Si diceva di amori, di accordi presi, di nozze conchiuse.

La stessa madre della ragazza si era lasciata sfuggire qualche frase allusiva; la quale era stata colta a volo e commentata in tutti i modi. Più tardi quella furba, abboccatasi colla signora Vittoria Oppia (comare di battesimo del prete Pittui) le spiatellò addirittura, che il marito e la figliuola, lo zio e la nipote, si erano tutti recati a N. S. di Bonuighinu per combinare il matrimonio fra Giovanni Tolu e Maddalena Pintus Marongiu.

La signora Oppia si affrettò a riferire il fatto al compare prete, il quale montò su tutte le furie.

— Come?! si osano fare simili pazzie, dopo le trattative in corso per una ragazza che è in casa mia? Vedremo come l’andrà a finire!

Mia madre, al cui orecchio erano pervenute le chiacchiere del paese, era molto dispiaciuta; e stava appunto adoperandosi a persuadere le comari del vicinato, quando udì lo scalpitare dei cavalli che annunziava il nostro ritorno dalla festa.

Siccome avevo Maddalena in groppa, era mio dovere smontare dinanzi alla casa di Gavino Pintus, posta al di là della nostra. Passando dinanzi a mia madre ed alle mie sorelle, ch’erano sulla porta, dissi loro scherzando:

— Stava qui Giovanni Tolu, quando era vivo?

Mia madre non sorrise, ma mi disse con tono d’ironia:

— Festa lunga, eh?

— Lunga e bella! — risposi, e spinsi oltre il cavallo.

I miei parenti si avvicinarono alla casa di Pintus, col quale erano in buoni rapporti. Feci là distribuzione dei confetti e dei dolci alle due famiglie, e Gavino volle che quella sera si cenasse insieme.

Rientrati in casa nostra, la mamma mi disse con tono grave:

— Dio non voglia, o Giovanni, che questa festa ti costi cara, e che qualche giorno non abbia a pentirtene!

— Quando si ha la coscienza di non aver recato danno ad alcuno, non si devono temere tardi pentimenti!

Allora la mamma e le sorelle mi posero a parte delle dicerie che correvano in paese, e delle scene avvenute fra la madre di Maddalena Pintus, la signora Oppia ed il prete Pittui.

— Tutte falsità e calunnie! — gridai stringendomi nelle spalle — Io non ho avuto mai intenzione di far l’amore con alcuna donna, nè ho incoraggiato ragazze a nutrire sciocche speranze.

Trascorsi alcuni giorni, volendo mettere le cose a posto, pregai la mamma di recarsi un’altra volta dal prete Pittui per smentire le dicerie, e per rinnovare la domanda di matrimonio.

Mia madre rientrò in casa dopo un’ora.

— Eccoti bell’e maritato! — mi disse con amarezza — Maria Francesca non ti vuol più perchè ti sei legato ad altra donna!

— Che ti disse il prete?

— Lo trovai sulle furie. Egli non pronunciò che queste parole: «— Dirai al tuo figliuolo, che si mariti con chi gli pare e piace, ma che stia lontano dalla mia casa.» — Sei contento, adesso?

— Via, non t’inquietare. Dissiperò io l’equivoco. Mi presenterò dal prete, e saprò convincerlo.

Due giorni dopo mi feci annunziare al prete Pittui. Mi ricevette nello studio, ma di mala grazia.

— Che vuoi tu qui?

— Ve lo ha già detto mia madre: — voglio in moglie Maria Francesca, la vostra servetta.

— Maritati con chi ti piace, ma non in casa mia. Maria Francesca non sa filare, non sa fare il pane, non sa far niente!

— E che importa ciò? — risposi piccato — Io so filare, so fare il pane, so far tutto. Col mio lavoro e colla mia attività saprò provvedere a quanto abbisogna in una casa.

— Maritati con chi ti piace, ma non in casa mia!

— Ed è appunto in casa vostra che voglio maritarmi, perchè vi si trova colei che mi piace.

Il prete Pittui si mostrò meco inflessibile. Non volle darmi alcuna soddisfazione, nè volle ascoltare alcuna discolpa. Riflettei che non era il caso d’insistere, e me ne andai, col proposito di scegliere un momento più propizio per far valere le mie ragioni.

Ritornato da lui una seconda volta, lo trovai anche più duro. Mi parlò di mala grazia, e mi fece intendere, che non mi avrebbe mai dato il consenso di sposare la sua servetta.

Il suo contegno insolente e le sue parole tronche mi fecero perdere la pazienza.

— In fin dei conti — risposi — Maria Francesca non è vostra figlia; e se tale pur fosse, mi basterebbe il consenso di lei. Ottenendolo, io resterei con mia moglie, e voi senza figlia!

— Ed io non le darò nulla! — esclamò vivamente il prete, piantandomi addosso due occhi da spiritato.

— Se voi non le darete nulla, tanto meglio per me. Vivrò più tranquillo; poichè coi vostri doni non potrei sfuggire alla critica del paese... Voi m’intendete!

Queste mie parole ferirono a sangue il prete. Egli non volle più ascoltarmi, e mi licenziò bruscamente.

CAPITOLO V. Fattucchierie.

Ottenuto, per mezzo di impegni, un terzo abboccamento col prete Pittui, questi si mostrò addirittura implacabile, nè volle udire ragione alcuna. Non valsero preghiere, nè umiliazioni per smuoverlo dal suo proposito. Allora gli dissi con significato:

— Chi lo sa? i tempi cambieranno!

E il prete con aria minacciosa:

— Possono cambiarsi in bene, ed anche in male!

— Badate, reverendo! quando i tempi si cambiano in male, i signori rischiano di perdere la vita e il patrimonio; — i poveri invece non potranno rischiare che la sola vita, poichè non hanno altro da perdere!

E così dicendo presi commiato dal prete, in preda ad un’agitazione febbrile, che non riuscivo a dominare.

Da quel giorno vissi irrequieto e cominciai a disperare di me, della mia fortezza d’animo, della mia fibra d’acciaio.

I miei timori non furono infondati. Il prete cominciò la sua vendetta, valendosi vigliaccamente dei mezzi che gli dava il suo ministero. Egli mi fece le fattucchierie, nè tardai ad accorgermi che mi trovavo sotto l’influenza d’una legatura. Caddi ben presto ammalato; di quel malore singolare, che i medici sono impotenti a guarire[10].

Non si rida delle mie credenze. La mia convinzione è profonda, perchè fondata sulla esperienza di tutta la mia vita.

Io ero fatturato. Il prete Pittui mi aveva fatto le legature, e dovevo pensare a scioglierle. Mi sentivo seriamente ammalato, e bisognava guarire.

La mia malattia era curiosa. Mi sentivo tutto pesto — come se fossi stato bastonato senza misericordia. Provavo una svogliatezza singolare, dolori atroci alle ossa, punture insopportabili a tutte le articolazioni. E questi dolori si facevano più acuti nell’ora del Vespro, alla vigilia delle feste solenni — quasi a ricordo della festa di Nostra Signora di Bonuighinu. Era in quel vespro che Maddalena Pintus Marongiu si era appoggiata al mio braccio per recarsi alla fontana!

Dovevo dunque pensare alla guarigione. Io ben sapeva che in questi casi è opera vana ricorrere ai medici; bisognava raccomandarsi ai soli preti, o a persone esperte nella scienza delle fattucchierie.

Mi rivolsi, primo fra tutti, al nostro vice parroco Giovanni Stara, un buon prete esemplare, molto povero. Egli si munì di stola, di aspersorio e di breviario, e cominciò gli esorcismi.

Per tre volte ricorsi a lui, e devo dichiarare che fra i consultati fu il più efficace nella cura. I miei dolori non cessarono, ma diminuirono sensibilmente e mi diedero tregua per qualche settimana.

Seppi un giorno, che nel villaggio d’Ossi era un prete assai potente negli scongiuri. Si chiamava Valerio Pes. Montai a cavallo e andai a visitarlo.

Come il vice parroco Stara, egli mi fece mettere ginocchioni, mi lesse il breviario, mi asperse d’acqua santa, e mi raccomandò di ripetere la prova altre due volte. Dopo i tre esperimenti, gli dissi che i miei dolori erano più intensi e che non avevo risentito alcun miglioramento. Allora il reverendo Pes mi confessò addirittura, che egli si trovava in una condizione eccezionale. Anche lui era un fatturato, per legatura fattagli da un prete nemico, il cui potere era maggiore del suo. A ciò dovevo attribuire la vera causa dell’inefficacia degli esorcismi[11].

Non volendo lasciare intentato alcun mezzo per riacquistare le perdute forze, mi decisi a consultare un bravo agricoltore florinese, potentissimo nell’arte degli esorcismi.

Il metodo seguito da questi profani era d’ordinario il seguente. Anzitutto l’esorcista doveva operare dopo un intimo colloquio colla propria moglie. In seguito si muniva di un archibugio sardo, che avesse già servito ad uccidere un uomo, e si recava col paziente ad una vigna, i cui viali fossero disposti in croce. Fatto collocare il malato in un crocicchio, gli appoggiava alla schiena il calcio del fucile, e gli ordinava di far fuoco in quella posizione, portando all’indietro la mano per far scattare il grilletto. Partito il colpo, la legatura era sciolta.

Per due volte l’esorcista ripetè l’esperimento, ma senza alcun vantaggio per me. Finalmente mi disse con dolore:

— È questa la prima volta che fallisce la mia prova. Dunque una mano potente pesa sul tuo capo, e non ti resta che raccomandarti a Dio.

Queste parole mi colpirono vivamente, e quasi ne piansi. Per fortuna, in quei giorni, i dolori mi diedero un po’ di tregua, e non perdetti del tutto la speranza della guarigione.

CAPITOLO VI. Convegni amorosi.

Gironzando una sera per le vie del villaggio, in preda ai miei cupi pensieri, mi fermai dinanzi alla casa d’un amico, a breve distanza da quella dei genitori di Maria Francesca.

— Com’è che non vi maritate ancora? — mi chiese l’amico.

— Il prete non vuole! — risposi sbadatamente.

— E che c’entra il prete? Se tu ce lo consenti, noi parleremo il padre e la madre della ragazza. Sono nostri vicini, e siamo in ottimi rapporti.

— Fate come volete! — dissi, e continuai la mia strada.

All’indomani l’amico venne a dirmi, che i genitori di Maria Francesca nulla sapevano del matrimonio, ma che avrebbero scrutato l’animo della figliuola per darmi una risposta.

Ringraziai l’amico ed attesi. La risposta mi fu data tre giorni dopo, ed era consolante. Maria Francesca acconsentiva a diventare mia moglie.

Fattomi coraggio, mi presentai ai genitori della ragazza. Dopo avermi confessato che il prete contrariava questo matrimonio, essi conchiusero:

— Non devi per ciò disperare; se il prete non lo vuole, lo vogliamo noi. Siamo contenti che la nostra figliuola diventi tua moglie, e che tu diventi figlio nostro!

— Il vostro consenso mi consola; ma non mi basta. Vorrei scambiare alcune parole con Maria Francesca, qui, alla vostra presenza. Datemi un appuntamento.

Pochi giorni dopo mi ripresentai a Salvatore, il quale mandò un suo figliuoletto in casa del prete Pittui, per dire a Maria Francesca che la mamma aveva bisogno di lei.

Il cuore mi batteva forte, e i minuti mi parevano secoli.

A un tratto Maria Francesca comparve sulla soglia, e vi rimase indecisa alcuni secondi; indi si fece avanti lentamente, col capo chino e le braccia conserte. Era impacciata, commossa.

Ruppi per il primo il silenzio:

— Che dici tu, Maria Francesca, di quanto accade?

— Io non so che cosa dire. Han cominciato col farmi sapere che avevi chiesto la mia mano, e si finì coll’avvertirmi che non sarei stata più tua moglie. Le ragioni non vollero dirmele.

— Anzitutto devi manifestarmi il tuo sentimento. Se tu mi vuoi bene quanto io te ne voglio, i contrasti cesseranno subito, poichè nessuno potrà impedire la nostra unione!

A questo punto la ragazza levò la testa, ed esclamò ingenuamente:

— Quando il prete e la zia mi fecero sperare che questo matrimonio si sarebbe effettuato, io ne fui contentissima, poichè fra i giovani del paese tu eri il prescelto dal mio cuore. Aggiungo adesso, che, se tu mancherai alla parola, io uscirò dalla casa del prete per servire altro padrone... e non prenderò più marito!

— Io non ho mai mentito, e la mia parola è sacra. Mi chiamo Giovanni Tolu, sento di essere un giovane onesto e laborioso, e prometto di renderti felice. Non ti darò mai motivo a pentirti di avermi scelto per compagno!

Così dicendo mi avvicinai alla ragazza e soggiunsi:

— Qui, alla presenza del babbo e della mamma, voglio darti il primo bacio: sarà caparra solenne del sacrosanto matrimonio.

E dopo averla baciata sulla guancia, le dissi:

— Questo bacio era tuo da lungo tempo, ma non potevo mandartelo con altri. Serbalo come saldo pegno dell’amore che ti porto, e affidati a me![12]

Maria Francesca, per la prima volta, levò la testa per guardarmi negli occhi; poi arrossì, mi sorrise, e andò via quasi bruscamente, senza salutare nessuno.

Da quel giorno mi parve di star meglio e di aver lo spirito più tranquillo. Visitavo assai spesso la casa del mio futuro suocero, ed aspettavo con ansia il giorno festivo, designato per gli appuntamenti, all’insaputa del prete. Non dimenticherò mai quel tempo felice e i dolci colloqui colla cara ragazza!

Sventuratamente la mia felicità fu di breve durata, poichè alla gioia succedette l’affanno. Le punture ai ginocchi ricominciarono, e i dolori acuti mi fecero accorto, che la maledizione del prete non voleva darmi tregua.

Fuori di me per lo spasimo, mi diedi alla ricerca di nuovi esorcisti per sottrarmi alle malìe. Dove mi s’indicava un esperto in quell’arte diabolica, io correvo come pazzo senza frapporre indugio, fosse anche in capo al mondo. Montavo a cavallo, e col pretesto degli affari visitavo tutte le cascine, tutti gli ovili, tutti i paesi dei dintorni — ma sempre inutilmente. Ero disperato.

Volevo farla finita colle fattucchierie del prete, ma prima volevo sposare Maria Francesca. L’influenza di quel sacerdote mi spaventava. Il mio malumore crebbe, quando un giorno mi rivolsi ai genitori della ragazza, dicendo loro che desideravo affrettare le nozze.

La madre tacque abbassando gli occhi; ma il padre mi disse con un certo tono fra l’agro e il dolce:

— Ti par proprio giusto, che noi dobbiamo affidare la figliuola ad un malato?

Quel tono amaro m’indispose, ed esclamai vivamente:

— Voi mi avete conosciuto sano... e ciò vuol dire che io potrò guarire. D’altronde vi comunico la mia risoluzione: — o fatemi sposare subito con Maria Francesca, o portateci entrambi dinanzi ad un parroco per scioglierci dalla promessa. Ciascuno penserà ai casi propri. Scegliete!

I genitori della ragazza si acquietarono; ed io mi diedi di nuovo attorno, in cerca di esorcisti.

Mi rivolsi nuovamente a diversi preti, i quali si dichiararono impotenti a lottare col mio jettatore.

Una sera mi recai a Tissi per consultarvi un famoso scongiuratore di legature. Prima di andare da lui, mi si volle far visitare un infermo fatturato, la cui moglie dicevasi fosse l’amica di un prete. Quel povero disgraziato, colpito da paralisi alle gambe, giaceva sulla paglia di un tugurio, in preda a spasimi atroci.

Mi tolsi raccapriciando a quella spettacolo orribile.

— Se io diventassi come costui — dissi — sarei rovinato per tutta la vita!

Non volli ritornare a Florinas. Passai la notte a Tissi, e l’indomani mi spinsi fino ad Uri per sottopormi alle cure di un maestro di esorcismi, indicatomi come valentissimo.

Ma i dolori continuavano.

Sempre alla ricerca dell’uomo che doveva guarirmi, io trottai all’impazzata da un paese all’altro, finchè mi decisi a far ritorno a Florinas, dopo un’assenza di tre giorni.

Un caso singolare, avvenutomi in quella circostanza, contribuì ad agitare nuovamente il mio spirito. Voglio narrarlo, per persuadere gli increduli, che le legature non sono un parto di mente inferma.

Giammai, come in quei tre giorni, io aveva provato la smania tormentosa di rivedere Maria Francesca. Mi pareva di esserne lontano un secolo. Diedi di sprone al cavallo e trottai come un forsennato fino alla casa di mia madre. Ivi appresi che il prete, durante la mia assenza, aveva licenziato la servetta, inasprito per le nozze stabilite senza il suo consenso.

Smontato di sella, affidai il cavallo a mio fratello Peppe, e mi avviai sollecito alla casa dei genitori della ragazza.

Come posi piede sulla soglia, mi sentii avvinto da un misterioso fascino, che non seppi spiegare. La viva smania di rivedere la sposa diletta si era cambiata in un’avversione invincibile. Una forza occulta mi respingeva da lei; la sua vista mi metteva quasi ribrezzo; ond’io le volsi bruscamente le spalle, e continuai a parlare coi genitori, senza rivolgerle la parola, senza stringerle la mano, e senza baciarla sulle guancie, come al solito. Temevo persino il contatto delle sue vesti, poichè avevo la convinzione che esse mi avrebbero scottato. Rimasi là come intontito, paralizzato, subendo l’influsso malefico del prete, che si vendicava di me. Ad un tratto, non potendo più oltre resistere, mi precipitai fuori della porta, e mi diedi a correre. Mi pareva di essere inseguito da una furia infernale.

Quando rientrai in casa, mio fratello Peppe mi venne incontro agitato:

— Il tuo cavallo è tutto gonfio! — gridò pieno di spavento.

— So di che si tratta! — risposi cupo; ma non dissi che il prete n’era la causa, poichè le sue malìe si erano estese anche alla bestia che mi aveva venduto.

— Il tuo cavallo sta male... e forse muore! — ripetè mio fratello.

— Lascia ch’esso muoia, nè dartene pensiero! — esclamai con profondo dolore — Tutti moriamo, e morrò anch’io fra non molto!

La mamma e le sorelle si scambiarono un’occhiata, non riuscendo a spiegarsi lo strano senso delle mie parole.

CAPITOLO VII. Sponsali e luna di miele.

Il mio cavallo non morì, e i miei dolori si calmarono. Approfittai della tregua per sollecitare presso la famiglia di Maria Francesca i preparativi degli sponsali. I parenti accondiscesero al mio desiderio.

Si andò anzitutto dal parroco per sottoporci all’esame della Dottrina, come l’uso voleva. Il parroco rinunziò ad interrogarmi, perchè molte volte gli avevo assistito la messa e mi sapeva addentro nelle pratiche religiose. Si limitò ad esaminare Maria Francesca, e si accorse, che, sebbene educata in casa di un prete, ella ben poco ne sapeva.

Il parroco disse, a me rivolto:

— Se si fosse trattato d’altri, e se io non vi sapessi in condizioni speciali, mi sarei ben guardato dal permettere le vostre nozze. Ma questa volta voglio passarvi sopra. A te specialmente raccomando d’istruire la sposa nella dottrina cristiana.

— Ne prendo impegno! — risposi con un certo orgoglio — sapete pure che sono stato sagrestano!

Ottenuto l’assenso del parroco, vennero fatte in chiesa le pubblicate d’uso per due sole domeniche, avendoci la Chiesa dispensato dalla terza, com’è d’obbligo.

Gli sposi uscenti dalla chiesa
Gli sposi uscenti dalla chiesa

La mattina del 17 aprile 1850 fu designata per lo sposalizio.

Ci eravamo confessati entrambi dal parroco, ed assistemmo alla messa, celebrata dal prete Pittui, il quale non aveva avvertito la nostra presenza. Quando ci scorse, non potè contenere un movimento di dispetto. Pareva un diavolo sull’altare!

La cerimonia venne compiuta senza pompa, senza codazzo di parenti e di amici, poichè non volli la compagnia di nessuno, togliendo pretesto dalla malattia che mi tormentava e dai contrasti che avevano preceduto il mio matrimonio.

Assistettero alla funzione mio fratello Peppe e mia madre. I genitori della sposa non vollero inasprire colla loro presenza il prete Pittui.

Sulle prime si pretendeva che, per un po’ di tempo, noi si vivesse separati, cioè a dire, la sposa presso i genitori ed io in casa di mia madre. Mi opposi vivamente, dicendo a Maria Francesca:

— Noi siamo marito e moglie, e dobbiamo mangiare, dormire, e vivere insieme. Se saremo lontani l’uno dall’altra, non mangerai tu, nè mangerò io. In casa mia ci ho grano, ci ho lardo, ci ho fave e fagiuoli — dunque possiamo vivere del nostro, indipendenti.

Secondando il mio desiderio, i genitori di Maria Francesca combinarono di offrirci parecchie stanze nella casa attigua alla loro. Accettai, quantunque a malavoglia.

Dopo la benedizione del prete fu apprestato il pranzo di nozze in casa di mia suocera. Ricevetti dai parenti molto bestiame in dono; alcuni mi regalarono un vitellino od una pecora, altri un montone od un maialetto.

Volli far parte di un grosso castrato alla zia di Maria Francesca, la serva del reverendo Pittui; la quale, in ricambio, mi regalò un barilotto di vino, che mandai subito in casa di mia madre. Non volli berne, perchè proveniva dalla casa del prete, e temevo fosse fatturato a mio danno.

All’indomani ci ritirammo nella nostra casetta provvisoria, e facemmo il pranzetto da soli, come due colombi innamorati, felici d’essere finalmente uniti per tutta la vita.

Appena ritirati nel nostro nido, dissi alla sposa:

— Bada bene: la prima pietanza che uscirà dalla nostra cucina, voglio che sia mandata a tuo padre ed a tua madre. È questa la mia opinione, e il nostro dovere!

Durante i mesi di aprile e di maggio la nostra vita trascorse serena. Si viveva in perfetta armonia, fra il riso più schietto e le carezze più affettuose, sempre fantasticando progetti d’ogni genere per migliorare il nostro avvenire. Eravamo ancora giovani: — io contavo ventott’anni, e mia moglie diciasette. Sentivo d’essere contento di me e di lei. Maria Francesca era una pura e ingenua ragazza, piena di attrattive, tutta premure per me, e docile come un agnello ad ogni mio comando.

Si avvicinava intanto la stagione della messe, ed io doveva pensare a dedicarmi con lena al lavoro, per tirare innanzi dignitosamente, senza bisogno di ricorrere all’altrui soccorso.

Il mestiere dell’agricoltore è faticoso, ed è col sudore della fronte che si guadagna il pane quotidiano. Io dissi a Maria Francesca:

— Siamo alla messe, ed è mestieri che io cerchi lavoro. Tu sei troppo giovane ancora, delicata, e non hai l’abitudine di lavorare in campagna, sotto la sferza del sole, affrontando disagi e patimenti. Cercami dunque una spigolatrice di tuo gradimento, e tu cura con agio le faccende domestiche, conservandoti sana e fresca.

Maria Francesca mi fissò lungamente, e mi disse con affettuoso risentimento:

— Come! ed hai potuto così prestò dimenticarmi? Hai tu bisogno di altre, quando io mi sento capace di far la spigolatrice?

— Codesti sono capricci da bambina! — risposi — Non sai tu che il non aver spigolatrice sarebbe una vergogna per me ed un danno per la casa? Mentre colei che spigola avrà un lucro, tu potrai sorvegliare la nostra casa, ed io penserò a tutto. Il lavoro dei campi è molto grave, bambina mia! ed io non voglio aver questioni co’ tuoi parenti!

E siccome Maria Francesca persisteva nel suo proposito, credetti mio dovere avvisarne i genitori, perchè la persuadessero.

Mia suocera disse alla figliuola:

— Lascia le pazzie, e scegli una spigolatrice di tua fiducia. Non è conveniente che tu ti esponga a simile fatica. Bada! chè non abbia ad essere tardo il tuo pentimento! poichè una volta sul posto, dovresti starvi a costo di crepare!

Non ci fu verso di persuaderla, nè colle buone nè colle minaccie. Mia moglie dichiarò recisamente, che la spigolatrice voleva essere lei.

Ero stato invitato a far la messe nella Nurra — regione lontana cinque o sei ore dal nostro paese, e da me con frequenza visitata.

Venuto il giorno della partenza, Maria Francesca si mostrò esitante; tirò fuori non so quali dubbi, e finì per dire che non voleva più seguirmi.

Questo repentino cambiamento all’ultim’ora mi creò degli impicci. Era avvenuto quanto avevo pronosticato. Il babbo, sulle furie, impose alla figliuola di recarsi alla Nurra, giacchè ella stessa ne aveva fatto la proposta.

Dai proprietari nurresi ero stato preposto alla direzione della messe, ed avevo l’incarico di far la scelta degli uomini componenti la brigata. Come capo dei mietitori dovevo pensare alla sorveglianza, all’ordine del lavoro, nonchè a preparare la cena.

Avevo portato meco alla Nurra tutti i miei fratelli, le mie sorelle, i cognati, e non pochi amici compaesani, per poter così contare sull’abilità, sull’attività e sulla disciplina de’ miei dipendenti.

I salti nei quali dovevo eseguire la messe erano due, di diversi proprietari: — quello in Giumpaggiu, di Vincenzo Pasquino, e quello in Abba-meiga di Gianuario Agnesa.

Eseguita la messe, venne la volta della trebbiatura. Destinai al primo salto Peppe (mio gemello), Giammaria e Maria Andriana, ritenendo per me il secondo salto, dove mi recai con mia moglie e con Giustina, volendo così equilibrare coll’opera mia solerte l’insufficienza delle mie deboli compagne. Sbrigai la bisogna in sole quattr’ore, trebbiando diciasette corbule di grano.

La nostra permanenza alla Nurra fu di dieci giorni. Maria Francesca resistette fino alla fine della campagna, ma non tardò a dichiararsi stanca e ammalata, come avevo preveduto. Non abituata, al par di noi, ai penosi lavori dell’aia, ella non potè sopportare i caldi afosi del giorno, nè l’umido delle notti; dippiù la poveretta era incinta da un mese, e soffriva molto.

Terminati i lavori della messe tornammo insieme a Florinas, dopo esserci fermati a Sassari un giorno ed una notte per ritirare le paghe dai proprietari dei salti. In quest’ultima città volli fare diversi acquisti per contentare Maria Francesca; la quale, trovandosi in istato interessante, esternava certe voglie che bisognava ad ogni costo soddisfare, per non recar pregiudizio al nascituro. Le comprai, fra gli altri oggetti, un elegante grembiale a vivi colori, ed un fazzoletto da testa, che gradì moltissimo.

Arrivati a Florinas, affidai a Maria Francesca il governo della casa; ed io mi diedi nuovamente attorno per cercar lavoro in campagna, per mio conto, e per conto della famiglia di mia madre; perocchè avevamo preso in affitto (per lo più a mezzadria) alcune terre appartenenti alle chiese di Florinas.

Coll’aiuto del mio cavallo, l’inseparabile Moro, io cercava ogni mezzo per guadagnare qualche soldo; poichè il lavoro era per me un bisogno, un conforto, una vera passione — e non lo dico per volermi vantare!

Tornavo ogni volta a casa così soddisfatto, così contento, che mi pareva di aver dimenticato le soperchierie del prete, i malumori di mio suocero, e i dispetti dei parenti di Maria Francesca.

CAPITOLO VIII. Prime nubi.

Durante le mie assenze da Florinas — o per darsi svago, o per non voler rinunziare alle antiche abitudini — Maria Francesca soleva frequentare la casa del prete, col pretesto di andar a trovare la zia. Così pure si piaceva di visitare or l’uno or l’altro de’ suoi parenti, i quali si divertivano a renderla ribelle a’ miei consigli. Mia moglie era una buona ragazza, ma piuttosto credenzona, facile ad impressionarsi, e sovratutto ciarliera in modo singolare. Lo star sola in casa le dava noia, e la rendeva curiosa dei fatti altrui.

Quando rincasavo ella tirava fuori questioni nuove, nuovi quesiti, e mi metteva a parte di qualche nuovo pettegolezzo; ond’io, che conoscevo l’indole sua e il suo carattere, non tardai ad avvedermi che le chiacchiere dei parenti e delle comari le riscaldavano la testa. Pareva, insomma, avesse preso il partito di ricondurmi sulla buona via, con ammaestramenti che facevano a pugni col buon senso.

A me, giovane piuttosto serio, di poche parole, poco espansivo, questo stato di cose dava ai nervi; e un po’ colle buone, un po’ colle brusche, cercai di correggere mia moglie:

— Bada! — le dicevo — se darai retta a me, potrai trovarti bene; ma se ascolterai i consigli degli altri te ne avverrà male!

Un’altra volta la ripresi:

— Non voglio che tu vada così spesso in casa del prete, poichè egli mi vede di mal occhio, io non sono cane da star sotto tavola, nè vado a leccare i piatti di nessuno. Se il prete ha bisogno di me, sa dove trovarmi; ma intendo di essere il padrone in casa mia. Eppoi..... non voglio prestarmi ad alimentare certe dicerie... Hai capito? Mi accorgo pur troppo, che quando vai fuori di casa ne ritorni colla testa piena di corbellerie. Pensa alle faccende domestiche, e non immischiarti nei fatti degli altri. Se farai altrimenti, le cose cambieranno... te lo prevengo!

E dopo questa avvertenza montavo a cavallo, e correvo da paese in paese a trasportar grano per conto mio, o per conto altrui, superando i miei compagni nel numero dei viaggi.

Quando poi si faceva la raccolta in casa di mia madre, lavoravo alacremente: — lasciavo due porzioni alla famiglia, e ritenevo per me la terza parte, come d’uso, per la dote dell’uomo. Le donne, d’ordinario, impiegano la loro porzione nell’acquisto di lingeria e di masserizie per preparare il corredo nuziale.

Io dunque, oltre ai guadagni propri, contavo sul modesto patrimonio di famiglia, e lavoravo con lena per accrescerlo a vantaggio mio, e a vantaggio della mamma, dei fratelli e delle sorelle.

Continuarono pertanto i piccoli dissidî nel mio nido coniugale.

Un giorno avevo fatto aggiustare il basto del mio cavallo, e, per mie vedute speciali, ero rimasto debitore del saldo di tre reali al falegname. Rientrato in Florinas dopo alcune sere, appresi che mia moglie, senza ordine alcuno, aveva soddisfatto il mio debito. Mi spiacque la sua intromissione, e la rimproverai:

— Tu non hai debiti da saldare per conto mio! — le dissi — Li salderò io, quando lo crederò conveniente. Lascia il mal vezzo di andare attorno per far chiacchiere inutili, che mi compromettono. Rimani a casa! — io non m’immischio nel tuo lino e ne’ tuoi lavori di cucito. Fa tu altrettanto!

Le comari del vicinato, a cui mia moglie faceva le confidenze, si divertivano ad aizzarla contro di me; ed io non tardai a scorgere in lei un certo freddo riserbo ed un’asprezza di modi, che non erano nel suo carattere abituale. Ne fui piccato, ma tacqui.

Una sera Maria Francesca osò rinfacciarmi, che una mia zia conviveva con un compagno, che non le era marito.

— Che sai tu di queste cose? Se tu rimanessi a casa, nulla sapresti di mariti falsi e di mogli illegittime!

Invece di accettare i miei consigli, Maria Francesca persisteva a vivere nel pettegolezzo; e giunse a tanto, che un giorno si ridusse a confidarmi, che una nostra vicina mi aveva chiamato faccia di cane!

— Le dirai che è in errore! — le risposi con pazienza affettata. — Quella donna un giorno voleva lusingarmi a prendere in moglie una sua sorella, ch’era stata in corrispondenza illecita con altri. La mia faccia, così simpatica allora, è diventata cagnesca dietro il mio rifiuto. Ti ripeto che non voglio più sentire simili spropositi; e se tu persisterai a raccogliere per strada i pettegolezzi dei parenti e delle comari, finirò per farti conoscere chi sono io!

Essendosi accentuato il nostro diverbio, e costretti entrambi a gridar forte, non tardarono le vicine di casa, comprese le zie, a farsi all’uscio di casa mia, minacciandomi della loro collera se avessi osato toccare un capello a Maria Francesca.

Era il colmo della sfacciataggine. Mi feci sul limitare della porta e gridai infuriato:

— Chi siete voi?! Toglietevi subito alla mia presenza e sgombrate la strada; chè altrimenti con un ceffone vi mando tutte a gambe in aria!

Ci volle tutto l’aiuto di Dio per far intendere un po’ di ragione a quelle pettegole; le quali si allontanarono brontolando, poichè sapevano ch’ero uomo da mettere in pratica le mie minaccie. Tuttavia mi contenni, e mi limitai per quel giorno ad ammonire severamente mia moglie, avvertendola che avevo bisogno di quiete e di tranquillità per poter lavorare.

— Bada, Maria Francesca! il mio individuo è diviso in due parti: io sono per metà dolce e per metà amaro. Datti alla parte del miele se vuoi vivere felice; chè se mi stuzzichi dalla parte opposta, finirò per amareggiarti la vita!

Intanto pensai ch’era tempo di sloggiare da quelle due stanze provvisorie; le quali, essendo attigue all’abitazione dei parenti, diventavano causa permanente de’ miei litigi in famiglia...

Da più settimane andavo in cerca di una casa che fosse di pieno gradimento di mia moglie; ma costei, forse suggerita dai parenti, indugiava nella scelta.

Finalmente ne trovai una che piacque a Maria Francesca. Pattuito il prezzo col padrone, ringraziai la Madonna di tutto cuore, credendo di potermi alfine sottrarre al sindacato noioso di mia suocera.

Si era vicini al Mezzagosto. È costume in Florinas di cambiar di casa alla vigilia dell’Assunta: giorno in cui ciascuna famiglia dev’essere a posto.

Quando tutto fu combinato, disposi per il trasporto delle legna e del grano, che avevo in deposito in casa di mia madre.

La mattina della vigilia dell’Assunta, mentre mi disponevo a trasportare le masserizie, Maria Francesca mi fece intendere che sarebbe stato meglio sospendere ogni cosa.

— Perchè? — le chiesi sorpreso.

— Perchè io non ci verrò!

— Non ci verrai?!

— No.

— Ed io come devo fare?

Mia moglie tacque.

Il sangue allora mi montò alla testa, divenni cieco, e diedi a quella matta uno schiaffo così forte, che le fece saltare un’orecchino in mezzo alla strada.

Maria Francesca si diede a piangere ed a strillare. Accorse la madre, la quale riuscì a calmarci, dicendo che ci voleva a pranzo in casa sua, e che al trasporto si sarebbe pensato il giorno susseguente a quello dell’Assunta.

Cedetti al suo desiderio e mi contenni.

Non uno, ma due giorni dopo — il 17 agosto — dissi pacatamente a mia moglie:

— La festa è ormai finita. Ora possiamo andare. Ho pronto il cavallo per il trasporto delle masserizie.

— È inutile, poichè io non ci vengo più! — mi rispose bruscamente quella caparbia, forse incoraggiata dalla presenza della madre.

— Ma non sai tu — soggiunsi — che io sono capace di chiamar qui tuo padre, per darti una lezione e per costringerti a seguirmi?

A queste parole mia suocera uscì fuori, certo per prevenire il marito in favore della figlia.

Vedendo tornar vano ogni mezzo di persuasione, piantai quella matta, e mi accostai alla soglia della casetta di mio suocero:

— Salvatore, vieni fuori, chè tua figlia desidera parlarti!

Mio suocero entrò in mia casa, ed io gli tenni dietro. Egli chiese alla figlia con tono imperioso:

— Che vuoi da me?

— Non ho chiesto di lei — rispose Maria Francesca, cogli occhi bassi.

E allora io:

— Ebbene, giacchè tua figlia non ha nulla a dirti, ti parlerò per conto mio. Sappi che mia moglie mi ha fatto impegnare nel fitto di due case, e che ora si rifiuta ad abitarle. Che cosa dici tu?

Salvatore, già istigato da mia suocera, mi si piantò dinanzi cogli occhi spalancati, e gridò con voce alterata dall’ira:

— Dico, che tu sei un poco di buono, un cattivo soggetto, un birbante matricolato!

A questo punto Maria Francesca, prevedendo la tempesta, scappò fuori in istrada per cercar rifugio nella casa paterna.

Mio suocero, inferocito, si die’ a correre come pazzo intorno alla stanza, dando di piglio ad effetti ed a mobili per gettarli sulla strada — come per farmi capire che non voleva in sua casa nè me, nè le robe mie.

Il sangue mi montò alla testa; pure mi contenni, e dissi con calma:

— Se non avessi per te il rispetto che si deve ad un padre, ti prenderei per i piedi e ti sbatterei al muro!

Salvatore afferrò un tavolo e lo smosse, come per volerlo buttar fuori; allora perdetti la pazienza, e dato di piglio al mio fucile gli gridai risoluto:

— Se tu tocchi un altro oggetto per buttarlo in strada, giuro che con esso usciranno le tue cervella!

Spaventato dal mio volto acceso e dall’arma che impugnavo, Salvatore si fermò di botto; indi saltò in strada, gridando a squarciagola:

— Accorrete! accorrete! Giovanni Tolu mi uccide!

Il grido di Salvatore ebbe il suo effetto. Tutte le comari si fecero in sull’uscio di casa; molte finestre si spalancarono con fracasso; dallo sbocco delle vie vennero fuori a frotte uomini, donne, ragazzi; così che in poco d’ora un’onda di popolo faceva ressa dinanzi alla mia soglia. Vidi, fra gli altri, arrivare il sindaco (il medico dottor Serra, di Giave), e poco dopo il prete Pittui, il quale più degli altri pareva in preda ad un’agitazione nervosa.

La folla tumultuava, e il sindaco gridò con voce autorevole:

— Andate per i fatti vostri! Ogni cittadino ha il diritto di non venir disturbato nel proprio domicilio!

E pronunziate queste parole si allontanò, esortando la folla a ritirarsi.

Dopo aver rimesso a suo posto il fucile, io guardai freddamente quella frotta di curiosi, che si divertivano a cacciarmi gli occhi addosso. Nessuno però volle azzardarsi a varcare la soglia della mia casa.

Uno solo l’osò: il prete Pittui. Con passo fermo, ma con un tremito per tutta la persona, egli si aprì un passaggio tra la folla e si avanzò verso di me colle mani in tasca: carezzando certamente l’impugnatura delle pistole, che soleva portare sotto la sottana.

Entrato arditamente nella stanza, il prete Pittui mi lanciò un’occhiata fulminante:

— Tu hai girato la scatola! — mi gridò con aria di minaccia. — Sei un miserabile, un birbante, un bastardo!

Frenai a stento la bile, e risposi con calma, accentuando le parole:

— Ella s’inganna, reverendo! Io sono il figlio di Pier Gavino Tolu e di Vincenza Bazzone. Tutti conoscono in paese mia madre, come conoscevano mio padre. Non sono quindi un bastardo, come dice! E se anche mia madre fosse una disgraziata, a lei non spetta insultarla, poichè per tre volte le fu compare di battesimo!

Il prete ripetè l’insulto; e allora io diedi un’occhiata sotto al letto, dove per solito riponevo la scure. Fu per lui fortuna, che quel giorno l’arma fosse in fondo, in modo che il manico non si trovasse alla portata della mia mano. Ero deciso di spaccargli la testa e di farla finita.

Dopo aver detto al mio indirizzo un mondo d’insolenze, il prete uscì in piazza sbuffando, e accostandosi alla casa di mio suocero, gridò forte, in modo che tutti lo sentissero:

— Ritirate la vostra figliuola in casa, e non dategliela mai più!

E dopo avermi fissato un’ultima volta con piglio minaccioso, si allontanò lentamente come era venuto, sempre colle mani nelle tasche della sottana.

Rimasi solo nella stanza terrena, risoluto di commettere qualche eccesso.

Due ore dopo venni avvertito che il prete aveva incaricato Giovanni Antonio Piana (il marito della sua serva) di cacciarmi fuori di casa. Avevo preveduto il tiro, e stavo aspettandolo, pronto a fargli fuoco addosso se avesse osato varcare la mia soglia.

Verso l’imbrunire, infatti, vedendolo avvicinare, presi in mano il fucile.

Le donne del vicinato gli corsero tutte incontro e lo fermarono; e Pietro Rassu, il mio vicino di casa, gli gridò con mal piglio:

— Che fai disgraziato? Ha torto chi ti manda, e tu hai più torto ad ubbidire. Non vedi che Giovanni Tolu ti spaccierà con una fucilata?

Due giovani robusti presero a braccetto Giovanni Antonio Piana, e lo trascinarono a viva forza in altra via.

Quella notte non andai a letto. Temendo una sorpresa, e volendo farla pagar cara, lasciai l’uscio socchiuso, e sedetti in un canto, senza deporre un istante il mio fucile.

CAPITOLO IX. Tentativi di pace.

Il mio stato era angoscioso. Solo, sconfortato, in odio a tutti, non sapevo a qual partito appigliarmi per uscir d’impiccio. Io dissi a me stesso:

— È mai possibile che al mondo non vi sia giustizia per un povero diavolo? Come dovrò contenermi in un paese, dove i preti ed i nobili comandano? A chi dovrò ricorrere quando nobili e preti sono intesi coi giudici, e la peggio tocca ai zoticoni pari miei?

Come spuntò l’alba del giorno seguente presi una risoluzione. Montai a cavallo, venni a Sassari, e mi presentai all’Intendente, ch’era un continentale[13]. Gli esposi schiettamente i miei casi, ed invocai un provvedimento per evitare un maggior disastro.

— Scriverò io al sindaco — mi disse l’Intendente — Tornate pure a Florinas, e state di buon animo!

Rientrato in paese, seppi che la lettera non era pervenuta al dottor Serra, poichè il caso l’aveva fatta capitare nelle mani del prete.

Tre giorni dopo mi presentai di nuovo all’Intendente per informarlo dell’accaduto. Sorpreso del caso, egli scrisse un’altra lettera, che mi porse, dicendo:

— Consegnatela voi stesso in proprie mani del sindaco, e fate in modo di dargliela alla presenza di testimoni.

Il sindaco, già da me informato, esclamò dopo aver letto il foglio:

— Io farò il mio dovere, e s’impicchi chi vuole!

Seppi in seguito, che l’Intendente aveva ordinato al Sindaco d’invitare Maria Francesca ed il babbo a recarsi in Sassari per conferire con lui. Il prete, richiesto di consiglio, aveva suggerito a mia moglie ed a mio suocero di dichiarare all’autorità, ch’io li avevo entrambi minacciati di morte, e che ogni riconciliazione sarebbe stata impossibile.

E così riferirono. L’Intendente fece loro comprendere che il matrimonio era sacro, e che bisognava fare la pace; ma tanto il padre, quanto la figlia, persistettero nella determinazione di tenermi lontano dalla casa coniugale.

Il capo del Governo di Sassari non si diede per vinto, ma mandò a Florinas un suo segretario, coll’incarico di adoperarsi per il nostro buon accordo.

Nè preghiere, nè minaccie valsero a far smuovere mio suocero e Maria Francesca dal loro proposito. Entrambi si rassegnarono a pagare una multa (non so per quale articolo di legge) ma si mostrarono inflessibili.

Tornato la terza volta dall’Intendente (per informarlo della pertinacia del prete e di mio suocero, che si ostinavano a volermi separato da Maria Francesca) quel cortese funzionario mi disse:

— Senti: se tu mi dichiari d’esserne contento, io mi varrò della facoltà che mi accorda la carica, per far tradurre a Sassari tua moglie, scortata dai carabinieri o dai luogotenenti[14].

Presi riserva a rispondere più tardi, volendo prima consultare mia madre. Questa mi disse:

— Non mi piace simile provvedimento. Maria Francesca è tua moglie: oggi siete separati, e domani potreste riconciliarvi. Io non voglio, nè tu devi permettere la vergogna e lo scandalo di farla arrestare!

— Non sono del tuo avviso — risposi — Sarei contento di vederla in carcere, se non altro per far dispetto al prete; il quale, co’ suoi consigli, è stato causa unica di quanto è avvenuto.

— Ti ripeto ch’io non voglio scandali e vergogne, che farebbero mormorare il paese! — ripetè mia madre, con tono di comando.

— Ebbene, farò quanto desideri; ma che non si parli più di conciliazione. Noi saremo separati, e per sempre!

Quel giorno stesso dissi a mia suocera, perchè lo riferisse al marito ed alla figlia:

— Siete miserabili! Voi avete voluto che Maria Francesca fosse separata da me, ma non tarderete a pentirvene. Farete di lei la sgualdrina del villaggio!

***

Eravamo nel mese di settembre, e tre frati erano venuti a Florinas per le solite Missioni. Ero andato a confessarmi dal rettore, ed avevo adempiuto a tutte le pratiche religiose prescritte per la circostanza.

Fra gli obblighi delle Missioni era quello di metter pace tra le famiglie nemiche ed i coniugi separati.

Fui chiamato in casa del vice parroco Antonio Fiori, presso il quale i tre missionari erano alloggiati.

Il più anziano dei frati, ch’era il più autorevole, prese a parlarmi presso a poco così:

— Giovanni Tolu, perchè non ti ricongiungi a tua moglie? La vita che menate è scandalosa, e siete entrambi in peccato mortale. Tornate insieme e fatela finita, poichè il matrimonio è uno dei sette sacramenti. Noi siamo qui venuti per istruire il popolo, riconducendolo sulla via della salvezza per opera dello Spirito santo. La pace domestica è il supremo dei beni mondani; e quanto più grande sarà il tuo sagrifizio, tanto più accetto tornerà al Signore il tuo ravvedimento. Non dubitare: noi ci adopreremo perchè il prete Pittui più non s’ingerisca ne’ tuoi affari; tu così non avrai più alcun motivo a dolerti di lui. Che rispondi?

— Io rispondo: che Maria Francesca mi ha fatto prendere in affitto due case, e non ha voluto in seguito abitarle con me. Io rispondo, che la prima volta che l’ho chiesta in moglie dichiarai che rinunziavo alla dote, perchè mi bastava il suo amore; ma che adesso (se dovrò abbassarmi a ritirarmela in casa) pretendo che ella si provveda del necessario, secondo il costume del paese; e ciò perchè non abbia più a dipendere dai parenti. Rispondo infine: che essa deve risolversi, per ora, a ritirarsi in una delle due case da me scelte, dove anch’io mi recherò, quando lo crederò conveniente. A condizione, però, che i suoi parenti non vadano a farle visita.

Il frate osservò, scrollando le spalle:

— A simili umiliazioni una donna non deve sottomettersi!

— Ma questa è l’usanza nostra. Chi fa il peccato deve fare la penitenza — ed io non son tenuto a far la penitenza dei peccati degli altri.

Il missionario continuò con tono grave e solenne:

— Ravvediti, Giovanni Tolu, e fa la pace con Maria Francesca. Insieme al clero di Florinas noi verremo in processione fino a casa tua. Ivi impartiremo la benedizione ad entrambi, e vivrete felici per tutta la vita.

A questa predica sorrisi.

— Scusino, reverendi, ma queste mi sembrano mascherate. In siffatta guisa noi usiamo andare in carnevale da una bettola all’altra per bere un bicchiere di vino. Non potrei mai prestarmi a simili pagliacciate!

I tre frati fecero una smorfia disgustosa, ma tacquero.

Io tenni loro un simile linguaggio perchè trattavo i preti con molta confidenza. Ero stato sagrestano e sapevo il fatto mio.

I missionari si scambiarono un’occhiata — come per dire: con costui non faremo niente! — e mi congedarono.

Terminate le missioni, i tre frati lasciarono Florinas per recarsi ad altro villaggio. Appresi in seguito, che avevano parlato col prete Pittui, il quale certamente non era uomo da lasciarsi impressionare da tre zoccolanti.

***

Cominciai col rassegnarmi al mio destino. Avevo una spina nel cuore, ma affettavo di non sentirne dolore. I nostri conti erano saldati: l’autorità politica non era riuscita a persuadere mia moglie, come l’autorità ecclesiastica non era riuscita a persuadere me. Nondimeno debbo confessare, che non nutrivo rancore per Maria Francesca: lo nutrivo per il prete, che aveva istigato i parenti a rendermela ostile. Chi avrebbe osato in Florinas trascurare un consiglio di prete Pittui? Egli, famoso cacciatore, esperto tiratore al bersaglio, sindaco supremo del paese, mediatore di matrimoni, dispensatore di grazie e di castighi, fabbricatore di libelli, carabiniere, giudice, boia?!

Maria Francesca era incinta di quattro mesi. Il pensiero forse della sua gravidanza, e del bambino che sarebbe venuto al mondo, spinse i parenti a mutar consiglio. Partiti i missionari, sulla cui opera avevano contato, i parenti si erano raccomandati a tutti i cavalieri e ai più notevoli signori di Florinas per influire sul mio animo. Non pochi mi avevano avvicinato per esortarmi a farla finita e a ricongiungermi a Maria Francesca. Ma questa volta tenni duro. Le altalene non mi andavano a sangue.

— Come volete ch’io m’induca a pregar mia moglie, se essa mi ha scacciato? Dietro quanto è accaduto, è lei che deve venire da me, non io che devo andare da lei. Se è vero che Maria Francesca mi vuole, perchè non viene a trovarmi?

Non dissi altro.

Mia moglie, dal canto suo, fu ostinata nel suo proposito. I consigli del prete Pittui, l’antico suo padrone, avevano più forza della parola d’un affettuoso marito!

Non poteva più oltre durare così — io perdeva il mio tempo. Pensai di ritornare al lavoro, unico sollievo e conforto nella sventura che mi era toccata. Ero stato marito per quattro mesi precisi — dal 17 aprile al 17 agosto — e dovevo ormai considerarmi come scapolo, o come vedovo.

La vista continua de’ miei nemici mi disgustava; ond’è che decisi di allontanarmi dal paese. Mi recai a Sassari, dove mi occupai nel trasporto del mosto e nel commercio delle granaglie. Misi in serbo una trentina di scudi.

Partiti i missionari da Florinas, ero stato di nuovo tormentato dai dolori alle giunture; ma il clima di Sassari mi giovo non poco.

Dopo un altro breve soggiorno a Florinas volli recarmi alla Nurra, dove il lavoro non mi mancava. Trascorso però un po’ di tempo, divenni di cattivo umore ed intrattabile, perchè i soliti dolori m’impedivano di lavorare coll’attività, che in me era natura.

Io sentiva la potenza malefica di quel prete fatale, che continuava a perseguitarmi colle diaboliche legature. Crebbe il mio odio contro costui, autore d’ogni mia disgrazia.

— Se io non toglierò la causa del male, il male mi farà soccombere! — dicevo ferocemente a me stesso; e questo pensiero, come chiodo rovente, mi stava infisso nel cervello e nel cuore.

***

Venne intanto il dicembre colle giornate rigide, tempestose. Avevo l’umor nero. La solitudine mi pesava, perchè fantasticavo troppo.

Gli acuti dolori, che tratto tratto strappavano una contrazione nervosa al mio labbro, mi facevano imprecare come un dannato.

Si avvicinavano le feste di Natale, e mi sentivo più solo e più accasciato. Io, che avevo sognato una famiglia; che a furia di lavoro ero riuscito a formarmi un nido; ch’ero sul punto di diventar padre, mi vedevo relegato nelle solitudini della Nurra, senza casa, senza amici, senza gioie domestiche, e senza il conforto d’una parola affettuosa — neppure quella della mamma!

E tutto perchè? Per un prete sordido, prepotente, che voleva frapporsi fra me e Maria Francesca, spinto da uno scopo misterioso, ch’io non riusciva a spiegarmi

Temendo che i miei dolori aumentassero, deliberai di far ritorno a Florinas. Volevo almeno passare le feste in famiglia — in casa di mia madre, dei fratelli, delle sorelle: nell’unica casa dove potevo fidarmi, dove ancora ero amato, carezzato, compianto.

— Avrei perdonato anche al prete, se io mi fossi sentito bene — dicevo con rammarico — ma con questi dolori la mia vita non potrà essere che un martirio. Bisogna finirla, e finirla presto! L’idea di diventare impotente, costretto a mendicare il pane altrui, mi spaventa. Parmi ancora di vederlo il povero mendicante di Tissi, paralizzato dalle legature! — Bisogna finirla, finirla, finirla presto!

Arrivai a Florinas due giorni prima di Natale. I parenti mi ricevettero con acclamazioni di gioia... ma non mi parevano contenti. Io leggeva negli occhi di mia madre il mio stato deplorevole; ella mi guardava ogni tanto alla sfuggita, con un sospiro, con un senso di pietà dolorosa, che si studiava nascondere per non affliggermi.

Un mese addietro i miei fratelli Peppe e Giomaria (per la prima ed ultima volta) mi avevano fatto intendere ch’erano disposti a far le mie vendette.

Ne fui spaventato e mi opposi energicamente.

— Guai a voi! Non voglio che v’immischiate ne’ fatti miei, nè adesso, nè mai! Basto da solo. Pur troppo io so fin dove arrivano nei nostri villaggi le gare, i puntigli, e gli odî di parte! Le famiglie si distruggerebbero. Pensate ai casi vostri — Dio penserà ai miei.

Il giorno di Natale la famiglia preparò un pranzetto d’occasione. Sedemmo in cinque a tavola: io, la mamma, Peppe, Giomaria e Maria Andriana.

I miei fratelli e la sorella si sforzavano di essere gioviali... ma nessuno lo era. Il mio tristo caso impressionava tutti.

Così passò il primo ed il secondo giorno di Natale. Io, che moriva dalla voglia di rivedere il mio paese, non vedevo l’ora di tornarmene alla Nurra. Troppe triste memorie racchiudeva per me Florinas, nè bastava l’affetto de’ miei cari per cancellarmele dalla mente.

CAPITOLO X. L’attentato.

Il terzo giorno di Natale — il 27 dicembre 1850 — mi alzai prima dell’alba. Avevo poco dormito e molto pensato. Ero d’umor nero, poichè avevo fantasticato sulla serie delle peripezie, che da un anno mi tenevano in angoscia. Tuttavia debbo dichiarare, che nessun pensiero sinistro aveva attraversato la mia mente durante quella notte insonne.

Dopo aver passeggiato da un capo all’altro della stanza terrena, tolsi la spranga alla porta e mi feci sulla soglia per esplorare il cielo.

L’alba spuntava. Era una giornata fosca, molto fredda. Il vento impetuoso soffiava da tramontana, e urlava fra i comignoli, facendo volare qualche tegola dai tetti.

Indossai il mio lungo cappottone di orbace, e tornai sull’uscio a respirare a pieni polmoni quell’aria frizzante, che pareva spegnesse la mia febbre. Sentivo lo stormire delle foglie degli alberi vicini, agitate dal vento.

Guardando distratto la campagna, verso Codrongianus, i miei occhi si fissarono sul tratto di strada che mi stava di fronte, la quale conduceva all’Oratorio di Santa Croce. Ricordai allora, ch’era la festa di San Giovanni evangelista, e che all’alba di ogni giorno festivo il prete Pittui soleva recarsi a dir messa in quella chiesetta fuori mano.

Per di là, dunque, sarebbe fra non molto passato quel prete: il prepotente, il fattucchiere, il nemico della mia pace.

Non so dire i pensieri che in quell’ora passarono a tumulto nella mia mente. So che rientrai nella mia stanza per spiccare dal capezzale del letto (dove per solito lo tenevo) il mio vecchio pistolone ad una canna. Nascosi l’arma sotto al cappotto, e tornai ad appoggiarmi allo stipite della porta, tenendo l’occhio sempre fisso sulla strada dell’Oratorio.

Il vento soffiava con più violenza, e i rami degli alberi si piegavano verso terra, quasi minacciando di spezzarsi.

Il temporale pareva imminente. Avevo preso un’istantanea risoluzione, e dovevo ad ogni costo compierla.

— Ma, chi lo sa? — pensai — forse il prete Pittui non uscirà di casa con questo tempaccio; la messa la dirà più tardi.

Non so dire se in quel momento io desiderassi, o temessi un contrattempo. Ero fuori di me.

Certo è però, che quell’uomo doveva essere in cammino, poichè sentivo due acute punture ai ginocchi. Avevo bisogno di romperle, da una buona volta, quelle legature insopportabili!

Finalmente, verso le sei, vidi il prete che scantonava.

Attentato contro il prete Pittui
Attentato contro il prete Pittui

Il cielo si faceva sempre più fosco, e il sole non era ancora levato.

Per le vie non si vedeva anima viva. Le porte delle case erano tutte chiuse, poichè il freddo tratteneva in casa più dell’usato gli abitanti, i quali non avevano l’obbligo di lavorare in quel giorno festivo.

Avvolto nel suo lungo pastrano dalle ampie saccoccie, col bavaro alzato, il prete attraversò il breve tratto di strada, curvo, col capo chino contro al vento furioso, che gli soffiava di fronte. Passò come una visione, e scomparve.

Allora io mi mossi ed affrettai il passo per tenergli dietro.

Scantonata la via, studiai di camminare rasente le case per raggiungerlo inosservato. Il vento che ci soffiava di fronte gli impediva di avvertire il rumore delle mie pedate.

Gli tenni dietro per una cinquantina di passi, e lo raggiunsi all’imbocco del largo detto Funtana manna, in cui a destra la strada fa scarpa in campagna aperta, fronteggiando il villaggio di Codrongianus[15].

Il sito era opportuno, perchè spazioso e poco frequentato.

Giunto a tre passi da lui, tolsi la pistola di sotto al cappottone, glie la puntai quasi a bruciapelo alla nuca, e premetti il grilletto.

L’arma non prese fuoco, perchè il cane non aveva schiacciato il fulminante.

Continuai a camminare insieme a lui, sempre alla stessa distanza; e per altre tre volte ritentai il tiro. Il colpo non partì mai, e il vento contrario impedì che lo scatto del grilletto giungesse all’orecchio del prete.

Io era atterrito. Mi venne allora in mente che quell’uomo usava della sua malìa, e che la mia pistola era fatturata. Pensai di ricorrere al coltello, ma non l’avevo meco.

Il prete, sempre collo stesso passo, ignorando ch’era pedinato, camminava verso l’Oratorio.

Si era giunti insieme al centro di Funtana manna; e, non volendo lasciarmi sfuggire l’occasione che l’inferno mi offriva, decisi di farla finita in qualunque modo. Feci ancora altri due passi avanti, levai in alto il braccio, e, con tutta la mia forzar lo lasciai ricadere con un manrovescio sulla guancia sinistra del prete, che stramazzò supino.

Gli fui sopra come un tigre, gli posi un ginocchio sul petto, lo afferrai colla sinistra alla gola, e puntandogli la pistola nell’occhio, feci scattare tre o quattro volte il grilletto, sempre invano.

Il prete si dimenava in tutti i sensi e mandava sordi rantoli, che si confondevano col gemito del vento. Aveva la lingua tutta fuori, gli occhi spalancati. Le sue unghie penetravano nelle mie carni, ma le mie braccia erano di acciaio.

Riuscì finalmente ad afferrarmi per il ventre; fui pronto a tirarmi indietro; ma, rallentando la mano con cui gli stringevo la gola, egli potè emettere due acutissimi gridi.

Furono i soli. Volendo sbrigarmi per non venir sorpreso, gli strinsi con più forza la gola, e colla canna del mio pistolone, a mo’ di pugnale, lo percossi a più riprese sul viso, strappandogli dalle guancie brandelli di carne.

Ero cieco, feroce. Gli premevo i ginocchi sulle costole, gli davo calci, pugni da per tutto; ma egli, colla faccia insanguinata, continuava a fissarmi cogli occhi sbarrati, quasi volendomi far subire il fascino della sua malìa. L’anima di quel mostro non voleva uscir fuori dal corpo!

Nel frattempo, dietro di me, diverse porte si spalancarono con fracasso. I gridi del prete avevano dato l’allarme. Una dozzina d’uomini robusti, da diverse parti, si slanciarono verso di noi, non sapendo ancora che cosa fosse avvenuto. Senza voltarmi, continuai a percuotere il prete con più forza; egli era livido, grondante sangue dalle narici e dalla fronte, ma non c’era verso che volesse morire!

Quando gli accorsi ravvisarono me e il prete Pittui, si fermarono un istante, come inorriditi dinanzi a tanta audacia e a tanto sacrilegio. Finalmente mi furono tutti addosso per strapparmi la vittima, che io cercava invano di strozzare. Sentendomi afferrato da tutte le parti, divenni idrofobo. Abbandonai il prete, mi levai in piedi, e mi slanciai come belva contro i miei assalitori. Con morsi, pugni e calci ne mandai parecchi a ruzzolare sul terreno; un altro ne allontanai con un colpo di pistolone sotto all’occhio, in modo che ne portò la cicatrice finchè visse. Giunsi infine a svincolarmi da tutti, e mi diedi a correre verso casa.

— Fermatelo! fermatelo! — gridava il prete con sordo rantolo, senza potersi alzare.

Parecchi giovinastri m’inseguirono; ed uno, più ardito, mi tenne dietro prendendomi a sassate.

Giunto a pochi passi da casa, mi volsi indietro; e rivolto a quel giovane gridai:

— Fermati lì, un momento, chè voglio insegnarti come si lanciano i sassi!

E siccome ero entrato in casa per prendere il fucile, quel giovane se la diede a gambe, e andò a raggiungere i compagni, occupati a sollevare il prete malconcio, per portarlo sopra una sedia alla propria abitazione.

Molte porte nel frattempo si erano spalancate, e la gente accorreva da ogni parte per dirigersi a Funtana manna.

Io corsi ad armarmi di fucile; slegai il mio cavallo, lo portai sulla strada, e vi montai a dorso nudo.

Nel saltare per inforcarlo, mi cadde il berretto, che lasciai sulla strada.

Cacciai in testa il cappuccio, diedi una strappata alle redini, e, senza dar soddisfazione a’ miei (che ignoravano ancora l’accaduto) spinsi il cavallo al trotto per prendere la campagna.

Notes in this chapter

Note 1 · È ancor viva nel popolo la famosa carestia nel 1780, che provocò da per tutto disordini, specialmente a Sassari.Note 2 · Nella famiglia di Giovanni Tolu furono comunissimi i parti doppi. Anche la figlia del bandito n’ebbe parecchi.Note 3 · Florinas, a 15 Chilometri da Sassari, è un ameno paesello di circa 2200 abitanti. Dicesi costrutto sulle rovine di Figulina, oppido romano. Note 4 · Non so a quali malifizî qui accenni il Tolu. Certo è, che prima del 1848 (ed anche dopo!) il volgo si lasciava trascinare a superstiziose crNote 5 · Giovanni Tolu mi citava assai spesso i personaggi della Storia sacra e quelli dei Reali di Francia — letture sue predilette, dopo che fu banNote 6 · Era questa l’abituale espressione dell’ex bandito. Per mia opinione egli intendeva dir tutto: il mio parere, il mio desiderio, la mia volontNote 7 · La chiesa di Bonuighinu (Buon vicino) è sacra alla Vergine addolorata. Ha un bell’atrio quadrato, ed è costrutta su di un monte conico di diNote 8 · Noti il lettore questo curioso amor proprio rusticano. La povertà era ritenuta un’umiliazione, anche dalla classe dei contadini! Ha dell’incNote 9 · Ricordi il lettore, che io riporto fedelmente, quasi parola per parola, la narrazione dell’ex bandito. Parrà certamente incredibile, che un Note 10 · Non dovremo noi scusare la superstizione di Giovanni Tolu, quando la vediamo condivisa, o alimentata da sacerdoti così credenzoni? Poveri paNote 11 · Una volta per sempre devo dichiarare, che io riporto fedelmente la narrazione dell’ex bandito, e che non aggiungo una parola ai dialoghi, chNote 12 · Forse l’avv. Racca, reggente allora l’intendenza Generale, dopo la partenza di De Monale. Il Racca fu Intendente di Alghero nel 1855, e ViceNote 13 · Specie di guardaboschi. Si era da un solo anno sotto la Costituzione, ma pare si continuasse a governare coll’autoritarismo del regime assolNote 14 · Lungo questa scarpa fu di recente costruito un parapetto.
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