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Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. I

Volume 1 — a. 1250

Carlo Cantarelli translation

L'anno del Signore 1250 fu fatto prigioniero dai Saraceni Lodovico Re di Francia, e la più parte dell'esercito Francese, che l'aveva seguito oltre mare, fu passato a fil di spada. Anche prima però molti ne avevano mietuto la pestilenza e l'inedia, che furono effetto del cambiamento di clima, e della caristia e penuria di vettovaglia. Infine poi, restituita Damiata ai Saraceni, il Re fu restituito a libertà, e ritornando in regione di fedeli, edificò Balbek e molte altre Terre, cingendole di muraglia, costruendovi case, ed innalzandovi torri. Ma mentre l'esercito era diviso in quattro corpi, mandati in diverse parti all'opera delle preaccennate costruzioni, i Saraceni in uno di quei luoghi piombarono sopra gli operai inermi, e li massacrarono tutti. La qual cosa risaputa, il Re, che si trovava altrove, accorse in fretta, fece scavare una fossa, e, non ritenutone dalla fatica, nè distoltone dal fetore, li seppellì colle proprie mani. E tutte le milizie ne rimasero meravigliate, ond'è che a pieno gli si attaglia quello che è detto di Booz nel 2º libro di Ruth: Sia benedetto dal Signore ecc. Questo stesso anno in Giugno i Bolognesi, i Modenesi, i fuorusciti di Reggio, i Parmigiani, i Romagnoli, i Toscani e i Ferraresi portarono in S. Vito devastazione e saccheggio al territorio Reggiano dalla strada di sopra sino alle fosse della città, e vendettero il bottino ai Parmigiani: ed i Reggiani corsero sopra Novi, e ne posero a fuoco e fiamma i sobborghi e il circondario: devastarono ogni dove, e fecero preda d'uomini e giumenti, e s'impadronirono di Campagnola facendo duecento prigionieri. Poscia, un giovedì, dopo la festa della Beata Vergine, ai 18 d'Agosto, i fuorusciti Parmigiani di parte imperiale, che erano di stanza a Borgo S. Donnino, i Modenesi e il Marchese Uberto Pallavicini, Capitano e condottiero loro, piombarono sopra Parma; ma i Parmigiani uscendo contro loro di città col carroccio, s'azzuffarono in un luogo detto Grola, ove una volta sorgeva la città di Vittoria, e vi ingaggiarono un accanito combattimento, ma sulla strada soltanto, perchè a cagione de' fossati non potevano stendersi nei campi, e presero parte alla pugna i soli militi dell'una e dell'altra parte, e questi non tutti, atteso che la strada non lasciava spazio a larga fronte. E il Marchese Monte Lupo, che era dotto dell'armi ed un leone in guerra, fece mordere la polve sulla strada a molti Parmigiani fuorusciti e Cremonesi; ma finalmente cadde egli stesso a terra ucciso. Questi ed altri suoi fratelli, da parte di sorella, furono nipoti di Bernardo di Rolando Rossi, cognato di Papa Innocenzo IV. Erano gran Baroni, ed abitavano a Parma in Cò di Ponte. Primo de' fratelli era Ugo; secondo, Guido; terzo, Rolando; quarto, Monte, di cui è parola; quinto, Goffredo. Quest'ultimo fu nell'Ordine de' Templari, illustre, potente, ed era tenuto in gran considerazione anche perchè era Marchese. Io li ho veduti e conosciuti tutti, e si chiamavano Marchesi Lupi di Soragna, Villa ove avevano le loro possessioni, cinque miglia al di sotto di Borgo S. Donnino. Ma i fuorusciti Parmigiani, che parteggiavano per l'Impero, vedendo che i loro si avevano la peggio e andavan cedendo terreno, girarono di fianco, e minacciarono d'assalto la città; correndo e sclamando: Alla città, alla città. Ma i popolani, che erano usciti di Parma alla battaglia, udendo questo, lasciarono il carroccio e i loro, che si battevano sulla strada come leoni, di corsa s'incamminarono verso la città, ma nell'entrare si ruppe il ponte della fossa, e molti vi si affogarono. E questa fu una vera provvidenza divina, che impedì in quel modo ai nemici di entrare in città, poichè la beata Vergine, che in Parma ha culto vivo e fervente, non volle abbandonare i suoi. Tuttavia e per pena de' peccati loro, e per la natura de' tempi che correvano, i Parmigiani che erano dentro la città, l'ebbero per un disastro. Di fatto i loro nemici s'impadronirono del carroccio, che era stato abbandonato sulla strada, e restarono sul terreno tremila popolani, e molti militi. Podestà dei Parmigiani di dentro la città era allora Catellano de' Carbonisi di Bologna, che non restò prigioniero perchè seppe guardarsi bene. I prigionieri li incatenarono nella ghiaia del Taro, come disse a me Glaratto, uno degli incatenati; e disse anche che parevano tanti da far credere che tutti i Parmigiani fossero prigioni. Li condussero a Cremona, e, per vendicarsi e indurli a pagare il prezzo del riscatto, nelle carceri li posero ai ceppi, fecero loro molti oltraggi, li sospendevano per le mani e pei piedi, in terribile ed orribile maniera schiantavano loro i denti, ponevano rospi in bocca, e fuvvi anche chi si dilettò d'inventare tormenti di nuovo genere. I Cremonesi incrudelirono atrocemente contro i prigionieri Parmigiani; ma i Parmigiani di parte imperiale fecero ancora di peggio contro i loro concittadini di parte della Chiesa, chè ad alcuni tolsero anche la vita. Ma col tempo arrivò il giorno delle vendette e del ricambio, e i Parmigiani che erano di parte della Chiesa se le presero terribili tanto sui Cremonesi, quanto sui Parmigiani che stanziavano a Borgo S. Donnino, e sul Pallavicino..... Perciò pare sia stato detto apposta da Geremia II ecc. Il che si fece manifesto nel Re Enzo, quando dai Bolognesi fu fatto prigioniero in una coi Cremonesi e co' suoi Tedeschi; ed a ragione perchè unitamente ai Pisani aveva catturato nelle acque di Pisa i Prelati della Chiesa, che si recavano al Concilio ai tempi di Papa Gregorio III. (....... Parimente gli ecclesiastici serbano nelle chiese e negli oratorii l'ostia consacrata per tre motivi....... E alcuni sagristi, quando i frati comunicano nella messa vogliono sempre rinnovare l'ostia consacrata nella pisside e nel tabernacolo, in cui si serba; e credono di far bene, ma s'ingannano a partito per quattro ragioni. Primo, perchè ne viene allungata la messa, e i frati s'impazientano, e i secolari ne ricevono scandalo. Secondo, questa cosa potrebbe farla egli stesso il sagrista, se è sacerdote, con due ceroferarii in una messa privata, senza che sia presente tutto il convento. Terzo, perchè talvolta l'ostia che adopera è della stessa infornata che quella che fa consumare, che è quanto dire non fece ostie fresche; e tanto meglio si deve conservare un'ostia consacrata che una non consacrata, serbandosi quella chiusa e non esposta all'atmosfera, e per arrota contiene Dio, che è il conservatore di tutte le cose. E di ciò se ne ha prova. Nella città di Reggio si atterrò una chiesa, sul cui altare, invece di reliquie, era stata collocata un'ostia consacrata, e quell'ostia la trovarono bianca e bella, come se ve l'avessero messa il giorno innanzi, quantunque una memoria scritta diceva che vi era stata trecent'anni(?). Questo l'ho saputo da frate Pellegrino da Bologna, che era presente e vide. A me non piace che il Corpo del Signore stia per reliquia chiuso nel tabernacolo di un altare, come non mi è mai piaciuto l'uso del beato Benedetto di porre il Corpo del Signore sulla salma di un defunto e seppellirlo con quella sotterra. Il Sagrista dirà forse che talvolta si consacrano più ostie di quelle che si consumano, perciò le restanti bisogna riporle nel tabernacolo ove si serba il Corpo del Signore. Ma a questo si può provvedere in due modi, o mandando, al momento che si canta l'epistola della messa in cui si communicano i frati, in giro l'accolito pel coro a contare quelli che vogliono fare la comunione, ed ordinando al suddiacono di porre sulla patena solamente quante ostie bisognano; o disponendo che gli accoliti, che tengono le tovagliole, siano gli ultimi a comunicarsi, e il celebrante dia a loro da consumare tutte le ostie consacrate che restano. Fanno dunque benissimo i sagristi a far le ostie col più puro fior di farina... Il moggio parmigiano è di otto sestarii; il Ferrarese di venti, perchè hanno maggior abbondanza di frumento). Ora è tempo di ritornare a Federico e parlare della sua morte. Federico II ex Imperatore, quantunque grande, ricco, e potente, pure ebbe molte disgrazie; 1.º Enrico suo figlio primogenito, che a lui doveva succedere, fece adesione ai Lombardi contro il volere di lui; e perciò lo prese, lo incatenò, l'imprigionò e finì col morire malamente; 2.º volle soppiantare la Chiesa, e ridurre il Papa, i Cardinali e gli altri Prelati ad essere poveri e andare a piedi; e questo non intendeva già di farlo per zelo verso Dio, ma perchè non era buon cattolico, e poi perchè era molto avaro e agognava cupidamente le richezze e i tesori della Chiesa per sè e suoi figli, e voleva deprimere il potere degli ecclesiastici, acciocchè nulla tentassero contro di lui; e lo diceva apertamente con alcuni suoi segretarii, da' quali s'è poi saputo; ma Dio non permise che mandasse a compimento questi propositi contro i suoi ministri. 3.º Volle soggiogare i Lombardi, ma gli fallì l'impresa; chè quando aveva su loro vantaggio per un verso, altrettanto ne perdeva per altro verso. I Lombardi non si pigliano agevolmente; sono molto obbliqui e sguizzevoli, e dicono una cosa e ne fanno un'altra, sicchè è come voler stringere colla mano un'anguilla o una murena; quanto più forte stringi, tanto più facilmente sguiscia. 4.º Il Papa Innocenzo IV lo depose in pieno Concilio a Lione, e pubblicò tutte le malizie e le iniquità di lui. 5.º In suo vivente, vide l'Impero dato ad altri, cioè al Langravio della Turingia, cui poi la morte tolse presto di mezzo. Tuttavia provò Federico gran dolore a vedere l'Impero dato ad altre mani, e ne bevve tutta la tazza dell'amarezza; anzi fu detto e creduto che lo avesse fatto uccidere, ed avrebbe fatto opera meritoria, perchè il Langravio era uomo impastato di malignità. 6.º Parma gli si ribellò, e parteggiò completamente per la Chiesa; il che fu cagione della totale di lui ruina. 7.º I Parmigiani posero a sacco e fuoco la sua città Vittoria, ch'egli aveva fatta fabbricare presso Parma, e la rasero al suolo e ne otturarono le fosse, sicchè non ne restò vestigio di sorta, e lui e il suo esercito costrinsero a vergognosa fuga, e molti de' suoi uccisero, e molti ne trassero in Parma prigionieri, e lo spogliarono di tutto il tesoro...... La quale (corona di Federico) fu trovata da un Parmigiano. Io l'ho visto quell'uomo, e l'ho conosciuto; ho visto anche ed avuta in mano la corona ed era di gran peso e di gran valsente, e i Parmigiani gliela pagarono duecento lire imperiali, e gli diedero per giunta un caseggiato presso la chiesa di Sª. Cristina, ove in antico era la guazzatoia e l'abbeveratoio de' cavalli; e quell'uomo, per essere piccino, si chiamava Cortopasso. 8.º Gli si ribellarono i Baroni ed i Principi; come fece Tebaldo Francesco che si chiuse in Capaccio, e poi finì malamente, perchè fattigli cavare gli occhi, e in molte guise martoriare, gli fece togliere anche la vita; così Pietro delle Vigne e molti altri che sarebbe lungo nominare. Il più amato di tutti fu Pier delle Vigne, cui innalzò dal nulla; mentre prima era un pover uomo, l'Imperatore lo fece suo segretario e lo nominò, a maggior onore, suo logoteta. Questa parola è composta di logos e di theta che vuol dir posizione, ed è maschile e femminile, e significa colui che tiene discorso in pubblico, o colui che pubblica un editto dell'Imperatore, o di altro Principe. 9.º La cattura di Re Enzo suo figlio fatta da' Bolognesi, la quale fu giusta e meritata da Federico II, che aveva catturati in mare i Prelati che andavano al Concilio indetto da Gregorio IX. Quindi la spada del dolore per la prigionia di suo figlio non potè non toccarlo, specialmente per essere stata operata da tali nemici, e in tale condizione di tempi, che gli troncavano ogni filo di speranza d'una vittoria a riscossa. 10º La conquista della Signoria dei Lombardi, ch'egli non aveva mai potuto afferrare, fatta di leggieri dal Marchese Uberto Pallavicini, quantunque fosse suo partigiano, e per di più fosse anche vecchio, gracile, debole e guercio, per avergli, quand'era ancor bambino in culla, un gallo beccato un occhio, cioè col becco lo cavò dal capo del bambino, e se lo ingollò. (A queste dieci disgrazie di Federico ex-imperatore possiamo aggiungerne altre due, e così fare le dodici: 1.º la scomunica lanciatagli da Papa Gregorio IX; 2.º il tentativo, da parte della Chiesa, di spogliarlo del regno di Sicilia. E questo non accadeva senza sua colpa. Poichè avendolo la Chiesa mandato oltremare al riscatto di Terra Santa, egli si rappaciò coi Saraceni senza alcun vantaggio dei cristiani, e, per fellonia, fece onorare con canti il nome di Maometto nel tempio del Signore, come narrammo in altra cronaca, nella quale passammo a rassegna le dodici scelleratezze di Federico). Il Pallavicini ebbe in Lombardia dominio su le città seguenti: Brescia, Cremona, Piacenza, Tortona, Alessandria, Pavia, Milano, Como e Lodi. A tanto non arrivò mai l'Imperatore. Oltracciò Vercelli, Novara e Bergamo gli davano soldati, quando per qualche impresa voleva formare un esercito. Parimente i Parmigiani gli davano fanteria e cavalleria, più però per timore, che per amore, tenendo eglino per la Chiesa, ed esso per l'Impero; e si riscattarono poi da quell'onere pagandogli duemila lire imperiali all'anno. Ogni cosa ha suo tempo; e i Parmigiani, regolandosi prudentemente a norma di questa sentenza, quando soffiò il vento propizio, fecero pesare su lui le proprie vendette, e gli smantellarono il palazzo, che aveva in Parma sulla piazza di S. Alessandro[156], e quel di Soragna, che pareva un castello, e, ancor vivente, gli confiscarono le Terre e le Ville che possedeva nella diocesi di Parma; d'onde ricuperarono il balzello che gli avevano pagato. Il Pallavicino era cittadino Parmense, uomo di animo grande, che spendeva largamente, e perciò era ridotto ad essere così al verde che se poteva avere, quando cavalcava, due scudieri, che lo accompagnassero su due cavalli magrissimi, come l'ho veduto io, se ne contentava, e se lo teneva per un gran che. Ma quando poi ebbe in sua mano la Signoria delle sunnominate città, e la tenne ventidue anni, spendeva ogni dì alla sua Corte venticinque lire imperiali senza il pane e il vino. Agognò di dominare su tutti, e su tutto. Prima signoreggiò in Cremona, e ridusse al niente quella famiglia dei Sommo, che gli aveva posto in mano il dominio di Cremona, ed erano del suo partito e suoi consanguinei. Ma que' Cremonesi che teneano le parti della Chiesa, come avevano fatto i Parmigiani, gliene diedero pieno ricambio, spogliandolo e distruggendo quel di lui fortissimo castello di Busseto, che aveva fatto murare in mezzo alle acque de' paduli, in un bosco, sul confine dei territorii di Parma, Piacenza e Cremona. E credevalo sì forte da non potere essere distrutto da tutto il mondo congiurato. Parimente lo spogliarono i Piacentini, come avevano fatto i Parmigiani e i Cremonesi, e devastarono le sue Terre. Egli bandì molta gente da Cremona, molta ne martoriò, e molta ne uccise. Repudiò sua moglie, donna Berta, figlia del Conte Rainerio di Pisa, perciocchè di essa non poteva aver prole; e ne sposò un'altra datagli da Ezzelino di Romano, da cui gli nacquero due figli e tre leggiadrissime figlie, che stettero lungo tempo senza maritarsi. La memoria di tali avversità gli addensò tanta nebbia di malinconia attorno all'animo, che cominciò a malare gravemente di quella malattia, che lo trasse poi al sepolcro, e fece quello che si legge di Antioco I, Macabei VI ecc. Federico poi ex-Imperatore chiuse i suoi giorni l'anno 1250 in Puglia, in una piccola città chiamata Torre Fiorentina[157], distante dieci miglia da Lucera dei Saraceni; nè il cadavere, per l'ammorbante fetore che mandava, potè trasportarsi a Palermo, dove sono le tombe, in cui si seppelliscono i Reali di Sicilia. Molte però furono le cagioni, per cui non ebbe sepoltura nelle tombe dei Re di Sicilia: 1º Il doversi verificare la divina scrittura, nella quale Isaia 14. ecc. 2º Il fetore ammorbante che tramandava il suo cadavere; il che è detto di Antioco nel 2º Macabei 9º ecc. e si verificò appuntino in Federico; 3º Lo studio del Principe Manfredi di lui figlio ad occultarne la morte per occupare il regno di Sicilia e della Puglia prima che il fratello Corrado arrivasse dalla Germania. D'onde avvenne che molti non lo credettero morto, sebbene realmente lo fosse. Quindi si verificò quel vaticinio della Sibilla, che dice: Correrà voce tra le genti: vive e non vive, e premette che la morte di lui sarà tenuta occulta. E morì il giorno di Sª. Cecilia Vergine, l'anno 1250, giorno anniversario della sua incoronazione, avvenuta l'anno 1220. Alcuni dissero che morì il giorno di Sª. Lucia; che se mai fosse stato vero, sarebbe stato ancora un avvenimento misterioso; stantechè S. Lucia disse un giorno in presenza di tutto il popolo di Siracusa: «Annunzio a voi che la pace è data alla Chiesa di Dio: Diocleziano è stato detronizzato, Massimiano è morto oggi» Similmente, quando morì Federico, molti mali scomparvero dal mondo, giusta la parola scritta ne' Proverbii 22º ecc. E nota che quelle cose che sono dette nel capitolo 14º di Isaia intorno alla distruzione di Babilonia, e intorno a Lucifero, possono essere appuntino applicate a Federico... E più sotto aggiunge altre cose che sembrano dette appositamente per Federico e pe' suoi figli. E Dio fece opera di altissima provvidenza spegnendo la stirpe de' figli di Federico, che furono una generazione malvagia e crudele, una generazione, che non tenne al retto il suo cuore; e il suo spirito non si crede che sia salito a Dio. E qui si noti che Federico quasi sempre si compiacque d'essere in rotta colla Chiesa, e in mille guise osteggiò colei che l'aveva allevato, difeso ed esaltato. Non aveva alcuna fede in Dio; fu uomo astuto, fino, avaro, lussurioso, collerico, maliziato. Talora assunse anche le apparenze del gentiluomo, quando gli piacque far mostra di bontà e di cortesia. Sapeva leggere, scrivere, cantare, e comporre canzoni e canzonette; bell'uomo, ben proporzionato, ma di statura mezzana. Io l'ho veduto, e vi fu anche un momento in cui gli volli bene, quando cioè scrisse a frate Elia Ministro Generale dell'Ordine de' Minori che in grazia sua mi restituisse a mio padre. Parlava anche varie lingue e non poche, e, per farla breve, se fosse stato buon cattolico e amante di Dio e della Chiesa, avrebbe avuto pochi pari a lui nel Regno e nel mondo. Ma siccome è scritto che un sol po' di fermento basta per corrompere tutta una gran massa, egli ecclissò ogni sua virtù col perseguitare la Chiesa; e non l'avrebbe perseguitata se avesse amato Dio, e voluto provvedere alla salute dell'anima propria. Quale realmente fosse l'ex Imperatore Federico, egli se lo saprà, e se peccando contro Dio ebbe a perdere molti beni presenti e futuri, ne incolpi se stesso. Per questo fu deposto dall'Impero e finì malamente. «Con lui sarà finito anche l'Impero, e se pure avrà successori, non avranno nè autorità nè grado d'Imperatori romani». Questa è predizione, dicono, di una Sibilla; ma io non l'ho mai letta ne' libri della Sibilla Eritrea, nè in quelli della Tiburtina; libri di altre non vidi mai, e le Sibille furono dieci. Che questo vaticinio si avverasse, appare chiaramente sia per la parte che riguarda l'Impero, sia per la parte che si riferisce alla Chiesa. Per quello che riguarda l'Impero successe Corrado, figlio, da legittimo matrimonio, di Federico con una figlia del Re Giovanni.

Questo Corrado non ebbe mai l'Impero, nè gli volsero mai prospere le sorti. A lui successe Manfredi, suo fratello, ma figlio di un'altra donna di Federico, che era nipote del Marchese Lanza, sposata da Federico quando egli era sul punto di morte. Questi non ebbe mai l'Impero, ma solo il titolo di Principe da quelli che erano amici di suo padre; e tenne molti anni la Signoria in Calabria, in Sicilia e in Puglia dopo la morte del padre e del fratello. A lui tentò succedere Corradino, figlio di Corrado, figlio di Federico ex-Imperatore, ma tanto Manfredi che Corradino furono tratti a morte da Carlo, fratello del Re di Francia. Per parte della Chiesa poi, i successori nell'Impero per volontà del Papa, dei Cardinali, dei Prelati e degli Elettori, furono il Langravio di Turingia, Guglielmo d'Olanda, e Rodolfo di Germania. Ma a nessuno di loro arrisero mai tanto propizie le sorti da raggiungere, più che il titolo, la piena potestà imperiale. Quindi il surriportato vaticinio pare che siasi adempiuto. Ora è da dire qualche cosa delle strambezze di Federico. E la prima fu che fece tagliare il pollice ad uno scrivano, perchè aveva scritto il nome di lui altramente dal come egli volevalo; perocchè s'era fitto in capo che nella prima sillaba del suo nome mettesse un i, Friderico, e lo scrivano aveva messo un e, Frederico. Altra stranezza si fu quella di voler esperimentare che linguaggio, o che modo di esprimere i proprii pensieri, avessero i bambini cresciuti senza udir persona parlare. Perciò diede ordine ad alcune balie e nutrici che dessero ai loro bambini da suggere il latte delle mammelle, che li lavassero e li pulissero, ma non li carezzassero, nè parlassero a loro udita. Con questo mezzo credeva di poter riuscire a conoscere se que' bambini parlerebbero la lingua ebraica, la greca o la latina, o quella de' loro genitori. Ma era opera vana, perchè que' bambini morivano tutti, nè potrebbero vivere senza le voci, i gesti, il sorriso, le carezze delle balie e nutrici loro; ond'è che hanno nome di fascino delle nutrici quelle cantilene che la donna canta cullando il suo bimbo per addormentarlo; senza di che il fanciullo non potrebbe nè quietare, nè dormire. Terza stranezza fu quella che quando vide oltremare quel paese che era la Terra Promessa, tante volte da Dio magnificata col chiamarla terra stillante di latte e miele e la più ubertosa di tutte le terre, a lui per contrario non piacque, e disse che il Dio de' Giudei non dovea aver mai veduto il paese d'ond'egli veniva, cioè Terra di Lavoro, Calabria, Sicilia e Puglia, perchè altrimenti non avrebbe più celebrata tanto quella terra che aveva promessa, e che diede agli Ebrei, de' quali poi si dice anche che poco apprezzarono la terra del loro desiderio. Perciò dice l'Ecclesiaste 5.º Non esser precipitoso nel tuo parlare, e il tuo cuore non s'affretti di proferire alcuna parola nel cospetto di Dio. Quarta stramberia fu di mandare più volte sino al fondo dello Stretto di Messina, benchè fosse renitente, un certo Nicola, d'onde poi sempre ritornò incolume. Ma volendosi a pieno assicurare, se realmente avesse toccato il fondo, e sin di là avesse potuto ritornare, gettò una sua coppa d'oro là dove credeva che l'acqua fosse più alta; ed esso mandato giù la pescò e la riportò all'Imperatore, che ne restò molto meravigliato. Finalmente volendolo mandare un'altra volta, Nicola gli rispose: Non obbligatemi a discendere ora laggiù, perchè il mare al fondo è tanto tempestoso ch'io non potrei salvarmi. Nulla ostante lo costrinse a calarsi giù, ma non si rivide: poichè in quel fondo di mare, vi sono scogli, e quando infuria la tempesta, vi nuotano grossi pesci, e, come il Nicola riferiva, vi si trovano navi naufragate. Costui poteva ripetere a Federico ciò che si legge in Giona 2.º Mi gettasti nel profondo ecc. Questo Nicola era un Siciliano, ed un giorno offese gravemente ed irritò sua madre, la quale gli imprecò che abiterebbe sempre nelle acque e di rado riapparirebbe a terra; e così gli accadde. Si noti che lo Stretto di Messina in Sicilia è un braccio di mare presso Messina, ove talora la corrente è così impetuosa e vorticosa, che aggira, ingoia e sommerge le navi; e in quello Stretto vi sono anche Scilla e Cariddi, e grossi scogli; onde frequenti disastri. Sul lido, che vi si stende di fronte, sta la città di Reggio, di cui parla il beato Luca, quando narra che dalla Giudea andava a Roma coll'Apostolo Paolo, negli Atti degli Apostoli 28.º Quindi costeggiando (cioè da Siracusa, che è la città di S.ª Lucia) giungemmo a Reggio. Tutto ciò, che ora ho contato, l'ho udito cento volte dai frati di Messina, che erano de' miei migliori amici. Io poi aveva nell'Ordine de' frati Minori anche un mio fratello consanguineo, frate Giacomino da Cassio[158], Parmigiano, che dimorava a Messina, e queste stesse cose mi riferiva. Molte altre furono le stranezze, le manìe, le maledizioni, le atrocità, le perversità e le soperchierie di Federico, di cui alcune notai in altra cronaca, come sarebbe quella di chiudere un uomo vivo entro una botte finchè vi morisse, volendo con ciò dimostrare che anche l'anima era mortale.... Perocchè era epicureo, e tutto ciò che poteva trovare nella divina Scrittura o per sue ricerche, o per mezzo de' suoi sapienti, che servisse a dimostrare che dopo morte non vi è altra vita, tutto raccoglieva.... Il che prova che Federico e i suoi sapienti non avevano fede, e credevano che al di là della presente non esistesse altra vita, per non avere ritegno a secondare più sfrenatamente le loro passioni e la loro libidine. Perciò abbracciarono l'epicureismo, che ripone la pienezza della felicità dell'uomo nella sola voluttà carnale, per contrapposizione allo stoicismo, che la fa derivare dalla sola dolcezza della virtù.... La sesta pazzia, o ribalderia di Federico fu quella di dar bene da mangiare in un pranzo a due uomini, poi mandarne l'uno a dormire, l'altro a caccia, e la sera far loro aprire sotto a' suoi occhi il ventricolo per conoscere quale dei due avesse fatto miglior digestione; e da' medici fu giudicato aver meglio digerito colui che aveva dormito. La settima stranezza fu la seguente, che raccontai già in altra cronaca. Trovandosi egli un giorno in palazzo, interrogò Michele Scoto suo astrologo, quanto era egli distante dal cielo, e gliene rispose quel che ne pensava. Dopo la risposta, col pretesto di fare un viaggio, lo condusse in altre parti del Regno, e ve lo intrattenne per più mesi, e comandò a' suoi architetti e falegnami che nel frattempo abbassassero la sala del palazzo stesso in modo che nessuno potesse addarsene; e così fu fatto. Ritornato di nuovo l'Imperatore dopo il viaggio al medesimo palazzo, e dimoratovi alcuni giorni col prenominato astrologo, un dì condusse bellamente il discorso a domandargli se erano allora tanto distanti dal cielo, quanto aveva detto altra volta. E Michele Scoto, fattasi sua ragione, rispose che o il cielo doveva essersi alzato, o la terra abbassata. D'onde l'Imperatore dedusse che esso era un vero astrologo. Molte altre consimili stranezze ho udito contare di lui, e so, cui io non ridico per brevità, per premura di passar ad altro, e poi perchè mi secca parlare di tante scioccherie. Federico usava anche talora scherzare in casa co' suoi domestici, e pigliando l'aria canzonatoria, contraffaceva, discorrendo e gesticolando, quegli ambasciatori Cremonesi che di volta in volta erano inviati a lui da' loro concittadini; i quali ambasciatori solevano sempre prendere le mosse del discorso dal lodarsi reciprocamente, e dal dire l'un dell'altro a vicenda: Questi è nobile; Questi è un sapiente; Quegli è straricco; Quell'altro è potente; e, dopo le scambievoli lodi e presentazioni, cominciavano a trattare degli affari loro. Parimente tollerava le beffe, i lazzi, e le risposte pungenti de' giocolieri, e li ascoltava senza punirli, o dissimulava di averli uditi. E questa è una lezione contro altri, che si pigliano subita vendetta dei motti che toccano le loro persone. Ond'è che egli trovandosi una volta a Cremona, dopo che i Parmigiani ebbero rasa al suolo la sua città di Vittoria, e battendo colla mano sulla gobba di un giocoliere, di quelli che si chiamano cavalieri di Corte, e intanto dicendogli: O mio Dallio, quand'è che si aprirà questo cofanetto? Egli rispose: Non si potrà aprire così facile, perchè ho smarrita la chiave fuggendo da Vittoria. L'Imperatore sentendosi rinfacciare l'onta patita, e rinnovarne il dolore, trasse un sospiro e disse: Sono stato turbato, ma non ho fiatato; e non si prese alcuna vendetta. Questo Dallio era Ferrarese, mio conoscente ed amico; prese moglie una Parmigiana, e, subito dopo la distruzione di Vittoria, venne a dimorare a Parma. Sua moglie era sorella di frate Egidio Budello dell'Ordine de' Minori. Se la detta risposta l'avesse fatta ad Ezzelino da Romano, era sicuro d'averne cavati gli occhi, e d'esserne impiccato. Altra volta, quand'era all'assedio di Berceto, lo beffò e lo prese in canzone Villano Ferri, e non se ne offese. L'Imperatore gli domandò che nome avessero i mangani e i trabucchi che erano là; e Villano Ferri con certe parole canzonatorie rispose che si chiamavano sbegni e sbegnoini. Al che l'Imperatore sorrise soltanto, e si allontanò. Qui pare luogo opportuno, di dire come l'Imperatore Federico sia nato, cioè di quali genitori. Dirò dunque che suo padre si chiama Enrico VI, sua madre Regina Costanza, che era Siciliana, figlia di Guglielmo Re di Sicilia; ma, per conoscere meglio l'origine di Federico, ti fa d'uopo guardare più sopra. L'anno del Signore 1075 fu fatto Papa Gregorio VII; si chiamava Ildebrando monaco, e tenne il Pontificato 13 anni, un mese e quattro giorni. Fu fatto prigioniero la notte di Natale presso S.ª Maria Maggiore. Dopo di che, il ventun di Maggio, venne a Roma Re Enrico; e nell'anno medesimo dell'apostolato d'Ildebrando, entrò pure in Roma, il ventotto di Maggio, Roberto Guiscardo Re de' Normanni. E mentre soggiornava in Roma, arrivò Enrico III Imperatore con Guiberto Arcivescovo di Ravenna per deporre Gregorio, e far Papa Guiberto; ma il popolo romano, per pretesto di riguardi ai Papa, non voleva aprire le porte all'Imperatore, che era un maledetto, e, finchè visse, osteggiò la Chiesa. Ma l'Imperatore arietando aprì una breccia nella muraglia di cinta della città, e

Depopulans urbem, Papam statuit ibi turpem. In cathedra locat hunc, falso Clemens vocitatur: Hic est Guibertus fallax, vastator apertus Ecclesiae Christi, merito quem signat abyssi Bestia, quam vidit dilectus in Apocalypsi. Regis et illa falanx Romam totam maculabat. Pervigil et rector Gregorius ex grege fesso, Pollutae cathedrae multum quoque condolet aeque, Sperans in Petrum, rogitat pugnare Robertum Normannum quemdam, qui Regem depulit extra Urbem, qui voluti per stratam damula fugit Francigenam, montes ultra rediens malus hospes: Papa suus Clemens, romanis praemia praebens Raptor, terrenam Petri rapit ipse cathedram. Quamquam se monstret, quod sit quasi pastor in urbe: Ipsi nulla tamen pars in coeli manet arce. Hic heresis limes mundum seduxit inique, Iussa Dei sprevit, Sanctorum verba neglexit, Praevaricat leges, divinas destruit aedes. Persequitur dignum dominum, Papamque magistrum, Qui, monitis sacris plenus, manet in Lateranis. Illic consistens spermologus optimus iste Actibus et verbis exprobrat schisma Guiberti, Perpetuo damnans anathemate schismata tanta. Nascitur hinc cunctis ingens tribulatio iustis. Mucronem Regis pia pars quam maxime sentit. Sedibus expulsi sunt Pontifices quoque multi, Flagris afflicti, vinclis in carcere stricti. Rex et Guibertus faciunt juvenescere tempus Neronis prisci, qui praecepit crucifigi Petrum, cervicem Pauli gladio ferit idem, Et propriae ventrem proscindere matris ab ense Fecit, ut inspiceret requievit ubi malus ipse. Sic propriae matris palmas, calcaribus actis, Transfodit, missus Sathanae, Guibertus iniquus: Nullum quippe virum timuit nisi Nero magistrum. Venis incisis in aqua, vitam tulit ipsi. Hi duo praescripti, fidei fere nomen obliti, Perdere nituntur doctorem denique summum. Symon eis doctor Magus extat et hyspidus auctor. Ignorant forsan quod, dum fortuna reportat Iniustos seorsum, ruituros esse deorsum Quandoque plus ipsos, ideo patitur Deus illos. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pugna fuit, donec potuit saevire Guibertus, Perfidiae dux, ecclesiae vastator apertus etc. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Hic per viginti tres annos denique Christi Ecclesiam nisu toto turbarat iniquus. Dum potuit multos animos seducere stultos, Destitit infelix nunquam. Nec corpora laedit Illius magnus mundus iam despicit actus. Ecclesiae cunctae Petre iam praebe promoconde, Iste senex ut hebes homines sinat esse fideles. Post annos binos Urbanus erat quod ab isto Saeclo portatus, coelique choro sociatus; Iste dolore gravi tactus, Guibertus inanis Mortuus est, secum portans anathema per aevum; Propterea coeli populus, pariterque fideles Exultentque boni, periit quia perdicionis Filius. Ut surgat similis non det Deus unquam. Amen.

L'Imperador dell'Alemagna algente, Il fuoco, il sacco in Roma e un Papa addusse, Che si chiamò, ma non fu mai, Clemente. Guiberto ei fu, che bestemmiando strusse La Chiesa dell'Agnel d'amore ardente. Guiberto ei fu, che a dimostrar qual fusse, Pinse una belva di lontan prevista Il rapito di Patmo Evangelista. Furto, rapina, e strupo, e sangue e vampa Del Re Tedesco in Roma eran diletto. Del barbaro corsier la ferrea zampa Il Santo atterra; ma, da Pier sorretto, Il Normanno leon contro s'accampa; E del sacro Pastor con dolce affetto, Del santo gregge, che s'affanna e geme, A più lieto destino alza la speme. Urta, rompe, disperde il Re, che vile, Come cerbiatto ch'ha il mastin sull'orme, L'alpi ricerca e torna al suo covile. Ma l'intruso pastor il gregge a torme, Lupo, diserta e sbranca il sacro ovile Con mille di terror e mille forme. Quale pastore in Roma abbia ei pur sede! Chè non l'avrò su 'n ciel, se non ha fede. D'eretico venen coll'alma infetta Ei guasta il mondo ed ogni cor corrompe; E la santa parola in cor negletta, Iddio bestemmia ed ogni legge rompe; E contra 'l ciel la tracotanza eretta, Contro la Chiesa e contro il Papa irrompe, Che maestro del ver splende qual sole Di Laterano entro l'augusta mole. Ove, raggiante del divino spiro, Del ver, del buon spande e feconda il seme. E Guiberto scismatico deliro, Con argomento che l'incalza e preme, Giudica e danna e si l'avvolge in giro, Che fulminato orrendamente freme. Orge, ricade, sbuffa tosco e bile E lutto e pianto invade il sacro ovile. Del Re sente nel cor fitta la spada Il popolo fedel, che Cristo adora; E lunga schiera di Pastor la strada Calca del bando e del dolore ognora; Oppure avvien che tra catene cada; Ed ai tormenti invan pietade implora. Ch'oggi Guiberto e il Re, Nerone fanno Parere a noi poco crudel tiranno. Neron, che a Pietro fa salir la croce, Neron, che a Paulo fa balzar la testa, Neron, che mostro dispietato, atroce, Ogni moto del cor crudo calpesta, E di natura ogni ragione e voce; E la viltade all'empietà contesta, Nel seno di sua madre un ferro intride, Che per orrore si ritorce e stride. Più che Neron, fello Guiberto ed empio Alla nutrice sua Chiesa di Dio Trafisse il sen con esecrando esempio, E se l'antico, di cui niun più rio, Del suo maestro fece scherno e scempio; Il Nerone novel, che lo seguio, Al Vicario di Cristo, al suo maestro Ministra il duolo, il fele ed il capestro. Guiberto e Arrigo infin, scossa ogni fede, Scosso l'ossequio al successor di Piero, Colui che il Cristo a prezzo compra e cede, Seguono dottore in lor sentiero. Nè san che se fortuna ad alta sede Porta il reo talor, con gioco fiero Lo balza poi dall'alto a precipizio. Questo matura in ciel giusto giudizio. . . . . . . . . . . . . . . . . . . Arse la pugna, s'incrudì, s'espanse; E allor dell'ire s'ammorzò l'ardore Che la spada del ciel, toccando, franse Di tanto scisma il perfido dottore, ecc . . . . . . . . . . . . . . . . . Ventitrè volte il sol vide, e rivolse Da tanto orrore l'atterrito ciglio. Nè quel lupo cessò fin che nol tolse Seco la morte al doloroso esiglio. Ah! quanti ne sedusse e ne travolse Al regno del dolor, od in periglio! Ma la vendetta non è lenta; e copre L'infamia omai di lui l'audacia e l'opre. O Divo, o tu, che delle eteree sedi Volgi le chiavi alla virtù che sale, Ed alla Chiesa universal provvedi, Soffia su la caligine mortale, Che 'l mondo ingombra, e 'l rasserena. Or vedi Che vacilla la fè, l'error prevale; Or che d'Urbano, dopo due soli anni, L'alma spiegò sino alle stelle i vanni. Or che del cielo la saetta ardente Toccò Guiberto con eterno danno, Del paradiso la beata gente, E chi del mondo dura ancor l'affanno, E la lotta sostien forte e fidente, Tra plausi e grazie a Dio, gridando vanno: Il gran vermo di Satana perio! Da un altro egual difenda il mondo Iddio.

Della morte dell'Imperatore Enrico III.

Dictus iamdudum Rex quo sit fine solutus, Scilicet Henricus, volo mundi discat amicus. Cum scierit, noscat faciendum quid sibi constat. Rex supra fatus, vivens erat illaqueatus Actibus in pravis. Semel at se dissimulavit Converti; pleno quod fecit corde veneno. Schismaticos semper coluit, tenuitque libenter; Hic exordescens minor eius filius enses Elevat adversus genitorem. Tollere regnum Quaerit ei, duram secum committere pugnam, Non piguit campi, quem bellando superavit. Mesticia multa per totum tempus abundans, Undique confossus, quassatus et undique tortus; Mortem non sperans; demum tamen ipsa catena Mortis eum strinxit, rapuit de corpore tristi. Augusti quarto defungit id in anno Christi milleno, centeno, denique seno Ad templum Spirae dormit, quod struxerat idem.

Come pur morto sia lo terzo Enrico Che 'l mondo sappia io vo', del mondo amico. Lo sappia, e faccia quel che far gli giova. In vita sua diè luminosa prova D'intelletto e di cor pien di malizia Tanta da degradarne ogni nequizia. Di rinsavir finse talora il Sire Ma solo per unir perfidia all'ire. Chi lo scisma seguìa tenne in onore, E lo cinse di gloria e di splendore: Di che 'l figlio minor inorridito Levò le spade contro il padre, ardito. Aspra la pugna fu, lungo lo sdegno; Il figlio al padre agogna torre il regno. Non cura il sol, la neve, la tempesta, Dura sui campi e vittorioso ei resta. E l'ugna del dolor il padre artiglia, E a fronte, a' fianchi, a tergo ognor lo piglia; Sì che per fino di morir dispera. Ma 'n fin precipitò nell'onda nera, Nel mille centosei, allor ch'il giorno Quattro d'Agosto a noi fa suo ritorno. Un tempio eccelso aveva eretto a Spira: Or vi riposa in fino al dì dell'ira.

Papa Gregorio VII era amico della Contessa Matilde, e da Roma recavasi al castello di Canossa, e, per utilità della Chiesa, soggiornava talora con essa tre mesi, e avrebbe potuto fermarsi anche più a lungo, se gli fosse piaciuto. Egli era sant'uomo, ella santissima donna e divota a Dio, ed aiutava la Chiesa Romana co' denari e coll'armi, facendo guerra contro l'Imperatore Enrico III suo cugino, che aveva creato Ghiberto, Arcivescovo di Ravenna, Antipapa col nome di Clemente, invece di chiamarlo empio e demente. I quali due, durante tutta la vita loro, osteggiarono la Chiesa, distolsero molte anime dalle vie del Signore, e le trassero con loro a casa del diavolo. E ciascuno di loro morì nella vergogna e nell'amarezza dell'anima propria Ghiberto tornò a Ravenna e riprese la podestà e il titolo che vi aveva prima. Riguardo poi a quel maledetto Imperatore Enrico III, trovi in Isaia XIV ecc. Il che si è avverato nell'Antipapa Ghiberto, detto Clemente, non che in Enrico III. E la Chiesa, col tempo, per grazia di Dio, ebbe piena pace. Dunque Roberto Guiscardo per aver dato aiuto a Gregorio VII nel momento più stringente, cacciando l'Imperatore da Roma, si ebbe in feudo, per ricambio del beneficio fatto, la Sicilia e la Puglia, spettanti alla Chiesa romana; purchè se le conquistasse contro i Greci e i Saraceni, che le occupavano. Egli dunque andò prima, a modo di esploratore, per vedere gli abitanti di quelle terre; e, ritornato, raccolse l'esercito, chiamò a sè i due fratelli che aveva, e i suoi consiglieri, e disse loro: La sapienza dice ne' proverbi 11.º ecc. Poi aggiunse: Tutte queste virtù deve possedere franche nell'animo colui, che vuol mettersi alla testa di un esercito e far guerra ad un nemico; virtù, di cui, per grazia di Dio, faranno mostra i nostri soldati. La Puglia e la Sicilia sono state cedute a noi dal Papa, e là vidi uomini che hanno i piedi di legno e parlano in gola. Or su sagliamo contro a quella gente: perciocchè noi abbiam veduto il paese, ed egli è grandemente ubertoso. E voi ve ne state a bada? Non siate pigri a mettervi in cammino per andare a prendere possessione di quel paese. Quando voi giungerete là (conciossiachè Iddio ve l'abbia dato nelle mani) verrete ad un popolo, che se ne sta sicuro, e 'l paese è largo, è un luogo nel quale non v'è mancanza di cosa alcuna che sia sulla terra. Giudici 18.º Nota che Roberto chiamava piedi di legno le pianelle o zoccoli che usavano que' Pugliesi e Siciliani, e che li giudicava gente cachetica, color di merda e di niun valore. Disse poi che parlavano in gola, perchè quando volevan domandare: Che cosa volete? dicevano: Ke bulì? Li giudicò adunque uomini da nulla, imbelli, accasciati e senza perizia alcuna dell'arte della guerra; Giuditta 5.º........ Perchè erano tre fratelli, Roberto, Guiscardo, Ambrogio, che era monaco; a cui gli altri due dissero: Tu combatterai colle tue armi, cioè ne aiuterai colle tue preghiere; noi impugneremo il brando, e se Dio vorrà, li soggiogheremo subito. E così fu. L'Imperatore de' Greci, sapendo questo, e temendo che Roberto volesse correre sino a Costantinopoli, a ridurre al nulla la Grecia, fece sotto i propii occhi in alcuni luoghi avvelenare le acque, e ne morì Roberto; sopravvisse Guiscardo di lui fratello, d'onde ebbe origine la dinastia dei Re Normanni in Sicilia. Da Guiscardo discese Guglielmo Re di Sicilia; e da questo, Guglielmo II, che ebbe parecchi figli ed una figlia di nome Costanza. Egli alla sua morte, non so per qual ragione, comandò a' suoi figli di non maritare la sorella Costanza; i quali, per ossequio agli ordini del padre, la tennero secoloro sino all'anno trentesimo dell'età di lei. Ma essa era donna di indole focosa e indomabile, disturbava e rodeva le cognate e tutta la famiglia. Perciò considerando che la Sapienza dice benissimo ne' Proverbii 25.º ecc. si deliberarono di darle un marito, e mandarla lontano da loro[159]. E la diedero moglie a Re Enrico, che fu l'Imperatore Enrico VI, figlio del primo grande Federico, la quale a Iesi, nella Marca d'Ancona, gli partorì un figlio, Federico II, del quale più sopra s'è detto ch'era figlio di un beccaio, e che la Regina Costanza, dopo una finta gravidanza, se l'era messo sotto, dando a credere d'esserne madre. Perciò Merlino aveva detto che il secondo Federico nascerebbe inaspettato e per miracolo, sia perchè la madre era già avanzata negli anni, e certamente perchè quel figlio era di parto suppositizio, e raccattato con frode. Quindi l'Imperatore Enrico, sotto colore dei diritti della moglie, invase la Sicilia e la Puglia, e occupò tutto il regno unito di quelle provincie. Ritornato poi in Alemagna, e udito che i regnicoli, cioè i Pugliesi e i Siciliani, lo avevano tradito, corse di nuovo al regno, ne asportò i tesori, ne distrusse i maggiorenti. Laonde conturbata e infiammata la Regina Costanza contro il marito, cominciò co' suoi a prendere le difese del regno; onde tra loro nacque rottura e guerra, sicchè i saggi ed i letterati dicevano: Questi non sono marito e moglie che abbiano un'anima sola, secondo l'insegnamento dell'Ecclesiastico 25.º Ed i giocolieri poi dicevano: Se ora alcuno desse scacco a Re, la Regina non si moverebbe a coprirlo. L'Imperatore Enrico finalmente rioccupò il regno, fece strage de' maggiorenti, e secondo l'uso degli Imperatori Tedeschi, osteggiò la Chiesa. Dopo di che passò di questa vita, e rimase Federico, ancora pupillo, sotto la tutela della Chiesa, che lo allevò ed esaltò, sperandolo migliore del padre. Ma qual padre, tal figlio; anzi fu di gran lunga peggiore. Le cose dette da Merlino riguardanti a Federico II sono: «Federico I ne' peli un agnello, ne' velli un leone; sarà saccheggiatore di città; nell'esecuzione di questo proposito terminerà in corvo e in cornacchia: vivrà in H, e cadrà nel Porto di Milazzo. Federico II poi, di nascita insperata e miracolosa, tra le capre agnello da dilaniare, non sarà assorbito da loro; gonfierà il letto di lui, e frutterà nelle vicinanze dei Mori, e respirerà in loro; poi sarà involto nel suo sangue, ma non ne sarà intinto a lungo; tuttavia porrà radici in quello; sarà esaltato nel terzo nido, che divorerà i precedenti: sarà leone che rugge tra i suoi; confiderà assai nella sua prudenza; disperderà i figli di Ceylan; disgregherà Roma e la snerverà; terrà lo spirito in Gerosolima; in trentadue anni cadrà; vivrà nella sua prospera ventura settantadue anni, e due volte quinquagenario sarà trattato blandamente; volgerà torvo l'occhio a Roma; vedrà le sue viscere fuori di sè. Nel suo tempo il mare rosseggierà di sangue santo, ed i comuni avversarii arriveranno sino a Partenope; dipoi raccolto da lui un aiuto nelle parti d'Aquilone, vendicherà il sangue sparso. E guai a quelli che non potranno avere ricorso ai vasi; e dopo che sarà nel decimo ottavo anno, contando a partire dal suo crisma, tornerà la Monarchia negli occhi degli invidi; e nella sua morte saranno in lui resi vani gli sforzi di coloro che lo avranno maledetto. E qui finisce. Nota che Enrico VI Imperatore fu amico dell'Abbate Gioachimo dell'Ordine di Flora, il quale, richiestone, scrisse una lettura sopra Isaia intorno ai doveri, e per comando di lui, una lettura sopra Geremia, volendo intendere i misteri di Daniele nascosti sotto la figura della statua, dell'albero, della scure, della pietra, e della successione futura. Scrisse anche per sè, l'anno del Signore 1198, un' — Esposizione dei libri della Sibilla e di Merlino — Conclusione finale di Geremia profeta —. Ecco, Cesare, la verga del furore di Dio» Geremia è abbastanza aperto, ma nell'adombrare le afflizioni del secolo è dapertutto involuto: Dio voglia che anche tu non sia tanto sprovvisto del timore di Dio quando stia per calare la scure evangelica sulla radice dell'albero Imperiale» — Presagi futuri sulla Lombardia, Toscana, Romagna, ed altre contrade, dichiarati da maestro Michele Scoto:

Regis vexilla timens, fugiet velamine Brixa, Et suos non poterit filios propriosque tueri. Brixia stans fortis, secundi certamine Regis. Post Mediolani sternentur moenia griphi. Mediolanum territum cruore fervido necis, Resuscitabit, viso cruore mortis. In numeris errantes erunt atque sylvestres. Deinde Vercellus venient, Novaria, Laudum. Affuerint dies, quod aegra Papia erit. Vastata curabitur, moesta dolore fiendo Munera quae meruit diu parata vicinis. Pavida mandatis parebit Placentia Regis. Oppressa resiliet, passa damnosa strage. Cum fuerit unita, in firmitate manebit. Placentia patebit grave pondus sanguine mixtum Parma parens viret, totisque frondibus uret. Serpens in obliquo, tumida exitque draconi. Parma Regi parens, tumida percutiet illum Vipera draconem. Florumque virescet amoenum. Tu ipsa, Cremona, patieris flammae dolorem. In fine praedito, conscia tanti mali, Et Regis partes insimul mala verba tenebunt. Paduae magnatum plorabunt filii necem Duram ed horrendam, datam catuloque Veronae. Marchia succumbet, gravi servitute coacta. Ob viam Antenoris, quamque secuti erunt, Languida resurget, catulo moriente, Verona. Mantua, vae tibi tanto dolore plena. Cur ne vacillas, nam tui pars ruet? Ferraria fallax, fides falsa nil tibi prodest Subire te cunctis, cum tua facta ruent Peregre missura, quos tua mala parant Faventia iniet tecum, videns tentoria, pacem. Corruet in pestem, ducto velamine pacis. Bononia renuens ipsam, vastabitur agmine circa, Sed dabit immensum, purgato agmine, censum. Mutina fremescet, sibi certando sub lima, Quae, dico, tepescet, tandem traetur ad ima. Pergami deorsum excelsa moenia cadent. Rursum et amoris ascendet stimulus arcem. Trivisii duae partes afferent non signa salutis. Gaudia fugantes, vexilla praebendo ruinae. Roma diu titubans, longis terroribus acta, Corruet, et mundi desinet esse caput. Fata monent, stellaeque docent, aviumque volatus Quod Fridericus malleus orbis erit. Vivet draco magnus cum immenso turbine mundi. Fata silent, stellaeque tacent, aviumque volatus Quod Petri navis desinet esse caput. Reviviscet mater: malleabit caput draconis. Non diu stolida florebit Florentia florum; Corruet in feudum, dissimulando vivet. Venecia aperiet venas, percutiet undique Regem. Infra millenos, ducenos, sexque decenos Erunt sedata immensa turbina mundi Morietur gripho, aufugient undique pennae.

Brescia, che teme la reale insegna, Fugge col velo al capo e si rassegna, Nè i figli suoi, nè i suoi fautor difende; Che, la tema, vilissima la rende. Brescia sta salda colla lancia in resta Contro del Re che a battagliar s'appresta. Del Grifo di Milan cadran le mura. Atterrita Milan per la paura Di fieri colpi e di fumante sangue Trema, s'accascia, china 'l capo e langue. Ma paura maggior gli batte l'anca Ei si ribella e il reagir l'affranca. Poscia arriva Vercelli, e vien Novara, Lodi s'aggiunge, e 'l tempo si prepara. Pioverà su Pavia dolore, affanno. Risorgerà sulla tristezza e il danno. Questo ricambio di perfidia usata Ai vicini l'attende, e già la guata. Piacenza al Rege inchinerassi ancella. Ma scosso il giogo, s'ergerà novella. Libera vivrà se fia concorde Ma, sangue e schiavitù berrà, discorde. Parma, devota, al ciel s'erge superba, Ma, per foco struttor, fronda non serba. Barcamenando va contro il Dragone; Ma vipera divien, e a morte il pone. Non ignara del mal, che si previde, La fiamma anche su te, Cremona, stride. La parte imperïal, che in te risiede, Le lingue arrota, si dilania e fiede. De' magnati di Padova la prole, Commovendo la terra, il mare, il sole, De' padri piangerà l'orrenda morte, Che di Verona il Can lor serba in sorte. Sulla Marca cadrà vasta ruina; Sui Marchigiani schiavitù, rapina. Lungo la via d'Antenore l'antico E di lor che 'l seguir qual duce amico, Languida sorgerà nuova Verona, Defunto il Can, che di martir la sprona. Mantova ahi! colma di dolori e guai!. Cadran tanti de' tuoi, tu non cadrai? Oh! Ferrara, che sei d'inganni un nido, A te non giova il destreggiare infido. Di tutti il giogo avrai sulla cervice, Se pure erranti al piano, alla pendice, Quelli che 'l mal oprar faratti avversi In tua ruina, vuoi mandar dispersi. Viste Faenza armi, cavalli e tende, A pace ed amistà la mano stende; Ma cinto al capo della pace il velo, Su lei seminerà la peste il cielo. Bologna altera, che la pace sprezza, Di guerra avrà la morbida carezza E posato di Marte il fiero ballo, Gran censo spillerà, se pure avrallo. Modena freme, si corrode e lima S'alza, ricade, e in ritentar s'adima. Di Bergamo cadrà l'alta muraglia: Amor la sprona, e ridarà battaglia. Da furor di discordia in due diviso, Sogni di morte par che dia Treviso. Roma, che ninna per terror mortale, Del mondo più non fia la capitale. Le stelle, il fato e degli uccelli il volo Parlan concordi ed un accento solo. Chè Federigo con fatal rovello Sarà del mondo orribile martello. Il Dragone vivrà, da capo a fondo Orribilmente turbinando il mondo. Le stelle, il fato e degli uccelli il volo, Muti, non fanno un verbo, un segno solo; Chè naufraga di Pier la navicella Del mondo non sarà più l'alma stella. Risorgerà la Madre in sua ragione Il capo a martellar del reo Dragone. Ebbra Firenze, non a lungo, e folle Rifiorirà sul piano a piè del colle. Ma d'un Signor, ch'in feudo se la stringe, Il ceppo soffre, e non soffrir s'infinge. Venezia tingerà di sangue il mare, E fiere avranne il Re percosse amare. Entro ai mille dugento sessant'anni Guerra non più, non turbini, non danni. Chè, tocco il Grifo da mortal bipenne. Gioco del vento ne saran le penne.

Sino a che punto si siano verificati i suesposti presagi, molti hanno potuto vederlo; ed anch'io l'ho veduto e n'ho udito ragionare, ed entro la mia mente ci ho studiato sopra molto a fondo, e so che si sono avverati, ad eccezione di pochi; p. e. che Federico, in generale, non fu il martello del mondo quantunque molto di male abbia fatto. Nè la nave di Pietro naufragò, se per avventura non vogliasi alludere alla lunga vacanza della sede pontificia avvenuta, per discordia tra i Cardinali. Ma che poi entro il 1260 tutti i turbini che sconvolgevano il mondo avrebbero sedate le loro ire, non s'è verificato punto, come pare, da qualunque parte si guardi; perocchè tuttora infuriano guerre, discordie e maledizioni sotto ogni plaga di cielo. Tuttavia nel 1260 cominciò la divozione dei flagellanti, e gli uomini si rappaciavano reciprocamente, e smorzavano le ire, e si faceva molto di bene, come ho visto io co' miei occhi. Or resta da dire chi fossero coloro che ebbero signoria in Lombardia ed in Romagna. In Piemonte il Marchese di Monferrato; a Vercelli, Pietro Becherio; a Milano, Napoleone Dalla Torre e Tassone suo figlio; in Alessandria, Lanzavecchia; a Piacenza, Uberto d'Iniquità; a Parma, per il partito della Chiesa, Bernardo di Rolando Rossi, cognato di Papa Innocenzo VI, (ebbe per moglie una sorella del detto Papa, ed era un bellissimo Principe); per il partito imperiale, Bertolo Tavernieri. In seguito poi dominò in Parma Ghiberto da Gente molti anni, ed era cittadino Parmense, che ebbe anche Reggio sotto la sua signoria. In Reggio, per il partito della Chiesa, Ugo De' Roberti; per gli imperiali, Guido da Sesso e Re Enzo figlio di Federico; in Modena, Giacomino Rangone e Manfredo da Sassuolo, ossia da Rosa, suo nipote, per la parte della Chiesa; per la parte dell'Impero, i Pio, Lanfranco e Gherardino; in Cremona, Uberto Marchese Pallavicino, e Boso di Dovaria signoreggiarono lungamente, e diedero il bando a molti cittadini, e ridussero al nulla molte famiglie; e tennero sempre viva una grossa guerra, e danneggiarono molto gli altri, ma alla lor volta ne ricevettero anch'eglino a usura il ricambio; a Mantova, Pinamonte, cittadino mantovano, che dominò lungamente e duramente; a Ferrara, Salinguerra; dopo il quale, Azzone Marchese d'Este; e dopo questo, Obizzo figlio di Rainaldo, che era figlio del predetto Azzone, morto in una prigione della Puglia, ostaggio dell'Imperatore. Quest'Obizzo poi era figlio di una ignota napoletana e di Rainaldo figlio del prenominato Azzone, e fu portato ancor fanciullo dalla Puglia, ed io ne sono testimonio oculare, e fu uomo magnanimo ma non buono, e commise non poche iniquità. Espulse da Ferrara i Fontana, che lo avevano sublimato, e signoreggiò lungo tempo con una durezza, che era fuor d'ogni misura. La città di Ferrara era di pertinenza della Chiesa, come ho udito io dalle labbra di Innocenzo IV, quando predicava al popolo Ferrarese; ma siccome i Marchesi d'Este sono stati ab antico sempre amici della Chiesa romana, perciò la Chiesa li appoggia e lascia che ne abbiano in loro mano il dominio. A Treviso signoreggiò a lungo Alberico da Romano, la cui Signoria, come ben se lo sanno coloro che la sperimentarono, fu durissima e crudele. Questi fu veramente un membro del diavolo e figlio dell'iniquità, ma finirono malamente egli, la moglie, i figli e le figlie. Perocchè i loro uccisori divelsero le gambe e le braccia dal corpo di que' bambini ancor vivi, e sotto gli occhi dei loro genitori, per usarne a schiaffeggiare la faccia del padre e della madre loro; e poscia legarono la madre e le figlie ad un palo, e le abbruciarono, quantunque esse fossero nobili, e le più belle ragazze del mondo, ed innocenti, e, per odio al padre e alla madre, non la perdonarono nè all'innocenza nè alla leggiadria loro. E in vero i loro genitori avevano con terrore orribile afflitti e tormentati i Trivigiani. Laonde accorrevano essi in piazza frementi contro Alberico, e vivo ancora, ogni cittadino colla tanaglia gli stracciava un boccone delle carni; e così tra ludibri, vituperi e tormenti, ne scarnificarono il corpo. Perocchè a chi aveva tolto di mezzo un consanguineo, a chi il fratello, a questo aveva morto il padre, a quello un figlio, e imponeva tributi e multe così gravi e così di frequente, da essere ridotti a distruggere le loro case, ed imbarcarne i mattoni, le asse, i mobili, le botti, i bigonci e mandarli a vendere a Ferrara per far denaro, pagare, e riscattarsi. Queste cose sono accadute sotto i miei occhi. E, per poterle fare con più sicurezza, simulava di essere in guerra con Ezzelino da Romano suo fratello. E non risparmiava ai cittadini suoi sudditi neppure la vita. E in un sol giorno ne fece impiccare venticinque de' notabili di Treviso, senza che gli avessero fatto in nulla nè sfregio, nè danno; ma se li tolse di sotto gli occhi mandandoli brutalmente al patibolo per timore che gli potessero nuocere. E fece trascinare trenta nobili donne, madri, o mogli, o figlie, o sorelle di loro, perchè li vedessero ad impiccare, e perchè eglino avessero sotto gli occhi chi ne avrebbe fatta più straziante la morte. Aveva anche comandato che a quelle donne fosse tagliato il naso; ma per istratagemma di un tale[160] che in quell'occasione fece credere spurio un suo figlio, sebbene realmente non lo fosse, fu ritirato l'ordine; invece però furon tagliate loro le vesti, all'altezza delle mammelle, sicchè tutto il corpo restò nudo, e in quello stato le videro que' loro cari che dovevano salire sul patibolo; e furono sospesi a studio così vicino a terra, che fosse possibile forzar quelle donne a passar tra le gambe de' loro cari, i quali mentre esse passavano, per non essere ancora spenti gli ultimi spiriti vitali, battevano loro il volto co' piedi e colle tibie, che ancora si contraevano: ed esse vivevano nello strazio e nello schianto del cuore in mezzo a tanto atroce ludibrio. Nè spettacolo di più feroce brutalità fu mai veduto nè udito. Poscia, che nulla bastava a sbramare tanta ferocia, le fece trasportare di là dal Sile[161], e andassero dove volessero. Elle allora di quel po' di veste, che restava attorno alle mammelle, composero un qualche cosa da velare le pudende, e tutta la giornata vagarono per quindici miglia di una landa deserta tra spine, triboli, ortiche, lappoli, ronchi, e carzeti pungenti; e camminando scalze, e a corpo nudo, le martoriava anche il morso e il pungiglione di molti insetti; e andavano piangendo, e n'avevan ben d'onde, chè al resto si aggiunse che nulla avevano di che cibarsi se non del proprio pianto. Ah! quale colmo di miseria, o Dio! Volgi a loro il tuo benigno sguardo, e vedi. Alla tua misericordia tocca prestare soccorso; la tua misericordia sola può essere pronta, presente ad aiutarle. Io le ho vedute quelle figlie del dolore, le ho vedute riservate, per aver consolazione, alla tua destra pietosa; le ho vedute a te solo abbandonate; chè è ben necessario che provegga la potenza divina, ove manca ogni provvidenza umana. Questo si mostrò palese in Susanna......... Ma ritorniamo alla storia. Arrivarono lo stesso giorno alla laguna di Venezia ad ora già tarda; ed ecco che videro subito un pescatore, solo nella sua barchetta, e lo chiamarono che s'avvicinasse a loro. Ma egli, credendo che le apparenze che aveva in lontano davanti agli occhi fossero ombre, o fantasmi del demonio, oppure mostri marini usciti al lido, se ne spaventò, e inorridì. Ma poi per ispirazione divina, e per la loro insistenza, s'andò avvicinando. E, dopo che esse gli ebbero narrata per punto la loro dolorosa istoria e sventura, egli sclamò: Voi mi avete straziata l'anima; ed io non vi abbandonerò mai, finchè la provvidenza divina non vi abbia procacciato di meglio. Ma siccome questa mia barchetta peschereccia è tanto angusta che appena ve ne sta una, vi traghetterò ad una, ad una, sicchè vi trasporterò tutte, e vi collocherò in un isolotto che si va ora formando, ove però la terra è già soda, perchè se stanotte restaste qui al lido, sareste preda de' lupi. Domani poi per tempissimo, provveduto di barca più capace, vi porterò e collocherò nella chiesa di S. Marco, ove spero che Dio rivolgerà sopra di voi lo sguardo della sua misericordia. Che più? Dopo dunque che le ebbe trasportate tutte, tranne una, quell'ultima la condusse alla sua casa da pescatore, ove le apprestò buona mensa, e la trattò con bontà di cuore, cortesia, umanità, amorevolezza ed onestà. L'indomani, pronto adempì la promessa. E condottele nella chiesa di S. Marco, si presentò al Cardinale della Corte romana Ottaviano, Legato in Lombardia, che allora si trovava a Venezia; gli narrò tutta la storia di queste donne, tutte le loro sventure, e gli disse dov'erano. Udita questa cosa, il Cardinale volò subito a loro, le servì di una refezione; e fece bandir voce per la città, che subito, in fretta, senz'indugio di sorta, tutti, uomini, donne, piccoli e adulti, garzoni e donzelle, vecchi e ragazzi, tutti accorressero a S. Marco, che udirebbero cosa non mai più udita, e farebbe loro vedere spettacolo non mai più veduto. E, più presto che non si dice, tutta Venezia si trovò stivata in Piazza S. Marco, e udirono narrarsi tutta la inumana istoria; e dopo averla narrata, fece venire quelle donne così malconcie e nude, come aveva saputo malconciarle la efferatezza del maledetto di Alberico. Ed il Cardinale volle questa scena per irritare più vivamente i Veneziani contro di lui, e destare negli animi maggior compassione per loro. Quando i Veneziani ne ebbero udita la storia, e vedute le donne così nude, ad alte grida sclamarono: Morte, morte a quel maledetto; bruci vivo colla sua consorte; e tutta la sua progenie sia estirpata. A questo punto il Cardinale soggiunse: La divina Scrittura....... E tutti gridarono: Si faccia, si faccia. Poscia, secondando il desiderio di tutta la città, bandì una crociata contro quella maledizione di Alberico; e che chiunque vi prendesse parte, e andasse, o mandasse in vece sua altra persona a proprie spese per sterminarlo, avrebbe piena indulgenza de' proprii peccati. La quale indulgenza data a tutti, egli pienamente la confermò coll'autorità di Dio onnipotente, e dei beati Apostoli Pietro e Paolo, non che della Legazione conferitagli dalla sede Apostolica. Tutti dunque s'infiammarono, e presero parte alla crociata, giovani, vecchi, uomini, donne, sovreccitati dalla allocuzione del Cardinale, che era persona di alto merito e di sì elevato ufficio rivestito; dalle atrocità di quel maledetto di Alberico; dalla condanna a morte di que' nobili ed innocenti cittadini; dalla pietà che facevano quelle donne, che avevano ancora sotto gli occhi turpemente malconcie; e dalla promessa indulgenza che andavano ad acquistarsi. Il Cardinale Legato per isvegliare ne' Veneziani più risoluto furore, si valse anche dell'esempio della moglie del Levita, della morte, e vitupero, e abuso della quale il popolo ebraico, per volere di Dio, prese sì aspra vendetta, che ne rimase distrutta una tribù quasi intera. Corsero dunque unanimi contro di lui; molto lo danneggiarono, ma non lo ridussero a completo sterminio. Però non molto tempo dopo questa crociata, fu sterminato con tutta la sua famiglia, e soffrì i ludibrii, i tormenti e gli strazii, di cui è parlato più sopra. E ne fu ben degno. Perocchè un dì che aveva smarrito un suo sparviero, trovandosi all'aperto, calò le brache, e mostrò il culo a Dio per oltraggio, insulto ed irrisione, credendo con ciò di vendicarsi contro Dio; e quando fu a casa cacò sull'altare, precisamente in quello spazio ove si consacra il corpo del Signore. Sua moglie poi dava delle puttane e delle meretrici alle matrone e nobili donne. Nè mai il marito ne la rimproverò; che anzi essa lo faceva per fidanza che aveva del consenziente marito. Perciò meritamente di loro si vendicarono i Trevigiani. Dopo la allocuzione, che ebbe fatta ai Veneziani, il Cardinale raccomandò loro quelle donne come sè stesso; ed essi di buon grado e con larga liberalità le provvidero di vitto e di vestito. A quell'uomo poi, per cui stratagemma quelle donne non ebbero mozzo il naso, i Trevigiani perdonarono, e gli lasciarono la vita, anzi lo beneficarono assai, chè ben lo meritava, perchè spesso aveva distolto Alberico e i suoi da molte tristizie, di cui avevano concepito il pensiero. Nell'altra Marca poi signoreggiò Ezzelino, fratello di questo Alberico, come anche in Padova, Vicenza e Verona. Fu costui un membro del diavolo e figlio dell'iniquità; e un giorno nel campo di S. Giorgio in Verona, dove talvolta io sono andato, fece bruciare undicimila Padovani in un ampio edifizio, nel quale li teneva a' ceppi in carcere; e mentre bruciavano, faceva, cantando attorno a loro, un torneo co' suoi cavalieri. Veramente fu egli il peggior uomo che si trovasse sulla faccia della terra; nè un sì pessimo credo siavi mai stato dal principio del mondo sino a noi. Tutti tremavano al suo cospetto, come trema un giunco nell'acqua corrente. E n'avevano ben d'onde; poichè chi era vivo oggi, non era al sicuro d'esserlo ancora all'indomani. Per piacere ad Ezzelino, si era arrivati al punto che un padre cercava la morte d'un figlio, un figlio quella del padre, o d'altro parente; e sterminò tutti i maggiorenti, i migliori, i più potenti, i più ricchi e i più nobili della Marca Trivigiana. Castrava le mogli altrui, e co' figli e colle figlie le cacciava in prigione, e ve le lasciava morire di fame e di dolore. Fece trarre a morte molti religiosi, e molti li tenne lungamente nelle carceri, tanto dell'Ordine dei frati Minori e Predicatori, che d'altri Ordini....... Pari a lui per feroce atrocità non furono nè Decio, nè Nerone, nè Diocleziano, nè Massimiano; e nemmeno Erode ed Antioco, che furono i più crudeli mostri del mondo. Veramente questi due fratelli furono due demonii, per ciascun de' quali io potrei scrivere un grosso volume, se avessi tempo, e non mi mancasse la pergamena. Alberico però sul punto di morte fu tocco dal pentimento; nel che si mostrò grandissima la misericordia di Dio, stendendo in morte le braccia anche a uomo tanto brutale; ma Ezzelino non s'è mai convertito a Dio. Ad Ezzelino successe nella Signoria di Verona un tal Mastino, Veronese, che fu poi ucciso da assassini. E il Conte di S. Bonifacio, a cui era devoluta la Signoria di Verona, andava vagando pel mondo, come io ho veduto; ed era tutto del partito della Chiesa, buon uomo, santo, saggio, onesto, d'animo forte, prode dell'armi e dotto nell'arte della guerra. Suo padre aveva nome Guicciardo, egli Lodovico, e il figlio maggiore, Vinciguerra. A Rimini signoreggiò il Malatesta, che s'attenne sempre fidissimo al partito della Chiesa. La Signoria di Forlì la ebbe in mano il Conte Guido da Montefeltro, che era un battagliero possente e dotto nell'arte della guerra, e non poche vittorie sui Bolognesi, che parteggiavano per la Chiesa, riportò, quand'ebbe a trovarsi loro di fronte. Molti anni in tempo di grossa guerra tenne la Signoria di Forlì, ma in fine si esaurirono le forze sue e de' Forlivesi, quando Papa Martino IV si intromise in quella lotta con pertinace ed irremovibile proponimento di entrare vittorioso in quella città. Per cui, venuto Legato in Romagna Bernardo Cardinale della Corte romana, ed i Forlivesi datisi a lui, mandò a confino il Conte Guido di Montefeltro, prima a Chioggia, poi in Lombardia, ad Asti, ed obbedì sommessamente. A Ravenna dominò, di parte della Chiesa, Paolo Traversari, nobiluomo, ricco, potente e saggio; di parte dell'Impero, un certo Anastasio. Poi, dopo Paolo Traversari, dominò in Ravenna Tomaso Fogliari di Reggio, fatto da Papa Innocenzo IV Conte delle Romagne, perchè era suo parente; ed ebbe moglie una nipote di Paolo Traversari, figlia d'un figlio, di nome Traversaria, legittimata dal Papa perchè potesse ereditare. La sposò poi, dopo la morte di Tomaso, Stefano, figlio del Re d'Ungheria, che assunse la Signoria di Ravenna. Dopo la morte di lui venne di Puglia un certo Guglielmotto, che conduceva seco una donna, e diceva che era sua moglie e figlia di Paolo Traversari Ravennate, la quale era in Puglia come ostaggio dell'Imperatore. E signoreggiò molti anni, ed ebbe integralmente tutte le possessioni di Paolo Traversari: ma fu creduto che tutto fosse un'ingannevole e frodolenta finzione sì dell'uomo che della donna. Ma non era di parte della Chiesa, e quindi fu espulso in una colla moglie da Ravenna, e spogliato di tutti i beni, che aveva occupato. A Faenza signoreggiarono gli Alberghetti, chiamati anche Manfredi, di parte della Chiesa, principale de' quali Ugolino Buzola, e suo figlio, frate Alberico dell'Ordine dei Gaudenti; di parte dell'Impero, signoreggiò Accarisio e suo figlio Guido di Accarisio. Il partito poi della Chiesa in Faenza prendeva nome dai Zambrasi, e non erano che in due di quella famiglia, cioè frate Zambrasino, che fu, ed è, dell'Ordine de' frati Gaudenti, e Tebaldello di lui fratello illegittimo, che godeva molta stima, essendo uomo forte, bello, ed anche ricco, perchè Zambrasino, unico erede, quale figlio solo legittimo, volle dividere con lui a parti eguali il patrimonio paterno. Costui fu due volte traditore della sua città di Faenza. La prima volta la pose in mano ai Forlivesi, e in quel tempo abitava io appunto a Forlì; la seconda, restituilla alla Chiesa; ma poco dopo morì nella fossa della città, affogato col suo cavallo e molte altre persone. In Imola, i principali partigiani della Chiesa erano i Nurduli; e capo del partito imperiale, Ugucione dei Binicli, cui Re Carlo fece prigioniero nella guerra contro il Principe Manfredi, e gli fece tagliar la testa. A lui succedette in Imola suo fratello Giovanni de' Binicli; ma nella parte montuosa della provincia signoreggiava Pietro Pagano, di parte imperiale, e risiedeva in un castello, che si chiamava Susinana[162]; ed era personaggio magnanimo, di singolare reputazione e rinomanza, e dotto nell'arte della guerra. Aveva moglie una buona donna di nome Diana, ed una buona sorella di nome Galla Placidia, che erano ambedue mie divote. In Alconio signoreggiava il Conte Bernardo, magnifico Signore e potente, partigiano della Chiesa. Il Conte Rugiero di Bagnacavallo, di parte imperiale, dominava in Ravenna; ed era sagace, furbo, astuto, ed una volpe frodolenta e di tutti i colori. Questi fu mio famigliare; aveva una figlia unica, nè ebbe maschi, e in sul morire disse che la voleva maritare con uno che sostenesse risolutamente gli imperiali. E frate Gherardino Gualengo avendogli detto che quello non era tempo di scherzare, rispose: Perchè? Non sono io un uomo? Ed il frate di rimando: Voi siete bene un uomo; ma in punto di morte dovete perdonare a tutti, nè parteggiare per nessuno, ma pensare solo a Dio, come dice il Profeta: O Signore, parte della mia eredità, e del mio calice; tu sei quello che restituirà a me la mia eredità. Parimente in Romagna, di parte dell'Impero, fu grande il Conte Taddeo Boncompagni. Questi era avanti in età, ed entrò nell'Ordine de' frati Minori. Anche Giacomo di Bernardo parteggiò un tempo per l'Impero; ma dopo che l'Imperatore fece tagliare la testa al figlio di lui, passò al partito della Chiesa, e poi si fece frate dell'Ordine de' Minori. E tanto in Romagna che in Lombardia molti ve ne furono di nobili e potenti, sì di parte della Chiesa che dell'Impero, che sarebbero degni di essere ricordati, se fossero stati buoni e amanti di Dio, e di sè stessi. Così in Bologna per la Chiesa hanno signoreggiato i Geremei; e per l'Impero i Lambertazzi, tra' quali fu principale Castellano di Andalò, che poi morì miseramente, perchè i Bolognesi partigiani della Chiesa, in occasione di una guerra intestina, lo presero e lo cacciarono tra ceppi nelle carceri del palazzo del Comune. Ed i Geremei espulsero da Bologna i Lambertazzi, che andarono in quel tempo a dimorare a Faenza; d'onde furono poi cacciati, quando Tebaldello la rimise in mano al partito della Chiesa. Questa città, cioè Bologna, fu l'ultima a bere il calice dell'ira di Dio, e ne ingollò fino alla feccia, affinchè, restando illesa, non si vantasse di essere sempre stata giusta e non insultasse alle altre città, che avevano già trangugiato il calice dell'ira, anzi del furore dello sdegno di Dio; giacchè dentro di essa vi erano assassini, nè si imponeva a loro.......... In Cremona, que' che parteggiavano per la Chiesa si chiamavano Cappellini, o Cappelletti; que' che tenevano per l'Impero, si nominavano Barbarasi. Ho letto più volte, cioè nè una nè due soltanto, nel pontificale di Ravenna: Verranno i Barbarasi; incrudeliranno assai; ed è incerto se si abbia da riferire ai presenti, o ai futuri. Tuttavia i presenti incrudelirono assai quando chiamarono l'Imperatore in Lombardia ed a Cremona, e da Cremona espulsero quelli che tenevano le parti della Chiesa; e l'Imperatore col loro aiuto tenne viva in Lombardia una lunga guerra. Di che si moltiplicarono i mali sulla terra; nè è finita ancora, nè parne vicina la fine. In Parma, dopo la distruzione di Vittoria e la fuga dell'Imperatore, chiunque non aderiva saldamente al partito della Chiesa si chiamava di Malafucina, cioè di cattiva fabbrica, così detti perchè spacciavano monete false; ma siccome v'ha differenza da bue a bue, così si conosceva......... Parimente quelli che tenevano allora le parti dell'Impero non potevano ristarsi dal parlare del proprio partito, e così si conoscevano da ciò che dicevano.

In processo di tempo poi que' Parmigiani del partito imperiale, che risiedevano a Borgo S. Donnino, pregarono i loro concittadini di parte della Chiesa che per amore di Dio, e della beata Vergine gloriosa, li accogliessero in città, poichè, essendo morto l'Imperatore, desideravano riamicarsi con loro. E di fatto si rappaciarono, e furono ammessi in città, come ho veduto io co' miei occhi; ma quando videro le loro case atterrate (si noti che eglino altrettanto avevano fatto ai partigiani della Chiesa, allora che anch'essi furono espulsi) cominciarono a voler contendere, trattar da pari a pari, e insultare il partito della Chiesa. Di più, sapendo che Uberto Pallavicini aveva in mano il dominio di Cremona e di molte altre città, si proposero di farlo Signore anche di Parma. A che Uberto aspirava ed ogni sua cura rivolgeva, e volevano mandare in bando sino all'ultimo tutti i partigiani della Chiesa, e ridurli siffattamente al nulla che non potessero mai più ripor piede nella loro città. La quale trama venuta a conoscenza de' Parmigiani, cominciarono a tremare come giunchi nell'acqua, ed a nascondere le cose che s'avevano più care. Ed io pure nascosi i miei libri, poichè in quel tempo io dimorava a Parma; e molti Parmigiani del partito della Chiesa si preparavano già a partire spontaneamente da Parma, prima che il Pallavicino, arrivando, li incogliesse nella rete, rapisse loro ogni bene, e li costringesse di forza al bando. Quando dunque cominciò a diffondersi in Parma la voce che il Pallavicino era sulle mosse per arrivare, e d'altronde si vedeva che il suo arrivo non era poi lì lì per effettuarsi, (ed il ritardo derivava da ciò, che egli s'era deliberato di impadronirsi prima di Colorno e di Borgo S. Donnino, come realmente fece; sia per entrare in Parma con maggiore trionfo; sia, perchè, occupate quelle due posizioni, i Parmigiani parteggianti per la Chiesa, che avessero voluto fuggire, non avrebbero saputo da che parte voltarsi; e così avrebbero essi ricevuto scacco matto, essi che s'erano allevato il serpente in seno) ecco d'improvviso sorgere un uomo, che abitava in Parma in Cò di Ponte, tra la chiesa di Santa Cecilia, e Santa Maria dell'Ordine de' Templarii[163]. Costui era un sartore, e si chiamava Giovanni Barisello, ed era figlio d'un contadino della famiglia Tebaldi, di que' contadini che i Parmigiani chiamano mezzadri. E, presa in mano una croce e il libro de' Vangeli, andò girando per la città alle case di coloro, che passavano per imperiali, e si sospettava volessero a tradigione consegnar Parma al Pallavicino, e li faceva giurare di obbedire alle leggi del Papa e aderire al partito della Chiesa. Egli aveva seguaci un cinquecento uomini in armi, che l'avevano fatto loro Capitano, e lo seguivano come fosse un principe o un condottiero. E molti degli imperiali giurarono di essere ossequenti alle leggi del sommo romano Pontefice, e di aderire al partito della Chiesa; parte de' quali lo fecero con sincerità, e parte per il timore, che li incoglieva, al vedersi tanta gente armata alla porta della casa. Quelli poi che non avevano l'animo disposto a quel giuramento, alla chetichella se n'uscivano di Parma, e andavano a dimorare in Borgo S. Donnino. Ed ogni volta che bolliva in Parma discordia tra cittadini, chi fuggiva trovava sempre quel castello aperto; ed i Borghigiani esultavano sempre delle discordie che s'accendevano in Parma, e l'esultanza loro sarebbe stata maggiore se l'avessero veduta rasa al suolo. I Borghigiani difatto non hanno mai guardata di buon occhio la città di Parma; anzi, quando Parma era in guerra, in Borgo S. Donnino si raccoglievano tutti gli assassini di Lombardia, ove erano di buon grado ospitati, per far danno e vergogna a Parma. Eppure i Parmigiani avevano fatto ai Borghigiani i seguenti benefici, come ho visto io co' miei occhi, chè ivi ho abitato un anno, cioè nel 1259: (In quell'anno l'Italia fu colpita da desolantissima morìa d'uomini e di donne, ed Ezzelino da Romano fu fatto prigioniero dai Cremonesi e da quelli de' loro alleati che si trovavano al campo). Il primo beneficio fu che ogni anno mandavano loro un Parmigiano per Rettore, o Podestà, e ne pagavano la metà dello stipendio. Secondo, che a partire dal Taro, che è distante da Parma cinque miglia, tutti gli abitanti potevano andare al mercato di Borgo S. Donnino senza opposizione alcuna da parte de' Parmigiani; e così Borgo S. Donnino aveva il concorso d'un territorio di dieci miglia, appartenente alla Diocesi di Parma: ed ai Parmigiani restava la sola estensione di cinque miglia. Terzo, che i Parmigiani accorrevano a loro difesa quando o i Piacentini, o i Cremonesi, o chicchè altri fosse, moveva loro guerra. Quarto, che quantunque in Borgo non vi fossero che due sole famiglie nobili, i Pinchilini ed i Verzoli, mentre le altre erano di popolani, o di ricchi campagnuoli, pure i Parmigiani non isdegnavano mandare ivi a marito le loro nobili donzelle; il che non era poco onore. Io credo d'averne vedute quivi di donne Parmigiane ben venti, che vestivano pelliccie di vaio[164], o stoffe di colore scarlatto. Ma i Borghigiani, nulla valendo per loro tanti benefici ricevuti, furono ingrati ai Parmigiani; epperciò questi, e a gran ragione, quando se ne presentò l'occasione opportuna, distrussero Borgo S. Donnino...... Girando dunque Giovanni Barisello per Parma a intimare di prendere giuramento alle persone sospette, arrivò alla casa di Rolando di Guido Bovi, che abitava in Cò di Ponte, nei pressi della Chiesa di S. Gervaso; e, chiamatolo fuori di casa, gli impose di giurare subito, senza indugio, e di abbracciare il partito della Chiesa, se volesse aver salva la vita, altrimenti partisse da Parma (Il prenominato milite Rolandino di Guido Bovi era di parte imperiale, e aveva avuto dall'Imperatore molte Podesterie). Or egli veduta tanta radunata di gente, che esigeva tale giuramento, e lo minacciava del bando, fece secondo il consiglio del Savio ne' Proverbii 22:º L'uomo avveduto vede il male e si nasconde; ma gli scempii passan oltre, e ne portano pena. Giurò dunque e disse: Giuro di stare ed obbedire agli ordini del romano Pontefice, e di aderire al partito della Chiesa per tutta la mia vita, a scorno di quel partito, di cui nessun altro più miserabile e più abbietto si trova sotto il padiglione del cielo. E voleva alludere al suo partito, cioè a quello degli imperiali, che lo avevano abbandonato, e lo lasciavano tanto vituperosamente conculcare dagli avversari. E gli ecclesiastici Parmigiani lo amarono...... Pertanto in quel tempo i Parmigiani vollero tentare la riconquista di Borgo S. Donnino, ma non ne vennero a capo, perchè il Pallavicino e que' Parmigiani di parte imperiale che erano profughi dalla città l'occuparono e lo tenevano sotto buona guardia. Quel castello era munito di forte muraglia, e cinto di ampie fosse, che si estendevano anche attorno al suburbio. Ma Colorno lo ripresero prestissimo, e molti imperiali vi caddero morti di spada, tra quali Francesco figlio di Giovanni Pucilesio, e Rolandino Gogo di Parma, e Manfredino da Cànoli[165] di Reggio, cui il Pallavicino aveva fatto Capitano. Questi era uno de' figli di Manfredo di Modena, ed era di persona tanto avvenente, che a pena l'avrebbe vinto in bellezza Assalonne figlio di Davide. Molti altri, e degni di essere ricordati, morirono, ma per ragione di brevità corro innanzi, e mi affretto a dir d'altro. Il Pallavicino perciò depose il pensiero di correre su Parma, perchè non lo poteva. La città aveva avuto sospetto degli intendimenti di lui, ne conosceva le astuzie e le malizie, e quindi si ebbe buona guardia; ed accadde al Pallavicino ciò che il Savio dice ne' Proverbii 26.º ecc. Giovanni Barisello fu il povero e saggio uomo che si trovò in Parma, e per virtù della sua saggezza si mantenne libera la città. Laonde i Parmigiani non gli furono ingrati, anzi riconobbero il beneficio ricevuto, e con molti favori lo ricambiarono. Ed anzi tutto, di povero che era, lo arricchirono; poi, gli diedero moglie una nobil donzella, che era de' Cornazzani; in terzo luogo, lo nominarono consigliere perpetuo, stantechè era fornito di molta grazia e attitudine naturale a fare concioni; finalmente gli concedettero facoltà di poter sempre fare adunata di gente in armi, di condurla seco, e di apporre alla compagnia il suo nome, purchè avesse per iscopo l'onore e l'utilità della città e del Comune di Parma. Questa compagnia di gente in armi ebbe vita di molti anni; ma un Modenese, che era Podestà di Parma, cioè Manfredino da Rosa[166], che si chiama anche da Sassuolo, come si chiama suo padre, per mostrarsi premuroso dell'onore de' Parmigiani, la sciolse, non piacendogli che i Parmigiani si denominassero da tal uomo e da tal nome. E tanto zelo provenne dall'amore che Parmigiani e Modenesi si hanno scambievole, intimo e caldo. Manfredino adunque ordinò che Giovanni Barisello attendesse a' fatti suoi, e a casa sua, e sciogliesse quella compagnia di uomini d'armi, e cessasse di farne pompa, perchè essendo egli Podestà di Parma, voleva governare la città a suo talento. E Barisello ubbidì sommessamente; e il giorno stesso, ripreso l'ago e il refe, tornò alla sua bottega, e ricominciò sotto gli occhi de' Parmigiani a cucire vestimenta..... Il padre del prenominato Podestà era un mio conoscente, e sua madre e sua moglie erano mie divote. Nulla ostante i Parmigiani usarono sempre deferenza a Giovanni Barisello, e fu sempre tenuto in considerazione, e mantenuta alta la sua reputazione. In processo di tempo poi Re Carlo, fratello del Re di Francia S. Lodovico, che andò oltremare al riscatto di Terra Santa, avendo udito che i Parmigiani erano prodi guerrieri e suoi amici, e sempre pronti ad aiutare la Chiesa, mandò invitandoli a formare, ad onore di Dio e della santa romana Chiesa, una compagnia che s'intitolasse dalla croce, a cui egli pure desiderava di essere ascritto; e bramava che in tale compagnia si fondessero tutte le altre che vi fossero in Parma, e che stessero sempre pronti a soccorrere la Chiesa ad ogni bisogno. Ed i Parmigiani annuirono, e, quella che si costituì, chiamossi la compagnia dei Crociati. Ed i Parmigiani, in fronte al quaderno che registrava i nomi degli ascritti, segnarono a lettere d'oro il nome di Re Carlo, proclamandolo loro Capitano, primicerio, principe, condottiero, compagno, Re e trionfatore magnifico. E se in Parma, chi non appartiene alla compagnia, offende alcuno di quelli che vi sono ascritti, questi accorrono subito, come fanno le api, a difesa del consocio, e si aiutano reciprocamente, e subito corrono alla casa dell'offensore e la smantellano radicalmente, sicchè non se ne vede più pietra su pietra. Laonde i cittadini non ascritti alla compagnia vivono in continua agitazione d'animo, e sono costretti o a starsene mogi, o ad inscriversi alla compagnia stessa. La quale perciò crebbe numerosissima. Ed ora i Parmigiani non sono più denominati da Giovanni Barisello, ma da Re Carlo, e dalla Croce di nostro Signore Gesù Cristo, a cui sia gloria e onore per i secoli de' secoli, e così sia.

E, giacchè la nostra penna scrive ancora di Parma, resta che parliamo dei Pallavicini. Eglino hanno il titolo di Marchesi, ed elessero per soggiorno il territorio di Parma e di Piacenza. Nella diocesi Piacentina, sui confini di quella di Parma, hanno due castelli, quello di Pellegrino[167], in cui abitò Uberto Pallavicini (che fu bell'uomo e sollazzevole e compositore di canzoni, e lasciò parecchi figli), e il castello di Scipione[168], presso Borgo S. Donnino, a cinque miglia. In questo castello abitò Manfredo, fratello germano del sunnominato Pallavicini, che fu padre di sette figli, quattro maschi e tre femmine, leggiadrissime donzelle, nobilmente maritate in varie parti del mondo. La moglie di lui, e madre di cotestoro, fu Clara dei Conti di Lomello[169], avvenentissima donna, saggissima e sollazzevole. Primogenito dei detti figli fu Guglielmo, bell'uomo e amante della quiete, come suo padre; restò sempre in concordia coi Parmigiani, e abitava in Parma. Moglie sua era Costanza di Azzone Marchese d'Este, nè da essa potè aver prole; ebbe altri due mariti, ma non figliò mai. Manfredo poi aveva un bel palazzo in Parma, ch'io ho veduto, presso la piazza del Comune, ove sorgeva una volta il palazzo de' Pagani; ma in tempo di guerra, i Parmigiani rasero al suolo l'uno e l'altro, ed i beccai vi eressero un macello. Ora....... vi è la piazza del Comune. Questo Manfredo fu uomo di pace e quasi religioso. Amava i religiosi e le loro Regole, e specialmente i frati Minori, e a tutti i conventi regalava in abbondanza il sale; essendochè possedeva, vicini al castello di Scipione, molti pozzi di acque salse, d'onde s'è arricchito e fatto grande. Il secondogenito era Enrico, guerriero dotto nell'arte, e credo che se fosse campato più a lungo, avrebbe ridotta sotto la sua dominazione tutta la Lombardia; giacchè si può dire di lui quello che de' Macabei ecc. Questa conquista la tentò un tempo anche il Marchese di Monferrato, che cadde poi ucciso nella guerra contro Re Carlo, combattendo egregiamente e coraggiosamente, come addetto, quale principe e condottiero, all'esercito di Manfredi, figlio di Federico Imperatore deposto. Il terzogenito fu Uberto, pari in tutto al precedente, sicchè quanto è detto a lode di quello, si può ripetere di questo[170]. E n'ebbe molte prove il Marchese Guglielmo di Monferrato, che non poteva mai uscire da' suoi fortilizii, perchè era in guerra con suo zio, Uberto Pallavicino, che allora signoreggiava in Cremona, e dava a questo suo nipote trecento militi spesati affinchè guerreggiasse validamente contro il Marchese di Monferrato. Causa di queste guerre erano le città di Alessandria e Tortona, di cui, ciascuno de' due Marchesi, voleva il dominio. Questi fu ucciso dai Piacentini presso il castello di Fiorenzuola[171], una volta che era andato a predare in su quel di Piacenza insieme ai Parmigiani di parte imperiale. E questa depredazione la faceva quantunque non vi fosse guerra tra lui e quelli a cui portava via la rapina fatta; ma finì col perdere il bottino, la battaglia e la vita. Quarto ed ultimo figlio di lui era Guidotto, che vive tuttora, ed è uno dei grandi della Corte di Spagna. Uberto Pallavicino dunque, che signoreggiò in Cremona, fu fratello germano dei sunnominati, cioè del Pallavicini da Pellegrino, e di Manfredo da Scipione. Egli ebbe due castelli nella diocesi di Piacenza, cioè Landasio[172] e Ghisaleggio[173]; ma siccome di costui abbiamo parlato abbastanza più sopra, qui non occorre parlarne. Fu di animo grande, e gonfiava la cupidigia sino a voler occupare tutto il mondo. Il padre di questi tre fu detto il Pallavicino, che ebbe due fratelli germani, cioè Marchesopolo e Rubino, che abitarono in Soragna, Villa fertile della diocesi di Parma, distante cinque miglia a settentrione di Borgo S. Donnino. Marchesopolo ebbe moglie una Borgognona, dalla quale non gli nacquero maschi, ma due sole femmine; alle quali la madre volle porre nomi presi dalla lingua del suo paese nativo, cioè Mabelon e Isabelon, che in lingua lombarda suonano Mabilia e Isabella. Il padre maritò la primogenita Mabilia, quando io era ancora nel secolo, cioè prima ch'io entrassi nell'Ordine de' frati Minori, l'anno 1238, e venne da Soragna a Parma, e ospitò nella casa di quei da Colorno, accanto alla Chiesa di S. Paolo. Le furono assegnate in dote mille lire imperiali, e sposò Azzone Marchese d'Este, che era buon uomo, cortese, umile, dolce, pacifico e mio amico; ed una volta gli lessi l'esposizione dell'Abbate Gioachimo, intorno ai doveri di Isaia; ed era solo con me sotto ad un fico, e nosco un altro frate Minore. Donna Mabilia anch'essa fu mia divota, come la fu anche di tutti i religiosi, specialmente frati Minori, dai quali si confessava, e recitava sempre il loro ufficio ecclesiastico, ed è sepolta presso suo marito e riposa in pace nel convento de' Minori presso Ferrara. In vita sua fece molto di bene, e alla sua morte fece distribuire molte limosine, e lasciò ai poveri parte dei possedimenti, che il padre le aveva lasciati in Soragna. Io abitai sette anni in Ferrara, dove abitava anch'ella. Fu bella donna, saggia, clemente, benigna, cortese, onesta, pia, umile, paziente, pacifica, e sempre divota a Dio. Aveva un fornello in luogo appartato del suo palazzo, come ho visto io co' miei occhi, ed essa stessa distillava l'acqua di rose, e la dava ai malati; e perciò i medici ivi residenti ed i farmacisti l'avevano in uggia; ma essa non s'impensieriva di loro, purchè soccorresse i malati e facesse opera meritevole al cospetto di Dio. Visse molti anni col marito, e non ebbe mai figli; dopo la morte poi del marito si fece fare una casa presso il convento dei frati Minori di Ferrara, e in quella abitò in sua vedovanza, finchè fu sepolta, come s'è già detto, accanto a suo marito nel convento de' frati Minori di Ferrara; e la sua anima per la grazia di Dio riposi in pace, che fu buona donna. Dopo la morte del Marchese però venne a Parma, e la vidi, e udii da lei che ne provava mirabile consolazione, perchè si trovava presso il convento dei frati Minori, e presso la chiesa della Vergine gloriosa. Non conobbi mai altra donna, che quanto questa si assomigliasse alla Contessa Metilde, per quanto di essa si legge. Veramente, per me, tre sono le donne ammirabilissime, che forse da altri non sono tenute in molta reputazione; e sono: Elena, madre di Costantino; Galla Placidia, madre di Valentiniano; e la Contessa Matilde. Marchesopolo poi, dopo che ebbe maritata Mabilia, andò in Romanìa, ove si diede a perseguitare i Greci, li aggrediva, li catturava e uccideva, come Davide i Filistei. Altrettanto faceva Marchesopolo coi Greci, onde con insidie ingegnosamente tese fu dai Greci ucciso in casa sua; perocchè tutto cede alla potenza dell'oro. Egli aveva maritata la sua seconda figlia Isabella ad un ricco, nobile e potente di Romanìa. Essa era bella donna e saggia, ma zoppa e sterile; e dopo la morte del marito le restò il castello di Bonicea, che ella con accorgimento, coraggio e cautela seppe difendere contro i Greci. Il motivo poi della partenza di Marchesopolo da Parma si dice sia questo: Che essendo egli nobile, e di cuore magnanimo, lo moveva a sdegno e sopportava di mal animo che un popolano qualunque, borghese o campagnuolo che fosse, mandandogli a casa un usciere in berretto rosso, lo potesse citare al palazzo del Comune e chiamarlo in giudizio. Suo fratello Rubino abitò in Soragna, ed ebbe in moglie Ermengarda da Palù, sorella di Guidotto de' Canini, che era bella donna, ma lasciva. Ebbe cinque maschi e cinque femmine. La prima di nome Mabilia, bellissima (e qualche volta la ho confessata). Uberto Pallavicino la maritò a Pontremoli, sperando così di ridurre in suo dominio quella Terra. Rubino era vecchio carico d'anni, quando l'anno in cui imperversò quella mortalissima pestilenza preaccennata, cioè nel 1249, e che Ezzelino da Romano fu fatto prigioniero in guerra, mi mandò a chiamare, si confessò da me, aggiustò i conti dell'anima sua, e morì in una lodevole vecchiaia, passando da questo mondo in grembo a Dio. Sua moglie poi si rimaritò e prese Egidio Scorza; poscia precipitò da un solaio e ne fu morta e sepolta. Altri Pallavicini ancora abitavano nella diocesi di Parma, in una Terra che si chiama Varano[174], bel paese tra Medesano[175], Miano[176], Costamezzana, e Borgo S. Donnino. Ve ne sono ivi moltissimi, ricchi, potenti, cortesi, pacifici; stanno sempre di buon accordo coi Parmigiani, perchè sono anch'essi cittadini di Parma. Uno di loro era quel Delfino Pallavicini, che l'anno 1238 fa Podestà di Reggio e fece fare duecento braccia delle mura della città, di seguito a quella già fatta, come ogni Podestà aveva obbligo di fare ogni anno. Tanto basti aver detto dei Pallavicini. In Verona, come s'è detto, dopo la morte di Ezzelino da Romano, signoreggiò Mastino, morto da alcuni Veronesi forti e pugilatori, per la speranza di avere dopo lui la signoria di Verona. Ma s'ingannarono, perchè a lui succedette suo fratello germano, Alberto dalla Scala, che vendicò il fratello colla morte degli uccisori di lui. Questi vive tuttora, ed ha in mano la signoria, ed è amato dai Veronesi, perchè si comporta bene. È persona accostevole, fa giustizia, ama i poveri, come faceva suo fratello; pur tuttavia è Podestà altra persona. In Imola, que' che tengono le parti della Chiesa si chiamano Bricci; quelli che parteggiano per l'Impero, Mèndoli. Ma il partito imperiale in Imola è spento; e il partito della Chiesa, per invidia ed ambizione, s'è diviso in due campi, perchè gli Audaci vogliono in mano il potere, come prima lo avevano quelli che si chiamavano Nurduli. Questa maledetta discordia s'è già infiltrata in Modena, e comincia a far capolino in Reggio. Dio voglia che non metta radici in Parma, di che già si comincia a temere..... Ora passiamo a parlare della Toscana, e spediamoci lesti; poichè molto di altro resta che non deve essere taciuto. Le due più nobili città della Toscana sono, a parer mio, Firenze e Pisa. A Pisa hanno tenuto signoria Conti e Vice-Conti; ed i Pisani furono molto attaccati all'Impero; e, come in Lombardia i Cremonesi avevano impugnate le armi a sostegno dell'Impero così avevan fatto i Pisani in Toscana. A Firenze poi per parte della Chiesa hanno tenuta la signoria i Guelfi; per parte dell'Impero i Ghibellini; e da queste due fazioni hanno preso nome tutti i partiti in Toscana; e sussistono tuttora. E gli uni e gli altri bevvero del calice dell'ira di Dio, e ne ingollarono sino alla feccia; e chi se la passò meno male, non può vantarsi d'aver in tutto declinata la spada dello sdegno e della vendetta divina; perchè se eglino provocarono scissure e divisioni nelle loro città, anch'essi furono divisi tra loro dall'ira del volto di Dio..... Quanto vero sia ciò che dico, lo videro i miei occhi, e gli occhi di moltissimi altri; ma sopratutto coloro che ne fecero sui loro corpi esperienza. Pertanto tutte le suaccennate fazioni, scissure, divisioni e maledizioni, tanto in Toscana che in Lombardia, in Romagna, nella Marca d'Ancona, nella Marca Trivigiana e in tutta Italia, le provocò quel Federico che si chiamò Imperatore: e perciò fu a piena ragione punito, e la mano di Dio aggravò i colpi su tutti i peccati di lui, percuotendolo nell'anima e nel corpo; e i Principi del suo regno, che aveva tolti dal nulla ed esaltati dalla polve, gli diedero il calcio, non gli tennero fede, anzi lo tradirono..... «Non è prudenza in lui» cioè in Federico, quantunque si vantasse tanto prudente. Così lo trattarono i tirannelli suoi, di cui abbiam fatto menzione più sopra; ma anch'essi ricevettero il colpo della vendetta, non perchè spodestarono Federico, che riconobbero per malvagio, ma perchè anch'essi peccarono di molto. Conobbi quasi tutti quelli che ho nominato, e in breve tempo disparvero dal mondo, e i più terminarono malamente la loro vita, perchè folleggiarono in vanità..... Or resta da parlare dei Legati che la Corte Romana mandò ai nostri giorni in Lombardia. Primo de' quali fu Ugolino, Cardinale dell'Ordine dei Minori, cioè governatore, protettore e censore della Frateria e della Regola del beato Francesco, del quale egli era stato intimo amico, e che poscia diventò Papa Gregorio IX. Fece molte buone cose, delle quali parleremo più innanzi ampiamente. Il secondo fu Rainaldo Vescovo di Ostia, anch'egli Cardinale dell'Ordine de' Minori, come è stato detto altrove, e che diventò poi Papa Alessandro IV. E quando era Legato in Lombardia aveva seco come Vice-Legato il Cardinale Tomaso, che era di Capua. Papa Gregorio IX summenzionato compose ad onore del beato Francesco un inno: Dal ciel discese un figlio; ed un responsorio: Dal granaio della povertà; ed una prosa: Ultima testa del Dragone, ed un'altra prosa per la passione di Cristo: Piangete, anime dei fedeli; e, ad istanza de' frati Minori, nominò Cardinale Rainaldo, che fu poi Papa Alessandro IV; il quale Papa Alessandro canonizzò santa Chiara, e compose gli inni e le collette di lei. Il Cardinal Tomaso, che era di Capua, fu il più bello scrittore della Corte, e dettò quella lettera, che il sommo Pontefice mandò a Federico Imperatore spodestato, rimproverando lui de' molti e svariati eccessi, e giustificando se stesso e la Chiesa romana delle accuse che le erano mosse, e rammentogli i servigi e i benefici, che la Chiesa gli aveva conferiti. E la lettera cominciava così: Viva impressione fece la nostra lettera sull'animo tuo, come hai scritto; ma più viva ancora la fece sull'animo nostro la lettera tua. Compose anche ad onore del beato Francesco l'inno: Tra i celesti cori; e l'altro: Splendore de' costumi; ed il responsorio: Spica della carne; e parimente fece quella sequenza per la Beata Vergine, che comincia: La Vergine che figlia si rallegri. E ne fece la composizione letteraria soltanto; la musica per canto la fece, a sua preghiera, frate Enrico da Pisa, che fu mio custode e maestro di canto. Il contraccanto lo compose fra Vita da Lucca, dell'Ordine de' Minori, altro mio maestro di canto. Dopo i prenominati, venne Legato in Lombardia Ottaviano Cardinal diacono. Egli era bello e nobile, cioè uno dei figli di Ubaldino da Mugello nella diocesi fiorentina. Fu reputato molto partigiano dell'Impero, ma a difesa del suo onore faceva talvolta qualche cosa a vantaggio della Chiesa, non dimenticando che questo era il suo mandato. Onde, un giorno, quando l'Imperatore teneva Parma stretta d'assedio, io, che era a Lione, interrogato da Guglielmo Fieschi Cardinal diacono, nipote di Papa Innocenzo IV, che cosa dicevano i Parmigiani del Legato Ottaviano, risposi: I Parmigiani s'aspettano che sarà traditore di Parma, come lo fu di Faenza. Allora Guglielmo sclamò: Ah! per Dio non è da credere. A cui io replicai: Se sia credibile, o non credibile, non so; è certo che i Parmigiani lo dicono. Bene, bene, soggiunse Guglielmo..... Ma ivi i presenti erano tanta moltitudine, che l'uno s'innalzava sulle spalle dell'altro, per udire notizie di Parma. Imperocchè da questo dipendeva la sorte della Chiesa romana, come in una battaglia, dalla quale l'uno e l'altro dei contendenti spera vittoria. L'Imperatore era allora già deposto dall'Impero, e la Corte romana era fuori della sua sede, ed esulava in Francia, a Lione. E Parma aveva dato di piglio all'armi a difesa della Chiesa, e si batteva valorosamente, sperando dal cielo aiuto e vittoria; e Federico Imperatore accanitamente la assediava.... Avendomi dunque gli astanti udito a sostener tali cose, restarono ammirati, e l'un l'altro, a mia udita, si dicevano: In vita nostra non abbiamo mai udito un frate a parlare tanto franco e così sicuro. Ma esprimevano questi sensi perchè mi vedevano seduto tra il Patriarca di Costantinopoli e il Cardinale, dal quale io invitato a sedere, non giudicai conveniente di rifiutare, e tenere in poco conto l'onore offertomi, e l'accennata ammirazione nasceva anche dall'udirmi parlare apertamente d'un uomo costituito in sì alta carica, e al cospetto di tanti cospicui dignitari della Chiesa. Io allora era diacono e di 25 anni..... Ritornato in Lombardia, ed essendo ancora, dopo molti anni, Ottaviano Legato a Bologna, io pranzai molte volte con lui; e mi faceva sempre sedere in capo della sua mensa, sicchè tra me e lui non vi era che il frate mio compagno, ed egli occupava il terzo posto, contando dal capo della mensa. In tali circostanze io faceva come insegna il Savio ne' proverbii 23.º ecc; ed era opportuno regolarsi in quel modo, perchè tutta la sala del palazzo era gremita di commensali. Eppure ce n'era per tutti da star bene e in abbondanza, e si mesceva in copia vino scelto, ed ogni cosa era squisita. Allora cominciai a voler bene al Cardinale. In seguito poi invitò me e il mio compagno a pranzare con lui ogni giorno che ne piacesse; ma pensai di stare all'ammaestramento dell'Ecclesiastico 13.º ecc. Di questo Cardinale corse voce che fosse figlio di Papa Gregorio IX, forse perchè gli usava speciali deferenze. Così io ho conosciuta una figlia di questo Cardinale, monaca in un certo convento, la quale mi invitò, e pregò con molta insistenza, ch'io fossi devoto a lei, ch'ella voleva essere devota a me; e non sapeva di chi fosse figlia, e chi fosse suo padre. Ma io il sapeva bene, e le risposi: io non ti voglio per amica, perchè Pateclo scrive:

Notes in this chapter

Note 1 · Questo palazzo fu poi riedificato dalla famiglia, e nel 1500, o poco dopo, fu comperato e atterrato per innalzare su tutta, o su parte dell'Note 2 · Di quella città nulla più resta che qualche rudere, e un tratto di cortina del castello imperiale, a cui è addossata una cascina della famigNote 3 · Cassio è sul fianco settentrionale dell'Apennino a mezzo circa della strada postale, che da Parma mette a Pontremoli.Note 4 · Molte e varie cose, tra vera e false, intorno a questa Costanza, tramandarono ai posteri i Cronisti a lei contemporanei, a seconda delle pasNote 5 · Questo tale, come si può ragionevolmente arguire da quel che segue, pare dovesse essere uno de' cagnotti di Alberigo, il quale sensibile ai Note 6 · Il Sile è piccolo fiume che passa vicino a Treviso e si getta nell'Adriatico.Note 7 · È alle scaturigini del torrente Senio nell'alto Apennino, pieno Sud di Imola. Conserva tuttora l'antico castello.Note 8 · Due chiese sull'attuale Strada S. Francesco; la prima, soppressa da tempo, mostra tuttora un suo fianco in via detta Guasti di Santa CeciliaNote 9 · Animale del genere dello scoiattolo. Pare che del vaio siasi perduta la specie.Note 10 · Canoli: A Nord-Est di Reggio, da cui dista circa 15 chilometri.Note 11 · Rosa, o Rosola, castello alla destra del Panaro al Sud di Modena, d'onde dista circa trenta chilometri.Note 12 · Circa 25 chilometri a Sud di Borgo S. Donnino presso le scaturigini dello Stirone.Note 13 · A Sud-Sud-Ovest di sopra l'Emilia.Note 14 · A pieno Ovest di Pavia, su di un crocicchio Lomello Pavia, Lomello Mortara, Lomello Valenza, Lomello Tortona.Note 15 · Nessuna delle ricerche storiche fatte, ha condotto a dare piena luce al presente periodo, la cui traduzione letterale sta scritta in corsivoNote 16 · A 22 chilometri da Piacenza sulla Ferrovia Piacenza-Parma.Note 17 · Landasio era alle scaturigini della Mozzola, che è un influente di sinistra del Taro nell'alto Apennino. Ora è scomparso il castello e ancheNote 18 · Ghisalecchio sull'alta Mozzola alla sinistra. Ne resta il nome ad una Villa, nella quale è una località detta anche oggi il Castello.Note 19 · Circa 20 chilometri a monte dell'Emilia sulla sponda sinistra del Ceno, che è un influente di sinistra del Taro.Note 20 · Circa 12 chilometri a monte dell'Emilia sulla sinistra del Taro.Note 21 · Miano e Costamezzana sono nei pressi di Medesano.
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