VIAGGIO
Zannino Marsecco translation
DI
LAPUTA, di BAUNIBARBI, di Lugnagh, di Glubbdubdribb, e del Giapone.
Parte Terza.
CAPITOLO I.
Imprende l’Autore un terzo Viaggio; vien preso da Corsali. Ribalderia d’un Fiamingo. L’Autore approda ad un’Isola, ed è ricevuto nella Città di Laputa.
DIeci giorni appena erano scorsi dopo il mio ritorno, che un tale Guglielmo Robinson, Capitan Comandante della Speranza, ch’era un Vascello di trecento botti, fu a visitarmi in mia casa. Era io già stato Chirurgo d’un altro Vascello che appartenevagli, e su cui fatto avevamo di buoni compagnia un altro Viaggio al Levante. Anzi che in basso Uffiziale, ei sempre in Fratello trattato aveami; ed inteso il mio ritorno, per motivo d’amizizia, a quel che io ne pensava, venne a riabbracciarmi; versata essendo in soli consueti complimenti, dopo una lunga assenza, la nostra conversazione. Ma dopo di avermi molte volte reiterate le sue visite, espresso il suo giubilo per rinvenirmi salvo e sano, e richiesto se pel resto della mia vita al viaggiare rinunziato avessi, mi palesò la sua intenzione di mettersi fra due mesi un’altra volta in Mare per l’Indie Orientali; e di compiacer mi d’essere suo Chirurgo di Nave mi pregò. Emmi ben noto, ei soggiunse, che l’offerta d’un somigliante impiego più non vi conviene; ma l’esibirvi, oltra i due ordinarj Ajutanti, un Cerusico subalterno, una doria paga, e la mia parola di rapportarmi a’vostri consiglj come foste un altro me stesso, forse accettabile potrebbe renderla.
Molte altre cose mi disse, e tutte obbliganti; e d’altra parte, io li conosceva per un galantuomo tale, che non mi bastò l’animo di ributtare il suo progetto. Il furore, onde mi trovava ingombro, di veder nuovi mondi, (a dispetto di tutte le traversie attrattemi dalla propia curiosità,) più che mai continuava in me violento: l’unica difficoltà consisteva nell‘opposizion della moglie; la quale, alla fine, rimasta persuasa dagli oggetti de’vantaggj che a’nostri figliuoli risultar ne potevano, mi accordò il propio consentimento.
Partimmo dunque nel 5. d’Agosto 1706., e arrivammo al Forte di San Giorgio gli undici d’Aprile 1707., ove a cagione di molte infermità sopravvenute sul nostro Bastimento, di fermarci tre settimane fummo costretti. Quindi pel Tunchino vela facemmo, nella qual Regione per qualche tempo il Capitano deliberato avea di restarsene; escendo che, molte delle Mercanzie di suo disegno non eran leste, e non potevan esserlo che per alcuni Mesi. Con la lusinga per tanto di rifarcirsi delle spese della dimora, fece compra d’una picciola Barca; che caricata di molti generi di merci di buono smaltimento presso gli Tunchinesi, egli armò di quattordici uomini, compresivi tre Naturali del Paese, dandone a me il comando; con facoltà, per lo spazio di due mesi che gli affari di lui obbligavanlo di trattenersi a Tunchino, di poter praticare qualunque traffico.
Non vi avea che tre giorni da che in mare ci eravamo posti, che insorse una furiosa burrasca, la qual per cinque dì continui portossi al Greco Tramontana, e di poi al Levante; dopo di che con un buon fresco di Ponente, avemmo bel tempo. Sul duodecimo giorno fummo cacciati da due Corsali, che ben presto raggiunti ci fecero loro preda; non potendo noi, pel poco numero, metterci in qualche stato di difesa; ed essendo troppo carica la Barca, per isperare, con lo sforzo delle vele, di sottrarci.
Nell’instante stesso ci abbordarono i due Corsali, e alla testa delle loro genti si gettarono nella nostra coperta: ma trovatici, secondo l’ordine che io ne avea dato, tutti prostesi, furon paghi di bel legarci, e comandato poscia ad alcuni di lor truppa di far di noi buona guardia, si misero a fiutare quanto vi avea nella Barca. Fra coloro mi venne fatto d’osservare un Fiamingo, che facea mostra di qualche autorità, tutto che non fosse Comandante di veruno de’due Vascelli. Al nostro portamento, e alla nostra vestitura ei per Inglesi ci riconobbe; e parlandoci in sua favella, giurò che legati a schiena con ischiena, lanciati in mare saremmo. Passabilmente io parlava il Fiamingo. Dissigli chi noi eravamo; e il pregai pel comune nostro carattere di Cristiani, di voler maneggiarsi a nostro favore presso il suo Capitano. Non servì la supplica che a vie più irritarlo, e che a rinforzare le sue minacce: rivoltosi ei poscia a’suoi compagni, con molta veemenza parlò loro in Giaponese: sovente, a quel che ne penso, valendosi del termine di Cristiani. Il maggiore de’due Corsali Vascelli, era comandato da un Giaponese Capitano, il qual parlava, comechè assai male, qualche poco Fiamingo. Si fece egli accosto di me, e dopo quistioni diverse, ond’io con somma umiltà soddisfeci, disse che noi non faremmo morti. Una profondissima riverenza fu la mia risposta, e al Fiamingo di poi indirizzatomi, mi lagnai di rinvenire più compassione in un Pagano, che in lui stesso, professore del Cristianesimo. Guari però non istetti a ripentirmi della mia imprudenza; mercè che quel tristo, intentato avendo, benchè invano, molte volte di persuadere entrambi i Capitani di farmi gettar in mare, (il che dopo la promession loro di salvarmi la vita, accordargli essi non vollero,) potè; non ostante, ottener da loro, che io fossi punito con una sorta di pena, più spietata della morte medesima. I miei uomini stribuiti furono su i due Vascelli; ed i Pirati incaricarono alcuni de’loro Marinaj di navigar la mia Barca. Quanto alla mia speziale persona; si decretò che io fossi posto in una picciola barchetta con remi, vela, e provvisioni per quattro giorni, (che furono raddoppiate dalla bontà del Capitan Giaponese,) e di poi abbandonato alla discrezione de’flutti. Calai dunque nella barchetta, regalato dal buon Fiamingo di tutti i termini più ingiuriosi, che il materno suo linguaggio suggerir gli poteva.
Un’ora, o circa, innanzi che i Corsali ravvisati avessi, io avea presa altezza, e avea trovato d’essere a’quaranta a sei gradi di Latitudine Settentrionale, e a’cento ottanta e tre di Longitudine. Staccato che alquanto fui da’Pirati, col vantaggio del mio Cannocchiale, alcune Isole dalla parte di Scilocco discoprj. Con l’intenzione di guadagnare la più vicina, il che credetti dovermi riuscire in tre ore, alzai la vela, e pervenutovi, non vidi che un ammassamento di picciole roccie fu cui di molte uova di uccelli tennimi provveduto: ed avendo accesi col battifuoco alcuni bronchi, e alcun’erbe inarridite, arrostì l’uova medesime. Fu questa tutta la mia cena; volendo io, al possibile, risparmiare le poche mie vittuaglie. Passai la notte al coperto d’una rupe con pochi strepiti sotto al mio capo, ed assai bene dormì.
Il giorno dietro guadagnai un’altra Isola, e quindi una terza, e susseguentemente una quarta, servendomi or della vela, or de’remi. Ma perchè il Leggitore stancato non resti da circostanze poco interessanti, solo dirò che nel dì quinto arrivai all’ultima dell’Isole discoperte, situata allo Scilocco-Levante della prima.
Più discosta di quello che io ne pensava era quest’Isola, essendosi da me consumate cinque ore e più, prima d’abbordarvi: Girai la poca men che tutta, innanzi di trovarvi un luogo allo sbarco assai propio, ch’era un picciolo seno, tre volte più largo della mia barchetta. Tutto pietroso mi apparve il terreno dell’Isola, comechè quà e là di molti cespi seminato. Tolsi dal picciolo mio Vascello le poche mie provvisioni; e dopo di essermi refiziato con un leggerissimo pranzo, messi gli avvanzi in una caverna, onde l’Isola n’era piena. Raccolsi una buona quantità d’uova e di sterpi, per farne e dell’une, e degli altri quell’uso stesso, che la sera innanzi fatto io già ne avea; mercè che io teneva meco una focaja, un fucile, della miccia, ed un cristallo ustorio. Nella caverna stessa, ove stavano riposte le mie vittuaglie, passai l’intera notte; e gli stessi bronchi che mi serviva no di legna da fuoco, di letto eziandio mi valeano. Non fu possibile che le barbare mie inquietudini, neppur per un instante, mi lasciassero chiuder gli occhi. Andava io riflettendo che un luogo tale ove io mi trovava, diserto ed arido, non potesse presentarmi che una morte sicura; cosicchè fortemente oppresso dalla tristezza de’miei pensieri, cuor non ebbi di levarmi, e non uscì della caverna che molte ore dopo del giorno. Spasseggiai qualche tempo fra quelle roccie: assai sereno era il Cielo, e cosi servido il Sole che fissarmivi non potei: quando all’improvviso oscurossi quest’Astro, a quel che mi sembrava, in un modo onninamente diverso, che allorchè il ricuopre una nuvola. Girai la faccia, e vidi fra me ed il Sole un opaco gran Corpo, che si accostava alla mia Isola. Pareami questo Corpo all’altezza di due miglia; e per lo spazio di sei minuti o sette, ei mi levò del Sole la vista. Non badai che nell’intervallo fosse l’aria molto più fredda, o molto più ottenebrato il Cielo, come me ne stessi all’ombra d’un alto monte. Continuando il Corpo sempre ad avvicinarsi, ravvisai ch’egli era una solida sostanza, e ch’era molto piana la parte sua inferiore. Me ne stava allora sopra un’eminenza discosta dalla spiaggia per dugento Verghe, (misura del braccio Inglese) e a un di presso per un miglio d’Inghilterra dal mentovato Corpo. Diedi di mano al mio cannocchiale; e distintamente raffigurar non potei molti uomini muoventisi sopra le coste di quel nuovo Pianetta, ma ciò che facesser eglino, non mi riuscì di disscernere.
L’amor della vita che sì di rado ci abbandona, eccitò in me non so quali sentimenti di gioja, e concepì qualche speranza di liberarmi in qualunque modo dalla spaventevole situazione in cui mi trovava: ma molto disagevole mi sarebbe di esprimere qual si fosse in un tempo stesso il mio stordimento, di scorgere nell’aria un’Isola abitata da uomini; i quali, (per quanto parer mi poteva) aveano la facoltà di alzarla, di abbassarla; in una parola, d’inserirle qualunque muovimento di grado loro: Ma trovandomi allora di non troppo umore di andar filosofando sopra quel Fenomeno, rivolsi tutta la mia attenzione a considerare qual cammino prenderebbesi dall’Isola, giacchè mi sembrava che arrestata ella si fosse. Un instante dopo continuò tuttavia ad accostarsi; ed io i suoi lati ravvisar potei, circondati da serie differenti di Logge, e da non so quali scale piantate a certe distanze, per discendere dall’una nell’altra. Nella Loggia più inferiore vidi alcune persone che stavan pescando con lunghe canne, ed altre puramente spettatrici: Feci lor disegno in girando la mia berretta (giacchè da qualche tempo io era privo del mio capello per essersi consumato) e il mio fazzoletto sopra la mia testa. Giunte ch’esse furono a portata d’intendere la mia voce, gridai con tutta la forza; e dagli sguardi che fissavano alla mia volta, e dagli atteggiamenti loro scambievoli, conobbi che scoperto mi aveano, tutto che al mio gridare non rispondessero. Chiaramente bensì ravvisai quattro o cinque di quegli Abitatori che salivano con gran fretta la scalla la quale all’alto dell’Isola conduceva, e che disparvero ben presto. Indovinai che fosser eglino spediti a ricever ordini a riguardo mio; e veramente, mal non mi apposi, come il seppi dappoi.
Da un momento all’altro aumentava il numero degli spettatori; e in minor tempo d’una mezz’ora trovossi l’Isola in tal maniera situata, che la Loggia più inferiore, tutto che lontana quasi che cento verghe, all’eminenza, ove io me ne stava, compariva paralella. Mi misi allora nell’attitudine di supplichevole, e parlai loro con un tuono di voce il più rispettoso, ma risposta di sorta non ebbi. A giudicarne da’vestiti, que’che stavano più a rimpetto di me, aveano l’aria di persone ragguardevoli: mi guatavano sovente, e mostravano di quistionar insieme con applicazione. Uno d’essi alla fine mi disse alcune parole in un linguaggio che avea qualche rapporto coll’Italiano. Con la lusinga che per lo meno il suono ne riuscisse più gradevole alle loro orecchie, espressi in quest’ultima favella la mia risposta. Benchè punto non c’intendessimo, si avvider eglino nulladimeno, e assai facilmente, di che andasse in traccia la mia costituzione.
Mi fecero segno di scendere dalla traccia, e di portarmi alla spiaggia, il che incontanente eseguì: e dopo ciò fu l’Isola volante diretta nel suo muovimento in un modo tale; che calatasi dalla Loggia più bassa una catena con un sedile appeso all’estremità, mi vi adagiai, e con un carrucolo fui tirato ad alto.
CAPITOLO II.
Descrizione de’Lapuziani. Quali scienze presso loro sieno più in voga. Compendiata idea del Re, e della sua Corte. Maniera con cui evvi ricevuto l’Autore. Timori ed inquietudini a quali quegli Abitanti sono suggetti. Descrizione delle Donne.
IL piede appena io posi a terra, che fui attorniato da una folla di popolo; ma que’che più a me si avvicinavano, parevano qualche cosa di maggior distinzione. Mi contemplarono con tutti i più chiari indizj di stupore; ed io credo ch’ebbero il motivo di asserire la stessa cosa di me; non avendo io, per tutta la mia vita, veduti uomini più singolari, sia nelle vestiture, o nelle maniere, o ne’sembianti. Chinan tutti la loro testa o alla dritta, o alla manca parte: uno degl’occhi loro è rivolto verso la Terra, e l’altro verso i loro Zenit. Sono adorne le loro vestimenta di figure di soli, di Lune, di Stelle, di Violini, di Flauti, d’Arpe, di Trombe, di Chitarre, di Gravicembali, e d’altri molti Strumenti incogniti in Europa. Alcuni uomini quà e là vidi che l’aria aveano di servidori, e che all’estremità d’un corto bastone, che tenevano in mano, legata aveano una gonfiata vescica, a modo di frusta. In cadauna vescica si contevano alcuni ceci secchi, o alcuni sassolini, per quanto fummi riferito dappoi. Valevansi coloro di quelle vesciche per battere la bocca, e le orecchie di que’che erano lor vicini; pratica, onde allora mi riuscì impossibile di concepirne l’utilità; ma seppi poscia ch’è sì avvezzo quel Popolo a profondarsi, e ad immergersi in cupe meditazioni, che a patto veruno non può parlare, o ascoltare i discorsi altrui, se in qualche modo non se gli percuote la bocca, o gli organi dell’udito. Ecco la ragione perchè coloro che si trovano in istato di fare questa spesa, an sempre nella loro Famiglia un somigliante Destatore (il chiaman essi Climenole (a guisa di domestico, e da cui incessantemente sono accompagnati quand’escono di casa, o che rendono qualche visita. Il suo impiego si è, in una compagnia di tre persone o quattro, di passar leggermente la sua vescica sopra la bocca di quegli che vogliono parlare, e sulla destra orecchia altresì di colui, o di coloro, a quali essi parlano. E’obbligo pure di questo Destatore, d’accompagnare il suo Padrone quand’ei stassene spasseggiando, e di dargli in certe occasioni un picciolo colpo sopra gli occhi: mercè che assiduamente egli è occupato sì forte dalle sue meditazioni, che senza ciò, si troverebbe in risico di piombare in qualche precipizio, e di dar la testa in qualche tronco; oppure di cadere in qualche rivolo, o di farvi cascar gli altri.
Era necessaria una tale specificazione; imperocchè se io non vi fossi entrato, i miei Leggitori, al pari di me si sarebbero rinvenuti molto imbrogliati nel comprendere il procedimento di quelle genti, quando pel mezzo di molti gradini elleno salir mi fecero per fin alla sommità dell’Isola, e che quindi alla Reggia mi condussero. In tempo del nostro ascendere, dimenticarono molte volte il suggetto di lor commissione; ed ivi mi piantarono, finchè pel soccorso degli Svegliatori loro, rivennero a se medesime: poichè veruna d’esse non dava il medesimo segno d’essere attratta da qualunque stravaganza de’miei vestiti, e del mio portamento; e neppure da quali si fossero acclamazioni del Volgo, non essendo la lor anima sì suggetta ad astratte specolazioni.
Arrivammo finalmente al Palagio, ed entrammo nella Sala di fronte, ove vedemmo il Re sul suo Trono, circondato da ambi i lati da molti grandi. Dinanzi al Solio stava piantata una gran tavola tutta coperta di Globi, di Sfere, e di Strumenti di Matematica d’ogni sorta. Tutto che il concorso di que’che appartenevano alla Corte rendesse l’ingresso nostro tumultuoso, neppur baddovvi Sua Maestà; essendo ella profondamente immersa nel rintracciare lo scioglimento d’un proplema, che solamente un’ora dopo riuscille di ritrovare. A cadaun fianco di lei v’era un Paggio con la vescica alla mano: veduto ch’ebbero questi Paggi che si era rinvenuta la Dimostrazione; uno d’essi di edele un picciolo colpo sopra la bocca, e l’altro sopra l’orecchia dritta; il che la fece scuotersi, nella guisa appunto che qualcuno che dorme viene all’improvviso destato: dopo ciò ella, gettato lo sguardo sopra di me, e sopra coloro che m’attorniavano, si risovvenne del motivo del nostro arrivo, onde da prima n’era stata istruita. Disse alcune parole; che pronunziate appena, un giovane tenente in mano una vescica, tale che io la descrissi, adaggiossi accosto di me, e diedemene alcuni colpi su la destra orecchia; ma a forza di segni comprendere gli feci, che io non avea bisogno dell’ajuto di quello strumento; il che, per quanto dappoi ne seppi, impresse nel Re, e nella Corte tutta, una idea del mio genio poco vantaggiosa. Per quello che congetturar ne potei, fecemi Sua Maestà alcune quistioni; ed io dal mio canto le parlai in tutte le lingue che mi erano cognite. Persuasi amendue che non potevamo intenderci, ordinò il Re che io condotto fossi in un Appartamento della sua Reggia, (avendo questo Principe superati tutti i suoi Predecessori in ospitalità o i riguardo degli Stranieri,) ove due Staffieri, al mio servigio destinati furono. Mi si reco a pranzare; e quattro Signori, che mi ricordava di aver veduti accanto della persona del Monarca, m’impartirono l’onore di mangiar meco. Due serviti avemmo, cadauno di tre piatti, Consisteva il primo in uno spalletto di Castrato tagliato in triangolo Equilatero, un pezzo di Bove in Romboide, ed un Sanguinaccio in Cicloide. Di due Anitre in figure di Violini era l’altro servito, d’alcune Salsicce in forma di Flauti, e d’un Petto di Vitello in guisa d’Arpa. I Servidori trinciarono il nostro pane in Coni, in Cilindri, in Paralellogrammi, e in molte altre Figure di Matematica.
Standocene in talvola, presi la libertà di domandare i nomi di diverse; cose; e que’Signori, mediante l’assistenza de’Destatori loro, compiacquesi di dirmigli, con la speranza che se io avessi si una infinita ammirazione per la loro abilità, pervenir potessi a legare con esso loro una buona conversazione. Mi trovai ben presto in istato di chiedere del pane, a bere, ed altre cose che mi erano necessarie.
Dopo il mio desinare la mia Compagnia mi lasciò; e per ordine del Re fummi inviato un non so chi, assistito da uno Svegliatore. Egli avea con se penna, carta, inchiostro, e tre o quattro libri, dandomi a conoscere con atteggiamenti, che veniva per ammaestrarmi del linguaggio del Paese. Quattr’ore me stetti con esso lui; nel corso delle quali registrai alcuni termini in forma di colonna disposti, con la loro traduzione accanto. Procurai altresì d’apprendere alcune brievi frasi. A tal effetto il mio Maestro facea fate differenti cose al mio Servidore; per esempio, ordinavagli di federe, di tenersi ritto in piedi, di spasseggiare, o di fare una riverenza: e a misura che il Servidore eseguiva cadaun degli ordini, mi dettava il Maestro la frase che dovea esprimerlo. Mi mostrò eziandio in uno de’suoi libri, le Figure del Sole, della Luna, delle Stelle, del Zodiaco, de’Tropici, de’Circoli Polari, e d’un gran numero di Piani, e di Solidi. Notar mi fece i nomi di tutti i Musicali Strumenti che sono in uso appo quel Popolo, e con esatezza me gli descrisse. Partito che fu, disposi tutti i miei vocaboli con le loro spiegazioni in ordine d’Alfabeto, e in questo modo, in pochi giorni, col soccorso d’una buona memoria, feci gran progressi nella loro favella.
Il termine che io rendei per quello d’Isola Volante, o Fluttuante, trovasi in loro lingua Laputa; termine, onde non e sì agevole di riconoscerne la vera etimologia. Lap in vecchio idioma significa alto; ed Untuh un Governatore; donde, dicon essi, è derivato corrottamente il termine di Laputa: questa derivazione però non mi sembra naturale. Feci parte un giorno ad alcuni Letterati di loro, d’una mia conghiettura su questo proposito; e dimandai se forse Laputa da Lap outed venir potesse; Lap significando propiamente il muovimento de’raggi Solari nel Mare, o outed un’Ala: conghiettura, su cui permetto a’miei Leggitori di pronunziare.
Riflettutosi da coloro, a’quali mi aveva affidato il Re, che trovavami assai male in arnese, ordinarono essi ad un Sarto di venire il giorno dietro, e di prendermi la misura per un abbigliamento compiuto. L’eseguì quest’Artefice, ma in una foggia onninamente diversa da quella ch’è dell’uso comune in Europa. Valsesi di primo tratto d’un’quarto di Cerchio, per la misura della mia altezza; e poscia col mezzo d’una Regola, e d’un Compasso, descrisse in carta tutte le dimensioni del mio corpo, portandomi sei giorni dopo i miei vestiti perfettamente mal fatti, per avere sbagliato in una Figura: tuttavia mi consolai, avendo io osservato ch’erano assai ordinari gli accidenti di questa fatta, e che non se ne prendeva la menoma inquietudine.
Nel frattempo che si lavorava dietro le mie vestimenta, e durante una piccola indisposizione, che susseguentemente mi confinò alcuni giorni in casa, accrebbi d’un gran numero di vocaboli il mio Dizionario; cosicchè portatomi di poi alla Corte, fui in istato d’intendere molte cose che mi diceva il Re, e taliter qualiter di rispondergli. Avea comandato Sua Maestà, che il movimento dell’Isola al Greco-Levante diretto fosse verso il punto verticale al di sopra di Lagado, la Capitale di tutto il Regno. In distanza di novanta leghe trovavasi questa Città, e il nostro viaggio più che quattro giorni e mezzo non durò: con tutto questo, posso fare un ampia protesta che in quel tempo tutto del menomo muovimento della nostra Isola non mi avvidi.
Fermossi ella, secondo gli ordini del Re, sopra alcune Città, i cui Abitatori presentar dovevano diverse suppliche. A tal effetto si calavano molti funicelli tenuti tesi da qualche peso nella loro estremità inferiore. Legava il Popolo le sue suppliche a questi funicelli, che poscia si traevano ad alto; e talvolta, col mezzo d’alcune carrucole, e vino, e provvisioni di qualunque sorta ritiravamo dal basso.
Ciò che io sapeva in Matematica fummi d’un grande ajuto per apprendere la loro favella, i cui termini, per la maggior parte, an rapporto con questa Scienza, e con la Musica, onde vantarmi posso di non essere tutto affatto ignorante. Son continui oggetti delle loro meditazioni le Linee e le Figure. Se voglion essi, per esempio, lodar la bellezza d’una Donna; o di qualche altro animale, fanno entrare nel loro Elogio, Romboidi, Circoli, Parallelogrammi, Ellisi, ed altre Geometriche Figure; ovvero de’Musicali termini. Osservai nella Cucina del Re ogni sorta di Strumenti di Matematica, e di Musica, le cui figure servono di modello alle vivande della mensa di Sua Maestà.
Son mal costrutte le loro Abitazioni; e notai che non aveavi in veruno degli Appartamenti neppur un angolo retto; il che proviene dal disprezzo che an essi per la Geometria pratica, che come troppo meccanica riggettan; e per disgrazia, gli Architetti loro non anno lo spirito di comprendere le loro astratte Dimostrazioni; stupidezza, a cagione di cui patiscono i loro edifizj.
I Lapuziani generalmente son cattivi Ragionatori, e molto contraddicenti, se eccetuisi quando lor avviene d’aver ragione, il che è cosa assai peregrina. Immaginazione ed Invenzione sono termini ch’eglino non conoscono, e pe’quali non an neppure vocaboli in loro lingua; essendo circonscritti, e in qualche modo consecrati alle due Scienze testè da me mentovate, tutti i pensieri delle lor anime.
I più di essi, e principalmente que’che si applicano allo studio dell’Astronomia, sono gran Fautori dell’Astrologia Giudiciaria: comechè arrossiscano di professarla in pubblico. Ma ciò che in ispezielta ammirai, e che nel tempo stesso parvemi incomprensibile, si è l’estrema loro curiosità per gli Politici affari, e il loro eterno furore di formar giudizi, e disputar sopra qualunque cosa al Governo ed agli Stati attinente. Per vero dire, riflettei ch’era questa un infermità assai comune del maggior numero de’Matematici di mia conoscenza in Europa; ma non per tanto non siegue che io non sappia qual relazione esservi possa tra una somigliante smania, e la loro professione; purchè essi non suppongano, che come un picciolo cerchio non ha più gradi che un grande, ne venga in conseguenza che non abbisogni maggior abilita per governar il mondo, che per girar un Globo in sensi diversi. Ma più inclino a credere, che una tale irregolarità provenga da un difetto comune alla Natura umana, che renderci più curiosi delle cose che ci concernono meno, e per cui men di talento noi possediamo.
E’suggetto quel Popolo ad inquietudini perpetue, non gustando mai d’un solo instante di riposo; e derivano le sue inquietudini da cagioni tali che non sono affettate dal rimanente degli Uomini. Ei teme che ne Corpi Celesti non succedano certi cangiamenti. Per esempio, che la Terra, se il Sole continui sempre ad accostarsene, non resti un giorno inghiottita da quest’Astro: Che la superficie del Sole non sia poco a poco ricoperta d’una crosta, che gl’impedisca alla fine di farci parte del suo calore, e del suo lume. Racconta, che molto poco vi vuole che l’ultima apparuta Cometa non siasi urtata con la Terra, il che se seguito fosse, doveva questa, senz’altro, ridursi in cenere; e che secondo tutte le apparenze resterà infallibilmente distrutta dalla prima Cometa che si lascerà vedere; il che avverrà da quì a trenta e un anno, secondo il suo calcolo: essendo che questa Cometa, nel suo perielio dee molto avvicinarsi al Sole, per concepire un grado di calore dieci mila volte più grande di quello d’un ferro rovente; e dopo di aver lasciato il Sole, strascicar dietro se una fiammeggiante coda, che eccederà la lunghezza di quattrocento mila leghe; da cui, se la Terra passa in distanza di trenta mila leghe dal Corpo della Cometa, non può certamente non restar incendiata, e ridotta in cenere. Che il Sole, perdendo ciascun giorno una porzion de’suoi raggi senza ricevere qualche alimento che ne compensi la perdita, a guisa di candella si smorzerà alla fine: dal che per necessità ne proverà il distruggimento della nostra Terra, e de’Pianetti tutti che da lui il lume ricevono.
Sì fattamente sono inquietati que’Popoli da fomigliantti spaventi, che non trovano luogo e quiete di sorta, nè san gustare delle comuni soavità della vita. Quando la mattina si abbattono in alcuni de’loro Amici, versa la prima lor quistione sopra la sanità del Sole, come par ch’ei si porti nel suo tramontare, e nel suo risorgere, e se vi ha raggio di speranza di poter isfugire della prima Cometa il rincontro. In trattenimenti di questo genere, si lascian vedere a prendere il piacere medesimo onde gustano i fanciulli, quando intendono Storie di Fantasmi, e d’Apparizioni: Storie, ch’essi ascoltano con la più avida curiosità, ma che imprimendo loro del terrore, lor non lasciano trovar la strada d’andar a letto.
Le Donne dell’Isola sono molto vivaci, spregiano i propj Mariti, ed impazziscono per gli Stranieri. Scelgono fra questi i lor Cicisbei; ma il mal si è che con troppo agio, e troppa libertà coltivano i loro amori; piochè trovasi sì profondato nelle sue meditazioni lo Sposo, che gli Amanti potrebbono in presenza di lui appigliarsi alle maggiori confidenze senza timore del suo accorgimento, purchè solamente egli avesse della carta, e i suoi strumenti, e che non gli fosse a’fianchi il suo Risvegliatore.
Le Femmine e le Donzelle si lagnano amaramente d’essere rinchiuse in quell’Isola, non ostante che, a mio credere, sia quegli il più bel Paese del Mondo: e tutto che vi vivan elleno in tutta l’abbondanza più immaginabile in un modo il più magnifico, e che sia lor permesso di far ciò che vogliono, muojon di voglia di veder il mondo, e di gustar i piaceri della Capitale; il che non è lor permesso, senza, perlomeno, una particolare licenza del Re, e sì facile ad ottenersi non è questa licenza; poichè la maggior parte de’Mariti, quanto sia difficile il quindi far rivenire le mogli, bastevolmente saggiò. Mi fu detto che una Dama del primo Carattere che avea molti figliuoli, e ch’era maritata con un Ministro di prima sfera, uno de’principali Signori del Regno, il qual amavala fin ad essere pazzo, e con cui ella soggiornava in un de’più bei Palagj dell’Isola, imprese il viaggio di Lagado col pretesto che spiravavi Un’aria migliore per la sanità di lei; che vi si tenne per alcuni mesi occultata, finchè li Re mandovvi un ordine di carcerazione; che fu rinvenuta in una bettola, tutta cenciosa, impegnate avendo tutte le sue vestiture per mantenere un vecchio laidissimo facchino, il qual la batteva ben bene ogni giorno, e da cui ella altresì con infinita ripugnanza si separò. La ricevè lo Sposo con tutta la bontà possibile; e senza che le ne facesse il menomo rinfacciamento: e perciò ella guari non istette ad eseguire una seconda scappata, a sportando seco tutte le sue gioje, per andar a riunirsi all’Amante suo, senza che poscia se ne abbia avuta contezza di sorta. Non è improbabile che alcuno de’miei Leggitori s’immagini che io gli narri una Storia Europea, ovver Inglese: Ma lo scongiuro di riflettere, che i capriccj del bel sesso non ristringonsi a qualche Clima, o a qualche particolare Nazione: bensì che anno una uniformità più generale, che tutto ciò che si possa dire.
Nello spazio d’un mese io avea fatti bei progressi nella loro favella, e mi trovava in istato di rispondere alla maggior parte delle quistioni del Re, quand’io avea l’onore di vederlo. Non dimostrò Sua Maestà curiosità veruna in proposito delle Leggi, del Governo, della Storia, della Religione, o de’Costumi de’Paesi che io avea visitati; ridusse bensì tutte le sue ricerche alle sole Matematiche, ed ascoltò con molto sprezzo, e con molta indifferenza ciò che le dissi su quest’argomento, tutto che i due Destatoti ch’ella teneva accosto, diligentemente le proprie incombenze effettuassero.
CAPITOLO III.
Fenomeno spiegato col soccorso della filosofia, e dell’Astronomia Moderna. Abilità de Lapuziani nell’ultima di queste due Scienze. Metodo del Re per reprimere le sedizioni.
DImandai permissione a quel Monarca d’andar a vedere le curiosità dell’Isola, ed egli graziosissimamente aderì a’miei desiderj, ordinando nel tempo stesso al mio Maestro d’accompagnarmi. Mia principale premura si era di sapere a qual Cagione, o nell’Arte, o nella Natura, fosse debitrice quell’Isola de’suoi diversi movimenti: ed ecco di che or ora voglio far parte a’miei Leggitori.
L’Isola volante, o fluttuante, esattamente è circolare: il suo Diametro è di 7837. Verghe, e vale a dire, a un di presso di quattro miglia e mezzo, e per conseguenza contiene dieci mila Campi Italiani. Ha trecento verghe di grossezza, e la parte sua inferiore è una spezie di piano di diamante assai liscio, che perfino allaltezza di più di dugento verghe si stende. Al di sopra di questo letto di Diamante trovansi i differenti minerali nell’ordine consueto, e poscia un inviluppo di terreno assai grasso, di dieci o dodici piedi di grossezza. Il pendio della parte superiore, della circonferenza perfino al centro, e la natural cagione che le rugiade e le pioggie che cadono sopra l’Isola, si rendano per piccioli rivoli verso il mezzo, donde si gettano in quattro dilatati Bacini, ognun de’quali ha di circuito un mezzo miglio, ed è lontano dal centro per dugento verghe. L’acqua di questi Bacini si cangia ogni giorno pel calore del Sole in vapori, il che impedisce ch’eglino non isgorghino; senza metter in conto, che siccome è in arbitrio del Monarcha di far ascendere l’Isola al di sopra della Regione delle nuvole e de’vapori, così è in potere di lui, quando il voglia, di guarentirla dalle piogge e dalle rugiade; mercè che, a confessione di tutti i Naturalisti, non sono che alla distanza di due miglia le più alte nuvole. Ciò che vi ha di certo si è, che in quel Paese più che a quest’altezza non ascendono elleno mai.
Nel centro dell’Isola avvi un’apertura di cinquanta Verghe di diametro, per cui calano gli Astronomi in un gran concavo, che a cagion di ciò nomasi Elandola Gagnole, o la Caverna degli Astronomi, situato in profondità di cento Verghe più abbasso che la superior superficie di Diamante. Ardono di continuo in questa Caverna venti lampade, il cui lume sopra muraglie adamantine riflettuto, tramanda uno splendore che non può esprimersi. E’empiuto il Luogo di Quarti di Cerchio, di Telescopj, d’astrolabj, e d’altri strumenti Astronomici. Ma il più curioso oggetto, e donde ne dipende il destino dell’Isola, si è una calamita d’una prodigiosa grandezza, e d’una figura a una navicella di Tessitore, assai somigliante. Sei verghe di lunghezza e tre di grossezza ha questa calamita. Ella è sostenuta da un cardine fortissimo di Diamante che le passa pel mezzo, e su cui ella si aggira; ed è sì esatto il suo equilibrio, che il tocco più leggiero è valevole a muoverla. Di più: è attorniata da un voto Cilindro di Diamante, il qual ha quattro piedi di profondità, altrettanti di grossezza, e dodici verghe in diametro, situato orizzontalmente, e sostenuto da otto piedi di Diamante, ognun de’quali ha in altezza sei verghe. Nel mezzo della parte concava, evvi un incavo di dodici piedi di profondità, ove son collocate l’estremità del Cardine, e girano quando il bisogna.
Non vi ha forza che toglier possa questa pietra dalla sua situazione; piochè il cerchio che la circonda, e i piedi ond’ella sta appoggiata, fono una continuazione di quel Corpo di Diamante che forma la parte superiore dell’Isola.
Pel mezzo di questa calamita, si fa alzarsi, e bastarsi, e muoversi, l’Isola da un luogo all’altro: Essendo che, per rapporto a quella parte della Terra su cui si stende l’Imperio di Sua Maestà, e la pietra in una delle sue parti dotata d’una facoltà attrattiva, e d’una facoltà repulsiva nell’altra. In girando l’estremità attrattiva della calamita verso la Terra, discende l’Isola: e pel contrario ella monta direttamente ad alto, quando la Terra è risguardata dall’estremità repulsiva. Quando è obbliqua la posizion della pietra, lo è pure il movimento dell’Isola, mercè che in questa calamita, le forze operano sempre in linee paralelle alla sua direzione.
Con quest’obbliquo movimento, è trasportata l’Isola verso i differenti luoghi del Dominio del Monarca. Per meglio spiegar ciò, poniamo che A B sia una linea tirata a traverso del Regno di Balnibarbi; che la linea C D rappresenti la calamita, di cui D sia l’estremità repulsiva, e C l’attrattiva essendo l’Isola situata sopra C; che la posizion della pietra sia C D con l’estremità repolsiva al basso; allora io dico, che salirà l’Isola in linea obbliqua verso D. Pervenuta ch’ella sarà al punto D, che la pietra sia girata sopra il suo Asse finchè la sua attrattiva estremità sia appuntata inverso E, io dico che l’Isole sarà portata obbliquamente verso E; o se la pietra è di nuovo aggirata sopra if suo Asse finchè ella si trovi nella posizione E F con la sua estremità repulsiva al basso monterà l’Isola obbliquamente inverso F, o se diregesi l’attrattiva estremità in verso G, e da G inverso H, in girando la pietra, in modo che la sua estremità repulsiva sia direttamente al basso. E così cangiandosi la situazion della pietra tanto sovente quanto egli è necessario, l’Isola o monta, o discende, o muovesi in Linee più, o men obblique; e in questo modo dall’uno all’altro luogo del Dominio è trasferita.
Ma convien riflettere che quest’Isola non potrebbe essere portata più lunge di quel che si dilata l’Imperio del Re, nè salire a maggior altezza di quattro miglia. Del che gli Astronomi, che an composti grossi Volumi per ispegiare le maraviglie di questa pietra, recano la seguente ragione: Che la virtù magnetica non si diffonde al di la di quattro miglia; e che il Minerale il qual opera sopra la pietra nelle viscere della Terra, e nel Mare perfino a sei leghe o circa dalla spiaggia, non è sparso per tutto il Globo; bensì ha i limiti medesimi che il Dominio del Re: e agevole riuscirebbe a un Principe, pel gran vantaggio ch’egli ritrarrebbe da una somigliante situazione, di ridurre alla sua ubbidienza tutti i Paesi, a riguardo de’quali la calamita della sua Isola avrebbe le proprietà medesime.
Quando questa pietra è paralella all’Orizzonte, viene arrestata l’Isola; imperocchè in un tal caso, le due estremità trovandosi in egual distanza dalla Terra, operano con forza eguale, traendo l’una al basso, sospignendo l’altra all’alto, donde ne siegue che non può esservi muovimento.
E’affidata questa calamita all’attenzione di certi Astronomi, che di tempo in tempo le adattano quelle posizioni che più vuole il Monarca. Impiegan essi la maggior parte del viver loro nell’osservare i Celesti Corpi; il che fanno con cannocchiali infinitamente più eccellenti de’nostri. Un tal vantaggio gli ha messi in condizione di stendere le scoperte loro assai più lunge che i nostri Astronomi in Europa; perchè an essi formato un Catalogo di dieci mila Stelle fisse; laddove la più compiuta lista delle nostre, non ne continue che incirca la terza parte di questo numero. An discoperto due satelliti di Marte, un de’quali è lontano dal centro di questo Pianeta di tre de’suoi Diametri, e di cinque l’altro: aggirasi questo sopra il suo centro in ventun’ora e mezzo, e quegli in dieci; cosicchè: Quadrati de’loro Tempi periodici sono presso poco nella proporzione medesima co’Cubi di loro distanza dal Centro di Marte: il che dimostra con evidenza che son governati dalla Legge medesima di gravazione, onde son suggetti gli altri Corpi Celesti.
Hanno osservate novanta e tre Comete differenti, e notati con grand’esattezza i ritorni loro periodici. Se ciò è vero, come con gran franchezza l’assicurano, sono a desiderarsi estremamente le lor Opere rendute pubbliche, perchè servir potrebbono a portar la Teorica delle Comete, che fin al presente è molto difettuosa al punto medesimo di perfezione, ove le altre parti dell’Astronomia sono pervenute.
Sarebbe il Re il più assoluto Principe dell Universo, se solamente potesse rendere persuasi i suoi Ministri d’unirsi strettamente a lui: ma come son situati al Continente i Beni di questi, e che d’altra parte, spaccian eglino l’impiego di Favorito come cosa la più fragile del Mondo, assentir non vollero mai che ridotta fosse in ischiavitù la Patria loro.
Quando si ribella qualche Città, ch’è squarciata da violente Fazioni, o che niega di pagare gli ordinarj tributi al Re, servesi questo Principe di due metodi per rimetterla nel propio dovere. Il primo è il più soave si è, di situare l’Isola al di sopra di quella tal Città, e del circostante Paese, affin di toglierle la pioggia, ed il calore del Sole: il che immediate produce una generale consternazione, e cagiona infermità negli Abitatori. Che se il merita il loro delitto, si lancian loro dall’Isola delle grosse pietre, da cui non han essi che un solo mezzo per guarentirsi; ed è di cacciarsi entro caverne o concavità, in tempo che i tetti delle loro Case ruinano. Ma se a dispetto di tutto questo restan tenaci nella loro perfidia, o presumono di rivoltarsi: il Re ne viene all’ultimo de’rimedj, il qual è di lasciar cadere direttamente sull e loro teste l’Isola; il che in un tempo stesso e le Case della Città, e gli Abitatori distrugge. Con tutto ciò, molto di rado a un’estremità di questa fatta vuole ridursi il Monarca; anzi non ha egli mai una vera intenzione d’effettuarla: d’altra parte non ardirebbono i suoi Ministri consigliargli un’azione, che non solamente renderebbelo odioso al Popolo, ma eziandio ruinerebbe le propie loro Tenute, le quali sempre son collocate nel Continente, essendo l’Isola il Dominio del Principe.
Ma vi ha altresì una più importante ragione, perchè i Re di quel Paese cotanto ripugnino all’eseguimento d’una vendetta sì formidabile, se pure non vi son costretti da una estrema necessità: Essendo che, se nella Città che si vorrebbe distrutta, sienvi solamente alcune gran roccie, come ve ne sono quasi in tutte le gran Città, che, secondo tutte le apparenze sono state costrutte in luoghi idonei ad impedire una somigliante Catastrofe, una caduta alquanto gagliarda danneggiar potrebbe la superficie inferiore dell’Isola; la quale, tutto che consiste, come già il dissi, in un sol Diamante di dugento verghe di grossezza, potrebbe frangersi per un urto troppo violento, oppur fendersi in accostandosi troppo a’fuochi accesi nelle abitazioni della Città; come allo spesso cio avviene alle lastre di ferro, o di pietra ne’nostri Focolari. A maraviglia, di tutto cio n’è informato il Popolo; ed ha egli l’abilità di portar precisasmente la sua ostinazione al punto ove bisogna, quando si tratti della propia libertà, o de’propj Beni. E il Re, allor quando è più sdegnato, è più risoluto di rovesciare sossopra la Città, commanda che adagio adagio facciasi scender l’Isola, col pretesto della somma tenerezza di lui inverso il suo Popolo: ma in sostanza, per timore di spezzare la superficie del Diamante: nel qual caso son persuasi tutti que’Filosofi, che la calamita a sostenerla più non varrebbe.
Per una Legge fondamentale di quel Regno, nè al Re, nè a veruno de’suoi Primogeniti, non è permesso di distaccarsi dall’Isola: Quanto alla Regina, non l’è proibito, purchè ella non sia più in istato d’aver figliuoli.
CAPITOLO IV.
L’Autore parte da Laputa, è condotto a Balnibardi, e arriva alla Capitale. Descrizione di questa Città, e del sue Distretto. Ospitalità con cui egli è ricevuto da un Gran Signore. Sua conversazione con esso lui.
TUtto che non avessi un giusto motivo di lagnarmi della maniera con cui io era trattato in quell’Isola; un po troppo, non ostante, io vi era trascurato: ed era la trascuranza alquanto disprezzante: mercè che nè il Principe, nè chi che fosse de’Suggetti di lui, non avea la menoma curiosità per veruna Scienza, eccettuatene le Matematiche, e la Musica, che in confronto di loro molto poco io intendeva: dal che provenivane che molto poco pure a me si badasse.
Da un’altra parte, avendo io vedute tutte le rarità dell’Isola, mi moriva di voglia d’abbandonarla, non potendo più soffrire a patto veruno la compagnia di quel Popolo. Ma vero è ch’è lui eccellente in due Scienze che in ogni tempo furono molto da me apprezzate, ed in cui, ardisco di dirlo, io non sono onninamente ignorante; ma in ricompensa, stava egli di continuo sì forte profondato nelle sue specolazioni, ch’è impossibile di ritrovar uomini di un commerzio più disaggradevole. Io non frequentava che Donne, che Mercatanti, che Destatori, e che Paggj di Corte per gli due mesi del mio soggiorno colà; cosa, che alla fine in un generale dispregio gettommi. Ma che farvi? Eran costoro l’uniche persone, ond’io potea ricevere una risposta ragionevole.
A forza d’applicazione, mi era molto avanzato nella conoscenza della loro favella: mi trovava lasso d’essere confinato in un’Isola ove io faceva una sì sciocca figura; ed era risoluto a tutto costo con prima opportunità di lasciarla.
Aveavi alla Corte un Gran Signore parente assai stretto del Re, e rispettato per questa sola ragione. Fra coloro ei passava pel personaggio il più stupido, e il più ignorante di tutto il Regno. Molte volte renduti aveva segnalati servigj alla Corona, e possedeva qualità egregie di cuore e di spirito; ma in riguardo alla Musica, egli avea un’orecchia così cattiva, che i suoi nemici, d’aver allo spesso battuta a falso la misura, accusavanlo. Creder non si potrebbono gli stenti sofferti da’Precettori di lui in dimostrargli una sola proposizione di Geometria, ed anche delle più facili. Diedemi molti contrassegni di benevolenza, sovente mi onorò di sue visite, e mi pregò d’instruirlo degli Affari dell’Europa, e altresì delle Leggi, delle Costumanze, e delle Scienze del bell’uso ne’differenti Paesi, ove viaggiato io avea. Mi ascoltò con estrema applicazione, ed eccellentemente riflettè su tutto ciò che gli dissi. Il posto da lui tenuto in Corte, l’obbligava ad avere due Svegliatori a sue spese; ma non se ne serviva mai se non in presenza del Re, o in alcune visite di cerimonia, e gli faceva sempre uscire, quando soli insieme ci trovavamo.
Pregai questo Signore d’intercedere a favor mio dal Re la permissione d’andarmene: ei ricevè l’impegno della commissione, comechè contra genio, a quel che meco con bontà se ne spiegò, poichè statemi da lui avanzate molte vantaggiose proposizioni, io, con mille proteste d’un eterno riconoscimento, le ricusai.
Nel decimo sesto di Febbrajo presi congedo da Sua Maestà, e da tutta la sua Corte. Fecemi un regalo il Re pel valore di dugento Ghinee; e il mio Protettore, di lui parente, un più ragguardevole ancora, aggiugnendovi una lettera di raccomandazione per un Amico ch’egli avea in Lagado, la Capitale. Stando allora situata l’Isola al di sopra d’una Montagna in distanza di sole due miglia da questa Città, ne fui calato dalla Loggia più inferiore, nella guisa stessa con la quale io avea salito.
La Terra Ferma, per quanto dilatasi il Dominio del Monarca dell’Isola Fluttuante, porta il nome generale di Balnibarbi, e la Capitale, come già il dichiarai, si appella Lagado. Non fu mediocre la mia consolazione di ritrovarmi sul Continente. Essendo io abbigliato come un Naturale del Paese, e sapendo abbastanza il linguaggio per farmi intendere, spasseggiai senza timore di sorta per la Città. Fummi facile di rintracciare l’abitazione di quegli a cui io era raccomandato, e la lettera del suo Amico gli presentai. Non può darsi ricevimento più obbligante del praticatomi da quel Signore, il qual chiamavasi Munodi: ei mi assegno un Appartamento in sua casa, ove restai per tutto il tempo del mio soggiorno a Lagado.
Il giorno dietro del mio arrivo, ei mi prese nel suo Cocchio per veder la Città, la qual è grande poco più, poco meno per la metà di Londra; ma i suoi edifizj sono mal costrutti, e cadono, quasi tutti in ruina.
E affrettato il Popolo in camminando per le strade, egli ha un portamento distratto, ed è quasi tutta cenciosa la sua vestitura. Noi passammo per una delle porte della Città, e per tre miglia c’innoltrammo nel Distretto, ove vidi molti Campajuoli che con diverse sorte di strumenti la terra smuovevano, ma indovinar mai non seppi il loro disegno; nè in luogo veruno, o frumento, od erba non ravvisai, tutto che il Territorio apparisse eccellente. Ciò che testè veduto io avea in Città, e ciò che sul fatto stesso io vedeva in Campagna, rendemmi ardito per chiedere al mio Conducitore la spegazione di quel, che il prodigioso numerò di teste, e di mani occupate, tanto nelle strade che ne’Campi, significar volea; imperciocchè non poteva io figurarmi che qualche cosa risultar ne dovesse; ma che, pel contrario, in alcun tempo non mi era caduto sotto l’occhio un Territorio più mal coltivato, Case sì pessimamente fabbricate, o un Popolo, la cui aria, e il cui vestimento esprimessero una più profonda miseria. Era Munodi un Signore del primo carattere, ed era stato per molti anni Governatore di Lagado; ma un imbroglio de’Ministri tolsegli quel Governo. Con tutto ciò con molta bontà il trattava sempre il Rè, come un suddito assai ben intenzionato, ma di pochissimi talenti.
Fatta che gli ebbi la censura del Paese e degli Abitanti, ei non mi rispose nulla; dissemi solo che la brieve mia dimora non poteva per anche mettermi in istato di formarne qualche giudizio, e che ogni Nazione del Mondo ha i suoi peculiari costumi; con alcuni altri comuni luoghi del genere medesimo. Ma ritornati che fummo al Palagio di lui, mi dimandò cio che sembravami di quell’Edifizio, quai difetti vi avessi osservati, e qual fosse il mio pensiere sopra il portamento e la vestitura de’suoi domestici? In farmi somiglianti quistioni, ei non correva gran risico; con ciò sia che tutto ciò che si rinveniva in una sua Casa, passar potea per cosa assai regolare, e dell’ultima magnificenza. Gli replicai, che la saggezza, la qualita e le ricchezze di sua Eccellenza, aveanla messa al coperto da’difetti che la follia, e la meschinita prodotti aveano negli altri. Si espresse egli, che se io gradiva d’accompagnarlo alla sua Casa di Campagna, che per venti miglia era discosta dalla Capitale, ed ove stavano situate le Tenute di lui, avuto avremmo il piacere di disputar a nostr’agio su quest’argomento. Fu la mia risposta che io dipendeva interamente da’cenni suoi; cosicchè non fu differito che al dì seguente il nostro picciolo viaggio.
Nel frattempo del nostro cammino, egli osservar mi fece i metodi differenti, onde per render colte ed ubertose le loro terre, servonsi i Fattori di Campagna: Metodi, che mi parvero assolutamente incomprensibili; poichè, toltine alcuni luoghi in picciolissimo numero, cannello di biada di sorta non vidi in qualunque parte, e neppure il menomo filo d’erba. Ma tre ore dopo, più così non passò la faccenda: ci trovammo in un Paese il più bello del Mondo. Ben fabbricati Edifizj di Castalderie, in corta distanza gli uni dagli altri, regnavanvi. I Campi cinti di siepi, contenevano de’vigneti, de’seminati, o delle praterie. Non mi ricordava d’aver mai veduta cosa più deliziosa. Notò bene l’Eccellenza Sua la giocondità che dipignevasi sulla mia faccia, e dissemi sorridendo, che quivi cominciavano i suoi Poderi, e che sempre vi avremmo camminato sopra, finchè alla sua abitazione pervenuti fossimo: Che le Genti del Paese lo spacciavano per uno sciocco, e il dispreggiavano, perchè egli non badasse con più attenzione a’propj affari, e recasse a tutto il Regno un esempio sì pernizioso, il qual tuttavia era seguito da picciol numero di persone.
Arrivammo finalmente alla Casa, ch’era un superbo Edifizio, costrutto secondo le migliori regole dell’antica Architettura: Fontane, Giardini, Passeggj, Viali, Grotte, tutto era fatto e disposto con discernimento, e con gusto. Io lodava qualunque cosa, senza che Sua Eccellenza mostrasse d’avvedersene; ma dopo cena, restati soli che fummo, con uno stile di maninconia ei mi disse, che trovavasi in una grande apprensione, dubitando d’essere costretto di gettar a basso tutte le sue Case di Campagna, e di Città, per rifabbricarle alla nuova moda: di distruggere tutte le sue piante, per formarne dell’altre nella figura prescritta dall’uso corrente, e d’ingiugnere gli ordini medesimi a tutti i suoi Fattori: che senza questo egli si esporrebbe alle imposture d’orgoglio, di spirito, di singolarità, d’affettazione, d’ignoranza, e di capriccio, ed eccitarebbe forse contra di se lo sdegno, e la disgrazia di Sua Maestà.
Aggiunse; che svanirebbe ben presto la mia maraviglia, quando informato fossi d’alcuna particolarità, che, secondo tutte le apparenze, io non aveva apprese alla Corte, essendo colà gli uomini troppo ingombri dalle propie loro speculazioni, per doversi prender cura di quanto quì abbasso si pratica.
Sono quarant’anni, o circa, ei mi disse, che taluni, o per piacere, o per affari, il viaggi di Laputa impresero; e dopo d’esservi soggiornati per cinque mesi, furono di ritorno con una leggerissima tintura delle Matematiche, ma ricolmi di spiriti volatili, in quell’aerea Regione conceputi: Che cominciarono costoro dal biasimare ogni cosa senza eccezione veruna, e che il disegno di mettere l’Arti, le Scienze, la Favella, e le Meccaniche sopra un nuovo piede, formarono: Che a tal effetto, fecero in modo che ottennero un Diploma per l’erezione in Lagado d’un’Accademia di Manipolatori di progetti, e che spezie tale di malattia fu sì contagiosa, che ben presto non vi ebbe neppur una sola Città del Regno, anche delle men ragguardevoli, che non avesse la sua Accademia particolare: Che ne’Collegj di questa fatta, inventano i Professori nuovi metodi di coltivar le terre, e di fabbricar le Case; ed altresì nuovi strumenti per tutti i mestieri, e per le manifatture: Strumenti sì stupendi, che in servendosene un sol uomo, è capace di far l’opera di dieci, e un Palazzo può esser fabbricato in una settimana con materiali sì durevoli, che non vi abbisogni la menoma riparazione mai più: Che studian eglino eziandio le maniere perchè in qualunque stagione maturino tutte le frutte della terra, e perchè ingrossino cento volte più che al presente: Che vi ha, non ostante, una sola inconvenienza, che niun di questi progetti trovasi per anche ridotto a perfezione, e che nel frattempo, il Paese se la passa in una deplorabile costituzione, che gli edifizj ruinano, e che il Popolo muore di fame, e non ha con che ricoprirsi. Il che, anzi che disanimargli, vie più rinvigorisce in loro il furore de’progetti: Che quanto a lui, che non era uno spirito intraprendente; stavasene; egli pago di calcare il cammin battuto, di soggiornar nelle Case state costrutte da’suoi Antenati, e di niente innovare nella maggior parte delle cose della vita: Che certi qualificati Signori, ed alcuni altri di minor carattere aveano i sentimenti medesimi, ma ch’erano vilipesi, e trattati come tanti ignoranti, e pessimi Cittadini, che all’universal vantaggio la propia particolar comodità preferivano.
Aggiunse Monodi; ch’egli introducendosi in una più distinta specificazione, scemarmi non volea il piacere che avrei risentito nel visitare la loro grande Accademia, come Consigliavami di fare. Mi pregò solamente di gettar lo sguardo sopra un disolato edifizio, che in distanza di tre miglia da noi scoprivasi sulla declività d’un monte, di cui eccone la precisa storia. Io avea, ripigliò egli, a una mezza lega dalla mia abitazione un Mulino assai buono, il qual col benefizio d’una grossa Riviera continuamente girava, e donde io traevane, e i miei Fattori altresì, quel miglior uso che desiderar potevamo. Sono sett’anni, o circa, che una Società di questi Manipolatori di proggetti venne a propormi di distruggere questo Mulino, e di costruirne un altro sul fianco di questo Monte; sulla sommità di cui, dicevan coloro, conveniva far un canale, che fosse una foggia di Serbatojo; nel quale, pel mezzo di molti cannoni si sarebbe fatta scorrere l’acqua, e quindi se ne sarebbe somministrata al Mulino: mercè che il vento, e l’aria imprimevano nell’acqua, quand’ella si trova sopra una eminenza, un nuovo grado d’agitamento, e per questa stessa ragione, più idonea al moto la rendono; ed eziandio, perchè discendendo l’acqua in maggior declività, potea più facilmente far girare il Mulino, che nol farebbe un fiume, il quale scorre con maggior livello. E come allora, continuò Monodi, io non mi trovava troppo bene in Corte, e che d’altra parte molti miei Amici mi stimolavano, soscrissi al progetto: Ma dopo di aver per lo spazio di due anni fatto travagliare un centinajo d’uomini se ne ristette l’opera, e i Manipolatori di progetti si ritirarono, ribattendo sopra di me il mal successo, e scongiurando tutti i possessori di Mulini ad acqua sopra le Riviere, di farne fabbricare sopra qualche monte, per convincermi coll’esperienza del torto che io mi faceva.
Pochi giorni doppo fummo di ritorno alla Città, e riflettendo Sua Eccellenza di non trovarsi ella in troppo buon odore presso l’Accademia, non volle andarvi in mia compagnia, ma ad uno de’suoi Amici mi raccomandò. Dipinsemi a quest’Amico come un grande ammiratore di progetti, straordinariamente curioso, e di buona fede; il che tuttavia era alquanto vero, avendo io medesimo in qualche tempo fatti de’progetti assai ridicoli.
CAPITOLO V.
L’Autore ha la permissione di vedere la Grande Accademia di Lagado. Ampia descrizione di quest’Accademia. Arti nelle quali vi c’impiegano i Professori.
NON è quest’Accademia un solo Edifizio, bensì una serie di molte Case d’ambo i lati d’una strada, la qual divenuta disabitata, in domicilo degli Accademici destinossi.
Fecemi il Rettore un graziosissimo accoglimento. Ciascuna stanza conteneva uno o più Manipolatori di progetti, e ben credo che vi fossero da cinquecento stanze in tutto.
Il primo uomo, in cui mi abbattei, era smunto e squallido, avea la faccia, e le mani tutte fuliggine, i capelli rabbuffati, la barba lunga, ed era per sopra più tutto lacero. I suoi vestiti, la sua camiscia, e la sua pelle, erano precisamente del colore medesimo. Otto anni consumati avea nel preparar de’cocomeri per attraerne i raggj Solari, che disegnava di riporre in vasi ermeticamente suggellati, affin di valersene a riscaldare l’aria nelle Stati poco favorevoli. Dissemi, ch’ei punto non dubitava, nel termine d’anni otto di non trovarsi in istato di somministrare una ragionevole quantità di questi raggj al Giardino del Governatore; ma lagnavasi dell’estrema mediocrità del suo stipendio, e mi pregò di dargli qualche picciola cosa per incoraggirlo nel suo lavoro, e per compensarlo alquanto dell’eccessivo caro prezzo, onde l’anno precedente erano stati i cocomeri. Gli feci un picciolo presente; avvegnachè il Signore che mi albergava, provveduto aveami a tal oggetto di qualche danajo, ben sapendo ch’era lor costume di chiedere onestamente la limosina, a tutti que’che andavano a visitargli.
Entrai in un’altra stanza; ma fui sul punto di tornarmene immediate addietro, a cagione del puzzo orribile che mi diede nelle narici, nell’atto di porvi il piede. Sospinsemi avanti il mio Conducitore, e mi accennò di non dare il menomo indizio d’aversione, o di nausea, perchè avrebbesi ricevuto per un’offesa mortale. Il credei, e violentai la mia pulitezza perfino a non otturarmi neppur il naso. Era il più vecchio Studente dell’Accademia colui che in quella cella abitava. Tutte impeciate di lordure erano le mani e le vestimenta di lui. Presentato che me gli ebbi, fu ad abbracciarmi con ogni sorta di tenerezza; civiltà, da cui l’avrei dispensato ben volentieri. Dal primo istante del suo aggregamento all’Accademia, si era gli applicato a rimettere nel loro stato primitivo gli escrementi umani, separandone quella spezie di tintura che vi è influita dalla bile, facendone svaporare l’odore, e il salivale togliendone. Pagavagli ogni settimana la Società una sorta di diritto, consistente in un vase riempiuto di umane fecce, perchè gli esperimenti suoi egli proseguire potesse.
Vidi un altro, tutto intento a calcinar del ghiaccio per formarne polvere da cannone. Mostrommi costui un Tratto da lui composto sopra la Malleabilità del Fuoco, già tutto in pronto per mettersi alla luce. Quivi pure stavasene un Architetto ingegnosissimo, inventore d’un nuovo metodo di frabbricar le Case, cominciando dal colmo, e terminando per le fondamenta, il che con l’esempio di due prudentissimi insetti, l’Ape, e il Ragnolo, egli giustificava.
In un altro Appartamento mi venne sotto l’occhio un uomocieco nato, e con esso seco molti allievi, parimente ciechi. Consisteva il loro impiego nel frammescolar de’colori per uso della Dipintura; e il Maestro lor insegnava a distinguerli pel mezzo del tatto; o pel mezzo del gusto. Ma per tutto il tempo che io fui presente, assai male vi riuscirono; essendosi il Professore medesimo quasi ogni volta ingannato.
Ma nulla sono i progetti tutti or ora da me mentovati, in paragone di quegli che in questo punto participar voglio a’miei Leggitori. Da uno di quegl’industriosi Accademici si era ritrovata l’Arte di lavorar la terra con porci, per risparmiare la spesa degli aratri, de’buoi, e degli operaj. Ecco il metodo di lui. In un campo di terra convien sotterrare a sei pollici di distanza l’une dall’altre, e ad otto di profondità, un buon numero di ghiande o di datteri, che i porci cercano con grande avidezza; dopo ciò, convien condurre sopra luogo cinque o secento di questi animali: or eglino, arrivati appena, smuoveranno co’grugni loro tutta la terra rintracciando il lor nutrimento, e la renderanno idonea ad essere seminata, ingrassandola nel tempo stesso col loro letame. Per vero dire, dopo molti reiterati esperimenti, si è rinvenuto che il travaglio era non poco, senza che tuttavia ricolto di sorta se ne fosse veduto. Con tutto questo non si dubita che il ritrovamento non abbia un giorno ad essere estremamente perfezionato.
Rendeimi in un’altra Camera tapezzata d’ogni intorno di tele di ragnolo, se si eccettui un picciolo passaggio molto angusto, per cui l’Artista entrare ed uscire poteva. Ravvisato ch’ei mi ebbe, gridò con forte tuono che non toccassi le sue tele. Qual fatal errore, mi disse, che per un tempo sì sterminato ci siam prevaluti de’bachi da seta, quando in tanta copia abbiamo animaletti domestici, di que’vermini infinitamente migliori! Oltracciò, aggiunse, servendoci de’ragnoli, a temer non avremmo l’incomodità che cagiona la morte de’bachi; del che interamente ne restai convinto, quand’ei mi fece mostra d’un numero prodigioso di mosche a maraviglia colorate, ond’egli nutricava i suoi ragnoli, assicurandosi che le tele ne concepirebbono qualche tintura, e che come avevane di tutti i colori, si lusingava di ritrarne gran profitti da un tale ritrovamento, immediate che riuscito gli fosse di nutrir le sue mosche con certe gomme, con certi olj, e con altre glutinoso materie, per inserir nelle sila della forza, e della consistenza.
Un altro Accademico, ch’era Astronomo, impreso avea di collocare un Orivolo da Sole sopra la girandola del Palazzo di Città, aggiustandone il muovimento annuale e giornaliero della Tera e del Sole, in modo, che esattamente corrispondesse a tutti gli accidentali muovimenti, che il vento facesse fare alla girandola.
Mi accadde di dovermi lagnare col mio Conducitore per un picciolo assalimento di colica, ed egli mi guidò nell’Appartamento d’un famoso Medico, rendutosi tale pel modo di guarire questa sorta di malattia. Ecco il suo metodo. Una sciringa di misura enorme, era da lui riempiuta d’aria: scaricava egli quest’aria nel corpo del paziente, e dopo ciò, ritiravane lo strumento per rimpierlo di nuovo d’aria; cosicchè replicato appena per tre volte, o quattro, quest’esercizio; il vento, onde il corpo del paziente era riempiuto, forzava quello che cagionato avea il male ad uscirne, e quindi seguivane la guarigion dell’infermo. Ei ne fece un saggio sovra un cane in presenza mia, il qual cane, per dir vero, non si lagnava d’aver la colica; ma in ricompensa ne fu preservato per sempre; mercè che alla seconda scarica della sciringa, il povero animale crepò. Noi lasciammo il Dottore molto occupato a restituirgli la vita, facendone uscire il soverchio d’aria: ma dubito del riuscimento dell’operazione.
Diedi una scorsa per molti appartamenti; ma non avendovi ritrovata cosa così importante come il narrato fin quì mi scuserà chi legge se la passo sotto silenzio.
Fin allora io non avea visitata cbe una parte dell’Accademia, essendo abitata l’altra da que’che si applicano all’avanzamento delle Scienze specolative, di cui ne farò parola, dopo di aver fatta menzione d’un illustre Personaggio, dinominato fra coloro l’Artista Universale. Ei ci notificò d’essersi occupato pel corso di trent’anni in rintracciar i mezzi di prolungare la vita umana. Due gran camere egli avea ripiene di mille curiosità, e cinquanta uomini operavano sotto di lui: entro a un vase condensavano questi l’aria; e que’avean l’arte di togliere da quest’aria tutte le particelle di nitro o d’acqua; ed altri ammollivano pezzi di marmo per formarne de’cuscinetti, e de’guanciali. L’Artista medesimo si trovava allora molto impegnato in due gran progetti. Consisteva il primo in seminare una terra di paglia, in cui, diceva egli, contenevasi la vera virtù producitrice; il che egli dimostrava con molti ragionamenti, che io non ebbi la capacità di comprendere. La seconda invenzione tendeva ad impedire che gli agnellini non si ricoprissero di lana; lusingandosi l’Artista di poter ciò effettuare col mezzo d’alcune gomme, ed’alcuni minerali applicati esteriormente sopra la loro pelle, e che nello spazio di qualche tempo si sarebbe sparsa per tutto il Regno una razza di pecore totalmente ignude.
Facemmo un giro all’altra parte dell’Accademia, ove, come già il diceva, i Manipolatori di progetti in i scienze specolative, la loro Residenza aveano.
Il primo Professore che io vidi, se ne stava in un grande Appartamento, ed avea quaranta Scolari d’intorno a se. Dopo i primi complimenti, osservando egli che io risguardava con attenzione una macchina, che, poco men che la stanza tutta teneva ingombra, disse che io forse mi trovava sorpreso, che egli formato avesse il disegno di servirsi di meccaniche operazioni, per l’aumentazione delle conoscenze specolative: ma che il Pubblico troppo tardato non avrebbe a risentirne l’utilità di cotale metodo: e che vantavasi senz’altro, che uomo al Mondo inventata non avesse più bella cosa. E noto ad ognuno, continuò il Professore, quanto sia laborioso l’ordinario metodo di far acquisto di certe scienze; laddove con l’invenzione, onde io vi parlo, l’uomo, il più ignorante, può, con poco stento, e quasi con niuna spesa, scrivere sopra la Filosofia, la Poesia, la Politica, le Leggi, le Matematiche, e la Teologia; e ciò senza avere nè genio, nè studio. Mi fece allora avvicinare alla macchina attorniata da tutti i lati da’discepoli di lui, disposti in ordine. Ella avea venti piedi in quadro, e ne stava collocata nel mezzo della Camera. Era composta la sua superficie di diversi pezzi di legno, presso poco, della grossezza d’un dado ma gli uni alquanto più larghi che gli altri. Tutti questi pezzi erano uniti insieme con sottilissime fila, ed era coperti di carta esattamente applicata sopra cadaun quadrato; e sopra queste carte stavano scritti tutti i termini di loro Lingua ne’loro differenti Modi, Tempi, e Declinazioni, ma senza regolarità veruna. Pregommi il Professore di star attento, perchè ei accignevasi a far operar la sua macchina. Aveavi quaranta manichi di ferro d’intorno alla macchina stessa confitti; ed ognuno de’Discepoli, per ordine del Maestro, impugnava un manico: dopo ciò, per un giro di mano ch’essi lor diedero, vidi che interamente si era cangiata la disposizione de’termini. Il Maestro allora comandò a trenta e sei de’suoi Discepoli di leggere a bassa voce le differenti linee che erano apparute sopra la macchina: che se eglino trovavano tre o quattro termini insieme che una parte di frase compor potessero, erano obbligati di dettargli agli altri quattro giovani ch’erano i Segretarj. Tre volte o quattro era ripetuta quest’operazione, ed ogni volta in nuovo modo si trovavano disposti i termini. Sei ore del giorno erano impiegate dagli Scolari in questo studio; e il Professore molti fogli mi mostrò da lui composti di diverse imperfette frasi, che disegnava di cucir insieme, per formarne poscia un dì di tutti questi ricchi materiali un compiuto sistema di tutte l’Arti, e di tutte le Scienze: Disegno, diceva egli, potevasi metter in eseguimento con assai maggior facilità, e con assai maggior prontezza, se il Pubblico determinato si fosse a crear un Fondo per far costruire, e metter in opera in Lagado cinquecento di queste macchine, e ad ordinare a’Direttori di unir insieme tutte le loro collezioni.
Ei mi assicurò di aver fin dalla prima sua giovinezza consecrati tutti i suoi pensieri a cotale ritrovamento; che nella sua macchina non era ommesso termine veruno del suo linguaggio; e che avea egli formato il più scrupoloso calcolo della general proporzione che vi è fra’numeri delle particole, de’Nomi, de’Verbi, e delle altre Parti della Favella.
Rendei i più umili ringraziamenti a quel Personaggio illustre, per la facilità con cui egli d’un sì bel progetto facea mi parte; e gli promisi che se mai per buona sorte la mia Patria riveder dovessi, defraudato non l’avrei della giustizia di riconoscerlo per l’unico Inventore di quella Macchina maravigliosa. Gli dissi, che tutto che sia ordinario costume de’nostri Letterati in Europa di farsi onore degli altrui ritrovamenti; donde, per lo meno, riveniva lor l’avvantaggio di piantar una controversia, qual fosse l’Inventore vero; ei, non ostante, potea accertarsi, che quanto alla macchina testè da me veduta, chi che sia non gli contrasterebbe la gloria dell’invenzione.
Alla Scuola di Lingua di poi passammo, ove tre Professori unitamente deliberavano sopra i mezzi di perfezionare il Linguaggio del loro Paese.
Il primo progetto si era d’abbreviare i Ragionamenti, non lasciando che una sillaba a tutti i termini che ne aveano molte, e troncando i Verbi ed i Participi; mercè che a ben riflettervi, tutte le cose immaginabili non sono che nomi.
Ma, dice uno degli altri, non sarebbe meglio di troncare assolutamente tutti i termini? Per far meglio gustare un somigliante progetto, ei pruovo che la sanità, ell’amore del parlar breve, troverebbonvi egualmente il loro conto; essendo incontrastabile, che ciascuna parola che noi pronunziamo, per quanto poco il faccia, logora i nostri polmoni, e per conseguenza a corcia il nostro vivere, E per tal ragione ei proponeva come ottimo espediente, che poichè i termini non sono che i nomi delle cose, sarebbe più ragionevole che ognuno con se portasse le cose, onde ei volesse discorrere. E senz’altro avrebbe avuto luogo questo ritrovamento, con somma vaghezza del Ritrovatore, se le Donne, collegate col profano Volgo, minacciata non avessero una rivoltura, se lor si togliesse l’uso di loro favella per parlare alla foggia degli Avoli loro. Tanto è vero che la Plebaglia è un nemico implacabile di tutto ciò che Scienza si appella. Non ostante, molti saggissimi ed eruditissimi uomini sieguono il nuovo metodo d’esprimersi per cose: metodo, a cui tuttavia opponesi una picciola inconvenienza; ed è, che quando un uomo ha molti affari, e di differenti spezie, egli è costretto di portar con esso seco una quantità molto più considerabile di cose, purchè non gli manchino i mezzi di mantenere alcuni servidori che da tal fastidio l’esimano. Vidi talvolta due di questi Saggi poco men che oppressi sotto il peso de’lor fardelli, come appunto i merciajuoli delle strade fra noi. Quando questi Signori si rifcontravano fuori di casa, adagiavano i loro fagotti a terra, e traendone le merci l’una dietro l’altra, si trovavano in istato di trattenere per un’ora intera la conversazione; dopo di che, ciascheduno raccoglieva le sue, ed essendosi l’un per l’altro ajutati a riporsi in sulle spalle le loro cariche, si licenziavano.
Ma quanto a men lunghi trattenimenti, puossi agevolmente mettere sotto il braccio o nelle propie tasche tutto ciò ch’è bisognevole; e quando si sta in casa, non vi ha imbarazzo di sorta. Ecco la ragione, perchè la Stanza ove si assembiano coloro che una tal Arte mettono in uso, è ripiena di tutte le cose, che sono necessarie per far sussistere sì ingegnose conversazioni.
Un altro gran vantaggio che ritrar si potrebbe cotal invenzione si è, che quindi ne proviene un Linguaggio Universale, ben inteso da tutte le colte Nazioni, le cui masserizie, e suppellettili generalmente, alle nostre affatto rassomigliano. Con questo mezzo pure gli Ambasciadori trattar potrebbono co’Principi Stranieri, o co’Ministri di Stato, se di essi ne ignorassero la favella.
Fui susseguentemente alla visita della scuola di Matematica ove ravvisai un Maestro, che per insegnar questa Scienza a’suoi Discepoli, valevasi d’un metodo, alquanto, al parer mio, bizzaro. La Proposizione e la Dimostrazione sono scritte in caratteri assai leggibili sopra una Cialda sottilissima, con inchiostro composto d’una tintura Cefalica. Questa Cialda o pasta, dev’estere tranguggiata a digiuno dallo Studente; nè può egli per tre susseguenti giorni cibarsi con altra nutritura che d’un poco di pane ed acqua. A misura che se si esse: tua la digestione della Cialda, monta la tintura al cervello, e la Proposizione è obbligata d’accompagnarla. Ma fin al presente non ha il successo, del tutto, corrisposto all’espettazione dell’Inventore; in parte, per qualche sbaglio nel componimento della tintura; e in parte, per la malizia de’giovanetti, a’quali un tal boccone promuove tanta nausea, che la maggior parte d’essi procura di renderlo innanzi l’operazione: e oltracciò, non si è potuto per anche far loro osservare la regola del vivere, sì necessaria, secondo questo metodo, per apprendere le Matematiche.
CAPITOLO VI.
Continuazione del medesimo Argomento. Propone l’Autore alcuni nuovi Ritrovamenti, che con grandi applausi sono ricevuti.
NOn troppo mi ricreai in visitar la Scuola de’Manipolatori di progetti Politici, perciocchè coloro mi sembravano onninamente insensati; spettacolo, che in me produce una incessante maninconia. Formavano que’Visionarj, de’progetti di persuader a’Monarchi di non badare nella scelta de’loro Favoriti, che alla Saggezza, alla Capacità, e alla Virtù, di non prendere de’Ministri che per travagliare con miglior successo al vantaggio Pubblico; di non disgiugnere mai il loro interesse da quello del loro Popolo; di non conferire gl’impieghi che a persone idonee ad esercitargli, con altre chimere molte, onde in verun tempo non si è chi che sia avvertito, e che mi an fatto toccar con mano l’aggiustatezza d’un’antica Massima, la qual dice: che cosa non vi ha sì assurda, che alcuni Filosofi avan, zara non abbiano come vera.
Per rendere, non ostante, giustizia a quegli Accademici di Politica, confessar deggio che tutti non sono eglino Visionarj. Si trovava fra coloro un uomo, che parevami a maraviglia conoscitore della Natura, e del Sistema del Governo. Quest’illustre Personaggio si era applicato con molta utilità in rintracciar sovrani rimedi contra tutte le malattie, cui soggiacciono le differenti spezie di Pubbliche Amministrazioni, tanto per gil vizzi, o per le debolezze di que’che governano, quanto per gli difetti di que’che debbono ubbidire. Per esempio: giacchè tutti que’che applicati si sono allo studio del governo degli uomini, unanimi accordano che vi è un’universale rassomiglianza fra il corpo naturale, e il corpo politico; non è forse un’evidenza, che le infermità d’amendue questi corpi guarite esser deggiono, e che co’rimedj medesimi la lor sanità dev’essere conservata? Egli è certo, che talvolta alcuni Consigli sono incomodati da peccanti umori, e molestati da molti mali di capo, e più ancora da mali di cuore, con gagliarde convulsioni, e con violenti raggrinzamenti di nervi in ambo le mani, comechè principalmente nella destra. Talvolta sono assaliti da vertigini, da deliri, da una fame canina, o da indigestioni, e da altri morbi di questo genere. Il Piano di questo Dottore era dunque; allorchè si assembiasse un Consiglio, v’intervenissero, i tre primi giorni della Sessione, alcuni Medici, i quali all’ultimo de’dibattimenti di ciascun giorno, tastassero il polso a ciascun Consigliere; dopo di che, avendo maturamente deliberato sopra la natura de’diversi mali, e sopra il modo di guarirgli, potessero il quarto giorno restituirsi al luogo del Assemblea, accompagnati da Speziali provveduti d’ottime medicine, i quali avessero la cura, prima che si fossero assisi i Membri, di dispensare ad ognuno d’essi, Lenitivi, Apertivi, Astersivi, Corrosivi, Ristrignenti, Palliativi, Lassativi, o qualunque altra Droga lor necessaria: pronti pel giorno dietro, a ripetere, a cangiare, o ad ommettere i rimedj stessi, secondo l’effetto che essi prodotto avessero.
L’eseguimento d’un tal progetto non costerebbe gran cosa al Pubblico, e sarebbe molto utile, a quel che io penso, per ispedire prontamente gli affari in que’Paesi, ove i Consiglj fin qualche parte nell’Autorità Legislativa. Ei produrrebbe l’unanimità; abbreviarebbe le discussioni; aprirebbe quelle poche bocche che al presente son chiuse, e suggellarebbe il numero prodigioso di quelle che sono aperte; reprimerebbe la petulanza de’giovani, e correggerebbe l’ostinazione de vecchj; imprimerebbe vivacità negli stupidi, e ritegno ne’balordi.
Di più: come generalmente si ha il motivo di querelarsi che i Favoriti de’Principi son dotati d’una memoria la men felice, il Dottore medesimo proponeva come un rimedio ad un tal male, che chiunque andasse a ritrovare un Primo Ministro, dopo di avergli esposto in brievi e chiari termini il propio affare, in partendosi, tra esse questo Signore pel naso o per l’orecchio, gli desse qualche colpo di piede nel ventre, gli pizzicasse ben bene le braccia, ogli cacciasse un’aguglia nelle natiche; il tutto, perche meglio del negozio onde si tratta, ei si risovvenisse: Rimedio, che converrebbe ripetersi tutte le volte che il si vedesse, finchè la cosa fosse fatta, o rigettata assolutamente.
Egli era eziandio di parere, che ogni Membro del Gran Consiglio della Nazione, dopo di aver proposto e difeso il propio sentimento, obbligato esser dovesse a dar il suo voto in favore dell’opinione contraria; mercè che ciò facendosi, ne proverrebbe infallibilmente la conchiusione in vantaggio pubblico.
Quando da violente Fazioni è lacerato lo Stato, egli avea rinvenuto un maraviglioso mezzo per accordarle. Eccolo questo mezzo. Convien prendere un centinajo di Capi di cadaun Partito, e mettere l’una contra l’altra le teste che poco più o meno sono della figura medesima; che dopo ciò, due peritissimi Chirurgi seghino l’occipizio di ciascun pajo in un tempo stesso, cosicchè il cervello sia diviso in due parti eguali: Che cadauno di questi occipizj così tagliati, applicato sia sopra quella testa a cui gli non appartiene. Egli è ben vero che somigliante operazione richiede una gran destrezza, ed una esatezza somma; ma assicuravasi il Professore, che se il Chirurgo vi faceva ben le sue parti, la curagione riuscirebbe infallibile; imperciocchè così gli la discorreva: Dibattendosi insieme le due eguali porzioni di cervelli, le materie che formano il suggetto della Disputa non potrebbono non convenire ben presto; e per ciò che risguarda la differenza de’cervelli in quantità e in qualità fra coloro che sono i Direttori delle Fazioni, protestava in sua coscienza il Dottore, ch’era una chimera.
Intesi due professori che stavano disputando con molto fuoco sopra il miglior metodo d’impor Tasse senza aggravio del Popolo. Affermava il primo che il modo più sano sarebbe di tassare i vizzi e la follia; e d’appossare in cadauna strada un certo numero di Soprastanti, che adducessero testificazione de’gradi di stravaganza, e di corruttela de’loro Vicini, su’quali regolar si potrebbe la somma che ognuno a pagare tenuto fosse. Direttamente opposta era l’opinione del secondo, il qual volea che si mettesse una gabella sopra quelle qualità del Corpo e dell’Anima, onde gli uomini il più si pregiano da se medesimi; e che questa gabella fosse più o men grande, a misura del grado più o men eminente onde si eleverebbono queste qualità: grado, a riguardo di cui, sarebbe ognuno sulla propia parola creduto.
L’imposta più gravosa concerneva i più segnalati Favoriti del Bel sesso, ed erano regolate le tasse secondo il numero e la natura de’ricevuti favori; nel che si doverebbe pure rapportarsi alle loro propie dichiarazioni. La vivacità dello spirito, il valore e la pulitezza, doveano soggiacere altresì a pesanti imposizioni, le quali ingiunte sarebbono nel modo stesso, passandosi ognuno da se medesimo. Ma da un altro canto, l’onore, la Giustizia, la Prudenza, ed il Sapere non doveano costar un soldo a colui che possedeva cotali qualità, poichè sono d’un genere sì singolare, che niuno le riconosce nel suo Vicino, e in se medesimo non le pregia.
Dovean le Donne esser tassate a misura della loro bellezza, e della loro abilità nel ben comparire, e dovean godere dello stesso privilegio degli Uomini; voglio dire, determinar la somma ch’esse obbligate si credono di pagare. Ma il Senno, la Fedeltà, la Castità, e la Bontà del Cuore, esser doveano cose onninamente esenti da gabelle; essendo che il poco che avrebbesi potuto ritrarne, non varrebbe il fastidio che si sarebbe preso per iscoprire quelle che risguardate sono da questa Tassa.
Per rendere ben affetti i Senatori agli interessi della Corona, il Professor medesimo volea che si tirasse a sorte per gl’Impieghi, impegnandosi a prima giunta ognuno d’essi, con giuramento, d’essere parziale della Corte, fosse che la Carica profittasse, o no; dopo di che, que’che avessero messo del proprio, potessero di bel nuovo tentar fortuna a prima opportunità. In questo modo la speranza, e l’espettazione gli renderebbono fedeli ne’loro impiegi; nè veruno d’essi lagnar si potrebbe di quale siasi inganno, bensì imputerebbe la sua disgrazia alla Fortuna, le cui spalle son più robuste, e più larghe di quelle d’un Ministero.
Un gran foglio, tutto riempiuto d’instruzioni per lo scuoprimento delle congiure che si tramano contra il Governo, fummi mostrato da un altro Professore. In tutte le annotazioni di lui appariva una somma profondità di genio, e un estremo discernimento di politica; tutto che, a mio credere, vi si potesse aggiugnere qualche altra cosa. Quest’è ciò che mi feci lecito di dire all’Autore; esibendomi nel tempo stesso di fargli parte di quanto aver potessi di lumi su quest’argomento. Con più di civiltà ricevè egli la mia offerta, di quel che non son soliti di praticare gli Autori, particolarmente que’che lavorano in progetti; assicurandomi che molto gradita gli avrebbe la comunicazione delle mie osservazioni.
Gli dissi; che se mai accadesse di soggiornare in un Regno ove le cospirazioni fossero in voga pel genio inquieto della Plebaglia, o servir potessero allo stabilimento del credito, o all’avanzamento della fortuna di alcuni Grandi, mi applicherei immediate a incoraggiar la rozza degli Accusatori, de’Dinunzianti, e de Testimoni: Che allor quando ne avessi raccolto un sufficiente numero di tutte le condizioni, e di differente capacità, gli porrei sotto la direzione di alcuni abili Personaggi, bastevolmente possenti per proteggergli, e per ricompensarli. Personaggj di questa fatta, dotati di talenti e del potere testè mentovati, potrebbono far servir le congiure ad usi più eccellenti; sarebber atti a farsi valere e a spacciarsi in profondi Politici; a rassodare un vaccillante Ministro; a soffogare, o a scemare una generale scontentezza; ed arricchirsi di confiscazioni, e ad aumentare o a diminuire il credito pubblico, a misura che il privato lor avvantaggio il richiedesse. Quest’è ciò che può farsi, col convenir primieramente di coloro, su cui cader dee l’accusa d’aver parte in una cospirazione. Dopo ciò; convien assicurarsi di tutti gli scritti loro, del pari che delle loro persone: Deggiono questi Scritti passar nelle mani d’una Ragunanza d’uomini di grande abilità, perchè possan essi interpretare i sensi misteriosi de’vocaboli, delle sillabe e delle lettere; ma Affinchè sia fruttuosa cotale loro industria; si dee lor permettere d’addattare alle lettere, alle sillabe ed ai vocaboli, il significato che più lor piace, tutto che sovente questo significato non v’abbia alcun rapporto, oppure sembri direttamente opposto al fine, che quegli, di cui si disamina lo scritto, si propone. Così, per esempio, se il credono a proposito, possono intendere per un Vaglio una Dama di Corte; per un Cane stropio un Usurpatore; per una Frusta un Esercizio in piedi in tempo di pace; per un Nibbo un Gran Politico; per la Gotta un Sommo Pontefice; per un Orinale una Ragunanza di Signori per una Scopa una Rivoluzione; per una Trappola una Carica; per un Abisso senza fondo il Tesoro Pubblico; per una Grondaja la Corte, per una Barretta con sonagli un Favorito; per una Canna spezzata una Corte di Giustizia; e per un Barile voto un Generale.
Che se questo metodo non conseguisse il suo riuscimento, se ne potrebbero metter in pratica di più efficaci, e gli Acrostici e gli Anagrammi sarebbero d’un grande ajuto. Spiegaigli allora ciò che io intendessi per Acrostici, e gli mostrai evidentemente l’utilità di questa spezie di scienza per iscoprire il senso politico, nelle iniziali lettere contenuto. Essendo che; senza questo, io gli dicea, avrebbesi mai potuto sapere che N, per esempio, significa una Macchinazione; B un Regimento di Cavalleria, ed L un’Armata; Ma se a caso, (il che quasi non è possibile) questo metodo non basta per venir in cognizione de’disegni del malcontento Partito, si potrebbe riuscire nella loro scoperta, trasponendone le lettere dell’Alfabeto che si trovano in qualche Scritto sospetto; trasponendole, dissi in tante differenti maniere, che finalmente se ne rinvenga il senso che vuolsi in esse imprimere. E quest’è ciò che si dinomina Anagrammatico metodo.
Con eccessivi complimenti mi ringraziò il Professore per le mie curiose comunicategli osservazioni; e mi promise che nel suo Trattato farebbe di me una menzione onorevole.
Null’altro vidi in quel Paese che allettarmi dovesse a un più lungo soggiorno; e cominciai a pensare di ritornarmene in Inghilterra.
CAPITOLO VII.
L’Autore lascia Lagado, e arriva a Maldonada. Non essendovi pronto alla vela verno Vascello, fa un giro a Glubbdubdrib. Accoglimento che gli fa il Governatore.
IL Continente, di cui n’è una parte quel Regno, stendesi, per quanto mi pare, al Levante verso le Regioni incognite dell’America, al Ponente verso la California, e a Tramontana verso il Mar Pacifico, il qual non è che a cencinquanta miglia da Lagado, dove vi ha un buon Porto; praticandovi gli Abitanti un gran commerzio con gli Isolani di Luggnagg, situati al Ponente Maestro, a un di presso a’venti e nove gradi di Latitudine Settentrionale, e a’cenquaranta di Longitudine. Quest’Isola di Luggnagg si trova allo Scilocco del Giapone, in distanza d’un centinajo di leghe. Evvi una stretta Confederazione fra l’Imperador del Giapone, e il Re di Luggnagg; dal che ne viene che vi sono frequenti occasioni di passaggj da una di quest’Isole all’altra. Un tal motivo mi determinò ad imprendere il cammino per quella parte, per quindi rivenirmene nell’Europa. Noleggiate per tanto due Mule pel trasporto del picciolo mio bagaglio, e una Guida per additarmi la strada, presi cogendo dal generoso mio Protettore, il qual dati aveami tanti contrassegni di sua compitezza; e sul punto del mio partire, un nuovo ragguardevole regalo ne ricevei.
Per tutto il mio Viaggio non mi accadde cosa che meriti d’essere riferita. Arrivato che fui al porto di Maldonada, non aveavi Vascello lesto alla vela per Luggnagg; e con certezza mi venne detto che conveniva attendere alcune settimane innanzi che ve ne fossero. Può essere questa Città della grandezza, o circa, di Portsmouth. Poco tardai ad acquistarmi molte amicizie, e non poche furono le civiltà che usate mi vennero. Un Gentiluomo di gran distinzione mi dice; che poichè mancherebbono per un mese, almeno, le aperture d’imbarco per Luggnagg, dovrei risolvermi ad andar a vedere la piciola Isola di Glubbdubdribb, ch’era al Libeccio di Maldonada, non più lontana che cinque leghe. Mi esibì la sua compagnia e quella d’un suo Amico; e d’aver cura promisemi di tutto il bisognevole per tal intento.
Glubbdubdribb, per quanto puossi rendere in nostra favella un somigliante termine, significa l’Isola degli Stregoni. Non ha quest’Isola che il terzo della larghezza di quella di Vvight, ed è straordinariamente fertile. E’governata da un Capo d’una certa Tribù, di soli Maliardi composta.
Costoro, non contraggono mai maritaggi che con persone di loro Tribù, e il più Anziano di loro razza, è il loro Principe, o il loro Governatore. Allogia questo Principe in un Palagio magnifico, dietro di cui vi è un Parco tre mila Campi d’estensione, e cinto d’un muro di pietre dure, di venti piedi di altezza. Molti Chiusi differenti per biade, per erbaggj, o per mandre, contiene questo Parco.
Da Domestici molto straordinarj e servito il Governatore con la sua Famiglia. Per la sua esperienza nella Magia, egli ha il potere di richiamare alla vita tutti que’che vuole, e il diritto altresì di Dominio sovra d’essi per lo spazio d’ore venti e quattro, ma non già per più lungo tempo: e di più, non gli è permesso di scongiurar due volte di seguito una persona medesima, se non si frapponga un interstizio di tre mesi, o pure ch’ei vi sia costretto da qualche importantissima ragione.
Messo piede a terra, il che seguì verso le undeci della mattina, uno degli amici che mi accompagnavano, avviossi alla visita del Governatore, e gli dimandò se uno straniere potea aver l’onore d’inchinare l’Altezza Sua? Accordogli immediate il Principe la richiesta: e noi, tutti, e tre, entrammo nel Palagio fra due file di Guardie armate all’antica, e che nella loro fisonomia spiravano un non so che, che tremar mi faceva. Passammo poscia a molti Appartamenti pel mezzo di Domestici tali, che alle Guardie non male rassomigliavano, e che, com’esse, erano disposti in ala d’ambe le parti, finchè pervenuti fossimo alla Sala di fronte; ove, dopo tre profonde riverenze, ed alcune generali quistioni, ci fu permesso l’adagiarci su tre sedili, accosto del più basso gradino del Trono di sua Altezza. Possedeva quel Principe la favella di Balnibarbi, non ostante che diversa fosse da quelle che si parlano nell’Isola di lui. Mi pregò raccontargli una parte de’miei Viaggi, e per farmi comprendere che trattarmi voleva senza complimenti, licenziò il suo corteggio con un solo muovimento di testa; che appenna fatto, con orrido mio stordimento svanirono tutti i Cortigiani in aria, nella guisa che dispajono gli oggetti da noi veduti in sogno, quando all’improviso ci risvegliamo. Me ne ristetti qualche tempo innanzi di rimettermi dal terrore: me come il Governatore mi assicurò che non aveavi nulla a temere; e che d’altra parte io osservava che i miei due compagni manifestavano intrepidezza, (il che succedeva perchè non riusciva lor nuovo un somigliante spettacolo,) cominciai a incoraggirmi, e feci a Sua Altezza una compendiata Storia delle diverse mie Avventure, non senza tuttavia incantarmi qualche volta; e non senza, di tempo in tempo, gettar gli sguardi sopra i luoghi testè lasciati voti da que’domestici Fantasmi.
Ebbi l’onore di pranzar col Principe, e summo serviti in tavola da certe larve differenti da quelle che io già vedute avea. Riflettei che la mia paura d’allora era assai inferiore a quella della mattina.
Quivi consumammo tutta la giornata, ma dovetti supplicar il Governatore di compiacersi scusarmi, se io non accettava l’offerta sua perchè allogiassi nel suo Palaggio. I miei due Amici ed io fummo a dormire in Città, e di poi ritornammo presso il Principe, per ubbidire a’suoi obbligantissimi cenni.
In questo modo ce la passammo in quell’Isola per dieci dì, conversando in Corte la maggior parte del giorno, e standocene la notte nella nostra abitazione. Mi rendei ben presto talmente familiare cogli Spiriti, che io più non gli temeva; o se restavami qualche impressione di terrore, la curiosità me ne toglieva in un tratto il sentimento. Un giorno mi ordinò Sua Altezza di scongiurare tal morto che più volessi di tutti quegli, che secondo la Legge erano passati all’altra vita dal principio del Mondo perfino al momento ch’ella mi parlava; e di comandar loro di rispondere alle mie quistioni; a condizione però che le quistioni stesse non verserebbero che sopra cose accadute al loro tempo: Che per altro, io certo esser poteva, ch’essi non mi direbbono nulla che non fosse vero, non essendo l’Arte del mentire di verun uso nell’altro Mondo.
Umilissimamente ringraziai Sua Altezza per una grazia sì segnalata. Ci trovavamo in una Camera risguardante il Parco; e e come primo mio desiderio fu di veder qualche cosa di pomposo e di magnifico, mi prese la voglia d’ammirare Alessandro il Grande alla testa del suo Esercito, immediate dopo la battaglia d’Arbela. Pronunziate, ebbe appena il Governatore alcune parole, che ravvisammo quel Conquistatore sotto la finestra ove noi eravamo, alquanto più discoste le sue Falangi. Fu ingiunto ad Alessandro di rendersi nel nostro Appartamento: per vero dire, il suo Greco io non capì bene. Ei mi giurò sul suo onore che non era stato avvelenato; bensì ch’era morto di febbre ardente, che gli eccessivi disordini del vino cagionata gli aveano.
Dopo lui comparve Annibale passando l’Alpi, il qual mi protestò che nel suo campo non si trovava neppure una goccia sola d’aceto.
Vidi Cesare e Pompeo alla fronte delle loro Legioni, tutti lesti per venir alle mani. Bramai che il Senato di Roma mi si affacciasse in una gran Sala, e un’Assemblea un poco più moderna in opposto in un’altra. Parvemi la prima di queste Adunanze, composta di soli Eroi o Semidei; laddove l’altra non assomigliava che a una Truppa di Miserabili, di Banditi e di Sgherri. A mia instanza fece cenno il Principe a Cesare ed a Bruto d’accostarsi a me. Inspirommi la vista di Bruto una profonda venerazione; e veramente non vi volle un grande stento per riconoscere in lui la più consumata virtù, una fermezza di spirito, un cuore intrepido eccedente qualunque esegerazione, e un Amore il più efficace per la sua Patria. Con sensibile mio piacere osservai che que’due grand’uomini davan segni di scambievole buon’amicizia; e Cesare, nobilmente ingenuo, confessò che la gloria di Bruto per averlo ucciso, superava quella ch’egli Cesare si aveva acquistata per tutto il corso della sua vita. Godei dell’onore d’una lunga conversazione con Bruto medesimo; e mi fu detto che Giunio, Socrate, Epaminonda, Catone il Giovane, Tommaso Moro e lui erano sempre insieme: Sextumvirato, a cui tutte l’Età del Mondo aggiugnere un settimo non saprebbono.
Non vi ha dubbio che si annojerebbe il mio Leggitore se gli rapportassi i nomi di tutti coloro, che la brama, per dir così, di veder il mondo in tutti i punti di sua durazione, fece che io scongiurassi. Soprattutto mi appigliai a considerare i Distruggitori de’Tiranni e degli Usurpatori, e quegli altresì che rimesse aveano delle Nazioni nella lor libertà. Spettacoli di questa fatta una gioja sì sensibile in me producevano, che il volerla esprimere sarebbe lo stesso che tentar l’Impossibile.
CAPITOLO VIII.
Curioso specificato racconto sopra la Città di Glubbdubdribb. Alcune correzioni dell’Antica e della Moderna Storia.
VOglioso di veder gli Antichi che si erano renduti famosi pel loro spirito o pel loro sapere, destinai loro una intera giornata. Dimandai che Omero ed Aristotile comparissero alla testa di tutti i loro Comentatori; ma eran questi in un numero così grande, che molte centinaja nella Corte, e negli esteriori Appartamenti del Palagio se ne ristettero. Alla prima occhiata conobbi e distinsi questi due Eroi non solo dalla moltitudine, ma eziandio l’un dall’altro. De’due, era Omero il più grande e il più ben fatto, si teneva ben ritto per un uomo di sua età, ed aveva un pajo d’occhj così vivaci, che di somiglianti non ne vidi mai. Aristotille estremamente incurvavasi, e si appoggiava insù d’un bastone. Avea la faccia smunta, i capelli lunghi, infiacchita la voce. Mi avvidi a prima giunta che veruno di loro non aveva mai più veduto il resto della Compagnia, e neppure inteso mai a parlarne: E uno Spirito, il qual io non voglio nominare, dissemi all’orecchio, che nell’altro mondo questi Comentatori tenevansi il più che potevano, lontani da que’due grand’Uomini, di cui vanamente intentato aveano di dilucidarne gli Scritti; e ciò per la vergogna e pel rimorso che rodevagli, di aver fatto lor dire mille contraddizioni e mille assurdi, che per sogno non avevan eglino mai pensato. Io presentai Didimo ed Eustazio ad Omero, il quale, in grazia mia, fece loro miglior accoglimento ch’essi non meritavano; essendo che subito conobbe che niun di loro aveva il genio ch’è necessario per rendersi parziale di quello d’un Poeta. Ma Aristotile perdè affatto tutta la sua pazienza, allorchè dopo d’averlo instruito degli obblighi ch’egli aveva a Scot ed a Ramo, io messi alla sua presenza questi Saggj, ed ei mi dimandò se così stolti come questi, fossero gli altri suoi Comentatori?
Pregai allora il Governatore di scongiurare Descartes e Gassendi; i quali sulla mia faccia spiegarono ad Aristotile i loro Sistemi. Ingenuamente confessò questo Filosofo che si era ingannato spessissime volte, per non essersi fondato, a riguardo di molte cose, che su semplici conghietture; e dichiarò, che il Vacuo d’Epicuro, onde Gassendi n’era il Restauratore, e i Vortici di Descartes, erano egualmente appoggiati. Predisse che l’Attrazione, la qual in oggi a tanti Difenditori, ricaderebbe un giorno nello spregio stesso, donde testè ne fu tratta. I nuovi Sistemi sopra la Natura, non sono, soggiunse egli, che nuove mode, che cangeranno di tempo in tempo; e que’medesimi che si presume di dimostrare Matematicamente, non goderanno d’un Regnò sì lungo, come pare che i lor Partigani si vantino di lor promettere.
Cinque giorni furono da me impiegati in trattenermi con molti altri Saggj dell’Antichità. Vidi la maggior parte degl’Imperadori Romani. Scongiurò il Principe, a mia sollecitazione, i Cucinieri d’Eliogabalo, perchè essi imbandissero il desinare: ma per mancanza di materiali, non fummo troppo paghi delle pruove di loro abilità. Un Cuoco d’Agesilao ci compose una minestra alla Lacedemonica; ma di mandarne abbasso una seconda cucchiajata non bastommi l’animo.
Alcuni affari ch’esigevano la presenza de’due miei compagni di Viaggio, gli obbligarono di ritornarsene al lor Paese fra tre giorni, che io consumai in vedere diversi Morti moderni, i quali da due o tre secoli addietro, o nella mia Patria, o in altre Regioni dell’Europa, una brillante scena aveano rappresentata. Come sempre io era stato grand’Ammiratore di tutto ciò che Antiche ed Illustri Schiatte dinominasi, supplicai il Governatore di scongiurare una o due dozzine di Re cogli Antenati loro disposti in ordine dalle otto o nove Generazioni. Orribilmente restai deluso dalla mia espettazione; mercè che in luogo d’una lunga serie di Diademi, ravvisai in una Famiglia due Suonatori, tre Cortigiani in buona positura, e un Ecclesiastico. In un’altra, un Barbiere, un Abate, e due Ecclesiastici di prima sfera. Ed è troppo grande la mia venerazione per le Teste Coronate, perchè io insista sopra un argomento così spiacevole. Ma per quanto spetta a’Marchesi, a’Conti, e a’Duchi, io non sono sì scrupoloso; anzi confessar degigo, che gradj non poco di vedermi nel caso di poter distinguere il sentiere che calcato aveano certi Caratteri di Corpo e d’Anima, per intrudersi in una tale, o tale Famiglia. Con chiarezza potei discernere donde un tal Casatto ritraesse un mento aguzzo; e per qual ragione un tal altro, da due Generazioni in qua, non producesse che Furfanti, e che Pazzi da quattro: Quali fossero le cagioni giustificanti il Motto espresso da Polidoro, Virgilio in proposito d’una certa Razza: Nec Vir fortis, nec Fœmina casta. In qual modo la Crudeltà, la Furberia, e la Codardia, divenissero marchj caratteristici, co’quali certe Famiglie sì bene si distinguessero, come per l’Arme loro.
Tutto ciò che io scorgeva, rendevami disgustato della Moderna Storia; poichè avendo io disaminati, e consultati seriamente tutti coloro che da un secolo addietro occupati aveano i più eminenti posti nelle Corti de’Principi, trovai: Che miserabili Scrittori, con isfacciatezza, aveano ingannato il Mondo, attribuendo, più d’una volta, le più cospicue guerriere spedizioni a Pusillanimi; i più saggj Consiglj a Sciocchi; la più nobile sincerità ad Adulatori; una Virtù Romana a Traditori della loro Patria; della Pietà ad Ateisti, e della veracità a Querelanti: Che molti Uomini d’un merito il più depurato e il più distinto, erano stati messi a morte, o cacciati in esilio, per sentenza d’alcuni Giudici, o corrotti, o atterriti da un Primo Ministro: Che intriganti, o prostituite Femmine; che Ruffiani, che Parassiti, e che Buffoni, decidevano bene spesso gli affari delle Corti, de’Consiglj, e de’Senati più Augusti. Avea io già una pessima idea della prudenza, e dell’integrità degli Uomini; ma fu ben altra cosa quando restai informato de’motivi, l’quali i più strepitosi, imprendimenti, e le più stupende Rivoluzioni son debitrici della loro origine; e altresì degli accidenti spregevoli onde elleno sono tenute del loro successo.