TAVOLA (continued 2)
Zannino Marsecco translation
Cominciava ad albeggiare il giorno, quando fui di ritorno al mio domicilio, senza aver praticati i dovuti complimenti di congratulazione con l’Imperadore; poichè, non ostante che gli avessi prestato un servigio importantissimo, non era io accertato che ei si fosse compiaciuto del modo: essendo che, per Legge fondamentale dell’lmperio, è un delitto capitale l’orinare nel ricinto del Palagio, e ciò senza distinzione nè di grado, nè di nascimento. Ma alquanto respirai, a vendo avuta il Monarca la bontà di farmi intendere, che avrebbe egli rilasciato un ordine perchè io fossi provveduto di Patenti di suppressione, che tuttavia non ho mai ottenute. E fummi detto sotto sigillo di segretezza, che l’Imperadrice avea conceputo un tal orrore per ciò che io operato avea, che si era ella ritirata nell’altro angolo del Palagio, con ferma risoluzione che in verun tempo non si sarebbe riparato in uso di lei, l’Appartamento danneggiato dal fuoco, Si aggiunse, ch’ella eziandio pensava di vendicarsi di me; ma che a’soli suoi più intimi confidenti, comunicato aveva il suo disegno.
CAPITOLO VI.
Scienze, Leggi, e Costumanze degli Abitanti di Lilliput. Maniera di allevare i loro Figliuoli. Un qual modo vivesse in quel Paese l’Autore. Giustificazione d’una delle principali Dame della Corte.
TUtto che io serba a un particolare Trattato la descrizione di quell’Imperio, non lasciero nulla di meno di offrirne qualche generale idea a’miei Leggitori. La statura de’naturali del Paese non è affatto affatto di sei pollici: e la proporzione medesima di piccolezza ha luogo, rispetto agli altri animali tutti, del pari che agli alberi ed alle piante. Per esempio: i Cavalli ed i Buoi più grandi che io abbia veduti, più alti non erano di quattro o cinque pollici; ed i Castrati, d’un pollice e mezzo, poco più, poco meno. Le lor Oche sono della grandezza delle nostre Allodole; e così del resto perfino a’loro animali più minuti, che scappavano a’miei sguardi; ma la Natura ha proporzionati gli occhj de’Lilliputziani agli oggetti ond’ella gli ha circondati. E’acutissima la loro vista, ma non troppo si allunga: e per ispiegare con qual esatezza ravvisan eglino le più piccole cose, purchè non ne sieno lontani, vidi un giorno, con piacere sensibilissimo, un Cuciniere spiumando un’Allodola, che era più piccola d’una Mosca ordinaria d’Europa; e una donzella passando un filo invisibile di seta, pel buco d’un’aguglia altresì invisibile. Sette piedi d’altezza anno i lor alberi più eminenti; voglio dire, que’del gran Parco Reale; alla cui sommità poteva io arrivar per appunto col pugno chiuso. Trovansi nella proporzione medesima gli altri vegetabili: ma è d’uopo che anche il Leggitore s’immagini qualche cosa.
Parlerò ora qualche poco delle Scienze, che da molti Secoli presso loro fioriscono. E’singolarissimo il loro modo di scrivere; non già dalla sinistra alla destra, come fanno gli Europei; nè della destra alla sinistra, come gli Arabi; nè dall’alto al basso, come i Chinesi; nè dal basso all’alto, come i Cascajani; ma in traverso, da un angolo all’altro, come le Dame in Inhgilterra.
Seppelliscono i loro morti co’piedi in alto, e la testa al basso, essendo opinione invalsa, che in undici mila Lune tutti risorgeranno; che in questo frattempo, la Terra (che essi credono essere una superficie tutta piana,) si rivolgera sossopra, e che per tal mezzo, al tempo della Risurrezione, tutti si troveranno in piedi. Confessano pero i loro Saggj, che è assurda cotale Dottrina, ma il costume è sempre il medesimo, per compiacenza del Volgo.
Avvi in quell’Imperio alcune Leggi d’un genere assai singolare, onde io patirei la tentazione di farne l’Apologia, se direttamente a quelle della prediletta mia Patria non contrariassero. Risguarda i Querelanti la prima, di cui ne faro menzione. Col più severo rigore si puniscono tutti i delitti di Stato; ma se la persona accusata produce chiare pruove della propria innocenza, a una morte ignominosa è condannato l’Accusatore, e i suoi beni servono a risarcire l’imputato del perdimento di tempo di lui, del risico che egli ha corso, de’disagj del carcere, e delle spese fatte per la propia difesa: Che se non bastano gli averi del Dinunziante, ha la cura di supplirvi l’Imperadore. Sua Maestà eziandio concede al giustificato qualche sonoro contrassegno di favore; e con pubblico Bando; dell’innocenza di lui tutta la Città n’è instruita.
Appo que’Popoli è spacciata la frode come un misfatto, più enorme del furto, e perciò, quasi sempre, ella è punita con pena capitale. Mercè che mi dicevano alcuni, con un poco di accortezza, e di lume di ragione, può l’uomo guardarsi dalle ruberie; ma infinitamente è più difficile il guarentirsi dagl’inganni: e come il Commerzio è un de’principali vincoli della Società: se premessa fosse, o tollerata la frode, un Mercatante guidone sempre avrebbe un gran vantaggio sul galantuomo. Ricordomi che un giorno intercedei presso Sua Imperial Maestà, a favore d’un criminoso, il quale avea asportata al suo Padrone una gran somma di danajo, che egli ricevuta avea per ordine di lui. Per minorare il suo mancamento, mi avvertj di dire, che tutto il suo male consisteva nell’aver abusato della fidanza del Padrone: ma l’Imperadore trovò essere una mia mostruosita, allegare per difesa l’aggravio medesimo del delitto, e negar non posso che mi vidi alle strette di ricorrere, per soddisfattoria risposta, al comune passo: che ogni Nazione ha le sue usanze: e tuttavia non potei allegarlo senza arrossirne.
Comechè per ordinario noi chiamiamo ricompensa e gastigo, i due massimi perni onde aggirasi tutto il Governo, confesso che i Lillipuziani sono il solo Popolo, appo cui io abbia veduta in uso una tale instituzione. Chiunque può dar pruove di aver esattamente osservate la Leggi del suo Paese per lo spazio di settanta e tre Lune, ha il diritto di certi Privilegj a misura della propia qualità, e del propio stato; e riceve una tal qual somma di danajo a proporzione. Resta egli altresì onorato col titolo di Snilpall; che disegna la fedeltà, con la quale ha egli osservate le Leggi; ma questo titolo alla posterità di lui non discende. Risguarda quella Nazione come un prodigioso difetto fra di noi, che l’osservanza delle Leggi, dalle sole punizioni, senza ricompensa di sorta, sia sostenuta. E per questa ragione nelle Corti di Giustizia di quell’Imperio, è dipinta con sei occhj dinanzi questa Divinità, con altrettanti al di dietro, e con uno per ciascun lato, per rappresentare la sua circonspezione: e con un sacco riempiuto d’oro nella sua destra mano; e nella sinistra una spada nel fodero, per dimostrare che ella più inclina a’premj, che a’gastighi.
Nella scelta che fan que’Popoli delle persone destinate a qualunque impiego, più badano alla virtù, che all’abilità; mercè che, poichè è necessario che fra gli uomini vi abbia un Governo; credon essi che una ordinaria misura d’intelligenza sia sufficente per supplirvi; e che non fu mai intenzione della Provvidenza, che l’amministrazione de’Pubblici affari fosse un enigma, il cui termine, essere non potesse indovinato che da un picciol numero di persone d’un genio superiore, che cadaun secolo, una, o due ne produce appena: ma suppongono che ogni uomo ha la potestà d’astenersi dalla menzogna, e di praticar gli obblighi, che gli sono perscritti. Or la pratica di questi obblighi, di con essi, fiancheggiata da un poco di esperienza, e da una somma dritta intenzione, renderà qualunque uomo capace di servire al proprio Paese, purché quel solo picciol numero d’impieghi se n’esenti, che dello studio ricercano. Ma, essi aggiungono, sì poco è vero che da talenti superiori possa essere supplito un difetto di virtù, che, pel contrario, non possono mai i grand’impieghi cader in mani più pericolose, quanto in quelle d’uno scellerato di abilità; perchè inclinato a far del male, possiede tutta l’autorità, e tutta la necessaria industria per rendere soddisfatto un prurito sì abbominevole.
An eglino un’altra assai riguardevole Legge; ed è questa, di non ammettere a runa Pubblica Carica coloro che ni egano una Provvidenza: imperocchè; se protestano i Principi d’essere della Provvidenza i soli Luogotenenti; i Lillipuziani dicono, che è una cosa la più assurda del mondo per un Principe, l’impiegar uomini che non confessano quell’autorità medesima, sotto cui egli opera.
In riferendo tutte queste Leggi, io non parlo che delle Instituzioni primitive; non potendosi, per altro negare, che da molti anni in qua estremamente quel Popolo degenerato non abbia. Per esempio; la costumanza infame d’elevarsi ad eminenti Cariche, e d’essere onorato co’più luminosi caratteri di distinzione, per essersi esercitato a ben danzare sopra la corda, a saltare al di sopra del bastone, e al guizzarvisi pel di sotto, non si era introdotta che dall’Avolo dell’Imperadore Regnante; e non era pervenuta al segno onde io la vidi, che per le fazioni che lo Stato laceravano, e che tutte a segnalarsi con la più vile delle destrezze, andavano in traccia.
E’fra loro l’ingratitudine un delitto capitale; provando essi con la Ragione, che ogni uomo, che mal corrisponde col suo Benefattore, deesi per necessità riputare come l’inimico del Genere umano in generale, onde questi ricevuta non ha veruna beneficenza, e che per conseguenza quegli è indegno di vivere.
Eccessivamente dalle nostre differiscono le lor cognizioni in proposito agli obblighi de’Genitori, e de’Figliuoli. Come la congiunzione del maschio con la femmina è fondata sopra una inclinazione stabilita dalla Natura per la propagazione di tutte le spezie, pretendono i Lillipuziani che l’Uomo e la Donna sien portati l’un verso l’altro, come il rimanente degli Animali, per motivi di concupiscenza, e che la tenerezza loro pe’propj figliuoli, abbia pur la sua origine da una Legge della Natura: per questa ragione son eglino persuasi, che un Figliuolo non è obbligato a veruna riconoscenza verso suo Padre, per averlo generato; nè verso la Madre per averlo messo al mondo: il che, avutasi riflessione alle miserie dell’umana vita, non è in se medesimo nè una beneficenza, nè conferito come tale da’Genitori, che allora a tutto altro pensavano. Somiglianti ragionamenti, ed alcuni altri della medesima spezie, egli anno determinati a non affidare a’Padri l’educazione de’loro Figliuoli, bensì a stabilire in cadauna Città pubblici Collegj, ove tutti i Genitori, eccettuatine i soli Borghigiani, e i Campajuoli, sono obbligati di mandare i propj Figli d’entrambi i sessi, immediate che toccano l’età di venti Lune; supponendosi che allora cominciano ad essere idonei all’instruzione. Cotali Scuole sono di differenti generi, secondo la differente qualità de’fanciulli. Sono incaricati molti abilissimi Professori di allevargli secondo la condizione de’loro Padri; ed eziandio secondo il propio lor genio, e le proprie loro inclinazioni. Dirò ora qualche cosa de’Collegj de’Giovani; e in progresso, di que’che alle Donzelle son destinati.
Di dotti Professori, e d’esperti Sotto-Maestri, son provveduti i Collegj de’Ciovani d’un illustre nascimento; e i vestiti, e la natritura di questi, son semplicissimi. Inculcansi loro de’principj d’onore, di giustizia, di coraggio, di modestia, di clemenza, di Religione, e d’amor per la Patria. Si tengono sempre occupati in qualche cosa; se si eccettua il tempo, da essi impiegato ne’loro pasti, e nel dormire; ed ancora è molto brieve questo tempo. Due ore per cadaun giorno son destinate pei loro passatempi, i quali in esercizj di corpo consistono. Per fino all’età di quattr’anni, altrui gli veste, ma poscia son tenuti a vestirsi essi medesimi, per quanto eminente possa essere il loro carattere. Non anno la permissione d’addomesticarsi con servidori; ma fra essi soli si trastullano, e sempre in presenza d’un Professore, o di qualche Sotto Maestro; il che gli tien guardati da quelle impressioni di sciocchezza, e di vanità, cui soggiacciono i nostri Figliuoli. Due sole volte all’anno ammettonsi i loro Padri a vedergli, e la visita non eccede lo spazio d’un ora. Si accorda loro uno scambievole abbracciamento nell’entrare, e nell’uscire; ma il Professore, che in simili occasioni non manca mai di sua presenza, non foffre che il Padre parli all’orecchio del figliuolo; che gli attesti una sciocca tenerezza, o il regali di confetti, od altre golosità. Se la pensione pel mantenimento, e per la nutritura di qualche ragazzo non è sufficientemente corrisposta, sonovi Imperiali Uffiziali che costringono al necessario esborso.
I Collegj pe’Figliuoli di persone di minor carattere, come di Mercatanti, d’Artisti, e d’altri, son regolati nella proporzione medesima. I destinati a qualche mestiere, son messi in pratica in età d’anni undici; laddove gli altri, che appartengono a Signori di distinzione, se ne restano ne’lor Collegj perfino a’quindici; il che, presso noi, riviene a venti e un anno: Ma nel frattempo degli anni tre ultimi, si diminuisce a grado a grado il loro sugettamento.
Ne’Collegj delle Donzelle, sono allevate le Giovinette a un dì presso come i Ragazzi, con la sola differenza, che son elleno abbigliate da persone del loro sesso, ma sempre alla presenza d’un Professore, o d’un Sotto-Maestro, finchè sieno pervenute all’età di cinque anni; al qual tempo sono obbligate ad obbgliarsi da se medesime. Che se le Governatrici loro restano convinte di aver lor raccontate novelle di Sogni, d’Apparizioni, e d’altre somiglianti impertinenze, onde in Europa le fantesche nostre son solite di guastare l’immaginazion de’figliuoli, son elleno per ben tre volte scopate in pubblico, imprigionate per un anno, e mandate in perpetuo esilio nella parte più disabitata di tutto l’Imperio. Quindi ne deriva, che le Giovinette, del pari che gli stessi uomini, d’essere scioccamente paurose arrossiscono. Avvi un’altra differenza fra l’educazione di questi, e di quelle; cioè, che gli esercizj delle Donzelle non sono così violenti; che prescrivonsi loro alcune regole sopra l’economico governo; e che non avanzano come i Giovani i loro studj, comechè per altro sieno obbligate d’applicarsi a delle scienze; onde le nostre Dame d’Europa non ne posseggono inferior idea. Essendo che egli è massima di quella Nazione, che fra persone ragionevoli, una Donna esser dee sempre una compagna ragionevole, e ornata di graziosità, giacchè la giovinezza sempre in lei non può fiorire. Toccati che abbiano le Vergini gli anni dodici, (età che è nubile presso que’Popoli,) i Parenti loro, o i lor Tutori le ritirano in propria casa dopo di aver adempiuto ai più cordiali ringraziamenti co’Professori; e molto di rado avviene che la Giovinetta, separandosi dalle sue compagne, non versi delle lagrime.
Ne’Collegj delle Donzelle d’inferior grado, son esse ammaestrate in ogni sorta di lavori, al loro sesso convenevoli. Rimandansi all’età di nove anni quelle che son disegnate ad allevarsi in qualche mestiere, od esercizio; e perfino agli anni tredici si custodiscono le altre.
Le Famiglie de’Ragazzi che d’un ordine inferiore s’instruiscono in que’Collegj, oltre all’annuale pensione, che è leggerissima, sono tenute di corrispondere ogni mese all’Intendente della Casa, una parte di quanto elleno an guadagnato, perchè un giorno servir possa allo stabilimento de’Giovani, dovendosi riflettere che vi ha una Legge, la quale regola la pramatica del dispendio de’Parenti; mercè che, dicono i Lillipuziani, è cosa alquanto ingiusta, che persone plebee; Per rendere soddisfatto il propio capriccio, procreino una nidiata di figliuoli, che certamente per le sciocche spese de’loro Padri, non potranno un giorno non essere a carico del pubblico. Quanto alle persone riguardevoli, s’impegnan esse, che ciascuno de’loro figliuoli avrà una destinata somma proporzionata alla sua condizione; e talj vi sono, che an l’incarico di provvedere questi fondi; impegno, onde sempre con saggezza, e con la più esatta giustizia si sciolgono.
I Borghigiani, ed i Campajuoli, custodiscon in propia casa i loro Figli; poichè disegnati unicamente a coltivar la terra, non è di gran conseguenza al Pubblico la loro educazione; ma i Vecchj di loro, e gl’infermi, son curati, e nodriti negli Spedali, non sapendosi in quel Paese cosa sia il dimandare limosina.
Forse che quest’è il luogo che il Leggitore resti informato del metodo onde io vissuto sono in quella Regione, per lo spazio di nove mesi, e tredeci giorni di mio soggiorno. Quanto a’miei mobili, consistevan essi, principalmente, in una tavola, e in un sedile, che io stesso avea lavorato per uso proprio, servendomi de’maggiori alberi del Parco Reale. Dugento Cucitrici impiegate furono per farmi delle camiscie, e per cucire i pannilini del mio letto, e della mia mensa. Questa biancheria era della più grossa qualità: ma siccome a dispetto di tale circostanza, non avrei potuto prevalermene; così esse ebbero l’antivedimento di raddoppiarla molte volte, e oltracciò di trapugnerla, a guisa d’una sottana d’Europa. D’ordinario, tre pollici larghi sono i loro pannilini, e tre piedi formano la loro maggior tirata. Affinchè le Cucitrici potessero prendermi la misura, mi prostesi a terra; si mise l’una sopra il mio collo, e un’altra verso la metà della mia gamba; tenendo cadauna per l’estremità una fune, in tempo, che una terza misuravane la lunghezza con una spezie di braccio, lungo un grosso dito.
Dopo ciò, misurarono il mio pollice dritto, e tanto loro bastò; imperocchè con un calcolo di Matematica, avean elleno compinato che il giro del pollice, preso due volte, riveniva a quello del pugno; e che il giro del pugno due volte preso, corrispondeva a quello del collo; e finalmente che il replicato giro del collo, compone quello del mezzo. Per altro, non era necessario tutto questo calcolo, avendo io stesa a terra la vecchia mia camiscia per servir loro di modello; e dir deggio a loro gloria, che l’imitarono perfettamente bene. Dietro i miei vestiti faticarono trecento sarti, ma valevansi essi d’un altro metodo per prendermi la misura. Mi messi ginocchione; ed eglino inalberarono una scala, che dalla terra arrivava al mio collo, e montata da un di loro la scala medesima, perpendicolarmente ei lasciò cadere dal collo della camiscia perfino a terra una corda; il che appuntino riveniva alla lunghezza intera del mio vestito; ma il mezzo del corpo e le braccia, me gli misurai io medesimo. Compiuti che furono gli abiti miei, (dietro cui io feci travagliar i Sarti in mia Casa, perchè le loro potuto non avrebbono contenergli,) aveano gli abiti stessi, l’aria di quei lavori che le Dame Inglesi formano, cucendo insieme una infinita di differenti frusti; con tale varietà però, che i miei vestiti erano tutti d’un solo, e medesimo colore.
Da trecento cucinieri si apprestavano le mie vivande, stando essi alloggiati colle loro famiglie accosto della mia abitazione sotto tende, ove ognuno avea la cura d’imbandirmi due piatti. Era mio costume di prendere in mia mano una ventina di coloro che mi serviano in tavola, ed avevane più d’un centinajo che se ne restavano a terra, gli uni con piatti, ed altri con l’intera bottiglieria de’liquori. A misura che io bisognava di qualche cosa, i miei domestici, che erano sulla tavola, si valevano con grande artifizio d’una carrucola per ritraerla a se, presso poco come in Europa si traggon le secchie da un pozzo. Uno de’loro piatti conteneva una buona boccata; ed assai agevolmente, in un sol tratto, io mi traccannava una delle loro bottiglie di vino. Il loro Castrato non è sì buono che il nostro; ma in ricompensa è squisitissimo il loro Bove. Mi ricordo d’averne mangiato un taglio di coscia, che mi obbligò a tre boccate; ma ciò avviene di rado. Stranamente stupivano i miei servidori nel vedermi a mangiar le ossa, come facciamo nel nostro paese dell’ala dell’Allodola. Una delle lor Oche, o uno de’loro Galli d’Indie, non mi costava la pena che d’un sol boccone; e confessar deggio, che in fatto di dilicatezza, la vincono sopra i nostri, cotali sorte d’uccellami. Rispetto a’loro Uccelli d’alquanto minor mole, venti, o trenta, io potea metterne sulla punta del mio coltello.
Sua Imperial Maestà informata della mia maniera di vivere, volle un giorno aver la sorte (questi sono i termini di lei,) di pranzar meco. Venne ella accompagnata dalla illustre sua Famiglia: ed io ebbi l’attenzione di collocargli tutti in seggj d’appoggio sopra la mia tavola, rimpetto a me, colle loro Guardie che gli circondavano. Flimnap, il Gran Tesoriere, intervenne anche egli a un tal convito, e teneva in mano la sua bacchetta bianca. Osservai più d’una volta che ei mi guattava di mal occhio, ma senza manifestarne il menomo indizio; ed io in apparenza non mangiai che con più appetito, tanto per far onore alla mia cara Patria, che per riempiere la Corte di ammirazione. Persuasissimo io sono, che questa visita dell’Imperadore ha recata opportunità a Flimnap di rendermi cattivi uffizj presso il suo Padrone. Fu sempre questo Ministro, segreto mio nemico, comechè esteriormente praticassemi più cortesie, che sembrava non permettergliele il brusco suo temperamento. Rappresentò egli all’Imperadore, che il pubblico erario si trovava in istato pessimo, che egli era obbligato di prender a prestito del danajo a grosse usure; che i biglietti del Tesoro circolar non poteano che a nove per cento di perdita, che in pochissimo tempo io avea costato a Sua Maestà più d’un milione e mezzo di Sprugs, (che sono le loro più massicce monete d’oro della grandezza d’un tremolante;) e che, salvo un miglior parere, ei consigliava il Principe a licenziarmi a prima apertura.
Come io fui la cagione, tutto che innocente, che una Dama del primo ordine fosse assalita nel suo onore, innanzi che più stendermi, egli è forza che di giustificarla io procuri. Si era messo in capo il Tesoriere d’essere geloso della propia moglie; essendo che pessime lingue gli aveano rapportato che ella era impazzita di me, ed eziandio perchè alla Corte erasi sparsa voce, che ella una volta venuta fosse in mia casa. Io protesto solennemente che queste sono infamissime calunnie, onde la Sposa del Tesoriere non ha mai contribuito; non avendo io per tutta la mia vita ricevuto per parte di lei, che contrassegni d’amistà innocenti. Vero è bensì, che ella sovente mi visitava, ma sempre in pubblico, nè mai senza essere accompagnata da tre persone; che per ordinario erano sua Sorella, sua nipotina, ed alcuna delle sue amiche; ma ciò non era cosa speziale di lei sola; poichè molte altre Dame della Corte frequentemente venivano a ritrovarmi. Ed io me ne appello a tutti i miei domestici, se in ni un tempo an eglino veduta Carrozza alla mia porta, senza sapere chi fossero le persone che in essa vi stavano. In somiglianti occasioni, immediate che un servidore avea mi avvertito che alla mia porta trovavasi una Carrozza, il mio costume si era di calarvi in un instante, e dopo di aver salutato chi mi visitava, di prendere esattamente in mia mano la Carrozza, e i due Cavalli, (che se ve n’erano sei, l’Ajutante del Cocchiere distaccavane sempre quattro,) e di collocargli sopra la mia tavola, d’intorno a cui regnava una sponda di cinque pollici di altezza, per timore di qualche accidente. Mi è accaduto, non di rado, di aver quattro Cocchj in un sol tempo sopra la mia tavola, ed io starmene nel mio sedile divertendo la Compagnia. Più d’un dopo pranzo mi ricreai col maggior piacere del mondo in tal sorta di conversazione. Ma io ardisco sfidare il Tesoriere, e i suoi due Querelanti Clustril, e Drunlo, (ne pubblico il nome per isvergognarli,) perchè pruovino se ni uno sia mai venuto incognito in casa mia, all’eccezione del Segretario Keldresal, che non vi si portò se non per ordine espresso dell’Imperadore, come par mi di averlo raccontato. Insistito non avrei per sì lungo tempo sopra quest’articolo, se non vi si fosse interessato l’onore d’una gran Dama; per non dir niente di me medesimo; tutto che allora fossi Nardac; carattere di cui non è investito il gran Tesoriere stesso, sapendo ognuno che egli non è che Cumglum; titolo, che ha la proporzione medesima con quello onde io stava onorato, che l’ha il titolo di Marchese con quello di Duca in Inghilterra, comechè, per altro, per ragione dell’impiego suo, ei nel passo mi precedesse. Cotali callunie, che per un accidente che quì non è d’uopo di riferire, mi si sussurrarono alle orecchie, furono la cagione che Flimnap, per lo spazio di qualche tempo, scavasse la mina alla sua sposa, ma assai più a me; ed ancorchè alla fine siasi egli disingannato, e rappattumato si sia con esso lei non potè mai perdonarmela di avermi preso in sospetto contra ragione, e riuscivvi pure per farmi togliere la grazia dell’Imperadore, il quale, per dir vero, lasciavasi un po troppo reggere da questo Favorito.
CAPITOLO VII.
L’Autore; essendo informato che i suoi nemici intentavano d’accusarlo d’Alto-Tradimento, rifugge a Blefuscu. Maniera ond’egli vi è ricevuto.
INnanzi di narrare l’uscita mia di Lilliput, vuol il buon ordine che chi legge resti instruito de’motivi, che ad appigliarmi, e ad eseguire un tal disegno, la spinta mi diedero.
Tutto ciò che chiamasi Corte, era stato fin allora per me una Terra incognita; poichè la bassezza della mia condizione, non aveami permesso in verun tempo di frequentarne. Per vero dire, la conversazione, e la lettura, mi aveano impresse sinistre idee delle Corti stesse; ma creduto non avrei mai, che la propia mia esperienza dovesse un giorno rendermi convinto dell’aggiustatezza di queste idee, in un paese poi molto lontano, e governato, a quel che io ne pensava, con massime onninamente differenti da quelle che in Europa son del bell’uso.
In tempo che io mi allestiva pel Viaggio di Blefuscu affin d’umiliare i rispetti miei a quell’Imperadore, un Signor di Corte di grande stima, (a cui, in tempo ch’ei col Principe se la passava male, aveva io renduto un insignissimo servigio,) venne nottetempo alla mia casa in seggetta chiusa, e senza farmi avanzar il suo nome, chieder mi fece se forse ei non mi recherebbe disturbo. Licenziati i portatori, misi la seggetta, ed il Signore nella tasca del mio giubbone: e poscia a un servidore di mia confidenza dato ordine di dire ad ognuno che io indisposto stavamene dormendo, serrai a catenaccio la porta della mia casa, e mi messi ad attaccare conversazione con colui che praticavami una visita sì misteriosa.
Dopo i primi scambievoli complimenti, osservai in esso lui una grande inquietudine, e chiestone del motivo, pregommi di pazientemente ascoltarlo, giacchè trattavasi d’un suggetto, onde il mio onore, del pari che la mia vita s’interessava. Ècco in sostanza il discorso ch’ei mi tenne, di cui immediate, al licenziarsi di lui, n’estesi in carta i più importanti Articoli.
"Convien sappiate essersi a cagion vostra più volte assembiato il Consiglio con la più possibile segretezza, e che sono solo due giorni che Sua Maestà n’è venuta ad una finale deliberazione.
"Evvi noto che il Grande Ammiraglio Skyris Bolgolam, poco men che dal momento del vostro arrivo, fu sempre vostro mortal nemico. Non so quali esser possano i primi motivi dell’aversione di lui: ma egli è certissimo che ella di molto rinvigorì, dopo il felice successo della vostra impresa contra l’Armata di Blefuscu; perchè egli risente in buona coscienza, che con tutta sua Ammiralità, non ne fece in verun tempo altrettanto. Questo Signore, e Flimnap il gran Tesoriere, la cui nemistà contro a voi, pel motivo della moglie di lui, e cognita a chi che sia; Limtoc il Generale, il Ciamberlano Lalcon, e Balmuff il gran Giustiziere, an piantato Articoli di accusa a vostro disfavore, e di convincervi di Alto-Tradimento, e di alcuni altri capitali delitti essi presumono."
Persuaso che io era della propia mia innocenza, rendemmi così impaziente un tal esordio, che stetti sul punto d’interrompere quegli che mi annunziava novità così strane: ma ei mi pregò di lasciargli proseguire il discorso; il che fece ne’seguenti termini.
"In riconoscimento della buona amicizia che mi testimoniaste, feci in modo di restar instruito di tutta la loro cospirazione, e di aver copia degli Articoli d’accusa; il che non men che la testa mi varrebbe, se discoprir si potesse."
Articoli d’accusa contro a Quinbus-Flestrin, (l’Uomo-Montagna.)