Fine della Prima Parte. (continued 2)
Zannino Marsecco translation
Il Re, che di Musica si dilettava all’ultimo grado, ordinava frequentemente de’concerti alla Corte, a’quali talvolta assisteva ancor io, accomodato sopra una tavola entro il mio cassetino. Ma era sì confusamente strepitosa quella Musica, che mi riusciva impossibile di distinguerne i tuoni. Ardisco pur di asserire, che tutte le trombe, e tutti i tamburi d’un Esercito, quando si suonassero, e si battessero tutti in una volta in un Appartamento medesimo, non arriverebbono a far tanto strepito, quanto ne fanno quelle sorte di armonie. Il mio metodo si era di far mettere il mio cassettino il più lungi che era possibile da’Musici; e poscia di chiuderne le porte, e le finestre; dopo di che io trovava assai sopportevole la loro Musica.
Essendo giovane, io aveva alquanto appreso a suonar di spinetta: Una ne tenea in sua camera Glumdalclitch, e un Mastro andava a darlene la lezione due volte per settimana. Dico che era una spinetta; perchè quel musicale strumento molto le rassomigliava, e per la figura, e pel modo di servirsene; mi venne in pensiero di ricreare il Re, e la Regina, suonando su quello strumento un’arietta Inglese. Ma, oh quanto sudai per riuscirvi! mercè che la spinetta era lunga più di sessanta piedi, e ogni chiave, d’un piede larga; cosicchè in istendendo tetto il mio braccio, io non ne poteva scorrere più che cinque, e oltracciò sarei stato obbligato di dare de’furiosi colpi di pugno per abbassarle, e tanto e tanto non ne avrei ottenuto l’intento. Ecco quale fu la mia invenzione. Allestj due bastoni tondi, più grossi da una parte che dall’altra, e ricoprj la loro estremità più grossa con un pezzo di pelle di sorcio, affinchè in battendo non restasse danneggiata la parte superior delle chiavi, e che lo strepito de’colpi, ingratissimamente non si confondesse col suono che la spinetta renduto avrebbe. Al d’avante di quello strumento collocossi un banco più basso di quattro piedi che le chiavi, ed io fui adagiato su questo banco. Vi scorsi sopra, ora da un canto, ora dall’altro battendo co’miei due bastoni le chiavi necessarie, e procurando di suonare una Giga, che parve fosse intesa con gran piacere dalle loro Maestà: ma posso realmente dire che a’giorni miei non ho praticato un sì violento esercizio; e pure mi fu impossibile di scorrere più di sedici chiavi, e per conseguenza di toccare il basso, ed il soprano insieme, come fanno altri Musici; il che avrebbe aggiunta una nuova gentilezza alla mia Giga.
Il Re, che, come il dissi, era un Principe di somma abilità, e spiritosissimo, spesse volte mi facea portare nel mio cassettino, e riporre sopra una tavola nel Gabinetto di lui; dopo di che mi comandava di prendere un de’miei seggi, che i faceva mettere con esso meco al di sopra del cassettino, in distanza di tre verghe dalla sponda; il che più o meno, mi costituiva a livello della faccia di Sua Maestà. In questo modo godei di molte conversazioni con esso lei. Presi un giorno la libertà di dirle, che il dispregio che Ella testimoniava per l’Europa e pel rimanente della Terra, non mi sembrava va accordarsi con quel maraviglioso discernimento, che io sempre avea in lei ravvisato. Che i gradi d’intelligenza non erano regolati secondo la grandezza de’corpi: Che pel contrario osservavasi nel mio Paese, che le persone più grandi, per ordinario, n’erano le men provvedute: Che fra gli animali, le Api, e le Formiche, passavano per le più industriose, e le più sagaci. E che tal che io le pareva, mi lusingava di poter renderle qualche segnalato servigio. Mi ascoltò il Re con attenzione, e di là in poi, egli formò di me un giudizio del tutto opposto. Pregommi di dargli una idea, la più esatta che potessi, del Governo dell’Inghilterra; imperocchè, diceva egli, per quanto sieno comunemente intestate le Nazioni de’propj loro costumi, sarebbegli un gran piacere di apprendere qualche cosa che egli imitare potesse.
Quante volte, e con quale brama io non mi sono augurata in quel momento l’eloquenza d’un Cicerone, o d’un Demostene, per celebrar degnamente tutte le lodi, onde è degna a sì giusto titolo la cara mia Patria!
Cominciai il mio discorso dall’informanre Sua Maestà, che i nostri Stati consistevano in due grand’Isole, che formavano tre possenti Regni sotto un solo Sovrano, non comprese le nostre Colonie d’America. Insistei lungo tempo sopra la fertilità del nostro Territorio, e sopra la tempera del nostro Clima. La trattenni poscia sopra la Costituzione d’un Parlamento Inglese, formato, in parte, da un Corpo illustre, dinominato, la Casa de’Pari, che era d’Uomini d’un Sangue il più nobile, e di Famiglie le più antiche del Regno. Le parlai della straordinaria sollecitudine che sempre prendevasi della loro educazione, affin di rendergli idonei ad essere Consiglieri nati del Re, e del Regno; ad aver parte nella Potestà Legislativa; ad esser Membri della Corte più alta di Giustizia, le cui decisioni sono inappellabili; e a difendere con la loro saggezza, e col loro valore la loro Patria, e il loro Re, contra tutti gl’imprendimenti de’loro nemici: Che eran eglino l’ornamento, e il Baluardo del loro Paese, degni successori degl’Illustri lor Avoli, la cui virtù non aveano giammai smentita: Che ad essi, come Membri ad un medesimo Corpo, erano uniti Personaggj d’una eminente pietà, sotto il titolo di Vescovi, onde la peculiar funzione si era d’invigilare al sostegno della Religione, e all’instruzione del Popolo: Che erano sempre scelti dal Re, e da’più saggj Ministri di lui, fra que’che si distinguevano nel Sacerdozio per la purità de’propj costumi, e per la profondità della propia erudizione.
Che l’altra parte del Parlamento consisteva in un’Assemblea, detta la Casa de’Comuni, e composta di Gentiluomini, e di ben agiati Borghesi, liberamente eletti dal Popolo medesimo, a cagion della loro abilità, e del loro zelo pel vantaggio della Patria: Che questi due Corpi formavano insieme una delle più Auguste Assemblee dell’Europa; e che in essi, congiuntamente col Principe, la Sovrana autorità risiedeva.
Le spiegai allora ciò che sieno le nostre Corti di Giustizia: Che que’che vi presiedono sono Interpreti venerabili delle Leggi, chiamati a mantenerci i nostri Diritti, e i nostri Possessi, a punir il delitto, e a proteggere l’innocenza. Le parlai della prudenza nell’uso de’nostri Erarj, e della grandezza delle nostre Forze, tanto marittime, che terrestri. Le feci l’enumerazione del nostro Popolo, calcolandone i molti milioni che aveavene di differenti Sette in materia di Religione, o di differenti Partiti in fatto di Politica. Non ommisi i nostri divertimenti; per dir brieve, nulla dimenticai di tutto ciò che io credeva poter far onore alla diletta mia Patria. E diedi fine con un Compendio Storico di quanto è accaduto, da un secolo in quà, o più o meno, di più riguardevole in Inghilterra.
Come si vede, era assai vasto l’Argomento: perciò vi vollero molte udienze; ognuna delle quali durò alcune ore, innanzi di poter votarla. Con grande attenzione mi ascoltò sempre il Re; e comechè non m’interropesse mai, non lasciò tuttavia passare cosa veruna senza riflessione, come con le quistioni susseguentemente propostemi, il diede a conoscere.
Detta che ebbi ogni cosa, mi fece Sua Maestà un gran numero di dimande, e di obbiezioni fu cadaun Articolo. M’interrogò sopra la maniera che praticavasi per coltivar i talenti dello spirito, e del corpo della nostra gioventù Nobile; e in qual genere d’occupazioni passava ella la prima, e la più disciplinabile parte della sua vita: Che si faceva, quando estinguendosi qualche Famiglia Nobile, bisognava riempiere il posto nella Casa de’Pari? Quali caratteri eran richiesti in que’che erano investiti del titolo di Lord: Se il genio della Corte, una somma di dannajo presentata a qualche Dama, o l’idea di rinforzare un partito opposto all’interesse pubblico, n’erano sovente le cagioni, creditrici di tali sorte di distinzioni? Fin a qual segno que’Signori eran versati nella conoscenza delle Leggi del loro Paese? Che conveniva che fossero ben eglino d’una grande abilità per poter decidere inappellabilmente quistioni, che risguardavano la vita, e i beni de’loro Concittadini: Se sempre rinvenivano molto esenti dalla taccia d’avarizia, e bastevolmente superiori al bisogno, perchè i regali, o altri criminosi motivi, non avessero la forza di corrompergli? Se i Signori, chiamati a mantenere la Religione, erano sempre innalzati al posto che occupavano, per motivo della loro capacità nelle materie che concernono la lor Professione, o della santità della loro vita? Se in tempo che essi non erano che semplici Cappellani, non disonoravansi mai con una vil compiacenza pe’soro Signori, di cui forse continuavano a seguir servilmente i sentimenti, dopo di essere stati ammessi a quell’Assemblea sì Augusta.
Il Re poscia desiderò d’essere instruito de’mezzi che si mettevano in pratica per essere eletto Membro della Casa de Comuni. Se uno Straniere non potea forse, a forza di denajo, farsi scegliere, con preferenza a un Signor del Paese, o a qualche Gentiluomo qualificato del contorno? Come poteva darsi, che ognuno sollecitasse con tanta premura il carattere di Membro di quella Ragunanza, (giacchè io gli avea detto che un tal intento sempre gli costava caro,) senza mercede di sorta, nè pensione veruna; essendo che, ei diceva, è troppo eminente un somigliante grado di virtù, perchè sempre possa essere sincero, e legittimo? Insiste poscia di sapere precisamente, se que’Gentiluomini zelanti, non istudiavano risarcirsi delle cure, e de’dispendj stati obbligati di fare, in sacrificando il Ben pubblico? A tali quistioni ei ne aggiunse un gran numero d’altre, che io penso non essere necessità di ripetere.
In proposito a quanto io gli avea detto delle nostre Corti di Giustizia, mi pregò Sua Maestà di darlene specificazioni sopra alcuni Articoli; nel che mi fu agevole di contentarla, perchè una volta mi trovai in risico d’essere interamente ruinato per una tediosa lite che ebbi nella Cancelleria, e che ho anche perduta con tutte le spese. Chiesemi quanto tempo s’impiegava, per ordinario, in decidere se giusta, o ingiusta fosse una cosa, e qual fosse il prezzo dell’ottenimento di questa decisione? Se gl’Avvocati aveano la libertà di difendere Cause notoriamente ingiuste? Se la Setta di Religione, o il Partito di Politica, non entrava mai nella bilancia della Giustizia, per farla chinare o dall’una, o dall’altra parte? Se tutti gli Avvocati eran uomini generalmente conoscitori delle Leggi dell’Equità; o solamente di alcune particolari costumanze della Città loro, della loro Provincia, o della loro Nazione? Se in tempi diversi aveano talvolta sostenute due contrarie sentenze in medesimo affare? Se componevan eglino una povera o ricca Comunità? Se riceveano qualche pecuniario riconoscimento per aver trattata, o consultata una Causa? E particolarmente se nell’inferior Senato ammettevansi mai come Membri?
Passò in oltre ad altre quistioni sopra l’amministrazione del pubblico Erario. Convien certamente dicevami Sua Maestà, che vi abbia tradito la vostra memoria; poichè non faceste montare che cinque, a sei milioni per anno le vostre Tasse, e qualche volta al doppio le vostre spese. Ella avea in ispezieltà fatta attenzione a quest’Articolo, perchè sperava, così ella diceva, che la cognizione della nostra condotta potesse giovarle molto, e tenerla lontana dagli abbaglj ne’suoi calcoli. Mi dimandò chi erano i nostri Creditori? E dove prenderemmo dannajo per pagargli? Stupiva che spesse volte portata avessimo la guerra, sempre gravosa, sì lontano dal nostro Paese. E’forza, diceva, che siate un Popolo molto rissoso, o che abbiate confinanti molto cattivi, e che per necessità i vostri Generali, più ricchi divengono che i vostri Re. Mi dimandò quali affari noi avevamo fuori delle nostre Isole, se eccettuansi il Commerzio, e la difesa delle nostre spiagge? Soprattutto si faceva incredibili maraviglie per intendermi parlare d’un Esercito mercenario, mantenuto nel mezzo della Pace, e nel seno d’un Popolo libero. Opposemi, che se eravamo noi governati di nostro assenso da uomini non che servivano che a metterci in iscena, non poteva Sua Maestà concepire di chi avevamo noi paura, o contro a chi pensavamo di batterci: e m’interrogò da chi meglio fosse difesa la casa d’un Particolare; se da lui stesso, da’suo figliuoli, e dal resto di sua famiglia; oppure da una mezza dozzina di vagabondi a caso presi nelle strade, e miseramente pagati; in tempo che possono eglino guadagnar mille volte più, scannando coloro che anno l’imprudenza di destinargli in lor guardie.
Nulla di più ameno riuscivale quanto la mia Aritmetica, nel far entrare nell’enumerazione del nostro Popolo, le differenti Sette di Religione, e le Fazioni diverse dentro lo Stato. Prostava Sua Maestà di non iscoprirvi ragione veruna, perchè que’che anno opinioni pregiudiziali al Pubblico fossero obbligati di cangiare, o obbligati non fossero di occultarle: E che come sarebbe una Tirannia in un Governo l’esigere la prima di queste cose, era una debolezza il non far osservar la seconda: imperocchè è ben permesso a un uomo il tener in Casa de’veleni, ma non già di vendergli per Cordiali.
Ella notò, che fra’passatempi della nostra Nobiltà, e di altre qualificate persone, io del giuoco parlato avea. Desiderò di sapere a qual età si cominciava, per ordinario, a prendere un tale ricreamento, e quando vi si rinunziava? Quale porzione di tempo vi si perdeva, e se mai il giuoco arrivava a ruinare una famiglia. Se taluni della plebaglia con la loro desterità potevano alcune volte far acquisto di ricchezze immense, e riddure gli stessi Nobili nella lor dipendenza; altresì inspirar loro, con la loro amistà, ignobili e codardi sentimenti, e costrignerli, per le sofferte perdite, ad apprendere e a saggiare sugli altri l’infame industria cheruinati gli avea?
Inorridiva Sua Maestà per la Storia che io aveale rappresentata del mio Paese nel corso del passato secolo, aggiugnendo, che ciò non era che una concatenazione di conspirazioni, d’omicidj, di ribellioni, di stragi, di rivoluzioni, di esilj; effetti i più esecrabili, che l’avarizia, la fazione, l’ipocrisia, la crudeltà, la perfidia, la rabbia, la viltà, l’odio, l’invidia, e l’ambizione, produrre possano.
In un’altra Udienza, racapitolò il Re tutto ciò che io detto gli avea, e comparò le risposte che io gli avea fatte, con le dimande ch’egli mi avea promosse. Prendendomi poscia fralle sue mani, e piacevolmente accarezzandomi, mi disse queste parole che io non mai dimenticherò, e neppur la maniera onde furono pronunziate. "Picciolo amico mio Grildrig, voi avete fatto un eccellente Panegirico del vostro Paese. Dimostrativamente avete pruovato, che l’ignoranza, l’infingardia, e il misfatto, possono talvolta intrudersi per necessità nel governo d’un Regno: Che le Leggi son meglio interpretate da quegli che vi anno più d’interesse, e più di abilità nell’oscurarle, e nel diluderle: Scuopro fra voi altri, alcuni tratti d’un ottimo Governo nella prima sua instituzione; ma di molto scancellati dall’abuso, e dalla corruttela: Da tutto il vostro racconto si deduce, che nè pure una sola virtù fra necessaria per essere innalzato ad alcuna delle vostre Cariche, molto meno; che gli uomini vi sieno annobiliti da’propj lor meriti; che sia avanzato agli onori ri il Sacerdozio in considerazione della pietà o del sapere; i Soldati per la loro condotta, o pel loro valore; i Giudizi per la loro integrità; i Senatori pel loro amore verso la Patria, o i Consiglieri per la loro saggezza. Quanto a voi, continuò il Re, che passata avete la maggior parte della vostra vita nel viaggiare, penso che abbiate sfuggite molte di queste inconvenienze. Ma per quanto io posso raccogliere dalla vostra relazione, e dalle risposte che vi ho estorte con grande stento, costretto sono di conchiudere, che il grosso della vostra Nazione è il più tristo, e il più odibile picciol verme, e cui la Natura abbia mai permesso di strisciarsi sulla superficie della Terra."
CAPITOLO VII.
Amor dell’Autore per la sua Patria. Ei fu al Re un’assai vantaggiosa obblazione, la quale tuttavia è rigettata. Ignoranza del Re in fatto di Politica. Angusti limiti onde ristringonsi le Scienze di quel Paese. Leggi, e Militari affari di quel Regno. Quali turbolenze l’agitarono.
NON aveavi che un amor estremo per la verità, che indur mi potesse a rispondere alle quistioni del Re con tanta schiettezza, con quanta io l’avea già fatto. Vane sarebbermi riuscite le rimostranze del mio resentimento, perchè sempre sarei comparuto ridicolo, e perciò soffogar dovetti nel mio cuore la passione, e lo sdegno, in tempo che la cara, ed Augusta mia Patria era trattata in un modo così ingiurioso. Ne patì tanta Afflizione, quanta ne può patire chi legge. Ma era così curioso quel Principe; e con tanta precisione m’interrogava su cadaun articolo, che peccato avrei contra le Leggi della pulitezza, e soprattutto contra quelle della gratitudine, se non gli avessi data tutta la più possibile soddisfazione. Con tutto ciò, dir deggio per mia discolpa, che procurai di diludere industriosamente molte delle dimande di lui, e che sopra cadaun particolare, io dava un tornio assai più vantaggioso, di quel che il potea permettere l’esatta verità: avuta avendo io sempre pel mio Paese quella lodevole parzialità, che con tanta giustizia Diogini di Alicarnasso racomanda uno a uno Storico. Con tutto il mio cuore avrei voluto occultare i difetti della mia Nazione, e riporvi in loro luogo le virtù nella loro luce più luminosa. Questa si era la mia intenzione nelle moltiplici conversazioni che ebbi con quel Monarca; ma per disgrazia, nè al mio genio, ne agli sforzi miei corrispose l’avvenimento.
Ma ciò che perfino a un tal qual segno compor dee l’Apologia di quel Principe si è, ch’egli viveva interamente separato dal resto del mondo; dal che provenivano che non avea notizie di sorta delle maniere, e delle costumanze delle altre Nazioni. Questa spezie d’ignoranza e sempre una sorgente feconda di prevenzioni, e produce necessariamente non so quali limitazioni d’idee, e di concepimenti, onde noi, del pari che i più colti Popoli dell’Europa, siamo del tutto esenti. E, per vero dire, la cosa sarebbe ben dura, se le conoscenze, che un Principe sì rimoto ha della virtù, e del vizio, servir dovessero di regola per tutto il Genere umano.
Per confermar il mio detto, e per mostrar con maggior chiarezza i miserabili effetti d’una educazione circonscritta da termini troppo angusti, voglio in questo punto far parte a’miei Leggitori d’un fatto, che forse agevolmente essi non potranno credere.
Per insinuarmi di bene in meglio nella buona grazia di sua Maestà, le parlai d’un ritrovamento scoperto da tre, o quattro secoli, più o meno, in qua, consistente nella manipolazione di certa polvere, un cui intero ammassamento, fosse pur grande quanto una montagna, saltava in aria, e in un istante restava consumato, con un fracasso più terribile di quello d’un tuono; e ciò immediate che una sola, soletta, scintilla vi volava al disopra: Che una certa quantità di questa polvere sequestrata con uno stopacciolo entro una canna di ferro, era valevole di cacciare una palla, pur di ferro, o di piombo, con una violenza, e una sì prodigiosa velocità, che non aveavi cosa che ne potesse sostenere lo sforzo: Che parimente vi erano di queste palle, che essendo sparate, rovesciavano non solamente file di Soldati intere con un sol colpo, ma abbattevano altresì in ruina le più massicce muraglie e sprofondar facevano de’Vascelli montati da molte migliaja d’uomini: Che quando queste palle erano unite insieme con una catena, fracassavano gli alberi, le antenne; in una parola, tutto ciò ch’esse riscontravano: Che spesse volte mettiamo questa polvere entro gran palle di ferro votte, che con arte, e con l’ajuto d’una certa macchina, sappiam lanciare dentro una Città assediata, e che con tal mezzo restava ucciso un gran numero di assediati nemici, e quasi tutte le loro Case erano ridotte in cenere: Che mi eran molto ben noti gl’ingredienti nella composizione della polvere stessa; che essi non costavano troppo, e non erano rari; Che per altro io mi comprometteva d’insegnare agli Operaj di Sua Maestà l’Arte di costruire quelle canne, d’una grandezza proporzionata a tutti gli altri oggetti che erano nell’Imperio di lei; e che le maggiori, più che i cento piedi di lunghezza eccedere non dovevano: Che venti, o trenta delle canne stesse, cariche con quantità convenevole di polvere, e di palle, poteano rovesciare in poche ore le muraglie della più forte Città del suo Regno, o mettere sossopra la Capitale, se mai ella si staccasse dalla dovuta sommessione agli ordini supremi di Sua Maestà. Io feci al Re quest’obblazione; supplicandolo di accettarla come un fievole contrassegno di quel riconoscimento; che le beneficenze di lui eccitato in me aveano.
Il Re, in udire la descrizione di queste terribili macchine, e dell’uso che io gli proponeva di farne, fu sorpreso da un orrore che non può esprimersi. Concepir non potea come un insetto sì debole, e sì minuto come me, (furono queste le stesse espressioni di lui) avea l’animo di pascersi d’idee sì inumane, e sì poco restar commosso, in parlando della disolazione, e della strage, che aveagli io detto essere gli ordinarj effetti di queste macchine sterminatrici, di cui certamente, diceva egli, qualche maligno Genio, e nemico dell’Uman Genere, dovea esserne stato il primo ritrovatore: Che per quello apparteneva a lui, ei protestava, che tutto che i nuovi scuoprimenti, sieno nell’Arte, o nella Natura, gli cagionassero un singolare diletto, contenterebbesi piuttosto di perdere la metà del suo Regno, che di apprendere un arcano sì abbominevole, onde proibivami se mi era cara la vita, di tenergliene discorso mai più.
Strano effetto di quella limitazine d’idee e di quella picciolezza d’oggetti, di cui parlai! Chi mai potrà credere che un Principe, il quale, per altro, possiedeva tutte le qualità che producono la venerazione, l’amore, e la stima; e il cui sapere, la saggezza, e la bontà, il rendevano l’ammirazione, e le delizie de’suoi Suggetti; per un picciolo vano scrupolo, che noi in Europa non sappiamo neppur che sia, lascisi scappare l’inestimabile opportunità di rendersi il Signore assoluto della vita, della libertà, e de’beni del suo Popolo? Ciò però che io ne dico, non è con intenzione di censurare gli altri talenti di quel Monarca, il quale, a cagion del teste mentovato avvenimento resterà molto pregiudicato nello spirito d’un Leggitore Inglese. Ma solamente disegno mio si è, di far osservare quanto massiccj sono i granchj che si prendono, quando non si riduce la Politica in iscienza; come il praticano i più gran Genj dell’Europa. Mercè che molto bene mi risovvengo, che un giorno disputando col Re, gli dissi che fra noi si avea composta una infinità di Volumi sopra l’Arte di governare; ma che contro alla mia intenzione, io gli diedi una picciolissima idea della nostra capacità. Ei mi protestò di avere un sommo dispregio per tutto ciò che chiamasi Misterio, Raffinamento, ed Imbroglio, sia in un Principe, sia in un Ministro. Non potea comprendere cosa io intendessi per Segreti di Stato, purchè di qualche Nazione rivale, o nemica, non si trattasse. Ristrigneva la Scienza del Governo in limiti molto angusti, circonscrivendola al buon senio, alla giustizia, alla clemenza, e alla pronta spedizione delle Cause sì criminali che civili, con alcuni altri comuni luoghi che non meritano riflessione: e stranamente pensava, che chiunque potea fare che due cannelle di biada, o due festuche d’erba crescessero sopra un mucchietto di terra, ove per l’addietro non cresceva che un solo, prestava alla sua nazione il maggiore de’più essenziali servigi.
Sono assai difettuose le conoscenze di quel Popolo, non consistendo che nella Morale, nella Storia, nella Poesia, e nelle Matematiche; nel che confessar si dee ch’egli è eccellente. Ma l’ultima di queste Scienze non è impiegata che negli usi della vita, e nel miglioramento dell’Agricoltura, e di tutte l’Arti Meccaniche. Per quello concerne le Idee, l’Entità, e le Astrazioni, non fu possibile il fargli concepir ciò che esse fossero.
Niuna Legge di quel Paese dee eccedere in parole il numero delle lettere del loro Alfabeto, che non sono più che venti e due. Ma per dir vero, poche ve ne ha di una tale intera lunghezza. Ne più semplici e più chiari termini son elleno espresse; ed è così stupida quella Nazione, che non sa interpretarle che in un solo senso. Anzi è un Capitale delitto il presumere di spiegar una Legge con una comentazione. Quanto alla spedizione delle Cause civili, e criminali, son sì pochi presso lei gli processi, che contra ragione ella vanterebbesi d’essere abilissima nell’una, o l’altra di queste cose.
Da un tempo immemorabile quanto i Chinesi ebbero que’Popoli l’arte della Stampa; ma le Librerie loro non abbondano di Volumi, imperocchè quella del Re, la quale passa per una delle maggiori, non ne contiene a un di presso che mille, adagiati in una Galleria di mille e dugento piedi di lunghezza, avend’io la permissione di valermi di qualunque Volume. Il Falegname della Regina avea formata in una delle stanze di Glumdalclitch una maniera di scala alta venti e cinque piedi, e ogni gradino di cui, cinquanta piedi era lungo. Alla muraglia facea io appoggiare quel Libro che io volea leggere; salendo poscia alla sommità della scala, dava principio dalla prima linea della pagina, camminando per fianco, finchè fossi pervenuto al termine della linea; dopo di che, quando bisognava, io scendeva un gradino, facendo sempre l’esercizio medesimo perfino al fondo della pagina.
Chiaro, maschio, e sonoro è lo stile di quella Nazione, ma non fiorito; perchè ella sfugge di servirsi di espressioni soverchie. Furon da me letti molti de’loro Autori; particolarmente que’che trattano della Storia, o della Morale; e fra gli altri con mio inesplicabile gusto, scorsi da capo a’piedi un vecchio Trattatello che trovasi sempre nella camera da letto di Glumdalclitch, e che apparteneva alla Governatrice di lei, Dama di gravità, e che non leggeva se non libri di Morale, e di divozione. Trattava questo libro della debolezza del Genere umano, e non era tenuto in pregio che dalle Donne, e dal semplice Volgo. Portommi la curiosità a vedere ciò che dir poteva su quest’argomento un Autore di quel Paese. Per appunto questo Scrittore toccò que’medesimi comuni luoghi, che sì perfettamente son noti a’Dottori nostri in Morale; rimostrando come l’uomo è un picciolo animale, spregevole, ed incapace d’ajutarsi da se medesimo, e di difendersi contra l’ingiurie dell’aria, e contra il furore delle bestie feroci: Quanto egli e inferiore in forza a una creatura, in velocità ad un’altra, a una terza in prudenza, e a una quarta in industria. Aggiugne; che in questi ultimi tempi la Natura avea degenerato dal primo suo vigore, e che altro più non produceva che piccioli aborti in comparazione de’decorsi secoli. Dice, ch’è assai probabile, che non solo la spezie degli uomini primitivamente fosse più grande, ma che eziandio ne’primi tempi vi deggiono essere stati de’Giganti, come da un canto l’attestano la Storia, e la Tradizione, e come dell’ossa prodigiose che si son trovate, lo dimostrano dall’altra. Pretende che le Leggi della Natura ricercavano, che al principio noi fossimo stati fatti d’una molto più robusta costituzione, e molto men suggetti a restar distrutti da piccioli accidenti, da un tegolo cadente da una casa, o da una pietra lanciata da un fanciullo. Da somiglianti ragionamenti tra e l’Autore molte morali conseguenze, di grand’uso per la direzion del vivere, ma che farebbe inutile di quì registrare. Quanto a me; non potei di meno di ammirare quanto general fosse il talento di rigirar le letture in moralità, e l’inclinazione degli uomini a lagnarsi della Natura. E ben penso, che dopo una esatta perquisizione, tali sorte di lamentanze, sì poco fondate sarebbono fra noi, come l’erano fra gli Abitanti di Brobdingnag.
Per quello risguarda i militari affari di que’Popoli, mi an eglino assicurato che l’Esercito del loro Re consisteva in cento settanta e sei mila Fanti, e in trenta e due milla Cavali, se pure il nome di Esercito convenir possa a un Corpo formato di Mercatanti collettizj di differenti Città, e di Fattori di campagna, i cui Comandanti sono semplicemente persone di qualità, senza paga, e senza ricompensa. Negar non si può che eglino assai bene intendono l’Esercizio, e che in eccellenza sono disciplinati; nel che non si rinviene poi un gran merito; mercè che come mai potrebbe essere la faccenda altrimenti, in un Paese, ove cadaun Castaldo è sommesso al padrone della sua Terra, e ogni Cettadino a’Magistrati della sua Città, eletti per isquittino secondo la pratica di Venezia?
Vidi di frequente la milizia di Lorbrulgrud a fare l’Esercizio in un gran campo presso della Città. Vi si potea annoverare venti e cinque mila Pedoni, e a un di presso sei mila Cavalli: riuscendomi, per altro, impossibile di numerargli con esattezza, a cagion del terreno che essi occupavano. Un Cavaliere, montato sopra un Cavallo di ragionevole taglio, avea in altezza più di cento piedi. M’incontrai un giorno di vedere tutti i Cavalieri di quel Corpo, nell’istante che il Comandante loro ne dava l’ordine, sguainare le loro spade tutti in una volta, e vibrarle nell’aria. Uno spettacolo di tal fatta, avea un non sò che di sorprendente, superiore a qualunque esagerazione. Fra lo stesso, come se sei mila balini avessero lampeggiato in diverse parti del Cielo in un tempo medesimo.
Tentavami la curiosità di sapere, come mai quel Principe, nel cui Paese era impossibile di penetrare, potesse essersi avvertito di raccogliere Eserciti, o di far instruire il suo Popolo nella Militar Disciplina. Ma pel soccorso della conversazione, e per la letura delle loro Storie; ben presto ne restai appagato; imperocchè dopo moki secoli, quegli Abitanti sono stati assaliti dalla medesima malattia, onde tante altre Nazioni sono suggette; voglio dire, che la Nobiltà si era applicata a rintracciarvi troppo potere, il Popolo troppa libertà, è il Principe troppo assoluto dominio. Per vero dire, avevasi provveduto con sagge Leggi a tutte queste inconvenienze: ma queste Leggi sovente erano state infrante dal alcuno de’tre Partiti; dal che, più d’una volta, n’erano prodotte guerre civili; l’ultima delle quali era stata felicemente terminata dall’Avolo del Principe Regnante, con una generale composizione: e la Milizia, il cui numero allora si era fissato di consentimento de’tre Partiti, dopo quel tempo si era tenuta esattamente nel suo dovere.
CAPITOLO VIII.
Il Re e la Regina fanno un giro verso le Frontiere, e l’Autore ha l’onore d’accompagnargli. In qual modo ei ritirossi da quel Regno. Ritorna in Inghilterra.
IO sempre avea presentita una forte lusinga di dover un giorno ricuperare la mia libertà, tutto che impossibile mi riuscisse di concepire con quali mezzi, o di formare alcun progetto che avesse l’ombra menoma di apparenza di poter ottenerne l’intento. Il Vascello, su cui io era stato, era il primo che si fosse giammai veduto sopra le spiaggie di quel Paese, e il Re avea dati gli ordini più precisi, che se qualche altro ve ne comparisse, tutto si facesse per prenderlo, e che con tutta la ciurma, e tutti i passeggieri, si conducesse sopra una carretta a Lorbrulgrud. Desiderava con sommo ardore Sua Maestà di aver qualche femmina dello stesso mio taglio, pel cui mezzo si potesse conservar la mia spezie: Ma io credo che avrei piuttosto sofferte mille morti, che espormi al risico di lasciar dietro a me una posterità, che fosse stata, o messa in gabbia come uccelletti di Canaria, o forse venduta a persone di carattere; non tanto, veramente, per farne degli schiavi, quanto delle curiosità. Confesso che io era trattato assai gentilmente, essendo il Favorito d’un gran Re, e le delizie di tutta la sua Corte: Ma con tutto questo, la figura che io faceva non mi sombrava convenire alla dignità del mio temperamento. Riuscivami impossibile il dimenticare quegli altri me medesimo, che nella mia Patria io avea lasciati, e mi moriva di voglia di trovarmi in mezzo d’un Popolo, con cui avessi una spezie d’uguaglianza, e in un Paese, ove spasseggiar potessi con libertà, senza temere d’essere schiacciato come un cagnuolo, o come un ranocchio. Ma più presto di quell’avrei sperato, sopravvenne il momento della mia liberazione, in un modo onninamente straordinario. Eccone la Storia, e tutte le circostanze con la più esatta verità.
Due anni già erano scorsi da che mi trovava nel Paese; e nel principiar del terzo Glumdalclitch, ed io, accompagnammo il Re, e la Regina in un giro che fecero le loro Maestà verso la spiaggia meridionale del Regno. Secondo il solito, io era portato nel mio cassettino da viaggio, che come già il dissi, era un galantissimo stanzino di docici piedi di larghezza; ed io avea ordinato, che con funi di seta egualmente lunghe mi si appiccasse una picciola materassa all’alto de’quattr’angoli dello stanzino stesso, affine di non risentirmi tanto dello scuotimento, quando un servidore mi portasse d’innanzi a lui marciando a cavallo; e altresì per dormirvi con tutto l’agio, quando mi trovassi in cammino. Nel tavolato superiore del cassettino, verso il sito della materassa ove io adagiava il capo, avea fatto fare all’Artefice un buco, o finestrino d’un piede in quadro, donde mi venisse qualche respiro d’aria mentre dormiva in tempo di caldo, e potevasi questo buco chiudere, o aprire con una picciola tavola, che da me con una ribalta alzavasi, e si abbassava.
Compiuto che fu da noi il nostro giro, giudicò opportuno il Re di andar a spassarsi per alcuni giorni in un Palagio che egli aveva presso di Flanflasnic, Città situata a diciotto miglia Inglesi della Marina: Glumdalclitch, ed io, eravamo estremamente lassi: per la mia parte, avea guadagnata una buona infreddatura; ma la povera ragazza si trovava così male, che non poteva lasciar la stanza. Era grande la mia impazienza di rivedere l’Oceano, sola, ed unica strada che mai si poteste aprire al mio scampo. Feci sembiante d’essere incomodato più che non l’era, e chiesi la permissione d’andarmene al lido per respirarvi alquanto d’aria, con un Paggio che io molto amava, e con cui talvolta io avea stretta gran confidenza. Non mi si svanirà mai dalla memoria la repugnanza ch’ebbe Glumdalclitch all’assentire a questa mia andata; nè la maniera ond’ella raccomandommi al Paggio di aver cura di me, struggendosi nel tempo stesso in lagrime, come se presentisse qualche cosa di ciò che stava per avvenire. Mi portò il Paggio nel mio cassettino perfin che arrivammo alla spiaggia; e allora gli dissi di ripormi a terra; ove alzata una delle mie invetriate, per qualche tempo gl’infelici miei sguardi sopra il mare vagarono. Me la passava male; sicchè mi dichiarai col mio conducitore, che volentieri riposato avrei alquanto sopra la mia matterassa, sperando che un poco di sonno mi avrebbe molto giovato. Mi vi corcai, e il Paggio chiuse la finestra, per timore che entrandovi l’aria, non m’incomodasse. Poco stetti, che m’addormentai; e tutto ciò che posso conghietturare si è, che nel frattempo del mio dormire, il Paggio, non immaginandosi mai che potessi correre risico di sorta, stava spassandosi nell’andar in busca d’uova d’Uccelli nelle fessure delle roccie; ricreamento, che io già avea veduto prendersi da lui, in tempo che per anche stavamente alla finestra. Chechè ne fosse in tal proposito; fui all’improvviso risvegliato da un violento colpo che sentj sopra l’anello fitto sopra la superior parte della mia cassetta, perchè mi si potesse portare più agevolmente. Mi avvidi che il cassettino si elevava molt’alto nell’aria, e che poscia con una prodigiosa velocità discendeva. Pensai che il primo scuotimento mi gettasse dalla materassa; ma di poi fu più regolato il moto. Molti furono i gridi mie, ma egualmente inutili, e guatando dalle mie finestre, che Cielo e che nuvole veder non seppi. Intesi precisamente al disopra della mia testa uno strepito somigliante a uno sbattimento d’ale, e solo allora cominciai ad accorgermi dell’orribilità della mia situazione. Indovinai che un’Aquila preso avea nel suo rostro l’anello della mia cassetta, con disegno di lasciarla cadere sopra una rupe, come una testuggine nella sua scaglia, e dappoi trarne il mio corpo per divorarlo: Essendo che, è sì ammirabile l’odorato di quest’animale, ch’ei sente la sua preda in una distanza assai grande quando anche più nascosta ella fosse che non l’era io, infra tavole che non aveano di grossezza due pollici.
Alcuni momenti dopo intesi che lo sbattimento d’ale più ingagliardiva, e vidi chiaro che il cassettino alzava ed abbassava continuamente. Parvemi che l’Aquila, (poichè non ho mai potuto togliermi dalla fantasia, che una non ne fosse, che nel suo rostro tenesse l’anello del cassettino,) fosse incalzata da qualche altro uccello; e di là a un instante osservai che io perpendicolarmente cadeva, ma con una rapidità sì portentosa, che mi sentivi di gia sfiatato. La mia caduta, poco più o meno, durò un minuto, e allora il cassettino poggiò sulla superficie del mare, e fecevi, in cadendo, un sì enorme fracasso, quanto quegli della cateratta di Niagara; dopo di che, per lo spazio d’un altro minuto mi trovai fra le tenebre, ed indi il cassettino cominciò a riaversi tanto, che potei verso l’alto delle mie finestre ravvisar lume. Senz’altro mi accertai che io era caduto nel mare. La cassetta pel peso del mio corpo, ed eziandio per quello degli arnesi che ella conteneva, e per le lamine di ferro ond’era armata ne’quattr’angoli all’alto, e al basso perchè ne fosse la struttura più forte, ondeggiava nell’acqua, profondatavi per cinque piedi. Pensai allora, come al presente il penso, che l’Aquila, volandosene col mio cassettino, stata fosse assalita da due, o tre altri uccelli della medesima, o d’una diversa spezie; e che tentando difendersi contro ad essi, che probabilmente voleano la loro parte della preda, fosse stata costretta di laciarmi cadere. Le lamine di ferro fitte sull’inferior tavola del cassettino, come le più massicce, mantenuto aveano l’equilibrio nell’atto della caduta, e impedito che l’urto dell’acqua nol mettesse in pezzi, e oltracciò, egli era sì ben connesso, e chiuso da tutti i lati, che pochissimo mare vi entrò. Fu non picciolo lo stento mio per togliermi dalla materassa, dopo di aver avuta la cautela di prima ricevere alquanto d’aria fresca, onde estremamente io bisognava, pel finestrino, con tal intento già stato fatto al di sopra del mio Studiolo.
Quante volte allora desiderato non mi sono presso la mia cara Glumdalclitch, da cui m’era allontanato per un’ora sola: E ben posso realmente dire, che nel forte de’propj miei infortunj, non potei di meno di compiagnere la povera mia Nutricina, e d’essere sensibile a’crepacuori che probabilmente stava per cagionarle la mia perdita. Pochi forse rinvengonsi Viaggiatori, che si sieno abbattuti in congiuntura così sgraziata come la mia; aspettando io a cadaun momento di scorgere messo in pezzi il mio cassettino, o inghiottito da’flutti. Ella era spedita per me se una menoma parte delle mie invetriate si spezzava. Vidi che entrava l’acqua per molte picciole fessure, che procurai di turare alla meglio, ed ebbi la sorte di ben riuscirvi. Con tutto questo, era molto deplorabile lo stato mio: o a buon’ora, o tardi, non poteva non abissarsi il mio cassettino, e quando pure da un risico, tale fosse egli stato esente, il freddo, e la fame, dovevano, senz’altro, farmi morire. Per quattr’ore continue mi son trovato in sì lagrimevoli circostanze, attendendo, e per ispiegarmi nel vero senso, bramando che cadaun instante fosse l’ultimo del mio vivere.
Ho già instruiti i miei Leggitori, che a quella parte del cassettino ove non vi era finestra di sorta, aveavi annessi due poderosi ritegni, ne’quali colui che mi portava andando a cavallo, avea l’attenzione di passare un centurione di cuojo, ch’ei poscia affibiava d’intorno a se. Nel mezzo delle mie angustie, sentii, o per lo meno credei di sentire, verso la parte de’ritegni mentovati, qualche strepito, e un momento dopo m’immaginai che il cassettino tratto fosse sul piano del mare; mercè che di tempo in tempo io sentiva che l’onde percuotevano le mi finestre, nella giusa stessa che un Vascello in viaggiando, fonde l’onde medesime. Ristettè in me allora un raggio tenuissimo di speranza; tutto che per anche non concepissi la possibilità della mia salvezza. Levai le viti che univano al solajo uno de’miei sedili, e poscia feci alla meglio perchè il sedile saldo al di sotto della picciola tavola che io testè aperta avea; dopo di che vi montai sopra, ed avendo avvicinata la bocca al finestrino quanto potei, mi messi fortemente a gridare, e in tutte le lingue che mi erano cognite. Indi a un bastone, che per ordinario io aveva meco, appesi il mio fazzoletto, che cacciai fuori del finestrino a foggia di banderuola, girandolo, e rigirandolo molte volte, affinchè in caso che qualche Vascello, o qualche schifo vicino ivi fosse, potessero i Marinaj indovinare che nella cassetta stavavi rinchiuso qualche sgraziato mortale.
Per quanto mi pareva, tutti i miei schiamazzi, e tutti i miei segnali non furono nè veduti, nè intesi; ma non ostante, chiaro ravvisai, che il cassettino ad essere tratto continuava. Un’ora dopo, quella parte del cassettino ov’erano attaccati i ritegni, ed ove non erano finestre, urtò in qualche cosa di consistente. Temetti che non fosse una roccia; e più che prima io sentiva le scosse. Al di sopra della cassetta intesi distintamente uno strepito somigliante a quello d’una fune che traesi per un anello. Vidi allora che la cassetta insensibilmente sorgeva; e che prima di fermarsi, era più alta di tre piedi che per laddietro. In tal caso ricominciai a nuove spese a chiamar ajuto, e a vogliere il mio fazzoletto; e un grido, che molte voci rimescolate insieme rendevano confuso, mi servì di risposta, e mi cagionò un trasporto tale di gioja, che solo da chi il saggiò può essere conceputo. Un istante dopo, sentì camminare sulla mia testa, e qualcuno gridando pel finestrino ad alta voce in Inglese: Se vi sta alcuno qui abbasso che parli. Immediate risposi, che io era un Inglese confinato dalla spietata mia sorte nella più spaventevole constituzione in cui ma i siasi trovato uomo; e che io pregava per tutto ciò che essere può valevole a muovere a compassione, di trarmisi da quel carcere. Replicò la voce che io nulla avea a temere, poichè la cassetta era attaccata al loro Vascello; e che ben presto sarebbe venuto il Falegname per farvi al di sopra un buco, bastevolmente capace per estrarmivi fuori. Risposi, che ciò era inutile, e bisognava di molto tempo; che era ben meglio che alcuno de’Marinaj mettesse un dito nell’anello, e così togliesse il cassettino dal mare, per riporlo poscia nel camerino del Capitano. Un linguaggio di questa fatta feci credere a chi l’intese, che io vaneggiassi; ma taluno di coloro si mise a ridere di buon gusto; dovendo io con mia vergogna confessare, che io non badava di ritrovarmi allora fra uomini di mia forza, e di mia statura. Venne il Falegname, e in pochi minuti formò un’apertura di quattro piedi in quadro; fecevi poscia passare una picciola scala, sulla qual montai per rendermi nel Vascello.
Stordiva all’ultimo segno l’Equipaggio tutto, facendomi mille quistioni, alle quali tuttavia non sentivami di dare risposta. Dal canto mio non restai men attonito nel ravvisare tanti Pigmei: tali eglino sembrandomi, per essere stato sì lungo tempo accostumato a non vedere che mostruosi oggetti. Ma il Capitano, che appellavasi Tommaso Vvilcolks, uomo generoso, ed obbligante, osservando che io veniva meno, mi prese nel suo Camerino, mi recò un Cordiale per guarentirmi da uno svenimento, e corcar mi fece nel proprio suo letto, affinchè col riposo alquanto mi ristorassi; e certamente ne avea io un gran bisogno. Prima però di effettuarlo, diedi gli a conoscere che nel mio cassettino esistevano alcune robicciuole che mi farebbe spiaciuto di perdere; e fra l’altre, una buona picciola materassa, un galantissimo letto da Campagna, due sedie, una tavola, ed uno studiolo. In oltre; che la cassetta stessa da tutti i lati era foderata di bambagia, e di seta; e che s’ei si compiaceva di farla trasferire da qualcuno de’suoi Marinaj nel suo Camerino, gli avrei mostrato quant’io dicevagli, ed altre cosucce altresì. Intesisi dal Capitano somiglianti assurdi, che io sognassi ei credè. Con tutto ciò, (a quel che ne penso, per acquietarmi,) mi promise di darvi l’ordine; e portatosi sul Cassero, fece scendere alcuno de’suoi nel cassettino, e toglierne, come di poi il trovai, tutto ciò che di buono entro aveavi; ma i sedidi e lo studiolo, essendo uniti con madreviti al solajo, restarono non poco danneggiati dall’ignoranza de’Marinaj, che vollero a forza di braccia levargli. Veduto ch’ebbero non esservi più cosa che meritasse a ricuperarsi, lasciarono andar al mare il cassettino, il qual essendo aperto in diversi luoghi, guari non istette a sprofondarsi. E, per vero dire, molto gradì di non essere stato testimonio di vista di quello spettacolo, che mi avrebbe rinnovata la più infausta, e la più angosciosa memoria.
Dormì alcune ore, ma d’un sonno ad ogni instante turbato dalla meditazione del luogo ond’era io uscito, e de’pericoli che aveva scorsi: Nulladimeno, destato che fui, mi trovai assai meglio. Erano allora circa le ore otto della sera; e poco dopo il capitano ordinò che si servisse la cena, credendo ei già che io avessi pranzato da molto tempo. Fu assai benigna la conversazione di lui; e rimasti noi soli, ei mi pregò di fargli la relazione de’miei viaggj, e di narargli per qual accidente in quell’enorme macchina di legno trovato mi fossi. Dissemi, che verso il mezzo giorno, risguardando col cannocchiale, avea scoperta la mia cassetta, e che immaginandosi che fosse un Vascello, formato avea il disegno di procurar di raggiugnerlo, con la speranza di provvedersi di poco biscotto, onde cominciava a penuriarne il suo bastimento: Che nell’accostarsi; si era accorto del proprio errore, ed avea inviato lo schifo per sapere ciò che galleggiasse sull’acqua: Che le sue genti se n’erano ritornate assai attonite, giurando di aver veduta una casa fluttuante: Che egli beffatosi della follia loro si era messo in persona nello schifo, avendo prima dato ordine di riporsi nello schifo stesso un buon cavo: Che essendo il mare in bonaccia, con l’ajuto de’remi avea egli molte volte fatto il giro della mia cassetta, e considerato le mie finestre: Che avea ravvisati due ritegni da una parte che era tutta di tavole, senza aperture di sorta che dessero passaggio al lume: Che avea allora comandato a’suoi Marinaj d’accostarsi col Caicco a quella parte stessa, di assicurar il cavo ad uno di que’ritegni, e poscia di tirar la Cassa, (così ei chiama va la) fin al Vascello. Compiuta tal opera, ordinò che si raccomandasse un’altra fune all’annello che stava fitto al di sopra del cassettino, e che il si levasse con carrucole; il che quegli uomini eseguir non poterono che per due o tre piedi. Mi disse che ben gli era caduto sotto l’occhio il mio bastone, e il mio fazzoletto; e che aveane conchiuso che in quella sì strana spezie di prigione, se ne stesse rinchiuso qualche sventurato. Gli dimandai, se verso il tempo onde io era stato discoperto la prima volta, egli, o alcuno de’suoi, veduti avesse alcuni uccelli d’una prodigiosa grandezza nell’aria? La sua risposta fu, che parlando su questo proposito co’suoi Marinaj in tempo che io dormiva, uno d’essi gli disse di aver osservate tre Aquile che volavano verso il Ponente; ma che non vi avea fatta riflessione se fossero maggiori delle Aquile ordinarie; il che, alla prodigiosa altezza, ond’elleno si trovavano, attribuisco: ed egli indovinar non potè il motivo d’una tale mia interrogazione. Saper poscia volli dal Capitano, in quale distanza da terra ei credeva d’essere: disse, che secondo la sua opinione, n’eravamo, per lo meno, a un centinajo di leghe. Gli protestai che egli prendeva abbaglio almeno per la meta; poichè non erano che due ore che io lasciato avea il Paese onde io veniva, quando cadei nel mare. Questa risposta fecegli di nuovo credere che avessi la fantasia stravoltra; il che bastevolmente ei diede a conoscere, dicendomi che me ne andassi a dormire in uno stanzino fattomi di già allestire. L’assicurai che la sua conversazione più mi giovava del riposo che prendere potessi; e che per altro io mi rinveniva nel mio buon senso, che non l’era mai stato per tutta la mia vita. Egli allora con un suono di serietà, mi dimandò in confidenza, se forse io avessi lo spirito intorbidito dal rimorso di qualche misfatto orribile, per cui, per ordine di qualche Principe fossi stato punito, coll’essere rinchiuso in cassa, e gettato in mare, nella guisa che in altri Paesi, entro una barchetta, senza provvisioni di sorta, espongonfi i criminosi di prima classe alla discrezione dell’onde? Soggiunse; che non ostante che gli spiacesse che il suo Vascello servito avesse di asilo a uno scellerato, impegnavasi nulladimeno di mettermi sano e salvo a terra nel primo Porto che afferrato avessimo. Aumentavano i suoi sospetti, ei proseguiva, da non so quali discorsi assurdi che io da prima tenuti avea co’Marinaj, e poscia con lui medesimo; ed eziandio dalla tetra mia aria, e da’torbidi miei atteggiamenti.
Il supplicai di soffrire il racconto della mia Storia; il che eseguì con la più esatta fedeltà, dalla mia partenza dall’Inghilterra, perfino al momento ch’egli mi avea discoperto. E come la verità possiede sempre una tale quale possanza sopra spiriti ragionevoli, non sudai molto nel persuadere il mio Capitano, il qual avea qualche tintura di sapere, un buon uso di ragione, della mia candidezza, e della mia veracità. Ma per maggiormente convincerlo, il pregai di dar ordine che mi fosse recato il mio Studiolo, la chiave di cui io già teneva in mia saccoccia, essendomi già stato notificato ciò che i Marinaj fatto aveano del mio cassettino. In presenza di lui aprì lo Studiolo, e gli feci mostra della picciola raccolta di rarità che io avea fatta nel Paese, donde in un modo sì miracoloso testè io era uscito. Gli posi sotto l’occhio il pettine che io avea formato co’peli della barba del Re; un gran numero di aguglie, e di spilletti, i più minuti de’quali erano lunghi un piede; e i più grandi una mezza verga; alcune pettinature de’capelli della Regina: e un anello d’oro onde ella un giorno con la più galante maniera del mondo mi regalò, traendolo dal suo picciolo dito, e adatandolo al mio collo a guisa di collana. Sollecitai il Capitano ad accettare l’anello stesso come un tenue contrassegno della mia riconoscenza, ma ei non volle acconsentirvi mai. In fine, per non lasciare dubbio veruno sopra il punto della mia veracità, fecegli vedere i miei calzoni, che erano fatti della pelle d’un solo sorcio.
Non ci fu modo di fargli prendere cosa veruna, se eccettuisi il dente d’uno Staffiere, che vidi essere da lui disaminato con gran curiosità, e di cui ei mi sembrava molto invogliato. Il ricevè con ringraziamenti tali, che non erano, per nulla affatto, alla picciolezza del dono proporzionati. Questo dente, che era sanissimo, nè per sogno guasto, avea appartenuto a un Palafreniere di Glumdalclitch, a cui uno stolido Chirurgo strappato l’avea, in luogo d’un altro che gli doleva: mel feci dare per conservarlo nel mio Studiolo. Avea un di presso un piede di lunghezza, e quattro pollici di diametro.
Restò incantato il Capitano dal racconto della mia Storia, e disse, che sperava che io non mancassi di farne parte al Pubblico, giunto che fossi in Inghilterra. Gli risposi, che il numero de’Viaggi datisi alle stampe non era che troppo grande, e che per tal ragione, o conveniva tacere, e aver da narrare qualche cosa di straordinario; senza tuttavia seguir l’esempio di quegli Autori, che a spese della verità, rimescolano sempre del maraviglioso entro a’loro scritti: Che la mia Storia non conterrebbe che avvenimenti assai comuni, senza aver veruno di que’fregj che sono somministrati dalla descrizion delle piante, degli alberi, degli uccelli, e delle bestie feroci; oppur da quella delle costumanze barbare, e del culto idolatrio di qualche selvaggio Popolo; fregj tali, onde abbondavano tutti i Libri di Viaggj: Che non ostante gli era io molto tenuto della buona opinione che egli attestava di avere, e che penserei a quanto egli mi diceva.
Protestossi poscia meco di restar molto attonito nell’intendermi a parlar sì forte; chiedendo se il Re, o la Regina di quel paese, erano forse duri d’orecchia? Gli dissi, che erano trascorsi di già due anni che io mi era accostumato a un tale tuono, e che dal canto mio stavamene altrettanto sorpreso dall’intenderlo a parlar sì basso, quanto poteva esserlo lui dal mio gridar sì alto: Che in tutto il tempo del mio soggiorno in quel Regno, quand’io doveva parlar con alcuno, era stato costretto di tanto alzar la voce, quanto un uomo che standosene nella strada, avesse voluto farsi sentire da un altro collocato sull’alto d’un Campanile; eccettuato però, quand’io mi trovava sopra una tavola, o che taluno mi teneva in sua mano. L’informai altresì d’un altra cosa che io avea riflettuta; cioè, che sul punto del mio entrar nel Vascello, e che tutti i Marinaj stavano d’intorno a me, eglino mi son paruri le più picciole creature che avessi mai vedute: e che ciò era tanto vero, che nel Paese donde io era uscito, non aveva mai osato di affacciarmi allo specchio; mercè che avvezzo a vedere oggetti sì prodigiosi, il sentimento della mia picciolezza mi avrebbe molto mortificato. Soggiunsemi il Capitano, che in tempo che cenavamo, egli avea osservato che io risguardava ciascuna cosa con una spezie di stupore, e che più fiate io avea dati segni di volere scoppiar di ridere; il che egli attribuito avea allo sconvoglimento del mio cervello. Gli replicai che tale si era la verità, e che proveniva la mia sorpresa dall’infinita picciolezza di tutto ciò che io vedeva, e quì sopra mi messi a fare una descrizione di tutto ciò che si era trovato sulla tavola di lui, tale che un Abitante di Brobdingnag fatta l’avrebbe, se fosse stato nelle mie veci. Il mio uomo si pose a sogghignare, e per farmi gustar meglio il ridicolo di quanto testè gli avea detto, protestò, che di tutto il suo cuore pagate avrebbe cento Chinee, di aver veduta l’Aquila tenendo il mio Cassettino nel suo rostro, e lasciandolo poscia precipitar nel mare: Ch’era ben un peccato che niuno fosse stato oculato testimonio d’un avvenimento sì singolare, e la cui descrizione meritava d’essere trasmessa alla più rimota posterità. Dopo un tale scherzo venne in iscena la comparazione di Fetonte, per vero dire, troppo naturale, perchè egli la risparmiasse.
Di là a due giorni del mio imbarco in fu quel Vascello, il vento, che prima stato non era troppo favorevole, divenne eccellente, e rendè il nostro viaggio e più brieve, e più felice, di quelche non avremmo nè pur ardito di sperare. In un solo, o due porti diede a fondo il Capitano, e spedì lo Schifo a terra in traccia di alcune provvisioni, e per far acqua; e quanto a me, non uscì mai del bordo finchè non giugnemmo alle Dunes; il che seguì il terzo di Giugno 1706 nove mesi, o circa, dopo l’aver lasciato Lorbrulgrud. Offrì al Capitano di lasciargli in pegno, tutto ciò che io avea, in sicurtà del pagamento di quanto io gli potea dovere pel mio trasporto, e per avermi alimentato per tanto tempo: ma ei si dichiarò che non ne voleva nè pur un soldo. Ci congedammo con teneri abbracciamenti; e volli mi desse la parola di venir a vedermi in mia casa, quando si trovasse a Londra; Noleggiai un Cavallo, e una Guida, per prezzo, e somma di cinque schelini, presi a prestito dal Capitano.
In sul cammino, riflettendo io alla picciolezza delle case, degli alberi, de’bestiami, e degli uomini, mi credei transferito in un tratto nell’Imperio di Lilliput. Io temeva sempre di schiacciarmi sotto a’piedi chiunque io riscontrava; e gridai a molti e molti che si togliessero dal mezzo: Impertinenza che stette per suscitarmi delle querele, tutto che fosse involontaria.
Arrivato in mia casa, e apertomi l’uscio da uno de’miei domestici, mi abbassai per entrarvi: la moglie, correndo, mi venne incontro per abbracciarmi, ma io m’inchinai più basso che le ginocchia di lei, immaginandomi che in altro modo le sarebbe riuscito impossibile di giugnere con la sua alla mia bocca. Mia figliuola s’inginocchiò per chiedermi la benedizione, ma non la vidi, che quando se n’era levata, accostumato da tanto tempo di volgere la testa, e gli sguardi verso faccie, che erano in altezza alla distanza di sessanta piedi dalla mia. Risguardai i miei Domestici, e due o tre amici, a caso ivi presenti, come altrettanti Pigmei, in cui confronto io era un Gigante. Dissi a mia moglie ch’ella era vissuta con troppa frugalità; poichè, tanto essa che la Figlia, erano smagrate, ed impicciolite oltra qualunque esagerazione. In una parola: vomitai un sì gran numero di follie, che ad ognuno venne in pensiero quanto da principio già il Capitano credea; cioè che unanimamente si conchiuse che io aveva perduto il senno. Il che riferisco come un riguardevole esempio della forza prodigiosa dell’abitudine. Con tutto ciò guari non istetti a ricuperarmi da quella spezie d’infermità, ma protestò mia Moglie che non mi lascerebbe più andar in mare; e pure per mia disgrazia, era un destino che ella non avesse l’autorità d’impedirmelo, come i Leggitori ben presto potran vederlo.