Front matter
Reading edition
DI
TOMMASO ALBERTI
(1609-1621)
PUBBLICATO
DA
ALBERTO BACCHI DELLA LEGA

BOLOGNA
Presso Romagnoli Dall'Acqua
1889
Edizione di soli 202 esemplari ordinatamente numerati
N. 145 BOLOGNA—SOCIETÀ TIP. AZZOGUIDI

Di Tommaso Alberti, bolognese o veneziano, viaggiatore della prima metà del secolo XVII, nessuna memoria rimane, fuor che la semplice relazione del suo viaggio a Costantinopoli, che offro ora ai Lettori della Scelta di Curiosità. L'ho cavata da un manoscritto di questa Biblioteca Universitaria a cui mi onoro di appartenere: e il manoscritto, segnato di N.o 99, cartaceo e in forma di piccol foglio, appartenne ad Ubaldo Zanetti, il noto original farmacista, raccoglitore assiduo di codici e stampe. Si raccomanda da se e non ha bisogno di prefazione: perchè, oltre la curiosità, ha il merito d'aver preceduto senza nessun fasto e clamore, il Tavernier, la cui Relazione del Serraglio ebbe ristampe e traduzioni, mentre questa, la primogenita, giaceva affatto dimenticata.
A. B.

Viaggio fatto da Tommaso Alberti nel 1609 da Venezia a Costantinopoli per via di mare sopra la nave del Mag.co S.r Giacomo Bonesi di Venezia nominata Nave Buona Ventura.
Al Nome di Dio e della B. V. Maria. Alli 18 Maggio andassimo tutti in nave per far partenza il giorno seguente, in porto delli due castelli; la sera a due ore di notte vennero li ammiragli con le sue barche per condurci fuori di porto, e remorchiandoci, andassimo a seconda d'acqua a scorrere in prua d'un berton Inglese con la nostra nave, dove si ingabbiò le antenne ed ordegni insieme; ma noi subito con arme, manare ed altro tagliassimo tutte le corde ed anco la cividiera, portandoli via li pennoni di detto bertone, senza aver noi alcun danno da esso. E così uscimmo fuori di porto, dubitando che esso ci giungesse nel viaggio e che con noi volesse combattere.
Alli 19 d.o facessimo vela a nostro cammino; alli 23 fece un poco di mar contrario, dove fossimo sforzati andar a pigliar porto nelle .... di Pola, in un luogo detto Fasana, dove gli stassimo sino il giorno della Sensa; ed in questo tempo andassimo in terra di d.a Fasana, luogo piccolo ma molto abbondante d'ogni cosa, cioè carne di manzo soldi tre la libbra, un capretto 40 soldi, l'olio tre soldi la libbra, pane e vino a buonissimo mercato; insomma buonissimo vivere, il sito bellissimo e molto abondante d'olive. Andassimo a un'altra terra lontano tre miglia, luogo nominato Dignano, dove trovassimo il medesimo vivere; dipoi andassimo a Pola, città antichissima ma piccola e tutta rovinata e cascata dall'antichità sua, ma a suo tempo dovea essere una bella cosa, essendo tutte le case ed altro di pietra viva; nella quale vedessimo una memoria sopra la porta del Duomo, dove egli è un millesimo che dice dell'anno 757. Di poi gli è un teatro bellissimo e di molta altezza, tutto di pietra viva, cosa molto vaga da vedere, nel quale li Palatini se ne servivano per farvi le loro giostre e tornei. Vi è anco il palazzo d'Orlando, qual poco più si tien insieme, ma doveva esser molto grande e bello. Vi è molte sepolture, cioè cassoni di pietra, ma tutti ruinati dall'antichità, quali dicono che sono sepolture de' Pagani.
Gli era sopra la detta nave una compagnia di soldati che avevamo levati da Venezia per condurre al Zante; ed il Capitano era il S.or Marzio Timotei da Rimini. E in questo tempo che andassimo vedendo questi luoghi, quattro delli suddetti soldati furono scoperti che avevan trovato modo di rubare la polvere dell'artiglieria della nave; li quali furono la mattina della Sensa legati all'argano, e confessarono il furto, dove ebbero alquante bastonate, ed il medesimo fu fatto a due altri de' detti soldati, quali avevano tratto di ammazzare M.r Pietro Mazza da Bologna per torgli li denari; e dopo le bastonate che ebbero, furono messi nei ceppi per quattro giorni continui.
Il p.o di Giugno andassimo a Lesina per pigliar biscotto per li soldati, qual si era fornito, dove vedessimo quel luogo assai bello di vista, per esser su la riviera d'una collina; e in cima di quella gli è una fortezza bella; ma subito pigliato detto biscotto, tornassimo a nave e seguitassimo il nostro cammino. La sera istessa giungessimo a Curzola, fortezza bella per di fuori ma dentro bruttissima, dove ci fermassimo per quattro ore sole, perchè il Peota di nave fece un suo negozio; e così trovassimo il pesce a tanto buon mercato, che è cosa da non credere, che per quindici soldi ne avessimo passa venti libbre; il vino buono, pane, formaggio, ogni cosa a buon mercato, l'olio soldi sei la libbra.
Tornassimo a nave per il nostro viaggio; alli 6 essendo sotto a Corfù scoprissimo due vascelli grossi che venivano alla volta nostra; dubitando che fussero nemici, ci mettessimo tutti in arme insieme con li soldati, ma conoscessimo che erano due vascelli Francesi, e così passassimo avanti. Gli fu un soldato che voleva sparare il suo moschetto, nè mai volse pigliar fuoco: andorno due o tre altri, fe' li il medesimo, andò un altro, subito prese fuoco, il moschetto crepò e gli portò via mezza la testa; il poverello poi si buttò in mare. La sera istessa a 23 ore scoprissimo sette vascelli grossi sotto il Zante, quali andavano alla volta di Venezia; e così giunti, conoscessimo che erano sette navi Veneziane che venivano d'Alessandria, cariche di molta ricchezza; ci accostassimo facendo molte allegrezze con sparare artiglieria, e ci dessimo avviso l'uno all'altro; e gli era assai mercanti Veneziani. E così passato che fu parola, pigliassimo licenza ognuno al suo cammino.
Alli 7 detto, giorno di Pasqua rosata, giungessimo al Zante, dove gli stassimo sei giorni, e vedessimo quel luogo assai bello, con una grandissima fortezza in cima d'un monte, dove gli sta il S.or Provveditore; ma poi trovassimo molto caro ogni cosa, essendo isola molto fruttifera d'uva passa e Romania, che per la relazione avuta gli fa trenta milioni d'uva passa, Ribola e Romania gli ne fa trenta mila botti, quali sono vini grandi e buoni; fichi assai e sono di tal grossezza che fa meraviglia il vederli; di frumento non gli ne fa molto.
Il martedì sera, che fu alli 9 detto, essendo a dormire in nave, venne la notte un tempo cattivissimo con vento tanto grande, con fortuna di mare grandissima, la quale ci travagliava assai; ed essendo un bertone Inglese poco lontan da noi sopra vento, se gli ruppe la gomena grossa, e il d.o bertone con gran furia veniva alla volta nostra, facendoci grandissima paura che non ci scorresse nella nave; ma essi gettarono un'altra gomena in mare; e per il gran vento che faceva l'ancora non teneva, ed il bertone ci veniva addosso, perchè l'ancora non si attaccava ed andava arando sotto acqua; ne gettarono un'altra e si attaccò e subito si fermò: e vedessimo quel vascello a gran pericolo di rompersi, ma ancor noi avessimo assai paura; e quel tempo durò tutto il giorno seguente. E noi sul far della sera andassimo in terra con gran fatica per la fortuna del mare, ed erimo tutti affamati, non avendo potuto tener in corpo niente di cibo; e tutti andassimo all'osteria dove gli stassimo sino alla nostra partenza, venendo ancora il sud.o signor Capitano de' soldati con altri officiali.
Il giovedì che fu alli 11 detto il sud.o signor Capitano si imbarcò con li suoi soldati e robe sopra tre fregate per andare alla fortezza di Nassi: ed essendo a cammino circa cinque miglia, il signor Capitano volendo salire sopra un'altra di quelle fregate che veleggiava più delle altre, ed accostatesi le due fregate, si intrigarono con le corde, vele ed antenne insieme, e quella dove era salito il Capitano, si affondò con perdita di tutta la roba e di 17 uomini fra soldati e marinari; ma il Capitano si salvò a un remo insieme con cinque soldati, e venirono in terra, ma più morti che vivi; ed il Capitano stette molto male e perse tutta la sua roba che in quella era, che manco pure il Capitano aveva drappi attorno, quando venne in terra: e gli fu danno grande, che oltre la roba sua persa, ancora perse le lettere Ducali, li gruppi di denari di S.to Marco che lui aveva; ma vedendo il caso, il S.or Proveditore del Zante gli diede danari e lettere, e lo spedì via alla peggio alla volta di Nassi, senza insegna nè tamburo; e li soldati non volevano più stare sotto la sua ubbidienza, dicendo che essendo perso l'insegna e il tamburo, non esser più obbligati a servire; e così gli ne scappò da 6 o 7, e lui andò via con la metà dei soldati e poco onore.
Alli 13 detto che fu sabato, facessimo vela a nostro cammino insieme con una nave Francese la quale andava ancor lei a Costantinopoli. Alli 18 d.o giorno del Corpus Domini, trovandoci nell'Arcipelago la mattina nella levata del sole, scoprissimo sotto certe isole alquanti vascelli e galie, dove tutti ci mettessimo in arme, e così stassimo in questo dubbio sino a mezzo giorno, sempre in bonazza cioè, senza vento; ma per bene conosciuti quelli non essere vascelli nè galie, ma erano li monti che per il riflesso del sole facevano quell'effetto; e a quel tempo venne buon vento che ci portò avanti. Alli 21 d.o che fu la domenica, essendo sotto Pessavà isola fece un vento maestrale a noi contrario, tanto grande, che fossimo sforzati andar a pigliar porto nell'isola di Scio in un luogo detto S.ta Anastasia, dove gli stassimo 18 giorni, per il d.o vento qual sempre seguitò, che non potessimo levarci di quel luogo, nel quale ogni giorno andassimo in terra per quelle ville e casali, ma non andassimo mai alla città di Scio, perchè vi era gran peste, ed anco perchè vi erimo lontani da XX miglia. Pigliassimo pesci in quantità; ed io per mio ricordo, il giorno di S.to Pietro, essendomi andato per mio diporto in acqua con molti altri della nave per lavarci e rinfrescarci, quali sapevano benissimo nuotare, ed io per non saperne pigliai un'assa in mare, con la quale mi andava sostenendo, e quella mi portò assai lontano dalla nave; uno di quelli che nuotavan venne sotto acqua e mi diede nell'assa la quale mi scappò di mano, e restando io abbandonato di quella, andai sotto acqua molte volte, dove mi messi per morto. Uno, visto il pericolo, venne alla volta mia per aiutarmi: ed io sentendo d'aver appoggio me gli attaccai talmente attraverso le sue braccia, e con le mie gambe le incrociai insieme con le sue, che ancor lui non potendo nuotare, avendo prese le braccia e gambe, tutti due ci annegassimo. Fu visto dalli altri il pericolo, vennero gli altri, quali ci aiutarono e ci portarono quasi come morti alla nave; ed io per grazia di quella Beatissima Vergine di S. Luca di Bologna, la quale sempre chiamai in aiuto, fui liberato, ma stetti molto male per otto giorni per la grand'acqua salsa che avevo in corpo; ed averò ricordanza di tal giorno.
Alli 8 Luglio ci levassimo di d.o luogo per il nostro viaggio.
Alli 10 detto, essendo sotto Troia in bonaccia grande, cioè senza vento, vedessimo una galera di Barbaria che veniva alla volta nostra dove erimo in gran paura e ci mettessimo tutti in arme; ma la Maestà di Dio ci mandò buon vento, dove scappassimo dentro delli due castelli di Costantinopoli, quali sono di tal fortezza che credo non ve ne sia due altri simili, con riviere di ville, giardini, che rendono vista bellissima.
Alli 12 d.o che fu la domenica, avanti giorno, fossimo a Gallipoli: e la sera giunse quella galera di Barbaria che avevamo lasciato addietro, la quale venne con gran allegrezza sparando artiglieria, moschetti ed altro, per segno d'allegrezza d'una presa che avevan fatto d'un vascello di Siviglia, nel quale vi era dentro un figliuolo del Vicerè di Napoli, qual avevano preso insieme con tre altri vascelli che andavano da Napoli in Siviglia, per passare d.o figliuolo in altro luogo, e detti quattro vascelli furono presi dalle galere di Barbaria; nelli quali vi era ancor quattro Padri Zoccolanti: ed ogni cosa condussero in Barbaria, eccetto il figliuolo suddetto, quale era un putto di dodici anni in circa, bello e garbato, il quale stava assai di buona voglia; e lo condussero a presentare al Turco, il quale l'ebbe molto caro e lo fece rinnegare subito.
Alli 15 d.o ci partissimo di Gallipoli ed essendo nel golfo di Marmara scontrassimo l'armata Turchesca, quali erano settanta galere ma ben armate, le quali andavano per trovare quelle di Fiorenza.
Alli 17 d.o stassimo sotto Silivrea città. Alli 19 d.o con l'aiuto del S. Dio e della Beatissima Vergine Maria fossimo a Costantinopoli.

Viaggio fatto da me Tommaso Alberti da Costantinopoli in Polonia, cioè in Leopoli, per via di terra, con molti effetti dei signori miei principali mercanti Veneziani cioè 27 carri carichi di tappeti, tre carri di reobarbaro, due carri di seta, tutto per condurre alla lor casa aperta in Leopoli, ed io sopracarico delle suddette robe, quali carri erano tutti condotti da Turchi.
Al Nome del S. Dio e della B. V.
Alli 26 Novembre 1612 ci levassimo di Costantinopoli con li carri, e stassimo fuori della porta chiamata la porta d'Andrinopoli due giorni e due notti, sempre con vento e pioggia, per la spedizione del commercio, cioè dazio. Alli 8 d.o giovedì facessimo levata: la sera giungessimo al ponte lungo, qual ponte è tutto di pietra viva e lungo mezzo miglio in circa; vi è molti occhi ma è basso, vi è un bellissimo Cavarserà, che vuol dire luogo riservato, dove vanno li viandanti per posarsi, e tutto coperto di piombo; non vi è che una porta; vi è comodità di stalle, fontane ed alloggiamenti per persone in quantità; il ponte serve per esser laguna marittima.
Alli 9 d.o facessimo levata: la sera fossimo a Silivrea città alla marina. Alli 20 d.o ci levassimo e a mezzo giorno fossimo al Corlù, bazar grande cioè villa di mercato. Alli 11 domenica ci levassimo, la sera fossimo a Pergas villa. Alli 12 fossimo a Capsi villa grande. Alli 13 ci levassimo, la sera giungessimo in Andrinopoli, città antichissima ma brutta: vi stassimo due giorni. Ed io avevo un rinnegato che era otto anni che si era fatto Turco, quale era Ludovico Zarlatini da Modena, ed io stavo con qualche timore e sospetto, perchè conduceva costui in Cristianità per ritornarlo alla nostra e vera fede, siccome feci con l'aiuto di Dio.
Alli 15 d.o a mezza notte ci levassimo, la sera giungessimo a Dervente, villa abitata da Bulgari. Alli 16 d.o camminassimo per un bosco molto pericoloso d'assassini, però andassimo ben provvisti da ogni sospetto. La notte stassimo in detto bosco. Alli 17 d.o camminassimo sempre per il detto bosco con strada cattivissima e sempre pioggia. Alli 18 d.o domenica giungessimo a Aidos, città brutta senza muraglie grandi e in bel sito.
Alli 19 d.o facessimo levata al nostro cammino, e trovassimo un monte molto faticoso da salire, che vi voleva dieci paia di cavalli a tirare un carro. La sera stassimo in una villa disabitata e bruciata dai Tartari, quali spesse volte fanno delle scorrerie a danno dei passaggieri, e saccheggiano li villaggi ed altri luoghi secondo li piace. Alli 20 detto Martedì ci levassimo e camminando giungessimo nel bosco di Balcar, bosco grandissimo; e si passa un fiume 39 volte. La sera con gran pioggia stassimo a una villa nominata Giengia, abitata da Bulgari, ma la più parte indisposti di mal di idropisia per la cattiva aria che vi regna, per essere in una valle, cioè in fondo a monti altissimi. Alli 21 d.o ci levassimo di detto luogo; la sera giungessimo a Provadia, città abitata da Turchi, posta in pianura senza muraglie: ma è circondata da monti altissimi, che la guardano molto bene; vi stassimo due giorni per accomodare li carri e provvederci di vittovaglie necessarie, ma sempre con pioggia.
Alli 24 ci levassimo per il nostro cammino; la sera giungessimo a una villa piccola, disabitata, da Tartari, dove stassimo tutto il 25 per esser giorno di Bairam dei Turchi, cioè il dì di Pasqua e il giorno di S.ta Caterina; ed erimo in cima a un monte altissimo, e li furbi di carrettieri ci lasciarono in d.o loco con li carri e mercanzia, ma menarono via li cavalli; e restassimo in cima a d.o monte lontani dalla villa otto, o dieci miglia, che per danari non trovassimo da mangiare nè bere; e li carrettieri tutti erano andati a quella villa per far la festa; ed ivi stassimo con gran freddo e vento.
Alli 25 ci levassimo di detto luogo e camminassimo per boschi grandissimi; la sera fussimo a Barzargichi, città dei Turchi posta in pianura, città brutta e senza muraglie. Alli 27 ci levassimo, camminassimo al nostro cammino, entrassimo nella Provincia della Dobiza e Tracia, confine della Tartaria, tutta pianura grandissima. La sera fossimo a Carages villa. Alli 28 d.o ci levassimo e camminassimo sempre per dette pianure, le quali sono tanto grandi che par un mare di terra, che non si vede che cielo e terra, senza un minimo albero; le strade sono facilissime da fallare, con tutto ciò che vi sia persone pratiche, per la gran quantità di carreggiate che si vedono, traversando una sopra l'altra; e noi fallassimo la strada due volte. La sera stassimo a una villa detta Bulbul, villa piccola posta in detta pianura. Alli 29 d.o fessimo levata, e sempre per dette pianure camminassimo e togliessimo uno a quella villa, pratico delle strade, acciò ci conducesse bene; e passassimo per Caracchicci, città piccola, per posar li cavalli; nella qual città vi è un bello Cavarserà, cioè luogo serrato per le mercanzie e cavalli, qual è alla similitudine di un convento con una sola porta, e tutte le comodità necessarie per li viandanti e cavalli; la sera giungessimo a Straggia, villa grandissima, abitata la più parte da Valacchi.
Alli 30 d.o, giorno di S.o Andrea, camminassimo sempre per dette pianure con la guida; scontrassimo una grandissima carovana che andava a Costantinopoli, la quale veniva di Polonia; la sera fossimo a Cavachei, villa grande. Il 1o dicembre facessimo levata, camminassimo sempre per dette campagne con la guida; la sera giungessimo a una villa detta Sohaali, villa grande posta sopra la riva del Danubio. Alli 2 d.o facessimo levata, camminassimo dietro il Danubio, a mezzo giorno giungessimo a Mecina, villa e scala del Danubio, cioè dogana e dazio del confine della Turchia, discaricassimo tutti li carri, pagassimo il dazio, ci sbrigassimo da quella maledetta razza dei Turchi, ma con molte difficoltà, e ci liberassimo da quelli furbi dei nostri carrettieri Turchi; mettessimo tutte le robe in barca e così passassimo il Danubio, lasciando la Turchia, entrassimo in Cristianità, facessimo la notte 60 miglia giù per il Danubio.
Alli 3 detto giungessimo a Galazzo città su la riva del Danubio, stato del Principe di Bogdania. Discaricassimo la mercanzia di barca, e stassimo in detto luogo tutto il giorno per accomodare le balle e per trovare li carri per il nostro viaggio. Alli 4 d.o stassimo in detto luogo, facessimo dir messa alla Valacca, stassimo con molto nostro gusto, trovassimo molti e buoni pesci, cioè morone fresche, sturioni e lucci in grandissima quantità ed a buonissimo mercato, quasi per niente, gran quantità di lepri a soldi cinque l'una; galline ed altri polli non ne trovassimo per esser stata, già quattro mesi, ogni cosa svaligiata dai Tartari. Alli 5 d.o ci levassimo da detto luogo con le nostre mercanzie, camminassimo tutta la notte a lume di luna con gran freddo. Alli 6 d.o camminassimo sempre per le campagne già dette, con altra guida, senza mai trovar ville nè casali. La sera ci fermassimo. Alli 7 seguitassimo sempre per dette campagne con gran freddo, senza mai trovare ville nè casali. Alli 8 d.o camminassimo al nostro viaggio, sempre come di sopra, la sera giungessimo a Barlado città, ma tutta disfatta e svaligiata. Alli 9 seguitassimo per dette campagne con grandissimo freddo, la sera fummo a Zizzaar villa, cenassimo e poi facessimo levata al nostro cammino tutta la notte. Alli 10, sempre per dette campagne, passassimo per Vasclù mercato, posto di molte case, e vi è una chiesa e un palazzo del Principe di Bogdania ma tutto rovinato. Alli 11 d.o camminassimo sempre fra monti, e seguitassimo tutta la notte camminando con gran freddo. Alli 12 d.o seguitassimo sempre con gran pioggia, entrassimo in un gran bosco, nel quale vi stassimo la notte, sempre camminando con gran vento e pioggia. Alli 13 d.o, giorno di S.ta Lucia, camminassimo per d.o bosco il quale è grandissimo, le strade cattivissime, che sei para di bovi non potevano tirare un carro; restassimo la notte in detto bosco, senza niente da mangiare e con gran paura dei lupi quali urlavano grandemente. Alli 14 camminassimo sempre per d.o. La sera fossimo fuori, e stassimo la notte fuori di d.o bosco.
Alli 15 d.o camminassimo per strade molto cattive, e giungessimo in Jassi città dove risiede il Principe di Bogdania e Moldavia: la qual città è senza muraglie e vi sono da ottomila case in circa, ma tutte di legno, alquante chiese, alcune di pietra, ma parte son ruinate dalla guerra; il palazzo del Principe è di pietra e serrato attorno di legnami. Quando il Principe va per la città cavalca accompagnato da 500 archibugieri, e vestito di rosso con la mazza ferrata in mano. La città è sporchissima, con molto fango, che rende molto mal camminarvi; la città è stato suo; sono obbligate tutte le case, se vi va un viandante per voler alloggiare, riceverlo; e vi usano molto accoglienze. Le donne sono quelle che reggono e fanno tutti li fatti necessari alle loro case, ragionano liberamente e famigliarmente con uomini in pubblico e in secreto, chè non vi è guardato; quando portano da bere, o mangiare, sono le prime a far la credenza. Quando muore la moglie a uno, quello per esser conosciuto vedovo, cammina per alquanti giorni per la città senza niente in capo. In d.a provincia fanno alla greca, la quale circonda 700 miglia. Vi fa gran freddo; usano le stufe. In detta provincia vi sono 24 m. ville. Paga di tributo al Gran Turco talleri 60 m. La Valacchia paga 100 m. talleri, ed ha nel suo stato 24 m. ville.
Alli 20 d.o giovedì ci levassimo da d.o luogo con gran freddo e neve: camminassimo il giorno e la notte. Alli 21, giorno di S. Tommaso, camminassimo per pianure e giungessimo li nostri carri che erano partiti due giorni avanti di noi da Jassi. Alli 22 seguitassimo il nostro cammino con detti carri, passassimo il fiume di Greggia qual era ghiacciato, e passassimo sopra il ghiaccio con li carri; la sera giungessimo a Steffaneste, villa grande di due mila case; vi è una gran chiesa fabbricata di pietra ma non è fornita; vi è in d.a villa mille soldati mantenuti dal Principe per presidio e per riguardo dei Polacchi. Al 23 d.o facessimo a mezzanotte partenza di d.a villa: camminassimo con gran patimento di freddo. Alli 24 d.o camminassimo sempre per campagne, nè trovassimo mai acqua nè legne per scaldarci e beverare li bovi, ma bene la terra tutta coperta di cavallette morte dal freddo, che pareva neve ghiacciata che fosse in terra; per le quali si era empito tutti li pozzi ed altri laghetti, che avevano fatto putrefare tutte le acque; e pensisi che dette cavallette fecero un notabilissimo danno la estate passata, che mangiarono tutti li raccolti che erano in erba; e dette cavallette erano grandi e lunghe mezzo palmo. Alli 25 d.o, a mezzanotte del Santissimo Natale, ci levassimo con gran freddo, e a mezza mattina ci trovassimo a passare un fiume detto il Pruto, ma lo passassimo con molta difficoltà, rispetto che era molto grosso, come anco che era un grandissimo vento da maestro, che lo faceva molto ondeggiare, con cavalle, che rendeva assai timore; e vi stassimo tutto il giorno a passare. La notte stassimo malissimo di freddo, di neve e vento che tagliava la faccia e senza da far fuoco, senza vino nè altra cosa da mangiare. Camminassimo tutta la notte per poter giungere quanto prima a Cutino. In tutto questo viaggio mai siamo stati con li carri e cavalli e bovi al coperto, ma sempre alla campagna aperta. Alli 26 d.o cessò il vento: passassimo certi monti cattivi la sera; a ore due di notte giungessimo a Cutino, ultima città del Principe di Bogdania, ma tutta bruciata e saccheggiata dai Polacchi. Vi è una bella fortezza su la ripa del fiume, la quale è in potere dei Polacchi, quali vi tengono un presidio per pegno di fiorini 100 m. al Principe.
Alli 30 d.o domenica ci levassimo di detto luogo e passassimo d.o fiume sopra del ghiaccio, e passato su la Podoglia, vi è una villa su la ripa di detto fiume, nominata Bragà. A mezzo giorno giungessimo a Camignizza, città senza muraglie, ma circondata attorno d'un fiume che lo fanno alzare quanto vogliono; e vi è anco attorno certi monti di sasso vivo, in modo che non vi si può salir se non per le porte ordinarie, le quali sono due, guardate da soldati. In detta città vi sono le chiese e case tutte di pietra, ma le strade molto fangose. Stassimo in d.o luogo molti giorni, per riposare del gran patimento avuto, e per accomodar li carri ed altro.
Alli 24 Gennaio 1613 ci levassimo di d.a Camignizza e la sera stassimo a una villa detta la Scala. Alli 26 d.o a Sanuff, alli 27 d.o domenica a Nastasuff, la sera a Coslù, alli 28 d.o desinassimo a Sborù, alli 29 d.o desinassimo a Ghelignano, la sera a Savannizza.
Alli 30 d.o martedì giungessimo a Leopoli, città e fine del nostro viaggio, e qui stassimo per espedire le nostre mercanzie sicome segue. La città non è bella, le case tutte coperte d'asse; è abbondantissima di carne, di pollami, e pesci di laghi: si beve cervogia, per esser il vino molto caro; le donne attendono alle botteghe e fanno loro tutti li negozii; si usa il baciare le donne per le strade e nelle case, con gran domestichezza e famigliarità. La città è mercantile, per esser vicina alla città di Iublino ed altre città grosse di negozio. E qui finissimo di contrattare tutti li nostri effetti e mettessimo all'ordine il ritratto per ritornelo a Costantinopoli, sì come facessimo.
Alli 24 Aprile 1613 facessimo levata di Leopoli per ritornare a Costantinopoli con li ritratti di nostre mercanzie, parte in contanti e parte botti di coltelli. La sera stassimo lontano da Leopoli tre leghe in casa d'un amico; alli 25 seguitassimo a cammino; la sera a Ptevisano, villa grande dell'illus.mo S.re Adam Signaschi Palatino della Corona, il qual Signore mi presentò un paio di cavalli da carrozza; vi stassimo tutto il dì 26, per alcuni negozii che aveva con d.o S.r Palatino. Alli 27 d.o ci levassimo, facessimo leghe quattro; alli 28 facessimo leghe sette; alli 29 d.o andassimo avanti una lega, e scontrassimo uno a cavallo, il quale ci disse che in un boschetto che dovevamo passare vi erano alquanti furfanti, che facevano del male alli viandanti; e da lì a poco trovassimo uno a cavallo che era stato svaligiato, e piangeva della perdita del suo carro e robe, ma anco per le bastonate avute; così noi, per esser soli tre, ci ritirassimo a Probona villa, per aspettar altri mercanti che avevano a venire, per andar ancor loro a Camignizza, dove si faceva la raccolta della carovana; e ci risolvessimo pigliare otto uomini con arme, quali ci accompagnarono sino alla Scala. Alli 30 giungessimo a Camignizza, ed ivi si fece tutta la raccolta dei carri della carovana per andare a Costantinopoli.
Al 4 Maggio facessimo levata da Camignizza con n.o 60 carri grandi, tutti da 6 cavalli per carro, carichi di diverse mercanzie, cioè zibellini, lupi cervieri, conigli ed altri pellami, cremisi, coltelli e molte altre robe, tutte per condurre a Costantinopoli: che N. S. ci dia buon viaggio e ci guardi da assassini. Alli 5 passassimo il fiume di Cutino, alli 6 passassimo il fiume Pruto, alli 7 d.o stassimo a Steffaneste villa grande, alli 8 camminassimo avanti, alli 9 giungessimo in Jassi città del Principe di Bogdania, alli 11 d.o ci levassimo, alli 12 camminassimo, alli 13 passassimo per Barladi città, e avessimo una grandissima pioggia con venti, tuoni e tempesta; alli 14 camminassimo; alli 15 giungessimo in Galazzo città, e ivi discaricassimo le robe per metterle nelle barche per passare il Danubio. Alli 16 passassimo il Danubio, ed era il giorno della Assensa; alli 17 fossimo a Mecino, ed aggiustassimo li dazieri per la gabella dei Turchi, e vi stassimo sino alli 22 d.o; facessimo levata la sera a Provadia.
Alli 23 entrassimo nel gran bosco di Balcano, dove avessimo un passo molto pericoloso, che li carri non potevano passare fra un dirupo grande: nel qual luogo si ribaltò un dei nostri carri nel quale vi era trenta sacchi di reali di n.o 500 per sacco, zibellini e altre robe; e recuperassimo ogni cosa senza perdere niente, perchè il carro fu trattenuto dalli arbori che non dirupò in fondo; e fessimo presto a tirar via li cavalli, e accomodassimo ogni cosa, e seguitassimo nostro cammino. Alli 24 passassimo per Aidos città; alli 30 passassimo per Silivrea; il primo Giugno a Costantinopoli; ed ivi si diede spedizione a tutte le merci, e tornassimo a caricare un'altra volta la carovana per ritornare in Polonia.
Alli 21 Giugno mi partii da Costantinopoli; alli 27 Luglio giunsi in Leopoli; alli 13 Agosto mi partii da Leopoli, alli 15 giunsi in Ieroslavia città, e fiera grandissima ci avea; alli 29 mi partii di Ieroslavia, al p.mo Settembre giunsi in Cracovia città reggia del Re di Polonia, alli 13 mi levai, alli 26 giunsi in Praga città metropoli dell'Imperatore, alli 29 mi partii, alli 4 Ottobre giunsi a Norimbergo, alli 8 mi levai, alli 10 giunsi in Amo, alli 12 giunsi a Lindo, alli 14 a Coira gran città dei Grigioni, alli 15 e 16 passai per monti altissimi con gran neve; la sera a Chiavenna; alli 17 d.o giunsi a Ceva prima città d'Italia, stato di Milano, la notte passai il lago di Como, alli 18 fui a Como, alli 19 a Milano, alli 22 a Lodi, alli 23 a Piacenza, la sera a Borgo s. Donnino, alli 24 desinai a Parma, la sera a Reggio, alli 25 desinai a Modena, la sera a Bologna.
Alli 20 Aprile 1614 mi partii da Bologna, andai a Venezia, mi imbarcai sopra d'un galeone per Costantinopoli; alli 30 Giugno giunsi in detto luogo di Costantinopoli, nel qual luogo mi fermai sette anni.
1621
Viaggio fatto da Costantinopoli a Venezia per via di terra. Alli 14 Maggio mi partii di detto luogo, alli 20 Luglio giunsi a Venezia, il primo Agosto a Bologna.

Il Servo degli onoratissimi luoghi della Mecca e Medina, Sig.r delli SS.ri del Mondo, Possessore dei paesi dell'Arabia, Persia, Grecia, Iram, Turam, Polonia, Svezia, Valacchia, e Bogdania, Padron della spada e della penna, Sig.r il Sig.r Osman, al presente Re ed Imperatore della Musulmana Fede, a cui l'Eccelso Iddio sia favorevole.
Si narra dei Beglerbei cioè Duchi, dei Sangiacchi cioè Rettori, delli Alai Bei che son capi delle ordinanze, dei Mutaffaragà cioè lancie spezzate, dei Contimari ch'è feudatarij, dei Chiaussi, dei Dottori, Moggini, dei S.ri della staffa, dei giovani che sono nei Serragli, delli Spahì cioè cavalli leggieri, dei Capiggi cioè portinai, dei Gianizzeri cioè pedoni, dei Zamoglani cioè giovani inesperti, dei bombardieri, degli armariuoli, dei Savazi cioè quelli che insellano i cavalli, della cucina regia, degli Spezieri cioè di quelli che fanno i canditi, delli Chilarzi cioè dispensieri della milizia, dei Mechtemi cioè quelli che distendono i padiglioni, dei Casnadari cioè tesorieri, dei sartori, dei marangoni, dei pittori, degli orefici, dei frizzeri ed altri salariati del Re.
Dei giovani che sono nel Serraglio.
Nella camera maggiore, cioè Chasodà, vi sono giovani N. 300
Nella camera Chasnà cioè camera del Tesoro » 170
Nella seconda camera maggiore » 300
In quella delli Doganzi cioè falconieri » 500
Nella camera minore » 220
In quella delli Baltazi cioè ragazzi » 370
I Mutaffaragà dell'Eccelsa Porta sono » 400
I Chiaussi dell'Eccelsa Porta sono » 2070
I Capiggi dell'Eccelsa Porta sono » 2170
Delle squadre delli Spaì.
1.a Primo si chiama Spaì Oglani, e porta bandiera rossa. 2.a Sillichtari gialla. 3.a Il destro Buluch bianca. 4.a Il sinistro Buluch bianca e gialla. 5.a Garibani destro, verde. 6.a Garibani sinistro, verde e bianca.
Gianizzeri N. 43000
Zamoglani » 17000
Bombardieri » 6000
Zebezi cioè armaiuoli » 5000
Sarazi cioè stallieri » 500
Zadir Mechteri, cioè quelli che scopano » 200
Zenegifi, cioè scalchi » 140
Dispensieri molti
Candittieri, cioè chi fa canditi » 100
Medici Turchi » 40
Medici Ebrei » 30
Tesorieri » 180
Sartori » 220
Marangoni » 200
Pittori » 30
Orefici » 70
Frezzeri » 17
Stallieri cioè che fanno staffe » 70
Beglerati, o Ducati, che sono in Asia e nella Natolia.
Quelli della Grecia
Iemen Adina Grecia
Cairo Cipro Buda
Cabessia Caramania Bossina
Babilonia Sernauza Temisvar
Damasco Canz Agria
Tripoli Gienze Canizza
Balsera Adil Zuas Silistra
Sachsà Tauris
Diarbechin Trabisonda
Arzirum Caffa
Riccà Elrinzan
Seresul Isirab
Cara Amit Natolia
Iildir
Servan
Aleppo
Nelli sopraddetti Beglerati sono 500 Sangiacchi, ed altrettanti Capi di ordinanze.
Della precedenza dall'uno all'altro.
Primo si senterà l'Alfier maggiore. Secondo il Capo delli Capiggi Bassi. Terzo poi tutti. Quarto il Cavallerizzo maggiore. Quinto il Cavallerizzo minore. Sesto il Capighilarchiaiassi. Settimo il Capo Scalco.
Il Secher Emini, o Emin.
Questo è obbligato di sovrastare a tutte le fabbriche del serraglio, di provvedere anco a certi bisogni della città, come il far conciar strade, condur acque, conciar le mura della città, e far altre fabbriche necessarie alla città. Emin della cucina. Emin delle biade per cavalli.
Dell'ordine dei Rettori della legge, dei Visiri, Giudici ed altri S.ri dell'Imperio.
Se per caso il Mufftì col Visir grande si trovassero insieme in un luogo, l'uno non precederà all'altro, ma si senteranno egualmente, cioè il Mufftì in un canto, ed il Visir in un altro.
Sotto il Mufftì si senterà il Cadì Leschier della Grecia, e dopo quello della Natolia, e sotto questi diversi altri Cadì; e dopo questi, i Lettori delle Moschee principali e regie, che sono settecento.
Ordine dei Capi Principali della milizia dei Gianizzeri dal primo sino all'ultimo.
Il primo è l'Agà dei Gianizzeri.
2.o Il Chiaia Bei serve per luogotenente.
3.o Il Sceimen Bassi, cioè il capo di quelli che hanno cura dei cani del Re.
4.o Il Saganzi Bassi, cioè il capo dei bracchieri.
5.o Il Duganzi Bassi cioè il capo dei levrieri.
6.o L'Agà di Costantinopoli, e questo è capo delli Zamoglani.
7.o Il Musur Bassi o Agà, e questo è come commesso della milizia dei Gianizzeri, che sta appresso il Bassà grande, mentre che dà udienza, così nell'imperial Divan come in casa sua, acciocchè in occorrenza che alcun querelasse alcun Gianizzero, esso sia pronto di far eseguire la Giustizia ai capi; e se all'incontro anco per qualche negozio occorresse alcun Gianizzero, di farlo venire.
8.o Il Chiaus Bassi, col Chiaus mezzano, e il Chiaus minore; questi tre sono obbligati di far intendere a tutte le camere dei Gianizzeri quello che devono fare, cioè l'andar al Divano, quando che di fuori venissero le loro vettovaglie, legne, ed altre cose, per andar a levarle, e far altre cose simili.
9.o Il Sansongi Bassi, cioè il capo di quelli che hanno cura dei cani corsi del Re.
10.o Il capo dei Mastri che tengono le scuole per insegnar a tirar d'arco.
11.o Il capo dei balestrieri.
12.o I Hugiu Bassi: questi sono una compagnia, che quando si fa levata, apparecchiano quelle scope che l'Agà suol tener avanti il suo padiglione, e passano avanti, e le tornano ad impiantare nell'altro alloggiamento.
13.o Il Jedechzi Bassi, cioè il capo di coloro che menano i cavalli di rispetto dell'Agà.
14.o Dopo, i Jaia Bassi, cioè i capi dei pedoni, e sono centurioni dei Gianizzeri.
15.o I Solachi: questi vanno avanti al Re con una certa scopa in testa, e con le camicie fuori delle braghesse; ed in occasione che il Re vada alla guerra, questi sono per guardia intorno al suo padiglione. Seguono poi i Gianizzeri, e Zamoglani: a questi succedono gli scrivani delli Gianizzeri, lo scrivano dell'Agà e lo scrivano del Chiecaia.
Dei Tefterdari, cioè Camerlenghi.
Un Tefterdar maggiore. Un minore. Uno di Natolia. Uno della Grecia. Uno del Cairo. Il Nascinzi Bassi. Uno di Aleppo. Uno di Damasco. Uno di Caramania. Uno di Caffa. Il Cancelliero maggiore e Tefter Emin, custode di tutti i libri.
Dei scrivani che servono nell'imperial Divano.
Il Prusmanegi grande, cioè il giornalista maggiore ed il minore. Il Basmuchasebeggi, cioè il ragionato maggiore. Il Teschereggi grande, cioè il notaio degli ordini del Bassà in esecuzione delle suppliche fattegli. Il Basmuchatazi, cioè il capo di quelli che tengono il conto degli appalti. Il Muchatazi di Natolia. Il Muchatazi, cioè il scontro della cavalleria. Un simile della fanteria. Il Muchataggi dell'appalto di Costantinopoli. Il Muchataggi del carazo. Il Muchataggi della Mecca e Medina.
Brussia Natolia Minere Pecore Entrate Valona Negroponte Adin Sarcan Teschiereggi
Il Meucufeuggi: questo è uno scrivano che tira in resto tutti i debitori. Il Teschiereggi minore. Il Teschiereggi delle fortezze minori. Il Teczifatzi, cioè colui che tiene conto delli presenti che si portano, e delle vesti che si danno via. Il Teschiereggi, cioè colui che mette la data alle scritture. Il Teslimateggi, cioè colui che fa le ricevute a chi porta danari, o altro. Il Teschiereggi, cioè il scrivano che tiene conto particolare delle presentazioni dei danari.
Gli scrivani con li sotto-scrivani del Divano sono in circa N. 300
I Cancellieri di signoria » 80
Del danaro dei tributi, delle tanse e delli traffichi, che si cavano dagli infrascritti paesi.
Dal Cairo Zecchini 600000
Tripoli » 50000
Damasco » 60000
Di Arbeca » 11000
Aleppo » 50000
Cipro » 50000
Adino Sarcan » 83000
Arzirum » 105000
Babilonia » 105000
----------
Zecchini 1213000
Nelli paesi di Natolia vi sono 390000 case che pagano le tanse, zecchini tre per casa importa. Zecchini 1170000
Dalli paesi suddetti di Natolia si cava di carazo per ogni anno. » 450000
Dalli paesi suddetti di Natolia si cava di berratico ogni anno. » 836000
Nelli paesi della Grecia sono 150000 case che pagano zecchini tre per casa di tansa. » 450000
Nelli paesi suddetti di Grecia si riscuote di carazo ogni anno. » 150000
Insomma tutto il danaro che si cava da queste due provincie e da tutti i paesi dei Musulmani, passa più di sei milioni di some d'aspri, e poco manco vien distribuito.
Delli presidii che tengono per custodia delle fortezze che sono alli confini.
In Babilonia Sultan Soliman Chan vi ha posto per custodia schiavi. N. 12000
In Arbeca vi sono spade » 9000
In Cairo vi sono schiavi » 12000
In Arzirum vi sono schiavi » 8000
Nelle parti della Grecia, in Dobriza, sono per l'occasione della guerra deputati guastatori » 90000
Ed insomma fra le parti di Natolia e Grecia vi sono quattrocento mila persone di esercito obbligato di andare alla guerra di Sua Maestà Imperiale, e cento e diecimila sono gli schiavi stipendiati.
Dell'origine della Casa Ottomana.
1. Ordoghios Chan fu il primo della Casa Ottomana. 2. Osman Chan suo figliuolo. 3. Emir Orchan suo figliuolo. 4. Sultan Murat Chan. 5. Sultan Baiazit Chan. 6. Sultan Memet Chan. 7. Sultan Murat secondo. 8. Sultan Memet secondo, che prese Costantinopoli. 9. Sultan Baiazit secondo. 10. Sultan Selim, primo di questo nome. 11. Sultan Soliman Chan. 12. Sultan Selim Chan, secondo di questo nome. 13. Sultan Murat, terzo di questo nome. 14. Sultan Memet, terzo di questo nome. 15. Sultan Acmat Chan. 16. Sultan Mustafà, fratello di Sultan Acmat, regnò mesi 3 giorni 9, e poi rinunciò l'imperio. 17. Sultan Osman, figliuolo di Sultan Acmat, imperatore l'anno 1620, qual fu ammazzato dalli Gianizzeri.
Dell'ordine nel baciar la mano di Sua Maestà nel giorno del Bairano quando esce fuori e si senta nella sedia imperiale.
Prima gli bacierà la mano il figliuolo del Re Tartaro, poi il Muftì con varii altri dottori e legisti; ai quali succedono i Visiri, diversi Beglerbei, li Tefterdari, il Nisangi, il Cancellier grande, e per ultimo viene ad essere il Gianizzero Agà, ed altri capi principali della milizia; e finito che avranno di baciar la mano questi, il Re si leva e va dentro e mutato di abito torna fuori e va alla moschea.
Mentre li soprascritti ed altri baciano la mano, è ordinario che il Re si leva in piedi.
Dell'entrate di Costantinopoli.
Gli Visiri grandi hanno di entrata dodici some di aspri all'anno, ed il Nissangi ha cento cinquanta mila aspri.
Dieci Serragli di Sua Maestà Imperiale.
Prima nel Serraglio sono più di 300 Baltaggi, e questi sono quelli che fanno tutti li servizii nel Serraglio, come lo scopare, tappezzare ed altri servizii simili; ed hanno di paga aspri 4 al giorno.
Nel Serraglio di Galata sono settecento e venti giovani, ed hanno di paga aspri 5 al giorno, ed anco in annum le loro vesti.
Nel Serraglio di Andrinopoli e in quello di Ibraim Bassà quanti siano non si sa il numero, ma hanno di paga aspri 5 il giorno.
Titoli che il Re dà alli suoi Visiri nel Serraglio.
All'onorato ed ecc.te Visir regolatamente intelligentissimo mediatore in tutte le cose del mondo, prudentissimo definitore delli negozii degli uomini, che il Sig.r Dio per sua divina grazia faccia forte nella sua grandezza, mio Visir il ............. che il S.r Dio conservi nella sua grandezza.
Alli Cadì principali.
Al più glorioso tra li giudici della musulmana fede, l'ecc.te arbitro e difensore dell'unità divina, miniera di eloquenza e di sapienza, erede della scienza delli Profeti, instrumento della ragione dei popoli, partecipe della divina grazia ............ Cadì, che accresca in maggior dottrina.
Alli Beglerbei.
Al Sig.re delli SS.ri onorati, grande, diligente ed ecc.te Sig.r di onorevolezza e di dignità e pompa e di altezza il ................. che per la grazia dell'Altiss.mo Iddio è Berglerbei di .......... cui prosperità sia sempre.
Titolo che si dà al segno imperiale.
Segno imperiale, nobile, sublime, singulare ed esquisito, dimostratore di prosperità, adornatore ed acquistatore del mondo, il quale per grazia e per favor divino corre e viene eseguito.
Titolo che si dà ad un Principe Cristiano.
Al più glorioso tra li SS.ri grandi nella nazione Cristiana, eletto tra li sublimi ed ecc.te nella religione del Messia, moderatore delli negozii di tutte le nazioni Nazarene, possessore del manto della pompa e della riputazione, Sig.re che guida alla gloria, e grande tra li Principi Cristiani, il cui fine termini in bene.
Divisione delli monasteri e parocchie della Cristianità, e di sua possibilità.
Li monasteri dei frati berettini sono trenta seimila, ed altrettanti di S.to Agostino, cioè Eremitani, Dominichini, Carmelitani, Monaci e tutti quelli che sono sotto la regola di S.to Agostino.
Abbadie e monasteri di monache sono venti settemila, che in tutto fanno cento e quaranta quattromila monasteri in tutta la Cristianità.
In tutta la Cristianità sono parocchie dugento e ottanta ottomila; mettendo un uomo per parocchia, farebbero dugento e ottanta ottomila persone da guerra.
Se ogni monasterio pagasse soldi 15 alla settimana, sarà in un anno zecchini 936000; novecento e trenta seimila.
Le parocchie sono dugento e ottanta ottomila; a s. 52 all'anno per parrocchia fanno in tutto 14976000; sono la somma delli monasteri, fa s. 15912000.
A s. 3 per testa si può assoldare all'anno quattrocento e quaranta quattromila soldati da far guerra a tutto il mondo.
Profezia mandata dal Nuncio di N.ro Sig.re residente in Francia, all'Ill.mo e Rev.mo Cardinal Borghese, la quale è stata ritrovata nel rinnovare certe fondamenta di un palazzo, in una cassetta di marmo finissimo, in lingua ebraica, nella chiesa di S. Dionisio, fuori di Parigi.
1621 Bellum magnum in tota Italia. 1622 Pastor non erit. 1623 Ira Dei super terram. 1624 A paucis cognoscetur Christus. 1625 Resurget magnus vir. 1626 Africa ardebit, et luna scaturiet sanguinem. 1628 Europa, Africa, Asia trepidabunt. 1629 Infideles Trinum et Unum Deum cognoscent. 1630 Extinguuntur lumina et erit unus pastor et unum ovile.
Il Gran Signore tiene due milioni e cinque centomila uomini continuamente pagati ed obbligati di andare alla guerra, compresi però li Bassà con tutte le loro corti.
Quando il Gran Signore va in persona alla guerra, sono obbligati andarvi tutti quelli che tirano paga, e molti altri ancora che non hanno paga, quali vanno per venturieri sopra la sua borsa.
Titoli che si assume il Gran Turco.
Il Servo dei sacri luoghi di Mecca e Medina, Ombra di Dio in terra e Vicario del Profeta, Signore dei Sig.ri, Dominatore del mondo, Rifugio dei Potentati, Augusto Donator di Corone dei Regni della terra, Custode dell'Oriente ed Occidente, Possessore dei paesi della Natolia, Soria, Babilonia, Caramania, Mesopotamia, Trabisonda, Armenia, Persia ed Arabia, dell'Egitto, della nobile Gerusalemme, di tutto il Dominio di Salomone, di Grecia, di Macedonia, Morea, Bossina, Moldavia, Valacchia e Bogdania, di Belgrado, Buda, Agria, Alba Reges, Strigonia e Canissa, Tripoli, Tunisi e Algeri, ricetti de' Guerrieri, e delle tre Sedie Imperiali, Brussia, Andrinopoli e Costantinopoli, Re dei Re ed Imperatore sublime, Sig.r del Mar Negro e del Mar Bianco, del Caffà di Negroponte, Scio, Cipro, Rodi e d'altre isole, terre, città e castella, Padron della spada e del calamo, sempre vittorioso, Sultan Osman figlio di Sultan Acmat Imperatore.
Titoli che si danno alla Sultana Regina.
All'onestissima regia Sultana, signoril gioiellata corona delle pudiche, la Sultana .......... che Dio guardi e feliciti.

Adì xi Novembre 1620 in Costantinopoli.
Faccio noto come questo giorno fece l'entrata in questa città l'Ambasciatore del Re di Persia, con una superbissima pompa, ed incontrato da buon numero di Turchi, cioè tutta la milizia del Gran Signore.
Alli 15 d.o il detto Ambasciatore andò a baciare le mani al Gran Signore, accompagnato dalla bellissima corte regia fino al regal palagio; il quale Ambasciatore era vestito superbissimamente, sì come anco tutta la sua corte; e presentò al Gran Signore le qui sottoscritte robe, e prima:
Quattro elefanti grandissimi, guarniti di superbi e ricchi tappeti, col castello sopra di loro.
Due tigri grandi come un asino, bellissime.
Un rinoceronte, il corpo grande come un bove, ma basso di gambe, senza pelo, di colore di bufalo, il mostaccio simile al bove, ma assai più lungo, sul naso un osso, o corno simile a un pane di zuccaro, le orecchie piccole, senza corni, la coda corta.
Una casselletta piena di gioie di gran valsente.
Una vesta di bellissimo e ricco drappo, foderata di bellissimi zibellini.
Una spada di damaschino tutta gioiellata di preziose gioie.
50 cammelli carichi di sete.
25 cammelli carichi di porcellane.
25 cammelli carichi di tappeti bellissimi.
Un bellissimo cavallo fornito di sella e brena, tutta gioiellata di superbe e ricche gioie.

Ambasciatori di teste coronate, ed altri principi che sono di presente 1620 alla corte del Gran Turco, e quello che da Sua Maestà gli viene assegnato per cadauno d'essi per le loro spese di vitto, mentre risiedono alla Imperial Porta.
L'Ambasciatore dell'Imperatore tira al giorno di paga Zecchini 100
Ambasciatore del Re di Francia » 40
Bailo per la Serenissima Signoria di Venezia nulla. L'Ambasciatore straordinario per la detta » 50
Ambasciatore del Re d'Inghilterra » 40
Ambasciatore dei potentissimi stati di Fiandra » 40
Ambasciatore del Re di Polonia » 60
Ambasciatore d'Ungaria » 40
Ambasciatore del Re di Boemia » 40
Ambasciatore del Re di Slesia » 40
Ambasciatore di Moravia » 40
Ambasciatori delle Provincie d'Allemagna » 40
Ambasciatore di Transilvania » 25
Ambasciatore di Ragusi » 25
Principe di Valacchia » 25
Principe di Moldavia » 25
Ambasciatore del Re di Persia » 400
Ambasciatore del Re di Marocco » 100
Ambasciatore di Mingrelia » 10

Il Serraglio dove abita il Gran Turco con tutta la sua real famiglia di servizio, è posto in un sito mirabile, ed è posto in quella parte dove prima fu fabbricato Bisanzio, sopra una gran punta di continente che guarda alla bocca del mar Maggiore, in forma triangolare, bagnato da due parti dal mar Egeo, e dalla parte terza sta col resto dei cortili: e tutto è servato e circondato di muraglia altissima e molto ben fatta per diverse torrette che sono sopra di lei compartite. Circonda miglia tre italiane. Ha diverse porte, così da mar come da terra, fra quali una è la principale da terra, per la quale ogni giorno ognuno vi entra, e le altre stanno serrate, e si aprono a gusto e comodo del Re e dei ministri principali di detto Serraglio, secondo le ordinarie occorrenze, stando la notte tutte serrate. E la prima è maestra, che è come un corpo di guardia, grande e magnifica: sta il giorno guardata da una grossa compagnia di Capiggi, che a vicenda si danno la muta, e la notte viene custodita da altri Capiggi, che sono portieri, sotto il comando d'un Capiggi-Bassi, loro capo. Li quali Capiggi Bassi essendo al numero di sei per l'ordinario, hanno obbligo una notte per uno di dormire dentro il Serraglio per buona e sicura custodia d'esso. Appresso queste guardie si tiene la notte fuori di detta porta alcuni Gianizzerotti in una casetta di tavole mobili sopra ruote, li quali stanno vigilando ed osservanti di tutte le cose, per potere svegliare quelli di dentro e dar quelle notizie che portasse il bisogno. E intorno le mura di detto Serraglio, buon spazio distanti l'una dall'altra, vi sono le torrette nelle quali dormono diversi Agiamoglani, che vuol dire figliuoli esperti greggi, per guardia, e per veder che nè per mare nè per terra di notte alcuno si accosti; tenendosi particolarmente dalla parte di mare alcuni pezzi d'artiglieria disposti e caricati, per adoperar quando occorresse reprimere la trascuraggine e la temerità di qualche vascello che se gli accostasse.
In detto Serraglio vi sono le stanze regali, le quali sono molte ed appropriate alle stagioni dell'anno, la maggior parte nel piano, ed alcune fabbricate per sopra colli naturali, e diverse anco sopra il mare, nominate chioschi, che vuol dire stanze di bel vedere, dove si ritirano li Re lor soli, o vero con le donne per ricreazione; fra quali, la stanza dove si radunano gli Gran Signori sempre a dar udienza a tutti gli Ambasciatori, a tutti i Bassà li giorni del Divano pubblico, e per lo più a tutti quelli che si licenziano per andare alli carichi loro assegnati, e che ritornano da essi ancora. Questa è posta nel piano del cortile, in isola assai piccola, ordinata di fuori di alcune fontane, secondo il loro costume superbissime, e dentro ha un sofà, cioè soglio, coperto di ricchissimi tappeti d'oro, in particolare di velluto cremisino ricamato di perle ricchissime, sopra i quali si siedono i Re. Intorno poi alla stanza vi sono pietre biancheggiate con colori diversi a fogliami e così ben compartiti insieme, delle quali essendo incrostata la muraglia, fa una bellissima vista. Vi è anco una camera apparente, tutta coperta di lastre d'argento profilate d'oro e di seta, ricchissime e bellissime. Oltre alle dette stanze reali che sono molte e poste in diverse parti d'esso Serraglio, che servono solo alla persona reale, vi è l'appartamento delle donne nel quale abita la Regina Sultana e le Sultane, e tutte le altre donne e schiave del Gran Signore; il quale appartamento è come un monasterio amplissimo, in cui si ritrovano tutte le comoditadi di dormitorii e refettorii, di bagni e stanze, ed ogni altra sorta di fabbriche per necessità del vivere; e questi appartamenti reali hanno amplissimi giardini di fiori, di frutti, con strade bellissime di cipressi e con fontane in tanta abbondanza, che si può dire che quasi in tutte le strade l'abbiano, con gran vaghezza e comodità. Appresso vi sono stanze di abitazioni separate d'ogni sorta, le quali servono non solo per i ministri principali, e per li mezzani, e anco per gli infermi; e così ben ordinate e disposte, che non vi è alcuno che patisca di cosa veruna. Tra queste fabbriche sono due lavori molto riguardevoli, grandi e molto capaci, uno dei quali serve per tener il Casnà, cioè tesoro di dentro, e l'altro per la guardia della roba regia; queste sono due bellissime fabbriche, le quali sono stanze separate al piano ed in solaro, capacissime per molta comodità che tengono, e sono sicurissime per essere di muraglia grossissima, con poche finestre tutte ferriate, e con una sola porta per una, di ferro, fortissima; le quali stanno sempre serrate, e quella del Casnà regale sigillata col sigillo regio.
In detto Serraglio sono moschee per l'orazione, bagni, scuole, lambiccatori, stalle, cucine, dispense, luoghi da correre cavalli, piazze da lottare, da tirar d'archibugio, da far rappresentazioni, ed infine tutte quelle comodità che si possano desiderare.
Quello che rende superbo e grave detto Serraglio, non è bene a tacerlo, ed è l'ordine col quale è posto; e per primo l'ingresso d'un portone amplissimo e nobilissimo, con sotto porticali capacissimi d'una guardia di cinquanta uomini forniti con le sue armi, cioè archibugi, archi con freccie e scimitarre in buona quantità. Passata questa, nella quale i Bassà ed altri grandi e qualificati soggetti possono entrarvi a cavallo, si entra in una gran piazza o vero cortile d'un terzo, o quarto di miglio italiano di lunghezza, ed altrettanto di larghezza in circa, con un solo porticale a mano sinistra, fatto per starvi li cavalli e servitori al coperto in tempo di pioggia. In questo gran cortile all'entrare a mano dritta vi è l'ospitale, o vero infermeria, la qual serve a tutti del Serraglio, nel quale si trova ogni comodità necessaria: ed è custodito da un Eunuco, con diversi ministri tutti disposti per servire agli infermi. Ed all'incontro, che è a man sinistra, vi è un luogo grandissimo dove tengono legne, carri ed altre cose necessarie da mano, per servigio ed uso del Serraglio, sopra il quale vi è un gran salone dove si tengono riposte alcune armi antiche, come morioni, mani di maglia, giachi, archibugi e zagaglie, delle quali si servono per armare i Gianizzeri, la maestranza dell'arsenale, ed altre arti, per incontrare il Re e li Bassà generali, quando fanno l'entrata solenne nella città di Costantinopoli. Cavalcato che si è questo cortile, si smonta ad un'altra porta poco minore della prima, simile di fazione, e più ricca e più bella, con il sottoporticale che serve per il corpo di guardia, la quale medesimamente viene custodita da Capiggi e fornita d'arme, come si è detto. Per questa si entra ad un altro cortile poco minore del primo, ma molto più bello, per avere nobilissime fontane, per esservi strade compartite da altissimi cipressi, e per ritrovarvi alcuni quadri di parco, dove nascendo l'erba, pascolano diverse gazzelle che fruttano, e sono tenute per delizia. Questo cortile si cammina da tutti a piedi, fuori che dal Re solo, che a cavallo va a smontare fino alla terza porta. Dall'una e dall'altra parte d'esso vi sono porticali sostentati da bellissime colonne, fuori dei quali sogliono star in piedi li Ciaussi, le milizie dei Gianizzeri e Spahì in ordinanza, nobilissimamente vestiti, quando si fa Divano grande e pomposo per l'entrata d'alcun Ambasciatore, che passa per andare a baciar le vesti al Gran Signore.
In detto cortile alla destra vi sono tutte le cucine, le quali sono nove in numero, tutte separate e destinate alle loro dispense, e ministri, e che hanno da servire; la maggiore e la principale è quella del Re, la seconda quella della Regina, la terza delle Sultane, la quarta del Capi Agà, la quinta del Divano, la sesta delli Agalari che sono li favoriti del Re, la settima quella delle genti di basso servizio, l'ottava quella delle donne, e la nona quella delli ministri bassi del Divano, guardie, ed altri assistenti al ministerio d'esso.
Alla sinistra vi è la stalla del Re, di 25 in 30 cavalli bellissimi, dei quali si serve la Maestà Sua per li esercizii e giuochi che fa con li suoi favoriti dentro del Serraglio; e sopra d'essa vi è una mano di stanzie dove si conservano tutti li fornimenti da cavallo, li quali avendo io veduti, posso affermare che sono di straordinaria bellezza e ricchezza, perchè vi sono selle, briglie, pettorali e groppiere, rimesse di gioie d'ogni sorte, con tanta vaghezza ed artificio e in tanta quantità che rende stupore ad ognuno che le vede, perchè eccedono alla immaginazione. Contigue a detta stalla vi sono alcune fabbriche per servizio dei ministri del Divano pubblico, attaccato alle quali vi è il Casnà che si chiama tesoro di fuori, il quale quando è serrato sta sempre sigillato col sigillo del Bassà primo Visir; e nel medesimo cortile, quasi al paro del Divano, ma dentro ad esso, alla parte sinistra, vi è la porta della Regina, custodita e guardata da una mano di Eunuchi negri. Il fine di questo vago e delizioso cortile termina alla terza porta del Re per la quale si entra dentro nel Serraglio riservato alla sola persona imperiale, e schiavi che lo servono. Nè in questa porta può entrare alcuno senza volontà dell'Imperatore, parlando dei soggetti di condizione; ma altri da servizio, come medici e quelli che attendono alle dispense ed alle cucine possono entrare, con licenza del Capi Agà che è il maggiordomo maggiore, a cui è raccomandata la guardia d'essa; e sempre vi assiste, per avere vicine le sue stanze con li suoi Agà, Eunuchi come egli, e sono tutti bianchi. In modo che quando si rappresentano delle cose di queste porte di dentro, la maggior parte è per relazione, perchè non si può vedere o se si vede in alcuna minima parte, ciò segue in occasione che il Re si ritrovi assente, e si viene introdotto da qualche favorito per una delle porte del mare; il che riesce con molta difficoltà, per il rispetto nel quale vogliono che sia tenuta la persona reale, ed anco le sue stanze.
Ora, passata questa terza porta, la quale anco essa ha un bellissimo porticale, ma senza arme, subito, si può dire, si entra alla già detta stanza deputata alle pubbliche udienze delli Ambasciatori e Bassà; e si scopre, entrandovi, un altro bellissimo cortile sotto lastricato di finissimi marmi e lavorato a mosaico, con fontane e fabbriche da tutte le parti sontuosissime, perchè sono per lo più dove il Re abita per mangiare e per fare le sue ricreazioni.
Io, con l'occasione d'essere il Re ritornato fuori alla caccia, per la stretta amicizia che teneva con il Chiecaia, che è il maggiordomo del Bostangi Bassi, che vuol dire capo delli giardinieri dei Re, ebbi comodità d'entrare con la scorta di lui nel detto Serraglio per la porta del mare, e fui condotto a vedere diverse stanze ritirate del Re, diversi bagni ed altre cose molto deliziose e curiose, così per la ricchezza dei lavori a oro, come per l'abbondanza di fontane. In particolare vidi un appartamento di stanze d'estate posto sopra una collinetta, così ben inteso di sala e camere, e così vago per lo sito, che appariva essere luogo ed abitazione di Re; così grande era il Divano, cioè la sala, aperta dalla parte del levante, colline bellissime, che guardava sopra un laghetto di forma quadra, fatto artificiosamente da alcune fontane in numero di trenta, tirate e compartite sopra un corridore di pietra di marmo finissimo che circondava questo lago.
So che le fontane gettavano l'acqua da quel corridore nel lago, e l'acqua di esso si scolava poi con alcune seriole in alcuni giardini che rendevano il luogo deliziosissimo; per lo corridore potevano camminare due uomini al paro, e girandolo godere di quelle fontane che facevano un continuo e soave mormorio; e nel lago vi era un brigantino assai piccolo, nel quale mi fu detto che entrava spesso la Maestà Sua con buffoni e matti, per farsi vogare a ricreazione, e per far loro qualche burla di sballarli nell'acqua, come spessissimo, camminando con loro per lo corridore, gli faceva far tombole per traboccarli nel lago. Vidi anco da detto Divano per una finestra la stanza del letto di Sua Maestà, la quale era di grandezza ordinaria, aveva li muri alla usanza incrostata di pietre, cioè maioliche, che mostravano macchie di fiori di diversi colori che facevano bellissima vista. Sopra le porte vi erano portiere ordinarie di panno d'oro di Brussia, con fregi di velluto cremisino, ricamato d'oro con molte perle sopra. La lettiera era simile a una trabacca alla Romana, con le colonnette d'argento profilate d'oro; in luogo di pomelli aveva lioni di cristallo, e il fornimento era di panno d'oro e verde, pur di Brussia, senza sguazorone, in luogo del quale erano alcuni merli fatti di perle, che mostravano essere di gran valore e molto ben composti; li stramazzi erano poco più d'un palmo alti da terra, ed erano pur di broccato d'oro, come erano anco li cuscini, in suolo così di questa come delle altre stanze, con li suoi sofà, che sono li luoghi dove sta a sedere, alti da terra mezzo braccio incirca; tutti erano coperti di ricchissimi tappeti Persiani di seta e d'oro, e li stramazzi da sedere e cuscini da appoggiare erano di bellissimi broccati d'oro e seta. E in mezzo il Divano vi vidi pendente un fanò assai grande di forma rotonda, con li termini d'argento rimessi d'oro, di turchine, rubini e smeraldi, e gli intermedii erano di finissimo cristallo, che faceva una bellissima vista. Per le mani vi era un bacinetto piccolo con il suo ramino tutto d'oro massiccio, tempestato di turchine e rubini bellissimi che facevano una gran vista. Dentro al detto Divano vi era un luogo da tirare di freccia, dove vi vidi archi e freccie bellissime; e mi furono mostrate passate fatte con freccie dal forte braccio del Re, così grandi che mi diedero maraviglia.
La stanza nominata Divano pubblico, vi è un appartamento fatto già non molti anni sono; è un quadro di stanze da servizii, di passa otto incirca per ogni verso, con una retrostanza da servizi, ed un'altra stanza a canto posta a mano destra nell'entrare, divisa solamente dal Divano da termini che fanno entrar in essa; fuori poi dalla porta di esso vi sono due casette di tavole posticcie per abitazione dei ministri, oltre le altre poco discosto, disposte alla spedizione dei negozii.
In questo Divano, che è chiamato il pubblico, perchè pubblicamente ed indifferentemente ogni sorta di persone vi può concorrere a dimandare giustizia e spedizione delle grazie, liti e cause che hanno di qual si voglia sorte, si radducono quattro giorni della settimana (la quale finisce il venerdì, per esser quello il giorno della sua festività; e sono li giorni della sua riduzione il sabato, la domenica, il lunedì, il martedì) il primo Visir con tutti gli altri Bassà, li due Cadì Leschieri di Grecia e Natolia, che sono li capi delli Cadì di quelle due provincie; e li Cadì sono uomini professori della legge che per privilegio governano come Rettori in tutti i luoghi e città dell'Imperio; li tre Tefterdari, che sono come i questori Romani, e quelli che hanno cura di riscuotere le entrate regie, e che sborsano il danaro alle milizie ed altri stipendiati della Porta; il Reschisop, che è il Cancellier grande; il Nisangi, cioè quello che segna li comandamenti e le lettere con il segno regio, li secretarii di tutti li Bassà ed altri grandi con un numero di notari, assistendo sempre alla porta di detto Divano il Ciaus Bassi che è il capo delli messaggieri, per non dire comandadori, con buon numero di detti Ciaussi per obbedire alli ordini del Bassà; il quale Ciaus Bassi porta un bastone d'argento in mano; e gli altri per premio servono per lettere e per portare ambascerie per capitani, per guardiani, ed in fine per cose simili; e tutti si radducono all'alba.
Li Bassà tutti, entrati nella stanza del Divano, si siedono in faccia dell'introito sopra una banca attaccata al muro, un dopo l'altro, alla destra, come lato inferiore, del primo Visir; ed alla sinistra sopra la medesima banca siedono li due Cadì Leschieri, cioè prima quello della Grecia, come provincia più nobile e stimata, poi quello di Natolia; ed alla destra nell'entrare stanno pur a sedere li tre Tefterdari, li quali hanno dietro di loro nella stanza già detta tutti gli notari, li quali stanno a sedere in terra con carta e penna in mano, e sono pronti a scrivere quanto occorre e gli viene comandato; ed all'incontro d'essi Tefterdari, ch'è dall'altra parte della stanza, pur sopra una banca, vi sta il Nisangi con la penna in mano circondato da' suoi ministri, stando nel corpo e nel mezzo di detta stanza tutti quelli che pretendono udienza. Ridotti che sono, danno principio alla spedizione delli concorrenti pretensori, li quali tutti senza avvocato, usando di trattare le loro cause da per loro, fanno capo dal primo Visir, il quale, se vuole, può spedire il tutto, perchè tutti gli altri Bassà mai parlano ed aspettano di essere ricercati da lui, o di essere delegati giudici come spesso occorre; perchè il primo Visir, gustato che ha la sostanza della causa, per liberarsene, se è civile legale la rimette ai Cadì Leschieri, se è dei conti alli Tefterdari, se è di falsità, come sovente occorre, alli Nisangi, se è di negozio mercantile concernente difficoltà di probazione, a qualcheduno delli altri Bassà, liberandosi in questo modo se gli pare del carico che ci ha, di mano in mano, e riservando a se quello che gli pare di grave interesse fra nazioni forestiere, e che per qualche via gli potesse giovare. E in dar le spedizioni, si trattengono tutti fin a mezzogiorno, che viene l'ora di pranzo, nel qual tempo comparendo uno delli scalchi destinati a tal servizio, prende la parola del primo Visir di portar il cibo. Vengono immediatamente licenziati della stanza tutti li particolari, e restando libera la stanza, sono poste le mense in questo modo: innanzi al primo Visir sopra d'un scabello è posta una mezolera di rame stagnata, rotonda e grande come un fondo di botte, alla quale mangia esso primo Visir con uno o ver due delli altri Bassà, li quali mangiano tutti insieme; il medesimo alli Cadì Leschieri, alli Tefterdari ed alli Nisangi. Alcuni serventi pongono a tutti sopra li ginocchi un fazzoletto per preservarli le vesti, e li portano le vivande dopo aver empito all'intorno quelle mezolere di molto pane di varie sorte, ma tutto tenero e buono. Le vivande gli vengono portate ad una ad una e poste in mezzo di quella mezolera in un piatto da loro chiamato tepsi, capace e grande; e finita una, levano quella e gli ne portano un'altra, essendo il mangiare ordinario castrato, galline, colombini, oche, agnelli, pollastri, minestre di risi e legumi, acconcie in diverse maniere, qualche torta per postpasto, e così in breve tempo spediscono, mangiando dell'avanzo di queste tavole tutti gli altri ministri del Divano, ai quali anco di più viene dalle cucine somministrato quello di più che li potesse bisognare.
Alli Bassà ed alli grandi alle volte viene portato il bevere ed il sorbetto in alcune scodelle di porcellana grande, poste sopra di alcuni piatti della medesima, o vero di cuoio miniato d'oro; gli altri non bevono, e se hanno sete si fanno portare dell'acqua cavata dalle fontane vicine. Nel medesimo tempo che mangia il Divano, mangiano anco tutti gli altri ministri e custodi, li quali per l'ordinario non sogliono essere meno di cinquecento bocche, nè a questi si dà altro che pane e sorba, cioè minestra. Finito il desinare, il Bassà primo Visir attende a negozii pubblici, e consigliando con chi gli piace e come gli piace con li altri Bassà, risolve da per se il tutto, e lo prepara per portar dentro al Re; essendo costume ordinario delli quattro giorni del Divano andar in due di essi a dar conto alla Maestà Sua, cioè la domenica ed il martedì, di tutti li negozii spediti; per lo qual effetto dà udienza il Re ancor egli; fatto il pranzo, passa dalle sue stanze nella stanza del Divano, e va dentro, ove sentandosi manda a chiamare per uno a questo deputato, che è il Capegiler Chiaiassi, che porta un bastone d'argento lungo in mano, prima li Cadì Leschieri, li quali levatisi con il far riverenza al primo Visir partono, ed accompagnati da detto Capigiler e dal Chiaus Bassi, che tutti due vannogli innanzi con gli bastoni d'argento in mano, entrano dal Gran Signore, al quale danno conto di quanto aspetta al loro carico, e spediti partono e ritornano a drittura alle loro case. Dopo questi sono chiamati li Tefterdari, li quali usando li medesimi termini si trasferiscono al Re, e spediti li loro negozii si licenziano, e danno luogo alli Bassà, li quali vanno per ultimi in schiera uno dopo l'altro; e capitati in Divano, alla presenza del Re, con le mani giunte ed il capo basso, come fanno tutti gli altri, solo il primo Visir è quello che parla e dà conto di ciò che gli pare, mostrandogli i memoriali ad uno ad uno; e poi rimettendoli in una borsa di raso cremisino, li pone con grande umiltà a canto al Re; e se non viene ricercato d'altro, senza che gli altri Bassà mai parlino, si partono e vanno a montar a cavallo fuori della seconda porta già detta, ed accompagnati dai suoi e da altri, massime il primo Visir, vanno alli suoi Serragli. E così resta finito per quel giorno il Divano, che può essere ora di vespero.
È da sapere che alle volte vanno nel detto Divano gli Agà delli Gianizzeri ed il Capitano del mare, quando si trovano in Costantinopoli, che hanno negozii; ma questo solo, gli giorni che si entra al Re, può entrar anco egli, però con li Bassà, e dar conto dei negozii aspettanti all'arsenale ed all'armata; il luogo del quale è in Divano sopra la banca delli Bassà, ultimo di tutti; ma se fosse Bassà Visir, come spesso occorre, siede in questo caso al suo luogo al numero designatoli di secondo o terzo, come sta la sua elezione. E l'Agà delli Gianizzeri, il quale non siede in Divano, ma dentro della seconda porta del Serraglio, a man destra sotto il portico, quando gli occorre andar dal Re, vi va prima delli altri già detti, ed uscito torna a sedere al suo luogo fino al finire del Divano, ed è l'ultimo delli grandi a partire.
Erano soliti gli Imperatori passati e questi presenti non tralasciare alle volte di trasferirsi per entro delle sue stanze ad una finestra che guarda in Divano, e risponde sopra il capo del primo Visir, alla quale sta una gelosia spessa per non esser visto; da questa vede ed intende la Maestà Sua tutto ciò che si tratta in esso Divano, e particolarmente vi va quando ha da dar udienza ad alcuno Ambasciatore di Principe grande, per vederlo a mangiare con li Bassà, e per intendere ciò che si ragiona. E questo fa gran servizio alla giustizia, perchè teme il Bassà primo Visir sempre della sua testa, e si regge perciò con molta circospezione.
Quando occorre agli Ambasciatori di teste coronate baciar le vesti al Re, questo si fa per lo più la domenica o il martedì, giorno del Divano destinato alla udienza del Re; e ciò si fa per non dar incomodo negli altri giorni alla Maestà Sua. Ed allora il primo Visir comanda Divan grande, che vuol dire convocazione di tutti i grandi della Porta, di tutti li Ciaussi, di tutti gli Mutefaragà che sono lancie spezzate, di tutti gli Spahì che sono le milizie a cavallo, e tutti gli Gianizzeri che sono le milizie a piedi, le quali sotto li loro capi sono comandate a vestirsi meglio che possono e ridursi alli luoghi loro ordinarii che sono nel secondo cortile; comparendo compartiti in modo che rendono e fanno vista bellissima, perchè sono molto riccamente vestiti, portando nelli turbanti e loro scuffie pennacchi d'ogni sorte bellissimi. Ed accomodato il Divano, nel quale quel giorno si fanno pochissime faccende, manda il primo Visir il Ciaus Bassi con molti delli suoi Ciaussi a cavallo a levar l'Ambasciatore; e condotto in Divano si fa sedere dirimpetto al Bassà primo Visir sopra un scagno senza appoggio, guarnito di broccato; e dopo un pezzo di ragionamento piacevole, comanda il Bassà che si porti il desinare, il quale vien portato dall'ordinario scalco in quel modo che è stato detto, e mangia l'Ambasciatore con il primo Visir ed uno o due delli altri Bassà; nè altra differenza si scuopre dal solito, se non che il mezolaro è più grande e tutto d'argento, e le vivande sono in maggior copia e più delicate, sborsando la Maestà Sua per ognuno di tali banchetti scudi mille d'oro a quello della dispensa. Al banchetto vi assiste sempre il Dragomanno, per potere ragionare ciò che occorre, e si sta trattenendosi, fino che il Re manda ad avvisare d'essere all'ordine, e che abbia fornito di desinare la corte dell'Ambasciatore, alla quale è apparecchiato sotto un porticale, in terra, sopra alcuni bulgari in luogo di mantili, e le vivande sono positive e con ordine. Fornita tutta la cerimonia del banchetto, si ritira l'Ambasciatore con tutta la sua corte in un certo luogo vicino alla porta del Gran Signore a sedere, sino che tutti gli ordinarii del Divano siano andati alla udienza del Re. Usciti, fuorchè gli Bassà che restano per servire alla Maestà Sua per onore, poi è chiamato l'Ambasciatore dal mastro delle cerimonie, e condotto sino alla porta; dove essendo il Capi Agà con un'ala di Eunuchi Agà, viene condotto sino alla stanza del Gran Signore, alla porta del quale stanno due Capiggi Bassi delli detti, che lo pigliano uno per braccio; ed accompagnato a baciar la vesta della Maestà Sua, è dalli medesimi ritornato in dietro al muro della stanza; dove fermatosi l'Ambasciatore fino che li detti Capiggi Bassi abbiano accompagnato tutti li destinati a baciar le vesti ad uno ad uno, introdotto il Dragomanno, espone al Re la sua commissione: alla quale per il più delle volte non risponde il Re cosa alcuna, ma solo il Bassà primo Visir dice qualche parola a proposito per licenziarlo; e così l'Ambasciatore si parte con far riverenza al Re, senza levarsi la berretta.
È curiosa cosa sapere questo particolare, che non è persona così d'ambasceria come d'altri, che vada a baciar le vesti alla Maestà Sua per licenziarsi da lei, che non sia vestita di veste del Re. Però il primo Visir, innanzi che vadano gli Ambasciatori al Divano, gli manda a presentare quante vesti sono descritte nel Canon per li Ambasciatori e suoi gentiluomini, le quali poi si portano piegate, nè si vestono se non all'entrare che si fa alla porta che va al Re: e dette vesti sono di diverse sorte, cioè una, o due per li Ambasciatori di quelli broccati di Brussia d'oro e di seta, e le altre, se bene li lavori sono di Brussia, sono di poco valore. È anco vero che all'incontro non è alcun Ambasciatore che vadi al Re, e Bassà, che ritorni da governo, che baciando le vesti non lo presenti giusto al Canon ordinario puntualmente osservato, tenendosi questo libro molto ben custodito, per non perdere le buone usanze, sì che per questa ragione è molto maggiore l'entrata che l'uscita; perchè gli Bassà oltre l'ordinario del Canon fanno a parte grossissimi presenti e ricchissimi di cose squisite e rare, accompagnate alcune volte secondo la qualità delli Ambasciatori, per conservarli favoriti ed in grazia.
Gli altri Ambasciatori, che non sono di teste coronate, se bene sono vestiti di vesti del Re in presente, non entrano però con questa gran pompa in Divano, nè ricevono il banchetto, ma vanno come gli altri soggetti grandi privatamente, portando il presente, alcuni sedendo alla presenza del Bassà ed altri non sedendo, fino che vengono poi condotti al Re nel modo sopraddetto.
Avendo fin qui descritto il Serraglio e le fabbriche in esso esistenti, per quello si è potuto vedere ed intendere, con qualche altro particolare appresso dell'uso d'esso, entrerò a narrare di quelli che l'abitano, e del loro ministerio. Dirò prima che tutti quelli che si ritrovano in detto Serraglio, così uomini come donne, sono tutti schiavi dell'Imperatore, come sono tutti quelli che sono sudditi nel suo grande Imperio; perchè in esso non è altro capo che il Re, riconoscendo tutti l'essere e l'avere dalla semplice volontà della grazia di lui. E puotesi con verità affermare e dire che questo Serraglio riesce come un seminario di soggetti, li quali secondo la loro riuscita e naturale disposizione vengono ad essere quelli che subornati reggono con principalissimi carichi la macchina di così amplo Imperio.
Tutti quelli che stanno dentro dalla terza porta chiamata porta reale, io credo che non eccedono, per l'informazione che avetti, fra uomini e donne al numero di due mila; le donne saranno da trecento in circa, giovani, belle, atte, ridotte e abbracciate dal Re, vecchie da governo, e altre da servizio.
Quelle che sono tenute in luogo di belle, sono tutte giovani d'esterne nazioni state prese o rubate, ed educate in buone creanze con altre virtù di sonare, cantare, danzare e ben cucire, sono poi state donate alli Re per presenti nobilissimi, come vergini virtuose e stimatissime fra i Turchi; e di queste tali si accresce il numero ogni giorno, secondo che vengono mandate a presentare dal Tartaro, dalli Bassà, e da altri grandi al Re ed alla Regina, e le mette anco, secondo che pare alla Maestà Sua per qualche accidente di farne passare da questo Serraglio al Serraglio vecchio, che anco egli è un luogo amplissimo, come a suo luogo si dirà.
Queste, entrate in Serraglio, siano di che religione esser si voglia, s'intendono immediatamente turche; alle quali non si usa di far altro, che di farli alzare un dito e dire Mehemet; e secondo le loro età e disposizioni, esaminate da una vecchia nominata Cadum, che vuol dire maggiordoma maggiore, sono collocate in una stanza ad abitare e vivere fra le altre della medesima età e del medesimo genio. Ed è da sapere che in quelli appartamenti di donne si vive come si fa ne' monasterii di monache grandi, perchè hanno li suoi refettorii e dormitorii grandissimi, che capirebbono fino al numero di cento d'esse. Dormono sopra li sofà posti al lungo della stanza dall'una e dall'altra parte, sì che resta una capacissima strada nel mezzo di poter camminare; li loro letti sono di schiavine e felzade, e per ogni dieci giovani donne dorme una vecchia. Nelle stanze stanno di notte diversi ferali accesi, pendenti dal cielo d'essa, e così compartiti, che da per tutto si può comodamente vedere; e ciò per divertire il male e per lo bisogno che gli potesse occorrere; appresso detti dormitorii vi sono li suoi bagni, le cucine, e l'uso per la necessità, con abbondanza di fontane per lo bisogno delle acque, e diverse altre stanze sopra essi dormitorii, dove si riducono a cucire, e dove tengono li suoi sanduchi, che sono forzieri per custodire li loro vestimenti. Mangiano poi a camerata nelli loro refettorii sopra il piano del sofà e sopra corami di bulgaro che servono per mantili, e vengono servite da altre donne secondo il loro bisogno, sì che non restano in mancamento alcuno. Hanno li loro luoghi da ridursi alle scuole per imparare a leggere, parlar turco, a cucire, a sonare, e con le loro madri che sono donne di età vivono e stanno tutto il giorno con qualche ora anco di ricreazione, perchè non gli mancano giardini nè piaceri quanti ne vogliono fra di loro.
Il Gran Signore per l'ordinario non vede nè pratica queste tali giovani, se non quando gli vengono presentate, e dopo, in caso di volere qualcheduna d'esse per suo uso, o vero per vederla a giuocare, o sentire a suonare; per tal effetto fa sapere alla Cadum governatrice il suo desiderio, la quale immediatamente fa porre le giovani che paiono a lei bellissime all'ordine di tutto punto, apparecchiate e poste in fila dall'una e dall'altra banda della stanza, e introduce il Re, il quale passando fra di loro più d'una volta e quanto li piace, adocchia quella che più gli piace ed aggrada, e nel voler partirsi li getta uno de' suoi fazzoletti in mano, segno di volerla quella notte a dormir seco. Questa, avuta così buona nuova, si pone quanto può l'arte, e governata e profumata dalla Cadum, dorme la notte con il Re nelle stanze regali, nell'appartamento delle donne, che sta sempre preparato per tal effetto: e nel dormire la notte dalla Cadum le vengono assegnate alquante More vecchione, le quali a vicenda, due ogni tre ore, li stanno in camera, dove sta una delle dette More vecchie e l'altra dai piedi del letto, e si mutano senza strepito, sì che il Re non possa sentire alcun disgusto.
Nel levar che fa la mattina il Re si muta tutto di vestimenti e lascia alla giovane quelli che aveva in dosso con tutti li danari che nella scarsella si trovano; e passato ad altre sue stanze li manda quel presente di vesti, gioie e danari, quello che gli piace corrispondere alla soddisfazione e gusto ricevuto; il medesimo modo fa con tutte le altre che gli danno nell'umore, continuando più con l'una che con le altre, secondo il gusto e l'affezione che gli porta; e quella che riesce gravida, è medesimamente nominata Sultana Regina, e se fa un maschio, con grandissime feste viene confermata.
Ha detta Regina il suo appartamento di stanze nobilissime e gli viene immediatamente formata la casa di servitù d'ogni sorte; e gli assegna il Re entrata sufficientissima per poter donare e spender largamente in tutto quello che gli bisognasse; e tutte del Serraglio la riconoscono per tale con molto onore e riverenza. Le altre donne, se bene figliano, non sono chiamate Regine, ma Sultane solamente, per avere avuto commercio carnale con il Re; e sola è nominata Regina quella che si trova madre del Principe successore all'Imperio. Le quali Sultane, per esser praticate dal Re a suo piacere, hanno anche esse questa prerogativa d'esser immediatamente levate del comune delle altre, e poste a parte, con assegnamento di stanze, con servitù, e ricevono assegnamento di tanti aspri al giorno per li loro bisogni; nè li mancano vestimenti d'ogni sorte bellissimi, per potere comparire fra le altre sontuosissime.
Tutte queste Sultane praticano con molta dimestichezza e con altrettanta dissimulazione fra loro, per non dar disgusto al Re, perchè essendo schiave e vivendo con gran timore e gelosia della Maestà Sua, ognuna si sforza di darle nell'umore, per esser più favorita ed accarezzata delle altre; e se per caso occorresse che il figliuolo maschio della prima, detto il Principe, morisse, e che un'altra avesse partorito il secondo figliuolo, questa del secondo, per subentrar Principe il figliuolo, sarìa Regina, e la prima restarìa Sultana; e così di mano in mano cammina la successione con il titolo.
La Regina viene alle volte sposata dal Re ed alle volte resta senza il Chibin, che vuol dire senza il segno di dota e senza la cerimonia del contratto nuziale, che altro non è, secondo il costume turchesco, che alla presenza del loro Muftì, che è come il Pontefice, dà l'assenso del matrimonio del quale si fa l'oggetto, cioè instrumento autentico, declaratorio non solo della volontà delli contraenti, ma della dote che li assegna il Re. La causa perchè rare volte sono sposate le Regine, è per non smembrare il patrimonio reale di circa un mezzo milion di zecchini di entrata all'anno; ch'è quello che Selim Imperatore, avendo voluto fare tale solennità, lasciò per Canon che dovesse esser dato in dota all'Imperatrice moglie, perchè avesse comodo di spendere largamente, di fabbricar moschee ed ospitali, e farsi per ogni verso onorare e stimare. Ed essendo ora dette entrate applicate ad altro, difficilmente li Bassà grandi consigliano li Re a doverlo fare; anzi quando possono, gli persuadono ad astenersi, perchè non vedono volentieri più d'un capo dominante nell'Imperio: ma con tutto ciò, sposate o non sposate, come madri del Principe si chiamano Regine, e per tali sono conosciute ed onorate con presenti, e particolarmente viene riverita e servita dalla guardia che tiene alla sua porta, il Chislaragà, che è un Moro Eunuco capo delli Eunuchi Mori, tutti tagliati; il quale con un numero di forse trenta simili a lui, sta sempre alla custodia della detta porta ed al servizio della detta Regina e per dette Sultane: le quali non escono mai del detto suo Serraglio se non con la persona del Re che le conduce tutte o parte, come più li piace, ad altri Serragli di piacere; e nel passare che fanno per le strade vengono esse strade serrate ed oscurate con tele; e nelli caicchi e cocchi che montano, mai vi stanno presenti altri uomini che i loro Mori Eunuchi infino che sono montate e serrate nelle poppe delli detti caicchi, ovvero cocchi, che mai possono esser vedute, come mai da altri praticate che dal Re solo.
Le zie, le sorelle e li figliuoli del Re stanno nel medesimo Serraglio nelli loro appartamenti, servite regalmente, e vestite sontuosissimamente, e vivono in continui piaceri fra loro, fin che piace al Re di maritarle; nel qual caso escono dal detto Serraglio con una cassa, così si dice, che gli viene fatta dalla Maestà Sua, di vesti, ori e gioie per il valsente almeno di cinquecento mila sultanini, che sono zecchini, portando esse seco quello di più che sanno nascondere delle cose preziose che a loro sono state donate; sì che alle volte suol ascendere a gran somma, e le tiene comodo per tutto il tempo della loro vita. E se sono amate dalli Re, conducono seco quante schiave del Serraglio, cioè al numero di 15 o 20, con quelli Eunuchi che gli sono più cari, per il loro servizio.
Queste, nominate anco esse Sultane, ritengono in vita lo stipendio che avevano dentro, che è di mille e cinquecento aspri al giorno, intendendosi li aspri 120 il zecchino, facendo il medesimo le schiave e gli Eunuchi; anzi che della Porta e del Casnà regio gli viene fornita la casa e tutto per suo particolar servizio, di tutto quello che è necessario per lo vivere alla grande come Sultana, sì che vengono a star meglio fuori di quello facevano dentro; e se il Bassà marito non avesse Serraglio capace e nobile, ne gli viene dato uno dal Re, dei molti che ne ha, per conservare in quella riputazione che conviene alla grandezza loro. All'incontro il marito nel sposarla li fa contraddote, che si dice chibino, almeno di cinquecento mila sultanini, e presenti di vesti, gioie, e pennacchi, ed altri fornimenti necessarii per somma molto considerabile, essendo il vestire delle Sultane d'abito comune a tutte le altre, e come quello che portano gli uomini, nondimeno molto superbo e costoso; il che riesce di gran spesa alli mariti Bassà, con tutto che mai praticano con uomini ma molto con donne, e per lo più con quelle del medesimo Serraglio del Re, dal qual però uscite come, ho detto, non possono più entrarvi, se non con licenzia della Maestà Sua.
Queste Sultane mogli di Bassà sono padrone delli mariti, e gli comandano a suo piacere; portano sempre il cangiar, che è il pugnale gioiellato, in segno del predominio, e chiamano li loro mariti schiavi, facendoli del bene e del male secondo la soddisfazione che ne ricevono, e l'autorità che hanno con il Re; ed alle volte li repudiano per pigliarne un altro, ma ciò non farebbono mai senza licenza del Re, che sarìa con la rovina e morte loro.
Le altre donne alle quali non tocca in sorte d'esser favorite dal Re, vivono con le altre a tinello, lambiccando la sua gioventù in mali pensieri fra di loro; e venendo vecchie, servono per maestre e governatrici delle giovani che ogni giorno capitano nel Serraglio, reputando in così mala congiuntura gran ventura di essere per qualche accidente mandate fuori nel Serraglio vecchio; perchè di quel luogo possono esser mandate, secondo la benevolenza di quella governatrice, ed anco quello che si trovano di sparagnato ed avanzato delle paghe e presenti ricevuti, che può essere di qualche considerazione; perchè nel Serraglio sono sempre avvantaggiate dalle Sultane di molte cose che loro avanzano, oltra la paga corrente, che suol essere loro fatta dal Casnà del Re, di aspri cinque sino a quindici al giorno per le donne mezzane, e da tre sino a cinque per le basse, e questo per ognuna di loro. Le sono pagate di mesi tre in mesi tre, senza punto differire, come viene fatto ad esse Sultane, secondo l'assegnazione fattagli dal Re, da mille fino a mille e cinquecento aspri il giorno, avendo oltre di questa paga quante vesti vogliono, e gioie quante piace al Re donarli; ed esse donne di servitù ancor esse hanno due vesti di panno all'anno, una pezza di tela chiara per camicie di venti braccia, e da carnevale una vesta di seta per una, ed anco qualche altra cosa, secondo il gusto e la liberalità della Regina e del Re: il quale di questo tempo con le donne vuole allargar la mano, con donar alle Sultane vesti foderate di preziosissime pelli, e lavori di gioie di grandissimo valore, come puntali, pennacchi e orecchini, manini per le mani e per le gambe, e cose simili, di quali cose abbonda il Re, per li presenti che gli vengono fatti, indicibilmente. Vengono anco dette Sultane in tal giorno presentate dalli Bassà ed altre Sultane di fuori, che lo fanno per conservarsi con il mezzo loro in grazia del Re, di cose ricchissime e bellissime ed anco di danari, li quali gli riescono più cari delle altre suppellettili, perchè essendo avarissime, accumulano e spendono quietamente in altre cose che desiderano, ma particolarmente procurano conservarli per ogni accidente che gli potesse occorrere, in specie in occasione della morte del Re; perchè dalla Regina in poi, che resta nel Serraglio, madre del successore Principe, tutte le altre deplorate perdendo il titolo di Sultane, immediatamente sono mandate in Serraglio vecchio, lasciando le figlie e figliuoli, se ne hanno, nel Serraglio del Re, per custodirsi sotto il governo di altre donne a questo deputate. Ed in questo caso ritrovandosi con molta facoltà vengono facilmente maritate in persone grandi, o vero di mediocre condizione, secondo il loro avere e volontà della governatrice del Serraglio vecchio, con l'assenso però del Re, il quale per lo più vuol sapere oltra il soggetto che dote li fa, essendo costume che gli uomini fanno le doti alle mogli, al contrario in tutto che si usa fra i Cristiani; le quali doti conseguisce la moglie in caso che fosse repudiata dal marito senza suo consenso, e vedovando. Onde per ciò sovente occorre vedersi che la figliuola di un Re, Sultana, sia maritata in un Bassà, e che la madre di quella figlia sia moglie d'un soggetto disuguale di titolo e di ricchezza del genero, di che non si tiene conto alcuno.
Nel Serraglio regale si introduce per mezzo delle Sultane, che intercedono licenzia dal Re, spesso qualche Ebrea, sotto colore d'insegnarli qualche bel lavoro, o vero d'aver almeno segreto medicinale: le quali, introdotte con il presentare molto a quelli Eunuchi della guardia della porta della Sultana, si fanno così domestiche che divengono padrone di tutte queste donne, portandoli dentro e fuori ciò che vogliono per vendere e comprare; e da qui nasce che tutte le Ebree che hanno pratica nel Serraglio si fanno tutte ricchissime, perchè quando portano dentro comprano a buon mercato e vendono caro, e quando portano fuori di nascosto, che sono gioie per lo più bellissime d'ogni sorte, vendendole quanto vogliono ai forestieri, rispondono a quelle donne semplici che non sanno, e temono d'esser scoperte, quanto a loro pare: e per queste cose, del Serraglio escono cose bellissime e anco ad onesto prezzo. Se ben queste infelici Ebree fanno infine infelicissima riuscita, perchè essendo discoperte ricche e fraudolenti, vi lasciano la roba e la vita per mano del Bassà, o delli Tefterdari, li quali nel bisogno di danari si immaginano di dar in tali soggetti, stimando per questa via di far restituzione al Re del mal acquistato e rubato.
Queste donne di Serraglio vengono castigate secondo le loro colpe molto severamente, poi che dalla loro superiora sono fatte battere; se restano inobbedienti, se insolenti e temerarie, sono per ordine del Re mandate in Serraglio vecchio, come contumaci, e restano spogliate di quanto pare alla maggiordoma di ritirargli; e se per qualche stregheria o altro gravissimo errore fossero ritrovate colpevoli, sono poste in un sacco e ben legato di notte sono mandate ad annegare; sì che convengono stare molto ubbidienti e contenersi nei termini di onestà, se vogliono passare la vita loro con buona fine. Perciò non è lecito ad alcuno di mandarli dentro cosa alcuna con la quale possono usare disonestà; e se vogliono mangiar zucche o cocomeri, se gli danno dentro spezzati, per levar loro l'occasione di far male, essendo giovani morbide, ben nutrite, e senza dubbio inclinate al peggio.
Essendomi sbrigato a parlare delle donne, entrerò a narrare il numero delli Azamoglani, che servono in esso Serraglio, ed il loro esercizio. Questi possono essere in circa 700, di età dalli 17 fino a 25 e 30 anni il più, e sono la maggior parte Cristiani rinnegati, di quelli delli Cristiani, che gli raccolgono ogni tre anni alla Morea e da tutte le provincie d'Albania, le quali decime si distribuiscono in questo modo. Possono essere li decimanti or più or meno, secondo la diligenza e discrezione delli Capiggi destinati a questo ufficio, e rare volte accedono al numero di duemila, levati alle famiglie dove si trovano più disposti, ed atti al servizio della guerra, che non passino l'età di anni 12 in 13; ed a parte ben custodita sono mandati in Costantinopoli, per farne la compartita che si dirà.
Capitati tutti questi giovanetti alla Porta, sono vestiti di colori diversi, di panno di Salonicco con un cappello in testa di feltro giallo della forma d'un pan di zuccaro lungo, e condotti alla presenza del primo Visir, il quale per questo effetto è accompagnato dalli altri Bassà e ministri del Serraglio: fa egli la scelta di quelli che gli paiono più belli e più disposti per servizio della guerra. Fatta questa scelta, i medesimi tali garzoni, chiamati Azamoglani, condotti dentro del serraglio dal Bostangi Bassi che è il capo dei giardinieri, e distribuiti alli capi delle compagnie nelle quali ne è mancamento, vengono tagliati e fatti turchi, e destinati ad imparare la lingua turca; e secondo che si scopre la loro inclinazione, si fanno anco imparare a leggere e scrivere, ma a tutti indifferentemente è insegnato a lottare, il correre ed il saltare, il tirar d'arco, la zagaglia ed in fine tutti gli esercizii necessarii per la guerra.
Delli altri che restano, parlo delli decimandi, il medesimo Bassà primo Visir ne distribuisce per tutti li giardini ed altri Serragli di piacere del Re, in tutti li vascelli che navigano di ragione delle Sultane, e che vanno per legne ed altri esercizii del Serraglio, consegnandoli alli padroni d'essi, per doverli restituire ad ogni sua richiesta. Il medesimo fa alli artisti principali d'ogni sorte, acciò che imparino le arti da potere esercitare nelle camerate, quando saranno Gianizzeri, ed in particolare quando sono alla guerra; ne dispensa e dà ancora a tutti li Bassà e grandi della Corte quando ne vogliono per il loro servigio, cincignandogli per nome, segno e capelli, e con ricevuta sopra a un libro a questo destinato, per riaverli nel bisogno di rimettere le milizie dei Gianizzeri. E questi tali, dispensati a questi Bassà, sono delle più basse condizioni che vi siano, perchè vengono pigliati per servizio delle stalle, delle cucine e simili bassi servizii. E gli altri che restano vengono posti in diversi serragli sotto la custodia e disciplina dei suddetti Eunuchi a questo destinati, per fargli educare nell'esercizio dell'arme, perchè riescano atti a subentrare nel numero delli Gianizzeri, e in luogo dei morti per vecchi, non buoni per la guerra, in modo che tutti questi si può dire vengono conservati in un seminario per valersi in tutte le occorrenze: servendosi buon pezzo, e ben spesso il Re, la Regina ed il primo Visir in tutti li bisogni di fabbriche e altre fatiche necessarie, senza alcun rispetto. Fatta tutta questa distribuzione, il Bassà primo Visir li rappresenta al Re sopra un libretto, il quale vedutolo, fa assegnamento a ciascheduno di stipendio secondo che gli pare, al Canon ordinario, che è d'aspri due fino a tre e cinque per uno al giorno; e detto libro, sopra al quale è stabilito detto stipendio, formato di pugno regio, viene immediatamente per lo Bassà consegnato al Tefterdar grande, perchè a suo tempo li possa e debba far dare il suo pagamento; il quale Tefterdar ha obbligo di vestirgli ogni tre mesi che fa la paga, per vedere li morti, e per sopraintendere come vivono e sono governati.