Front matter (continued 2)
Reading edition
Tornerò a parlare del li Azamoglani del Serraglio, stimando non esser stato superfluo in questa poca descrizione fatta, perchè se non sarà stata a proposito nostro, riuscirà almeno curiosa a chi non l'avesse più sentita così distinta.
Questi giovani del Serraglio sono la più bassa gente che vi sia, perchè attendono alle fatiche, alle stalle, alle cucine, alli giardini, al tagliar legne e ad altri servizii bassi di bagni, di ogni altra cosa che occorre, come guardiani, vogar il caicco del Re, condur li cani alla caccia, ed attendere a quanto gli viene comandato dai loro capi, che sono decurioni e centurioni, e tutti poi subordinati al comando del Chiaia, che è il maggiordomo del Bostangi Bassi; ed hanno di stipendio aspri.... al giorno; e al medesimo Bostangi Bassi, che è sopra a tutti, gli può aspettare aspri... perchè è suo padrone e giudice e protettore; ed oltra il stipendio che hanno, come ho detto, hanno due vesti all'anno di panno, due pezze di tela per camicie e fazzoletti, o tanta rasa, o panno, che gli fa un paio di braghesse alla loro usanza, lunghe fino a terra, per uno. Vengono questi distribuiti dal detto Bostangi Bassi alli carichi ordinarii, compartiti secondo l'occorrenze, sotto capi ai quali hanno da obbedire. Li capi, per essere conosciuti dagli altri, hanno maggior paga, e portano alcune poste cinte a traverso, d'un bordo di seta di diversi colori: e li rendono assuefatti totalmente, a forza di bastonate, alle fatiche ed all'esercizio, che riescono tutti soggetti sofferenti ed atti ad ogni patimento. Hanno fra di loro li suoi termini e prerogative, succedendo per testa l'uno all'altro, sì che in fine, quando non sono per altra occasione mandati fuori, tutti possono aspirare al grado di maggiordomo ed anco di Bostangi Bassi, che è titolo eminente, che serve per timoniere alli caicchi del Re, e può portare per il Serraglio il turbante in capo. Può anco il Bostangi Bassi di questo carico passare, secondo l'amore che gli porta il Re, a quei gradi maggiori che si è veduto, di Capitano di mare, di Bassà del primo Visirato.
Questi Azamoglani non sono conosciuti nè praticati, perchè non possono uscire dal Serraglio, ma obbediscono alli comandamenti del Bostangi Bassi ed escono con lui e con altri a far delle suddette esecuzioni contro delle persone grandi, come e di quel modo che lor viene comandato dal detto Bostangi Bassi per ordine del Re. Fra questi vi sono anco dei Turchi naturali introdotti per broglio del Bostangi Bassi, per far cosa grata ai suoi amici che desiderano liberarsi de' figliuoli e porgli in luogo sicuro e vantaggioso: il che viene sempre eseguito con saputa e permissione del Re. Le stanze, li bagni, le cucine sono intorno alle mura del Serraglio, compartite a camerate, e disposte per lo comodo dei servizii spettanti al ministerio che sono destinati; e nel vivere si governano da per loro, come più li torna comodo, avendo il carniero a parte, li legumi per le minestre, e li fornari che gli danno il pane, separati; e per star vicini alle mura del Serraglio pescano e prendono buoni pesci, li vendono vantaggiosamente dagli altri. Dormono sempre vestiti, secondo l'ordinario costume de' Turchi, fra schiavine l'inverno, e felzade l'estate. Questi non veggono mai il Re, se non quando passa per li giardini per transferirsi a qualche giuoco, o in caicco, o vero quando va alla caccia, perchè di loro si serve come cani per cacciare le fiere, tanto sono lesti e gagliardi. E quando la Maestà Sua vuol stare nei giardini con le donne per piacere, escono fuori dalle porte del Serraglio a marina dove sono alcuni andei e spazii di terreno, nè entrano fino che non è partito, perchè con le donne mai stanno altri uomini che la persona reale, e gli Eunuchi negri; anzi, se per qualche verso alcuno del Serraglio facesse qualche prova in alcuna parte per volere vedere le donne, e che fosse scoperto, o accusato, immediatamente sarebbe fatto morire. Però quando si sa che il Re sta con le donne nei giardini, ognuno fugge più lontano che può, per starvi sicuro d'ogni sospezione.
Di questa sorte d'Azamoglani non si serve la Porta per rimettergli nel numero delli Gianizzeri, come si fa nelli altri Serragli che ho detto, che sono dispensati nelli altri Serragli per educare, e che sono portati a diversi soggetti; ma si serve il Re di questi per donarli ai suoi favoriti, quando mandandoli fuori del Serraglio in qualche governo principale, ne vogliono come conoscenti per lo servizio; e riescono ancor essi con il tempo uomini di onesta fortuna e condizione. E medesimamente si conservano per lo servizio reale in occasione di viaggio, cioè quando va alla guerra, o vero lontano da Costantinopoli, perchè per addrizzar padiglioni, portar forzieri e far molti servigii manuali che occorrono, bisogna che di questi almeno ve ne sia 500, e più.
Resta di trattare di quel corpo di giovani ed uomini che di onesta condizione sono tenuti in Serraglio, per servizio del Re e del Regno, per esser educati nelle leggi, nelle lettere, e nell'esercizio militare, per dover servire alla persona reale ed al governo di tutto l'Imperio; e questi per la maggior parte se ben sono schiavi Cristiani rinnegati, non di meno fra di loro vi sono anco de' Turchi, se ben pochissimi, naturali, giovinetti di bellissimo aspetto, introdotti per lo broglio del Capi Agà che è il cameriero maggiore, con l'assenso del Re; il che riesce di raro e con molta difficoltà, perchè l'antica istituzione fu che tali fossero sempre Cristiani rinnegati dei più civili e più nobili che si possono avere; e però, quando nelle guerre da mare o da terra occorre la cattura di alcun giovinetto conosciuto nobile, subito viene destinato per il Gran Signore, per essere educato ed applicato ai governi; e sono questi carissimi e stimatissimi, perchè ancora i Turchi affermano che dalla nobiltà del sangue riescono d'animo generosissimi, massime quando sono ben ammaestrati e disciplinati come si professa fare nel Serraglio, dove è gran rigore in tutti gli ordini delle discipline, per esser la superiorità in mano di maestri che sono per il più Eunuchi bianchi, li quali sono severissimi e scabrosissimi in tutte le loro azioni. Sì che per proverbio si dice che quando uno esce di quel Serraglio con aver passato tutti gli ordini di esso, riesce il più mortificato e paziente uomo del mondo, perchè le bastonate che sopportano e le vigilie che gli fanno fare per ogni minima trasgressione è cosa di meraviglia. E riescono così aspri, che moltissimi che si trovano vicini al fine del suo corso per dover fra pochi anni uscire uomini grandi di Serraglio, per non poter ad alto sopportar tante crudeltà, procurano di farsi cavar fuori con solo titolo di Spahì, o di Muttaffaragà, che è lancia spezzata del Re, con pochi aspri di paga al giorno, che patir vita così stentata ed insopportabile.
Il numero di questi tali non è prefisso, ma ora più ora meno, perchè quanti soggetti della natura che ho detto, che vengono donati al Re, tutti li riceve allegramente, quando però non eccedono l'età giovanile, per non dire puerile; e possono essere questi, così d'avviso, da trecento incirca.
L'ordine con il quale sono dispensati, subito capitati in Serraglio, certo è mirabile e documentale, e non da attribuirsi a barbari, ma a soggetti di singolar virtù e disciplina; perchè così intorno alla moralità dei costumi, per la compressione dei sensi, come alla compressione delle virtù intenzionali, e non meno al rito della loro legge e setta, ed alle discipline militari, sono ottimamente incamminati ed assiduamente ammaestrati.
Chiamano i Turchi Odà, che vuol dire stanza, quella che più propriamente per l'effetto diremo noi scuola; delle quali ne hanno quattro subordinate l'una all'altra. Nel primo Odà entrano tutti quando sono d'età puerile; e se non sono già fatti turchi, si fan ritagliare. Se gli espone prima la taciturnità, e precetto se gli commette a non parlar mai, se gli insegna la positura della persona in segno di servitù e di riverenza singolare verso il Re, che è di tenere il capo chino, gli occhi bassi e le mani davanti giunte ed incrociate.
Questi vengono veduti dal Re e registrati per il nome turchesco e per la patria in libro; ricevono stipendio dalla Maestà Sua, che è per l'ordinario da due sin a cinque aspri il giorno. La copia di questo libro viene mandata fuori al Tefterdaro grande, perchè a suo tempo li manda il predetto stipendio: poi da un Eunuco bianco sopraintendente, capo di altri maestri e ripetitori, vengono introdotti con grande assiduità, come si usa, nelle scuole, ad imparare a leggere e scrivere, con l'uso della lingua, e delle loro orazioni per il culto della religione; e in quello Odà mattina e sera con tanta diligenza e servitù vengono sollecitati, che per quanto mi è stato referto è cosa di stupore. In questa scuola ognuno stanno per il meno sei anni ed otto mesi, di quelli che sono di capo duri e difficili ad imparare. Da questo Odà passano al secondo, ove da altri precettori di maggior intelligenza sono introdotti nelle lingue persiane, arabe e tartare; e li affaticano nel leggere libri a penna di scrittori diversi per ben apprendere il parlare elegante turchesco, il quale consiste nell'aver perfetta cognizione di queste lingue e di proferirle mescolatamente, ritrovandoli differenza del parlare d'uno nutrito ed educato fuori. E in questo Odà principiano ad apprendere la lotta, il tirar d'arco, il lanciar la mazza ferrata e la zagaglia, il maneggiar l'armi di colpo di ferro, il correre velocemente; e in questi esercizij nei loro luoghi separati si esercitano l'ore intiere, con molta severità di castigo e con assiduità grande. Spendono anco in questo Odà altri cinque o sei anni, dal quale si trasferiscono, fatti uomini robusti d'età e d'ogni fatica, nel terzo, ove non scordandosi però, anzi esercitandosi sempre più nelle cose acquistate, apprendono di più giostrare forte a cavallo, e il giuocarvi sopra per esser lesti nelle guerre: e oltre di ciò ognuno, secondo la loro inclinazione e disposizione, imparerà un'arte necessaria per servizio della persona del Re, come il fare turbanti, radere, tagliar le unghie, piegar li vestimenti con garbo, governar cani da caccia, conoscere ogni sorta di falconi ed altri uccelli, servir di scalco, di maestro di stalla, di cameriere, di scudiere, ed infine servire alla casa ed alla bocca del Re, di quel modo che anco si usa alla corte di altri Re ed Imperatori; ed in questi officii si fanno per quattro o cinque anni uomini da insegnare ad altri molto pratichi e valorosi. E fin che stanno in questi tre Odà vestono positivamente, avendo essi ancora le due vesti di panno all'anno, ma però fine, e le tele come gli altri: e convengono star sotto le discipline dei maestri, li quali, come severissimi, per ogni mancamento e sospetto di disonestà li fanno dare le centinaia di bastonate sotto le suole dei piedi e sopra le natiche, che li lasciano per morti. Mentre che stanno in questi Odà, non è loro permesso il praticare se non fra loro medesimi e ben modestamente; e con difficoltà alcuno di fuori può vederli e praticarli; il che seguendo, è con licenza espressa del Capi Agà, alla presenza di qualche Eunuco. Anco quando occorresse andar nei bagni, e per le loro necessità, sono grandemente osservati dalli Eunuchi, per tenerli lontani quanto più è possibile dai vizii, e se vengono ritrovati o accusati di qualche mancamento, restano severissimamente castigati. E nei loro dormitorii, che sono stanze lunghe dove possono stare quaranta o cinquanta per camerata, e dormono poco discosto l'uno dall'altro sopra li sofà in schiavine e felzade, vi sono la notte dei lumi nelli ferali pendenti dal soffitto, e gli Eunuchi che dormono compartiti fra di loro, per tenerli in timore e lontani dalle fierezze giovanili. Vi sono anco di quelli che imparano qualche arte, come quella di cucire in corame che è stimata fra i Turchi, il conciar archibugi, il far archi e freccie, e carcassi, e cose simili, da che alle volte prendono il cognome e riputazione, essendo grandemente ragguardevole quello che fugge l'ozio, ed ama l'operanze. Di questi soggetti usano gli Eunuchi far gran persuasione, per vedere se sono costanti nella religione, e se si turbano in alcuna parte, perchè avvicinandosi a dover passar al quarto Odà ultimo e detto il grande, per dovere uscire a comandare in carichi grandi, non vorrebbono che ritenendo memoria d'esser stati Cristiani, e di voler ritornar nella sua prima religione, causassero nell'Imperio qualche notabilissimo danno. Però, fatta ogni sorta di prova e tentativo per ogni via, ritrovandoli bene e fortemente inturcati, li fanno passare al detto quarto Odà, e nel passare vengono di nuovo arrolati e registrati, perchè non trasferendosi tutta la camerata intiera, ma quelli solo che di mano in mano hanno fornito il corso delle discipline, e sono riusciti atti e ben esperimentati al servizio, è bisogno tener conto a parte, perchè entrino. In questo quarto Odà sono immediatamente destinati alla servitù del Re, però ricevono accrescimento di paga, e le vesti, che gli vengono mutate di panno in seta, ed anco di broccato d'oro ben lavorate; e restando pur rasi di testa e barba, si lasciano nelle tempie crescere li capelli per averli lunghissimi, segno evidente di essere dei prossimi alle stanze regali; e nel vestire e nella mondizia si tengono molto garbati e netti. Assistono al servizio regale, accompagnando molti di loro la persona di Sua Maestà in tutti i luoghi quando vanno a piacere, e praticano con tutti i grandi del Serraglio liberamente, ed anco con li Bassà: vengono spesso presentati di vesti ed altre cose importanti per tenerli grati, essendo una ottima disposizione di uscire grandi e con gran carichi. Da tali soggetti, capitati dopo il corso di tanti anni a questo segno, ed ammaestrati nella maniera che si è detto, il Re sceglie li suoi Agalari, cioè favoriti che lo servono, e sono gli infrascritti:
Il Scilictar Agà—quello che porta la spada al Re. Il Chioadar Agà—quello che porta le vesti. L'Erchiupter Agà—il staffiere maggiore. Il Metereggi Agà—quello che li dà l'acqua alle mani. Il Tulpenter Agà—quello che li fa il turbante. Il Chiamasir Agà—quello che li lava i piedi in stufa. Il Cesnir Bassi—scalco maggiore. Il Chilergi Bassi—credenziere maggiore. Il Dogongi Bassi—falconiere maggiore. Il Sachergi Bassi—strozziere maggiore. Il Musmengi Bassi—contista maggiore. Il Ternachgi Agà—quello che gli taglia le unghie. Il Berber Agà—barbiere maggiore. Il Camargi Agà—quello che lo lava in stufa. Il Tescheriggi Bassi—segretario maggiore.
Li quali sono di quelli che hanno più età, ed assistono sempre quando il Re esce fuori dalle sue stanze, alla sua presenza, con gli occhi bassi, non guardandolo mai in faccia, e con le mani incrociate, dimostrando quella maggior umiltà e reverenza che possa immaginarsi; nè gli è lecito mai di parlare, nè con il Re nè fra di loro; ma se il Re gli comandasse alcuna cosa, sono velocissimi ed eseguiscono il comandamento immediato. Questi fanno tutti i loro carichi, come ho detto, destinati e separati, ed attendono nei luoghi a loro consegnati ad eseguire il loro ministerio per esser pronti ad ogni cenno all'obbedienza, ricevendo alla porta le vivande dal scalco di più: ed apparecchiata la mensa reale, la quale è di un semplice cuoio di bulgaro sopra di un sofà in terra, gli portano le vivande, le quali ad una ad una vengono solo per mano del scalco maggiore poste innanzi alla Maestà Sua, e levate secondo li viene accennato da lei.
Del servizio e della conversazione di questi si compiace il Re, facendoli montar a cavallo e giuocando con loro a diversi giuochi per quel tempo che li pare, facendoli sempre qualche presente di vesti, di sultanini, di spade ed altre cose che gli capitano per le mani, e che riceve pur di donativo. Oltra questi donativi usa la Maestà Sua di presentarli la missione dell'ambascerie, da loro tenuta per mercanzia di molta utilità, perchè essendo mandati a Principi hanno l'occhio al donativo. Per tanto, avuta che l'hanno, fanno elezione d'un Chiaus, o altro soggetto di fuori, ed accordandosi di ricevere un tanto di netto, o facendo alla parte, come più li torna a comodo, gli danno la spedizione in mano. Questi tali presenti riescono di gran considerazione, perchè nella confermazione dei Principi di Valacchia, Bogdania, di Transilvania e del Re dei Tartari, ai quali tutti vengono mandate dalla Porta le insegne del possesso, cavano gran donativi, essendo nel Canon specificato quanto ognuno ha da sborsare per ricevere tal solennità. E questo fa il Re con artificio, perchè si facciano li Agalari ricchi, acciocchè abbino danari accumulati da fare le spese necessarie nel vestirsi, e porsi all'ordine di molte cose quando vanno fuori del Serraglio; il che segue quando pare alla Maestà Sua, per lo più all'improvviso, con mandargli Capitani del Mare, Bassà al Cairo, in Aleppo, in Babilonia, ed in altre provincie, dandogli anco ad alcuno di loro titolo di Mosaige, che vuol dire Contabulario, cioè che abbia libertà d'entrare a parlargli quando gli piace. Il qual titolo e favore riesce di tanta riputazione, che viene stimato sopra ogni cosa, perchè si fa di raro ed in quelli soggetti che sono amatissimi dagli Imperatori; e questo è stato introdotto anticamente dai Re per aver soggetti confidenti fuori del Serraglio che gli abbiano da riferire ciò che viene operato dalli Bassà e da ogni altro in pregiudizio dell'Imperatore, per poter poi porli freno con il castigo e la provvisione; e quando nel mandar fuori non vuole il Re aggradirli, tanti li fa uscire Beglerbei della Grecia e della Natolia, Agà dei Gianizzeri, Spailar Agassi che è capo delli Spaì, Introher Bassi che è mastro di stalla maggiore, o almeno Capiggi Bassi che è capo dei portonieri.
Questi, quando escono, portano tutto il suo avere di roba e danari, e spesso con loro escono delli altri giovani delli altri Odà, scacciati per la loro importunità, ma senza favore del Re, con poca paga e minor titolo; e quelli che escono grandi, sono mandati a levar del Serraglio dal Bassà primo Visir per il suo Chiaia, in compagnia di molti cavalli; condotti al proprio Serraglio di esso primo Visir, gli riceve, gli presenta, dandogli ospizio per tre o quattro giorni, fin che si provvedano di abitazione. Vanno poi essi nelle proprie case dove fanno la famiglia, ricevendo, come conoscenti, di quelli che sono usciti con loro del Serraglio, per ministri nel carico assignatoli, ed ammettendo di più degli altri con donativi per avvantaggiarsi secondo il costume. A questi usciti dal Serraglio succedono quelli che gli vengono dietro per età, così dei rinnegati, e disposti per Canon, che non possono, se non per qualche sinistro accidente di masse, esser alterati o mutati, in modo che sempre si sa l'uscire di alcuno dei tali, e di quello che gli ha da subentrare; ed è tanto regolato questo negozio, che fin quelli di tre Odà sanno presso a poco quello che gli può toccare ed a che tempo. Però vivono tutti a questa speranza e con il desiderio che venga voglia spesso al Re di mandar fuori delli suoi Agalari, per esser tanto più prima fuori di servitù misera, e in stato di amplissimo governo. Sogliono per il più questi tali essere di trentasei in quaranta anni: e perchè escono rasi di barba, convengono fermarsi qualche giorno in casa per lasciarla crescere, per poter comparire fra gli altri; ma si fermano anco volontieri per ricevere li presenti che gli vengono mandati da tutte le Sultane, di vesti, di camicie, braghesse, fazzoletti d'ogni sorte lavorati e di gran valore, e dalli Bassà ed altri grandi, dei cavalli, tappeti, vesti, schiavi ed altre cose bisognevoli per la creazione d'una casa; li quali presenti tanto più li fanno maggiori, quanto che si intende quello dal Re esser favorito ed amato. Egli poi, uscendo di casa, principia le sue visite dal primo Visir e continuando dalli altri grandi, va poi a costituirsi molto umile servo del Capi Agà, mostrando di aver ricevuto ogni bene ed onore dalle sue mani, promettendo ossequio e ricognizione perpetua; e questo officio fa egli fuora della porta del Serraglio del Re, cioè alla terza porta delli Eunuchi, perchè non può più entrare dentro, se non è chiamato dalla Maestà Sua in qualche chiosco, per trattar seco delle cose spettanti al suo carico; e particolarmente procura di star bene col detto Capi Agà, per avere la protezione di questo principalissimo presso il Re.
Oltre le donne, gli Azamoglani, cioè li giovani, come ho detto, di questo Serraglio, vi sono molti e diversi ministri per tutti gli esercizii necessarii e per li ammaestramenti particolari; vi sono anco diversi buffoni, d'ogni sorte di lottatori, giuocatori, suonatori, molti muti vecchi e giovani che hanno libertà d'entrare ed uscire con licenza del Capi Agà. Ed è più da sapere che nel Serraglio del Re e da tutti si intende e tratta così bene alla mutesca, che per servare la gravità molto professata dai Turchi è più quello che si espone con cenni alla muta che quello si ragiona vocalmente; il medesimo si fa fra le Sultane ed altre donne grandi, perchè anco fra di loro ve ne sono di vecchie e di giovani mute; e questo è antichissimo costume del Serraglio di desiderare d'aver muti quanti più ne possono ritrovare, particolarmente perchè non essendo lecito al Re di parlare per la riputazione, tratta perciò e giuoca con questi assai più domesticamente di quello che fa e che gli è permesso di far con altri.
Appresso vi è la classe delli Eunuchi, come sono li negri, questi applicati al servizio delle Sultane ed alla guardia della loro porta, e li bianchi destinati alla porta del Re; e li principali e li più vecchi di essi attendono a carichi principalissimi della persona e casa reale. Fra quelli è il Capi Agà, capo di tutti gli altri Agà Eunuchi; il secondo è il Casnadar Bassi che è il tesorier maggiore; il terzo è il Chilergi Bassi che è il dispensier maggiore; il quarto è il Sarai Agassi che è custode del Serraglio.
Di questi quattro vecchioni il primo è sopra tutti d'autorità con la persona del Re, perchè altro che costui non può parlare alla Maestà Sua, nè per altre mani possono passare per l'ordinario ambasciate o scritture e memoriali che di fuori vengono mandati di dentro. Questo è come commissario maggiore, accompagna sempre la persona del Re, vada dove si voglia, e fuori e dentro del Serraglio, e quando va alle donne lo accompagna fino alla porta che passa da loro, fermandosi e ritornando alle sue stanze, lasciando sempre assistenti a quella porta, perchè uscendo il Re corrano a chiamarlo come fanno. Ha questo soggetto d'ordinario stipendio al giorno zecchini x, ed altre cose che gli bisognano quante ne vuole, e tesori di danari e gioie incomparabili per più di privata persona, perchè la sua autorità lo costituisce in stato di guadagnare ed accumulare quanto oro gli piace, poichè e quelli di dentro e questi di fuori, di ogni condizione e sesso, per avere il suo favore, li presentano di ciò che si sanno immaginare che possa aggradirgli.
Il secondo è il Casnadar Bassi. Questo ha carico del tesoro di dentro della Porta: il quale avendo due chiavi, una che sta appresso il Re e l'altra tenuta da lui, resta anco custodito ed assicurato dal sigillo regio che sta sempre posto sopra la porta di esso, nè mai si leva se non quando si apre di ordine del Re. In questo Casnà stanno tutti li tesori ammassati dalli Imperatori, che è di 600 m. sultanini che ogni anno si cavano dall'Egitto; e le altre entrate vanno nel Casnà di fuori, delle quali si fanno tutte le spese ordinarie e straordinarie; e dal detto Casnà di dentro non si cava cosa alcuna, se non per straordinario bisogno e con nota ed obbligo al Tefterdar grande di dovere il tutto restituire. Questo Agà ha cura di tener conto di tutto il tesoro che esce ed entra, nè altri possono entrare in detto Casnà che il detto Casnadar, con quelli che a lui pare bisognare per li servizii necessarii; e quando viene cavato oro e moneta, che il tutto viene tenuto in borse di corame, tutto viene portato alla presenza del Re, il quale comanda poi e dispone di esso secondo la necessità. Ha medesimamente in conto e cura di tutte le gioie regie, le quali sono descritte in un libro tenuto da lui, delle quali fa nota per sapere quelle che dona il Re, e quelle che gli vengono donate, e quelle medesimamente le quali la Maestà Sua si tiene per l'uso ordinario. E morendo il Capi Agà, subentra egli in suo luogo.
Il terzo è il Chilergi Bassi, dispensiero maggiore, il quale tiene conto con diversi aiutanti della guardaroba regia, cioè di tutte le suppellettili: nella quale entrano tutti li presenti di panno d'oro, di seta, di lana che vengono fatti al Re, di pellami di ogni sorte, di spade, pennacchi, selle ed ogni altra cosa spettante all'uso della persona reale, delle quali cose tiene nota particolare, perchè in ogni caso possa vedere l'entrata e la dispensa che fa la Maestà Sua. E questo riesce carico molto laborioso, perchè poco sta in ozio, ricevendo e donando il Re ogni giorno e dentro e fuori gran numero di vesti ed altro; ma però tutto è tenuto con tal ordine, che mai ne segue confusione alcuna. Questo Eunuco ha molti sotto di sè, sta quasi sempre dentro il Serraglio come custode di cose preziose, ha di stipendio mille aspri al giorno che sono ducati quindici, e vesti e presenti di cose diverse in abbondanza, e sempre anco egli è favorito dal Re, perchè è quello che deve subentrare al Casnadar Bassi, occorrendo la morte del vivente; però viene stimato e riverito da tutti di dentro e di fuori.
Il quarto è il Sarai Agassi, ed è un altro simile Eunuco il quale ha cura del Serraglio, nè mai da esso si parte. In assenza del Re sta sempre oculato non solo a quello che bisogna per tenere in punto il Serraglio di tutte le cose che alla giornata patiscono, ma anco ha carico di andar rivedendo tutte le stanze ed osservando tutti li ministri, per vedere che si eserciti sempre nei suoi carichi di quel modo che comporta il bisogno. E perchè il vecchio ha libertà di poter andar a cavallo come possono anco andarvi gli altri tre primi, però dentro è tenuta una stalla nel giardino di diversi cavalli che servono per questi nelle cose necessarie. Ha di stipendio aspri ottocento al giorno, che sono ducati tredici, vesti e fodere in abbondanza per lo suo bisogno, ed è disposto a subentrare al Chilergi Bassi, e di mano in mano fin al Capi Agà se sopravvive agli altri.
Per tanto tutti questi quattro Eunuchi possono portare il turbante in capo per il Serraglio, e cavalcare, e sono le prime teste presso il Re, di grande autorità, riveriti e stimati da tutti; se ben questi tre non ponno da se parlare al Re, ma solo rispondere essendo ricercati; ma però assistono sempre con il Capi Agà alla presenza e servizio regio, con tutti gli altri Eunuchi sotto di loro e gli altri Agalari già detti, e sono quelli che governano, come è comune, tutte le cose reali, e danno gli ordini per tutte le cose ordinarie, così di giorno come di notte. Tutti gli Eunuchi possono essere da cento fra vecchi, di mezzana età e giovani, sono castrati e tagliati tutti, e si eleggono di quelli giovanetti rinnegati che vengono presentati al Re, come ho detto; ma rari sono i castrati contro la sua volontà, poichè il maestro delle cerimonie dice che correrebbono gran pericolo di morire. Ed a questo consenso conduce li giovani la certezza che hanno di dovere riuscire con il tempo uomini grandi se vivono castrati; che se vivono, sono educati con gli altri e cavati a suo tempo dal quarto Odà per servizio del Re, come si fa di quelli che non sono castrati.
È da sapere che li Re si servono di castrati bianchi nel governo di tutti gli altri Serragli e seminarii che tengono di giovani così in Costantinopoli come in Andrinopoli, Brussia e in diversi altri luoghi, dove vi stanno duecento e fin a trecento scolari; possono con la loro sopraintendenza e con altri ministri ridurli ad ottima disciplina, nel che riescono uomini assai buoni; ovvero anco spesso che il Re per dar luogo ad altri inferiori Eunuchi di età, che aspettano di mano in mano di subentrare alli già detti gradi, manda fuori qualcheduno d'essi della prima bussola in governi grandi, come Bassà del Cairo ed altre provincie nell'Asia, e gli fa anco Bassà Visir alla Porta, come si è veduto molte volte, che riescono soggetti molto placidi e prudenti.
Questi Eunuchi stimati, che sono li più fidati di tutti gli altri del Serraglio, perchè dal Capi Agà come maggiordomo maggiore sono dispensati alla cura delle cose carissime al Re, in particolare guardano alcuni luoghi separati dove si ripongono le cose vaghe e belle che gli vengono donate, come pezzi d'ambra greggia grandi, mandatigli dal Bassà della Mecca, muschii, triaca, mitridati dal Cairo, terre sigillate, balsami bolarmini, belzuari ed altre cose simili preziosissime di vasi di agata, di porcellane, di diaspro, di cristallo, e altre pietre di grandissimo valore; e il tutto viene tenuto con tanta delicatezza e ordine, che per quanto mi è stato detto, è cosa di stupore; medesimamente vi è un altro luogo separato nel quale viene riposto il pelame donato, medesimamente sete, mussole ed altre cose simili dell'Indie, delle quali cose la persona del Re come le Sultane si servono con saputa del custode. Nel detto Serraglio è un luogo molto capace, nel quale si guardano e si conservano tutti li mobili che cadono nel fisco per la morte così dei soggetti fatti decapitare, come d'altri morti da se, dei quali il Re vuole esser padrone; nel qual luogo egli li fa portare dal Tefterdar grande che ha questa cura particolare, e veduto il Re con la presenza dei suoi ministri, fa egli la scelta di ciò che gli pare che si conservi per presentare; del resto fa fare un incanto per quelli del Serraglio che volessero comprare alcuna cosa, e l'avanzo fa portare nel Bisisten pubblico, che è un luogo di mercato dove il tutto viene venduto al più offerente per via di incanto. Il ritratto delle quali robe è riportato in mano del Casnadar Bassi di dentro, Eunuco, e conservato nel Casnà; e se bene le robe sono di quelli che muoiono dalla peste, non è perciò alcuno che si astenga di comprarle e di maneggiarle, come se il male non fosse contagioso; reputando i Turchi di aver nel fronte scritto il suo fine, senza poterlo per opera umana fuggire.
Quanto alli Mori Eunuchi che servono le Sultane, e molte altre femmine More che stanno fra le donne, è conveniente dire che la maggior parte vengono mandati dal Cairo, putti e putte, a presentare al Re da quelli Bassà ed altri grandi di quella provincia d'Egitto; e vengono li putti custoditi e disciplinati fra gli altri giovani del Serraglio fino ad una certa età al servizio; poi cavati di là sono mandati alle donne ed applicati sotto gli altri al servizio della porta della Sultana, e stanno sotto il loro capo nominato il Chislar Agà, che vuol dir capo delle vergini, con stipendio ognuno di loro da sessanta fino a cento aspri al giorno, due vesti di seta bellissime, tele ed altro per loro bisogno all'anno, oltre quello che di presente gli abbonda da diverse bande. A questi tali li vengono posti li nomi di fiori, come giacinto, narciso, rosa, garofano, e simili, perchè servendo alle donne abbino il nome corrispondente alla virginità candida e di buon odore. Le puttine poi, così piccole come vengono, essendone delle volte mandate con le navi una dozzina d'esse, subito sbarcate sono condotte all'appartamento delle donne, e sotto maestre vengono allevate e disciplinate per gli esercizii di tutte le sorte; e quanto sono più brutte e deformi, tanto più sono dalle Sultane apprezzate; e se ne vedono qualcheduna difettosa per qualche infermità, la mandano al Serraglio vecchio, come fanno delle altre donne bianche che loro vengono in fastidio o riescono imperfette, come si dirà; il che però tutto si fa con saputa del Re e di suo ordine.
Questi Eunuchi negri possono per occasione di far qualche ambasciata al Re, a nome delle Sultane, praticare e passare nell'appartamento degli uomini a portare li biglietti al Capi Agà che li dia al Re, e medesimamente ricercare alcuna cosa dalli custodi del Serraglio, e per parlare anco a qualche suo amico; ma non possono però uscire del Serraglio, dal loro capo in poi, senza espressa licenza della Regina, etiam che a loro fosse comandato dalle Sultane qualche servizio. Quello che non possono far gli Eunuchi bianchi è di passare nell'appartamento delle donne, perchè se bene sono Eunuchi, è a loro proibito, non potendo come si è detto altri uomini che il Re vederle e praticarle; anzi se per occasione di infermità occorre mandarvi l'Echim Bassi, che è il protomedico, si osserva di pigliar licenza dal Re per l'entrata; ed entrato l'Echim per la porta della Sultana, non vede altro che Eunuchi negri, essendo tutte le altre donne ritirate: li quali lo conducono alla stanza dell'inferma, la quale stando tutta coperta da capo sin a piedi con coltre ed altro, tiene solo il braccio fuori, tanto che il medico possa toccare il polso, ed ordinato quanto gli occorre al bisogno, se ne ritorna per la medesima via addietro; e se occorre che l'inferma sia Regina o Sultana, il braccio posto fuori del letto da esser toccato dal medico resta coperto di una tela di seta con tutta la mano, perchè non le sia veduta nè toccata la carne. Nè alla sua presenza può il medico parlare cosa alcuna, ma uscito dalla stanza ordina il medicamento, il quale per il più secondo il costume ordinario dei Turchi è di qualche sorbetto solutivo, perchè non usano altri medicamenti di fisico, sì bene di chirurgia. Convengono le pazienti accomodarsi alla necessità, nel qual caso quando non sono Sultane o vero altre care al Re per le sue virtù, vengono mandate nel Serraglio vecchio a curarsi.
Li figliuoli che nascono al Re, se sono di donna Sultana, si tengono uniti e governati in un sol luogo da balie esquisite, che sono ritrovate fuori dal Serraglio; ma se sono di più Sultane, come sovente occorre, sono allevati e nutriti separatamente dagli altri, sì che ogni madre ha cura delli suoi, e con molta gelosia, fin che non sono in una certa età di cinque o sei anni. E sempre vengono dalle madri caramente custoditi, e dal Re sontuosissimamente senza differenza vestiti ed ordinati di gioie bellissime e ricchissime; e le balie, slattati che sono, vengono ben pagate e presentate e mandate nel Serraglio vecchio, quando non abbiano le loro case, per esser maritate. Le figliuole femmine poi sono indifferentemente e senza riguardo alcuno nutrite, poi che di loro non vi è sospetto alcuno. Sogliono per l'ordinario li figliuoli stare fra le donne fin all'età di undici anni, perchè finiti, vengono ritagliati con pompa grandissima, massime il primo, e con feste per tutta la città superbissime, perchè queste sono le gran festività di Noè, che appresso li Turchi si chiamano, come fanno li Cristiani appunto nel sposalizio; e come i Turchi fanno poco o nulla nel condurre a casa le spose, così nel ritaglio dei figliuoli usano di fare gran solennità di feste, di banchetti e di presenti. Dagli anni cinque fino alli undici che stanno fra le donne, hanno il suo Coza, che vuol dire precettore, eletto dal Re ed assegnatoli per maestro. Questo entra nel Serraglio delle donne ogni giorno, e condotto in una stanza delli Eunuchi negri, senza mai vedere le donne, si trovano li figliuoli con l'assistenza di due schiave vecchie negre, gli ammaestra per quante ore gli è permesso di fermarsi, e poi se ne ritorna fuori. Fatto il ritaglio del principe successore nell'Imperio, quando pare al Re di non volerlo tener più dentro presso di se, gli forma la sua casa di tutto punto, cioè gli dà uno degli Eunuchi principali per governatore, gli assegna il suo maestro, e di mano in mano lo fornisce di soggetti del proprio Serraglio e di fuori, per quanto aspetta al bisogno della grandezza del suo stato, assegnando a lui ed a tutti gli altri quel stipendio che gli pare conveniente per potersi trattenere signorilmente: e presentato dal Re, dalla Regina, dalle altre Sultane, e da tutti li Bassà ed altri grandi della Porta, vien mandato in Mangacia città dell'Asia a risiedere per governo di quella provincia, nella quale non ha però suprema autorità, ma solo comanda come luogotenente del Re suo padre; e se trapassasse questo limite e comandamento caderebbe in disgrazia e sospetto grande, come è occorso a diversi. E li Eunuchi dati per custodi son obbligati tener avvisato ordinariamente il Re e la Porta di quanto occorre per osservanza del Canon, e per ricevere da lui li comandamenti che occorrono alla giornata.
Per il vivere di tutto il Serraglio, dalli Azamoglani in poi, si cucina per lo più, se bene vi sono delle cucine dentro le già dette porte, nel secondo cortile: nelle quali assistono più di duecento fra Eunuchi, oltre li ministri principali come scalchi, credenzieri, dispensieri, ed altri del servizio, tutti destinati e compartiti alle loro cucine separate, ma non confidandosi l'uno con l'altro.
La cucina del Re comincia per l'ordinario a cucinare innanzi giorno, perchè levandosi la Maestà Sua a buon'ora, è di bisogno avere sempre vivande preparate in ogni caso che dimandasse cibo, perchè alle volte mangia tre o quattro volte al giorno. Il suo desinare per l'ordinario è dopo l'ora di terza, la cena verso sera, così nel tempo di estate come di inverno; e quando dice al Capi Agà di voler mangiare, spedisce egli immediatamente un Eunuco a farlo sapere allo scalco di fuori, il quale ponendo le vivande nei tepsi, che sono li piatti, li porta sino alla porta del Re che è pochissimo discosta, dove si trova il scalco maggiore di dentro, che con gli altri delli Agalari riceve li piatti e li porta ad uno ad uno alla mensa del Re; il quale stando a sedere solo sempre sopra il suo solito alla turchesca con le gambe sotto, e con un ricchissimo fazzoletto ricamato sopra dei ginocchi, e con un altro sopra il braccio sinistro, servendosi d'esso per salvietta, senza che gli venga fatta alcuna sorte di credenza, come è costume di altri Principi, principia a mangiare, avendo all'incontro sopra del bulgaro che gli serve per mantile, pane in gran quantità di due o tre sorte, ma tutto tenero e perfetto, perchè non adopera nè coltello nè pirone, ma solo il cucchiaro di legno di questi grandi: anzi che ne vengono posti due: uno che serve per mangiare le minestre, l'altro per sorbire con esso certi liquori fatti di sugo di frutti d'ogni sorte, composti con sugo di limoni e zucchero, che servono per estinguere la sete e tener morbido il cibo che mangia. Continua poi a cibarsi di quelle vivande che più gli aggradano, gustandole ad una ad una, e facendo levar presto o tardi come gli piace li piatti della tavola. Mangia sempre con le mani, perchè li cibi sono così teneri e delicatamente cotti e perfetti, che pigliando un pollo in mano, con le dita si scarnifica facilmente. Non usa sale in tavola, nè vi usa antipasti nè postpasti, ma si entra subito nelle carni, e si continua, con il finire con qualche torta: e finito il desinare o la cena, si lava le mani in un baciletto d'oro, con il suo ramino tutto gioiellato.
Il pasto ordinario della Maestà Sua è di colombini, e ne porteranno almeno in uno di quelli piatti una dozzina di rosti, d'oche ponendone almeno tre, d'agnelli, di galline, di pollastri, castrato, alle volte salvaticine, ma di raro, ma il tutto ottimamente composto, con sapori ed altri ingredienti di gusto e di valore considerabile. Appresso le dette vivande vi sono minestre di tutte le sorte, diversi scodellini di canditi e di frutti composti con liquori di varie sorte, torte eccellentissime composte di carne e canditi di tutte le sorte, e qui finisce il mangiare, con il bere una sola volta, verso il fine, di sorbetto delicatissimo in una scodella di porcellana portatagli dal coppiere sopra un piatto della medesima. Nel mangiare che fa la Maestà Sua non parla mai con alcuno, sì bene gli stanno diversi muti e buffoni all'incontro, facendo fra di loro dei giuochi, delle buffonerie, e burlandosi sempre alla mutesca, che viene benissimo inteso da lei, perchè anco in eccellenza alla muta si fa benissimo intendere. Quanto farà alle volte, sarà per favore ad alcuni delli Agalari assistenti, ed è che gli lancierà nelle mani qualche pane della sua propria mensa, il che viene stimato per favore singolarissimo, e quel pane viene dagli Agalari compartito e presentato alli altri, come segno di favore, e per cosa delicatissima.
Li piatti del servizio reale sono tutti d'oro, e tutti doppi, perchè sono coperti e sono in buona quantità, li quali restano consegnati al credenziero che attende alla cucina, come stanno anco consegnati altri di porcellana gialla meschiata, stimatissima, e che con difficoltà si ritrova: nei quali mangia la Maestà Sua nel tempo di Ramazan, che è la sua quaresima, la quale è d'una luna intiera, nel segno della quale non si mangia mai di giorno, ma solo di notte, e pur quanto vogliono, senza differenza di cibi, non mangiando mai il Re pesce se non per qualche accidente di gusto, e quando si ritroverà fuori a piacere con le donne. L'avanzo del mangiare del Re viene immediatamente portato alla tavola delli Agalari titolati già nominati, il quale essendo abbondante, con altro che gli viene somministrato supplisce al loro bisogno. In questo mezzo il Re sta nella stanza a trattenersi con quelli muti e buffoni senza mai parlare vocalmente, ma solo alla muta, dandogli sparamani, buffettoni e calci come più gli viene voglia, dando loro, perchè allegramente li sopportano, aspri e zecchini al suo gusto, tenendone perciò nelle scarselle sempre abbondantemente; ed in questo tempo mangia anco il Capi Agà in stanza separata dei cibi apparecchiatigli nella sua cucina a parte, di assai inferiore condizione e condimenti di quella del Re; con il detto mangia il Casnadar Bassi, il Sarai Agassi, alle volte alcuni dei medici che chiamano dentro per compagnia, e qualche altro Eunuco di questi che stanno custodi del Serraglio di fuori, che si trovano alla sua visita; e l'avanzo del suo desinare con il supplemento, portato di nuovo dalla cucina, serve di mano in mano a tutti gli altri Eunuchi bianchi. Al medesimo tempo viene dato il mangiare a tutti gli altri Odà ed al Serraglio, il quale è di pane a ragione di due pani il giorno per uno, un poco di castrato lesso ed una minestra per lo più di risi, acconcia con butirro e miele, la quale consiste più in brodo che in essenza, e sottile di riso, e basta che abbia il sapore di carne per potervi bagnare il pane dentro. Per altra mano viene dato il mangiare dentro alla Regina, alle Sultane e a tutte le altre donne, nel qual è tenuto l'ordine medesimo che si è detto, portando dentro dalli Eunuchi negri, sì che nello spazio poco più d'un'ora e mezza tutto è fornito.
La Regina non è servita con piatti d'oro, ma di rame stagnato, e tenuti sempre limpidissimi, e con parte piatti di porcellana bianca: se bene per lo più si intende che ella si serve di dentro per la sua bocca di ciò che gli viene voglia, come è da credere che facciano anco tutte le altre Sultane; perchè spesso il Re si trattiene li giorni intieri fra di loro mangiando, giuocando come più gli piace, senza che sia veduta nè saputa delle sue azioni cosa alcuna; sì che è da credere che avendo le loro cuoche e facendo portar dentro ciò che vogliono, fra di loro sappiano fare e facciano delicatissimi e sontuosissimi banchetti.
Fuori degli ordinarii pasti del desinare o cenare, mangiano il Re e le Sultane quello che gli viene voglia di carne, ma per lo più fra pasto si dilettano di canditi, di frutti d'ogni sorte avendone dei presenti in abbondanza: e bevono dei sorbetti l'estate, dei quali si fanno le conserve abbondantissimamente per li Serragli, e dirò così costosamente, perchè per farle spende la Porta più di 20 m. zecchini all'anno per li donativi, per le spese, e per le cerimonie che si fa per levarlo dalle montagne, e sotterrarlo nelle cave a questo deputate, non usando i Turchi per l'ordinario confezioni, nè cacio, perchè in Turchia non sanno fare tal cosa, massime il cacio, che se bene si fa non riesce buono. Per il che le Sultane e tutti i grandi mangiano volontieri il piacentino, e domesticamente si servono dal Bailo di Venezia: e vogliono averne sempre buona provvisione dentro, perchè ne mangiano assai con gran gusto e massime quando vanno alla caccia e ad altri piaceri.
Per il mantenimento di detto Serraglio tutte le cose sono abbondantemente preparate e dispensate dai soggetti, che hanno cura di fare particolare provvisione, in modo che mai li mancano le cose necessarie. Il pane prima si fa di più sorte, bianchissimo ed eccellentissimo per la bocca del Re, delle Sultane, delli Bassà ed altri grandi, di mediocre bontà per la gente mezzana, e della terza sorte negro, per li Azamoglani ed altri di basso servizio. Per la bocca reale e per le Sultane si adopra e costuma farina fatta venir di Brussia, cavata dai frumenti di quella provincia, di Bitinia, e terreni patrimoniali dell'Imperio; e l'annua provvisione sarà di sette, o ottomila Chiler, che può esser in circa stata tremila delle nostre; li quali frumenti sono bellissimi e fanno bellissima farina, per li molini che in quella città sono perfettissimi e d'altra bontà di quelli che sono nei contorni di Costantinopoli. Per gli altri il frumento viene tutto dal Vuolo di Grecia, dove sono terreni proprii patrimoniali dell'Imperio, li grani dei quali sono sempre consumati nell'armata, facendosi di essi biscotti in Negroponte, e vendendosi anco a Ragusei ed altri che vanno con le navi a caricargli, con il comandamento in mano; di questi vengono ogni anno mandati in Costantinopoli da trentasei in quarantamila Chiler, che possono esser da 15,000 staia veneziane, e posti nelli magazzini a questo deputati, per farsi d'essi farina, secondo l'occorrenza ed il bisogno del Serraglio. Nè si maravigli alcuno d'intendere che la Porta consumi tanto grano, perchè oltre quelli di servizio, come si è detto, tutte le Sultane, tutti li grandi ed infiniti altri hanno le quotidiane assegnazioni del pane da quello che dispensa e dai forni della Maestà Sua, come sarebbe a dire le Sultane ne avranno venti, li Bassà dieci, il Muftì otto, e di mano in mano fino ad uno solo per testa; il che è terminato e comandato dal primo Visir, restando queste concessioni descritte in libri che stanno presso il capo della dispensa, o vero il capo dei forni; e ogni pane è grande come una buona focaccia delle nostre, ma alta, tenera, spugnosa e molto facile alla digestione. Risi, ceci, lenticchie, ed ogni altra sorte di legumi, dei quali si consuma grandissima quantità, il tutto d'anno in anno viene condotto d'Alessandria con li galioni, li quali fanno due viaggi all'anno, passando da Costantinopoli carichi di legnami in Alessandria, e portando da quella provincia d'Egitto non solo li sopraddetti legumi, ma ogni sorte di spezierie e zuccheri con diverse sorte di canditi in gran quantità, perchè di tali e di zuccheri ancora consuma la Porta indicibilmente per li sorbetti e torte che usa non solo il Serraglio, ma dei presenti che capitano nelle case delli Bassà ed altri grandi, che è cosa di stupore il vedere come sono quelle dispense piene e come facilmente si vuotano. È vero che di spezierie consuma poco il Serraglio, come fa anco il resto dei Turchi, perchè non tenendosi per l'ordinario vino, fuggono questo incitamento; ma però nelle dispense della Porta vi è la provvisione di tutte le sorte di spezierie e altre droghe per quei bisogni ed accidenti che potessero occorrere.
Dall'Egitto ancora hanno gran quantità di dattoli, susine, o prugne secche di varie sorte, le quali cose tutte vengono dalli schalchi e cuochi adoperate nelli mangiari così rosti come lessi, in eccellenza buoni, che li rende delicatissimi.
Li mieli che in grandissima quantità consuma la Porta, perchè l'adoperano nelle minestre, quasi in tutti li cibi e nei sorbetti ancora per certe sorte di persone, li cavano dalla Valachia, dalla Transilvania, e Moldavia, così di presenti che vengano di quelle vivande al Re come da particolari, comprandoli, come si fa particolarmente per la cucina del Re di quelli di Candia, per esser più puri e delicati.
L'olio poi, del quale si fa gran consumo, lo cavano da Modone e Corone in Grecia, essendo obbligato il Sangiacco di quella provincia provvedere le dispense di quella quantità che gli bisogna; ma per la cucina del Re si compra per l'ordinario di quello di Candia, per esser senza odore e più bello e chiaro di quello della Morea.
Il butirro di cui similmente si fa gran consumo e strapazzo, per servirsi d'esso si può dire in tutti li mangiari, questo l'hanno di mar Negro, cavato dalla Moldavia, dalla Tana e Caffa, e lo fanno venire in balle di bue grandissimamente, e ne empiono li magazzeni, dispensandone anco, quando ne hanno in abbondanza, per la città, con molto utile e vantaggio della Porta. Del detto butirro fresco si può dire che pochi lo conoscono, perchè pochissimo se ne fa in Costantinopoli e in quelli contorni, dilettandosi però li Turchi di latticini, dei quali se bene si ritrovi in particolare capo di latte eccellentissimo, non ne fanno però gran consumo, e sono quelli comprati e mangiati dai Cristiani; solo il latte agro è comunemente usato da loro, perchè dicono che estingue la sete.
Quanto alli carnaggi, ogni anno nell'autunno, venendo l'inverno, il Bassà grande fa fare li pastromani per le cucine reali, li quali sono di vacche pregne fatte ammazzare per avere la carne più saporita: la qual carne conservano per le minestre e mangiare, come fanno li Cristiani le carni d'animali porcini, usando di fare le luganiche e le salciccie di quella carne, come facciamo noi della porcina. Questa carne attaccata alle stanghe, secca e salata pochissima, è posta nelle botti, dura tutto l'anno, mangiandola molto saporitamente non solo quelli del Serraglio, ma dall'universale dei Turchi si usa talmente, che non è casa comoda che non faccia la sua munizione per termine di sparagno e di molto comodo. Però il Bassà vuol vedere di presenza li animali e comandar l'opera, dalla quale per l'ordinario si consumano vacche quattrocento; il resto dei carnami che consuma il Serraglio e che giornalmente va alle cucine è qui sotto scritto. In prima:
Ogni giorno castrati giovani N.o 200
Agnelli e Capretti a suo tempo » 100
Vitelli per li Eunuchi » 4
Galline, paia » 100
Oche giovani » 40
Pollastri, paia » 100
Colombini, paia » 100
Pesce non si consuma per l'ordinario, ma se gli Agalari ne hanno voglia per delizia alle volte ne mangiano, e di quella sorte che più gli piace, essendo quel mare abbondantissimo di pescagione, sì che se ne piglia con facilità quantità grandissima, stando fin alle proprie case. Frutti non mancano al Re ed a tutti del Serraglio, perchè ne ricevono de' presenti gran quantità e ne fanno dei giardini regi, che sono molti in diverse parti circonvicini, ogni mattina copia grande dei buoni e dei più belli che si raccolgano, essendo obbligato il Bostangi Bassi di essi mandar a vendere il sopravanzo, in un luogo separato appunto dove si vendono li frutti del Re; il tratto dei quali di settimana in settimana viene portato in conto al Bostangi Bassi del Re, che lo dà poi alla Maestà Sua, e sono danari chiamati per la scarsella del Re, li quali sono dispensati da lui senza conto a chi gli pare de' suoi muti o buffoni.
Gli instrumenti delle cucine è cosa meravigliosa da vedere, perchè sono li pignattoni, le caldare ed altre cose necessarie, e così grandi e quasi tutti di bronzo, che in suo genere non si può vedere cosa più bella nè più ben tenuta.
Il servizio poi dei piatti è tutto di rame stagnato e tenuto così spesso rifatto e netto, che a vederlo, massime adoperandosi ogni giorno, rende stupore. Di questi ne hanno una grandissima quantità e ne sente la Porta un notabilissimo danno ed irreparabile, perchè dando le cucine da mangiare a tanti di dentro e di fuori, massime li quattro giorni del Divano pubblico, glie ne vengono rubati tanti, che è cosa di meraviglia. E diverse volte mosso il Tefterdar da un tanto dispendio ha voluto pensare di far detto servizio tutto d'argento per consegnarlo alli dispensieri, per doverne dar sempre conto, ma la spesa riusciva tanto grande, ed irreparabile il pericolo, che mai alcuno si è risolto di farlo.
Le legne che vengono consumate da dette cucine e da tutto il Serraglio è un numero infinito di pesi, che così a peso si vendono le legne in Costantinopoli. Dirò solo, che per conto della Signoria, cioè della Porta, navigano del continuo più di trenta Caramussali grandi, li quali usano in mare Maggiore alli boschi del Re caricare; queste costano poco al Casnà, rispetto al suo valsente, poi che sono mandate a tagliare nei boschi, e nel condurle e scaricarle riesce poca la spesa, per valersi la Porta dei suoi vascelli e dei suoi schiavi, che fanno le fatiche senza pagamento alcuno.
Il vestire delle donne è simile a quello degli uomini: portano braghesse e scarpe ferrate, e dormono vestite come fanno gli uomini, cioè con le braghesse di tela e con una giubba imbottita, l'estate molto leggiera e l'inverno più grossa. Non tengono mai i Turchi nelle stanze loro alcuna cosa di servizio, ma occorrendogli il bisogno, si levano e passano ai luoghi vicini, a questo destinati, nelli quali tengono fontane per lavarsi come è loro costume, e l'inverno por non usare l'acqua calda al fuoco, se la fanno portare o la portano da per se, come gli torna più comodo.
Il Re medesimo tiene il medesimo stile nel vestire, se bene di vestimenti ricchissimi, e solo differisce dagli altri in questo che porta le vesti più lunghe e scarpe senza ferri, intagliate e dipinte a fogliami.
Nel dormire poi, dorme quando sta in Serraglio la notte sopra una lettiera con stramazzi di velluto e broccato, l'estate fra lenzuoli di seta ricamati, puntati con la coltre, e l'inverno fra copertori di lupi cervieri o di zibellini. Porta sempre un turbante piccolo in testa la notte, e quando dorme solo nelle stanze è guardato sempre dai suoi camerieri, a due per volta ogni tre ore per sentinella: uno dei quali sta alla porta della stanza e l'altro poco discosto dalla sponda del letto per coprirlo in caso che gli cadessero le coperte, e per esser pronto ad ogni bisogno. Nella stanza medesima dove dorme vi stanno sempre due Turchi con due torcie accese, quali mai si smorzano se non dopo levata dal letto Sua Maestà.
Lo stipendio che si dà a tutti del Serraglio si cava dal Casnà di fuori, e il Tefterdar grande, che ha il libro nel quale sono notati tutti gli stipendiati con il loro stipendio, è obbligato mandare ogni tre mesi a tutti gli Odà in borse separate quanto importa la paga, facendo il medesimo alle donne e con gli Azamoglani, in tanta buona moneta. Appresso il tempo di Ramazano, che è il carnevale, gli manda le vesti e le tele, del che non pretermette, perchè di tutte queste cose ne hanno grandissimo bisogno, e non avendole hanno grandissimo strepito contro di esso Tefterdar, che basterebbe a precipitarlo.
Quando alcuno muore nel Serraglio, resta erede la camerata e tutto viene diviso fra li compagni: e morendo alcuno delli Eunuchi grandi, tutto resta al Re, perchè sogliono avere ricchezze grandi per li molti presenti che ricevono; e se alcuno Eunuco dei Serragli di fuori, o vero in alcuno governo morisse, per Canon li due terzi del suo avere si intende di Signoria, e il terzo viene dato conforme la volontà del testatore, quando però di suprema autorità il Re non voglia impadronirsi del tutto, come è solito di fare sempre con tutti li grandi e ricchi, intendendosi sempre la persona reale primo e legittimo erede di tutto, come schiavi che hanno avuto l'essere e il benessere dalla grandezza e dalla volontà di lui.
Quando alcuno si ammala nel Serraglio, è condotto fuori in un carro coperto, tirato a mano e posto nella infermeria già detta, dove è governato alla turchesca e tenuto custodito senza che possa parlarli alcuno, o almeno con difficoltà; e se risana viene nell'istesso modo ritornato dentro alla sua stanza dove prima si trovava.
La spesa di questo Serraglio è così grande come ognuno può comprendere dalle dette cose; ma presso questa è di grandissima considerazione quella che fa il Re alla Regina, li Bassà primi Visiri, li generali nelli eserciti, e li Tefterdari grandi, li quali tutti presentano e possono presentare, secondo gli accidenti che gli occorrono di nuove portategli, o di spedizioni che fanno; e detti presenti sono di vesti foderate di pellami preziosissimi, di spade, di archi gioiellati, di pennacchi, di cinture, ed infine di diverse altre cose di prezioso valore, ed anco secondo la condizione dei soggetti che se gli offeriscono. Dirò solo questo, che nelli panni di Brussia d'oro ed argento per far vesti, il Casnadar Bassi di fuori, che ha la custodia ed il carico di provvedere, mi ha affermato di spendere ogni anno 200 m. sultanini, oltre questo sborso per comprar panni di lana e di seta veneziani, dei quali il Serraglio fa un consumo grandissimo, non vestendosi per lo più d'altro che di questo. Nè tambasta, poichè viene impiegato in questo tutto quello che viene donato al Re da altri di fuori, suoi sudditi e forastieri, e di più gran parte di quello che cava dalle spoglie dei morti, delle quali si fa padrone, come si è detto; il che se non fosse, certo non potrebbe il Re mantenersi a così gran profusione che fa di presenti di questa sorte, presentando alle donne, alli Bassà, alli Ambasciatori, ed infine a tutti quelli che gli baciano le vesti. È vero che la maggior parte delle cose che dona, che sono di gran valore, col tempo gli ritornano nelle mani, poichè con la morte delle Sultane, dei Bassà ed altri ricchi si fa padrone del tutto: e così di tali cose nel Serraglio vi è il continuo flusso e riflusso.
Ho detto che la Regina dona, perchè essendo presentata da molti convien ancor ella a corrispondere: però ha assegnamento di vesti ed altre cose in abbondanza per questo effetto, oltre che la libertà di disponere anco di molte, dal Re già portate, che gli restano nelle mani, e sono in suo potere. Il medesimo fa il Bassà primo Visir, così in Costantinopoli come quando parte generale dell'esercito, per lo che al suo partire gli viene consegnata dal Casnadar quantità grande di vesti ed altre cose, acciò che in campagna abbi comodità di presentare e fare l'uso turchesco, che sta nel ricevere e donare quasi in tutti li negozii.
Il Re esce del suo Serraglio quando gli pare, e per terra e per mare. Quando va per mare, ha li suoi caicchi da dodici in quindici banchi l'uno, con le poppe superbissime, coperti di ricchissimi panni di seta ricamati, con li cuscini sopra li quali egli sta sedendo, e sono di velluto, e di oro; nè altri che la persona del Re siede sotto poppa, stando li suoi Agalari sempre in piedi: e il Bostangi Bassi suo timoniero alle volte può sedere, per esser fuori della poppa e per reggere il timone comodamente. Quando va per terra, cavalca sempre, esce per lo più per la porta maestra. Quando va alla moschea, che è il venerdì, giorno della sua festa, e per la città, viene accompagnato da li Bassà e dai grandi della Porta e da infiniti altri grandi che ascendono a un numero grande di cavalli, oltre li suoi Peichi, che sono staffieri; e cavalcando saluta il popolo con la testa, e viene salutato con clamori di benedizione, ricompensati alle volte con la dispensa di molti aspri e zecchini, quali cavandosi dalla scarsella getta per la strada. A piedi l'accompagnano molti delli suoi del Serraglio, li quali hanno obbligo di ricevere li memoriali che cavalcando vengono presentati alla Maestà Sua, osservando alcuni poveri, che non ardiscono d'accostarsi, di star lontani, con una stiora in capo ardente e la mano alta con il memoriale; da che tratto il Re a guardare, spedisce subito a pigliarli, e ritornato nel Serraglio se li fa leggere tutti, e comanda ciò che gli piace, ed opera bene spesso in virtù di tali memoriali contro a principalissimi all'improvviso, cosa che fa stupire la Porta, usando di non formar processi nè ricevere esatta informazione, ma solo di fare eseguire ciò che gli viene in animo; e perciò li Bassà non vedono volontieri che esca così in pubblico, per lo timore che hanno che per questa via non gli capitino alle orecchie le loro male operazioni: e vivono sempre con timore, per esser sottoposti a gran travagli, con pericolo di perdere la vita facilmente.
Il Re per servizio di tutta la sua regal casa in Costantinopoli tiene una stalla capacissima e fornita di circa mille cavalli e più, dei quali ha cura il suo Imbroher piccolo, così di farli governare, come d'ammaestrare, da molti che tengono sotto di loro per tal servizio. Questi hanno cura di distribuirli e darli a tutti quelli che accompagnano il Re, così alla caccia come quando va in altro luogo per diporto. Oltra di questa stalla ha anco diverse stalle in diversi altri luoghi, governate per servizio della persona e casa reale, capitando in quei luoghi, che sono dei suoi Serragli e giardini, ai quali appresso si suole trasferire; e queste non hanno più di otto, o dieci cavalli per una. Vi sono poi le stalle delli staffieri per le razze come in Brussia, in Andrinopoli, e in diversi altri luoghi, dalli quali cava cavalli bellissimi, oltre quelli che gli vengono mandati a presentare dal Cairo, da Babilonia, e dalla Arabia, e da altri luoghi dalli Bassà, e che eredita dalla morte, li quali sono tutti cavalli bellissimi e di gran prezzo, destinati alla persona reale: e perchè per la gente bassa ha bisogno di un numero infinito, si può dire, di ronzini, di questi ha infinità da strapazzo, e li cava di Valacchia a prezzi bassi. Ha il Re appresso queste stalle le sue provvisioni di muli e cammelli: quella di cammelli vuol esser di quattromila, e dei muli di cinquemila, li quali servono per portare padiglioni, sanduchi, cioè forzieri, acqua ed ogni altra cosa di servizio, ma realmente non sono mai tanti in essa, perchè il primo Visir quando esce generale, si serve di essi, e ne fa gran consumo. È ben vero che ad ogni cenno e consumo del Re è obbligato ritrovarli e provvedere d'essi: perchè quando li Re sono per andare alla guerra, la sua casa sola ha di bisogno più di 10 m. di tali animali, oltre li cavalli per cavalcare, perchè usano gli Imperatori d'andare così comodi per viaggio, come fanno stando nelle città.
Il Re è obbligato, per Canon dell'Imperio, il primo giorno del suo Bairano, che è il Carnevale, cioè finito il Ramazano, che è la quadragesima, lasciarsi vedere in pubblico, e baciar le vesti da tutti li grandi ed altri di suo servizio. Però quel giorno, all'alba, vestito superbissimamente ed ornato delle più belle gioie che abbia, esce della porta del suo Serraglio, cioè di quella terza, guardata dalli suoi Eunuchi, in una certa piazzetta subito fuori del porticale, dove è accomodata sopra un tappeto persiano di seta ed oro una ricchissima sedia; si pone a sedere, e si ferma fino che da tutti gli vengono baciate le vesti in segno di riverenza, tenendo il Bassà primo Visir accanto, che gli dice il nome di quelli che gli pare, perchè siano conosciuti da lui, ammaestrandolo delle cerimonie, poichè ad alcuni Dottori della legge graduati si leva un poco, per riverirgli ed onorargli, ad altri fa anco salutazioni più affettuose degli altri e del suo ordinario; e finita la cerimonia, va alla moschea di Santa Sofia, accompagnato da tutti a cavallo, e nel ritorno licenziandosi si ritira alle sue stanze, dove desina solo al suo solito, facendo quel giorno nella stanza del Divano banchetto solennissimo alli Bassà ed altri grandi, e nel cortile un desinare assai lauto a tutti quelli che l'hanno accompagnato e che si trovano presenti. Manda poi la Maestà Sua, tenendo osservato il costume ordinario, a presentare al primo Visir una bellissima vesta foderata di preziosissime pelli, e facendo il medesimo con gli altri Bassà, ed altri grandi della Porta di vesti assai inferiori, continua con tutti gli altri Agalari, con tutte le Sultane, e con molti altri del Serraglio a far loro buona mano, dona a chi vesti, a chi spade, ed alle donne fornimenti d'oro gioiellati d'importanza; e la notte di quelli tre giorni del Bairano, che non sono più, resta fornito tutto il carnevale, fa fare dimostrazioni, espugnazioni di città con lumi e fuochi artificiali, che durano a giorno: li quali sono goduti dalle Sultane, ritirandosi la Maestà Sua con esse per vederli e goderli, e stare in continui tripudii. A queste feste sono convitate tutte le Sultane di fuori, le quali vanno a portar presenti al Re ed a riceverli; anco in questi tre giorni viene presentato all'incontro da tutti li Bassà ed altri grandi, e li presenti che gli vengono fatti sono di molta considerazione, perchè uno a gara dell'altro si sforza di dar nell'umore al Re. E le Sultane ancora non mancano di far il debito, ma di camicie, di fazzoletti, braghesse ed altre cose simili, di vaghezza e bellezza indicibile, delle quali poi ordinariamente si serve la Maestà Sua.
Il medesimo Bairano di tre giorni si fa per tutta la città ed in tutte le case, nè altro si vede per le strade che biscoli di diverse sorte, sopra i quali gli uomini si scapricciano a farsi lanciare in aria per festa e trattenimento; nel qual tempo, essendo il popolo molto licenzioso, riesce pericolosissimo ai Cristiani ed Ebrei il transir per le strade, perchè vogliono danari, e non ricevendone, pieni di vino ed insolenti fanno brutti scherzi, come il medesimo segue in un altro loro Bairano, chiamato piccolo.
Per aver diverse volte fatto menzione del Serraglio vecchio, il quale è dipendente accessorio e parte di quello del Re, sarà bene distintamente toccare con poche parole la sostanza. Questo è un Serraglio amplissimo, tutto serrato di muraglia altissima e fabbriche capacissime di molte persone, perchè passerà bene uno e più miglio italiano di giro, situato in una bellissima parte della città; e fu il primo Serraglio che fabbricò Memet secondo per abitarvi, quando prese Costantinopoli, con tutta la sua corte. È serrato con una sola porta doppia, serrata e guardata da una compagnia di Eunuchi bianchi. Nel qual mai entrano uomini, se non per portarvi le cose necessarie, ed entrando non vedono mai le donne che vengono levate, per non dir scacciate, dal Serraglio del Re, cioè le Sultane che sono state donne degli Imperatori morti, quelle che per alcuna mala disposizione del Re o delle Sultane che stanno con i Re, loro sono cadute in disgrazia, ed altre difettose, e così di mano in mano soggetti di questa considerazione: le quali tutte vengono governate da una maggiordoma vecchia la quale ha la cura di vedere che siano conformi all'uso, in abbondanza, che abbiano il suo vivere e vestire, il suo stipendio, ben spesso diminuito assai di quello che avevano prima; ma però quelle che sono state Regine e Sultane vivono fuori del comune nelli suoi appartamenti, con servitù e comodità onorata, se bene siano in poca grazia del Re. Questo hanno di buono, che la maggior parte di dette Sultane, non compresa la Regina, possono esser maritate ed uscire al modo loro, ma però con il beneplacito del Re; e questi matrimoni sono trattati per lo più da Eunuchi che le hanno in custodia con la maggiordoma; e maritandosi portano seco tutto quello che si trovano aver di rubato e ben guardato; perchè nell'uscire che fanno del Serraglio del Re, se hanno qualche cosa bella e preziosa che si sappia, gli viene levata dalla Cadum e restituita al Re. Però se hanno valsente di roba, secretamente danno fuori la fama, perchè alcuni soggetti di considerazione si dispongano a farle dimandare e promettendogli buona dote.
In detto Serraglio sono tutte le comodità necessarie, giardini, fontane e bagni bellissimi, ed il Re vi tiene un appartamento di tutte le cose, per andarvi alle volte a visitare li parenti, e particolarmente l'ava scacciata dopo aver tanti anni dominato assolutamente, sotto il marito e sotto il figliuolo, si può dire tutto l'Imperio.
Il vivere per le donne di detto Serraglio è assai parcamente assegnato di tutte le cose necessarie: e se non avessero da consolarsi del suo, alle volte la farebbono male. Però si trattengono con il lavorare, cavando da ciò molto utile col mezzo di diverse Ebree, che gli servono di mezzane per tal servizio.
Ed è da sapere come li Turchi possono tenere da sette mogli con li Chiebini, e quante schiave vogliono, e li figliuoli così di mogli come delle schiave sono tutti veri e legittimi alla successione ed eredità della roba: anzi che li figliuoli delle figliuole degli Imperatori non possono per Canon ascendere a maggior grado che di Sangiacco, o di Capiggi Bassi che è capo de' portonieri, per esser tenuti bassi e come parenti della Corona non atti a far rivoluzione; e se vi sono fratelli, cioè figliuoli del marito, fatti con le schiave, questi possono riuscire grandi e Bassà senza alcun rispetto, perchè non sono del sangue Imperiale; e da qui nasce che sovente si veggono li figliuoli d'un Bassà, che abbia avuto Sultana per moglie, in grado minore, perchè il nato di schiava domina il nato di Sultana.
Possono ancora ripudiare l'une e l'altre per diverse cause disposte nella loro legge, e massimamente quando non possono adottargli insieme; e se l'uomo ripudia, è obbligato pagargli la dote promessagli, e se la donna ripudia l'uomo, non la può conseguire, ma si parte con quanto ha portato del suo in casa del marito.
Quanto poi alle schiave, se figliano, non possono esser vendute, ma si intendono membri della famiglia, nella quale hanno da vivere sin alla morte; se riescono sterili, possono esser vendute e passare di mano in mano a quante case comporta la loro fortuna, avvertendo che i Turchi possono comprare d'ogni sorta di schiavi di tutte le religioni, e servirsi d'essi in tutte le cose che loro torna comodo, dall'ucciderli in poi, quello che non possono far li Cristiani e gli Ebrei, che non hanno libertà di comprare altro, o altre. Essendo per questo effetto un Bisisten, cioè un luogo di mercato pubblico in Costantinopoli, nel quale a pubblico incanto ogni mercoledì si vendono e si comprano schiavi di tutte le sorte, ed ognuno vi concorre liberamente a comprare secondo il suo bisogno, chi per balie, chi per serve, chi per uso d'altri suoi capricci, poi di quelli che si servono di schiave nella sensualità non possono essere dalla giustizia castigati, come farebbono se li ritrovasse con altre donne libere e turche; e particolarmente questi schiavi si comprano e si vendono come si fanno gli altri animali, perchè sono esaminati della persona e della patria, e venduti e rivenduti in diverse parti per non essere ingannati, come si fanno tanti cavalli, comprando le madri con li figliuoli, e li figliuoli senza le madri, e li fratelli uniti e separati, senza timore di amore, d'onore, d'onestà alcuna, ma solo di quel modo che torna comodo al compratore e venditore. E quando è vergine e bella, è tenuta in molto prezzo, pagandola più delle altre: per sigurtà della qual condizione è obbligato il venditore non solo alla restituzione del prezzo, quando fosse trovata non vergine, ma resta anco per la fraude condannato: e vi sono per questo mercato li sensali ordinarli come di cosa ordinaria mercantile. Nel detto Bisisten sta l'Emin, cioè il daziero, il quale ha la cura di riscuotere il dazio dalli venditori e compratori; d'essi la Porta sente più che onesto utile.
Li Bassà ed altri soggetti, zii o cognati delli Imperatori, non hanno per tal parentela alcuna domestichezza con la Maestà Sua più di quello che comporta il carico che hanno, ma si conservano schiavi come gli altri e con maggior servitù, perchè nell'uso delle donne perdono si può dire la libertà, essendo obbedienti alle Sultane, e liberandosi da tutte le altre schiave e mogli se ne avessero, sopportando con gran pazienza le loro imperfezioni: e per tal causa pochi Bassà di riputazione e di concetto desiderano tali matrimonii, perchè gli riescono di grandissimo dispendio, ed altrettanta servitù. Ma quando il Re comanda, convengono come schiavi obbedire e sottoporsi.
La cerimonia dei matrimonii fra Turchi non è altro che fare alla presenza del Cadì, che è il giudicante, un oggetto, cioè uno stromento per mano di notaro pubblico, della volontà delli contraenti, con specificazione della dote che fa il marito alla moglie; e ciò viene fatto alla presenza di testimoni degni di fede e giuridici, perchè in Turchia non si ammette ogni sorte di persone a testimoniare, ma solo uomini che sono liberi, di età idonea, che sappiano far l'orazione della legge, e conosciuti di buona e onesta condizione. Con tutto ciò che in Turchia, particolarmente in Costantinopoli, è maggior quantità di testimoni falsi che in qualsivoglia parte del mondo: anzi che una certa sorte di Emini, cioè quelli che pretendono essere della discendenza di Maometto, che portano la tocca verde, ed altri Cadì dismessi, di bassa condizione, sono quelli, che per danaro usano far simili tristezze: da che nasce l'ardire nel levare le avanie, e nel sostentarle con molta facilità ad uno dei poveri Cristiani, o liberi, ed anco di loro medesimi, secondo l'occasione, perchè essendo li Turchi per natura avari, e senza timore di Dio, intenti per lo più alla rapina, non la sparagnano quando possono a qualsivoglia persona, sia di che condizione si voglia. Però il contrattare con loro riesce pericoloso, per avere facile il modo del liberarsi con l'inganno di ogni sorte d'obbligazione, consistendo tutta la giudicatura nella forza della probazione, quale conviene esser fatta da soggetti musulmani, dove interviene il Turco.
Poichè si è toccato e parlato delli ministri della religione, per non tralasciare anco questa curiosità, brevemente si narrerà l'instruzione d'essa, e le cerimonie, e la condizione dei suoi ministri.
Credono li Turchi in Dio onnipotente, creatore de l'universo, e grazioso redentore di tutti li buoni nel giorno del giudizio, che stia nel cielo supremo servito dagli angeli speciosi, avendo ab eterno scacciati li mali ed inobbedienti, per li quali, come anco per le male umane creature abbia formato l'inferno. E come affermano esservi la vita eterna in questi due luoghi, paradiso ed inferno, così aspettano e confessano la risurrezione dei corpi, ed unirsi alle anime al tempo del suono di quella orribile tromba, che sarà fatta sonare da Maometto per comandamento del grande Iddio il giorno del giudizio.
Credono che la vita eterna in paradiso, essendo luogo di gaudio e consolazione, non avendo quel lume di spirito e di dottrina concesso ai fedeli credenti, sia una tal felicità che in altro non consiste che nelle delizie e nelli piaceri del senso, cioè un uso delle cose naturali in tutta perfezione senza differenza, senza stenti, e senza fatica; e che all'incontro nell'inferno l'uso delle predette cose sia nel fuoco indeficiente, con amarissimo gusto, e nausea. E questo è tutto il premio che attribuiscono al bene, e la pena che dicono aspettare alli tristi, in retribuzione in quanto ad umani operano.
Dicono poi esser tal l'onnipotenza di Dio, che nella creazione dell'anime avendoli prefisso e assegnato il fine, così è irreparabile all'arbitrio e provvidenza umana il divertirlo; però nei pericoli delle guerre ed in altri accidenti sono più degli altri arditi, curiosi e intrepidi.
Affermano l'ampiezza grande dei cieli che sono di diamanti, rubini, turchine e cristallo: e che i corpi risuscitati saranno trasparenti, più agili, più atti in un momento a passar da un cielo all'altro, e trasferirsi in lontanissime parti per visitare ed abbracciare le mogli, le madri, li fratelli, ed altri parenti.
Del trono di Dio, presente a tutto quello, e dell'assistenza per servizio degli angeli e profeti, rappresentano quello di che è incapace il senso e l'intelligenza umana, affermando che non possa essere veduto così facilmente da tutti per la lucidezza dei raggi che gli usciranno dagli occhi, per lo gran splendore che manda fuori della sua faccia: e che solo gli angeli e profeti hanno grazia di tal fruizione.
Questi sono li fondamenti principali della loro credenza, sopra i quali fabbricano il corso della vita loro temporale e corruttibile, per conseguire la eterna e felice ed affermata dal Profeta esser ripiena di tutte le delizie di questo mondo, usate di tutta eccellenza e perfezione con modo soprannaturale e incorruttibile.
Dicono che sono stati quattro li Profeti mandati da Dio nel mondo per istruire, reggere, e salvare il genere umano, e tutti uomini santi, giusti, ed immacolati, cioè Moisè, David, Cristo e Maometto; che a tutti mandò Iddio per mano degli angeli un libro perchè sapessero istruire i popoli, a Moisè l'Heurat, cioè la Legge vecchia, a David Zebor, cioè li Salmi, a Cristo Ingit, cioè il Vangelio, ed a Maometto il Turcan, cioè l'Alcorano; che li tre primi Profeti con li popoli da loro retti non erano per esser vissuti nella legge data a loro da Dio, ma che essendo venuto per l'ultimo Maometto per salvar tutti con una legge candida, sincera, e veridica, per acquistare l'amor di Dio, non hanno creduto, e tuttavia continuano nell'errore, le nazioni che suggendo il latte materno non si sono accostate alla verità; e che per tal mancamento essendo prive ipso iure del cielo, avranno bisogno nel giorno del giudizio, si doveranno per grazia, della protezione di Maometto, unico intercessore e mediatore appresso il grande Iddio; il quale, stando alla porta del paradiso in quel tremendo giorno, sarà pregato dagli altri Profeti ognuno per la salute delle loro nazioni; che sarà così potente e benigna la volontà di lui, che intercederà con il Salvatore la loro salute, sì che li buoni Cristiani e li buoni Ebrei conseguiranno gli uni e gli altri della vita eterna, nelle delizie perpetue sensuali come si è detto, ma in luogo separato ed inferiore ai Turchi, come privilegiati e cari sopra gli altri a Dio. Le donne saranno anco elle ammesse in cielo, ma in luogo inferiore agli uomini, con minor gloria.
Tutti li Profeti sono tenuti da loro in gran venerazione. Chiamano Moisè Chieli Massol, cioè parlatore con Dio, Cristo, nominato anco Messia, Rullulah, cioè spirito di Dio, e Maometto Ressolah, cioè nuncio di Dio. Quando parlano di Cristo, dicono tutto quel bene che si può dire d'un uomo eletto da Dio per la salute del popolo: confessano che per invidia fu preso dalli Ebrei e che però loro per malignità lo fecero condannare e lo condussero al patibolo della morte per esser crocifisso: ma che essendo stati mandati da Dio gli angeli in una chiusa nube, fosse stato rapito e portato in cielo, e che detti Ebrei confusi presero uno di loro e lo crocifissero in luogo di lui, divulgando che quel tale era il Messia, che però si ritrovava in compagnia delli altri suoi fratelli in cielo, amandosi, e nel servizio di Dio.
L'uso ed esercizio della loro religione, o per dir meglio setta, o confusione, è questo. Hanno il Muftì, che vuol dire dichiaratore delli casi di coscienza, il quale rappresenta fra di loro il capo della religione come fra i Cristiani il Pontefice, qual sempre è uomo versato nella legge e consumato nei carichi, ed eletto dall'Imperatore ha carico di soprastare ed intendere tutte le cose pertinenti alla legge ed al culto di Dio; e se bene assolutamente non comanda alli altri Muftì delle altre Provincie, non di meno con la sua accortezza opera con il Re le cose secondo la sua intenzione, massime quando non ha contrario il primo Visir, che per grado di dignità ed autorità è superiore a lui. Sotto detto Muftì sono due Cadì Leschieri, che vuol dire giudici delli esercizii, cioè uno della Grecia ed uno della Natolia, i quali essendo anco essi uomini dell'ordine di quella legge, ed atti ad essere Muftì, hanno cura di tutti gli altri Cadì, cioè giudicanti, che vanno per la città ed altri luoghi a giudicare ed amministrare giustizia, e li mandano e mutano, finito o non finito il triennio ordinario per uno della risedenza, con la parola del Gran Signore, come più gli piace. E questo è quell'ordine dei soggetti che fra i Turchi naturali stanno più uniti e che hanno gran forza appresso il Re, ed il primo Visir. Fra detti Cadì sono anco li suoi ordini, cioè quelli della prima classe nelle città principali, e son nominati mollà, che vuol dire signori, e gli altri di mano in mano secondo le loro virtù e condizioni, cavando il loro stipendio dalle amministrazioni del carico, in modo che nei libri che stanno nelle mani di detti Cadì Leschieri sono tutte le tanse delli Cadì, che si sa di che utile che è d'ogni residenza, non passando la maggiore di fermo cinquecento aspri il giorno. Questo ordine fra gli altri ha questo privilegio, di non esser fatto morire, e se pur d'alcuno stravagantemente occorresse accidente di farlo, poi che l'assoluta volontà del Re non è mai quando vuole obbligata alla legge, ciò viene eseguito molto cautamente e secretamente, il che riesce rarissime volte. Ma il Muftì e i Cadì Leschieri vengono mutati quando piace al Re, se bene l'ordinario par che sia di due in tre anni, dipendendo la fortuna dal sapersi bene conservare in grazia del primo Visir. Tutti questi portano il turbante in testa molto maggiore delli altri e con altre piegature, in segno di dovere essere sopra gli altri riveriti; e se bene vestono l'abito ordinario e comune, è in questo molto differente, perchè usano il ciambellotto bianco ed il panno, e poca seta. Il carico principale delli Muftì è di rispondere alle proposizioni che gli vengono fatte, le quali sono delle materie in generale sopra li casi concernenti l'obbligo di coscienza e del rito giudiciale e legale, le cui risposte che sono di poche parole e brevissime, le chiamano fetfa, che vuol dire caso; e con questa decisione, quando il caso particolare è compreso in essa, si può costringere non solo tutti li giudicanti e li Bassà, e la medesima persona reale, all'esecuzione, perchè non facendo, caderebbono in pena di lesa maestà di ciò. Hanno appresso parte in tutte le deliberazioni di guerra e di pace, perchè tutto si fa con fine di ampliare la loro setta in onor del Profeta; e la sua risposta è grandemente e molto stimata, perchè viene sostentata da tutto l'ordine delli Cadì per lo più ostinatamente. Hanno appresso li governatori delle moschee chiamati Mutaueli con gli Iman, che sono come piovani, e i Messini come chierici, li quali tutti assistono al governo ed all'amministrazione delle loro moschee. Questi chiamano il popolo all'orazione, leggono alle sepolture dei morti, seppelliscono, ed infine fanno tutto ciò che occorre al culto ed al servizio di esse per comodo del popolo.
Le loro orazioni nelli giorni di festa sono cinque e nel venerdì giorno dominicale, le quali sono fatte così nelle moschee come nelle strade ed anco per le case, cioè la mattina innanzi giorno, a mezzogiorno, a vespero, la sera, e alla quarta della notte e a tutte l'ore e a terza il venerdì, che è chiamato tutto il popolo, per tutte le contrade, da una o due voci altissime in luogo di campane, sopra un campanile o torre posta vicina alla moschea, onestamente alta, dalla quale si dà segno con dette voci di laude a Dio ed a Maometto dell'ora, a fine ognuno che volesse possa prepararsi per far e per far andare all'orazione: e perchè li Messini che gridano non hanno nè sentono orologi, usano di adoperare l'ora di sabbione, con la quale si reggono così in questo come nel resto delle altre loro operazioni.
Nelle moschee grandi stanno li Mudetis che sono come lettori, li quali insegnano a diversi scolari l'orazioni e l'amministrazioni delle moschee e sono pagati dell'entrate d'esse.
Le condizioni di quelli che hanno da far l'orazione sono di mondizia corporale; solamente, non essendo lecito ad alcuno d'entrare nelle moschee nè di orare quando si trova con qualche sorta di polluzione carnale e naturale, sia di che condizione esser si voglia, per minima e necessaria che sia, però di mondificarsi, ogni uno è obbligato a lavarsi nella stufa, se di commercio carnale, o con acqua, se d'altra sorte, abbondando per ciò tutta la città ed altri luoghi di stufe pubbliche e private, e le moschee in particolare, per servizio dei poveri, di fontane bellissime ed amplissime. Mondificati ed entrati nelle moschee, il principale Iman che è il piovano va a far l'orazione e tutti li circostanti l'imitano, perchè da se la maggior parte non sapria fare. Le dette orazioni consistono nell'elevazione di genuflessione, e nel toccarsi sovente ora gli occhi, ora le braccia, ed alle volte il capo, dicendo alcune parole di laude a Dio e al Profeta: e sono fatte stando in terra sentati secondo il loro costume e le gambe incrociate; e perciò nelle moschee sono le stuoie dappertutto, ed in alcuni luoghi qualche tappeto di lana per qualche soggetto di condizione. Le dette orazioni, secondo le ore, sono diverse fra loro, e più lunghe e più brevi, nè alcuna arriva al tempo d'una ora; solo quelle della sera in tempo di Ramazano, che è di quadragesima, sono più lunghe delle altre, e si farà in canto di quella voce che è la guida, cioè di qualche Iman o Messetto che sia stimato valoroso, come si stima fra noi li musici: si userà anco la predicazione del venerdì. In tempo di Ramazan, e quando vogliono pregare per qualche felice successo o maledire alcuno ribello, hanno in costume di far le processioni per le contrade, a due a due, senza torcie o altro in mano, laudando il nome di Dio; e di leggere alcune loro orazioni lunghissime tutte in una giornata, per diverse mani applicate a quel tal soggetto, stimandolo allora maledetto.
In occasione dei travagli gravi sogliono con la pubblicazione nelli luoghi pubblici convocare tutti li grandi e il popolo ad orare in compagnie a questo destinate, imitando il popolo Ebreo; e raunatisi, dei loro santoni di estimazione di santità fanno sermoni efficacissimi ed esortationi alla fortezza, alla pazienza ed all'amor e timor di Dio; e se li travagli continuano, aggiungono le orazioni delle quaranta ore e quaranta giorni nelle moschee principali degli Imperatori, le quali vengono fatte da una mano di uomini applicati al servizio d'esse, come appresso di noi sono li chierici; e questi nè in abito nè in costume sono differenti dagli altri, conciossiacosachè principiando dalli Muftì fin a questi inferiori tutti vestono l'abito ordinario e possono maritarsi e tenere quante schiave vogliono per suo gusto e piacere.
Il Muftì ha la sua entrata separata in tanti terreni che possono rendere da 15 m. sultanini all'anno: che restando privo del carico, quando sia in disgrazia del Re, lasciando al successore l'entrata, ha mille aspri di paga al giorno, che fanno ducatoni X al giorno, come hanno li Cadì Leschieri quando sono attuali.
Nel tempo del loro Ramazan, che è quaresima, non fanno altra cerimonia che di astenersi di mangiare il giorno, potendo di notte mangiare sempre ciò che vogliono, senza distinzione di cibi; e da prima sera nelli loro campanili si accendono delli cesendelli che durano fino all'alba, osservando gli Iman delle contrade tutti quelli che spesso mancano, massime la sera nelle moschee, che bevessero vino e mangiassero di giorno, perchè oltre che sariano tenuti per sprezzatori della legge, sariano severamente castigati, se fossero trovati in tal mancamento.
Usano appresso li Re ed altri grandi, così in tempo di Ramazan come in occasione dei loro travagli, sacrificare diverse sorte di animali, cioè bovi, castrati, agnelli, così ai luoghi di loro divozione, cioè sepolture di soggetti stimati esser stati santi, come nelle moschee, il che è osservato farsi di privato; ma li Re sogliono comandare che si facciano detti sacrificii anco per le strade pubbliche e quando entrano nelle città, facendo compartire le carni degli animali squartati vivi al popolo e alli medesimi Bassà e uomini grandi della Porta; e detti sacrificii sono fatti assai frequentemente, perchè per questa via stimano di placare l'ira e conciliarsi l'amor di Dio.
Portano li Turchi professori d'umiltà e divozione le corone in mano molto lunghe, nelle moschee e per le strade, passandole molto velocemente, poichè come noi diciamo l'Ave Maria, così loro per ogni grano dicono Allà bir, cioè Dio puro e vero, Allà è Dio grande. E si trasferiscono in pellegrinaggio alla Mecca ed in Gerusalemme: alla Mecca per visitare il tempio che dicono fu fabbricato da Abram, nel quale è Maometto, quando era idolatra; asseriscono poi che verso la sua età di quaranta anni ricevesse l'Alcorano da Dio e che allora principiasse il Munsulmanlich, e che morto, sepolto fosse in Medina, otto giornate discosto dalla Mecca, dove si trova il suo sepolcro visitato da tutti che vanno in detto pellegrinaggio: e quando vanno in Gerusalemme vi vanno per visitare non il sepolcro di Cristo, perchè dicono non esser morto, ma per vedere i luoghi praticati da lui, come profeta miracoloso che risuscitava morti, sanava infermi e faceva simili miracoli. Si trasferiscono anco alla valle di Josafat, perchè dicono che in quel luogo ha da essere la resurrezione per il giorno del giudizio; e vi sono molti Turchi che sprezzando tutto il mondo, abbandonano ciò che hanno e si ritirano a vivere vicino a quella valle, per divozione e per esser anco più vicini alla risurrezione; e quelli che fanno tal pellegrinaggio ritornando alla città, alle loro case, sono chiamati Agì, cioè pellegrini, e vengono tenuti per uomini di gran venerazione e bontà.
La maggior cerimonia che si faccia fra i Turchi, di carattere impresso con maggior pompa e solennità di feste, è quella di ritagliare li figli, cerimonia ebraica, in questo differente, che tutti ritagliano dopo passati gli undici anni, anzi seguendo Ismael, di cui si fanno seguaci e ministratori, affermando che Abram è da loro stimato e non Isach. Questo ritaglio viene fatto fuori delle moschee per l'effusione del sangue, e con l'invito dei parenti ed amici per segno di allegrezza e consolazione, usando anco con quelli d'altra religione che passano al Munsulmanlich, li quali, in fede di rinnegare la loro fede ed abbracciar quella di Maometto, levano il dito indice, proferendo queste parole: hali lahi ile la li memet resus allali, che vuol dire: non vi è altro che un solo Dio e Maometto è il suo nunzio.
Non mancano per le città e campagne, a comodo di abitanti e viandanti, diversi ospizii con fontane per comodo dei poveri, ed ospedali e collegi per educazione dei giovani e per imparare a leggere e scrivere: e tutte le moschee degli Imperatori ed altri grandi sono dotate di ricchissime entrate per sostentare detti collegi ed ospedali, avvertendo che gli Imperatori per Canon non possono far moschee se non in memoria di qualche notabile acquisto, o fazione memorabile; e le Sultane, se non sono state madri di Imperatori regnanti; nei quali fabbricano con incredibile spesa e dedicano a quell'impresa con gran solennità.
In dette moschee sono certe opere di gran costo e macchine di gran bellezza e venerazione altrettanta, per la grandezza e politezza del vaso dove si fa l'orazione, e non meno per li accessorii dei collegi ed ospedali dotati di opulentissime entrate, sì che possono compararsi a qualsivoglia bellissima del mondo. Sono tutte fabbriche di pietra, a volta, concave, coperte tutte di piombo, e le colonne sono di porfido ed altre pietre preziosissime; e sono li vasi di esse tutti biancheggiati, ed illuminati, quando si fa l'orazione, da alcune ciocche di cesendelli pendenti dal cielo, di forma rotonda e di grandezza d'un gran cerchio di tinazzo, ma sono diversi lumi l'uno sopra l'altro; e di questi saranno due o tre per moschee, secondo la loro grandezza e bisogno. Non vi sono nè banchi nè altro da sedere, ma solo da una parte vi è un pergoletto assai basso per il predicatore, e dall'altra un altro più basso, dove si va a porre il Re quando entra all'orazione, essendo tutti gli altri posti in terra a sedere sopra le gambe, secondo li costumi loro ordinarii; e per tal causa tutti li pavimenti, se bene sono di bellissime pietre, vengono coperti con stuoie per lo più finissime, di quelle del Cairo, le quali si conservano sempre nette e pulite, perchè dal Re in poi non è chi entri con scarpe in esse, lasciandole tutte alla porta. Nelli estremi casi di morte assistono alli infermi: e morti, posti in un lenzuolo e ben fasciati e serrati in una cassa, vengono portati alla sepoltura con il capo avanti; e se è maschio con il turbante sopra la cassa, e se è femmina la scuffia e il pennacchio; essendo accompagnati dalli assistenti delle moschee e dai parenti fino alla sepoltura, senza lumi di sorta alcuna, ma ben con il condurre delli Messini, li quali invocando il nome di Dio e del profeta Maometto pregano per la salute dell'anima; e nel ritorno fanno a tutta la compagnia il banchetto, per il ristoro delle fatiche fatte.
Le sepolture degli Imperatori per l'ordinario sono poste in terra a pari al tumulo che sta coperto di panno eletto o di velluto, con il turbante sopra con li suoi pennacchi di airone, e da capo e da piedi vi sono sempre candelieri; e per l'ordinario sono vicini alle loro moschee in una cappella separata; per ogni tumulo dei grossi e grandi cerchi miniati e dorati sostentano due cerindelli che del continuo ardono giorno e notte; e in dette cappelle da tutte le ore vi assistono Messini provvisionati che a vicenda gli danno lodi continue, o l'uno, o l'altro, leggono l'Alcorano, e pregano con le corone per la gloria degli Imperatori ad imitazione delli Re. Li Visiri Bassà grandi e ricchi usano di far il medesimo, ma con minor pompa e spesa, e quelli che non hanno luogo vicino alle moschee possono farsi seppellire anco vicino alle loro case e dove più gli pare per la città, quando il terreno sia di loro ragione; gli altri sono portati fuori della città quando muoiono e in altre campagne a questo deputate, e sono sotterrati come usano gli Ebrei di fare con quelle pietre che appaiono sopra della terra, nelle quali descrivono il nome, la patria, il titolo, e ciò che vogliono.
Fra i Turchi non è alcuna sorte di religione nè meno monasterii, perchè tutti sono incamminati all'arme e pochi sono quelli che sanno scrivere e leggere, anzi pochissimi, perchè di quelli del Serraglio del Gran Signore e non tutti, e del popolo dipendenti da soggetti grandi che stanno nei seminarii e collegi a questo deputati, e dell'ordine di quelli che attendono alle leggi, che sono li Cadì, e alli Jasegi che sono li notari. Anzi che alle volte occorre vedere in Divano qualche Bassà non uscito del Serraglio, che non sa nè leggere nè scrivere. E così ad ultimo convengono imparare, e non solo a far il segno imperiale, ma qualche altra parola, per poter di suo pugno porre in carta sogno della sua volontà; e chi sa fra i Turchi leggere, è tenuto per dottore e viene più degli altri stimato. Vi sono però diversi che professano di vivere fuori del costume, che si chiamano Dervis Issich, che vuol dire mansueti. Questi vestono poverissimamente e malamente, con una scuffia in testa, mendicando il vivere e dormendo nelli cortili delle moschee e luoghi simili; sono stimati di grande semplicità, perchè attendono alle orazioni e speculazioni mentali, e vivono sempre innamorati dell'onestà, predicando questa dottrina, che non si può perfettamente arrivare all'amor di Dio se non con la scala dell'amor umano; e tengono che per questo non solo vivono innamorati e appassionati in questo mondo, per esser poi tali nel cielo da Dio; e con tal favola e coperta di santità possono anco vivere disonestamente, più comodamente degli altri.